Автор: Oz A.  

Теги: finzione  

ISBN: 88-07-01643-5

Год: 2003

Текст
                    
Amos Oz UNA STORIA DI AMORE E DI TENEBRA Feltrinelli
Titolo dell'opera originale: A tale of love and darkness © Amos Oz 2002 Traduzione dall'ebraico di Elena Loewenthal © 2003 Giangiacomo Feltrinelli Editore, Milano Prima edizione ne "I Narratori" settembre 2003 [ISBN] 88-07-01643-5
UNA STORIA DI AMORE E DI TENEBRA
1. Sono nato e cresciuto in un minuscolo appartamento al piano terra, forse trenta metri quadri sotto un soffitto basso: i miei genitori dormivano su un divano letto che la sera, quando s'apriva, occupava quasi tutta la stanza, da una parete all'altra. La mattina presto ripiegavano il divano comprimendolo per bene, nascondevano lenzuola e coperte nel buio del cassetto che stava lì sotto, rivoltavano il materasso, chiudevano, sistemavano, stendevano su tutto un rivestimento grigio chiaro e infine disponevano qualche cuscino ricamato in stile orientale, occultando con ciò ogni traccia del loro sonno notturno. E così, la stanza fungeva da camera da letto, studio, biblioteca, tinello e persino salotto. Di fronte a essa si trovava il mio cantuccio dipinto di un verde tenue e per metà occupato dal panciuto guardaroba. Un corridoio buio, basso e stretto procedeva un po' storto dal cucinino al bagno e alle due stanzette: pareva un tunnel per dei carcerati in fuga. Un lume fiacco, imprigionato dentro una gabbia di ferro, spandeva sul corridoio, anche nelle ore del giorno, una luce incerta, torbida. C'erano soltanto una finestra nella camera dei miei genitori e una nella mia, entrambe riparate da imposte di ferro; entrambe provavano a modo loro ad ammiccare verso oriente, ma la vista concedeva solo un cipresso impolverato e una cinta di pietre a secco. Attraverso l'inferriata di un abbaino, invece, dalla cucina e dal bagno si intravedeva il piccolo cortile che sembrava quello di una prigione, circondato com'era da alte mura e con il pavimento di cemento. Lì, senza mai un raggio di sole, languiva sino allo spasimo un pallido geranio piantato dentro una latta di olive arrugginita. Sui davanzali dell'abbaino avevamo sempre dei barattoli chiusi di cetrioli in salamoia e un povero
cactus piantato dentro un vaso da fiori che da quando si era rotto fungeva da vivaio. Era una casa interrata: il piano basso dell'edificio era scavato nel dorso della montagna. Era lei il nostro vicino, dall'altra parte del muro: un inquilino pesante, introverso e silenzioso, un vecchio e malinconico monte con le sue inveterate abitudini di scapolo e una fissazione per il silenzio. Quel vicino così torpido e umbratile non spostava mai i mobili né riceveva ospiti, non faceva baccano né arrecava il minimo disturbo, ma tramite le due pareti in comune fra noi e lui filtravano sempre, come un testardo sentore di muffa, il freddo muto del buio e un'umidità malinconica. E così, anche nel pieno dell'estate, un briciolo d'inverno restava serbato in casa nostra. Gli ospiti dicevano: si sta così bene da voi, anche quando c'è afa, è così fresco e tranquillo, che sollievo, ma d'inverno come state? Non passa umidità, dai muri? Non è un po' deprimente, qui, l'inverno? *** Le due stanze, il cucinino, il bagno e soprattutto il corridoio erano bui. I libri riempivano tutta casa nostra: mio padre era in grado di leggere sedici o diciassette lingue e di parlarne undici (tutte con accento russo). Mia madre aveva dimestichezza con quattro o cinque, e ne leggeva sei, otto. Fra loro, conversavano in russo e in polacco, quando non volevano farsi capire da me (capitava quasi sempre. Quando mamma un giorno per sbaglio disse in mia presenza "stallone" in ebraico invece che in un'altra lingua, mio padre si arrabbiò e la rimproverò aspramente in russo: "shto se taboy? Wiydesh malcik ryadom se nami!"). Se il senso culturale li spingeva a leggere per lo più in tedesco e inglese, certamente era l'yiddish ad abitare i loro sogni, la notte. Quanto a me, mi insegnarono solo e soltanto l'ebraico: forse per paura che la padronanza di tante lingue esponesse anche me alle seduzioni della letale Europa. Nella scala di valori dei miei genitori, tutto ciò che era occidentale stava culturalmente più in alto: Tolstoj e Dostoevskij erano in sintonia con la loro anima russa, tuttavia credo che - malgrado Hitler - considerassero la Germania più civile della Russia e della Polonia; e la Francia ancor più della Germania. L'Inghilterra era persino più su della Francia. Quanto all'America - la loro convinzione qui s'incrinava: laggiù, in fondo, si sparava agli indiani, si svaligiavano diligenze, si depredavano l'oro e le
fanciulle. L'Europa era la loro terra promessa proibita, landa incantata di campanili e piazze lastricate di antiche pietre, tranvai e ponti e chiese turrite, villaggi sperduti, sorgenti benefiche, boschi, nevi e pascoli. Parole come "baita", "pascolo", "pastorella di oche" mi affascinarono lungo tutta l'infanzia. Possedevano l'aroma sensuale di un mondo vero, spensierato e lontanissima dai tetti polverosi di lamiera, dagli spiazzi colmi di rottami e rovi, dagli squallidi pendii di una Gerusalemme strozzata dal giogo di un'estate incandescente. Bastava che sussurrassi fra me e me "pascolo" - per udire il muggito delle vacche con le campane appese al Collo e il gorgoglio dei ruscelli. A occhi chiusi, osservavo la pastorella d'oche scalza, che mi turbava sino alle lacrime quando ancora non sapevo nulla. *** Molti anni dopo mi resi conto che la Gerusalemme sotto il mandato britannico, cioè negli anni venti, trenta e quaranta, era una città culturalmente affascinante, popolata di grandi mercanti, musicisti, studiosi e scrittori: Martin Buber, Gershom Scholem, Agnon e tanti altri scienziati e artisti di vaglia. A volte, quando passavamo per via Ben Yehudah o viale Ben Maymon, mio padre mi diceva nell'orecchio: "Guarda, c'è quello studioso di fama mondiale". Io non capivo. Pensavo che la fama mondiale avesse a che fare con una malattia alle gambe, giacché quasi sempre quel vecchio si faceva strada a tentoni con l'aiuto di un bastone, barcollando un po', e anche d'estate portava degli abiti di lana pesante. La Gerusalemme sulla quale i miei genitori posavano i loro sguardi si estendeva dal nostro quartiere quasi a perdita d'occhio: era Rechavia immersa nel verde e nei suoni dei pianoforti, era i tre o quattro caffè dai candelabri dorati in via Giaffa e Ben Yehudah, era le sale dell'Y.M.C.A. e l'albergo King David, dove ebrei e arabi colti si intrattenevano con inglesi illuminati e generosi, dove principesse trasognate dal lungo collo aleggiavano in abiti da ballo, al braccio di signori in abito scuro, dove inglesi di mente aperta discorrevano con ebrei e arabi di larghe vedute, dove avevano luogo concerti, balli, serate di lettura, ricevimenti intorno a un tè e raffinate conversazioni d'arte. Forse però quella Gerusalemme delle feste e candelabri esisteva solo dentro i sogni di chi abitava a Kerem Abraham bibliotecari, insegnanti, impiegati e rilegatori. A ogni modo, non era da noi. Il nostro quartiere, Kerem Abraham, apparteneva a Cechov.
Anni dopo, quando lessi Cechov (tradotto in ebraico), ebbi la certezza che lui era uno dei nostri: lo zio Vanja abitava proprio sopra di noi, il dottor Samuelinko si piegava per accarezzarmi con le sue mani grandi e forti, quando avevo l'angina o la difterite, Ibaski con la sua eterna emicrania era un cugino di secondo grado di mamma, e Trigorin andavamo a sentirlo il sabato mattina alla Casa del popolo. Davvero, avevamo intorno russi d'ogni specie: c'erano molti tolstojani. Alcuni di loro assomigliavano proprio a Tolstoj. Quando vidi per la prima volta un'immagine seppiata dello scrittore, sul retro di un libro, fui sicuro di averlo già incontrato varie volte nei nostri paraggi, vuoi a spasso per via Malachia, o lungo la discesa di via Ovadia, a capo scoperto, la barba bianca scomposta dal vento, solenne come il patriarca Abramo, gli occhi accesi, in mano un ramo che fungeva da bastone, la camicia da contadino che cascava sopra i pantaloni larghi, trattenuta intorno ai fianchi da una corda grezza. I tolstojani del quartiere (i miei genitori li chiamavano "tolstoyashiki") erano tutti vegetariani fanatici ansiosi di riformare il mondo ed elargire morali, in profonda sintonia con la natura, amici dell'umanità intera e di qualsivoglia essere vivente, pieni di fervore pacifistico e della nostalgia per un'esistenza semplice e pura, tutti indistintamente smaniosi ella vita di campagna, del ritorno alla terra tramite il lavoro, in seno ai campi e tra i filari dei frutteti. Se non che, non se la cavavano nemmeno con le misere piante d'appartamento: o le bagnavano troppo, fino a farle morire, o si dimenticavano di innaffiare. O forse era tutta colpa del bieco governo inglese che metteva il cloro nella nostra acqua. Alcuni di loro erano tolstojani appena usciti da un romanzo di Dostoevskij: disgraziati, verbosi, soffocati dagli istinti, rovinati dagli ideali. Ma tutti, tanto i tolstojani quanto i, dostoevskijani del nostro quartiere, cioè Kerem Abraham, erano in fin dei conti al soldo di Cechov. Il mondo, da noi, lo si chiamava generalmente "il mondo grande". Ma aveva anche altri patronimici: illuminato. Esterno. Libero. Ipocrita. Lo conoscevo quasi soltanto attraverso la collezione di francobolli: Danzica. Boemia e Moravia. Bosnia-Erzegovina. Ubang Sari. Trinidad e Tobago. Kenya- Uganda-Tanganica. Era lontano, conturbante, fantastico, ma assai pericoloso e a noi ostile: non amano gli ebrei perché sono dotati di un'intelligenza acuta ed eccellono, ma sono anche chiassosi ed esibizionisti. Non amano la nostra intraprendenza qui in terra d'Israele perché ci
invidiano sempre, anche per questa striscia di terra fatta di paludi, steppa e deserto. Laggiù, nel mondo, tutti i muri erano tappezzati di scritte ingiuriose, "giudeo, vattene in Palestina", così siamo venuti in Palestina. E adesso il mondo ci urla contro, "giudeo, vattene via dalla Palestina". Non solo il "Mondointero", anche la terra d'Israele era lontana: da qualche parte, oltre le montagne, stava maturando una nuova razza di ebreieroi, di una specie abbronzata e robusta, taciturna e operosa, affatto diversa dall'ebreo diasporico, affatto diversa dagli abitanti di Kerem Abraham. Ragazzi e ragazze; pionieri, determinati e scuri di pelle, silenziosi, in confidenza con il buio della notte. Che anche nelle faccende fra uomini e donne avevano spezzato ogni freno. Che non avevano vergogna di nulla. Nonno Alexander disse una volta: "Loro sono convinti che in futuro sarà tutto così facile, che un ragazzo potrà toccare una ragazza e chiederglielo così, magari queste non aspetteranno nemmeno che il ragazzo lo chieda, macché, lo faranno loro per prime, come fosse chiedere un bicchiere d'acqua". Zio Bezalel, che era miope, commentò con contenuta riprovazione: "Ma non era forse questa la prima istanza del bolscevismo, quella di distruggere tutto il segreto e il mistero?! Di annientare così ogni sentimentalismo?! Di trasformare tutta la nostra vita in un bicchiere di acqua fresca?". Lo zio Nehemia, dal suo angolo, se ne venne fuori tuonando due versi che a me suonarono come un ruggito disperato: "Oy, la via mi sembra così lunga, tortuoso e sfuggente il sentiero, oy che fatica, io vago e tu sei remota, più vicina mi è la luna!...". Allora zia Zipporah, in russo: "Nu. Dai, basta. Siete diventati tutti matti? Il bambino vi ascolta", e così passarono al russo. *** Quei pionieri vivevano oltre il nostro orizzonte: in Galilea, nella regione di Sharon, nelle vallate. Ragazzi robusti dal cuore caldo, ma introversi e meditabondi. Ragazze prosperose, spontanee, equilibrate, come se già sapessero tutto e capissero tutto, come se conoscessero a menadito anche te e tutti i tuoi imbarazzi, e tuttavia ti trattano con cordialità, ti prendono sul serio, non come un bambino ma come un adulto uguale agli altri, e tuttavia ancora piccolo di statura. Quelle pioniere e quei pionieri mi sembravano forti, responsabili, riservati, capaci di intonare in cerchio canti ameni e nostalgici che trafiggevano il cuore, ma anche canzoni buffe e altre d'amore sfrontato,
senza alcun pudore, capaci di danze sfrenate sino a perdere i sensi, capaci di solitudine e pensieri, atti a una vita di campagna e sotto la tenda, a tutti i lavori più duri, "siamo sempre di guardia", "la pace dell'aratro ti portano gli eroi, oggi ti danno la pace dei fucili!". "Dove ci manderanno, ci dirigeremo!", capaci di saltare in groppa a un cavallo selvaggio ma anche a un grosso trattore cingolato, di parlare l'arabo, a conoscenza di tutte le grotte e i uadi, le pistole e le granate, e tuttavia amanti della poesia e dei libri di filosofia, colti, sensibili nel profondo, soliti conversare fra di loro a voce sommessa, sotto la luce di una candela nelle loro tende fino alle ore piccole, intorno al senso della nostra vita e alla scelta a denti stretti fra amore e dovere, fra bene nazionale e giustizia. A volte andavo con gli amici al cortile della Tenuva, la centrale del latte, a vederli arrivare da oltre i Monti di Tenebra, sopra a un autocarro carico di prodotti agricoli, "vestiti di terra e di armi, scarponi ai piedi"; giravo fra loro per aspirare l'odore della messe, attingere sentori di lontananze: laggiù, da loro, capitavano davvero grandi cose. Laggiù si stava costruendo un paese e riformando il mondo, laggiù stava fiorendo una società nuova, laggiù imprimevano il loro sigillo sul paesaggio e sulla storia, laggiù si aravano campi e si piantavano vigneti, si componeva una nuova canzone, laggiù si cavalcava armati, si rispondeva col fuoco al fuoco arabo, si prendeva la squallida polvere d'uomo, e si creava un popolo combattente. Sognavo segretamente che un giorno o l'altro mi portassero via con loro. Che trasformassero anche me in un popolo combattente. Che anche la mia vita diventasse un canto nuovo, una vita pura, onesta e semplice come un bicchiere d'acqua fresca in una giornata afosa. *** Oltre i Monti di Tenebra c'era anche la Tel Aviv di allora, quel luogo tumultuoso donde ci arrivavano i giornali, le voci sul teatro e l'opera e il balletto e il cabaret e sull'arte d'avanguardia, i partiti, le aspre discussioni e anche sprazzi di vaghi pettegolezzi. Laggiù a Tel Aviv c'erano grandi sportivi. E c'era il mare, e il mare era tutto pieno di ebrei abbronzati che sapevano nuotare. A Gerusalemme chi mai sapeva nuotare? S'era forse mai sentito di ebrei nuotatori? Quelli laggiù avevano geni completamente diversi. Una mutazione, "come il miracolo della farfalla che nasce dal bruco".
La parola "Telaviv" aveva il suo incanto segreto, tutto speciale. Quando qualcuno diceva "Telaviv", mi figuravo subito l'immagine di un ragazzone in canottiera celeste, abbronzato e di spalle larghe, poeta-operaiorivoluzionario, forgiato senza paura, "Haberman" l'avevo chiamato: riccioluto, con un berretto mal messo in testa, in bocca una sigaretta Matosin, a suo agio nel mondo. Tutto il giorno lavorava sodo a posare pavimenti o ghiaia, la sera suonava il violino, la notte ballava con le ragazze o cantava loro canzoni sdolcinate sulla spiaggia, sotto il chiaro di luna, e verso l'alba estraeva dal fodero la pistola o lo sten e col favore dell'ultimo buio andava a difendere campi e case. Quanto era distante, Tel Aviv! Negli anni della mia infanzia non ci andai più di cinque, sei volte: si scendeva per trascorrere una festa con le zie, le sorelle di mia madre. E a Tel Aviv non solo c'era a quell'epoca una luce molto diversa da quella gerosolimitana, molto più diversa di quanto non sia oggi, persino la legge di gravità rispondeva diversamente. A Tel Aviv, infatti, si camminava in modo diverso: si flottava, saltellando, un po' come Neil Armstrong sulla luna. Da noi a Gerusalemme la gente camminava sempre un po' come fosse stata a un funerale, o come quando si arriva in ritardo a un concerto: prima si metteva un po' avanti la scarpa, e si tastava prudentemente il terreno. Poi, con la gamba ormai posata per terra, non si aveva troppa fretta di muoverla: dopo duemila anni calpestiamo nuovamente il suolo di Gerusalemme, e non siamo disposti ad abbandonarlo così precipitosamente. E poi a sollevare il piede - chissà mai che qualcun altro ci portasse via il nostro pezzetto di suolo, misero possesso. D'altro canto, nel caso che il piede fosse comunque già levato - non c'era di che precipitarsi a farlo scendere: va' a sapere quale nido di vipere brulicava lì sotto, e bestiacce e insidie d'ogni sorta. Senza contare che sono ormai migliaia di anni che paghiamo un caro prezzo per la nostra dabbenaggine, finendo continuamente in pasto ai nemici per aver messo un piede senza guardare dove. Insomma, era più o meno così, l'andatura a Gerusalemme. A Tel Aviv, invece, tutta un'altra cosa! La città era tutta un grillo. Uno scorrere incessante di gente, case, strade, piazze e brezza di mare e sabbia e viali e persino di nuvole in cielo. Una volta andammo a Tel Aviv per la cena di Pasqua, e la mattina presto, quando tutti ancora dormivano, mi vestii e uscii di casa per andare a giocare, tutto solo, in una piccola piazza con una panchina o due, un'altalena, un riquadro con la sabbia, tre o quattro alberelli dove già
cantavano gli uccellini. Passò qualche mese e fu settembre: tornammo a Tel Aviv per il Capodanno, ma la piazza non c'era più. L'avevano spostata alberi, altalena, panchine, uccellini e sabbia compresi - all'altro capo della strada. Rimasi sconcertato: non riuscivo a capire come Ben Gurion e le istituzioni competenti avessero potuto permettere una cosa del genere. Incredibile. S'è mai visto prendere una piazza e spostarla? Avanti di questo passo, avrebbero spostato il Monte degli Ulivi. La torre di Davide. Il Muro del Pianto... Di Tel Aviv, da noi, si parlava con un misto di invidia e vanteria, con ammirazione e un pizzico di omertà: come se Tel Aviv fosse una sorta di piano segreto e cruciale del popolo ebraico, di cui conveniva non parlare troppo, con le orecchie ben tese, perché di nemici e avversari era pieno il mondo. Telaviv: mare. Luce. Celeste, sabbia, impalcature... chioschi lungo i viali, una città ebraica bianca, lineare, che cresceva fra agrumeti e dune. Non soltanto un luogo per il quale compravi un biglietto dell'autobus della Egghed, no, un altro continente. *** Il contatto telefonico con i parenti di Tel Aviv fu per molti anni una tradizione. Una volta ogni tre o quattro mesi li chiamavamo al telefono, benché né noi né loro avessimo l'apparecchio. Per prima cosa, spedivamo una lettera alla zia Haya e allo zio Tzvi, in cui stava scritto che il diciannove di quel mese, che cadeva di mercoledì, perché di mercoledì lo zio Tzvi usciva già alle tre dal suo posto di lavoro ai Servizi sanitari, alle cinque avremmo chiamato dalla nostra farmacia alla loro farmacia. La lettera veniva inviata con largo anticipo, poi attendevamo la risposta. Con la quale la zia Haya e lo zio Tzvi dichiaravano che il mercoledì diciannove era perfetto per loro e che ovviamente si sarebbero trovati in farmacia un po' prima delle cinque, ma comunque di non preoccuparsi nel caso fossimo riusciti a chiamare solo un po' dopo le cinque, che comunque non sarebbero scappati via. Non ricordo se ci vestissimo a festa, per la spedizione alla farmacia e la telefonata a Tel Aviv, ma non mi meraviglierei se fosse stato effettivamente così. Si trattava infatti di un'occasione solenne. Già la domenica precedente mio padre diceva a mia madre: Fania, ricordi che questa settimana cade la conversazione telefonica con Tel Aviv? Il lunedì mia madre diceva: Arieh, non tornare tardi dopodomani, che non ci sia
qualche contrattempo. Il martedì tutti e due dicevano a me, Amos, non farci solo la sorpresa di ammalarti, capito, non prendere freddo e non fare ruzzoloni fino a domani pomeriggio, capito? La sera della vigilia, poi, mi dicevano: va' a dormire presto, così domani al telefono sei forte, non voglio che laggiù pensino che non hai mangiato. Così si costruiva la trepidazione. Abitavamo in via Amos, la farmacia distava cinque minuti a piedi, era in via Sofonia, ma già alle tre papà diceva: "Tu, non cominciare niente, adesso, per non essere poi in affanno". "Io sono calmissima, ma tu, a stare immerso nei tuoi libri, finisce che poi ti dimentichi." "Io? Dimenticare? Ma se guardo l'orologio ogni due minuti. E Amos me lo ricorderà." Ecco, avevo solo cinque, sei anni, e già portavo il fardello di una responsabilità storica. Non avevo, né avrei potuto avere un orologio, perciò correvo continuamente in cucina a vedere che cosa diceva il tictac, e come su una rampa spaziale scandivo: ancora venticinque minuti, ancora venti, ancora quindici, ancora dieci minuti e mezzo - ma appena dicevo dieci minuti e mezzo ci alzavamo, chiudevamo ben ben a chiave la casa e uscivamo tutti e tre, a sinistra fino al negozio del signor Auster, a destra per via Zaccaria, a sinistra in via Malachia, a destra per Sofonia, ed eccoci in un baleno alla farmacia: "Buongiorno signor Heinemann, come sta? Siamo venuti per telefonare". Lui sapeva, ovviamente, che il mercoledì saremmo venuti per telefonare ai parenti di Tel Aviv, sapeva anche che zio Tzvi lavorava ai Servizi sanitari, che zia Haya era un alto funzionario del comitato laburista, che Ygal da grande avrebbe fatto lo sportivo, e che erano buoni amici di Golda Meyerson e Mocha Qoldoni, che qui era chiamato Moshe Qol, tuttavia gli precisavamo così: "Siamo venuti per telefonare ai nostri parenti di Tel Aviv". Allora il signor Heinemann diceva: "Sì. Certo. Prego, accomodatevi", e poi ci raccontava la sua solita barzelletta telefonica: un giorno, al congresso sionistico di Zurigo, si udirono improvvisamente delle urla tremende dietro la porta di una stanza. Berl Loker chiese a Herzfeld quale fosse il motivo di quelle grida, e Herzfeld rispose che si trattava del compagno Rovshov che stava parlando con Ben Gurion a Gerusalemme. Se sta parlando con Gerusalemme, domandò incredulo Loker, allora perché non usa il telefono? Papà diceva: "Adesso compongo". E mamma: "E' ancora presto, Arieh. Manca ancora qualche minuto all'ora stabilita". E lui
replicava: "Sì, ma ora che otteniamo la linea..." (allora non c'era ancora la teleselezione). E mamma: "E se per caso invece ci danno la linea immediatamente, e loro non sono ancora sul posto?". Papà rispondeva: "In tal caso avremo solo da ritentare poco dopo". E mamma: "No, starebbero in pena, al pensiero di aver perduto il contatto". Mentre discutevano, giungeva l'ora: quasi le cinque. Papà alzava la cornetta, stando in piedi, non seduto, e diceva alla centralinista: "Buongiorno, signora. Vorrei Tel Aviv 648" (o qualcosa di simile. Allora si viveva in un mondo a tre cifre). Capitava che la centralinista dicesse: "La prego di aspettare, signore, qualche istante, ora sta parlando il direttore delle Poste". O il signor Stein. O il signor Nashashibi. E noi ci agitavamo un poco, perché va' a sapere che cosa avrebbero pensato di noi, laggiù... Riuscivo quasi a vederlo, quell'unico filo che collegava Gerusalemme a Tel Aviv e - tramite quest'ultima - a tutto il mondo, con la linea occupata, e fintanto che la linea era occupata, noi restavamo isolati dal mondo. Quel filo s'insinuava lungo il deserto e fra le sterpaglie, si arrampicava su per i monti e le colline: lo consideravo un grande miracolo. E tremavo: e se una notte delle belve selvatiche rosicchiavano il filo? O degli arabi cattivi lo tagliavano? Se s'infiltrava la pioggia? Scoppiava un incendio? Chissà. Correva laggiù quel filo sottile, vulnerabile, incustodito, esposto al torrido sole, chissà. Ero colmo di gratitudine per quella gente che l'aveva teso, il filo: prodi e lesti, non era mica un lavoro semplice, tendere un filo da Gerusalemme sino a Tel Aviv, io lo sapevo per esperienza quanto era stato difficile: una volta avevamo teso un filo dalla mia camera a quella di Eliahu Friedmann, a due stanze e un cortile di distanza in tutto e per tutto, un filo Spagat, e che lavoro: alberi, vicini, magazzino, recinzione, scale, siepe... Dopo aver atteso un poco, papà supponeva a buon diritto che il direttore delle Poste o il signor Nashashibi avessero terminato la loro conversazione, alzava di nuovo la cornetta e diceva alla centralinista: "Mi scusi, signora, ho chiesto di parlare con Tel Aviv 648". Lei allora replicava: "L'ho già segnata, signore. La prego di attendere" (oppure: "la prego, si armi di pazienza"). Papà diceva: "Aspetto, signorina, ovvio che aspetto, ma c'è altra gente che aspetta, anche all'altro capo del filo". E con ciò le faceva cortesemente presente che noi eravamo persone civili, ma che anche la tolleranza aveva un limite. Che eravamo delle persone bene educate, ma non dei babbei; non pecore da macello. Questa storia che agli ebrei gli si possa fare qualunque cosa venga in mente - questa storia è finita per sempre!
Quand'ecco che improvvisamente il telefono squillava, nella farmacia, ed era uno squillo che provocava una tempesta dentro, un fremito lungo la schiena, un momento magico. La conversazione, per parte sua, suonava circa così: "Pronto, Tzvi?". "Parla Tzvi." "Sono Arieh. Da Gerusalemme." "Sì, Arieh, ciao, qui è Tzvi che parla, come state?" "Noi tutto bene. Vi stiamo parlando dalla farmacia." "Anche noi. Che c'è di nuovo?" "Niente di nuovo. Come va da voi, Tzvi? Che cosa racconti?" "Tutto a posto. Non c'è niente di speciale. Si tira avanti." "Nessuna nuova, buone nuove. Anche da noi, non ci sono novità. Stiamo benissimo. E voi?" "Anche qui." "Benissimo. Allora adesso Fania parla con voi." E di nuovo la stessa solfa: come va? Novità? E poi: "Adesso anche Amos vi dice qualche parola". Tutta qui, la conversazione. Come va? Bene. "Nu", comunque ci sentiamo di nuovo presto. Fa piacere sentirvi. Fa piacere sentire anche voi. Ci scriviamo una lettera e fissiamo la prossima volta. Ci sentiamo. Sì. Certo che ci sentiamo. Presto. Arrivederci e state bene. Auguroni. Anche a voi. *** Non era una battuta di spirito: la vita era appesa a un esile filo. Ora capisco che davvero era così, che non erano affatto sicuri di potersi parlare di nuovo, sicuri che quella non fosse davvero l'ultima volta, perché chissà che cosa poteva succedere, che cosa sarebbe successo: un pogrom, un massacro, un bagno di sangue da parte degli arabi che ci avrebbero sterminato, una guerra, una tragedia terribile; del resto i carri armati di Hitler ci erano arrivati quasi fin sulla porta di casa, e da due direzioni, dal Nordafrica e persino dalla via del Caucaso. Chissà che cosa ancora ci aspettava. E quella insulsa conversazione non era affatto insulsa - era solo inerme. Ciò che soltanto ora afferro, di quelle conversazioni telefoniche, è quanto costasse loro - a tutti e non soltanto ai miei genitori - esprimere un'emozione personale. Dare voce a un sentimento collettivo non risultava loro affatto difficile - erano persone sensibili, e sapevano parlare. Eccome se sapevano parlare, erano capaci di discutere fervidamente per tre, quattro ore filate intorno a Nietzsche, Stalin, Freud, Jabotinsky, lasciandosi prendere sino alle lacrime, sino all'elegia, intorno al colonialismo, all'antisemitismo, alla giustizia, alla "questione agraria", alla "questione
femminile", "arte e vita". Se non che, quando si trovavano a dover esprimere qualcosa di personale, ne usciva sempre fuori una specie di contorsione arida, fors'anche impaurita - frutto di generazioni e generazioni di vincoli e freni. In senso doppio: da una parte l'educazione borghese europea, a sua volta enfatizzata dal provincialismo religioso ebraico. Quasi tutto risultava o "proibito" o "sconveniente" o "non bello". Senza contare che a quel tempo c'era una grave carenza di parole: l'ebraico non era ancora una lingua sufficientemente naturale, e certo non la lingua dell'intimità. Parlando ebraico, in fondo non sapevi mai che cosa ne sarebbe venuto fuori. Non si era mai sicuri di non risultare ridicoli, e questa era per loro la minaccia più grave. Cadere nel ridicolo faceva una paura da morire. Nemmeno i miei genitori, che pure lo conoscevano assai bene, avevano una vera e propria dimestichezza con l'ebraico. Lo parlavano con una sorta di timor sacro per la precisione, ripetevano spesso il già detto, formulando daccapo quel che avevano appena espresso, come farebbe probabilmente un autista miope la notte nel dedalo di viuzze in una città straniera alla guida di una vettura che non conosce. Un sabato venne a trovarci un'amica di mia madre, un'insegnante di nome Lilia Bar Samka. Durante la conversazione, la nostra ospite non faceva che ripetere, "sono atterrita", e una volta o due pronunziò anche la frase, "si trova in una situazione tremenda" (Espressione che popolarmente significa "scoreggiare". [N.d.T.]): a quel punto scoppiai a ridere, e nessuno sembrò aver capito il perché di quel mio accesso di ilarità. O forse capirono ma preferirono far finta di non capire. E lo stesso fu quando qualcuno disse che zia Clara sprecava (Significa anche "cagava". [N.d.T.]) i fritti, e anche quando mio padre disquisiva di scuse per il riarmo delle superpotenze o si diceva assolutamente contrario alla decisione Nato di cominciare a riarmare (Significa anche "scopare". [N.d.T.])la Germania per impaurire Stalin. Mio padre, dal canto suo, sudava visibilmente ogni volta che io usavo la voce verbale "sistemare", parola affatto univoca, e io non capivo perché lo indispettisse e lui ovviamente non spiegava, quanto a domandare non se ne parlava nemmeno. Molti anni dopo venni a sapere che prima ch'io nascessi, negli anni trenta, "sistemare" significava "rimanere gravida", ma anche "sistemare" la faccenda con un matrimonio riparatore. A volte, con l'espressione "sistemarla", s'intendeva molto semplicemente di essere stati a letto con lei: "quella notte al magazzino lui la sistemò due volte, e la mattina il bastardo fece finta di non conoscerla". E così, quando dicevo che
"Uri aveva sistemato sua sorella", papà faceva una smorfia e s'accigliava appena, all'attaccatura del naso. Ovviamente non spiegò mai - come avrebbe potuto? Nei momenti d'intimità, non parlavano ebraico fra loro. Forse, nei momenti di vera intimità non parlavano affatto. Tacevano. Su tutto gravava l'ombra della paura di apparire o suonare ridicoli.
2. In cima alla gerarchia dei valori a quel tempo c'erano i pionieri. I quali, però, vivevano assai lontani da Gerusalemme: nelle vallate, in Galilea, lungo il deserto adagiato sulle rive del Mar Morto. Di lontano, ne ammiravamo la figura robusta e meditabonda che s'ergeva fra i solchi dell'aratro, sui manifesti del Fondo nazionale, allora chiamati "affissi". Uno scalino più in basso dei pionieri stava "la comunità organizzata", composta di coloro che leggevano il "Davar" in canottiera sui balconi di legno, di attivisti dell'Histadrut, della Haganalh e dei Servizi sanitari, gente in divisa cachi, gente che versava la contribuzione volontaria, che si nutriva di insalata, uova e formaggio fresco: erano i fautori dell'astensione, della responsabilità, dalla condotta stabile, dello status di lavoratori, obbedienza al partito e olive non piccanti nel barattolo della Tenuva, la centrale del latte, "celeste di sopra e celeste di sotto, qui si costruisce un porto! Un porto!". Di contro a questa società organizzata, al di là della cinta c'erano i "terroristi fuori rotta", e anche i fanatici di Meah Shearim, e anche i comunisti "che odiavano Sion", nonché un gran marasma di intellettualoidi, carrieristi, artisti egocentrici del genere cosmopolita decadente fra cui un grande assortimento di rivoluzionari tocchi e individualisti e nichilisti svitati, e crucchi che non riuscivano ad affrancarsi dalla loro cruccaggine, nonché snob angloidi, ricchi sefarditi francofili che visti di qui sembravano troppo affettati, yemeniti e georgiani e maghrebini e curdi e saloniccesi, tutti nostri fratelli certo che sì, tutti indubbiamente materiale umano molto promettente, ma per il quale - che volete farci - ci volevano ancora molta pazienza e non meno fatica. Oltre a tutti costoro non mancavano profughi e sabotatori, sopravvissuti e scampati, che da noi venivano considerati di
solito con pietà e un pizzico di ribrezzo: travolti e stremati, reietti dal mondo, chi aveva colpa se erano rimasti lì ad aspettare Hitler invece di venire qui per tempo? E perché si erano lasciati condurre come pecore al macello, invece di organizzarsi e combattere? Che la smettessero una buona volta, poi, con quel loro yiddish "neheckick", guasto, e che non cominciassero solo a raccontarci quel che gli avevano fatto, perché quel che gli avevano fatto, laggiù, non faceva onore a nessuno, né a loro né a noi. E poi, qui noi si guardava al futuro, non al passato, del resto in fatto di passato - ci bastava quello gioioso, ebraico, biblico, asmoneo, senza bisogno di guastarci l'umore con quello giudaico, opprimente, fatto tutto di guai (la parola "guai" la si diceva da noi sempre in yiddish, "tzures", e con una smorfia di disgusto indispettito, così il bambino dedusse che quelle "tzures" erano un po' come la "tzaarat", cioè la lebbra, e che era roba per loro, mica per noi). Fra i profughi-scampati si annoverava, ad esempio, il signor Licht, che i bambini del quartiere chiamavano "un milione di 'kinder'". Affittava poco più di un loculo in via Malachia, dove dormiva su un materasso, mentre durante il giorno rivoltava il materasso e mandava avanti la sua minuscola impresa chiamata "pulizia a secco, stiratura a vapore". Teneva sempre gli angoli della bocca piegati verso il basso, come in segno di disprezzo o profondo disgusto. Stava seduto sulla soglia della sua lavanderia in attesa dei clienti, e quando gli passava davanti un bambino del quartiere, sputava di lato e sibilava fra i denti "un milione di 'kinder', di bambini hanno ucciso! Frugoli come voi! Macellati!". Non con tristezza, lo diceva, ma con odio, disgusto, come per maledizione. *** In questo contesto, fra pionieri e "tzures", i miei genitori non avevano una posizione ben definita: stavano infatti con un piede nella comunità organizzata (erano iscritti alla cassa previdenziale e versavano la contribuzione volontaria), ma con l'altro... per aria: mio padre si sentiva vicino all'ideologia di opposizione, e tuttavia era ben lungi dall'idea di bombe e fucili. Al massimo, contribuiva al movimento clandestino con la sua competenza in fatto d'inglese e ogni tanto si assumeva l'incarico di scrivere qualche proclama proibito a proposito della "perfida Albione". Il mondo intellettuale di Rechavia, quello attirava in lontananza l'animo dei miei genitori, ma l'idealismo pacifista del "patto di pace", dell'affinità sentimentale fra ebrei e arabi, la solenne rinuncia a uno stato ebraico in
cambio della protezione da parte degli arabi, la fiducia nella loro benevola concessione di lasciarci vivere qui ai loro piedi, questi ideali parevano ai miei genitori fiacchi, arrendevoli, intrisi di una piaggeria diasporica. Mia madre, che aveva studiato all'Università di Praga e terminato il corso a Gerusalemme, dava lezioni private a chi preparava l'esame di storia e anche di letteratura. Mio padre aveva una laurea in letteratura, presa all'Università di Vilna, e un'altra ottenuta qui al Monte Scopus, ma non aveva alcuna probabilità di ottenere una cattedra all'università ebraica, a quell'epoca, giacché a Gerusalemme il numero di ricercatori con dottorato era assai maggiore di quello degli studenti, nella disciplina in questione. Senza contare che gran parte dei docenti sfoggiavano titoli veri, che portavano il nome di altolocate accademie tedesche, ben più su dello scalcinato diploma polacco- gerosolimitano di mio padre. Aveva dunque, chissà come, racimolato un posto da bibliotecario presso la Biblioteca nazionale sul Monte Scopus, e dedicava la notte al libro che stava scrivendo: "La novella nella letteratura ebraica" o "La storia della letteratura universale". Era un bibliotecario bravo, a modo, solerte ma anche timido, in giacca e cravatta, occhialini rotondi, panciotto un po' logoro, abituato a fare un piccolo inchino di fronte a qualcuno più importante di lui, a scattare per andare ad aprire la porta alle signore, ma anche fermo sui propri pochi diritti, capace di citare con trasporto versi in dieci lingue, sempre ansioso di mostrarsi cordiale e simpatico, nonché di rammentare le solite battute (che usava chiamare "aneddoti" o "arguzie"). Che però gli uscivano il più delle volte un poco forzate, condite non di un umorismo vivo bensì di una specie di assertiva dichiarazione di intenti in merito al nostro comune dovere di prendere con spirito anche quei tempi assurdi. Quando si trovava di fronte un pioniere in tenuta cachi, un rivoluzionario, un intellettuale divenuto lavoratore, mio padre cadeva preda di un'angoscia imbarazzata: all'estero, a Vilna, Varsavia, era chiaro come ci si doveva comportare, parlando con un proletario. Ognuno era ben conscio della propria posizione, e comunque si doveva manifestare a quell'operaio quanto si era democratici e niente affatto sostenuti, con lui. Ma qui? A Gerusalemme? Qui tutto era ambiguo; non propriamente capovolto, non come dai comunisti in Russia, no, piuttosto ambiguo: per un verso, papà apparteneva al ceto medio, a dir la verità un ceto medio un poco basso, ma comunque indiscutibilmente medio - era un uomo colto, autore di saggi e libri, titolare di un modesto impiego alla Biblioteca nazionale - mentre il
suo interlocutore di quel momento poteva essere un muratore sudato in tuta da lavoro e scarponi. D'altro canto, nulla escludeva che quel muratore avesse una laurea in chimica, e fosse un pioniere con tanto di coscienza nazionale, il sale del paese insomma, un eroe della rivoluzione ebraica, uno che lavorava sodo con le mani mentre mio padre si sentiva - quanto meno nel profondo del cuore - una sorta di intellettuale ondivago, miope e dotato di due mani maldestre, un poco disertore, un poco defilato dal vero fronte, nella costruzione della patria. Quasi tutti i nostri vicini erano modesti impiegati, minuti commercianti, cassieri di banca o di cinema, insegnanti a scuola o a casa, dentisti. Non erano religiosi, in sinagoga ci andavano solo per il digiuno di Kippur e qualche volta anche per la festa di Simchat Torah, e tuttavia la vigilia del Sabato venivano accesi i lumi, per conservare un certo aroma ebraico e fors'anche per maggiore sicurezza, o scaramanzia. Tutti erano più o meno colti, il che stava un po' stretto a tutti. Tutti avevano opinioni ferme, sul mandato britannico, sul futuro del sionismo, sulla classe operaia, sulla vita culturale del paese, sulla controversia fra Marx e Diring, sui romanzi di Knut Hamsun, sulla "questione araba" e sulla "questione femminile". C'erano pensatori e predicatori d'ogni sorta che, ad esempio, invocavano la revoca del bando su Spinoza, o erano smaniosi di spiegare agli arabi del paese che loro in fondo non erano affatto arabi, bensì discendenti degli ebrei ancestrali, nonché di offrire una volta per tutte la sintesi delle idee di Kant e di quelle di Hegel con la dottrina tolstojana e con il sionismo pratico, così che da un tale miscuglio potesse nascere qui in terra d'Israele una vita incredibilmente pura e sana, nonché di incrementare il consumo di latte ovino, di cacciare di qui gli inglesi e per questo stringere un patto con l'America e financo con Stalin, oppure di fare ginnastica ogni mattina, un po' per scacciare la tristezza e un po' per purificare l'anima. Quei vicini, che si radunavano nel nostro cortiletto il sabato pomeriggio, a sorbire il tè russo, erano quasi tutti degli sprovveduti. Quando c'era da cambiare un fusibile bruciato, o la guarnizione di un rubinetto, da fare un piccolo buco nel muro, tutti correvano a cercare Baruch, l'unico nel quartiere capace di fare miracoli del genere e per questo da noi lo si chiamava "Baruch mani d'oro". Tutti gli altri erano in grado di analizzare con fiera retorica quanto fosse importante che il popolo ebraico tornasse finalmente alla vita dei campi e al lavoro manuale: di intellettuali, dicevano, ne abbiamo fin sopra i capelli, mentre gli umili e sinceri lavoratori sono quelli che ci mancano. Ma nel nostro quartiere, a parte Baruch mani d'oro,
di umili lavoratori quasi non se ne trovavano. Anche gli alti ingegni, del resto, erano specie rara da noi: tutti leggevano un sacco di giornali, tutti amavano parlare. Alcuni di loro erano magari versati in ogni campo dello scibile, altri erano molto acuti, ma quasi tutti recitavano sommariamente quel che avevano trovato su giornali, pamphlet, manifesti e brochure di partito. Bambino qual ero, potevo solo vagamente intuire l'immensa distanza fra la loro ansia di riparare il mondo e il modo in cui si stropicciavano i bordi del cappello quando gli si offriva una tazza di tè, o il tremendo imbarazzo che li faceva arrossire quando mia madre si chinava (appena) per zuccherare il loro tè, e la sua modesta scollatura si allargava di un minimo, provocando il turbamento nelle loro dita, che quasi avrebbero voluto sprofondare, non essere più dita. Tutto ciò era cechoviano, così come il senso di marginalità: c'erano posti al mondo, distanti di qui, dove scorreva la vita vera - l'Europa prima di Hitler, dove la sera sfavillavano milioni di luci, dame e cavalieri s'incontravano a bere il caffè con la panna montata in sale rivestite di legno, comodamente seduti in sfarzosi locali sotto lampadari dorati, andavano a braccetto all'opera o al balletto, vedevano da vicino la vita dei sommi artisti, gli amori tempestosi, i cuori spezzati, come quella donna del pittore invaghitasi da un giorno all'altro del suo migliore amico, il compositore, e che nel cuore della notte era uscita a capo scoperto sotto la pioggia, in cerca di solitudine sul vecchio ponte, il cui riflesso tremolava nelle acque del fiume. *** Nel nostro quartiere, di cose del genere non ne capitavano mai: cose del genere succedevano solo oltre i Monti di Tenebra, in posti in cui la gente viveva sconsideratamente. Ad esempio in America, dove a scavare si trovava l'oro, dove si svaligiavano le diligenze postali, dove ci si lanciava al galoppo insieme alle mandrie di bestiame, lungo praterie sterminate, e chi uccideva più indiani alla fine vinceva una bella ragazza. Questa era l'America, al cinema Edison: la bella ragazza era il premio che si meritava chi sparava meglio. Che cosa ci si faceva, di un premio così? Non ne avevo la minima idea. Se ci avessero mostrato, in quel film, un'America dove invece chi sparava a più ragazze alla fine vinceva l'indiano più bello in premio, avrei preso la faccenda così com'era, senza discutere. Comunque, così era in quei mondi lontani in cui animi nobili si innamoravano,
combattevano cortesemente gli uni contro gli altri, perdevano, rinunciavano, vagavano, si sedevano a bere a mezzanotte da soli appollaiati su uno sgabello alto al bancone dentro bar nebulosi di alberghi sui boulevard in città sferzate dalla pioggia, vivendo sconsideratamente. Anche nei romanzi di Tolstoj e Dostoevskij, di cui tutti discutevano continuamente, i protagonisti vivevano sconsideratamente e morivano per amore. O morivano per qualche sublime ideale. O morivano di tisi e di crepacuore. E quei pionieri abbronzati, sulle alture lassù di Galilea, anche loro vivevano sconsideratamente. Mentre da noi, nel quartiere, nessuno era mai morto di tisi, d'amore deluso o per un ideale. Tutti vivevano con considerazione; non solo i miei genitori. Tutti. Vigeva da noi una legge ferrea, quella di non comprare nulla da fuori, nulla d'importazione: per quanto possibile si attingeva alla produzione interna. Ma quando si andava al negozio del signor Auster, all'angolo fra via Ovadia e via Amos, bisognava comunque scegliere fra il formaggio del kibbutz, prodotto dalla Tenuva - la centrale del latte - e quello arabo: il formaggio arabo del villaggio vicino, Lifta, era da considerarsi un prodotto d'importazione o locale? Questione complessa. A dire il vero, il formaggio arabo era appena appena più conveniente. Ma a comprare il formaggio arabo un poco si tradiva il sionismo: da qualche parte, in un kibbutz o una cooperativa agricola, nella valle di Iezreel o fra le alture di Galilea, c'era una pioniera dalla vita dura, che forse con una lacrima negli occhi aveva incartato per noi quel formaggio ebraico - allora come avremmo potuto voltarle la schiena comprando formaggio straniero? La mano non sarebbe tremata? D'altro canto, a mettere al bando il prodotto dei nostri vicini arabi non avremmo fatto che acuire ed eternare l'odio fra i due popoli. E il sangue che ancora si sarebbe versato, purtroppo, sarebbe rimasto sulla nostra coscienza. L'umile contadino arabo, il sincero e semplice lavoratore della terra il cui spirito non era ancora stato intaccato dai miasmi delle metropoli, questo "fellah" era in fondo il fratello bruno del mugicco incolto dall'animo nobile dei racconti di Tolstoj! Dunque come avremmo potuto diventare così spietati da voltare le spalle al suo formaggio rustico? Come avremmo potuto essere così crudeli, castigarlo in questo modo? E per che cosa, poi? Per il fatto che la perfida Inghilterra in combutta con i dannati effendi aveva sobillato questo contadino contro di noi e la nostra intraprendenza? No. Questa volta avremmo comprato il formaggio arabo, che fra l'altro era davvero un po' più buono di quello della Tenuva, e costava anche un po'
meno. Ma comunque, d'altro canto, chissà, da loro non era poi così igienico? Chissà in che stato erano, le loro latterie... E se poi dopo fosse saltato fuori che il loro formaggio era un po' zeppo di microbi? I microbi da noi erano uno degli incubi più tenebrosi. Come l'antisemitismo: non capitava mai di vederli a occhio nudo, né i microbi né l'antisemita, ma si sapeva bene che stavano in agguato da tutte le parti, sfuggenti. Anche se in realtà non era propriamente che nessuno di noi li avesse mai visti, i microbi: io sì. Un giorno fissai a lungo, lo sguardo intenso e penetrante, un vecchio pezzo di formaggio, finché d'un tratto iniziai a vedere miriadi di minuscoli movimenti. Come la gravità a Gerusalemme, che all'epoca era molto più forte di oggi, anche i microbi di allora erano molto più grossi e robusti. Li riconobbi proprio. Sorgeva ogni volta una piccola discussione fra le clienti, al negozio del signor Auster: comprare o non comprare il formaggio dei contadini arabi? Da una parte, come dice il Talmud, "la precedenza ai poveri della tua città", e perciò era nostro dovere comprare solo il formaggio della Tenuva; d'altro canto, dice la Bibbia, "una sola legge avrete voi e lo straniero che vive fra di voi", perciò era opportuno comprare di tanto in tanto il formaggio dei nostri vicini arabi, "perché siete stati stranieri nella terra d'Egitto". E poi, quale sguardo di sprezzo avrebbe riservato Tolstoj a una persona capace di comprare un formaggio e non un altro solo per via di una differenza di religione, popolo o razza?! Dove erano finiti i valori dell'universalismo? L'umanesimo? La fratellanza tra tutte le creature fatte a immagine divina? Però, quale meschinità sionista, quale bassezza, quale grettezza d'animo era mai quella di comprare il formaggio arabo solo perché costava due centesimi in meno, invece di quello dei pionieri, che sulla loro pelle e con le unghie cercavano di tirar fuori il pane da questa terra? Vergogna! Che onta! In un caso o nell'altro, deplorevole comportamento! La vita, allora, era fitta di queste infamie. *** C'era, ad esempio, questo dilemma: era bello o no, mandare dei fiori per un compleanno? E in caso affermativo, quali fiori? I gladioli erano molto cari, ma sono fiori colti, nobili, fiori pieni di sentimento, non fiori di campo asiatici, quasi selvaggi. Di anemoni e ciclamini se ne potevano raccogliere a iosa, l'ambientalista Azariah Alon era ancora piccolo a quell'epoca, e pertanto non erano considerati fiori acconci da spedire in occasione di un
compleanno o per festeggiare l'uscita di un libro. I gladioli, invece, emanavano un sentore raffinato di cantanti d'opera, balli in palazzi, teatro, danza, di cultura, sentimenti sottili e profondi. Dunque, si compravano e si mandavano gladioli. Senza far conti. La questione era: sette non era un po' esagerato, come numero? Cinque non era un po' troppo poco? E sei? O sette comunque? Senza far conti. Si avvolgevano i gladioli in una giungla di asparagina, e via con sei. D'altro canto, non era un comportamento anacronistico, questo? Gladioli? Dov'era che ancora si usavano, i gladioli? Insomma, i pionieri di Galilea si mandavano i gladioli, loro? A Tel Aviv qualcuno ancora sapeva che cos'erano, i gladioli? A che pro? Costavano una fortuna e dopo quattro, cinque giorni finivano dritti nella spazzatura. E allora che cosa regalare, per l'occasione? Una scatola di dolcetti? Ma figuriamoci. Una scatola di dolcetti era ancora più ridicola dei gladioli. In fondo, la cosa migliore era portare delle tovagliette, o un piccolo servizio di portabicchieri istoriati, di metallo color argento, di quelli con dei manici graziosi per servirci il tè bollente: un regalo modesto, estetico ma anche molto pratico, e che non si buttava via ma si usava per anni, chissà magari ogni volta rammentando per un istante noi che li avevamo regalati.
3. Riuscivo a scovare un po' dappertutto piccoli, svariati nunzi di quell'Europa che era la terra promessa. Ad esempio, quei pallini, cioè quegli ometti che tenevano le imposte aperte nelle ore del giorno, quei "mentschelekh" di metallo inciso: quando si voleva chiudere le imposte, bastava girarli intorno al loro perno, e così per tutta la notte se ne restavano con la testa ingiù. Proprio come Mussolini e la sua concubina Claretta Petacci alla fine della guerra mondiale. E fu una cosa terribile, spaventosa, non tanto il fatto che li avessero impiccati, quello se lo meritavano eccome, ma quella posizione a testa ingiù. Mi facevano un po' pena, benché non fosse ammessa, cosa ti viene in mente, sei diventato matto? Sei uscito di testa? Pietà per Mussolini? Sarebbe quasi come aver pietà per Hitler! Comunque, feci il mio esperimento, mi appesi per i piedi con la testa ingiù a un tubo presso la parete: dopo due minuti il sangue mi arrivò tutto alla testa, e mi sentii svenire. Mentre Mussolini e la sua concubina erano rimasti così non due minuti ma tre giorni e tre notti, e per di più dopo che già li avevano anche ammazzati! Pensai che era un castigo davvero troppo crudele. Persino per degli assassini. Persino per delle concubine. Non che avessi una minima idea di che cosa fosse, una concubina. In tutta Gerusalemme, a quell'epoca, non se ne trovava nemmeno una. Esisteva l'"amica", la "compagna di vita", c'era la "compagna in entrambi i sensi", forse ogni tanto c'era anche qualche tresca: con grande circospezione, ad esempio, si diceva che Tchernichovskij avesse qualche cosa a che fare con la compagna di Lopatin, e io presagivo con il batticuore che le parole "qualche cosa a che fare" fossero una locuzione misteriosa, fatale, dietro la quale si teneva occultato qualche cosa di dolce e terribile e vergognoso. Ma
"concubina"?! Quella era roba da Bibbia. Al di là della realtà. Inimmaginabile. Forse magari a Tel Aviv, pensavo: da loro ci sono un sacco di cose che da noi non esistono e sono proibite. *** Imparai a leggere praticamente da solo, ero ancora molto piccino. Che altro avevamo da fare? Le notti, a quell'epoca, erano molto più lunghe, perché il globo terrestre girava allora molto più adagio, perché la gravità a Gerusalemme era assai più forte di quanto non sia oggi. La luce della lampada era di un giallo pallido, e la corrente saltava molto spesso. Ancora oggi associo l'odore fuligginoso delle candele e della lampada a petrolio con la voglia di leggere un libro. Alle sette di sera eravamo già chiusi in casa per via del coprifuoco imposto dagli inglesi a tutta la città. E poi, quand'anche non ci fosse stato il coprifuoco, chi aveva voglia di star fuori al buio, a quel tempo, a Gerusalemme? Era tutto chiuso e abbassato, i vicoli di pietra ormai deserti, ogni ombra di passaggio fra quelle stradine si portava dietro sull'asfalto vuoto altre tre o quattro sagome d'ombra. Anche quando non saltava la corrente elettrica, vivevamo comunque dentro una luce vaga, perché bisognava risparmiare: i miei genitori sostituivano una lampadina da quaranta watt con una da venticinque, non soltanto per via del prezzo ma soprattutto perché la luce intensa era uno spreco e lo spreco era immorale. Dentro il nostro minuscolo alloggio s'infiltrava continuamente la metà sfortunata del genere umano: i bambini affamati in India, per colpa dei quali dovevo finire sempre tutto quel che mi mettevano nel piatto. Gli immigrati clandestini, sopravvissuti all'inferno hitleriano e come se ciò non bastasse cacciati dagli inglesi nei campi di baracche a Cipro. Gli orfani che ancora vagavano vestiti di stracci fra le foreste innevate dell'Europa distrutta. Papà restava sino alle due di notte a lavorare alla sua scrivania, cavandosi gli occhi sotto la luce anemica dei suoi venticinque watt, perché non era giusto usare una lampadina più potente: i pionieri nei kibbutz su in Galilea, la notte sotto le tende, componevano poemi e trattati filosofici sotto al fioco lume di una candela che tremolava al vento, poteva forse ignorarli? Fare come Rothschild, una luminaria da quaranta watt? Che cosa avrebbero detto i vicini, vedendo un'illuminazione da galà? E così, trovava logico cavarsi gli occhi per non offenderne altri.
Non che fossimo particolarmente poveri: papà era bibliotecario alla Biblioteca nazionale, aveva uno stipendio modesto ma fisso. Mamma dava qualche lezione privata. Io, in cambio di uno scellino, ogni venerdì innaffiavo il giardino del signor Kohen a Tel Arza, e il mercoledì mettevo in ordine le bottiglie vuote nelle casse dietro il negozio di alimentari del signor Auster, rimediando ancora quattro centesimi, e per due di questi insegnavo al figlio della signora Finster a leggere la cartina (ma a credito: di fatto la famiglia Finster me li deve ancora). Malgrado tutte queste entrate, eravamo sempre impegnati a fare economia. La vita, nel piccolo appartamento, assomigliava a quella dentro il sommergibile che avevo visto una volta al cinema Edison, quando i marinai, passando da uno scomparto all'altro, abbassavano gli sportelli: con una mano accendevo la luce in bagno, e contemporaneamente con l'altra la spegnevo in corridoio, per non sprecare corrente. La catenella dello sciacquone la tiravo con parsimonia, perché guai a sprecare una vaschetta intera per una pipì. C'erano altre necessità (che peraltro a casa nostra non avevano nome), che giustificavano una vaschetta intera. Ma una pipì? Uno sciacquone intero? Mentre i pionieri nel deserto raccoglievano l'acqua con cui si erano lavati i denti, e la usavano per innaffiare le loro piante? Mentre nei campi profughi a Cipro un secchio doveva bastare per tutta una famiglia, per tre giorni? Quando uscivo dal gabinetto, la mano sinistra spegneva, e contemporaneamente la destra accendeva in corridoio, perché la Shoah era accaduta appena ieri, perché gli ebrei ancora marcivano fra i Carpazi e le Dolomiti, nei campi d'internamento e nelle bagnarole cariche di clandestini macilenti e scheletrici, e perché cerano povertà e sofferenza in tante altre parti del mondo, i coolies in Cina, i poveri raccoglitori di cotone nello stato del Mississippi, gli africani, i pescatori in Sicilia, per tutti loro noi dovevamo risparmiare. Inoltre, vai a sapere che cosa sarebbe successo qui, da noi... I guai non erano affatto finiti e con tutta probabilità il peggio doveva ancora arrivare: i nazisti erano magari stati sconfitti, ma l'antisemitismo continuava a diffondersi ovunque. In Polonia c'erano stati nuovi pogrom, in Russia davano la caccia a chi parlava l'ebraico, e qui gli inglesi non avevano ancora detto la loro ultima parola, mentre il mufti invocava il massacro degli ebrei, e chissà che cosa avevano in serbo per noi i paesi arabi, quanto
al resto del mondo, cinico qual era, appoggiava gli arabi per via del petrolio, dei mercati e degli interessi. Ovviamente non sarebbe stato qui al momento buono. *** Solo di libri, da noi, c'era abbondanza: da una parete all'altra, in corridoio e in cucina e in ingresso e sui davanzali delle finestre e dappertutto. Migliaia di volumi, in ogni angolo della casa. C'era come la sensazione che mentre gli uomini vanno e vengono, nascono e muoiono, i libri invece godono di eternità. Quand'ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: perché le persone le si può uccidere come formiche. Anche uno scrittore, non è difficile ucciderlo. Mentre un libro, quand'anche lo si distrugga con metodo, è probabile che un esemplare comunque si salvi e preservi la sua vita di scaffale, una vita eterna, muta, su un ripiano dimenticato in qualche sperduta biblioteca, a Reykjavik, Valladolid, Vancouver. Se capitò due o tre volte che non ci fosse abbastanza denaro per comprare il necessario per il Sabato, mamma guardò papà e papà capì che era arrivato il momento di scegliere la vittima sacrificale. Subito dopo, andava all'armadio dei libri: era un uomo di principi, e sapeva che il pane veniva prima dei libri e che il bene del bambino veniva prima di tutto. Rammento la sua schiena curva mentre passava dalla porta con tre o quattro amati tomi sotto il braccio, diretto con il cuore infranto al negozio del signor Meyer, a vendere qualche prezioso volume, come fosse stato un taglio della sua carne. Così doveva essere sembrato anche nostro padre Abramo quando quella mattina presto lasciò la tenda con il figlio Isacco sulle spalle, diretto al Monte Moria. Capivo il suo dolore: papà aveva un rapporto carnale con i libri. Amava toccarli, frugarli, accarezzarli, annusarli. Era infoiato per i libri, incapace di trattenersi, allungava subito le mani, fossero anche stati libri altrui. In effetti, i libri di allora erano molto più sexy di quelli di adesso: c'era di che annusare, accarezzare, tastare. C'erano libri con le scritte dorate sulla copertina che ancora profumavano, un po' ruvide al tatto, così che dalle mani passava tutto un brivido sulla pelle, come quando si tocca qualcosa di intimo e inaccessibile, qualcosa che un po' freme e trema, sotto le tue dita. C'erano poi libri con la copertina in cartone rivestita di stoffa, appiccicata con una colla dall'odore incredibilmente sensuale. Ogni libro aveva il suo odore segreto ed eccitante. A volte la
copertina di stoffa si staccava un poco dal cartone, si scompigliava come una gonna sfacciata, e che fatica non gettare l'occhio verso l'interstizio buio fra il corpo e il tessuto, non attingervi sentori da vertigine. E più delle volte papà tornava dopo un'ora o due, senza libri, ma con dei sacchetti di carta marroni contenenti pane, uova, formaggio e a volte anche una scatoletta di carne. Capitò anche, però, che papà tornasse dal sacrificio felice come una Pasqua, con un sorriso stampato in faccia, senza gli amati libri ma anche senza spesa: i primi li aveva sì venduti, solo che lì per lì ne aveva comprati degli altri, perché sul posto aveva scoperto dei tesori così inattesi, di quelli che ti capita di scoprire una volta sola nella vita, e non aveva resistito. Mia madre lo perdonava, e anch'io, perché per quel che mi riguardava non m'interessava mangiare altro che le pannocchie e il gelato. Detestavo le frittate e la carne in scatola. E a dire la verità a volte invidiavo un poco quei bambini affamati in India, che nessuno mai costringeva a finire quel che c'era nel piatto. *** Avrò avuto sei anni, quando arrivò nella mia vita un grande giorno: papà liberò per me un piccolo spazio in uno dei suoi scaffali di libri, e mi permise di disporre lì i miei. A dire le cose come stavano, concesse una trentina di centimetri, cioè più o meno un quarto dello scaffale più basso. Io abbracciai tutti i miei tomi, che sino a quel giorno erano rimasti adagiati sullo sgabello accanto al letto, li portai così sino alla libreria di papà, e li disposi in piedi, per benino, il dorso rivolto al mondo esterno e il volto contro il muro. Fu una cerimonia di iniziazione, un rito vero e proprio: una persona i cui libri stanno dritti in piedi non è più un bambino ma un uomo, ormai. Ormai, ero come papà. I miei libri stavano in piedi. Commisi però un errore imperdonabile. Papà andò al lavoro, e io mi ritrovai libero di fare ciò che meglio credevo, in quel mio territorio sullo scaffale: ma avevo un concetto assolutamente infantile di come procedere in merito. E così avvenne che ordinai i miei libri per altezza, anche se i più alti erano proprio quelli che godevano ormai della mia più bassa considerazione, dal momento che erano semplificati, in rima, con le figure: erano insomma quelli che mi si leggeva quand'ero piccolo. Feci in quel modo perché volevo riempire tutto lo spazio che mi era stato concesso sullo scaffale. Volevo che il mio angolo di libri fosse zeppo e ridondante, che tracimasse, proprio come quelli di papà. Ero ancora all'opera, quando lui
tornò dal lavoro, gettò un'occhiata sconvolta al mio scaffale e poi, nel più assoluto silenzio, mi fissò lungamente, con uno sguardo che non dimenticherò mai: uno sguardo di un disprezzo, di una delusione così amari che non c'era verso di esprimerli a parole. Uno sguardo di totale disperazione genetica. Alla fine, sibilò a denti stretti: "Mi vuoi dire, per favore, sei completamente impazzito? Per altezza? I libri sono forse dei soldati? Sono forse una scorta d'onore? La banda dei pompieri?". Poi tacque ancora. Fu un silenzio tenace e tremendo, da parte di papà, un silenzio alla Gregor Samsa, come se per lui mi fossi trasformato in uno scarafaggio. Da parte mia, invece, venne un silenzio di colpa, come se fossi davvero sempre stato un meschino insetto la cui vera natura solo ora veniva alla luce, e tutto era perduto per sempre. In fondo a quel silenzio, mio padre mi rivelò durante i venti minuti che seguirono tutte le faccende della vita. Mi iniziò al sommo segreto nel mondo della biblioteconomia: mi svelò sia la via maestra sia i sentieri nel bosco, i panorami vertiginosi delle variazioni, delle sfumature, delle fantasie, viali isolati, ardite tonalità ma anche eccentrici capricci: i libri li si può ordinare per titolo, in ordine alfabetico per autore, per collana o editore, cronologicamente, per lingua, argomento, genere e contesto, e persino per luogo di edizione. Tutto è possibile. Così appresi i segreti della sfumatura: la vita è fatta di itinerari diversi. Ogni cosa può accadere così ma anche altrimenti, secondo partiture diverse e logiche parallele. Ogni logica parallela è di per sé coerente e consequenziale, a suo modo conchiusa, indifferente a tutte le altre. Nei giorni che seguirono dedicai ore e ore di lavoro alla mia piccola biblioteca, venti o trenta libri che sistemavo, aggredivo come fossero stati un mazzo di carte e mescolavo per poi ordinarli di nuovo daccapo, secondo i criteri più diversi. E fu così che imparai dai libri l'arte della combinazione: non da ciò che avevano scritto dentro, bensì dai libri stessi, cioè dalla loro essenza fisica. I libri, insomma mi fecero conoscere gli spazi sterminati, la zona d'ombra che sta fra il lecito e il proibito, fra la normalità e l'eccezione: questa lezione mi accompagnò per lunghi anni. E ora che arrivai all'amore, non ero più un perfetto principiante: sapevo invece che esistono combinazioni diverse, che c'è l'autostrada ma c'è anche la strada panoramica, ci sono i sentieri sperduti, mai percorsi da nessuno. Che c'è un lecito che e quasi proibito, e un proibito che è quasi lecito. Di tutto e di più.
*** A volte i miei genitori mi lasciavano prendere qualche libro dallo scaffale di papà per portarlo fuori, in cortile e scrollargli la polvere di "dosso: non più di tre alla volta, per non guastare l'ordine, perché ciascuno di essi tornasse esattamente al proprio posto. Era una responsabilità tanto grande quanto piacevole, perché l'odore della polvere di libri mi eccitava, così a volte scordavo la mia missione e restavo fuori invece di tornare, poi la mamma preoccupata mandava papà in ricognizione, per controllare che non mi fossi buscato un colpo di sole o un cane non mi avesse morsicato, anche se puntualmente mi ritrovava rannicchiato in un angolo del cortile, immerso nella lettura, con le ginocchia raccolte e il capo reclinato, la bocca schiusa. E quando papà domandava, fra il burbero e l'affettuoso, che cosa ti è successo questa volta?, ci voleva un lungo momento per riportarmi a questo mondo, un po' come un annegato privo di sensi che da distanze inimmaginabili lentamente riaffiora e ritorna, seppure controvoglia, verso la valle di lacrime delle quotidiane incombenze. Da bambino mi era sempre piaciuto mettere in ordine poi sparpagliare tutto per ricominciare, ma ogni volta riordinare in un modo un po' diverso. Tre o quattro portauovo vuoti diventavano per me un sistema di fortificazioni, una flotta di sommergibili, il consiglio delle superpotenze che entrava nella città di Yalta. Ogni tanto facevo rapide incursioni nel regno del disordine. C'era un che di ardito e molto eccitante: mi piaceva sparpagliare sul pavimento il contenuto di una scatola di fiammiferi e provare a ricomporlo secondo le innumerevoli, possibili combinazioni. Negli anni della guerra mondiale, sulla parete del corridoio stava appesa una grande mappa dei teatri di guerra in Europa, con degli spilli e delle bandierine di colori diversi. Papà le spostava ogni due, tre giorni, a seconda delle novità alla radio. Io per parte mia costruivo una realtà parallela, personale: disponevo sulla stuoia il mio scenario, una realtà virtuale entro la quale spostavo truppe, facevo manovre di aggiramento, depistaggi, teste di ponte, accerchiamenti, imponevo a me stesso ritirate tattiche che giustificavo sul profilo strategico. Ero un bambino ossessionato dalla storia. Avevo in mente di rimediare agli errori dei condottieri del passato: rinnovando, ad esempio, la grande rivolta ebraica contro i romani, salvando Gerusalemme dalla distruzione per mano di Tito, trasferendo il fronte in terra nemica, portando le truppe di Bar Kokba sino alle mura di Roma, conquistando turbinosamente il Colosseo e
issando una bandiera ebraica in cima al Campidoglio. All'uopo avevo trasportato la Brigata ebraica dell'esercito britannico all'epoca del Secondo Tempio, deliziandomi al pensiero che due fucili sarebbero stati capaci di annientare tutte le formidabili legioni di Adriano e di Tito. Che un velivolo leggero, diciamo un unico Piper, avrebbe nella mia realtà messo in ginocchio il magniloquente Impero romano. La terribile battaglia dei difensori di Masada divenne così una schiacciante vittoria ebraica, con il supporto di un solo mortaio e di qualche granata. E in fondo, questo strano impulso che avevo da bambino - il desiderio cioè di offrire una nuova opportunità a ciò che non esisteva più ne mai più avrebbe avuto un'opportunità - è ancora fra le cose che mi muovono la mano, ogni volta che mi accingo a scrivere una storia. *** Sono successe molte cose, a Gerusalemme. La città è stata distrutta, ricostruita, distrutta e di nuovo ricostruita. Un conquistatore dopo l'altro è arrivato a Gerusalemme, ha governato per un poco, lasciandosi dietro qualche mura, qualche torre, qualche spaccatura nella pietra con un pugno di cocci e documenti, prima di sparire. Dissolto come il vapore dell'alba, lungo i colli. Gerusalemme è una vecchia ninfomane che spreme sino allo spasimo, prima di scrollarsi via di dosso con uno sbadiglio un amante dopo l'altro, e una mantide che sbrana chi la monta, mentre è ancora dentro di lei. Nel frattempo, all'altro capo del mondo, flotte salpavano verso l'ignoto, scoprendo continenti e isole. Mamma diceva, troppo tardi, bimbo mio, arrenditi, Magellano e Colombo hanno già scoperto anche le più sperdute delle isole. Io me la prendevo con lei. Dicevo: insomma, come puoi esserne così sicura? In fondo anche prima di Colombo credevano che tutto fosse già noto e che non restasse più niente da scoprire. Fra la stuoia, le gambe dei mobili e lo spazio sotto il letto, scoprivo a volte non soltanto isole senza nome, ma anche nuove stelle, ignoti sistemi solari, galassie intere. Se mi avessero rinchiuso in prigione, certo mi sarebbero mancate la libertà e svariate altre cose, ma non avrei patito la noia, sempre che mi avessero lasciato tenere, nella mia cella, una confezione di domino o un mazzo di carte, due scatole di fiammiferi, una dozzina di monete o un pugno di bottoni: avrei trascorso la mia giornata seduto a sistemarli. Li avrei combinati e poi divisi, montando e allontanando e avvicinando, elaborando piccole composizioni. Forse era
tutto riconducibile alla mia condizione di figlio unico: non avevo fratelli o sorelle, e assai pochi amici, che dopo un po' se ne andavano, perché volevano action e non reggevano tanto il ritmo epico dei miei giochi. Capitava non di rado che cominciassi un gioco per terra il lunedì, e il martedì passassi tutte le ore del mattino, a scuola, a pensare al seguito di quel gioco; poi, durante il pomeriggio, facevo una mossa o due, lasciando il seguito per il mercoledì e il giovedì. I miei amici si stufavano, mi abbandonavano alle mie fantasie e se ne andavano a giocare a nascondino fuori, mentre io portavo avanti la mia storia pavimentale ancora per molti giorni, spostando truppe, cingendo d'assedio fortezze e capitali, conquistando e distruggendo, disponendo brigate per i monti, violando fortilizi e linee di fortificazione, liberando e conquistando di nuovo, allargando e stringendo confini segnati con i fiammiferi. Se per sbaglio uno dei miei genitori pestava il mio universo, dichiaravo uno sciopero della fame o una rivolta dello spazzolino da denti. Finché alla fine arrivava il giorno del giudizio, mamma non poteva più sopportare i fiocchi di polvere e spazzava via tutto - flotta, fanterie, città, monti e insenature, continenti interi. Un disastro nucleare. Una volta, avrò avuto nove anni, un vecchio zio di nome Nehemia mi insegnò un adagio francese: "In amore come in guerra". Di amore a quell'epoca non sapevo nulla, a parte quel vago nesso sullo schermo del cinema Edison, fra l'amore e gli indiani uccisi. Ma dalle parole dello zio Nehemia trassi una conclusione, e cioè che non conviene avere fretta. Anni dopo compresi di aver vissuto dentro un errore madornale, almeno per ciò che riguardava la guerra - perché in battaglia la rapidità, così dicono, è invece un gran vantaggio. Forse il mio errore era dovuto al fatto che lo zio Nehemia era di per sé una persona lenta, che non amava i cambiamenti: se si trovava in piedi, risultava pressoché impossibile metterlo seduto. Se poi si era già accomodato, non c'era più verso di farlo alzare. Gli dicevano, alzati Nehemia, per favore, su, dai, insomma, è terribilmente tardi, alzati dai, fino a che ora intendi restare qui? Fino a domani? Fino al prossimo digiuno di Kippur? Fino alla venuta del Messia? E lui rispondeva: quanto meno. Ci pensava un poco su, si grattava, sorrideva fra sé e sé con compiacimento, come se avesse appena scoperto il nostro trabocchetto, e soggiungeva: che fretta c'è... E il suo corpo rispondeva per sua natura alla legge della conservazione. Non gli assomiglio. Amo invece i cambiamenti, gli incontri, i viaggi. Però
volevo anche un gran bene allo zio Nehemia. Qualche tempo fa, non molto, l'ho cercato invano nel cimitero di Ghi vat Shaul. Si è talmente allargato che a momenti arriva fin sulla sponda del laghetto di Beit Nekofa, o alle sue propaggini. Dopo una mezz'ora, anche più, mi sono seduto su una panchina, fra i cipressi ronzava una vespa testarda, un uccellino ha ripetuto la stessa nota per cinque, sei volte filate, ma dalla mia postazione riuscivo a vedere solo lapidi, fronde, monti e nuvole. Poi mi è passata davanti una donna esile, vestita di nero, la testa coperta da un fazzoletto dello stesso colore, e un bambino di cinque, sei anni aggrappato a lei. Le manine strette con forza a un fianco della gonna: camminavano e piangevano.
4. Solo in casa, un giorno d'inverno, verso sera. Saranno le cinque, cinque e mezzo. Fuori è già freddo e buio, una pioggia sferzata dal vento batte contro le imposte di ferro, i miei genitori sono andati a prendere un tè da Mala e Stashek Rodintzky, in via Chanselor angolo via dei Profeti e torneranno, così mi hanno promesso, un po' prima delle otto, al massimo alle otto e un quarto, otto e venti. E comunque anche qualora tardassero un poco, non devo preoccuparmi, "dopo tutto siamo dai Rodintzky a due passi, un quarto d'ora da casa". Invece dei figli, Mala e Stashek Rodintzky avevano due gatti d'angora, Chopin e Schopenhauer. Passavano tutto l'inverno raggomitolati uno addosso all'altro in un angolo del sofà o sopra un cuscino morbido su cui sedersi, che si chiamava puf, come fossero stati due orsi in letargo: dentro una gabbia, in un angolo del salotto tenevano anche un vecchio canarino quasi calvo, cieco da un occhio e con il becco sempre un poco aperto. Questo uccellino i Rodintzky lo chiamavano Alma, e ogni tanto anche Mirabelle. Affinché Alma-Mirabelle non soffrisse di solitudine, gli avevano messo dentro la cella un altro uccellino, che Mala Rodintzky aveva fatto con una pigna colorata e due fiammiferi al posto delle zampe. Aveva delle ali di carta crespata colorata, abbellite da cinque o sei piume vere appiccicate qua e là. La solitudine, diceva mamma, è come il rintocco di un pesante martello: riduce in frantumi il vetro, ma non tempra l'acciaio. Temprare, spiegava papà, significa rafforzare. Papà amava molto delucidarmi su ogni sorta di nessi per vicinanza o contrapposizione fra le parole. Come fossero anch'esse una specie di ramificata famiglia giunta dall'Est Europa, con un sacco di cugini di
secondo e terzo grado, di parenti acquisiti, consanguinei, nipoti di varia specie, generi e nuore: "consanguinei" viene da "sangue", cioè "carne" e bisognerebbe poi controllare, diceva papà, come mai si usi la bizzara espressione "consanguinei di carne", che è tutto sommato pleonastica, ricordami per favore di verificare, con l'occasione, qual è il legame fra "consanguineo" e "resto". (In ebraico sono parole pressoché identiche. [N.d.T.]) Va' pertanto a prendermi dallo scaffale, per favore, il grande dizionario, che verifichiamo insieme e impariamo qualche cosa tutti e due, tu e io, e intanto fammi il piacere di mettere a posto la tazza. *** Sui cortili e sulla strada dimora un silenzio nero, così largo che si ode persino il fruscio delle nubi che s'abbassano sempre più e passano fra i tetti, lambiscono le fronde dei cipressi. Un rubinetto gocciola in bagno e un fruscio, forse un lieve sfregamento quasi impercettibile che l'orecchio non afferra, arriva soltanto all'attaccatura dei capelli, sulla nuca, un bisbiglio che viene dallo spazio nero fra l'armadio e la parete. Accendo la luce in camera dei miei genitori, prendo dalla scrivania di papà otto-nove clips, un temperamatite, due taccuini, un calamaio dal collo lungo, pieno di inchiostro nero, una gomma da cancellare, una scatola di puntine, e uso il tutto per fondare un nuovo kibbutz di frontiera. Una muraglia e una torre nel cuore del deserto, sulla stuoia: dispongo le clips su metà del campo, sistemo il temperamatite e la gomma ai due lati del calamaio che è la mia torre dell'acqua, e circondo il tutto con una recinzione fatta di matite e penne, con le puntine di difesa. Sta per aver luogo un'incursione: una turba di predatori assetati di sangue (una ventina di bottoni) assalterà l'insediamento da oriente e da sud, ma noi li respingeremo con uno stratagemma: apriremo loro la porta, lasciandoli penetrare all'interno, fin nell'aia che serve da campo per il macello, la porta si chiuderà per non lasciarli più fuggire, e allora darò ordine di far fuoco all'istante, da sopra ogni tetto e da in cima al calamaio che funge da torre dell'acqua, i pionieri irromperanno sotto le spoglie di pedine bianche degli scacchi, e con qualche raffica annienteranno il nemico intrappolato: apprestiamoci al macello dell'aggressore, poi sarà ora di un canto trionfale, e a quel punto promuoverò la stuoia al ruolo di Mar Mediterraneo, lo scaffale dei libri segnerà la sponda europea, il divano sarà l'Africa, fra le gambe della sedia passerà lo Stretto di Gibilterra, alcune
carte del mazzo, piantate qua e là e anche qui, faranno Cipro, la Sicilia e Malta, i taccuini saranno velivoli, la gomma e il temperino saranno cacciatorpedinieri, le puntine mine marine e le clips sommergibili. *** Fa freddo, in casa. Invece di mettermi un maglione in più, come mi avevano detto di fare per non sprecare corrente, accendo - solo per dieci minuti - la stufa elettrica. La stufa ha due spirali ma anche un interruttore per il risparmio che ne fa funzionare sempre una sola per volta. Quella di sotto. Mi metto a fissare la spirale per vedere come si riscalda. Prende colore lentamente, dapprima non si vede nulla, si sente solo una sequenza di piccolissimi scoppiettii, come quando la scarpa pesta un granello di zucchero, e dopo quei minuscoli botti s'accende in fondo una specie di guizzo di pallore violaceo che via via si diffonde dai bordi della spirale verso il centro come un frullo d'ali appena accennato, tendente al rosa, come un lieve rossore di timidezza sulle guance, che diventa poi rosso di vergogna e infine avvampa impunemente, rossore nudo e incandescente di pura lussuria, finché quell'impeto arriva al centro della spirale e arde e non si spegne più, ormai un fuoco rosso che come un sole crudele si riflette nell'incavo metallico, brillante, della conca argentata, spande un calore che quasi non lo si può più guardare senza strizzare gli occhi, mentre la spirale ormai brucia, abbaglia, tracima, non la si può più contenere, sta per eruttare spandendosi sulla stuoia, cioè sul Mediterraneo, come un vulcano con la sua fiumana di lava incandescente che brucia vivo l'equipaggio dei miei cacciatorpedinieri e sommergibili. Nel frattempo la sua collega, cioè la spirale di sopra, quella spenta, sonnecchia con freddo distacco. Più l'altra si scalda e arde, più quella sembra indifferente, e tutto guarda sì da vicino, ma con un'alzata di spalle, senza il benché minimo coinvolgimento. D'un tratto ebbi un fremito, una specie d'intuizione epidermica dello iato fra il calore e il freddo, e capii che avevo un modo semplice e rapido per far sì che anche la spirale indifferente si trovasse costretta a bruciare: l'avrei vista vibrare sul punto di scoppiare ed erompere - ma fino a quel punto no, era proibito. Proibito davvero, proibito tassativamente accendere entrambe le spirali della stufa, e non solo per via del dispendio di energia, anche per il rischio di sovraccarico, di bruciare la valvola e lasciare al buio tutta la casa perché chi sarebbe andato, nel cuore della notte a cercare Baruch mani d'oro...
La seconda spirale solo se fossi diventato matto, ma proprio matto, sia quel che sia. E se i miei genitori fossero tornati senza darmi il tempo di spegnerla? O se fossi riuscito a spegnerla, ma senza darle il tempo di raffreddarsi e tornare inerte, che cosa avrei detto, a mia discolpa? Dunque, lasciamo perdere. Non si accende e basta. Meglio iniziare a mettere ben ben a posto tutto quel che è sparpagliato sulla stuoia.
5. E allora, quanto c'è di autobiografico, nelle mie storie, e quanta invenzione, invece? Tutto è autobiografia: se un giorno scrivessi una storia d'amore fra madre Teresa e Abba Eban, sarebbe di sicuro una storia autobiografica benché non confessa. Ogni storia che ho scritto è un'autobiografia, nessuna è una confessione. Il cattivo lettore nutre una costante ansia di sapere, subito e immediatamente, "che cosa è successo in realtà". Qual è insomma la storia dietro la storia, di che cosa si tratta, chi è contro chi, chi scopava con chi per davvero. "Professor Nabokov," domandò una volta un'intervistatrice durante una diretta televisiva americana, "professor Nabokov, ci dica per favore, 'are you really so hooked on little girls?'" Anch'io mi merito di tanto in tanto qualche intervistatore infervorato, pronto a domandarmi, accampando un "diritto del pubblico di sapere", se mia moglie mi sia servita da modello per la Chana di "Michael mio", o se la mia cucina è sporca come quella di Fima... A volte mi chiedono: perché non ci racconta chi è in realtà la ragazza de "Lo stesso mare"? O magari anche lei ha avuto per caso un figlio che per un certo tempo è sparito in Estremo Oriente? E che cosa c'è in realtà dietro la tresca fra Yoel e la vicina, Annemarie, in "Conoscere una donna"? E chissà se acconsente a dirci, con parole sue, di che cosa parla veramente il romanzo "Il riposo giusto"? Che cosa vogliono, in fondo, questi intervistatori impudenti, da Nabokov e da me? Che cosa vuole il cattivo lettore, cioè quello pigro, sociologo, pettegolo-guardone? Nel peggiore dei casi, armati di un paio di manette di plastica, vengono da me a prendermi il messaggio, vivo o morto. Esigono "l'ultima parola".
"Che cosa voleva dire il poeta", vengono a riscuotere. Basta loro ch'io consegni "con parole mie" il messaggio sovversivo, o la lezione morale, l'immobile politico, la "concezione globale". Invece di un romanzo, conviene dar loro qualcosa di più concreto, qualcosa che abbia i piedi per terra, qualcosa di tangibile, uno slogan simil "l'occupazione è deleteria" o "la clessidra del divario sociale segna il tempo", o anche, "l'amore trionfa" o "le classi dirigenti sono marce", "le minoranze oppresse". In breve: si ha da porgere loro, imballati in sacchi di plastica da cadavere, le mucche sacre macellate all'uopo nel tuo ultimo libro. Grazie molte. A volte sono anche disposti a rinunciare alle idee e financo alle mucche sacre, si accontentano della "storia che c'è dietro la storia". Vogliono i pettegolezzi, insomma. Vogliono una soffiata. Che gli si dica che cosa ti è successo per davvero, nella vita, non quello che, dopo, ne hai scritto nei tuoi libri. Vogliono scoprire finalmente, e senza eufemismi né ammennicoli, chi veramente ha fatto quel che ha fatto, con chi, e come, e quanto. Questo è tutto quel che vogliono, niente di più. Shakespeare in love, Thomas Mann che rompe il silenzio, Dalia Ravikovitz snudata, la confessione di Saramago, l'intensa vita erotica di Leah Goldberg. Il cattivo lettore pretende da me che speli per lui il libro che ho scritto. Esige che io con le mie mani getti nella spazzatura i miei acini, e offra a lui solo i semi. Il cattivo lettore è una sorta di amante psicopatico che aggredisce e strappa i vestiti della donna capitatagli a tiro, e quando quella è completamente nuda continua, scorticandola, poi scartando con impazienza la carne, smontando lo scheletro, finché alla fine - spezzate ormai le sue ossa fra i denti gialli che si ritrova - solo allora è soddisfatto: ecco. Adesso sono proprio dentro. Sono arrivato. Dove, è arrivato? Ritorno al vecchio, trito, banale schema, al mucchio di vecchi stereotipi che, come tutti, il cattivo lettore conosce da un pezzo e per questo ci sta comodo: ma certo, i personaggi del libro sono in fondo nient'altro che lo scrittore in persona, i suoi vicini, e lo scrittore o i suoi vicini di casa, ovviamente, per quanto brave persone, dopo tutto sono sozzi come tutti noi. Prova a spellarli e arrivare al dunque, troverai sempre che "uno vale l'altro". Questo è proprio ciò che il cattivo lettore cerca famelicamente (e trova) in ogni libro. Ma c'è dell'altro: il cattivo lettore, e al par di lui anche l'intervistatore impudente, tratta sempre con una sorta di diffidenza ostile, con un
risentimento puritano, ipocrita, la creatività, l'invenzione, l'accorgimento, l'esagerazione, i riti del corteggiamento, l'ambivalenza, la musicalità, la musa, l'ispirazione in sé: si degna magari ogni tanto di rivolgere un'occhiatina alla creazione letteraria nella sua complessità, ma solo a condizione che gli venga concesso a priori quell'appagamento "sovversivo" che sta nel macellare le vacche sacre o quello censorio cui sono assuefatti i fanatici consumatori di scandali e "rivelazioni" nel menù offerto dalla stampa specializzata. Il cattivo lettore è insomma appagato dal fatto che il grande Dostoevskij, proprio lui, fosse vagamente sospettato di una torbida propensione a rapinare e poi assassinare anziani, mentre William Faulkner era certamente incline all'incesto, e Nabokov aveva rapporti con minorenni, Kafka era tenuto d'occhio dalla polizia (e si sa bene che non c'è fumo senza arrosto), mentre Yehoshua appiccava il fuoco ai boschi del Fondo nazionale (se c'è fumo, c'è anche arrosto), per non parlare di quel che Sofocle fece a suo padre e alla sua povera mamma, perché altrimenti come avrebbe saputo descrivere tutto con tale vividezza, proprio dal vivo, anzi più che dal vivo? "Solo di me so raccontare/angusto è il mio mondo come di formica.../ Anche la mia via - è come verso la cima - /via dolorosa e via di fatica,/ Mano di gigante cattiva e sicura, Imano allegra là verso l'alto". Uno scolaro tanto tempo fa mi fece la versione in prosa di questa poesia: Quando la poetessa Rachel era ancora piccola così, le piaceva da matti arrampicarsi sugli alberi ma ogni volta che cominciava ad arrampicarsi veniva un bulletto e con un colpo solo la faceva cascar giù per terra. Per quello era così poverina". Chi cerca il cuore della storia nell'interstizio fra la creazione e il suo autore si sbaglia: conviene invece cercare non nel campo fra lo scritto e lo scrittore, bensì in quello che sta fra lo scritto e il lettore. Non che non ci sia nulla da trovare fra il testo e l'autore - c'è sì spazio per una ricerca biografica, anche il pettegolezzo ha una sua grazia, e l'indagine sullo sfondo biografico delle opere letterarie ha una sua prudente dignità. Forse, il pettegolezzo non va disprezzato: è il cugino popolare delle
belle lettere. In verità queste ultime di solito non si degnano nemmeno di rivolgergli un saluto per strada, ma non si può ignorare quella creatività domestica che sta fra l'uno e le altre, che è poi l'impulso eterno e universale a spiare i segreti del prossimo. Chi non ha mai goduto dei favori del pettegolezzo scagli dunque la prima pietra. Questi favori, del resto, non sono altro che un batuffolo rosa inzuppato in una montagna di zucchero. L'estetica del pettegolezzo è lontana da quella di un buon libro come una gazzosa dolciastra lo è da tutte le tonalità del cibo, dall'acqua naturale e anche da un vino pregiato. Quand'ero piccolo, due o tre volte per Pasqua o per Capodanno mi portarono allo studio fotografico di Edi Rugoznik sulla spiaggia Bugrashov, a Tel Aviv. Da Edi Rugoznik c'era un enorme mister muscolo, una montagna d'uomo dipinto, ritagliato nel cartone e appoggiato con la sua schiena di cartone a due colonne, un minuscolo costume da bagno teso sui lombi taurini, e montagne di muscoli, montagne, un torace smisurato, peloso e abbronzato. Questo gigante di cartone aveva un buco al posto della faccia, e dietro c'era uno sgabello con gli scalini. Ti spedivano a fare il giro dell'eroe da dietro, ti arrampicavi su per i due gradini, tendevi alla macchina fotografica la tua testolina, attraverso il buco che quell'Ercole aveva al posto della faccia; poi Edi Rugoznik ti ingiungeva di sorridere, non muoverti né strizzare gli occhi, e scattava. Dopo dieci giorni andavamo a prendere le fotografie, dentro le quali il mio faccino pallido e serio si ergeva sopra quel collo taurino e nerboruto, circondato dalle chiome di Sansone, legato alle spalle di Atlante, al petto di Ettore, alle braccia di Colosso. Allora, ogni opera letteraria ci invita, in fondo, a infilare la testa dentro una figura o un'altra del repertorio di Edi Rugoznik. Invece di tentare di mettere la testa dell'autore, come fa il lettore banale, forse sarebbe meglio provare a incastonare in quell'apertura la nostra di lettori, e vedere l'effetto che fa. In altre parole: lo spazio che il buon lettore preferisce ricavarsi mentre legge non è quel terreno che sta fra lo scritto e il suo autore, bensì fra lo scritto e noi stessi: "Quando Dostoevskij era ancora studente, avrà davvero ucciso e derubato vecchie vedove?". Prova tu, invece, lettore, a metterti al posto di Raskolnikov, per sentire il terrore e la disperazione e la meschinità bruciante frammista a un'arroganza napoleonica, e la megalomania e la febbre della fame e la solitudine e lo spasimo e la stanchezza insieme alla nostalgia della morte, per tentare un paragone (sui cui esiti si serbi il segreto), non fra i personaggi della storia e gli scandali
scovati nella vita dell'autore, bensì fra i personaggi della storia e l'io di te, quello segreto, quello pericoloso e disgraziato, folle e criminoso, la creatura spaventosa insomma che tieni imprigionata sempre nel profondo di te stesso, nella cella di isolamento più buia, così che nessuno al mondo possa mai sospettarne l'esistenza - né i tuoi genitori, né i tuoi affetti, perché altrimenti scapperebbero via in preda al panico, come si fugge da un mostro. Ecco che quando leggi le storie di Dostoevskij, sempre che tu non sia il lettore pettegolo e invece quello buono, allora puoi trattenere quel Raskolnikov dentro, nelle tue cantine, nei tuoi meandri più oscuri, dietro le grate e dentro la cella, così da incontrarsi con i tuoi scheletri più terrificanti e inconfessabili, paragonare quelli di Dostoevskij ai tuoi, che nella vita normale non potresti mai accostare a nulla perché dove troveresti il coraggio per presentarli di fronte a chicchessia, nemmeno in un bisbiglio, nemmeno fra le lenzuola, all'orecchio di colui o colei che trascorre la notte con te e che lì per lì, avvolto nel lenzuolo, scapperebbe via il più lontano possibile da te, urlando con terrore. Così, Raskolnikov stempera un poco l'onta e la solitudine di quella cella d'isolamento in cui ognuno di noi è costretto a condannare all'ergastolo il proprio prigioniero interiore. Questo è il potere consolatorio dei libri, di fronte al dramma dei nostri più inconfessabili segreti: non solo del tuo, caro amico mio, perché in fondo siamo tutti come te: nessun uomo è un'isola, piuttosto siamo tutti delle penisole, circondate quasi interamente da un'acqua nera, ma comunque collegate alle altre penisole. Rico Danon, ad esempio, in Lo stesso mare, pensa del misterioso uomo delle nevi, sui monti dell'Himalaia "Chi è nato di donna porta il peso di due genitori sulle spalle. Dentro il grembo. Per tutta la vita non fa che sostenere loro e la folta schiera di chi è venuto prima: genitori di genitori, avi e avi di avi: come una scatola cinese sino all'ultima generazione. Non si fa che seminare e inseminare genitori, in ogni gesto. Andando raminghi e restando fermi. Ogni notte si spartisce il letto con un padre e il sonno con una madre, sino allo spuntar del giorno". E tu, non domandare: che, sono proprio fatti veri? E' così, lo scrittore?
Domanda a te stesso. Delle cose tue. Quanto alla risposta, puoi serbarla tutta per te.
6. Spesso i fatti insidiano la verità. Scrissi un tempo del vero motivo per cui mia nonna morì: mia nonna Shlomit era arrivata a Gerusalemme direttamente da Vilna, in un caldo giorno nell'estate del 1933, aveva rivolto un unico sguardo ottenebrato ai commercianti sudati, ai banchi variopinti, ai vicoli brulicanti, pieni di grida dei venditori, ragli d'asini, belati di capre, starnazzi di galline legate e appese per le zampe, e colli muti di polli già sgozzati, aveva gettato un'occhiata alle spalle e alle braccia degli uomini d'Oriente, ai colori scandalosamente chiassosi della verdura e della frutta, aveva scorto i monti tutt'intorno alla città e i pendii stepposi, ed enunciato il suo verdetto definitivo: "Il Levante è pieno di microbi". Mia nonna rimase a Gerusalemme più o meno venticinque anni, vide molti tempi duri e pochi un briciolo migliori, ma senza mai mitigare né tanto meno mutare la sua sentenza, sino all'ultimo giorno. Si dice che all'indomani stesso del suo arrivo a Gerusalemme abbia ordinato al nonno quel che avrebbe continuato a ingiungergli ogni giorno trascorso da allora a Gerusalemme, estate e inverno: quello di alzarsi per tempo, la mattina, alle sei o sei e mezzo, spruzzare il Flit in tutti gli angoli della casa per cacciare via i microbi, spruzzare sotto il letto e dietro l'armadio e persino dentro il ripostiglio e fra le gambe della credenza, e poi battere tutti i materassi e le lenzuola e le coperte. Da bambino ricordo nonno Alexander la mattina in terrazzo, in canottiera e pantofole, che batteva con forza le lenzuola, un don Chisciotte alle prese con gli otri di vino: levava il battipanni e poi giù sulle lenzuola, con la forza dello sconforto, forse della disperazione. Nonna Shlomit si teneva qualche passo indietro, era più alta di lui, indossava una vestaglia di seta abbottonata sino al collo, i capelli raccolti sulla nuca con
un nastro verde a forma di farfalla e, impettita come la direttrice di un esclusivo collegio femminile, vigilava sul campo di battaglia in previsione del quotidiano trionfo. Nel contesto di questa eterna guerra ai microbi, nonna prese l'abitudine di far bollire dissennatamente frutta e verdura. Il pane lo puliva strofinandolo ripetutamente con uno strofinaccio umido, impregnato di un disinfettante chimico color rosa, di nome Kali. E alla fine di ogni pasto i piatti non li lavava, piuttosto, come durante i preparativi della Pasqua, li faceva bollire a lungo. E anche a sé stessa riservava lo stesso trattamento, tre volte al giorno, la nonna Shlomit: estate e inverno faceva tre bagni pressoché bollenti, per arrostire i microbi. Era avanti negli anni, bacilli e virus la guardavano da rispettosa distanza e se la davano a gambe; aveva ormai più di ottant'anni, quando dopo due o tre attacchi di cuore, il dottor Kromholtz la avvertì: cara signora, se non la smette di farsi tutti questi bagni bollenti, non mi assumo più nessuna responsabilità su quello che potrebbe, non sia mai, capitarle. Ma era impensabile distogliere la nonna dai suoi bagni. La minaccia dei microbi era troppo forte. Morì in bagno. Il suo attacco di cuore è un dato di fatto. Ma la verità è che mia nonna morì di troppa pulizia, e non di un attacco di cuore. I fatti tendono a nascondere la verità ai nostri occhi. L'igiene l'ha uccisa, anche se il motto della sua vita a Gerusalemme, "Il Levante è pieno di microbi", attesta forse una verità anteriore, più profonda di quella ossessione per la pulizia, una verità soffocata e occulta: nonna Shlomit, infatti, era giunta a Gerusalemme dall'Europa nordorientale, luoghi infestati di microbi non meno di Gerusalemme, oltre a ogni sorta di altre minacce. Ecco dunque uno spiraglio attraverso il quale provare a immaginare quel che ispiravano le immagini dell'Oriente, i suoi colori e odori, nell'animo di mia nonna e fors'anche di altri profughi giunti anche loro dai borghi grigi, crepuscolari, dell'Europa orientale, e rimasti sgomenti dalla sensualità dirompente del "Levante", al punto da desiderare di costruirsi un ghetto entro il quale rinchiudersi, al riparo dalle sue minacce. Minacce? La verità è forse che per timore non delle minacce levantine mia nonna s'insaponava e purificava con quelle abluzioni bollenti mattina, mezzodì e sera, ogni giorno della sua vita trascorso a Gerusalemme, bensì proprio delle sue suggestioni sensuali, del suo stesso corpo, della forte attrazione per quello smercio traboccante tutt'intorno a lei che dava la vertigine al respiro fin giù al diaframma e poi era un fremito alle gambe che scioglieva, quell'abbondanza di verdura e frutta e formaggi piccanti e
profumi penetranti e quei cibi stranieri e strani e stupefacenti che la eccitavano, e le mani avide che tastavano frugavano nell'intima nudità di frutta e verdura, i peperoni rossi e le olive condite e le carni grasse, sanguinolente, sfrontate, nude senza pelle e senza vergogna che ammiccavano ondeggiando sotto gli uncini, e l'inebriante messe di spezie e aromi e polveri, assortimento d'incanti impudenti dell'universo amaro e asprigno e salato, e ancora gli aromi intensi di caffè che sbrodolavano sino al ventre, e i bicchierini di vetro colmi di bevande colorate con scaglie di ghiaccio e di limone, e quei robusti facchini del mercato, scuri e pelosi, nudi sino alla cinta, con i muscoli che vibravano nello sforzo sotto la pelle calda e luccicante, schizzi di sole riflessi nel sudore. Forse tutta questa ossessione igienica di nonna altro non era se non uno scafandro spaziale, ermetico e sterile? Una cintura di castità antisettica che nonna si era ferrata intorno a sé per difendersi dai suoi stessi desideri, da quel suo primo giorno in terra d'Israele, che aveva chiuso a chiave con sette mandate, e poi buttato via le chiavi... Alla fine, morì per un attacco di cuore: dato di fatto. Ma non l'attacco di cuore, la uccise. L'igiene. Nemmeno l'igiene, piuttosto le sue smanie segrete. Nemmeno le smanie, il terrore di quelle. E forse, non l'igiene né le smanie e nemmeno il terrore di quelle, forse invece la rabbia eterna e inconfessabile verso quel terrore, una rabbia repressa, una rabbia tremenda, come un'infezione non drenata, la rabbia verso il suo stesso corpo, i suoi desideri, e anche un'altra rabbia, più profonda, la rabbia verso la sua stessa astinenza dai desideri, una rabbia torbida, letale, rabbia per quel confino, quell'ergastolo, anni e anni di segreta vedovanza per il tempo che le passava monotono addosso e il corpo raggrinziva e la grazia di quel corpo, quella grazia venne lavata migliaia di volte e insaponata sino allo stremo e disinfettata e strofinata e bollita, la grazia di quel Levante sozzo e sudato e animalesco e inebriante sino a farti perdere i sensi ma tutto-pieno-dimicrobi.
7. Sono passati quasi sessant'anni, ancora ricordo il suo odore: lo invoco, ed esso torna a me, un po' grezzo, un sentore impolverato eppure forte e gradevole, mi restituisce quel contatto di fibra di iuta, e poi l'odore si mescola nella memoria alla consistenza della sua pelle, la folta chioma i baffoni che mi solleticavano piacevolmente sulla guancia, come un giorno d'inverno trascorso in una vecchia cucina, calda e semibuia. Saul Tchernichovskij morì nell'autunno del 1943, avevo poco più di quattro anni, perciò il ricordo fisico si è serbato solo perché è passato per alcune stazioni di trasmissione e d'amplificazione: mia madre e mio padre che spesso mi ricordavano quei momenti, perché amavano decantare le loro conoscenze con me, che ancora bambino avevo avuto l'onore di sedermi sulle ginocchia del sommo poeta Tchernichovskij e giocherellare con i suoi baffi. E poi, si rivolgevano a me anche per avere conferma di quelle storie: "Te lo ricordi ancora, no, quel sabato pomeriggio, quando zio Saul il poeta ti ha preso in braccio e ti ha chiamato 'demonietto' (in senso buono)? Ti ricordi, no?". A me spettava il compito di declamare il solito ritornello: "Certo. Ricordo perfettamente". Non ho mai confessato loro che l'immagine serbata in me era un poco difforme dalla loro. Mai e poi mai avrei guastato loro la scena. La costanza dei miei genitori nel rievocare quella storia e chiedermi conferma ha dunque trattenuto in me il ricordo di quei momenti, che se non fosse stato per la solennità impostagli dai miei, forse sarebbe ormai sparito, cancellato. Ma la differenza fra il loro ricordo e l'immagine che ne ho trattenuto io, l'evidenza che la memoria serbata in me non attinge soltanto ai
loro racconti, ma ha una sua vita archetipica autonoma, il fatto che l'immagine del grande poeta e del piccolo bambino, stando all'allestimento scenografico dei miei genitori, abbia un che di diverso da quella rimasta in me, sono la dimostrazione che la mia, di storia, non è solo un lascito: per i miei genitori, il sipario si apre e il bambino biondo in pantaloni corti è seduto sulle ginocchia del titano della poesia ebraica, gli tocca e strappa i baffi, mentre il poeta elargisce al piccino il titolo di "demonietto" e il bambino, dal canto suo - santa innocenza! - gli rende pari moneta con un bel "demonietto sarai tu! ", cui l'autore di "Davanti a una statua di Apollo", nella versione di mio padre, reagisce con queste parole: "Forse abbiamo ragione tutti e due", e mi bacia sul capo, un bacio che i miei genitori considerarono poi un segno del destino, una cotta di sacra unzione come, diciamo, Pushkin quando si chinò per baciare il piccolo Tolstoj. Se non che, nel quadro della mia memoria, l'immagine che i riflettori accesi dei miei genitori mi hanno aiutato a serbare ma che di certo non mi hanno impresso, nel mio quadro, meno idilliaco del loro, io non sono affatto seduto sulle ginocchia del poeta, e nemmeno gli tiro i celebri baffi, invece inciampo e casco, siamo a casa di zio Yosef, e cadendo mi morsico la lingua al punto che sanguina persino un po', e piango, e il medico, un pediatra, arriva prima dei miei genitori, mi prende su con le sue lunghe braccia, ora ricordo anche che mi tira su da terra e ho la schiena rivolta verso di lui e la faccia che grida rivolta verso la stanza, poi mi gira con uno slancio e dice qualcosa, e ancora qualcosa, certo nulla che avesse a che fare con il passaggio di consegne fra Pushkin e Tolstoj, e mentre io ancora palpito fra le sue braccia, mi apre la bocca e si fa portare del ghiaccio, per favore, poi osservando la ferita dice: "Non è niente, solo un graffio, riso e pianto son tanto seguaci". Forse per via che il poeta aveva incluso, in quelle parole, tutti e due, forse per via di quel contatto ruvido e piacevole, guancia a guancia, come la frizione di un asciugamano spesso e caldo, e soprattutto, evidentemente, per via di quell'odore intenso, domestico, che ancora oggi mi viene da rievocare e quell'odore mi ascolta e torna da me (non profumo di dopobarba, né sapone, nemmeno tabacco, un odore corporeo, pieno e denso e distensivo, quasi un brodo di pollo in un giorno d'inverno), soprattutto per via di quel buon odore, mi calmai ben presto e il dolore, come quasi sempre, era più spavento che male. Quanto ai folti, nietzscheani baffi, mi avevano solleticato un po', e dopo - così mi par di ricordare - il dottor Saul Tchernichovskij mi aveva deposto con prudenza, ma anche
senza smancerie superflue, disteso sul divano dello zio Yosef, cioè il professor Yosef Klausner, e il medico-poeta, o mia madre, mi avevano messo sulla lingua un po' di ghiaccio che zia Zipporah era corsa a prendere. Per quanto mi ricordo, nessun arguto aforisma da sfoggiare a futura memoria e citazione si trasmise quel momento fra il gigante poeta, padre della reviviscenza della nostra letteratura, e il piccolo, piagnucolante erede. Da quel giorno, passarono altri due, tre anni prima ch'io riuscissi a scandire il nome Tchernichovskij. Quando mi dissero che era un poeta, non mi meravigliai affatto: a Gerusalemme, in quell'epoca, quasi tutti erano poeti o scrittori o studiosi o filosofi o letterati o rivoluzionari. Quando dicevano "dottore", non mi faceva la minima impressione: a casa di zio Yosef e zia Zipporah, gli ospiti erano sempre professori o dottori. Ma lui, non era un dottore o un poeta qualunque. Lui era un pediatra, aveva la chioma scompigliata, un po' rada, e gli occhi che ridevano, delle mani grandi e lanuginose, i baffi folti, le guance morbide e un odore unico e speciale, forte e tenero. Ancora oggi, ogni volta che trovo Saul Tchernichovskij in una foto o in un disegno o nel busto che lo raffigura, così mi pare, nell'ingresso della casa dello scrittore che porta il suo nome, subito mi avvolge come l'abbraccio di un piumone d'inverno, buono, confortante. *** Mio padre, sulle orme dell'esimio zio Yosef, preferiva il cappelluto Tchernichovskij al calvo Bialik, che considerava un poeta troppo giudaico, un po' diasporico, "femmineo", mentre in Tchernichovskij mio padre vedeva il poeta ebraico per eccellenza - cioè maschio, un poco monello, un poco baldanzoso, sensibile e ardito, un poeta sensuale, dionisiaco, "ellenico beato", come lo chiamava zio Yosef (ignorando di sana pianta la sua mestizia ebraica, e quel ghiribizzo così ebraico di ellenizzare un po'). Quanto a Bialik, mio padre lo considerava il poeta dell'inettitudine ebraica, del tempo passato, del borgo ebraico, della miseria, dell'impotenza e della pietosità (a parte il "Rotolo di fuoco", "Quando parlare" e "Le città del massacro" dove - così diceva papà - "Bialik ruggisce proprio"). Come molti ebrei sionisti suoi contemporanei, mio padre era un po' cananeo, sotto sotto: il borgo ebraico e tutto ciò che a esso apparteneva, e financo i rappresentanti di questo mondo nella nuova letteratura, Bialik e Agnon, lo imbarazzavano, se ne vergognava. La sua ambizione era che tutti
noi rinascessimo daccapo, fieri, robusti, abbronzati, europei-ebrei e non più giudei-esteuropei. Mio padre ebbe quasi sempre ribrezzo dello yiddish, che chiamava "gergo". Bialik era secondo lui il poeta della miseria, di un'agonia storica", mentre Tchernichovskij annunziava l'alba del domani che si prospettava per noi. La poesia "Davanti a una statua di Apollo" la recitava a memoria con impeto, senza por mente al fatto che, in perfetta ingenuità, il poeta si prostrava ai piedi di Apollo ma cantava un inno a Dioniso. Capitava che mio padre declamasse con trasporto epico ma con inflessione ashkenazita i tuoni e i fulmini di Tchernichovskij: "Musica e melodia di tempi remoti.../musica di sangue e di fuoco/salì sul monte e irruppe sulla prateria, tutto quel che si vedrà - nullità", o: "notte... notte... notte d'idoli/senza stella senza luci ...". Quel viso smunto e cereo di studioso s'infiammava per un istante, come un monaco sfiorato da un pensiero peccaminoso, mentre provava a tuonare versi quali "ti renderò sangue al posto di sangue". Io, per parte mia, trattenevo a stento un sorriso di fronte alla parola "posto" (In ebraico significa anche "sedere". [N.d.T.]) e al suo accento ashkenazita. Nessun'altra persona di mia conoscenza sapeva a memoria tante poesie di Tchernichovskij quanto mio padre, certamente più del poeta stesso, e le declamava con grande pathos e altrettanto ardore - un poeta così musico, musico - e dunque anche musicale, un poeta senza inibizioni, senza complessi esilici, scrive senza impaccio alcuno di amore e persino di nuovi piaceri, diceva papà, Tchernichovskij non indugia mai sulle "tzures" e i "krecktzen", i sospiri. Mamma in quei momenti guardava papà con una certa perplessità, come stupita della natura un po' grezza di questi suoi appagamenti, ma pensava bene di tacere. *** Aveva uno smaccato temperamento lituano, mio padre, e gli piaceva assai usare la parola "smaccato" (i Klausner erano originari di Odessa, prima ancora venivano dalla Lituania, e ancora più indietro probabilmente venivano da Matersorf, Matersburg nell'Austria orientale, vicino al confine con l'Ungheria). Era una persona sensibile e appassionata, ma che nutrì una costante avversione per la mistica e la magia in tutti i suoi aspetti. Il soprannaturale gli sembrava smaccatamente il regno degli imbroglioni e truffatori. Le gesta chasidiche le considerava alla stregua del folklore, e la
parola stessa "folklore" la pronunciava sempre con una smorfia di sprezzo, come quando diceva, ad esempio, "gergo", "estasi", "oppio", "folgorazioni". Mia madre lo ascoltava, e invece di una risposta ci elargiva il suo sorriso triste, e ogni tanto diceva a me: "Tuo padre è un uomo saggio e razionale; razionale persino nel sonno". Anni dopo, anni dopo la morte di lei, quando ormai la sua allegria ottimistica era un po' sbiadita insieme alla parlantina, anche l'inflessione di mio padre mutò, adottando una tonalità che forse era stata di mia madre: in uno scantinato della Biblioteca nazionale aveva scoperto un manoscritto sino ad allora sconosciuto di Y.L. Peretz, un suo quaderno di gioventù in cui, fra minute varie, schizzi e abbozzi in versi, c'era anche un racconto intitolato "La vendetta". Papà rimase per alcuni anni a Londra, dove scrisse il suo dottorato su quella scoperta, con la quale finì per allontanarsi dalla turbolenza di Tchernichovskij, e per occuparsi invece di miti e saghe di popoli remoti, non disdegnando la letteratura yiddish; via via proseguì su questa strada, come mollando la presa da un parapetto per lanciarsi nella malinconia misteriosa delle storie di Peretz in particolare e dell'epopea chasidica in generale. *** Ma negli anni in cui il sabato si andava a casa di zio Yosef, a Talpiyot, papà cercava ancora di educare tutti noi a diventare figli della luce al pari di lui: i miei genitori discutevano spesso di letteratura. Mio padre amava Shakespeare, Balzac, Tolstoj, Ibsen e Tchernichovskij. Mia madre preferiva Bialik, Schiller, Turgenev e Cechov, Strindberg, Gnessin e il signor Agnon che abitava proprio di fronte allo zio Yosef a Talpiyot, ma, così mi sembrava, grandi amici non erano. Un gelo polare spirava per un istante nel vicolo, quando capitava che s'incontrassero quei due, il professor Klausner e il signor Agnon: un'alzata di sopracciglia, un breve inchino, e intanto dal profondo dei rispettivi cuori si auguravano a vicenda, sottovoce, l'oblio in fondo all'abisso della dimenticanza: lo zio Yosef non aveva stima di Agnon, il cui stile trovava ostico, provinciale, melodico alla stregua di una lagna compiaciuta. Quanto al signor Agnon, lui, dal canto suo, se la legava al dito, non dimenticava e assaporava, sinché un bel giorno conciò per le feste lo zio Yosef infilzandolo in uno dei suoi spiedi ironici, sotto le spoglie comiche del professor Bekhlem nel romanzo Shira. Lo zio Yosef, per sua fortuna, era
scomparso per tempo, prima della pubblicazione del libro, e così gli fu risparmiato quel disappunto. Mentre il signor Agnon tirò avanti negli anni sinché non gli diedero il premio Nobel per la letteratura e divenne famoso in tutto il mondo, ma per contro dovette digrignare i denti acidamente quel giorno in cui alla loro via, un vicolo senza uscita nel quartiere Talpiyot, fu imposto il nome di via Klausner. Da quel giorno fino alla morte, fu condannato a essere lo scrittore signor S.Y Agnon, di via Klausner. Così si chiama ancora oggi, come per dispetto, casa Agnon in via Klausner. Casa Klausner, per contro, è stata distrutta e al suo posto è stato costruito, come per dispetto, un condominio anonimo, proprio davanti a casa Agnon.
8. Ogni due, tre sabati, salivamo in pellegrinaggio a Talpiyot, al villino di zio Yosef e zia Zipporah. Sei, sette chilometri separavano casa nostra a Kerem Abraham da Talpiyot, un quartiere ebraico della città sperduto e un po' pericoloso: a sud di Rechavia e di Kiriat Shemuel, a sud del mulino a vento di Mishkenot Shaananim, si stendeva la Gerusalemme altra, i quartieri di Talbiyeh, Abu Tor e Katmon, il villaggio tedesco e quello greco e Baqaa (Abu Tor, ci spiegò una volta l'insegnante, il signor Abishar, si chiama così dal nome di un eroe soprannominato "mio padre il toro", Talbiyeh era una volta il terreno di uno che si chiamava Taleb, Baqaa altro non è se non Biqaa, o valle degli spettri, mentre il nome Katmon è una storpiatura in arabo delle parole greche "kates mones", cioè, "vicino al convento"). Oltre ancora, verso sud, oltre tutti i mondi conosciuti, oltre i Monti di Tenebra, alla fine del mondo, baluginavano sparute lucine ebraiche, cioè Mekor Hayyim, Talpiyot, Arnona e il kibbutz Ramat Rachel che quasi lambiva Betlemme. Dalla nostra Gerusalemme di Talpiyot non si vedeva altro che un minuscolo grumo grigio di fronde impolverate in cima a un'altura distante. Da sopra al nostro tetto, la notte, il nostro vicino, l'ingegner Friedmann, indicò una volta una manciata di pallide luci tremolanti in fondo all'orizzonte, sospese fra il cielo e la terra, e disse: laggiù c'è il campo Allenby e là si vedono, forse, le luci di Talpiyot o Arnona. Se ci saranno altri incidenti, non se la passeranno troppo bene, da quelle parti, aggiunse. Per non parlare di una vera e propria guerra. ***
Uscivamo di casa dopo pranzo, nell'ora in cui la città si chiudeva dietro le imposte e sprofondava tutta nel sonno del sabato pomeriggio, e un silenzio perfetto calava sulle strade, nei cortili, fra gli edifici di pietra con le tettoie di lamiera, applicate davanti. Come se tutta Gerusalemme fosse stata travasata dentro una bolla di vetro trasparente. Attraversavamo via Gheulla, entravamo nel labirinto di vicoli della scalcinata cittadella ultraortodossa, sulla salita del quartiere Akwah, passando sotto i fili della biancheria carichi di bucato nero, giallo e bianco, fra le ringhiere di ferro arrugginito di squallidi terrazzi e scheletriche scale esterne, ci arrampicavamo su per Zikhron Moshe sempre avvolto nei fumi di povere pietanze ashkenazite, "cholent" e "bortsch", soffritti d'aglio e cipolle e cavolo acido, e proseguivamo, attraversando via dei Profeti. Non si vedeva anima viva, nei cortili di Gerusalemme, alle due del sabato pomeriggio. Da via dei Profeti svoltavamo giù in via Strauss, dove dimorava l'eterna frescura degli antichi cipressi, all'ombra di due muri, l'uno di pietra grigia e vegetata dell'ospedale protestante delle diaconesse, e l'altro la cinta massiccia e malinconica dell'ospedale ebraico Biqqur Olim, con i simboli delle dodici tribù incisi sul maestoso portone di bronzo. Un'eco d'odore - medicine da vecchi e forte soluzione di lisolo - si sprigionava fuori dagli ospedali. Poi attraversavamo via Giaffa, nei pressi di un famoso negozio d'abbigliamento chiamato Mein Staub, ci fermavamo un istante davanti alla vetrina della libreria Achiasaf perché papà si lustrasse la vista con le nuove uscite. Proseguivamo percorrendo tutta via King George, fra negozi lussuosi e caffè con i lampadari alti e ricche imprese, tutto era vuoto e chiuso per via del Sabato, ma le loro vetrine ci attiravano, dietro le grate di ferro, ammiccavano con le lusinghe di altri mondi, bagliori di continenti remoti, aromi di città illuminate, frenetiche, di quartieri adagiati sulle rive di grandi fiumi, signore belle ed eleganti e posati signori raffinati e abbienti, che non vivevano fra decreti e persecuzioni e non conoscevano la penuria, erano anzi liberi dalle preoccupazioni economiche, liberi dalle regole dei pionieri e dei volontari, liberi dalle contribuzioni sociali, beati nelle loro belle case con i camini che spuntavano fra le tegole, o in spaziosi appartamenti dentro stabili di lusso, case foderate di tappeti, con portieri in uniforme blu e lift boys in rosso, e cameriere e cuoche e istitutrici e maggiordomi che lavoravano per loro, mentre i signori e le signore si godevano il loro mondo. Non come qui. Qui, in via King George e anche nella crucca Rechavia e nella ricca greco-araba Talbiyeh, dimorava un
silenzio diverso, che non somigliava affatto a quello religioso dei sabati pomeriggio nei quartieri ashkenaziti orotodossi e trasandati: un silenzio diverso, conturbante, impregnato di segretezza, calava su via King George, che alle due e mezzo del sabato era deserta: un silenzio un po' straniero, un silenzio britannico, poiché via King George - e non solo a causa del suo nome - si presentava ai miei occhi di bambino come una specie di ambasciatrice della magica Londra qual era nei film: file di case alte, edifici ufficiali che incutevano soggezione ai due lati della strada, uno dopo l'altro senza soluzione di continuità, senza cortili in preda all'abbandono disseminati di rottami e spazzatura, fra una casa e l'altra, come capitava nel nostro quartiere. Qui in via King George non c'erano balconi sbriciolati e nemmeno persiane rotte sulle finestre, schiuse come una bocca sdentata di vecchio, finestre povere dietro le quali il passante scorgeva i miseri interni delle case, cuscini rattoppati, stracci variopinti, un'accozzaglia di mobili, padelle affumicate, stoviglie di coccio ammuffite, pentole smaltate, alte, e barattoli e lattine arrugginite. Sui due lati della strada c'era qui una facciata continua, incravattata, discreta ma con una certa arroganza, porte e cornicioni e finestre con tende di pizzo che mormoravano di ricchezza, onore, voci soffuse, tessuti pregiati, tappeti soffici, calici alti e modi sottili. Sugli ingressi c'erano targhe nere di vetro di studi d'avvocati, rappresentanti, medici, notai, procuratori e agenti di grandi industrie straniere. Passavamo davanti agli edifici del Talita Kumi (a papà piaceva spiegare il significato di quel nome, come se non l'avesse già fatto due settimane prima e due mesi prima, ma a mamma piaceva ripetergli: basta, Arieh, lo sappiamo già, vien quasi da dormire, con le tue spiegazioni). Passavamo davanti al Bor Schiber e a casa Frumin, dove avrebbe avuto poi sede temporanea il parlamento israeliano, davanti a Bet ha Maalot con la sua forma tondeggiante, che prometteva ai suoi visitatori le seduzioni rigorose di una bellezza essenziale, una bellezza un po' teutonica, ci fermavamo un momento a osservare le mura della Città Vecchia da dietro il cimitero musulmano Mamila, acceleravamo il passo (già un quarto alle tre! E la strada è ancora lunga!), passavamo davanti alla sinagoga Ieshurun, davanti all'ampio semicerchio degli edifici dell'Agenzia ebraica (papà commentava sottovoce, come svelandomi un segreto di stato, e con un timore reverenziale cantilenato: "Qui sta il nostro governo, il dottor Weizmann, Kaplan, Shertok e a volte anche David Ben Gurion. Qui batte il cuore dell'autonomia ebraica. Peccato che non sia un governo nazionale più
autorevole!" e aggiungeva spiegandomi che cosa era un "governo ombra", e cosa sarebbe successo, fra poco, da noi qui, quando finalmente gli inglesi se ne fossero andati, "nel bene e nel male, se ne andranno!"). Di lì si continuava, scendendo verso Terra Santa (nell'edificio Terra Santa mio padre lavorò poi per circa dieci anni, dopo la guerra d'Indipendenza e dopo l'assedio di Gerusalemme, quando fu chiusa la strada per la sede dell'università sul Monte Scopus e anche l'emeroteca della Biblioteca nazionale trovò qui rifugio temporaneo, in un angolo del terzo piano). Da Terra Santa ci voleva ancora una decina di minuti per arrivare al tondeggiante Binyan David, dove la città s'interrompeva di colpo e cominciavano campi vuoti verso la stazione ferroviaria, a Emeq Refaim. Alla nostra sinistra si vedevano le pale del mulino a vento nel quartiere di Yamin Moshe, e lassù a destra, sul declivio, le ultime case del quartiere Talbiyeh. Una specie di muta tensione ci rattrappiva dentro quando arrivavamo alla zona araba della città: come stessimo passando un invisibile posto di confine, per entrare in una terra straniera. Poco dopo le tre attraversavamo la strada che separava le rovine dell'antico khan turco e l'ospizio scozzese dalla stazione ferroviaria chiusa: un'altra luce dimorava qui, una luce un po' annuvolata, una luce antica, dal sentore di maggiorana. Questo posto riportava alla mente di mia madre la viuzza musulmano-balcanica che c'era in fondo alla sua cittadina, nell'Ucraina occidentale. Papà si dava a dissertare sull'epoca dei turchi qui a Gerusalemme, sui decreti di Jamal Pascià, sulle teste mozzate, sui condannati la cui esecuzione aveva luogo sotto gli occhi di una plebaglia che si radunava qui, sullo spiazzo lastricato davanti a questa stazione costruita alla fine del diciannovesimo secolo, su licenza ottomana, da un ebreo gerosolimitano di nome Yosef Bey Navon. *** Dalla stazione proseguivamo sulla via di Hebron, passavamo davanti agli impianti presidiati del governo inglese e davanti alla zona cintata dei serbatoi, di fronte alla quale dominava un grosso cartello in tre lingue. In ebraico c'erano scritte le parole "Vacum Oil" e mio padre sogghignava: che cos'è mai quest'olio che il cartello ordina di "cum"? ("Cum": in ebraico significa "alzarsi". [N.d.T.]) E senza aspettare si rispondeva da solo, ma certo, è "vacuum oil" con scrittura difettiva, un'ulteriore attestazione del
fatto che è giunto inevitabilmente il momento di apportare una riforma europea, moderna e decisiva, alla sciagurata grafia ebraica, di introdurre insomma le vocali che, così diceva, sono come i vigili urbani della lettura. Fra l'altro, anche sulle locomotive dei vagoni ferroviari, niente meno, sta scritta in inglese la parola "inflammable" (cioè "infiammabile"), mentre in ebraico troviamo "infiammevole", e nell'ebraico del governo mandatario sta scritto su ogni locomotiva "suscettibile di infiammarsi". Niente meno. Alla nostra sinistra si diramavano ora alcune vie che fra una curva e l'altra portavano al quartiere arabo di Abu Tor, mentre alla nostra destra i bei vicoletti dell'insediamento tedesco - un quieto borgo bavarese affascinavano con la loro corte di uccelli canterini, ululati di cani e richiami di galline, le colombaie e i tetti rossi che brillavano qua e là fra pini e cipressi, e una serie di giardini circondati da mura di pietra, all'ombra di folte fronde. Ogni casa qui aveva la sua cantina dispensa e la soffitta, e il solo evocare queste parole era una fitta di nostalgia per chi era nato in posti in cui nessuno aveva una cantina buia sotto i piedi né una soffitta tenebrosa sopra il capo, né dispensa né credenza né cassettone né pendola né pozzo né pompe per l'acqua in cortile. Proseguivamo così verso sud scendendo lungo la via di Hebron, oltrepassando delle graziose case di pietra rosa scolpita, residenze di ricchi effendi e di arabi cristiani liberi professionisti, funzionari del governo mandatario e del consiglio supremo arabo, Mordum Bey Al Matnaui, Aj Rashid Al Afifi, il dottor Emi Adun Al Bustani, l'avvocato Henry Tawill Tutah e altri signori del quartiere Baqaa. Qui i negozi erano tutti aperti e dai caffè giungevano risate e musica: come se ci fossimo lasciati il Sabato alle spalle, chiuso oltre il muro immaginario che bloccava la via chissà in quale punto fra il quartiere di Yamin Moshe e l'ostello scozzese. Sull'ampio marciapiede, all'ombra di due pini anziani davanti a un caffè, sedevano su sgabelli di paglia, intorno a un tavolino basso, tre o quattro attempati signori in abito scuro, ognuno con una catena dorata che pendeva dall'asola dei pantaloni e tratteggiava una sorta di arco sulla pancia, per sparire infine dentro la tasca. Quei signori sorbivano il tè dentro un bicchierino di vetro o sorseggiavano del caffè forte in tazzine decorate, muovendo le pedine sopra la scacchiera della dama. Papà li salutava in un arabo che, in bocca sua, sembrava un po' russo. Quei signori tacevano un istante, lo guardavano con un'aria di stupore contenuto, uno di loro mormorava qualcosa di
incomprensibile, fors'anche una sola parola, può darsi per ricambiare il saluto. Alle tre e mezzo passavamo lungo la cinta di filo spinato del campo Allenby, cittadella del governo inglese nella Gerusalemme Sud. Quante volte avevo già fatto irruzione in quel campo, avevo conquistato e sottomesso, l'avevo epurato e vi avevo innalzato la bandiera ebraica, laggiù sulla mia stuoia. Di qui, dal campo Allenby conquistato con un'incursione notturna a sorpresa, proseguivo insieme alle mie forze, proseguivo di slancio verso il cuore della dominazione straniera, spedendo un mio manipolo al palazzo del comandante supremo, sul Monte del Cattivo Consiglio, che le mie bande conquistavano di nuovo con un'operazione di accerchiamento, una colonna corazzata penetrava nel palazzo da occidente, dal campo Allenby liberato, mentre un altro braccio chiudeva a sorpresa da oriente, dalle alture steppose, dalle propaggini del deserto di Giudea. Avevo otto anni e qualche cosa, nell'ultimo scorcio del mandato britannico: con due miei amici e complici, costruii nel cortile sul retro di casa nostra un razzo spaventoso, che secondo noi era puntato contro Buckingham Palace, a Londra (avevo scovato una carta dettagliata del centro di Londra, nella collezione topografica di mio padre). Con la sua macchina da scrivere preparai una lettera ultimatum peraltro gentile - a sua maestà il rispettabile re d'Inghilterra Giorgio VI di casa Windsor (la scrissi in ebraico, perché sicuramente aveva qualcuno per la traduzione): se non fossero usciti dalla nostra terra nel giro di sei mesi al massimo, il nostro giorno dell'Espiazione sarebbe diventato il giorno del Giudizio per tutta la Gran Bretagna. Ma questo progetto alla fin fine non ebbe seguito, perché non riuscimmo a realizzare un congegno di pilotaggio adeguato (la nostra idea era infatti quella di colpire Buckingham Palace, ma non gli innocenti inglesi di passaggio), e anche perché avevamo una certa difficoltà a produrre un carburante capace di lanciare il nostro razzo da via Amos angolo Ovadia in Kerem Abraham, sino all'obiettivo, nel cuore di Londra. Eravamo ancora impegnati nella fase di ricerca e sviluppo tecnologico, quando gli inglesi fecero i bagagli e se ne andarono, e così la città di Londra scampò al mio ardore nazionalista e al mio razzo micidiale, assemblato con i resti di un frigorifero rotto e quelli di una vetusta bicicletta. ***
Un po' prima delle quattro svoltavamo a sinistra da via Hebron ed entravamo nel quartiere di Talpiyot, fra viali ombrosi di cipressi che stormivano insieme alla brezza d'Occidente, secondo una melodia che mi ispirava stupore, senso di pochezza e sommessa riverenza. Talpiyot era allora un tranquillo e verde sobborgo, lontano dal centro città e dal trambusto commerciale, sul confine del deserto. Era stato progettato a imitazione dei più distinti quartieri residenziali mitteleuropei, concepiti per assicurare serenità a studiosi, medici, scrittori e filosofi. Sui due lati della strada si trovavano piccole, belle case a due piani circondate di giardini, e in ognuna di esse - così s'immaginava la nostra fantasia povera - trascorreva la sua confortevole vita qualche famoso dotto o professore rinomato in tutto il mondo, proprio come il nostro zio Yosef, che non aveva figli ma in compenso della sua fama era piena tutta la terra e anche in paesi remoti le sue opere venivano tradotte, diffusa la sua sapienza. Svoltavamo a destra e salivamo per via Qoreh ha Dorot, sino al boschetto di pini, poi a sinistra, ed eccoci finalmente davanti a casa dello zio. Mamma diceva: sono solo le quattro meno dieci, e se riposassero ancora? Perché non ci sediamo qualche minuto in pace ad aspettare qui sulla panchina in giardino? Oppure: oggi siamo un po' in ritardo, sono già le quattro e un quarto e il samovar starà già bollendo, la zia Zipporah avrà già messo la frutta sul vassoio. Due palme Washington svettavano come due custodi ai due lati dell'ingresso, poi veniva il sentiero in pietra, fra i due lati della siepe di tuia. Il sentiero conduceva dal cancello sino ai larghi scalini che portavano alla terrazza d'ingresso, alla porta sopra la quale dominava una bella targa di bronzo con inciso in stampatello il motto dello zio Yosef. "GIUDAISMO E UMANESIMO". Sulla porta stessa, invece, una targhetta di bronzo più piccola e più brillante diceva in caratteri ebraici e latini: PROFESSOR DOTTOR YOSEF KLAUSNER E sotto ancora, nella grafia rotonda di zia Zipporah, sopra a un cartellino appeso alla porta con una puntina: Si prega di astenersi dalle visite fra le due e le quattro. Grazie.
9. Già nell'ingresso mi cascava addosso un timore reverenziale, come se il cuore stesso smaniasse per levarsi le scarpe e camminare scalzo, in punta di piedi, e respirare educatamente, con la bocca chiusa. Oltre a un attaccapanni a piede di legno bruno che con le sue braccia ramificate campeggiava accanto alla porta, oltre a un piccolo specchio da parete e a un arazzo scuro ricamato, nell'ingresso non restava nemmeno una spanna libera negli scaffali per i libri: uno sull'altro, dal pavimento sino al soffitto alto, tomi in lingue di cui nemmeno riconoscevo i caratteri, libri in piedi e altri adagiati sopra, grossi e lussuosi volumi in caratteri latini messi comodi, e altri malandati che ti guardavano di sbieco, ammassati l'uno sull'altro come profughi stipati nelle stive di vecchie bagnarole, libri pesanti e sussiegosi, rilegati in cuoio e con incisioni in oro, libri leggeri con la copertina di carta eterea, libri nobili ed eleganti, libri striminziti e sbrindellati, e fra loro intorno a loro dietro a loro ancora una frotta di fascicoli e opuscoli e pamphlet e riviste e periodici e dispense e brochure e annuari, quella plebaglia chiassosa e trasandata insomma, che si raduna sempre ai margini della piazza e del mercato. Nell'ingresso c'era un'unica finestra che oltre le grate, come lo spioncino di un convento sperduto, si affacciava sulla folta vegetazione del malinconico giardino. Qui accoglieva noi, così come qualunque altro ospite, la zia Zipporah, una bella vecchietta dal viso aperto e le gambe grosse con indosso la sua gonna grigia e uno scialle nero sulle spalle - molto russa, insomma: i capelli bianchi tutti tirati indietro e raccolti in una piccola crocchia legata bene stretta sulla nuca, le guance che ti si porgevano una dopo l'altra per due baci, il viso tondo e buono che ti sorrideva con affetto,
era sempre pronta a domandarti come andavano le cose, ma per lo più non aspettava la risposta e invece già sulla porta ti metteva al corrente della salute del nostro caro Yosef che di nuovo non aveva chiuso occhio tutta la notte, o il cui stomaco si era finalmente ristabilito dopo un lungo malanno, o che aveva ricevuto una lettera stupenda da un professore americano della Pennsylvania molto ma molto famoso, o che era stato nuovamente angustiato dai calcoli alla cistifellea, o che doveva terminare per l'indomani a mezzodì un articolo molto importante per la rivista "Metzudah" di Ravidovitz, o che anche questa volta lo zio Yosef aveva deciso di non reagire alla vile offesa da parte di Itzhak Silberschlag, oppure di rendere pan per focaccia all'insulto di uno di quelli, i signori della banda "Berit Shalom". Dopo questo sunto di notizie, la zia Zipporah sorrideva amabilmente e ci invitava a seguirla per andare dallo zio stesso: "Yosef vi aspetta nella stanza da riposo", annunziava con calore, o: "Yosef è in salotto, con lui ci sono già il signor Krupnik, i coniugi Netanyahu, il signor Iunichmin e i coniugi Schuhtmin, altri ospiti stanno per arrivare". Altre volte diceva: "E' da prima delle sei, questa mattina, che sta rintanato nello studio, gli ho dovuto servire i pasti lì, ma non importa, non importa, andate comunque da lui, entrate, entrate, sarà felice di vedervi, è sempre così contento di vedervi, e anch'io del resto, gli fa anche bene smettere un momento di lavorare, riposare un poco, così si rovina la salute! Non ha alcun riguardo per sé stesso!". *** Due porte si aprivano sull'ingresso: una, di vetro decorato con boccioli e fiori, portava in salotto. L'altra, massiccia e scura, fosca, ci portava nello studio del professore, a volte detto anche "biblioteca". Lo studio dello zio Yosef per me bambino era il vestibolo del tempio della Saggezza: più di venticinquemila volumi, mi disse una volta papà sottovoce, sono racchiusi qui nella biblioteca privata dello zio, fra essi alcuni preziosi tomi, nonché manoscritti dei nostri maggiori poeti e scrittori, prime edizioni con dedica personale degli autori, libri usciti con vari sotterfugi dai confini dell'Odessa sovietica e arrivati sin qui per mille vie traverse, fra essi rari e preziosi repertori bibliografici, testi profani e testi sacri, quasi tutti i tesori della tradizione d'Israele e il meglio di quella degli altri popoli, libri che lo zio aveva acquistato a Odessa e altri comprati a Heidelberg, libri scoperti a
Losanna e scovati a Berlino e Varsavia, libri ordinati in America, libri di cui esistevano copie solo nella Biblioteca vaticana, ebraico e aramaico e siriaco e greco antico e moderno, sanscrito e latino e arabo medievale, russo e inglese e tedesco e spagnolo e polacco e francese e italiano e altre lingue e idiomi di cui nemmeno il nome avevo mai udito: ugaritico sloveno cananeo maltese e paleoslavo. Aveva un che di austero, di ascetico, quella biblioteca con i suoi tratti neri e regolari: le decine di scaffali tesi in file l'una sull'altra dal pavimento sino al soffitto, persino sopra gli stipiti di porte e finestre, incutevano una muta soggezione in tutti noi e persino nello zio Yosef: lì non erano ammessi né il riso né alcun impulso spensierato, e si parlava sempre sottovoce. L'odore dell'immensa biblioteca dello zio mi accompagnerà per tutta la vita: l'aroma impolverato e accattivante delle sette discipline segrete, il profumo della taciturna vita intellettuale, una esistenza monastica e riservata, un silenzio spettrale che alitava da abissi di pensiero e dottrina, mormorio di sillabe morte, litania di pensieri segreti di autori defunti, gelida carezza di antiche autorità. Anche qui in libreria si aprivano tre finestrelle alte dalle tende scure, che davano sul giardino triste, un poco trascurato, oltre il quale subito cominciava la desolazione del deserto di Giudea e la steppa declinava giù verso il Mar Morto: cipressi alti e pini dalla voce sommessa circondavano il giardino, fra essi spuntavano qua e là un oleandro, delle piante selvatiche, qualche cespuglio di rosa abbandonato a sé stesso, una tuia impolverata, sentieri di ghiaia ingrigita, un tavolo da esterno ormai marcio dopo tanti inverni di pioggia, e anche una vecchia melia dalla schiena gobba, mezza rinsecchita. Anche d'estate, anche nei giorni più torridi, un'aura deprimente d'inverno russo si serbava in quel giardino dove zio Yosef e zia Zipporah, orbati di figliolanza, allevavano i loro gatti con avanzi di cucina. Non li vidi mai passeggiare lì, né godersi la brezza della sera seduti su una delle due panchine. Solo io il sabato pomeriggio lo passavo lì per sfuggire allo sconforto delle conversazioni intellettuali in salotto, andando a caccia di pantere nel folto della vegetazione, scavando in cerca di antichi tesori sepolti, fantasticando sulla conquista delle aride alture oltre la cinta, con il mio impeto battagliero. Tutte e quattro le pareti della biblioteca erano ricoperte di tesori bibliografici, da un capo all'altro - libri su libri, eppure secondo un certo ordine: file di volumi blu scuro e verdi e neri con incisioni in oro e
argento. In alcuni punti l'affollamento era tale che due ranghi di libri si stringevano spalla contro spalla su uno stesso scaffale. C'erano blocchi di caratteri gotici che parevano merli di torri, altri in lingua santa, Talmud e Mishnah e formulari liturgici e canoni di leggi e raccolte di commenti, narrazioni e gesta, la mensola sefardita e quella italiana, il reparto berlinese e le altre testimonianze dell'Illuminismo ebraico, settori e settori di letteratura tradizionale ebraica e storia d'Israele e storia dell'antico Oriente, della Grecia e di Roma, storia della cristianità antica e di quella moderna, culture pagane le più disparate, civiltà islamica e religioni dell'Asia e storia medievale, e una parete intera dedicata alla storia del popolo ebraico nell'antichità, nel Medioevo e nella modernità, ambiti slavi per me indecifrabili, territori della grecità, e anche zone grigie di raccoglitori e dossier in cartone zeppi di estratti e manoscritti. Nemmeno un fazzoletto di mura era rimasto libero di libri, e anche sul pavimento erano accatastate decine di volumi, alcuni aperti e capovolti, altri pieni di piccoli segnalibri, altri ancora erano raggruppati qua e là come greggi spaventate e raccoltesi su due o tre sedie dall'alto schienale, destinate agli ospiti, quando non sui davanzali delle finestre, mentre una scala nera conduceva agli scaffali più alti, che lambivano il soffitto. La scala la si poteva spostare tutt'intorno lungo un binario di metallo, su e giù e intorno alla libreria e qualche volta ebbi anch'io il permesso di muoverla con grande prudenza sulle sue ruotine di gomma, da un reparto all'altro e da uno scaffale all'altro in giro per la biblioteca. Non c'era nemmeno un quadro, non c'era una pianta, nessun ornamento o concessione all'estetica. Solo libri su libri e silenzio dappertutto e quell'odore incantato, denso, di legature in pelle e carta ingiallita e muffa ma sottile e come un'eco strana di alghe e sentore di colla invecchiata e di sapienza segreta e polvere. In mezzo alla biblioteca, come se una grossa e scura nave da guerra avesse gettato la sua ancora nel cuore acquoso di un'insenatura fra le montagne, campeggiava la scrivania del professor Klausner: pile di tomi d'enciclopedia e lessici, quaderni e fascicoli, penne diverse, blu nere verdi e rosse, e matite e gomme e calamai, scomparti pieni di spilli elastici e fermagli, buste marroni e buste bianche e buste con francobolli variopinti, fogli e fascicoli, foglietti e cartellini, volumi in caratteri latini aperti sopra altri ebraici aperti anch'essi, e fra le pagine aperte sparsi altri fogli strappati da un blocco a spirale, con sopra la scrittura a tela di ragno dello zio, fitti di cancellature e correzioni a mo' di carcasse di mosca, pieni di cartellini, e gli
occhiali da lettura con la montatura in oro dello zio Yosef posati in cima alla pila che parevano galleggiare sulla superficie dell'abisso, e altri, con la montatura nera, posati in cima a un'altra pila di libri lasciata su un piccolo carrello accanto alla sua sedia, e un terzo paio che ammiccava fra le pagine di un fascicolo aperto sopra a un tavolino accanto al divanetto scuro. Sul quale, rannicchiato come un feto, riparato sino alle spalle da una coperta di lana leggera a scacchi rossi e verdi - il gonnellino di un soldato scozzese -, il viso nudo e infantile, senza occhiali, riposava lo zio Yosef, esile e mingherlino, gli occhi scuri e allungati un poco allegri e un poco tristi. Agitava debolmente la mano diafana verso di noi, sfoderando un sorriso incerto fra i baffi canuti e la barbetta appuntita, e diceva più o meno così: "Entrate, miei cari, prego, entrate" (benché fossimo già dentro, praticamente di fronte a lui, ancora vicini sì alla porta, stretti l'uno all'altro, mia madre mio padre e io, come un piccolo gregge diretto a un pascolo non suo) "e perdonatemi se non mi alzo in vostro onore, non abbiatevene a male ma sono due notti e tre giorni che non lascio il lavoro, che non chiudo occhio, domandate alla signora Klausner e lei confermerà, non mi distolgo né per mangiare né per dormire, e nemmeno per un'occhiata ai giornali, debbo finire questo saggio destinato, alla sua pubblicazione, a fare un gran baccano da noi ma non solo da noi, tutto il mondo della cultura segue questa polemica con il fiato sospeso, questa volta mi par proprio di essere riuscito a chiudere la bocca una volta per tutte agli oscurantisti d'ogni sorta! Loro malgrado, questa volta diranno amen, o almeno ammetteranno l'errore senza banfare, e anche che la loro serietà è compromessa e hanno perduto. E voi? Fania mia cara? Lonieh caro? E il piccolo Amos, a me prezioso? Come state? Che c'è di nuovo nel vostro mondo? Avete già letto al caro Amos alcune pagine di "Quando un popolo combatte per la libertà"? Mi pare, miei cari, che di tutto ciò che ho composto sino a quest'oggi, non ci sia libro più adatto di "Quando un popolo combatte per la libertà", a far da nutrimento spirituale per l'animo in erba del caro Amos in particolare, e per quelli di tutta la nostra meravigliosa gioventù ebraica in generale, a parte, forse, le descrizioni di eroismo e rivolta sparse qua e là fra le pagine della mia "Storia del Secondo Tempio". Mi scrisse molti anni orsono un gentile, un prete svizzero assai dotto, illuminato e amico di Israele come nessun altro, dicendo che al leggere i capitoli sulle guerre dei giudei contro l'ellenismo pagano come sono esposte nella mia opera "Storia del Secondo Tempio" ma anche nel mio "Gesù Nazareno" e in "Da Gesù a Paolo", ha
compreso per la prima volta in vita sua quanto fosse israelita e giudeo Gesù, lontano tanto dall'ellenismo quanto dalla romanità, benché fosse certo assai lontano anche dagli antiquati rabbinati dei suoi tempi, che non erano molto migliori degli oscurantisti del tempo nostro. "E voi, miei cari? Siete dunque venuti a piedi? Lungo una via così lunga? Dalla vostra dimora nel quartiere di Kerem Abraham? Mi rammento di quando eravamo giovani noi, circa trent'anni fa, e ancora abitavamo nel quartiere bukharo, così suggestivo e primitivo, e il sabato si usciva a passeggio da Gerusalemme sino a Betel o ad Anatot, qualche volta s'arrivava fino alla tomba del profeta Samuele. La cara signora Klausner vi offrirà per certo da bere e da mangiare, se solo avrete la compiacenza di seguire lei, ora io finisco in un momento il difficile paragrafo e sono subito da voi, può darsi che oggi vengano anche i Wislawski, Uri Tzvi (Greenberg) e anche Eben Zahav. Il caro Netanyahu e l'amabile consorte, poi, vengono da noi quasi ogni sabato. Venite, su, qui vicino miei cari, venite a vedere con i vostri occhi, che veda anche il piccolo Amos, guardate tutti per favore queste pagine di minuta, sulla mia scrivania: dopo la mia morte converrà per certo portare qui frotte di studenti, una generazione dopo l'altra, che vedano con i loro occhi di quanti tormenti è fonte la scrittura per i suoi adepti, quanta fatica e quante pene mi sono costati tutti i giorni della mia vita e quanto impegno, soltanto perché il mio stile diventasse semplice e incisivo e trasparente come cristallo, quante cancellature su ogni riga, quante bozze, a volte più di mezza dozzina di bozze diverse, prima di mandare alle stampe: l'unica via è là dove il frullo d'ali poggia sulla fatica, dove l'ispirazione attinge alla costanza e alla precisione. Come è detto, la benedizione del cielo viene da lassù e la benedizione dell'abisso grava di sotto. E sia, era una battuta di spirito la mia, ovviamente, mi perdonino le signore. E ora, andate vi prego miei cari, seguite la signora Klausner e placate la vostra sete, quanto a me non mi farò attendere." *** Dalla biblioteca si usciva verso un corridoio stretto e lungo che era un po' l'intestino della casa, donde si poteva svoltare a destra, verso il bagno, o lo sgabuzzino, oppure continuare dritti alla cucina, la dispensa e la cameretta della domestica che s'affacciava sulla cucina (la cameretta c'era, ma della domestica mai nemmeno l'ombra), e si poteva anche girare subito a sinistra verso il salotto, o proseguire lungo il corridoio e giungere al
secondo ingresso, su cui dava la stanza da letto, bianca e carica di ornamenti della zia e dello zio, dove c'erano anche un grande specchio entro una cornice di rame inciso e due candelabri sui lati. Al salotto si arrivava dunque in tre modi: entrando in casa si poteva passare dall'ingresso, svoltando a sinistra. Oppure proseguire dritti verso lo studio, uscire in fondo alla biblioteca sul corridoio e subito a sinistra questo era di solito il percorso dello zio Yosef il Sabato, dritto verso il suo posto d'onore, a capotavola, alla lunga fratina che occupava quasi tutto lo spazio. C'era infine in un angolo del salotto un altro passaggio, più basso e arcuato, che portava di qui alla stanza da riposo, ovale come la torretta di un castello, e con le finestre che davano verso il giardino davanti, le palme Washington, la via tranquilla e la casa del signor Agnon, proprio di fronte. Questa stanza aveva anche il nome di "stanza da fumo" (dal professor Klausner era vietato fumare prima dell'uscita del Sabato, benché non sempre il giorno di riposo lo tenesse lontano dai suoi lavori). Qui c'erano alcune poltrone, massicce e morbide, oltre al divano con una montagna di cuscini ricamati in stile orientale e un grande, soffice tappeto e un bel quadro (forse di Mauricy Gottlieb?) in cui si vedeva un vecchio ebreo con i filatteri al braccio e in fronte, avvolto nello scialle da preghiera, il libro santo in mano, benché l'anziano non lo stia leggendo perché ha gli occhi chiusi e la bocca lievemente schiusa, a esprimere profondi tormenti, spiritualità afflitta e un'ascesi muta. Avevo sempre l'impressione che questo ebreo in preghiera conoscesse tutti i miei segreti più imbarazzanti ma non mi stesse rimproverando, anzi implorando tacitamente di ravvedermi. Questa stanza da riposo, o da fumo, portava anch'essa alla camera da letto bianca-floreale dello zio e della zia, e perciò durante tutta la mia infanzia rappresentò una specie di labirinto irrisolto che mi spingeva qualche volta a correre per casa come un cagnolino scatenato, malgrado i rimbrotti dei miei genitori, cercando affannosamente di afferrare l'enigma della casa, di capire come mai il corridoio sul retro era collegato alla stanza da letto, dalla quale si poteva arrivare alla stanza da riposo adiacente al salotto che, per parte sua, si affacciava sull'ingresso e sulla biblioteca e di nuovo verso il corridoio: ogni locale della casa, infatti, e in particolare lo studio e la camera da letto, aveva due o tre porte, e per questo il luogo acquistava questa natura labirintica, era un dedalo di vicoli o un bosco, che si poteva attraversare per tre o quattro vie diverse, passando dall'ingresso alla stanzetta della domestica senza domestica, dietro la cucina, in fondo alla
casa. Da questa stanzetta, o forse dalla dispensa accanto alla cucina, s'apriva un altro ingresso, sul retro, verso un balcone da cui si scendeva in giardino. Anche il giardino, del resto, era piuttosto intricato, pieno di sentierini e nascondigli bui, ombreggiato da un vecchio carrubo con un tronco massiccio e una fronda folta, due alberi di mele e persino un ciliegio, esule triste, tubercolotico, finito suo malgrado ai margini di questo deserto. E così, mentre il professor Klausner e suo fratello il giornalista revisionista, l'esile Bezalel Elizedek, dell'"Ha Mashkif", e altri ospiti fra cui il dotto Gershom Horeghin e lo studioso Ben Zion Netanyahu e i miei genitori e il vicino, l'architetto signor Kornberg e gli scrittori Yochanan Tibersky e Israel Zarchi e Chayyim Toran e altri erano seduti intorno al lungo tavolo nero a illuminare sopra una tazza di tè del samovar le questioni nazionali e universali, io passavo come un fantasma da una stanza al corridoio e alla cameretta e di lì in giardino, poi di nuovo dall'ingresso alla biblioteca e alla stanza da fumo, e di nuovo in cucina e in giardino, agitato, eccitato, cercando instancabilmente quella porta perduta che sino ad allora mi era sfuggita, e che mi avrebbe, sì, condotto dentro la casa interna, segreta, la casa invisibile, nascosta chissà dove tra le pareti doppie e nell'intrico di alberi e cespugli, o forse chissà, sotto, fra le fondamenta; e cercavo nascondigli, scoprendo d'un tratto l'esistenza di una scalinata sepolta sotto la vegetazione e che evidentemente conduceva a una cantina chiusa, occultata sotto il balcone sul retro, portando alla luce isole ignote, segnando negli angoli del giardino un tracciato di binari ferroviari nelle linee sul terreno. Oggi so che la casa dello zio Yosef e di zia Zipporah era una casa normale, piuttosto piccola anzi, al confronto della gran parte delle ville a due o tre piani nel quartiere dove abito ora, ad Arad: aveva infatti due grandi stanze, cioè la biblioteca e il salotto, una camera da letto di medie dimensioni e altre due camerette, più cucina, servizi, stanzino e dispensa. Ma da piccolo, quando Gerusalemme era ancora fitta di case composte da una stanza e mezza o due, dove vivevano magari due famiglie nemiche, separate soltanto da un divisorio, il palazzo del professor Klausner mi pareva non avesse nulla da invidiare a quello del sultano o dell'imperatore di Roma, e sovente prima di prendere sonno, a letto, mi immaginavo la rinascita del regno di Davide e il palazzo di Talpiyot con intorno un gran dispiegamento di guardie d'onore. Quando, nel '49, Menachem Begin presentò a nome del movimento di liberazione la candidatura dello zio
Yosef contrapposta a quella di Chayyim Weizmann al ruolo di presidente dello stato ebraico, mi immaginavo il palazzo presidenziale dello zio a Talpiyot traboccante di plotoni di guardie ebraiche, con due impeccabili sentinelle davanti alla porta, da una parte e dall'altra, sotto il cartello che prometteva a tutti l'eterna corresponsione fra giudaismo e umanesimo. "Il bambino matto scorrazza di nuovo per tutta la casa," dicevano di me, "guardatelo per favore, corre avanti e indietro, ansima e sbuffa, è tutto rosso e sudato come se avesse mangiato mercurio." E poi mi sgridavano: "Insomma! Hai fatto una scorpacciata di peperoncino, per caso? O vuoi morderti la coda? Sei forse una trottola? Una falena? Un ventilatore? Hai perduto la tua bella sposa? La tua nave è affondata? Insomma, ci fai venire a tutti il mal di testa. E poi disturbi zia Zipporah. Te ne vuoi stare un po' seduto in pace? Perché non ti trovi una buona volta qualche cosa da leggere? O vuoi carta e matite per farci un bel disegno, buono buono? No?". Ma io ero già corso via, a farmi strada fra il corridoio e la stanzetta e poi fuori in giardino, avanti e indietro, toccando e colpendo coi pugni i muri per scoprire spazi segreti, lì dentro, stanze occulte, passaggi nascosti, catacombe, tunnel, caverne, conche segrete, porte cieche. Ancora oggi, non sono affatto rassegnato.
10. Dietro i vetri della credenza scura che stava in salotto c'erano esposti un servizio di porcellana con dei motivi floreali, dei vasi dal collo lungo, e oggetti di vetro, porcellana e cristallo d'ogni sorta, una collezione di vecchi candelabri di Channukah, piatti speciali per la festa di Pasqua. Sul ripiano della credenza erano invece posati due busti di bronzo: un Beethoven turbolento, malmostoso e agitato, di fronte all'impassibile Zeev Jabotinsky, le labbra schiuse, metallico, lustro nello splendore della sua divisa, il cappello da ufficiale e la cinta di pelle che cadeva obliqua sul petto. A capotavola sedeva lo zio Yosef, e parlava con la sua voce sottile, una voce femminile, succube, a volte financo quasi querula. Parlava della situazione del popolo, degli scrittori e degli studiosi, dei doveri degli intellettuali e anche dei suoi colleghi professori che non usavano abbastanza rispetto per i suoi lavori e le sue ricerche, e per il suo status internazionale ma lui, dal canto suo, non si lasciava certo impressionare da questa indifferenza, se era lecito usare un eufemismo, per non dire che provava disprezzo verso tanta meschinità e altrettanto provincialismo, nonché verso concetti così bassi, intrisi di egocentrismo. Capitava anche che spaziasse in direzione della politica internazionale, esprimendo timore per le azioni di sabotaggio da parte degli agenti di Stalin in ogni ambito, disprezzo per l'ipocrisia del l'Inghilterra perfida Albione, preoccupazione per i progetti del Vaticano che non aveva accettato né mai avrebbe accettato il rafforzamento degli ebrei a Gerusalemme in particolare e in terra d'Israele in generale, prudente speranza nella coscienza delle democrazie illuminate, entusiasmo per l'America che in questi nostri tempi è alla testa di tutte le democrazie benché non sia nemmeno lei esente da
bassezze né dalla propensione per la pecunia, e priva di profondità culturale o spirituale. In effetti, gli eroi del secolo diciannovesimo furono tutti liberatori nazionali, nobili nell'animo, irreprensibili, eccelsi e illuminati, Garibaldi, Abraham Lincoln, Gladstone, mentre questo secolo nuovo è stato schiacciato sotto gli stivali di due assassini, quel volgare figlio di un ciabattino insediato al Cremlino e quel lurido pazzo che imperversava nel paese di Goethe, Schiller e Kant. Gli ospiti ascoltavano in rispettoso silenzio, o manifestavano il loro assenso con poche, timorose parole, per non interrompere il suo ardore oratorio. Le conversazioni conviviali di zio Yosef non erano di fatto altro che accalorati monologhi: il professor Klausner, dal suo posto a capotavola, lanciava critiche e invettive, evocava ricordi e spartiva con il suo pubblico idee, obiezioni e sensazioni su temi quali la viltà plebea della dirigenza della Sokhnut, l'Agenzia, nei confronti delle genti, lo stato della lingua ebraica, insidiata per un verso dal gergo e per l'altro dalle lingue straniere, o la miopia di alcuni suoi colleghi professori, la bassezza della giovane generazione di scrittori e poeti, soprattutto quelli nati in terra d'Israele, che a parte il fatto che non avevano dimestichezza con alcuna lingua della civile Europa, zoppicavano anche nell'ebraico, o gli ebrei d'Europa che non avevano capito l'allarme profetico lanciato da Zeev Jabotinsky, e quelli americani che anche ora, dopo Hitler, restavano fedeli alla loro pentola di carne esilica. Ogni tanto uno dei signori ospiti poneva una domanda o faceva un commento, come chi aggiunge uno stuzzicadenti a un'immensa pira. Più raramente qualcuno di loro osava dissentire su un dettaglio ininfluente nel discorso del padrone di casa, di solito tutti ascoltavano in silenzio, limitandosi a cortesi esclamazioni di accordo e soddisfazione o ridendo quando lo zio Yosef metteva a segno una nota sarcastica o una battuta di spirito, per la quale precisava sempre: solo per scherzo, ho detto ciò che vi ho detto un attimo fa. Quanto alle donne, loro non prendevano parte alla conversazione se non in veste di annuenti ascoltatrici, dalle quali tutti si aspettavano che sorridessero al momento giusto e che esprimessero sul viso tutto il loro profondo compiacimento di fronte alle perle di saggezza che lo zio Yosef elargiva generosamente. Quanto alla zia Zipporah, non ricordo di averla vista una sola volta seduta a tavola: correva sempre avanti e indietro dalla cucina e dalla dispensa al salotto, aggiungendo i biscotti nel piattino e mettendo altra frutta sul vassoio, servendo il tè dal grande samovar
d'argento, sempre di fretta, un grembiule sui fianchi, e quando non aveva da servire il tè, quando in tavola non mancavano né biscotti né torte né frutta e nemmeno quella pasta dolce che si chiamava "varinyeh", la zia Zipporah si fermava accanto alla porta fra il salotto e il corridoio, alla destra dello zio Yosef due, tre passi dietro di lui, le mani incrociate in grembo, in attesa che mancasse qualche cosa o che un ospite chiedesse qualche cosa d'altro, un tovagliolo umido o un altro stuzzicadenti, o che lo zio Yosef le dicesse con un cenno appena di portargli per favore dall'angolo destro in fondo della sua scrivania in biblioteca il fascicolo de "La nostra lingua" o il volume delle nuove poesie di Itzhak Lamdan, di cui vorrebbe citare qualcosa, a mo' di pezza d'appoggio. Così andava il mondo a quei tempi: lo zio Yosef seduto a capotavola che non lesinava pillole di saggezza, acume e vis polemica, e la zia Zipporah in piedi, con il grembiule candido, che serviva o aspettava di rendersi utile. E tuttavia, lo zio e la zia erano così legati, così reciprocamente devoti l'uno all'altra, così affezionati fra loro, due vecchietti senza figli, l'uno che si comportava con sua moglie come fosse stata una bambina piccola, donandole dolcezza e affetto, l'altra che trattava suo marito come un figlio unico, viziandolo e avvolgendolo sempre di scialli e coperte perché non prendesse freddo, dandogli da bere uova alla coque con il latte e il miele, per curargli la gola. Una volta vidi per caso i due seduti vicini vicini sul letto, in camera loro, le dita diafane di lui nella mano di lei, lei che gli tagliava con delicatezza le unghie, sussurrandogli paroline dolci in russo. *** Fra gli ospiti sabbatici a casa del professor Klausner ricordo, seppure un poco vagamente, il poeta rosso fuoco Uri Tzvi Greenberg, che se non si fosse aggrappato stretto con le due mani ai braccioli della sua sedia, così forte da far sbianchire le nocche delle dita, sarebbe volato per aria sopra di noi, tale era il suo sacro ardore. O almeno così mi pareva. E poi Shalom Ben Baruch e sua moglie, il dottor Yosef Nedavah e il dottor Ben Zion Netanyahu con i suoi figli piccoli, a uno dei quali - avrò avuto una dozzina d'anni - una volta assestai un gran calcio perché quello strisciava sempre sotto il tavolo e mi slacciava le scarpe, e mi tirava i pantaloni (e ancora oggi non so se le ho date all'eroe nazionale di Entebbe o al subdolo fratello sceso in politica). A volte c'erano anche il dottor Baruch Shuchtman e sua moglie, l'artista, i professori Dinu e Tur-Sinai (che in precedenza si chiamavano
Dinburg e Turtshiner), mia nonna Shlomit la nemica dei microbi e mio nonno Alexander appassionato di donne, oltre al più giovane dei tre fratelli, lo zio Bezalel Elizedek, miope, con la moglie Haya, che dopo la morte della zia Zipporah sarebbe andata ad abitare con zio Yosef - e con il consenso di suo marito - ("perché sennò si sarebbe smarrito, non era capace nemmeno di versarsi il latte in una tazza, da solo, né di togliersi la cravatta, la sera"). Oltre a questi, venivano per una tazza di tè il sabato pomeriggio anche Baruch Karua, cioè il caro signor Krupnik, il poeta traduttore Yosef Lichtenboim, e altri illustri discepoli e ammiratori di zio Yosef, quali Shemuel Warsas, Chayyim Toran; Israel Zarchi, Tzvi Wojslawsky, Yochanan Pogradinsky, Yochai-Yan Twersky, e fra loro anche mio padre, Yehudah Arieh Klausner, "l'amato figlio di mio fratello a me caro come un figlio", come scrisse lo zio Yosef nella dedica del suo libro "Creatori e costruttori", donato a mio padre. Amava le dediche a effetto: a partire dai miei nove o dieci anni, per il mio compleanno mi regalava un volume - per volta - dell'"Enciclopedia dei ragazzi", e su ogni volume scriveva, con la sua grafia leggermente ripiegata all'indietro: Al piccolo Amos, tenace e talentuoso Per il compleanno Con un augurio accorato, che cresca e diventi una gloria del suo popolo, da zio Yosef Gerusalemme, Talpiyot, 33 dell'Omer, 1950 Osservo adesso, a più di cinquant'anni di distanza, questa dedica, e mi domando che cosa sapesse in fondo di me, lo zio Yosef, quando posava la sua mano piccina e fredda sulle mie guance, o mi chiedeva, i baffi bianchi che mi sorridevano dolcemente, che cosa avevo letto ultimamente, e quale dei suoi libri avevo già letto, e che cosa studiavano a quell'epoca i ragazzini a scuola, in terra d'Israele, e quali fra le poesie di Bialik e Tchernichovskij avevo già imparato a memoria e chi fra gli eroi biblici preferivo, e senza ascoltare la mia risposta, riteneva giusto raccontarmi che sull'epopea dei Maccabei lui aveva scritto nella "Storia del Secondo Tempio" cose che era opportuno io conoscessi, mentre sul futuro della nazione mi conveniva leggere le sue incisive parole nel saggio pubblicato il giorno prima su "Ha Mashkif" o l'intervista rilasciata una settimana prima a "Ha Boger". Nella
dedica, poi, sfoggiava una F finale che sventolava come una bandiera all'aria, e marcava le vocali, all'occorrenza, con minuzioso diletto. In un'altra dedica, apposta al volume delle traduzioni di David Frischmann, mi augurava, in terza persona: Che s'affermi sulla strada della vita Che impari dalle parole dei grandi tradotti in questo libro, s'ha da andare sulla via cui conduce la coscienza e non l'umano gregge - in quell'ora la maggioranza predomina dal suo affezionato zio Yosef Gerusalemme, Talpiyot, 33 dell'Omer, 1954 Avrò avuto quindici anni, quando decisi di andarmene di casa e vivere in kibbutz. Speravo di trasformarmi in un trattorista abbronzato, robusto, pionier-socialista, senza complessi e affrancato una volta per tutte da biblioteche, erudizione, e note a margine. Ma lo zio Yosef non credeva nel socialismo (che nei suoi scritti veniva chiamato "socialismus"), non amava i kibbutz e consimili, e sperava di convincermi a tornare in me: mi convocò per un colloquio a tu per tu, nella sua biblioteca, e non di sabato - come al solito - bensì durante la settimana. Mi disposi a questo scambio con grande serietà, approntai una serie di scuse e giustificazioni, ero convinto che l'avrei affrontato con fermezza, che gli avrei sbandierato davanti "la via cui conduce la coscienza e non l'umano gregge" - se non che da casa dello zio Yosef mi fu comunicato all'ultimo minuto che, con suo gran rincrescimento, gli era presa l'ansia per una questione urgente e pertanto non poteva, ma presto mi avrebbe rinnovato l'invito eccetera eccetera. Fu così che intrapresi la mia vita di pioniere lavoratore della terra al kibbutz Hulda, senza il viatico dello zio Yosef e anche senza il cruciale incontro, nel quale sarei stato destinato al ruolo di Davide contro il gigante Golia, o del piccino nella favola dei vestiti dell'imperatore. *** Il più delle volte chiedevo educatamente il permesso di alzarmi da tavola con le sfogliate, il pesce in salamoia, liquore, torte, panna e tè con quel dolcificante in pasta, dove lo zio da capotavola esercitava la sua sovranità suprema, e partivo per i miei entusiastici vagabondaggi nei
meandri della casa e nei labirinti del giardino, il giardino incantato della mia infanzia. Tuttavia ricordo un poco di quei monologhi dello zio Yosef: amava tornare a Odessa e Varsavia, evocare i discorsi di Herzl e il dibattito sull'Uganda, e la "frazione democratica" del movimento sionista, la bellissima Heidelberg e le vette montuose della Svizzera, il periodico "Ha Shiloach" e i suoi detrattori, il suo primo viaggio in terra d'Israele nel 1912 e la sua immigrazione, sulla nave "Ruslan" nel 1919, i crimini del "bolscevismus" e il pericolo del "nichilismus", le origini del "fascismus", i sapienti greci e i poeti spagnoli, l'esordio dell'università ebraica e le insidie degli "ellenizzanti" (così definiva a volte i bersagli principali del suo odio, il professor Magnes rettore dell'università e gli altri docenti esuli dalla Germania, che avevano fondato il gruppo di "Berit Shalom" e propugnavano un accordo con gli arabi, anche al prezzo della rinuncia alla rivendicazione di uno stato ebraico), la grandezza di Herzl, Nordau e Zeev Jabotinsky al confronto della meschinità di leader fittizi disposti a prostrarsi ai piedi degli inglesi, ogni sorta di ruffiani e gli altri illusi che correvano dietro alla fata Morgana del socialismus. A volte poi salpava verso i lidi remoti della resurrezione della lingua ebraica e i rischi di contaminazione e degenerazione, la pochezza dei religiosi che non sono capaci di pronunciare una sola frase in ebraico senza fare almeno sette errori, e l'impudenza degli yiddishisti che pretendono di calcare anche loro questo nostro suolo della terra d'Israele dopo che hanno fatto di tutto per calpestarlo malamente e di rimuoverlo dal cuore del nostro popolo. Un giorno si lanciò per i suoi ascoltatori in una dissertazione sull'urgente necessità di insediare dei contadini ebrei anche in Cisgiordania, riflettendo ad alta voce sull'eventualità di convincere gli arabi della zona, con le buone e dietro congrui risarcimenti, a emigrare volontariamente verso la ricca, fertile e praticamente spopolata Aram Naharaim, la Mesopotamia. *** Su qualunque questione, lo zio Yosef era solito delineare per il suo pubblico la dicotomia tra figli della luce e figli delle tenebre, puntualizzando come per parte sua era stato uno dei primi, se non il primo in assoluto, a stabilire la differenza fra tenebra e luce, additando le rispettive appartenenze e combattendo, solo contro tanti, la guerra dei giusti, e di come i suoi amici più cari gli avevano sussurrato nell'orecchio che non doveva mettere a rischio il suo nome e la sua posizione, mentre lui non li
aveva ascoltati, anzi si era stagliato sulla porta, nel punto in cui l'aveva posto la sua coscienza stessa, nel senso di "sto qui e non posso stare altrove", e così i suoi nemici l'avevano diffamato e danneggiato in tutti i modi possibili, più o meno leciti, versandogli addosso dosi massicce di veleno e assenzio, anche se alla fin fine la verità era venuta alla luce, come si dice "chi vivrà vedrà", e quindi era stato chiaro che quei pochi erano i giusti, e che non bisogna sempre tenere fede ai molti, ma che la coscienza rode i monti: ecco qui con noi il piccolo Amos, un bambino intelligente e dotato quanto mai altri, che con le sue birichinate mette il mondo sottosopra, figlio unico dei miei cari Fania e Yehudah Arieh, non è stato del resto chiamato con il nome del tumultuoso profeta "fenditore di sicomori", che ebbe lo spirito di fronteggiare tutti i potenti di Samaria e rinfacciare loro, come dice il nostro Bialik, che "non scapperà un uomo come me, lenta marcia mi ha impresso la mia mandria", parole che contengono oltre a coraggio e dirittura morale anche una lieve misura di ironia, una sorta di campestre guanto sulla faccia dei prepotenti e dei tiranni. Fra l'altro, "fenditore di sicomori" significa "colui che li incide", cioè li graffia con il coltello per accelerarne la maturazione, e non mi par proprio di esagerare se vi dico che per parte mia ho dato una mano al nostro Eliezer Ben Yehudah quando si è trattato di trovare il nesso fra questa parola enigmatica e l'omofono "balus", che significa "non pulito", mescolato, impuro, miscelato, mischiato, e a volte anche sozzo, lurido e pieno di rigonfiamenti, "unrein", "gemitsch", "mede", "malpropre", "unclean", "mixed", invano dunque si sono dati pena i bravi Krauss e Kohut e Levi, in cerca qui di una radice persiana o greca, perché la loro interpretazione è forzata, per non dire artificiosa. Ma come è che siamo arrivati a Krauss e Kohut? Non stavamo forse parlando di Eliezer Ben Yehudah, che, venuto da me un sabato mattina, mi dice, ascoltami per favore, Klausner, in fondo tu e io sappiamo che il segreto della vita delle lingue vive è riposto nella capacità di captare parole e concetti da quasi tutto ciò che arriva nei loro pressi, digerirli per bene e poi piegarli alla propria logica e alla propria morfologia, mentre i puristi dalla vista corta partono vanamente alla difesa della loro lingua dalle incursioni di parole straniere, e non colgono né ricordano quanto la nostra, di lingua, sia impregnata sin dagli esordi di parole giunte a lei da almeno altri sei idiomi e non si sa bene dove siano finite, mentre nelle membra vive di ogni lingua viva, e a maggior ragione della nostra rinascente lingua..., così risposi a Ben Yehudah, mentre nella morfologia, nella sintassi, nella
struttura e conformazione della frase, in breve - lo spirito della lingua, il "Geist", l'"esprit", sta l'essenza più intima della lingua, eterna e immutabile, come ebbi occasione di scrivere con una certa lungimiranza ormai decenni orsono nel mio fascicolo "Lingua di Eber lingua viva", che ripubblicai qui in terra d'Israele in una nuova veste e sotto un titolo nuovo, "La lingua ebraica è una lingua viva", e so da alcune persone influenti che questa mia piccola opera ha illuminato gli occhi e le intenzioni de "L'orologio linguistico" - questo ho avuto il privilegio di sentire con le mie orecchie da Jabotinsky in persona così come da altri dotti ashkenaziti versati nell'ebraico antico, ancora prima che il fascismo e il nazional-socialismo mi imponessero il veto a qualunque contatto da tutto ciò che abbia anche solo un'ombra, un sentore di spirito germanico, non come sogliono fare, con mio disappunto e loro onta, alcuni miei colleghi della scuola del "Berit Shalom", che hanno introdotto nella nostra università quello spirito germanicopacifista, spirito cosmopolita e antinazionalistico, e adesso corrono anzi si precipitano a elargire alla Germania il perdono in cambio di un pugno di marchi o di onorificenze teutoniche. Anche il nostro dirimpettaio, lo scrittore che abita qui di fronte, anche lui si è fatto trascinare da quei rappacificatori, e può darsi che l'abbia deciso perché, furbo com'è, si è fatto i suoi conti, e spera che questo suo coinvolgimento nella banda del "Berit Shalom" possa portargli l'ammirazione delle nazioni del mondo e accresca la sua celebrità fra i popoli. Ma com'è che siamo giunti alla Germania e a Buber e Magnes e Agnon e al Mapai? Non stavamo forse parlando del profeta Amos, cui mi accingo a dedicare un saggio destinato a capovolgere alcuni triti stereotipi, financo deludenti, la cui responsabilità va ascritta ai maestri della tradizione, che non sono ancora riusciti a vedere nei profeti d'Israele... Mentre i sapienti del giudaismo, le beate vacche grasse del nostro tempo, superbe e altezzose - ecco, ad esempio, un gigante del calibro di Peretz Smolensky, guardino un po' quale è stata la sua vita... Vagabondo e in miseria, disgraziato e povero di tutto, eppure ha scritto e combattuto sino all'ultimo, ed è morto in una tremenda solitudine, con nessuno accanto nell'ora in cui esalava l'anima... La sorte non è certo stata gentile nemmeno con il mio caro amico sin dalla gioventù, il maggiore fra i nostri poeti ultimi, Saul Tchernichovskij... Ci sono stati tempi, qui in terra d'Israele, in cui il grande poeta pativa la fame, nel senso letterale dell'espressione...
E tuttavia, sin dall'inizio del mio cammino in letteratura e nella nostra vita pubblica, e a tutt'oggi, ho sempre considerato e ancora ritengo che il punto forte dello scrittore stia nel pathos, nella militanza che si confronta con la realtà! E' pur vero che un bel racconto o una poesia dolce sono cose amabili che allargano la conoscenza, ma non hanno ancora la forza della grande creazione. Da quest'ultima, il popolo esige una novella, un annuncio, una nuova, fresca visione del mondo, e soprattutto che quest'opera possegga una prospettiva morale. Perché alla fin fine, un'opera priva di pathos e di prospettiva morale, in fin dei conti, e nel migliore dei casi, non è altro che folklore, decoro ornamentale, grazioso artefatto che non toglie né dà nulla a nessuno, come i racconti di Agnon che oggigiorno vengono assai apprezzati ma dove per lo più non troverai ne grazia né alcun impegno morale, soltanto artificio, e di sicuro non il minimo afflato, e un accostamento approfondito di erotismo tragico e tragica religiosità non s'ha certo a reperire in quelle composizioni, e men che meno ombra di tensione morale, si troverà in Agnon e nei suoi simili, mentre nella prosa di Shneur al confronto... In effetti si può dire che in ogni grande opera ci sia una piccola dose di santa ispirazione e altrettanta di spirito profetico: in fondo, Turgenev nel suo magnifico romanzo "Padri e figli" non descrive forse la figura del nichilista in Zarov ancor prima che il nichilismo facesse la sua comparsa in Russia? E Dostoevskij? I suoi "Demoni" non anticipano forse con profetica precisione l'avvento del bolscevismo? Non ce ne facciamo più nulla, insomma, della letteratura da piagnistei, ci siamo stufati delle descrizioni di borghi ebraici, siamo sazi di quegli esemplari umani tutti accattoni e giovanotti, straccivendoli e fannulloni dalla lingua lunga, ora qui nella nostra terra abbiamo bisogno di una letteratura veramente nuova, una letteratura i cui protagonisti siano personaggi maschili e femminili attivi e non passivi, donne e uomini che non siano stereotipi di maniera ma persone in carne e ossa, dotate di istinti forti, di debolezze tragiche e anche di profonde contraddizioni interiori, figure da cui la nostra gioventù possa trarre entusiasmo, alla cui luce possa educarsi, attingere ispirazione dalle loro idee e dalle loro opere, eroi ed eroine figli del nostro tempo o anche figure epiche e tragiche della storia antica del nostro popolo, che invitino al rispetto e all'immedesimazione, e non suscitino ribrezzo o distaccata pietà. Di personaggi letterari israeliti ed
europei abbiamo ora bisogno nella nostra terra, niente più sensali e giullari e fannulloni e ricchi e mendicanti esilico-folkloristici. *** Un giorno, lo zio Yosef disse più o meno così: "Visto che sono sterile, signore e signori, i miei libri sono i miei figli, a essi ho dato il nettare del mio latte e del mio sangue, e dopo la mia morte loro, e solo loro, manterranno vivo il mio spirito e i miei sogni, per le generazioni a venire". Al cui proposito, zia Zipporah osservò: "'Nu'. Osia. Basta. Zitto. Osinka. Basta. Basta. I medici ti hanno raccomandato di non agitarti. E il tuo tè si raffredda, nel frattempo, ormai è gelato. No, no, tesoro mio, non bere quel tè, te ne servo subito dell'altro". A volte l'impeto dello zio Yosef per l'ipocrisia e la bassezza dei suoi avversari era tale da indurlo ad alzare la voce, che però mai tuonava veramente, sembrava piuttosto un fischio alto, come un lamento femminile e non certo come la veemenza sarcastica di un profeta. A volte colpiva con la sua fragile mano il tavolo, ma lo slancio assomigliava più che altro a una carezza. Un giorno, mentre additava il bolscevismo o il Partito Bund o i propugnatori del gergo ebraico ashkenazita (così lui chiamava lo yiddish), si rovesciò in grembo una brocca di acqua e limone con dei cubetti di ghiaccio; allora la zia Zipporah, che stava con il suo grembiule accanto alla porta, giusto alle sue spalle, corse da lui e si piegò per asciugargli con il grembiule i pantaloni, scusandosi e conducendolo verso la stanza da letto, da cui lo riportò indietro dopo qualche minuto, cambiato e asciutto e pulito, pronto per i suoi ascoltatori, che lo avevano atteso educatamente seduti intorno al tavolo, conversando fra loro a voce bassa sui padroni di casa, due piccioncini: lui che la tratta come una figlia diletta e lei come un neonato, il suo trastullo, come la pupilla dei suoi occhi. Capitava che lei incrociasse le sue dita grassocce con quelle diafane di lui, e per un momento i due si guardassero l'uno nell'altra, per poi abbassare subito gli occhi e sorridere con timidezza composta. Capitava che lei gli sciogliesse delicatamente la cravatta, lo aiutasse a levarsi le scarpe. A volte lo metteva sul divano per un riposino, la testa malinconica posata sul suo petto, e il suo corpo mingherlino appoggiato a quello pieno di lei. A volte, quando era in cucina sola a lavare i piatti, piangeva sommessamente, lui le veniva da dietro e posava le sue mani rosa
sulle spalle di lei, schioccando la lingua sul palato come per quietare un bimbo o forse scimmiottando un bambino, per lei.
11. Yosef Klausner era nato nel 1874 nella cittadina di Oulkeniki, Lituania, e morì a Gerusalemme nel 1958. Quando aveva dieci anni la famiglia si spostò dalla Lituania a Odessa, dove egli passò dalla scuola elementare a una accademia ebraica riformata, e di qui ai circoli degli "Amici di Sion" e di Ahad ha-Am. A diciassette anni pubblicò il suo primo saggio, "Parole nuove e scrittura piena", in cui auspicava un allargamento dei confini della lingua ebraica, anche attraverso l'assimilazione di parole straniere, sì da poter disporre di una lingua viva. Nell'estate del 1897 iniziò a frequentare l'Università di Heidelberg, poiché nella Russia zarista gli studi superiori erano preclusi agli ebrei. Nei cinque anni trascorsi a Heidelberg studiò filosofia con il professor Konno Fischer, s'innamorò della storia dell'Oriente in stile Ranan Karliyle, che lo influenzò profondamente. Quei cinque anni di studi a Heidelberg si dipanarono dalla filosofia e dalla storia verso la storia della letteratura, lingue semitiche (padroneggiava quindici lingue, fra cui il sanscrito e l'arabo, il greco e il latino, l'aramaico, il persiano e l'amarico), completando così il curriculum di studi orientali. Tchernichovskij , suo amico sin dai tempi di Odessa, studiava in quegli anni medicina, sempre a Heidelberg, cosicché il loro legame si fece più profondo, sino a diventare una calorosa e fertile intesa spirituale: "Poeta ardente! ", diceva di lui lo zio Yosef, "poeta aquila ebraica, con un'ala sulla Bibbia e i paesaggi di Canaan e l'altra stesa sull'Europa moderna tutta!". A volte diceva di Tchernichovskij: "Un animo candido di bambino racchiuso in un corpo robusto di cosacco!". Zio Yosef fu il rappresentante degli studenti ebrei al primo congresso sionistico di Basilea, e a quelli successivi, una volta scambiò persino
qualche parola con Herzl in persona ("Che bell'uomo che era! Bello come un angelo di Dio! Con una carnagione radiosa! Un antico re assiro, sembrava, con quella barba nera e il viso traboccante di spiritualità e sogno! E gli occhi, i suoi occhi li ricorderò per il resto della vita, occhi di fanciullino innamorato aveva Herzl, occhi ardenti e malinconici che incantavano chiunque. E anche la fronte, alta, gli dava uno splendore regale!"). Klausner smise ben presto di accontentarsi del sionismo spirituale di Ahad ha-Am, il suo maestro, e da allora rimase fedele fino alla fine al sionismo nazionale di Herzl, trasmessosi, secondo lui, a Nordau e Jabotinsky, "le aquile", e non a Weizmann, Sokolow e agli altri "diasporici seguaci del compromesso". Tuttavia, non esitò a mettersi contro Herzl ai tempi della vicenda "Uganda" per sostenere i "fautori di Sion", e non rinunciare al sogno di una rinascita culturale e spirituale senza la quale l'impegno nazionale non avrebbe avuto alcun senso. Tornato a Odessa, Klausner si dedicò alla scrittura d'ispirazione e impegno sionistico, sinché Ahad ha-Am non gli lasciò in eredità - pensare che aveva solo ventinove anni - la direzione del periodico "Shiloach", lunario mensile, voce della nuova cultura ebraica. Per la precisione: Ahad ha-Am lasciò allo zio Yosef la direzione di un "periodico", e il giovane Yosef provvide subito a coniare la nuova parola ebraica "lunario". Quand'ero piccolo, la cosa che ammiravo di più nello zio Yosef era proprio il fatto che avesse forgiato - così mi raccontava - e ci avesse dato alcune parole della quotidianità, parole che sembravano esistere da sempre, come "lunario", o anche "matita", "ghiacciaio" "camicia" "serra" "fetta biscottata" "rimorchio" "monotono" e "variegato", "sensuale" e "gru" e "rinoceronte" (del resto, che cosa avrei indossato ogni mattina se lo zio Yosef non ci avesse "donato" la camicia? Forse una blusa a strisce? E con che cosa avrei scritto, senza la mia matita? Con un pennino? Per non parlare della sensualità venuta proprio da quel puritano dello zio). Un uomo capace di generare una parola nuova e di innestarla nella normalità della lingua mi pareva non troppo distante da colui che aveva creato luce e tenebra: scrivendo un libro, si può avere la fortuna che qualcuno lo legga per un certo tempo, ma poi ne verranno altri nuovi e migliori di quello, e prenderanno il suo posto; mentre mettere al mondo una parola nuova è un po' come sfiorare l'eternità. Ancora oggi mi capita di chiudere gli occhi e ritrovare quell'ometto canuto e fragile che passa
scalpicciando con la sua aria distratta, la barbetta bianca appuntita, i baffi morbidi, le mani delicate, gli occhiali alla foggia russa, passi timidi di porcellana come un minuscolo Gulliver in una landa di giganti popolata da una frotta variegata di ghiacciai immensi e gru altissime e corpacciuti rinoceronti, e tutte le gru, i rinoceronti e i ghiacciai che gli porgono cortese riverenza. *** A Odessa, in via Rimishna, casa loro, cioè dello zio e di sua moglie Fanny Weinrich (che dal giorno delle nozze in poi fu chiamata sempre e soltanto "la cara Zipporah", mentre in presenza di ospiti diventava puntualmente "la signora Klausner" ), divenne una sorta di centro culturale e sede di riunione di sionisti e letterati, Mendele e Nahum Schlostz, Lilienblum e "Ahad ha- Am, Osishkin e Jabotinsky e Bialik e Tchernichovskij. E quando i Klausner insieme alla redazione dell'Ha Shiloach" emigrarono a Varsavia, in via Ceglianah, "a due case di distanza da YL. Peretz", comparivano da loro per un tè con torte, biscotti e marmellate fatte in casa, Peretz, e Shalom Asch e Numberg e Frischmann e Berkovitz e Steinberg e Yaakov Fishman e Shneur - quasi che tutte le vie di Tel Aviv, ancor prima di diventare vie con i loro nomi, amassero radunarsi al tavolo dei monologhi dello zio Yosef. (Fra l'altro, Zalman Shneur lo zio Yosef lo chiamava sempre, chissà perché, Zelkind Shneur, altri lo chiamavano affettuosamente con il nome del protagonista del suo romanzo, Pandri l'eroe. Lo ricordo, insieme alla sua barba nera e fitta, assira: una volta, s'era nel '51 o '52, papà mi portò con sé a sentire il discorso di Shneur nell'edificio Terra Santa, e così disse allora il poeta del "Medioevo prossimo venturo", con allegria e fierezza: "Dei tre luminari della poesia ebraica contemporanea, Bialik, Shneur e Tchernichovskij, restiamo in vita solo io!".) Anche lo zio Yosef era generoso di battute quasi infantili: persino quando parlava dei suoi dolori, della profondità della sua solitudine, dei suoi avversari, dei suoi acciacchi e delle malattie, del destino tragico che tocca a chi va controcorrente, dei torti e delle offese inflittigli, c'era sempre un barlume di gioia latente, dietro gli occhialini rotondi. Anche quando si lamentava dei tormenti dell'insonnia, i suoi gesti, gli occhi chiari, le guance rosee proiettavano una sorta di allegria fresca, ottimista, innamorata della vita, quasi divertita: "Non ho di nuovo chiuso occhio per tutta la notte",
diceva sempre a tutti gli ospiti, "le preoccupazioni della nazione mi tormentano con il buio, e la paura del futuro, la miopia dei nostri leader nani, fanno più di quanto non facciano i miei tremendi guai, per non parlare della grave sofferenza e delle difficoltà nel respiro e delle crudeli emicranie che non mi abbandonano mai, giorno e notte" (a prestar fede alle sue parole, non chiuse mai occhio, nemmeno per un istante, dall'inizio degli anni venti sino alla morte, nel 1958). Fra il 1917 e il 1919 Klausner fu assistente, e alla fine anche professore, presso l'Università di Odessa, che già passava continuamente di mano nelle sanguinose battaglie fra "bianchi" e "rossi" durante la guerra civile seguita alla rivoluzione leninista. Nel 1919 zio Yosef e zia Zipporah, insieme alla vecchia madre di lui, cioè la madre di mio nonno, Rose-Keile Braz, partirono da Odessa diretti a Giaffa, sulla nave "Ruslan", la "Myflower" sionista della terza ondata d'immigrazione. Per la festa di Channukah erano nel quartiere bukharo di Gerusalemme. Invece mio nonno Alexander e mia nonna Shlomit, con mio padre piccino e suo fratello maggiore David, non vennero in Palestina anche se erano sionisti convinti, perché le condizioni di vita nel paese sembravano loro troppo asiatiche, e così si diressero a Vilna, capitale della Lituania, e arrivarono in terra d'Israele soltanto nel 1933, quando l'antisemitismo, in città, provocava ormai ondate di violenza e di attacchi contro gli studenti ebrei. Mio padre e i suoi genitori furono gli ultimi a giungere a Gerusalemme: il fratello di papà, lo zio David, insieme alla moglie Malka e al piccolo Daniel, nato un anno e mezzo prima di me, rimasero a Vilna: mio zio David, malgrado la sua appartenenza ebraica, in giovane età era stato nominato docente di letteratura all'università locale. Era un europeo consapevole, in un'epoca in cui nessuno in Europa si sentiva ancora europeo, a parte i membri della mia famiglia e altri ebrei come loro. Tutti gli altri erano panslavi, pangermanici, o semplicemente patrioti lituani, bulgari, irlandesi, slovacchi. Gli unici europei di tutta l'Europa, negli anni venti e trenta, erano gli ebrei. Mio padre diceva sempre: in Cecoslovacchia vivono tre nazionalità - cechi, slovacchi e cecoslovacchi, cioè gli ebrei. In Iugoslavia ci sono i serbi, i croati, gli sloveni e i montenegrini, ma anche lì vive una manciata di iugoslavi smaccati, e persino con Stalin, ci sono russi e ucraini e uzbeki e ceceni e tatari, ma fra tutti vivono anche dei nostri fratelli, membri del popolo sovietico.
Lo zio David era un europofilo convinto e cosciente, esperto di letteratura comparata, nell'ambito di quelle letterature europee che erano la sua patria spirituale. Non capiva perché mai dovesse rinunziare alla propria posizione e trasferirsi nel Vicino Oriente, luogo straniero e a lui estraneo, solo per far piacere a dei fanatici antisemiti e idioti teppisti nazionalisti. Rimase dunque al proprio posto, a servire il progresso della cultura, dell'arte e del pensiero che non conosce confini, finché i nazisti non arrivarono a Vilna: ebrei, intellettuali, cosmopoliti, amanti della cultura non erano di loro gusto, e per questo assassinarono David e Malka e mio cugino Daniel, il bambino che i suoi genitori chiamavano "Danush" quando non "Danoshek", e nelle loro lettere, sino all'ultima datata 15.12.40, scrivono di lui che "ha appena imparato a camminare... e ha una memoria eccezionale". Oggigiorno l'Europa è completamente diversa, oggi è piena di europei, da un muro all'altro. Fra parentesi, anche le scritte, sui muri, sono cambiate completamente: quando mio papà era ragazzo a Vilna, stava scritto su ogni muro d'Europa: "Giudei, andatevene a casa, in Palestina". Passarono cinquant'anni e mio padre tornò per un viaggio in Europa, dove i muri gli urlavano addosso: "Ebrei, uscite dalla Palestina". *** Lunghi anni dedicò lo zio Yosef alla redazione del suo libro su Gesù Nazareno, in cui sosteneva - suscitando lo scalpore tanto dei cristiani quanto degli ebrei - che Gesù era nato ebreo e morto ebreo, senza affatto l'intenzione di fondare una nuova religione. Anzi, di più: Gesù egli lo considerava come "seguace della dottrina ebraica nel senso più pieno dell'espressione". Ahad ha-Am pregò Klausner di espungere questa e altre frasi, sì da non suscitare nel mondo ebraico uno scandalo tremendo, e in effetti la pubblicazione del libro a Gerusalemme nel 1921 suscitò un gran fermento sia fra gli ebrei sia in ambiente cristiano: gli ortodossi accusarono Klausner di "essere stato corrotto a suon d'oro e argento dai missionari, per tributare tali onori a 'quell'uomo'", mentre i missionari anglicani a Gerusalemme dal canto loro chiesero all'arcivescovo di sospendere dal sacerdozio il dottor Danby, il missionario che aveva tradotto in inglese "Gesù Nazareno", un libro "intriso del veleno dell'eresia, che presenta il Nostro Salvatore come una specie di rabbino riformato, un comune mortale, un ebreo in tutto e per tutto che non ha nulla a che fare con la Chiesa". La
fama internazionale dello zio Yosef venne soprattutto da questo libro, e dal seguito che scrisse anni dopo, "Da Gesù a Paolo". Un giorno, zio Yosef mi disse più o meno così: "A scuola, mio caro, per certo t'insegneranno a provare disgusto per questo ebreo tragico e meraviglioso, sempre che non ti raccomandino financo di sputare mentre passi davanti a una sua immagine o a una sua croce. Quando sarai grande, mio caro, avrai spero la compiacenza di mettere sotto il naso infuriato dei tuoi mentori il Nuovo Testamento, sì da dimostrare loro che quest'uomo era carne della loro carne e sangue del loro sangue, nient'altro che un 'giusto' o un 'taumaturgo', era sì un sognatore, totalmente privo di prospettiva politica, e tuttavia gli andrebbe riconosciuto un posto nel pantheon dei grandi d'Israele, accanto a Baruch Spinoza, anche lui scomunicato e bandito, e anche lui degno di essere riammesso fra noi: da qui, da questa Gerusalemme che si rinnova, dovremmo levare la nostra voce e dire tanto a Gesù figlio di Giuseppe che a Baruch Spinoza: 'Tu sei nostro fratello, tu sei nostro fratello'. Sappi dunque che quei loro detrattori non erano altro che ebrei del passato, dagli angusti orizzonti e dalla scarsa intelligenza, come i vermi nella rapa. E tu, mio caro, per non diventare, non sia mai, come uno di loro - leggi dunque dei buoni libri, leggi, leggi, leggi! Fra l'altro, il mio piccolo libro sul poeta David Shimoni l'ho dato in dono al tuo caro padre, a condizione che lo legga anche tu. Perciò leggi, leggi, leggi! E ora, fammi la cortesia di chiedere alla signora Klausner, la cara zia Zipporah, dove si trova la crema per la pelle... Dov'è la mia crema per il viso? Dille per favore così: la crema vecchia, giacché quella nuova non è degna nemmeno di far da cibo per il cane. Lo sai, mio caro, qual è l'abissale differenza fra il 'redentore' nella lingua dei gentili e il nostro messia? Perché quest'ultimo non è altro che una persona unta con dell'olio, ogni sacerdote per noi è un 'messia', cioè 'unto', così come ogni re salito al trono, e la parola messia è per noi una voce prosaica e quotidiana, normale, prossima a "mishchah", quella che significa 'pomata' - non come nelle lingue dei gentili, per i quali 'messia' sta per redentore e salvatore. Ma forse non è ancora materia per la tua età, questa? Orsù, allora, corri dalla zia e chiedile quel che ti ho chiesto di chiederle, ma cosa ti avevo chiesto, già? Non ricordo più. E tu, te lo ricordi, forse? Allora chiedile per favore di prepararmi gentilmente una tazza di tè, perché come ha detto rav Huna nel Talmud babilonese, trattato "Pesachim", 'Qualunque cosa ti dica il padrone di casa, falla, eccezion fatta per: esci!'. E io mi permetto di glossare: 'Oltre
a: muori'. Ma l'ho detto solo per scherzo, ovviamente. Comunque, mio caro, corri e non rubarmi altro tempo come fa tutto il resto del mondo senza darsi pena del mio dispendio di minuti e ore, che sono il mio unico tesoro che sgocciola via. Blaise Pascal, il filosofo, ha descritto nei suoi pensieri quella tremenda sensazione, il trascorrere, lo sgocciolio del tempo: sgocciola via il tempo, sgocciolano i tuoi minuti e le tue ore, sgocciola la tua vita inesorabilmente. Corri dunque, caro mio, fa' solo attenzione a non inciampare". *** Al suo arrivo a Gerusalemme, nel 1919, lo zio Yosef divenne segretario dell'Accademia della lingua, prima di ottenere la cattedra di letteratura ebraica nell'università inaugurata nel 1925. Sperava e si aspettava che gli assegnassero il corso di storia del popolo d'Israele, o almeno per l'epoca del Secondo Tempio, se non che "i baroni dell'università, dall'alto della loro germanicità, mi guardavano con la stessa superbia che usavano verso ogni idea nazionale, o verso tutto ciò che non meritava l'applauso delle genti e degli assimilati, nemici di Sion", e perciò "mi esiliarono nella letteratura ebraica, lontano dal crogiuolo dove si forgiava la gioventù, lontano dal campo in cui avrei potuto seminare nei cuori teneri l'amore per il nostro popolo e il suo passato eroico, sì da educarli nello spirito patriottico dei Maccabei e dei re asmonei, degli eroi della strabiliante rivolta contro il giogo romano". Nel corso di letteratura ebraica lo zio Yosef si sentiva una specie di Napoleone relegato all'Elba: visto che gli avevano impedito di far progredire l'Europa, si era assunto per il momento il compito di guidare l'avanscoperta nella piccola isola esilica. Solo vent'anni dopo venne istituita la cattedra di storia del Secondo Tempio, con assiso finalmente lo zio Yosef, senza tuttavia rinunziare al corso di letteratura ebraica. "Cogliere la cultura dell'altro sino a digerirla e trasformarla in carne e ossa della nostra nazione e del nostro popolo," scriveva, "questo è l'ideale per il quale ho combattuto dando il meglio dei miei anni e che manterrò in me sino all'ultimo fiato." E poi anche: "Se vogliamo diventare una nazione che governa sulla sua terra, bisogna che i nostri figli siano di FERRO!". A volte indicava i due busti di bronzo sulla credenza in salotto, l'impetuoso Beethoven, pieno di sprezzo e ardore, e Jabotinsky nello splendore della sua divisa, le labbra strette, e diceva ai suoi ospiti: "Lo spirito di uno come loro vale quello della nazione
- entrambi attingono all'alto ed entrambi 'diventano sfrenati per mancanza di visioni' (Proverbi 29, 18) ". Un Sabato Baruch Krupnik, cioè Barukh Karua, raccontò di quando Jabotinsky, componendo l'inno del Betar, non riusciva a trovare una rima adatta alla parola ebraica "stirpe", e per ciò scrisse, provvisoriamente la parola russa "jelezo", che significa "ferro". E così venne fuori: "Col sangue e col "jelezo"/risorgerà la nostra stirpe/geniale e generosa e crudele", finché non arrivò lui, cioè Krupnik, a cambiare "jelezo" con "yeza", cioè "sudore": "con il sangue e col sudore/risorgerà la nostra stirpe/geniale e generosa e crudele" (ma io, con un entusiasmo provocatorio, declamavo in presenza dei miei genitori, apposta per farli arrabbiare, una specie di parodia buffa della prima versione: "Col sangue e col "jelezo"/ sorgerà il nostro "jezo"/fiero, crudele e generezo". Papà diceva: "Dai, basta. Insomma, ci sono cose sulle quali non si scherza". E mamma: "Non ne sono poi così convinta"). Zio Yosef era un nazionalista liberale illuminato in stile diciannovesimo secolo, al pari di Zeev Jabotinsky, figlio dei Lumi e del Romanticismo e della primavera dei popoli, estimatore di Samuel David Luzzatto e di Mapu e Peretz Smolensky e Micha Yosef Levendon, di Rousseau e Voltaire e Diderot, di David Hume e Nietzsche, di Turgenev e Belinskij e Nekrasov e Dobrolijubov, di Carlyle ed Ernst Renan e Puskin e Schiller e Heine e Byron e Garibaldi e Mazzini, discepolo di Zunz e Graetz e Geiger. Amò sempre molto usare espressioni quali "la nostra carne e il nostro sangue", "individui e nazionalità", "ideale", "ho dato alla lotta i miei anni migliori", "non ci muoveremo", "pochi contro tanti", "soli al proprio posto", "le generazioni future" e "sino all'ultimo fiato". Nel 1929 fu costretto a fuggire da Talpiyot assalita dagli arabi. La sua casa, al pari di quella del suo vicino Agnon, venne saccheggiata e bruciata, e la biblioteca, come quella di Agnon, gravemente danneggiata. "Bisogna imporre a tutta la nuova generazione una nuova educazione," scriveva nel suo libro, "quando un popolo combatte per la propria libertà, bisogna instillarle uno spirito eroico, uno spirito di resistenza coraggiosa, senza rinunce e compromessi... gran parte dei nostri maestri hanno ancora da sconfiggere nella loro interiorità l'esilio di Edom, o quello d'Oriente." *** Sulle orme dello zio Yosef, anche mio nonno e mia nonna divennero seguaci di Jabotinsky, e mio padre si avvicinò anche alle idee dell'Irgun e al
Partito Herut di Menachem Begin. Benché quest'ultimo suscitasse in loro, laici odessiani dai larghi orizzonti, sentimenti contraddittori, non senza una sfumatura di composto sussiego: per via della sua modesta origine polacca e di un eccessivo sentimentalismo, probabilmente consideravano Begin un po' plebeo, un po' provinciale, benché devoto alla causa, coraggioso e animato di spirito nazionale, ma forse comunque non abbastanza cittadino del mondo, non abbastanza "charmant", privo di poesia e ben lungi dal trasmettere al prossimo quel carisma intriso di tragica solitudine, appropriata a un leader dotato di una tempra leonina e di statura aquilina. Cosa scriveva infatti Jabotinsky a proposito dei rapporti fra il popolo d'Israele e le nazioni, dopo la rinascita nazionale? "Come l'avvicinarsi di un leone ai leoni." Begin non sembrava affatto un leone. Anche mio padre, malgrado il suo nome, ("Arieh" significa "leone". [N.d.T.]) non era affatto un leone, piuttosto un intellettuale gerosolimitano, miope e dotato di due mani maldestre. Non sarebbe mai stato utile alla resistenza armata, però diede il suo contributo alla lotta scrivendo in inglese alcuni proclami tesi a dimostrare l'ipocrisia della "perfida Albione". Questi proclami venivano stampati in una tipografia clandestina, e dei giovani lesti passavano per i quartieri di notte, appiccicandoli su ogni muro e persino sui pali della luce. Persino io, ero un bambino della Resistenza: quante volte respinsi gli inglesi con una manovra di accerchiamento condotta dalle mie truppe, affondai con un ardito agguato marino i caccia torpediniere di Sua Maestà, rapii e portai di fronte a un tribunale l'alto commissario e persino il re in persona, e con le mie mani issai la bandiera ebraica (come quei soldati ad Ajo Jima disegnati su un francobollo americano), in cima alla torre del palazzo dell'alto commissario sul Monte del Cattivo Consiglio. Poi, dopo averli cacciati dalla nostra terra, stringevo un patto con l'Inghilterra, fondando insieme ai britannici il Fronte dei popoli civilizzati contro le selvagge orde d'Oriente con le loro lettere e le loro scimitarre cuneiformi, l'Oriente infuocato e riarso che minacciava di spuntare dal deserto per sgozzare e depredare e bruciare noi tutti, al suono di un grido di guerra gutturale che raggelava il sangue. Da grande avrei voluto diventare come la statua di David del Bernini, quel David bello, riccioluto, la bocca chiusa, così come compariva sulla copertina del libro dello zio Yosef "Quando un popolo combatte per la libertà": volevo diventare forte e taciturno, ma con una voce lenta e profonda. Non come quella sottile, un poco lagnosa, dello
zio Yosef. Non volevo ritrovarmi con delle mani di bambola fiacca come le sue. *** Era una persona incredibilmente sincera, mio zio Yosef, traboccante di egocentrismo e autocommiserazione, sensibile e ansioso di gloria, pieno di un'allegria infantile, un uomo felice che dava sempre mostra d'essere disperato. Con una soddisfazione entusiastica amava raccontarmi senza posa dei suoi successi e delle scoperte sulla propria insonnia, dei suoi avversari, delle sue esperienze di vita, dei suoi libri e saggi, delle conferenze che suscitavano sempre tutte, senza eccezione, "un gran trambusto nel mondo", dei suoi incontri, dei suoi progetti di lavoro, della sua grandezza e importanza, della sua longanimità. Era un uomo buono, egoista e viziato ma dolce e presuntuoso come un bambino prodigio. Là a Talpiyot, concepita come la copia gerosolimitana di un verde sobborgo berlinese, una sorta di tranquilla collina boschiva dove qua e là tra le fronde spuntavano tetti rossi e ogni casa era abitata da un insigne studioso, un famoso scrittore o uno stimato professore, lo zio Yosef usciva a volte a passeggio insieme alla brezza della sera, nella viuzza che un giorno si sarebbe chiamata via Klausner. Infilava il suo braccio sottile sotto quello grassoccio della zia Zipporah, madre moglie figlia tardiva e scudiera. Camminavano con passi fragili e prudenti, sino a fermarsi oltre la casa dell'architetto Kornberg, che ogni tanto fungeva anche da pensioncina per ospiti educati e civili, in fondo alla strada senza uscita che era un po' il margine di Talpiyot, un po' quello di Gerusalemme e persino della terra abitata - di lì in poi c'erano le aride, malinconiche alture del deserto di Giudea. Il Mar Morto brillava in lontananza come una lastra di acciaio fuso. Li vedo ancora, alla fine del mondo e sul limitare del deserto, teneri come due orsacchiotti di panno a braccetto, sopra di loro soffia il vento arido di Gerusalemme, stormiscono i pini, un sentore aspro di gerani passa nell'aria limpida. Lo zio Yosef indossa cravatta, panciotto (ch'egli aveva proposto di chiamare, in ebraico, "giacubba") e pantofole, la testa canuta esposta all'aria, mentre la zia porta un vestito di seta a fiori, scuro, e sulle spalle uno scialle grigio di lana lavorata all'uncinetto. I Monti di Moab, oltre il Mar Morto, tingono di blu l'orizzonte, ai loro piedi passa l'antica strada romana che prosegue fino alle mura della Città Vecchia, e davanti ai
loro occhi brillano d'oro le cupole delle moschee, le croci in cima ai campanili delle chiese e le mezzelune in cima ai minareti luccicanti nel bagliore dell'ultimo sole. Le mura per parte loro si fanno via via più grigie e opache, ma oltre la Città Vecchia spunta il Monte Scopus con gli edifici dell'università, tanto cara allo zio Yosef, spunta il Monte degli Ulivi, sul pendio dove un giorno sarebbe stata sepolta la zia Zipporah, mentre lui che tanto l'avrebbe voluto non poté riposare lì perché alla sua morte la città orientale era sotto il dominio giordano. La luce della sera tingeva ancora più di rosa le sue gote infantili e la fronte alta. Un sorriso meravigliato, un po' smarrito, sfiorava allora le sue labbra, come di chi bussa alla porta di una casa dove è ospite abituale e di solito viene accolto con grande slancio d'affetto, quand'ecco che la porta si apre e un estraneo lo scruta tutt'a un tratto, si scosta stupito come a domandare: chi sei e che cosa ti ha condotto sin qui? *** Mio padre e mia madre e io lasciavamo lui e la zia Zipporah lì ancora per un po', salutavamo a voce bassa e ci dirigevamo verso la fermata dell'autobus numero sette, che entro qualche minuto sarebbe arrivato dalla direzione Ramat Rachel e Arnona, poiché il Sabato era già finito e terminato. L'autobus numero sette ci portava sino in via Giaffa e di lì, con la linea tre bis, arrivavamo sino in via Sofonia, a cinque minuti a piedi da casa. Mamma diceva: "Non cambia mai. Sempre gli stessi discorsi e sempre le stesse storie e gli stessi aneddoti. Si ripete ogni sabato da che me lo ricordo". Papà replicava: "A volte tu sei un po' troppo critica. Non è più giovane, in fondo tutti ci ripetiamo un po'. Anche tu". Io aggiungevo: "Col sangue e col "jelezo"/sorgerà il nostro "jezo"/fiero". Papà diceva: "Su, basta. Ci sono cose sulle quali non si scherza". Mamma: "Non ne sono poi così convinta. Non avrebbe senso". Papà troncava, a questo punto: "Basta. Piantiamola. Per oggi può proprio bastare. E ricordati per favore che questa sera devi fare il bagno, e lavarti anche i capelli. No, su questo proprio non si discute. Perché dovrei discutere? Puoi forse fornirmi una buona ragione per dover rimandare il lavaggio dei capelli? No? In tal caso farai meglio, d'ora in poi, a non tentare nemmeno di avviare questo genere di discussioni se non disponi di una buona ragione o un'ombra di buona
ragione. Ricordati bene, per favore, d'ora in poi, che 'io voglio' e 'io non voglio' non hanno nulla a che vedere con una buona scusa, rientrano nell'ordine dei vizi e basta. Fra l'altro, dalla parola 'ordine' viene la parola 'recinzione', e in effetti in entrambi i casi s'intende una delimitazione fra ciò che è compreso all'interno e ciò che rimane fuori. Lo stesso avviene in latino, in cui la parola "finis" significa 'cinta' e anche 'fine', e "definire" significa 'definire', 'proteggere' 'cingere' o 'delimitare', donde probabilmente la parola "defense", 'difesa', in alcune lingue occidentali. E tagliati per favore le unghie, non prima di aver messo a lavare tutto. Biancheria, camicia e calze. Poi subito in pigiama, la tazza di cacao e a nanna, per oggi abbiamo concluso".
12. Qualche volta, dopo aver salutato lo zio Yosef e la zia Zipporah, se non era troppo tardi ci fermavamo una ventina di minuti, anche mezz'oretta, a casa del vicino di fronte. Entravamo quasi furtivamente oltre la porta di Agnon, senza dar conto allo zio e alla zia della nostra destinazione, per non rattristarli. Capitava anche di incontrare il signor Agnon mentre lui usciva dalla sinagoga e noi ci stavamo dirigendo all'autobus numero sette: lo scrittore tirava mio padre per il braccio e lo minacciava che se lui, cioè mio padre, si fosse rifiutato di passare da casa Agnon negandole così il radioso volto della signora, la casa ne avrebbe sofferto. Con ciò Agnon ispirava un lieve sorriso alle labbra di mia madre, ma mio padre si schermiva, dicendo: "Ma soltanto per qualche minuto, ci perdoni signor Agnon, non possiamo restare a lungo, questa sera dobbiamo tornare a Kerem Abraham, il bambino è stanco e deve andare a dormire presto, perché domani c'è scuola". "Il bambino non è affatto stanco" rispondevo. Il signor Agnon: "Signore, ascolti il dottore: dalla bocca dei fanciulli s'attinge la forza". La casa di Agnon era in mezzo a un giardino circondato da una muraglia di cipressi e tuttavia, per ulteriore sicurezza, dava la schiena e la nuca alla strada, mentre la facciata stava rivolta verso il cortile. Dalla via non si vedevano altro che quattro, cinque spioncini che sembravano feritoie di una fortezza. Si entrava passando da un cancello nascosto fra i cipressi, e si procedeva lungo un sentiero lastricato accanto alla casa, si salivano quattro o cinque scalini, si suonava al campanello della porta bianca, in attesa che quella s'aprisse e si fosse invitati ad andare a destra, su per una scala in penombra che portava allo studio del signor Agnon, su cui dava un'ampia terrazza con un panorama sul deserto di Giudea e i Monti di Moab e, verso
sinistra, a un piccolo salotto stipato di cose, le cui finestre davano sul giardino. In casa Agnon non c'era mai una luce piena, sempre una specie di crepuscolo, con un vago aroma di caffè e dolce, forse perché arrivavamo da lui poco prima dell'uscita del Sabato, nel tardo pomeriggio, quando non si usava la corrente elettrica, prima che alle finestre comparissero almeno tre stelle. O forse la luce era accesa sì, ma era la luce giallastra di Gerusalemme, una luce elettrica un po' avara, e il signor Agnon risparmiava corrente, e se la corrente mancava, restava accesa solo una lampada a petrolio che da loro si chiamava lanterna. La ricordo ancora oggi, quella penombra, la sento quasi sulla punta delle dita, una penombra imprigionata dalle inferriate alle finestre. Difficile, ormai, sapere quale fosse la ragione di quella penombra, forse anche allora restava un po' un mistero. Comunque, ogni volta che il signor Agnon si alzava per andare a prendere un volume da uno degli scaffali - sembravano una schiera di oranti in abito scuro, un po' trasandati, la sua sagoma gettava tutt'intorno non un'ombra soltanto, ma due, tre, anche più. Così è incisa la sua figura nella memoria della mia infanzia, così la ricordo ancora oggi: un uomo che si muove nel crepuscolo e tre o quattro ombre diverse che si muovono con lui mentre cammina, davanti a lui o alla sua destra quando non dietro, sopra e sotto i suoi piedi. Qualche volta la signora Agnon faceva un commento con la sua voce acuta e tagliente, che metteva una certa soggezione; un giorno il signor Agnon, la testa un poco china e l'eco di un sorriso beffardo che sfiorava le labbra, disse: "Permettimi, per favore, di fare il padrone in casa mia, fintanto che abbiamo ospiti. Quando saranno andati via, la farai tu da madama". Ricordo chiaramente questa frase, non solo per via del tono inaspettatamente malizioso (oggi come oggi si direbbe che aveva un che di provocatorio), ma soprattutto per via della parola "madama" che incontrai di nuovo tanti anni dopo, leggendo il suo libro intitolato "La madama e l'ambulante". A parte il signor Agnon, non avevo mai incontrato nessuno che usasse questo termine ebraico per dire "signora". Benché il signor Agnon non intendesse allora dire semplicemente "signora", bensì qualcosa di leggermente diverso. Difficile sapere: del resto lui era una persona con tre ombre, persino di più. ***
Mia madre si comportava con il signor Agnon, come dirlo, con i guanti di velluto. Anche quando era seduta lì da loro, stava in punta di piedi. Il signor Agnon non le rivolgeva quasi la parola, chiacchierava quasi solo rivolto a mio padre, ma mentre lui parlava, il suo sguardo sembrava muoversi addosso al volto di mia madre. E invece, nei rari momenti in cui si rivolgeva a lei, gli occhi si scostavano e cadevano su di me. Verso la finestra. O forse è solo la mia fantasia, che ha segnato così il ricordo: del resto la memoria viva, come increspature sull'acqua, come vibrazioni nervose che scorrono sulla pelle della gazzella un istante prima della fuga, la memoria viva viene d'un tratto e trema di colpo, un'articolazione, un barlume appena prima di farsi di pietra gelida immobile e diventare il ricordo di un ricordo. Nella primavera del 1965, quando uscì il mio primo libro, intitolato "Le terre dello sciacallo", lo inviai con trepidazione intimorita ad Agnon, e sul frontespizio gli scrissi qualcosa. Agnon mi rispose con una bella lettera, del mio libro disse qualcosa, e alla fine della missiva stava scritto così: "Le cose che mi hai scritto sul tuo libro mi hanno reso il viso di tua madre, che riposi in pace. Ricordo un giorno, saranno stati quindici, sedici anni fa, che mi portò a nome di tuo padre un suo libro. Forse c'eri anche tu, con lei. Giunta, si fermò sulla soglia della stanza e parlò assai poco. Ma il suo viso si è conservato per me con tutta la sua grazia e purezza, lungo tanti anni. Con i miei migliori auguri, S.Y Agnon". Mio padre, che su richiesta di Agnon tradusse per lui la voce "Bocetz" sull'Enciclopedia polacca, per il suo libro "Una città e tutto ciò che è in essa", storceva leggermente le labbra e definiva Agnon "uno scrittore esilico": nei suoi libri non c'è frullo d'ali, diceva mio padre, non c'è afflato tragico, non c'è nemmeno sana risata ma ci sono solo sofismi e arguzie. E se vi si possono trovare a tratti delle belle descrizioni, per parte sua non si muove né muove la penna finché non le ha affogate completamente in una pozza di pagliaccesca verbosità e saccenteria galiziana. Ho l'impressione che mio padre considerasse le opere di Agnon come un'estensione della letteratura yiddish, che proprio non amava: aveva uno spirito di contraddizione tipicamente lituano. E provò sempre avversione per il soprannaturale, la magia e gli eccessivi sentimentalismi, per tutto ciò che sta avvolto in nebbie romantiche o mistiche ed è concepito apposta per confondere i sensi e usurpare la coscienza. Solo negli ultimi anni della sua vita cambiò, trovando un qualche conforto nelle storie tradizionali, nei
racconti folkloristici, nelle opere di YL. Peretz, di alcuni scrittori yiddish, e fors'anche in quelle di Agnon. Cose per le quali un tempo avrebbe storto il naso, definendole con sarcasmo "mistica", "folklore", "babe meise", frottole, alla fine lo attiravano. Sì, come nel certificato di morte di sua madre, la nonna Shlomit morta per la troppa pulizia, sta scritto solo che il decesso è avvenuto per un attacco di cuore - così nel curriculum di mio padre sta scritto solo che il suo ultimo lavoro di ricerca era dedicato a un manoscritto sino ad allora sconosciuto di YL. Peretz. Questi sono i fatti. La verità, però, non la conosco perché della verità non ho quasi mai parlato con mio padre. Non mi raccontò quasi nulla della sua infanzia, dei suoi amori, dell'amore in generale, dei suoi genitori, della morte di suo fratello, della sua malattia, della sua sofferenza, della sofferenza in generale. Non parlammo mai nemmeno della morte di mia madre. Nemmeno una parola. Io del resto non gli facilitai le cose, e non ho mai voluto aprire il discorso con lui, perché alla fine chissà mai che cosa sarebbe venuto fuori. Se dovessi mettere qui per iscritto tutto quello di cui non abbiamo parlato, mio padre e io, riempirei due libri. Quanto lavoro mi ha lasciato, mio padre. Sono ancora qui all'opera. *** Mamma diceva di Agnon: "Quell'uomo vede molto e capisce molto". Una volta disse: "Non è forse una così brava persona, ma almeno sa che cosa è bene e che cosa è male, e sa anche che non abbiamo abbastanza possibilità di scelta". Quasi ogni inverno leggeva e rileggeva i racconti contenuti nella raccolta "Sulle maniglie". Forse trovava fra quelle pagine l'eco della propria malinconia e della solitudine. Anch'io, di tanto in tanto, ritorno sulle parole di Tirza Mazal di casa Mintz, all'inizio del racconto "Nel fiore degli anni". "Nel fiore degli anni, morì mia madre. Aveva quasi trentun anni quando morì. Furono pochi e tristi, i giorni e gli anni della sua vita. Passava il giorno in casa, non usciva mai. Le amiche e le vicine non venivano a trovarla e mio padre, d'altro canto, non amava troppo gli ospiti. La nostra casa si ergeva silenziosa nella sua mestizia, e le sue porte non si aprivano mai agli estranei. Mia madre giaceva a letto, parca di parole..." (S.Y Agnon, in "Capolavori della letteratura ebraica", tr. di A. Rathaus, Theoria 1996. [N.d.T.])
Parole quasi identiche mi scrisse Agnon per mia madre: "Giunta, si fermò sulla soglia della stanza e parlò assai poco". Io, dal canto mio, quando molti anni dopo scrissi nel mio libro "La storia comincia" un saggio intitolato Chi è? e dedicato all'esordio de "Nel fiore della vita", mi soffermai sulla frase "Stava sempre in casa, non usciva mai", che è di fatto una tautologia in cui la seconda parte non fa che ripetere la prima: "Nella seconda parte della frase non si trova che un granello di informazione che nella prima ancora ci manca... ma l'azione di tutta la frase e di quasi tutto l'inizio de 'Nel fiore della vita' sta nel fatto che possiede due energie gemelle. Un fondamento di equilibrio, di compensazione, copre qui una realtà familiare il cui equilibrio interiore, dietro l'immagine solida, si va sfaldando". La mia, di madre, non stava tutto il giorno in casa. Usciva spesso, anzi. Ma anche per lei pochi e brutti furono i giorni, gli anni della vita. "Anni della vita?", a volte ausculto in queste parole la doppiezza racchiusa nella vita di mia madre così come di Lea, madre di Tirza e di Tirza stessa. Forse anche loro riflettevano contro il muro più di un'ombra soltanto. *** Anni dopo, quando l'assemblea generale del kibbutz Hulda mi mandò a studiare letteratura all'università perché la scuola superiore del kibbutz aveva bisogno di un insegnante, mi feci coraggio e un bel giorno andai a suonare alla porta del signor Agnon (o, come avrebbe detto lui: "Presi il cuore e mi recai da lui"). "Ma Agnon non è in casa" mi rispose la signora con cortesia rabbiosa, come faceva sempre con la folla di briganti e saccheggiatori che venivano a estorcere a suo marito ore preziose. La signora Agnon però quel giorno non mentiva: suo marito effettivamente non era in casa, bensì nel giardino dietro la casa, donde spuntò all'improvviso, con indosso dei sandali da casa e un maglione senza maniche che si chiamava pullover: mi salutò e subito dopo chiese con diffidenza, chi siete, signore? Scandii il nome mio e quello dei miei genitori, al che - eravamo ancora in piedi davanti alla porta di casa (mentre la signora Agnon era sparita dentro senza dire una parola) - il
signor Agnon si rammentò delle voci circolate a Gerusalemme anni prima, mi posò una mano sulla spalla e avvicinandosi ancora mi disse, dunque siete voi il bambino che, rimasto orfano della sua povera mamma, si allontanò dal padre per andare alla vita del kibbutz? Siete forse voi colui che piccino i genitori qui da me rimbrottavano, perché toglievate l'uvetta dalla torta, vero? (Questo proprio non me lo ricordavo, e nemmeno credevo, a questa pesca dell'uvetta, ma decisi di non obiettare.) Il signor Agnon mi invitò allora a entrare e mi fece qualche domanda sulla mia vita in kibbutz, sui miei studi (e che cosa di me s'impara all'università? Che cosa di me vi piace?), volle anche sapere chi avevo sposato e da dove proveniva la famiglia di mia moglie, e quando gli risposi che per parte di padre mia moglie era discendente del santo Yeshayahu ben Abraham ha-Levi Horowitz, gli si illuminarono gli occhi e prese a raccontarmi due o tre storie, ma intanto era passato già circa un quarto d'ora e così divenne insofferente, si capiva benissimo che stava cercando il modo per congedarmi, ma io, benché mi sentissi seduto come in punta di piedi, proprio come faceva a suo tempo mia madre, ero pieno di coraggio, e gli spiegai il motivo di quella mia visita. Ero venuto da lui, infatti, perché Gershon Shaked aveva affidato a noi, allievi del primo anno al corso di letteratura ebraica, uno studio comparativo fra i racconti di Giaffa di Brenner e gli stessi di Agnon; così avevo letto i testi, studiato quel che avevo trovato in biblioteca a proposito della familiarità di Brenner e Agnon con Giaffa all'epoca della seconda ondata immigratoria, ed ero rimasto stupito di come due persone così diverse fossero diventate amiche: Yosef Chayyim Brenner era un ebreo russo ombroso e isterico, tozzo, trasandato e irascibile, un'anima dostoevskijana sempre in bilico fra l'entusiasmo e la depressione, fra la pietà e il furore, a quell'epoca la sua figura era ormai posta al centro della letteratura e del movimento pionieristico, mentre Agnon era ancora soltanto un ragazzo galiziano timido, molto più giovane di Brenner e praticamente ai suoi esordi letterari, pioniere divenuto segretario, un giovanotto delicato e raffinato, dall'abito elegante e assai preciso nella scrittura, un ragazzo sottile e sognatore, eppure sarcastico: che cosa mai li attirò vicendevolmente nella Giaffa all'epoca della seconda ondata immigratoria, al punto da sembrare quasi una coppia d'innamorati? Oggi mi pare di poter congetturare qualche cosa al proposito, ma quel giorno a casa di Agnon raccontai candidamente al mio ospite del compito che mi era stato affidato all'università, e gli chiesi
- ingenuo qual ero - se poteva svelarmi qual era il segreto della loro intimità. Il signor Agnon strizzò gli occhi e mi guardò, anzi non mi guardò, piuttosto mi studiò di sottecchi per qualche istante con gusto, con un'ombra di sorriso, come avrebbe fatto un cacciatore di farfalle - ma questo lo compresi solo anni dopo - di fronte a un piccolo, grazioso esemplare. Quando ebbe finito di osservarmi così, disse: "Fra me e Yosef Chayyim - che l'Eterno vendichi il suo sangue - c'era a quel tempo quell'intimità la cui radice è riposta nell'amore condiviso". Drizzai le orecchie: sentivo che stava per essermi rivelato un segreto quale nessuno aveva mai conosciuto, chissà quale tresca amorosa misteriosa e piccante che avrei tosto reso pubblica con uno scritto sensazionale, che mi avrebbe da un giorno all'altro trasformato nel maggior esperto di letteratura ebraica. "E chi era, quell'amore condiviso?" domandai forte della mia sconsiderata giovinezza, con il cuore che batteva all'impazzata. "E' un segreto e tale resterà," sorrise il signor Agnon non a me, piuttosto a sé stesso, quasi ammiccando, "un segreto che ti rivelerò a patto che tu mi prometta che non lo dirai a nessuno." Avevo perso la voce, per l'emozione, stupido che ero, e solo le labbra gli promisero di serbarlo, quel segreto. "Allora, segreto inconfessabile, ti dirò che al tempo in cui stavamo a Giaffa, a quel tempo tanto Yosef Chayyim quanto io, amavamo profondamente tal Shemuel Yosef Agnon." Ma certo: ironia tipicamente agnoniana, autoironia che si morde la voce ma morde anche l'ingenuo ospite venuto a tirare la manica del padrone di casa. Eppure, c'è qui implicito anche un grano minuscolo di verità clandestina, un opaco bagliore sul segreto di quell'attrazione di un uomo tozzo e tempestoso verso un ragazzo sottile e affettato, nonché il desiderio segreto nutrito da un ragazzo galiziano, raffinato, per un uomo sanguigno, che gli avrebbe teso la sua ala paterna, la sua spalla di fratello maggiore. Tuttavia, non amore, bensì odio condiviso è ciò che avvicina i racconti di Agnon a quelli di Brenner: verso tutto ciò che di artefatto e retorico e ridondante ci fu nell'esperienza della seconda ondata immigratoria, verso la misura di delusione e arroganza nella realtà sionista, tutta l'untuosità borghese, la boriosità compiaciuta della vita ebraica, tutto ciò era inviso a Brenner e detestato da Agnon. Nei suoi scritti Brenner lo disintegra con la furia di una mazza, mentre Agnon usa l'ironia, con uno spillo in mano per
svuotare le menzogne e le apparenze dell'aria calda e viziata che le riempie. Ciononostante, sia nella Giaffa di Brenner sia in quella di Agnon, tra la folla di lestofanti e ciarlatani s'intravedono a tratti figure taciturne di persone rette, "afflitte anime mute misere di pensieri e di avventure". Il mio mentore Dov Sedan, fu lui a indicarmi come i racconti di Brenner inseguano il mito dei "giusti nascosti". Anche nei racconti di Agnon capita che i reietti del mondo passino a volte in silenzio, con sommesso stupore, e così dopo tutto c'era fors'anche quell'amore condiviso per i taciturni, uomini-bambini che compaiono per un istante nei racconti di Agnon e Brenner, e allora quest'ultimo accantona la sua furia, mentre Agnon allenta per loro la morsa del suo sarcasmo. *** Agnon era osservante, rispettava il Sabato e indossava la papalina, aveva timore del Cielo nel vero senso dell'espressione: "paura", che in fondo in ebraico è sinonimo di "fede". Nei racconti di Agnon vi sono angoli in cui dipinge, per sottintesi e con accorte simulazioni, il timor di Dio come terror panico: Agnon credeva in Dio e Lo temeva, ma non Lo amava. "Sono un uomo leggero io," dice Daniel nel romanzo "L'ospite per la notte", "e non credo che il Santo, sia Egli benedetto, voglia il bene delle Sue creature." E' questo un assunto teologico paradossale, tragico e anche disperato, cui Agnon non diede mai forma discorsiva e affidò piuttosto alla bocca dei personaggi di secondo piano quando non ai capovolgimenti nel destino dei suoi protagonisti. Col passare degli anni trattai diffusamente di questo nel mio libro "Il silenzio del Cielo: Agnon e il timor di Dio". Decine di osservanti, per lo più ultraortodossi, fra cui giovani e donne e persino degli studiosi, mi scrissero dopo la pubblicazione di questo libro delle lettere personali, alcune delle vere e proprie confessioni, raccontandomi, ciascuno a suo modo, di trovare dentro di sé quel che io avevo scorto in Agnon. Ma ciò che avevo letto nelle sue opere per un istante o due lo vidi anche nella sua persona, nel suo cinismo sardonico che quasi sconfinava in un nichilismo beffardo e disperato: "E Cielo avrà per certo pietà di me", disse una volta in mezzo a una delle sue eterne lamentele a proposito degli autobus, "e se il Cielo non avesse pietà di me, forse lo farà il comitato di quartiere, anche se temo che i servizi urbani avranno la meglio su entrambi". Un'altra volta, disse più o meno così: "Sono alcuni anni ormai che il Santo, sia Egli benedetto, si sbaglia a quanto pare, pensando che
Gerusalemme sia la città della Sua gloria, e ancora non sa che Gerusalemme appartiene invece ai politicanti e ai funzionari dei partiti, e se il Santo avesse la bontà di spedire il Messia, loro lo respingerebbero, fissandogli forse un appuntamento per la settimana prossima, il mese prossimo, arrabbiandosi con l'Eterno perché si concede licenze che non ha, e lo sfiancherebbero sino allo spasimo, sino a fargli alzare le spalle e andarsene a cercare un'altra città su cui regnare". *** Nei due anni di studio all'Università di Gerusalemme, salii in pellegrinaggio a Talpiyot ancora qualche volta. All'epoca i miei primi racconti vennero pubblicati sul supplemento di fine settimana del quotidiano "Davar" e sul periodico "Keshet"; avrei voluto lasciarli al signor Agnon e sentire il suo verdetto, ma il signor Agnon si scusò dicendo che "purtroppo in questo periodo non sono in condizioni di lettura", e mi pregò di portarglieli un'altra volta. Quell'altra volta andai da lui a mani vuote ma premuto sulla pancia, sotto il maglione, come una gravidanza imbarazzante, il fascicolo del "Keshet" dov'era pubblicato un mio racconto. Alla fine non osai partorirlo lì sul posto, avevo paura di infastidirlo, e me ne andai così come ero arrivato, con la pancia piena. O meglio, con il maglione gonfio. Solo dopo alcuni anni, quando i miei racconti furono raccolti nell'antologia "Le terre dello sciacallo" (1965), presi coraggio e gliela spedii. Per tre giorni e tre notti fluttuai sul kibbutz a passo di danza, ubriaco di gioia, cantando e levando muti inni di gioia, grida e pianti di felicità che tenevo dentro, quand'ecco che mi arrivò la lettera del signor Agnon, in cui mi scriveva, fra il resto, "...e quando avremo occasione di incontrarci, vi dirò a voce più di quanto non scriva qui. Se Iddio vorrà, per Pasqua avrò letto il resto dei racconti, poiché amo i racconti come i vostri, in cui i personaggi sembrano davvero reali". Un giorno, ai tempi dell'università, apparve in una rivista straniera il saggio di uno dei maggiori esperti di letteratura comparata (forse era lo svizzero Emile Steiger?). L'autore esprimeva l'opinione che i tre scrittori maggiori nel contesto della letteratura mitteleuropea nella prima metà del ventesimo secolo erano Thomas Mann, Robert Musil e S.Y Agnon. Ciò avvenne alcuni anni prima che Agnon ricevesse il premio Nobel, e io ero così emozionato che rubai la rivista dalla sala lettura (di fotocopiatrici all'università non ne esistevano ancora) e corsi con quella a Talpiyot, per
rendere felice il signor Agnon. In effetti fu talmente contento da divorare quello scritto in piedi, con ansia famelica, sulla soglia di casa, tutto d'un fiato, ancora prima di invitarmi a entrare, e letto una volta lo rilesse, fors'anche leccandosi le labbra, poi mi guardò come faceva ogni tanto, e mi domandò con aria ingenua: "Anche tu ritieni che Thomas Mann fosse poi così grande?". Un'altra volta gli domandai perfidamente che cosa ne pensava di Bialik, di Uri Tzvi Greenberg, di Alterman e Hazaz e Shlonsky: avevo voglia di estrarre da lui un poco di veleno, di godermi la sua sottile cattiveria: "Bialik", rispose più o meno, con la voce colma d'un tratto di un'umiltà smisurata e di altrettanto rispetto, "Bialik è stato il principe della lingua e della poesia. Dal giorno in cui fu chiuso il canone degli scritti sacri, il popolo d'Israele non conobbe più nessuno che padroneggiasse l'ebraico come Bialik. Il principe della nostra lingua, fu Bialik: io stesso non sono riuscito a trovare in tutti i suoi scritti più di due errori". E anche di Uri Tzvi Greenberg, Agnon disse: "Principe della lingua e della poesia! Un maestro della nostra poesia! In nessun popolo, nessuna lingua, è mai sorto un poeta capace di fare ciò che fece Uri Tzvi; nemmeno il grande Goethe fece come lui". Quando poi gli chiesi che cosa pensasse di Shlonsky, sorrise e quasi ammiccò fra sé e sé, prima di rispondere: "Il Santo, sia Egli benedetto, in persona, compose le parole 'abisso' e 'caos'. Poi venne Shlonsky che perfezionò l'opera della creazione e ne trasse una sinfonia di voci, "bohu", "kamobu" "balobu" "yavobu" e via di seguito. Così quando il Sommo andrà da Shlonsky a imparare i segreti della creazione, chissà che il cosmo intero non diventi tutto rime alla spicciolata". Mentre diceva questo, il volto del signor Agnon non esprimeva alcuna cattiveria né senso di superiorità, come un bambino furbo che è riuscito a farla in barba a tutti i grandi e sa che, certo, si arrabbieranno con lui ma riusciranno a stento a reprimere la simpatia e l'entusiasmo per la sua intelligenza, o l'orgoglio di averlo fra loro. In quel momento, il premio Nobel per la letteratura pareva un bambino prodigio bisognoso d'amore, assetato d'amore, di una sete che "acque profonde non valsero a spegnere, né fiumi a sommergerlo" ("Cantico" 8, 7). Me ne andai da casa sua contento come chi scopre di avere dentro di sé un segreto che conosce da sempre. ***
Una sera non arrivai in tempo per l'ultimo autobus da Rechovot a Hulda, e fui costretto a prendere un taxi. Per tutto il giorno alla radio non avevano parlato che del premio Nobel, diviso fra Agnon e la poetessa Nelly Sachs; allora il taxista mi chiese se avevo mai sentito parlare di quello scrittore lì, Agnon (nome che pronunciò con l'accento sulla prima, invece che sull'ultima): "Pensi un po'", diceva con tono meravigliato, "non ne abbiamo mai sentito parlare, e di colpo ci porta agli onori del mondo. Sa solo? Peccato che alla fine dovrà dividersi il gruzzolo con una donna". Anche al signor Agnon, del resto, dispiacque per quel "gruzzolo". Riteneva, e ne discusse con assoluta serietà, con un ardore quasi infantile, che il comitato del premio dovesse tornare a lui dopo due, tre anni, per conferirgli il premio nella sua interezza, senza soci e senza riserve. Un giorno, come scherzando sul suo amor proprio e sulla sete di gloria che lo rodeva, disse: "Vedete quanto è grande la gloria, la gente è disposta a finire nella polvere, per lei". *** Per qualche anno cercai di affrancarmi dall'ombra di Agnon, lottai per tenere la mia scrittura lontana dalla sua influenza, dalla sua lingua densa, deliziata, a volte domestica, con i suoi ritmi ben temperati, una sorta di compostezza midrashica con risonanze tiepide di paternalismo sinagogale e rintocchi di melodie yiddish e riflessi di ridondanti epopee chasidiche. Dovevo affrancarmi dall'influenza del suo spirito e della sua ironia, dal suo simbolismo carico e baroccheggiante, dai vezzi enigmistici, dall'ambiguità di significati, dagli artifici letterari. Ma dopo tutti gli sforzi fatti per allontanarmi e affrancarmi da lui, quel che ho appreso da Agnon risuona ancora, eccome, nei libri che ho scritto. Però, in fondo, che cosa ho imparato da lui? Più o meno questo: gettare più di un'ombra soltanto. Non pescare l'uvetta dalla torta. Trattenere, levigare il dolore. E ancora una cosa, che mia nonna esprimeva in modo più pregnante di quanto non stia scritto in Agnon: "Se non ti restano più lacrime per piangere, non piangere. Ridi".
13. A volte restavo a dormire dai nonni. Nonna puntava improvvisamente un dito su un mobile o un vestito o una persona e mi diceva:, talmente brutto che è quasi bello". A volte invece: "E' diventato così sapiente, quel sapiente, che ormai non capisce più niente". O anche: "Fa un male, ma un male, ma un male che a momenti fa ridere". Per tutto il giorno canticchiava melodie portate con sé da luoghi in cui presumibilmente aveva vissuto senza il terrore dei microbi e senza la volgarità di cui si lamentava sempre perché qui tutto ne era intaccato. "Come bestie" sibilava d'un tratto con disgusto, senza alcuna apparente ragione, senza che ci fosse alcuna provocazione o nesso, e senza nemmeno prendersi il disturbo di spiegarci chi considerava alla stregua di bestie, in quel momento. Anche se mi trovavo seduto accanto a lei su una panchina dei giardini pubblici, nel tardo pomeriggio, e i giardini erano deserti e una brezza leggera accarezzava gentile le foglie e anzi forse le faceva tremolare senza neppure toccarle con la punta delle sue dita trasparenti, nonna era capace di sbottare così, disgustata, tutta fremente di ribrezzo e orrore: "Ma insomma! Come si può essere così! Peggio che delle bestie!". E appena un istante dopo tornava a canticchiare le sue melodie sommesse che io non conoscevo. Lo faceva in ogni occasione: in cucina, davanti allo specchio, sulla sua sedia in terrazza, e persino la notte. Spesso, dopo il bagno e lo spazzolino da denti, dopo la pulizia delle orecchie con i bastoncini dalla capocchia di ovatta, mi metteva a dormire accanto a lei nel suo lettone (era un letto matrimoniale che il nonno aveva
abbandonato definitivamente, o forse ne era stato esiliato, ancora prima ch'io nascessi). La nonna mi leggeva una storia o due, mi accarezzava le gote, mi baciava in fronte e subito dopo la sfregava con un fazzoletto impregnato di profumo che teneva sempre infilato nella manica sinistra e usava per scacciare o schiacciare i microbi, infine spegneva la luce sopra di noi. Ma anche al buio continuava a canticchiare, no, non canticchiare e nemmeno ronzare o borbottare, come scriverlo, attingeva da dentro di sé una specie di voce remota, trasognata, una voce color noce, un suono scuro e piacevole che a poco a poco si assottigliava sino a diventare un'ombra di voce, una sfumatura, un sentore, un gorgogliare attutito, scuro calore, tiepido liquido amniotico. Per tutta la notte. *** Ma quella piacevolezza notturna, il gorgoglio e il tepore e l'acqua uterina, era imprescindibile da virulenti sfregamenti di spazzola sopra la pelle la mattina presto, per prima cosa, ancora prima del cacao in tazza senza pellicina. Mi risvegliavo nel suo letto ai colpi del nonno intento al suo quotidiano massacro dell'alba: fedele ai dettami della nonna, lui si alzava ogni mattina prima delle sei e andava in balcone a battere con ardore donchisciottesco le coperte e i materassi. Non avevo ancora aperto gli occhi che lei già mi aspettava in bagno, dove la vasca era colma di acqua bollente miscelata con una pozione antisettica che mandava odore di ambulatorio medico. Sul bordo della vasca ti attendeva al varco uno spazzolino da denti sulle cui setole era stato spalmato apposta per te un baco biancastro e arzigogolato di dentifricio "Shenhav", "Avorio". Poi, ti toccava bagnarti e insaponarti ben bene e sfregare con una matassa ondulata chiamata "lipa" e poi di nuovo bagnare, e allora arrivava la nonna e ti metteva in ginocchio dentro la vasca e tenendoti forte per il braccio con le sue mani ti sfregava tutto, da sopra a sotto e all'inverso, con una specie di spazzola di crine terribile, come dei pettini di ferro del cattivo Impero romano, quei pettini di ferro che avevano lacerato pelle e carne di rabbi Aqiba e degli altri martiri, e la pelle ti diventava tutta rossa come carne cruda, e a quel punto la nonna ti ordinava di chiudere gli occhi forte forte e ti insaponava e sfregava la testa con le sue mani, tormentando con le sue unghie forti la radice dei capelli, come faceva Giobbe grattandosi con un pezzo di coccio, e intanto ti spiegava con la sua voce scura, piacevole, quale letamaio di schifezze produce e secerne il
corpo ogni notte nel sonno, come sudore appiccicoso e ogni sorta di materie grasse rifiuti del corpo e scorie della pelle e caduta di capelli e sozzura volgare e cellule morte e rifiuti liquidi torbidi meglio non sapere, e mentre tu ancora dormivi e non sentivi nulla tutta quella feccia corporea ti si spalmava addosso, si mischiava e invitava, invitava nel vero senso della parola, i microbi e i bacilli e anche i virus, a brulicarti addosso, per non parlare di tutto quel che la scienza aveva ancora da scoprire, tutto quel che ancora non si riusciva a vedere nemmeno con i microscopi più potenti, ma anche se non la si vedeva, questa roba ti passeggiava addosso per tutta la notte, con miliardi di piedini minuscoli, peli sporchi e disgustosi, proprio come quelli degli scarafaggi ma molto, molto più minuscolissimi che proprio non li si vedeva, nemmeno i più esperti li vedevano, e con quelle zampe piene di setole luride, quel coso striscia e ci entra di nuovo dentro il corpo passando per il naso e la bocca e non sto a dirti cosa, soprattutto lì in quei posti non belli, perché la gente non si lava mai come dovrebbe e anche quando si pulisce, ebbene pulirsi non significa lavarsi, anzi, serve solo a spalmare quegli schifosi parassiti dentro milioni di buchi piccolissimi che abbiamo su tutta la pelle, e tutto diventa così più sporco e sudato e schifoso, soprattutto perché la sporcizia interna che il corpo spreme in continuazione, giorno e notte, si mischia così con la sporcizia esterna che ci rimane appiccicata addosso toccando cose non igieniche che chissà chi le ha toccate prima di noi, come ad esempio i soldi o i giornali o la ringhiera delle scale o le maniglie delle porte o persino il cibo che si compra, già, va' a sapere chi magari ha starnutito prima sopra quello che stai toccando, e chi persino, perdonami, si è pulito il naso nei paraggi e un po' di moccio gli è gocciolato giù proprio sulla carta dorata che tiri su così da terra, per strada, e magari te la metti sul letto dove la gente dorme, per non parlare dei tappi di cui fai collezione prendendoli direttamente dalla spazzatura e delle pannocchie calde che tua mamma, Dio la conservi, ti compra prendendole dalla mano di quel tale che magari non si è nemmeno lavato o pulito le mani dopo aver fatto, perdonami, quel che ognun fa, e siamo poi così sicuri che sia una persona sana? Che non abbia, per caso, la tubercolosi? Il colera, la febbre tifoidea, l'epatite, la dissenteria? O anche soltanto un ascesso, un'infezione intestinale, un eczema, la psoriasi sulla pelle che è una specie di lebbra? E se non fosse nemmeno ebreo? Hai idea di quante malattie ci siano? Quante piaghe levantine? Sto parlando solo di quelle che si conoscono, non di quelle ancora sconosciute e che nemmeno i grandi
esperti ancora conoscono, insomma, non passa giorno che qui nel Levante le persone non muoiano come mosche per qualche parassita o bacillo o microbo o per colpa di qualche minuscolo verme che i medici ancora non conoscono e soprattutto in questo paese così caldo e pieno di mosche zanzare insetti formiche scarafaggi moscerini e Dio solo sa cos'altro, e la gente qui suda in continuazione e tocca tutto e si struscia l'uno con le infiammazioni e il pus dell'altro e con il sudore e i liquidi che escono dal corpo, e tu alla tua età faresti meglio a non sapere di tutti questi liquidi, e tutti possono facilmente bagnarsi l'un con l'altro senza che uno si accorga di quel che gli è rimasto attaccato, visto l'affollamento che c'è qui, basta stringere una mano per passare ogni sorta di malattie, e anche senza toccarsi, anche solo respirando l'aria che prima qualcuno ha respirato dentro i suoi polmoni con microbi e bacilli della tigna o del tracoma o dello schisostoma. La sanità qui non ha niente a che vedere con quella europea, l'igiene metà della gente qui non sa nemmeno cosa sia, e tutta l'aria è piena di insetti esotici di ogni specie, vermi disgustosi con le ali che ti arrivano in bocca direttamente dai villaggi arabi e persino dall'Africa e chissà quali strane malattie e infezioni e pustole questi parassiti portano continuamente di là, insomma, il Levante è proprio pieno di microbi. Adesso tu asciugati per bene, come un bambino grande, senza lasciare nessun posto bagnato, e dopo mettiti con attenzione un po' di talco in quel posto dove sai e anche in quell'altro posto dove sai, tutt'intorno, e sul collo voglio che ti spalmi per bene la lozione che sta qui, e dopo indossa questi vestiti che metto qui, i vestiti che tua mamma, Dio la conservi, ti ha preparato ma che io ho passato ancora con il ferro caldo che disinfetta e uccide tutti gli animaletti, meglio del bucato. Poi vieni da me in cucina, ben pettinato, e avrai la tazza di cacao e poi mangerai la tua colazione. Uscendo dal bagno mormorava fra sé e sé, senza rabbia, e invece con una tristezza profonda: "Come bestie. Peggio che bestie". *** Una porta con un vetro opaco, con sopra dei fiori stilizzati, separava la stanza di nonna dalla cameretta chiamata il "gabinetto del nonno Alexander". Di qui il nonno aveva il suo ingresso personale ed esclusivo sulla terrazza e da qui sulla città, la libertà. In un angolo di quella stanzetta c'era il divano venuto da Odessa, stretto e rigido come un'asse, su cui il
nonno dormiva la notte. Sotto al divano, come reclute in adunata, stavano in fila indiana otto, nove paia di scarpe, tutte nere e lucidate a specchio: proprio come la nonna Shlomit che, per parte sua, teneva con cura amorevole la sua collezione di cappelli, dalle varie tinte - verde e marrone e bordeaux - chiusi dentro le scatole rotonde, così nonno Alexander amava comandare la sua truppa di scarpe, che lucidava sinché non brillavano come cristalleria: c'erano paia rigide e dalla suola spessa, alcune con la punta arrotondata, altre affilate e perforanti, scarpe con le stringhe e scarpe con i lacci e scarpe con le fibbie. Davanti al divano c'era la sua piccola scrivania, sempre perfettamente ordinata, con sopra la boccetta d'inchiostro e un asciugacarte in legno d'ulivo. Quest'ultimo mi ricordava un carro armato o una nave con un grosso fumaiolo che va verso il molo, fatto a sua volta di tre contenitori d'argento luccicante: uno zeppo di fermagli, l'altro di puntine e il terzo era come un groviglio di vipere in movimento - un gomitolo di elastici. Oltre a questi oggetti, sulla scrivania del nonno Ordine c'era un cubo di metallo con un cassetto per le lettere in entrata, un altro per le lettere in uscita, un terzo per i ritagli di giornale e un altro per i documenti del municipio e della banca, e un altro ancora per la corrispondenza del movimento Herut, sezione di Gerusalemme. C'era anche una scatola di legno d'ulivo zeppa di francobolli di valore diverso, con uno scomparto riservato agli "espresso", uno per le affrancature raccomandate e un altro per la posta aerea. C'era inoltre uno scomparto separato per le buste e uno per le cartoline postali, e dietro spuntava una specie di base placcata, che aveva la forma della torre Eiffel, e girava su sé stessa. Questa base conteneva penne e matite di vario colore, ce n'era anche una meravigliosa con due punte, rossa di qui e blu di là. In un angolo della scrivania del nonno, vicino ai raccoglitori con i documenti, c'era sempre una bottiglia scura e impettita di liquore, e accanto a essa tre o quattro bicchierini verdi che parevano donne ben tornite. Nonno amava molto la bellezza, il brutto gli faceva ribrezzo, e amava anche, ogni tanto, stemperare la sua solitudine e l'ansia in un sorsino di liquore, fra sé e sé: il mondo non lo capiva. Sua moglie non lo capiva. Nessuno lo capiva veramente. Lui era per natura nobile d'animo, ma tutti, proprio tutti, cospiravano per tarpargli le ali - sua moglie, i suoi amici, i suoi soci - tutti erano complici della congiura tesa a sommergerlo sotto le infinite incombenze domestiche e le pulizie e le commissioni e la spesa e mille altri fastidi e cose da fare. Era un uomo tranquillo, lui, che si arrabbiava facilmente ma altrettanto facilmente si
placava. Ogni volta che vedeva un'incombenza posata per terra, un'incombenza familiare o pubblica o un'incombenza morale, lui subito si chinava a sobbarcarsela. Ma poi sospirava e si lamentava del peso e del fatto che tutto il mondo, nonna in testa, sfruttava il suo buon cuore e lo caricava di commissioni che soffocavano l'afflato di poesia che c'era in lui, e per di più lo usava come un fattorino. Durante il giorno, nonno Alexander faceva il mediatore commerciale e il rappresentante di prodotti d'abbigliamento, l'agente gerosolimitano della ditta di tessuti Lodzia e di altri famosi marchi. Dentro numerose valigie ammassate su degli scaffali che correvano fino al soffitto, aveva sempre dei campioni colorati di stoffe e camicie e pantaloni di maglia e gabardine e calze e salviette e fazzoletti e tende e quant'altro. Io avevo licenza di usare alcuni di quei campionari, senza aprirli, per costruirci fortezze, torri e muraglie difensive. Nonno si sedeva sulla sedia, dando la schiena alla scrivania, le gambe tese in avanti, la faccia rossa, quasi sempre illuminata del suo placido buon cuore, e mi sorrideva allegramente, come se la torre di valigiette che stavo costruendo sul pavimento fosse destinata a oscurare le piramidi, i giardini pensili di Babilonia e la Grande Muraglia cinese, tutto in una volta. Era stato nonno Alexander a raccontarmi della Grande Muraglia, dei giardini pensili e delle altre meraviglie dell'umanità, come il Partenone e il Colosseo, il Canale di Suez e quello di Panama, l'Empire State Building, il Cremlino, i canali di Venezia, l'Arco di Trionfo e la torre Eiffel. *** Durante la notte, nella solitudine del suo studiolo, accanto alla sua scrivania, sopra un bicchierino di liquore dolce, il nonno Alexander diventava un poeta sentimentale, che spandeva sul mondo indifferente rime d'amore, di deliquio, di ardore e malinconia, in russo. Il suo amico Yosef Kohen Tzedek traduceva in ebraico questi componimenti: "Venticinque anni dopo la morte/svegliami, Signore!/ apri i miei occhi con amore/tre giorni di vita dammi in sorte/e da Beer Sheva sino a Dan/passar le tue mani mi fan/ogni valle ogni collina/al veder con brama/che ciascuno in pace resta/sotto la vite e con gran festa/frutta sulla terra generosa/come chi chieder non osa...". Componeva insomma degli inni che descrivevano le figure di Zeev Jabotinsky e Menachem Begin e del suo fratello famoso, lo zio Yosef, oltre a invettive in rima contro i tedeschi gli arabi gli inglesi e gli altri nemici d'Israele. Fra tante, ho trovato anche tre o quattro poesie
dedicate alla solitudine e alla tristezza: "In sogno, mestamente/falce di luna velata/ti ho vista a me davanti/lo sguardo raggiante di beltà..." o: "Pensieri di lutto, dolore e sofferenza/che cosa mi circonda/una tela d'autunno e pioggia, malinconia/ la perduta giovinezza non è più mia...". Ma per lo più non c'erano malinconiche nuvole d'autunno, nel suo orizzonte: era infatti una tempra nazionalista, un patriota amico di eserciti vittorie e conquiste, uno sparviero tempestoso e ingenuo, fiducioso del fatto che se soltanto ci fossimo armati, noi ebrei, di eroismo e determinazione e statura e spirito di libertà e tutto il resto, se solo fossimo insorti finalmente, avremmo potuto battere tutti i nostri nemici e restaurare il regno di Davide dal Nilo sino al grande Eufrate, e tutto il mondo dei gentili, perverso e crudele, sarebbe venuto a prostrarsi ai nostri piedi. Aveva insomma la debolezza della nobiltà, della forza, dello smalto - divisa militare, trombe, bandiere, lance che luccicano al sole, palazzi e insegne. Apparteneva al diciannovesimo secolo, ma a forza di andare avanti con gli anni, arrivò sino a vedere più di tre quarti anche del ventesimo. Lo ricordo in un abito di flanella color crema chiaro, o a righe con la piega e sotto a volte un gilet di piquet e una catenina d'argento sulla pancia, che portava al taschino (il gilet, lui lo chiamava "panciotto" e io soffocavo un sogghigno tremolante, che minacciava sempre di sbottare in un riso sfrenato). In testa, d'estate portava un cappello chiaro di paglia traforata, d'inverno un Borsalino con intorno un nastro di seta scura. Era tremendamente irascibile, capace di esplosioni improvvise e tempestose, ma presto si rasserenava e perdonava, chiedeva scusa, si diceva dispiaciuto, un po' imbarazzato, come se lo sfogo d'ira non fosse stato altro che un passeggero attacco di tosse. Il suo umore lo si coglieva sempre sin da distanti, perché il colorito sul viso cambiava come un semaforo, rosabianco-rosso-rosa di nuovo: quasi sempre le gote erano pacificamente rosa, a tratti sbiancavano per un'offesa o s'infiammavano di rabbia, e ben presto tornavano rosee, ad annunciare al mondo intero che la tempesta era finita, che l'inverno era passato, che i primi germogli s'affacciavano sulla Terra e la perenne allegria del nonno era tornata dopo un breve intervallo, e nel giro di un istante dimenticava completamente chi e cosa l'avevano fatto tanto arrabbiare e perché si era così infuriato, come un bambino che un momento piange e quello dopo ride, tornando allegro ai suoi giochi.
14. Rabbi Alexander Ziskind di Horodino, defunto nell'anno 1794, è conosciuto dalla tradizione rabbinica con la formula Yosha, cioè le iniziali del suo famoso libro "Fondamento e Radice del Lavoro". Era un mistico, un "cabalista", un asceta, puntiglioso estensore di alcuni testi edificanti che ebbero grande influenza. Dicono di lui che "stava tutto il giorno rinchiuso in una angusta stanzetta a studiare la Torah, non baciò mai i suoi figli, mai li prese in braccio né s'intrattenne mai con loro in una conversazione frivola". Sua moglie badava da sola a mantenere la famiglia e allevare i figli. Ciononostante, questo illustre asceta ingiungeva di "adorare l'Eterno con immensa gioia e grande entusiasmo" (rabbi Nachman di Breslav disse di lui che "era un chassid ancora prima che esistesse il chassidismo"). Ma la gioia e l'entusiasmo non impedirono a rabbi Alexander Ziskind di lasciare nel testamento disposizione che, dopo la sua morte, "le pompe funebri infliggano al mio corpo le quattro pene capitali sancite dalla legge", sino a fare a pezzi tutte le sue membra. Ad esempio: "Alcuni uomini mi alzeranno sino al soffitto e di lì mi getteranno con immensa forza sulla terra, senza alcun riparo lenzuolo o freno, e così faranno sette volte una dopo l'altra, sia raccomandato... agli addetti ai morti che eseguano su di me questo rituale funebre e non risparmino la mia vergogna, perché la vergogna è la mia gloria, piccolo scotto del grande Giudizio universale". Tutto ciò a espiazione dei suoi peccati o a mo' di purificazione, "per l'anima e lo spirito di Alexander Ziskind nato da Rebecca". Al pari, si sa di lui che vagò per le città della Germania, a racimolare denaro per la comunità in terra d'Israele, e per questo fu anche messo in carcere. I suoi discendenti portarono il patronimico Braz, acronimo di: "figli di rabbi Alexander Ziskind".
Suo figlio, rabbi Yosla Braz, uno di quelli che il padre non baciò mai né mai tenne in braccio, era considerato un santo che dedicò la sua vita alla Torah e non usciva mai dalla casa di studio per tutti e sei i giorni feriali, nemmeno per dormire: si concedeva qualche sonnellino da seduto, la testa sul braccio e il braccio sul banco, quattro ore per notte, con una candela accesa infilata tra le dita sì che, una volta consumata tutta, la fiamma lo svegliasse. Anche i pasti frugali se li faceva portare nell'aula, donde usciva solo al sopraggiungere del Sabato e a cui tornava ventiquattro ore dopo. Un asceta, proprio come suo padre. Sua moglie, che mandava avanti un negozio di stoffe, mantenne lui e i rampolli per tutta la vita, come a suo tempo aveva fatto anche la madre di lui, dato che per estrema umiltà rabbi Yosla si rifiutò sempre di servire da rabbino, e invece insegnava gratis la Torah ai poveri. Non volle del resto nemmeno lasciare dei libri dopo di sé, perché si considerava troppo piccolo per dire qualcosa di nuovo, che non fosse già stato detto prima di lui. Un figlio di rabbi Yosla, rabbi Alexander Ziskind Braz (il nonno di mio nonno Alexander), divenne un abbiente mercante: trattava derrate, lino e financo setole di maiale, e il suo giro d'affari arrivava sino a K"nisberg, Danzica e Lipsia. Pur essendo puntiglioso nell'osservanza dei precetti, si distaccò a quanto pare dal fanatismo di suo padre e suo nonno: non voltò insomma le spalle al mondo, non visse a carico di sua moglie, né disdegnò la temperie di allora e l'Illuminismo: ai suoi figli concesse di studiare russo, tedesco e un briciolo di "cultura straniera", e fece studiare persino sua figlia, Rose-Keile. Quel che è certo, inoltre, è che non fece giurare solennemente agli addetti delle pompe funebri di far precipitare il suo corpo, dopo la morte. *** Menachem Mendel Braz, il figlio di Alexander Ziskind, nipote di rabbi Yosla, bisnipote di rabbi Alexander Ziskind autore del "Fondamento e Radice del Lavoro", si trasferì a Odessa all'inizio degli anni ottanta del secolo diciannovesimo e qui, insieme alla moglie Perla, gestì una piccola fabbrica di vetro. In gioventù era stato funzionario pubblico a K0nisberg. Menachem Braz era un bell'uomo, ricco, deciso a godersi la vita, coraggioso e anticonformista persino al confronto con le idee piuttosto aperte della società ebraica di Odessa alla fine del diciannovesimo secolo: apertamente ateo, edonista consapevole, con la stessa devozione e con lo stesso ardore che suo nonno e il suo bisnonno avevano dedicato a ogni
virgola e accento della Torah, lui provava disgusto tanto per la religione quanto per i suoi adepti. Menachem Braz era uno spirito libero con slancio esibizionista, fumava apertamente di Sabato, divorava con gusto cibi impuri, inseguiva i piaceri della vita insieme alla triste consapevolezza della sua brevità e alla più totale indifferenza per il criterio del castigo e della retribuzione nell'Aldilà. Era seguace di Epicuro e Voltaire, secondo i quali l'uomo ha da cogliere a piene mani tutto ciò che la vita gli offre e godere senza freni di tutto ciò che desidera, a patto di non ferire il prossimo, non provocare ingiustizie e non causare sofferenze. La sorella di Menachem Mendel Braz, Rose-Keile, figlia di rabbi Alexander Ziskind Braz, fu data in sposa a un umile ebreo di campagna, che veniva dal borgo di Oulkeniki in Lituania (non lontano da Vilna), Yehudah Leib Klausner, figlio di un mezzadro di nome Yehzekel Klausner, discendente di rabbi Abraham Mausner, autore del "Libro delle usanze", vissuto a Vienna alla fine del secolo quattordicesimo. (L'eredità dei nomi: mia figlia maggiore è stata chiamata Fania, come mia madre. Mio figlio è Daniel Yehudah Arieh, da Daniel Klausner, mio cugino nato un anno prima di me e ucciso con i suoi genitori David e Malka dai tedeschi a Vilna quando aveva tre anni, e da mio padre, Yehudah Arieh Klausner, così chiamato per via di suo nonno, Yehudah Leib Klausner del borgo di Oulkeniki in Lituania, figlio di rabbi Yehzekel, figlio di rabbi Kaddish, figlio di rabbi Ghedaliah Klausner- Oulkenitzki, discendenti di rabbi Abraham Klausner autore del "Libro delle usanze", vissuto a Vienna alla fine del Quattordicesimo secolo. Mio nonno per parte di padre era Alexander Ziskind Klausner, chiamato così con il nome di suo nonno per parte di madre, Alexander Ziskind Braz, anch'egli chiamato con il nome di suo nonno, rabbi Alexander Ziskind di Horodino, autore del "Fondamento e Radice del Lavoro". Mio fratello David porta il nome dello zio David, il fratello di papà che i tedeschi assassinarono a Vienna. Tre mie nipoti portano i nomi del nonno (Maccabi Salzberg) o quello della nonna (Lote Salzberg e Riva Zuckermann). [N.d.A.]) I Klausner del paese di Oulkeniki, diversamente dai colti cugini della vicina città di Trakai, erano gente semplice di campagna, robusta, testarda e genuina. Yehzekel Klausner allevava vacche e pecore e coltivava alberi da frutta e verdura, prima nel villaggio di Popishuk (o Papishki), poi a Rudnik, e alla fine a Oulkeniki, tutti nei dintorni di Vilna. Yehudah Leib, come suo padre Yehzekel prima di lui, aveva studiato un poco di Torah e qualche
pagina di Talmud da un maestro di paese, osservava i precetti ma non sopportava i sofismi dei predicatori. Amava la vita all'aria aperta e detestava stare al chiuso. Buttatosi dapprima nel commercio di granaglie, andò presto incontro al fallimento, perché altri del mestiere avevano approfittato della sua ingenuità ed erano riusciti facilmente a truffarlo e ridurlo a mala parata; allora, con il denaro rimasto, Yehudah Leib Klausner comprò un cavallo e un carretto, e si diede a trasportare passeggeri e merci da un villaggio all'altro. Era un carrettiere tranquillo, gentile e allegro, amante del buon cibo e dei canti sabbatici e delle feste nonché di un bicchierino di acquavite nelle sere d'inverno; non frustò mai il suo cavallo né mai si fece indietro di fronte a un pericolo. Gli piaceva viaggiare da solo, a passo cadenzato, sul carro carico di legna o sacchi di grano, al buio per le foreste, lungo steppe deserte, in mezzo a tempeste di neve, attraverso la distesa di ghiaccio sottile sopra il fiume, col freddo. Una volta (così il nonno Alexander amava ripetere, nelle sere d'inverno), lo strato di ghiaccio si ruppe sotto le ruote del caro di Yehudah Arieh, e lui saltò, prese con le sue mani forti le redini del cavallo, tirò fuori lui e il carretto dall'acqua gelida. Tre figli e tre figlie diede Rose-Keile Braz a suo marito il carrettiere. Nel 1884 però lei si ammalò gravemente, così i Klausner decisero di lasciare lo sperduto villaggio di Oulkeniki in Lituania e trasferirsi a Odessa, là dove abitava il fratello ricco e potente della malata: Menachem Mendel Braz si sarebbe certamente occupato di loro e avrebbe fatto curare sua sorella dai medici più bravi. Quando arrivarono a Odessa, nel 1885, lo zio Yosef, cioè il figlio primogenito dei Klausner, era un piccolo genio di circa undici anni, molto compito, che parlava l'ebraico e aveva una gran sete di cultura. Assomigliava ai cugini, i Klausner colti e acuti della cittadina di Trakai, certo più che ai suoi avi contadini e carrettieri di Oulkeniki. Suo zio, l'epicureo-voltairiano Menachem Braz, lo destinò subito a un luminoso futuro e lo aiutò negli studi. Suo fratello Alexander Ziskind, per contro, era all'epoca del trasferimento a Odessa un bambino di quattro anni, sensibile e agitato, che ben presto dimostrò di essere fatto della stessa pasta di suo padre e suo nonno, cioè i Klausner di campagna: non andava affatto matto per gli studi, sin da piccolo gli era sempre piaciuto stare all'aria aperta, osservare la gente all'opera, fiutare e toccare il mondo, starsene solo nei campi o nel bosco a covare sogni. Con ciò, emanava una grazia, un'allegria,
una generosità e un buon cuore che conquistavano chiunque. Tutti lo chiamavano Zussia o Zussl ("zucchero"). C'erano ancora lo zio Bezalel e tre sorelle, che non giunsero mai in terra d'Israele: Sofia, Ana e Daria. Per quel che sono riuscito a sapere, dopo la rivoluzione Sofia divenne insegnante di letteratura e in seguito anche preside di un liceo a Leningrado. Aria morì prima della Seconda guerra mondiale, mentre Daria-Deborah e suo marito, Micha, tentarono di fuggire in Palestina dopo la rivoluzione ma furono "bloccati" a Kiev dalla gravidanza di Daria. (Con la figlia di Daria, Evita Radovskayah, che ora ha più di ottant'anni, sono ancora in corrispondenza. La zia Evita, cugina di mio padre, lasciò Pietroburgo qualche tempo dopo il collasso dell'Unione Sovietica e si trasferì a Cleveland, Ohio. La sua unica figlia, Marina, che avrebbe più o meno la mia età, morì a Pietroburgo nel fiore degli anni. Nikita, l'unico figlio di Marina, coetaneo dei miei figli, partì con la nonna per l'America ma poco tempo dopo tornò in Russia, o in Ucraina, dove si è poi sposato e dove fa il veterinario condotto e tira su le sue figlie, che sono della generazione dei miei nipotini. [N.d.A.]) Malgrado il sostegno del ricco zio Menachem e di altri parenti di Odessa da parte Braz, i Klausner andarono in rovina poco tempo dopo il loro arrivo: il padre, Yehudah Leib, un uomo robusto e posato ma affamato di vita e propenso alla risata, deperì una volta costretto a investire i pochi risparmi portati con sé dal villaggio lituano nell'acquisto di un piccolo e soffocante negozio di alimentari con cui i Klausner tiravano faticosamente avanti. Lui intanto sognava le steppe, i boschi, i campi innevati, il cavallo e il carretto, gli ostelli e il fiume che aveva lasciato laggiù. Passò qualche anno e si ammalò, si spense e morì nella penombra angusta del negozio, a soli cinquantasette anni. La vedova, Rose-Keile, visse ancora venticinque anni. Spirò nel quartiere bukharo di Gerusalemme: era il 1928. *** Mentre lo zio Yosef andava tenacemente avanti nei suoi studi prima a Odessa e poi all'Università di Heidelberg, promettendo con il suo talento di capovolgere montagne e illuminare scorci di cielo, nonno Alexander abbandonava la scuola più o meno a quindici anni e cominciava a tentare ogni sorta di piccoli commerci, comprava qualcosa qui e la vendeva là, la notte scarabocchiava i suoi focosi versi in russo, di giorno si lustrava gli occhi avidi sulle vetrine e sulle montagne di meloni, uva, angurie e anche
sulle sensuali donne del Sud: correva a casa a comporre le sue ardenti poesie, tornava per le strade di Odessa in sella alla sua bicicletta, vestito come un damerino con tanto di giacca e cravatta, e, per quanto potesse permettersi, in perfetto stile bulletto di città. Doveva proprio assomigliare a quei giovanotti un po' dandy del quartiere Moldavanka nei racconti di Isaak Babel, fumava come un adulto, i baffi neri perfettamente curati e incerati. Ogni tanto scendeva al porto a contemplare le navi e i facchini e le ragazze del porto da pochi soldi, ogni tanto restava incantato a guardare una truppa di soldati al ritmo della marcia suonata dalla banda, a volte trascorreva un'ora o due in biblioteca, a leggere avidamente tutto quello che gli capitava a tiro, decidendo in cuor suo di tentare ancora una volta la competizione con il fratello prodigio. Per intanto, imparò a ballare con le signorine di buona famiglia, a bere liquori forti, anche due o tre bicchieri di fila mantenendosi sobrio, a far conoscenza al caffè, degnare di qualche complimento il cagnolino per attaccare discorso con la padrona. Nei suoi vagabondaggi in giro per Odessa, sensuale città di porto inondata di sole e popolata di tante minoranze, faceva amicizia con questi e quelli, corteggiava ragazze, comprava di tutto un po' e quello rivendeva, guadagnava qualcosa, si sedeva in un angolo di un caffè o su una panchina ai giardini, tirava fuori il taccuino, componeva una poesia (quattro strofe otto versi), e poi di nuovo saltava sulla bicicletta per le sue spedizioni da volontario del movimento "Chovevei Sion", "Amici di Sion", attivo a Odessa prima che esistesse il telefono: portava un dispaccio urgentissimo di Ahad ha-Am a Mendele Mokher Sforim, da Mendel Mokher Sforim al signor Bialik, grande cultore della battuta sagace o al signor Menachem Osishkin, dal signor Osishkin al signor Lilienblum e intanto, mentre aspettava in un salotto o in un ingresso la risposta da recapitare, canticchiavano dentro di lui, in russo, poesiole nello spirito del movimento: Gerusalemme dalle strade lastricate di diaspro, un angelo a ogni angolo, e il cielo fulgido sopra la città, nella luce dei sette firmamenti. Componeva anche rime d'amore per la lingua ebraica, di cui decantava la bellezza, esaltava le tonalità, cui giurava fedeltà eterna - tutto in russo (dopo quarant'anni che viveva a Gerusalemme, il nonno non aveva ancora imparato decentemente l'ebraico: sino al giorno della morte, usò un idioma tutto suo, insofferente a ogni regola. Scrivendo faceva degli errori devastanti. Nell'ultima cartolina che ci spedì al kibbutz Hulda, poco prima
di morire, nel 1977, ci dice: "Nipoti e nipotini molto cari di me, ho molta molta nustelgia di voi. Molto molto voglio ormai uedervi tutti!". *** Nel 1933, quando finalmente arrivò a Gerusalemme insieme a nonna Shlomit, ossessionata dalle sue paure, il nonno abbandonò la poesia e si dedicò agli affari: nel giro di alcuni anni riforniva con successo le signore gerosolimitane avide di gusto europeo, di abiti importati da Vienna, secondo la moda del penultimo anno. Se non che, dopo un certo tempo arrivò un tizio, più in gamba del nonno, che cominciò a importare a Gerusalemme roba di Parigi secondo la moda dell'anno prima, e il nonno con il suo superato stile viennese fu sconfitto dalla concorrenza, lasciò il business, si trovò costretto a rinunciare alla sua passione per l'abbigliamento, si ritrovò a fornire Gerusalemme di calze Lodzia prodotte a Holon e asciugamani della piccola ditta Shtzufek e figli, di Ramat Gan. Il fallimento e l'indigenza gli restituirono se non altro la sua musa, la poesia che aveva abbandonato ai tempi dell'affermazione commerciale. Ora si rinchiudeva di nuovo la notte nel suo "gabinetto" a comporre in russo fervidi versi sullo splendore della lingua ebraica e sugli incanti di Gerusalemme, non la città misera, impolverata, tormentata dalla calura e dal fanatismo, bensì la Gerusalemme profumata di mirra e olibano, con un angelo del Signore che aleggia sopra ogni sua piazza. Solo che di qui in poi nel quadro entro anch'io, nella parte del fanciullino incosciente nella favola del re nudo. Con un cinismo impietoso attaccai il nonno e le sue poesie: insomma, vivi a Gerusalemme da tanti anni, sai benissimo di che cosa è veramente lastricata Gerusalemme, che cosa aleggia qui sopra piazza Sion, allora perché scrivi continuamente di cose che non esistono? Perché non scrivi qualcosa della vera Gerusalemme? All'udire queste domande così sfacciate, nonno Alexander andò su tutte le furie, diventando di colpo rosso paonazzo da rosa gentile qual era. Poi batté col pugno sul tavolo e mi ruggì addosso: "La vera Gerusalemme?! Che ne sai, tu, cimice piscialletto che non sei altro, della vera Gerusalemme?! La vera Gerusalemme, è proprio quella che sta nelle mie poesie!!!". "E per quanto ancora scriverai in russo, nonno?" "Be', "ti Durak", stupidone, cimice piscialletto, io conto in russo! Mi maledico in russo! Sogno in russo, la notte! In russo persino... " (ma nonna Shlomit, che conosceva benissimo il seguito di quel "persino", lo troncò con
orrore: "shtu se tabo?! Ti ni normalni?! Videsh malcik ridom se nami!!"). "Vorresti tornare una volta in Russia, nonno? A vedere?" "Non c'è più. 'Probadi'." "Come non c'è più?" "Be', non c'è più, non c'è più, la Russia non c'è più. E' morta, la Russia. C'è Stalin adesso. C'è 'dazrazniski'. C'è ijuv. C'è Berija. C'è un'immensa prigione. C'è il gulag, adesso, lì! 'Yevseki! Apartashkin'! Assassini!" "Ma non vuoi più nemmeno un po' di bene a Odessa?" "Be'. Che cosa cambia, se le voglio bene o no, che cosa importa ormai, 'ciuret iovo zenayet', lo sa il diavolo." "Non vorresti tornare a rivederla?" "Be', dai, taci cimice piscialletto, basta. Zitto. 'Cetov te propal'. Zitto." Un giorno, nel suo "gabinetto", sopra a una tazza di tè con dei biscottini chiamati 'kichelech', era appena venuto alla luce uno scandalo di illeciti finanziari e corruzione che aveva scosso tutta la nazione e il nonno mi raccontò di quando aveva quindici anni a Odessa e "in sella alla mia bicicletta, lesto lesto, un giorno pedalavo con un dispaccio, un bigliettino, verso casa del signor Lilienblum del comitato direttivo di "Chovevei Sion" (oltre a essere un famoso scrittore in ebraico, Lilienblum faceva da volontario tesoriere del movimento a Odessa). "Lui, Lilienblum, fu in fondo il nostro primo ministro del Tesoro" mi spiegò il nonno. Mentre aspettava che il signor Lilienblum scrivesse il biglietto di risposta, quello sbarbatello di quindici anni tirò fuori di tasca il pacchetto di sigarette e con nonchalance, come da uomo a uomo, prese il portacenere e la scatoletta di fiammiferi posati sul tavolo in salotto. Il signor Lilienblum coprì subito con la mano quella di nonno, per fermarlo, poi si precipitò fuori dalla stanza e tornò dopo un istante; offrendo al nonno un'altra scatoletta di fiammiferi, presi in cucina, spiegando che quelli lasciati sul tavolo del salotto erano stati comprati con i fondi del movimento, e non si potevano usare se non durante le sedute del comitato, esclusivamente per le sigarette dei membri del direttivo. "Be', ecco. I beni pubblici allora erano beni pubblici, non una fiera della cuccagna. Non come qui da noi nel paese adesso, dove dopo duemila anni abbiamo finalmente rifondato una nazione, sì che ci sia qualcuno da derubare. A quei tempi lo sapevano anche i bambini, che cosa è lecito e cosa proibito, che cosa è disponibile e che cosa no, che cosa è mio e che cosa è tuo." In realtà, non era sempre così. Non del tutto: un giorno, verso la fine degli anni cinquanta, arrivò una nuova banconota da dieci lire israeliane,
con sopra il ritratto di Bialik. Appena ebbi fra le mani la prima di queste banconote corsi a casa del nonno, a mostrargli la considerazione dello stato d'Israele per il suo amico di gioventù, dei tempi di Odessa. Nonno effettivamente si emozionò a quella vista, le guance si tinsero di un rosa soddisfatto: girò la banconota di qua e di là, la mise in controluce davanti alla lampadina, accarezzò con lo sguardo il suo Bialik (che ora mi pare ricambiasse il nonno con un accenno di occhiolino, come a dire "E allora? ! Come la mettiamo con la mia untuosità domestica..."). Negli occhi di nonno luccicò per un istante una sola lacrima, poi per la contentezza le dita piegarono la banconota nuova di zecca e la infilarono prontamente e senza la minima esitazione dentro la tasca interna del suo panciotto. A quel tempo, dieci lire erano una bella somma, soprattutto per un giovane di kibbutz come me. Ero basito: "Nonno, che fai? Te l'ho portata solo da vedere per farti contento, fra un giorno o due capiterà di sicuro anche a te di averne una per le mani". "E allora?" nonno fece spallucce. "Bialik mi deve ancora ventidue rubli."
15. Proprio a Odessa, quand'era ancora un giovanotto baffuto di diciassette anni, nonno si innamorò di una gran signora di nome Shlomit Levin, amante degli agi e ansiosa di frequentare l'alta società: sognava di diventare una gran dama, di accogliere nel suo salotto persone famose, di entrare in confidenza con artisti e di "vivere secondo uno stile culturale". Era un amore disperato: lei aveva otto, nove anni più del piccolo Casanova. Senza contare che era anche per puro caso cugina prima del suo appassionato corteggiatore. All'inizio la famiglia, sconvolta, non volle nemmeno sentire parlare di matrimonio fra la signorina e il pupattolo: come se non bastassero la differenza di età e la parentela, il pretendente non aveva ancora né arte né parte, e le uniche entrate di cui disponeva arrivavano ogni tanto da qualche sporadico commercio, un acquisto qui e una vendita lì. E quand'anche non si fosse presentata questa teoria di catastrofi, la legge della Russia zarista proibiva esplicitamente il matrimonio fra parenti di primo grado, come due cugini le cui madri fossero sorelle. A giudicare dalle fotografie, Shlomit Levin - figlia della sorella di RoseKeile Klausner Braz - era una ragazza ben piantata con delle spalle larghe, non particolarmente bella ma elegante, superba, cucita con puntiglio e compostezza, un cappello ovale di panno detto Fedora teso obliquamente sulla fronte, con la falda destra che le scendeva sui capelli raccolti e sull'orecchio, mentre l'altra era ripiegata all'insù come la poppa di una barca. Il cappello ha, davanti, un grappolo di frutta luccicante trattenuto da una spilla lucida, mentre sul fianco rialzato una grande piuma campeggia
fiera tesa sopra la frutta, sopra il cappello, sopra a tutto, come una maestosa coda di pavone. Il braccio sinistro della signora, che s'intravede nello stiloso guanto di pelle, tiene la tracolla di una borsa rettangolare. L'altro invece sta incrociato con decisione sotto quello del giovane nonno Alexander, e le dita di lei nascoste dentro il guanto - sfiorano leggere la manica del suo cappotto nero, toccano e non toccano. Lui è alla sua destra, impaludato e teso, tutto in ghingheri, le suole spesse che gli regalano un palmo di statura e tuttavia resta un po' più basso e tanto più mingherlino di lei: sembra il fratello minore. Il cappello rigido nero, inadeguato. Il viso serio e deciso, ma quasi triste. I baffi impomatati che cercano di mimetizzare i tratti ancora infantili. Gli occhi allungati, sognanti. Indossa un cappotto elegante con i risvolti larghi e le spalle sostenute, una camicia bianca inamidata, una cravatta stretta di seta; sul braccio sinistro è appeso, forse dondola, un affettato bastone da passeggio con l'impugnatura di legno e la punta di metallo argentato. Quest'ultima luccica ancora nella vecchia foto, come una spada fiammante. *** Una Odessa sconvolta ripudiò Giulietta e Romeo. Fra la mamma di Romeo e quella di Giulietta, che erano sorelle, scoppiò una guerra mondiale cominciata con uno scambio di accuse e finita con una reciproca, eterna consegna del silenzio. Nonno raccolse chissà come pochi risparmi, vendette qualcosa qui e qualcosa là racimolando un rublo per volta, può anche darsi che le due famiglie abbiano modicamente collaborato, se non altro per allontanare lo scandalo dagli occhi e dal cuore di tutti, e fu così che mio nonno e mia nonna, cugini ebbri di afrodisiaco, salparono alla volta di Nuova York - come fecero in quello stesso scorcio d'anni centinaia di migliaia di ebrei della Russia e del resto dell'Europa orientale. Intendevano sposarsi e stabilirsi laggiù, così che io potessi venire al mondo a Brooklyn o a Newark, New George, e scrivere in inglese dei sofisticati romanzi sulle passioni e le inibizioni degli immigrati con la bombetta, nonché i complessi nevrotici dei loro tormentati rampolli. Se non che, sulla nave, chissà a che punto della strada fra Odessa e Nuova York, forse sul Mar Nero forse davanti alle coste della Sicilia o forse una notte attraversando lo Stretto di Gibilterra fra le sue mille lucine o forse mentre la loro love-boat passava sopra la perduta Atlantide, chissà quando
insomma capitò un altro dramma, un altro capovolgimento, e l'amore sfoggiò di nuovo il suo volto tenebroso: tu sei un cuor giovane, cuor fanciullo che ama e non conosce quiete. In breve, mio nonno, lo sposo che non aveva ancora diciotto anni, si innamorò pazzamente, perdutamente, disperatamente, spasmodicamente, sul ponte o in qualche angolo appartato o nel segreto delle scale - di un'altra donna, un'altra passeggera - che era anche lei, per quanto ne sappiamo, di dieci anni buoni più grande di lui. Quanto a nonna Shlomit, così si diceva in casa, non si sognò nemmeno di rinunciare a lui: lo prese per il lobo dell'orecchio e lo tenne forte, senza mollarlo più giorno e notte, finché i due non uscirono dall'ufficio del rabbino di Nuova York che li aveva appena sposati secondo la legge di Mosè e d'Israele ("per l'orecchio", si bisbigliava allegramente, "per l'orecchio l'ha tenuto per tutto il viaggio, e non l'ha mollato sino a dopo la cerimonia nuziale". Altri invece sostengono che: "Dopo la cerimonia nuziale un bel niente. Figuriamoci. Non l'ha mai più mollato. Sino all'ultimo giorno, e fors'anche un po' dopo, l'ha continuato a tenere come un'ancora per l'orecchio, a volte tirava un pochetto"). Ma ecco il grande enigma: non passò un anno o due, che i membri di questa strana coppia acquistarono di nuovo un biglietto marittimo, o forse i loro genitori di nuovo collaborarono alle spese, e rieccoli sul ponte della nave: senza guardarsi indietro, tornavano a Odessa. Era una cosa che non s'era mai vista, quella: nel giro di nemmeno quarant'anni (fra il 1880 e il 1917), circa due milioni di ebrei erano emigrati da oriente verso occidente, e si erano stabiliti in America. Per tutta questa gente fu un viaggio a senso unico, con biglietto di sola andata - tutti eccetto mio nonno e mia nonna, che salpavano ora nella direzione opposta: quasi da supporre che quella volta fossero gli unici passeggeri della nave, e così il mio impetuoso avo non ebbe per le mani di che innamorarsi e il suo orecchio rimase libero sino a Odessa. Perché tornarono? Non sono mai riuscito a ottenere da loro una risposta chiara. "Nonna, che cosa c'era di tanto male in America?" "Niente di male. E' solo che c'era così tanta gente, lì, così affollato." "Affollato? In America?" "Troppa gente per un paese così piccolo." "Chi ha deciso di tornare, nonno? L'hai deciso tu? O ha deciso la nonna?" "Be', "shto", così. Che razza di domanda."
"E perché avete deciso di tornare? Che cosa non vi piaceva laggiù?" "Non ci piaceva. Non ci piaceva. Non c'era niente che non ci piaceva. Be', insomma, era pieno di cavalli e indiani." "Indiani?" "Indiani." Più di tanto, non sono mai riuscito a cavar loro di bocca. *** Ecco come Yosef Kohen Tzedek ha tradotto una poesia dal titolo "Inverno", che nonno Alexander scrisse come suo solito in russo: "Il vento soffia, l'animo cupo in eterno Nel mio cuore più non c'è gioia né letizia Volta le spalle primavera e ecco l'inverno Vorrei piangere ma al pianto mio è mestizia Sceso ormai è il sole, la tenebra mi avvolge L'anima si vela e al dolore propende La luce del giorno ormai il dorso mi volge Gioia di vita brio d'amore non scende" Nel 1972, quando andai a New York per la prima volta in vita mia, cercai e fors'anche trovai una donna che mi sembrava un'indiana: stava, per quel che mi ricordo, all'angolo fra Lexington Av. e la 53esima strada, e distribuiva ai passanti dei foglietti pubblicitari. Non era né giovane né vecchia, aveva gli zigomi larghi e un logoro cappotto da uomo indosso, oltre a una specie di scialle marrone per proteggersi dal vento gelido: mi porse un foglietto e sorrise. Presi e la ringraziai. "L'amore ti aspetta" - così mi si prometteva, sotto l'insegna disegnata di un bar per single - "non girare più a vuoto. Vieni, subito." *** Nella foto scattata a Odessa nel 1913 o 1914, mio nonno porta il farfallino, un cappello grigio con un nastro di seta brillante, un abito a tre pezzi e sotto la giacca sbottonata, lungo il panciotto invece ben chiuso, scende una sottile striscia d'argento che conduce dritto alla cipolla dentro il taschino. La camicia candida, impreziosita dal cravattino di seta scura, le scarpe di vernice nera, il bastone in stile dandy che pende dal braccio, come sempre, un po' sotto il gomito, il nonno ha questa volta alla sua sinistra un bambino di circa sei anni, alla sua destra una splendida pupa di quattro. Il maschietto ha un fascino rotondo, una frangetta ben pettinata che spunta
sotto il cappello e cade in linea retta sulla fronte. Porta un'elegante mantella da cadetto con due file di enormi bottoni bianchi. Sotto la mantella spuntano i pantaloni corti, e sotto di essi due scorci di gambette bianche che scompaiono quasi subito dentro le calze, bianche e alte, sostenute con tutta probabilità da dei reggicalze. La bambina sorride all'obiettivo. Sembra ben conscia del proprio fascino, che irradia con slancio verso la macchina fotografica. Ha una chioma morbida e lunga che scende fino alle spalle e si posa sul vestito, è pettinata con una perfetta riga a destra. Ha un visino paffuto e allegro, gli occhi bislunghi, quasi a mandorla, e un'ombra di sorriso che vaga sulle labbra carnose. Sopra il vestito chiaro le hanno messo una minuscola mantellina da cadetto, identica a quella di suo fratello, solo più piccola, e perciò davvero deliziosamente splendida. Anche lei ha delle minuscole calze che arrivano fino al ginocchio. Porta delle ballerine con delle graziose fibbie a forma di farfalla. Il bambino nella foto è mio zio David, che tutti chiamavano Ziuzya o Ziuznka. Mentre la bimba, incantevole femminuccia, quella bambina è mio padre. Dalla nascita sino a sette, otto anni (ogni tanto ci spiegava che la cosa continuò almeno fino a nove), nonna Shlomit l'aveva vestito sempre e solo con abitini dal colletto di pizzo, o minuscole e inamidate gonne plissé, che tagliava e cuciva lei con le sue mani, scarpette rosse ai piedi. I magnifici capelli cadevano fin sulle spalle, e venivano legati con dei nastri rossi, gialli, celesti o rosa, a farfalla. Ogni sera sua madre glieli lavava con una soluzione profumata, a volte lo rifaceva alla mattina perché la famigerata sozzura della notte toglieva brillantezza e freschezza alla chioma e faceva da serra per la forfora. Sulle sue ditine mamma infilava dei piccoli anelli, e i polsi grassottelli erano agghindati di braccialetti. Quando andavano al mare di Odessa Ziuznka - mio zio David - stava con nonno Alexander nella zona maschile della spiaggia, mentre nonna Shlomit e la piccola Lonychka, cioè mio padre, si dirigevano ai bagni delle donne e si lavavano ben bene, anche lì insaponati, e anche lì, e soprattutto per favore, lì due volte. Dopo aver messo al mondo Ziuznka, infatti, mia nonna Shlomit ebbe gran desiderio di una bambina. E quando di nuovo s'ingravidò e partorì una cosa che sembrava come una non-bambina, lei decise lì per lì che, trattandosi quel neonato di carne della sua carne e sangue del suo sangue, era suo pieno, naturale diritto di crescerlo come voleva lei, a sua scelta e di suo gusto, e
che nessuno al mondo osasse intromettersi e dettare a lei quali sarebbero stati l'educazione, l'abbigliamento, il sesso, i modi della sua Lonya o Lonychka: con che diritto? *** Nonno Alexander non vedeva evidentemente una buona ragione per ribellarsi: dietro la porta ermetica del suo "gabinetto", dentro il suo guscio di noce, nonno si godeva la sua autonomia relativa, concedendosi addirittura la libertà di gestire qualcuno dei suoi affari. Come i principi di Monaco o del Liechtenstein, non gli venne mai in mente di far pazzie o di mettere a repentaglio la fragile sovranità ficcando il naso nelle faccende della superpotenza vicina, i cui confini serravano da ogni lato i quattro confini del lillipuziano principato di San Marino. Quanto a mio padre, non si lamentò mai. Quasi mai condivise con noi i ricordi del settore femminile e delle altre sue esperienze dalla parte dell'altra metà del cielo, se non quando voleva farci ridere. Solo che le sue spiritosaggini assomigliavano sempre più a una generosa dichiarazione d'intenti che a una battuta umoristica: ecco, guardate e ammirate come una persona seria quale sono io vi viene incontro e si concede di farvi ridere. Mia madre e io gli sorridevamo amabilmente, come per ringraziarlo dell'impegno, ma lui, eccitato e festante, quasi commovente, interpretava il nostro sorriso come un invito a continuare con le storielle, e ce ne offriva prontamente altre due o tre, peraltro già udite mille volte, quella dell'ebreo e del gentile in treno o di Stalin che incontra la zarina Caterina, e noi giù a ridere sino alle lacrime, e papà, raggiante di orgoglio per essere riuscito a metterci così di buon umore, si lasciava travolgere da Stalin seduto in autobus davanti a Ben Gurion e Churchill, da Bialik che in paradiso incontra Shlonsky e da Shlonsky che incontra una ragazza. Finché mamma, con delicatezza, alla fine diceva: "Non volevi lavorare un poco, questa sera?". O: "Rammenta che hai promesso di incollare i francobolli con il bambino, prima di dormire". Una volta, lui disse ad alcuni ospiti: "Il cuore della donna! I sommi poeti hanno invano tentato di decifrarne i segreti. Ecco, Schiller ha scritto da qualche parte che non esiste in tutto l'universo un mistero più profondo di quello che si cela nel cuore di una donna, e nessuna donna ha mai svelato né mai svelerà a un uomo tutti i
segreti femminili. Schiller avrebbe dovuto soltanto chiedere a me: io, ci sono stato". A volte scherzava nel suo modo serio, che non faceva ridere: "Certo che anch'io corro dietro alle gonnelle, come gran parte degli uomini, persino un po' di più, perché una volta ne avevo tante e poi di colpo me le hanno portate via tutte". Una volta disse più o meno così: "Se avessimo avuto una bambina, sarebbe stata quasi sicuramente bellissima", e aggiunse: "In futuro, nelle prossime generazioni, forse si stringerà un poco l'abisso fra i due sessi. Di solito esso è visto alla stregua di una tragedia, ma forse un giorno tutti capiremo che è soltanto una commedia degli equivoci".
16. Nonna Shlomit, dama di rango, amante dei libri e fine conoscitrice dell'animo di chi li scrive, trasformò la loro casa di Odessa in un salotto letterario - forse il primo salotto letterario in ebraico. Con il suo fine intuito, nonna captò l'agra mistura di solitudine e sete di gloria, di timidezza e stravaganza, di insicurezza profonda e presunzione indigesta, quella mistura che spinge poeti e scrittori a sbucare fuori dalle loro stanze e uscire per cercarsi a vicenda, intimidirsi, molestarsi, sbeffeggiarsi, sentirsi superiori, toccarsi a vicenda, posarsi una mano sulla spalla o un braccio intorno al fianco, conversare e discutere con qualche leggera spinta sulla spalla, spiare un poco, annusare che cosa bolle nelle pentole degli altri, adulare, litigare, polemizzare, avere ragione, offendersi, giustificare, rappacificarsi, sfuggirsi a vicenda, respirare l'ombra dell'altro. Era una padrona di casa di gran gusto, che riceveva senza fasto ma con grazia ed eleganza: porgendo a tutti un orecchio attento, una spalla di conforto, occhi curiosi e ammirati, cuore solidale, delicatezze originali a base di pesce e fumanti minestre di verdure nelle sere d'inverno, dolcetti al papavero che si scioglievano in bocca e fiumi di tè caldo dal samovar. Nonno, dal canto suo, serviva con competenza i suoi liquori e offriva alle signore cioccolatini e bon bon, ai signori i suoi sigari forti (chiamati "papiroso"). Lo zio Yosef, che all'età di ventinove anni era stato da Ahad ha- Am incaricato della direzione del periodico "Ha Shiloach", l'organo della nuova cultura ebraica (Bialik in persona dirigeva la sezione di letteratura), era già accomodato fra i giudici supremi della letteratura ebraica a Odessa, e dal suo seggio elargiva verdetti. La zia Zipporah portava zio Yosef ai "balli" in casa di suo fratello e della cognata, sempre badando
ad avvolgerlo in uno scialle e coprirlo per bene con il cappotto e con i paraorecchi foderati di bambagia. Menachem Osishkin, elegante come un damerino, col petto gonfio come un bufalo e la voce spessa come quella di un ufficiale russo, sbottava come il samovar bollente: appena entrava calava il silenzio, tutti tacevano intimoriti, qualcuno scattava in piedi per cedergli il posto. Osishkin attraversava la stanza con passo marziale, si metteva comodo con le gambe larghe, batteva due colpi contro il pavimento con il suo bastone, e con ciò si concedeva di lasciare riprendere la conversazione. Anche rabbi Cernovitz (detto "rabbi giovane") era fra gli habitué di casa. C'era anche uno storico giovane e grassoccio che in un'epoca indefinita aveva corteggiato nonna Shlomit ("Ma era difficile, per una donna dignitosa, stargli vicino - era molto, molto intelligente, era interessante, solo che... aveva sempre delle macchie disgustose sul collo, e un po' di nero sui polsini, e a volte si vedevano delle briciole di cibo nelle pieghe dei pantaloni, era proprio uno sporcaccione, che schifo, pfui!"). Venivano anche Hana Ravinitzky e Ben Zion Dinburg e Shemariahu Levin e il dottor Yosef Sapir e altri, e anche qualche studente universitario e qualche "esternoautodidatta", qualche discepolo di accademia talmudica guastatosi per così dire con la modernità, poeti in erba e uomini d'affari alle prime armi, tutti con cravatta e colletti inamidati, tutti generosi di entusiastici punti esclamativi. *** Ogni tanto, la sera, faceva la sua comparsa Bialik, pallido di tristezza o tremante di freddo e rabbia, o al contrario - sapeva anche essere allegro e scherzoso! E come! Come un ragazzino! Come un discolo! Senza freni! Pepato che era! A volte ci metteva alla berlina in yiddish financo a fare arrossire le signore, Hana Ravinitzky lo sgridava "Dai, taci! Bialik! Insomma! Basta! Su, basta!". Bialik amava mangiare e bere, amava essere di buon umore, adorava pane e formaggi d'ogni sorta, per dessert divorava grandi quantità di biscotti, insieme a una tazza di tè bollente e a un bicchierino di liquore, poi si dava a cantare in yiddish serenate intere sui miracoli della lingua ebraica e sull'amore che lui le portava. Tchernichovskij faceva irruzione in salotto, impetuoso eppure timido, travolgente ma delicato, conquistatore di animi, toccante nella sua ingenuità infantile, vulnerabile come una farfalla ma capace anche di far male, offendere a destra e a manca senza accorgersene. La verità? Non ha mai
offeso apposta, nemmeno una volta - era così spontaneo! Anima candida! Anima di fanciullo ignaro del peccato! Non come un fanciullo ebreo malinconico, tutt'altro! Come un fanciullo delle genti! Spensierato, pieno di voglia di vivere e di energie! A volte era proprio un torello! Un torello felice! Come saltava! Faceva un po' il matto davanti a tutti, ma solo ogni tanto. Qualche volta invece arrivava così di cattivo umore che a tutte le signore veniva subito voglia di coccolarlo! A tutte! Vecchie, giovani, libere, sposate, belle, non belle, tutte sentivano questa voglia scabrosa di coccolarlo. Aveva questa facoltà, lui. Senza nemmeno sapere di averla ecco, se l'avesse saputo, molto semplicemente non ci avrebbe fatto quell'effetto! Tchernichovskij si accendeva con l'aiuto di un bicchierino, magari due, di vodka, e qualche volta si metteva a leggere alcune delle sue poesie, traboccanti di entusiasmo o di malinconia, e tutti si struggevano per lui, insieme a lui: la libertà dei suoi modi, la criniera dei suoi riccioli, i baffi anarchici, le ragazze che portava con sé, non sempre così colte e nemmeno sempre ebree, ma sempre talmente belle da appagare la vista, suscitare non poche voci acidule e attizzare l'invidia degli altri scrittori - come donna io ti dico, le donne su queste cose non si sbagliano mai, Bialik stava lì a guardarlo così... lui e le ragazze che portava... ti dico che Bialik avrebbe dato un anno intero della sua vita per essere, anche solo un mese, Tchernichovskij ! Si disquisiva del rinnovamento della lingua ebraica e della sua letteratura, dei limiti al rinnovamento, del legame fra l'eredità culturale d'Israele e quella degli altri popoli, del Partito Bund e del fronte degli yiddishisti (lo zio Yosef, all'epoca della famosa polemica, definì lo yiddish un "gergo" e una volta calmatosi lo fece diventare il "giudeoashkenazita"), dei nuovi villaggi in Giudea e in Galilea e delle antiquate ordalie degli ebrei della regione di Kharson o Kharkow, di Knut Hamsun e Mufsan, delle superpotenze e del socialismo, della questione femminile e di quella agraria. Un giorno, a Varsavia, il socialista YL. Peretz disse a zio Yosef, che era ben lungi dal socialismo politico: "Pensi forse che io sia ingenuo al punto da credere che il socialismo risolverà tutte le questioni del mondo? Esiste, ad esempio, la questione delle 'vecchie zitelle'. Alcuni socialisti ritengono che sia solo una questione economica: se ci fosse pane per tutti, si troverebbe un partito per ogni zitella. Non capiscono che qui si pone un problema che nessun socialismo potrà mai risolvere". E un'altra volta zio Yosef disse a Bialik: "Con l'aiuto di un esempio voglio spiegarti qual è la differenza fra me e te. Se oggi saltasse fuori un imperatore
Adriano che decretasse di distruggere la Bibbia o il Talmud, tu, Bialik, piangeresti sulla Bibbia ma sceglieresti... di lasciar vivere il Talmud, mentre io piangerei sul Talmud e sceglierei di salvare la Bibbia". E Bialik, così raccontava lo zio Yosef, "sprofondò nei suoi pensieri, poi dopo qualche minuto disse: 'Hai ragione!"' (Ma tutti i racconti di polemica dello zio Yosef terminavano sempre con la sua controparte che ammetteva la disfatta e confessava: hai ragione!) (Questa storia, e alcune altre che riguardano la famiglia di mio padre, le ho trovate nell'autobiografia dello zio Yosef - il professor Yosef Klausner - "La mia via verso la rinascita e la redenzione", editore Masada 1946. [N.d.A.]) Nonna Shlomit sapeva di sicuro smussare queste dispute di Odessa, come la vidi fare a Gerusalemme. Diceva, ad esempio: "Perdonatemi tutti e due, per favore, queste due argomentazioni, questi due punti di vista, non si contraddicono affatto a vicenda, si approfondiscono invece l'uno con l'altro - ecco; in questo vostro incubo dell'imperatore Adriano, alla fin fine vi ritroverete insieme, come due fratelli, a piangere sia sulla Bibbia sia sul Talmud, preziosi a entrambi, e insieme vi lamenterete della perversione del potere, ma solo dopo avere, per favore, assaggiato la confettura. Una confettura come questa è assolutamente incompatibile con i piagnistei". *** Nel 1921, quattro anni dopo la Rivoluzione d'ottobre, dopo che la città di Odessa era passata di mano in mano durante sanguinose battaglie fra "bianchi" e "rossi", due o tre anni dopo che mio padre si era finalmente tramutato in maschietto, nonno e nonna con i loro due figli decisero di trasferirsi da Odessa a Vilna. Nonno aveva disgusto dei comunisti: "A me nessuno venga a raccontarla dei bolscevichi", brontolava sempre, "insomma, io quelli li ho conosciuti molto bene, li ho conosciuti ancor prima che diventassero tanto famosi, ancor prima che si stanziassero nelle case svaligiate, persino prima che si sognassero di essere "aparatskiki", "yevseki", "politorki", commissari. Me li ricordo quando ancora erano dei teppisti sovversivi dell'angiporto di Odessa, malviventi, facinorosi, borseggiatori sbronzi e ruffiani. Insomma, erano quasi tutti ebrei, che razza di ebrei, che roba. Erano ebrei delle famiglie più povere - insomma famiglie di pescivendoli del mercato, arrivati dritti dalla crosta rimasta in fondo alle pentole, come si diceva da noi. Lenin e Trockij - ma quale Trockij, Leibele Bronshtein, il figlio matto di quello là, Davidele Ganef di Janovka -
plebaglia con indosso la divisa della rivoluzione, "nu", insomma, con gli stivaloni di cuoio, con il revolver nella cintola, come un maiale sozzo conciato con la camicia di seta. E così giravano per le strade, imprigionavano la gente, confiscavano proprietà, e pif paf, assassinavano chi aveva una casa o una fidanzata che a loro piaceva, insomma, tutta quella loro fetida ghenga, Kamenev era nient'altri che Rosenfeld, Maksim Litvinov era Meir Wallach, Karl Radek si chiamava dopo tutto Sobelsohn, Lazar' Kaganovitch era un calzolaio figlio di macellai. Insomma, certo c'era anche qualche non ebreo che girava con loro, anche lui fondo di pentola, arrivato dritto dall'angiporto, che ciurmaglia che erano, insomma, una ciurmaglia con la puzza ai piedi". *** A cinquant'anni di distanza dalla rivoluzione bolscevica, nutriva ancora fermamente la stessa opinione: qualche giorno dopo che l'esercito israeliano aveva conquistato la Città Vecchia di Gerusalemme, durante la guerra dei Sei giorni, nonno lanciò la proposta che i popoli del mondo aiutassero in quel momento Israele a riportare tutti gli arabi del Levante "con grande rispetto, senza torcer loro neppure un capello e senza rubar loro nemmeno un pollo" nella loro patria storica, che egli chiamava "Saudia Arabia": "Come noi ebrei torniamo ora nella patria dei nostri avi, così anche loro hanno diritto a tornare onorevolmente a casa, in Saudia Arabia, donde sono giunti sin qui". Per troncare la discussione, domandai che cosa proponeva di fare nel caso in cui la Russia si fosse mossa contro di noi, spinta dal desiderio di risparmiare ai suoi alleati le fatiche del viaggio verso la Saudia... Le guance rosee del nonno si tinsero immediatamente di un rosso furente, lui gonfiò, esplose, e tuonò così contro di me: "La Russia?! Ma che cosa dici! Non esiste più nessuna Russia, piscialletto! Nessuna! Non esiste! Intendi forse i bolscevichi? No? Bene, allora. Io i bolscevichi li conosco da quando erano ancora una ruffianaglia di ladri e teppisti! Un'accozzaglia, fondo di pentola! Il bolscevismo non è altro che un enorme bluff! Adesso che abbiamo questi meravigliosi "samaloti", aeroplani ebraici, velivoli, cannoni, insomma, bisognerebbe spedire quei ragazzi e i nostri aeroplani a sorvolare Pietroburgo, due settimane andata e due settimane ritorno, una sola bombetta come dico io che avrebbero dovuto ricevere da noi già da un bel pezzo - un puff forte
forte - e al diavolo, tutti i bolscevichi volerebbero come un batuffolo sporco!". "Insomma, proponi che Israele bombardi Leningrado, nonno? E che scoppi magari una guerra mondiale? Non hai mai sentito parlare della bomba atomica? Della bomba a idrogeno?" "Ma è tutto in mani ebraiche, no, anche dagli americani e anche dai bolscevichi, tutte quelle bombe nuove di zecca stanno nelle mani dei savi di Sion, che sapranno bene che cosa fare e che cosa non fare, no... "E la pace? Esiste forse un modo per portare la pace? ! "Sì: bisogna vincere tutti i nostri nemici. Bisogna suonargliele così forte che saranno loro a venire da noi chiedendo la pace - e allora, be', certo che gliela daremo. Vuoi mica rifiutarla, no? Perché poi? Noi siamo un popolo che ama la pace, no? Da noi perfino un precetto impone di "inseguire la pace" - e allora, allora inseguiamola pure, fino a Baghdad andremo a inseguire la pace, se c'è bisogno, sino al Cairo magari, e allora? Non dovremmo, forse? Certo che sì!" *** Confusi, impoveriti, banditi e spaventati dalla Rivoluzione d'ottobre, dalla guerra civile e dal potere rosso, gli scrittori ebrei di Odessa e gli attivisti sionisti si dispersero in ogni dove. Lo zio Yosef e la zia Zipporah, insieme a molti loro amici, immigrarono in terra d'Israele alla fine del 1919 a bordo della nave "Ruslan", approdata al porto di Giaffa con la terza ondata migratoria. Altri fuggirono da Odessa verso Berlino, Losanna e l'America. Nonno Alexander e nonna Shlomit, insieme ai loro due figli, invece, non andarono in terra d'Israele - malgrado l'ardore che rimbombava nelle poesie russe del nonno, quel paese gli sembrava ancora un po' troppo esotico, selvaggio, arretrato, privo di un'igiene ancorché minima oltre che dei più rudimentali fondamenti di cultura. Così si diressero verso la Lituania, che i Klausner - cioè i genitori del nonno, dello zio Yosef e dello zio Bezalel - avevano lasciato più di venticinque anni prima. Vilna era a quell'epoca sotto il dominio della Polonia e l'antisemitismo violento, sadico, congenito da quelle parti, andava crescendo in quegli anni sempre più: in Polonia e in Lituania il nazionalismo e l'odio per gli stranieri erano fortissimi. Per i lituani sottomessi e frustrati, la cospicua minoranza ebraica rappresentava l'agente di forze estranee e minacciose. Oltre confine, poi, cioè dalla Germania, spirava il vento algido e micidiale dell'odio antiebraico
nazista. Anche a Vilna il nonno si occupava di commercio. Non in grande: comprava qua e là e vendeva qua e là, e fra un acquisto e l'altro a volte riusciva a guadagnare qualcosa: i due figli li mandò dapprima a una scuola ebraica e poi al liceo pubblico "classico" (cioè umanistico). I fratelli David e Arieh, o Ziuzya e Lonya, avevano portato con loro da Odessa tre lingue: in casa parlavano russo e yiddish, per strada russo, e all'asilo sionista di Odessa avevano imparato a parlare l'ebraico. Qui, al liceo classico di Vilna, si aggiunsero il greco e il latino, il polacco, il tedesco e il francese. Poi, nel dipartimento di Letterature europee dell'università, arrivarono anche l'inglese e l'italiano, e in quello di Filologia semitica mio padre imparò l'arabo, l'aramaico e la scrittura cuneiforme. Lo zio David divenne ben presto docente di letteratura, mentre mio padre, Yehudah Arieh, terminato il primo grado di laurea all'Università di Vilna nel 1932, s'accingeva a seguire le orme del fratello maggiore - ma l'antisemitismo montò sino a che la situazione divenne intollerabile. Gli studenti ebrei erano costretti a subire umiliazioni, botte, angherie quando non torture vere e proprie. "Ma che cosa vi facevano esattamente?" domandai a papà. "Che specie di soprusi? Vi picchiavano? Vi strappavano i quaderni? E perché non vi lamentavate?" "Tu," rispose papà, "non potrai mai capirlo. Ed è un gran bene che sia così. Ne sono felice, anche se so che tu non potrai capire questo mio sentimento, capire perché io sia contento che tu non capisca com'era laggiù: non voglio assolutamente che tu capisca. Non ce n'è bisogno, del resto. Non ce n'è più bisogno, tutto qui. Perché quella storia è finita. E' finita una volta per tutte. Cioè, qui non succederà più. E adesso parliamo d'altro: parliamo del tuo album dei pianeti, vuoi? Di nemici ovviamente ne abbiamo ancora. Ci sono guerre. C'è l'assedio, e subiamo non poche perdite. Certo. Non si può negarlo. Ma non ci sono persecuzioni. Questo no. Niente persecuzioni, niente umiliazioni e niente pogrom. Niente sadismo da subire. Tutto questo non tornerà mai più. Non qui. Ci aggrediscono? E allora noi rendiamo il doppio di botte. Tu, guarda qua, hai incollato nell'album Marte fra Saturno e Giove. Errore. No, non ti dico nulla. Trova tu l'errore, e correggilo da solo." *** Dei tempi di Vilna non resta che un logoro album di fotografie: ecco papà e suo fratello David, tutti e due liceali, tutti e due con un'aria seria,
pallidi, le grandi orecchie che sporgono sotto il cappello a visiera, tutti e due in giacca, cravatta e camicia con il colletto rigido. Ecco nonno Alexander, con già un principio di calvizie, ma ancora i baffi, elegante, perfetto, assomiglia un po' a un funzionario di basso rango nella Russia zarista. Ecco alcune foto di una cerimonia, forse il diploma liceale. Papà o suo fratello David? Difficile dirlo: i volti sono un poco sfocati. Tutti portano il cappello, i ragazzi con la visiera e le femmine dei berretti rotondi. Hanno quasi tutte i capelli neri, qualcuna sfoggia un'ombra vaga di sorriso, un sorriso da Gioconda che sa qualcosa che tu muori dalla voglia di sapere ma non lo saprai perché non ti spetta. A chi spetta, allora? E' assai probabile che quasi tutti i ragazzi e le ragazze in quella foto di classe siano stati spogliati nudi e fatti correre, a suon di frustate, inseguiti dai cani, scheletrici dalla fame e raggelati dal freddo, verso le fosse comuni nel bosco di Funar. Chi fra loro sarà sopravvissuto, a parte mio padre? Osservo la foto contro la luce forte e tento di decifrare qualcosa che forse è impressa nei tratti dei loro volti: forse l'astuzia o la determinazione, forse una rigidità interiore che possa aver spinto quel ragazzo, quello lì nella seconda fila di sinistra, a intuire ciò che lo aspettava, a diffidare delle parole rassicuranti, a scendere in tempo dentro la fogna sotto il ghetto, fuggire dai patrioti nei boschi. O questa bella ragazza proprio in mezzo all'immagine, con un'espressione cinica e spiritosa, no cari miei, me non mi fate fessa, sono ancora una ragazzina, certo, ma so già tutto io, so persino cose che voi nemmeno vi sognate che io sappia. Sarà scampata? Fuggita verso il campo dei combattenti nel bosco di Rudnik? Nascosta, grazie al suo "aspetto ariano" in un quartiere fuori dal ghetto? Rifugiata in un convento? O sfuggita in tempo ai tedeschi e alle loro guardie lituane, oltre confine, verso la Russia? O immigrata in tempo in terra d'Israele, e vissuta fino a settantasei anni, facendo la pioniera a denti stretti, lavorando sodo alla mielicoltura o con i polli in un kibbutz della valle? Ecco mio padre da giovane, qui assomiglia molto a mio figlio Daniel (che porta anche il suo nome, Yehudah Arieh), una somiglianza che fa davvero rabbrividire, mio padre a diciassette anni, magro e lungo come una pannocchia ma tutto elegante con tanto di farfallino, gli occhi ingenui che mi guardano da dietro le lenti rotonde, un po' intimidito e un po' orgoglioso, gran chiacchierone ma anche tremendamente timido (e senza che vi sia contraddizione fra i due atteggiamenti), i capelli neri tirati alla perfezione in su, sul viso un ottimismo allegro, insomma, non preoccupatevi, cari amici,
tutto andrà a posto, supereremo tutto, tutto passerà prima o poi, che volete che sia, niente di grave, andrà tutto bene. In questa foto, mio padre è più giovane di mio figlio. Se solo fosse possibile, entrerei nella foto ad avvertire lui e la sua allegra compagnia. Proverei a raccontare loro quel che li attende. Quasi certamente non mi crederebbero, riderebbero di me. Ecco qui di nuovo mio padre, agghindato come per un ballo, un cappello russo chiamato "shapka": sta remando su una barchetta insieme a due ragazze che gli sorridono con allegria vezzosa. Eccolo con dei pantaloni nickerbocker un po' ridicoli, le calze in vista che abbraccia da dietro, con grande sforzo, una ragazza sorridente, con la riga dei capelli perfettamente in centro. La ragazza sta infilando una lettera dentro una buca postale che porta scritto - la foto è nitida, si riesce bene a leggere "Skrzynka Pocztowa". A chi è destinata la lettera? Cosa sarà successo al destinatario? Quale sarà stata la sorte della seconda ragazza nella foto - è assai graziosa, indossa una gonna a righe, tiene un borsello nero e rettangolare sotto braccio, porta calze bianche e scarpe bianche? Quanto a lungo dopo lo scatto è continuato quel suo magnifico sorriso? Ecco di nuovo mio padre, sorridente, d'un tratto ricorda vagamente la dolce bamboccia che sua madre aveva fatto di lui, da piccino: è a spasso con cinque ragazze e tre ragazzi. Sono in un bosco, eppure vestiti con abiti da città. In effetti i maschi si sono tolti la giacca e sono rimasti in camicia bianca e cravatta. La loro postura cameratesca, decisa, provoca il destino o le ragazze? Ora formano una piccola piramide umana, due ragazzi tengono sulle spalle una ragazza grassottella, il terzo sostiene la gamba di lei con un gesto quasi ardito, e le altre due ragazze ridono a crepapelle. Anche il cielo terso sorride, anche il parapetto del ponticello sopra il torrente. Solo la città tutt'intorno non ride: fitta, seria, buia, la città si estende in lungo e in largo sulla foto e certamente anche molto oltre. Il bosco di Vilna: il bosco Rudnik? Funar? O forse è il bosco Popishuk, Oulkeniki, là dove il nonno di mio padre, Yehudah Leib Klausner, amava passare nelle notti più buie, con il suo carretto, confidando nel suo cavallo, nelle sue braccia robuste e nella buona sorte, dentro quella tenebra fitta, e persino nelle tempestose, bagnate notti d'inverno? ***
Nonno spasimava per la terra d'Israele costruita dal deserto, per la Galilea e le valli, per Sharon e Ghilead e Ghilboa e i monti di Samaria e quelli di Edom, "avanti Giordano, avanti scorri, le tue onde tuonano", versava soldi al Fondo nazionale, pagava la decima sionista, divorava avidamente ogni brandello di notizia che veniva dalla Palestina, accoglieva con entusiasmo appassionato i discorsi di Jabotinsky quando questi passava ogni tanto per la Vilna ebraica e trascinava gli animi. Nonno ebbe sempre piena fiducia della politica nazionalista, fiera e ignara del compromesso di Zeev Jabotinsky, e si considerava un sionista militante. Con ciò, per quanto la terra di Vilna ormai bruciasse sotto i piedi suoi e di tutta la sua famiglia, era ancora propenso - o forse lo era la nonna Shlomit - a cercare una patria nuova che fosse un po' meno esotica della Palestina e un po' più europea della Vilna su cui stava calando la tenebra: negli anni 1930-1932 i Klausner chiesero documenti d'espatrio per la Francia, la Svizzera, l'America (malgrado gli indiani), un paese scandinavo e l'Inghilterra. Nessuno di questi paesi li volle: avevano tutti, in quegli anni, una sovrabbondanza di ebrei ("One is too many!" dicevano allora i ministri in Canada e Svizzera, e altre nazioni si comportarono esattamente come loro, senza tuttavia dichiararlo). Un anno e mezzo prima dell'ascesa al potere dei nazisti in Germania, il mio nonno sionista era cieco a tal punto che, in preda alla disperazione di fronte all'antisemitismo lituano, non trovò di meglio da fare che chiedere di diventare cittadino tedesco. Per nostra fortuna, anche loro rifiutarono di accoglierlo. Molti, per tutta l'Europa, aspiravano in quell'epoca a liberarsi definitivamente da questi entusiasti europofili che avevano dimestichezza con tutto il ventaglio di lingue del Vecchio Continente, che ne declamavano le poesie, che credevano nella sua superiorità morale, che apprezzavano il balletto e l'opera, che avevano cara la sua eredità, che sognavano la sua unità transnazionale e ne ammiravano i costumi, la moda, lo stile, che la amavano senza condizioni da decenni, dall'inizio insomma dell'"era dei Lumi" ebraica: avevano fatto tutto ciò che era umanamente possibile per piacerle almeno un poco, per contribuire in ogni ambito e in ogni modo, per inserirsi, ricambiando la sua gelida ostilità con un corteggiamento appassionato, sì da esserne accolti, appartenervi, suscitarle dell'affetto... ***
Nel 1933 Shlomit e Alexander Klausner, innamorati delusi dell'Europa, insieme al figlio minore Yehudah Arieh che aveva appena terminato i suoi studi di letteratura polacca e universale all'università, presero e si trasferirono quasi controvoglia nell'Asia asiatica, in quella Gerusalemme per la quale spasimavano le sentimentali poesie del nonno sin da quando era un giovanetto. Si imbarcarono sulla motonave Italia al porto di Trieste, diretti a Haifa, durante la traversata vennero fotografati con il capitano, che si chiamava, così sta scritto sul bordo della fotografia, Beniamino Umberto Steindler. Niente meno. Al porto di Haifa, così si narra nell'epopea di famiglia, li aspettava un dottore in camice bianco (o forse era un paramedico?) per conto del governo mandatario inglese, che spruzzava di disinfettante i vestiti di tutti coloro che sbarcavano in terra d'Israele. Quando arrivò il turno di nonno Alexander, si racconta in famiglia, questi andò su tutte le furie, agguantò dalle mani del dottore lo spruzzatore, e glielo azionò contro: così avrebbe fatto a chiunque avesse osato trattarci, qui nella nostra patria, come se fossimo stati ancora in diaspora. Per duemila anni avevamo sopportato tutto in silenzio. Per duemila anni eravamo stati come pecore al macello. Ma qui, nella nostra terra, non permetteremo in alcun modo che ci sia un'altra diaspora. Il nostro onore non sarà più buono solo per essere calpestato. *** Il primogenito David rimase a Vilna: in età ancora molto giovane era diventato professore all'università. Gli si prospettava davanti una carriera non meno luminosa di quella dello zio Yosef, e tale rimase davanti agli occhi di mio padre per tutta la sua vita. Laggiù a Vilna zio David si sposò e nel 1938 ebbe quel figlio, Daniel, che io non ho mai conosciuto: nemmeno una sua foto sono riuscito a reperire. Restano soltanto poche lettere e cartoline postali, scritte in polacco dalla zia Malka, Macia, la moglie di David: "10.2.39: questa prima notte Danush ha dormito dalle nove di sera fino alle sei del mattino. Di solito non ha problemi di sonno. Di giorno sta nel lettino con gli occhi aperti e le mani e i piedi che si muovono continuamente. Ogni tanto strilla anche...". Il piccolo Daniel Klausner vivrà meno di tre anni. Poco dopo quella notte sarebbero venuti a ucciderlo, per difendere l'Europa da lui, per impedire il "sogno demoniaco della seduzione di centinaia di migliaia di
giovani donne da parte di repellenti bastardi ebrei dalle gambe storte... con una gioia satanica sul viso il ragazzo ebreo nero di capelli tende l'agguato alla fanciulla... che con il suo sangue contaminerà... l'intento finale dei giudei è l'appropriazione nazionale... attraverso la bastardizzazione di altre nazioni, e il degrado razziale delle nazioni più eccelse... con la cospirazione... distruggere la razza bianca... se si trasferissero cinquemila giudei in Svezia, nel giro di breve tempo occuperebbero tutte le posizioni centrali... il veleno di tutte le razze, il giudaismo transnazionale...". (Hitler, in Herman Rauschning, "Hitler mi ha detto", Edizioni delle Catacombe 1941 e qui da Joachim Fest, "Hitler", Rizzoli 1974, e al testamento di Hitler, ibidem). Lo zio David la pensava diversamente: guardava con disprezzo e sufficienza a queste opinioni tanto invise quanto diffuse, come l'antisemitismo cattolico che echeggiava fra le arcate di pietra delle imponenti cattedrali, l'antisemitismo protestante freddo e letale, il razzismo tedesco, la sete assassina austriaca, l'odio antiebraico polacco, la crudeltà lituana, ungherese, francese, la sete di pogrom ucraina, rumena, russa, croata, il disgusto per l'ebreo in Belgio, Olanda, Inghilterra, Irlanda, Scandinavia. Tutto ciò non lo considerava altro che l'oscuro retaggio di eoni selvaggi e ignoranti, avanzi del passato per i quali era ormai giunto il momento di sparire. Lo zio David si considerava a casa, nel suo tempo: era un europeo in tutto e per tutto, multiculturale, multilingue, disinvolto, talentuoso, illuminato, un uomo decisamente moderno. Disprezzava i pregiudizi e gli odi etnici oscurantisti, così per nessuna ragione al mondo l'avrebbe data vinta a quei razzisti dagli orizzonti ristretti, ai sobillatori, sciovinisti, ai demagoghi e agli antisemiti intrisi di una fede vana, la cui voce tuonava "morte ai giudei!" e abbaiava contro di lui dai muri, "giudeo vattene in Palestina!". In Palestina? Certo che no: uno come lui non avrebbe mai preso la giovane moglie e il figlio neonato per disertare dal fronte e fuggire al riparo dalla violenza di quest'accozzaglia oscura, per rintanarsi in un'arida provincia del Levante, là dove alcuni ebrei erano impegnati a preparare una nazione segregazionista e armata, per ironia della sorte imparando dai peggiori fra i loro nemici. No: zio David sarebbe rimasto qui, a Vilna, di guardia, sulle frontiere più avanzate dei Lumi di quell'Europa razionale e lungimirante, tollerante e liberale, ora alle prese con orde di barbari che minacciavano di travolgerla. Qui sarebbe rimasto, perché non avrebbe potuto altrimenti. Rimase. Fino alla fine.
17. Nonna lanciò intorno a sé uno sguardo atterrito e sancì immediatamente il celebre verdetto, destinato a diventare il suo motto per i venticinque anni a venire, l'intera sua vita a Gerusalemme: il Levante è pieno di microbi. Da quel giorno in poi, al nonno toccò alzarsi ogni mattina alle sei, sei e mezzo, e per conto della moglie dar di mano con il battipanni, assestando colpi mortali sul materasso e le lenzuola per arieggiare ogni giorno stoffe e cuscini, poi spruzzare il Flit per tutta la casa, aiutarla a far bollire impietosamente verdura, frutta, bucato, asciugamani e stoviglie. Ogni due o tre ore gli toccava disinfettare con il cloro gabinetti e lavandini. Gli scarichi di questi ultimi erano perennemente tappati, stagnava sempre un po' di acqua clorata o di soluzione di lisolo, come un canale pieno intorno alle mura di una fortezza medievale. Quel pozzetto era destinato a contrastare l'invasione di scarafaggi e parassiti che notte e giorno tramavano per infiltrarsi da noi, passando dalle fogne. Persino le narici dei lavandini - quei buchetti di sicurezza posti quasi sul bordo che servivano a far scolare l'acqua in caso di piena - persino quelli erano chiusi con dei tappi improvvisati fatti di avanzi schiacciati di sapone, sì da bloccare la strada al nemico. Le zanzariere alle finestre mandavano sempre odore di D.D.T., in tutta la casa stagnava un eterno sentore di disinfettante. Una colonna fumosa di alcol, sapone, detersivi, spray, esche, insetticidi e talco, abitava perennemente nelle stanze e un qualcosa di essa emanava persino dalla pelle di nonna. Tuttavia, di tanto in tanto, nel tardo pomeriggio, anche qui si ricevevano alcuni giovani scrittori, due o tre colti commercianti e qualche promettente studioso. Certo, non più Bialik e Tchernichovskij, non più allegre cene con tanta gente. La povertà, il poco spazio e le difficoltà della
vita avevano costretto la nonna ad accontentarsi di poco: Hannah e Chayyim Turan, Ester e Israel Zarchi, Tzarta e Yaakov David Abramsky, e qualche volta anche uno o due dei loro conoscenti profughi di Odessa o Vilna, il signor Scheindelvitz di via Isaia, il signor Kakchalsky proprietario della ditta commerciale di via David Yalin, i cui due giovani figli erano già allora considerati dei validi scienziati, con una misteriosa posizione nelle file della Haganah, o i coniugi Bar Yzhar (Itzlevitz) del quartiere Mekhor Baruch, lui un commerciante di mercerie dalla faccia triste, lei che invece fabbricava parrucche e cuciva corsetti su ordinazione, entrambi ferventi revisionisti e avversari giurati del Mapai. Nonna disponeva il rinfresco come una smagliante parata militare sul tavolo della cucina e sul ripiano di marmo, e spediva continuamente nonno carico di vassoi al fronte, a servire agli ospiti il bortsch freddo di barbabietola sopra il quale galleggiava un iceberg di panna, un vassoio con delle clementine sbucciate, frutta di stagione, noci e mandorle e uva passa e fichi secchi e anche frutta e bucce d'arancia candite, marmellate, confetture e altre conserve, torte con i semi di papavero e altre ripiene di marmellata, lo strudel con le mele o qualche altra prelibata pasta sfoglia. Anche qui si conversava delle questioni più attuali, del futuro del popolo e del mondo, si mettevano alla gogna il disgraziato Mapai e i suoi leader, ruffiani venduti ai gentili. Quanto ai kibbutz, di qui sembravano delle pericolose cellule bolsceviche, anarchiche e nichiliste, licenziose e permissive, capaci di vanificare tutta la santità della nazione, nonché parassiti che ingrassavano sul conto del denaro pubblico, e anche sfruttatori a spese dei fondi nazionali - cioè all'incirca quel che in futuro avrebbero detto del movimento kibbutzistico gli avversari de "Ha Qeshet ha Mizrach" era già ben noto, in quegli anni lontani, agli ospiti di casa del nonno a Gerusalemme. Queste conversazioni non erano propriamente svagate, ché altrimenti perché si sarebbero premurati di tacere appena mi notavano, o di passare al russo, quando non di chiudermi in faccia la porta che divideva il salotto dalla pila di valigie che mi ero costruito nel "gabinetto" del nonno? *** Il piccolo appartamento dei nonni in via Praga era fatto così: c'era il salotto, molto russo, ridondante, carico di mobili troppo massicci, zeppo di oggetti, gingilli, bauli, odori grevi di pesce in salamoia e carote cotte e sformati insieme al sentore del Flit e dei disinfettanti, e intorno alle pareti
giravano scaffali, "taburyethy", sgabellini, un armadio nero imponente, un tavolo dalle gambe grosse, una credenza coperta di ninnoli e ricordi. Ogni stanza era piena di merletti candidi e tende di pizzo e cuscini ricamati e giocattoli artistici e piccoli oggetti decorativi che occupavano a frotte ogni ripiano possibile e persino il davanzale della finestra, come quel coccodrillo d'argento cui si poteva alzare la coda a sonagli, infilargli una noce tra le mascelle, schiacciare e quella si rompeva, o un barboncino bianco finto a grandezza naturale, creatura morbida e taciturna dal tartufo nero e gli occhi di vetro tristi, sempre umilmente riverso ai piedi del giaciglio di nonno, ché non abbaiò mai né mai chiese il permesso di uscire dalla porta di casa per esplorare il Levante, da cui chissà mai che cosa avrebbe potuto portare in casa: insetti, pulci, cimici, zecche, parassiti intestinali, pidocchi, eczemi, bacilli e altre terribili piaghe. Questa creatura da trastullo, chiamata Stakh o Stashk o Stashinka, era il più obbediente e docile di tutti i cani del mondo, visto che era fatto di lana e imbottito di vestiti e calze ormai fuori uso. Seguì sempre fedelmente i Klausner in tutte le loro peregrinazioni da Odessa a Vilna e da Vilna a Gerusalemme. Per motivi di salute, il disgraziato animale doveva ogni due o tre settimane ingurgitare qualche pasticca di aspra naftalina. Ogni mattina sopportava pazientemente i dardi insetticidi del nonno. Ogni tanto, d'estate, lo mettevano seduto sul davanzale della finestra aperta, a prendere un briciolo d'aria, assorbire un raggio di sole, godersi la luce. Il resto del tempo, Stakh lo passava accucciato, immobile, sulla finestra, gli occhi neri e tristi di vetro rivolti alla strada con inguaribile nostalgia, il tartufo ricamato che fiutava invano odori di cagne randage, le orecchie lanuginose tese spasmodicamente in cerca dei rumori di strada, dei lamenti di un gatto innamorato, del canto degli uccelli, e strilli acidi in yiddish, la litania raggelante del robivecchi, l'ululato dei cani liberi dal destino ben più fortunato del suo. Stakh chinava appena la testa, meditabondo qual era, la coda corta ripiegata mestamente fra le zampe posteriori, gli occhi tragici. Non abbaiò mai ai passanti, non corse mai in aiuto dei suoi fratelli del vicolo, non mugolò mai, ma seduto così alla finestra, il suo muso diceva di una tacita disperazione che ti spezzava il cuore, una disperazione muta che ti urtava più di ogni urlo, più penetrante del più alto lamento. Una mattina nonna si alzò e senza pensarci su due volte avvolse il suo Stashinka in carta di giornale e lo gettò dritto nella spazzatura, perché d'un tratto lo sospettò in odore di polvere o muffa. A nonno sicuramente
dispiacque ma non osò protestare. Quanto a me, non gliel'ho perdonato. Il salone carico di cose, dalla tinta e persino dall'odore marrone scuro, serviva anche da stanza da riposo per la nonna, e di qui si andava nell'angolo del nonno, il "gabinetto", la sua cella monastica con il rigido divano e gli scaffali di mercanzia e la collina di valigie e la libreria e il piccolo scrittoio sempre ordinato e perfetto come la parata mattuttina di una banda di ussari ai tempi di Francesco Giuseppe. Anche qui a Gerusalemme i due tiravano avanti modestamente con il blando commercio di nonno: comprava qualcosa qui e vendeva qualcosa là, acquistava d'estate e metteva in vendita d'autunno, presentava la sua valigia di campioni sulla soglia dei negozi d'abbigliamento in via Giaffa e in via King George e Agrippas, nel vicolo Lunz e in Ben Yehudah. Circa una volta al mese si recava a Holon, a Ramat Gan, a Netanya, a Petach Tikwah, a volte persino a Haifa, a trattare con i produttori di asciugamani, i laboratori di biancheria, gli importatori di confezioni. Ogni mattina, prima di uscire per i suoi giri, il nonno radunava e preparava per la posta i pacchi di capi d'abbigliamento e tessuti. Ogni tanto gli davano, e poi gli toglievano e poi gli davano di nuovo, la rappresentanza locale di un qualche grossista di abbigliamento e confezioni o di un laboratorio di sartoria specializzata in impermeabili. Non amava il commercio e non si affermò mai, gli restava a malapena in mano di che tirare avanti lui e la nonna, ma in compenso amava molto quei lunghi giri per le vie di Gerusalemme, sempre agghindato con il completo scuro russo, con tanto di fazzoletto candido nel taschino e gemelli d'argento ai polsini; amava anche stare ore al caffè, vuoi per i suoi affari vuoi soprattutto per le chiacchiere e le discussioni e il tè bollente e i giornali e le riviste da sfogliare. Amava anche pranzare nei ristoranti, facendo con i camerieri sempre la parte del signore scrupoloso e pretenzioso, ma anche magnanimo: "Scusi. Questo tè è freddo. Desidero immediatamente che mi portiate tè caldo: tè caldo significa che anche l'essenza sia calda molto. Grazie mille". Nonno amava soprattutto i lunghi viaggi fuori città e gli appuntamenti d'affari negli uffici delle ditte sul litorale. Aveva dei biglietti da visita assai pomposi, con i bordi in oro e il simbolo a forma di rombi incrociati, come un mucchietto di diamanti. Sul biglietto era stampato: "Alexander Z. Klausner, tessuti, abbigliamento, confezioni, importatore, incaricato d'affari, agente generale e rappresentante incaricato, Gerusalemme e dintorni". Ti
porgeva il suo biglietto e ridacchiava contento come un fanciullo: "Be', allora. Si deve pur vivere di qualcosa, no". Ma l'animo suo non era certo fatto per il commercio, piuttosto per innamoramenti tanto candidi quanto illeciti e maceranti, come un ginnasiale settantenne, preda di nostalgie vaghe e di sogni: se solo avesse potuto ricominciare daccapo la vita, assecondando le sue preferenze e l'autentica sua inclinazione, avrebbe sicuramente scelto di amare le donne, innamorarsi, capire il loro cuore, passare con loro la villeggiatura in seno alla natura, navigare su una barchetta sopra laghi ai piedi di cime innevate, comporre poesie pregnanti, essere bello, riccioluto e delicato eppure virile, essere amato dalle folle, essere Tchernichovskij. O Byron. O meglio ancora, essere Zeev Jabotinsky. Un poeta eccelso e un leader speciale, e un bell'uomo, il tutto racchiuso in una sola, straordinaria personalità. Per tutta la vita rimase uno spasimante dell'amore e della generosità di sentimenti. Sempre ansioso di elargire alle donne grandezza d'animo e riceverne in cambio adorazione e amore eterno (non distinse mai, evidentemente, fra amore e ammirazione: sempre assetato di entrambi, ambiva e si deliziava nell'elargire entrambi in abbondanza a una donna o a un'altra, quando non a tutto il genere femminile). A volte scuoteva sconfortato le catene, mordeva il freno, trangugiava nella solitudine del suo studiolo due bicchieri di Cognac, e nelle notti bianche, le notti più amare, anche un bicchiere di vodka insieme a sigarette consumate per disperazione. A volte usciva da solo, col buio, in giro per le strade deserte. Non gli era facile, sgattaiolare fuori: la nonna aveva un sofisticato e sensibile radar con il quale ci teneva sempre tutti sotto controllo. Nei momenti più disparati sentiva l'impellente bisogno di fare l'appello, sapere esattamente dove ognuno di noi si trovava, Lonya accanto alla scrivania alla Biblioteca nazionale al quarto piano dell'edificio Terra Santa, Zusya al caffè Atara, Fania seduta alla biblioteca del Bene Berit, Amos che giocava con il suo migliore amico Elihau a casa del vicino, l'ingegner signor Friedmann, la prima casa a destra. Solo in fondo allo schermo del radar di nonna, dietro una galassia spenta, nell'angolo da cui avrebbe dovuto lampeggiare suo figlio Ziuzya, Ziuznka, con Malka e con il piccolo Daniel, che non vide né lavò mai, di lì giorno e notte giungeva a lei solo un buco nero, terrificante. Nonno vagava una mezz'ora in via degli Etiopi, il cappello in testa, ascoltando l'eco dei propri passi e respirando l'aria secca della notte, intrisa di pini e pietra. Al suo ritorno si sedeva alla
scrivania, beveva qualcosa, fumava una sigaretta o due e componeva solingo un'elegia in russo. Dal giorno di quel disdicevole passo falso, quando si era innamorato di un'altra sul ponte della nave diretta a Nuova York e nonna era stata costretta a trascinarlo con la forza sotto il baldacchino nuziale, non si era mai più sognato di ribellarsi: stava al cospetto di sua moglie come un umile servo davanti alla padrona, e la riveriva con umiltà, ammirazione, timore, dedizione e infinita pazienza. Lei dal canto suo lo chiamava Zusya, e nei rari momenti di tenerezza profonda, di compassione e benevolenza, con il vezzeggiativo Zisel: allora il viso di lui s'illuminava all'improvviso come se gli si fossero aperte davanti le porte dei sette cieli. Lui visse ancora vent'anni dal giorno in cui nonna Shlomit morì facendo il bagno nella vasca. Per settimane o mesi dopo quel giorno continuò ad alzarsi insieme al sole la mattina, a trascinare materassi e coperte sul balcone, e picchiarli fatalmente per debellare microbi e parassiti d'ogni sorta, sicuramente intrufolatisi nella notte fra le lenzuola. Forse faticava ad abbandonare le vecchie abitudini. Forse in questo modo onorava la memoria della defunta. Forse esprimeva così la propria nostalgia della regina. O temeva che, se avesse smesso, lo spirito della defunta gli sarebbe saltato impetuosamente addosso. Anche il gabinetto e i lavandini, non smise subito di disinfettarli con furor di spazzola. Ma piano piano, col passar dei giorni, le guance sorridenti del nonno si fecero rosee come non mai. Una perenne allegria scese su di lui. E' pur vero che sino all'ultimo giorno si dimostrò assai scrupoloso in fatto di ordine e pulizia, la sua indole stessa lo portava a essere sempre impeccabile. Fu invece l'impeto violento a spegnersi: niente più scudisciate sibilanti con il battipanni, niente più innaffiate furiose di lisolo e cloro. Qualche mese dopo la morte di nonna, anche la vita amorosa del nonno risbocciò in tutto il suo prepotente splendore. Fu allora, almeno così mi pare, che il mio settantasettenne nonno scoprì i piaceri del sesso. La polvere del funerale di nonna non era ancora andata via dalle scarpe, che casa del nonno si riempì di signore in visita di condoglianze venute a dare conforto, scacciare la solitudine e compatire. Non lo lasciavano solo nemmeno per un momento, lo ingozzavano di pietanze calde, lo tiravano su con le loro torte gonfie, e lui si divertiva evidentemente a non permettere loro di lasciarlo in pace: del resto, aveva passato la vita a spasimare per
chicchessia. Spasimava per tutte le donne: per quelle belle e quelle di cui gli altri uomini non sapevano riconoscere la bellezza: "Le signore", più o meno così sentenziò un giorno mio nonno, "sono tutte bellissime. Tutte senza eccezione. Ma gli uomini", sorrise, "sono ciechi! Completamente ciechi! Insomma, loro vedono soltanto sé stessi, forse nemmeno quello. Ciechi che sono!". *** Con la morte di nonna, lui ridimensionò l'attività commerciale. Ogni tanto ancora, raggiante di orgoglio e soddisfazione, dichiarava di dover intraprendere "un improrogabile viaggio d'affari a Tel Aviv, via Grozenberg", o di avere "una importantissima riunione a Ramat Gan, con tutti i capi della ditta". Gli piaceva ancora porgere a chiunque incontrasse per strada il suo pomposo biglietto da visita, "Alexander Z. Klausner, tessuti, abbigliamento, confezioni, importatore, incaricato d'affari, agente generale e rappresentante incaricato" e via di seguito. Ma ora si occupava per lo più dei propri complicati affari di cuore: invitava ed era invitato per una tazza di tè, pranzava a lume di candela in un ristorante, squisito ma non poi così caro ("con la signora Tsitrin, 'ti durak'", con la signora Tsitrin, mica con la signora Shapushnik!"). Passava ore seduto a un tavolo al secondo piano, il più discreto, del caffè Atara sulla discesa di via Ben Yehudah, in abito blu scuro, cravatta a punta, tutto roseo e sorridente, lustro e impeccabile, avvolto dagli aromi dello shampoo, del talco e del profumo, smagliante dentro la camicia bianca inamidata rigida come un'asse, il fazzoletto candido che spuntava dal taschino, i gemelli d'argento sui polsini, sempre attorniato da uno stuolo di signore ben conservate, fra i cinquanta e i sessanta: vedove con il busto stretto e le calze di nylon con la cucitura dietro, divorziate ben incipriate, signore eleganti tutte ingioiellate, fresche di manicure pedicure permanente e taglio di capelli, matrone che parlavano un ebraico intaccato dall'accento ungherese, polacco, rumeno, balcanico. Nonno adorava quella compagnia e loro erano avvinte dal suo fascino: era un conversatore brillante, un gentleman stile diciannovesimo secolo, faceva il baciamano, correva ad aprire la porta, offriva il braccio a ogni gradino o discesa, si ricordava dei compleanni, spediva mazzi di fiori e cioccolatini, osservava con attenzione, elargiva complimenti appropriati alla fattura del vestito, alla nuova pettinatura, alle scarpe eleganti o alla borsetta appena comprata, scherzava
con garbo e bontà d'animo, declamava una poesia al momento giusto, conversava con cordialità e spirito. Una volta aprii la porta e trovai mio nonno novantenne in ginocchio davanti alla vedova brunetta, ridanciana e rotondetta, di un notaio. La signora mi fece l'occhiolino da sopra la testa di mio nonno innamorato e sorrise allegramente, scoprendo due file di denti troppo complete per essere vere. Uscii chiudendo piano la porta, senza che il nonno si fosse accorto di me. Qual era il segreto del suo fascino? Forse sono riuscito a capirlo soltanto anni dopo. Nonno era dotato di una qualità quasi irreperibile negli uomini, una virtù straordinaria che forse è per le donne più sensuale di qualunque altra cosa: lui ascoltava. Non faceva finta di ascoltare per buona educazione, aspettando con impazienza che lei finisse e tacesse, finalmente. Non carpiva le frasi della sua interlocutrice per terminarle bruscamente apposto di lei. Non la interrompeva e non saltava dentro il suo discorso per arrivare al dunque e passare oltre. Non lasciava che lei parlasse al vento mentre lui pensava che cosa risponderle quando avesse finalmente finito. Non fingeva di interessarsi o divertirsi, si interessava e divertiva davvero. Insomma: era un infaticabile curioso. Niente insofferenza. Niente manovre per portare la conversazione dai futili argomenti di lei a quelli cruciali di lui. Anzi: adorava gli argomenti di lei. Gli piaceva proprio aspettare lei, non le metteva mai fretta se lei aveva bisogno di tempo, e assaporava tutti i suoi arzigogoli. Sempre con calma. Mai correre. Aspettava che lei finisse, e anche quando aveva finito non si buttava né si precipitava, amava ancora aspettarla. Forse c'è ancora qualcosa da aggiungere? Un piccolo risvolto? Amava lasciarsi prendere per mano e farsi condurre nei posti di lei, al ritmo di lei. Amava accompagnarla come il flauto fa con la melodia. Amava conoscerla. Amava capire. Sapere. Amava scendere in lei fino alla soglia della consapevolezza, e fors'anche un poco oltre. Amava dedicarsi, dedicarsi lo appagava più che godersi la devozione. "Nu, shtu": loro parlavano e parlavano fino allo spasimo, parlavano anche delle cose più intime, segrete e delicate, e lui ascoltava con sapienza, dolcezza, empatia e generosità.
No, non propriamente con generosità, piuttosto con soddisfazione e con sentimento. Esistono miriadi di uomini che amano da pazzi il sesso, incondizionatamente, eppure odiano le donne. Mio nonno, credo, amava una cosa e l'altra. E con grazia: senza fare calcoli. Senza prendersi la sua parte. Senza mai avere fretta. Amava perdersi e non rincorreva il piacere. *** Nei vent'anni di luna di miele, cioè dopo la morte di nonna, dai settantasette anni fino alla morte, ebbe molte storie. A volte partiva con la sua amica di turno, per due tre giorni in un albergo di Tiberiade, una pensioncina a Hadera o un centro estivo in riva al mare a Netanya (con la parola "centro estivo" nonno traduceva evidentemente un concetto russo dal sapore cechoviano di dacia sulle coste della Crimea). Due o tre volte lo incontrai in via Agrippas o in via Bezalel a braccetto con una signora, ma non mi avvicinai. Non che si desse pena di nasconderci i suoi amori, ma nemmeno scendeva nei dettagli. Non ci portò mai in casa le sue amichette né mai ce le presentò, quasi non ne parlava. Ma capitava che arrivasse con un'aria da innamorato imbambolato, gli occhi annebbiati, un mormorio sommesso, estatico, un sorriso assente a fior di labbra. Capitava invece che fosse di umor nero, il colorito fanciullesco spento come un sole dietro le nubi d'autunno: allora si chiudeva in camera sua a stirare furiosamente le camicie una dietro l'altra, anche la biancheria nonno stirava e irrorava con un profumo che stava dentro una boccetta con un minuscolo diffusore, e intanto parlava fra sé e sé, severamente e dolcemente in russo, o levava qualche triste melodia ucraina, e quanto a noi, potevamo dedurne che una porta gli era stata chiusa in faccia o al contrario, forse anche questa volta, come nel meraviglioso viaggio a Nuova York ai tempi del fidanzamento, si era di nuovo impegolato nella tortura di due amori alla volta. Una volta, aveva già ottantanove anni, ci comunicò che aveva in mente di fare un "viaggio importante" di due o tre giorni, e non dovevamo assolutamente preoccuparci. Ma visto che dopo una settimana non era ancora tornato, ci prese l'ansia: dov'era? Perché non telefonava? E se gli era capitato qualcosa? Del resto, con l'età che aveva... Il dilemma era grave: era il caso di telefonare alla polizia? E se, per disgrazia, era ricoverato in qualche ospedale, o si era messo in qualche
guaio, non ci saremmo mai perdonati di non averlo cercato. D'altro canto, se si telefonava alla polizia e lui invece era sano e salvo, chi se la sarebbe sentita di fronteggiare le sue escandescenze? Se nonno non fosse tornato per venerdì a mezzogiorno, decidemmo infine dopo un giorno di tentennamenti, ci saremmo rivolti alla polizia. Non c'era altra scelta. Venerdì a mezzogiorno, circa mezz'ora prima dello scadere dell'ultimatum, lui rispuntò tutto rosa di contentezza, allegro, pimpante ed eccitato come un bambino. "Dov'eri sparito, nonno?" "Be'. Ho fatto un viaggetto." "Ma non avevi detto che saresti tornato dopo due o tre giorni?!" 'L'avevo detto sì. E allora? Be', insomma, ero con la signora Hershkovitz, siamo stati così bene. Non ci siamo proprio accorti che il tempo passava così in fretta e se ne andava." "E dove siete stati?" "L'ho già detto: siamo andati in vacanza. Abbiamo trovato una pensioncina tranquilla. Molto, molto civile. Una pensioncina come in Svizzera." "Una pensione? In che posto?" "Su un monte alto a Ramat Gan." "E allora potevi almeno darci un colpo di telefono, no? Perché ci hai fatto stare così in pena?" "Non abbiamo trovato il telefono, lì, nella stanza. Be', ecco. Era una pensione eccezionalmente civile!" "Ma non potevi chiamarci da un telefono pubblico? Insomma, ti avevo persino dato dei gettoni!" "Gettoni, gettoni. Insomma, "shto takoya", che sono questi gettoni?" "I gettoni per usare i telefoni pubblici." "Ah. I gettoni. Ecco. Sì, riprendili pure, piscialletto, prendili tutti compresi i buchi che hanno in mezzo, prendi, prendi ma contali per piacere. Non prendere mai niente da nessuno senza prima contare come si deve." "Ma perché non li hai usati?" "I gettoni? Be', ecco. Gettoni! Non mi fido, dei gettoni." *** Quando aveva novantatré anni, circa tre anni dopo la morte di mio padre, nonno decise che era arrivato il momento, e che io ero ormai abbastanza grande per poter conversare con me da uomo a uomo. Mi invitò pertanto nel suo "gabinetto", chiuse le finestre, la porta a chiave, si sedette con aria solenne e cerimoniosa dietro la scrivania, mi ordinò di
accomodarmi davanti a lui, non mi chiamò piscialletto, posò le braccia una sopra l'altra, vi adagiò sopra il mento, meditò un istante, e disse: "E' arrivato il momento che noi si parli un po' della donna". E subito spiegò: "Be'. Della donna in generale". (All'epoca avevo trentasei anni, ero sposato da quindici e padre di due adolescenti.) Nonno sospirò, tossì leggermente ma con la mano davanti, si drizzò la cravatta, si raschiò due volte in gola e continuò: "Be', ecco. La donna mi ha sempre interessato. Cioè, sempre. Tu, guardati dall'intendere questo in un modo non bello! Insomma, quello che ti sto dicendo è una cosa del tutto diversa, be', solo dico che la donna mi ha sempre interessato. No, non la questione femminile! La donna come essere umano". Ridacchiò e si corresse: "...Be', mi ha interessato in tutti i sensi. In fondo per tutta la vita ho sempre guardato le donne, anche quando ancora ero soltanto un piccolo 'ciudak', picchiatello, be', no, no, non ho mai assolutamente guardato la donna come 'pskudnyak', un malandrino, no, solo la guardavo con tutto il rispetto. Guardavo e imparavo. Be', ecco, e quello che ho imparato è quello che ora vorrei apprendistare a te. Voglio che tu lo sappia. Allora adesso tu, ascolta bene per piacere: è così". Tacque e si guardò intorno come per trovare ancora conferma che eravamo soltanto noi due nella stanza, soli senza orecchie estranee nei paraggi. "La donna," disse nonno, "be', in un certo senso lei è proprio come noi. Esattamente così. Sicuro. Ma per altri versi," continuò, "la donna è completamente diversa. Molto, molto non somigliante." A questo punto s'interruppe e ci meditò un poco su, forse gli era affiorata alla memoria qualche immagine, il viso s'illuminò di un sorriso infantile, e poi concluse il suo insegnamento: "Ma sai? In che senso la donna è proprio come noi, e in quale invece lei è così non simile a noi, be', ecco, a questo," concluse alzandosi dalla sedia, "a questo sto ancora lavorando". Aveva novantatré anni, e forse continuò a "lavorare" sulla questione sino alla fine dei suoi giorni. Del resto, ci sto lavorando ancora anch'io. *** Aveva un ebraico tutto suo, nonno Alexander, un ebraico personale, e non c'era verso di correggerlo né di fargli osservazioni: il barbiere -
"sappar" - continuava a chiamarlo marinaio - "sappan". Regolarmente una volta al mese scendeva al porto, dai fratelli Ben Yaqar, si sedeva sullo sgabello e dettava al suo marinaio ordini precisi e inviolabili: "Vai giù pesante, taglia, insomma, la forma già ce l'hai! Come un pirata!". Le dita le chiamava tita, anche al singolare, tito. Io ero per lui o "haroshi malcik", un bravo bambino, o "ti durak", sciocco; la città portuale di Amburgo la chiamava Gamburgo, "herghel", abitudine, era "rigul", spionaggio, alla domanda, "nonno, come hai dormito?", rispondeva sempre senza eccezione, "magnicamente", e visto che non era mai sicuro della lingua ebraica aggiungeva con allegra enfasi, "nharasho! Ocen caharasho!!". Il bollitore lo chiamava "chainik", il governo resta "pratch", il popolo, "oylem goylem", e il partito al governo, il Mapai, lo apostrofava con un "ghestenk", puzzolente. Un giorno, più o meno due anni prima di andarsene, parlò con me della sua morte: "Quando, non sia mai, cade in battaglia un giovane soldato, un ragazzo di diciannove, vent'anni, be', ecco, è una disgrazia terribile - ma non una tragedia. Morire alla mia età - quella sì che è una tragedia, ormai! Una persona come me, di novantacinque anni, cioè quasi cento, sono così tanti anni che ogni mattina alle cinque si alza, fa una "douche" fredda, ogni mattina da quasi cent'anni, ancora in Russia, "douche" fredda la mattina, persino a Vilna, sono cent'anni ormai che ogni mattina mangia una fetta di pane con il pesce in salamoia, che si beve una tazza di "chai" e ogni mattina va a fare quattro passi per una mezz'oretta, estate e inverno, be', quattro passi la mattina - per il "mozion", il movimento! Sveglia ben bene la circolazione! E subito dopo, ogni giorno, ogni giorno torna e legge un po' il giornale e intanto si beve un'altra tazza di "chai", be', ecco, in breve, è così, il caro ragazzuolo di diciannove anni, quando, per disgrazia, viene ucciso, in fondo non ha ancora fatto in tempo a prendere tutte queste abitudini fisse: quando mai avrebbe potuto? Ma alla mia età è così difficile smettere, molto, molto difficile: fare quattro passi ogni mattina - è ormai una mia vecchia abitudine. La "douche" fredda - anche quella. E anche vivere - per me è ormai un'abitudine, ecco, be', dopo cent'anni, chi è capace così di colpo di cambiare le sue abitudini? Di non alzarsi più la mattina alle cinque? Niente più "douche" e pesce in salamoia con il pane? Niente più giornale né passeggiata né tazza di "chai" caldo? Che tragedia!".
19. Nel 1845 arrivarono a Gerusalemme, allora sotto il governo turcoottomano, il console inglese James Finn e la di lui consorte Elizabeth-Anne. I due sapevano l'ebraico e il console aveva anche scritto sulla storia del popolo d'Israele, di cui era da sempre appassionato. Faceva infatti parte della "Organizzazione londinese per la diffusione della cristianità fra gli ebrei", ma per quanto se ne sappia, durante il suo soggiorno a Gerusalemme non si dedicò mai direttamente all'attività missionaria. Il console Finn e la sua consorte credevano ardentemente che il ritorno del popolo d'Israele alla sua patria avrebbe anticipato la redenzione del mondo. Più d'una volta il console difese gli ebrei di Gerusalemme dalle angherie del governo turco. Egli credeva inoltre alla necessità di riscattare la "produttività della vita giudaica" e aiutò alcuni ebrei a imparare il mestiere dell'edilizia e a formarsi al lavoro della terra. All'uopo nel 1853 il console acquistò, al prezzo di 250 scellini, un'altura brulla a qualche chilometro dalla Gerusalemme dentro le mura, a nord-ovest della Città Vecchia, un terreno disabitato e incolto che gli arabi chiamavano "Kerem Al Chalil". James Finn tradusse il nome in ebraico, "Kerem Abraham" ("il giardino di Abramo") e qui vi costruì la propria casa e costituì un'impresa detta "Moshevet Haroshet", "Villaggio Operoso", destinata a creare posti di lavoro per ebrei poveri e fornire loro una formazione professionale nell'ambito artigianale e agricolo. La struttura occupava circa quaranta "dunam" di terreno (una decina di acri). In cima alla collina James ed Elizabeth-Arane Finn costruirono la loro casa, tutt'intorno c'erano la comunità agricola e il laboratorio. Le spesse mura della casa a due piani erano di pietra lavorata, con un soffitto, in stile orientale, di cupole che s'intersecavano. Dietro l'edificio, in fondo al cortile
cintato da un muro, si trovavano le cisterne dell'acqua, le stalle, l'ovile, il magazzino, le dispense, la cantina, il frantoio. Circa duecento ebrei furono accolti nel "Villaggio Operoso", in ambiti quali la lavorazione della pietra e le opere murarie, la frutticultura, l'orto, oltre che nello sviluppo di una piccola cava e in mestieri vari legati all'edilizia. Con gli anni, dopo la morte del console, la sua vedova fondò anche una fabbrica di sapone che impiegava dipendenti ebrei. Nei pressi di Kerem Abraham, e più o meno negli stessi anni, il missionario tedesco Johann Ludwig Schneller, nativo di Herping, nel Wurttemberg, creò un istituto per orfani arabo- cristiani, profughi della guerra e dei massacri di cristiani in Libano. Si trattava di un grande terreno tutto cintato di mura in pietra. "La casa dell'orfano siriano Schneller", proprio come il "Villaggio Operoso" del console e della consolessa Finn, aveva per intento quello di formare a una vita di lavoro manuale e agricolo. ("Architettura a Gerusalemme - l'edilizia europea cristiana fuori dalle mura, 1855-1918", Keter e Centro Gerosolimitano per lo Studio d'Israele 1987. [N.d.A.]). Finn e Schneller, ciascuno a proprio modo, erano cristiani ferventi profondamente toccati dalla povertà, dalla sofferenza e dalla debolezza di ebrei e arabi in Terra Santa. Entrambi pensavano che la preparazione della popolazione locale a una vita produttiva, nell'ambito dell'artigianato, dell'edilizia e dell'agricoltura, avrebbe strappato l'"Oriente" dalle grinfie della passività, della disperazione, della miseria e dell'indolenza. Forse speravano anche, ciascuno a proprio modo, che la loro generosità rischiarasse per ebrei e musulmani la via verso la cristianità. *** Ai piedi dell'impresa Finn, nel 1920 sorse il quartiere di Kerem Abraham, isolati di casette strette l'una all'altra, costruite fra le piantagioni e i frutteti della fattoria, che pian piano si mangiarono il terreno. Quanto alla dimora del console, dopo la morte della vedova Elizabeth-Anne Finn, subì diverse metamorfosi: fu dapprima sede di un riformatorio inglese per giovani delinquenti, poi divenne terreno demaniale del governo britannico, e quindi comando militare. Verso la fine della guerra mondiale il cortile di casa Finn fu cintato con un'alta rete di filo spinato, per ospitare degli ufficiali italiani prigionieri di guerra, vuoi nell'edificio, vuoi nel cortile stesso. Verso sera noi ci spingevamo nei paraggi per stuzzicare i prigionieri e scherzare con loro,
facendo smorfie e gesti: "Bambino! Bambino! Buongiorno bambino!" strillavano allegramente gli italiani vedendoci arrivare, e anche noi, dal canto nostro, li chiamavamo così: "Bambino! Bambino! Il duce morte! Finito il duce!". Qualche volta gridavamo anche "Viva Pinocchio!" e da oltre la cinta e gli abissi di quella lingua straniera, da oltre la guerra e il fascismo, tornava sempre a noi, come l'altra metà di un antico slogan, il grido "Geppetto! Geppetto! Viva Geppetto!". In cambio di caramelle, pistacchi, arance e biscotti che gettavamo loro da sopra il filo spinato, come fossero state scimmie al giardino zoologico, alcuni di loro ci passavano francobolli italiani o ci mostravano da lontano le fotografie di famiglia con donne ridanciane e bambini molto piccoli castigati dentro giacca e pantaloni, alcuni con la cravatta, altri con il panciotto, bambini della nostra età, con i capelli neri strigliati, un ciuffo dritto e luccicante per la tanta brillantina. Un giorno un soldato prigioniero, da dietro la cinta, mi mostrò, in cambio di una gomma da masticare "Alma" avvolta in carta gialla, la foto di una donna nuda, grassa, senza nulla addosso eccetto delle calze di nylon e il reggicalze. Per un istante rimasi lì davanti quasi fulminato, con gli occhi sbarrati, paralizzato dallo spavento, come se nel giorno del digiuno di Espiazione qualcuno si fosse alzato in mezzo alla sinagoga e avesse gridato il Nome Ineffabile. Dopo un istante mi voltai e me la diedi a gambe, confuso, sconvolto, in lacrime. Fu una corsa pazza. Avevo cinque, sei anni, e correvo come braccato da un'orda di lupi, correvo e correvo e continuai a fuggire da quell'immagine sino, più o meno, a undici anni e mezzo. Dopo la fondazione dello stato d'Israele, la casa del console e della consolessa divenne sede della guardia civile, della guardia di confine e della difesa urbana, sinché non fu trasformata in istituto per ragazze religiose, chiamato "Bet Berakhah" ("Casa della benedizione"). Ogni tanto passo ancora per Kerem Abraham, giro da via Gheulla trasformata in via Re d'Israele verso via Malachia, svolto a sinistra in via Zaccaria, giro un po' avanti e indietro per via Amos, salgo lungo via Abdia sino in cima e arrivo davanti alla casa del console Finn, davanti al cui portone mi fermo qualche istante. Il vecchio edificio, col passare degli anni, sembra essersi ristretto, come se gli avessero insaccato la testa fra le spalle a colpi di piccone, come se fosse contrito. Gli alberi e gli arbusti sono stati estirpati, il cortile è ora coperto d'asfalto. Pinocchio e Geppetto sono svaniti. Anche la guardia civile. Il cascame rimasto di una capanna allestita per la festa di Sukkot sta
ammucchiato nello spiazzo di fronte. Alcune donne con il copricapo e l'abito scuro sono ferme davanti alla porta: tacciono sempre se le guardo. Non ricambiano lo sguardo. Bisbigliano, appena mi allontano. *** Giunto che fu in terra d'Israele, nel 1933, mio padre si iscrisse al corso di dottorato dell'Università ebraica, sul Monte Scopus, a Gerusalemme. All'inizio abitò con i genitori nel piccolo appartamento in affitto nel quartiere di Kerem Abraham, in via Amos, duecento metri a est rispetto alla casa del console Finn. In seguito i suoi genitori traslocarono altrove. Nella casa di via Amos arrivarono i coniugi Zarchi, ma in una stanza cui si accedeva dal balcone continuò ad abitare, pagando l'affitto, quello studente in cui i suoi genitori riponevano grandi speranze. Kerem Abraham era ancora un quartiere nuovo, gran parte delle sue strade erano sterrate, e il giardino, "Kerem", cui doveva il nome rigogliava ancora a tratti, nei cortili delle case appena costruite: viti e melograni, alberi di fico e gelsi le cui fronde sussurravano a ogni alito di vento. All'inizio dell'estate, quando si aprivano le finestre, i profumi della fioritura inondavano le piccole stanze. Sopra i tetti e in fondo alle strade impolverate, apparivano le alture tutt'intorno a Gerusalemme. Uno dopo l'altro, sorsero nei paraggi vari edifici di pietra, semplici e squadrati, due o tre piani suddivisi in una quantità di piccoli appartamenti composti da due minuscole stanze. Del ferro che arrugginì ben presto cintava i cortili e i balconi. Sulle porte delle case stavano incise qua e là una stella di Davide, o la scritta "Sion". Pian piano i cipressi e i pini soffocarono melograni e viti. Ogni tanto si scorgeva ancora la fioritura di un melograno selvatico, che i bambini spegnevano prima che i frutti maturassero. Fra gli alberi abbandonati a sé stessi e le chiazze chiare di pietra nei cortili, qualcuno piantò un oleandro, dei gerani. Ma ben presto quelle aiuole furono trascurate anch'esse: ecco i fili del bucato stesi sopra di loro, ecco i piedi che calpestavano, e sterpi e cocci di vetro buttati nei dintorni. Se non morivano di sete, gli oleandri e i gerani venivano su selvatici, come piante spontanee. Nei cortili sorsero magazzini, piccoli capanni, tetti di lamiera, baracche montate alla bell'e meglio con assi ricavate dai bauli in cui i residenti avevano trasportato le proprie cose, come in virtù dell'ambizione di ricreare in questo posto una copia perfetta dei borghi d'origine, in Polonia e Ucraina, in Ungheria e Lituania.
Qualcuno prese una latta di olive vuota, la collegò a una trave, montò una colombaia e per qualche tempo aspettò le colombe, poi si arrese. Qualcun altro provò ad allevare due o tre polli in cortile, c'era anche chi fece qualche piccolo esperimento di orto - rapanelli, cipolle, cavolo, prezzemolo. Quasi tutti aspiravano ad andarsene di qui verso zone più civili - a Rechavia, Kiriat Shemuel, Talpiyot, Bet Ha Kerem. Tutti cercavano di credere che i tempi brutti sarebbero passati, che lo stato ebraico sarebbe sorto quanto prima e tutto sarebbe cambiato in meglio: già, la misura delle disgrazie era ormai colma. Shneur Zalman Rovshow, che poi avrebbe cambiato nome in Zalman Shazar e sarebbe diventato il presidente dello stato d'Israele, scrisse a quell'epoca sul giornale più o meno così: "Quando finalmente rinascerà lo stato ebraico libero, nulla sarà più come prima! Nemmeno l'amore sarà più quello di prima!". E intanto a Kerem Abraham nascevano i primi bambini, e quasi non si riusciva a spiegare loro da dove erano arrivati i loro genitori, perché erano venuti sin qui, e che cos'era quella cosa che tutti aspettavano. A Kerem Abraham abitavano piccoli impiegati dell'Agenzia ebraica, insegnanti, infermiere, scrittori, autisti, segretari, rivoluzionari, traduttori, commessi, pensatori, scribacchini, cassieri di banca o di cinema, ideologi, modesti negozianti, anziani soli che tiravano avanti con i loro risparmi in miniatura. Alle otto di sera i balconi e le porte si chiudevano, tutte le persiane calavano e solo il lampione gettava una triste chiazza gialla all'angolo della via deserta. Nel buio si sentivano il richiamo acuto degli uccelli notturni, l'ululato di cani lontani, spari sporadici, il respiro del vento tra le fronde degli alberi: perché con il calare delle tenebre, Kerem Abraham tornava a essere un giardino. In ogni cortile stormivano i rami del fico, del gelso e dell'ulivo, e mele e viti e melograno. Le mura di pietra carpivano la luce della luna e la restituivano agli alberi, tradotta in un chiarore pallido, scheletrico. *** Via Amos la si vede in qualche foto nell'album di mio padre. E' un abbozzo incompiuto di strada: grumi di edifici quadrati in pietra lavorata, con le persiane di ferro e le inferriate sui balconi. Qua e là, sui davanzali delle finestre, qualche pianta di geranio pallido sperduta tra la folla di barattoli sigillati, con dentro cetrioli in salamoia o peperoni in acqua, aglio e finocchietto. In mezzo, fra le case, non ancora una strada, piuttosto un
cantiere improvvisato, un sentiero sterrato con sopra sparpagliati materiali da costruzione, ghiaia, mucchi di pietra semilavorata, sacchi di cemento, recipienti di metallo, piastrelle, montagne di sabbia o renella, rotoli di filo di ferro, cumuli di ponteggi smontati. Qua e là, nell'accozzaglia di materiali da costruzione, fioriva un prosopis spinoso avvolto da un pulviscolo biancastro. Nella polvere, in mezzo alla strada, si sedevano gli scalpellini scalzi, nudi sino alla cintola, con uno straccio di stoffa arrotolato in testa, dei pantaloni larghi; il rumore dei martelli intenti a colpire lo scalpello per incidere la pietra montava e riempiva tutto il quartiere come il tamburo che accompagna una melodia strana, tenace, stonata. Ogni tanto si udivano dal fondo della strada delle urla di avvertimento, che suonavano così, "Ba-Rud! Ba-Rud!" e subito dopo il mondo era squarciato dal tuono di una mina che brillava nella roccia. In un'altra foto più ufficiale, che sembra scattata subito prima di un ballo, proprio in mezzo a via Amos, in mezzo a quel caos edilizio, si vede un'automobile nera e squadrata come una cassa da morto. Un taxi o un privato? Dalla foto non si capisce. La vettura è lucidata a specchio e risale agli anni venti, ha le gomme strette come quelle di una bicicletta, le ruote con dei sottili cerchioni di metallo, sul cofano rettangolare spicca una striscia di nichel argentato. Da una parte ci sono delle fessure di aereazione, come delle persiane, e proprio sul naso dell'automobile spunta come una piccola sporgenza il tappo di nichel luccicante del radiatore. Due fari rotondi sono appesi davanti a una specie di perno color argento, e anche quelli sono argentei e luccicano al sole. Accanto all'automobile è immortalato l'agente di commercio Alexander Klausner, incredibilmente elegante con il suo abito color crema e la cravatta, un Panama traforato in testa: ricorda un po' l'attore Harold Flinn in un film su dei signori europei nell'Africa equatoriale o a Burma. Accanto a lui, più robusta, più alta e più larga di lui, spicca in tutta la sua eleganza sua moglie Shlomit, cugina e padrona, gran dama smagliante come una nave da guerra, con un abito estivo a maniche corte, una collana di perle al collo, un bel cappello Fedora con la veletta che le cade sul viso fino a metà a mo' di sipario trasparente e poi casca obliquo chissà perché sull'acconciatura, mentre lei tiene un ombrello o un parasole. Il loro figlio Lonya, Lonychka, è lì accanto come uno sposo il giorno delle nozze. Risulta un po' comico, qui, la bocca leggermente aperta, gli occhiali tondi che calano lungo il naso, le spalle che tendono in avanti; tutto impettito dentro l'abito su misura e
sotto il cappello nero, rigido. Quel cappello sembra proprio imposto alla testa: scende sino a metà della fronte come una pentola capovolta, e si ha quasi l'impressione che le sue orecchie, troppo grandi, fermino il copricapo affinché non scivoli fino al mento, inghiottendo tutta la testa. Che cosa mai sarà stato l'evento in onore del quale i tre furono fotografati e per il quale avevano chiamato un taxi speciale o li erano venuti a prendere con una vettura privata? Questo non possiamo saperlo. L'anno, stando ad altre foto incollate nella stessa pagina dell'album, doveva essere il 1934, uno dopo il loro arrivo a Gerusalemme, abitavano ancora tutti e tre nell'appartamento degli Zarchi in via Amos. La targa dell'automobile nera la leggo senza sforzo. Ben si distingue nella foto: M-1651. Mio padre aveva ventiquattro anni, ma nella foto sembra un ragazzo di quindici travestito da altezzoso signore di mezza età. *** Arrivati da Vilna, i tre Klausner avevano coabitato per circa un anno in quell'appartamento composto da due stanze e mezza in via Amos. Dopo un anno nonno e nonna trovarono, non lontano di lì, un alloggetto in affitto; una stanza e un angolino che fungeva da "gabinetto" per il nonno nonché rifugio in caso di uragano, cioè l'ira di sua moglie e il furore delle sue schermaglie igieniche nell'eterna guerra ai microbi. Quell'appartamentino era situato nel vicolo Praga, fra via Isaia e via Chanselor, alias via Strauss. La zona a giorno della casa in via Amos divenne da quel momento in poi la camera di mio padre lo studente: qui allestì il suo primo scaffale di libri e vi dispose i volumi portati con sé dall'Università di Vilna, qui mise il vecchio tavolo di compensato dalle gambe sottili che gli faceva da scrivania, qui appese i suoi vestiti dentro una cassa di legno bislunga, dietro una tendina, a mo' di armadio guardaroba. Qui invitava compagni e amici per delle dotte conversazioni sul senso della vita e della letteratura e della politica internazionale o locale. Nella foto, mio padre: compiaciuto dietro la sua scrivania, mingherlino, giovane e compunto, i capelli pettinati all'indietro, gli occhiali rotondi e seriosi con la montatura nera. Indossa una camicia bianca a maniche lunghe. E' seduto comodo, obliquo, le gambe incrociate, la schiena alla finestra, con una delle due ante aperta verso l'interno ma le persiane di ferro chiuse, solo delle esili dita di luce penetrano attraverso le fessure. Papà sembra intento a studiare un grosso libro che tiene alzato per aria davanti
agli occhi. Di fronte a quello, sulla scrivania è posato un altro libro aperto accanto a un oggetto che sembra una sveglia, ma che volta le spalle all'obiettivo, un orologio di latta rotondo con due piedini storti. Alla sinistra di papà c'è uno scaffale non grande ma carico di libri, uno dei ripiani ha una specie di pancia rotonda rivolta verso il basso, per il peso dei tomi che porta, devono essere volumi in caratteri latini venuti da Vilna: si vede che per il troppo caldo e l'affollamento non stanno comodi. Sulla parete sopra lo scaffale è appesa una foto incorniciata dello zio Yosef, che ha qui un'aria d'importanza sussiegosa, è quasi profetico con la sua barba bianca appuntita, i capelli radi: sembra vegliare dall'alto su mio padre e tenerlo d'occhio, perché non trascuri gli studi, non si lasci incantare dalle mollezze della vita studentesca, non dimentichi la missione storica del popolo e la speranza delle generazioni, senza per carità trascurare i dettagli minori con cui, dopo tutto, si forma il quadro generale. Sotto lo zio Yosef è appeso a un diodo il bossolo del Fondo nazionale per Israele, con sopra dipinta una vistosa stella di Davide. Mio padre sembra qui sereno e contento ma anche serio e determinato come un asceta: tutto il peso del libro aperto lo porta sul palmo della mano sinistra, mentre la destra sta posata sulla pagina dalla parte destra, sopra quelle già lette, donde si deduce che ha davanti un libro in ebraico, che si sfoglia da destra a sinistra. Mentre nel punto in cui la mano sbuca dal polsino della camicia bianca, riconosco la peluria fitta e nera che gli copriva le braccia dal gomito sino al polso. In questa immagine mio padre sembra un ragazzo consapevole del proprio dovere e intenzionato a compierlo. A lui spetta seguire le orme del grande zio e del fratello maggiore. Laggiù, oltre la persiana abbassata, gli operai stanno scavando un canale sotto la strada sterrata, per portarci i tubi della fogna. Chissà dove, nella cantina di una delle vecchie case ebraiche, fra i vicoli tortuosi del quartiere di Shaare Tzedek o Nachalat Sheva, in quel momento i ragazzi della Haganah gerosolimitana facevano addestramento. Smontavano e rimontavano una pistola parabellum che aveva visto tempi migliori. Nelle strade che s'inerpicavano fra i villaggi arabi nemici, gli autisti della Egghed e Tenuva trasportavano il loro carico, la mano robusta e abbronzata sul volante. Nei uadi che scendevano al deserto passavano in silenzio, in divisa cachi corta, calze dello stesso colore, cintura e kefijah stile arabo, dei giovani esploratori ebrei che imparavano a riconoscere con le loro gambe i sentieri nascosti della patria. In Galilea e nelle pianure, a Betsean e nella valle di
Iezreel, Sharon e Chafar, nella depressione di Giudea e nel Neghev e nella steppa intorno al Mar Morto, pioniere e pionieri lavoravano la loro terra, muscolosi, taciturni, determinati e bruniti dal sole. Mentre lui, il serio e puntiglioso studente di Vilna, lui arava qui il suo solco: come i pionieri di Galilea e delle valli stavano facendo fiorire il deserto di questo paese, così anche lui avrebbe fatto del suo meglio, con entusiasmo e dedizione, per incidere i solchi dello spirito e far fiorire la nuova cultura ebraica. Deciso.
20. Ogni mattina Yehudah Arieh Klausner partiva con l'autobus della linea numero 9, dalla fermata in via Gheulla attraverso il quartiere bukharo, via Shemuel Ha Navi, via Shimon Ha Tzaddik, il villaggio americano e il quartiere Sheikh Jarakh, diretto alla sede dell'università sul Monte Scopus, dove studiava per il suo dottorato: storia con il professor Richard Mikhael Kavner cui non era mai passato per la testa di imparare l'ebraico, lingue semitiche con il professor Chayyim Yaakov Polotzky, Bibbia con il professor Umberto Moshe David Cassuto, e letteratura ebraica con lo zio Yosef, cioè il professor dottor Yosef Klausner, propugnatore di "Giudaismo e Umanesimo". Lo zio Yosef indubbiamente coltivò e avvicinò a sé papà, che era uno dei suoi allievi più dotati, ma non si può certo dire che alla fine lo abbia designato come suo assistente: non voleva, infatti, dare adito ai pettegolezzi. Era talmente importante per il professor Klausner prevenire ogni maldicenza sul suo buon nome e la sua integrità morale, che presumibilmente arrivò al punto da discriminare il figlio di suo fratello, sangue del suo sangue. Sul frontespizio di un suo libro, zio Yosef, che non fu mai padre, ha scritto questa dedica: "All'amato Yehudah Arieh, figlio di mio fratello a me caro come un figlio, dall'amato zio Yosef". Un giorno papà ci scherzò su con tono amaro: "Se non fossi stato suo parente, magari mi avrebbe voluto un po' meno bene, chissà, ma forse oggi sarei docente di letteratura e non impiegato di biblioteca". Questa faccenda rimase sempre una ferita aperta nell'animo di mio padre, che davvero si sarebbe meritato di diventare professore come suo zio e come suo fratello David, che insegnava a Vilna.
Mio padre era straordinariamente colto e perspicace, aveva una memoria formidabile, era versato nelle letterature più disparate e in quella ebraica, aveva dimestichezza con moltissime lingue, conosceva a menadito testi rabbinici e poeti della Spagna ebraica, come anche Omero, Ovidio e Utanpishti, Shakespeare e Goethe e Mitzkiewitz, che aveva studiato da solo, era tenace e instancabile come un'ape operaia nell'alveare, onesto e retto come un righello, eccezionalmente bravo a spiegare in parole semplici e precise l'erranza dei popoli, il "delitto e castigo", il funzionamento di un sommergibile e il moto del sistema solare. Tuttavia, non si meritò mai di avere una classe davanti né di coltivare degli allievi, e arrivò alla fine della sua vita come bibliotecario e bibliografo, autore di tre o quattro studi, nonché collaboratore dell'Enciclopedia ebraica su alcune voci dotte, per lo più nell'ambito della letteratura comparata e di quella polacca. Nel 1936 trovò un modesto impiego nell'emeroteca della Biblioteca nazionale, dove lavorò per una ventina d'anni, all'inizio sul Monte Scopus e poi nell'edificio Terra Santa, dapprima come aiutobibliotecario e alla fine in veste di assistente del responsabile del dipartimento, il dottor Fefermann. In una Gerusalemme piena di profughi dalla Polonia e Russia e di scampati a Hitler - fra cui non pochi luminari accademici, a quell'epoca si contavano assai più professori che studenti, ricercatori e dotti che allievi. Alla fine degli anni cinquanta, dopo che la sua tesi di dottorato era stata promossa con menzione di lode dall'Università di Londra, mio padre tentò invano di trovarsi un angolino, anche soltanto come docente a contratto, nella facoltà di Letteratura all'università: il professor Klausner temeva dal canto suo quel che si sarebbe detto in giro se avesse assunto un nipote. Dopo Klausner arrivò il professore-poeta Shimon Halkin, ansioso di aprire una pagina nuova nel corso di letteratura e di accantonare una volta per tutte l'eredità Klausner, i metodi Klausner, l'atmosfera Klausner: ovviamente non volle saperne di un nipote Klausner. Papà tentò la sorte all'inizio degli anni sessanta nella nuova Università di Tel Aviv, ma anche laggiù non gli si aprì nessuna porta. *** Negli ultimi suoi anni guardò ancora all'eventualità di una docenza di letteratura presso l'istituto superiore che stava per sorgere a Beer Sheva, quello che col passare degli anni sarebbe poi diventato l'Università Ben Gurion. Sedici anni dopo la morte di mio padre, vi entrai io, in veste di
insegnante a contratto di letteratura all'Università Ben Gurion, e dopo un anno o due divenni professore incaricato finché non mi nominarono ordinario, sulla cattedra che porta il nome di Agnon. Col passare degli anni sono venute da me sia l'Università di Gerusalemme sia quella di Tel Aviv, a offrirmi generosamente di andare da loro a insegnare letteratura - a me, che non sono né un erudito né un ricercatore, che non sono né acuto né versato né brillante, io, che non ho mai avuto la testa per il lavoro di ricerca e ho un cervello che s'intontisce alla prima nota a margine. ((I libri di mio padre sono costellati di note. Quanto a me, solo ne "Il silenzio del cielo: Agnon e il timor di Dio" (edizioni Keter 1993), le ho usate anch'io come lui. In quella numero 92, che compare a pagina 192, ho messo mio padre. Cioè, ho rimandato il lettore al libro di papà, "La novella nella letteratura ebraica". E mentre redigevo la nota, vent'anni dopo la sua morte, ho sperato di regalargli una piccola gioia, ma al tempo stesso temevo di non ottenere quell'effetto, piuttosto un dito puntato verso di me, in tono di rimbrotto minaccioso. [N.d.A.]) L'unghia del mignolo di papà era più professorale di dieci "professori improvvisati" della mia stazza. L'appartamento della famiglia Zarchi aveva due stanzette e mezza, al piano terra di uno stabile a tre piani. Nella parte posteriore dell'alloggio abitava Israel Zarchi con la moglie Ester e i due anziani genitori. Mentre la stanza davanti, quella in cui viveva mio padre - all'inizio insieme ai suoi genitori e poi da solo e alla fine con mia madre -, aveva un ingresso separato che dava sul balcone e da dove, dopo qualche scalino, si arrivava al piccolo giardino della casa e poi su via Amos che era ancora sterrata e polverosa, niente carreggiata e niente marciapiede, cumuli su cumuli di materiale da costruzione e pezzi smontati di impalcature fra le quali giravano frotte di gatti fiacchi di fame e qualche colomba distratta. Tre o quattro volte al giorno passava un carretto legato a un asino o a un mulo che portava lunghe sbarre di ferro, un altro con il gasolio, e poi quello del ghiaccio, e del latte, e il carretto del robivecchi il cui strillo raggelava il sangue nelle vene: da bambino ho sempre pensato che mi stesse mettendo in guardia dalla malattia della vecchiaia e dalla morte ancora così lontane da me e tuttavia in lento e impassibile avvicinamento, giorno e notte, come una serpe strisciante nel folto dei cespugli al buio e sibilavano con le loro gelide dita che d'un tratto mi avrebbero preso per le spalle e stretto in gola: in quell'urlo lancinante, "Al-te Za-chen", "Robe vecchie", ho sempre sentito
un tremendo imperativo, "Al-tezachen" "Non invecchiare!". E ancora oggi esso mi strappa un brivido freddo lungo la schiena. Negli alberi da frutto in giardino nidificavano alcune rondini, nelle fessure della roccia andavano e venivano stellioni, lucertole, scorpioni e talvolta anche qualche tartaruga. I bambini scavavano sotto le recinzioni, tendendo una rete di passaggi segreti e scorciatoie che si estendeva per tutto il quartiere. Oppure si arrampicavano sui tetti piatti per spiare di lassù le operazioni dei soldati inglesi fra le mura del campo Schneller o per vedere di lontano i villaggi arabi sui pendii montuosi tutt'intorno a noi, Isawwa, Shuaft, Beit Iksa, Lifta, Nebi Samuel. *** Oggi quasi più nessuno ricorda il nome di Israel Zarchi, ma a quei tempi era un giovane scrittore assai conosciuto e rinomato, i cui libri avevano una grande tiratura. Più o meno coetaneo di mio padre, nel 1937, cioè a ventotto anni, Zarchi era già riuscito a pubblicare non meno di tre libri. Anche lui aveva studiato Letteratura ebraica con il professor Klausner sul Monte Scopus, del resto era arrivato in terra d'Israele alcuni anni prima di papà e aveva lavorato qualche tempo come bracciante agricolo nei villaggi della zona di Sharon. Ora Zarchi si guadagnava da vivere facendo l'impiegato nella segreteria dell'università. Era un uomo delicato, distratto, timido, piuttosto malinconico, con una voce morbida e il passo fiacco, di corporatura talmente esile che non riuscivo assolutamente a immaginarmelo con una zappa o una vanga in mano, bagnato di sudore in una torrida giornata di lavoro. Intorno alla testa pelata aveva un anfiteatro di capelli neri. Il colorito era pallido, trasognato. Quando camminava sembrava non fidarsi della terra che aveva sotto i piedi, o forse il contrario, temeva che i suoi passi potessero farle male. Dentro di me lo ammiravo perché da noi si diceva che non era uno scrittore come gli altri: tutta Gerusalemme scriveva cose dotte, ricavava libri da appunti sparsi e da altri libri, da repertori e fascicoli, lessici, tomi ponderosi in altre lingue, biglietti macchiati d'inchiostro sparpagliati sulla scrivania. Mentre il signor Zarchi era uno scrittore che scriveva "storie di testa sua" (mio padre diceva: "Se trafughi la tua scienza da un libro, sei molto riprovevole, sei un plagiatore, un ladro letterario. Ma se rubi da dieci libri, allora diventi uno studioso, e da trenta, quaranta, allora assurgi al rango di pozzo di scienza").
Avevo sette, forse otto anni, quando provai a leggere qualcosa di Israel Zarchi, ma usava un linguaggio troppo difficile per me. A casa nostra, nella stanza da letto dei miei genitori che faceva anche da salotto, biblioteca, studio e sala da pranzo, c'era uno scaffale - più o meno all'altezza dei miei occhi di allora - dedicato per metà ai libri di Zarchi: "La casa di nonna distrutta", "Il paese di Siloe", "Il Monte Scopus", "Fiamma nascosta", "Terra incolta", "I giorni brutti", e anche un romanzo il cui strano titolo attirava la mia curiosità: "Il petrolio scorre al Mediterraneo". Israel Zarchi morì all'età di trentotto anni, lasciando una quindicina di libri fra racconti e romanzi, scritti la sera dopo il turno di lavoro alla segreteria dell'università, oltre a una mezza dozzina di traduzioni dal polacco e dal tedesco. *** Le sere d'inverno capitava che arrivassero da noi, o nella casa di fronte, dagli Zarchi, alcuni amici: Chayyim e Hannah Toran, Shemuel Warsas, i coniugi Breimann. L'impetuoso signor Sharon-Shbadron, il pittoresco signor Chayyim Schwarzboim con i suoi capelli rossi, Israel Hanani che lavorava negli uffici dell'Agenzia e sua moglie Ester. Venivano dopo cena, verso le sette, sette e mezzo, e alle nove e mezzo, che allora era ritenuta un'ora tarda, se ne andavano. A quel tempo gli ospiti bevevano tè bollente, assaggiavano biscotti al miele o frutta di stagione, discutevano con animata cortesia di ogni sorta di questioni che io non capivo ma sapevo che un giorno o l'altro avrei capito e ne avrei anch'io discusso con queste persone, portando argomenti interessanti mai sollevati prima, riuscendo magari anche a sorprenderli. Chissà, forse anch'io un giorno o l'altro avrei scritto qualche storia di testa mia, come il signor Zarchi, o dei tomi di poesia come Bialik o come nonno Alexander e Levin Kipnis o come il dotto Saul Tchernichovskij di cui non ho mai dimenticato il profumo sulla pelle. Gli Zarchi non erano soltanto i padroni di casa e coloro cui pagavamo l'affitto, erano anche cari amici, malgrado l'insormontabile divergenza di opinione fra mio padre il revisionista e Zarchi "il rosso": papà adorava parlare e spiegare, mentre il signor Zarchi amava ascoltare. Mamma interveniva di tanto in tanto con una o due frasi sommesse, e qualche volta le sue parole facevano sì che la conversazione passasse inavvertitamente da un argomento all'altro o cambiasse tono. Ester Zarchi, dal canto suo, rivolgeva qualche domanda e papà si degnava di risponderle con dettagliate spiegazioni. Israel Zarchi ogni tanto si rivolgeva a mamma con lo sguardo
basso, e le chiedeva che cosa ne pensasse, come pregandola segretamente di porsi al suo fianco, di sostenerlo nella discussione: mamma sapeva gettare su tutto una luce diversa. Lo faceva con poche parole introverse, e dopo che aveva parlato a volte calava sulla discussione un senso di tranquillità, una specie di calma nuova, poi il discorso riprendeva con una certa prudenza, quasi con titubanza. Finché gli animi di nuovo non si scaldavano, le voci si alzavano con rabbia civile eppure risonante di punti esclamativi. *** Nel 1947 uscì per i tipi dell'editore Yehoshua Czeczik di Tel Aviv il primo libro di papà, "La novella nella letteratura ebraica - dagli inizi sino alla fine dei Lumi". Questo studio era basato sulla tesi di laurea che papà aveva presentato al docente nonché zio, il professor Klausner. Nel libro è detto che esso ha ricevuto il premio Klausner del comune di Tel Aviv, ed è uscito con il contributo del comune stesso e del fondo in memoria di Zipporah Klausner di benedetta memoria. Il professor dottor Yosef Klausner in persona scrisse la prefazione: 'E' per me una gioia vedere stampato un libro ebraico sulla novella, presentatomi, in veste di professore di letteratura presso la nostra unica Università ebraica, come tesi di laurea nella nuova letteratura ebraica da parte di un mio ormai ex allievo, mio nipote Arieh Klausner. In effetti non si tratta di un'opera comune... piuttosto di una ricerca esaustiva e pregnante... anche lo stile di questo libro è ricco e luminoso, adatto al rilevante contenuto... non posso che esserne grandemente lieto... dice il Talmud: "i discepoli son come figli"... Mi auguro dunque che grazie a quest'opera si ampli e approfondisca la comprensione della nostra letteratura nazionale, in stretto rapporto con le letterature universali, e che l'autore veda i frutti del suo lavoro, un lavoro niente affatto facile... ' E in una pagina a parte, quella che viene dopo il frontespizio, mio padre dedica il libro alla memoria di suo fratello David: "Al mio primo maestro in storia della letteratura Il mio unico fratello David Perduto negli abissi della diaspora.
Come?" *** Per una decina di giorni, forse due settimane, ogni sera al suo ritorno dal lavoro nell'emeroteca della Biblioteca nazionale sul Monte Scopus, papà correva all'ufficio postale vicino, in fondo a via Gheufla, verso est, subito prima di entrare nel quartiere di Meah Shearim, in trepida attesa delle copie del suo primo libro che, così gli era stato riferito, qualcuno aveva già visto in una libreria di Tel Aviv. Ogni giorno papà correva in posta e poi tornava a mani vuote, ogni giorno si riprometteva che, se anche per l'indomani il pacco di libri spedito dal signor Gruber con il marchio "Sinai" non fosse arrivato, sarebbe andato alla farmacia e avrebbe telefonato con tono imperioso al signor Yehoshua Czeczik a Tel Aviv. Insomma, la cosa è intollerabile! Se entro domenica, entro metà settimana, al massimo venerdì prossimo, i libri non arrivano... il pacco arrivò, non per posta ma per mano di un fattorino, una ragazza yemenita sorridente che lo recapitò a casa nostra, non da Tel Aviv bensì direttamente dalla tipografia "Sinai" (Gerusalemme, telefono 2892). Il pacco conteneva cinque copie de "La novella nella letteratura ebraica" fresche di stampa, vergini, imballate dentro alcuni strati di pregiata carta bianca (sulla quale c'erano le bozze di un altro libro, illustrato), e legate per bene con dello spago. Papà ringraziò la ragazza, il momento di tripudio non gli fece dimenticare di darle uno scellino (una somma rispettabile a quei tempi, sufficiente per un pranzo vegetariano in una mensa della Tenuva, la centrale del latte). Poi papà invitò me e mamma alla scrivania: restammo in piedi accanto a lui per la cerimonia dell'apertura. Ricordo che papà trattenne l'ardore tremante e si astenne dallo strappare a forza il cordino intorno al pacco, nemmeno usò le forbici per tagliarlo e invece, non lo dimenticherò mai, sciolse i nodi, uno dopo l'altro uno dopo l'altro, con infinita pazienza, usando un po' le unghie un po' il tagliacarte un po' un fermaglio di metallo storto. Quand'ebbe finito, non si precipitò sul suo nuovo libro, girò invece tranquillamente il pacco, tolse il rivestimento di carta cromata che era servita per l'imballo, sfiorò con la punta delle dita la copertina della prima copia, tastando come un amante timido, infine lo prese e se lo avvicinò delicatamente al volto, ne respirò un poco le pagine, chiuse gli occhi e annusò dentro, inspirando profondo in petto l'aroma di stampa fresca, la delizia della carta nuova, l'inebriante profumo di colla da
rilegatura. Poi prese a passare le pagine, diede un'occhiata dapprima all'indice, uno sguardo attento alla pagina delle correzioni e delle aggiunte, tornò alla prefazione dello zio Yosef e alla sua introduzione, si godette il frontespizio, ricominciò ad accarezzare la copertina, quando d'un tratto si sgomentò all'idea che mia madre dentro di sé lo stesse prendendo in giro: "Un libro fresco di stampa", le disse come per giustificarsi, "il primo libro, in fondo è quasi come se mi fosse appena nato un altro figlio". "Quando ci sarà da cambiargli il pannolino, però," disse mamma, "di sicuro chiamerai me." E con ciò se ne andò, ma solo per far ritorno dopo qualche istante, portando dalla cucina una bottiglia di vino dolce Tocai - un vino da benedizione - e tre minuscoli bicchierini da liquore, non da vino; poi dichiarò che dovevamo brindare al primo libro di papà. Versò per lei e per lui e anche una goccetta per me, e forse lo baciò persino sulla fronte come fosse stato un bambino, e gli accarezzò il capo. Quella sera mia madre stese sul tavolo della cucina una tovaglia bianca, come fosse stato Sabato o una festa, servì il piatto preferito di papà, la minestra acida di barbabietole con un ghiacciolo di panna che galleggiava in mezzo, e disse: "Auguri". Anche nonno e nonna erano stati invitati a quel modesto festeggiamento, e nonna precisò a mamma che in effetti era tutto bello e anche quasi abbastanza buono, tuttavia - per carità, non voleva assolutamente dar consigli, Dio ne scampi -, del resto è una cosa risaputa da sempre, la sanno anche le bambine, la sanno persino le domestiche che lavorano nelle case ebraiche, che il bortsch dovrebbe essere acidulo e appena appena dolce, assolutamente non dolce e solo un pizzico acidulo, non come i polacchi che si sa che loro zuccherano tutto senza misura e senza criterio e senza alcuna logica e se non li si controlla, anche il pesce in salamoia loro sarebbero capaci di affogarlo nello zucchero e persino il "cren", il rafano forte, anche quello lo intingerebbero nella marmellata. Mamma, dal canto suo, ringraziò la nonna per averla messa a parte della sua esperienza e promise che da quel giorno in poi avrebbe fatto in modo che nonna trovasse da noi soltanto l'amaro e l'acido di suo gusto. Quanto a papà, era troppo contento e di buon umore per badare a quelle punzecchiature. Diede una copia con dedica in dono ai suoi genitori, una allo zio Yosef, uno ai suoi cari amici Ester e Israel Zarchi, una non ricordo più a chi, e l'ultima la serbò nella sua biblioteca, su uno scaffale in evidenza, vicina e appoggiata alla schiera degli scritti di suo zio, il professor Yosef Klausner.
*** Tre, quattro giorni durò l'allegria di papà, poi tornò cupo. Come prima dell'arrivo del pacco correva ogni giorno all'ufficio postale, così ora si precipitava alla libreria di Shakna Achiasaf in via King George, dove erano in vendita tre copie de "La novella". L'indomani le tre copie erano ancora lì, nessuna era stata venduta. E così fu anche per i due, tre giorni seguenti. "Tu," disse papà con un sorriso triste al suo amico Israel Zarchi, "in sei mesi scrivi un nuovo romanzo, e subito frotte di belle ragazze lo strappano via dagli scaffali e ti portano nel loro letto con sé. Noi studiosi, invece, anni e anni sudiamo per dare fondamento a ogni dettaglio, per controllare ogni minuscola citazione, ponzare su ogni brandello di nota a piè di pagina, e chi si prende il disturbo di leggere? Al massimo noi stessi, cioè quei tre o quattro ergastolani della materia che si degnano di leggersi a vicenda prima di farsi vicendevolmente a fette - e a volte nemmeno loro. Siamo ignorati." Passò circa una settimana e nessuna delle tre copie di Achiasaf fu venduta. Papà smise di parlare del proprio avvilimento, che però riempiva tutta la casa come un odore: ora non canticchiava più con le sue stonature tremende mentre si faceva la barba o era chino sul lavello della cucina a lavare i piatti, con la melodia de "I campi della valle o Rugiada dal suolo e bianca da sopra/da Bet Alfa a Nahalal". Non mi raccontava più le storie dell'epopea di Gilgamesh o di Capitan Nemo e dell'ingegnere Cyrus Smith ne "L'isola misteriosa", s'immergeva invece rabbiosamente nelle sue carte e nei suoi lessici sparsi sulla scrivania, fra i quali avrebbe preso forma il suo prossimo studio. Quand'ecco che improvvisamente, dopo due o tre giorni, un venerdì sera papà tornò a casa raggiante e tutto agitato. Tremava come un ragazzino baciato dalla capoclasse sotto gli occhi del mondo intero: "Le hanno vendute! Tutte vendute! In un giorno solo! Non ce n'è più una sola copia in vendita! Né due! Tutte e tre, le hanno vendute! Tutte! Il mio libro è esaurito - e Shakna Achiasaf ne ordinerà delle nuove da Czeczik a Tel Aviv! Ordinerà?! Le ha già ordinate! Questa mattina! Per telefono! No, non più solo tre, cinque ne ha ordinate! E lui, Shakna, pensa che comunque non sia ancora detta l'ultima parola!". Mamma uscì di nuovo dalla stanza e tornò con la bottiglia di Tocai tremendamente dolce e tre bicchierini da liquore, non da vino. A dire la verità questa volta decise di lasciar perdere il bortsch con la panna e la tovaglia bianca. Propose invece di andare al cinema Edison loro due quella
sera, a vedere la prima di un famoso film, con Greta Garbo, che piaceva a entrambi. *** Quanto a me, mi lasciarono dagli Zarchi, a mangiare con loro e fare il bravo sino al loro ritorno, verso le nove, nove e mezzo. Fai il bravo, capito?! Non vogliamo sentire sul tuo conto nemmeno un'ombra di appunto! Quando c'è da preparare la tavola, ricorda di chiedere alla signora Zarchi se ha bisogno d'aiuto. Dopo cena, ma solo quando tutti si saranno alzati da tavola, prendi i tuoi piatti e posali pian piano sul marmo, accanto al lavandino. Piano, capito? Non sia mai che gli rompi qualcosa. Poi, come fai a casa, prendi uno straccio e pulisci bene la tela cerata, dopo che è stata tolta dal tavolo. E parla solo quando sei interrogato. Se il signor Zarchi lavora, allora trovati un gioco da fare o un libro e siedi muto come un pesce! E se per caso, non sia mai, la signora Zarchi si lamenta di nuovo del suo mal di testa, non disturbarla per nessun motivo, chiaro, per nessun motivo! Ciò detto, se ne andarono. La signora Zarchi, dal canto suo, probabilmente si chiuse nell'altra stanza, o forse andò dalla vicina, mentre il signor Zarchi mi invitò con lui nel suo studio che, come a casa nostra, faceva anche da stanza da letto, salotto e quant'altro. Proprio in quella camera aveva abitato mio padre da studente, poi insieme a mia madre: qui dovevano avermi concepito, perché ci avevano vissuto fino a un mese prima ch'io nascessi. Il signor Zarchi mi fece accomodare sul divano, conversò un poco con me, non ricordo di che cosa. Ma non dimenticherò mai quando d'un tratto scoprii sul tavolino accanto al divano non meno di quattro copie identiche de "La novella nella letteratura ebraica", una sull'altra come al negozio: una copia sapevo che papà gliel'aveva data con la dedica, "Al mio caro amico", ma delle altre tre proprio non mi capacitavo. Stavo quasi per chiedere al signor Zarchi, ma all'ultimo istante mi tornarono in mente i tre esemplari che proprio oggi, quando ormai si disperava, erano stati finalmente venduti nel negozio di Achiasaf in via King George, e mi sentii travolgere dentro da una immensa gratitudine e commozione, fino alle lacrime. Il signor Zarchi si accorse che avevo visto, non sorrise, però per un momento ammiccò di sbieco, strizzando appena gli occhi, come per accogliermi tacitamente nella sua cospirazione. Non disse una parola, si piegò e tolse dal tavolino tre delle quattro copie del libro, che infilò in un
cassetto basso della scrivania. Anch'io tacqui, senza dire parola né a lui né ai miei genitori. Non l'ho mai raccontato a nessuno, prima della morte di Zarchi, che se ne andò nel fiore degli anni, e di papà. A nessuno tranne, dopo molti anni, a Nurit Zarchi che ascoltò e non parve entusiasta di quella mia storia. Ho per buoni amici due o tre scrittori, amici cari da decenni ormai. Ma chi mi dice che anch'io sarei capace di fare per uno di loro qualcosa di paragonabile a quello che Israel Zarchi fece per mio padre? Chissà se mi sarebbe mai venuta in mente un'idea così generosa e brillante come la sua. Come tutti a quei tempi, Zarchi non aveva certo di che scialare. E tre copie de "La novella nella letteratura ebraica" dovevano essergli costate non meno del prezzo di un indispensabile vestito caldo per l'inverno. Il signor Zarchi uscì dalla stanza e tornò con una tazza di cioccolata tiepida senza pellicina per me, memore che a casa nostra la sera bevevo il cacao, io lo ringraziai educatamente come mi avevano insegnato, e avevo una voglia matta di dirgli ancora una cosa che era per me molto importante da dire, ma non trovai cosa dire e rimasi lì seduto sul divano senza nemmeno schioccare la lingua, per non disturbarlo mentre era al lavoro, anche se a dire il vero il signor Zarchi non stava affatto lavorando, quella sera sfogliò avanti e indietro il giornale "Davar" sinché i miei genitori non tornarono dal cinema, ringraziarono gli Zarchi, rapidamente salutarono e mi riportarono a casa, perché era già tardi e bisognava lavarsi i denti e andare subito a letto. *** In quella stanza papà doveva aver portato per la prima volta, una sera dell'anno 1936, una studentessa introversa, bellissima, scura di pelle e dagli occhi neri, che parlava molto poco ma la cui sola presenza induceva gli uomini a parlare e parlare a più non posso. Qualche mese prima di quel giorno, lei aveva lasciato l'Università di Praga ed era arrivata da sola a Gerusalemme, a studiare storia e filosofia all'università sul Monte Scopus. Non so come e quando e dove Arieh Klausner abbia conosciuto Fania Mussman, iscritta qui con il suo nome ebraico, Rivka, benché in alcuni documenti sia chiamata Zipporah e in uno compaia con il nome di Feyge, ma che le sue amiche chiamavano sempre solo Fania. Lui amava molto parlare, spiegare, esporre, mentre lei sapeva ascoltare e sentire anche ciò che stava fra le righe. Lui era colto e versatile, lei aveva
spirito d'osservazione e sapeva anche dimostrarsi una fine conoscitrice dell'animo. Lui era un uomo retto e scrupoloso, corretto e diligente, lei scrutava sempre, per capire come mai chi sosteneva con vigore una certa opinione sostenesse proprio quella e non un'altra, e perché mai chi smontava con impeto la prima opinione avesse un bisogno così impellente di sposare l'opinione opposta. I vestiti la interessavano solo in quanto spioncino per sbirciare dentro l'interiorità di chi li indossava. A casa di amici, studiava sempre attentamente le fodere, le tende, i divani, i ninnoli sparsi sul davanzale e gli oggetti sugli scaffali, mentre tutti gli altri erano intenti a discutere: come se avesse avuto una qualche missione segreta da compiere. Le confidenze l'hanno sempre avvinta, ma quando la conversazione virava sui pettegolezzi, lei per lo più ascoltava con un leggero sorriso, un sorriso esitante, come incline a cancellarsi da sé, e taceva. Taceva tanto. Ma quando spezzava il suo silenzio e diceva poche frasi, la conversazione non era più la stessa di prima. Quando papà si rivolgeva a lei, si avvertiva a volte nella sua voce un miscuglio di dolcezza e distanza, di affetto e rispetto e timore: come se avesse avuto in casa una Cassandra sotto mentite spoglie. O una negromante.
21. Tre seggiole di paglia intrecciata stavano intorno al nostro tavolo della cucina, sempre coperto con una tela cerata a fiori. La cucina era angusta e buia, il pavimento un po' rientrato, le pareti affumicate dal fornello, con un unico abbaino che dava verso il cortile seminterrato, circondato da mura grigie di cemento. Qualche volta, dopo che papà era andato al lavoro, entravo in cucina e mi sedevo al suo posto, di fronte a mamma che mi raccontava delle storie mondando le verdure o le lenticchie (toglieva quelle nere e le metteva in un piattino, io poi le davo da mangiare agli uccellini fuori). Strane, erano le storie di mia madre, non come quelle che si raccontavano ai bambini in ogni casa a quel tempo, diverse da quelle che raccontai io ai miei figli, come velate di una nebbia vaga: le sue storie non cominciavano dall'inizio e non finivano alla fine, spuntavano invece da un cespuglio, uscivano per qualche momento allo scoperto suscitando distanza o una fitta di paura, si muovevano per qualche istante come ombre deformate contro il muro, stupivano, facevano a volte rabbrividire la schiena e tornavano nel bosco fitto senza darmi il tempo di sapere che cosa era successo. Alcune delle storie di mamma le ricordo ancora oggi, quasi parola per parola. Ad esempio, la sua storia sul vetusto Alleluyev: "Dietro alte montagne, oltre fiumi profondi e steppe desolate, c'era una volta un piccolo e sperduto villaggio con delle bicocche mezze diroccate. Infondo a questo villaggio, all'ombra di un bosco di abeti tutto nero, viveva un povero vecchio muto e cieco, viveva lì senza amici né parenti, Alleluyev si chiamava. Il vecchio Alleluyev era più antico di tutti gli anziani del villaggio e di tutti i vecchi della valle e della steppa. Non era solo avanti negli anni, era proprio antico. Era così antico che sulla schiena curva
cominciava ormai a crescere un muschio leggero. Invece dei capelli, in testa gli spuntavano funghi neri e invece delle guance aveva delle fosse dentro le quali fiorivano muffa e licheni. Dai piedi di Alleluyev già si diramavano delle radici nere e nei globi degli occhi spenti si erano messe comode delle lucciole brillanti. Il vecchissimo Alleluyev era più venerando della città, più della neve, più antico del tempo stesso. Quand'ecco che un giorno si sparse la voce che nel profondo della sua casupola dove le persiane non si aprivano mai, s'annidava un vecchio, Chernychortin, ancora più antico del vecchio Alleluyev, ancora più cieco di lui, più povero, più muto e più gobbo e più sordo e più immobilizzato, frusto come una moneta tartara. Al villaggio, nelle notti di neve, si diceva che nel segreto più segreto il vecchio bacucco Alleluyev si prendesse cura del vecchio venerando Chernychortin, che lo puliva e gli lavava i decupiti, gli preparava la tavola e il giaciglio, gli dava da mangiare frutti del bosco, da bere acqua di pozzo o di neve, e a volte la notte cantava come si fa con i bambini: ninna nanna ninna oh non temere mio tesoro, ninna nanna ninna oh non tremare amore mio. Così tutti e due si addormentavano abbracciati, il vecchio e il suo vecchio, e fuori c'erano solo bufera e neve. Se non li hanno ancora mangiati i lupi, i due vivono ancora laggiù nella misera bicocca, e il lupo ulula nel bosco e nel camino il vento ancora fischia". Da solo nel mio letto prima di prendere sonno, tremante di paura ed eccitazione ripetevo sottovoce quelle parole, "vecchio bacucco", "venerando", "antico",, "avanti negli anni". Chiudevo gli occhi e mi figuravo, con un panico dolce, il muschio che pian pian si diffondeva sulla schiena di quel vecchio, i funghi neri, la muffa e il lichene, le radici scure e ingorde che invadevano l'oscurità. Provavo a immaginarmi dentro gli occhi chiusi che cosa significasse "frusto come una moneta tartara". E così, calavo nel sonno insieme al fischio del vento nel fumaiolo che non c'era né avrebbe mai potuto esserci in casa nostra, suoni che non avevo mai udito, camini che non avevo mai visto altro che nelle figure dei libri, dove tutte le case avevano il tetto rosso e un fumaiolo. *** Non avevo né fratelli né sorelle, di giocattoli i miei genitori potevano permettersene ben pochi, la televisione e il computer non erano ancora
arrivati. Per tutta l'infanzia ho abitato nel quartiere di Kerem Abraham a Gerusalemme, ma non vivevo lì, vivevo ai margini di un bosco, fra casupole camini pascoli e la neve delle storie di mia madre e di quelle illustrate in pila sul mobile basso accanto al mio letto: sono in Oriente e il mio cuore sta in capo all'Occidente, come diceva il sommo poeta. O "alle pendici del Settentrione", come stava scritto in quei libri. Vagavo girando senza sosta per quei boschi virtuali, boschi di parole, casupole di parole, pascoli di parole. La concretezza delle parole spingeva in disparte i cortili torridi, le tettoie di lamiera storta appoggiate alle case di pietra, i balconi pieni di tinozze e fili del bucato. Quel che mi stava intorno non contava. Tutto ciò che contava era fatto di parole. In via Amos c'erano anche dei vicini anziani, ma la loro andatura lenta e dolente quando passavano davanti a casa nostra non era altro che una copia sbiadita e approssimativa, piuttosto squallida, della rabbrividente concretezza racchiusa nel venerando Alleluyev, l'antico e bacucco, della storia di mamma. Proprio come il boschetto di Tel Arza era soltanto un pallido, rassicurante abbozzo dei fitti boschi e delle foreste perenni. E le lenticchie che mamma cucinava erano solo una misera, deludente allusione ai funghi e alle bacche, al ribes e ai mirtilli delle sue storie. Tutta la realtà non era altro che uno sforzo vano, un fiacco e piatto tentativo d'imitazione del mondo delle parole. Ecco la storia che mi raccontava mia madre a proposito di una donna e dei maniscalchi, senza scegliere le parole, e svelando invece inopinatamente ai miei occhi di bambino piccolo la vastità sterminata e variopinta della lingua, dove quasi nessun piede di bambino aveva mai camminato, lande abitate dagli uccelli del paradiso delle lingue: "Molti anni fa vivevano in una quieta cittadina nella terra di Enularia, nelle lande delle valli interne, tre fratelli maniscalchi, Misha, Eliosha, Antosha. Gente nerboruta e villosa erano quei tre, gente irsuta, tutto l'inverno dormivano e dormivano, solo d'estate forgiavano aratri ferravano cavalli affilavano coltelli saldavano pugnali tempravano lame affilate e fondevano vecchie stanghe. Un giorno Misha, il maggiore dei fratelli maniscalchi, partì e andò nella landa di Troshiban. Rimase lontano molto tempo, e al suo ritorno non tornò solo ma portò con sé una donna giovanetta ridanciana di nome Tatiana, Tanià, Tanitcka. Era la più bella fra le donne e più bella di lei non c'era in tutta la regione di Enularia. I due fratelli più piccoli di Misha digrignarono i denti e tacquero per tutto il giorno. Ogni
volta che uno di loro la guardava, Tanitcka scoppiava in una risata argentina, finché quello non era costretto a calare lo sguardo. E se invece era lei a guardare uno di loro, anche allora il fratello che lei aveva deciso di guardare tremava e abbassava lo sguardo. Solo una stanzetta c'era nella casupola dei fratelli maniscalchi, e in questa stanza abitavano Misha e Tanitcka e il forno e il mantice e gli strumenti per la ferratura e il fratello selvatico Eliosha e quello taciturno Antosha, fra pesanti mazze di ferro e asce e scalpelli e bastoni e catene e ruote di metallo. Così capitò che un giorno Misha scivolò dentro la fornace e Tanitcka se la prese Eliosha. Per sette settimane la bella Tanitcka fu la moglie del fratello selvatico Eliosha, finché a questi non cascò addosso la mazza per la laminatura e lo schiacciò e gli sfracellò il petto e Antosha il fratello taciturno seppellì il fratello e prese il suo posto ma dopo sette settimane, mentre lui e lei mangiavano il pasticcio di funghi, Antosha d'un tratto impallidì e illividì e soffocò e morì. Da allora fino a oggi capita che arrivino e restino in quella casupola dei giovani maniscalchi, maniscalchi erranti che giungono da tutta la regione di Enularia, ma non c'è mai più stato un maniscalco che abbia osato restare lì sette settimane intere: arriva e si ferma per una settimana, due notti magari. E Tania? Ormai tutti i maniscalchi della regione sanno che Tanitcka ama i maniscalchi che vengono per una settimana, i maniscalchi di due giorni o tre, maniscalchi per una notte e un giorno, mezzi nudi lavorano a ferrare, fondere e saldare, ma non c'è né mai più ci sarà pazienza per l'ospite che si scorda di alzarsi e togliere il disturbo. Una settimana o due bastano, ma sette, come si fa?" *** Hertz e Sarah Mussman, che all'inizio del diciannovesimo secolo vivevano nel villaggio di Trupe, o Tripe, non lontano dalla cittadina di Rovno, in Ucraina, avevano un figlio molto bello che si chiamava Efraim. Sin da piccolo, così si raccontava da noi, (Questa e altre cose che narrerò nelle pagine seguenti, le ho udite da bambino da mia madre e qualcosa anche da nonno e nonna e dai cugini di mamma, Shimon e Mikhael Mussman. Nel 1979 ho raccolto dalla zia Haya qualche suo ricordo d'infanzia e l'ho messo per iscritto, e fra il 1997 e il 2001 ho scritto invece alcune delle tante storie raccontatemi dalla zia Sonia. Sono ricorso anche al libro "Fuggire dalla paura" del cugino di mia madre, Shimshon Mussman; il volume è uscito per le edizioni Ha Kibbutz ha Meuchad nel 1996. [N.d.A.])
a Efraim piaceva far girare le ruote e giocare con le correnti d'acqua. Efraim Mussman aveva tredici anni quando, venti giorni dopo la festa del suo bar mitzvah, fu indetto un altro ricevimento e questa volta lui si sposò con una bambina di dodici, di nome Haya-Duba: a quell'epoca ci si sposava così, nozze sulla carta, affinché i ragazzi non venissero rapiti per andare a fare i soldati dello zar e poi nessuno li vedeva più. Mia zia Haya Shapira (chiamata come sua nonna Haya-Duba, cioè la sposa dodicenne) mi raccontò tanti anni fa di quel che avvenne durante quello sposalizio: alla fine della cerimonia e del pasto rituale, che ebbe luogo verso sera nel cortile della casa dove abitava il rabbino del villaggio di Trupe, i genitori della piccola sposa si accingevano a prenderla per riportarla a casa a fare la nanna. Era ormai tardi e la bambina, che era stanca dopo tutto il trambusto del matrimonio e un po' stordita perché aveva anche bevuto qualche sorso di vino, abbandonò la testa sopra le gambe della sua mamma e si addormentò. Lo sposo invece girava tutto sudato tra gli ospiti giocando a nascondino o a rimpiattino con i suoi compagni di scuola. Gli invitati presero dunque a congedarsi dai familiari degli sposi, e anche le due famiglie si salutarono cordialmente, poi i genitori dello sposo ordinarono al figlioletto di salire sul carro perché era ora di tornare a casa. Ma il maritino aveva ben altri programmi: Efraim si mise infatti al centro del cortile, d'un tratto si gonfiò tutto "come un galletto cui è appena spuntata la cresta", pestò i piedi e s'incaponì che voleva a ogni costo sua moglie: non fra tre anni, non fra tre mesi, bensì subito. Adesso. Quella sera stessa. Quando tutti gli invitati scoppiarono in una fragorosa risata, il focoso sposino si offese, voltò i tacchi, attraversò impetuosamente il vicolo, bussò di nuovo alla porta di casa del rabbino e rimase lì sulla soglia, faccia a faccia con il ghignante rabbino, dove iniziò a citare versetti della Bibbia, addusse decisioni talmudiche e sentenze rabbiniche, il che dimostrava che si era preparato per bene le sue cartucce e che aveva svolto con diligenza i compiti a casa. Insomma, pretese che il rabbino giudicasse lì sul momento fra lui e tutto il mondo, dando ragione o all'uno o agli altri: che sta scritto nella Torah? Che dicono il Talmud e i commentatori? Era o non era suo diritto? O l'uno o l'altro: o aveva diritto subito alla sua sposa, oppure dovevano subito rendergli il contratto nuziale. Il rabbi, si dice, ponzò tutto quel che c'era da ponzare, si raschiò in gola lisciandosi i baffi con un certo imbarazzo, si grattò la testa, strigliò i cernecchi, fors'anche si mordicchiò la barba, e alla fine sospirando ammise
che non c'era nulla da fare, che il ragazzo non era solo acuto e versato, ma anche dalla parte della ragione: e dunque non restava altro da fare che spedire la tenera mogliettina da lui. Svegliarono dunque la bambina e, nel cuore della notte, terminati tutti i negoziati, si trovarono costretti a mandare la coppia a casa dei genitori di lui. Per tutto il viaggio la sposina pianse di paura. Sua madre l'abbracciò e pianse con lei. Anche lo sposo, dal canto suo, singhiozzò per tutto il viaggio, per via dello scherno e dei sogghigni subiti. Quanto alla madre dello sposo e agli altri suoi familiari, anche loro piangevano. Di vergogna. Un'ora e mezzo circa durò quel tragitto notturno, un po'' funerale lacrimoso e un po' chiassosa carnascialata, visto che alcuni del corteo avevano molto apprezzato lo scandalo e scherzavano ad alta voce sulla storiella del pulcino che cozza contro la pulcina e quella su come il filo entra nella cruna dell'ago, facendo una gran gazzarra e strillando sconcezze. L'ardimento del piccolo sposo sparì, forse era persino pentito di quella vittoria. Fu così che i due bambini spaventati, piagnucolanti e insonni, come pecore al macello furono condotti, o meglio spinti pressocché a forza quando ormai era quasi mattina, dentro una stanza nuziale improvvisata l'atterrita sposina Haya-Duba e lo spaventato Efraim. La porta, pare, venne chiusa a chiave, ma da fuori. Poi il corteo nuziale si allontanò in punta di piedi e trascorse il resto della notte in un'altra stanza, a bere un tè dopo l'altro, sgranocchiare gli avanzi del rinfresco nuziale e tentare di consolarsi a vicenda. La mattina, chissà, può darsi che le mamme si siano precipitate in camera armate di asciugamani e bacinelle per il lavaggio, ansiose di controllare se e come i bambini fossero sopravvissuti allo scontro, e che cosa mai si fossero fatti a vicenda. Ma dopo qualche giorno marito e moglie scorrazzavano allegramente e giocavano insieme in cortile, tutti e due scalzi e rumorosi. Il marito fece per sua moglie fra i rami dell'albero una piccola casa di bambola, e poi tornò ai suoi soliti giochi con le ruote e l'acqua che spargeva per tutto il cortile, costruendo canali, laghetti e cascatelle. Fino ai sedici anni furono i genitori Hertz e Sarah Mussman a mantenere la giovane coppia, Efraim e Haya: "caste-kinder" venivano chiamate a quel tempo le giovani coppie che vivevano a spese dei genitori. Finché, giunto a quell'età, Efraim Mussman associò il suo amore per le ruote a quello per l'acqua e mise su nel villaggio di Trupe un piccolo mulino
le cui ruote erano vigorosamente azionate dall'acqua. Non ebbe mai un gran successo negli affari: era un sognatore, ingenuo come un bambino, pigro, scialacquatore, tanto attaccabrighe quanto indulgente. Amava perdersi in futili conversazioni che duravano da mattina a sera. Haya-Duba ed Efraim Mussman conducevano una vita modesta. La piccola sposa diede a Efraim tre maschi e due femmine. Studiò per diventare levatrice e infermiera domestica. Curava gratis, di nascosto, i malati poveri. Morì nel fiore degli anni, di tisi. La madre di mio nonno aveva ventisei anni, quando se ne andò. Il bell'Efraim si risposò ben presto con una nuova bambina, sedici anni questa volta, che si chiamava anche lei Haya, come la precedente. Haya Mussman numero due si premurò quasi subito di scacciare di casa i figliastri. Il marito, d'indole debole, non tentò di fermarla: tutto l'ardimento e il coraggio che gli erano stati assegnati per la vita, Efraim Mussman se li era a quanto pare giocati in una volta sola, la sera in cui aveva eroicamente bussato alla porta del rabbino pretendendo in nome della Torah e di tutti i commentatori di consumare i propri diritti di sposo. Da quella notte e fino alla fine della vita, si comportò sempre con grande remissività: con sua moglie era mansueto e più umile di un filo d'erba, avvezzo a rinunciare a tutto ciò che avrebbe voluto, e tuttavia verso gli estranei adottò col passare degli anni un atteggiamento un poco misterioso, come se attingesse da qualche fonte occulta e santa. In ogni suo gesto si riconosceva un certo sussiego seppure velato di umiltà, come uno di quei patroni di campagna, come un vecchio santone pravoslavo. Aveva dodici anni, mio nonno Naftali Hertz, quando fu spedito a lavorare come apprendista al podere di Vilchov, vicino a Rovno. Il podere Vilchov apparteneva a una stramba principessa nubile, Kanizhna Ravzova. Nel giro di tre o quattro anni costei si rese conto che il servo ebreo avuto praticamente per niente era non solo svelto, ma anche intelligente, simpatico e divertente, e come se non bastasse, durante l'infanzia, al mulino di suo padre, era pure riuscito a imparare qualcosa sull'arte di macinare la farina. Poi forse c'era anche qualcosa d'altro, un tratto del suo carattere che ispirava nella principessa avvizzita senza prole una certa tenerezza materna. Lei decise pertanto di comprare un terreno sul limitare di Rovno, di fronte al cimitero in fondo a via Dubinska, dove costruire un mulino. Assegnò poi il mulino a uno dei suoi nipoti nonché eredi, l'ingegnere Costantin Semionovich Stiletzky. Quanto a Hertz Mussman, che allora aveva sedici anni, la principessa lo nominò aiutante di Stiletzky. Ben presto mio nonno
svelò quel suo talento organizzativo, quella fine capacità tattica e quell'empatia straordinaria che avrebbero da allora in poi immancabilmente incantato chiunque lo guardasse, nonché un profondo senso del prossimo, che per il resto della vita gli avrebbe consentito di indovinare i pensieri e le fantasie degli altri. Così, a diciassette anni mio nonno di fatto già dirigeva il mulino ("Da questa principessa lui arrivò presto in alto! Proprio come in quella storia del buon Giuseppe in Egitto da quella lì, come si chiamava già? La signora Putifarre? No? E quell'ingegnere Stiletzky, tutto quello che lui sistemava l'altro provvedeva a guastarlo e distruggerlo. Era un alcolista tremendo, quello lì! Me lo ricordo ancora quando picchiava a morte il cavallo e intanto piangeva di pietà per la povera bestia, piangeva con dei lacrimoni grossi come chicchi d'uva e tuttavia continuava a batterlo. Ogni giorno saltava fuori con una nuova invenzione, un nuovo impianto, ruote di trasmissione, come Stevenson. Sì, aveva un guizzo geniale. Ma appena aveva ideato, si arrabbiava, Stiletzky, dava in escandescenze e distruggeva tutto da sé!"). Il ragazzo ebreo imparò dunque a far da solo i lavori di manutenzione e riparazione sulle macchine, a trattare con i contadini che gli portavano grano e segale, a pagare il salario ai braccianti, a contrattare con mercanti e clienti. E così divenne mugnaio come suo padre. Solo che, a differenza di quest'ultimo - fannullone e infantile -, mio nonno, Naftali Hertz, era un gran lavoratore, e talentuoso. Perciò fece carriera. Quanto alla principessa Ravzova, col passare del tempo divenne bigotta sino alla follia, si vestiva solo di nero, faceva voti e digiuni, piangeva il lutto giorno e notte, confabulava con Gesù, andava di convento in convento a chiedere illuminazione, dissipava i suoi beni a forza di donazioni a chiese e a ogni sorta di eremi ("una volta prese una mazza e si piantò un chiodo dentro la mano, perché voleva sentire quello che aveva sentito Gesù. Allora vennero, la legarono, le curarono la mano, le rasarono la testa e fino alla fine dei suoi giorni la tennero rinchiusa in un monastero vicino alla città di Tula"). Il povero ingegnere, nipote della principessa Ravzova, Constantin Stiletzky, si abbandonò al vizio, a seguito della fine di sua zia. Mentre la moglie di Stiletzky, che si chiamava Irina Maweyevna, un bel giorno prese e scappò via da lui con Anton, il figlio di Philip lo stalliere ("anche lei era una "pyanytsa", un'ubriacona! E non da poco, credimi! Ma lui, Stiletzky, era stato lui a farla diventare così! Più volte la perse alle carte. Cioè, ogni volta
la perdeva per una notte, e l'aveva di nuovo indietro la mattina, ma la sera dopo la perdeva di nuovo"). L'ingegner Stiletzky affogò dunque il proprio dolore nella vodka e nelle carte (''ma scriveva anche, delle poesie così belle, meravigliose, traboccanti di sentimento, piene di compassione e rimorso! Scrisse anche un trattato filosofico, in latino. Conosceva a memoria le opere di tutti i grandi filosofi, Aristotele, Kant, Solovyov, e girava a lungo da solo nei boschi. Per mortificarsi a volte si travestiva da mendicante e di prima mattina andava per le strade a frugare nella spazzatura, in mezzo alla neve, come un povero affamato"). A poco a poco Stiletzky trasformò Hertz Mussman nel suo braccio destro al mulino, e in seguito in suo socio, agente e poi suo sostituto. Mio nonno aveva ventitré anni, e ne era passata una decina da quando era stato "venduto come servo" alla principessa Ravzova, quando comprò dal nipote di lei Stiletzky la quota che gli era rimasta dell'impresa. Gli affari di Hertz Mussman si estesero ben presto, ed egli comprò, fra il resto, anche il piccolo mulino di suo padre. Il giovane possidente non covava risentimento per essere stato cacciato da casa dei genitori. Anzi: perdonò suo padre Efraim, che nel frattempo era riuscito a restare vedovo anche della seconda moglie, lo chiamò a sé e lo insediò in un ufficio detto "kontor", pagandogli fino alla fine dei suoi giorni un ragguardevole stipendio ogni mese. Lì nel "kontor", il bell'Efraim rimase molti anni a non far nient'altro che lasciarsi crescere una lunga, impressionante barba bianca: i giorni trascorrevano lenti fra una tazza di tè e l'altra e lunghe, amabili conversazioni con commercianti o agenti venuti al mulino. Amava molto dissertare con loro, con dovizia di argomenti, sul segreto della longevità, sulla natura dell'animo russo a paragone di quello polacco o ucraino, sui misteri più riposti del giudaismo, sulla creazione del mondo e le sue idee, alquanto originali, sul miglioramento dei boschi, sulle abitudini del sonno, sulla conservazione del patrimonio popolare o sui metodi naturali per rafforzare la vista. *** Mia madre ricordava suo nonno Efraim Mussman come un patriarca dall'aspetto impressionante: il volto sublimato dalla barba profetica, candida, che scendeva maestosamente, le sopracciglia folte, bianche come la neve, che gli conferivano una solennità biblica. Fra il paesaggio bianco
della criniera, la barba e le sopracciglia, ammiccavano con allegra monelleria i suoi occhi celesti, due laghi limpidi: "Nonno Efraim sembrava proprio Dio. Cioè, proprio come ogni bambino si immagina Dio. A poco a poco si era davvero abituato ad apparire agli occhi del mondo come fosse stato un santo slavo, come un mago di campagna, una via di mezzo fra la reincarnazione del vecchio Tolstoj e la faccia di Babbo Natale". A cinquant'anni Efraim Mussman era un saggio venerando di grande effetto, benché già un po' rimbambito. A quell'epoca non distingueva più nettamente fra un uomo di Dio e Dio in persona: iniziò a leggere il pensiero, a predire il futuro, a elargire morali, interpretare sogni, assolvere, dispensare compassione. Da mattina a sera stava seduto davanti alla sua tazza di tè alla scrivania nell'ufficio del mulino, a riservare pietà, e non faceva praticamente altro per tutto il giorno. Un alone di profumo costoso lo accompagnava sempre, le sue mani erano morbide e calde ("ma a me", diceva la zia Sonia a ottantacinque anni, con un sommesso giubilo di trionfo, "a me nonno Efraim voleva più bene che a tutti gli altri suoi nipotini! Io ero la sua prediletta! Perché ero così, una piccola "krasavitza", un po' "coquette", una francesina ero, me lo rigiravo con il dito mignolo, lui e la sua bella testa bianca - era così confuso e affettuoso, e così infantile, e tanto sensibile, per ogni cosa gli venivano i lacrimoni agli occhi - e così gli stavo per ore seduta in grembo a pettinargli la splendida barba bianca, e avevo sempre la pazienza di ascoltare tutte le scempiaggini che lui amava dire. Senza contare che mi avevano dato il nome di sua madre, Sarah, Shurka. Per questo nonno Efraim voleva più bene a me che a tutti e a volte mi chiamava 'mammetta piccina'"). Pacifico e di buon carattere era, docile e amabile, chiacchierone, forse un po' tonto, ma la gente amava guardarlo per via di quel suo sorriso infantile, divertente, un sorriso che scaldava i cuori e che faceva quasi sempre capolino fra le rughe del viso ("nonno Efraim era così: appena lo guardavi, cominciavi subito a sorridere! Tutti, che lo volessero o no, sorridevano appena nonno Efraim entrava in una stanza. Perfino i ritratti appesi alle pareti iniziavano a sorridere quando nonno entrava!"). Per sua fortuna, il figlio Naftali Hertz gli voleva bene senza condizioni, era indulgente con lui e faceva finta di non sapere quando il vecchio confondeva fra creditori e debitori o apriva senza permesso la cassa in ufficio e ne tirava fuori qualche banconota che, come fa il Santo sia Egli
benedetto nella bontà delle sue opere, anche lui amava elargire a poveri riconoscenti dopo aver predetto loro il futuro e impartito la sua morale. Giorni interi il vecchio trascorreva comodamente seduto nel suo ufficio al mulino del figlio, guardando per tutto il giorno alla finestra, seguendo di buon animo il lavoro del mulino e le attività degli operai. Forse perché sembrava "proprio come Dio", negli ultimi anni si considerava alla stregua del sovrano del mondo: era povero eppure superbo, forse un po' rincitrullito con la vecchiaia (cominciata già a cinquant'anni). Dispensava a suo figlio consigli d'ogni sorta, idee, ordini e progetti per la gestione nonché l'ampliamento degli affari, senza tuttavia sostenere a lungo i suoi argomenti: per lo più infatti il vecchio dopo mezz'ora o un'ora aveva completamente dimenticato le cose dette, e partiva verso nuove congetture. Sorbiva un tè dopo l'altro, gettava distrattamente un'occhiata ai libri contabili, con gli estranei che per sbaglio lo prendevano per il direttore generale conversava amabilmente, senza rettificare, intorno alle ricchezze dei Rothschild e le inenarrabili sofferenze dei "coolies" in Cina, che lui chiamava Cathai. Le sue conversazioni duravano più di sette, anche dieci ore. Suo figlio, Hertz Mussman, non ci badava: conduceva i suoi affari con intelligenza, prudenza e lungimiranza, mandava spedizioni di qua e di là, si arricchiva modicamente, diede in sposa la sorella Sarah, che chiamavano Shureke, prese con sé l'altra, Jenny, e alla fine riuscì a trovare un marito anche per lei ("un falegname, Yasha! Un bravo ragazzo, ma così sempliciotto! Del resto che cosa si poteva fare con Jenny? Aveva quasi quarant'anni, ormai! ")..Assunse con un bello stipendio anche il cugino Shimshon, anche il falegname Yasha di Jenny, provvide insomma a tutti i fratelli, le sorelle, i parenti, e intanto gli affari prosperavano, i clienti ucraini e russi cominciavano a chiamarlo, per rispetto, con un piccolo inchino e il cappello stretto al petto, con il nome di Gretz Yefremovitz. (Hertz figlio di Efraim. [N.d.A.]) Aveva persino un aiutante russo, un giovane uomo roso dall'ulcera, di una nobile famiglia decaduta. Con l'aiuto di questo assistente mio nonno allargò il suo commercio di farina, le sue commesse arrivavano sino a Kiev, Mosca e Pietroburgo. *** Nel 1909 o 1910, all'epoca aveva ventun anni, Naftali Hertz Mussman si sposò con Itta Gedalyevna Schuster, la capricciosa figlia di Ghedalia Schuster e Pearl Ghibor. Di Pearl, madre di mia nonna, la zia Haya mi
raccontò che era una donna prepotente, "furba come sette mercanti", dotata di un intuito finissimo per gli intrighi della politica di campagna, dalla lingua sciolta, avida di denaro e potere, nonché avara sino alla follia ("da noi si diceva che per tutta la vita raccolse capelli e peli tagliati per, foderarci i cuscini. Ogni zolletta di zucchero la divideva sempre in quattro piccole parti uguali"). Quanto a Ghedalia, il padre di nonna Itta, sua nipote Sonia lo ricorda come un brontolone, un uomo massiccio e sguaiato, sempre ribollente di appetiti. Aveva una barba nera e scompigliata, modi sguaiati e dispotici. Dicevano di lui che sapeva ruttare e singhiozzare così forte "da far rimbombare i vetri alle finestre" e che la sua voce tuonava "come una botte vuota che rotola" (ma aveva una paura infernale di tutti gli animali, cani, gatti domestici e persino agnellini e vitelli da latte). *** La figlia di Pearl e Ghedalia, mia nonna Itta, si comportava come una donna cui la vita non aveva riservato la gentilezza che lei meritava: era sempre stata bella e corteggiata, ed evidentemente anche molto viziata. Fu costantemente tirannica con le tre figlie e, tuttavia, si aspettava che loro la trattassero come una sorellina minore o una figlia piccina. Anche da anziana, continuò a fare piccoli gesti di corruzione e favoritismi infantili verso i nipoti: come implorandoci di viziarla anche noi, di rimanere incantati da lei e corteggiarla. A volte però era capace di usare una crudeltà manierata. *** Il matrimonio di Itta e Hertz Mussman durò, seppure a denti stretti, sessantacinque anni di offese, torti, umiliazioni, rappacificamenti, onta, ritegno e reciproche, digrignate cortesie: mio nonno e mia nonna per parte di mia madre erano due anime diverse e distanti fra loro sino alla disperazione, ma questa disperazione rimase perennemente imprigionata in fondo a tutto, serrata con chiave e lucchetto, e nessuno da noi ne parlava, riuscivo tutt'al più ad avvertirla vagamente, da bambino, era come un odore soffocato di carne che brucia lentamente, dietro il muro. Le tre figlie, Haya, Fania e Sonia, di fronte a quell'abisso di dolore cercavano la via per alleviare i tormenti del matrimonio dei loro genitori. Tutte e tre si schierarono sempre e senza la benché minima esitazione al fianco del padre, contro la madre. Tutte e tre provavano per lei ribrezzo, la temevano, si vergognavano e la consideravano una donna letale, volgare e
dispotica. Quando litigavano fra loro, si apostrofavano così: "Ma guardati! Stai diventando esattamente come la mamma!". Solo quando i suoi genitori erano ormai anziani e lo era quasi anche lei, zia Haya riuscì finalmente a separare la madre dal padre, a mettere lui in una casa di riposo a Ghivataim e lei in un centro d'assistenza nei dintorni di Nes Ziona. Lo fece malgrado la riprovazione e la rabbia di zia Sonia, che considerava questa separazione alla stregua di un grave delitto. Ma a quell'epoca la disputa tra zia Haya e zia Sonia era all'apice: non si parlarono per quasi trent'anni, dalla fine degli anni cinquanta del ventesimo secolo e fino alla morte di zia Haya (nonostante tutto, zia Sonia è comunque venuta al funerale di sua sorella, e ci ha detto mestamente: "Ormai le perdono tutto. E prego in cuor mio che anche Dio la perdoni - ma non sarà una cosa facile, perché ha tante ma tante di quelle cose da perdonarle! ". E un anno prima di andarsene, zia Haya mi aveva detto praticamente lo stesso di sua sorella Sonia). *** Le tre sorelle Mussman erano sin da piccole, ciascuna a modo suo, innamorate cotte del padre: un uomo affettuoso, paterno, cordiale e affascinante era mio nonno Naftali Hertz (che tutti - figlie, generi, nipoti chiamavamo "pape"). Aveva una carnagione molto scura, una voce fonda, gli occhi celesti e limpidi li aveva ereditati evidentemente da suo padre Efraim: occhi acuti e intelligenti, ma dal sorriso implicito. Quando ti parlava, dava sempre l'impressione di discendere senza alcuna difficoltà al cuore dei tuoi sentimenti, indovinava ciò che stava fra le righe, capiva immediatamente quel che avevi detto e perché l'avevi detto, però decifrava anche quel che invano cercavi di nascondergli. Ogni tanto ti sfoderava una specie di sorriso a sorpresa, un sorriso sagace e birichino, quasi accompagnato da una strizzata d'occhio: come per svergognarti un briciolo e al tempo stesso vergognarsi per te, ma anche perdonarti perché dopo tutto un uomo è solo un uomo. E in fondo per lui tutti gli uomini erano bambini incoscienti che si procurano a vicenda, e anche a loro stessi, un sacco di delusioni e sofferenze, tutti intrappolati dentro un'eterna commedia, una commedia impietosa di quelle che di solito finiscono piuttosto male. Tutte le strade portano alla sofferenza. Perciò, così pensava "pape", quasi tutti hanno bisogno di compassione e quasi tutto quello che fanno gli pareva degno di una certa indulgenza: malgrado le cattiverie le leggerezze gli
inganni le mistificazioni le vanterie le pretese vane le finzioni. Tutto ciò te lo perdonava con il suo sorriso sottile e birichino, come dicendo (in yiddish): su, dai. Solo di fronte alla crudeltà "pape" perdeva la sua amabile pazienza. La cattiveria la trattava con disgusto. I suoi occhi celesti e allegri s'incupivano, di fronte al male: "Bestia feroce? Cosa vuol dire bestia feroce?" così rifletteva in yiddish. "Nessuna bestia è feroce di per sé. Nessuna bestia è capace di essere cattiva. Le bestie non hanno ancora scoperto il male. Il male è monopolio nostro, del vanto del creato. E' forse che lassù nell'Eden abbiamo assaggiato la mela sbagliata? Forse fra l'albero della vita e quello della conoscenza, nel giardino ce n'era anche un altro, un albero velenoso che non sta scritto nella Bibbia, l'albero del male", (lo chiamava: "albero della cattiveria"), "e per sbaglio non abbiamo mangiato proprio di quello lì? Quella canaglia di un serpente ha ingannato Eva, le ha promesso che quello era l'albero della conoscenza, e invece l'ha condotta dritta all'albero della cattiveria. Se avessimo davvero assaggiato solo l'albero della vita e quello della conoscenza, può anche darsi che non saremmo stati nemmeno cacciati dal giardino, no?! ". Poi, gli occhi tornati celesti e iniettati di sprizzi di allegria, proseguiva con la sua voce lenta e calda, e formulava con parole chiare, in un yiddish colorito ed espressivo, quello che Jean-Paul Sartre avrebbe poi scoperto, qualche anno dopo: "Ma che cos'è l'inferno? Il paradiso? E' tutto solo dentro. Dentro casa. Tanto l'inferno quanto il paradiso li si possono trovare in ogni stanza qualunque. Dietro ogni porta. Sotto ogni coperta matrimoniale. E così, insomma: un po' di cattiveria - e ci si procura a vicenda l'inferno. Un po' di bontà. Un po' di generosità - ed ecco il paradiso per tutti. "Un po' di bontà e di generosità, ho detto, senza però menzionare l'amore: nell'amore universale non ho questa grande fiducia. L'amore di tutti per tutti, quello è meglio lasciarlo a Gesù: ma l'amore è qualcosa di completamente diverso. Non assomiglia affatto alla generosità e nemmeno alla bontà. Al contrario. L'amore è quella strana mistura di una cosa e del suo opposto, una mistura dell'egoismo più egoista e della dedizione più completa. Che paradosso! E poi, amore, il mondo intero non fa che parlare di amore, amore, ma l'amore mica lo si sceglie, si viene contagiati, lo si prende come una malattia, come una disgrazia. Che cosa invece si sceglie? Fra cosa tutti sono comunque costretti a scegliere, quasi a ogni istante? O bontà - o cattiveria. Questo lo sanno persino i bambini, e tuttavia la
cattiveria non muore mai. Come lo si spiega? Evidentemente è tutto per colpa di quella mela mangiata lassù: abbiamo mangiato una mela avvelenata".
22. La città di Rovno, (In polacco: Rowne, e in russo Pobho. [N.d.A.]) un importante nodo ferroviario, si sviluppò intorno al castello e ai giardini dei principi Lyubomirsky. Un fiume di nome Oste attraversava Rovno da sud a nord. Tra il fiume e la palude svettava la fortezza della città, e all'epoca dei russi c'era ancora un bel lago di cigni. La linea del cielo a Rovno la disegnavano la fortezza, il palazzo dei principi Lyubomirsky e alcune chiese cattoliche e pravoslave, fra le quali una con due torri gemelle. Negli anni precedenti la Seconda guerra mondiale, Rovno aveva circa sessantamila abitanti, in maggioranza ebrei e una minoranza composta da ucraini, polacchi, russi, una manciata di cechi e una di tedeschi. Qualche altro migliaio di ebrei viveva nei paesi vicini e nei villaggi sparsi nella zona. I villaggi erano attorniati da frutteti, orti, pascoli e campi di grano e segale dove a volte il vento passava come fremiti leggeri quando non disegnando delle onde in superficie. Il fischio di una locomotiva spezzava di tanto in tanto la quiete della campagna. E a volte si udiva, dagli orti, il canto delle contadine ucraine. Di lontano, sembrava un pianto. Il paesaggio si stendeva a perdita d'occhio: pianure larghe, interrotte a tratti da un gruppetto di colline morbide, tratteggiate da ruscelli e canali, qualche chiazza di paludi e di boschi. In città si trovavano tre o quattro vie in stile "europeo", qualche stabile in stile neoclassico adibito a uffici e per il resto residenze della classe media: case a due piani con file di balconi in ferro. Una passeggiata di piccole botteghe occupava il piano terra. Gran parte delle vie laterali, però, altro non era che dei sentieri sterrati, troppo fangosi d'inverno e troppo polverosi d'estate. Lungo queste vie laterali si stendeva qua e là un tratto di instabile marciapiede di legno. Bastava
dunque svoltare dalla via principale verso una di queste stradine, per trovarsi circondati di case slave, basse, tozze, dai muri spessi e dall'ossatura larga, il tetto spiovente; tutt'intorno erano campi coltivati e una miriade di casupole scure di legno storte e pericolanti, alcune delle quali erano sprofondate nella terra fino alle finestre, con il tetto coperto di paglia. Nel 1919 aprì i battenti a Rovno un liceo ebraico, oltre a una scuola elementare e alcuni asili dell'organizzazione "Tarbut", "Cultura". Mia madre e le sue sorelle frequentarono queste scuole. Negli anni venti e trenta a Rovno si stampavano giornali in ebraico e giornali ebraici, dieci o dodici partiti ebraici battagliavano animatamente fra loro, e fiorivano circoli ebraici di letteratura, giudaismo, scienza e cultura varia. Più cresceva l'odio antiebraico in Polonia, lungo quei due decenni, più la corrente sionista prendeva piede, l'istruzione in ebraico si rafforzava e con essa - senza che vi fosse contraddizione - crescevano anche il laicismo e la propensione verso le altre culture. (Menachern Gelerter, "Il liceo ebraico del Tarbut a Rovno", nelle edizioni del comitato ex studenti 1973.) Ogni sera, alle dieci precise, partiva dalla stazione di Rovno il rapido notturno per Zedolvono, Lvov, Lublino e Varsavia. La domenica e nelle feste cristiane le campane delle chiese suonavano. Gli inverni erano bui e nevosi, d'estate scendevano piogge calde. Il proprietario del cinema di Rovno era un tedesco di nome Brandet. Uno dei farmacisti era ceco, si chiamava Macek. Il primario chirurgo dell'ospedale era un ebreo, il dottor Segel, i suoi nemici lo chiamavano Segel il matto. Con lui lavorava all'ospedale anche un ortopedico, il dottor Yosef Kupyeka, ardente revisionista. Moshe Rothenberg e Simcha Hertz Majafit erano i rabbini della città. Gli ebrei commerciavano in legname e cereali, macinavano la farina, trattavano tessuti e casalinghi, facevano i fabbri, i ciabattini, i tipografi, i sarti, i merciai, i bancari. Alcuni giovani ebrei erano diventati proletari per coscienza, erano operai, apprendisti, braccianti a giornata. La famiglia Pisyuk produceva birra. I membri della famiglia Twischor erano apprezzati artigiani. La famiglia Shtrauch produceva sapone. I Goldberg appaltavano boschi. La famiglia Steinberg aveva una fabbrica di fiammiferi. Nel giugno del 1941 i tedeschi occuparono Rovno, strappandola ai sovietici che l'avevano governata negli ultimi due anni. Nel giro di due giorni, il sette e l'otto novembre 1941, i tedeschi e i loro assistenti assassinarono più di ventitremila ebrei della città. I cinquemila sopravvissuti furono uccisi il 13 luglio del 1942.
Mia madre mi parlava ogni tanto con nostalgia, la voce sommessa che si soffermava un momento alla fine delle parole, della Rovno che si era lasciata alle spalle: sei sette frasi le bastavano per disegnarmela. E quante volte ci sono tornato con la mente, a Rovno, affinché le immagini datemi da mia madre non si trovassero costrette a svanire. *** L'eccentrico sindaco di Rovno durante il secondo decennio del ventesimo secolo, Lebedevsky, un uomo rimasto sempre solo, viveva in una grande casa circondata da un appezzamento di una cinquantina di "dunam", con un bel giardino, un orto e un frutteto, in via Dubinska 14. Abitava con una sola e non più giovane fantesca e la figlioletta di lei, di cui in città si vociferava che fosse sua. Insieme a loro viveva anche una lontana parente di questo Lebedevsky, Liubov Nikiticina, una nobile russa senza un soldo che era, a suo dire, una lontana e vaga parente di casa reale, cioè dei Romanov. Risiedeva in casa Lebedevsky insieme alle due figlie, nate da due mariti diversi - Tasia, cioè Anastasia Serghievna, e Nina, cioè Antonia Boleslavovna. Stavano tutte e tre strette in una stanzetta che era poi il fondo del corridoio, da cui la separava nient'altro che un pesante paravento. In questo piccolo locale, oltre alle tre nobildonne, aveva trovato posto anche una maestosa credenza, vecchia e superba, un mobile intarsiato del diciottesimo secolo in legno rosso scuro, e tutto decorato di fiori e boccioli. Dentro quel mobile e dietro la sua vetrina stava ammassata una quantità di cose antiche, oggetti d'argento, porcellana e cristallo. Poi avevano un grosso letto impreziosito da cuscini colorati e ricamati, nel quale evidentemente dormivano sempre tutte e tre. Un solo, seppure spazioso, piano, era adibito a dimora, mentre sotto c'era un'immensa cantina che serviva da laboratorio, dispensa, magazzino, tesoro di vino in botti e bacino di profumi intensi: uno strano, inquietante ma anche accattivante, miscuglio di aroma di frutta secca, marmellate e burro e salsicce e birra e cereali e miele e medicamenti, "varenya", pobidlo e botti piene di cavolo acido e cetrioli in salamoia e spezie varie, e ghirlande di verdura e frutta secca appese a dei fili per tutta la cantina, e legumi di varia specie dentro dei sacchi e dentro dei mastelli di legno, e odore di catrame e nafta e bitume e carbone e legna da ardere e anche lezzo ma non invadente di muffa e marcio e rancido. Una piccola feritoia presso il soffitto lasciava entrare un fascio di luce obliqua, impolverata, che non
dissipava affatto il buio, anzi lo accentuava. Le storie di mia mamma hanno reso così familiare quella cantina che persino adesso, mentre scrivo, chiudo gli occhi e scendo e sento tutti i suoi odori fino a farmi venire il capogiro. Nel 1920, poco prima che le milizie polacche del maresciallo Pilduski strappassero ai russi Rovno e tutta l'Ucraina occidentale, la posizione del sindaco Lebedevsky vacillò al punto che fu rimosso dal suo incarico. Al suo posto arrivò un tal Boyarsky, un balordo ubriacone che oltre tutto odiava selvaggiamente gli ebrei. Casa Lebedevsky in via Dubinska l'acquistò a un prezzo d'occasione Naftali Hertz Mussman. Qui si trasferì dunque con la moglie e le tre figlie, Haya, o Nyosia, la maggiore, nata nel 1911, RivkaFeyge, cioè Fania, venuta al mondo due anni dopo. E l'ultima arrivata, Sarah, o Sonia, nel 1916. La casa, mi hanno detto non molto tempo fa, è ancora lì al suo posto. Su un lato di via Dubinska, che i polacchi ribattezzarono con il nome di via Kazarova ("via della caserma"), c'erano delle grandi case in cui abitavano i magnati della città. Di fronte c'era la caserma dell'esercito, chiamata "Casarmi". Un profumo di fioriture e alberi da frutto invadeva la via in primavera, stemperandosi a volte in quello di bucato e di forno, pane caldo e torte e biscotti e sformati, aromi di pietanze speziate venivano dalle cucine delle case. *** In quella grande casa con tante stanze continuarono ad abitare quegli strani inquilini che i Mussman avevano "ereditato" da Lebedevsky. "Pape" non se la sentì di cacciarli: sul retro della cucina viveva ancora la vecchia fantesca, Xenia Demitryovna, Xanuchka, insieme alla figlia Dora che forse era di Lebedevsky: tutti la chiamavano soltanto Dora, senza alcun patronimico. In fondo al corridoio, nella mezza stanza dietro la tenda divisoria, abitavano ancora, e senza arrecare alcun disturbo, la nobildonna decaduta Liuba, Liubov Nikiticina, a suo dire imparentata con la casa reale, insieme a Tasia e Nina, tutte e tre magrissime, dritte, altezzose, sempre agghindate come "una truppa di pavoni". In cambio di un affitto mensile, invece, occupava un'ampia e luminosa stanza sul fronte dell'edificio, chiamata all'uopo "kabinet", un ufficiale polacco, un "polkovnik" (Colonnello. [N.d.A.]) pieno di sé, pigro e sentimentale. Si chiamava Jan Zakashewsky, aveva una cinquantina d'anni, era ben piantato, virile, spalle larghe, non brutto. Le ragazze Mussman lo
chiamavano "pan Polkovnik": ogni venerdì Itta Mussman spediva una di loro con un vassoio di fragranti biscotti al papavero appena sfornati, quella bussava educatamente alla porta di "pan" Polkovnik, si produceva in una piccola riverenza piegando le ginocchia, e gli augurava a nome di tutta la famiglia un "Buon Sabato". Il signor Polkovnik, dal canto suo, si chinava a dare una carezza sul capo della bambina e a volte anche sulla schiena e sulle spalle, le chiamava tutte "zingarelle" e prometteva a ognuna di loro che avrebbe aspettato fosse diventata grande e poi avrebbe sposato solo e soltanto lei. Boyarsky, il sindaco antisemita che aveva ereditato il posto di Lebedevsky, ogni tanto veniva a giocare a carte con il colonnello in pensione Zakashewsky. Bevevano e fumavano insieme "tanto che in camera l'aria diventava nera". Col passare delle ore le loro voci scendevano sino a diventare roche e spesse, così che le risate erano piene di ronfi e colpi di tosse. Durante quelle visite del sindaco, le ragazze venivano allontanate sul retro della casa, o in giardino, che non si trovassero a udire discorsi che le bambine educate non dovevano assolutamente sentire. La domestica portava di tanto in tanto una tazza di tè bollente ai signori, e salami, pesce salato o un vassoio con sopra una scelta di frutta, biscotti e noci. Ogni volta, la domestica porgeva umilmente ai signori, da parte della signora padrona di casa, la richiesta di abbassare un pochino le voci, perché la signora ha un mal di testa "d'inferno". Non è dato sapere che cosa rispondessero i due, poiché la domestica per parte sua era "sorda come dieci muri" (a volte dicevano di lei: "Sorda persino peggio di Dio in persona"). Si faceva timorosamente il segno della croce, s'inchinava davanti ai due e usciva dal "kabinet" strascicando le gambe malate e stanche. Un giorno, era una domenica mattina poco prima dell'alba, mentre tutti ancora dormivano nei loro letti il colonnello Zakashewsky decise di controllare come stava la sua pistola. Dapprima sparò due colpi attraverso la finestra chiusa, in direzione del giardino. Per puro caso, per chissà quali vie misteriose, riuscì, nel buio ancora fitto, a centrare una colomba che l'indomani fu ritrovata, ferita ma ancora viva, in cortile. Poi, chissà perché, sparò una pallottola dritta dentro la bottiglia di vino sopra il tavolo, una alla propria coscia, due al lampadario, mancandolo, mentre l'ultima se la piantò in fronte, e morì. Era una persona sensibile, un oratore appassionato dal cuore a pezzi, spesso intonava un lamento quando non un pianto, lo addoloravano tanto la tragedia storica del suo popolo, quanto il grazioso
maialino che il vicino aveva ucciso con un colpo di bastone, non meno del triste destino degli uccelli canterini al sopraggiungere dell'inverno, Gesù agonizzante sulla croce, e persino i giudei perseguitati ormai da cinquanta generazioni e ancora incapaci di vedere la luce, e la sua vita stessa trascorsa senza scopo e senza senso. Lo angustiava disperatamente anche una tal signora Vassilysa, che in passato, tanti anni prima di allora, lui s'era lasciato scappare e da quel giorno sino alla morte aveva continuato a maledire la propria stoltezza e la propria vuota, insulsa vita: "Dio mio, Dio mio", citava nel suo latino polacco, "perché mi hai abbandonato? E perché hai abbandonato tutti noi?". Quella mattina tirarono giù dal letto le bambine e le condussero fuori passando dalla porta sul retro, attraverso il frutteto e la scuderia; quando ritornarono la stanza davanti era ormai vuota e pulita, ordinata e arieggiata, tutte le cose del colonnello erano state infilate dentro dei sacchi e portate altrove, e solo un sentore del vino rovesciatosi dalla bottiglia presa di mira con la pistola, così rievocava la zia Haya, stagnò lì per qualche giorno ancora. Una volta, la bambina che sarebbe diventata mia madre trovò un biglietto tra le fessure dell'armadio, scritto in un polacco piuttosto elementare e da una mano femminile: la mittente scriveva al suo piccolo lupetto, cui voleva tanto bene, che per tutta la vita non le era mai riuscito, mai, di incontrare un uomo più buono e generoso di lui, mentre lei proprio non era nemmeno degna di baciargli la suola delle scarpe. Nella parola polacca per dire "suole" Fania aveva trovato ben due errori di ortografia. Il biglietto era firmato con una N. sotto la quale era disegnato un paio di labbra piene, atteggiate a un bacio. "Nessuno," mi disse mia madre, "nessuno sapeva mai nulla di nessuno. Nemmeno del dirimpettaio. Nemmeno del proprio coniuge. Nemmeno del proprio genitore o del proprio figlio. Nulla. Nemmeno di sé stessi. Non sapevamo nulla. E se a volte sembrava di sapere qualcosa, era ancora peggio, perché è preferibile vivere senza sapere nulla che vivere sbagliando. Ma in fondo, chissà? A ben pensarci, forse era molto più semplice vivere sbagliando che vivere nella tenebra, no?" *** Dalla loro casa di due stanzette buie, pulite e ordinate, cariche di mobili e sempre con le persiane abbassate su via Wiesel a Tel Aviv (mentre fuori imperversava una calda e soffocante giornata di settembre), zia Sonia mi portò in giro per la palazzina nel quartiere residenziale di Vollya, a
nordovest di Rovno. La casa era situata in via Dubinska, che con l'ingresso dei polacchi divenne via Kazarova ("Dubinska" significa "via per la cittadina di Dubno". Mentre "Kazarova" sta, come già ricordato, per "caserma"). La via incrociava la strada principale di Rovno, chiamata dapprima Shosienaya, e con i polacchi via Ceceyego Maya, "via Tre di Maggio", in onore della festa nazionale polacca. Svoltando dalla via verso casa, così mi descriveva fin nei particolari la zia Sonia, si attraversava dapprima un piccolo giardino ornamentale, chiamato "Polosyadnik", dove crescevano dei bei gelsomini ("E io me ne ricordo ancora uno piccolo, sulla sinistra, che mandava un profumo così forte che stordiva, e per questo lo chiamavamo 'il gelsomino innamorato'..."). E c'erano dei fiori di "margaritki", quelli che adesso si chiamano margherite, e anche dei cespugli di rose, "rosocki", con i cui fiori facevano delle confetture, una marmellata profumata e dolcissima che ti sembrava proprio che si leccasse da sola tanto era dolce. Le rose crescevano in due aiuole rotonde circondate di piccole pietre, o forse mattoni disposti obliquamente e dipinti di bianco, come un corteo di cigni. Dietro i cespugli avevamo una panchina di legno verde, e lì si svoltava a sinistra verso l'entrata principale: quattro, forse cinque ampi gradini e un portone marrone, con varie decorazioni, ancora un retaggio del gusto barocco del sindaco Lebedevsky. L'ingresso principale ti portava verso un vestibolo con della mobilia di mogano pesante, mogano in ebraico si dice "tolanah", vero? No. Allora un giorno mi spieghi che cosa s'intende per "tolanah"? In quel vestibolo c'era un finestrone con delle lunghe tende ricamate che arrivavano sino a terra. Di qui, la prima porta a destra portava al "kabinet", cioè la stanza del colonnello "pan" Jan Zakashewsky. Davanti alla sua porta, fuori nel corridoio, sopra un materasso che durante il giorno si piegava e nascondeva, la notte dormiva il suo scudiero e inserviente, il "dyensbik", un ragazzo di campagna con una faccia rubizza e larga come una barbabietola da zucchero, tutta sporca di quei brufoli e foruncoli che vengono per colpa dei brutti pensieri. Costui guardava noi ragazze con degli occhi così, sporgenti, come sé stesse per morire di fame. Fame, non intendo fame di pane, di quello gliene portavamo in continuazione dalla cucina, quanto ne voleva. Il colonnello lo picchiava a morte, lo scudiero, poi si pentiva e gli dava qualche soldo. ***
Dal giardino potevi entrare in casa anche sull'altro lato, da destra - c'era un sentiero lastricato di pietre rossastre, molto scivoloso d'inverno, e lungo il sentiero stavano sei alberi che in russo sono chiamati "siren" e in ebraico non lo so, forse non esistono proprio da noi, eh? Questi alberi avevano a volte dei fiorellini viola con un profumo così intenso che ci fermavamo apposta a respirarlo in fondo ai polmoni e qualche volta ci sembrava quasi di volare, cominciavamo d'un tratto a vedere sopra gli occhi, per colpa di quel profumo, dei cerchiolini che turbinavano con tutti i colori possibili, colori che non hanno un nome. Comunque, penso che ci siano molti più colori e profumi che parole per dirli. Il sentiero su questo lato della casa ti portava a sei scalini in cima ai quali c'era un piccolo terrazzo aperto, con una panchina: la panchina dell'amore la chiamavamo noi, per via di una cosa non tanto bella che non volevano raccontarci ma noi sapevamo che aveva a che fare con le domestiche. Su questo balcone si apriva la porta di servizio, che noi chiamavamo "ciorni hod", cioè l'entrata nera. Se non si entrava in casa né dall'ingresso principale né dalla "ciorni hod", si poteva continuare lungo il sentiero che attorniava l'edificio e arrivare sino al parco vero e proprio. Che era enorme: almeno come di qui, via Wiesel, fino a viale Diezengoff. O almeno come di qui a via Ben Yehudah. In mezzo al giardino c'era un viale e ai due lati una marea di alberi da frutta, prugne di ogni specie, due ciliegi la cui fioritura sembrava un abito nuziale, con la loro frutta si facevano "vishnjak" e anche "piroshki". Mele renette e "popirovki" e anche "grushi" - pere succose, enormi, "pontovki" che i ragazzi chiamavano con nomi che non è bello ripetere. Sull'altro lato c'erano altri alberi da frutta, pesche piene di succo e altri meli quasi senza pari, e delle piccole pere verdi e anche di quelle i ragazzi dicevano qualcosa che noi femmine ci mettevamo subito le due mani contro le orecchie e non ascoltavamo assolutamente. E c'erano delle prugne dolci e acide, e altre bislunghe per farci la marmellata, e fra gli alberi da frutta ecco dei cespugli di more e fragole e cardi e mirtilli, lo sai che cos'è, il cardo? No? Da noi lo si chiama "tzinarah". E avevamo anche delle mele speciali per l'inverno, verdi e sode che si mettevano sotto la paglia su nel "cerdak" - una specie di sgabuzzino - a maturare lentamente, e così erano pronte in inverno. C'erano anche delle pere lì dentro, anche quelle avvolte nella paglia, continuavano a dormire per qualche settimana e si svegliavano solo quando arrivava la stagione fredda e così avevamo della buona frutta anche allora, mentre gli altri l'inverno mangiavano solo patate,
e anche quelle mica sempre. "Pape" diceva che il ricco è peccatore e il povero sconta ma Dio evidentemente vuole proprio così, che fra il peccatore e il castigo non ci sia alcun nesso. Uno fa il male e l'altro sconta. Così va il mondo. Era quasi comunista, "pape", mio nonno. Lasciava suo padre, nonno Efraim, a mangiare con coltello, forchetta e tovagliolo bianco, al tavolo dell'ufficio, al mulino. "Pape" invece si sedeva sempre con i suoi operai, dabbasso, presso il forno a legna, e mangiava insieme a loro, con le mani, pane di segale con pesce in salamoia, un pezzo di cipolla intinta nel sale e una mela rossa con la buccia. Pasteggiavano sopra della carta di giornale stesa per terra, mandando giù tutto con un sorso di vodka. Ogni festa, ogni vigilia di festa, "pape" dava a tutti i dipendenti un sacco di farina, una bottiglia di vino e qualche rublo. Indicava il mulino e diceva loro, ecco, vedete, non è mio, è nostro! Come quel personaggio di Schiller era tuo nonno, come Guglielmo Tell, quel presidente "sociale" che beveva sempre vino insieme ai soldati più semplici. Certo per questo motivo, nel '19, quando i comunisti entrarono in città e tosto misero al muro tutti i capitalisti e i "fabbricanti", tutti gli industriali insomma, allora gli operai di "pape" aprirono il coperchio di quella grande macchina, non mi ricordo più come si chiama, il motore principale che dava energia per macinare la farina, lo nascosero lì dentro e chiusero, poi fecero una delegazione per andare dal "pobodir", dal governatore rosso, e gli dissero così - voi non torcetegli nemmeno un capello a Hertz Mussman - "on nash batka"! Che in ucraino significa: è nostro padre! In effetti l'amministrazione sovietica di Rovno prese tuo nonno e lo nominò "upravelaiushi", governatore, del mulino, senza intaccare la sua autorità, anzi, vennero e gli dissero più o meno così: caro compagno Mussman, ascolta per favore, da oggi in avanti, se butti l'occhio per caso su un lavoratore pigro o sabotatore, hai solo da indicarlo col dito che noi subito lo mettiamo al muro. Ovviamente tuo nonno fece tutto l'opposto: difendeva con l'astuzia e con ogni sotterfugio i suoi operai anche da questo potere dei lavoratori. E a quell'epoca forniva farina a tutto l'esercito rosso nella nostra regione. Una volta capitò che il governatore sovietico ricevette una grossa partita di grano completamente marcio, ed era terrorizzato dalla prospettiva che per questo avrebbero potuto fucilarlo, insomma, prendeva la merce senza controllarla? Allora che fece, il governatore, per risparmiarsi la pelle? La notte fece scaricare tutta la partita al mulino di "pape" e diede
istruzione, o meglio ordine, di farne urgentemente farina, entro le cinque del mattino. "Pape" e i suoi operai, al buio com'erano, nemmeno si accorsero che quel grano era marcio, macinarono tutto, macinarono per tutta la notte, e la mattina dopo si ritrovarono con una farina maleodorante, piena di vermi scuri. "Pape" capì subito che quella farina ormai era di responsabilità sua, e non gli restava altro da fare che assumersi quella responsabilità oppure accusare, ma senza alcuna prova, il governatore sovietico che gli aveva mandato del grano marcio: in un caso o nell'altro era una faccenda da plotone di esecuzione. Che altro gli restava da fare? Dare tutta la colpa ai suoi operai? Allora, molto semplicemente, prese tutta quella farina marcia, la gettò via, insieme ai vermi, e al suo posto tirò fuori dai magazzini centocinquanta sacchi di ottimo fior di farina, mica quella militare, farina bianca, farina per torte e focacce, e la mattina, senza proferire parola, consegnò quella al governatore. Nemmeno lui banfò, anche se dentro di sé forse si vergognava un po' per quel tentativo di addossare la colpa a tuo nonno. Del resto, che cosa avrebbe potuto fare d'altro? Lenin e Stalin non accettavano mai scuse o spiegazioni da nessuno: non facevano che metterti dritto contro un muro. Ovviamente il governatore aveva capito che quel che "pape" gli aveva dato non aveva nulla a che fare con il suo grano marcio e che quella non era la farina grezza che gli spettava, e che "pape" così aveva salvato a spese sue tutti e due, tanto sé stesso quanto il generale. E anche i suoi operai, anche loro aveva salvato. Questa storia ha un seguito: "pape" aveva un fratello, Michil, Mikhael, che era, per sua fortuna, sordo come Dio. Dico per sua fortuna perché zio Mikhael aveva una moglie tremenda, cattiva, così rauca, Rachil, che gli urlava contro o lo insultava tutto il giorno e tutta la notte, ma lui non sentiva nulla: se ne stava in pace nel suo silenzio come la luna nel cielo. Michil gironzolava sempre da noi al mulino di "pape" senza fare assolutamente nulla, beveva tè con nonno Efraim nel "kontor" e si grattava, e per questo "pape" gli pagava uno stipendio mensile niente affatto male. Un giorno, qualche settimana dopo la storia della farina marcia, i sovietici tutt'a un tratto presero Michil e lo arruolarono nell'esercito rosso. Ma quella notte stessa Michil vide Haya sua madre in sogno che gli diceva: presto bimbo mio, presto alzati e scappa, domani verranno a ucciderti. Allora lui si alzò presto presto la mattina e scappò dalla caserma come se quella avesse preso fuoco: "dezertir rastralki", in poche parole disertore. Ma i rossi lo
beccarono, quel giorno stesso gli fecero un processo militare e decretarono di metterlo al muro. Proprio come sua mamma aveva detto in sogno! Solo che lei, nel sogno, si era scordata di dirgli il contrario, che per nessuna ragione doveva scappare e disertare! "Pape" arrivò sulla piazza per congedarsi da suo fratello, non c'era più niente da fare ormai, quand'ecco che d'un tratto, in mezzo alla piazza, i soldati avevano già caricato in canna le pallottole per Michil, all'improvviso ecco il governatore della farina marcia, che domanda al condannato a morte: dimmi, per favore, "ti brat" di "Gretz Yefremovitz"? Sei per caso il fratello di Hertz figlio di Efraim? E Michil gli risponde: "da", compagno generale! Allora il governatore si rivolge a "pape" e domanda: è tuo fratello? E "pape" risponde così: sì, sì, compagno generale! E' mio fratello! E' fuor di dubbio mio fratello! Allora quel generale si volta e dice a zio Michil: insomma, "idi damoi! Pashol!" Vattene a casa! Fuori dai piedi! E si china un po' verso "pape", perché nessuno senta, e gli dice sottovoce: "Allora, Gretz Yefremicino, pensavi di essere il solo capace di trasformare il letame in oro puro?". *** Tuo nonno era un comunista nell'animo, ma non un bolscevico rosso. Stalin lo ha sempre considerato alla stregua di un altro Ivan il Terribile. Era, come dire, una specie di comunista-pacifista "narodnik", un comunista alla Tolstoj, contrario a ogni violenza. Aveva una paura inguaribile della cattiveria che si annida in fondo all'animo, in persone d'ogni livello: ci diceva sempre che prima o poi sarebbe dovuto sorgere un regime popolare, comune a tutta la gente di buona volontà del mondo. E che allora bisognerà prima di tutto cominciare a eliminare pian piano le nazioni e gli eserciti e le polizie segrete, e solo dopo sarà possibile cominciare gradualmente a pensare all'uguaglianza fra ricchi e poveri: prendere le tasse dagli uni e darle agli altri, ma non di colpo, per non fare violenza a nessuno, tutto per gradi. Diceva: "mit arapapalendyeker". Con calma. Ci vorranno sette, otto generazioni, così che i ricchi non si accorgano che pian piano stanno diventando sempre meno ricchi. L'importante secondo lui era che bisognava cercar di convincere il mondo che l'ingiustizia e lo sfruttamento sono la malattia dell'umanità e la giustizia è l'unica sua cura: è vero, una medicina amara, così ci diceva sempre, una medicina dai molti effetti, una medicina che bisogna somministrare goccia dopo goccia sinché il corpo non si abitua,
mentre chi prova a tracannarla di colpo provoca danni tremendi, sparge fiumi di sangue: guardate solo quello che Lenin e Stalin hanno fatto alla Russia e al mondo intero! Certo, Wall Street è un vampiro che ciuccia il sangue del mondo, e allora? Con il sangue versato nessuno ha mai cacciato via i vampiri, anzi, li ingrassi solo, li nutri ancora con altro sangue innocente! Il guaio con Trockij e Lenin e Stalin suoi compagni, così la pensava tuo nonno, è che loro hanno cercato di rifare tutto daccapo secondo quel che stava scritto in alcuni libri, i libri di Marx ed Engels e di altri grandi saggi, che saranno pure stati dei grandi esperti in letteratura ma in fatto di vita non capivano nulla, e nemmeno di cattiveria, di odio e invidia e gelosia non capivano nulla. Mai, e dico mai, non si può mai pensare di riformare la vita partendo da un libro! Nessun libro! Né dal nostro "Shulchan Arukh" né dalle parole di Gesù né dal "Manifesto" di Marx! Mai, nemmeno a pensarci! E comunque, lui ci diceva sempre, è meglio un po' meno ordine e un po' più di voglia di aiutarsi a vicenda, un po' di solidarietà. Credeva in due cose, tuo nonno: nella bontà e nella giustizia "derbaramene un gherechtikeit". Ma lui era dell'opinione che bisognava sempre collegare le due cose: giustizia senza bontà significa macello, non giustizia. D'altro canto, la bontà senza la giustizia è cosa che forse va bene per Gesù, non per la gente comune, che ha assaggiato dall'albero della cattiveria. Questo era il suo modo di vedere: un po' meno ordine e un po' più di compassione. *** Davanti all'"entrata nera", la "ciorni hod", avevamo un castagno, un albero magnifico, vecchio e maestoso, sembrava un po' re Lear, e sotto "pape" aveva fatto mettere una panchina per noi tre - "la panchina delle sorelle" si chiamava. Nelle belle giornate ci sedevamo lì sotto a sognare ad alta voce: che cosa avremmo fatto, da grandi? Chi di noi sarebbe diventata ingegnere e chi poetessa e chi invece una famosa scienziata come Marie Curie? Sognavamo cose così, noi. Non come le nostre coetanee che sognavano mariti ricchi e celebri, perché eravamo ragazze ricche e non ci interessava sposare un marito più ricco di quanto già non fossimo. Se poi si parlava d'amore, non era per un conte o un "actior" famoso, piuttosto per uomini di nobili sentimenti, ad esempio un grande artista, quand'anche non avesse avuto un soldo. Non contava, quello. Del resto, che cosa sapevamo noi allora? Che cosa potevamo sapere di quanto sono canaglie e maiali i
grandi artisti? Nulla! Assolutamente nulla! Per carità, nulla! Solo adesso penso proprio che i nobili sentimenti eccetera eccetera non sono ciò che più conta nella vita. Niente affatto. I sentimenti non sono altro che un fuoco di paglia: brucia un momento e dopo un momento resta solo fuliggine e cenere. Sai che cosa conta davvero? Che cosa deve cercare una donna, nel suo uomo? Deve cercare un ingrediente niente affatto entusiasmante ma più prezioso dell'oro: l'onestà. E fors'anche il buon cuore. Oggi, sappi, oggi l'onestà la considero più importante del buon cuore: l'onestà è la fetta di pane. Il buon cuore è già il burro. O il miele. *** Nel frutteto, a metà del viale, c'erano due panchine, una di fronte all'altra, dove si andava quando eri in umore di solitudine con te stessa e avevi voglia di pensare in silenzio, fra il canto degli uccellini e il fruscio del vento che bisbigliava con i rami. Sotto, in fondo al terreno, c'era una casetta che chiamavamo "ofizina" in cui, nella prima stanza, c'era un grosso mastello nero per far bollire il bucato. Lì giocavamo a far finta di essere prigioniere dentro la casa della strega Baba Jaga, che cuoceva i bambini nel pentolone. Poi c'era un'altra stanzetta in cui abitava lo "storoz", il custode del giardino. Dietro questa casetta c'era la nostra stalla, con dentro il "faeton" - la carrozza di "pape", e anche un grosso cavallo moro viveva lì. Di fianco stava ad aspettare una carrozza per l'inverno, che invece delle ruote aveva due lame di ferro, e con la quale Philip, lo stalliere, o Anton suo figlio, ci portavano a scuola nelle giornate di neve e ghiaccio. Qualche volta era Chemi a condurci, il figlio di Rucha e Arieh Leib Pisyuk, gente ricca. I Pisyuk producevano birra e fermenti per tutta la regione. Avevano un'impresa molto grande, che guidava il nonno di Chemi, Hertz Meir Pisyuk. A casa loro ospitavano sempre le autorità che venivano in visita a Rovno, Bialik, Jabotinsky, Tchernichovskij. Penso che quel ragazzo, Chemi Pisyuk, sia stato il primo amore di tua madre. Fania avrà avuto tredici anni, forse quindici, voleva sempre andare in carrozza o in slitta con Chemi ma senza di me, e io m'infilavo apposta fra loro, avrò avuto nove anni, dieci, non li lasciavo soli, facevo la stupidotta. Così mi chiamavano, stupidotta. Quando volevo fare arrabbiare Fania, la chiamavo Chemiuccia davanti a tutti. Chemi Pisyuk è poi andato a studiare a Parigi e lì l'hanno ucciso. I tedeschi.
"Pape", tuo nonno, voleva bene al cocchiere, Philip, voleva molto bene ai cavalli, voleva bene persino al fabbro che gli ingrassava le giunture della carrozza, però... però se c'era una cosa che davvero non gli piaceva, che non amava per niente, era viaggiare in carrozza avvolto nella pelliccia con il colletto di volpe, come un "paritz", dietro al suo cocchiere ucraino. Questo a tuo nonno non piaceva proprio per niente: preferiva piuttosto andare a piedi. Insomma, non gli piaceva fare il signore. In carrozza, o in poltrona, fra i buffet e sotto i lampadari di cristallo si sentiva quasi sempre un po' come un commediante. Dopo molti anni, quando aveva perso tutto, quando arrivò in terra d'Israele a mani quasi vuote, era convinto davvero che non fosse una cosa poi così terribile. La ricchezza non gli mancava. Anzi: si sentiva quasi sollevato. Non era affatto a disagio, con la canottiera grigia, a sudare sotto il sole con un sacco di farina da trenta chili sulle spalle. Solo "mame" soffriva tremendamente, imprecava, gli urlava contro e lo umiliava: allora, come mai è sceso così dal piedistallo?! Dove sono finite le poltrone e le cristallerie e i lampadari?! Perché alla sua età le toccava vivere come una mugicca, senza cuoca e senza parrucchiera e senza sarta? ! Com'è che lui non riprendeva una buona volta in mano la situazione e ricostruiva qui a Haifa un mulino tutto nuovo, così da far tornare tutto come prima? Come la moglie del pescatore nella favola, "mame" era proprio così. Ma ormai le ho perdonato tutto. Che anche Dio la perdoni. Ne avrà, da perdonare! Dio perdoni anche me che parlo in questo modo di lei, che riposi in pace. Che riposi in pace, non come ha fatto con "pape" per tutta la vita, che non gli ha concesso un attimo di riposo. Per quarant'anni hanno vissuto qui in terra d'Israele, e ogni mattina e ogni giorno, mattina e sera, lei gli ha guastato la vita. Si erano trovati in un campo di sterpi in fondo a Kiriat Motzkin una misera baracca, una stanza senz'acqua né servizi, coperta di carta catramata - te la ricordi, la baracca di "pape" e "mame"? Sì? L'unico rubinetto era fuori, tra i rovi, dove l'acqua veniva fuori con la ruggine, e il bagno era un buco nella terra dentro una tettoia di assi, che aveva montato "pape" in un secondo momento. Forse "mame" non aveva colpa, per avergli guastato così la vita... In fondo lei era così infelice. Che cosa terribile! In fondo era una donna proprio infelice. Era nata così: infelice. Anche fra lampadari e cristalli, anche lì era piuttosto infelice. Ma di un'infelicità che ha bisogno di rendere infelici anche gli altri, e così segnò il destino di tuo nonno.
Appena arrivato in terra d'Israele, "pape" trovò lavoro a Haifa, in un panificio. Poi ha fatto il carrettiere nel Golfo di Haifa: s'erano accorti che con il grano, la farina e il pane ci sapeva fare, allora gli davano da macinare, non da infornare, doveva solo spostare i sacchi di farina e distribuire il pane con il carretto e il cavallo. Poi lavorò molti anni per la fonderia Vulcan, che gli dava da trasportare ferri da costruzione, lunghi e rotondi. A volte ti prendeva con sé sul carretto, in giro per il Golfo di Haifa. Te lo ricordi? Sì? In tarda età tuo nonno si guadagnava da vivere portando ogni giorno da un posto all'altro assi per impalcature, o sabbia di mare per edifici in costruzione. Mi ricordo così bene di te seduto accanto a lui, piccino che eri, magro, teso come un elastico, "pape" ti dava da tenere le redini. Ho ancora davanti agli occhi quell'immagine: tu eri un bambino bianco, pallido come un pezzetto di carta, tuo nonno invece era sempre abbronzato, robusto, ancora a settant'anni era robusto, scuro come un indiano, un maragià con degli occhi celesti che sprizzavano scintille ridanciane. Tu te ne stavi seduto su quell'asse di legno del carretto in canottiera bianca, lui accanto a te con la sua grigia, sudata. Era così felice, contento, amava il sole e il lavoro manuale, quel mestiere di carrettiere lo divertiva proprio, aveva sempre avuto delle idee proletarie e a Haifa stava bene, era tornato di nuovo proletario, come all'inizio del suo cammino, quando era ancora solo un garzone nel podere di Vilchov. Forse, da carrettiere si godeva la vita più che quando era possidente a Rovno. Tu invece eri un bambino così serio, un bambino per niente adatto ai raggi del sole, sempre troppo serio, avevi sette, otto anni, tutto teso stavi lì a cassetta accanto a lui, tenevi le redini, pativi le mosche e il caldo, avevi persino un po' paura dei colpi di coda del cavallo. Però... ti trattenevi eroicamente, senza lamentarti. Come fosse oggi, così me lo ricordo. La canottiera grigia e grossa e quella bianca piccina: allora dentro di me pensavo che tu eri molto più un Klausner che un Mussman. Oggi non ne sono più così sicura. Ricordo che discutevamo a lungo, con le nostre amiche, con i ragazzi, con gli insegnanti al liceo e anche a casa, fra noi, di argomenti quali la giustizia, il destino, la bellezza, Dio... Dibattiti di questo genere, ai nostri tempi, erano una cosa molto comune, assai più di adesso. E ovviamente si parlava anche della terra d'Israele, dell'assimilazione, dei partiti politici, di letteratura, di socialismo e dei guai del popolo ebraico. Erano soprattutto Haya, Fania e i loro amici a discutere. Io lo facevo meno, perché ero la più
piccola e a me dicevano sempre: tu ascolta e basta. Haya era un'istruttrice, o segretaria, nell'organizzazione giovanile sionista. Tua mamma faceva parte dell'Ha Shomer Ha Tzair", e anch'io - tre anni dopo di lei - mi sono iscritta lì. Da voi Klausner è meglio non menzionarlo nemmeno, l'Ha Shomer: i Klausner non volevano che tu neanche sentissi la parola, perché avevano il terrore che tu potessi prendere di lì anche soltanto una sfumatura di colore rosso. Una volta, probabilmente era inverno, intorno alla festa di Channukah, ci fu una grande discussione andata avanti per qualche settimana, fra patrimonio ereditario e libero arbitrio. Ricordo come fosse oggi tua madre che tutt'a un tratto se ne venne fuori con una frase così strana: disse che aprendo la testa di una persona si troverebbe il cervello, e allora si scoprirebbe che il nostro cervello è soltanto un cavolfiore. Quello di un coniglio così come quello di Shakespeare: un cavolfiore, niente più. Non ricordo più a quale proposito Fania l'abbia detto, ma ricordo che abbiamo riso da matti, che ridevamo senza riuscire a smetterla, con le lacrime agli occhi, mentre lei nemmeno sorrideva. Fania a volte faceva così, diceva con assoluta serietà una cosa che faceva sganasciare tutti, e lei lo sapeva che sarebbe stato così ma non partecipava al buonumore generale che faceva scaturire. Lei rideva solo quando le pareva, singolarmente e non insieme agli altri, rideva proprio quando nessuno vedeva un lato comico nell'argomento sollevato - proprio in quelle occasioni tua madre d'un tratto scoppiava a ridere. A dire il vero era cosa per lei piuttosto rara. Comunque, appena Fania rideva di qualcosa, tutti si accorgevano subito di quel qualcosa che faceva ridere e condividevano con lei il momento d'ilarità. A ben pensarci, quel cavolfiore lì, disse, tratteggiandone con le mani le dimensioni, che prodigio, disse, dentro quel cavolfiore entrano il cielo e la terra, il sole e tutte le stelle, entrano le idee di Platone, la musica di Beethoven e la Rivoluzione francese e i romanzi di Tolstoj, l'"Inferno" di Dante e tutto il deserto e tutti gli oceani, trovano posto persino i dinosauri e le balene, tutto entra agevolmente dentro quel cavolfiore, le speranze dell'umanità e le chimere e le fantasie, tutto trova posto, persino la protuberanza gonfia con il ciuffo di peli neri sul mento di Bashka Durashka. Nell'istante in cui Fania ebbe chiamato in causa l'orribile escrescenza di Bashka, lì fra Platone e Beethoven, di nuovo tutte ci piegammo dal ridere, tutte a parte tua mamma che si limitò a guardarci con aria stupefatta, come se il cavolfiore fosse stato molto meno buffo di noi. ***
Poi Fania da Praga mi scrisse una lettera filosofica, io avrò avuto sedici anni e lei ne aveva diciannove, studiava già all'università, forse un briciolo troppo dall'alto al basso era il tono di quelle sue lettere, perché io ero sempre considerata la piccina stupidotta, però ricordo ancora che quella era una lettera piuttosto lunga e dettagliata, a proposito del patrimonio ereditario in confronto all'ambiente e al libero arbitrio. Adesso provo magari a raccontartela, ma ovviamente con parole mie, non di Fania: quel che mia sorella Fania era capace di esprimere con le parole, non conosco molti altri capaci di farlo come lo faceva lei. Fania mi scriveva dunque più o meno così: tanto l'ereditarietà quanto l'ambiente che ci formano, così come lo status culturale, tutto ciò assomiglia alle carte che si danno alla cieca, prima che il gioco cominci. Senza la benché minima libertà: il mondo dà e tu semplicemente ricevi quello che ti viene dato, senza possibilità alcuna di scegliere. Ma, così tua mamma mi scriveva da Praga, la questione è: che cosa fa ciascuno di noi delle carte che ha ricevuto? C'è chi gioca in modo eccezionale con delle carte che non sono nulla di speciale, c'è chi fa il contrario - spreca e butta via tutto, anche se ha delle carte meravigliose! Qui sta tutta la nostra libertà: la libertà del modo in cui giocare le carte che abbiamo. Ma anche questa libertà, scriveva Fania, è ironicamente subordinata al destino individuale, alla pazienza, all'intelligenza, all'intuito, al coraggio. Tutto questo patrimonio, in fondo, non è soltanto un altro mazzo di carte distribuite prima della partita, senza interpellarci? E se le cose stanno così, che cosa ci resta, alla fin fine, per esercitare la libertà di scelta? Non molto, mi scriveva tua madre, non molto, forse soltanto la libertà di ridere della nostra situazione o di piangerci sopra, di partecipare al gioco o di starsene in disparte, di tentare più o meno di capire che cosa c'è e che cosa manca o rinunciare e nemmeno tentare di capire, in poche parole - la scelta fra trascorrere la vita da svegli o dentro una specie di sonnolenza. Ecco, più o meno, gli argomenti di tua madre Fania, ma con parole mie. Non sue. Di usare le sue, non sono capace. *** Se parliamo di destino e libero arbitrio, se parliamo di carte, ho per te ancora una storia: Philip, il nostro "kutscher", lo stalliere "ukranietz" della famiglia Mussman, aveva un figlio, un bellissimo ragazzo bruno di nome Anton: occhi neri e luminosi come due diamanti neri, gli angoli della bocca leggermente all'ingiù, con un'aria un po' di sprezzo e un po' di forza, spalle
larghe e una voce profonda, come di un toro, tanto che le cristallerie tintinnavano dentro la vetrina, quando Anton tuonava con la sua voce. Ogni volta che una ragazza gli passava davanti per strada, Anton camminava apposta un po' più lento e la ragazza, senza farlo apposta, andava un po' più lesta e respirava anche, un po' più lesta. Ricordo che ci prendevamo in giro a vicenda, noi tre sorelle, e anche le nostre amiche, su quella che si era aggiustata la camicetta in onore di Anton, quella che si era messa un fiore nei capelli per lui, o era andata a spasso con la gonna a pieghe e le calzette bianche come la neve, per lui... Vicino a noi, in via Dubinska, abitava l'ingegner Stiletzky, nipote della principessa Ravzova, quella da cui tuo nonno era stato spedito a lavorare, a dodici anni. Era quello sventurato ingegnere che aveva creato il mulino, per il quale "pape" all'inizio aveva lavorato come bracciante e poi direttore, e da cui alla fine aveva comprato il mulino. Mi ricordo ancora benissimo il suo nome per esteso, con il patronimico, ingegnere Costantin Semionovich Stiletzky. Sua moglie si chiamava Ira, Irina Maweyvna, un bel giorno se ne andò mollando lui e i due figli, che si chiamavano Senya e Kirah. Scappò insomma con una valigetta blu in mano verso la casetta di fronte, quella che Anton - il figlio di Philip - si era costruito dietro il nostro parco, fuori, in fondo al terreno. Era proprio un campo, dove pascolavano le vacche. Certo, aveva ottime ragioni per fuggire da suo marito: sarà pure stato un mezzo genio, ma un mezzo genio ubriacone, verboso, piagnucoloso, che svariate volte l'aveva già persa alle carte, cioè ogni volta la offriva per una notte a mo' di pagamento, se capisci quello che intendo dire, la offriva per una notte a chi l'aveva sconfitto alle carte. Ricordo che un giorno chiesi qualcosa a questo proposito a tua madre, lei si spaventò, impallidì tutta e mi disse, Sonyutchka! Ohi ohi ohi! Vergognati! E immediatamente, hai capito?! Piantala subito di pensare a cose indegne come queste, comincia a pensare a cose belle! Lo sanno tutti, Sonyutchka, che appena una ragazza pensa anche solo dentro di sé delle cose brutte, le spuntano dei peli nei punti più strani, le viene la voce spessa e brutta come quella di un uomo, e poi nessuno al mondo vuole più sposarla! Così ci educavano, a quell'epoca. Ma a dire la verità, io proprio non volevo pensare a quelle cose, pensare a una donna costretta la notte ad andare a fare il premio dentro una lurida catapecchia, con qualche poco di buono sbronzo. Pensare al destino di tantissime donne che i mariti perdevano. Ci sono infatti diversi modi per perdere una donna. Mica solo
alle carte! I pensieri non sono mica la televisione che quando si vedono delle cose brutte basta schiacciare il pulsante e si passa a un altro canale. Niente affatto! I pensieri non belli sono, piuttosto, come i bachi cattivi dentro il cavolfiore! *** Zia Sonia ricorda Ira Stiletzky come una donna delicata, una miniatura, con un viso grazioso, un po' interdetto, sbigottito: "Sembrava sempre colta nel momento in cui qualcuno le diceva che Stalin la aspettava in giardino perché aveva bisogno di parlarle". Nella casetta di Anton visse qualche mese, forse sei, mentre suo marito l'ingegnere non permetteva in alcun modo ai figli di andare da lei e nemmeno di risponderle quando lei cercava un contatto con loro, benché potessero vederla ogni giorno di lontano, e lei altrettanto. Il marito, Stiletzky, anche lui ce l'aveva sempre lì di fronte, anche se distante. Anton amava sollevarla in braccio - dopo due parti lei aveva ancora un corpo esile e bello come quello di una sedicenne - lui la sollevava sulle sue braccia come una cagnolina, la faceva danzare in cerchio, la faceva volare e la riprendeva per aria, op op oppa!, Ira strillava di paura e picchiava con i suoi piccoli pugni che forse a lui non facevano neppure il solletico. Anton era forte come un torello: con le mani nude, senza nulla, prendeva e raddrizzava l'asta della carrozza quand'era un po' storta. Era dunque quella una tragedia senza parole, ogni giorno Ira Stiletzky vedeva davanti a sé la casa, i bambini e il marito, e ogni giorno loro la vedevano di lontano. Un giorno quella povera donna, che già beveva troppo, beveva sin dalla mattina, ebbene un giorno andò a nascondersi vicino alla loro porta e rimase ad aspettare la sua bambina piccola, Kirah, al ritorno da scuola. Per caso ero lì per strada e vidi da vicino la figlia che non si lasciò prendere in braccio dalla madre perché il padre aveva proibito ogni rapporto. La piccina aveva paura di sua madre, aveva paura persino di parlare con lei, la spinse via, le diede un calcio, urlò aiuto, finché Kazimier, l'agente dell'ingegner Stiletzky, non ebbe udito quelle grida e uscì per le scale. Iniziò ad agitare le mani, così, e a fare dei versi come quando si cacciano via le galline. Non dimenticherò mai Ira Stiletzky che si allontanava piangendo, non singhiozzando sommessamente, non come fanno le signore, no, piangeva come una servetta, come una contadina, con dei lamenti terrificanti, disumani, come una cagna cui hanno ucciso il cucciolo sotto gli occhi. C'è
una cosa così in Tolstoj, tu te lo ricordi di sicuro, in "Anna Karenina", quando lei una volta s'infila in casa sua, mentre Karenin è in ufficio, al governo, lei riesce a entrare dentro la casa che una volta era la sua, e riesce persino a vedere un istante suo figlio, ma i domestici la cacciano subito via. Solo che in Tolstoj la scena è un po' meno crudele di quella nostra: scappando via dall'agente Kazimier, Irina Maweyevna mi passò proprio accanto, distante come sei tu seduto lì, eravamo vicine di casa ma lei non mi salutò nemmeno, e io udii il suo pianto straziato, sentii il fiato della sua bocca, le vidi stampata in faccia l'insanità di mente. Nel suo sguardo, nel suo pianto, nel suo passo, riconobbi chiaramente il principio della morte. E davvero, dopo qualche settimana o mese, Anton la cacciò via, o forse non la cacciò e invece partì lui, diretto in campagna, e Irina tornò a casa in ginocchio da suo marito e l'ingegner Stiletzky, evidentemente mosso a pietà, se la riprese in casa, ma non per molto tempo: infatti andava e veniva dall'ospedale, alla fine arrivarono degli infermieri che le bendarono gli occhi e le braccia e la portarono a forza al manicomio nella città di Kovel. Ricordo i suoi occhi, ed è strano sai, in fondo sono passati quasi ottant'anni, c'è stata di mezzo la Shoah, le guerre e anche la nostra tragedia, e le malattie, a parte me sono tutti morti, e ciononostante ricordo i suoi occhi, ancora mi trafiggono il cuore come due aghi da maglia. Dopo quel giorno Ira tornò ancora qualche volta a casa, da Stiletzky, si calmò, si prese cura dei bambini, piantò persino delle rose nuove in giardino, diede da mangiare agli uccellini e ai gatti, finché un giorno scappò di nuovo nel bosco, e qualche giorno dopo che l'avevano riacciuffata prese una latta di petrolio, si recò nella casetta che Anton si era costruito laggiù nel pascolo, una casetta rivestita di carta catramata - Anton non c'era più da tempo -, accese un fiammifero e diede fuoco alla casetta, a tutti gli stracci rimasti di lui, e anche a sé stessa. Ricordo che era inverno ed era tutto coperto di una neve bianchissima, mentre le pareti bruciacchiate della baracca spiccavano fra la coltre, come dita incenerite che indicavano le nuvole e il bosco. Qualche tempo dopo l'ingegner Stiletzky uscì completamente di senno, ammattì, si sposò un'altra volta, andò in rovina, alla fine non gli restò altro da fare che vendere a "pape" la quota del mulino che ancora gli restava. La quota della "knigina" (cioè della principessa) Ravzova, tuo padre era riuscito a comprarla tempo prima. Insomma, aveva cominciato da lei come garzone, come il suo servo, quand'era un bambino
povero di dodici anni e mezzo orfano di madre, cacciato via di casa dalla matrigna. Adesso guarda che giri strani disegna per noi il destino: anche tu sei diventato orfano di mamma esattamente a dodici anni e mezzo. Come tuo nonno. E' pur vero che non ti hanno ceduto a una possidente mezza matta. Ti hanno piuttosto mandato in kibbutz, come un bambino venuto dall'estero. Non pensare che io non sappia che cosa significhi essere un bambino di fuori, mandato in kibbutz: nessun Eden ti aspetta lì. Tuo nonno, a quindici anni, mandava avanti praticamente da solo per conto della principessa Ravzova il suo mulino, e tu alla stessa età scrivevi poesie. Appena qualche anno dopo tutto il mulino era diventato proprietà di "pape", che peraltro in cuor suo ebbe sempre un briciolo di disprezzo per la ricchezza. Non solo disprezzo: lo soffocava anche un poco. Mio papà, cioè tuo nonno, aveva tenacia e lungimiranza, grandezza d'animo e una sapienza di vita tutta particolare. Solo la fortuna gli mancava.
24. Intorno al giardino avevamo uno steccato che una volta all'anno, in primavera, veniva ridipinto tutto di bianco. Anche i tronchi degli alberi ogni anno subivano la stessa sorte, per difenderli dai vermi. Sulla cinta c'era una piccola "kalitka", una porticina attraverso la quale si poteva uscire verso la "pelashadka", cioè una specie di piazzuola. Ogni lunedì venivano in questa piazzuola gli zigani, gli zingari. Fermavano lì il loro carro, un carro variopinto e decorato con delle grandi ruote, e su un lato montavano una grande tenda di copertone. Delle zingare bellissime giravano scalze fra le case, venivano in cucina a leggere le carte, a pulire i gabinetti, a cantare in cambio di qualche spicciolo, ma appena si voltava lo sguardo... a rubacchiare qualcosa. Da noi passavano dalla porta di servizio, la "ciorni hod" di cui ti ho già raccontato, situata sull'ala della casa. Quella porta sul retro si apriva direttamente sulla nostra cucina, che era immensa, più grande di tutto questo appartamento, con un tavolo da pranzo al centro e sedie per sedici persone. C'era un piano di cottura con dodici fiamme di diverse dimensioni, e delle dispense con gli sportelli gialli, lunghi, e una quantità di stoviglie in porcellana e cristallo. Ricordo che avevamo un piatto da portata grandissimo, lungo che non finiva più: potevi servirci un pesce intero avvolto di foglie e circondato di riso e carote. Che ne sarà stato di quel piatto? Chissà... Magari fa ancora bella mostra di sé sopra il comò di qualche grasso villano... C'era anche un angolo con un piccolo palco, un podio, sul quale troneggiava una sedia a dondolo con l'imbottitura ricamata, e accanto un tavolino con un vassoio e sopra sempre un bicchiere con dentro un'infusione dolce di frutta: era il trono di "mame", tua nonna: lei stava seduta lì, qualche volta si metteva in piedi appoggiata
con tutte e due le mani allo schienale, come un capitano sul ponte di comando, e di lì impartiva ordini e istruzioni alla cuoca, alla domestica e a chiunque entrasse in cucina. Non solo in cucina: questo suo palco era sistemato in modo tale che da quel punto d'osservazione vedeva comodamente verso sinistra, attraverso la porta interna, il corridoio e gli ingressi di tutte le stanze, mentre a destra, attraverso una finestrella, le si apriva la visuale su tutta l'ala della casa, la sala da pranzo e la stanza della servitù, dove abitavano Xenia e la sua bella figliola, Dora. In tal modo lei poteva dirigere tutto il campo di battaglia, e non a caso noi chiamavamo quel punto "la collina di Napoleone". A volte "mame" si metteva lì a rompere uova dentro una scodella, costringendo Haya e Fania e me a bere il rosso crudo - com'è che si chiama, tuorlo? - e noi dovevamo ingollare quella cosa gialla e appiccicosa in grandi quantità, anche se la odiavamo e ci faceva senso, perché allora c'era la convinzione che il rosso d'uovo irrobustisse contro le malattie. Chissà, magari è proprio vero! Fatto sta che noi ci ammalavamo molto di rado. A quell'epoca il colesterolo non sapevamo nemmeno che esistesse. Fania, tua mamma, veniva obbligata a mangiare più rossi di noi, perché da bambina è sempre stata la più cagionevole e pallida. Fra noi tre, tua mamma era quella che più pativa "mame", che era una donna fastidiosa e un po' marziale, una specie di "feldfebbel", di caporale. Da mattina a sera beveva tutti i momenti un sorso della sua infusione, dava ordini e istruzioni e comandi. Aveva delle manie di risparmio che irritavano tantissimo "pape", era proprio spilorcia sino all'ossessione, ma lui stava quasi sempre attento con lei e le andava incontro, e questo era quel che faceva arrabbiare noi, le sue rinunce: eravamo con lui perché lui era dalla parte giusta. "Mame" copriva sempre tutte le poltrone e i mobili lussuosi con dei lenzuoli, così il nostro salotto sembrava pieno di fantasmi. "Mame" aveva il terrore di ogni minima briciola di polvere. Aveva l'incubo che i bambini arrivassero a pestarle con le suole sporche le sue poltrone. Le cristallerie e le porcellane, invece, "mame" le teneva sempre nascoste, le tirava fuori solo per gli ospiti importanti o in occasione di Pasqua e Capodanno, quando toglieva i lenzuoli da sopra i mobili del salotto. Noi detestavamo questa cosa. In particolare tua mamma provava disgusto per questa forma di ipocrisia, che un po' si rispettassero le regole alimentari e un po' no, un po' si andasse in sinagoga e un po' no, un po' ci si vantasse della ricchezza e un po' la si tenesse coperta con dei sudari bianchi. Fania,
più di tutte noi, stava dalla parte di "pape" e si ribellava alla tirannia di "mame". Penso che anche lui, "pape", amasse Fania in un modo speciale. Non è che posso dimostrarlo, a casa nostra non ci sono mai stati favoritismi, lui era una persona dotata di un grande senso di giustizia e di altruismo. In tutta la mia vita ho ancora da incontrare una persona come tuo nonno, che odi ferire il prossimo tanto come lo odiava lui. Non avrebbe mai urtato nessuno, nemmeno i peggiori malfattori. Il giudaismo considera le offese più gravi persino dello spargimento di sangue, e lui per nulla al mondo avrebbe arrecato offesa a qualcuno. Mai. "Mame" litigava con "pape" in yiddish: nella vita di tutti i giorni parlavano fra loro un miscuglio di russo e yiddish, ma per litigare passavano all'yiddish soltanto. A noi, le figlie, e al socio di "pape", alle inquiline, alla cameriera, alla cuoca e al cocchiere, si rivolgevano soltanto in russo. Con le autorità polacche parlavano polacco. Dopo l'annessione di Rovno alla Polonia, il nuovo governo pretendeva che tutti cominciassero a parlare polacco. Al liceo Tarbut noi, cioè allievi e insegnanti, parlavamo quasi solo ebraico. A casa, fra noi tre sorelle, usavamo ebraico e russo. Soprattutto l'ebraico, però, perché i nostri genitori non capissero. Fra noi non abbiamo mai parlato in yiddish. Non volevamo diventare come "mame": per noi l'yiddish significava i suoi rimproveri e le sue liti e i suoi ordini. Tutto ciò che nostro padre si guadagnava con il sudore della fronte al suo mulino, lei glielo estorceva per spenderlo in sarte care che le cucivano vestiti superflui. Non li indossava quasi mai, quegli abiti eleganti, per pura tirchieria lei li preservava tenendoli in fondo al suo guardaroba, e invece girava sempre per casa con una vecchia vestaglia color grigio topo. Solo due volte all'anno "mame" si agghindava come la carrozza dello zar e così conciata andava in sinagoga o a qualche ballo di beneficenza: così tutta la città la vedeva e schiattava d'invidia. Mentre noi ci sgridava, dicendo che mandavamo in rovina "pape". Fania, tua madre, desiderava che le si parlasse con calma e pacatezza, senza urli e strepiti. Amava spiegare e desiderava che le si spiegasse. Gli imperativi non li sopportava. Né darli né riceverli. Anche nella sua stanza c'era sempre un ordine personale tutto suo - era una bambina molto meticolosa -, ma se qualcuno toccava il suo ordine, lei si offendeva. S'incupiva - e teneva tutto dentro. Sempre, e troppo: non ricordo che Fania abbia mai alzato la voce. O urlato. Passava sotto silenzio anche cose che secondo me non era poi così giusto passare sotto silenzio. ***
In un angolo della cucina c'era un grande forno, dove ogni tanto ci consentivano per gioco di prendere la "lopata" (la pala) e infilarci gli impasti di pane sabbatico: facevamo finta di mettere nel fuoco Baba Jaga, la strega cattiva, e anche il "ciorni ciort", il diavolo nero. C'erano anche piani da cottura più piccini, con quattro fiamme e due "dukhovki" per i biscotti e gli sformati di carne. Con tre gigantesche finestre la nostra cucina guardava verso il giardino e gli alberi da frutta: i vetri erano quasi sempre coperti di vapore, o di fumo, come una nebbia che veniva dal calore delle pentole e del forno. Dalla cucina si andava al bagno: quasi nessuno a Rovno aveva ancora un bagno dentro casa. I più ricchi avevano una piccola baracca in giardino, sul retro della casa, con un mastello di legno che serviva vuoi per il bucato vuoi per lavarsi. Solo noi avevamo una stanza da bagno vera e propria che le nostre amichette ci invidiavano tantissimo. Lo chiamavano "lussi da sultano". Quando si voleva fare il bagno, si metteva dentro la fauce spalancata sotto il grande boiler qualche ciocco di legno e un poco di segatura, si accendeva e si aspettava un'ora, un'ora e mezzo, che il boiler scaldasse per bene. L'acqua calda bastava per sei, sette bagni. Da dove veniva, l'acqua? Nel cortile della vicina c'era una specie di "koloditz", una specie di pozzo, per riempire il nostro boiler chiudevano il "koloditz" e Philip o Anton o Vasia facevano cigolare una pompa a mano, che portava su l'acqua e riempiva il nostro scaldabagno. Ricordo che una volta, era la vigilia del giorno di Kippur, già dopo l'ultimo pasto, due minuti prima dell'inizio del digiuno, "pape" mi disse: "Shurele mein takhtele", portami per favore un bicchiere d'acqua del pozzo. Lui buttò nell'acqua che gli avevo portato tre o quattro zollette di zucchero, mescolò non con il cucchiaino ma con il dito mignolo, bevve e mi disse: adesso per merito tuo, Shurele, il digiuno sarà un po' più lieve. "Mame-mi" chiamava Tonitshka, gli insegnanti mi chiamavano Sarah, e "pape" sempre Shurele. Ogni tanto a "pape" piaceva mescolare così con il mignolo, o mangiare con le mani, come quando era ancora proletario. Le sue idee rimasero proletarie, e anche i suoi comportamenti. Ero ancora piccola, avrò avuto cinque o sei anni. Non so come spiegarti, non so spiegarlo nemmeno a me stessa, che gioia! Che felicità! Per quella frase così da nulla, che per merito mio il digiuno gli sarebbe pesato un po' meno: pensa che ancora adesso, a quasi ottant'anni di distanza, sento ancora quella stessa felicità, proprio come allora, ogni volta che mi torna in mente.
Ma fatto sta che al mondo esiste anche una felicità opposta, una felicità per così dire nera, che nasce facendo molto male agli altri - e che evidentemente riesce a far sentire molto bene. "Pape" diceva che fummo cacciati dal giardino dell'Eden per aver mangiato non dall'albero della conoscenza, bensì da quello della cattiveria. Altrimenti, come spiegare la felicità nera? Il fatto di godere non per ciò che abbiamo ma solo per ciò ché abbiamo e manca agli altri? Di godere se gli altri ci invidiano? Se gli altri stanno male? "Pape" diceva che la tragedia è sempre un po' commedia e in ogni disgrazia c'è un minimo di soddisfazione, da parte di chi ne è fuori. Dimmi un po', è vero che in inglese non esiste un'espressione come quella che c'è in ebraico, "gioia per il male altrui"? Davanti al bagno, sull'altro lato della cucina, cioè sulla sinistra, si apriva la porta che dava nella stanza di Xenia e di sua figlia Dora, che presumibilmente Xenia aveva dato al precedente padrone di casa, Lebedevsky, il sindaco. Credo che nel contratto d'acquisto della casa "pape" abbia trovato una clausola che gli impediva di buttar fuori di casa Xenia Demitryovna e Dora, così come Liubov Nikiticina, la nobildonna che abitava con le due figlie dietro il divisorio, in fondo al corridoio. Quando ancora vivevo con voi a Gerusalemme, in via Amos, proprio dietro la vostra parete, forse te lo ricordi? Facevo l'infermiera all'ospedale Hadassah e Buma veniva da Tel Aviv ogni venerdì a trovarmi? Avevo una specie di loculo senza finestra: memore del divisorio della contessa, mi ero fatta, con l'aiuto di un armadio e una tenda, un angolo cottura con un fornelletto e un bollitore e un cestino per il pane. Questa Dora era proprio bellissima, aveva un viso da Madonna, un corpo formoso ma un vitino sottile, da vespa, occhi grandi e scuri, occhi da cerbiatta. Ma era un poco tocca: a quattordici, forse sedici anni, si innamorò perdutamente di un signore di una certa età che si chiamava Krintisky e abitava sulla via principale, via Ceceyego Maya angolo Niamicki, vicino all'ufficio postale, di fronte alla ditta della famiglia Pisyuk. Xenia preparava da mangiare alla sua Dora solo una volta al giorno, verso sera, e allora le raccontava la storia quotidiana e tutte e tre ci precipitavamo ad ascoltare, perché Xenia sapeva raccontare delle storie così strane, che a volte ci facevano accapponare la pelle: non ho mai sentito nessuno in vita mia raccontare le storie come lo faceva lei. Ancor oggi ne ricordo una che raccontava Xenia Demitryovna: c'era una volta lo scemo di un villaggio, Yanushka, Yanushka Durachuk, che sua mamma mandava ogni giorno
dall'altra parte del ponte a portare il pranzo ai fratelli maggiori che lavoravano nei campi. Per Yanushka, che era tonto e fannullone, sua madre metteva solo un tozzo di pane per tutto il giorno. Una volta si aprì improvvisamente un buco nel ponte, o meglio nella diga, e l'acqua cominciò a passare minacciando di sommergere tutta la valle. Yanushka, che proprio in quel momento stava passando, prese l'unica fetta di pane che sua madre gli aveva dato e tappò il buco nella diga, per salvare la valle intera. Per caso stava passando anche il vecchio re, il quale, vista la scena se ne meravigliò sommamente e chiese a Yanushka: perché l'hai fatto? Questi gli rispose: che significa, vostra maestà? L'ho fatto perché non si allagasse tutto, altrimenti chissà quanta gente sarebbe affogata, per carità. E questo era tutto il tuo pane? domandò il vecchio. Che cosa mangerai adesso per tutto il giorno? Insomma, se non mangio oggi, vostra maestà, che succede? Mangeranno altri, e io mangerò domani! Il vecchio re non aveva figli, e rimase così commosso dal gesto di Yanushka e anche dalla sua risposta, che decise lì per lì di farne il suo erede al trono - un re "durka", cioè un re scemo - e anche quando Yanushka ormai sedeva sul suo trono tutti continuavano a ridere di lui, tutto il suo paese rideva di lui e anche lui rideva di sé stesso: stava accomodato tutto il giorno sul trono, facendo smorfie d'ogni sorta. Però pian piano si capì che sotto il governo di re Yanushka lo scemo non scoppiavano mai guerre, perché lui non conosceva l'aggressività, la vendetta, il rancore! Alla fine, ovviamente, i generali lo assassinarono e si presero il potere e ovviamente si offesero per l'odore di stalla che arrivava loro da oltre il confine con la nazione vicina, dichiararono guerra e tutti morirono in battaglia, e anche la diga che re Yanushka "durciuk" aveva tappato tempo prima con un tozzo di pane, anche quella fecero saltare, e così tutti affogarono giulivi, in tutti e due i paesi. *** Date: mio nonno, Naftali Hertz Mussman, nacque nel 1889. Mia nonna Itta nel 1891. Zia Haya era del 1911. Fania mia madre venne al mondo nel 1913. Zia Sonia nel 1916. Le tre ragazze Mussman frequentarono il liceo Tarbut di Rovno. Poi Haya e Fania, una dopo l'altra, furono mandate a studiare per un anno in un istituto privato polacco che rilasciava un diploma di maturità. Questi diplomi permisero loro di essere accolte all'Università di Praga, poiché nella Polonia antisemita degli anni venti gli ebrei erano praticamente esclusi dalle accademie. Mia zia Haya venne in Israele nel
1933 e conquistò una posizione di un certo rilievo nelle file del Partito "Ha Oved Ha Zioni" ("Il lavoratore sionista") nonché nella deputazione di Tel Aviv dell'"Irgun Imahot Ovdot" ("Organizzazione madri lavoratrici"). Così conobbe alcune fra le grandi personalità di allora. Tra i suoi focosi corteggiatori c'erano gli astri nascenti nel firmamento del comitato socialista, ma lei seguì il suo cuore e sposò un lavoratore allegro e cordiale originario della Polonia, Tzvi Shapira, che poi divenne funzionario dei Servizi sanitari e col tempo direttore amministrativo dell'ospedale governativo Donlo Zahal di Giaffa. Una delle due stanze che componevano l'appartamento al piano terra di Haya e Tzvi Shapira in via Ben Yehudah 175 a Tel Aviv, nella seconda metà degli anni quaranta venne affittato a diversi alti ufficiali dell'organizzazione Haganah. Nei mesi della guerra d'Indipendenza visse lì il generale Ygal Yadin, all'epoca responsabile delle operazioni e vicecapo di stato maggiore. Capitava che si facessero consulti notturni: Israel Galli, Itzhak Sadeh, Yakov Dori, generali dell'esercito, consulenti e dirigenti. Tre anni dopo, proprio in quella stanza, mia madre pose fine alla sua vita. *** Anche dopo che la piccola Dora si era innamorata dell'amante di sua madre, "pan" Krintisky, Xenia continuò a prepararle il pasto serale e a raccontarle storie, ma il cibo che cucinava era intinto nelle lacrime e così anche le favole. Tutte e due si sedevano a tavola, una piangeva e mangiava, l'altra piangeva e non mangiava, non ci fu mai nessuna lite fra loro, anzi, ogni tanto si abbracciavano e piangevano insieme, come se fossero entrambe affette da un male incurabile. O come se la madre involontariamente avesse per disgrazia contagiato la figlia, e adesso la stesse curando con amore, rimorso, pietà profonda, con dedizione incommensurabile. La notte sentivamo il cigolio della porticina, la piccola "kaltika" nella cinta del giardino, e sapevamo che Dora era tornata e che fra poco sua madre si sarebbe intrufolata in quella stessa casa da cui lei era appena uscita. Era tutto proprio come diceva pape: la tragedia è sempre un po' commedia. L'ultima cosa che Xenia voleva era che Dora restasse incinta. Le spiegava continuamente, fa' così e non così, e se lui ti dice così allora tu digli cosà, e se lui vuole assolutamente così allora tu fai così e cosà. Anche noi ascoltavamo e in quel modo imparavamo qualcosa, perché a noi
nessuno aveva mai spiegato cose non belle come quelle. Ma a nulla servì, la piccola Dora rimase incinta, da noi si diceva che Xenia fosse andata a chiedere del denaro a "pan" Krintisky, e che lui non avesse voluto darglielo e avesse fatto finta di non conoscere né Xenia né Dora. Allo stesso modo ci crea Iddio: il ricco è peccatore e il povero sconta e lo scotto non lo danno a chi è colpevole bensì a chi non ha il denaro per riscattarsi dal castigo. E la donna, per natura, quando resta incinta non è in grado di negarlo. Assolutamente no. Mentre l'uomo nega quanto gli pare, e che vuoi fargli? Dio ha dato agli uomini il piacere, e a noi il castigo. All'uomo ha detto: con il sudore della fronte mangerai il tuo pane, che in fondo è un premio mica un castigo, portate via a un uomo il suo lavoro e quello esce subito di senno, mentre a noi donne ha permesso tutt'al più di annusare da vicino per tutta la vita il sudore della fronte degli uomini, che è un piacere ben da poco, e per di più di partorire i figli con dolore. Lo so, lo so, che forse si può anche vedere la faccenda in un modo leggermente diverso. *** All'approssimarsi del nono mese vennero a prendere la sventurata Dora per portarla al paese, da una cugina di Xenia. Credo che "pape" le abbia dato un po' di denaro. Xenia andò via con Dora e tornò qualche giorno dopo con una pessima cera. Xenia. Non Dora. Dora tornò solo dopo un mese, né malata né pallida e invece rosea e turgida come una mela succosa, tornò senza alcun neonato e non sembrava triste, solo, così, ancora più svampita di quanto non fosse prima del parto. Insomma, lo era già prima, ma dopo il suo ritorno Dora cominciò a usare unicamente un linguaggio puerile, a giocare alle bambole, e quando piangeva sembrava proprio una bambina di tre anni. Iniziò anche a dormire con i ritmi di un bimbo piccolo: venti ore al giorno dormiva quella ragazza, si alzava solo per mangiare qualcosa e bere e andare dove tu sai. Che era successo al bambino? Chissà. Ci avevano detto di non chiedere e noi eravamo ragazze molto ubbidienti, non facemmo domande e nessuno ci raccontò nulla. Solo una volta, di notte, capitò che Haya ci svegliò improvvisamente, me e Fania, e disse che sentiva molto chiaramente, dal giardino, al buio - era una notte di pioggia e vento -, il pianto di un bimbo. Avremmo voluto infilarci qualcosa e correre fuori ma avevamo paura. Allora Haya andò a svegliare "pape", ma ormai non si sentiva più nessun bambino, comunque lui prese una grossa torcia e andò in giardino, controllò ogni angolo e tornò dicendo mestamente, Hayunia,
evidentemente hai fatto un sogno. Noi non discutevamo mai con nostro papà, a che cosa sarebbe servito? Ma tutte e tre sapevamo bene che non era un sogno, che c'era veramente un bambino che piangeva in giardino: lo dimostrava il fatto che non solo Haya, ma anche io e Fania avevamo sentito quel pianto, me lo ricordo ancora - sottile e alto, penetrante, spaventoso, non come quello di un neonato che ha fame e vuole succhiare, e nemmeno di un bimbo che ha freddo, no, quello era un bimbo che aveva tanto tanto reale da qualche parte. Poi la bella Dora si ammalò di un raro morbo del sangue e "pape" le diede di nuovo dei soldi per mandarla a fare degli esami da un grande professore di Varsavia, un medico famoso come Louis Pasteur, e lei non tornò mai più da noi. Xenia Demitryovna continuò a raccontarci le sue storie verso sera, ma erano sempre più brutali, insomma rozze, e ogni tanto vi entravano anche delle parole non proprio belle e noi non volevamo più ascoltare. O forse volevamo sì, ma ce lo impedivamo perché eravamo tre bambine per bene, educate come si educavano una volta le fanciulle, non come si fa adesso. E la piccola Dora? Di Dora ormai non parlavamo più. Nemmeno Xenia Demitryovna quasi la menzionava più, come se dopo averla perdonata per averle portato via l'amante, non le avesse perdonato di essere sparita a Varsavia. Al posto suo, Xenia si prese cura di due uccellini sul balcone, dentro una gabbia: stettero bene fino all'inverno, e poi congelarono. Tutti e due.
25. Menachem Gelerter, autore dello studio sul liceo Tarbut di Rovno, menziona un insegnante di Bibbia, di letteratura e storia del popolo ebraico. Fra il resto ho trovato nel suo libro, scritto "secondo ciò che la memoria concede", un poco di quel che mia madre e le sue sorelle e amiche affrontarono nel loro corso di studi durante gli anni venti, "malgrado la carenza cronica di manuali di studio ebraici": "...il libro delle narrazioni, poesie scelte dell'epoca d'oro in Spagna, filosofia ebraica medievale, antologia delle opere di C. H. Bialik e Saul Tchernichovskij, nonché di Shneur, Yaakov Kohen, Berdicevskij, Frischmann, Peretz, Shalom Asch, Brenner (il tutto nelle edizioni Toshiyah), Mendele, Shalom Alechem, Berkovitz, Kebek e Burla. E parimenti - in traduzioni, per lo più per le edizioni Shtibel ed Emanut - al Tarbut si studiava una scelta delle opere di Tolstoj, Dostoevskij, Puskin, Turgenev, Tchechov, Mitzkiewitz, Senkevitz, Krasinsky, Meterlink, Flaubert, Roman Rolan, Schiller, Goethe, Heine, Gerhart Hauptmann, Wasserman, Schnitzler, Peter Altenberg, Shakespeare, Byron, Dickens, Oscar Wilde, Jack London, Tagur, Hamsun, "l'epopea di Gilgamesh" nella traduzione di Tchernichovskij, e altro. E pure: la 'Storia d'Israele' di Y.N. Shimoni, la 'Storia del Secondo Tempio' di Yosef Klausner, 'Il libro dell'abisso di fango' di Nathan Hannover, 'La tribù di Giuda' di Yehudah Ibn Verga, 'Il libro delle lacrime' di Shimon Bernfeld, e 'Israele in esilio' di B. Z. Dinburg." ***
Ogni giorno, racconta zia Sonia, la mattina presto, prima che faccia caldo, alle sei e anche prima, scendo pian piano per le scale a buttare fuori la spazzatura. Prima di risalire, debbo riposarmi un momento, sedermi qualche minuto sul muretto presso i bidoni, perché le scale mi tolgono il fiato. Qualche volta incontro lì una donna, una nuova immigrata dalla Russia, Waria, che spazza il marciapiede in via Wiesel ogni mattina davanti a casa nostra. Laggiù in Russia era una dirigente importante. Qui, spazza i marciapiedi. Non parla quasi l'ebraico. A volte ci fermiamo per un po' vicino ai bidoni a scambiare qualche parola in russo. Perché lavora di spazzolone? Per pagare l'università alle due talentuose figlie, una studia chimica e l'altra odontoiatria. Marito, niente. Parenti in Israele, nemmeno. Il cibo, lo si risparmia. I vestiti, idem. Abitano in tre in una stanza. Tutto questo perché non manchino studi e libri di studio. Nelle famiglie ebraiche è sempre stato così: c'era la convinzione che gli studi fossero il punto d'appoggio sul futuro, l'unica cosa che nessuno avrebbe mai potuto portare via ai tuoi figli, anche nel caso fosse venuta, per disgrazia, un'altra guerra, un'altra rivoluzione, un altro esilio, un'altra cacciata - un diploma lo si poteva comunque piegare in fretta e furia e nascondere nella cucitura del vestito, e scappare là dove gli ebrei avevano ancora il permesso di esistere. I gentili laggiù dicevano di noi così: il diploma - quella è la religione degli ebrei. Né la ricchezza né l'oro. Il diploma. Ma dietro questa fede si nasconde un'altra cosa, un po' più complicata, un po' più intima, e cioè che noi, le ragazze di quei tempi, e anche le ragazze moderne come eravamo noi, ragazze che frequentavano prima il liceo e poi l'università, eravamo educate all'idea che la donna può legittimamente aspirare a essere colta e prendere parte alla vita pubblica - ma solo fino alla nascita dei figli. Perché la tua vita appartiene a te solo per un tempo limitato: da quando si esce di casa alla prima gravidanza. Da quell'istante, dalla prima gravidanza, si doveva cominciare a vivere solo intorno ai figli. Proprio come le nostre madri. Persino spazzare le strade per i figli, perché tuo figlio è il pulcino mentre tu che cosa sei? Tu sei solo il tuorlo dell'uovo, solo quel che il pulcino divora per crescere e diventare forte. E quando tuo figlio crescerà, nemmeno allora torni a essere di te stessa, più semplicemente ti trasformi da mamma in nonna, che dopo tutto è solo l'aiutante di campo dei suoi figli, nel tirare su i loro figli.
E' vero, già a quell'epoca non poche donne si sono costruite una carriera e hanno partecipato alla vita pubblica. Ma tutti sparlavano alle loro spalle, guardate quella egoista, va alle riunioni di lavoro e i suoi poveri figli crescono per strada, sono loro a pagare il prezzo. Adesso ormai il mondo è cambiato. Adesso forse le donne hanno finalmente il diritto di vivere un po' la loro vita. O forse è solo apparenza? Forse anche in queste giovani generazioni la donna piange ancora tutta la notte sopra il lavandino, dopo che suo marito si è addormentato, perché si sente costretta a scegliere fra una cosa e l'altra? Non voglio giudicare: ormai non è più il mio mondo. Per giudicare avrei dovuto andare di porta in porta e accertare quante lacrime di madri si versavano a quei tempi nel buio della notte sopra i lavandini mentre i mariti già dormivano, e paragonare le lacrime di allora a quelle di adesso. *** A volte vedo alla televisione, a volte lo vedo dal vivo, dal balcone, come le giovani coppie dopo una giornata di lavoro fanno tutto insieme lavano, stendono, cambiano i bambini, cucinano, una volta ho persino sentito al negozio un ragazzo dire che l'indomani lui e sua moglie sarebbero andati, così ha detto, domani andiamo a fare l'esame del liquido amniotico. Quando l'ho sentito dire così, mi è venuto un groppo in gola: allora è proprio cambiato davvero un po', il mondo? La cattiveria di sicuro non ha fatto marcia indietro in politica, fra le religioni, fra i popoli e fra i punti di vista, ma forse dai rapporti di coppia un po' sì? Dentro le giovani famiglie? Forse mi illudo solo. Forse è tutta una commedia e il mondo va come al solito - la gatta allatta i cuccioli, e il signor gatto con gli stivali si lecca, si lustra i baffi e corre a caccia di piaceri in cortile? Te lo ricordi ancora che cosa sta scritto nel libro dei Proverbi? Sta scritto così: il figlio saggio suo padre ne è felice, mentre lo stolto rattrista sua madre! Se un figlio viene fuori in gamba, allora il padre se ne vanta, e gli viene riconosciuto a suo merito. Ma se il figlio, per disgrazia, viene fuori un fallito, un cretino, problematico, o con un difetto, o malfattore - allora è di sicuro tutta colpa di sua mamma, e i dolori, le fatiche ricadono sempre su di lei. Una volta tua madre mi ha detto: Sonia, sai, io ho solo due cose - no. Di nuovo il groppo in gola. Di questo parliamo un'altra volta. Adesso parliamo d'altro. ***
A volte non sono più sicura di ricordare con precisione, quella principessa, Liubov Nikiticina, che abitava con noi dietro la tenda con le due figlie, Tasia e Nina, e dormiva insieme alle due nello stesso letto antico, non sono più sicura: era proprio la loro mamma? O solo la governante delle due bambine? Nate evidentemente da due padri diversi? Perché Tasia si chiamava Anastasia Serghievna, e Nina Antonia Boleslavovna, no? La faccenda era nebulosa. Qualcosa di cui non si parlava, da noi, o se ne parlava con un certo imbarazzo. Ricordo che le due bambine chiamavano la principessa "mame" o "maman", ma forse solo perché non ricordavano la vera madre, no? Non sono proprio in grado di darti certezze al proposito, non so come stessero veramente le cose, insomma, allora c'era un certo occultamento. Fino a due generazioni fa, molte cose della vita erano occultate. Due, tre? Oggi forse si nasconde di meno. O forse sono solo cambiati i nascondigli? Si sono inventati dei metodi nuovi, per occultare? Se sia un bene o un male, non lo so. I tempi e i costumi nuovi non sono autorizzata a giudicarli perché forse a me e a tutte le ragazze della mia generazione hanno lavato il cervello. Comunque a volte mi pare che fra lei e lui, come si dice, e di sicuro capisci quel che intendo dire con questa espressione, fra lei e lui forse oggigiorno sia un po' più semplice, no? Ai miei tempi, quand'ero una ragazza, cioè una giovanetta di buona famiglia, il mondo era pieno di pericoli, di veleno, di buio spaventoso. Come scendere scalza la notte in una cantina brulicante di scorpioni. Si teneva tutto nascosto. Non si parlava. *** In compenso, si facevano incessantemente pettegolezzi, si dicevano cattiverie e parole d'invidia, si parlava di soldi, malattie, si parlava del successo nella vita, di buone famiglie e famiglie così così, questi discorsi si ripetevano continuamente, e anche del "carattere" si parlava sempre, questo è il suo carattere lei è fatta così. E idee! Quanto si parlava delle idee! Oggigiorno non puoi nemmeno immaginartelo! Si parlava di ebraismo e di sionismo e del Bund e del comunismo, si parlava degli anarchici e dei nichilisti, si parlava dell'America, di Lenin, persino della questione femminile, dell'emancipazione della donna, tua zia Haya era la più ardita fra noi tre a proposito di questo - ovviamente ardita solo a parole e nelle discussioni, Fania anche lei faceva un po' la suffragetta, ma pure con
qualche perplessità. Io ero la piccola stupidotta cui dicevano sempre, Sonia tu non parlare, Sonia non dare fastidio, aspetta di crescere e capirai. Allora chiudevo la bocca e ascoltavo. Tutta la gioventù, ai nostri tempi, sventolava sempre la libertà: libertà così e libertà cosà. Ma quanto a quello che succede fra lei e lui, altro che libertà: solo piedi scalzi al buio dentro una cantina piena di scorpioni. Era così, in realtà. Cioè, non passava settimana senza che sentissimo voci terrificanti a proposito di una ragazzina cui era capitato qualcosa che capita alle ragazzine imprudenti, o alle donne rispettabili che s'innamorano ed escono di senno, o a una cameriera sedotta da qualcuno, o a una cuoca scappata con un figlio di padroni e tornata sola, ma con un pupo, o a un'insegnante sposata, colta, con una buona posizione, che d'un tratto si è innamorata di qualcuno e gli ha gettato ai piedi tutto e si è trovata esclusa, deriduta. Deriduta no, non si dice? No? Comunque, hai capito che cosa intendo dire! All'epoca in cui noi eravamo solo ragazze, la decenza era sia una gabbia sia l'unica ringhiera che stava fra te e l'abisso. La decenza pesava sul petto delle ragazze come un masso di trenta chili. Persino nei sogni la notte, quella restava sveglia, impalata vicino al tuo letto e t'ingiungeva che cosa era bello da sognare e che cosa non lo era per niente, e bisognava invece vergognarsi eccome quando la mattina ti svegliavi, anche se nessuno lo sapeva. Tutto l'argomento fra lei e lui oggi forse è un po' meno al buio, no? Un po' più semplice? Quel buio che c'era allora intorno a questa questione faceva molto comodo agli uomini che volevano approfittare delle donne. D'altro canto, il fatto che adesso tutto sia così semplice, è poi un bene? Non è che esce fuori troppo brutto? Mi meraviglio di me stessa, sai, che parlo con te di questo argomento. Quand'ero ancora giovane, a volte capitava che ne bisbigliassimo un po' fra noi ragazze. Ma con un ragazzo? Mai in vita mia ho parlato di queste cose con un ragazzo. Nemmeno con Buma, anche se fra poco, se Dio vuole, faremo sessant'anni di matrimonio. Com'è che siamo arrivati qui? Stavamo parlando di Liubov Nikiticina e di Tasia e di Nina. Se un giorno andassi a Rovno, potresti fare un'operazione di spionaggio e magari riusciresti a scoprire se da noi, in città, c'è ancora qualche documento che possa magari gettar luce su questo segreto, che ne dici? Capire insomma se questa contessa, o principessa che fosse, era o no la mamma delle due ragazze. E se era veramente una contessa o una principessa... O Lebedevsky, il
sindaco, il precedente proprietario della casa, forse era anche il padre di Tasia e Nina, così come presumibilmente era il padre della povera Dora, no? In effetti ripensandoci, tutti i documenti che c'erano lì o che non c'erano, saranno bruciati almeno dieci volte, fra invasione polacca, conquista dell'Armata rossa, e poi i nazisti che presero e spararono a tutti noi dentro le fosse e poi coprirono con la terra. Poi arrivò di nuovo Stalin, con il N.K.V.D., Rovno è passata così tante volte di mano in mano, come un cagnolino torturato da una banda di monelli: Russia Polonia Russia Germania Russia. E adesso in fondo non fa parte né della Polonia né della Russia ma dell'Ucraina, o forse Bielorussia, quale? O è sotto un'"autorità" locale? Ormai non so proprio più dire a chi appartenga. E in fondo non m'importa di saperlo: quel che è stato è stato e quel che c'è' adesso fra qualche anno non ci sarà più. Tutto il mondo, basta guardarlo un poco da distante, non durerà mica più molto. Dicono che il sole si stia spegnendo e tutto tornerà alla tenebra. Allora perché mai la gente si scanna lungo tutto la storia? Cosa vuoi che conti, quale governo ci sarà nel Kashmir, o nella grotta di Macpela a Hebron? Invece di mangiare dall'albero della vita e della conoscenza, evidentemente abbiamo preso dal serpente velenoso il frutto dell'albero della cattiveria e lo abbiamo mangiato con appetito. Così è finito il giardino dell'Eden ed è cominciato quest'inferno. *** Quella principessa, o contessa che fosse, Liubov Nikiticina, era o madre o balia delle due ragazze. Era o parente del sindaco di prima, Lebedevsky, o lui era suo creditore. Fra lei e l'ufficiale polacco, il "polkovnik", "pan" Zakashewsky, c'erano o partite di carte o rapporti di tutt'altro genere, di sicuro capisci da solo quel che intendo dire. Ci sono tante di quelle alternative: si sapeva così poco persino della persona che abitava con te sotto lo stesso tetto. Si credeva di sapere molto e poi si capiva che non si sapeva nulla. Tua mamma, ad esempio - no, scusa, proprio non me la sento ancora di parlare di lei. Solo di girare intorno. Altrimenti la ferita comincia a far male. Non voglio parlare di Fania. Solo di quel che le stava intorno. Quel che stava intorno a Fania, in fondo, forse, è anche un po' Fania. Quando si vuole veramente bene a qualcuno, c'era un detto così a quei tempi, allora si ama anche il suo fazzoletto. In ebraico non risulta tanto bene, ma quel che intendo dire lo capisci, no?
Guarda per esempio questa cosa. Ho qui una cosa che posso mostrarti e tu puoi toccare con le tue mani, sì che tu sappia che tutto quello che ti ho raccontato non è solo una favola: guarda questo, per favore - no, non il tovagliolo, il cuscino, la fodera con il ricamo disegnato che le ragazze di buona famiglia imparavano a fare -, questo me lo regalò la principessa - o contessa? - Liubov Nikiticina. La testa ricamata qui, così mi disse lei stessa, è la silhouette della testa del cardinal Richelieu. Chi era, questo cardinal Richelieu? Insomma questo non me lo ricordo più. Forse del resto non l'ho mai saputo, io non sono mica colta come Haya e Fania: loro le hanno mandate a studiare per la maturità e poi a Praga, all'università. Io ero più ignorante. Di me tutti dicevano sempre: questa Soniuccia è così graziosa ma un po' ignorante. Me, mi hanno mandato all'ospedale militare dell'esercito polacco, a studiare da infermiera specializzata. Ma comunque ricordo molto bene, prima di andare via di casa, che la principessa mi disse che era la testa del cardinal Richelieu. Forse tu lo sai, chi era il cardinal Richelieu? Non importa. Me lo racconti un'altra volta, o forse nemmeno. Alla mia età, non me ne importa più gran che di finire la vita senza il grande onore di sapere chi era e che faceva il cardinal Richelieu. Di cardinali non ne sentiamo affatto la mancanza, e quasi tutti odiano il nostro popolo. *** In fondo in fondo anch'io sono un poco anarchica. Come "pape". Tua mamma anche lei era anarchica, nel cuore. Ovviamente con i Klausner non ha mai potuto esprimere una cosa del genere, già così loro la consideravano un po' stramba, benché l'abbiano sempre trattata con cortesia. Dai Klausner la cortesia era sempre al primo posto. Il tuo secondo nonno, nonno Alexander, se non tiravo subito indietro la mano, me la baciava. C'era quella favola, il gatto con gli stivali, no? Tua mamma ha vissuto in mezzo ai Mausner come un uccellino dentro una gabbia appesa nel salotto dei gatti con gli stivali. Io sono un po' anarchica per una ragione molto semplice, e cioè che nulla di buono verrà mai fuori da un cardinal Richelieu. Solo da Yanushka Durachuk, te lo ricordi? Quello scemo del villaggio nella storia di Xenia, la nostra cameriera, Yanushka Durachuk che per pietà verso il popolo semplice si era privato del tozzo di pane che aveva da mangiare, e quel suo pane l'aveva usato per tappare il buco nella diga e poi l'avevano fatto re: solo uno come lui avrebbe pietà anche di noi. Tutti gli altri - i re e i
principi - non hanno pietà di nessuno. E in fondo nemmeno noi siamo così buoni con il prossimo: non è che abbiamo avuto proprio pietà di quella bambina araba morta al posto di blocco mentre andava all'ospedale, perché evidentemente lì di guardia c'era un soldato un po' alla cardinal Richelieu, senza cuore. Un soldato ebreo, sì, ma in stile cardinal Richelieu! Che voleva soltanto chiudere la faccenda e tornarsene a casa, e così è morta quella bambina e i suoi occhi dovrebbero bucarci l'anima e non farci dormire la notte, anche se io non li ho visti perché sul giornale mettono solo le "foto delle nostre vittime e mai gli occhi delle vittime loro: Pensi che la gente comune sia una così bella trovata? Macché! La gente comune è scema e crudele proprio come i suoi governanti. Questa è la vera morale di Andersen nella favola dei vestiti nuovi del re, e cioè che il popolo è tonto esattamente come il re e i nobili, e come il cardinal Richelieu. Mentre a Yanushka Durachuk non importava che ridessero di lui, potevano farlo quanto volevano - gli importava solo che tutti restassero in vita. Aveva insomma pietà per gli esseri umani, perché tutti senza eccezione hanno bisogno di un po' di pietà. Persino il cardinal Richelieu. Persino il papa, che l'avrai visto in televisione quanto è malato e debole e qui, da noi, l'hanno crudelmente tenuto in piedi per ore sotto il sole, con quelle sue povere gambe malate. Non hanno avuto riguardo per un uomo vecchio e malandato come lui, che si vedeva persino dalla televisione che le gambe gli facevano un male dell'accidenti, ma lui si è fatto forza ed è rimasto muto lì allo Yad Wa Shem per mezz'ora filata, con quell'afa, pur di non offenderci. Faceva pena, a vederlo. Mi faceva pena, ecco. *** Nina era molto amica di tua madre Fania, avevano la stessa età, mentre io avevo legato con la piccola Tasia. Per molti anni abitarono da noi con la loro "maman", la principessa, "maman" la chiamavano, che poi è "mame" in francese, ma chissà se poi era la loro vera "mame"... o solo una "nane"? Erano molto povere, credo che non ci pagassero nemmeno un soldo per l'appartamento. Dovevamo averle ereditate insieme a Xenia e a Dora dal sindaco Lebedevsky, e tuttavia da noi loro avevano il permesso di entrare in casa non dalla porta di servizio, la "ciorni hod", ma da quella principale, chiamata "paradnia hod". Erano talmente povere che questa principessa, la "maman", la notte sotto la luce di una lanterna cuciva gonne di carta crespata per le bambine ricche che andavano a scuola di danza. Era una
carta sopra la quale si incollavano tante stelline luccicanti, fatte di carta dorata. Finché un bel giorno questa principessa, o contessa che fosse, Liubov Nikiticina, lasciò le due bambine e se ne andò tutt'a un tratto fino a Tunisi, in cerca di una parente perduta di nome Yelizaweta Pranzovna. E adesso per favore guarda che scherzi mi fa la memoria! Dove ho messo, un attimo fa, il mio orologio? Non riesco assolutamente a ricordarmelo. Mentre come si chiamava quella Yelizaweta Pranzovna che in vita mia non ho mai visto, tal Yelizaweta Pranzovna che più di ottant'anni fa la nostra principessa Liubov Nikiticina andò a cercare fino in Tunisia, quella me la ricordo come il sole a mezzogiorno! E se anche il mio orologio fosse finito laggiù, in Tunisia? Nella sala da pranzo c'era appeso un quadro in una cornice d'oro, di un certo Khudoznik (un pittore), molto prezioso: ricordo che c'era raffigurato un bellissimo giovane con i capelli chiari, dai riccioli sparsi, che somigliava piuttosto a una bambina viziata che a un giovanotto: doveva essere una via di mezzo, fra un lui e una lei. La faccia non la ricordo più, ma ricordo invece molto bene che nel quadro indossava una camicia ricamata con le maniche a sbuffo, e un grande cappello giallo stava appeso di sbieco sulla spalla - e forse era una bambina davvero, non un ragazzo - e si intravedevano tre gonne, una sotto l'altra, perché un lato era leggermente rialzato e di sotto spuntava prima il pizzo di una sottoveste di un giallo intenso così, come quello di Van Gogh, poi di pizzo bianco, e ancora più sotto, di una sottogonna color celeste, da cui spuntavano le gambe. Era insomma un quadro castigato, ma non veramente castigato. A grandezza naturale. E quella fanciulla che assomigliava così tanto a un ragazzo stava in mezzo al campo, fra il verde e le pecore bianche, qualche nuvoletta appesa in cielo e in lontananza una striscia di bosco. Ricordo che una volta Haya disse che uno bello così non avrebbe dovuto andare al pascolo ma restarsene fra le mura di un palazzo e io notai che la terza sottoveste e il cielo erano dipinti esattamente con la stessa tinta, come se la sottoveste fosse stata tagliata via dal firmamento. Allora Fania si arrabbiò tremendamente con tutte e due noi e ci ingiunse di tacere: perché dite delle stupidaggini del genere, è un quadro finto, che copre solo marciume morale. Più o meno parole così, usò, non proprio queste, non riesco proprio a usare il linguaggio di tua madre, nessuno riesce a parlare come parlava Fania. Tu un po' te lo ricordi, come parlava Fania?
Non riesco a dimenticarlo quel suo impeto di rabbia, e nemmeno la sua faccia in quel momento. Avrà avuto, non so più esattamente, avrà avuto sedici o quindici anni. Ricordo tutto con precisione, perché era così insolito per lei, sbottare: Fania non alzava mai la voce, mai, nemmeno quando era offesa o qualcuno le faceva del male, perché allora si rinchiudeva in sé stessa? Con lei bisognava sempre cercare di indovinare quello che sentiva, che cosa voleva. Mentre invece quel giorno - ricordo persino che era un sabato sera, o la fine di un giorno festivo, forse della festa delle Capanne? O di Pentecoste? - d'un tratto lei sbottò e urlò contro di noi, insomma, passi per me, ero sempre considerata una piccola stupidotta, ma sgridare così Haya! La nostra sorella maggiore! La responsabile del circolo giovanile! Con il suo carisma! Haya, che tutto il liceo ammirava! Ma tua mamma, tutt'a un tratto, sembrava volesse fare la rivoluzione: iniziò a inveire contro quell'opera d'arte appesa in sala da pranzo da tanti anni. La disprezzò dicendo che edulcorava la realtà! Che imbrogliava! Che nella vita vera i pastori sono vestiti di stracci e non di seta, e hanno il viso segnato dal freddo e rovinato dalla fame, non quella faccia d'angelo, e i capelli sporchi con pidocchi e pulci e non quei riccioli d'oro. E che ignorare in quel modo la sofferenza era quasi peggio che causarla, la sofferenza, e che quel quadro trasformava la vita in una bomboniera svizzera. Forse tua mamma ce l'aveva con quel quadro in sala da pranzo perché il Khudoznik l'aveva dipinto come a mostrare che al mondo non esistono le disgrazie. Io penso che sia stato questo a farla arrabbiare. All'epoca di quello sfogo forse era più infelice di quel che immaginassimo. Scusa se piango. Era mia sorella e mi voleva tanto bene e gli scorpioni l'hanno divorata. Basta: ho smesso. Scusa. Ogni volta che mi torna in mente quel quadro manierato, ogni volta che rivedo quell'immagine e le tre sottogonne e le nuvolette, mi tornano davanti agli occhi gli scorpioni che divorano mia sorella e comincio a piangere.
26. Sulle orme della sorella maggiore Haya, nel 1931 anche Fania - che aveva allora diciotto anni - fu mandata a studiare all'Università di Praga, dal momento che gli istituti polacchi erano preclusi agli ebrei. Mia madre si iscrisse a Storia e filosofia. I suoi genitori, Itta e Hertz, al pari di tutti gli ebrei di Rovno, erano a un tempo testimoni e vittime dell'odio antisemita che andava montando fra i loro vicini sia polacchi sia ucraini sia tedeschi. Antisemitismo cattolico e pravoslavo, atti di violenza da parte di teppisti ucraini e un sempre crescente accanimento da parte del governo polacco, mentre come tuoni in lontananza giungevano sino a Rovno gli echi dell'odio velenoso e delle persecuzioni antiebraiche in Germania. Anche gli affari di mio nonno erano in grave crisi: l'inflazione all'inizio degli anni trenta cancellò praticamente nello spazio di una notte tutti i suoi risparmi. Zia Sonia mi ha raccontato della "quantità di banconote polacche da milioni e trilioni che "pape" mi diede, e io ne feci tappezzeria. Le doti che nel corso di dieci anni aveva messo da parte per noi tre andarono in fumo nel giro di due mesi". Haya e Fania furono ben presto costrette ad abbandonare gli studi a Praga perché il denaro, il denaro del loro padre, era praticamente esaurito. A seguito di una trattativa frettolosa e per nulla conveniente furono ceduti il mulino, il frutteto e la casa di via Dubinska, furono ceduti la carrozza, i cavalli e la slitta. Itta e Hertz Mussman arrivarono senza nulla in terra d'Israele nel 1933. Affittarono una misera baracca rivestita di carta catramata, presso Kiriat Motzkin. "Pape", che aveva sempre amato il contatto con la farina, riuscì dapprima a trovare un impiego come lavorante in un panificio. Poi, più o meno a cinquant'anni, comprò un carretto e un
cavallo e iniziò con la distribuzione del pane, poi si dedicò al trasporto di materiali per l'edilizia nella zona del Golfo di Haifa. Lo rivedo, un uomo scuro e brunito dal sole, pensieroso, in tuta da lavoro e una canottiera grigia sudata, il sorriso un poco timido ma gli occhi celesti che sprizzavano scintille ridanciane, e le redini placide in mano, come se quelle ore seduto lì a cassetta sul carretto comportassero un aspetto amabile e financo divertente, il panorama del golfo, delle pendici del Carmelo, e le raffinerie, la vista del porto in lontananza e le ciminiere delle fabbriche. Si era sempre considerato un proletario. Adesso che non era più un capitalista e aveva ripreso a fare un lavoro manuale, sembrava tornato di colpo giovane. Era calata su di lui un'allegria perenne, seppure composta, una sorta di gioia di vivere non aliena da un guizzo di anarchismo. Proprio come a Yehudah Leib Klausner della cittadina di Oulkeniki in Lituania, il padre dell'altro mio nonno, Alexander, anche a nonno Naftali Hertz Mussman piacevano il lavoro di carrettiere, il ritmo della solitudine e della quiete di quei viaggi lenti e lunghi, il contatto con il cavallo e i suoi odori forti, la scuderia e il foraggio e i finimenti e la stanga e il sacco di biada e le redini e il morso. Sonia, che aveva sedici anni quando i suoi genitori immigrarono in terra d'Israele mentre le sue sorelle studiavano a Praga, rimase a Rovno ancora cinque anni circa, finché non si diplomò infermiera alla scuola presso l'ospedale militare polacco della città. Arrivò al porto di Tel Aviv, dove l'aspettavano i genitori, le due sorelle e Tzvi Shapira, il marito "fresco" di Haya, due giorni prima della fine del 1938. A Tel Aviv, qualche anno dopo, lei sposò colui che era stato il suo istruttore nel movimento giovanile sionista a Rovno, un ragazzo onesto, pedante e saccente di nome Abraham Gendelberg. Buma. Nel 1934, un anno dopo i genitori e la sorella maggiore, quattro anni prima della sorellina Sonia, anche Fania era arrivata in terra d'Israele. Alcuni suoi amici riferirono che a Praga aveva vissuto un amore difficile: ma nessuno ha saputo raccontarmi nei dettagli. Quando andai a Praga, passai diverse sere a spasso nel dedalo di antiche viuzze lastricate intorno all'università, disegnando immagini e pensieri dentro di me. Un anno dopo il suo arrivo, mia madre si iscrisse all'università sul Monte Scopus, per riprendere i suoi studi di storia e filosofia. Quarantotto anni dopo, e senza avere la minima idea delle discipline che sua nonna
aveva frequentato da ragazza, mia figlia Fania ha scelto la facoltà di Storia e filosofia, presso l'Università di Tel Aviv. *** Non so dire se mia madre abbia abbandonato l'Università di Praga e lasciato gli studi a metà perché erano finiti i soldi dei suoi genitori. Quanto l'abbia spinta fin qui il cruento odio antiebraico che nella metà degli anni trenta saturava le strade d'Europa ed era assai diffuso anche negli atenei; non so in quale misura, nella sua partenza verso la terra d'Israele, abbia influito l'educazione ricevuta al liceo ebraico Tarbut e il movimento giovanile sionista. Che cosa sperava di trovare qui mia madre, che cosa trovò, che cosa non trovò? Che aspetto avevano Tel Aviv e Gerusalemme agli occhi di una giovane donna cresciuta in una casa signorile di Rovno, giunta qui direttamente dal grembo della gotica bellezza praghese? Come suonava l'ebraico parlato in terra d'Israele all'orecchio fino di una ragazza che portava con sé, dal Tarbut, la lingua friabile dei libri, ed era dotata di una ipersensibilità linguistica? Che cosa dissero alla mia giovane madre le colline di sabbia, i motori delle pompe negli agrumeti, le pietraie, le passeggiate archeologiche, le rovine dei siti biblici e degli insediamenti all'epoca del Secondo Tempio, i titoli del giornale "Davar" e i bidoni di latte della centrale Tenuva, i uadi, il vento caldo del deserto, le cupole dei monasteri circondati da mura, l'acqua fresca nelle giare, le serate con fisarmonica e ocarina, gli autisti degli autobus con i pantaloncini cachi, i suoni dell'inglese, lingua dei dominatori, i frutteti ombrosi, i minareti delle moschee, le carovane di cammelli carichi di ghiaia, guardiani ebrei, pionieri abbronzati nei kibbutz, muratori con i berretti logori? Quanto la intimorivano - o incantavano - le notti di dibattiti, scismi e corteggiamenti, le passeggiate sabbatiche, l'ardore della vita politica, le cospirazioni della Resistenza e dei suoi sostenitori, il reclutamento per i lavori agricoli, le notti blu scure puntinate di ululati di sciacalli ed echi di spari remoti? Quando raggiunsi l'età in cui mia madre poteva raccontarmi della sua infanzia e giovinezza, dei suoi primi tempi in terra d'Israele, la sua mente stava ormai lontana da tutto questo, immersa in altre storie. Le sue favole della buona notte erano popolate di giganti, fate, streghe, contadine e mugnaie, casupole sperdute in mezzo al bosco. Quando mi parlava del suo passato, della casa dei suoi genitori, del mulino, della cagnetta Frima, una nota amara di sconforto entrava a volte fra le pieghe della sua voce: era una
nota un poco ambigua, forse vagamente sardonica, un sarcasmo inconfessabile, qualcosa di troppo complesso e velato perché potessi afferrarlo, che possedeva un che di provocatorio e inquietante. Forse per questo non amavo quei discorsi e la imploravo sempre di raccontarmi, invece, qualcosa di più nitido e vicino a me, come le sei mogli stregate di Matvey il portatore d'acqua o il cavaliere morto che continuava a solcare terre e città sotto forma di scheletro dentro armatura, elmo e speroni di fuoco. Non ho idea del giorno preciso in cui mia madre arrivò a Haifa, dei suoi primi tempi a Tel Aviv e dei primi anni a Gerusalemme. A mo' di surrogato, affido qui per iscritto un po' di quel che mi ha raccontato zia Sonia: sul come e sul perché lei arrivò in terra d'Israele, su quel che sperava di trovare, e quel che trovò. *** Al liceo Tarbut non solo imparavamo a leggere, scrivere e parlare un bellissimo ebraico, che ormai la vita è riuscita a guastarmi. Studiavamo la Bibbia, la Mishnah e la poesia medievale, ma anche biologia, letteratura e storia della Polonia, arte rinascimentale e storia dell'Europa. Prima di tutto, negli anni del liceo Tarbut imparammo che dietro l'orizzonte, dietro il fiume e il bosco, c'era una terra cui presto saremmo dovuti andare, perché il tempo degli ebrei in Europa, cioè il tempo nostro, degli ebrei che vivevano nell'Est Europa, era scaduto. Questo esaurirsi del tempo lo avvertivano i nostri genitori molto più di noi, anche quelli che erano diventati ricchi, come nostro padre o le altre famiglie che a Rovno avevano creato industrie moderne o si erano affermati nel campo della medicina e dell'ingegneria, anche quelli che avevano ottimi rapporti sociali con le autorità e le classi colte della città, persino loro si erano accorti che vivevamo sul ciglio di un vulcano in eruzione: ci trovavamo esattamente sul confine teso fra Stalin, Grybeski e Pildusky. Stalin, ormai lo sapevamo che lui voleva cancellare, cancellare di colpo, l'esistenza ebraica, perché tutti diventassero dei bravi "consomolniki" che si spiavano a vicenda. D'altro canto, la Polonia trattava gli ebrei con totale disgusto, come uno che morsica un pezzo di pesce puzzolente, e né lo manda giù né lo vomita. Non sarebbe stato educato vomitarci sotto gli occhi dei paesi della conferenza di Versailles, in atmosfera di diritti nazionali, principi di Wilson e Lega delle Nazioni, negli anni venti i polacchi avevano
ancora un briciolo di pudore: volevano fare bella figura. Come un ubriaco che tenta di camminare diritto, perché nessuno si accorga che invece barcolla. I polacchi speravano ancora di essere visti più o meno come una famiglia di popoli. Solo sotto il tavolo opprimevano e umiliavano e angariavano, così che pian piano ce ne andassimo tutti in Palestina, senza farci più vedere. Per questo incoraggiarono persino l'educazione sionista e i licei ebraici: perché tutti noi diventassimo una nazione, certo, perché no?, l'importante era che ci levassimo dai piedi, che andassimo in Palestina e chi s'è visto s'è visto. *** La paura che abitava in ogni casa ebraica, una paura di cui non si parlava quasi mai, ce la iniettavano solo di striscio, come un veleno, una goccia ogni ora, era la paura terrificante che forse eravamo davvero delle persone non abbastanza monde, forse eravamo davvero troppo fastidiosi e invadenti, troppo intelligenti e avidi di denaro. Forse davvero la nostra buona educazione era inadeguata. Era una paura mortale, la paura di dare per disgrazia ai gentili una cattiva impressione, che in tal caso loro si sarebbero arrabbiati e ci avrebbero di nuovo fatto quelle cose tremende cui era meglio non pensare. Mille volte, dentro la testa di ogni bambino ebreo rintoccava l'imperativo di comportarsi bene ed educatamente con loro, anche quando erano rozzi o ubriachi; di non farli per nessuna ragione arrabbiare, mai, mai discutere con un gentile o trattare troppo su un prezzo, vietato innervosirli, vietato alzare la testa, parlare sempre con calma e con un sorriso, perché non dicano che siamo molesti, parlare sempre in un polacco corretto, perché non dicano che gli roviniamo la lingua, ma non troppo forbito, perché non dicano che abbiamo la sfrontatezza di volerci arrampicare troppo in alto, perché non dicano che siamo ambiziosi, e per disgrazia non dicano che abbiamo delle macchie sulla gonna. In parole povere, bisognava assolutamente sforzarsi di dare una buona impressione, e nessun bambino poteva guastare questa buona impressione, perché bastava un solo, un unico bambino che non si fosse lavato la testa come si deve e avesse i pidocchi, per gettare una pessima reputazione su tutto il popolo ebraico. Anche così comunque non ci potevano soffrire e guai a te se davi loro un altro motivo per non sopportarci. Voi che ormai siete nati qui in terra d'Israele, questo non lo capirete mai, come questa lenta somministrazione goccia a goccia
finisse per distorcerti tutti i sentimenti, fosse una ruggine inesorabile che ti mangia la tua umanità, e pian piano ti trasforma in un adulatore ipocrita e astuto come un gatto. A me i gatti proprio non piacciono. Nemmeno i cani. Ma se debbo scegliere, allora preferisco un cane. Il cane è come un gentile: gli si vede subito quel che pensa e come si sente. L'ebreo della diaspora era un gatto, ovviamente in senso spregiativo, se capisci quello che voglio dire. Ma la cosa di cui avevamo più paura erano i moti di popolo. Quel che poteva succedere fra un governo é l'altro, se ad esempio i polacchi venivano cacciati e arrivavano i comunisti al loro posto: il terrore che fra gli uni e gli altri rispuntassero le bande di ucraini o bielorussi o la folla polacca aizzata, o più a nord, i lituani: Quello era un vulcano in perenne eruzione, dal perenne odore di fumo. "Al buio affilano i coltelli" dicevano da noi senza precisare chi, dal momento che potevano essere gli uni e gli altri. La folla. Anche qui da noi in terra d'Israele si è capito che anche la folla ebraica, anche quella è un poco un mostro. Solo dei tedeschi non si aveva poi così tanta paura, da noi. Ricordo che nel '34 o '35, io ero ancora a Rovno, l'ultima rimasta della famiglia per finire il mio corso da infermiera, nel '35 da noi erano ancora in molti a sperare che arrivasse qui Hitler, con lui almeno c'era legalità e c'era disciplina e ciascuno sapeva qual era il suo posto, quel che Hitler diceva non era poi così importante, l'importante era che lì in Germania lui aveva imposto un ordine esemplare e la folla tremava di paura, davanti a lui. Contava che con Hitler almeno non c'erano tafferugli e non c'era anarchia allora da noi si pensava ancora che l'anarchia fosse la situazione peggiore: l'incubo era che i preti un giorno o l'altro cominciassero a predicare nelle loro chiese che il sangue di Gesù di nuovo scorreva per colpa dei giudei, e cominciassero a far suonare le loro terrificanti campane, e i contadini, dopo aver sentito queste cose ed essersi riempiti la pancia di acquavite, prendessero falci e asce e ricominciassero. *** Nessuno immaginava nemmeno lontanamente quel che sarebbe successo di lì a poco, ma ancora negli anni venti quasi tutti ormai erano certi che gli ebrei non avevano alcun futuro né con Stalin né in Polonia e in tutto l'Est Europa, e per questo la rotta verso la terra d'Israele si faceva via via più chiara - non per tutti, ovviamente, gli ortodossi da noi erano molto contrari a questo, e c'erano anche i bundisti e gli yiddishisti e i comunisti e
gli assimilazionisti convinti ormai di essere persino più polacchi di Paderevsky e Moycechovsky, a ogni modo negli anni venti ormai molte persone normali si preoccupavano che i loro figli imparassero l'ebraico e li mandavano al liceo Tarbut. Quelli che avevano abbastanza denaro, li spedivano a studiare al Politecnico di Haifa o al liceo di Tel Aviv, o in una scuola agricola in Israele, e gli echi che ci giungevano di rimando da quella terra erano semplicemente strepitosi: i giovani non aspettavano altro che arrivasse il proprio turno. Per intanto da noi tutti leggevano giornali in ebraico, discutevano cantavano canzoni della terra d'Israele, declamavano Bialik e Tchernichovskij, si dividevano in una quantità di partiti e gruppi, cucivano divise e bandiere, c'era un entusiasmo incredibile per ogni cosa che avesse un significato nazionale. E assomigliava davvero molto alle cose che oggigiorno si vedono qui dai palestinesi, solo senza quegli spargimenti di sangue che fanno loro. Mentre in noi, nel popolo ebraico, non si vede quasi più questo spirito nazionale. Ovviamente sapevamo quanto fosse dura la vita in Israele: sapevamo che faceva molto caldo, che c'erano il deserto e le paludi, la disoccupazione e gli arabi poveri nei villaggi, ma vedevamo sulla grande mappa appesa in classe che gli arabi in terra d'Israele non erano molti, forse in tutto mezzo milione a quell'epoca, sicuramente meno di un milione, e c'era l'assoluta certezza che ci fosse spazio a sufficienza per qualche milione di ebrei, che probabilmente gli arabi sarebbero stati incitati contro di noi come il popolino in Polonia, ma si sarebbe potuto spiegare loro e convincerli che da noi avrebbero tratto solo vantaggi, economici, sanitari, culturali e quant'altro. Pensavamo che entro breve tempo, qualche anno appena, gli ebrei sarebbero stati la maggioranza in Israele - e allora avremmo dimostrato a tutto il mondo come ci si comporta in modo esemplare con una minoranza. Così avremmo fatto noi con gli arabi: noi, che eravamo sempre stati una minoranza oppressa, avremmo trattato la nostra minoranza araba con onestà e giustizia, con generosità, avremmo costruito insieme la patria, diviso con loro tutto, non li avremmo mai, assolutamente mai, fatti diventare dei gatti. Che bel sogno. *** In ogni aula d'asilo, delle elementari e del liceo al Tarbut erano appese una grande immagine di Herzl, una grande mappa che andava da Dan sino a Beer Sheva, con gli insediamenti dei pionieri in rilievo, il bossolo con le offerte al "Keren Kayemet" ("Fondo nazionale"), alcune foto di pionieri al
lavoro e diversi slogan con citazioni di poesie. Due volte Bialik venne in visita a Rovno e due volte fu tra noi anche Saul Tchernichovskij, e anche Asher Brash, mi pare, o forse era un altro scrittore. Anche dei dirigenti d'Israele venivano quasi ogni mese, Zalman Rovshow, Tabaknin, Yaakov Zerubabel, Zeev Jabotinsky. Preparavamo in loro onore delle grandi parate con tamburi e bandiere, decorazioni e lampade di carta, con entusiasmi e slogan e fascia intorno al braccio e poesie, il sindaco polacco in persona veniva apposta per loro, e così a volte potevamo quasi sentire che anche noi eravamo un popolo ormai, non più solo feccia. Forse fai un po' fatica a capirlo, tu, ma in quegli anni tutti i polacchi erano intossicati di polacchità, gli ucraini di ucrainità, e i tedeschi, e i cechi, persino gli slovacchi e i lituani e i lettoni, mentre noi non avevamo posto dentro questo carnevale, noi eravamo degli esclusi, degli indesiderati. C'è di che stupirsi, dunque, che anche noi ambissimo a diventare un popolo, come tutti gli altri? Che scelta avevamo? Ma non era un'educazione sciovinista. Il contesto del Tarbut era umanistico, progressista, democratico, e anche artistico, scientifico. A maschi e femmine si cercava di dare parità di diritti. Imparavamo a rispettare gli altri popoli: ogni uomo è creato a immagine divina, anche se se lo dimentica continuamente. Fin da piccoli con il pensiero eravamo già in terra d'Israele, conoscevano come le nostre tasche i villaggi agricoli, che cosa cresceva nei campi di Beer Tuvia e quanti abitanti aveva Zikhron Yaakov, chi aveva tracciato la strada Tiberiade-Tzemach e quando si era saliti al Monte Ghilboa. Sapevamo persino che cosa mangiavano lassù, e come si vestivano. Cioè, pensavamo di saperlo. Gli insegnanti in fondo non conoscevano tutta la verità, e perciò anche se avessero voluto raccontarci i lati brutti non avrebbero potuto: non ne avevano idea. Chi arrivava dalla terra d'Israele, inviati, istruttori, dirigenti, chiunque andasse e tornasse, ce ne dipingeva un ritratto affascinante. E se qualche volta qualcuno tornò e raccontò cose non così belle, noi non eravamo disposti a sentirle. Insomma, lo mettevamo a tacere. Lo trattavamo con disgusto. *** Il preside del nostro liceo era un signore incantevole, "charmant", un fantastico educatore dotato di un'intelligenza spiccata e della sensibilità di un poeta. Si chiamava Reis, dottor Reis, Issachar Reis. Arrivò a noi dalla Galizia e ben presto divenne un idolo per la gioventù. Tutte le ragazze erano
segretamente innamorate di lui, anche mia sorella Haya, che durante il liceo si distinse per il suo attivismo e una naturale propensione al comando, anche Fania tua madre, su cui il dottor Reis esercitava un'influenza mistica, e con gentilezza la spinse verso gli studi di letteratura e arte. Era un uomo così bello e virile, un po' alla Valentino o Navarro del cinema, pieno di calore ed empatia, non si arrabbiava quasi mai, e se lo faceva non esitava poi a convocare lo studente e chiedergli scusa per quel suo sfogo. Tutta la città era affascinata da lui. Penso che le madri lo sognassero e le figlie si struggessero. Anche i ragazzi, del resto, non solo le ragazze: cercavano di imitarlo. Di parlare come lui. Di tossire come lui. Di interrompersi a metà di una frase, come faceva lui, e fermarsi qualche istante davanti alla finestra, immersi nei pensieri. Avrebbe avuto un grande successo come seduttore. E invece: per quel che ne so, era sposato, non proprio felicemente, con una donna che non meritava nemmeno di baciargli i piedi e si comportava come un marito modello. Avrebbe fatto carriera anche come dirigente; era infatti di quel genere di persone per le quali gli altri sono disposti a buttarsi nel fuoco e nell'acqua, a far qualunque cosa pur di strappargli un sorriso di approvazione, un complimento. Le sue idee erano quelle di tutti noi. Il suo humour fu adottato da tutti noi. E lui era convinto che solo in terra d'Israele gli ebrei sarebbero guariti dai loro disturbi mentali e avrebbero potuto dimostrare a sé stessi e al mondo che hanno buone qualità. Oltre a lui avevamo altri fantastici professori: c'era Menachem Gelerter che ci insegnava la Bibbia come se lui fosse stato presente in quei luoghi e in quei momenti. Lui ci faceva anche letteratura ebraica e letteratura degli altri popoli, ricordo che un giorno in classe ci dimostrò, testi alla mano, che Bialik non aveva nulla da invidiare a Mitzkiewitz, il poeta nazionale polacco. Menachem Gelerter ogni settimana ci portava in gita in terra d'Israele: una volta in Galilea, un'altra nei villaggi di Giudea, una volta nella Valle di Gerico, o per le strade di Tel Aviv. Portava carte e fotografie, ritagli di giornale e brani di poesie e testi, pagine della Bibbia e di geografia, storia, archeologia, così che poi sentivi una piacevole fiacchezza, come se davvero fossi stata lì non solo con i pensieri ma proprio con le gambe, a camminare sotto il sole e nella polvere, fra gli alberi di agrumi e la capanna nella vigna, fra i cespugli di fichi d'India e le tende dei pionieri. E così, sono arrivata in terra d'Israele molto prima di arrivarci.
27. A Rovno Fania aveva un amico, un corteggiatore, un laureato, un ragazzo delicato e profondo, si chiamava Tarla, o Tarlo. Esisteva una piccola lega di studenti sionisti, di cui faceva parte tua madre, Tarlo, mia sorella Haya, Esterika Ben Meir, Fania Weissman, e forse anche Fania Sonder, Lilia Kalisch che poi prese il nome di Lilia Bar Samka, e altri ancora. Haya ne divenne naturalmente il capo, finché non andò a studiare a Praga. Si riunivano e facevano ogni sorta di progetti su come avrebbero vissuto in terra d'Israele, come avrebbero lavorato allo sviluppo della vita artistica e culturale, come avrebbero mantenuto laggiù i legami nati qui a Rovno. Dopo che le ragazze ebbero lasciato la cittadina, chi per andare a studiare a Praga e chi immigrata in Israele, Tarlo iniziò a corteggiare me. Ogni sera mi aspettava all'ingresso dell'ospedale militare polacco. Uscivo con l'abito verde e il cappellino bianco, andavamo a spasso in via Ceceyego Maya, in via Topoleva che poi divenne via Pildulsky, nel giardino del castello, nel boschetto Gravni, e qualche volta verso il fiume Ostia, al quartiere antico, intorno alla fortezza dove c'erano la grande sinagoga e la cattedrale. Fra noi non ci furono mai altro che discorsi. Al massimo, forse, due o tre volte ci siamo tenuti per mano. Perché? Mi è difficile spiegarti, perché comunque non lo potreste capire, voi. E forse ci prendereste persino in giro: a quell'epoca ci pendeva sul capo un pudore tremendo. Eravamo sepolti sotto una montagna di vergogna e timori. Quel Tarlo, era un grande rivoluzionario a parole, ma arrossiva sempre per tutto: se per caso gli capitava di dire la parola "donne", "allattare", "gonna" o anche solo "gambe", diventava paonazzo fino alle orecchie, come per una emorragia, e cominciava a scusarsi e a balbettare. Con me parlava
sempre e solo di tecnologia e scienza, e se queste avrebbero portato il bene all'umanità. O forse il male? O l'uno e l'altro? Parlava con tale fervore del futuro, sosteneva che presto non ci sarebbero più state né la povertà né l'ingiustizia, e nemmeno le malattie, nemmeno la morte. Era un po' comunista, ma questo non gli fu di grande aiuto: quando nel '41 arrivò Stalin, lo presero e sparì. Di tutta la Rovno ebraica non è rimasto più quasi nessuno - solo quelli che sono arrivati qui in tempo, e quei pochi scappati in America, e quelli riusciti chissà come a passare indenni fra le pugnalate dei bolscevichi. Tutti gli altri li hanno uccisi i tedeschi, a parte quelli che ha assassinato Stalin. No, non avrei voglia di tornare a vedere: perché mai? Per avere di nuovo, da laggiù, nostalgia della terra d'Israele che anche quella ormai non esiste più, e forse non è mai esistita se non nei nostri sogni giovanili? Per piangere in lutto? Per questo non ho affatto bisogno di muovermi da via Wiesel e nemmeno di uscire di casa. Me ne sto qui seduta in poltrona a dolermi, per qualche ora ogni giorno, sai. O guardo dalla finestra, e faccio lo stesso. No, non piango su quel che esisteva e ora non esiste più, piango per quel che non è mai esistito. Dunque, di Tarlo non ho nulla da rimpiangere, sono passati quasi settant'anni, oggi ormai sarebbe comunque morto, vuoi per Stalin vuoi per quel che c'è qui, per la guerra o un attentato, e se non per la guerra, magari di cancro o diabete. No! Ormai piango solo per quel che non è mai stato. Solo per le belle immagini che disegnavamo a nostro uso e che ormai si sono cancellate. A Trieste mi sono imbarcata su un cargo rumeno, "Constanza" si chiamava, e ricordo che malgrado non fossi religiosa non volevo mangiare maiale - non per via di Dio, che in fondo il maiale l'aveva creato lui, senza disgusto, e quando si sgozza un maialino, lui urla e implora con la voce di un bambino seviziato, in fondo Dio vede e ascolta ogni minimo rumore, e ha pietà del maiale seviziato più o meno come ha pietà degli uomini. Gli vuole bene più o meno come ne vuole ai suoi rabbini e chasidim che rispettano tutti i precetti e lo adorano per tutta la vita. Non per Dio, solo perché non mi andava, insomma, proprio mentre stavo arrivando in terra d'Israele, non mi andava di mangiare maiale affumicato e maiale salato e salsicce di maiale sulla nave. E così per tutto il viaggio ho mangiato del magnifico pane bianco, un pane fine e saporito. La notte andavo a dormire sotto il ponte di terza classe, nel dormitorio vicino a una ragazza greca con una bambina che avrà avuto sì e no sei settimane. Ogni sera cullavamo la bambina dentro una cesta, perché si calmasse e si
addormentasse. Non parlavamo perché non avevamo nessuna lingua in comune, e forse proprio per questo io e quella ragazza ci siamo salutate con grande affetto. Mi ricordo persino che mi passò per la testa un pensiero, a un certo punto: insomma, che ci vado a fare in terra d'Israele? Solo per vivere fra ebrei? Insomma, quella ragazza greca che forse nemmeno sapeva che cos'era un ebreo, non la sentivo forse più vicina di tutto il popolo ebraico? Tutto il popolo ebraico mi parve in quel momento come una massa laida che cercava di attirarmi e farmi entrare dentro le sue viscere, che mi avrebbero digerito con i suoi succhi gastrici, e così mi dissi, Sonia, è davvero questo quello che vuoi? E' interessante il fatto che a Rovno non abbia mai avuto questa paura, di andare a farmi digerire dai succhi gastrici del popolo ebraico. E nemmeno in Israele mi è più tornata, quella paura. Solo allora, per un momento, sulla nave, in viaggio, con la neonata greca addormentata in braccio che la sentivo attraverso il vestito, mi sembrava proprio carne della mia carne, malgrado non fosse ebrea, malgrado il perfido Antioco, il re greco che ci aveva tanto perseguitati, e malgrado quella canzone niente affatto bella, "Maoz Tzur", che forse sarebbe meglio non pensare a quelle sue parole un po' naziste. Forse non si dovrebbe dire "naziste", ma comunque parole niente affatto belle. Una mattina presto, posso dirti esattamente data e ora, tre giorni prima della fine del '38, mercoledì ventotto dicembre del 1938, un po' dopo la festa di Channukah, era una giornata tersa, quasi senza nuvole. Alle sei del mattino mi ero già infilata un maglione caldo e un soprabito, ero salita sul ponte a guardare la linea grigia di nuvole all'orizzonte. Ero rimasta forse un'ora a guardare, scorgendo solo qualche gabbiano, quand'ecco che d'un tratto, quasi di colpo, da sopra la linea delle nuvole, apparve un sole invernale, e sotto spuntò invece la città di Tel Aviv: una fila dopo l'altra di case squadrate, bianche, così diverse da quelle tanto di città quanto di campagna in Polonia e Ucraina, così diverse da Rovno e Varsavia e Trieste, ma così somiglianti a quelle nelle immagini appese in ogni classe del Tarbut, dall'asilo fino al liceo, e anche ai disegni e alle fotografie che il professor Menachem Gelerter ci mostrava. Insomma, ero sorpresa, ma anche non sorpresa. Non riesco a descrivere la gioia che di colpo mi prese in gola, d'un tratto avevo solo voglia di urlare e cantare: è mio! E' tutto mio! E' davvero tutto mio! Strano, mai prima nella vita, né in casa né nel nostro frutteto, né al mulino, mai ho avuto una sensazione così forte di tale
profonda appartenenza, la gioia del possesso, spero che tu capisca quel che intendo dire. Mai in vita mia, né prima di quella mattina né dopo di allora, mai ho più provato una felicità come quella: ecco, finalmente questo significa "andare a casa", ecco finalmente qui potrò chiudere le tende e dimenticarmi dei vicini e fare solo quello che mi pare. Qui non dovrò essere cortese né vergognarmi di nessuno, non dovrò preoccuparmi di quello che penseranno di noi i contadini e di quello che diranno i preti e di quello che proveranno per noi gli intellettuali, non dovrò sforzarmi di dare una buona impressione ai gentili. Nemmeno quando comprammo la nostra prima casa a Holon, o questa in via Wiesel, nemmeno in quei momenti ho sentito così forte il senso di essere padrona di casa. E invece mi prese allora che erano forse le sette del mattino, di fronte a una città in cui non avevo mai messo piede, a una terra che non avevo mai calcato, a delle strane case bianche quali non avevo mai visto in tutta la mia vita! Forse non capisci bene quello che intendo, vero? Ti sembra un po' ridicolo? O stupido? No? Alle undici di quel mattino scendemmo con le valigie su una pilotina, e il marinaio era una specie di ucraino grande, grosso e peloso, tutto sudato, un po' spaventoso, ma nel momento in cui gli dissi grazie in ucraino e gli diedi una moneta di mancia, lui rise e mi disse in un ebraico perfetto, "bubele", bambola, ma che fai, non è proprio il caso, e se invece mi dessi un bacetto? *** Era una bella giornata, un po' fredda, ricordo prima di ogni altra cosa un odore piuttosto buono, un po' inebriante, di catrame bollente, e dentro il fumo denso delle botti di catrame - evidente mente stavano asfaltando uno spiazzo o una banchina - da dentro quel fumo nero sbucò tutt'a un tratto la faccia ridente di mia mamma e dietro di lei c'era "pape" con le lacrime agli occhi, e poi mia sorella Haya con suo marito, con Tzvi, che non conoscevo ancora ma che a prima vista mi fece balenare questo pensiero: perbacco, che fusto si è trovata! Bello, e anche buono e sorridente! E solo dopo aver baciato e abbracciato tutti mi accorsi che c'era anche mia sorella Fania, la tua mamma. Si teneva un po' in disparte, un po' discosta dalle botti fumanti, con indosso una gonna lunga e un maglione blu, stava lì in silenzio ad aspettare di baciarmi e abbracciarmi, ma dopo tutti gli altri. Insomma, mi resi subito conto che, mentre mia sorella Haya qui era fiorita, era esuberante, aveva le guance rosate, un'aria fiera e sicura, Fania
non sembrava stare troppo bene: mi parve piuttosto pallida e più taciturna del solito. Era venuta apposta da Gerusalemme ad accogliermi, si scusò a nome di Arieh, suo marito, tuo padre, il quale non aveva potuto prendersi un giorno di libertà, e mi invitò a venire a Gerusalemme. Solo dopo un quarto d'ora, forse mezz'ora, mi accorsi che le pesava stare tanto tempo in piedi. Prima che lei stessa o qualcuno della famiglia me lo dicesse, scoprii da sola che mal sopportava la sua gravidanza, cioè, te. Era forse solo al terzo mese, ma le guance sembravano leggermente scavate, aveva le labbra bianche e la fronte come incupita. Non che avesse perso la sua bellezza, anzi, piuttosto da allora restò come coperta da un velo grigio, che lei non tolse più sino alla fine. Haya era sempre stata la più solare e brillante fra noi tre, era interessante, affascinante, simpatica, ma a ben guardare, con il giusto spirito di osservazione, si capiva che fra di noi la più bella era Fania. Io? Io non ero presa in considerazione: sono sempre solo stata la piccoletta scemotta. Penso che nostra madre ammirasse Haya più di tutte e andasse fiera di lei, d'altro canto "pape" riusciva quasi a nascondere la verità, e cioè che aveva un debole per Fania. Io non ero la pupilla né di mio padre né di mia madre, forse solo di mio nonno Efraim, e tuttavia volevo un gran bene a tutti: non ero gelosa né rancorosa. Forse proprio chi riceve meno amore, se non è geloso né pieno di rancore, riesce ad attingere dentro di sé più amore? No? Non sono così convinta di quello che ho appena detto, sai. Forse è solo una fandonia, una storia che racconto a me stessa prima di dormire. Forse ognuno racconta a sé stesso qualche frottola prima di dormire, per stare un po' meno male. Tua mamma mi abbracciò e mi disse Sonia, che bello che sei arrivata, che bello che siamo di nuovo tutti insieme, dovremo aiutarci tanto l'uno con l'altro e soprattutto i nostri genitori, loro dobbiamo sostenere, qui. La casa di Haya e Tzvi si trovava a circa un quarto d'ora dal porto, e Tzvi, eroicamente, portò quasi da solo il mio bagaglio. Per strada trovammo alcuni muratori intenti a costruire un grande edificio, era il magistero che ancora adesso sta in via Ben Yehudah, un po' prima dell'angolo con viale Nordau. Quei muratori sulle prime mi sembrarono delle specie di zingari o turchi, ma Haya disse che erano degli ebrei abbronzati. Di ebrei così io proprio non ne avevo mai visti, a parte nelle illustrazioni. Allora mi venne da piangere - un po' perché quella gente era così robusta e allegra, ma anche perché fra loro notai due o tre bambini piccoli, avranno avuto dodici anni al massimo. Avevano appesa alle spalle
una specie di scala di legno con sopra un mucchio di mattoni pesanti. Di fronte a quella scena, piansi un poco. L'appartamentino di Haya e Tzvi si trovava in via Ben Yehudah, presso via Jabotinsky, lì ci aspettava Ygal con una vicina che nel frattempo aveva badato a lui. Allora avrà avuto sei mesi, era un bambino sveglio e ridanciano come suo papà, io prima di tutto mi lavai le mani, presi un panno e me lo tesi sul petto, solo dopo presi Ygal e lo abbracciai, e in quel momento non sentii affatto la voglia di piangere, ma nemmeno una gioia sfrenata come sulla nave, sentii solo come una salda conferma che mi veniva da dentro, dal profondo di me stessa, come dire, dal fondo del pozzo, la conferma che era un gran bene che tutti noi ora fossimo qui e non nella casa di via Dubinska. E pensai anche che era un peccato davvero che quel marinaio sfacciato non avesse avuto da me il bacetto che voleva. Come mai, quella associazione? Ancora oggi non lo so, ma in quel momento mi sentivo così. La sera Tzvi e Fania mi portarono a vedere un po' Tel Aviv, cioè andammo in via Allenby e viale Rothschild, visto che via Ben Yehudah non era ancora considerata proprio la vera Tel Aviv - la zona nord di via Ben Yehudah era a quel tempo periferia. Ricordo come tutto mi sembrasse pulito e bello a prima vista, la sera, con le panchine e i lampioni e tutti i cartelli in ebraico: come se tutta Tel Aviv fosse solo una bella ricostruzione in mostra nel cortile del liceo Tarbut. Era fine dicembre del '38, e da allora non sono mai più uscita dalla terra d'Israele, a parte forse con i pensieri. E ormai non ne uscirò mai più. E non perché la terra d'Israele sia così meravigliosa, sia chissà che cosa, ma perché ormai penso che ogni viaggio non sia che una grande insulsaggine: l'unico viaggio da cui non si torna mai a mani vuote è quello dentro noi stessi. Dentro non ci sono confini né dazi, si può arrivare fino alle stelle più remote. O visitare posti che ormai non ci sono più, andare a trovare persone scomparse. Persino entrare in luoghi che non sono mai esistiti, e forse non potrebbero esistere, ma lì sto bene. O almeno, non male. E tu? Ti preparo in quattro e quattr'otto due uova fritte di qua e di là? Con qualche fetta di pomodoro e formaggio e un po' di pane? O con un avocado, che ne dici? No? Sei di nuovo di corsa? Non prendi, almeno, un'altra tazza di tè? ***
All'università sul Monte Scopus, o forse in una delle stanze anguste del quartiere di Kerem Abraham, di via Gheulla, di Akwah, in cui a quei tempi si assiepavano studenti e studentesse male in arnese, a due a due, tre a tre per stanza, Fania Mussman conobbe Yehudah Arich Klausner. Era il '35, forse il '36. So che mia madre a quel tempo abitava in una camera in affitto in via Sofonia 42 con due sue amiche di Rovno, anche loro studentesse, Esterika Wiener e Fania Weissman. So che in molti la corteggiavano. E infatti un po' qua e un po' là, così si è espressa Esterika Wiener, aveva dei flirt più o meno importanti. Quanto a mio padre, così mi è stato raccontato, era ansioso di compagnia femminile, parlava molto, era brillante a parole, scherzava, attirava l'attenzione e a volte fors'anche un briciolo di scherno. "L'enciclopedia ambulante" lo avevano soprannominato i compagni. Se qualcuno aveva bisogno di sapere, e anche se non ce n'era proprio bisogno, lui amava impressionare tutti sfoderando il nome del presidente della Finlandia, o come si dice "torre" in sanscrito, o dove la nafta è menzionata nel Talmud. Gli studenti che trovava simpatici li aiutava con slancio e allegria a scrivere le loro tesi, la sera andava a spasso con le ragazze nei vicoli del quartiere Meah Shearim e per i sentieri di Sanhedria, comprava loro la gazzosa, partecipava alle gite ai luoghi santi e agli scavi archeologici, adorava prendere parte alle diatribe intellettuali, leggere ad alta voce con trasporto, le poesie di Mitzkiewitz o Tchernichovskij. Ma tutto lascia supporre che i suoi rapporti con le ragazze non andassero quasi mai oltre le discussioni dotte e le passeggiate serali: insomma, loro trovavano in lui un fascino esclusivamente teoretico. E in fondo, in questo, il suo destino non era diverso da quello di gran parte dei ragazzi di oggi. Non so come e quando i miei genitori si siano avvicinati l'uno all'altra, e nemmeno so se prima che io li conoscessi ci fosse ancora dell'amore fra loro. Si sposarono un giorno all'inizio del 1938 sul tetto degli uffici rabbinici in via Giaffa, lui in abito nero con sottili righe bianche, cravatta e fazzoletto bianco nel taschino sul petto, lei in abito bianco lungo che metteva in risalto la sua carnagione scura e i bei capelli neri. Fania si trasferì con le sue poche cose dalla stanza per studenti in via Sofonia che divideva con le amiche a quella di Arieh nella casa della famiglia Zarchi, in via Amos. Qualche mese dopo, mia madre era già incinta, i due traslocarono in uno stabile più o meno lì di fronte, in un appartamento al piano terra, anzi per
metà sotto terra, composto da due stanzette. Lì nacque il loro unico figlio. A volte mio padre scherzava nel suo modo anemico dicendo che in quegli anni il mondo non era affatto un posto adatto per farci nascere un bambino (mio padre usava molto la parola "affatto", e anche "nondimeno", "invero", "in un certo senso", "inequivocabilmente", "prontamente", "d'altro canto", "onta"). Forse dicendo che il mondo non era adatto ai bambini intendeva implicitamente rimproverarmi per essere nato inopinatamente e in modo irresponsabile, venendo meno alle loro intenzioni e aspettative, per essere nato "affatto" prima che lui ottenesse quel che sperava di ottenere nella sua vita, e per colpa del mio essere venuto al mondo, lui aveva fatto tardi per poter arrivare a destinazione... chissà? Forse invece non intendeva dire nulla di tutto ciò, solo sfoggiare un po' di sapienza come suo solito: spesso mio padre faceva una battuta solo perché il silenzio non calasse sulla stanza. Ogni silenzio gli sembrava sempre rivolto contro di lui. O come se lui ne fosse il colpevole.
28 Che cosa mangiavano gli ashkenaziti poveri a Gerusalemme negli anni quaranta? A casa nostra: pane nero con anelli di cipolla e mezze olive e a volte anche pasta d'acciughe; pesce affumicato e pesce sotto sale che risalivano entrambi dagli abissi di botti olezzanti in un angolo del negozio del signor Auster; in occasioni particolari arrivavano in tavola sardine, che da noi erano considerate una prelibatezza. Mangiavamo zucchine e zucca e melanzane stufate, melanzane fritte, e anche una purea di melanzane intrisa di olio, spicchi d'aglio e cipolla tritati. La mattina c'era pane nero con marmellata e, qualche volta, pane nero con il formaggio (quando arrivai a Parigi per la prima volta in vita mia, direttamente dal kibbutz Hulda - era il 1969 -, i miei gentili ospiti scoprirono che a Gerusalemme esistevano solo due tipi di formaggio: quello bianco e quello giallo). La mattina mi davano il più delle volte una pappa di Quacker che sapeva di colla, e quando dichiarai sciopero iniziò ad arrivare al suo posto una pappa di semolino sulla quale spargevano apposta per me una presa bruna di polvere di cannella. Mia madre beveva una tazza di tè al limone, qualche volta ci bagnava un biscotto scuro di marca Frumin. Mio padre la mattina prendeva una fetta di pane nero con una confettura gialla e appiccicosa, mezzo uovo sodo (che da noi era chiamato "uovo lesso"), delle olive, qualche fettina di pomodoro, peperone e cetriolo spellato e anche il latticino fresco della Tenuva che arrivava dentro delle boccette di vetro. Mio padre si svegliava sempre presto, un'ora o un'ora e mezzo prima di me e mia madre: alle cinque e mezzo del mattino già stava davanti allo specchio in bagno, a mescolare e infoltire con una spazzola la neve sopra le guance; si radeva e cantava sottovoce alla patria steccando da far venire i
brividi. Dopo la barba prendeva da solo una tazza di tè in cucina e leggeva il giornale. Nella stagione degli agrumi spremeva ogni mattina qualche arancia con un piccolo aggeggio manuale e serviva a me e a mia madre a letto un bicchiere di succo. E visto che la stagione degli agrumi è l'inverno, visto che a quei tempi eravamo convinti che una bevanda fredda in una giornata fredda potesse procurare un raffreddore, mio padre si premurava di accendere il fornellino ancora prima di spremere la frutta, metteva a scaldare una pentola d'acqua e quando questa era prossima a bollire, lui intiepidiva i due bicchieri di succo immergendoli dentro la pentola, mescolando bene il contenuto con un cucchiaino affinché il succo vicino ai bordi del bicchiere non fosse più caldo di quello in mezzo. E così, rasato, vestito e incravattato, con il grembiule a scacchi legato intorno ai fianchi sopra il modesto vestito, svegliava mia madre (nella biblioteca) e me (nello stanzino in fondo al corridoio) porgendo a ognuno di noi una spremuta d'arancia riscaldata. Bevevo quel succo tiepido come fosse stata una medicina da ingollare, con mio padre lì in piedi accanto a me, il grembiule a scacchi, la cravatta tenue, l'abito liso sui gomiti, in attesa che gli restituissi il bicchiere vuoto. Mentre bevevo, papà andava in cerca di qualche cosa da dire: si sentiva sempre colpevole di ogni silenzio. E così, faceva una delle sue rime per niente spiritose: "Beve il mio bambino/il succo del mattino/il babbo suo aspetta/senza alcuna fretta" oppure: "Bevi ogni giorno un succo gustoso/e diventi un soldato coraggioso". E persino: "Ogni sorso/ogni sorso/ben fa al corpo/dell'anima è risorso". A volte, se era di umore meno lirico e più discorsivo: "Gli agrumi sono l'orgoglio della nostra terra! In tutto il mondo oggigiorno si apprezzano le arance di Giaffa! Fra l'altro, il nome Giaffa, come il nome iefet, è stato ricavato con tutta probabilità dalla parola yofi ('bellezza'), una parola questa molto antica, che ha la sua origine nell'assiro fayab, in arabo diventa wafi e in amarico - mi pare - tawafa. E adesso, mio bel bellimbusto", e sorrideva soddisfatto per quel gioco di parole venutogli in mente, "adesso, mia bellezza, finisci per bene il succo e abbi la bontà di riportare il bicchiere in cucina". Quelle arguzie e quei giochi di parole, che lui chiamava calambours o "la lingua casca sulla lingua", risvegliavano sempre in mio padre una certa qual allegria scherzosa, cordiale: era convinto che avessero la capacità di
disperdere ogni malumore e ogni ansia, e di infondere tutt'intorno una piacevole serenità. Se mia madre, ad esempio, diceva che il vicino, il signor Lemberg, era stato dimesso il giorno prima dall'ospedale Hadassah sul Monte Scopus eppure sembrava ancora più consumato di quanto non fosse prima del ricovero (si diceva che avesse infatti un male incurabile), allora papà sospirava e sentenziava qualcosa a proposito della somiglianza in ebraico fra le parole "incurabile" e "umano", citava un versetto di Geremia: "Il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, è incurabile. Chi lo può conoscere" e dei Salmi: "Come l'erba sono i giorni dell'uomo". Mamma restava di stucco, come è possibile che ogni cosa, persino la grave malattia del signor Lemberg, susciti in lui questo impulso di saccenteria infantile? Davvero considerava la vita come una specie di festa di classe o riunione di scapoli, con giochi di parole e facezie? Papà soppesava quel rimbrotto, rimuginava, si scusava per la battuta (che soleva chiamare "arguzia"), l'aveva fatta solo con le migliori intenzioni, e in fondo che giovamento ne avrebbe tratto il signor Lemberg qualora noi avessimo cominciato a piangerlo mentre era ancora vivo? Mamma diceva: anche quando hai le migliori intenzioni, riesci comunque a farlo con cattivo gusto: risulti o borioso o ossequioso, in entrambi i casi sempre saputello. E con ciò passavano a parlare in russo, a voce bassa, ciornicioviesca. *** A mezzogiorno, al mio ritorno dall'asilo della signora Penina, mia madre battagliava con me, al prezzo di implorazioni e storie di principesse e demoni, nel tentativo di distrarmi e farmi così mandare giù qualche boccone di zucca liquidosa o zucchini flaccidi (che noi chiamavamo con il nome arabo, "kusa"), delle polpette di pane mischiato a un po' di carne macinata (la preponderanza di pane di queste polpette era occultata dietro un mascheramento d'aglio). Capitava che mi si costringesse, con lacrime di disgusto e collera, a mangiare anche polpette di spinaci e spinaci verdi e barbabietole e minestra acida di barbabietola e cavolo acido e carote crude e cotte. A volte ero condannato ad attraversare deserti di grano cotto e spelta, macinare insulse montagne di cavolfiore bollito e svariate qualità di sconfortanti legumi quali fagioli e piselli e fave e lenticchie. D'estate papà preparava un'insalata tagliata sottile di pomodori cetrioli peperone cipollino e prezzemolo, conditi con olio della ditta Izhar.
Di rado spuntava, in aria di ospite d'onore, anche una fettina di pollo affondata nel riso o deposta sopra un banco di purea di patate, alberi e vele ornati di prezzemolo e intorno al ponte un sottile drappello di carote e zucchini, nemici del rachitismo. Due cetrioli in salamoia facevano da scorta a questa cacciatorpediniera, e chi riusciva ad annientarla avrebbe avuto come premio di consolazione un pudding rosa fatto con polvere o una gelatina gialla fatta con la polvere di "jelly", che da noi si chiamava con il nome francese di "gelée", un nome molto vicino a Jules Verne e al sottomarino misterioso Nautilus comandato dal capitano Nemo che, disperando dell'umanità intera, si era ritirato nel suo misterioso regno sotto l'oceano e presto, se finisco di mangiare, mi unirò a lui. Per il Sabato e le feste mamma già a metà settimana comprava una carpa. La carpa imprigionata nuotava tutto il giorno avanti e indietro nella vasca da bagno, da un bordo all'altro, cercando instancabilmente un qualche varco segreto che portasse di lì ad acque profonde. Le davo da mangiare delle briciole di pane. Papà mi aveva insegnato che nella lingua segreta, solo fra noi, quel pesce si chiamava "nun". Io facevo quasi subito amicizia con Nuni: già di lontano quello riconosceva i miei passi e mi veniva incontro raggiante a un bordo della vasca, sporgendo fuori dall'acqua una bocca che mi ricordava cose cui era meglio non pensare. Più di una volta mi alzai di notte e nel buio andai a controllare se il mio amico dormiva lì nell'acqua fredda: la cosa mi pareva molto strana e in contrasto con le leggi della natura, e chi mi assicurava che allo spegnersi delle luci il lavoro giornaliero di Nuni non terminasse e il pesce non se ne uscisse strisciando pian piano a carponi fuori dalla vasca fin dentro la cesta della biancheria, per raggomitolarsi e dormire sino al mattino nel grembo caldo di asciugamani e biancheria di flanella, e solo all'alba non tornasse in silenzio dentro la vasca, a fare il suo dovere acquatico? Un giorno ch'ero rimasto solo in casa, decisi di arricchire la vita della carpa annoiata di turno con isole, stretti, promontori e banchi di sabbia ricavati con diversi utensili di cucina che affondai dentro la vasca. Paziente e tutto d'un pezzo come il capitano Achab, braccai a lungo, con l'aiuto di un ramaiolo, il mio Moby Dick, che peraltro riusciva a scivolare e sgusciare via da me nelle tane che io stesso avevo disposto per lui sul fondo marino. Poi per un attimo sfiorai le squame taglienti, fredde, rabbrividendo di disgusto e paura, e feci un'altra scoperta sconcertante: già, fino a quel mattino ero sicuro che le cose vive dal pulcino a un bimbo a un gatto - fossero anche necessariamente morbide
e calde, mentre solo quel che era morto gelava e diventava freddo e rigido. Ecco invece il paradosso della carpa, fredda e dura eppure viva, umida, liscia e oleosa, cartilaginosa e squamosa, branchiosa, lì a contorcersi e dibattersi con vigore, rigida e fredda tra le mie dita, e quel paradosso fu come una puntura, un panico improvvisi: liberai precipitosamente la mia preda e corsi a lavare insaponare strofinare tre volte la mano. Con ciò, finì la mia partita di caccia. Invece di inseguire Nuni provai a lungo a guardare anch'io il mondo con gli occhi rotondi e fissi del pesce, senza palpebre senza ciglia e senza movimento. E così mi colsero papà, mamma e lo scotto da pagare, quando al loro ritorno a casa arrivarono sino in bagno senza che io me ne accorgessi e mi trovarono seduto, o meglio pietrificato in postura buddhista sulla tazza del gabinetto, la bocca appena aperta, una specie di rigore di morte stampato sulla faccia e due occhi vitrei fissi davanti a loro, senza un cenno, come due perline. Subito dopo scoprirono dentro la vasca gli oggetti che il bambino ammattito aveva depositato sul fondo del Mar Carpione, a mo' di arcipelago o fortificazioni subacquee di Pearl Harbor. "Sua altezza," commentò tristemente papà, "sarà costretta anche questa volta a portare le conseguenze di ciò che ha fatto. Mi dispiace." *** La sera dello Shabbat vennero nonno e nonna, venne anche Lilienka, amica di mamma, con il suo paffuto marito, il signor Bar Samka che aveva il viso coperto da una barba grigia, spessa e riccioluta come quelle spazzolette di ferro che servono per pulire le pentole. Aveva anche delle orecchie strane, diverse fra loro per misura: sembrava un cane da pastore quando ne drizza una e tiene bassa la compagna (perciò storpiavo apposta il suo nome, lo chiamavo Bar Mar Samka invece di Mar, "signor", Bar Samka, sulle orme di papà che una volta o due scherzando l'aveva chiamato, ma non in sua presenza, Mar Bar-Bar-Hana). Dopo un brodo di pollo con delle palline di farina di azzime, mamma portò inopinatamente in tavola il cadavere del mio Nuni, tutto intero dalla testa alla coda eppure tranciato per la larghezza con degli impietosi solchi di coltello, sette fette filate, decorate come la salma di un re sopra il carro funebre, diretto al Pantheon. La regale carcassa galleggiava dentro un ricco sugo color crema, sopra un giaciglio di candido riso, attorniata da prugne cotte e rondelle di carota, cosparsa di bricioline verdi ornamentali. Ma lo
sguardo di quell'occhio sbarrato, implacabile, fissava tutti i suoi assassini con un biasimo affranto e gelido, in un ultimo grido d'agonia. Quando i miei occhi incontrarono quello sguardo terrificante, nazista traditore assassino mi gridava quell'occhio perforante, iniziai a piangere sommessamente, la testa china sul petto, facendo di tutto per non essere notato. Ma Lilienka, amica e confidente di mia madre, un'anima di maestra d'asilo in un corpo di bambola di porcellana, si spaventò e prese a occuparsi di me: dapprima mi toccò la fronte e decretò, no, non ha febbre. Poi mi accarezzò avanti e indietro il braccio, dicendo: però sì effettivamente ha i brividi. In seguito si chinò verso di me al punto che il suo fiato mi soffocava il respiro, e disse: dev'essere qualcosa di psicologico, non fisico. E con ciò si rivolse ai miei genitori e osservò con compiacimento che lei effettivamente l'aveva detto già tempo fa che questo bambino, proprio come tutti gli artisti in nuce, vulnerabili, confusi, emotivi, questo bambino evidentemente si stava avviando verso l'età della crescita molto prima degli altri, e la cosa migliore era comunque lasciarlo in pace. Papà ci pensò un po' su, valutò, e sentenziò: "Sì. Ma prima di tutto mangia il pesce per piacere. Come tutti". "No." "No? Perché no? Che cosa è successo? Vostra altezza ha per caso intenzione di licenziare la sua squadra di cuochi?" "Non posso." A questo punto Barmarsamka, traboccante di bontà e voglia di conciliazione, non si trattenne più e iniziò a pregarmi con una voce esilissima, dolce dolce: "E se ne mangiassi almeno un pochettino? Solo un boccone, simbolico, eh? Per tua mamma e tuo papà, per onorare lo Shabbat?". Ma Lilienka, sua moglie, figura spirituale e piena di sentimento, accorse in mia difesa: "Che senso ha costringerlo! Insomma, ha un blocco psicologico!". *** Leah Bar Samka, cioè Lilienka, Lilia Kalisch, (Ho cambiato alcuni nomi, per diverse ragioni. [N.d.A.]) fu di casa da noi per tutta la mia infanzia a Gerusalemme: era una donna piccola, triste, pallida, fragile e dalle spalle cascanti. Per molti anni aveva fatto la maestra e l'educatrice in una scuola elementare, aveva anche scritto due interessanti saggi sulla psiche del bambino. Da dietro, Lilienka sembrava una bambina di dodici anni. Lei e mia madre conversavano per ore, sedute sulle seggioline di paglia della cucina o su due sedie che portavano fuori in un angolo del
cortile, a confabulare quando non a chinarsi insieme sopra a un libro aperto o un album illustrato, che tenevano con una mano vicina all'altra. Quasi sempre Lilienka veniva mentre mio padre era al lavoro: credo che fra lui e lei regnasse quella reciproca, cortese e ben dissimulata antipatia, comune fra i mariti e la migliore amica delle mogli. Se andavo da mia madre e Lilienka durante quelle loro confidenze, tutte e due tacevano di colpo e tornavano alla loro conversazione solo quando ero ormai fuori portata d'orecchio. Lilia Bar Samka mi accoglieva a volte con il suo sorriso malinconico, comprensivo, indulgente, sensibile, ma mia madre mi invitava a sbrigarmi se avevo da dire qualcosa e poi lasciarle sole. Condividevano un mare di segreti. Una volta Lilienka arrivò che i miei genitori non erano in casa, mi guardò a lungo con comprensione e tristezza, scosse il capo su e giù come per concordare pienamente con sé stessa, e dichiarò più o meno così: lei davvero, proprio sul serio, era tanto affezionata a me sin da quando ero piccino, e s'interessava molto a me. Non come s'interessano gli adulti tanto per dire, come quelli che ti chiedono se sei bravo a scuola, se ti piace giocare a pallone, se fai ancora la collezione di francobolli, e che cosa vuoi fare da grande e altre banalità da vecchio zio. Macché! Lei si interessava ai miei pensieri! Ai miei sogni! Alla mia vita spirituale! Perché lei mi considerava davvero un bambino così speciale nel suo genere, così originale! Un'anima da artista in nuce! E così avrebbe avuto voglia di provare una volta - non necessariamente adesso - ad affrontare l'aspetto più interiore e più delicato della mia giovane personalità (avevo più o meno dieci anni): ad esempio, che cosa penso quando sono solo? Che cosa accade nel segreto della mia fantasia? Che cosa mi rallegra e che cosa mi rattrista, sinceramente? Che cosa mi entusiasma? Che cosa mi spaventa? Che cosa mi ispira repulsione? Che tipo di paesaggio mi attrae? Ho mai sentito parlare di Janusz Korzack? Ho già letto il libro "Il mago Yotam"? Ho già qualche pensiero inconfessabile sul gentil sesso? Insomma, lei avrebbe tanto desiderato, come si dice, farmi da confidente, da corrispondente, malgrado la differenza di età eccetera eccetera... Ero un bambino ossessionato dalle buone maniere. Alla sua prima domanda, su che cosa pensavo, risposi con educazione: ogni tipo di cose. Alla raffica di domande su cosa entusiasma spaventa eccetera, risposi con questa frase: nulla di particolare. Mentre alla sua proposta amichevole replicai con belle maniere: "Grazie zia Lilia, è molto bello da parte tua". "Se
un giorno senti il bisogno di parlare di qualunque cosa di cui t'imbarazza parlare con i genitori, non esitare, d'accordo? Vieni da me, e mi racconti, d'accordo? E io ovviamente manterrò il segreto, sai? Potremo confidarci fra di noi, d'accordo?" "Grazie." "Cose per le quali non hai nessuno con cui parlare, va bene? Pensieri per i quali ti senti un po' solo, d'accordo?" "Grazie. Grazie davvero. Vuoi una tazza di tè? Mamma tornerà fra poco. E' giù alla farmacia Heinemann. O nel frattempo vuoi leggere il giornale, zia Lilia? Vuoi un po' di ventilatore?"
29. Una ventina d'anni dopo, il 28 luglio 1971, qualche settimana dopo la pubblicazione del mio libro, "Fino a morte", ricevetti una lettera da questa amica di mia madre, che allora era ormai sulla sessantina: "...sento di non essermi comportata come si deve con te, da dopo la morte di tuo padre, sia benedetta la sua memoria. Sono in preda a una grande angoscia e non riesco a fare nulla. Mi sono rinchiusa in casa (il nostro appartamento fa spavento... non ho più nessuno slancio a cambiare alcunché) e ho paura a uscire - nel vero senso dell'espressione. Nel tizio del tuo racconto "Amore tardivo" ho trovato alcuni tratti comuni - mi sembra così familiare, conosciuto. "Fino a morte", l'ho sentito una volta in una riduzione radiofonica, e una volta tu ne hai letto dei brani in un'intervista alla televisione. E' stata meravigliosa la sorpresa di vederti in televisione, nell'angolo della mia stanza. Mi chiedo quali siano le fonti di questa storia, è davvero particolare. Fatico a immaginare che cosa ti sia passato per la testa mentre componevi quelle descrizioni di panico e spavento. Terrificante. E le descrizioni di ebrei figure forti, niente affatto vittime... Mi hanno impressionato. Così come l'immagine dell'acqua che corrode a poco a poco il ferro... e l'immagine di Gerusalemme irreale, solo spasimi e malinconia per qualcosa che non ha posto nel mondo. La morte mi sembra, dalle pagine del tuo libro, qualcosa che non ho mai immaginato - e che pure ho anelato non molto tempo fa... ora mi tornano in mente più che mai le parole di tua madre, che sin dall'inizio aveva riconosciuto il fallimento insito nella vita. E io che andavo fiera della mia falsa fragilità e convinta invece d'essere tutta d'un pezzo. Adesso mi sento disintegrare... strano, ho sognato di tornare a casa per così tanti anni, e quando il sogno s'è realizzato, ora vivo qui come in un incubo.
Non badare alle mie parole. Mi sono scappate. Non replicare. L'ultima volta che ti ho visto, durante quell'animata conversazione fra te e tuo padre, non avevo riconosciuto in te l'uomo triste... tutta la mia famiglia chiede come state. Presto sarò nonna. Con amicizia e affetto, Lilia (Leah)". E in un'altra lettera, datata 5 agosto 1979, Lilienka mi scrive: "...ma lasciamo stare, per adesso, magari la prima volta che ci vediamo allora ti racconto del grande stupore che mi suscitano le tue parole. A che cosa alludi, in "Inventario su me stesso", nel libro... quando parli di una madre che si suicida per delusione o nostalgia. Qualcosa non è andato bene? Scusami, tocco una ferita aperta. La ferita di tuo padre, buonanima, tua in particolare e persino - mia. Non hai idea di quanto mi manchi Fania, e proprio in questi ultimi tempi. Sono rimasta sola solinga nel mio piccolo, angusto mondo. Ho tanta nostalgia di lei. Anche dell'altra amica comune, si chiamava Stefa, e se n'è andata da questo mondo nel dolore e fra i tormenti, era il 1963... era una pediatra e nella vita aveva avuto una delusione dopo l'altra, forse per troppa fiducia negli uomini. Stefa si rifiutava di capire di che cosa sono capaci, alcuni uomini (questo per favore non prenderlo a titolo personale). Noi tre eravamo molto legate, negli anni trenta. Insomma, sono una degli ultimi mohicani fra amici e amiche che non ci sono più. E ho anche tentato due volte, nel '71 e nel '73, di suicidarmi, ma non ci sono riuscita. Non ci provo più... non è ancora giunta l'ora di parlare con te di cose che toccano i tuoi genitori... da allora sono passati tanti anni... no, non sono più capace di esprimere per iscritto tutto quello che vorrei. Un tempo, invece, sapevo farlo solo per iscritto. Magari ci vediamo un giorno - e allora magari saranno cambiate tante cose... fra l'altro, sappi che mamma e io e altre del nostro gruppo del movimento giovanile di Rovno consideravamo la piccola borghesia come la peggiore degradazione. Uscivamo tutte da case così. Tua madre non è mai stata di destra... solo, una volta entrata nella famiglia Klausner, forse ha finto di essere come loro: da 'zio Yosef c'erano sempre tutti i giornali, fuorché il progressista 'Davar'. Il più oltranzista di tutti era proprio il fratello Bezalel Elizedek, quel gentile signore la cui moglie badò al professore quando questi rimase vedovo. Fra tutti, solo tuo nonno Alexander, buonanima, mi stava così simpatico...". E ancora, in una lettera del 28 settembre 1980:
"...tua madre è uscita distrutta dalla sua famiglia, e ha distrutto la vostra. Ma lei non ha colpa... mi ricordo che un giorno, nel 1963, eri qui a casa nostra... e ti promisi che un giorno avrei scritto di tua madre... ma faccio così fatica a esprimermi. Anche soltanto a scrivere una lettera... non hai idea di quanto tua madre aspirasse a diventare un'artista, essere una persona creativa - sin dall'infanzia. Se solo avesse avuto l'opportunità di vederti adesso, di leggerti! E perché questo le è stato negato? Può darsi che parlandone a quattr'occhi con te, troverei forse il coraggio di raccontarti cose che non oso mettere per iscritto. Con affetto, la tua Lilia". *** Mio padre, prima di morire (nel 1970), fece in tempo a leggere i miei primi tre libri, che non gli piacquero appieno. Mia madre, ovviamente, non riuscì a vedere altro che alcuni miei componimenti sui quaderni di scuola, oltre a qualche rima infantile scritta nella speranza di arrivare a quella musa di cui lei amava parlarmi come fosse stata una cosa reale (mio padre non credeva alle muse, e manifestò sempre disprezzo per fate, streghe, rabbini santoni, folletti notturni, fantasticherie e miracoli, indovini e spiriti. Si considerava una persona "di libera coscienza" e aveva fede nel pensiero razionale e nel lavoro intellettuale). Se mia madre avesse letto i due racconti contenuti in "Fino a morte", anche lei li avrebbe commentati con parole simili a quelle della sua amica Lilienka Kalisch, "spasimi e malinconia per qualcosa che non ha posto nel mondo"? Difficile saperlo: un velo di malinconia trasognata, emozioni segrete e tormenti romantici vibravano sopra quelle ragazze di buona famiglia laggiù a Rovno, quasi che la loro vita, fra le pareti del liceo, fosse dipinta da un pennello che conosceva solo colori morbosi e ridondanti. Benché talora mia madre si ribellasse contro queste tinte. Qualcosa nella proposta formativa di quel liceo negli anni venti, o forse un muschio romantico annidato in profondità dentro l'animo di mia madre e delle sue amiche, nella stagione della loro giovinezza, la fitta nebbia sentimentale russo-polacca, una via di mezzo fra Chopin e Mitzkiewitz, fra i dolori del giovane Werther e Byron, qualcosa di crepuscolare, fra il sublime e il tormentato, il sognante e il solitario, bagliori di palude, di "spasimi e malinconia" tarlò mia madre per quasi tutta la vita e l'avvinse finché non ne fu sedotta e si uccise, nel 1952. Aveva trentanove anni, quando morì. Io dodici e mezzo.
Per settimane e mesi dopo la morte di mia madre non pensai nemmeno un istante alla sua sofferenza. Mi negai categoricamente a quell'inaudito grido di soccorso che aveva lasciato dietro di sé e che forse non aveva mai smesso di passare fra le stanze di casa. Nemmeno una goccia di compassione, c'era in me. Nemmeno di nostalgia. E nemmeno lutto per la dipartita di mia madre: ero così offeso e in collera, che non rimaneva posto per nessun altro sentimento. Quando notavo, ad esempio, il grembiule a scacchi rimasto appeso per qualche settimana dopo la sua morte al gancio dietro la porta della cucina, mi colmavo di rabbia, come se quel grembiule spargesse sale. Gli oggetti da bagno di mia madre, la cipria, la spazzola per i capelli sul suo ripiano verde mi ferivano come fossero stati lasciati lì apposta per farsi beffa di me. L'angolo dei suoi libri. Le sue scarpe. L'eco del suo profumo che continuò ancora per un certo tempo a soffiarmi sulla faccia ogni volta che aprivo la porta dalla parte di mamma dell'armadio guardaroba, tutto mi suscitava una furia inerme. Quasi che quel suo maglione finito chissà come in cima alla pila dei miei sogghignasse con perfidia beffarda. Ce l'avevo con lei che era sparita senza salutare, senza un abbraccio, senza una parola di spiegazione: ma se nemmeno un perfetto estraneo, nemmeno il portalettere o venditore ambulante di mercerie che suonava alla porta, mia madre riusciva a congedare senza offrirgli un bicchiere d'acqua, un sorriso, una piccola scusa, qualche parola gentile. Per tutta la mia infanzia, non mi aveva mai lasciato solo in un negozio, o in un cortile altrui, o in un giardino pubblico. E ora, come aveva potuto far questo? Ce l'avevo con lei anche a nome di papà, la cui moglie l'aveva così svergognato, l'aveva mollato come nelle commedie al cinema, se n'era andata e tutt'a un tratto non c'era più come fosse scappata con un altro uomo. Io, durante tutta l'infanzia, se sparivo anche solo per due o tre ore, mi sgridavano e castigavano: era una legge inderogabile da noi, chi va via deve dire sempre dove va e per quanto tempo e quando torna. O lasciare almeno un bigliettino al solito posto, sotto il vaso. Ognuno di noi. Si è mai visto, alzarsi e andarsene brutalmente a metà di una frase? Lei poi, che si comportava sempre con tatto, gentilezza, bei modi, lei che cercava sempre di non offendere e non ferire, con i suoi riguardi per il prossimo, la sua prudenza! Come aveva potuto! La odiavo. ***
Dopo qualche settimana la rabbia scolorì. Insieme alla rabbia persi evidentemente anche quella specie di crosta difensiva che, come una corazza di piombo, in quei primi tempi mi aveva protetto dal trauma e dal dolore. Da quel momento in poi fui nudo. Più smettevo di odiare mia madre, più cresceva la repulsione per me stesso. Dentro di me non c'era ancora un angolino libero per accogliere la sofferenza di mia madre, la sua solitudine, la morsa che si era andata stringendo intorno a lei, il grido disperato nelle ultime notti della sua vita. Vivevo ancora soltanto la mia, non la sua disgrazia. Ma non ero più in collera con lei, anzi, incolpavo me stesso: se solo fossi stato un bambino più bravo, più giudizioso, se non avessi sparpagliato per terra i miei vestiti, se non l'avessi angustiata e disturbata, se avessi fatto i compiti per tempo, se fossi sceso di buon grado ogni sera a portare la spazzatura senza costringerli a rimproverarmi, se non avessi fatto disperare se non avessi fatto baccano se non avessi dimenticato di spegnere se non fossi tornato con la camicia lacerata se non fossi entrato in cucina con le scarpe sporche di fango. Se solo avessi avuto un po' più riguardo per le sue emicranie. O almeno avessi cercato di rispondere alle sue aspettative e se fossi stato un po' meno cagionevole e pallido, se avessi mangiato tutto quello che lei preparava e mi serviva senza farle tutte quelle storie, se fossi stato per lei un bambino un po' più socievole e meno solitario, un po' meno mingherlino e un po' più abbronzato, atletico, come avrebbe voluto che io fossi! O se fosse stato tutto il contrario? Se fossi stato ancora più gracile, malaticcio, magari paralizzato sulla sedia a rotelle, ammalato di tisi o persino cieco dalla nascita? Magari in quel caso la sua indole buona e generosa non le avrebbe assolutamente permesso di abbandonare un bambino così sfortunato, di lasciarlo in balia della sua disgrazia e di andarsene via così, no? Se solo avessi avuto le gambe paralizzate, se solo mi fossi precipitato in tempo sotto le ruote di una macchina di passaggio e mi avessero amputato tutte e due le gambe, forse mia madre avrebbe ceduto alla compassione? Non mi avrebbe abbandonato? Sarebbe rimasta, no, per continuare a occuparsi di me? Se mia mamma mi aveva abbandonato così, senza guardarsi indietro, era certamente segno che non mi aveva mai voluto bene: quando si vuol bene, così mi aveva insegnato proprio lei, quando si vuole bene si perdona tutto fuorché il tradimento. Si perdonano anche le noiosaggini anche il cappello che ha smarrito anche gli zucchini rimasti nel piatto.
Abbandonare significa tradire. E lei - noi due, tanto papà quanto me. Io per nulla al mondo l'avrei abbandonata così, nonostante le sue emicranie, nonostante ormai sapessi che mai e poi mai ci aveva voluto bene, mai e poi mai l'avrei abbandonata, nonostante tutti quei suoi lunghi silenzi e gli isolamenti nella stanza buia e tutti i malumori. Di tanto in tanto mi arrabbiavo, qualche volta non le rivolgevo la parola per un giorno o due, ma mai me ne sarei andato e l'avrei mollata per sempre. Mai e poi mai, no. Tutte le madri vogliono bene ai loro figli: sono leggi di natura. Persino la gatta. O la capra. Persino le madri di malviventi e assassini. Persino le madri di nazisti. Persino le madri di ritardati bavosi. Persino le madri di mostri. Dunque solo me non c'era modo di amare, solo io ero stato capace di mettere in fuga, il che dimostrava a chiare lettere che a me non aveva senso voler bene. Che non mi meritavo amore. Era in me che qualcosa non andava, qualcosa di tremendo, qualcosa di orribile e rivoltante, qualcosa di veramente spaventoso, più detestabile di ogni menomazione, ritardo mentale o follia. Qualcosa di irrimediabilmente abominevole in me, qualcosa di così tremendo che persino mia madre, una donna tanto sensibile e delicata, una donna capace di elargire amore anche a un uccellino, a un mendicante per strada, a un cane randagio, nemmeno lei era più riuscita a sopportarmi, e si era alla fine trovata costretta a scappare via da me, più lontano che poteva. In arabo c'è un proverbio che dice "kul gird bein emo razal", ogni scimmia è un cerbiatto per la sua mamma. Tranne me. Se fossi stato anch'io dolce, almeno un poco, come tutti i bambini lo sono con le loro mamme, anche i più brutti e cattivi, anche quelli scatenati e violenti, quelli che vengono sempre cacciati da scuola, anche Bianca Schor che aveva pugnalato suo nonno con un coltello da cucina, anche il deforme malato di elefantiasi che in mezzo alla strada si apriva la bottega e tirava fuori e mostrava alle ragazze - se solo fossi stato bravo - se solo mi fossi comportato come mille volte mi aveva pregato di comportarmi e io scemo avevo continuato a non ascoltarla - se solo non le avessi rotto allora, dopo la sera di Pasqua, la scodella blu che aveva ereditato dalla "mame" di sua nonna - se solo ogni mattina mi fossi lavato i denti per bene, tanto di sopra quanto di sotto e intorno e agli angoli del la bocca, senza fare il furbetto - se solo non avessi rubato quella mezza lira dal suo borsellino, e per di più mentito e negato sfrontatamente di averla presa - se solo l'avessi piantata con i brutti pensieri e non avessi mai più permesso alla mia mano di entrare
anche solo per un momento la notte dentro i pantaloni del pigiama - se solo fossi stato come tutti gli altri, degno di avere anch'io una mamma... *** Dopo un anno forse due, quando ormai avevo lasciato quella casa ed ero andato a vivere al kibbutz Hulda, iniziai pian piano a pensare qualche volta anche a lei. Verso sera, dopo le lezioni e dopo il lavoro e la doccia, mentre tutti gli altri bambini del kibbutz, puliti e pettinati e vestiti per bene, andavano a trascorrere un po' di tempo nelle case dei loro genitori, e solo io restavo solo e un po' smarrito fra le casette deserte, allora mi appartavo su una panca in legno nella sala dei giornali, nella baracca semisprofondata, dietro il magazzino degli abiti. Senza accendere la luce, restavo lì mezz'ora e più e mi lasciavo passare sotto gli occhi, un'immagine dopo l'altra, la fine della sua vita. A quell'epoca già tentavo di cominciare a indovinare con le mie forze un po' di quel che da noi con le parole non s'affrontava mai, né fra me e mia madre, e nemmeno fra me e papà, ed evidentemente nemmeno fra loro due. Ogni volta che rileggo l'esordio del racconto "Nel fiore degli anni" di Agnon, quelle prime righe mi riportano l'ultimo anno della vita di mia madre: "Nel fiore degli anni, morì mia madre. Aveva quasi trentun anni quando morì. Furono pochi e tristi, i giorni e gli anni della sua vita. Passava il giorno in casa, non usciva mai. Le amiche e le vicine non venivano a trovarla e mio padre, d'altro canto, non amava troppo gli ospiti. La nostra casa si ergeva silenziosa nella sua mestizia, e le sue porte non si aprivano mai agli estranei. Mia madre giaceva a letto, parca di parole... Quanto amavo la sua voce. Spesso aprivo la porta solo perché domandasse "chi è". Ero solo una bambina. A volte ella scendeva dal suo giaciglio e si sedeva accanto alla finestra". (Queste righe le copio ora dal libriccino nelle edizioni tascabili Schoken, sul cui frontespizio S.Y Agnon dedica il libro a mia madre e mio padre: dopo la morte di lui, ho preso dalla sua biblioteca anche questo volumetto.) Da quando ho scoperto questo suo racconto - avevo una quindicina d'anni - mi sono sempre paragonato a Tirza. Nel mio saggio "La storia comincia" parlo un po' di Tirza e un po', implicitamente anche di quel bambino che ero io alla fine della vita di mia madre:
"...Tirza ha con sua madre un rapporto cultuale. Sin dall'inizio del racconto lei venera la sua figura, il rito di quando si siede alla finestra, i suoi abiti bianchi... Il mistero che avvolge la scomparsa discreta e tuttavia irrevocabile della madre provoca in Tirza un'emozione tremenda, che alla fin fine segna tutto il suo destino: dopo la morte della madre Tirza aspira a fondersi nella sua immagine, fino ad annullare sé stessa. Il rapporto cultuale impedisce ogni forma di intimità concreta fra la figlia e la madre - o forse è proprio la mancanza di intimità a indurre Tirza, sin dall'inizio, a coltivare un rapporto di tipo rituale con sua madre. Sprofondata nella sua malattia e nel suo tormento, la madre non dimostra alcun desiderio di intimità con Tirza, di cui non sicura affatto, e nemmeno reagisce agli sforzi che la bambina fa per attirare la sua attenzione... la voce di Tirza, l'unico suono che lei emette per sua madre, è il rumore della porta che si apre "spesso" (in una casa "le cui porte non s'aprivano mai agli estranei"). E' una voce infantile, beffarda: la madre agonizza e la figlia gioca... Tirza è raffigurata all'inizio del racconto come una bambina trascurata: suo padre è tutto preso dalla madre, sua madre è immersa nel suo amore e nelle cerimonie del suo addio, parenti e amici quasi non s'accorgono di Tirza". *** Trentanove anni aveva mia madre quando morì: più giovane di mia figlia maggiore e poco più vecchia della minore, il giorno in cui scrivo queste righe. Dieci, ancora venti anni dopo che avevano finito il liceo Tarbut, quando la realtà schiaffeggiava mia madre e Lilienka Kalisch e altre loro compagne con una Gerusalemme di afa e povertà e malelingue, quando quelle sensibili ginnasiali si ritrovarono di colpo sul ruvido pavimento di una vita banale fatta di panni mariti emicranie code odori di naftalina e lavandini di cucina, si capì forse che la proposta formativa del liceo di Rovno negli anni venti non era stata utile. Anzi. O forse era qualcosa d'altro, in cui non c'entravano né Byron né Chopin, qualcosa invece di più simile a quel tulle di solitudine e melancolia che avvolge le giovani introverse di buona famiglia nei testi di Cechov e anche nei racconti di Gnessin: una speranza candida, come una promessa che la vita grigia viene a spezzare, calpestare, deridere. Mia madre era cresciuta nel grembo di un incantamento spirituale di bellezza vaga, di voli pindarici le cui ali si scontrarono infine con la pietra nuda calda e polverosa di
Gerusalemme. Era cresciuta nei panni della bella e raffinata figlia del facoltoso mugnaio, in una casa signorile in via Dubinska, una casa con il frutteto e la cameriera e la cuoca: forse l'avevano educata proprio come la pastorella nel quadro che tanto detestava, quella figura leziosa, dalle gote rosate, con tre sottogonne. Quello sfogo che zia Sonia rammentava dopo settant'anni ancora con stupore, lo sfogo di una Fania sedicenne che d'un tratto in un affatto insolito impeto di rabbia inveiva al punto da sputare quasi contro la figura della pastorella beata dallo sguardo sognante e dalle svariate sottovesti di seta, forse quello sputo era il fremito dell'energia vitale di mia madre, che invano tentava di scalciare e liberarsi dalla tela di ragno ormai tesa tutt'intorno. Oltre i vetri oscurati della finestra e le tende ricamate che ben 'riparavano l'infanzia di Fania Mussman, "pan" Zakashewsky una notte si piantò una pallottola di pistola nella gamba, e un'altra nel cervello. La principessa Ravzova levò un martello e si conficcò un chiodo arrugginito nel palmo della mano per avere dal Redentore un po' dei suoi tormenti e tenerli lei al posto suo. Dora, la figlia della domestica, rimase incinta dell'amante di sua madre. Stiletzky ubriaco la notte perdeva sua moglie alle carte e lei, Ira, la moglie di Stiletzky, alla fine morì nel fuoco che consumò la baracca vuota del bell'Anton. Ma tutto questo in fondo capitò fuori, al di là dei doppi vetri, oltre il cerchio luminoso della vita al liceo Tarbut. Nulla di tutto questo sarebbe mai potuto penetrare per intaccare la soavità di quell'infanzia vissuta da mia madre, una soavità intrisa di una misura infinitesimale di melancolia - che non ottundeva la dolcezza, anzi le conferiva una sfumatura nuova. Dopo qualche anno, nel quartiere di Kerem Abraham, in via Amos, in un appartamento seminterrato, stipato e umido, sotto i Rosendorf e accanto ai Lemberg, fra tinozze di latta e cetrioli in salamoia e l'oleandro che languiva dentro una scatola di olive arrugginita, circondata tutto il giorno da lezzi di cavolo e bucato e pesci e cibo e urina vecchia, mia madre cominciò a spegnersi. Forse avrebbe affrontato a denti stretti una tragedia, una perdita. La povertà. Il fallimento matrimoniale. Ma, credo, non poté in alcun modo sopportare la consunzione. *** Nel '43 o '44, se non prima, già sapeva che laggiù, vicino a Rovno, tutti erano stati trucidati. C'era già chi arrivava a raccontare come i tedeschi e i lituani e gli ucraini avessero trasportato, sotto la minaccia delle
mitragliatrici, tutta la città, giovani e vecchi, sino al bosco di Soseniki: là dove tutti andavano sempre a spasso in mezzo alla natura, ai bei tempi, a giocare agli scout, a cantare intorno al fuoco, a dormire nei sacchi a pelo sotto il cielo stellato. Laggiù, nel bosco di Soseniki, fra rami e uccelli e funghi e crepuscoli e bacche, i tedeschi spararono e uccisero sul ciglio delle fosse, nel giro di due giorni, circa venticinquemila persone. (Praticamente il numero degli abitanti di Arad. E più di tutti gli ebrei uccisi in cento anni di conflitto arabo- israeliano. [N.d.A.]) Fra loro c'erano quasi tutti i compagni di classe di mia madre. E anche i loro genitori e i loro vicini e tutti i conoscenti e concorrenti e avversari. Possidenti e proletari, ortodossi e assimilati e convertiti, mediatori e tesorieri e presidenti e cantori di sinagoga macellai venditori ambulanti portatori d'acqua, comunisti e sionisti, pensatori e artisti e scemi del villaggio, e circa quattromila bambini piccoli. E anche gli insegnanti di mia madre dell'epoca del Tarbut, Issachar Reis, il preside con la sua personalità carismatica e i suoi occhi penetranti, ipnotici, il cui sguardo scottava i sogni di tante studentesse, e Itzhak Berkowsky sempre un po' addormentato, distratto confuso, e l'irascibile Eliezer Buslik che insegnava cultura del popolo ebraico, e Panke Zeidmann che al liceo insegnava geografia e biologia e anche ginnastica, e suo fratello Shmuel il pittore, e il dottor Moshe Bergman, malmostoso e pignolo, che insegnava praticamente con la bocca chiusa storia universale e polacca. Tutti. Qualche tempo dopo, nel '48, durante il cannoneggiamento della legione della Cisgiordania su Gerusalemme, rimase uccisa sul colpo, colpita direttamente dall'obice, in una sera d'estate, anche un'altra amica di mia madre, Piroshka, Piri Yanai, che in fondo era solo uscita un momento in cortile a prendere lo straccio e il secchio. Forse qualcosa di quelle candide speranze era già allora intaccato da una crosta maligna, una concrezione romantico-tossica a mezza strada fra ispirazione e distruzione? Qualcosa nel programma troppo distillato del liceo Tarbut? O forse era una nota borghese-slava, una nota malinconica che pochi anni dopo la morte di mia madre incontrai di nuovo fra le pagine di Cechov e Turgenev e nei racconti di Gnessin e un po' anche nelle poesie ebraiche di Rachel? Qualcosa che indusse mia madre, visto che la vita non aveva risposto a nessuna delle promesse giovanili, a dipingersi la morte in figura di amante focoso ma anche protettivo e calmante, l'ultimo amante, quell'amante poeta che finalmente avrebbe fasciato le ferite del suo cuore
solitario? Quanti anni sono che incalzo quel vecchio assassino, seduttore astuto e antico, vecchiaccio lurido e schifoso, deformato dall'età ma sempre travestito da baldo principe azzurro. Imbattibile cacciatore di cuori a pezzi, corteggiatore vampiresco dalla voce dolceamara come quella di una corda fioca di violoncello nelle notti più sole: bestia di velluto, delicata, illusionista, flauto magico che attira nel suo grembo serico solitudini e sconforti. Decrepito serial killer di anime abbattute.
30. Con che cosa comincia la mia memoria? Il ricordo primigenio è una scarpa: una scarpina marrone, nuova e profumata, con dei lacci gemelli e una linguetta tiepida, morbida. Certamente era un paio, non una scarpa sola, eppure il ricordo me ne ha salvata soltanto una delle due. Una scarpa nuova, ancora un poco rigida. Amavo talmente quel profumo, piacevole effluvio di cuoio smagliante, quasi vivo, e di colla da suola, acida e inebriante, che mi pare di aver tentato, prima di tutto, di infilarmi la scarpa nuova sulla faccia, sopra il naso, come una specie di beccuccio, per perdermi in quel vortice olfattivo. Mia madre entrava allora nella stanza, seguita da mio padre e da una schiera di zii o forse solo conoscenti. Dovevo essere uno spettacolo grazioso ma un po' strambo, il faccino infilato dentro la scarpa: tutti scoppiavano a ridere, qualcuno piegato con le due mani appoggiate sulle cosce, qualcun altro che ronfava con la voce roca, presto presto la macchina fotografica! Di macchine fotografiche in casa nostra non ce n'erano, ma quel bimbetto l'ho ancora quasi davanti agli occhi: due anni, forse due anni e un quarto, una chioma di lino, gli occhioni rotondi, sgranati. Ma proprio sotto quelli, invece di un naso invece di una bocca invece di un mento, spicca il tacco di una scarpa, spicca una suola nuova di zecca, una suola ancora vergine, lucida, che mai ancora ha calpestato. Dagli occhi insù, ecco un bambino pallido, dalle guance ingiù ecco un pesciolino martello, un pollo preistorico dal grosso gozzo. Che cosa provava, quel bimbetto? Posso attestarlo con una misura di certezza, giacché da quel bimbetto ho ereditato la sensazione del momento: un piacere lancinante, uno spasimo sfrenato, folle, generato dall'evidenza
che tutta la folla, per un istante, è concentrata esclusivamente su di lui, sorpresa di lui, divertita di lui, e lo indica. Tuttavia, e senza che ci sia contraddizione, il marmocchio è anche spaurito, confuso, da quell'attenzione esagerata, troppa per poterla contenere. Ed è anche un poco offeso dalle loro risate, sta quasi per scoppiare a piangere, perché i suoi genitori e degli estranei ridono e si piegano indicando lui e il suo becco, e ridono ancora e si gridano l'un con l'altro, fotografia, presto prendete una macchina fotografica. E' anche un po' deluso perché l'hanno interrotto proprio nel bel mezzo di un paradiso inebriante di sensi regalato dal profumo di cuoio fresco e dalla vertigine odorosa della colla che fa tremare reni e cuore. *** Nell'immagine successiva, non c'è pubblico. Solo mamma che mi infila una morbida calza calda (perché nella stanza fa freddo), e poi comincia a incitarmi, spingi, spingi, forte, più forte, come stesse mettendo alla luce un piede-fetino lungo il virginale canale di parto della scarpa nuova, profumata. Ancora oggi, ogni volta che infilo un piede e spingo per entrare dentro uno stivale o una scarpa, persino ora mentre scrivo queste righe, sento tornare nella pelle il piacere del piede che penetra a tentoni in grembo ai bordi interni di quella prima calzatura: fremito di carne che alita e nasce per la prima volta in vita sua dentro l'antro segreto, fra quei bordi rigidi eppure morbidi, che avvinghiano e avvolgono d'ogni parte aderendo intorno alla mia pelle e preme e si preme ancora su dentro mentre la voce di mia madre dolce paziente mi dice spingi spingi ancora un pochino. Una mano di lei che spinge dolcemente il mio piede in fondo in fondo, dentro, mentre l'altra tiene di sotto la suola, e tenendo spinge e tira con delicatezza, come contro di me, si oppone al mio movimento anche se in realtà aiuta a raccogliere tutto me fino alla fine, fino al soave momento in cui, come superata l'ultima resistenza, ecco l'urto forte e il mio calcagno che scivola e tutto si riempie dentro lo spazio della scarpa e da quel momento tu sei tutto dentro, avvolto accarezzato e protetto, e ora mamma ti tira i lacci e poi annoda e alla fine, un'ultima leccata di piacere, la lingua della scarpa che s'allunga, calda sotto i lacci e sotto il nodo: quel gesto che ancora continua a provocarmi un solletico di brividi lungo il dorso del piede. Eccomi, sono lì. Dentro. Abbracciato e stretto e chiuso e deliziato nel primo cuoio di scarpa della mia vita.
Quella sera, chiesi di poter dormire con le scarpe: volevo che continuasse. O almeno che mi lasciassero le mie scarpe nuove vicino al capezzale, sul cuscino, sì da prendere sonno con il profumo di cuoio e della colla. Solo dopo una lunga trattativa bagnata di lacrime, alla fine acconsentirono a lasciare le scarpe sulla sedia accanto al letto, a condizione che tu però non le tocchi nemmeno nemmeno un momento, sino a domattina, perché questa sera ti sei già lavato le mani, puoi solo guardare quanto vuoi, al buio, la loro bocca che ti sorride, aspirarne in grembo il loro profumo addormentarti davanti a loro sorridendo anche tu nel sonno, di piacere. Come accarezzato. *** Nel secondo ricordo sono chiuso fuori, solo, dentro un canile buio. A tre anni e mezzo, quasi quattro, durante la settimana mi affidavano qualche volta, nelle ore del giorno, a una vicina, una vedova non più giovane senza figli, una donna che aveva odore di lana bagnata, di sapone da bucato e frittura. Si chiamava signora Ghet ma da noi tutti la chiamavano zia Greta, tutti a parte mio padre, che ogni tanto le posava un braccio sulla spalla e le diceva Gretschen, o Grete, e scherzava in rima come suo solito, con lo slancio di un ginnasiale d'altri tempi: "Chiacchierate un po' con Greta/ ché nessun davver lo vieta!" (doveva essere il suo stile di corteggiamento). Zia Greta arrossiva, si vergognava di arrossire e perciò diventava immediatamente paonazza, di un rosso scuro e fondo, quasi viola. La chioma bionda della zia Greta era raccolta in una crocchia spessa che lei avvolgeva come una fune intrecciata intorno al capo tondo. Sulle tempie era già canuta, ortica grigia ai bordi del campo giallo. Le braccia, grassocce e molli, erano puntinate di lentiggini marrone pallido. Sotto i vestiti di cotone stile campagnolo, zia Greta svelava delle gambe grosse e larghe che ricordavano quelle di una cavalla da tiro. Un sorriso timido, un po' imbarazzato, aleggiava di tanto in tanto intorno alle labbra, come se l'avessero appena colta in flagrante a fare qualcosa di assai poco bello, o sbugiardata, e lei era la prima a stupirsi di sé stessa. Aveva perennemente due dita fasciate, o una, o tre persino, vuoi per essersi tagliata con il coltello dell'insalata, vuoi per aver pizzicato l'unghia dentro un cassetto, o essersi presa sulla mano il coperchio del pianoforte: malgrado questi continui castighi, dava lezioni private di pianoforte. E un po' anche guardava i bambini piccoli.
Dopo colazione mia madre mi metteva sullo sgabellino di legno, davanti al lavabo del bagno, mi puliva con un asciugamano umido labbra guance e mento rimuovendo le tracce di uovo, mi inumidiva i capelli, tracciando di lato con il pettine un sentiero dritto e preciso, mi affidava in mano un sacchetto marrone di carta con dentro una banana, una mela, una fetta di formaggio e qualche biscotto. E così, strigliato pettinato e sconsolato, mia madre mi portava al cortile dietro la quarta casa alla nostra destra. Per strada dovevo prometterle di fare il bravo, di ascoltare la zia Greta, di non disturbare, e soprattutto di non grattarmi assolutamente la crosta marrone che mi era venuta sul taglio della gamba, perché quella crosta, chiamata in ebraico "gheled", era il segno che stava guarendo e presto sarebbe caduta da sola ma se tu per carità la tocchi potrebbe venirti un'infezione e allora non resterà altro da fare che farti un'altra puntura. *** Davanti alla porta mia madre augurava a me e a zia Greta una buona giornata insieme, e se ne andava. Zia Greta mi toglieva immediatamente le scarpe, e scalzo mi metteva seduto a giocare in santa pace sul tappeto nell'angolo, dove ogni mattina mi aspettavano dadi, cucchiaini, cuscini, tovaglioli, una tigre di panno morbida, qualche tessera di domino e anche una bambola principessa assai malconcia, che sapeva un po' di muffa. Con quell'inventario, avevo di che trascorrere alcune ore dense di battaglie e avventure: la principessa era prigioniera di un mago cattivo (la tigre) che la teneva chiusa in una grotta (sotto il pianoforte). I cucchiaini erano la squadra di aviatori che volavano a liberare la principessa arrivando da oltremare (il tappeto) e sopra il mio capo svettavano le montagne (i cuscini). Le tessere del domino erano i lupi terribili che il mago aveva sparpagliato intorno alla grotta della principessa prigioniera. O il contrario: le tessere erano i carri armati, i tovaglioli, le tende degli arabi, la bambola morbida assumeva i panni dell'alto commissario britannico, con i cuscini costruivo le mura di Gerusalemme mentre i cucchiaini, al comando della tigre, erano elevati al rango di esercito maccabeo o truppe del mitico Bar Kokba. Più o meno a metà mattina la zia Greta mi portava un succo di lampone denso, bavoso, dentro una tazza pesante, diversa da quelle che avevamo noi in casa. A volte raccoglieva prudentemente i bordi del vestito e si sedeva per terra accanto a me: si profondeva sempre in schiocchi ed effusioni che finivano naturalmente con
una serie di appiccicosi bacetti alla marmellata. Ogni tanto mi lasciava strimpellare un poco - attenzione! - sul pianoforte. Se mangiavo per benino tutto quello che mamma mi aveva messo nel sacchetto, zia Greta mi ricompensava con due quadratini di cioccolata o due cubetti di marzapane. Le persiane della stanza erano sempre abbassate, per contrastare i raggi del sole. Le finestre restavano chiuse per non lasciar passare le mosche. Quanto alle tende a fiori, erano sempre strette l'una all'altra, come un paio di gambe pudiche, per rispetto dell'intimità. A volte zia Greta mi rimetteva le scarpe, mi infilava in testa il berrettino cachi con la visiera rigida come quella di un poliziotto inglese o di un autista della compagnia dei trasporti. Poi mi scrutava con uno sguardo indagatore, sistemava l'abbottonatura della camicia, si umettava il dito per toglier via le tracce di cioccolata o di marzapane rimastemi intorno alle labbra, indossava il cappello rotondo di paglia che le nascondeva mezza faccia ma accentuava la rotondità del corpo, e alla fine di questi preparativi io e lei uscivamo per due o tre ore, "a vedere un po' come sta il mondo".
31. Dal quartiere di Kerem Abraham si poteva arrivare al mondo, quello vero, con l'autobus numero 3A, che fermava in via Sofonia, vicino all'asilo della signora Hasia, o anche con la linea 3B, che fermava all'altro capo di via Amos, in via Gheulla angolo via Malachia. Il mondo vero, per parte sua, si dispiegava lungo via Giaffa, via King George verso via Ratisbona e la sede della Sokhnut l'Agenzia, in via Ben Yehudah e dintorni, in via Hillel, in via Shammai, intorno al cinema Studio e al Rex, lungo la discesa di via Princess Mary e anche sulla salita di via Julian, che portava verso l'hotel King David. All'incrocio fra via Julian, via Mamila e via Princess Mary c'era sempre un solerte poliziotto in calzoni corti e maniche bianche. Quel poliziotto governava con piglio deciso da una minuscola isoletta di cemento riparata da una specie di ombrello rotondo di latta. Da lassù dirigeva il traffico con potestà suprema, armato di un fischietto acuto, la sinistra che arrestava e la destra che smuoveva. Da quell'incrocio si dipartiva il mondo, proteso verso il centro commerciale ebraico ai piedi delle mura della Città Vecchia: qualche volta i suoi esploratori giungevano sino al ciglio delle zone arabe intorno alla porta di Sichem, in via Solimano e anche al mercato entro le mura. In queste nostre occasioni, zia Greta mi trascinava sempre in tre o quattro negozi di abbigliamento femminile, in ognuno dei quali si dilettava a provare e sfilare e di nuovo indossare e togliere nel buio del camerino alcuni abiti eleganti e gonne, camicette, sfarzose camicie da notte e vestaglie colorate che lei chiamava "negligées". Una volta si misurò anche una pelliccia, i cui occhi straziati di volpe uccisa mi atterrirono. La faccia di quella volpe mi traumatizzò perché mi era parsa tanto cattiva e furba quanto disgraziata e straziante.
Zia Greta spariva continuamente nel buio del camerino e dopo un tempo che a me sembravano sette anni tremendi ne rispuntava raggiante, un'Afrodite inchiattita appena generata dalla spuma delle acque, che sbucava improvvisamente da dietro la tenda in una nuova incarnazione, variopinta e splendente ogni volta più di prima. Per me e per il negoziante e per gli astanti tutti, zia Greta si produceva in due giravolte davanti allo specchio: malgrado le gambe pesanti, si divertiva in quell'esibizione di piroetta "coquette" e manierata, domandando a ognuno di noi: le stava bene? Le donava? Non stonava forse con il colore dei suoi occhi? Le cascava bene? Non ingrassava? Non era volgare? Non troppo sgargiante? E intanto arrossiva, e visto che si vergognava di arrossire diventava rossa il doppio, guance e collo si tingevano di un colore quasi viola. Alla fine si profondeva in promesse al negoziante, dichiarava che di sicuro sarebbe tornata quel giorno stesso, oggi stesso, fra poco, nel pomeriggio, verso sera, dopo aver fatto soltanto un piccolo giro di confronto. Al più tardi, l'indomani. Per quanto mi ricordi, non tornò mai in uno di quei negozi. Al contrario: era sempre molto attenta a non farsi più vedere prima che fosse passato almeno qualche mese, dall'ultima sua visita. E non comprò mai nessun vestito: quelle spedizioni in cui le facevo da scorta, consulente e confidente, finirono tutte senza eccezioni a mani vuote. Forse non aveva abbastanza soldi. Forse, quei camerini dietro le tende nei negozi per abiti da signora sparpagliati per le vie di Gerusalemme rappresentavano per la zia Greta, in fin dei conti, più o meno quel che per la malconcia bambola principessa rappresentava il castello incantato che io costruivo per lei con i cubi, su un angolo del tappeto. *** Finché una volta, in un giorno d'inverno spruzzato di venti che facevano vorticare frotte fruscianti di foglie cadute sopra una cortina di luce grigia, giungemmo, zia Greta e io, mano nella mano, a un grande, lussuoso negozio, forse in una zona arabo-cristiana della città, chissà. Come al solito zia Greta, nascosta prima fra mucchi di camicie da notte, vestaglie e abiti variopinti, sparì ben presto nelle segrete della cabina prova. Prima di sparire, mi elargì un bacetto appiccicoso alla gelatina, mettendomi seduto ad aspettarla su uno sgabello davanti alla sua cella d'isolamento, cinta da una spessa tenda scura: mi prometti di non andare per carità da nessuna
parte, solo di aspettare qui tranquillo e soprattutto di non parlare con nessun estraneo finché la zia non esce ancora più bella, e se tu farai il bravo avrai dalla zia una piccola sorpresa, indovini cosa? Mentre stavo ad aspettarla, tristemente ubbidiente, mi passò davanti ticchettando a passo lesto una bambina travestita come per carnevale, o forse solo in ghingheri: doveva essere persino più piccola di me che avevo tre anni e mezzo (o forse già quasi quattro!). Per un istante di miraggio avevo avuto l'impressione che le labbra di quella bambina fossero dipinte di rossetto: ma come era possibile? E le avevano anche messo un petto da donna; un petto con la fessura come hanno le donne. Anche la forma dei suoi fianchi non era di bambina, piuttosto di violino. Sulle gambette riuscii a distinguere delle calze di nylon con la cucitura dietro. Quelle calze vedo non vedo finivano dentro un paio di scarpe rosse e a punta, con il tacco. Non avevo mai visto una donna bambina del genere: troppo piccola per essere una donna e troppo conciata per essere una bambina. Mi alzai di scatto, confuso e incantato, e mi avviai, come allucinato, dietro quella bimbetta, per vedere quel che avevo visto, o piuttosto quel che avevo quasi visto, dato che la bambina era spuntata da una fila di gonne alle mie spalle e mi era passata lesta davanti. Dovevo vederla da vicino. Volevo che anche lei mi vedesse. Volevo fare o dire qualcosa che suscitasse il suo interesse: il mio repertorio annoverava già due o tre uscite collaudate, grazie alle quali strappavo agli adulti esclamazioni di meraviglia, e anche una o due che avevano un effetto niente male sui bambini, in particolare sulle bambine piccole. La bambina mascherata aleggiò leggera tra scaffali zeppi di rotoli di tessuto, poi si voltò verso uno dei passaggi - specie di cunicoli chiusi da entrambi i lati da tronchi con le fronde di vestiti. Alcuni di essi erano carichi al punto da stare piegati sotto il peso del fogliame di tessuti multicolori. Malgrado il peso, quei tronchi erano capaci di girare su sé stessi con un lieve gesto di mano. Era un mondo tutto al femminile: un dedalo di sentieri tiepidi, penombrosi, profumati e densi, labirinto serico vellutato profondo accattivante che si diramava in altri sentieri fitti di vestiti. E odore di lana e di naftalina e flanella, stemperato in una specie di vaga eco di profumi femminili, sfuggenti e aleatori nel folto di abiti e maglie e camicie e gonne e scialli e fazzoletti rosa bianchi e accappatoi e corsetti e reggicalze e
sottovesti e camicie da notte e giacche e soprabiti e cappotti e pellicce e un fruscio di raso che alitava come fiato morbido di mare. *** Qua e là si spalancavano davanti ai miei occhi, lungo la strada, delle piccole celle buie riparate da tende scure. Qua e là ammiccava in fondo a un cunicolo tortuoso una fioca luce d'ombre. Qua e là da un passaggio si diramavano sentieri umbratili, nicchie, stretti e storti varchi nella giungla, buchi, camerini chiusi e armadi, scaffali, ripiani. E quanti altri angoli inaccessibili, tende e spessi paraventi. Lesto era il passo della bambina in tacchi alti, lesto e sicuro, tic tac tic tac (e io che sentivo, febbrile: "Vieni vieni vieni", ma anche allusione di scherno di "bimbetto bimbetto bimbetto"!), non erano affatto passi di bimba e tuttavia avrei potuto giurare che, vista di schiena, era decisamente più bassa di me. Morivo dalla voglia di incontrarla. Morivo dalla voglia di far sì che sgranasse gli occhi ammirata, per me. Accelerai. Le correvo quasi dietro. Con tutto il mio cuore nutrito di favole di principesse che cavalieri come me accorrevano al galoppo a salvare dalle fauci del mostro e dagli incantesimi di streghe cattive. Ero obbligato a raggiungerla: a vedere da vicino la faccia di quella ninfa dei boschi, e magari a salvarla anche un poco... Uccidere per lei un drago o due? Conquistarmi la sua riconoscenza? Temevo di perderla per sempre, nel buio di quel labirinto. Non avevo modo di sapere se la bambina che si destreggiava nel bosco di alberi di vestiti avesse o meno notato il prode e deciso cavaliere alle sue spalle, alle sue calcagna, che pur di non perderla allungava i suoi piccoli passi. Quand'anche si fosse accorta di me, non ne dava alcuna mostra: mai che si fosse voltata indietro. Mai che si fosse guardata alle spalle. Quando d'un tratto la fatina affondò, si voltò, si chinò sotto un albero di impermeabili, frusciò un po' qui e un po' là e infine sparì via da me dentro la tenebra di quel fitto fogliame. In quell'istante fui travolto da un'onda di coraggio che non era da me, un ardimento che improvvisamente mi accese tutto: impavido saltai dietro a lei, aggirai il fondo del sentiero facendomi largo fra i rami del tessuto con bracciate lunghe e forti controcorrente, dritto dentro la selva, avanti fra abiti fruscianti. Fu così che, tutto agitato e ansimante, spuntai - quasi inciampando - dentro una specie di radura opaca. Qui decisi in cuor mio che avrei aspettato tutto il tempo che ci sarebbe voluto, avrei aspettato la
piccola ninfa di cui mi pareva sentire il fruscio dei movimenti vicino vicino e quasi la dolcezza del fiato, nel folto del bosco. Avrei rischiato la vita e sarei andato per lei a mani nude davanti alla strega che la teneva prigioniera in cantina. O avrei sconfitto il mostro, avrei tranciato la catena di ferro alle mani e ai piedi di lei, l'avrei affrancata, restando poi in disparte, il capo chino in muta riverenza, ad aspettare la ricompensa che non sarebbe tardata: le sue lacrime di gratitudine, dopo le quali non avevo idea di quello che sarebbe arrivato ma sapevo che sarebbe arrivato sì come un'onda di piena su di me. Minuscola, tenera, una schiena a fiammifero, piccina: che riccioli aveva, scuri, abbondanti, generosi. E scarpette rosse col tacco. E poi un vestito da donna con la scollatura che scopriva un seno di donna, attraversato da una fessura vera in mezzo. E labbra carnose, labbra appena schiuse, tinte di un rosso chiassoso. Ma quando finalmente trovai il coraggio di alzare lo sguardo verso il viso, s'aprì di colpo fra le labbra uno spiraglio cattivo, beffardo, una specie di smorfia di sorriso velenoso che svelò dei dentini aguzzi, fra i quali brillò d'un tratto anche uno d'oro. Uno spesso strato di cipria con delle isole rosse le copriva la fronte e sbiadiva le guance terrificanti, un po' incavate come quelle di una vecchia strega maligna: pareva avesse indossato il volto della volpe della pelliccia, un volto che mi sembrava cattivo e furbo ma anche disgraziato e straziante. Perché la bambina braccata, la fatina sfuggente e birichina lesta di gambe, la mia ninfa magica che avevo inseguito come stregato lungo e dentro il bosco, non era per niente una bambina: altro che fata e ninfa di bosco! Era una donna grottesca, quasi anziana! Una donna nana. Un po' gobba. Da vicino aveva sul viso un tratto corvino, becco storto e occhio fisso. Era insomma una creatura deforme, spaventosa, miniaturizzata, passita, il collo avvizzito e le mani che d'un tratto lei allungò verso di me sfoderando una risata sommessa, bassa e tremenda, ansiosa di toccarmi per stregarmi e farmi prigioniero, con quelle dita raggrinzite, ossute, simili alle grinfie di un uccello da preda. Mi voltai e scappai senza fiato, spaventato, piagnucolante, correvo eppure ero troppo impietrito per strillare, correvo senza sosta urlando, dentro, un urlo soffocato aiuto aiutatemi, correvo pazzamente fra le grotte fruscianti nel buio, avanti a perdermi avanti a smarrire la strada nel folto della foresta. Mai in vita mia, né prima né dopo di allora, mai sentii un
terrore del genere: io avevo svelato il suo terribile segreto, che non era una bambina, che lei era una strega travestita da bambina, e adesso lei non mi avrebbe lasciato uscire vivo dal suo bosco buio. Correndo, cascai sopra una piccola soglia, una specie di porticina in legno che non era né chiusa né aperta, e in fondo non era ad altezza d'uomo, solo una piccola apertura come l'ingresso di una gabbia per cani: con quel poco fiato che mi restava, entrai e mi nascosi dalle grinfie della strega, maledicendo me stesso, perché non hai chiuso la porta di questo nascondiglio? Ma ero bloccato dallo spavento, troppo atterrito per spuntare anche solo un momento fuori da quel riparo, troppo impietrito anche soltanto per tendere il braccio e chiudere lo sportello. Mi rannicchiai tutto in un angolo della gabbia, che forse era solo un magazzino, uno spazio chiuso ricavato nel sottoscala. Lì, fra vaghe bobine di tubi di metallo e valigie rotte e cumuli di tessuti muffiti, tutto contratto e rannicchiato come un feto, le mani a proteggere la testa e la testa affondata tra le ginocchia, che voglia di non esserci, di risucchiarmi tutto dentro me stesso, lì rimasi tremante, madido di sudore, timoroso persino di respirare, attento a non emettere il minimo suono, sgomento dal mio respiro che mi avrebbe presto tradito, perché quell'affanno di sicuro lo udivano tutti, anche fuori. A ogni istante mi pareva di sentire il rumore dei suoi tacchi, "tic muori tac crepa", sempre più vicini a me, ecco che mi raggiunge con la sua faccia da volpe sgozzata, eccola qui fra un momento che mi prende, mi tira fuori di qui, mi tocca con le sue dita di vipera, mi tocca, mi fa male e d'un tratto mi sfodera un riso di dentiera e mi inietta nel sangue un incantesimo spaventoso che fa diventare anche me una volpe sgozzata. O un sasso. *** Mille anni dopo qualcuno passò di lì. Un commesso del negozio? Trattenni il respiro e strinsi i pugni tremanti. Ma quello non sentì il battito del mio cuore. Passò distratto davanti alla mia gabbia e passando chiuse chiudendo inavvertitamente da fuori la porta dello sgabuzzino (che in fondo non era molto più grande di un cassetto), che io non avevo avuto il coraggio di chiudere da dentro. Ora ero segregato. Per sempre. In un abisso di tenebra totale. Sul fondo dell'Oceano Pacifico.
Dentro una tenebra e una pace come quelle non ero mai stato in vita mia, né la trovai mai più in tutti gli anni che vennero dopo di allora. Non era, infatti, il buio della notte, che di solito è nero blu scuro e quasi sempre vi si scorgono dentro bagliori che forano o puntinano la cortina, e ci sono stelle, lucciole, fari di tragitti lontani, la finestra di una casa da qualche parte, cose che spezzano il buio della notte dove puoi sempre navigare fra un blocco e l'altro di tenebra con l'aiuto di quei tratti di luce e guizzi e fremiti, e si può sempre andare a tentoni fra ombre, un po' meno nere della notte in sé. Non qui: qui era il fondo di un mare d'inchiostro. E non era nemmeno la quiete della notte, di quel genere di quiete nei cui meandri palpita un alito remoto e fremiti che fanno vibrare il silenzio e gracidii di rane e ululati e il rombo soffuso di un motore e ronzio di zanzare e di tanto in tanto il pianto lancinante di uno sciacallo. Qui, invece, ero chiuso e recluso non dentro una notte viva e fremente color viola scuro, bensì dentro un buio superlativo. E una quiete assoluta mi avvolgeva lì, quella quiete che si trova soltanto al fondo di un deserto d'inchiostro. *** Per quanto tempo? Oggi non saprei nemmeno più a chi domandarlo: Greta Ghet rimase uccisa durante l'assedio alla Gerusalemme ebraica, nel 1948. Un cecchino della legione giordana, con una cinta nera a tracolla e una kefijah rossa a scacchi, le sparò un colpo di precisione dalla scuola per poliziotti sulla linea del cessate il fuoco. La pallottola, così si diceva nel quartiere, entrò dall'orecchio sinistro di zia Greta e uscì dall'occhio. Ancora oggi, quando provo a farmi tornare in mente il suo viso, quell'occhio esploso mi sgomenta. Non ho più nemmeno modo di capire dove si trovasse quella boutique di Gerusalemme, dotata di varchi nascondigli nicchie e sentieri nel bosco, circa cinquant'anni fa... Era un negozio arabo? O armeno? E che cosa c'è adesso, al suo posto? Che ne è stato di quei boschi, di quelle gallerie tortuose? Di quelle nicchie dietro i paraventi, dei banchi e dei camerini? Della gabbia in cui ero stato murato vivo? Della strega camuffata da ninfa boschiva, quella che prima avevo inseguito e dalla quale ero poi fuggito in preda al terrore? Che ne sarà stato della mia prima seduttrice che mi aveva attirato dietro a sé nelle trame del labirinto, finché non avevo violato il nascondiglio dove si era degnata di mostrarmi la sua faccia che al
solo contatto con il mio sguardo si era trasformata in un mostro di faccia? Una faccia da volpe scannata, una faccia cattiva e furba ma anche disgraziata e straziante. Può darsi che zia Greta, quando finalmente si degnò di rispuntare fuori dal suo purgatorio dentro uno smagliante abito, si sia spaventata nel non trovarmi lì che l'aspettavo, nel posto che mi aveva assegnato, sullo sgabello di vimini di fronte al camerino. Sicuramente si preoccupò e arrossì sino a diventare quasi viola: che è successo al bambino? Insomma, è sempre ubbidiente e responsabile, è un bambino molto giudizioso, non certo uno scavezzacollo e anzi non troppo coraggioso... Si può supporre che zia Greta abbia dapprima cercato di rintracciarmi da sola. Forse immaginò che a forza di aspettare il bambino si fosse annoiato e avesse deciso di giocare a nascondino con lei per castigarla della sua prolungata sparizione. Forse quel birichino si nascondeva qui, dietro gli scaffali? No? Qui fra i cappotti? O si stava lustrando gli occhi davanti ai manichini delle ragazze vestiti solo per metà? O forse era andato a spiare i passanti per strada, dalla vetrina? O forse aveva trovato da solo il bagno del negozio? O un rubinetto per bere? E' un bambino intelligente, piuttosto giudizioso, non c'è che dire, però... però un po' distratto, confuso, immerso nei suoi sogni, ogni volta daccapo a girare dentro le storie che gli racconto e che lui racconta a sé stesso. E se fosse uscito per strada da solo? Se si fosse convinto d'essere stato dimenticato e adesso stesse vagando sconsolato in cerca della via di casa? E se fosse arrivato un estraneo a porgergli la mano e offrirgli meraviglie d'ogni sorta? E se il bambino si fosse lasciato persuadere? E se se ne fosse andato? Con uno sconosciuto? *** La preoccupazione della zia Greta cresceva, ormai non arrossiva più e al contrario divenne pallida come un cencio e iniziò a tremare come in preda a dei brividi di freddo. Alla fine la zia avrà di sicuro alzato la voce, sarà scoppiata in un pianto sconsolato e tutta la gente nel negozio, i commessi e le clienti, sarà accorsa in suo aiuto e tutti avranno cominciato a cercarmi per lei. Avranno forse gridato il mio nome, percorso i sentieri del labirinto, setacciato invano ogni angolo della selva. E dato che si trattava con tutta probabilità di un negozio arabo, è lecito immaginare che una frotta di bambini un po' più grandi di me siano stati convocati e spediti di qua e di là
a cercarmi nella zona, fra i vicoli, nei pozzi, fra gli alberi di ulivo lì vicino, nel cortile della moschea, al pascolo sul pendio, nei passaggi che portavano al mercato. Chissà se c'era il telefono. Chissà se zia Greta telefonò alla farmacia del signor Heinemann all'angolo di via Sofonia. Chissà se riuscì a dare ai miei genitori la terrificante notizia. Probabilmente no, perché in tal caso i miei mi avrebbero continuamente rammentato l'episodio ancora per anni, rinfacciandomi oltre all'atto di disubbidienza anche la terribile, seppur breve, finta perdita che un bambino matto aveva inflitto loro, tale che nel giro di un'ora o due gli erano venuti quasi tutti i capelli bianchi. Ricordo che non urlai, lì dentro quel buio assoluto. Non emisi il benché minimo suono. Non tentai di scuotere la porta chiusa né la colpii con i piccoli pugni: forse perché ancora tremavo di paura al pensiero che la strega dalla faccia di volpe scannata stesse ansimando dietro alle mie tracce. Ricordo che quella paura s'andava tramutando, lì sul fondo di quel mare muto d'inchiostro, in una strana dolcezza: stare lì divenne un po' come coccolarsi addosso a mamma sotto il calore della coperta invernale mentre brividi di freddo e buio sfioravano il vetro della finestra, da fuori. Era un po' come giocare a fare il bambino sordo-cieco. E un po' come essere libero da tutti. E del tutto. Speravo che presto mi trovassero e mi tirassero fuori di lì, presto. Ma non proprio subito. Laggiù avevo trovato persino una cosa piccola e solida, una specie di chiocciola rotonda di metallo, liscia e piacevole al tatto, le cui dimensioni parevano fatte apposta per la mia mano e il cui contatto faceva piacere alle dita incrociate lì sopra: toccare accarezzare stringere e allentare un poco, a tratti tendere e tirare - appena appena - l'inquilino sottile ed elastico acquattato lì dentro. Sembrava la testa di una lumaca che spuntava per un momento, si girava incuriosita di qua e di là e subito tornava dentro, al riparo della sua corazza. Era un metro a scomparsa, un nastro sottile e flessuoso di metallo tutto arrotolato dentro una scatolina di metallo. Lì nel buio giocai piuttosto a lungo con quell'oggetto: tiravo, tendevo, allungavo, lasciavo improvvisamente e così il serpentello di acciaio balzava come un fulmine e tornava dentro il nascondiglio, la scatola lo inghiottiva tutto nella sua pancia, e quando lo aveva digerito produceva in fondo un lieve scossone, un fremito di clic che piaceva tanto alla mano chiusa sulla chiocciola. Così di nuovo tirare, liberare, tendere, questa volta il serpente lo allungo fuori tutto, lo estendo dentro l'abisso di buio, lo uso per toccare le estremità
della notte, ascolto lo schiocco delle giunture delicate mentre si tende e mentre la testa si allontana dalla sua corazza. Alla fine lo lascio tornare nella sua casetta ma piano piano, libero un pezzettino e lo fermo, un altro e di nuovo fermo, tento di indovinare - perché non vedevo nulla, assolutamente nulla - quanti schiocchi, pak pak, si sarebbero ancora sentiti prima del tlac definitivo, della chiusura finale che sancisse la scomparsa del serpente dalla testa fino alla coda dentro il ventre misterioso da cui l'ho lasciato uscire. Come aveva fatto a capitarmi per le mani quel benevolo oggetto? Non ricordo più se l'avevo acchiappato per strada, durante la mia eroica spedizione, in qualche angolo del labirinto, o se invece l'avevo trovato dentro la mia gabbia, ormai ero sepolto sotto il macigno... *** E' lecito immaginare che zia Greta abbia ragionevolmente deciso che fosse meglio non informare i miei genitori: non avrebbe avuto alcun senso spaventarli a posteriori, ormai dopo il lieto fine. Forse aveva anche timore che la considerassero una balia irresponsabile, facendole così perdere una pur misera, ma sicura fonte di guadagno. Fra me e lei non si rievocò mai, nemmeno per accenno, la storia della mia morte e resurrezione nel negozio arabo: nemmeno una parola. Nemmeno un cenno d'intesa. Forse sperava che col tempo il ricordo di quel mattino sarebbe svanito ed entrambi avremmo finito per pensare che non fosse mai successo, che era stato solo un brutto sogno per entrambi. Può anche darsi che si vergognasse un poco di quelle sue stravaganti escursioni per boutique: da quel mattino d'inverno non partecipai mai più ai suoi piccoli peccati. E forse, chissà, per merito mio riuscì a disintossicarsi un po' da quel genere di voglie? Dopo qualche settimana, forse un paio di mesi, fui separato dalla zia e spedito all'asilo della signora Penina Shapira, in via Sofonia. Solo le note del pianoforte di zia Greta continuammo a udire di lontano ancora per qualche anno, la sera, soffuse, persistenti e solitarie, fra i rumori di strada. Non era un sogno, comunque. I sogni svaniscono con il passare del tempo e lasciano il posto ad altri sogni, mentre la strega nana, la vecchia bambina, il volto di volpe scannata ancora sogghigna con i suoi denti aguzzi, fra i quali uno d'oro. E non solo la strega: anche la lumaca che avevo preso nel bosco. La tenni nascosta a papà e mamma ma ogni tanto, quand'ero solo, trovavo il
coraggio di tirarla fuori e giocarci un poco sotto la coperta, provocandole lunghe uscite e balzi fulminei all'indietro, dentro la tana. Un uomo color nocciola con due grosse borse di lacrime sotto gli occhi buoni, un uomo né giovane né vecchio, con un metro bianco e verde da sarto intorno al collo che scendeva sul petto. Movenze un poco stanche. La faccia scura, larga, dormicchiante, e un sorriso timido che per un istante lampeggiò ma subito dopo si nascose sotto i baffi canuti, morbidi. Quell'uomo si chinò verso di me e mi disse qualcosa in arabo, qualcosa che non capii e che tuttavia dentro di me tradussi in parole - non aver paura, bimbo, adesso non devi più avere paura. Ricordo che aveva, il mio liberatore, degli occhiali da lettura quadrati con la montatura scura, occhiali non adatti a un commesso in un negozio d'abbigliamento femminile, piuttosto, forse, a un falegname corpacciuto e attempato che camminando borbotta e trascina i piedi con un mozzicone di sigaretta spento in bocca e un metro rotto che spunta dalla tasca della camicia. Quell'uomo mi guardò per un istante non attraverso le lenti degli occhiali, che scivolavano un poco sul naso, bensì da sopra a quelle. E dopo avermi ben studiato e dopo aver nascosto un altro sorriso o un'ombra soltanto di sorriso dietro i baffetti, l'uomo annuì fra sé e sé due, forse tre volte, mi porse e prese e avvolse nella sua mano calda la mia gelida di paura, come fossi stato un pulcino intirizzito da riscaldare, e con ciò mi estrasse dal cassetto buio e poi di colpo mi fece volare per aria e poi mi strinse piuttosto forte al suo petto e fu allora che scoppiai a piangere. Viste le mie lacrime, quell'uomo accostò bene la mia guancia alla sua, larga e morbida, e disse - aveva una voce bassa, polverosa e piacevole, una voce che ricordava un sentiero sterrato e ombroso in mezzo alla campagna verso sera, in un ebraico da arabi mi disse, domanda, risposta e conclusione: "Tutto bene? Tutto bene. A posto". E poi mi portò in braccio nell'ufficio situato in fondo al negozio, dove l'aria era piena di aroma forte di caffè e sigarette e un sentore di stoffe di lana e di dopobarba del tizio che stava lì, così diverso dal profumo di papà, molto più amaro e pieno, un profumo che avrei voluto avesse anche mio papà. L'uomo che mi aveva trovato aprì e disse a tutti i presenti qualche parola in arabo, perché nell'ufficio c'erano altre persone in piedi e sedute, fra lui e zia Greta che piangeva in un angolo della stanza. Una frase la disse anche a zia Greta, che arrossì tutta e intanto con un gesto lungo lento
responsabile, come un medico che tocca per scoprire dove fa male, il mio uomo mi prese e mi passò nelle braccia della zia in lacrime. Benché io non avessi poi tanta voglia di andare da lei. Ancora no. Volevo solo restare ancora un poco appiccicato al petto dell'uomo che mi aveva salvato. Poi loro parlarono ancora un po', gli altri, non il mio uomo, il mio uomo non parlò più, solo mi accarezzò sulla guancia, mi diede due pacche sulla spalla e se ne andò. Chissà come si chiamava. Chissà se è ancora vivo. A casa sua? O nella polvere e nella povertà, in qualche campo profughi... *** Dopo di che, tornammo con l'autobus numero 3A. Zia Greta si lavò la faccia e lavò anche la mia, perché non si vedesse che avevamo pianto. Mi diede una fetta di pane e miele e del riso bollito in una ciotola, oltre a una tazza di latte tiepido, per ultimo due tavolette di marzapane. Poi mi spogliò e mi mise a dormire nel suo letto, elargendomi un sacco di coccole e schiocchi che finirono con dei baci appiccicosi, mi coprì e disse dormi un poco caro bimbo mio. Forse intendeva con ciò occultare ogni traccia dell'accaduto. Forse sperava che mi addormentassi e mi risvegliassi dopo il sonnellino pensando che era stato tutto solo un sogno, e così non raccontassi nulla ai miei, e qualora avessi raccontato lei avrebbe potuto sorridere e dire che durante il sonnellino facevo sempre dei sogni-fiabe, sogni che qualcuno dovrebbe mettere per iscritto un giorno in un libro, un libro con delle belle illustrazioni a colori, che piaccia a tutti i bambini. Ma io non mi addormentai, rimasi lì in silenzio sotto la coperta, a giocare con la mia lumaca di metallo. Ai miei genitori non raccontai mai nulla della strega, né del fondo del mare d'inchiostro, e nemmeno del mio salvatore: non volevo che mi confiscassero la lumaca. E nemmeno sapevo come spiegare loro dove l'avevo trovata, ecco. Come avrei potuto? Raccontare che era un ricordo del sogno? Se invece avessi detto la verità, si sarebbero arrabbiati moltissimo, sia con la zia Greta sia con me: come era stato possibile?! Sua eccellenza?! Un ladro?! Sua eccellenza è per caso uscito di senno?! Così, mi avrebbero subito riportato lì e costretto a restituire la mia lumaca e a chiedere scusa. E poi mi sarebbe toccato il castigo.
Nel pomeriggio arrivò papà a prendermi a casa di zia Greta. Come suo solito, disse: "Sua eccellenza non sembra un po' pallido, quest'oggi? Ha avuto una dura giornata, sua eccellenza? Le sue navi sono affondate nel mare? O i suoi castelli sono caduti in mano al nemico?". Non risposi, benché avessi di che umiliarlo: avrei potuto, ad esempio, svelargli che da quella mattina avevo un altro padre, oltre a lui. Arabo. Mentre mi infilava le scarpe scherzò un poco con la zia Greta, come suo solito quando corteggiava le signore, a parole, ciacolando senza sosta per tappare ogni fessura di silenzio momentaneo. Mio padre ebbe perennemente terrore del silenzio. Si considerava sempre responsabile dell'andamento della conversazione, e si sentiva fallimentare, anzi colpevole, quando languiva anche solo per un istante. Così, anche quel giorno recitò per la zia Greta la sua parte in versi, più o meno: "Giuro invero che peccato non è/ bere con Greta una tazza di tè". Forse si spinse a dirle: "Greta o Greta mia/ tu nel cuore sei spia". Zia Greta arrossì prontamente, e visto che si vergognava di arrossire arrossì due volte, il collo e le guance si riempirono di un sangue viola, tinta melanzana, e tuttavia riuscì a bofonchiare: "Signor dottor Klausner, dai", ma per contro le gambe accennarono una piccola piroetta in suo onore. Quella sera papà mi portò a fare un lungo giro fra i resti della cultura inca: entusiasti e assetati di sapere solcammo insieme mari e monti, attraversammo fiumi e steppe sul grande atlante tedesco. Osservammo da vicino le città misteriose e le rovine di templi e santuari sull'enciclopedia e anche fra le pagine di un libro illustrato. Ogni sera mamma si sedeva in poltrona a leggere, le gambe raccolte sotto il sedere. Nella stufa a gasolio bruciava una fiamma silenziosa, colore blu intenso. E a tratti il silenzio della stanza era accentuato dal morbido crepitio delle bolle d'aria di passaggio dentro le vene della stufa. Il giardino non era propriamente un giardino, ma solo un modesto riquadro di terra calpestata e compressa, pareva una gittata di calce: nemmeno i rovi vi riuscivano a crescere. L'ombra del muro di cemento vi cascava sopra a ogni ora del giorno, come nel cortile di una prigione. Oltre a quella degli alti cipressi che si distinguevano dietro il muro, nel cortile della famiglia Lemberg. In un angolo vegetava a denti stretti uno sventurato peperoncino, mi piaceva stropicciarne le foglie tra le dita e aspirarne poi
l'odore eccitante. Di fronte a questo peperoncino, presso il muro, languiva un albero, o meglio un cespuglio: misero resto dei tempi in cui Kerem Abraham era ancora un frutteto e non un quartiere, questa pianta malgrado tutto vegetava ostinatamente di anno in anno. I bambini non aspettavano i melograni, coglievano senza pietà i frutti in erba, poco più che boccioli a forma di vaso. In ognuno di essi infilzavamo un bastoncino lungo un dito, un dito e mezzo, e li traformavamo così in pipe, come quelle che fumavano gli inglesi e anche alcuni notabili del quartiere sempre ansiosi di scimmiottare gli inglesi. Con la stagione, aprivamo puntuali in un angolo del cortile il nostro negozio di pipe. Il colore dei germogli di melograno faceva sì che, in punta alle nostre pipe, brillasse una specie di scintilla rossa. *** Degli ospiti nonché amici fraterni, Mala e Stashek Rodintzky di via Chanselor, un giorno mi portarono in dono tre sacchetti di carta con dentro dei semi di rapanello, di pomodoro e di cetriolo. Papà propose subito di allestire un piccolo orto: "Io e te diventeremo contadini!" dichiarò entusiasta. "Fonderemo un piccolo kibbutz nel campo dietro il melograno, e con le nostre energie attingeremo il pane dalla terra!" Nessuna famiglia, in via Amos, disponeva di vanga, zappa, forcone. Nemmeno paletta o rastrello: quelle erano cose per gli ebrei nuovi, abbronzati, che vivevano oltre i Monti di Tenebra - nei villaggi, nei kibbutz, in Galilea, nella zona di Sharon e nelle vallate. A mani nude dunque, io e papà ci apprestammo a soggiogare il deserto e creare un'isola verde. Il sabato mattina presto, mentre mamma e tutto il quartiere ancora dormivano, noi due sgusciammo in cortile, con addosso canottiera bianca, pantaloncini cachi e un cappellino in testa - mingherlini e urbani sino alla punta delle esili diti, pallidi come due pezzi di carta ma ben protetti da uno spesso strato di crema che ci eravamo spalmati l'uno sulle spalle dell'altro (si chiamava Velveta e avrebbe dovuto sventare preventivamente la congiura del sole di primavera). Papà procedeva in testa, con gli scarponcini, era armato di martello, cacciavite, una forchetta presa in cucina, un rotolo di corda e un sacco di iuta vuoto, oltre a un coltello preso dalla sua scrivania, in altre parole il tagliacarte. Io lo seguivo, tutto eccitato e pieno di allegria campestre, con in mano una bottiglia d'acqua, due bicchieri e una scatoletta con dentro un
cerotto, una boccetta di tintura di iodio, un bastoncino per spalmare la tintura, una striscia di garza e una benda - pronto soccorso per ogni evenienza, speriamo di no. Per prima cosa papà brandì il tagliacarte con uno slancio solenne, fatale, quasi stesse segnando una frontiera tra due popoli, e abbassandosi disegnò nella terra quattro linee. Con ciò, sancì una volta per tutte i confini del nostro appezzamento, circa due metri per due, appena poco più grande della carta del mondo che avevamo appesa lungo il muro del corridoio fra le porte delle due stanze. Poi mi ordinò di mettermi in ginocchio e tenere bene, con tutte e due le mani, il bastoncino appuntito che chiamò "piolo": aveva in mente di piantarne quattro, a ogni angolo del terreno, per poi circondarlo tutto con una recinzione di corde tese. Solo che la terra calpestata del cortile, compressa ormai come cemento rappreso, rimase impassibile di fronte ai colpi di papà e si rifiutò categoricamente di accogliere i pioli. Egli abbandonò dunque il martello, si tolse con aria sacrificale gli occhiali che posò gravemente sul davanzale della finestra della cucina, e tornò all'opera con dei colpi ben più forti, sudò tutto, sbraitò, senza occhiali, più di una volta a momenti mi spezzò le dita che tenevano il piolo ormai quasi ridotto in poltiglia. A forza di fare, riuscimmo finalmente a spaccare la crosta esterna e penetrare nel terreno: i pioli si conficcarono per circa mezzo dito dentro la polvere rappresa, e lì si fermarono, ostinati come bestie recalcitranti che nemmeno le botte riescono a smuovere. Non un millimetro di più, ci fu verso di farli scendere. Per questo fummo costretti a sostenere ciascun piolo con due o tre grossi sassi, e giungere a qualche compromesso in merito alla tensione delle corde, perché ogni gesto in tal senso avrebbe potuto sradicare i pioli dalla loro superficiale posizione. Fu così che il terreno venne circondato da quattro mandate di fune molle. E in effetti in ogni tratto di corda si disegnava, per mancanza di tensione, una specie di pancia da commendatore. Eravamo comunque riusciti a produrre dal nulla una nuova entità: da quel momento in poi qui ci sarebbe stato un dentro - il nostro orticello - e un fuori, cioè tutto il resto del mondo. "Ecco" disse umilmente papà annuendo quattro o cinque volte, come per trovare conferma fra sé e sé. Io ripetei, imitando inavvertitamente quel gesto del capo, su e giù: "Ecco". Con ciò, papà sancì un breve intervallo. Mi ordinò di asciugarmi il sudore, di bere, di sedermi sul gradino a riposare un momento. Lui non si
mise accanto a me, inforcò invece gli occhiali e rimase in piedi accanto al nostro fazzoletto di terra, a rimirare l'opera, meditare, soppesare il seguito dei lavori, valutare i risultati raggiunti sino a quel momento, dedurne un monito. Dopo di che mi ordinò di estrarre temporaneamente i pioli e togliere le corde, da posarsi ordinatamente accanto al muro: conveniva infatti prima zappare la terra e solo dopo segnarne i confini, altrimenti le corde ci avrebbero disturbato nel lavoro. Così fu deciso di versare sul terreno quattro o cinque secchi d'acqua, aspettare una ventina di minuti che questa penetrasse e ammorbidisse un poco la superficie coriacea, e dopo rimettersi all'opera. *** Fino a mezzogiorno avanzato papà lottò stoicamente e a mani quasi nude contro i fortilizi della terra compattata: chino con la schiena dolorante, madido di sudore, ansimante come un affogato, quegli occhi che senza lenti mi sembravano spogli e inermi, avanti e indietro con il martello contro il suolo duro. Ma si trattava di un martello troppo leggero, un utensile domestico, smaccatamente cittadino; fatto non per sfondare muri fortificati ma soltanto per spaccare noci o piantare chiodini dietro la porta della cucina. Come infuriando con una fionda sulla corazza di Golia, papà brandiva la sua misera arma: l'impressione era che stesse usando una padella per sfondare il muro di Troia. Il verso opposto del martello, che aveva forma di Y e serviva per estrarre i chiodi, papà lo usava a mo' di zappa e vanga. Ben presto, sui cuscinetti di pelle nel palmo della mano fiorirono delle grosse bolle, ma papà strinse i denti e le ignorò, e continuò a ignorarle anche quando le bolle si spaccarono lasciando colare il loro liquido amniotico e trasformandosi in vere e proprie piaghe. Anche sui polpastrelli di studioso, morbidi e delicati, fiorirono queste vesciche, ma nemmeno a queste si arrese: continuò a brandire il martello, abbassarlo, colpire, tuonare, battere e brandire, e mentre lottava così con le forze della natura e con il deserto primordiale, le sue labbra pronunciavano contro la terra dalla dura cervice sommessi ma drastici giuramenti, in greco o latino e fors'anche amarico o chissà quale antico idioma slavo o sanscrito. Finché a un certo punto scagliò il martello con tutta la forza del suo slancio contro la punta della sua scarpa: gemette di dolore, si morse il labbro inferiore, si fermò un istante, usò la parola "smaccatamente" o l'espressione "per certo" per rimproverarsi della mancata prudenza, si
asciugò il sudore, bevette, pulì con il fazzoletto il bordo della bottiglia e raccomandò anche a me di bere, poi tornò al campo di battaglia zoppicante eppure determinato a riprendere eroicamente la raffica di colpi testardi. Senza arrendersi. Finché la terra compatta finalmente ebbe compassione di papà, o forse effettivamente si sbriciolò stupefatta di fronte a tanta tenacia, e cominciò a spaccarsi vuoi in lungo vuoi in largo; in quelle fessure papà ficcò subito la punta del suo cacciavite, come per paura che il suolo recalcitrante tornasse a compattarsi in un'unica gittata. Grattò quelle piaghe sul terreno, le rese più larghe e profonde e con le unghie, le dita ormai bianche e tremanti per lo sforzo, cominciò a scavare via dei blocchi di terra e gettarli ai propri piedi, uno a uno, la pancia sventrata verso l'alto, come dei draghi giustiziati. Brandelli di radici impigliate spuntavano da quelle zolle, tutte storte e nodose come nervi estirpati da carne viva. A me toccava perfezionare l'opera di dissodamento, sbriciolare con la punta del tagliacarte le zolle grezze che papà era riuscito a sottomettere, spulciarne via le radici e buttarle dentro il sacco, estrarre pietre e sassolini, ridurre in briciole ogni zolla e alla fine... usare la forchetta di cucina a mo' di rastrello o erpice e pettinare delicatamente le zazzere di terra sbriciolata. Poi venne l'ora di concimare: letame non ce n'era né avrebbe potuto esserci, da noi; sullo sterco dei piccioni sul tetto non potevamo far conto, dato il pericolo di infezioni. Papà però aveva preparato sin dal giorno prima una pentola piena di avanzi. Era una brodaglia inquietante di cereali, bucce di frutta e verdura, zucca che aveva fatto il suo tempo, melmosi fondi di caffè sopra i quali galleggiavano foglie di tè, avanzi di papà del mattino e minestra di barbabietole e di verdure stufate, pelle di pesce e grasso di frittura bruciacchiato e latte inacidito e altri liquami untuosi e schifezze di torbido concime da cucina, pezzi e pezzetti di dubbia origine che flottavano in modo disgustoso dentro una specie di brodo denso, fermentato. "Tutto ciò arricchirà la nostra terra sguarnita" mi spiegò papà mentre ci riposavamo sullo scalino con la canottiera ormai fradicia, e ci sentivamo davvero una squadra di autentici uomini di fatica, a prendere un poco d'aria sulla faccia sotto i berretti. "Certamente dobbiamo nutrire le zolle con tutto ciò che lì pian piano, da rifiuto marciscente qual è diventerà materia organica fertilizzante, sì da fornire alle nostre piantine gli elementi energetici e il grasso e i principi nutritivi senza i quali per certo ci spunterebbero qui solo verdure pallide e malaticce."
Evidentemente indovinò il pensiero schifoso che mi passava in quel momento per la testa, visto che si premurò di spiegarmi: "E non credere che in futuro mangeremo, tramite le verdure che cresceranno qui, quel che adesso forse ti sembra una scoria nauseabonda. No, certo che no! Assolutamente no! Questa spazzatura non è cosa rivoltante, bensì un tesoro: ormai generazioni di contadini e lavoratori della terra hanno colto per intuizione questa verità profonda e misteriosa! Tolstoj stesso parla da qualche parte dell'alchimia mistica che opera continuamente nel ventre della terra, quella metamorfosi meravigliosa che trasforma il putridume in marciume e il marciume in nutrimento grasso, e il nutrimento grasso in messe e verdura e frutta e ogni sorta di prodotti del campo, del giardino, del frutteto". Mentre rimettevamo i quattro pioli ai quattro angoli dell'appezzamento e tendevamo cautamente la corda di cinta, papà mi fece ripassare per bene, con semplicità e precisione, ma anche per ordine: putridume e marciume. Nutrimento grasso. Organico. Mistico. Alchimia. Metamorfosi. Prodotti. Tolstoj. Mistero. *** Prima che mamma venisse a confortarci dicendo che il pranzo sarebbe stato pronto entro mezz'ora, l'operazione conquista del deserto era ultimata: il nostro nuovo orto si stendeva da piolo a piolo e da un tratto all'altro di corda, accerchiato dalla terra arida del cortile eppure ben contraddistinto dalla sua tinta marrone scura, segno di terra lavorata, coltivata, dissodata. Zappata e rastrellata da precisi colpi di pettine, stava la terra del nostro orticello, lavorata e seminata e concimata e bagnata, ripartita in tre onde o collinette di pari lunghezza, una per i pomodori, una per i cetrioli e una per i rapanelli. E come i temporanei cartellini d'identificazione che si usa mettere ai piedi delle fosse prima della posa delle lapidi definitive, ficcammo dei bastoncini in fondo a ogni settore, e su ciascuno applicammo il sacchetto della semente, ormai vuoto. Per il momento, dunque, prima che spuntassero le pianticelle, avevamo almeno un'immagine a colori di quel che ci aspettava: un'immagine dal vivo di un pomodoro rosso fuoco, con qualche turgida e limpida goccia di rugiada sulla guancia. Alcuni cetrioli freschi dal verde appetitoso. E l'ultima, anch'essa invitante, di un mazzo di rapanelli smaglianti che scoppiavano di salute, a tinte rossa bianca e verde.
Dopo la concimazione e la semina bagnammo e tornammo a bagnare delicatamente tutte le fossette gravide con l'aiuto di un innaffiatoio improvvisato, ricavato da una bottiglia e un colino preso in cucina, che nella vita di città serviva a trattenere dentro il bollitore le foglioline quando si versava il tè bollente. Papà disse: "E d'ora in poi mattina e sera dovremo innaffiare il nostro orticello, senza esagerare né scarseggiare; tu per certo correrai fuori a controllare ogni mattina, appena alzato, se vi saranno segni di vegetazione, perché entro pochi giorni dei minuscoli steli cominceranno a far capolino, vedrai, a drizzarsi e scuotersi di dosso i grani di terra, proprio come un fanciullo che si scrolla via il berretto dalla testa. Ogni pianta e ogni virgulto, così pensavano i nostri sapienti di benedetta memoria, ha il suo angelo custode che sta loro accanto e ordina, a suon di colpetti in testa: "Cresci!". E poi aggiunse: "Adesso conviene che sua eccellenza, sudato e sporco com'è, prenda dall'armadio della biancheria camicia e calzoni puliti e vada a fare un bagno, rammentando, vostra altezza, di insaponarsi per bene anche in quelle parti li. Basta che non si addormenti lì per lì nella vasca, come è solito fare, perché anch'io, nel mio piccolo, aspetterò paziente il mio turno". In bagno, dopo che ero rimasto in mutande, mi arrampicai scalzo sulla tazza del gabinetto e guardai fuori, attraverso la finestrella: chissà che non si vedesse già qualcosa? Un primo germoglio? Un ciuffetto verde? Foss'anche piccolo come una capocchia di spillo. In quello scorcio dallo spioncino del bagno vidi mio padre sostare ancora qualche istante accanto al nostro orticello nuovo, umile e dimesso che era, e felice come un artista fotografato ai piedi della sua opera, stanco e zoppicante a forza di martellate sui piedi, tuttavia fiero come un conquistatore. Parlatore infaticabile era mio padre, traboccante di aneddoti e detti, sempre felice di spiegare e citare, ansioso di elargirti lì sul momento tutta la sua erudizione, di attingere generosamente ai tesori della sua dottrina e ai meandri della sua ricca memoria: hai mai pensato al nesso lampante che la lingua ebraica stabilisce fra "sradicare" e "strappare"? Fra "cacciare" e "rapa"? Fra "piantare" e "strappare"? Fra "terra" e "rosso" e "uomo" e "sangue" e "silenzio"? Ed era un diluvio di citazioni nessi connotazioni arguzie giochi di parole e scambi di parole fasci di sillogismi intrecci di significati e di confutazioni e obiezioni nel disperato tentativo di divertire gli astanti, di risultare spiritoso, di mettere allegria, e persino di fare un po' il pagliaccio, senza per carità cadere nel ridicolo, tutto purché
non calasse il silenzio. Anche un breve, leggero silenzio. Anche per un momento solo. Una figura esile e tesa, una canottiera madida di sudore e i pantaloncini cachi troppo larghi, che arrivavano a coprire quasi tutte le gambe mingherline. Braccia e gambe troppo magre, pallide e coperte di una fitta peluria nera. Mio padre assomigliava a uno studentello talmudico spaurito espulso improvvisamente dalla penombra della scuola, infilato dentro una tenuta da pioniere e impietosamente scaraventato sotto la luce abbacinante del mezzogiorno. Il suo sorriso meditabondo ti stava addosso con un tono implorante, sembrava ti stesse tirando per la manica pregandoti di volergli un poco di bene. I suoi occhi scuri ti fissavano con aria distratta ma anche un po' smarrita, da dietro le lenti rotonde: proprio come se in quel preciso momento gli fosse venuto in mente che aveva scordato qualcosa, chissà mai che cosa, proprio la cosa più importante e urgente, si era dimenticato una cosa seria e lampante che non poteva assolutamente dimenticare. Che cos'era, questa cosa? Quanto a lui, non c'era verso di farselo venire in mente. Scusa, magari tu, per caso, sai che cosa ho dimenticato? Qualcosa di urgente... Che non può in alcun modo attendere... Mi faresti la cortesia di ricordarmi che cosa è, quella cosa? Se non ti dispiace? *** Nei giorni che seguirono correvo ogni due o tre ore al nostro orticello, tutto agitato, e impaziente di vedere fiorire il vitigno, spuntare i melograni, controllare con un profondo inchino se erano comparsi i primi segni di vegetazione, anche soltanto qualche minuscolo movimento sulla terra... Innaffiavo continuamente il pezzetto di terra, tanto che i solchi divennero una melma paludosa. Ogni mattina saltavo su dal letto e mi precipitavo scalzo, in pigiama, a vedere se nelle ore della notte non fosse per caso successo l'agognato miracolo. E in effetti dopo alcuni giorni, una mattina presto, riscontrai che i rapanelli erano stati i primi a spedire una truppa di minuscoli, fitti periscopi. Tale era la gioia che subito li innaffiai a ripetizione. Piantai anche uno spaventapasseri stretto in un vecchio completo di mamma, con al posto della testa una scatola di conserva su cui avevo disegnato bocca e baffi e fronte e dei capelli neri che cascavano di sbieco, come quelli di Hitler, e due occhi uno dei quali era venuto un po' storto, forse ammiccava forse prendeva in giro.
Passò un giorno o due e spuntarono anche degli altezzosi cetrioli; ma quel che videro, rapanelli e cetrioli, li turbò o li spaventò al punto che cambiarono idea, sbiancarono, nello spazio di una notte si piegarono come per un gesto di profonda prostrazione, le minuscole testoline sfiorarono il suolo, i fusti avvizzirono, si restrinsero, ingrigirono, sino a diventare poco più che squallidi steli di paglia. Quanto ai pomodori, quelli nemmeno spuntarono: esaminate attentamente le condizioni ambientali, pensarono bene di lasciarci perdere. Forse il nostro cortile non sarebbe mai stato in grado di produrre alcunché, dato che era una specie di scantinato chiuso da quattro mura e sempre velato dalle grandi ombre dei cipressi: nemmeno un raggio di sole arrivava dritto laggiù. Forse in effetti avevamo esagerato un po' con l'irrigazione. O il concime. Può anche darsi che il mio spaventapasseri hitleriano, che sugli uccelli non faceva alcuna impressione, abbia invece impaurito a morte i germogli in erba. Fu comunque così che fallì il tentativo di fondare una specie di kibbutz in miniatura a Gerusalemme e di nutrirsi dei frutti della nostra fatica. "Di qui," sentenziò tristemente papà, "di qui si deduce la grave, inevitabile conclusione che abbiamo, fuor di dubbio, sbagliato in qualche cosa. Sbagliato in tutto e per tutto. Ora pertanto abbiamo il dovere inequivocabile di indagare senza compromessi e senza sosta, sì da capire dove e in che cosa abbiamo sbagliato: forse abbiamo calcato la mano nella concimazione? O abbiamo esagerato nell'irrigare? O il contrario, abbiamo mancato in qualche procedimento vitale? Dopo tutto, non siamo agricoltori figli di agricoltori, ma solo amatori dilettanti della terra, amatori niente affatto esperti, ancora affatto ignari dei segreti della giusta via di mezzo, no?" Quel giorno stesso, al suo ritorno dal lavoro presso la Biblioteca nazionale sul Monte Scopus, papà arrivò con due grossi volumi presi in prestito sul giardinaggio e l'orticoltura (uno era in tedesco): li studiò per un poco. Ben presto però la sua attenzione passò ad altri argomenti e a libri affatto diversi - il declino di alcuni dialetti di minoranza nei Balcani, l'influenza dei poemi cavallereschi del Medioevo sulle origini della novella, le parole greche nella Mishnah, la decodifica della scrittura ugaritica. Poi una mattina, mentre andava al lavoro con la sua borsa nera, un po' logora, mio padre mi vide chino con le lacrime agli occhi sulle piantine agonizzanti, tutto teso in un ultimo, disperato sforzo per salvarle, con il supporto di gocce nasali o forse per le orecchie che avevo preso, senza
chiedere il permesso, nell'armadietto della farmacia in bagno, e che ora stavo distillando su quell'appassita vegetazione, goccia a goccia su ogni gemoglio. In quel momento papà ebbe pena per me. Mi sollevò e mi abbracciò, ma ben presto mi rimise giù. Era imbarazzato, confuso, quasi sconcertato. Prima di andar via, con l'aria di chi fugge dal campo di battaglia, annuì col mento su e giù tre o quattro volte, mormorando pensieroso, più a sé stesso che rivolto a me: "Proviamo e vediamo che cosa si può ancora fare". A Rechavia, in via Ibn Gabirol, c'era un tempo un edificio chiamato "Casa delle pioniere", o forse era una "Fattoria dei lavoratori" o "Centro agricolo per lo sviluppo". Dietro questa casa si trovava una piccola riserva agricola, una specie di comune, una comunità di donne, un "dunam" forse uno e mezzo di alberi da frutto, orto, pollaio, alveari. Su quel piccolo podere, all'inizio degli anni cinquanta sarebbe poi sorta la famosa baracca statale del presidente Itzhak Ben Tzvi. Dopo il lavoro, mio padre si recò dunque a questa fattoria sperimentale: avrà sicuramente raccontato a Rachel Yanait o a una delle sue colleghe tutta la storia del nostro fallimento campestre, chiesto istruzioni, cercato una soluzione; alla fine se ne andò e tornò a casa con due autobus, portando con sé una piccola cassetta di legno dov'erano interrate una ventina, anche trenta, giovani piantine. Introdusse di nascosto quel bottino in casa e per il momento me lo tenne nascosto dietro la cesta della biancheria o forse sotto l'armadio della cucina, aspettò che io dormissi e a quel punto andò fuori, armato di una torcia, del cacciavite, dell'eroico martello e del suo tagliacarte. Quando la mattina seguente mi svegliai, mio padre mi si rivolse con un tono piatto, banale, come per farmi presente che avevo una scarpa slacciata o un bottone sbottonato, senza nemmeno alzare gli occhi dal giornale, e disse: "Bene. Mi pare che la tua cura di ieri abbia comunque funzionato un poco per le nostre piantine malate. Sua eccellenza vada a dare un'occhiata, chissà che non veda qualche piccolo segno di un principio di guarigione... O forse è solo una mia impressione? Fammi dunque il piacere di controllare, poi torna da me per favore a dirmi qual è la tua opinione, e capiremo se abbiamo entrambi la stessa idea, più o meno, no?". Le mie minuscole piantine, secche e gialle di morte al punto che ancora il giorno prima erano solo miseri fili di paglia, nello spazio di una notte, come per un incantesimo, erano diventate dei fusti svettanti, robusti e pieni di linfa, che scoppiavano di salute, di un verde rigoglioso, vivace e intenso.
Ero sbigottito, mi sentivo il cuore pieno di paura, ma largo: straordinario, il potere di quelle poche gocce per il naso - o per le orecchie! E più guardavo, più il miracolo mi sembrava grande: gli steli dei rapanelli, quella notte, erano zompati nel territorio dei cetrioli. Mentre in quello dei rapanelli si erano insediate piantine a me ignote, forse di melanzana. O carota. Ma il prodigio più mirabile di tutti era questo: lungo la fila di sinistra, là dove avevamo interrato i semi di pomodoro e dove non era mai spuntato alcunché, in quella zona dove non avevo ritenuto opportuno versare nemmeno una goccia della mia magica pozione, erano ora germogliate, malgrado tutto ciò, tre o quattro pianticelle, piuttosto ramificate, con dei boccioli rossi tra le foglioline superiori. *** Dopo una settimana, il morbo tornò a infierire sul nostro orticello, riecco i tormenti dell'agonia, le piante chinarono il capo, languirono, ridiventarono avvizzite e malaticce come gli ebrei perseguitati nella diaspora, le foglie cascarono, gli steli appassirono e ingiallirono, e questa volta non servirono né le gocce per il naso e nemmeno lo sciroppo contro la tosse: il nostro orto stava morendo. Per ancora due, tre settimane, i quattro pioli rimasero invano a circoscrivere il terreno fra le corde impolverate, col tempo crollarono anch'essi. Solo il mio spaventapasseri hitleriano rimase lì a sbracciarsi ancora per un po'. Papà, dal canto suo, si consolò con una ricerca delle fonti della romanza lituana o con la nascita del romanzo in rapporto alla poesia trobadorica. Mentre io, per parte mia, mi dedicai a stendere su tutto il cortile impolverato una marea di galassie folte di stelle strane, lune, soli, comete e pianeti, e partii per un viaggio denso di avventure e pericoli, da una stella all'altra: su quale di loro avrei trovato segni di vita?
33. Verso sera, d'estate. Sono forse alla fine della prima, forse all'inizio della seconda, o forse dentro quell'estate che sta fra una classe e l'altra. Sono solo, in cortile. Tutti se ne sono andati abbandonandomi, Danush ed Elik e Uri e Lulik ed Ethan e Ammi sono andati a cercare uno di quei così fra gli alberi nel boschetto sulla discesa di Tel Arza, me non mi hanno preso nel gruppo La Mano Nera perché non l'ho gonfiato. Danush ne aveva trovato uno fra gli alberi, pieno di colla puzzolente che si era rappresa, l'aveva lavato per bene sotto il rubinetto, e chi non aveva avuto il coraggio di soffiare non poteva essere accolto ne La Mano Nera e chi non aveva il coraggio di metterselo e di pisciarci un po' dentro come un soldato inglese non se ne parlava nemmeno, di prenderlo nella Mano Nera. Danush aveva spiegato come si fa. I soldati inglesi portavano ogni sera delle ragazze nel boschetto di Tel Arza e lì, al buio, funzionava così: all'inizio si baciavano per un po' sulla bocca. Poi la toccavano in tutti i posti e anche sotto i vestiti. Poi lui calava a lei e a sé le mutande e si metteva una cosa così e si stendeva su di lei e così alla fine lui bagnava. Funzionava così ogni notte nel boschetto di Tel Arza e funzionava così ogni notte in tutte le case, persino il marito della maestra Sussmann, anche lui di notte faceva così con la maestra Sussmann. Persino i vostri genitori. Anche i tuoi. Anche i tuoi. Tutti. E questa cosa provoca al corpo tante piacevolezze così e ti irrobustisce i muscoli e ti pulisce ben bene il sangue. *** Tutti erano andati tranne me e nemmeno i miei genitori erano in casa. Disteso supino sul pavimento di cemento in fondo al cortile dietro i fili
della biancheria a guardare il giorno che passa. Il cemento è rigido e freddo sotto il corpo e la canottiera. Penso, ma non sino in fondo, che tutto quello che è duro e tutto quello che è freddo resta duro e freddo per l'eternità mentre le cose morbide e calde restano morbide e calde solo temporaneamente, perché alla fine tutto prima o poi diventa necessariamente freddo e duro, passa in quello stato dove non ci si muove non si pensa non si sente non ci si scalda. Per l'eternità. Disteso supino le dita trovano una pietruzza e la mettono in bocca, ha sapore di polvere e calce e qualcosa d'altro, anche - come sale ma non proprio sale. La lingua sente tutte le piccole sporgenze e gli incavi quasi che questo granulo di ghiaia sia un mondo come il nostro, con monti e valli. E se poi si scopre che il nostro globo terrestre, o magari tutto il nostro cosmo, è soltanto un sassolino sul pavimento di cemento in un cortile di giganti? E se fra un istante un bambino talmente immenso che non lo si riesce neanche a immaginare quanto è immenso, anche lui preso in giro dai suoi amici che se ne sono andati senza di lui e quel bambino immenso prende fra due dita tutto il nostro cosmo e se lo mette tutto in bocca, e anche lui comincia a frugare così con la lingua? E se anche lui pensa che magari questa pietruzza che ha in bocca potrebbe essere un cosmo intero con vie lattee e soli e stelle comete e con bambini e gatti e bucato appeso sul filo? E se anche il cosmo di quel bambino immenso, il bambino per il quale noi siamo solo un granello di ghiaia in bocca, fosse solo un sassolino sul pavimento del cortile di un bambino ancora più immenso, e anche lui e il suo cosmo... e così via all'infinito come una di quelle bambole russe, un cosmo dentro un grano di ghiaia dentro un cosmo dentro un grano di ghiaia, tanto in grande quanto in piccolo? Ogni cosmo un grano di ghiaia e ogni grano di ghiaia un cosmo? Finché non si comincia a sentire un po' di vertigine e intanto la lingua accarezza questo sassolino come una caramella e adesso anche la lingua sa appena appena di gesso. Danush ed Elik e Uri e Lulik e Ammi e tutta La Mano Nera fra sessant'anni poi saranno morti e poi morirà anche chi se li ricordava e poi anche chi ricordava chi si ricordava chi li ricordava. Le ossa diventeranno pietre come la pietra che sta adesso in bocca: e se anche la pietra che ho adesso in bocca fosse di bambini morti trilioni di anni fa? Anche loro andati a cercare quei cosi nel boschetto e anche fra loro ce n'era uno che prendevano in giro perché non aveva avuto il coraggio di soffiare e mettere? Anche quello lasciato solo nel suo cortile e anche lui disteso supino e anche lui con in bocca una pietruzza che una volta era stata un
bambino che anche lui era stato una volta pietra? La testa, come gira. E intanto questa pietra prende un po' di vita e non è più proprio dura e fredda, è diventata bagnata e calda e comincia persino a ricambiare in bocca il solletico che riceve dalla punta della lingua. *** Dietro i cipressi dietro il muro di cinta dai Lemberg hanno acceso la luce elettrica e di qui, da questa posizione non si capisce chi c'è in camera, se la signora Lemberg o Shula o Eva, chi avrà acceso la luce, però si vede la corrente gialla spandersi verso fuori come una scia di colla così densa che fatica a spandersi, fatica a muoversi tanto è densa e a momenti non riesce nemmeno a tracciare un sentiero pigro, un sentiero vischioso, giallo e torbido e lento che avanza come un denso lubrificante dentro la sera e adesso è già quasi grigio azzurrognolo e viene il vento che lecca per un momento. Cinquantacinque anni dopo, seduto a scrivere di quella sera sul quaderno al mio tavolo da giardino di Arad, ecco che torna quella brezza della sera e dalla finestra dei vicini anche qui, anche stasera esce una scia giallastra di luce densa e pigra come vischio lubrificante, la conosco, da quanto tempo la conosco, non mi stupisce più. Però, la sera della pietra in bocca in cortile a Gerusalemme non è certo arrivata sino ad Arad per scacciare l'oblio né per smania di nostalgia, al contrario: quella sera scende ad aggredire questa. Un po' come una donna conosciuta tanto tempo prima, che ormai non fa più né caldo né freddo, che quando ci si incontra ha più o meno sempre le solite cose da dirti e quando ci si incontra ti sfodera un sorriso tutt'al più una pacca di circostanza sul petto ma questa volta come mai no, questa volta no, di colpo invece allunga la mano e ti tocca e ti prende per la camicia ma non per scherzo, no si aggrappa a te con grazia e disperazione gli occhi chiusi una smorfia di dolore sul viso che insiste vuole deve e non cede e ormai non le importa più di te e che cosa provi quello che vuoi quello che non vuoi non le importa adesso lei deve lei non ce la fa più adesso lancia e ti arpiona e comincia a tirare e tira e ti strappa ma poi non è lei che tira, lei solo pianta le unghie invece sei tu che tiri e scrivi tiri e scrivi come un delfino con l'arpione conficcato nella carne ora tira più forte che può per scappare e tira e tira dietro a sé più forte che può l'arpione e la corda legata all'arpione e tira anche il cannone legato alla corde e tira anche la barca dei suoi cacciatori con il cannone, tira e nuota tira per fuggire tira e si gira nell'acqua, tira e s'immerge nell'abisso nero, tira e scrive e tira
ancora, se tira ancora una sola volta più forte che può magari si arrendono e liberano quello che ha conficcato nella carne, che morde e buca e non cede, tu vai e tira e quello solo morde, tira ancora e quello si conficca sempre più e prova se riesci a rendere pari dolore di questa disgrazia sempre più fonda e lancinante perché lui è l'aggressore, e tu l'aggredito, lui è l'arpione e tu il delfino lui dà e tu hai preso lui la sera che fu allora a Gerusalemme e tu nella sera qui adesso ad Arad. Lui i tuoi genitori morti e tu tira tira e tira e scrivi. *** Tutti se ne sono andati senza di me al boschetto di Tel Arza e io che non ho avuto il coraggio di gonfiare sto qui supino sul pavimento di cemento in fondo al cortile dietro i fili della biancheria. Vedo la luce del giorno che s'arrende. Subito notte. Una volta, dalla caverna dei quaranta ladroni che avevo nell'interstizio fra l'armadio e il muro, ho visto la nonna, la mamma di mamma, che era venuta a trovarci a Gerusalemme dalla baracca rivestita di carta catramata in fondo a Kiriat Motzkin, ho visto la nonna tremendamente arrabbiata con mia mamma: le agitava davanti il ferro da stiro e con gli occhi iniettati aveva sputato addosso a mamma delle cose tremende in russo o in polacco, inframezzate di yiddish. Nessuna delle due poteva immaginare che fossi rannicchiato lì dentro, trattenevo il respiro e sbirciavo e sentivo tutto. In verità mia mamma non rispose nemmeno una parola alle imprecazioni urlate da sua mamma, rimase seduta sullo sgabello rigido, era una sedia senza fodera e senza schienale che stava in un angolo, e lei sedeva piuttosto impettita, le gambe strette e le due mani immobili sulle gambe e anche gli occhi erano calati sulle gambe, come se tutto dipendesse da quelle. Una bambina sgridata sembrava mia madre mentre sua madre le sparava una domanda velenosa dopo l'altra, tutte domande viscide, tutte frizzanti di suoni come "tzsetzs" e "shtzstz", mia madre non rispose nemmeno una parola, solo gli occhi bassi verso le gambe, sempre più concentrati lì. Quel silenzio fece infuriare ulteriormente la nonna, peggio ancora del silenzio precedente di mamma, e allora d'un tratto come fosse completamente uscita di senno, gli occhi ardenti e il volto ferino di rabbia, una bava bianca agli angoli della bocca aperta, i denti che brillavano fra le mascelle, nonna lanciò brutalmente, come per abbattere il muro, il ferro rovente che aveva in mano, colpì l'asse da stiro e uscì sbattendo la porta così forte che tutti i vetri
della finestra e i vasi e le tazze tintinnarono dappertutto. Mia madre, che non sapeva che io ero lì a spiare, si alzò di scatto e iniziò a castigare sé stessa, due schiaffi in faccia e graffi sui capelli, prese una gruccia e si colpì la testa e la schiena fino a farsi venire le lacrime e anch'io dentro la caverna nell'interstizio fra il muro e l'armadio cominciai a piangere in silenzio e a mordermi forte forte le due mani sinché non apparvero le impronte dei morsi e che male. Quella sera mangiammo tutti il pesce ripieno, dolce, che nonna aveva portato dalla loro baracca di carta catramata in fondo a Kiriat Motzkin, pesce con gelatina dolce e carote dolci, e tutti parlavano degli speculatori e del mercato nero e della strada in costruzione e della libera iniziativa, e si terminò con una composta di frutta cotta, anche quella preparata da mia nonna la mamma di mia mamma, e anche quella venuta dolce e appiccicosa come uno sciroppo. L'altra mia nonna, quella di Odessa, la nonna Shlomit, finì educatamente il suo dessert, si pulì la bocca con il tovagliolo di carta bianca, prese un altro tovagliolino, tirò fuori dalla sua borsetta di pelle un rossetto e uno specchietto da borsetta rotondo e dorato, si disegnò la linea delle labbra e poi, rimettendo la punta del rossetto rubizza erezione canina - dentro l'astuccio, pensò bene di commentare: "Che dirvi? In vita mia non avevo mai assaggiato delicatezze più dolci di queste. Il Sovrano del mondo, evidentemente, ama molto la Volinia e per questo l'ha tutta intinta nel miele: persino lo zucchero, da voi, è tanto più dolce del nostro, e anche il vostro sale è dolce, e il peperoncino, e la senape in Volinia ha sapore di marmellata, per non parlare del vostro rafano, il cren, e l'aceto, l'aglio, le erbe amare, tutto da voi è così dolce che ci si può intenerire persino l'Angelo della Morte in persona". Ciò detto tacque di colpo, forse per paura di quell'Angelo il cui nome aveva evocato con rischiosa leggerezza. A tutto ciò l'altra mia nonna, la madre di mia madre, reagì con un sorriso delicato, non litigioso e nemmeno maligno, proprio un sorriso buono, un sorriso ingenuo e innocente come il canto di un angelo, e di fronte al complimento che la sua cucina era così dolce da addolcire l'acido e l'amaro e persino l'Angelo della Morte, nonna Itta rispose a nonna Shlomit con quattro parole cantilenate: "Ma non te, consuocera!". *** Nessuno era ancora tornato dal boschetto di Tel Arza e io invece giacevo ancora supino sul pavimento di cemento che era ormai diventato
forse un po' meno freddo e duro. La luce pomeridiana s'andava assottigliando, sempre più grigia sopra la punta dei cipressi. Come se qualcuno si fosse arreso lassù, a quelle altitudini spaventose sopra le fronde sopra i tetti sopra tutto questo sobbollio qui per strada e nei cortili interni e nelle cucine, lassù in alto sopra gli odori di polvere e cavolo e spazzatura, sopra il canto di tutti gli uccelli, una lontananza pari a quella che sta fra cielo e terra, sopra le litanie piagnucolose di preghiera che sbucavano a tratti dalla direzione della sinagoga, lungo la discesa. Alto e trasparente e impassibile si spande adesso sopra i serbatoi dell'acqua e sopra il bucato appeso qui in cima a tutti i tetti e sopra i rottami e i gatti randagi, sopra ogni nostalgia e sopra tutte le tettoie di lamiera nei cortili e sopra i pensieri cattivi e le frittate e le bugie e le tinozze per il bucato e i proclami della Resistenza e sopra le minestre acide di barbabietola e sopra lo squallore dei giardini abbandonati e gli alberi da frutta residui del tempo in cui c'era un frutteto, ed ecco che proprio adesso si stende e si spande e porta la quiete di una sera trasparente, ecco la pace delle altitudini sopra i bidoni della spazzatura e le note incerte del pianoforte che pizzicano il cuore, è di nuovo quella bimba bruttina Menukhale Schtich, Menukhale che chiamavamo Namukhele, Tappetta, è lei che con tanta vana fatica cerca di arrampicarsi su una semplice scala di note e di nuovo inciampa, e sempre nello stesso punto, inciampa e inciampa e ripete il tentativo. E poi una capinera che le risponde a modo suo ogni volta con le prime cinque note di "Per Elisa" di Beethoven. Cieli vuoti larghi da un orizzonte all'altro un caldo giorno d'estate. Tre nuvole di piuma e due uccelli scuri. Il sole è già tramontato oltre le mura del campo Schneller ma il cielo non voleva lasciarlo andare, l'ha trattenuto con le unghie riuscendo così a strappargli una scia variopinta e adesso osserva il suo bottino, usa due o tre nuvolette come manichini, s'avvolge di luce come un manto e poi se ne spoglia e guarda come gli stanno al colletto le sfumature verdi e come s'accostano le strisce di bagliore quasi rosso all'aura viola celeste e sulla lunghezza poi quelle briciole d'argento che tremano come il fremito nell'acqua di un branco di pesci che scatta appena sotto. Anche qualche sprazzo di rosa viola e verde limone, poi tutto si toglie e indossa una cappa di splendore rossastro che cola lava torbida di luce purpurea ma basta un momento e leva anche quello e mette un'altra tonaca color della carne scoperta, d'un tratto trafitta e ferita e maculata, tre o quattro fiumi di sangue potente e bordi scuri che ormai si raccolgono fra le
pieghe del tessuto nero e ora niente più altezza su altezza, è un profondo del profondo, come un abisso d'aldilà che si apre e scuote i firmamenti, né sopra né sotto e per chi osserva supino capovolto tutto il cielo è un abisso e per chi osserva supino più supino non è, flotta in alto e poi precipita casca come una pietra giù sul firmamento di velluto. Tu, questa sera non la dimenticherai mai: non hai che sei, forse nemmeno sei anni e mezzo ma per la prima volta nella tua piccola vita ti si è aperto qualcosa di immenso e tremendo, qualcosa di grave e di severo, qualcosa che si apre all'infinito sino all'infinito e viene su di te ed è immenso muto e penetra e ti spacca tutto d'un tratto, ti spacca in modo che anche tu per un momento sei come più largo e profondo di te stesso e con una voce che non è la tua ma forse è proprio la tua che avrai fra trenta, quarant'anni, una voce imperativa e categorica che ti comanda di non dimenticare mai nulla di questa sera: ricorda e serba questi odori, ricordane il corpo e la luce, ricorda gli uccellini le note del pianoforte le grida dei passanti e tutte le sfumature di cielo cangiante sotto i tuoi occhi da un orizzonte all'altro e tutto per te, tutto solo per gli occhi di chi osserva. E non dimenticare Danush e Ammi e Lulik e le ragazze con i soldati nel boschetto e nemmeno quel che disse tua nonna all'altra nonna né il pesce dolce che galleggiava, morto e condito, dentro la gelatina di carota. Non dimenticare il granello ruvido di ghiaia bagnato che ormai più di mezzo secolo è trascorso da quando l'avevi in bocca eppure l'eco del suo sapore grigio sapore di gesso e un po' calce e un po' sale ancora ti urla sulla punta della lingua. E tutti i pensieri di quella pietra, non dimenticare, un universo dentro un universo dentro un universo. Ricorda, la vertigine del tempo dentro il tempo dentro il tempo e la volta del cielo che misura mischia intacca il bottino di colori di luce appena dopo che il sole è tramontato, amaranto e celeste e cedro arancione oro luce pura porpora e scarlatto e vermiglio e celeste e oro e rubino col sangue che sgorga e su tutto scende lento lento un blu grigio opaco e profondo che ha il colore del silenzio e il profumo di note di un pianoforte che invano ripete e ripete in rampicata incerta su una scala rotta, e una capinera che gli risponde con le prime cinque note di "Per Elisa": Ti da da da da.
34. Mio padre aveva un debole per il sublime, mia madre invece propendeva per la malinconia della rassegnazione e la nostalgia. Mio padre era un grande ammiratore di Abraham Lincoln, di Louis Pasteur e dei discorsi di Churchill "sangue lacrime e sudore", "combatteremo per le coste". Mia madre si identificava, con un'ombra di sorriso, nei versi di Rachel, "non ho cantato per te terra mia né t'ho ammantato di eroismo, solo un sentiero han calpestato i miei piedi...". Mio padre esordiva con voce stentorea all'improvviso, presso il lavandino della cucina, recitando con grande pathos, senza alcun preavviso: "...e sulla terra verrà una generazione/i vincoli di ferro si leverà/ogni occhio la luce vedrà! " e a volte anche: "...Yotvata, Masada, Betar prigioniera/ si levino con forza e possanza/ebreo anche nel tormento e nell'affanno/schiavo errante/si cinga dell'elmo di David, stirpe sovrana!". Quand'era di buon umore, mio padre cantava stonando da far tremare i morti: "terra mia, patria mia, monte calvo! ", finché mamma non si trovava costretta a rammentargli che i vicini, i Lemberg, e anche gli altri, i Bihowsky e i Rosendorf, stavano ascoltando il suo recital e si leccavano le dita: papà s'interrompeva subito, taceva un momento e le rivolgeva un risolino mortificato, come se fosse stato appena colto in flagrante a rubare caramelle. Mia madre, per parte sua, amava trascorrere le ore della sera seduta in un angolo del suo letto camuffato da divano, i piedi scalzi ripiegati sotto le gambe, la schiena arcuata, la testa curva sopra un libro che teneva sulle gambe; ore e ore trascorreva per quei loro sentieri dalle inesauribili sfumature autunnali, foglie cadute nei racconti di Turgenev, Cechov, Iwaszkiewicz, André Malraux e Gnessin.
Entrambi erano approdati a Gerusalemme direttamente dai paesaggi del secolo diciannovesimo: mio padre era venuto su a una dieta concentrata di romanticismo nazional-teatrale, un romanticismo sanguigno e fervente: primavera dei popoli, "Sturm und Drang" sulle cui vette di marzapane schizzava, come champagne eiaculato, qualcosa del virile fermento di Nietzsche. Mentre mia madre aveva vissuto secondo un canone romantico diverso: un assortimento introverso, malinconico, di solitudine minore, intriso di tormenti e strazi sentimentali, di profumi autunnali soffusi di decadenza e crepuscolarismo. Il quartiere di Kerem Abraham con i suoi venditori ambulanti, le botteghe, i negozietti, le mercerie yiddish, i religiosi riccioluti i canti sinagogali la piccola borghesia disorientata e gli intellettuali i rivoluzionari bislacchi, non era congeniale né a lei, né a lui. In casa stagnò sempre il timido sogno di traslocare in una zona più distinta, ad esempio Bet Ha Kerem o Kiriat Shemuel, se non Talpiyot o Rechavia: non subito, ma un giorno poi, in futuro, quando sarà possibile, quando avremo messo da parte qualcosa, quando il bambino sarà un po' più grande, quando papà avrà una posizione accademica, quando mamma avrà un impiego fisso, quando la situazione sarà migliore, quando il paese sarà sviluppato, quando se ne saranno andati gli inglesi, quando sorgerà lo stato ebraico, quando si capirà che cosa sarà qui, quando finalmente la vita comincerà a essere, per noi, un po' più facile. *** "Laggiù nella terra amata degli avi," così cantavano i miei genitori in gioventù, lei nella cittadina di Rovno e lui a Odessa e Vilna, e al pari di loro cantavano migliaia di altri giovani nell'Est Europa nei primi vent'anni del Ventesimo secolo, "laggiù nella terra amata degli avi/tutte le speranze saranno vere/laggiù vivremo creando/una vita pura una vita nuova." Ma che cosa erano, tutte le speranze? Che sorta di vita pura e nuova ambivano trovare qui i miei genitori? Forse, molto vagamente, auspicavano in questa terra d'Israele che s'andava rinnovando qualcosa di meno ebraico-domestico e di più europeomoderno; di meno rozzo e materiale, più spirituale; meno logorroico e più ponderato, quieto, introverso. Mia madre vagheggiava in terra d'Israele una vita da maestra di campagna, colta e raffinata, che nelle ore libere avrebbe scritto liriche e
chissà anche dei racconti effusi di sentimentalismo. Credo che sperasse di trovare qui tacite affinità elettive con artisti sofisticati, e con ciò emanciparsi definitivamente dalle grinfie urlanti e nefande di sua madre, di fuggire una volta per tutte dal giogo di quel puritanesimo ammuffito, dal cattivo gusto e dalla palude del vile materialismo, così diffusi nell'ambiente da cui veniva. Mio padre, dal canto suo, si considerava intimamente destinato, un giorno o l'altro, a diventare qui a Gerusalemme uno studioso originale, una sorta di prode pioniere del rinnovamento spirituale ebraico, degno successore del professor Yosef Klausner, baldo ufficiale nell'esercito intellettuale dei figli della luce in lotta con i figli delle tenebre, erede designato della lunga e gloriosa catena cominciata con lo zio Yosef, che non aveva figli, e proseguita con il devoto nipote, ch'egli considerava alla stregua di un figlio. Proprio come il celebre zio, e sicuramente per influenza di questi, anche mio padre era arrivato a leggere sedici, diciassette lingue. Aveva studiato all'Università di Vilna e Gerusalemme, aveva cinquant'anni quando discusse all'Università di Londra la sua tesi di dottorato, dedicata alla vita e alle opere di Y.L. Peretz. Vicini ed estranei, del resto, si rivolgevano a lui chiamandolo quasi sempre con il titolo di "signor dottore", o "mi scusi, signor dottor Klausner", ma solo prossimo ai cinquant'anni ottenne veramente il titolo, e per di più a Londra. Aveva anche studiato, principalmente da autodidatta, storia antica e storia moderna e storia della letteratura, glottologia ebraica e anche filologia generale e studi biblici e della tradizione d'Israele, archeologia e letteratura medievale e un poco di filosofia e slavistica e storia del Rinascimento e romanistica: così ben equipaggiato, sarebbe dovuto diventare assistente e docente e professore associato e di ruolo e luminare e pietra miliare, e alla fine magari sedersi a capotavola ogni sabato pomeriggio e tenere, proprio come il venerato zio, un monologo dopo l'altro davanti a un pubblico di devoti, stupefatti ammiratori. Ma non l'avevano voluto: nessuno qui aveva desiderio né di lui né della sua erudizione. Forse perché lo zio vedeva come il fumo negli occhi quel che avrebbero detto i suoi avversari all'università, se lui non avesse avuto ritegno a designare un nipote quale suo successore e braccio destro; forse perché aveva altri candidati migliori di papà, forse perché mio padre non fu mai capace di farsi strada a gomitate, e forse per nessuna ragione se non perché in tutto il paese c'era soltanto un'università, e piuttosto piccola, frequentata da un manipolo di studenti e un solo modesto corso di
letteratura ebraica, in un periodo in cui dozzine di professori profughi si facevano la guerra per un misero mezzo assistentato, tutti titolati tutti affamati e disperati tutti esperti di tutta la sapienza di questo mondo. E come se non bastasse, molti di loro avevano diplomi di università tedesche, assai più altolocate di quella di Vilna. Trepliov fu dunque costretto a tirare avanti alla bell'e meglio con lo stipendio di bibliotecario addetto al settore giornali della Biblioteca nazionale, e con le energie che gli restavano, la notte, dedicarsi a scrivere i suoi libri sulla storia della novella e della letteratura, mentre la sua Figlia di Gabbiano (Trepliov e Figlia di Gabbiano: personaggi de "Il Gabbiamo" di Cechov (1896). [N.d.A.]) rimase sempre in quell'appartamento seminterrato, a cucinare e lavare e pulire e badare a quel bambino di salute cagionevole, quando non a leggere romanzi o guardare dalla finestra con una tazza di tè che si raffreddava in mano. E se le capitava, a dare qualche lezione privata. *** Ero figlio unico, ed entrambi i miei genitori riversavano sulle mie piccole spalle tutto il peso delle loro delusioni: prima di tutto, dovevo mangiare bene e dormire molto e lavarmi con cura, senza compromessi, perché solo così si sarebbero moltiplicate le probabilità di crescere e osare e realizzare finalmente almeno alcune delle promesse covate nella giovinezza dei miei genitori. Si aspettavano da me che imparassi a leggere e scrivere prima ancora dell'età scolare, e così facevano a gara per elargirmi più lusinghe e ricompense, se studiavo l'alfabeto (che comunque esercitava la sua attrattiva senza bisogno di ricompense, e si fece apprendere facilmente, con spontaneità). Quando iniziai a leggere, a cinque anni, i due si premurarono di fornirmi un assortimento di letture sapido e nutritivo, ricco di vitamine culturali. Spesso mi invitavano a partecipare a conversazioni su temi che in altre case non coinvolgevano i bambini piccoli. Mamma, dal canto suo, mi narrava le sue fiabe di maghi, folletti notturni, spiriti, casette incantate in mezzo al bosco, ma conversava con me anche di fatti di cronaca nera, di sentimenti, della vita e della sofferenza di artisti e geni, delle malattie psicologiche, della vita sentimentale degli animali ("Se guardi bene, vedrai che ogni persona ha un determinato tratto del carattere che la rende simile alle altre creature, al gatto o all'orso, alla volpe, al maiale. Anche nei
lineamenti del viso e del corpo, in ognuno si riscontra l'animale che gli è prossimo"). Mentre papà mi iniziò ai segreti del sistema solare, della circolazione sanguigna, del "Libro bianco" inglese, della vita straordinaria di Herzl, delle avventure di don Chisciotte, della storia della scrittura e della stampa, nonché dei fondamenti del sionismo ("In esilio la vita degli ebrei era molto brutta, qui in terra d'Israele è ancora dura per noi, ma presto sorgerà lo stato ebraico e tutto sarà buono, fresco. Il mondo intero verrà ad ammirare quel che il popolo ebraico sta creando qui"). I miei genitori, mio nonno e mia nonna, affettuosi amici di famiglia, buoni vicini, zie agghindate ed espansive prodighe di abbracci e bacetti grassocci, tutti erano costantemente meravigliati da ogni parola che mi usciva di bocca: il bambino è incredibilmente intelligente, è originale, sensibile, così speciale, è molto più avanti della sua età, è un filosofo questo bambino, il bambino capisce tutto, questo bambino ha occhi d'artista. Io, per parte mia, ero così entusiasta dell'entusiasmo, che era giocoforza essere entusiasta di me: insomma, gli adulti, cioè creature onniscienti e sempre dalla parte della ragione, dicono tutti sempre di me che sono così sveglio - dunque lo sono davvero. Dicono tutti che sono così interessante, e anche qui mi trovano ovviamente concorde. E che sono un bambino sensibile e creativo e un po' così e un po' così (tutte e due le cose in lingua straniera), e inoltre un bambino originale e avanti nello sviluppo e intelligente e razionale e anche un tesoro eccetera eccetera. Pieno di riverenza qual ero verso il mondo degli adulti e dei valori dell'ordine prestabilito, non avendo fratelli, sorelle o amici che bilanciassero un po' questo avvolgente culto della personalità, mi trovavo costretto a condividere, con modestia ma non senza serietà, l'opinione comune degli adulti su di me. E così, senza rendermene conto, a quattro, cinque anni, ero diventato un piccolo pieno di boria cui i genitori e tutto il mondo dei grandi concedevano ampie garanzie e generoso credito. *** Nelle sere d'inverno noi tre si chiacchierava intorno al tavolo della cucina, dopo cena. Parlavamo sottovoce perché la cucina era stretta e bassa come una cella, e senza mai entrare uno nelle parole dell'altro (papà considerava questa una condizione necessaria per avviare la conversazione). Parlavamo, ad esempio, del modo in cui un cieco o anche un extraterrestre,
può cogliere il nostro mondo. O forse tutti noi assomigliamo, in fondo, a un alieno cieco? Parlavamo dei bambini cinesi e indiani, dei bambini beduini e di quelli dei contadini arabi, dei bambini del ghetto, dei bambini dei partigiani, e anche dei bambini dei kibbutz che non appartenevano ai loro genitori ma già alla mia età cominciavano una vita collettiva autonoma, responsabile, facevano i turni per la pulizia delle stanze e decidevano da soli, per alzata di mano, a che ora spegnere la luce e andare a dormire. Una livida luce elettrica stagnava anche durante il giorno, nell'angusta cucina. Fuori, per strada - che ancor prima delle otto era già praticamente deserta, sia per via del coprifuoco imposto dagli inglesi sia per abitudine -, nelle notti d'inverno fischiava un vento famelico, che tormentava i coperchi dei bidoni per la spazzatura vicino alle soglie delle case, spaventava i cipressi neri e i cani randagi, e tentava con le sue dita scure di carpire le tinozze di latta appese ai balconi. Capitava che l'eco di uno sparo remoto o un botto attutito arrivasse sin da noi, dal folto dell'oscurità. Dopo cena, ci mettevamo tutti in fila come in parata, papà e poi mamma e poi io, rivolti verso la parete affumicata dal fornello, le spalle alla stanza: papà chino sul lavello a sciacquare insaponare e di nuovo sciacquare le stoviglie che poi, una a una, disponeva con prudenza nel cestello da cui mamma prendeva i piatti gocciolanti e le tazze bagnate, per asciugarli e rimetterli a posto. La pulizia di forchette, cucchiai e cucchiaini toccava a me, che dovevo anche ordinarli e rimetterli nel cassetto. Quando compii sei anni, mi affidarono anche i coltelli da tavola ma assolutamente non quelli per il pane, la verdura e la carne. *** Non paghi del fatto che fossi intelligente e ragionevole e buono e sensibile e creativo e filosofo e con un paio d'occhi sognanti d'artista, oltre a tutto ciò mi veniva imposto di essere anche un po' veggente e aruspice, un indovino formato famiglia insomma, sognatore su commissione, profeta di corte: tutti sanno, infatti, che i bambini sono prossimi alla natura, al grembo magico della creazione, non ancora guastati dalle ipocrisie né intossicati dagli interessi. E così, mi toccava fare la parte della Pizia di Delfi, o del santo folle: mentre mi arrampicavo sul consunto melograno in cortile, o correvo da muro a muro senza pestare le linee delle piastrelle, i miei mi chiamavano per dettare a loro e agli ospiti di turno con un solo segno puro, venuto
dall'alto, il verdetto della discussione, o decidere ad esempio se andare o non andare a trovare gli amici del kibbutz di Kiriat Anavim, comprare o non comprare (in dieci rate) un tavolo di legno rotondo e quattro sedie, mettere o meno a repentaglio la vita dei sopravvissuti sulle bagnarole dell'immigrazione clandestina, invitare o meno i coniugi Rodintzky per cena, venerdì sera? Mi toccava allora esprimere una riflessione contorta e nebulosa, insolita per la mia età, qualche frase vaga fondata su un racimolo di idee captato chissà quando dagli adulti e miscelato per bene con il mio istinto, un pensierino aperto a tutti i possibili sensi e significati. Era inoltre auspicabile che la mia sortita d'ingegno contenesse anche un vago paragone, e che contemplasse la parola "certamente". Ecco dunque: "Ogni viaggio è come aprire un cassetto". "Certamente c'è mattino e sera, c'è estate e c'è inverno." "Fare piccole rinunce è come non pestare le creature piccoline." I miei genitori, di fronte a queste frasi, non capivano più nulla dalla gioia, gli occhi luccicavano di "Chi vuol sapere la verità lo domandi alla purità", e rimuginavano poi su quelle mie oscure elucubrazioni da cui attingevano infine, come in virtù di una bacchetta magica, il senso recondito e autentico, inconsapevole voce della natura in persona. Mamma mi stringeva forte a sé, dopo quelle proposizioni, che dovevo sempre ripetere o formularne altre simili, in presenza di parenti ammaliati e ospiti a bocca aperta. Ben presto imparai a produrre queste perle opache in quantità industriale, assecondando l'occasione e il gusto del caloroso pubblico-consumatore. E così, ricavavo non una delizia sola, ma tre da ognuna delle mie profezie: prima soddisfazione - vedere tutti gli astanti pendere dalle mie labbra, prima in trepida attesa e poi a lambiccarsi il cervello con esegesi contraddittorie, ma che cosa voleva dire, il poeta? Seconda soddisfazione: il mio carosello di sapienza salomonica era l'ultima parola fra gli adulti ("Non hai sentito quel che ci ha detto sul segreto delle piccole rinunce? Ancora ti ostini a non voler andare domani a Kiriat Anavim?"). E poi c'era una terza felicità, la più segreta e intensa di tutte: la mia generosità d'animo. Non c'è al mondo piacere più grande, per me, dell'offrire, del donare. Loro, gli adulti, mancavano di qualche cosa e solo io potevo colmare quella loro mancanza. Erano assetati e io dissetavo. Avevano bisogno di me e io c'ero. Meno male per loro che ero venuto al mondo! Che avrebbero fatto, altrimenti?
In fondo ero un bambino molto comodo: ubbidiente, diligente, inconsapevolmente eppure assolutamente rispettoso della gerarchia sociale in vigore (mamma e io subordinati a papà, papà a mangiare polvere sulle orme dello zio Yosef, e lo zio Yosef dal canto suo - malgrado la dichiarata opposizione - che obbediva come tutti a Ben Gurion e alle istituzioni ufficiali). A parte questo, cercavo senza posa l'approvazione degli adulti, dei miei genitori e degli ospiti, delle zie, di vicini e conoscenti. Tuttavia, una fra le esibizioni più acclamate del repertorio familiare, commedia popolare dal copione prestabilito, prevedeva un episodio di trasgressione, a seguito del quale era opportuna una conversazione di chiarimento, a seguito della quale s'imponeva un castigo esemplare. Dopo il castigo, venivano puntuali il rimorso, il ravvedimento, l'indulto e la riduzione di metà, se non di quasi tutta, la pena, e a mo' di finale - una scena lacrimosa e fremente di perdono e rappacificazione, accompagnata da abbracci e slanci reciproci. Un giorno, presumibilmente per sete di conoscenza, verso del pepe nero macinato dentro il caffè di mamma. Mamma beve un sorso di caffè. Le va di traverso. Lo sputa dentro il cucchiaino. Gli occhi le si riempiono di lacrime. Sono già amaramente pentito, ma taccio: so bene che ora è papà che ha diritto di replica. Papà, nella sua parte di investigatore imparziale, si china ad assaggiare con prudenza il caffè di mamma. Probabilmente si limita a inumidirsi le labbra. La diagnosi è immediata: "Qualcuno ha avuto la gentilezza di speziare un poco il tuo caffè. Un gesto pepato. Temo che sia opera di una personalità d'alto rango". Silenzio. Per rispetto delle formalità, tiro su qualche cucchiaio del mio semolino, lo porto dal piatto alla bocca, mi pulisco le labbra con il tovagliolo, mi fermo un momento, riprendo a mangiare ancora due o tre cucchiai: pian piano. Dritto. Quasi stessi dando dimostrazione vivente di un manuale di buone maniere. Oggi il semolino lo finirò tutto. Come un bambino esemplare. Farò brillare il piatto. Intanto papà continua con tono pensieroso, come tratteggiando per noi gli arcani rudimenti dell'alchimia. Non mi guarda. Parla solo e soltanto rivolto a mamma. O a sé stesso: "Del resto, potrebbe anche capitare una disgrazia! Come ben si sa, esistono non pochi miscugli di due sostanze, che prese una per una sono perfettamente innocue e commestibili, ma combinate insieme possono rappresentare un pericolo per chi le ingerisce! Colui che quest'oggi ha
versato nel caffè quel che ha versato è indubbiamente capace di escogitare altre combinazioni. E allora? Avvelenamento. Ospedale. Fors'anche pericolo di vita". Lo spettro della morte aleggia in cucina. Come se la disgrazia fosse già avvenuta. Inavvertitamente, mamma scosta appena con il dorso della mano la sua tazza di tosco. "E allora?!" continua papà, meditabondo, muovendo più volte il capo su e giù, lasciando intendere che è bene al corrente di ciò che sarebbe potuto succedere, ma evita ragionevolmente di chiamare per nome l'orrore. Silenzio. "Propongo pertanto che chi ha compiuto il misfatto - certamente per errore, certo solo a mo' di battuta di cattivo gusto - dimostri a questo punto il coraggio di alzarsi in piedi. E così sapremo tutti che, se in questa casa vive uno sventato incosciente, per lo meno ci è risparmiato un codardo smaccato! Quanto meno, una persona priva di sincerità e di onore!" Silenzio. E' arrivato il mio turno. Mi alzo dunque in piedi e con tono adulto, esattamente con la stessa inflessione di papà, dichiaro: "Sono stato io. Mi dispiace. Era una stupidaggine, smaccata. Non capiterà più". "No?" "Certamente no." "Parola d'onore?" "Parola d'onore." "La confessione, il pentimento e la promessa sono forieri di riduzione della pena. Per questa volta ci accontenteremo che tu beva quel che devi bere, per il tuo bene. Sì. Adesso. Per favore." "Che cosa, questo caffè? Con il pepe dentro?" "Certo, sì." "Devo berlo?" "Prego." Ma dopo un primo, timido sorso, interviene mamma. Propone di accontentarsi così: non è il caso di esagerare. Il bambino ha lo stomaco tanto delicato. La lezione l'ha già sicuramente imparata. Papà non accetta il compromesso. O fa finta di non averlo nemmeno sentito. Domanda: "Come trova, sua eccellenza, questa bevanda? E' come nettare di miele? Nevvero?". Faccio una smorfia di disperazione che in fondo è solo schifo. La mia faccia esprime tormento, rimorso, una tristezza che strazia. Papà allora conclude: "Be', basta. Per questa volta basta così. Non sarebbe il caso, sua eccellenza, di tirare una riga su quel che è stato e fare in modo che non si
ripeta più? E magari accentuarne il tratto con un dadino di cioccolato, sì da far passare il gustaccio di prima. Poi, se vuoi, possiamo sederci alla scrivania io e te e sistemare un po' di francobolli nuovi, che ne dici?". *** Ciascuno di noi era molto affezionato al proprio ruolo prestabilito nella commedia: papà era soddisfatto di interpretare un dio vendicativo e castigatore, una sorta di Eterno domestico furibondo e tonante ma anche pietoso e misericordioso, longanime e buono. Se non che, di tanto in tanto veniva un'onda cieca e impetuosa di collera vera, non rabbia teatrale (soprattutto se avevo combinato qualcosa di veramente pericoloso per me stesso): e allora, senza alcun fair play, mi affibbiava due o tre possenti schiaffi sulla guancia. Qualche volta, a seguito di un gioco con la corrente elettrica o di un'arrampicata su un ramo alto, mi ordinò persino di levarmi i calzoni e preparare il didietro (che lui chiamava sempre e soltanto "deretano, prego!"): brandiva severamente la cinghia e assestava sei, sette frustate lancinanti, che bruciavano la pelle e umiliavano l'animo. Ma per lo più gli sfoghi di papà non si manifestavano a suon di pogrom, assumevano invece una veste letale, sarcastica, di assurda degnazione cavalleresca. "Sua eccellenza, questa sera si è di nuovo abbassata a imbrattare di fango tutto il corridoio: evidentemente, per sua eccellenza, togliersi le scarpe sulla soglia, come ci premuriamo di fare noi popolo bue, nei giorni di pioggia, e cosa troppo disonorevole, nevvero? Solo che questa volta temo che sua eminenza sarà costretto a scendere un pochetto dal suo trono e pulire con le sue mani delicate le regali impronte. E poi converrà che vostra altezza resti chiuso per una bell'oretta da solo al buio in bagno così che abbia modo di riflettere sul proprio operato, meditare sui massimi sistemi e pensare ben bene alla propria condotta, per il futuro." Mamma diceva allora la sua, su quel castigo così severo: "Mezz'ora potrà bastare. E senza bisogno del buio. Che ti prende? Vorresti anche proibirgli di respirare?". Papà replicava: "Per fortuna di vostra maestà, c'è sempre un difensore d'ufficio volonteroso e disinteressato". Mamma: "Se si comminassero pene anche per il senso dell'umorismo fallito, in questa casa..." ma non finiva mai questo genere di frasi. Dopo circa un
quarto d'ora giungeva il momento della scena finale: papà veniva a estrarmi dalla stanza da bagno, mi tirava per il braccio e mi stringeva un momento a sé, con imbarazzo, mormorando una sorta di scusante: "Lo so bene, ovviamente, che con il fango non l'hai fatto apposta, ma solo per smaccata distrazione. E tu, dal canto tuo, ovviamente sai bene che noi ti abbiamo castigato solo e soltanto per il tuo bene: affinché non diventi anche tu una specie di intellettuale svampito". Io lo guardavo dritto negli occhi scuri e ingenui e un po' vergognosi, e gli promettevo che d'ora in poi avrei fatto attenzione, mi sarei levato le scarpe sull'ingresso. Di più: la mia parte fissa, nella commedia, prevedeva, a questo punto, con un'espressione seria e troppo adulta per la mia età, e con un frasario attinto dall'arsenale di papà, l'ammissione che ovviamente e senza alcun dubbio capivo che i castighi erano solo e soltanto per il mio bene. Il copione stabiliva anche di rivolgersi a mamma, pregarla di non aver troppo precipitosamente pietà di me perché per parte mia accettavo la logica del portare le conseguenze ed ero ormai decisamente in grado di sopportare le pene che mi spettavano. Anche due ore, nella doccia. Anche al buio. Non m'importava. Non m'importava davvero, perché fra la solitudine per castigo nel bagno chiuso a chiave da fuori, e la mia solita solitudine in camera o in cortile o all'asilo, non c'era quasi differenza: per gran parte dell'infanzia sono stato solo, senza fratelli, sorelle, e quasi senza amici. Una manciata di stecchini, due saponette, tre spazzolini da denti e un tubetto mezzo schiacciato di dentifricio "Avorio"; oltre a una spazzola per capelli, cinque forcine di mamma, l'astuccio da barba di papà, e lo sgabello e la boccetta di aspirine, e il rotolo di cerotto e quello della carta igienica, mi potevano bastare per un giorno intero di guerre, viaggi, immense opere edilizie e avventure lontane nelle quali ero, a fasi alterne, sua eccellenza e schiavo di sua eccellenza, cacciatore e preda e imputato e indovino e giudice e palombaro e ingegnere che apre il Canale di Panama e quello di Suez o tortuose vie di montagna per unire mari e laghi, nell'angusta stanza da bagno, e far salpare da un capo all'altro del mondo navi mercantili e sottomarini e navi da guerra e galeoni di briganti e baleniere e caravelle di esploratori, alla scoperta di continenti e isole sperduti, mai calcati da piede umano. Nemmeno la condanna al confino buio mi sgomentava: alla cieca, chiudevo la tazza del gabinetto, mi sedevo sopra e avviavo guerre e viaggi d'ogni sorta, a mani nude. Senza saponette e senza pettini né forcine, senza
muovermi. Seduto con gli occhi chiusi, accendevo nella mente tutta la luce che volevo lasciando il buio completamente fuori. Si può quasi dire che in fondo amavo queste condanne alla solitudine e all'isolamento. "Chi non ha bisogno del prossimo," diceva papà citando Aristotele, "è segno che è o un animale o un dio." E io, per lunghe ore mi divertivo a essere tanto l'uno quanto l'altro. Chi se ne importava. Quando papà mi chiamava per scherno sua eccellenza o vostra maestà, non mi offendevo. Anzi: dentro di me ero d'accordo con lui. Adottavo questi titoli onorifici. Ma tacevo. Non mostravo alcun segno di gradire, come farebbe un re esule, cacciato dalla sua terra, che un giorno riesce a passare di soppiatto il confine ed entrare nella sua capitale, dove gira per le strade travestito da persona comune. E poi un suddito lo riconosce improvvisamente, si prostra faccia a terra e lo chiama maestà mentre è in coda per l'autobus o in mezzo alla folla nella piazza. Anch'io facevo come lui, ignoravo quell'inchino e quel titolo. Non tradivo alcun segno di immedesimazione. Forse avevo deciso di comportarmi così perché mamma mi aveva insegnato che i re e i veri aristocratici si riconoscono da un certo qual sprezzo verso i loro titoli e dalla consapevolezza che il loro rango impone di usare con i semplici la loro stessa semplicità, di comportarsi con umiltà, proprio come uno di loro. *** Non solo come uno di loro, di più ancora, cercando sempre di comportarsi amabilmente, di rispondere alle aspettative dei suoi sudditi: a loro piace, evidentemente, vestirmi e mettermi le scarpe? Prego: porgo loro con gioia sincera tutti e quattro gli arti. Trascorre un'era e d'un tratto cambiano gusto? D'ora in poi preferiscono che io mi vesta e mi calzi da solo, senza il loro aiuto? Con immenso piacere, mi infilo da solo dentro i miei vestiti, divertito dal loro sdilinquimento, sbaglio qualche volta con i bottoni, e chiedo gentilmente che mi aiutino con i lacci delle scarpe. Quasi si contendono il diritto di inginocchiarsi ai piedi del piccolo re per legargli le scarpe, poiché egli è uso ricompensare i sudditi con un'effusione. Nessun bambino sa meglio di lui come ringraziarli in buone, solenni maniere, per i loro servigi. Una volta ha persino promesso ai suoi genitori (che si guardavano con gli occhi velati di orgoglio e beatitudine, accarezzandolo in muto brodo di giuggiole) che un giorno, il giorno in cui sarebbero stati vecchi vecchi, come il vicino il signor Lemberg, lui gli
avrebbe allacciato le scarpe e abbottonato la camicia, a loro. In cambio di tutte le bontitudini che loro fanno sempre a lui. Sono contenti di spazzolarmi i capelli? O di spiegarmi il moto della luna? Di insegnarmi a contare sino a cento? Di mettermi un pullover sopra l'altro? Persino di farmi sorbire ogni giorno un cucchiaio di disgustoso olio di pesce? Con gran gioia permetto loro di farmi tutto quel che gli passa per la testa, di divertirsi con me a piacimento: dal canto mio mi delizia il costante divertimento che traggono dalla mia minuscola esistenza. L'olio di pesce, ad esempio, mi fa proprio schifo, faccio fatica a non vomitare il latte di mia mamma ancora prima che le labbra sfiorino quel liquido nauseante, ma proprio per questo mi piace vincere la nausea e mandare giù tutto il cucchiaio di pesce in un sol sorso, e persino ringraziarli per il fatto che si preoccupano di farmi crescere sano e robusto. E anche, di cogliere la loro stupefazione: ovvio che non è un bambino normale! E' un bambino così speciale! Fu così che l'espressione "bambino normale" scese ai miei occhi ancor più in basso del disprezzo: meglio venir su addirittura come un cane randagio, meglio un difetto fisico o un ritardo mentale, meglio financo nascere femmina, pur di non essere "un bambino normale" come tutti. E invece bisognava restare sempre, a qualunque prezzo, "così speciale!" o anche "un bambino proprio fuori dal comune!". *** Privo com'ero di sorelle e fratelli, e con invece due genitori che sin dalla mia prima infanzia si erano immedesimati con tanta dedizione in quel ruolo di pubblico in visibilio, non mi restava altro da fare che salire sul palco, occuparlo tutto e incantare la folla. E così, a tre, quattro anni se non persino prima, ero già un mattatore. Primo e solo protagonista del monodramma. Atto unico. Istrione solitario sempre costretto a improvvisare emozionare stupire divertire continuamente il suo pubblico. Da mattina a sera mi toccava inscenare. Eccoci mentre un sabato mattina andiamo a trovare Mala e Stashek Rodintzky in via Chanselor angolo via dei Profeti. Per strada mi rammentano che non devo assolutamente dimenticare che zio Stashek e zia Mala non hanno figli, e sono molto tristi per il fatto che non hanno figli, per cui debbo cercare di tenerli di buon umore e che non mi salti in mente, per carità, di domandare, ad esempio, quand'è che faranno un bambino. Insomma, debbo comportarmi in modo esemplare, ecco: quegli zii hanno
una buona opinione di me, molto molto buona, per cui non debbo combinare nulla, nulla che possa guastare la loro buona opinione. Effettivamente, zia Mala e zio Stashek non avevano figli, ma in compenso avevano due gatti di angora dalla folta pelliccia, molto grassi, con gli occhi celesti: si chiamavano Chopin e Schopenhauer, come il musicista e il filosofo (a questo punto, mentre ci inerpichiamo su per via Chanselor, mi vengono fornite due brevi delucidazioni, Chopin da parte di mia madre e Schopenhauer da parte di papà. Ognuna di queste lezioncine consiste sommariamente in una succinta voce di enciclopedia). Quei due gatti per lo più sonnecchiavano acciambellati uno addosso all'altro in un angolo del divano o su una poltrona cuscino chiamata puf, come fossero stati degli orsi polari, non dei gatti. Dentro una gabbia appesa in un angolo sopra al nero pianoforte, inoltre, i Rodintzky tenevano un venerando canarino quasi calvo, un uccellino un po' malato e cieco da un occhio, con il becco che pareva sempre un po' aperto, come per sete. A volte Mala e Stashek chiamavano quest'uccellino Alma, a volte invece Mirabelle. Per stemperare la sua solitudine, avevano messo nella sua gabbia un altro uccellino, che la zia Mala aveva fatto con una pigna colorata sostenuta da due bastoncini, e che aveva un becco ricavato da uno stecchino color rosso scuro. A questo nuovo canarino avevano anche appiccicato delle ali di piume vere: forse erano cadute o erano state strappate dalle ali di AlmaMirabelle, e dipinte color turchese e amaranto. *** Zio Stashek fumava assiduamente. Aveva il sopracciglio sinistro sempre sollevato, come per gettare un dubbio, come per mandarti una piccola provocazione: è proprio così? Non hai esagerato un pochetto? E gli mancava un incisivo, come un ragazzo di strada malmenato. Mia madre quasi non parlava. Zia Mala, una donna bionda con i capelli raccolti in due trecce che a volte le cascavano con grazia sulle spalle e a volte stavano tutt'intorno al capo come una ghirlanda, offriva ai miei genitori una tazza di tè e la torta di mele. Lei sbucciava le mele creando un nastro perfetto, ininterrotto, che girava su se stesso come il filo del telefono. Tutti e due, Stashek e Mala, sognavano di diventare agricoltori. Per qualche anno avevano vissuto in kibbutz, ancora un anno o due dopo avevano tentato la sorte in una cooperativa di lavoratori, finché non s'era capito che zia Mala era allergica a quasi tutte le piante, mentre zio Stashek era allergico al sole
(o, come usavamo dire noi, il sole in persona era allergico a lui). Zio Stashek lavorava dunque come impiegato alle poste centrali, mentre zia Mala nei giorni dispari della settimana faceva da assistente a un rinomato dentista. Quando ci offriva una tazza di tè, papà scherzava allegramente, come suo solito: "L'ha detto rav Huna nel Talmud: tutto quel che dice il padrone di casa fallo, fuorché: esci!, e io glosso, fuorché: te! Ma visto che l'offerta viene non dal padrone bensì dalla padrona di casa, ovviamente non sia mai che rifiutiamo!", mentre alla torta di mele riservava: "Le tue torte, Mala non v'è storia/ sempre s'ammantano di gloria!". Mamma: "Arieh. Basta, dai". Quanto a me - a condizione che mangiassi tutta la spessa fetta di torta, come si conviene a un bambino grande - la zia Mala aveva in serbo una sorpresa strabiliante: la gazzosa fatta in casa. Risultava in effetti un po' sotto tono in fatto di bollicine (la loro bottiglia di soda era evidentemente stata castigata dal Cielo per essere rimasta troppo tempo a capo scoperto), ma per contro questa gazzosa fatta in casa era ingentilita da uno sciroppo rosso, e così era dolce come nettare. Per cui, finivo educatamente la torta di mele (peraltro non male), badando bene a masticare con la bocca chiusa, a usare solo la forchetta e a non sporcarmi le dita, conscio del fattore rischio macchie, briciole e bocca troppo piena, infilzavo ogni boccone fra i denti della forchetta, che sollevavo poi con grande cautela, come mettendo in conto l'eventualità che degli aerei nemici potessero intercettare il cargo nel tragitto dal piatto alla bocca. Masticavo delicatamente, con la bocca sigillata, e inghiottivo con lo stesso garbo, senza leccarmi le labbra. Intanto coglievo e mi appuntavo al petto della mia divisa d'aviatore gli sguardi estasiati dei Rodintzky e l'orgoglio dei miei genitori. E con ciò alla fine mi meritavo l'ambito premio: un bicchiere di gazzosa fatta in casa, avara di bollicine ma molto molto dolcificata. Talmente dolcificata da essere decisamente, assolutamente, inequivocabilmente imbevibile. Nemmeno un sorso. Nemmeno un goccio. Ha un gusto ancor più rivoltante del caffè al pepe di mamma: disgustoso, gommoso, sembra quello dello sciroppo per la tosse. Avvicino dunque l'amaro calice alla bocca dando mostra di bagnarmi le labbra, ma alla zia Mala in atto di levare lo sguardo verso di me - insieme a tutto il pubblico - mi premuro di assicurare (con un tono e un frasario tipici
di papà), che le sue due opere, vale a dire la torta di mele e la bevanda sciropposa, sono entrambe "davvero ottime". Zia Mala è raggiante: "E ce n'è dell'altro! Molto altro! Te ne servo subito un altro bicchiere! Ne ho preparata una caraffa intera!". Mio padre e mia madre, dal canto loro, mi rivolgono un sguardo di muto amore. Con le orecchie della mente sento il fragore dei loro applausi, con i lombi della mente porgo al mio pubblico un inchino profondo. *** Ma adesso, che si fa? Prima di tutto, per guadagnare tempo, debbo distrarli. Devo produrre un piccolo colpo di genio, qualcosa di profondo, di più grande della mia età, qualcosa che piaccia. "Ogni cosa che è così buona nella vita, è meglio berla a piccoli sorsi." L'uso della parola "nella vita" è come al solito provvidenziale: la Pizia di Delfi ha detto la sua ancora una volta. Gli oracoli hanno parlato. La voce argentina della natura in persona mi è uscita di bocca: sorbire lentamente il loro sorriso. Sorsi posati e meditati. Ecco che, grazie a una sola frase ditirambica, sono riuscito a distrarli. Purché non si accorgano che non ho ancora bevuto quella colla da falegname. Nel frattempo, mentre sono ancora tutti presi dal loro entusiasmo, l'amaro calice sta posato per terra vicino a me, visto che è meglio bere la vita a piccoli sorsi. Quanto a me, al momento sto meditando, i gomiti sulle gambe e le mani sotto il mento: perfetta incarnazione del figlio piccolo del pensatore che una volta mi avevano mostrato in foto o sull'enciclopedia. Dopo un momento sono loro a non pensare più a me, vuoi perché non è educato tenermi così gli occhi addosso mentre la mia mente vaga per mondi supremi, vuoi perché sono arrivati altri ospiti e la conversazione ormai verte intorno alla Resistenza, ai sabotaggi e all'Alto commissario. A quel punto, approfitto lesto del momento buono, sguscio fra gli astanti con il bicchiere di pozione in mano, mi dirigo nell'ingresso e qui lo metto sotto il naso di uno dei due gemelli d'angora, o il compositore o il filosofo. L'adiposo orso polare ronfa, mostra una certa qual repulsione, strabuzza gli occhi come risentito, un po' spaventato, manda un fremito alla punta dei baffi, no, grazie, assolutamente no, e declina indietreggiando verso la porta della cucina. Quanto al collega, creatura non meno imbolsita,
quello manco si prende il disturbo di aprire del tutto gli occhi, e scuote al mio riguardo un unico orecchio rosa. Come per scacciare una mosca. E' allora ammissibile versare il mortale veleno dentro l'abbeveratoio nella gabbia di Alma-Mirabelle, il canarino cieco e calvo, e relativa consorte pigna aluta? Soppeso i pro e i contro: la pigna sarebbe anche capace di farmi la spiata, mentre il vaso di filodendro di certo non avrebbe aperto bocca né mi avrebbe mai tradito quand'anche sotto tremende torture. La scelta cade dunque sul vaso e non sulla coppia di uccellini (anch'essi, come zia Mala e zio Stashek, senza figli, e anche a loro era dunque assolutamente proibito chiedere se avevano intenzione di posare l'uovo). Dopo un certo tempo, zia Mala nota il mio bicchiere vuoto: e si capisce subito che l'ho resa proprio felice, apprezzando la sua bibita. Io sorrido e dico, come gli adulti e con lo stesso tono che gli adulti imprimono alla frase, "grazie, zia Mala, grazie molte, è davvero squisita". Allora lei, senza chiedere é senza nemmeno aspettare la conferma, corre a riempirmi di nuovo il bicchiere e mi fa presente che comunque ce n'è ancora, che ne ha preparata una caraffa intera. Certo, la sua gazzosa probabilmente non è troppo frizzante, però è dolce come cioccolato, non è vero? No? Non posso che confermare, ringraziare nuovamente e tornare in attesa del momento propizio per uscire indisturbato, come un partigiano diretto alle installazioni radar fortificate del governo inglese, dove avvelenare anche il cactus, nel secondo vaso. Solo che in quel momento preciso mi viene una tentazione irresistibile, come uno di quegli starnuti che non si riesce a trattenere, come una risata irrefrenabile in classe, una specie di voglia repentina di confessare: alzarmi e dichiarare ad alta voce che la loro gazzosa è talmente schifosa che persino ai gatti e ai canarini dà la nausea, perciò l'ho presa e l'ho versata tutta dentro le piante, che adesso stanno morendo. E poi essere punito e accettare eroicamente il castigo. Senza rimorsi. Ovviamente non lo farò: il desiderio di incantarli è assai più forte di quello di sconvolgerli. Sono un bambino modello, mica Gengis Khan. *** Mentre tornavamo a casa, mamma mi guardò dentro gli occhi e con un sorriso complice disse: "Non pensare che non ti abbia visto. Ho visto tutto, sai". E io, sincero e innocente, ma con il cuore colpevole che freme tutto dentro il petto, come
un coniglio spaventato: "Hai visto tutto? Che hai visto?". "Ho visto che ti annoiavi tremendamente. Ma sei riuscito a dominarti, e questo mi ha fatto piacere." Papà disse: "In effetti quest'oggi il bambino si è comportato in modo esemplare, peraltro è stato ampiamente ricompensato, ha avuto la torta e due bicchieri di gazzosa, che non gli compriamo mai anche se la chiede sempre, perché chi può mai sapere se i bicchieri al chiosco siano veramente puliti? O solo all'apparenza?". Mamma: "Non sono poi così sicura che quella bevanda ti piaccia tanto, ma ho notato che per non offendere zia Mala l'hai bevuta sino alla fine, e noi siamo fieri di te". "Tua mamma," disse papà, "osserva animo e cuore. Cioè, lei capisce subito non solo quel che hai detto e fatto, ma anche quello che pensi nessuno sappia. Non è sempre facile, del resto, vivere giorno e notte insieme a una persona che ti scruta animo e cuore." "Quando zia Mala ti ha offerto un altro bicchiere di gazzosa," continuò mamma, "ho notato che l'hai ringraziata e hai di nuovo bevuto tutto sino alla fine, per farla contenta. Voglio che tu sappia che non tanti bambini della tua età, e ben poche persone in generale, sono dotati di una tale sensibilità." Stavo quasi per confessare che non io, ero dotato di tale sensibilità, bensì le piante d'appartamento di casa Rodintzky, perché erano state loro a bere sino in fondo quella specie di brillantina. Ma come avrei potuto sbarazzarmi e gettare per terra quel po' po' di decorazioni appena appuntate al petto? Come avrei potuto ferire i miei ingenui genitori? Non avevo forse un momento prima appreso da mamma che, quando si tratta di scegliere fra mentire e offendere, conviene optare non per la verità, e piuttosto per il tatto? E che fra il suscitare gioia e il dire la verità, tra il far male e il non mentire, la generosità è sempre preferibile alla sincerità e alla giustezza. Così facendo, ti elevi più in alto del volgo e ti meriti l'onorificenza più smagliante di tutte: un bambino davvero speciale. Un bambino davvero fuori dal comune. Papà, come suo solito, concluse fornendoci con posata gravità una delle sue dissertazioni etimologiche, che si concludeva con la solita raccomandazione: "Appena arriviamo a casa, vostro onore mi farà il piacere di raccogliere i suoi giochi rimasti sul tappeto, prima che uscissimo, e di mettere per favore ogni cosa a suo posto".
36. Tutto quel che la vita non concesse loro, tutto ciò cui non arrivarono, i miei genitori lo caricarono sulle mie spalle. Nel 1950, al calare del giorno in cui si sono conosciuti per caso sulle scale dell'edificio Terra Santa, Hannah e Michael si incontrano di nuovo (siamo nel romanzo "Michael mio") al caffè Atara in via Ben Yehudah a Gerusalemme. Hannah incoraggia il timido Michael a parlare di sé, ma lui le racconta soltanto del padre vedovo: '(Lui) nutriva grandi speranze per lui. Si rifiutava di pensare che suo figlio potesse essere un uomo qualsiasi. Per esempio leggeva con una specie di venerazione le ricerche che Michael aveva eseguito durante i corsi di geologia e le commentava con espressioni di questo tipo: "E' un lavoro molto scientifico, di grande precisione". Il suo più grande desiderio era quello di vedere Michael professore a Gerusalemme, dal momento che anche il nonno paterno aveva insegnato scienze naturali a Grodno. Questo era sempre stato il suo sogno. Sarebbe stato bello, pensava il padre di Michael, se la cosa si fosse tramandata di generazione in generazione. "Una famiglia," dissi io, "non è una corsa a staffetta con una professione per torcia." "Ma vedi, non posso dirlo a mio padre," disse Michael. "Lui è un sentimentale. Le espressioni ebraiche, ad esempio, lui le usa come fossero delicati pezzi di porcellana...."' ("Michael mio", tr. di Rosy Molari, Feltrinelli 2001) Per lunghi anni mio padre non rinunciò alla speranza di indossare prima o poi sulle sue spalle l'ermellino dello zio Yosef, che avrebbe poi lasciato a
me in eredità quando fosse giunto il momento e se solo avessi seguito le orme della famiglia, diventando uno studioso. E dato che invece s'era lasciato scappare tutto per colpa delle preoccupazioni economiche, che lo costringevano a passare la giornata in un noioso ufficio e dedicare ai suoi studi solo metà della notte - forse il suo unico figlio ce l'avrebbe fatta, no? Mia madre, credo, desiderava che crescessi sì da esprimere al posto mio quel che a lei era sfuggito. *** Negli anni che seguirono mi rammentavano continuamente, con un sogghigno intriso di soddisfazione ben celata, in presenza di ospiti a volte, davanti agli Zarchi e ai Rodintzky, dagli Hanani e dai Bar Yizhar e gli Abramsky, amavano rammentarmi che quando avevo cinque anni, appena due o tre settimane dopo che avevo imparato a riconoscere le lettere dell'alfabeto, scrissi in stampatello sul retro di una scheda di papà il proclama: "Amos Klausner scrittore" e lo attaccai con una puntina alla porta della mia stanzetta. Ancor prima di imparare a leggere, già sapevo come si fanno i libri: m'intrufolavo in studio in punta di piedi e andavo a sbirciare dietro le spalle di papà chino sulla scrivania, le spalle curve, la testa stanca che pareva galleggiare sul fascio di luce gialla proveniente dalla lampada, farsi strada pian piano, con fatica, lungo la sponda del sinuoso uadi in mezzo alla scrivania, fra due argini di libri impilati, procedeva e raccoglieva, si chinava e captava e studiava bene davanti alla luce, compulsando e cernendo e copiando sulle sue schedine, dettagli e note da ogni sorta di grossi tomi aperti e capovolti davanti a lui, e annotava e incastonava con cura e con impegno ogni particolare al posto giusto, quasi fossero state perle da infilare in una collana. In fondo, anch'io lavoro più o meno così. Come un orologiaio o un fabbro dei tempi antichi, lavoro: un occhio quasi chiuso, nell'altro conficcata una lente d'ingrandimento che sembra una trombetta, in mano delle minuscole pinzette; davanti a me sul tavolo non ci sono schede bensì dei foglietti sui quali mi annoto parole strane, verbi, aggettivi e sostantivi, e anche cumuli di frasi frammentarie, e scampoli di espressioni, cocci di descrizioni e un gran campionario di combinazioni azzardate. Ogni tanto pesco e raccolgo con grande prudenza fra le braccia delle pinzette una di quelle particelle, minuscole molecole di testo, la asciugo, la studio a lungo
in controluce, la giro e la rigiro, limo e lustro un poco, pulisco di nuovo e controllo ancora sotto la lampada, limo ancora un filino, poi mi chino e innesto delicatamente la parola o l'espressione al posto giusto, nel tessuto del testo. Mi fermo. Guardo l'effetto da sopra e di lato e con la testa appena piegata, su o giù. Non sono ancora pienamente soddisfatto, estraggo la particella che ho appena incastonato, tento di metterci al suo posto un'altra parola o di inserire quella parola dentro un'altra nicchia della stessa frase, tiro fuori e smusso ancora un pochino, per fissare daccapo il termine scelto, magari con un'angolatura leggermente diversa? O in un contesto lievemente discostante? Magari più in fondo alla frase? O all'inizio della successiva? O non sarebbe meglio suddividere e fare qui una frase a sé, composta di un'unica parola? Mi alzo. Giro per la stanza. Torno alla scrivania. Ci penso ancora qualche momento, anche di più, cancello tutta la frase o strappo piego straccio la pagina ne faccio brandelli. Che disperazione. Maledico me stesso ad alta voce maledico la scrittura e anche la lingua, qualunque sia, eppure riprendo a combinare tutto daccapo. Scrivere un romanzo, ho detto una volta, è più o meno come montare con i mattoncini del Lego tutte le catene montuose d'Europa. O costruire un'intera Parigi, case piazze viali torri sobborghi, sino all'ultima panchina di un parco, usando solo fiammiferi e mezzi fiammiferi. Per scrivere un romanzo di ottantamila parole bisogna prendere, cammin facendo, circa un quarto di milione di decisioni: non solo sull'andamento dell'intreccio, su chi vivrà e chi morirà, chi amerà e chi tradirà e chi diventarà ricco o andrà in rovina e sui nomi dei personaggi e le loro facce e le loro abitudini e il loro mestiere, e su come suddividere in capitoli, e sul titolo del libro (sono le decisioni facili da prendere, quelle categoriche); non solo quando dire e quando occultare e che cosa viene prima e che cosa viene dopo e che cosa svelare fin nei dettagli e che cosa solo per allusione (anche queste sono decisioni semplici). Bisogna soprattutto prendere miriadi di decisioni sottili, come ad esempio se mettere lì, nella terza frase verso la fine del brano, blu o celeste? O azzurro? O magari celeste scuro? O azzurro cenere? E questo azzurro cenere, poi, va scritto già all'inizio della frase? O non è meglio spanderlo solo alla fine della frase? O in mezzo? O lasciarlo invece come una frase brevissima a sé stante, un punto davanti e un punto e una nuova riga dietro? O no, forse è meglio che questo colore sia intinto nella corrente di una frase lunga e composita, articolata e fitta di termini? Forse invece conviene proprio
scrivere in quel punto solo tre parole, "luce della sera", senza tingere quella luce della sera di alcun grigio celeste o azzurro cenere? *** Sin dalla prima infanzia sono stato, in fondo, la vittima di un sistematico lavaggio del cervello: il santuario libresco dello zio Yosef a Talpiyot, la cella di libri di papà nella nostra casa di Kerem Abraham, mamma che si rifugiava tra le sue pagine, le poesie di nonno Alexander, la teoria di romanzi scritti dal nostro vicino il signor Zarchi, le schede e anche i giochi di parole di papà, e persino l'effusione aromatica di Saul Tchernichovskij e l'uvetta del signor Agnon, il quale gettava più ombre alla volta. Ma la verità è che clandestinamente rinnegavo quel biglietto appiccicato alla mia porta con una puntina: per alcuni anni continuai dentro di me a sognare di abbandonare un bel giorno tutti questi labirinti di libri e di andare a fare il pompiere: fuoco e acqua, la divisa e l'eroismo e l'elmetto luccicante, l'ululato della sirena e l'estasi delle ragazze e la luce lampeggiante di emergenza, il trambusto per via, il guizzo della camionetta rossa che come una lama di spada si fa strada spaccando il mondo in due mentre la sirena atterrisce tutti, e sfrecciando con il suo ululato si lascia dietro una scia di cuori raggelati e gambe paralizzate dalla paura. E poi, scale e tubi che s'allungano e si tendono quasi all'infinito, sino al limite della tensione. E l'immagine delle lingue di fuoco che sembrano sangue versato riflessa sulle lastre metalliche dei rossi carri di fuoco. E alla fine - degno coronamento - la ragazza o la donna svenuta issata fra le braccia del suo impavido salvatore: momenti di sacrificio, brucia la pelle bruciano le ciglia e i capelli, il fumo soffoca. Ma subito dopo - la gloria, l'impeto d'amore commosso di donne che si sciolgono per te, l'ammirazione e la gratitudine sconfinate, soprattutto della più bella fra loro, quella che tu con coraggio e con le tue stesse mani hai salvato dal fuoco. *** Chi era colei che nelle mie fantasie di tutta l'infanzia immaginavo di salvare in divisa da pompiere, conquistando in cambio il suo amore? Forse non così va posta la domanda, piuttosto: quale terrificante, incredibile preveggenza congenita veniva a suggerire a quel cuore altezzoso di tocco profeta bambino, suggerire senza svelargli fino in fondo, accennare senza concedergli la benché minima probabilità di decifrare per tempo la larvata
allusione di ciò che sarebbe capitato a sua madre, una notte d'inverno? Già a cinque anni, infatti, mi immaginavo in divisa da pompiere, un pompiere dal coraggio inesauribile, un pompiere dal sangue freddo, ammantato di gloria, divisa ed elmetto, pronto a buttarsi, solo e deciso, nel cuore dell'incendio, pronto a rischiare la vita, per strappare alle fiamme lei svenuta (mentre il fiacco e verboso padre sta lì imbambolato e inetto, a guardare il fuoco terrorizzato). E così, perfetta incarnazione sotto i miei occhi del nuovo eroe ebreo temprato col fuoco (proprio come lo descriverà il padre), il pompiere si precipitava a salvare lei, e salvandola strappava sua madre una volta per tutte alla potestà di suo padre, e la prendeva sotto le proprie ali. Con quali fili scuri potevo mai ricamare questa fantasia edipica, che per anni non mi abbandonò? Non era forse che, come un vago sentore di fumo, in qualche modo anche quella donna, Irina, Ira, si fosse infiltrata dentro la mia fantasia di pompiere salvifico? Lei, Ira Stiletzkaia? La moglie dell'ingegnere di Rovno che il marito perdeva alle carte quasi ogni notte? La sventurata Ira Stiletzkaia che, innamoratasi di Anton, il figlio dello stalliere, aveva perduto i suoi figli finché un giorno aveva versato una latta di benzina e si era data fuoco nella capanna di lui, rivestita di carta catramata? Ma non era capitato quindici anni prima che io nascessi, tutto ciò? In una terra dove non ero mai stato? Quanto a mia madre, certo non si affannava a raccontare tale orrore a un bambino di quattro, cinque anni, no? *** Quando mio padre non era in casa, io seduto a mondare le lenticchie al tavolo della cucina e lei che mi dava le spalle mentre sbucciava verdure, spremeva arance o preparava le polpette sul piano di marmo, mamma mi raccontava delle strane, a volte inquietanti storie. Chissà quanto mi assomigliava, il piccolo Peer, il figlio orfano di Jon, nipote di Rasmus Gynt, in quelle lunghe sere trascorse seduto insieme a sua madre Aase, la povera vedova, soli loro due in quella casetta arroccata fra i monti, notti di bufera e neve, ad attingere e portare dentro di sé le sue storie mistiche, quasi folli, sul palazzo di Soria Moria al di là del fiordo, sul rapimento della sposa, sui troll nel reame delle vette e sulle demonesse verdi, su colui che slaccia i bottoni, sugli spiriti e sul terribile Boyeg. La nostra cucina era angusta come una cella, con il pavimento infossato, le pareti incenerite dai fornelli. Tenevamo due scatole di fiammiferi: una di
nuovi e una riservata a quelli usati che, per risparmiare, usavamo per accendere un fuoco con l'altro o da un fuoco il fornellino. Strane erano le storie di mamma, spaventose eppure accattivanti, popolate di grotte e torri, di villaggi abbandonati e ponti monchi, sospesi sopra il precipizio. Non assomigliavano affatto alle fiabe che a quei tempi si narravano nelle case degli altri. Non assomigliavano alle storie degli altri adulti. Nemmeno a quelle che io ho raccontato ai miei figli, e adesso racconto ai miei nipoti. Le fiabe di mamma giravano in tondo, come avvolte di nebbia: non cominciavano dall'inizio né finivano bene, tremolavano piuttosto dentro il crepuscolo, si avvoltolavano vorticosamente su sé stesse, sbucavano d'un tratto fra le nuvole, stupivano, facevano rabbrividire la schiena e subito sparivano nel buio senza in fondo darti modo di vedere che cosa ti era appena passato davanti agli occhi. Come quella fiaba di mamma sul vecchio bacucco Alleluyev, o l'altra di Taniuthcka e dei suoi tre mariti fratelli fabbri che si uccidono uno per mano dell'altro, o la storia dell'orso che adotta un bambino morto, del demone delle caverne che s'innamora della moglie del guardiaboschi, dello spirito di Nikita il carrettiere che torna dal regno dei morti per incantare e sedurre la figlia dell'assassino. Le sue narrazioni erano sempre generose di mirtilli e ghiande, di fragoline e ribes, tartufi e funghi e cardi. Senza riguardi per la mia tenera età, mamma mi conduceva in luoghi mai calcati dal piede di un bambino e in cammino sfoderava per me un ventaglio straordinario di parole, quasi prendendomi in braccio e sollevandomi su in alto, sempre più in alto, a vertiginose altezze di parole: i suoi campi erano inondati di sole o roridi di rugiada, il bosco era perenne o intricato, gli alberi svettanti, i pascoli sterminati, il monte era vetta imponente, vetusta, i palazzi e le fortezze si dispiegavano, le torri si ergevano, le pianure si estendevano a perdita d'occhio, le valli erano solcate di fiumi e ruscelli, sorgenti e pozze d'acqua irrigua. *** Mia madre ebbe una vita solitaria, per lo più trascorsa chiusa in casa. A parte le sue amiche Lilienka ed Esterika e Fania Weissman, anche loro giunte a Gerusalemme dal liceo Tarbut di Rovno, a Gerusalemme non trovò alcuna ragion d'essere: non amava i luoghi santi né l'infinità di celebri siti archeologici. Sinagoghe e scuole talmudiche, chiese e monasteri e moschee, considerava tutto ciò egualmente noioso, trasudante di afrori aciduli di
fanatici propensi a lavarsi troppo di rado. Persino sotto una cappa d'incenso, le sue sensibili narici captavano con disgusto gli odori reconditi di corpi non lavati. Nemmeno mio padre amava la religione: i sacerdoti d'ogni fede li guardava con perplessità, li riteneva ignoranti, intrisi di odi antichi, capaci solo di incutere paure, predicatori di fandonie dalle lacrime di coccodrillo, mercanti di falsi oggetti sacri e antichità contraffatte, di vani artifici e frasi d'altri tempi. Tutti questi "arredi sacri" che si guadagnavano da vivere con la religione, lui li sospettava di essere un imbroglio ingentilito. Citava sempre quel passo di Heinrich Heine, in cui si parla del rabbino e del prete che puzzano entrambi (e per usare il frasario eufemistico di papà, "nessuno di loro ha un buon profumo! Certo non il mufti haj Amin al Hussein, tanto amico dei nazisti!"). Per contro, mio padre credeva a volte in una vaga provvidenza elargita da un "principe della nazione" o da un "fortilizio d'Israele", nonché nei miracoli del "genio ebraico creativo", e parimenti riponeva speranza nelle energie salvifiche e di resurrezione dell'arte in sé: "...sacerdoti della bellezza e pennello", citava tutto preso i versi di un sonetto di Tchernichovskij, "sacerdoti della bellezza e pennello di pittore/misteri di grazia versi di poesia/ redimeranno il mondo con il canto e la melodia". Era dell'idea che gli artisti siano i migliori fra gli esseri umani, i più acuti, sinceri e puri. Il fatto che alcuni di loro avessero potuto, a dispetto di questo assunto, andare dietro a Stalin e persino a Hitler, era questione che lo turbava e rattristava. Spesso ne discuteva con sé stesso: gli artisti che hanno ceduto al fascino dei potenti e si sono aggiogati al servizio dell'oppressione e del male, non erano più degni, secondo lui, di essere chiamati "sacerdoti della bellezza". A volte provava a spiegare a sé stesso che, come nel Faust, Satana aveva comprato la loro anima. Il brio sionista di chi edificava nuovi quartieri, riscattava la terra con il lavoro, tracciava strade, provocava in mio padre uno stato di leggera ebbrezza, ma mia madre non la sfiorava neppure. Il giornale lo abbandonava di solito dopo un rapido sguardo ai titoli. La politica la considerava solo una disgrazia. I pettegolezzi la annoiavano. Quando avevamo ospiti, quando andavamo noi a prendere il tè dallo zio Yosef e dalla zia Zipporah a Talpiyot, o dagli Zarchi, dagli Abramsky, dai Rodintzky, a casa del signor Agnon, dagli Hanani, da Hannah e Chayyim Toran, mia madre partecipava ben poco alla conversazione. In realtà la sua sola presenza induceva gli uomini a parlare smodatamente, mentre lei
taceva e li osservava con un'ombra di sorriso, come tentando di decifrare, durante la discussione, perché mai il signor Zarchi sostenesse proprio quel punto di vista o il signor Hanani avesse deciso di stare dalla parte opposta... Sarebbe davvero mutato qualcosa se d'un tratto il signor Hanani e il signor Zarchi si fossero scambiati i punti di vista e ciascuno si fosse assunto il compito di difendere con vigore quello dell'altro, lottando animatamente contro ciò che pensava un momento prima? Vestiti, oggetti, pettinature e mobilia interessavano mia madre solo in quanto spiraglio attraverso il quale intravedere l'interiorità delle persone: in ogni casa in cui entravamo, e persino nelle sale d'attesa degli uffici, mia madre si sedeva come suo solito composta in un angolo, le braccia conserte sul petto come una collegiale ubbidiente, e di lì studiava l'ambiente, senza precipitazione - la tenda, la tappezzeria, i quadri appesi al muro, i libri, i soprammobili, gli oggetti; come un investigatore racimolava instancabilmente piccoli indizi, che combinati insieme avrebbe forse potuto risolvere il caso. I segreti altrui la eccitavano, l'affascinavano, ma non al livello di pettegolezzi - il tale se la fa con la tale, lui esce con lei, quello si è comprato... - piuttosto come se lei fosse sempre alle prese con le tessere di un complesso mosaico da incastonare ciascuna al posto giusto, o con un puzzle da migliaia di pezzi. Ascoltava attentamente le conversazioni e intanto, con un'ombra di sorriso indulgente che le aleggiava inconsapevolmente sulle labbra, osservava fisso colui o colei che parlava, guardava quella bocca, le rughe che si muovevano, quel che intanto facevano le mani, quel che il corpo diceva e cercava di nascondere, dove vagavano gli occhi, quando cambiava leggermente la posizione sulla sedia, se i piedi erano tranquilli o nervosi, dentro le scarpe... Solo di rado partecipava attivamente alla conversazione, e con poche parole. Ma quando rompeva il suo silenzio e pronunciava una frase o due soltanto, la conversazione non era più la stessa, dopo le parole di mia madre. O forse piuttosto: nei dialoghi di quell'epoca, le donne avevano per lo più il ruolo di pubblico ascoltatore. Se una di loro inopinatamente diceva qualcosa, suscitava con ciò un certo stupore. Mia madre impartiva qualche sporadica lezione privata. Assai di rado andava a sentire una conferenza sul Monte Scopus o una lettura pubblica alla Casa del popolo. Era quasi sempre a casa. Quasi mai seduta, lavorava sodo tutto il giorno, in operoso silenzio. Non l'ho mai sentita canticchiare né
borbottare, facendo i lavori di casa. Cucinava e infornava e faceva il bucato e le compere con ragionevolezza, stirava e puliva e metteva in ordine e piegava e strigliava e tritava e sbollentava. Ma quando la casa era infine tirata a lucido, quando in cucina le stoviglie erano lavate e il bucato era piegato e deposto in riga sui ripiani degli armadi, allora mia madre si rannicchiava a leggere nel suo angolo. Rilassata, il respiro lento e mite, si sedeva a leggere sul divano. I piedi scalzi li raccoglieva sotto le gambe, e leggeva. Tutta china verso il libro posato sulle gambe, e leggeva. La schiena arcuata, il collo piegato, le spalle morbide, tutto il corpo sembrava una mezza luna, e leggeva. Il viso seminascosto dietro il sipario dei capelli neri, chino verso la pagina, e leggeva. Leggeva ogni pomeriggio, mentre io giocavo in cortile e mio padre era seduto alla scrivania a comporre le sue ricerche su frotte di schede, leggeva anche dopo cena e dopo aver lavato i piatti, leggeva mentre mio padre e io eravamo seduti insieme davanti alla sua scrivania, la mia testa inclinata che sfiorava la spalla di lui, a catalogare i francobolli e appiccicarli sull'album, leggeva anche dopo che io ero andato a dormire e mio padre era tornato a riempire le sue schede, leggeva quando le imposte erano ormai chiuse e il sofà era stato capovolto svelando il letto matrimoniale che teneva nascosto nella sua pancia, continuava a leggere anche quando la luce sul soffitto era ormai spenta e mio padre si era tolto gli occhiali e voltandole la schiena era ormai sprofondato nel sonno dei giusti, di chi è sicuro che presto tutto sarebbe andato per il meglio. E intanto lei continuava a leggere: soffriva di un'insonnia sempre più brutta, tanto che nell'ultimo suo anno di vita diversi medici le prescrissero pillole molto forti e bevande e infusioni apposta per dormire, e infine le consigliarono due settimane di riposo in una pensione a Safed o in un convalescenziario dei Servizi sanitari ad Arza, vicino a Motza. All'uopo mio padre si fece prestare qualcosa dai suoi genitori, si impegnò a badare da solo al bambino e alla casa, e mia madre effettivamente partì da sola a riposarsi in una pensioncina di Arza. Ma anche lì continuò a leggere e anzi, lesse praticamente notte e giorno, da mattina a sera: si era trovata un angolo appartato nel bosco di pini sopra il crinale del monte e qui leggeva di giorno, la sera leggeva sul balcone illuminato, mentre gli altri ospiti ballavano o giocavano a carte o stavano in compagnia. La notte scendeva nella piccola sala accanto all'ufficio e si sedeva a leggere in un angolo, leggeva in quel silenzio per gran parte della notte, per non disturbare il sonno della sua compagna di stanza: leggeva
Maupassant e Cechov, leggeva Tolstoj e Gnessin e Balzac e Kleist e Moravia e Hermann Hesse e Mauriac e Agnon e Turgenev e anche Somerset Maugham e Stephen Zweig e André Malraux, non alzò quasi mai gli occhi dai suoi libri, durante quella vacanza. E quando tornò da noi a Gerusalemme aveva un'aria così stanca, era pallida, le erano spuntate delle chiazze scure sotto gli occhi, come se avesse fatto baldoria ogni notte. Quando papà e io le chiedemmo di raccontarci come aveva trascorso la villeggiatura, rispose sorridendo: "Sai, non ci ho fatto caso". *** Un giorno, avrò avuto sette otto anni, eravamo seduti al penultimo posto nell'autobus, diretti forse all'ambulatorio forse a un negozio di scarpe per bambini, mamma mi disse che i libri erano capaci di cambiare, con gli anni, proprio come cambiano le persone, ma con la differenza che le persone, quasi tutte, prima o poi finisce che ti abbandonano, quando arriva il giorno in cui non ricavano da te più nessun profitto o piacere o interesse o quanto meno un buon sentimento, mentre i libri, loro non ti abbandonano mai. Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale. Aspettano financo decenni. Senza lamentarsi. Finché un giorno, magari alle tre di notte, hai improvvisamente bisogno di uno di loro, e anche se magari l'hai abbandonato, quasi cancellato dalla tua mente, per anni e anni, lui non ti delude, scende dal suo posto e ti sta accanto, nel momento del bisogno. Senza sussiego, senza inventarsi delle scuse, senza domandare a sé stesso se gli conviene e lo meriti e se gli vai ancora bene, viene a te non appena lo chiami. Non ti tradisce mai. "quando giunse per Blume il momento di ricevere un'istruzione, suo padre la faceva sedere accanto a sé e leggeva con lei. Cbayyim Nacbt era solito dire, lo so figlia mia che non ti lascio in eredità beni e ricchezze, ma ti insegno a leggere i libri: quando un uomo sente il mondo farsi oscuro intorno a lui; legge un libro e vede un altro mondo. Blume imparava facilmente. Prima ancora di conoscere alla perfezione l'alfabeto, riusciva già a leggere storie, racconti e drammi." (S.Y. Agnon, "Una storia comune", tr. di Anna Linda Callow e Claudia Rosenzweig, Adelphi 2002.)
Come s'intitolava il primo libro che lessi da solo? Per meglio dire, papà me lo aveva letto prima di dormire talmente tante volte che alla fine evidentemente lo sapevo tutto a memoria, parola per parola, e una volta che papà non ebbe tempo di leggermelo, mi portai il libro a letto e lo declamai tutto, dalla prima all'ultima parola, facendo finta di leggere, imitando papà, voltando pagina nel punto preciso fra le parole, proprio come faceva papà leggendo. L'indomani gli chiesi di accompagnare col dito la lettura, e seguii attentamente il tragitto della sua mano nella lettura; la cosa si ripeté per cinque, sei volte, sinché dopo alcuni giorni sapevo ormai riconoscere tutte le parole dalla forma e dalla posizione nella riga (proprio come si riconoscono i disegni sul retro delle tessere del domino figurato anche quando si cambia l'ordine). Poi, arrivò il momento di stupirli tutti e due: un giorno, era un sabato mattina, entrai in cucina ancora in pigiama, senza proferir parola aprii il libro che stava sul tavolo, fra loro due, e con il dito che passando indicava una parola dopo l'altra, le riconobbi tutte pronunciandole nel momento in cui il dito le toccava; ubriachi di orgoglio, i miei genitori cascarono in trappola senza nemmeno lontanamente immaginare l'inganno, convinti che quel bambino così speciale fosse davvero riuscito da solo a imparare a leggere. In effetti, avevo imparato da me: avevo scoperto, ad esempio, che la parola "Dov", cioè "orso", a guardarla da destra a sinistra ci trovi un gancio, un chiodo e un antro. Mentre il "Sus", cioè il "cavallo", porta due bisacce appese alla sella. "Gan", "giardino" è un tizio che è andato a passeggio ma ecco che un muro gli blocca la strada, "ketem", "macchia" è una fila di gabbie, due aperte e l'ultima chiusa. Così riuscivo a leggere righe e pagine intere. Dopo all'incirca due settimane iniziai a familiarizzare con i caratteri: la lamed della parola "degel", cioè "bandiera", mi sembrava una bandiera che sventolava in fondo alla parola, la shin era proprio un tridente, un tridente che lo si poteva toccare, un tridente che compariva ovviamente dentro la parola "tridente". Papà e mamma si assomigliavano quasi in tutto, solo che papà aveva in mezzo una porta larga come due mani che si tendono in avanti per abbracciarmi, mentre mamma aveva in mezzo un cagnolino senza coda, che sta seduto buono buono. Il primo libro in assoluto ch'io ricordi, forse ancora all'epoca della culla, era la storia illustrata di un orso grande e grosso e ben pasciuto, un orso
pigro e dormiglione, un orso che assomigliava un po' al nostro signor Abramsky, un orso che adorava leccare il miele senza permesso. Cioè, non solo leccarlo, farci proprio una scorpacciata, di miele. Questo libro aveva un finale triste e un finale molto triste e solo dopo il finale triste e quello molto triste arrivava finalmente anche il lieto fine: l'orso dormiglione veniva punto da una miriade di api furiose, e come se non bastasse, era castigato anche con un terribile mal di denti, le sue guance gonfie sembravano piccole colline e intorno a tutta quella sua povera faccia, che spezzava il mio piccolo cuore, gli avevano legato una benda bianca che finiva in un nodo spesso in cima alla testa di quell'orso scriteriato, proprio fra le orecchie. La morale stava scritta in grosse lettere rosse: NON VA BENE MANGIAR TROPPO MIELE! Nel mondo di papà ogni disgrazia aveva alla fine la sua salvezza: la diaspora aveva significato per gli ebrei dolore e angustia? Ecco che fra poco sarebbe sorto lo stato ebraico e tutto sarebbe cambiato in meglio! Il temperamatite era andato perso? Domani ne compreremo uno nuovo, più bello di quello. Quest'oggi ci fa un po' male la pancia? Ora del matrimonio, sarà tutto passato. E il povero orso, punto e dolorante, con quei due occhi così disperati da far venire le lacrime anche ai miei? Eccolo dunque rinato, oltre la pagina, guarito e felice, e d'ora in poi anche operoso, visto che ha imparato la lezione: con le api, ad esempio, ha fatto un trattato di pace che giova a entrambe le parti, con la clausola che stabilisce per lui una quota fissa di miele, miele in abbondanza e per l'eternità. Così, nell'ultimo disegno l'orso è allegro, gioviale, si sta mettendo su casa, dopo una vita spericolata ha deciso evidentemente di imborghesirsi un po' - e di uniformarsi ai canoni della quieta classe media. L'orso, in quell'ultimo disegno del libro, sembrava in fondo un po' papà quando era di buon umore: anche lui pareva sul punto di declamarci un verso o sfoderare uno di quei suoi giochi di parole che chiamava "calembours", o ,perché no persino chiamare me ("solo per ischerzo!") vostra altezza. E in fondo tutto ciò stava scritto lì, nell'unica; solinga riga di testo dell'ultima pagina, forse la prima che arrivai a leggere non seguendo la forma delle parole, bensì lettera per lettera, e da quel momento in poi ogni lettera non rappresentò più un disegno, bensì un suono a sé stante:
L'ORSO DUBI E' MOLTO CONTENTO! E' PIENO DI CONTENTEZZA! Se non che, la contentezza nel giro di una quindicina di giorni si era trasformata in bulimia: i miei genitori non riuscivano più in alcun modo a staccarmi dai libri. Da mattino a sera e anche oltre. Non ero io, erano loro a incalzarmi, a spingermi a imparare a leggere, loro erano il mio apprendista stregone: io ero l'acqua inarrestabile. Io ero il Golem di Praga senza nessuno che gli sfilasse da sotto la lingua il Nome Ineffabile: vieni a vedere, tuo figlio è di nuovo seduto praticamente nudo per terra in mezzo al corridoio, e legge. Il bambino è nascosto sotto il tavolo, e legge. Il bambino tocco si è di nuovo chiuso in bagno, è seduto sulla tazza, e legge, purché non ci affoghi dentro, con il libro, in ginocchio. Il bambino fa solo finta di dormire, aspetta che me ne vada e quando sono uscito aspetta ancora qualche secondo e senza permesso accende la luce e ora deve essere seduto con la schiena contro la porta sì che tu e io non possiamo entrare, e indovina che cosa sta facendo? Questo bambino legge ormai agevolmente senza puntazione. Lo sai? Adesso ha deciso di sedersi lì ad aspettare che io finisca un pezzo del giornale. Ora abbiamo qui in casa un altro avido lettore di giornali. Questo bambino il Sabato non si alza dal letto che per andare in bagno. E anche lì si porta dietro un libro. Da mattino a sera sta coricato e divora tutto, senza criterio, i racconti di Asher Barash e Schofmann, un romanzo di Pearl Buck sulla Cina, la raccolta di folklore, i viaggi di Marco Polo, le avventure di Magellano e De Gama, una guida per l'anziano ammalato di influenza, il bollettino di quartiere di Bet Kerem, i re della casa di Davide, i fascicoli della comunità agricola, gli opuscoli del "Davar Ha Poelet", poco ci manca che cominci a masticare tomi e bere inchiostro da stampa. Saremo costretti a intervenire. Dobbiamo por fine alla cosa: insomma, sta cominciando a essere una cosa piuttosto strana e addirittura un poco preoccupante.
37. Nello stabile sulla discesa di via Zaccaria c'erano quattro appartamenti. La casa della coppia Nachlieli si trovava al secondo piano, sul lato interno del condominio. Le sue finestre si affacciavano su un brutto cortile, in parte pavimentato e in parte terreno incolto, dove ogni inverno rigogliavano erbe di campo che con i primi caldi estivi diventavano una trappola di rovi. C'erano anche dei fili lassi per la biancheria, dei bidoni per la spazzatura, tracce di un falò, una vecchia cassetta, una tettoia di lamiera, resti di una capanna per la festa di Sukkot, e una siepe con una fioritura celeste di passiflora rampicante. L'appartamento era composto da una cucina, un bagno, un corridoio d'ingresso, due stanze e otto o nove gatti. Durante il pomeriggio la prima stanza serviva da salotto per la maestra Isabela e per suo marito il cassiere Nachlieli, mentre l'altra, più piccola, era la cameretta da letto per i coniugi e la loro schiera di gatti. I due s'alzavano di buon'ora ogni mattina, relegavano tutta la mobilia in corridoio, e dal corridoio portavano nelle due stanze tre o quattro banchi di scuola e tre o quattro panchette destinate ognuna a due bambini. Insomma, casa loro si trasformava ogni giorno, dalle otto del mattino sino alle dodici, in una domestica scuola privata denominata Patria del fanciullo. Due aule e due insegnanti, aveva la Patria del fanciullo, il massimo che poteva ospitare, otto scolaretti in prima e sei in seconda. La maestra Isabela Nachlieli era la proprietaria della scuola e copriva i ruoli di direttrice, vivandiera, tesoriera, responsabile dei programmi di studio, sergente maggiore della disciplina, infermiera, bidella, sguattera, nostra insegnante per tutte le materie. La chiamavamo "Maestraisabela", tutto attaccato. Era una donna abbondante, sulla quarantina, ridanciana,
chiassosa, con un neo peloso che sembrava uno scarafaggio smarrito sopra la bocca. Aveva un temperamento impetuoso, era emotiva e tuttavia decisa e prodiga di un calore un po' grezzo. Con le sue semplici gonne ampie piene di tasche con sopra stampati dei grossi cerchi, Maestraisabela sembrava una sensale di matrimoni nei borghi ebraici di un tempo, donne che la sapevano lunga, robuste di braccia e dall'occhio acuto che ti scrutava per bene, dentro e fuori: a loro bastavano un unico sguardo intenso, tre o quattro domande furbescamente candide, per decifrarti da cima a fondo, conoscere i tuoi pregi e scendere fin dentro i tuoi segreti. Anche lei ti osservava e ti studiava attentamente come fossi stato una mappa, mentre le mani rosse, che parevano senza pelle, frugavano e ciancicavano senza posa dentro le tasche, sempre sul punto di tirare fuori da quegli abissi proprio ciò di cui avevi bisogno, vuoi un pettine o una boccetta con le gocce per il naso raffreddato o almeno un fazzoletto pulito per toglier via il moccio verde che hai appeso al naso, ormai orrendamente rappreso. *** Maestraisabela era anche pastore di gatti: branchi di felini sciamavano dietro a lei sgusciandole fra le gambe ovunque fosse diretta, sempre appiccicati alle sue gonne, e così la intralciavano, la facevano inciampare senza scostarsi nemmeno, insomma per devozione e affetto finivano per esserle d'impiccio. I gatti si arrampicavano con le unghie sulla sua gonna, grigi e bianchi, a toppe, rossi, a strisce, neri, tigrati, si accucciavano sulle sue spalle larghe, si accoccolavano dentro la sua cesta di libri, ronfavano sulle sue scarpe, facevano la lotta miagolando disperatamente pur di starle in grembo. Durante la lezione erano presenti in classe sempre più gatti che allievi, tutti zitti per profondo rispetto, per non disturbare la lezione, tutti addomesticati come cani, tutti educati e a modo come collegiali di buona famiglia, sulla sua cattedra, in braccio a lei, in grembo, sulle nostre piccole gambe, sulle cartelle, sul davanzale della finestra e sulla scatola degli attrezzi da ginnastica, disegno e applicazioni tecniche. Ogni tanto Maestraisabela li sgridava o dava ordini. Agitando un solo dito, minacciava or l'uno or l'altro di strappargli un orecchio, staccare una coda se non faceva immediatamente il bravo! I gatti, dal canto loro, le ubbidivano sempre, subito, incondizionatamente e senza banfare: "Vergognati, Zorobabele! ", tuonava all'improvviso. E quel poveretto si alzava di scatto, sgusciava fuori dalla frotta riversa sulla stuoia ai piedi della
cattedra e cominciava a camminare a testa mestamente bassa, la pancia che quasi toccava terra, la coda fra le gambe, le orecchie tirate indietro, diretto tutto solo verso l'angolo del castigo. Tutti gli occhi - quelli dei bambini così come quelli dei gatti - stavano puntati su di lui e assistevano alla ignominiosa disfatta. Il condannato si allontanava umilmente, quasi strisciando, verso un angolo della stanza, svergognato e mortificato, amaramente pentito ma fors'anche sperando ancora in un miracolo di grazia dell'ultimo momento, di quella grazia che giunge dopo la disperazione. Dall'angolo del castigo il poveretto ci mandava uno sguardo strizzato, commovente, uno sguardo colpevole e implorante, di un tormento abissale come a dire: non valgo nulla. "Lurida creatura che non sei altro!", lo apostrofava Maestraisabela con una fiacchezza che era ormai sotto la soglia del disprezzo, ma alla fine lo perdonava con longanimità: "Bene. E sia. Torna pure. Ricordati solo che se succede ancora una volta...". Questa frase non aveva bisogno di finirla, perché il beneficiario di quella grazia ormai ciondolava verso di lei con andatura contrita, con aria più devota che mai, come un corteggiatore che questa volta giura di affascinarla sino alla vertigine, malcelando la propria felicità, la coda dritta, le orecchie ben tese in avanti, saltellando verso di noi sui polpastrelli soffici, mite e ben consapevole del segreto racchiuso nella propria mitezza, capace di usarla in modo accattivante, i baffi lustri, il pelo luccicante e appena ritto, negli occhi un guizzo di ipocrisia felina, ammiccava giurando che da quel momento in poi al mondo non sarebbe esistito un gatto più bravo e buono di lui. I gatti di Maestraisabela erano educati a una vita socialmente utile, perciò erano gatti da lavoro: aveva insegnato loro a portarle una matita o un gessetto e persino un paio di calze dall'armadio, a prendere da sotto il tavolo un cucchiaino caduto che invano provava a starsene nascosto lì sotto. A stare alla finestra e miagolare in un certo modo quando si vedeva arrivare un conoscente, in un altro se si avvicinava un estraneo (gran parte di questi prodigi non li vedemmo mai con i nostri occhi, tuttavia le credevamo. Le avremmo creduto anche qualora ci avesse raccontato che uno dei suoi gatti faceva le parole crociate). Quanto a Nachlieli, il piccolo marito di Maestraisabela, non lo vedevamo quasi mai: il più delle volte quando arrivavamo noi lui era già al lavoro, e se anche era in casa stava in cucina a sbrigare in silenzio i suoi mestieri, durante le nostre ore di scuola. Qualora a lui e noi non fosse stato
concesso dall'alto il permesso di andare in bagno ogni tanto, non avremmo mai scoperto che il signor Nachlieli altri non era se non Getzel, il giovane e pallido cassiere della cooperativa. Aveva quasi vent'anni meno di sua moglie: se fossero andati a spasso insieme per strada, avrebbero potuto facilmente essere scambiati per madre e figlio. In effetti, qualche rara volta lui si trovò costretto, od osò, venire a chiamare la maestra per una questione urgente durante la lezione - poteva trattarsi delle polpette bruciate o del fatto che si era versato addosso qualcosa: e non la chiamava Isabela, bensì mamma, così come presumibilmente la chiamavano anche i suoi gatti. Lei, dal canto suo, per quel marito tanto più giovane di lei usava nomi attinti dal regno degli uccelli, cinciallegra o passerotto o pettirosso o forse usignolo. Comunque mai Nachlieli. A circa una mezz'ora di buon passo di bimbo da casa nostra si trovavano due scuole elementari, una troppo socialista e l'altra troppo religiosa: "Casa dell'Educazione per i figli della classe operaia Berl Katzenelson", a nord di via Ha Turim, sul cui tetto sventolava, accanto alla bandiera nazionale, anche un'altra rossa. Lì si festeggiava con parata e cerimonie il Primo maggio. Il direttore lo chiamavano "compagno", tanto gli insegnanti quanto gli allievi. Gli insegnanti indossavano d'estate dei pantaloni cachi corti e sandali in stile biblico. Nell'orto in cortile i bambini venivano formati alla vita dei campi e alla realizzazione personale attraverso il lavoro. Nei laboratori ci si impratichiva con mestieri quali quello del falegname e del fabbro, meccanico e maniscalco, e anche un'altra cosa di cui si sapeva poco ma che incuriosiva, chiamata meccanica di precisione. In classe i bambini potevano sedersi dove volevano, persino i maschi vicino alle femmine. Quasi tutti portavano camicie celesti con dei nastri rossi o bianchi. I ragazzi avevano i pantaloni corti ripiegati fin quasi al cavallo, mentre quelli delle femmine, anch'essi corti in un modo inverecondo, erano stretti alle gambe con degli elastici. Gli scolari si rivolgevano agli insegnanti chiamandoli sempre e solo per nome, Nadav, Alichin, Edna o Haghit. Lì si studiavano: matematica e patria e letteratura e storia, ma anche materie quali storia della comunità in terra d'Israele e del movimento operaio, principi del movimento operaio, fasi nell'evoluzione della lotta di classe. Cantavano anche a squarciagola tutti gli inni proletari, a cominciare dall'"Internazionale" per finire con "Saremo tutti pionieri e pioniere" o "Camicia blu"... In quella scuola per figli della classe operaia la
Bibbia era materia d'insegnamento in quanto collezione di argomenti d'attualità: i profeti erano combattenti per il progresso e la giustizia e lo stato assistenziale, mentre sovrani e sacerdoti erano i rappresentanti dell'ingiustizia sociale vigente dominante. Il giovane Davide, pastore del gregge, era un guerrigliero coraggioso nelle file del movimento per la liberazione nazionale dal giogo filisteo, ma in tarda età diventava anch'egli un re colonialista-imperialista, conquistatore di terre e oppressore di genti, indegno sfruttatore della classe operaia. A quattrocento metri di distanza da questa rossa Casa dell'Educazione, nella via parallela, c'era invece la scuola tradizional-nazionale Tachmoni del movimento religioso "Ha Mizrach", che prendeva solo maschi, e solo con la papalina in testa. Si trattava per lo più di bambini di famiglie povere, a parte alcuni figli della buona borghesia sefardita insediata da sempre a Gerusalemme ma rimasta tagliata fuori con la diffusione dell'inflessibile cultura ashkenazita. In questa scuola i bambini erano chiamati sempre e solo per cognome, Bozo, Valero, Danon, Cordovero, Saragosti, Alfassi, mentre gli insegnanti erano rispettivamente signor Neimann, signor Alkalai, signor Mikhaeli, signor Avisar, signor Benvenisti e signor Ophir. Il direttore era chiamato illustre signor direttore. Ogni mattina la prima ora iniziava con la preghiera, dopo la quale veniva l'ora di Bibbia o di commento, e altre lezioni in cui gli allievi ripetevano i "capitoli dei padri" e studiavano la tradizione dei maestri, il Talmud, le leggende e le norme e la storia delle preghiere e della poesia religiosa, e poi precetti e opere edificanti, capitoli tratti dal codice "Shulchan Arukh" e dal formulario di preghiere e storia dell'esilio d'Israele e biografie dei grandi eruditi e alcune gesta e opere edificanti, un poco di Yehudah Ha Lewi e altrettanto di Bialik, e fra questi e quelli qualche rudimento di grammatica ebraica e di matematica, inglese e canto, storia e un briciolo di geografia. Anche d'estate gli insegnanti portavano la giacca, mentre l'illustre signor direttore Ilan aveva sempre un completo a tre pezzi. *** Mia madre avrebbe voluto mandarmi sin dalla prima alla Casa dell'Educazione, vuoi perché non approvava la rigida separazione dei sessi del modello religioso, vuoi perché il vecchio Tachmoni, con i suoi grevi edifici in pietra costruiti ancora ai tempi del dominio turco, le sembrava troppo antiquato, esilico e triste al confronto con la scuola della classe
operaia, le sue grandi finestre, le aule luminose, il suo orticello e quell'allegria perpetua, frizzante. Forse quella scuola le ricordava in qualche modo i tempi del liceo Tarbut a Rovno. Quanto a mio padre, si mostrava non poco incerto sul da farsi: la sua massima ambizione era che io andassi a scuola insieme ai figli dei professori di Rechavia o almeno con quelli di medici, insegnanti e impiegati residenti a Bet Ha Kerem, ma a quei tempi non erano rari gli incidenti e le sparatorie, e tanto Rechavia quanto Bei Ha Kerem erano distanti due autobus da casa nostra a Kerenz Abraham. I principi del Tachmoni erano affatto estranei al suo animo laico-nazionalista e al suo spirito illuminato e scettico. La Casa dell'Educazione, per contro, la considerava quale una torbida fonte di indottrinamento comunista e di lavaggio del cervello proletario. Non gli restò pertanto altro da fare che soppesare l'uno di fronte all'altro tanto il rischio nero quanto quello rosso e alla fine scegliere il minore dei mali. Dopo tante titubanze papà decise, contrariamente all'opinione di mamma, di mandarmi al Tachmoni: riteneva che, anche qualora mi fossi trasformato in un bambino religioso, tutto ciò non rappresentava un grosso rischio dal momento che comunque la religione aveva i giorni contati, giacché il progresso la spingeva via rapidamente, e se anche supponiamo loro fossero riusciti a farmi diventare per un certo periodo un chierichetto, ben presto sarei comunque rinsavito, scrollandomi via di dosso tutta quella polvere arcaica, e anche la rigida osservanza dei precetti religiosi sarebbe passata senza fare danni, destinata com'era a estinguersi nel giro di pochi anni insieme ai bigotti e alle loro sinagoghe, di cui non sarebbe rimasto altro che un pallido ricordo nel folklore. Mentre nella Casa dell'Educazione si prospettava, secondo l'opinione di papà, il rischio di un'autentica minaccia ideologica: l'onda rossa infatti andava montando nella nostra terra, e si stava diffondendo in tutto il mondo. L'indottrinamento socialista era insomma un abisso da cui non si risaliva mai. Se gli mandiamo il bambino, in un attimo gli riempiranno il cervello e lo monteranno con tutte quelle frottole di Marx, trasformandolo rapidamente in un bolscevico, in un soldatino di Stalin, lo spediranno in uno dei loro kibbutz e di là non c'è ritorno ("quanti vi entrano non ne ritornano", citava papà dal libro dei Proverbi). Ma la strada da casa nostra alla scuola Tachmoni, che era poi la stessa per la Casa dell'Educazione, passava accanto al campo Schneller. Dalle postazioni in cima alle mura, difese con alcuni sacchi di sabbia, ogni tanto
dei soldati inglesi un po' nervosi o nemici degli ebrei o forse solo ubriachi sparavano sulla gente per strada. Una volta aprirono il fuoco con le mitragliatrici e uccisero l'asino del lattaio perché temevano che i bidoni di latte fossero pieni di esplosivo, come era capitato all'hotel King David. Qualche altra volta era successo che gli autisti inglesi investissero con le loro jeep i passanti che non si erano scostati abbastanza in fretta. Era da poco finita la guerra mondiale, erano i tempi del movimento armato clandestino e degli attentati: la bomba al comando britannico, l'ordigno che gli uomini della Resistenza avevano messo nella cantina dell'hotel King David, gli attacchi allo stato maggiore del CID in via Mamila e alle installazioni dell'esercito e della polizia. I miei genitori decisero infine di rimandare di due anni la frustrante alternativa fra tenebra medievale e trappola socialista, fra Tachmoni e Casa dell'Educazione per i figli della classe operaia, e mandarmi nel frattempo per la prima e la seconda - alla Patria del fanciullo sotto la direzione della maestra signora Isabela Nachlieli: il maggiore vantaggio di quella scuola domestica e piena di gatti era costituito dal fatto che si trovava a un tiro di schioppo da casa: si usciva dal cortile, si girava a sinistra, si passava di fronte all'ingresso di casa Lemberg e davanti al negozio del signor Auster, si attraversava bene attenti via Amos davanti al bancone degli Zahavi, si scendeva ancora una trentina di metri su via Zaccaria, si attraversava facendo bene attenzione e si era arrivati: una siepe fitta di passiflora e un gatto bianco e grigio, il gatto al turno di guardia che ti miagolava dalla finestra per annunciare il tuo arrivo. Ventidue scalini ed ecco che appendevi la tua borraccia al gancio nell'ingresso della scuola più piccola di Gerusalemme: due aule, due maestre, una dozzina di scolari e nove gatti.
38. Terminata la prima, passai di colpo dalla tutela esuberante della maestra Isabela e dei suoi gatti sotto l'ala fredda e taciturna della maestra Zelda della seconda (niente più gatti e una specie di luce rara, cinerina che l'avvolgeva tutta e s'irradiava e subito mi avvinse). La maestra Zelda parlava così piano che se volevamo sentirla non ci bastava tacere, bisognava anche piegarsi verso di lei, sul banco. Stavamo seduti così tutto il tempo, dal mattino sino a mezzogiorno, pur di non perdere una sola delle sue parole: tutto quello che la maestra Zelda diceva era interessante e anche un poco inatteso. Come se con lei stessimo imparando una lingua nuova, non troppo lontana dall'ebraico e tuttavia diversa, che dava una specie di tuffo al cuore: le montagne le chiamava a volte "picchi". Le stelle erano "astri". Il precipizio era "abissale" e gli alberi erano sulle sue labbra "arbori", anche se il più delle volte li chiamava ciascuno con il proprio nome. Se in classe esprimevi un'idea che le piaceva, maestra Zelda ti puntava col dito e diceva, ma sottovoce: guardate orsù tutti, questo bambino è folgorato di luce. Se una bambina sognava a occhi aperti, maestra Zelda ci spiegava che, siccome l'uomo non ha colpa della sua insonnia, non si poteva rimproverare Noa se ogni tanto aveva i suoi attacchi di insonnia da sveglia. Qualunque forma di scherno la maestra Zelda lo definiva "veleno". La menzogna la chiamava "trasgressione" o "caduta". La pigrizia la definiva "piombo", e il pettegolezzo, "occhi della carne". L'orgoglio era per lei "bruciarsi le ali" mentre ogni rinuncia, anche la più insignificante, anche la rinuncia a una gomma o al tuo turno nella distribuzione dei fogli da disegno, ogni rinuncia era una "favilla". Due o tre settimane prima della festa di Purim, che considerava la più importante delle feste, d'un tratto
annunciò alla classe: forse quest'anno non ci sarà nessun Purim. Forse prima di quel giorno l'avranno spenta. Spenta? La festa? Com'era possibile? Ci prese il terrore: non tanto la paura di perdere Purim, quanto lo sgomento di fronte a quelle potenze occulte e smisurate della cui esistenza nessuno ci aveva mai detto nulla sino a quel giorno, dotate della facoltà di spegnere e accendere a loro piacimento le feste, come se non fossero state altro che fiammiferi. La maestra Zelda, dal canto suo, non si prese il disturbo di entrare nei dettagli, lasciando solo intendere che lo spegnimento o meno della festa dipendeva essenzialmente da lei: lei era dunque in qualche modo connessa a quelle forze invisibili che sancivano il confine tra festivo e feriale, sacro e profano. Perciò era meglio per noi, così ci dicemmo, se veramente non volevamo che la festa di Purim si spegnesse, era meglio per noi cercare di fare almeno quel poco che era in nostro potere di fare per tenere di buon umore la maestra Zelda. Poiché niente è poco, diceva lei, niente è poco per chi non ha niente. Ricordo i suoi occhi: vigili e caldi, custodi di chissà quale segreto, ma non gioiosi. Occhi ebraici dal taglio un poco tartaro. A volte interrompeva la lezione, ci spediva tutti a giocare in giardino, ma teneva con sé in classe due eletti, degni ai suoi occhi di continuare la lezione. Gli esuli, fuori, non si godevano affatto l'ora libera, e invidiavano invece quei pochi. A volte, quando era già finita la mattinata di scuola, in un'ora in cui la classe della maestra Isabela era già a casa da un pezzo, i gatti liberi di sparpagliarsi per tutta la casa, le scale e il cortile, solo noi, dimenticati dal mondo, eravamo ancora sotto le ali della maestra Zelda e delle sue storie, piegati verso di lei sul banco per non perdere nemmeno una parola, finché una mamma preoccupata, con il grembiule intorno alla cintola, si presentava sulla soglia, le mani sui fianchi: aspettava dapprima con impazienza e poi con uno stupore che si faceva via via curiosità, come se in quel momento anche quella madre fosse tornata una bambina sbalordita, tutta orecchi come noi, pur di non perdere il finale della storia della nuvola smarrita, la nuvola sola al mondo il cui manto s'era impigliato nei raggi di una stella d'oro. Se in classe dicevi che volevi raccontare a tutti una cosa, anche nel bel mezzo di tutt'altra materia, la maestra Zelda ti faceva subito venire alla cattedra, e lei andava a sedersi al tuo posto, al banco. Ti promuoveva insomma seduta stante, con un balzo prodigioso, al ruolo di
insegnante, a condizione che raccontassi una cosa interessante o facessi un'osservazione sensata. E se riuscivi ad avvincere lei o la classe, potevi restare in sella. Per contro, se dicevi cose stupide o cercavi di attirare l'attenzione senza avere nulla di interessante da raccontare, allora la maestra Zelda troncava con la sua voce algida e pacata, una voce priva di ogni sfumatura ridente o spensierata: "Ma è una cosa un poco stupida". O: "Basta con le stupidaggini". O anche: "Basta: così non fai altro che disonorarti ai nostri occhi". Mortificato e mogio, te ne tornavi al tuo posto. Imparammo ben presto tutti a stare attenti: parola d'oro colato. Il silenzio è d'oro. Le parole vacue non hanno senso. Non tentare mai di rubare la scena se non hai nulla di bello da offrire. E' pur vero che è bello, financo inebriante sovrastare gli altri, sedersi in cattedra, ma si può precipitare molto in fretta, e fa male. La vanità e la saccenteria sono fonti di vergogna, prima o poi. Prima di parlare in pubblico è meglio prepararsi. Valuta sempre bene se non sia preferibile tacere: il silenzio è pur sempre apprezzabile. *** Lei, è stata il mio primo amore: una donna nubile sulla trentina, la maestra Zelda, Zelda Schneerson. Non avevo nemmeno otto anni e lei già mi travolse tutto, pizzicando quel metronomo interiore rimasto immobile fino ad allora ma che da quel giorno in poi non ha mai più smesso di vibrare. Mi svegliavo la mattina e ancora nel letto me la dipingevo davanti agli occhi chiusi. Mi vestivo e facevo colazione in fretta e furia, pur di finire e abbottonare e chiudere e prendere e correre da lei. Ero tutto concentrato nello sforzo di escogitare cose nuove, interessanti e belle, da poter porgere a lei, sì che mi procurassero la luce del suo sguardo e che questa volta lei dicesse di me: ecco qui fra noi questa mattina un bambino folgorato di luce. Intontito d'amore sedevo in classe. Oppure obnubilato dalla gelosia. Ero continuamente in cerca di modi per affascinarla, procurarmi le sue grazie. Tramavo per distogliere l'attenzione dagli altri, per separare lei da loro. A mezzogiorno tornavo da scuola, mi stendevo sul letto e immaginavo solo lei e io. Amavo la tinta della sua voce e il profumo del suo sorriso e il fruscio dei suoi vestiti (maniche sempre lunghe e per lo più marrone, blu scuro,
grigio topo, una semplice collana di perline avorio o qualche volta un foulard di seta che non desse nell'occhio). Alla fine della giornata chiudevo gli occhi, mi tiravo la coperta fin sopra la testa e la portavo con me. In sogno l'abbracciavo e lei quasi mi baciava sulla fronte. Una luce aureolata la circondava, lei e anche me, prossimo a diventare un bimbo folgorato. *** Certo, conoscevo già l'amore: avevo divorato una marea di libri, libri per bambini e per adolescenti e anche libri che non erano ritenuti adatti a me. Come ogni bambino ama sua madre e suo padre, così un po' più grandi ci si innamora di qualcuna che fa parte di un'altra famiglia. Una perfetta estranea che di colpo, come quando si trova un tesoro dentro una grotta nel boschetto di Tel Arza, di colpo cambia la vita dell'innamorato. Sapevo dai libri che in amore così come da malati non si mangia e non si dorme, e in effetti non mangiavo quasi più ma la notte dormivo sodo e le ore del giorno aspettavo che facesse buio, per andare a dormire. Quel sonno non combaciava con i sintomi dell'amore quali erano descritti nei libri, e così non ero sicuro di essere innamorato come gli adulti, perché in tal caso avrei sofferto di insonnia. O forse il mio innamoramento era ancora soltanto un'infatuazione infantile? Sapevo dai libri, lo avevo visto nei film al cinema Edison e lo sapevo anche da me, dall'aria, che dietro l'innamoramento, sull'altra faccia della medaglia, come oltre la catena dei Monti di Moab che s'intravedeva dal Monte Scopus, laggiù si estendeva un paesaggio completamente diverso, piuttosto minaccioso, che di qui non si vedeva proprio e forse era meglio così. C'era qualcosa laggiù, di annidato laggiù, qualcosa di peloso e imbarazzante, di quelle cose che sono patrimonio esclusivo del buio. E che aveva a che fare con quell'immagine che cercavo tanto di dimenticare eppure anche di ricordare, nei suoi tratti che non ero riuscito a scorgere bene, dentro la foto che il prigioniero italiano mi aveva mostrato attraverso il filo spinato e io ero scappato via quasi senza guardare. E aveva a che fare anche con dei capi d'abbigliamento delle donne e non nostri e nemmeno ancora delle mie compagne di classe. Al buio viveva e si muoveva laggiù qualcosa, un fruscio umido e cespuglioso, qualcosa che per un verso era molto meglio per me non sapere e per l'altro, se non ne avessi saputo nulla, alla fin fine il mio innamoramento sarebbe stata soltanto un'infatuazione di bambino. L'amore dei bambini è qualcosa d'altro, non fa male e non è
imbarazzante, come Yoabi e Noa o come Ben Ammi e Noa o persino come Noa e il fratello di Abner. Ma nel mio caso non era una compagna di classe o una del quartiere ancora adatta alla mia età o solo un po' più grande, come la sorella maggiore di Yoazar: nel mio caso era l'innamoramento per una donna. Più tremendo ancora, si trattava di una maestra. La maestra della mia classe. Per cui non c'era nessuno al mondo cui poter confessare e domandare, senza riceverne in cambio una battuta di spirito. Quel sarcasmo che lei chiamava "veleno", così come la menzogna era "trasgressione" o "caduta". E la delusione era "rincrescimento", mentre l'orgoglio bruciava le ali. La vergogna, invece, la chiamava "immagine di Dio". E io? Io che ogni tanto in classe venivo indicato e chiamato da lei bambino folgorato di luce, mentre adesso per colpa sua ero folgorato di buio? *** Improvvisamente, non avevo più voluto frequentare la scuola Patria del fanciullo. Volevo una scuola vera, con le aule e la campanella e il cortile, non una scuola dentro casa Nachlieli, piena di gatti, una scuola senza peli di gatti ovunque che persino in bagno ti si appiccicavano addosso sotto i vestiti, e senza l'eterno lezzo di piscio vecchio di gatto rinsecchito sotto un mobile. Una scuola diversa, dove la direttrice non venisse a toglierti il moccio da sotto il naso e non avesse un marito cassiere alla cooperativa e nessuno mi definisse "folgorato di luce". Una scuola senza innamoramenti e tutto il resto. E così, dopo un litigio fra i miei genitori, un litigio sottovoce e in russo, un litigio "ticktikhchavoiny", in cui alla fine papà sembrò trionfare, fu deciso che al termine della seconda, dopo le vacanze estive, avrei frequentato la terza al Tachmoni e non alla Casa dell'Educazione per i figli della classe operaia: fra due mali, era preferibile il nero al rosso. Ma fra me e il Tachmoni c'era ancora di mezzo un'intera estate di amore. "Come mai corri di nuovo a casa della maestra Zelda? Alle sette e mezzo del mattino? Insomma, non hai qualche amico della tua età?" "Mi ha invitato lei. Ha detto di andare quando volevo, anche per tutta la mattina." "L'ha detto lei. E' bello che l'abbia detto. Ma dimmi invece un po' tu, per favore, non credi che non sia una cosa affatto normale, che un bambino di otto anni corra così dietro alle gonne della sua maestra? La sua ex maestra, per di più? Ogni giorno? Alle sette del mattino? Durante le vacanze estive?
Non ti pare un po' esagerato? Non è un po' maleducato, anche? Pensaci per favore! Sarai ragionevole?" Passavo il mio peso da un piede all'altro con impazienza, aspettando la fine della ramanzina, e poi sbottavo: "E va bene! Ci penserò! Sarò ragionevole!", già correndo, lo dicevo; già volando verso il cortile di casa sua, al piano terra in via Sofonia, di fronte alla fermata della linea 3, di fronte all'asilo della signora Hasia, dietro il lattaio il signor Langerman, con i grandi secchi di ferro che arrivavano al nostro malinconico rione direttamente dalle alture di Galilea o dalle valli di tepore, rugiada e luna in cielo, direttamente da Bet Alfa e Nahalal. La luna, però, era qui: la luna era la maestra Zelda. Da loro laggiù, nelle valli e in Galilea, laggiù era il regno del sole, dell'operosità robusta e brunita dal lavoro nei campi. Non qui. Qui in via Sofonia anche nelle mattine d'estate restava un po' di chiaro di luna. Già prima delle otto mi piazzavo accanto alla sua finestra, i capelli impomatati con qualche spruzzo d'acqua, la camicia pulita e ben infilata dentro i pantaloni, non penzoloni fuori. Le offrivo la mia assistenza nelle incombenze mattutine: correvo per lei dal verduriere e in drogheria, spazzavo il pavimento in cortile, innaffiavo i gerani, stendevo il suo modico bucato sul filo o lo toglievo quando era asciutto, pescavo per lei una lettera dalla cassetta della posta con la serratura arrugginita. Zelda mi offriva un bicchiere d'acqua, che non chiamava semplicemente "acqua", ma "acqua viva". Il panino era a casa sua "la pagnottella". Il suolo del cortile era "terriccio". Il vento d'occidente era la "brezza di mare", quello che soffiava da est lo chiamava "levantino". Quando quei sospiri d'aria passavano fra gli aghi del pino, non li muovevano soltanto, li scuotevano. Finiti quei pochi lavori di casa, spostavamo in cortile due sedioline di paglia e ci sedevamo sotto la finestra della maestra Zelda, rivolti a settentrione, verso l'accademia di polizia e il villaggio arabo di Shuaft. Viaggiavamo restando immobili: io che ero un bambino mappa, sapevo bene che dietro la moschea di Nebi Samuel, sulla cima in lontananza, si svelava ai nostri occhi, seppure nascosta, la valle di Bet Horon, e sapevo che oltre ancora c'erano la regione di Beniamino ed Efraim, la Samaria, e poi veniva il Monte Ghilboa, e dopo ancora le vallate intorno al Tabor e la Galilea. Non ero mai stato in quei posti: una o due volte all'anno andavamo fino a Tel Aviv per qualche festività, due volte ero stato nella casetta rivestita di carta catramata dove abitavano nonna "mame" e nonno "pape",
in fondo a Kiriat Motzkin, oltre Haifa, una volta ero stato a Bat Yam, ma non avevo visto nulla d'altro. Men che meno i posti strabilianti che la maestra Zelda mi descriveva, Nahal Harod, i Monti di Safed e le rive del Lago di Tiberiade. L'estate seguente a quella nostra estate Gerusalemme fu bersagliata proprio dalle montagne di fronte alle quali sedevamo ogni mattina. Nei pressi del villaggio di Beit Iksa e del Monte Nebi Samuel, nelle trincee, i cannoni dell'artiglieria inglese al servizio della legione araba transgiordana tempestarono con migliaia di colpi la città assediata e ridotta allo stremo. Molti anni dopo di allora, tutte le colline di fronte a noi erano ormai un reticolo di quartieri residenziali, Ramot Eshkol e Ramot Elon e Maalot Dafne e Ghivat Ha Tachmoshet e Ghivat Ha Mevatter e la collina francese e tutte le "colline si sciolsero", come scrive il profeta Amos. Ma nell'estate del '47 erano ancora tutte pietraie abbandonate a sé stesse, pendii maculati dalla roccia chiara e dalle siepi scure. Qua e là l'occhio incontrava un pino solitario, sazio di giorni eppure tenace, curvo per colpa degli impetuosi venti d'inverno che gli avevano storto la schiena per sempre. Lei mi leggeva a voce alta quel che comunque avrebbe letto da sola, quella mattina: brani chasidici, leggende, storie un po' oscure intorno a cabalisti santi, alle loro magiche permutazioni e ai loro miracoli. Qualche volta, se non facevano mille attenzioni, nello sforzo di salvare sé stessi o i poveri e gli oppressi quando non tutto il popolo d'Israele, quei cabalisti occultisti causavano delle disgrazie tremende, sempre generate da un errore combinatorio o da un grano di impurità infiltratosi fra le sante intenzioni. Alle mie domande lei offriva risposte inattese, strane, che a volte sembravano quasi scriteriate, capaci di insidiare la solida, ineccepibile logica di papà. O al contrario: a volte mi stupiva con una risposta ovvia ma che saziava come il pane nero. Anche la cosa più ovvia, venendo da lei risultava sempre un po' imprevista. Io l'amavo, ero attirato da lei per via di quel qualcosa di sconosciuto e travolgente, un po' temibile, insito in quasi tutto quel che lei faceva e diceva. "I poveri di spirito", ad esempio, di cui mi raccontò che appartenevano a Gesù di Nazareth ma che se ne trovavano tanti anche qui tra noi a Gerusalemme, e non necessariamente nel senso in cui li intendeva lui. O quelle "anime mute" che comparivano nella poesia di Bialik, "Sarò con voi", che altri non erano se non i 36 giusti nascosti grazie ai quali il mondo si regge. Un'altra volta mi lesse quella poesia di Bialik sul padre anima candida - la cui vita era stata circondata dai miasmi della bettola,
senza mai infettarlo. Solo al figlio poeta erano arrivati, eccome se erano arrivati, come scriveva Bialik stesso nei due primi versi della poesia "Mio padre", là dove parla soltanto di sé e della propria sozzura, ancor prima di accingersi a descrivere il padre. Lei trovava strano che gli studiosi non avessero notato il fatto che la poesia dedicata alla purezza del padre iniziasse proprio con una confessione così amara sulla vita contaminata del figlio. O forse non lo disse affatto: del resto non disponevo di quaderno e matita per prendere appunti, quando lei mi parlava. E da allora sono passati ormai più di cinquant'anni. Molto di quel che udii da Zelda, quell'estate, andava al di là della mia capacità di comprensione. Ma ogni giorno che passava lei alzava di un poco il livello del mio intendimento. Ricordo, ad esempio, come mi parlò di Bialik. Della sua infanzia, delle sue delusioni e anche della sua vita malvagia, mi raccontò. Anche cose fuori dalla portata della mia età. E fra tante altre poesie, mi lesse anche "Mio padre", e mi parlò di purezza e contaminazione. Dicendo che cosa, veramente? *** Qui nella mia stanza ad Arad è un giorno d'estate di fine giugno del 2001, provo a rammentare, forse no, piuttosto a indovinare, ricomporre nella mente, attingere quasi dal nulla, come quegli impagliatori al museo delle scienze, che con due o tre ossa fossili danno forma a un dinosauro intero. Amavo il modo in cui la maestra Zelda inanellava una parola dopo l'altra: ne usava una affatto comune, quotidiana, accanto a un'altra, anch'essa banale, ma ecco che con quell'accostamento repentino, per il semplice fatto di porre uno dietro all'altro due termini comuni non usi a stare uno accanto all'altro, passava fra loro una specie di guizzo elettrico che estasiava il mio animo ansioso di magie lessicali. Ecco alcuni versi tratti da una delle sue poesie, "Presso il vecchio istituto per ciechi": "perché mi spaventa lo sdegno dei monti... la mia anima giunta come un uccello in volo dalla terra di un frutto che non ha colto... il giardino di notte ha sciolto il suo voto al morbido buio... la prima volta, penso con la notte e le stelle in cui voce..."
e ancora, dalla stessa poesia, una strofa intera, l'ultima: "quando mai capirò che il suo buio colmo è di segni, che nulla so dei viaggi dell'anima sua verso la perdita d'occhio, verso l'impossibile" *** Zelda quell'estate era ancora nubile, ma qualche volta in cortile compariva un signore, che ai miei occhi non risultava affatto giovane, dall'aspetto religioso. Quando passava, fra noi si spezzava inavvertitamente quell'invisibile trama mattutina. A volte lui mi riservava un cenno del capo con un brandello di sorriso poi, restando in piedi e la schiena rivolta a me, intrecciava con la maestra Zelda una conversazione che durava mille anni, e anche di più. Una cosa inverosimile. E in yiddish, di modo che io non ne capissi una parola. Qualche volta riuscì persino a strapparle una risata argentina, una risata infantile quale io non avevo mai avuto il privilegio di ispirarle, mai. Nemmeno nei miei sogni la notte. E lei invece sprizzava risate a quel tizio. E io, nel mio tormento, mi figuravo intanto fin nei minimi dettagli l'assordante betoniera rimasta a macinare per alcuni giorni sulla discesa di via Malachia: dentro quel cemento rimescolato avrei gettato all'alba il corpo ridanciano di lei, dopo averla uccisa a mezzanotte. Ero un bambino verboso. Un instancabile parlatore. Ancora prima di aprire gli occhi la mattina, iniziavo la mia prolusione, che durava quasi senza sosta sinché la sera si spegneva la luce, e magari anche oltre, nel sonno. Non che avessi ascolto, peraltro: ai bambini miei coetanei tutto quel che dicevo suonava come il bantu o qualche altra lingua bizzarra, quanto agli adulti erano impegnati anche loro, proprio come me, a concionare da mattina a sera, quindi nessuno di loro aveva tempo per ascoltare me. Non ci si ascoltava a vicenda, nella Gerusalemme di quegli anni. E forse non si ascoltava nemmeno sé stessi (eccezion fatta per il buon nonno Alexander che sapeva tanto ascoltare, e godeva tanto dei frutti di quel gesto, ma lui ascoltava solo le donne. Non me). In tutto il mondo dunque non c'era un orecchio libero per ascoltarmi, se non assai di rado. E anche quando ci si degnava di ascoltarmi, si era stanchi
di me dopo tre o quattro minuti, benché per educazione si continuasse a far finta di sentire e a volte anche di divertirsi. Solo la maestra Zelda mi ascoltava: e non come una zia di buon cuore che presta stancamente, per pietà, il suo orecchio esperto a un ragazzino tocco e scatenato. No. Lei mi ascoltava con lentezza e serietà, come sé stesse imparando da me cose che le piacevano e la incuriosivano. E poi: la maestra Zelda mi trattava con tale rispetto che quando voleva ch'io parlassi mi scaldava gentilmente, come mettendo dei ramoscelli nel camino per far prendere la fiamma. Del resto quando ne aveva abbastanza non esitava: "Ora basta. Smetti di parlare". Altri avrebbero smesso di ascoltare dopo tre minuti, pur lasciandomi parlare e parlare quanto volevo, anche un'ora intera, pensando intanto ai fatti propri e facendo finta di seguirmi. Tutto ciò avvenne alla fine della seconda elementare, appena smesso di frequentare la Patria del fanciullo, e poco prima di entrare alla scuola Tachmoni. Avevo otto anni, e già l'abitudine di leggere giornali, periodici e fascicoli d'ogni sorta, a parte i cento, forse duecento libri divorati sino ad allora (praticamente tutto quel che mi capitava a tiro. E quasi senza criterio: esploravo la biblioteca di papà e su quasi ogni libro scritto in ebraico moderno piantavo i denti e mi davo a masticare, nel mio angolino). Scrivevo anche poesie: sulle bande ebraiche, sulle battaglie della Resistenza, su Yehoshua Ben Nun, e anche su una coccinella pestata, sulla malinconia autunnale. Quelle poesie le portavo la mattina alla maestra Zelda; lei le maneggiava con cautela, come consapevole della propria responsabilità. Non ricordo come abbia commentato, per ogni componimento. E ormai ho dimenticato persino loro, le poesie. Quel che non ho dimenticato è quando mi parlò di poesie e voci: non delle voci dall'alto che si rivolgono all'anima del poeta, no, del fatto che le parole siano capaci di riprodurre i suoni: "iwwshah", "fruscio", ad esempio, è una parola che fruscia, "tzerimah", "stonatura", invece stride, la parola "nehimah", "ruggito", rimbomba con una voce spessa e bassa, mentre "tzalil", "suono", è uno squillo delicato, e "hemyah", "muggito", muggisce. E così via. Aveva un repertorio completo di parole onomatopeiche, ma ora sto chiedendo alla memoria più di quanto lei non possa fare. Forse anche questa frase l'ho sentita dalla maestra Zelda quell'estate in cui eravamo intimi: quando disegni un albero, disegna solo qualche foglia. Non una per una. E se di una persona si tratta, non è il caso di tratteggiarle tutti i capelli
uno a uno. Ma a tale proposito era inattendibile, una volta mi disse che secondo lei qui o là avevo scritto un po' troppo, un'altra mi disse che qui sarebbe stato meglio scrivere un po' di più. Allora, come si fa a saperlo? Sono ancora in cerca della risposta. La maestra Zelda mi fece anche scoprire un ebraico quale non avevo mai udito, né a casa del professor Klausner né da noi, nemmeno per strada o nei libri che avevo letto sino ad allora: un ebraico strano, anarchico, l'ebraico delle storie edificanti e delle epopee chasidiche e degli adagi popolari, un ebraico intriso di yiddish, insofferente a ogni regola, capace di mescolare maschile e femminile, presente e passato, pronomi e aggettivi, un ebraico trasandato e persino scorretto. Ma che vitalità, in quelle storie! Quando di neve si parlava, il racconto stesso pareva scritto con parole fatte di neve. Descrivendo un incendio, bruciavano. E che strana, ipnotica dolcezza avevano le sue storie di miracoli! Come se le lettere dell'alfabeto fossero state intinte nel vino: le parole ti vorticavano in bocca. Anche dei libri di poesie, aprì per me la maestra Zelda quell'estate, libri per nulla adatti alla mia età: le poesie di Leah Goldberg. Uri Tzvi Greenberg. Bat Miriam ed Ester Raab. Y.Ts. Rimon. Da lei ho imparato anche che a volte una parola esige intorno a sé il silenzio perfetto: vuole spazio. Come un quadro appeso al muro: ce ne sono alcuni che non sopportano di avere dei vicini. Non poco, ho imparato da lei, sia in classe sia nel suo cortile. Evidentemente non la disturbava il fatto di spartire con me un briciolo dei suoi segreti. Ma solo un briciolo: ad esempio, non avevo la più pallida idea, né lei mi lasciò mai intendere, che oltre a essere la mia maestra e la mia innamorata fosse anche la poetessa Zelda, di cui alcune opere erano già state pubblicate su supplementi letterari e su modesti periodici. Non sapevo che anche lei era, come me, figlia unica. E non sapevo nemmeno che fosse imparentata con il rabbi Lubavitch, Menachem Mendel Schneerson (il padre di lui e quello di lei erano fratelli). E non sapevo che aveva studiato anche pittura, che aveva fatto parte di una compagnia d'arte drammatica, che aveva già pubblicato qualche scritto, in versi o in prosa d'arte.. Non immaginavo che quel mio rivale, l'altro corteggiatore, fosse niente meno che rav Chayyim Mishkowski che per via della statura chiamavano "Chayyim il lungo", e che due anni dopo quella estate, mia e sua, l'avrebbe sposata, e che lui non avrebbe avuto però lunga vita. Non sapevo nulla di lei.
Ai primi d'autunno del '47 iniziai a frequentare la terza alla scuola religiosa maschile Tachmoni. Nuove sensazioni riempirono la mia vita. E poi non era logico per me continuare a essere attaccato così, come un marmocchio, alla gonna della mia maestra di una volta: i vicini drizzavano il sopracciglio, i figli dei vicini mi prendevano in giro e anch'io facevo un po' così, con me stesso: perché corri da lei ogni mattina? Come farai quando tutto il quartiere comincerà a sparlare di quel bambino scemo che le tira giù il bucato e le spazza il cortile e a mezzanotte quando spuntano le stelle spera di sposarla? *** Qualche settimana dopo scoppiarono degli scontri a Gerusalemme, in seguito arrivarono la guerra e i bombardamenti e l'assedio e la fame. Mi allontanai dalla maestra Zelda: non correvo più alle sette del mattino lustro, pettinato con l'aiuto di un goccio d'acqua, per stare con lei. Non le portavo più le mie nuove poesie, scritte la sera prima. Se la incontravo per strada le dicevo, veloce veloce, "buongiorno-come-sta-maestra-Zelda". Senza il punto interrogativo bofonchiavo quella domanda, fuggendo via prima della sua risposta. Mi vergognavo di tutto quel che c'era stato. E mi vergognavo anche di come avevo chiuso così repentinamente con lei, senza dirle nulla, senza nemmeno uno straccio di spiegazione. Mi vergognavo anche dei miei pensieri su di lei, di sicuro sapeva che nei pensieri non avevo ancora troncato con lei. Poi finalmente ci affrancammo da Kerem Abraham. Traslocammo a Rechavia, luogo dei sogni di mio padre. Poi morì mia madre e io andai a vivere e lavorare in kibbutz. Gerusalemme, avevo solo voglia di lasciarmela alle spalle. Tutti i legami si persero. Ogni tanto mi capitava sotto gli occhi una bella poesia di Zelda pubblicata su un periodico, e ne deducevo che era ancora in vita, che era ancora una persona sensibile. Ma dopo la morte di mia madre provavo una certa avversione per tutti i sentimenti e in particolare ero deciso a tenermi lontano una volta per tutte dalle donne particolarmente sensibili. Chiunque fossero. L'anno in cui uscì il mio terzo libro, "Michael mio", che è ambientato più o meno nel nostro quartiere, fu pubblicato anche "Tempo Libero", il primo libro di Zelda. Pensai di scriverle qualche riga di augurio, ma non lo feci. Pensai di mandarle una copia del mio, ma niente: come facevo a sapere se abitava ancora in via Sofonia o si era trasferita altrove? E poi, avevo
scritto "Michael mio" solo per tracciare una riga su Gerusalemme, non per legarmi di nuovo a lei. Fra le poesie della raccolta "Tempo Libero" scoprii la famiglia della maestra Zelda e incontrai anche alcuni nostri vicini. Poi apparvero anche "Il Carmelo Invisibile" e "Monte, fuoco", che entusiasmarono migliaia di lettori e le procurarono il premio Brenner e il premio Bialik oltre a un momento di gloria che lei, la maestra Zelda, rimasta senza figli, attraversò senza nemmeno guardarsi intorno. *** Durante la mia infanzia, alla fine del mandato britannico, tutta Gerusalemme era reclusa in casa a scrivere: quasi nessuno a quell'epoca aveva la radio, e tanto meno televisione, videoregistratore o compact disc, non c'erano Internet né la posta elettronica, e non c'era nemmeno il telefono. Ma tutti disponevano di carta e matita. Alle otto di sera la città si chiudeva in casa per via del coprifuoco imposto dagli inglesi, e quando non c'era il coprifuoco si chiudeva volontariamente: solo il vento e i gatti randagi e le pozze di luce dei lampioni si muovevano fuori, ma anche loro sfuggivano fra le ombre scure non appena per strada passava una jeep di pattugliamento inglese con sopra un riflettore e una mitragliatrice. Quelle notti erano assai più lunghe di quanto non siano oggi, dal momento che la rotazione terrestre era assai più lenta poiché la forza di gravità era più potente. La luce elettrica era fioca perché tutti erano poveri, risparmiavano lampadine e illuminazione. E poi capitava che la corrente saltasse per qualche ora e persino per giorni interi, così la vita scorreva sotto la luce di fuligginosi lumi a petrolio. O di candela. Anche le piogge invernali erano assai più intense di quanto non siano oggi, battevano sulle persiane abbassate insieme ai pugni di vento e agli echi di tuoni e fulmini. Ogni sera avevamo una specie di cerimonia di chiusura: papà usciva a serrare le imposte da fuori (perché le si poteva chiudere solo da fuori), eroicamente si tuffava tra le fauci della pioggia e dell'oscurità, oltre che degli inconoscibili pericoli della notte, come quegli uomini pelosi dell'era neanderthaliana che sbucavano coraggiosamente fuori dal calore della loro caverna per andare a caccia o per difendere donne e bambini. O come il pescatore nel libro "Il vecchio e il mare", papà se ne usciva tutto solo verso l'abisso della natura bruta, si copriva il capo con un sacchetto vuoto capovolto e si buttava verso l'ignoto.
Ogni sera, al suo ritorno dall'operazione imposte, papà chiudeva da dentro la porta e serrava con il catenaccio (sugli stipiti, ai due lati della porta, c'erano due ganci di ferro, e fra loro papà tendeva il filo piatto di ferro che assicurava la porta contro scassinatori e nemici). I muri spessi di pietra ci proteggevano da ogni insidia, insieme alle imposte di ferro e al monte buio che si ergeva a custode della nostra incolumità appena dietro la parete, come un lottatore gigantesco e taciturno. Tutto il mondo esterno restava chiuso ben bene fuori, dentro l'abitacolo corazzato c'eravamo solo noi tre e la stufa e i muri coperti di libri dal pavimento sino al soffitto. Tutta la casa insomma veniva sigillata ogni notte e pian piano sprofondava come un sommergibile, sotto la superficie dell'inverno. E davvero lì vicino a noi il mondo finiva improvvisamente: bastava svoltare a sinistra fuori dal cortile, percorrere ancora circa duecento metri fino al fondo di via Amos, poi di nuovo a sinistra e dopo ancora trecento metri, fino all'ultima casa di via Sofonia, che era anche la fine della strada e la fine della città e la fine del mondo: di lì in poi solo pietraie scoscese vuote nella fitta oscurità, dirupi, grotte, alture brulle, vallate, villaggi di pietra sferzati da pioggia e buio, Lifta, Shuaft, Beit Iksa, Bet Chanina, Nebi Samuel. Ogni sera gli abitanti di Gerusalemme si chiudevano in casa proprio come noi, e scrivevano: i professori di Rechavia e gli studiosi di Talpiyot e i savi di Bet Ha Kerem e i ricercatori di Kiriat Shemuel, i poeti e i narratori e gli ideologi e i rabbini e i rivoluzionari e gli apocalittici e i filosofi. Se non erano libri, scrivevano saggi. Se non saggi, erano rime o fascicoli o pamphlet e volantini. Se non redigevano proclami clandestini contro il governo inglese, preparavano lettere alla redazione. O corrispondevano l'un con l'altro. Ogni sera tutta Gerusalemme si chinava sul foglio, correggeva e cancellava e scriveva e limava: lo zio Yosef e il signor Agnon l'uno di fronte all'altro, ai due lati della viuzza di Talpiyot. Nonno Alexander e la maestra Zelda. Il signor Zarchi e il signor Abramski e il professor Buber e il professor Scholem e il professor Bergman e il signor Toran e il signor Netanyahu e il signor Wislawsky e fors'anche mia madre. Mio padre studiava e scopriva modelli sanscriti penetrati nell'epica nazionale lituana. O le influenze omeriche sulla poesia bielorussa. Come se dal nostro piccolo sommergibile estraesse il suo piccolo periscopio attraverso il quale guardare verso Danzica o la Slovacchia. Allo stesso modo il vicino di destra, il signor Lemberg, stava seduto a scrivere il suo "mémoir" in yiddish, mentre con tutta probabilità anche i Bichuvsky, a sinistra, erano intenti a scrivere, e i
Rosendorf, che stavano al piano di sopra e gli Schtich dirimpetto. Solo la montagna, il vicino al di là del nostro muro sul retro, solo lei era sempre muta. Non scrisse mai nemmeno una riga. I libri erano in fondo la fragile sagola che univa il nostro sommergibile al mondo esterno. Tutt'intorno eravamo circondati da monti e caverne e deserto, inglesi, arabi, resistenza armata, salve di cannoni la notte ed esplosioni e agguati e arresti e scarcerazioni e paure sommesse per quel che ci aspettava nel prossimo futuro. In mezzo a tutto questo, si districava l'esile cannula attraverso la quale potevamo respirare il mondo vero: là dove c'erano il lago e il bosco, la bicocca e i pascoli e anche il castello con le torri merlate e il timpano. C'era anche il "foyer" ricco di oro e velluti e cristalli, illuminato a giorno da fastosi lampadari. *** In quegli anni, come ho già detto, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, proprio un libro. Per paura. Già, a poco a poco fu chiaro a tutti coloro i cui parenti non erano arrivati in terra d'Israele, fu chiaro che i tedeschi ormai li avevano uccisi tutti. Abitava a Gerusalemme una paura che tutti facevano il possibile per seppellire giù, in fondo al petto. I carri armati di Rommel del resto erano arrivati fin quasi al confine del paese. Gli aeroplani italiani durante la guerra avevano bombardato Tel Aviv e Haifa. E chissà che cosa ci avrebbero ancora fatto gli inglesi, prima di andarsene di qui. Dopo quel giorno, del resto, orde di arabi assetati di sangue, milioni di musulmani esagitati sarebbero insorti e nel giro di qualche giorno ci avrebbero massacrati tutti. Nessun bambino sarebbe sopravvissuto. Ovviamente gli adulti cercavano di non parlare di questi incubi in presenza dei loro figli. In ogni caso, di non parlarne in ebraico. Ma capitava che una parola sfuggisse. E che qualcuno gridasse nel sonno. Le case erano tutte piccole e anguste come gabbie. La sera, spenta la luce, io auscultavo i loro bisbigli in cucina, intorno a una tazza di tè e qualche biscotto Frumin, e riuscivo a captare Chelmo, nazisti, Vilna, partigiani, "aktion", campi di sterminio, treni della morte, lo zio David e la zia Malka e anche il piccolo Daniel, il cugino mio coetaneo. In qualche modo la paura filtrava: i bambini della tua età non sempre diventano grandi. Capita che li si uccida ancora in culla. O all'asilo. In via Neemia un rilegatore ha avuto un attacco di nervi ed è uscito sul balcone
urlando ebrei, aiuto, correte, stanno per bruciarci tutti. L'aria era impregnata di paure. E forse avevo capito quanto sia facile uccidere qualcuno. Invero anche i libri non era difficile bruciarli, comunque io da grande volevo diventare uno di loro, se non altro avevo qualche probabilità che almeno una copia sperduta sarebbe riuscita a sopravvivere, se non qui magari in un altro paese, in una città, in una biblioteca remota, in uno scaffale dimenticato da Dio: lo vedevo da me, come i libri riuscivano a nascondersi e sprofondare nel buio della polvere tra le file stipate di tomi, sotto cumuli di fascicoli e riviste, a trovarsi un nascondiglio inaccessibile dietro altri libri...
39. Dopo una trentina d'anni, nel 1976, mi invitarono per due mesi a Gerusalemme in veste di "visiting professor" all'Università ebraica. Questa mi assegnò uno studiolo sul Monte Scopus, dove dedicavo la mattina a scrivere il racconto "Signor Levi", inserito poi nel libro "Il Monte del Cattivo Consiglio". La storia si svolge in via Sofonia negli ultimi tempi del governo mandatario inglese, e così decisi di gironzolare un po' in quella zona, per vedere che cosa fosse cambiato da allora: la scuola privata Patria del fanciullo era ormai chiusa. I cortili erano pieni di rottami. Gli alberi da frutta languivano. Insegnanti, impiegati, traduttori e cassieri, rilegatori, filosofi domestici, redattori di lettere ai giornali, erano quasi tutti spariti dal quartiere, popolatosi invece, col passare degli anni, di ortodossi poveri. Quasi tutti i nostri vicini erano stati cancellati dalle cassette della posta. Solo la signora Schtich, la madre invalida di Menukhale Schtich, Menukhale che chiamavamo Namukhele, Tappetta, intravidi una volta di lontano, seduta a sonnecchiare su una seggiolina in un angolo dello squallido cortile, non lontano dal bidone della spazzatura. Su ogni muro strillavano rauchi annunci che brandivano ossuti pugni minacciosamente moraleggianti intorno a peccati e castighi mortali: "Violate sono le sponde della decenza", "Grave è la nostra trasgressione", "Non toccate il mio messia", "La pietra grida dal muro contro il malvagio decreto", "Stupite cieli per questa cosa immonda quale non s'è mai vista in Israele" e via di seguito. Da trent'anni non vedevo la mia maestra della seconda alla scuola Patria del fanciullo, quand'eccomi tutt'a un tratto sulla soglia di casa sua. Al posto della bottega del signor Langerman che ci vendeva il latte dentro bidoni di
ferro rotondi e pesanti, sulla facciata dell'edificio si trovava un negozio ortodosso di mercerie, stoffe e bottoni e asole e gemelli e tendaggi. Dunque anche la maestra Zelda non era più qui? Eppure, fra le cassette sbilenche della posta c'era ancora la sua, quella dentro la quale da piccolo pescavo le lettere perché la serratura era arrugginita e non si apriva più. Adesso era sconquassata: qualcuno, e di un uomo doveva trattarsi, qualcuno di sicuro più impaziente della maestra Zelda e di me, aveva divelto una volta per tutte lo sportellino. Anche la dicitura era cambiata: invece di "Zelda Schneerson" trovai scritto "Schneerson Mishkowski": senza Zelda ma anche senza trattino né congiunzione. Che cosa avrei fatto se fosse venuto suo marito, ad aprirmi la porta? Che cosa avrei potuto dirgli, in fondo? E a lei? Stavo quasi per voltarmi e scappare via come uno spasimante beffato in una commedia (non sapevo proprio che si fosse sposata, non sapevo che fosse rimasta vedova, non avevo messo in conto che ero uscito da casa sua quando avevo otto anni e ora tornavo che ne avevo trentasette, più di quanti non ne avesse lei all'epoca in cui l'avevo abbandonata). *** Anche quel giorno, come allora, era mattina, piuttosto presto. Certo sarebbe stato opportuno telefonarle, prima di arrivare. O scriverle qualche riga. E se fosse stata in collera con me? Se non mi avesse perdonato l'abbandono? Quel silenzio di anni? Nemmeno le congratulazioni per l'uscita dei suoi libri e per i premi letterari che aveva preso? Forse anche lei, come altri gerosolimitani della prima ora, ce l'aveva con me per "Michael mio", mi tacciava di aver sputato nel pozzo dal quale avevo bevuto? E se fosse cambiata al punto da non poterla riconoscere? E se fosse stata una donna completamente diversa adesso, dopo ventinove anni? "Ho bandito la mia dolcezza Ho bandito la mia dolcezza ma non voglio Il miele dei veggenti Ho bandito la mia dolcezza un'altra è la mia casa, altra Eppure adesso Voce s'ode di uno scambio Riti di festa Fino in fondo
Non sono divenuta vento che sibila al vuoto Vado a bagnare l'esile pianta Stanca d'acqua Gira il cuore nel suo buio cammino E torna a Dio" *** Per dieci minuti rimasi impalato davanti alla porta, andai verso il cortile, fumai una sigaretta e anche due, toccai i fili della biancheria dai quali una volta raccoglievo le sue sobrie gonne, marroni e grigie. Riconobbi la mattonella scheggiata che io stesso avevo rotto nel tentativo di spaccare delle noci con un sasso. Mi spinsi con lo sguardo oltre i tetti rossi del quartiere bukharo, oltre le colline abbandonate, verso nord. Però adesso non si vedevano altro che quartieri stretti l'uno all'altro, Ramot Eshkol Maalot Dafne Ghivat Ha Mevatter e la collina francese e Ghivat Ha Tachmoshet. E poi, che dirle entrando? Salve, cara maestra Zelda? Spero di non disturbare... sarei il tal dei tali? Salve signora Schneerson Mishkowski? Una volta ero suo allievo, chissà se per caso se lo ricorda? Scusi, solo per qualche minuto? Le sue poesie mi piacciono? Lei ha un aspetto magnifico? No, non sono venuto per intervistarla? *** Di certo io non ricordavo quanto fossero buie le case gerosolimitane al piano terra, anche in una mattina d'estate. Fu la tenebra, ad aprirmi la porta: una tenebra colma di odori caldi. Da quel buio, la voce fresca così come la ricordavo, la voce di una ragazza fiduciosa innamorata delle parole, mi disse: "Vieni, Amos, accomodati". E subito dopo: "O preferisci, certo, che ci sediamo in cortile?". E poi: "Per te, nella limonata fredda appena un goccio di sciroppo". E poi: "Debbo correggermi: una volta, ti piaceva la limonata con appena un goccio di sciroppo, forse nel frattempo è cambiato qualcosa?". Quella mattina, e quel nostro dialogo, lo attingo ovviamente alla memoria - come quando si prova a ricostruire un edificio antico dalle sue rovine, con sette otto pietre rimaste una sull'altra. Ma fra quelle poche pietre ancora in piedi com'erano, né restauro né invenzione, anche quelle sue parole: "Debbo correggermi: ... ma forse nel frattempo è cambiato qualcosa?" proprio così mi disse Zelda quella mattina d'estate alla fine di giugno del '76. Ventisette anni dopo la nostra estate di miele. E venticinque prima della mattina
d'estate in cui scrivo questa pagina (nella mia stanza ad Arad, sopra un quaderno pieno di cancellature, il 30.7.2001: rievocazione di una visita concepita allora per rievocare, fors'anche scavare dentro vecchie ferite. In questo rammemorare, il mio lavoro è un po' quello di chi prova a costruire qualcosa con qualche sasso di rovina che scavando ritrova fra macerie di un qualcosa che a suo tempo era stato costruito su altre macerie). "Debbo correggermi," disse la maestra Zelda, "forse nel frattempo è cambiato qualcosa?" Certo avrebbe potuto esprimersi in mille modi diversi. Avrebbe potuto, ad esempio, domandarsi: forse adesso non ti piace più, la limonata? O: forse adesso ti piace con molto sciroppo? O anche, andando subito al sodo, avrebbe potuto domandarmi: che cosa vuoi bere? Era una persona di precisione, lei: in quel momento desiderava far tornare subito fra noi, con serenità e senza un'ombra di risentimento, il nostro passato intimo, mio e sud (limonata, solo un goccio di sciroppo) desiderava tornare laggiù ma non per questo asservire il presente al tempo trascorso ("forse nel frattempo è cambiato qualcosa?" - con il punto interrogativo - e tuttavia lasciando a me il diritto di scelta, oltre che la responsabilità di proseguire, la responsabilità di condurre l'incontro. In fondo ero stato io a concepirlo). Risposi (certo non senza un sorriso): "Grazie. Prendo molto volentieri una limonata, come una volta". Lei: "Pensavo anch'io, ma mi è parso giusto chiedertelo". Poi bevemmo insieme una limonata fredda (al posto della cassa del ghiaccio c'era adesso un piccolo frigorifero, un modello antiquato già un poco sciupato). Qualche ricordo passò fra noi. Lei aveva effettivamente letto i miei libri e io i suoi, ma a questo argomento non dedicammo più di cinque, sei frasi, come quando si attraversa in fretta un tratto di strada accidentato. Parlammo invece di quel che era stato dei coniugi Isabela e Getzel Nachlieli. Di altre conoscenze comuni. Dei cambiamenti nel quartiere di Kerem Abraham. Anche i miei genitori e anche il suo defunto marito, spirato cinque anni prima della mia visita, rievocammo quasi di corsa, tornando al passo per riprendere a parlare di Agnon e fors'anche di Thomas Wolfe ("Angelo, guardava il passato" era stato a quell'epoca appena tradotto in ebraico, o forse l'avevamo letto tutti e due in inglese). Man mano che i miei occhi s'andavano abituando alla penombra della stanza, notavo con stupore quanto tutto fosse rimasto al proprio posto. La malinconica
credenza marrone coperta di cera scura stava nel suo angolo come un vecchio cane domestico. Dietro la vetrina facevano bella mostra le tazze del servizio. Sul ripiano c'erano le foto dei genitori di Zelda, che ora sembravano più giovani di lei, e anche il ritratto di un uomo che immaginavo fosse suo marito, e tuttavia le chiesi ragguagli. Allora improvvisamente gli occhi le si illuminarono di un guizzo malizioso, fanciullesco, rise appena come se in quel preciso istante io e lei stessimo combinando qualcosa, poi si controllò e rispose solo: "E' Chayyim". Il tavolo scuro e rotondo col passare degli anni sembrava rimpicciolito, ormai troppo basso. Negli scaffali c'erano vecchi libri sacri dalla copertina nera logora, e alcuni nuovi, grandi, elegantemente rilegati in pelle con incisioni in oro, oltre alla storia della poesia sefardita di Schirmann, svariati altri volumi di poesia e romanzi della nuova letteratura ebraica, per lo più nella lunga serie della collana "Ha Sifriah Le Am" ("Biblioteca per il popolo"). Quegli scaffali che ai tempi dell'infanzia mi sovrastavano erano ora all'altezza delle spalle. Qua e là, sui ripiani, sulla credenza e anche sulla mensola accanto al divano, si vedevano dei candelieri per lo Shabbat, diverse lampade per la festa di Channukah, piccoli gingilli in legno d'ulivo o rame sbalzato, una pianta mogia sul comò e forse altre due sul davanzale della finestra. Su tutto dimorava una penombra intrisa di odori caldi: era inequivocabilmente il salotto di una donna religiosa. Un luogo certo non ascetico, però introverso, rinchiuso in sé stesso e persino, in un certo qual modo, struggente: sì, era cambiato qualcosa, per usare le sue parole. Non perché lei fosse invecchiata, e nemmeno perché era diventata famosa e amata dal pubblico, ma forse si può dire così: lei era inseriosita. Del resto era sempre stata una persona di precisione, di serietà e di compostezza interiore. Difficile spiegarlo. *** Dopo quella visita non tornai mai più da lei. Seppi che alla fine si era trasferita in un nuovo quartiere. Seppi che col passare degli anni ebbe delle amiche molto più giovani di lei e anche di me. Seppi che si ammalò gravemente finché la vigilia di uno Shabbat, era il 1984, morì tra sofferenze
tremende. Ma non tornai da lei, non le scrissi nessuna lettera né mai le spedii nessuno dei miei libri, non la rividi mai più se non in qualche foto sui supplementi letterari e poi ancora il giorno della sua morte, per meno di mezzo minuto, alla fine del telegiornale. Quando mi alzai per congedarmi, scoprii che con gli anni anche il soffitto si era abbassato. Lo sfioravo quasi con il capo. Gli anni in compenso non avevano cambiato di molto lei. Non era imbruttita, non era ingrassata, non era avvizzita, il lampo degli occhi a tratti ancora guizzava nella conversazione come un'emissione di luce penetrante che snudava tutti i miei segreti. Eppure, sì, era cambiato qualcosa. Come se, in quei vent'anni e più in cui non l'avevo vista, la maestra Zelda fosse a poco a poco diventata simile al suo vecchio appartamento. Come un candeliere d'argento era lei adesso, un candeliere e la sua opaca luce dentro l'oscurità. Vorrei essere più preciso che posso: in quel tardivo incontro, Zelda fu per me tanto il candeliere quanto l'oscurità intorno. Così ho scritto di lei in "Lo stesso mare": Quel che volevo e quel che mi risulta. "Ancora ricordo la sua stanza: via Sofonia. Ingresso in cortile. Sette anni e un quarto, frenetico un bambino verboso. Spasimante. "La mia stanza mai domanda," scriveva lei "di un tramonto o di un'alba. Le basta che il sole porti una lama d'oro e la luna d'argento." Come mi ricordo. Uva e una mela mi dava durante le vacanze estive 1946. Mi accucciavo sulla stuoia, bambino di frottole. Innamorato. Ritagliavo per lei fiori e foglie di carta. Portava una gonna
scura, simile a lei campanule e profumo di gelsomino. Una donna taciturna. A sfiorare per caso l'orlo del suo vestito. Quel che volevo non sapevo ciò che sapevo ancora mi scotta".
40. Ogni mattina, un poco prima o appena dopo che il sole è spuntato, vado a vedere che cosa c'è di nuovo nel deserto. Il deserto, qui ad Arad, comincia in fondo alla mia strada. Il vento di levante, che arriva dai Monti di Edom, provoca qua e là qualche piccolo mulinello di sabbia che prova ad alzarsi da terra ma invano. Palpita un momento, perde la sua forma lanceolata, e si spegne. Le montagne sono ancora occultate dal vapore che risale dal Mar Morto e ricopre il sole che nasce e la catena di un velo grigio, come se non fosse estate e invece già autunno. Ma è un autunno falso: nel giro di due, tre ore, qui tutto sarà secco e torrido. Come ieri. Come l'altro ieri e come una settimana fa e come il mese scorso. Per intanto, la frescura della notte ancora tiene. C'è un buon profumo di terra intrisa di rugiada, frammisto a un sentore di zolfo e di sterco di capra e rovi e fuochi spenti. E' l'odore della terra d'Israele da tempi immemorabili. Scendo al uadi e proseguo lungo un sentiero tortuoso, pieno di curve, sino a un dirupo dal quale il paesaggio si apre verso il Mar Morto, circa novecento metri sotto di me, a venticinque chilometri di distanza. L'ombra dei monti d'Oriente piomba sull'acqua e infonde al mare una tonalità d'antico metallo. A tratti un ago di luce riesce a trafiggere per un momento le nubi, fino a toccare la superficie. Il mare, dal canto suo, subito lo respinge con un guizzo abbagliante. Come se sott'acqua infuriasse una tempesta di fulmini. Di qui fin laggiù si dispiegano pendii vuoti di pietra calcarea maculata di massi neri. Ecco che fra queste rocce, proprio sulla linea dell'orizzonte in cima alla collina di fronte a me, tre montoni neri e una figura umana immobile fra loro dentro una mantella nera dalla testa ai piedi: una donna beduina? Con un cane al suo fianco? Ora tutti sono spariti oltre la cresta del
monte, la donna, i montoni e il cane. La luce grigia pone in dubbio ogni moto. Intanto altri cani cominciano ad abbaiare in lontananza. Un po' più avanti, fra i massi lungo il sentiero, è rimasto un bossolo arrugginito. Come sarà capitato fin qui? Forse una notte è passata nel uadi una carovana di contrabbandieri, a dorso di cammello, diretta dal Sinai a sud del Monte di Hebron, e uno di loro ha perso il bossolo. O forse non l'ha perso, l'ha buttato via dopo essersi domandato: che farne? Ora riesco a udire tutta la profondità della quiete nel deserto. Non quella che viene prima della tempesta e nemmeno di quando tutto è finito, no, è un silenzio che copre solo altro silenzio, ancora più profondo. Tre, quattro minuti resto a inspirare il silenzio come fosse un profumo. Poi mi avvio verso il ritorno. Risalgo dal uadi al fondo della strada, bisticcio con un branco furioso di cani che cominciano ad abbaiarmi contro da ogni giardino. Forse pensano che io possa minacciare di far penetrare il deserto in città. Fra i rami dell'albero estremo del primo giardino intorno alla prima casa, una seduta plenaria di passeri sta discutendo animatamente, tutti che si interrompono a vicenda strillando, che si assordano, questi uccelli invece di cinguettare sbraitano proprio: come se la scomparsa della notte e l'arrivo della prima luce fosse un evento grave, senza precedenti, che esige una convocazione d'urgenza. *** Sulla salita della via una vecchia automobile si mette in moto con un accesso di tosse roca, da fumatore incallito. Il ragazzo che distribuisce i giornali blandisce invano un cane irremovibile. Un vicino tarchiato, abbronzato, un tipo robusto e agile con una fitta boscaglia di riccioli bianchi sul petto scoperto, un colonnello in pensione - la sua corporatura tozza mi ricorda una cassa di metallo -, sta mezzo nudo, con dei pantaloni blu da ginnastica, a innaffiare con un tubo la siepe di rose davanti a casa. "Le rose sono magnifiche. Buongiorno signor Shmulevitz." "Perché mai buongiorno?" mi aggredisce. "Vuol dirmi che Shimon Peres avrebbe smesso di svendere il paese ad Arafat?" E quando commento che altri interpretano altrimenti la situazione, lui prosegue tristemente: "Una Shoah evidentemente non ci è bastata per imparare la lezione. Questa tragedia, voi la chiamate ancora pace? Mai sentito parlare dei Sudeti? Di Monaco? Di Chamberlain? No?".
Avrei in effetti una risposta circostanziata e argomentata, ma dal silenzio che ho raccolto poco fa nel uado, attingo queste parole: "Ieri sera, verso le otto, da voi qualcuno interpretava al pianoforte la "Sonata al chiaro di luna". Passavo di qui, mi sono fermato qualche istante ad ascoltare. Era sua figlia? Una pianista eccezionale. Glielo faccia sapere". Lui passa il getto all'aiuola successiva e mi sorride come uno scolaretto timido inopinatamente scelto con voto segreto per il ruolo di capoclasse: "Non era mia figlia", dice, "è andata a Praga. Era la figlia di mia figlia. La nipotina. Daniela. E' uscita terza al concorso per giovani talenti di tutta la regione Sud. Anche se tutti, proprio tutti, hanno detto che meritava almeno il secondo posto. Scrive anche delle bellissime poesie. Molto sentimentali. Avrebbe un poco di tempo? Potrei portargliele, da leggere? E magari potrebbe incoraggiarla un poco? O darle a un giornale perché le pubblichi? Da lei le accetterebbero di sicuro, no?". Prometto al signor Shmulevitz che alla prima occasione leggerò le poesie di Daniela. Sul serio. Ma certo. Perché no. In fondo. Dentro di me prendo nota della promessa, che considero come un mio piccolo contributo a favore della pace. Dopo, nella mia stanza, una tazza di caffè tra le mani e il giornale del mattino disteso sul divano, rimango ancora una decina di minuti alla finestra. Sento al giornale radio della ragazza araba di diciassette anni gravemente ferita da una raffica di colpi al petto, dopo che ha tentato di accoltellare un soldato israeliano a un posto di blocco vicino a Betlemme. La prima luce del giorno diluita nel vapore grigio già comincia a scaldarsi e si tramuta in un celeste intenso, intransigente. Davanti alla mia finestra ci sono un piccolo giardino, qualche pianta, un rampicante, un limone fiacco che ancora non so se vivrà o morirà, con il fogliame pallido e il tronco contorto come un braccio che qualcuno ha piegato indietro con la forza. La parola "contorto" mi ricorda quel che mio padre soleva dire: "In ebraico, devi sapere, tutte le parole che cominciano con "ayin" e "qof" - come "contorto" - quasi tutte indistintamente hanno a che fare con una disgrazia. Bada bene... E anche tu, maestà, anche tu avrai notato che sono anche le iniziali del tuo nome, Amos Klausner, vuoi per caso vuoi non per caso". Chissà che un giorno non scriva un articolo per il giornale "Yediot Aharonot", per provare a spiegare al signor Shmulevitz che il nostro ritiro non indebolirà Israele, ma anzi rafforzerà il paese... Che non è giusto vedere dappertutto solo Shoah e Hitler e Monaco, no?
Il signor Shmulevitz mi ha raccontato una volta, una di quelle lunghe serate estive in cui ti sembra che la luce non si spegnerà mai più, eravamo seduti in canottiera e sandali sulla balaustra del suo muretto di cinta, mi raccontò che a dodici anni era stato deportato al campo di Maidanek con i genitori, tre sorelle e il nonno, e solo lui era sopravvissuto. Non volle raccontarmi come si era salvato. Promise che me l'avrebbe detto un'altra volta. Ma nelle altre volte che seguirono preferì provare ad aprirmi gli occhi per farmi smettere di credere nella pace e di essere così ingenuo, a ficcarmi bene in testa che quelli non pensano ad altro che a sterminarci tutti e che tutti i loro discorsi sulla pace sono una trappola o un sonnifero con tutto il mondo che li aiuta a farcelo sorbire, per addormentarci. Come allora. *** Decido di procrastinare la scrittura dell'articolo. Un capitolo incompiuto di questo libro mi aspetta sulla scrivania in forma di mucchio di appunti pasticciati, cartocci di foglietti e mezze pagine piene di cancellature: è il capitolo sulla maestra Isabela Nachlieli della scuola Patria del fanciullo con la sua schiera di gatti. Dovrò tagliare un po' e cancellare alcuni accadimenti felini, oltre a qualche episodio su Getzel Nachlieli, il cassiere: si tratta in effetti di cose abbastanza divertenti, ma che non contribuiscono in alcun modo all'andamento della storia. Contribuiscono? Andamento? Ma se ancora non so che cosa veramente contribuisca all'andamento della storia, perché non ho ancora la benché minima idea di dove voglia arrivare, questa storia, e che bisogno ha, in fondo, di "contributi"? O di "andamenti"? Nel frattempo è finito il giornale radio delle sette, quanto a me ho già bevuto la seconda tazza di caffè e sono ancora qui a guardare fuori dalla finestra: un uccello, una nettarina bellissima color turchese, fa capolino per un istante tra le foglie del limone: si muove, si scuote, salta da un ramo a un fuscello, si agghinda per me di tutto il fulgore delle sue piume tra le rifrazioni di luce e ombra. Ha il capo quasi viola, il collo blu metallico, una pettorina giallo luteo. Salve che sei tornata. Che cosa sei venuta a rammentarmi, questa mattina? I coniugi Isabela e Getzel Nachlieli? "Un ramoscello cascò su un muretto e s'assopì", come scrive Bialik? Mia madre che stava ore e ore alla finestra, con una tazza di tè che si raffreddava in mano, il volto verso la pianta di melograno e le spalle alla stanza? Ma basta. Devo cominciare a lavorare. Adesso, debbo usare quel che resta del silenzio raccolto nel uadi questa mattina, prima che il sole spuntasse.
*** Alle undici salto in macchina e vado in centro per delle commissioni in posta, in banca, all'ambulatorio medico e al negozio di cartoleria. Un sole rapace arroventa le vie e gli alberi impolverati, miserandi. La luce del deserto è ormai incandescente, ti aggredisce tanto da far diventare gli occhi due minuscole fessure di carro armato. Davanti al bancomat si è formata una piccola coda, un'altra aspetta presso l'edicola di Vaaknon. A Tel Aviv, durante le vacanze estive del '50 o forse '51, non lontano da casa della zia Haya e di zio Tzvi a nord di via Ben Yehudah, mio cugino Ygal mi indicò il chiosco del fratello di David Ben Gurion, mostrandomi che chiunque poteva avvicinarsi a parlare liberamente come fosse stata una persona qualunque, nientemeno che con il fratello di Ben Gurion, che in effetti mi parve molto rassomigliante a lui. Gli si potevano anche fare delle domande. Ad esempio, come sta, signor Gurion? Quanto viene il wafer ricoperto, signor Gurion? Sta per scoppiare un'altra guerra, signor Gurion? Solo non bisognava chiedergli del fratello. Così. Insomma, non gradiva affatto che gli chiedessero del fratello. Invidiavo tanto la gente di Tel Aviv: noi del quartiere Kerem Abraham non avevamo celebrità nei paraggi, e nemmeno fratelli di celebrità. Solo i profeti minori erano presenti, nei nomi delle nostre vie: via Amos, via Ovadia, via Sofonia, e Aggeo, Zaccaria, Nachum, e Malachia e Gioele e Abacuc e Osea. Tutti! Un nuovo immigrato dalla Russia sta in un angolo dello spiazzo al centro di Arad. Sul marciapiede di fronte a lui è posato l'astuccio di un violino: lo tiene aperto per le elemosine. La melodia è sommessa, struggente, ricorda boschi di abeti e ruscelli e bicocche e pascoli e radure che risvegliano le storie di mia madre, mentre eravamo io e lei seduti a mondare lenticchie o sbucciare piselli nella nostra cucina annerita di fuliggine. Ma qui in centro ad Arad la luce del deserto inaridisce gli spettri e disperde ogni reminiscenza di boschi pascoli e autunni avvolti di nebbia. Questo violinista, con una chioma bianca fluente e dei baffoni, ricorda un po' Albert Einstein, e mi fa anche tornare in mente il professor Shemuel Hugo Bergman, che insegnava filosofia a mia madre sul Monte Scopus, e del quale riuscii anch'io a seguire il corso a Ghivat Ram nel '61: indimenticabili le sue lezioni sulla storia della filosofia dialogica da Kierkegaard sino a Martin Buber. Due giovani donne, forse di origine
nordafricana, una è molto magra e con indosso una camicia piuttosto trasparente e una gonna rossa, mentre l'altra porta dei pantaloni pieni di strisce e fibbie. Si fermano davanti al violinista. Ascoltano un istante. Mentre suona, lui tiene gli occhi chiusi, non li apre. Le donne bisbigliano fra loro, tirano fuori il portafoglio e gli lasciano ciascuna una moneta. Quella più magra, con il labbro superiore leggermente sollevato verso le narici, dice: "Ma come si fa a sapere se sono veramente ebrei, quelli? Metà dei russi che arrivano qui si dice che non siano ebrei, ma gente che ci chiede un passaggio per andarsene dalla Russia, e prendersi il sussidio. Gratis". La sua amica dice: "Che ci cambia, venga chi gli pare, anche a suonare sui marciapiedi, ebrei, russi, drusi, che ti cambia? I loro figli comunque saranno israeliani, faranno il servizio militare, mangeranno la bistecca nella focaccia con i sottaceti, faranno ipoteche e tutto il giorno si lamenteranno". La gonna rossa protesta: "Ma insomma, Sarit, se qui da noi si lasciano entrare tutti quelli che vogliono, lavoratori stranieri e gente di Gaza e dei Territori, insomma...". Il seguito della conversazione s'allontana ormai da me, verso il parcheggio del centro commerciale. Mi viene in mente che quest'oggi non sono quasi andato avanti e la mattina non è più così giovane. Torno nella mia stanza. Il caldo aumenta e un vento impolverato ci porta dentro il deserto. Chiudo finestre persiane e tende, serro ogni spiraglio proprio come faceva la mia balia Greta Ghet, che era anche insegnante di pianoforte, e trasformava casa sua in un sommergibile inviolabile. Dei muratori arabi hanno costruito questa stanza, non molti anni fa: hanno gettato il pavimento e l'hanno misurato con una livella a bolla d'aria. Hanno teso le architravi, fissato i serramenti. E dentro i muri hanno installato i tubi per l'acqua e gli scarichi, oltre alla linea elettrica e a una presa telefonica. Un falegname corpacciuto e appassionato d'opera mi ha fatto gli armadietti e ha fissato alle pareti gli scaffali per i libri. Un impresario immigrato in Israele alla fine degli anni cinquanta dalla Romania aveva preso in un posto lontano un camion carico di terra fertile da giardino e aveva occultato, come una fascia sopra una ferita, il letto di calcina gesso selce sale che da sempre ricopre queste alture. Su questa buona terra portata con il camion l'inquilino venuto prima di me aveva piantato arbusti e alberi e un prato, che cerco di mantenere in forma ma
senza esagerare con l'amore, sì che non capiti al mio giardino quel che capitò a mio padre e me nel nostro orticello affogato nelle buone intenzioni. Qualche decina di pionieri, fra i quali individualisti amanti del deserto o della solitudine e anche qualche giovane coppia, arrivarono all'inizio degli anni sessanta in questa cittadina del deserto: minatori, scalpellini, ufficiali dell'esercito e operai della zona industriale in via di sviluppo. Lo va Eliav, e con lui un gruppetto di "costruttori della città" sionisti ferventi, avevano fatto un programma e disegnato sulla carta, ma contemporaneamente anche fondato nella realtà, questa cittadina - vie e piazze e viali e giardini -, non lontano dal Mar Morto, in un punto sperduto dove a quell'epoca, agli inizi degli anni sessanta, non c'erano strade asfaltate né acquedotto né elettricità, non c'era nemmeno un albero, nessuna topografia, nessun edificio e nemmeno una tenda, un segno qualunque di vita. E anche gli insediamenti beduini nelle vicinanze, anche quelli sono venuti per lo più solo dopo la fondazione di Arad. Erano entusiasti, quei pionieri fondatori, impazienti, solenni e frenetici. Senza pensarci su due volte giurarono di "conquistare qui il deserto e soggiogarlo". (Al pari di mio padre, nemmeno io resisto alla tentazione di correre a controllare sul dizionario qual è il nesso fra il verbo "soggiogare" e la parola "deserto", basati sulla stessa radice, "davar".) *** Qualcuno passa davanti a casa su un'utilitaria rossa, si ferma davanti alla cassetta della posta all'angolo e raccoglie le lettere che ho imbucato ieri. Qualcun altro viene a fissare con del cemento una pietra sul bordo del marciapiede di fronte, che si era stortata. Bisognerebbe trovare il modo di ringraziarli, tutti, come fa un ragazzino quando alla fine della sua lettura sinagogale per il bar mitzvah, ringrazia tutti coloro che l'hanno portato sino a quel momento: zia Sonia e nonno Alexander, Greta Ghet e maestra Zelda e l'arabo con le borse sotto gli occhi che mi tirò fuori dall'antro buio in cui m'ero rinchiuso in quel negozio di vestiti, i miei genitori, il signor Zarchi, i vicini Lemberg, i soldati italiani prigionieri, nonna Shlomit che faceva la guerra ai microbi, la maestra Isabela e i suoi gatti e il signor Agnon e i Rodintzky, e nonno-pape il carrettiere di Kiriat Motzkin, Saul Tchernichovskij e zia Lilienka Bar Samka, mia moglie e i miei figli, i nipotini, e anche i costruttori i piastrellisti gli elettricisti che hanno costruito questa casa, il falegname, il ragazzo che porta i giornali, l'uomo nella macchina rossa della posta e quello che suona il violino all'angolo e mi
ricorda un po' Einstein e Bergman, l'elettricista, la donna beduina e i tre montoni neri che ho visto questa mattina presto, o forse mi è solo sembrato di vederli, zio Yosef autore del libro "Giudaismo e Umanesimo", il vicino Shmulevitz che teme una nuova Shoah, sua nipote Daniela che ieri suonava al pianoforte la "Sonata al chiaro di luna", il ministro Shimon Peres che ieri è di nuovo partito per un colloquio con Arafat nella speranza di trovare malgrado tutto una forma di compromesso, la nettarina che ogni tanto viene a trovarmi fra i rami del limone davanti alla mia finestra. E anche l'albero. E soprattutto il silenzio del deserto appena prima che spunti il sole, un silenzio che ne avvolge tanti altri. Era il terzo caffè della mattina, questo. Basta. Poso la tazza vuota in un angolo della scrivania con un gesto particolarmente attento, si da non provocare il minimo rumore, per non far soffrire la quiete che non s'è ancora dissolta. Adesso torno a scrivere.
41. Fino a quella mattina non l'avevo mai vista, in vita mia, una casa così. Il giardino era circondato da uno spesso muro di pietra che nascondeva un frutteto buio, che si faceva ombra da sé con le viti e gli alberi. I miei occhi attoniti vagarono tra i filari in cerca dell'albero della vita o di quello della conoscenza. Davanti a casa c'era un pozzo e intorno un ampio spiazzo lastricato di pietra rossa e lucida. Le mattonelle della pavimentazione erano tramate di delicate venature blu. Al margine dello spiazzo c'era un pergolato di vite ombreggiato, esposto al vento d'occidente. Alcune panche di pietra con un tavolo basso e largo ti tentavano, invitandoti a sostare sotto la pergola a rilassarti, riposare all'ombra della vite e ascoltare amabilmente il ronzio delle api estive insieme al canto degli uccellini fra gli alberi e al gorgoglio dell'acqua nella fontanella: già, in fondo alla pergola c'era una piccola vasca a forma di stella piena d'acqua, anch'essa in pietra e pavimentata all'interno con delle piastrelle di ceramica blu decorata con un'iscrizione in arabo. Dentro la vasca zampillava sommessamente una fontanella. Branchi di pesci rossi nuotavano pigramente di qua e di là nelle macchie di vegetazione tra le foglie delle piante acquatiche. Eravamo scioccati, intimoriti: salimmo educatamente per la scalinata di pietra che portava alla terrazza di fronte, donde si vedevano le mura settentrionali della Città Vecchia, i minareti e le cupole. Sulla terrazza erano sparpagliate delle sedie di legno foderate di cuscini e dei poggiapiedi, oltre ad alcuni tavolini con motivi a mosaico. Anche qui, come sotto il pergolato, ti si apriva il cuore alla vista del paesaggio delle mura e delle colline, alla prospettiva di appisolarti all'ombra delle fronde o anche solo di assorbire il silenzio dei monti e della pietra.
Ma noi non sostammo né nel frutteto né sotto il pergolato e nemmeno sulla terrazza panoramica, tirammo invece con attenzione il cordoncino del campanello accanto alla porta di ferro a due ante, colorata in tinta mogano, con varie incisioni e sbalzi a forma di melograni di ferro e uva di ferro e viticci di ferro riccioli e trecce di fiori di ferro simmetrici. Prima che ci aprissero la porta, zio Stashek si girò nuovamente verso di noi mettendosi un dito sulla bocca in segno di silenzio, come per dare a zia Mala e a me un ultimo avvertimento: buone maniere! Cortesia! Diplomazia! *** Lungo tutti e quattro i muri del grande salotto c'erano dei morbidi sofà, le spalliere di legno inciso che si sfioravano a vicenda. I mobili della stanza erano decorati con motivi di foglie boccioli e fiori, quasi dovessero rappresentare qui dentro casa il giardino tutt'intorno. I divani avevano diverse fodere a strisce, rosso e celeste. Su ognuno c'era una montagna di cuscini ricamati e bordati di pizzo. Il pavimento era tutto ricoperto di tappeti, in uno erano disegnati gli uccelli del paradiso, fra gli alberi. Davanti a ogni divano c'erano dei tavolini bassi. Invece di una tovaglia, sopra ognuno c'era un grosso vassoio di metallo. Anche su quei vassoi c'erano delle incisioni tondeggianti, senza figure di frutta e fiori ma con tantissime forme stilizzate, come un labirinto, intrecciate una dentro l'altra, che ricordavano la scrittura araba, e forse in effetti erano motivi calligrafici. Alle due estremità del salotto si aprivano sei, forse otto porte, che davano verso le stanze interne. I muri erano coperti di arazzi ricamati. Fra uno e l'altro e sopra di essi spuntava la tappezzeria, anch'essa floreale e in tinta porpora, lilla e verde. Qua e là, appena sotto l'alto soffitto, stavano appese per bellezza armi antiche, spade damascate, una sciabola, pugnali e lance, pistole, fucili dalla canna lunga e dalla canna mozza. Di fronte alla porta, un divano foderato di bordeaux alla sua destra e un altro in tinta limone alla sinistra, c'era un immenso, ridondante mobile scuro chiamato buffet, una specie di credenza barocca piena di sporgenze: sembrava un palazzo, e aveva una quantità di vetrine piene di tazze di porcellana, calici di cristallo, coppe d'argento e di rame e tantissimi oggetti sbalzati in vetro di Hebron o di Sidone.
Dentro una profonda nicchia nel muro tra una finestra e l'altra stava annidato un vaso verde rivestito di madreperla e conchiglie, dalla cui imboccatura svettavano alcune piume di pavone. Altre nicchie ospitavano grandi otri di rame e coppe di vetro o porcellana. Quattro ventilatori pendevano dal soffitto alto emettendo un ronzio continuo, e rimescolavano l'aria impregnata di fumo di sigarette. In mezzo, fra i quattro ventilatori spuntava dal soffitto un gigantesco lampadario di bronzo, elegantissimo, in figura di folto albero sulle cui fronde rami tralci viticci germogliavano gocce di cristallo luccicanti e poi anche una messe di pere smaglianti in forma di lampadine elettriche tutte accese anche adesso, benché le ampie finestre lasciassero entrare la luce di quel sabato mattina d'estate. Nella parte superiore, arcuata, di quelle finestre, erano fissate delle vetrate simmetriche con mazzi di foglie di garofani disegnati. Tutto ciò dava alla luce del giorno un colore diverso: rosso. Verde. Oro. Viola. Su due pareti, l'una di fronte all'altra, si muovevano appese a dei ganci due gabbie per uccelli. Dentro ognuna di esse viveva una coppia di pappagalli dalle piume variopinte, arancione e turchese e giallo e verde e celeste. Ogni tanto uno di loro emetteva un richiamo spesso, spezzato come la voce di un fumatore accanito, "Tefadal! Sil u pele! Enjo!", e dal fondo della stanza, da dentro la gabbia di fronte, un soprano viziato rispondeva subito con voce stentorea: "Oh, how very very sweet! How lovely!". Sopra l'architrave delle porte e anche delle finestre, sulla tappezzeria colorata, erano tinteggiati in verde alcuni versetti o rime di poesia in una tondeggiante calligrafia araba. E fra un arazzo e l'altro si scorgevano sui muri i ritratti degli avi di famiglia: c'erano effendi perfettamente rasati, le guance di pesca, bene in carne, con il fez rosso e la codina nera, impettiti dentro un abito blu pesante con due catene d'oro che scendevano e giravano sulla pancia prima di sparire o dentro una tasca a sinistra o dentro una tasca a destra. C'erano ritratti di predecessori, autorità baffute e dall'aria imperiosa, che incutevano rispetto, timore reverenziale e deferenza, avvolti nel caffettano ricamato, con la kefijah candida e gli anelli del copricapo nero infilati sopra. C'erano anche due o tre ritratti di antichi cavalieri, dall'aspetto selvaggio e maestoso, uomini barbuti, cupi, a cavallo di nobili destrieri, la kefijah in testa che sembrava svolazzare dietro a loro nell'impeto del galoppo, persino la criniera dei cavalli sembrava alitare nella corsa, i lunghi pugnali conficcati nel fodero sul fianco e scimitarre a forma di mezzaluna, in parte a riposo e in parte sguainate, brandite.
Dalle finestre di questo salotto, con i davanzali profondi rivolti a nord e a oriente, la vista spaziava verso il Monte Scopus e il Monte degli Ulivi, un boschetto di pini, i declivi stepposi, l'Ofel, la fortezza di Augusta Victoria e la sua torre in cima alla quale, come un elmetto imperiale, si disegnava un tetto prussiano color grigio. Un poco a sinistra dell'Augusta Victoria si vedeva un fortilizio dalle fessure strette, con una cupola: era la sede della Biblioteca nazionale, là dove lavorava mio padre; intorno a esso c'erano gli altri edifici dell'Università ebraica e dell'ospedale Hadassah sul Monte Scopus. Sotto la linea delle alture si scorgevano alcune casette di pietra sparpagliate sulla costa dei monti, piccole mandrie fra le pietraie e i campi di sterpi, qualche ulivo vetusto che pareva ormai immemorabilmente uscito dal mondo vegetale, per unirsi al muto regno minerale. *** Nell'estate del 1947 i miei genitori andarono ospiti da dei conoscenti di Netanya e mi lasciarono per il fine settimana in custodia da Mala e Stashek e Chopin e Schopenhauer Rodintzky ("Comportati come si deve! Capito! E da' una mano a zia Mala in cucina e non disturbare zio Stashek e vedi di trovarti qualcosa da fare, portati un libro e leggi e fa' in modo che non si accorgano di te, e sabato mattina lasciali dormire fino a tardi! Vedi di comportarti in modo esemplare, chiaro! Come sai fare quando lo vuoi veramente!"). Lo scrittore Chayyim Hazaz impose un giorno allo zio Stashek di abbandonare il suo nome polacco "che manda odore di pogrom" in favore di uno ebraico, e lo convinse infine ad adottare come primo nome Staw, ("Staw": autunno. [N.d.T.]) che nel suono ricordava Stashek ma aveva in compenso un'aromatica reminiscenza del Cantico. Così dunque stavano i nomi di tutti e due, nella grafia della zia Mala, sul biglietto apposto alla porta di casa: "Malka e Staw Rodintzky Per favore non bussare alla porta Nelle ore comunemente di riposo" Lo zio Stashek era un uomo tozzo, tarchiato e riccioluto con due spalle robuste, delle narici pelose e scure come caverne e un paio di sopracciglia folte di cui una sempre alzata, vuoi per perplessità vuoi per leggero sarcasmo. Aveva perso un incisivo, e forse per via di quell'assenza si
disegnava a volte sul suo viso un tratto un po' birichino, soprattutto quando sogghignava. Si guadagnava di che vivere come impiegato al reparto corrispondenza raccomandata della posta centrale di Gerusalemme, e nelle ore libere raccoglieva su piccole schede del materiale per uno studio innovativo sulla vita del poeta medievale Immanuel Romani. Mentre l'"oustaz" Najb Mamduach Al Siluani del quartiere Sheikh Jarakh a nord-est della città faceva il mediatore, era un ricco commerciante oltre che rappresentante di zona di alcune grandi ditte francesi arrivate sino ad Alessandria e Beirut e di lì a Haifa, Siche e Gerusalemme. All'inizio dell'estate capitò che si persero le tracce di un assegno per una grossa somma, o forse era una cambiale ingente o un pacchetto di azioni. I sospetti caddero su Edward Siluani, il figlio primogenito e socio dell'"oustaz" Najb Mamduach Al Siluani della ditta "Siluani e Figli". Il ragazzo fu indagato, così si diceva da noi, da parte dell'assistente del CID in persona, e poi condotto in prigione a Haifa, per ulteriori indagini. "Oustaz" Najb Mamduach Al Siluani, dopo aver tentato di salvare il figlio con le buone e con le cattive, in preda alla disperazione più tremenda si era presentato dal signor Kenneth Orwell Nochs-Gilford, responsabile delle poste, e l'aveva implorato di cercare daccapo quella busta perduta che, così giurava, aveva spedito lui con le sue mani e non suo figlio, lui e non il suo scrivano, l'inverno scorso, per posta raccomandata. Però aveva perso la ricevuta. Sparita. Come se il demonio stesso se la fosse mangiata. Il signor Kenneth Orwell Nochs-Gilford, dal canto suo, dopo aver giurato di fronte all'"oustaz" Najb Mamduach Al Siluani la propria simpatia verso di lui, aveva però anche tristemente dovuto precisare per dovere di onestà che le probabilità di un buon esito erano molto scarse, e tuttavia incaricò Stashek Rodintzky di indagare e chiarire nei limiti del possibile che fine poteva aver fatto una lettera raccomandata spedita non pochi mesi prima, una lettera dall'esistenza contraddittoria, forse perduta forse no, una lettera di cui non restava traccia, né nelle mani del mittente e nemmeno nel registro delle poste. Zio Stashek si rimboccò le maniche, controllò e verificò e confrontò e scoprì che non solo il documento di quella lettera era sparito dal registro, ma tutta la pagina era stata strappata via dal registro con un tocco preciso, che non aveva lasciato tracce: come se non fosse mai esistita. Insospettitosi subito, Stashek frugò tra i documenti e scoprì qual era l'impiegato di turno allo sportello raccomandate nel giorno di quella
spedizione, interrogò anche altri dipendenti finché non ebbe accertato quando era stata strappata la pagina mancante: di lì alla confessione del misfatto la strada non fu poi così lunga (il ragazzo in questione aveva gettato un'occhiata alla busta sotto la lampada, la cambiale ammiccava in controluce attraverso la carta elegante, sembrava una banconota di grosso taglio, e la tentazione aveva avuto la meglio). Fu così che l'oggetto smarrito tornò al suo proprietario, il giovane Edward Najb Mamduach Al Siluani fu rilasciato dalla prigione di Haifa, il nome della ditta "Siluani e Figli" tornò a far bella mostra di sé sulla carta intestata di pregio, limpido e pulito in tutta la sua integrità, mentre il caro signor Staw fu onorevolmente invitato con la signora per una tazza di caffè che di sabato si serviva in tarda mattinata, poco prima di mezzogiorno, nella villa Siluani sulle propaggini del quartiere Sheikh Jarakh. Quanto al caro bambino (il figlio dei loro amici che si trovava al momento con loro e non avevano nessuno cui lasciarlo per il sabato mattina), ovviamente anche lui, ma che domanda, venga anche lui con loro sabato mattina, il caro bambino, la famiglia Siluani al completo non vede l'ora di esprimere la propria gratitudine all'onesto e diligente signor Staw. *** Quel sabato, dopo la prima colazione, un po' prima di uscire, indossai i vestiti più belli che avevo, i vestiti da festa che papà e mamma si erano premurati di lasciare alla zia Mala per quella visita ("gli arabi ci tengono molto alle formalità" aveva sentenziato papà): camicia candida e inamidata con le maniche dalla piega perfetta, pareva ricavata da un cartone bianco. Pantaloni blu scuro con il risvolto, e una linea dritta sulla lunghezza, una cintura nera di pelle molto seria con una fibbia di metallo luccicante, e chissà perché, la figura di un'aquila a due teste incisa sopra, simbolo del santo impero russo al tempo degli zar. Indossavo inoltre un paio di scarpe estive che lo zio Stashek quella mattina presto aveva lucidato per me con la stessa spazzola e la stessa pomata nera che aveva usato anche per le sue e per quelle eleganti della zia Mala. Malgrado la calura di quel giorno d'agosto, zio Stashek aveva voluto indossare il suo abito di lana scuro (era l'unico che avesse), la camicia di seta buona per la neve, immigrata con lui una quindicina d'anni prima da casa dei suoi genitori a L0dz, e la cravatta, sempre di seta, di un colore blu chiaro, la stessa che portava nel giorno del matrimonio. Quanto a zia Mala,
lei patì le pene dell'inferno per tre quarti d'ora davanti allo specchio, a provare l'abito da sera, toglierselo, valutare l'abbinamento gonna a pieghe scura con camicia chiara, prendere in considerazione l'abito primaverile, giovanile, che si era comprata tempo prima al negozio Mein Staub, con spilla e fazzoletto, con la collana senza spilla né fazzoletto, con collana e spilla (un'altra) ma senza fazzoletto, con e senza degli orecchini a goccia. Quand'ecco che improvvisamente quell'abito primaverile e fresco le era sembrato, per via del ricamo intorno al colletto, troppo carico, troppo volgare per l'occasione di quella visita; tornò così all'abito da sera con cui aveva cominciato la sua dilemmatica sfilata. Poi, zia Mala si rivolse tristemente allo zio Stashek e anche a me, e ci fece giurare di dirle la verità e soltanto la verità, per quanto potesse far male: non era troppo elegante, quell'abito? Non era troppo conciata, per una visita informale in una mattina d'estate? Non faceva a pugni con l'acconciatura? A proposito dell'acconciatura, cosa ne pensate? Ma davvero davvero? Legare o non legare le trecce intorno al capo? O forse sarebbe stato meglio scioglierli e lasciarli cadere sulle spalle? E poi, dove era meglio che cascassero - su questa spalla - o sull'altra? Alla fine scelse mestamente una gonna marrone liscia e una camicia a maniche lunghe impreziosita da una graziosa spilla turchese puntata al petto e da un paio di orecchini a goccia color celeste trasparente, come i suoi begli occhi. Mentre le trecce, zia Mala le sciolse. Lasciò i suoi capelli chiari scendere sulle spalle. *** Per strada, il corpo massiccio compresso dentro l'abito pesante, zio Staw mi delucidò su alcuni fatti della vita riguardanti la differenza storica fra culture lontane: la famiglia Al Siluani, disse, era sicuramente una rispettabile famiglia di respiro europeo i cui figli venivano educati in elitari collegi a Beirut e Liverpool, e tutti avevano una buona padronanza delle lingue occidentali. Anche noi, dal canto nostro, siamo persone decisamente europee, benché forse in un senso un po' diverso. Da noi, ad esempio, non si dà alcuna importanza all'apparenza esteriore della persona, bensì solo alla sua interiorità spirituale, come dimostra il fatto che un genio del calibro di Tolstoj non esitò a indossare per tutta la vita abiti da contadino, mentre un grande rivoluzionario come Lenin disdegnò l'abito borghese e preferì sempre usare un giaccone di pelle e un semplice berretto da operaio. Ma la nostra visita alla villa Siluani non aveva nulla a che vedere né con Lenin
che va dai suoi lavoratori né con Tolstoj fra il popolo, era invece un evento particolare e anche eccezionale: conviene sapere, continuò zio Stashek, che dai nostri vicini arabi, anche i più abbienti e illuminati, quelli che vivono di fatto all'europea, all'occidentale, noi, i nuovi ebrei, veniamo erroneamente considerati come una turba chiassosa di cafoni impertinenti, maleducati e buzzurri. Persino alcuni dei nostri leader appaiono sotto questa luce negativa agli occhi dei nostri vicini arabi, perché si vestono in modo trasandato e hanno modi rozzi, troppo spicci. Più volte, lavorando alla posta, vuoi allo sportello vuoi dietro nell'ufficio, era capitato allo zio Stashek di constatare che il nuovo stile ebraico, sandali e pantaloncini, maniche rimboccate e colletto aperto, quello stile che noi consideravamo emblema del pionierismo democratico ed egualitario, veniva invece interpretato dagli inglesi e soprattutto dagli arabi come un'espressione di tracotanza, di meschinità altezzosa, di scarso rispetto del prossimo e sprezzo del servizio pubblico. Si trattava certo di un'impressione fondamentalmente errata, non c'è nemmeno bisogno di dire che noi crediamo nella vita semplice, nell'idea che ci si deve accontentare di poco e che non bisogna dare importanza alcuna all'impressione esteriore. Ma in situazioni come quelle, cioè in questa nostra visita di stamattina alla villa di una famiglia tanto rinomata, e in occasioni analoghe, conveniva comportarci con molta diplomazia. Per questo dovevamo badare alla nostra apparenza, ai nostri modi, allo stile della nostra conversazione. Dai bambini e anche dai giovani, ad esempio, osservò zio Stashek, ci si aspetta in circostanze come queste che non si intromettano in alcun modo nella conversazione degli adulti. Se invece ci si rivolge loro - e solo in questo caso - dovranno badare a rispondere educatamente e con brevità. Se sarà servito un rinfresco, il bambino sceglierà soltanto quelle cose che non sono suscettibili di far briciole o colare. E quando gli si offrirà ancora, sarà suo dovere declinare con grande cortesia, anche se è avido di dolci. E durante tutto il tempo della visita, il bambino farà bene a stare seduto dritto senza strabuzzare gli occhi, e soprattutto, per nessun motivo dovrà fare smorfie, quello assolutamente no: la spontaneità fuori posto, e più che mai sul palco della società araba che come tutti sanno è una società molto permalosa, diventa offensiva e chiama risentimento, offesa, vendetta, e questo genere di spontaneità in una circostanza come la nostra potrebbe essere interpretata non solo come faccia tosta e abuso di confidenza, sarebbe anche dannosa in un futuro di comprensione reciproca e dialogo fra
i due popoli vicini: sarebbe la scintilla di un fuoco di animosità in un'epoca di discorsi all'ordine del giorno alquanto preoccupanti sul pericolo di uno scontro armato fra un popolo e l'altro. In breve, concluse zio Stashek, moltissime rose, cose in effetti forse molto al di sopra della portata di un bambino di otto anni, dipendono questa mattina anche da te, dalla tua capacità di capire e dal tuo comportamento adeguato. Fra l'altro anche tu, cara la mia Mala, farai meglio a non parlare, a non dire nulla, a parte qualche doverosa formula di cortesia: come ben si sa, nella cultura dei nostri vicini, proprio come nella tradizione dei nostri avi, non è per nulla scontato, anzi, che una donna apra bocca in un ambiente maschile. Perciò questa volta ti degnerai di lasciare che la tua nobiltà naturale e la tua grazia femminile parlino in nome tuo. *** Alle dieci del mattino la piccola missione diplomatica, tirata a lucido e ragguagliata a dovere, uscì dall'appartamento di una stanza e mezzo dei Rodintzky, all'angolo fra via dei Profeti e via Chanselor, proprio sopra il fioraio Giardino Fiorito, lasciando dietro di sé Chopin e Schopenhauer, il canarino menomato Alma-Mirabelle, e quello di pigna dipinta, e s'avviò verso oriente, verso la villa dei Siluani, a nord del quartiere Sheikh Jarakh, sulla via che portava al Monte Scopus. Passammo subito davanti al muro della casa Tabor, che una volta era stata la residenza di un eccentrico architetto tedesco, tal Kunder Shiq, un cristiano fanatico che spasimava per Gerusalemme. Sopra il portone di casa, l'architetto Shiq aveva costruito una torretta intorno alla quale mi ricamavo fiabe di castelli, di cavalieri e principesse. Di lì proseguimmo per la discesa di via dei Profeti sino all'ospedale costruito con le sue torri smerlate e le cupole spioventi, nello stile italiano dei palazzi fiorentini. Accanto all'ospedale italiano svoltammo silenziosamente verso nord, verso via Saint George, aggirammo il quartiere religioso di Meah Shearim, ci inoltrammo in un mondo di cipressi muraglioni inferriate cornicioni e mura in pietra di una Gerusalemme straniera, una Gerusalemme che quasi non conoscevo, etiope, araba, crociata, ottomana, missionaria, tedesca, greca, astuta, armena, americana, monastica, italiana, russa, folta di pini, minacciosa e accattivante con le sue campane e i suoi incanti alati a te proibiti per estraneità, una città velata, custode di segreti scottanti, ridondante di croci minareti e misteri, altezzosa e silenziosa; nelle sue strade vagavano come
ombre scure sacerdoti di religioni straniere avvolti in tonache nere e neri paramenti, monaci e monache e kadi e muezzin e notabili e pellegrini e veli di donne e cappucci di frati. *** Era un sabato mattina, nell'estate del '47, qualche mese prima dei sanguinosi tumulti di Gerusalemme, meno di un anno prima della partenza degli inglesi e dell'assedio e dei bombardamenti e della sete e della spartizione della città. Quel sabato in cui andammo a casa degli Al Siluani al quartiere Sheikh Jarakh ancora regnava una quiete pesante su tutti i quartieri a nord-est della città. Ma dentro quella quiete, si avvertiva già un alito di insofferenza, un fiato inafferrabile di ostilità trattenuta: che ci fanno qui tre ebrei, un uomo una donna e un bambino, da dove spuntano? Ma ora che siete giunti sin qui, in questa parte della città, forse fareste meglio a non fermarvi troppo. A passare in fretta per queste strade. Quindici, venti fra ospiti e familiari erano già in salotto al nostro arrivo, sembravano galleggiare nel fumo delle sigarette, quasi tutti seduti sulle file di divani lungo le quattro pareti, alcuni in piedi a gruppetti negli angoli della sala. Fra loro c'erano il signor Carding, e anche il signor Kenneth Orwell Nochs-Gilford, il responsabile della posta centrale nonché capo dello zio Stashek, che in piedi fra altri notabili lo salutò di lontano alzando appena il suo bicchiere. Quasi tutte le porte che davano verso le stanze interne erano chiuse, solo attraverso una rimasta semiaperta intravidi tre bambine, più o meno della mia età, con degli abiti lunghi, strette su un divanetto, intente a guardare gli ospiti e bisbigliare. L'"oustaz" signor Najb Mamduach Al Siluani, il padrone di casa, ci presentò alcuni familiari e ospiti, uomini e donne, fra cui due attempate signore inglesi in abito grigio, un anziano studioso francese e un prete, greco, con la tonaca e una barba riccioluta, squadrata. Con tutti loro, parenti e ospiti, si premurava di precisare chi fosse zio Stashek e di lodare l'ospite, in inglese e qualche volta anche in francese, spiegando con due o tre frasi come il caro signor Staw fosse riuscito a stornare la disgrazia che per alcune tristi settimane aveva minacciosamente aleggiato sul capo della famiglia Al Siluani. Noi, dal canto nostro, stringevamo mani, ci schermivamo, sorridevamo, producevamo un piccolo inchino mormorando "How nice", "Enchanté" e "Good to meet you". Avevamo portato anche un dono
simbolico per la famiglia Al Siluani: un album di fotografie sul mondo del kibbutz con qualche immagine della vita quotidiana: il refettorio, pionieri nei campi o nella stalla, bambini nudi e beati che si godevano l'acqua degli annaffiatori, e un vecchio contadino arabo imbambolato, le briglie dell'asino strette in mano, mentre un enorme trattore cingolato gli passa davanti in una nube di polvere. Quelle foto erano accompagnate da didascalie in ebraico e inglese. L'"oustaz" Najb Mamduach Al Siluani diede un'occhiata all'album, sorrise amabilmente, annuì due o tre volte quasi avesse colto il senso recondito di quelle immagini, ringraziò i suoi ospiti per quel regalo che posò in una nicchia del muro o forse su un davanzale. Il pappagallo dalla voce sottile canticchiò improvvisamente dalla sua gabbia: "Who will be my destiny? Who will be my friends?" e dall'altra parte della stanza gli rispose quello roco: "Kalamata, ya sheckh! Kalamata, ya shekh! Kalamata!". Due spade fiammanti stavano appese incrociate al muro sopra le nostre teste, nell'angolo in cui ci eravamo seduti. Tentai invano di distinguere gli ospiti dai familiari: gli uomini erano per lo più sulla cinquantina o sessantina, uno di loro poteva dirsi proprio anziano, portava un elegante completo scuro un po' scucito in fondo alle maniche. Era un vecchio avvizzito, le guance scavate, i baffi canuti ingialliti dal tabacco così come le sue mani nodose, che parevano di calce. Assomigliava molto a uno dei patroni appesi al muro, imprigionati nelle cornici d'oro: sarà stato il nonno di famiglia? O forse il padre del nonno? Giacché alla sinistra dell'"oustaz" Al Siluani c'era un altro vecchio, fibroso, alto e storto, sembrava un moncone di tronco, il cranio scuro e coperto di setole grigie, puntute. Era vestito in modo molto sciatto, una camicia sbrindellata abbottonata solo per metà e dei pantaloni che sembravano troppo larghi per lui. Mi venne in mente il vecchio bacucco Alleluyev della storia di mia madre, che nella sua casupola badava a un altro vecchio, antico di giorni persino più di lui. C'erano anche dei giovani in completi bianchi da tennis, e anche due signori col pancione: avranno avuto quarantacinque anni, seduti vicini, sembravano dei gemelli attempati ed erano entrambi appisolati con gli occhi semichiusi, uno di loro faceva girare fra le dita una collana di ambra mentre il fratello fumava con trasporto, dando così il suo contributo alla grigia cortina che andava annebbiando tutto il locale. Oltre alle due signore inglesi c'era ancora qualche altra donna seduta sui divani, e qualcuna che girava per il salotto badando a non scontrarsi con i camerieri incravattati che portavano vassoi carichi di bevande fredde, dolcetti, bicchieri di tè e
tazzine di caffè. Quale fosse la padrona di casa, era difficile saperlo: più d'una sembrava comportarsi come fosse stata per l'appunto fra le proprie mura. Una corpacciuta, con un vestito di seta a fiori colore del vaso con le piume di pavone, le braccia grassocce che tintinnavano a ogni gesto per via dei braccialetti d'argento e dei pendagli, arringava con ardore di fronte ad alcuni giovani signori in tenuta da tennis. Un'altra signora, con uno scamiciato stampato a fiori sgargianti che metteva in risalto la pancia pesante e le cosce grosse, tese una mano per farsela baciare dall'ospite e subito ricambiò con tre baci sulla guancia, uno a destra uno a sinistra e di nuovo a destra. C'era anche una vecchia matrona con dei baffi grigi e delle narici larghe, pelose, oltre ad alcune graziose ragazze dai fianchi esili e le unghie dipinte di rosso, che confabulavano senza sosta: erano ben pettinate e portavano delle gonne sportive. Stashek Rodintzky con il suo abito scuro di lana ministeriale immigrato insieme a lui da L0dz in terra d'Israele una quindici d'anni prima di quella estate, e sua moglie Mala con la gonna marrone liscia, la camicia a maniche lunghe e gli orecchini a goccia, erano fra i più eleganti di tutti (a parte i camerieri). Persino il direttore delle poste, il signor Nochs-Gilford, portava solo una camicia celeste, senza giacca e cravatta. Dalla sua gabbia in fondo alla stanza, il pappagallo con la voce da fumatore accanito esclamò tutt'a un tratto: "Mais oui, mais oui, chère mademoiselle, mais oui, absolument, naturellement". Dalla gabbia sulla parete opposta, rispose prontamente la soprano affettata: "Bas! Bas, ya eyni! Bas min fadlakh! Uskut! Bas ukhlas!". *** Dalla nuvola di fumo si materializzavano continuamente dei camerieri in nero-bianco-rosso, che mi tentavano con una delle tante ciotoline di vetro o porcellana zeppe di mandorle, noci, nocciole, semi di zucca e di anguria tostati, vassoi pieni di biscotti tiepidi, frutta, fette di anguria, tazzine di caffè, bicchieri di tè e altri più alti avvolti da un umore di brina con dentro succo di frutta e spremuta di melograno e schegge di ghiaccio, oltre a piattini di un budino profumato colore chiaro, aromatizzato alla cannella: scaglie di mandorle erano cosparse su quel budino invitante. Ma io mi limitai a due biscottini e un solo bicchiere di succo, declinando invece le squisitezze che seguirono con un grazie cortese eppure fermo: nemmeno per un momento cedetti, nemmeno per un momento dimenticai i doveri del
diplomatico in erba ricevuto nella dimora di una grande potenza, che guarda a me con una certa diffidenza. Il signor Siluani venne fra noi a conversare qualche momento in inglese con la zia Mala e con lo zio Stashek, scherzò, sorrise, forse fece anche un complimento agli orecchini della zia. Poi, dopo essersi scusato e diretto verso altri ospiti, esitò un istante, si voltò repentinamente verso di me e con un sorriso gentile, in un ebraico stentato, mi disse: "Signore, se vuole può uscire in giardino. Ci sono altri bambini in giardino". A parte papà, cui piaceva affibbiarmi titoli onorifici, nessuno mai mi aveva chiamato signore. Per un momento esaltante mi figurai d'essere un giovane signore ebreo, di rango certo non inferiore agli altri sconosciuti signori che scorrazzavano giù in giardino. Quando finalmente sarebbe nato lo stato ebraico libero, papà citava spasimando le parole di Zeev Jabotinsky, anche il nostro popolo potrà unirsi a fronte alta alla famiglia dei popoli, come "un leone fra i leoni". Come un leone fra i leoni uscii dunque dalla stanza invasa di fumo e andai a guardare dalla terrazza il panorama delle mura dei minareti e delle cupole. Poi pian piano scesi con eleganza e smaccata coscienza nazionale, lungo gli scalini di pietra lavorata, avanzando verso il pergolato di vite e oltre, in fondo al frutteto.
42. Lì, sotto il pergolato, c'era un gruppetto di ragazze intorno ai quindici anni. Le aggirai. Poi mi passarono davanti, sfrecciando chiassosamente, alcuni maschi. Fra gli alberi del giardino passeggiava una giovane coppia, i due bisbigliavano animatamente, ma senza toccarsi. In un punto in fondo, non lontano dal muro, tutt'intorno al tronco nodoso di un grande gelso, qualcuno aveva allestito un posto di riunione: una specie di panca di assi senza gambe sopra la quale sedeva a gambe incrociate una bambina pallida, nera di capelli e ciglia, dal collo sottile e le spalle cascanti, una frangetta che copriva la fronte. Sembrava illuminata dentro da una curiosità allegra. Portava una blusa color panna e sopra uno scamiciato blu scuro, liscio e lungo, con due larghe spalline. Sul risvolto della blusa aveva un monile, una specie di spilla in avorio che mi ricordava la fibbia sulla scollatura di mia nonna Shlomit. A ben guardare, quella bambina sembrava mia coetanea, ma a giudicare dal leggero gonfiore che s'intravedeva nel vestito e anche dallo sguardo non così infantile, uno sguardo curioso ma anche di sfida quando incontrò il mio (fu un baleno appena, i miei occhi scapparono subito altrove), poteva anche essere decisamente più grande di me, almeno di due o tre anni: undici o dodici, forse. A ogni modo, riuscii a notare che le sue sopracciglia erano un po' spesse, unite fra loro, il che era in contraddizione con i tratti delicati del viso. Ai piedi di questa bambina c'era un marmocchio a quattro zampe, avrà avuto tre anni, un bimbo riccioluto, immerso in un'impresa che pareva una questione vitale: andava raccogliendo per terra con impegno le foglie cadute, e le disponeva in cerchio.
Mi feci coraggio e d'un solo fiato offrii alla bambina praticamente un quarto del mio repertorio lessicale in lingua straniera, captato in giro: non proprio come un leone che si avvicina a dei leoni, piuttosto come quei pappagalli a modo dentro le gabbie in salotto, porgendole inavvertitamente un leggero inchino, ansioso di attaccare discorso e con ciò dissipare i pregiudizi, accelerando in qualche modo la riconciliazione fra i due popoli: "Sabach al chiar, miss. Ama ismi Amos. Uinti, ya bint? Votre nom, s'il vous plait mademoiselle? Please your name kindly?". Mi fissò senza sorridere. Le sopracciglia unite le conferivano un'aria seria, in contrasto con l'età. Scosse il capo più d'una volta, su e giù, quasi stesse per formulare un'ipotesi, concordare con sé stessa e approvare l'esito ottenuto. La gonna scura del vestito le copriva le gambe, ma nel tratto fra il tessuto e le scarpe con il farfallino scorsi per un istante la pelle, scura e liscia, femminile, già adulta: arrossii e gli occhi di nuovo scapparono verso il suo fratellino, il quale ricambiò con uno sguardo sereno, privo di timore ma anche di sorriso. D'un tratto, le assomigliò molto, con quella calma bruna in viso. *** Tutto quello che avevo udito dai miei genitori e dai vicini e dallo zio Yosef e dalle insegnanti e dagli zii e per sentito dire, mi si risvegliò in quell'istante. Tutto quel che era stato detto intorno a una tazza di tè nel nostro cortile tanti sabati e tante sere d'estate, sulla tensione crescente fra arabi ed ebrei, sulla diffidenza e l'ostilità, frutti acerbi delle istigazioni inglesi e dei fanatici nell'Islam, che ci raffiguravano in modo spaventoso per instillare negli animi arabi un odio mortale contro di noi. II nostro dovere, così aveva detto una volta il signor Rosendorf, è quello di sventare la diffidenza e spiegare loro che noi siamo persone positive, financo simpatiche. In breve, fu un autentico spirito di missione che mi aveva dato il coraggio di rivolgermi così a quella bambina sconosciuta e tentare di conversare con lei: avevo in mente di spiegarle, con poche eppur convincenti parole, quanto fossero pure le mie intenzioni, e quanto invece fosse aberrante il complotto teso a suscitare contrasti fra le due parti, e quanto invece sarebbe stato meglio per l'opinione pubblica araba - qui impersonata da questa bambina con le sue labbra sottili - conoscere più da vicino la natura gentile e amabile degli ebrei, qui rappresentati da me, disinvolto emissario di otto anni e mezzo. Quasi. Però non avevo
minimamente pensato a quello che avrei fatto dopo essermi giocato in prima battuta tutto il mio repertorio in lingua straniera... Come avrei indiscutibilmente spiegato a questa ignara bambina la legittimità del ritorno ebraico a Sion? Ricorrendo alla mimica? Con passi di danza? Come instillarle, senza ricorrere alle parole, la consapevolezza dei nostri diritti in questa terra? Come tradurre per lei, senza una lingua comune, Terra, mia patria?, o "Lì c'è abbondanza e felicità/ figlio d'Arabia, figlio di Nazareth e figlio mio/la mia bandiera è pura e retta/pure renderà le rive del Giordano"? In breve, ero lo scemo che chissà come ha imparato a spostare di due caselle l'alfiere davanti al re, si lancia con una mossa affrettata, ma di lì in poi non ha più un'ombra di idea: non sa nemmeno come si chiamano le pedine, né come vanno mosse, né perché né dove. Ero perduto. E invece la bambina mi rispose, in ebraico persino, e senza guardarmi, le mani tenute aperte contro la panca, ai due lati del vestito, gli occhi fissi sul fratello che con estremo puntiglio stava adagiando un sassolino sopra ognuna delle foglie disposte in cerchio: "Mi chiamo Aisha. E questo piccolo - mio fratello - Auad". E disse anche: "Sei il figlio degli ospiti della posta?". Così, le spiegai che io non ero assolutamente il figlio degli ospiti della posta, bensì il figlio di certi loro amici, e che mio padre ero uno studioso piuttosto rinomato, "oustaz", mentre lo zio di mio padre lo era molto più di lui, era uno di fama mondiale, e che il suo onorevole padre in persona, il signor Siluani, mi aveva invitato a uscire un po' in giardino e conversare con i bambini di casa. Aisha mi corresse, precisando che l'"oustaz" Najb non era suo padre, bensì zio di sua madre: lei e la sua famiglia abitavano non qui a Sheikh Jarakh, bensì nel quartiere di Talbiyeh, e lei studiava da tre anni pianoforte da una maestra che stava a Rechavia, così dalla maestra e dalle sue compagne di musica aveva imparato un po' di ebraico. La trovava bella, la lingua ebraica, molto bella, così come il quartiere di Rechavia. Ordinato. Tranquillo. Anche il quartiere di Talbiyeh è tranquillo e ordinato, notai prontamente, sì da ricambiare il complimento. E' d'accordo se conversiamo un pochino? Lo stiamo già facendo, no? (Un'ombra di sorriso aleggia per una frazione di secondo sulle sue labbra. Si aggiusta con entrambe le mani i bordi del vestito e inverte le gambe incrociate. Per un brevissimo istante le sue gambe, già da donna, poi subito sotto la gonna. Ora sta guardando alla mia sinistra, là dove il muro del giardino occhieggia appena, fra gli alberi
da frutta.) Assumo un'espressione per così dire rappresentativa, ed esprimo l'opinione che in terra d'Israele c'è posto per tutti e due i popoli, se solo si riuscirà a vivere l'uno a fianco dell'altro in pace e nel reciproco rispetto. Chissà come, per l'imbarazzo e la spocchia, uso con lei non il mio ebraico, bensì quello di papà e dei suoi amici: solenne. Limato. Come un asino mascherato con un abito da ballo e le scarpe col tacco. Per qualche ragione m'ero convinto che solo così fosse accettabile parlare agli arabi e alle ragazze (del resto non mi era quasi mai capitato di rivolgermi né a delle ragazze né a degli arabi, ma immaginavo che entrambi i casi richiedessero un tatto particolare, che bisognasse parlare come in punta di piedi). *** Fu presto chiaro che non aveva una gran dimestichezza con l'ebraico, o forse piuttosto aveva opinioni diverse dalle mie. Invece di rispondere alla sfida da me posta, decise di cambiare leggermente discorso: suo fratello maggiore, disse, studiava a Londra per diventare "solicitor" e anche "barrister", che in ebraico è più o meno "abbocato", no? Avvocato, la correggo, e domando, ancora tutto gonfio nel mio ruolo paradigmatico, che cosa pensa lei di studiare da grande? Cioè, in che ambito? O professione? Mi guarda un istante dritto negli occhi e allora, invece di arrossire, impallidisco. Distolgo subito il mio, di sguardo, e lo rivolgo distrattamente verso il basso, verso il fratellino, il serioso Auad che nel frattempo ha disposto ai piedi del tronco quattro cerchi precisi di foglie. E tu? Be', guarda, rispondo ancora in piedi davanti a lei, strofinando le mani sudacchiate contro i pantaloni, be', guarda, dunque per me è così... Anche tu diventerai abbocato. Lo vedo da come parli. Che cosa l'ha dunque indotta a pensare così? Io, dice invece di rispondere alla mia domanda, io scriverò un libro. Tu? Che genere di libro scriverai? Poesie. Poesie? In francese e inglese. Scrivi poesie? E anche in arabo scrive poesie, ma non le fa vedere a nessuno. L'ebraico è anche una lingua molto bella. La gente in ebraico scrive poesie? Scosso dalla profondità di tale questione, ribollo per l'orgoglio mio ferito, e più che mai sento di dover compiere la missione: lì per lì mi metto a recitare con
trasporto alcuni brani di poesie: Tchernichovskij. Levin Kipnis. Rachel. Zeev Jabotinsky. E anche una mia. Tutto quel che mi viene in mente, con impeto, ampi gesti, voce stentorea e passione e smorfie e addirittura ogni tanto a occhi chiusi. Persino il fratellino Auad volta verso di me la sua testa ricciuta e mi pianta addosso un paio d'occhi di capretta scuri e sgranati, pieni di curiosità e di un leggero timore, poi improvvisamente si mette a recitare in un ebraico ineccepibile: Dammi un momento! Ammi un momento! Mentre Aisha invece di dirmi, eddai piantala, mi domanda d'un tratto se so anche arrampicarmi sugli alberi. No? Tutto sconvolto e fors'anche già un po' innamorato di lei e tuttavia fremente nella mia parte di rappresentante nazionale, smanioso di compiere ogni sua volontà, al suo cospetto mi tramuto immantinente da Zeev Jabotinsky in Tarzan: via le scarpe che lo zio Stashek aveva lucidato per me questa mattina tanto da far luccicare il cuoio come un nero diamante, bando agli abiti da festa appena stirati che ho addosso, mi appendo con un balzo a un ramo basso, mi aggrappo con i piedi scalzi al tronco scabro, e senza la benché minima esitazione m'arrampico verso la cima del gelso, dalla prima diramazione sino a quella successiva e di lì verso l'alto, su fino ai rami più lontani, mi graffio ma che m'importa, mi riempio di escoriazioni e di macchie di more ma supero tutte queste sfide, arrivo più in alto del muro e delle fronde, sin fuori dall'ombra, in cima al gelso. E mi ritrovo con la pancia appiccicata distesa contro un ramo obliquo, piuttosto cedevole, che si piega sotto di me e dondola come un elastico e proprio si incurva quand'ecco che a tentoni trovo una specie di catenella di ferro arrugginita con una pallina di metallo a un'estremità, una pallina di ferro piuttosto pesante, anch'essa arrugginita, solo il demonio sa che cosa fosse quell'aggeggio e come fosse arrivato fin lassù in cima al gelso. Il bambino, Auad, mi lanciò un'occhiata pensierosa, scettica, e strillò di nuovo: Dammi un momento! Ammi un momento! Erano evidentemente le uniche parole ebraiche che aveva captato in vita sua. E non le aveva più dimenticate. Con una mano mi tenni dunque ben stretto al mio ramo sospirante e con l'altra, lanciando intanto uno strillo gutturale di battaglia, brandii la catena imprimendo dei giri vorticosi alla pallina, quasi stessi offrendo alla giovane donna ai miei piedi una rara primizia: da sessanta generazioni, così ci avevano insegnato a scuola, tutti erano ormai abituati a vedere in noi un popolo misero, un popolo cagionevole e gobbo, un popolo pauroso persino
della propria ombra, "iuakd-al-maut", "figli della morte", mentre ecco che adesso finalmente rinasceva un ebraismo nerboruto, ecco una nuova gioventù ebraica piena di vigore, il cui ruggito tutti faceva tremare: un leone! Ma il leone degli alberi, vigoroso e tremendo che stavo interpretando con entusiasmo a beneficio di Aisha e di suo fratello, il leoncello accucciato, non poteva certo immaginare donde sarebbero arrivati i guai, e che guai: che leone cieco e sordo e smarrito. Un leone dagli occhi che non vedono. Dalle orecchie che non sentono. Su, fa' girare la catenella disteso sul ramo che dondola, spezza l'aria con quei giri sempre più grandi della mela di ferro proprio come hai visto al cinema nei film di cow-boy con il loro lazo che rotea nell'aria mentre galoppano... *** Non vide non sentì non immaginò non ci pensò, quel leone compreso nella sua parte, anche se tutto ormai lasciava immaginare il fattaccio, tutto era ormai predisposto per la catastrofe: la biglia di ferro arrugginita all'estremità della catenella arrugginita, a forza di girare e di tendersi, minacciava sempre più di staccarsi. Che pretesa, la sua. Che arroganza e stupidità. Prodezza intossicante. Vertigine nazionalistica compiaciuta. Il ramo dal quale dava la sua esibizione, quel ramo cedevole, era ormai tutto storto sotto il carico. La bambina delicata e avveduta, con quel paio di folte sopracciglia, la bambina poetessa lo guardava da laggiù e sul suo volto s'andava disegnando una risatina indulgente, non certo di ammirazione né di stima per quel nuovo ebreo della terra d'Israele, piuttosto una specie di scherno sottile, un sorriso fra il compassionevole e il divertito come a dire, non valgono nulla tutti questi tuoi sforzi, proprio nulla, abbiamo già visto ben di meglio, è cosa di troppo poco conto per sorprendermi, e se vuoi proprio stupirmi, allora caro mio dovrai faticare settanta volte di più, e chissà poi se basterà. (Dagli abissi di un pozzo torbido, forse in quel preciso istante per una infinitesima frazione di secondo balenò, e nello stesso scarto di tempo anche si dileguò, il riflesso di un ricordo: bosco selvaggio dentro un negozio di abiti da donna, impenetrabile giungla primitiva là dove nel buio fitto un giorno aveva inseguito una bambina e quando alla fine era riuscito a raggiungerla ai piedi di cupi alberi perenni, aveva visto l'orrore.) Anche il fratellino stava lì, ai piedi del tronco del gelso, ora che ormai aveva finito di disporre in precisi e misteriosi cerchi le sue foglie e adesso, riccio serio preoccupato e dolce, un marmocchio in pantaloni corti e un
farfallino bianco sulle scarpe rosse. Poi d'improvviso dall'alto del gelso il suo nome tuonò insieme a un grido spaventoso: Auad Auad scappa, e lui forse riuscì ancora a levare i suoi occhioni verso le fronde e fors'anche a scorgere il globo di ferro arrugginito che nello slancio si staccava di colpo dalla catenella e sfrecciava verso di lui come un missile, proprio dritto verso di lui, via via sempre più scuro e più grande dritto verso gli occhi del bambino. Gli avrebbe certamente spaccato la testa se non l'avesse mancato per non più di due, tre centimetri: passò invece davanti al naso e atterrò infine, pesante e ottuso, maciullandogli il piedino oltre la scarpetta rossa, scarpa di bambola che d'un tratto si riempi di sangue, e il sangue colò fuori dai lacci e dalle cuciture delle suole e dalla tomaia. In quel momento si levò fin su in cima all'albero uno strillo di dolore sottile e penetrante, lungo, straziante, e subito dopo ti sei sentito tutto tremare trafitto da aghi di ghiaccio e tutto che di colpo tace intorno a te come se ti avessero imprigionato dentro il ghiaccio. Non ricordo la faccia del bambino svenuto che sua sorella prese in braccio non ricordo se anche lei abbia urlato o chiamato aiuto se mi abbia detto qualcosa né ricordo quando e come scesi dall'albero o non scesi piuttosto cascai insieme al ramo che cedette sotto di me non ricordo chi mi abbia fasciato il graffio sul mento da dove un rivolo spesso di sangue colava dentro la mia camicia della festa (ho ancora il segno, sul mento), e quasi nulla ricordo di quel che avvenne fra l'unico strillo del bimbo ferito e le lenzuola candide la sera ancora tutto tremante e rannicchiato in posizione fetale con dei punti al mento dentro il letto matrimoniale di zio Stashek e zia Mala. Ma ricordo ancora, due carboncini accesi, gli occhi di lei sotto la nera cornice a lutto delle soppracciglia unite sulla fronte: ribrezzo e sconforto e orrore e odio crepitante mi trafissero nel suo sguardo, e sotto il ribrezzo e l'odio c'era nei suoi occhi anche una specie di malinconico scuotimento del capo, come a dire a sé stessa avrei dovuto saperlo, sin dal primo momento avrei dovuto saperlo, ancora prima che tu aprissi quella bocca avrei dovuto capirlo, avrei dovuto stare in guardia da te. Perché la si sente lontano un miglio. La tua specie di puzza. E ricordo, vagamente, qualcuno, un signore peloso, basso, con dei baffi folti e un orologio d'oro al polso con una catena molto spessa, forse era un ospite, forse uno dei figli del padrone di casa, che mi trascinava via di lì brutalmente tirandomi per la camicia ormai lacera, quasi di corsa. E per strada riuscii ancora a vedere di lontano, presso il pozzo in mezzo al
giardino lastricato, che qualcuno stava riempiendo di botte Aisha. Non a pugni né a schiaffi, ma dei colpi di mano ampi, pesanti e decisi, uno crudele, lento, profondo, uno sulla testa uno sulla schiena uno sulle spalle e lungo la faccia, non come si punisce un bambino, piuttosto come castigando un cavallo. O un cammello recalcitrante. *** Certamente i miei genitori e anche Stashek e Mala avrebbero voluto chiamare per sapere come stava il piccolo Auad e quanto grave fosse la sua lesione. Certamente avranno cercato il modo per esprimere il loro dispiacere e la vergogna. Presumibilmente avranno preso in considerazione l'eventualità di offrire un congruo risarcimento. Doveva essere per loro molto importante dimostrare ai padroni di casa che anche la nostra parte non ne era uscita indenne, con una ferita al mento che aveva richiesto svariati punti. Può darsi che i miei genitori, consultatisi con i Rodintzky, abbiano progettato una seconda visita, di rappacificazione, alla villa dell'"oustaz" Al Siluani, comprensiva di doni e regali per il piccolo mentre io, umiliato e tormentato dal rimorso, avrei dovuto prostrarmi sulla soglia o cospargermi il capo di cenere per mostrare a tutta la famiglia Al Siluani in particolare, e al popolo arabo in generale, quanto eravamo dispiaciuti e mortificati e rincresciuti, ma al tempo stesso troppo nobili per cercare scuse e azzardare spiegazioni, oltre che sufficientemente onesti per sobbarcarci tutto il peso della vergogna, del rimorso e della colpa. Se non che fra un consulto e l'altro, a forza di discutere in merito al momento e ai modi giusti, fors'anche incaricando zio Stashek di chiedere al suo superiore, il signor Nochs-Gilford, di tastare il terreno in via informale presso la famiglia Al Siluani e verificare per noi la disposizione d'animo di quel fronte, e sapere quanto rancore avesse ancora in corpo e come eventualmente placarlo, se avesse insomma senso o potesse servire una visita di scuse, e con che spirito avrebbero caso mai accolto la nostra proposta di risarcimento del danno, mentre ancora si soppesavano intenzioni e mosse, arrivarono le grandi feste. E ancora prima di quelle, alla fine di agosto del 1947, il comitato d'inchiesta nominato dall'Onu affidò le sue mozioni al tavolo dell'Assemblea generale. E a Gerusalemme, benché non fosse scoppiata ancora nessuna violenza, fu come se di colpo si fosse teso un muscolo nascosto. Non era più ammissibile, per noi, recarsi in quelle zone della città.
*** Un giorno papà prese il telefono in mano e compose coraggiosamente il numero della ditta "Siluani e Figli", che aveva sede in via Princess Mary, si presentò in inglese e anche in francese e chiese, sempre in inglese e francese, di parlare con il signor Al Siluani padre. Un giovane e disinvolto segretario gli rispose con fredda cortesia, pregò papà in inglese e francese di aspettare per favore un momento o due, poi tornò a lui, il segretario, dicendo di lasciare detto a lui, per il signor Siluani. Papà lasciò a quel giovane segretario, in inglese e francese, un messaggio succinto sui nostri sentimenti, le nostre più sentite scuse, la nostra preoccupazione per la salute del caro piccino, la nostra totale disponibilità a coprire le spese sanitarie, nonché il nostro sincero desiderio di fissare prima possibile un incontro per avviare una forma accettabile di riparazione del torto (nell'inglese e nel francese di papà tutto aveva una smaccata intonazione russa. La parola "the" suonava sempre come "dzee"). Non ricevemmo risposta dalla famiglia Siluani, né direttamente né tramite il signor Nochs-Gilford, il superiore di Stashek Rodintzky. Chissà se mio padre trovò il modo di accertare per altre vie quanto fosse grave la lesione del piccolo Auad? Chissà come stava, il mio dammi un momento ammi un momento? Chissà che cosa raccontò e che cosa tacque di me Aisha? Se anche mio padre seppe qualcosa, a me non disse una parola. Sino al giorno in cui morì mia madre e anche dopo, sino a quando non se ne andò anche lui, non parlammo mai di quel sabato. Nemmeno per inciso. Nemmeno dopo tanti anni, cinque anni dopo la guerra dei Sei giorni, durante la cerimonia in memoria di Mala Rodintzky, con il povero Stashek in sedia a rotelle che parlò per ore e ore, fino a tarda notte, rievocando momenti d'ogni sorta, ricordi belli e anche brutti. Ma non quel sabato nella villa dei Siluani, quello no. Poi un giorno, era il '67, dopo la conquista della parte orientale della città, una mattina presto di un sabato d'estate, ripercorsi da solo la stessa strada di noi tre, quel sabato remoto. C'erano delle porte di ferro nuove, sul muro della casa; davanti era parcheggiata una macchina tedesca, nera e sfavillante, l'abitacolo nascosto da tende di tessuto grigio. In cima al muro tutt'intorno erano piantati dei cocci di vetro, che non ricordavo. Oltre, apparivano le fronde degli alberi nel frutteto. La bandiera di un consolato importante sventolava sul tetto, e accanto al nuovo portone era stata fissata una targa di bronzo lucido con una scritta in caratteri ebraici e latini, con il
nome e l'emblema dello stato rappresentato. Un custode in tenuta civile mi guardò con aria interrogativa. Mi scusai e proseguii verso il Monte Scopus. *** La ferita al mento cicatrizzò nel giro di qualche giorno. Il dottor Holander, il pediatra dell'ambulatorio in via Amos, tolse pian piano i punti cucitimi quel sabato mattina al pronto soccorso. E dal giorno in cui i punti furono tolti, intorno all'incidente calò su di noi un'impenetrabile cortina di silenzio. Anche zia Mala e zio Stashek evidentemente furono coinvolti in quella congiura muta. Non una parola. Nemmeno sul quartiere Sheikh Jarakh e sui marmocchi arabi e sulla catenella di ferro e sui frutteti e sugli alberi di gelso e sulle cicatrici al mento. Tabù. Niente. Come se non esistessero. Solo mamma, a modo suo, sfidò quelle mura di censura: un giorno, nel posto mio e suo al tavolo della cucina, e nell'ora mia e sua, mentre papà era fuori di casa, mi raccontò una favola indiana: "C'erano una volta tanti anni fa due monaci che si sottoponevano a ogni sorta di privazioni e mortificazioni. Fra il resto, si erano condannati ad attraversare a piedi tutta la terra dell'India, da un capo all'altro. E si erano imposti anche un silenzio completo, di non lasciarsi scappare un suono nemmeno nel sonno, mai. Nemmeno una parola, nemmeno una sillaba. Ma un giorno, mentre passavano presso gli argini di un fiume, i due udirono una donna che stava affogando, e strillava aiuto dalla corrente. Senza dire nulla il più giovane dei due balzò nell'acqua, prese la donna sulle spalle e la portò a riva, la depose sulla sabbia senza dire una parola; poi i due asceti proseguirono per la loro strada, nel solito assoluto silenzio. Ma ecco che dopo sei mesi, forse un anno, il giovane d'un tratto aprì la bocca e domandò all'altro: dimmi, pensi che abbia peccato, portando quella donna sulle spalle? E il suo compagno gli rispose con una domanda: insomma, l'hai per caso ancora sulle spalle?" *** Papà, dal canto suo, tornò alle sue ricerche. A quel tempo era tutto preso dalle letterature dell'Antico Oriente, accadi e sumeri, Babele e Assiria, gli antichi reperti di Tel Amarna e Ahtushash, la mitica biblioteca del re Assurbanipal che i greci chiamavano Sardanapalos, l'epopea di Gilgamesh e il breve mito di Adapa. Pile di libri e lessici s'accumulavano sulla sua
scrivania, circondati da una schiera di schede e foglietti. Ora di nuovo cercava di divertire mamma e me con una delle sue solite storielle: se rubi la tua sapienza da un libro solo sei un ladro letterario. Un plagiatore. Ma se rubi a piene mani da cinque libri, non sei più un ladro bensì uno studioso, e se poi ti industri a saccheggiare da ben cinquanta libri, allora assurgi al grado di luminare. Ogni giorno che passava, quel muscolo nascosto sotto la pelle di Gerusalemme si contraeva di più. Voci incontrollate, in parte anche raggelanti, si diffondevano per i nostri quartieri. Alcuni sostenevano che il governo di Londra stesse per smobilitare portando via dal paese il suo esercito e tutti i suoi funzionari, per permettere agli eserciti regolari dei paesi della Lega araba - nient'altro che un braccio inglese avvolto nella kefijah - di sconfiggere gli ebrei conquistare il paese e aprire agli inglesi una porta sul retro, una volta eliminati gli ebrei. Gerusalemme, così dicevano alcuni strateghi al negozio del signor Auster, sarebbe presto diventata la capitale del re Abdullah di Transgiordania, mentre noi - gli abitanti ebrei - saremmo stati tutti imbarcati su delle navi dirette ai campi profughi di Cipro. O forse ci avrebbero sparpagliato fra i campi di transito alle Isole Mauritius o alle Seychelles, in mezzo all'Oceano Indiano. Altri inveivano davanti al loro pubblico dicendo che le forze della Resistenza ebraica, le brigate Etzel e Lechi e l'Haganah, con le loro rappresaglie violente contro il governo inglese e soprattutto con quella bomba al cuore dell'autorità inglese, all'hotel King David, rappresentavano per noi una disgrazia: nessun impero della storia avrebbe mai lasciato passare sotto silenzio provocazioni umilianti come quelle, perciò gli inglesi avevano già deciso di castigarci con severità e un bagno di sangue. Le avventate operazioni dei nostri leader sionisti fanatici erano così invise al popolo britannico, che Londra aveva deciso semplicemente di lasciar fare agli arabi, di lasciare che loro ci massacrassero tutti: fino a ora le forze inglesi si erano frapposte tra noi e un macello generale per mano di tutti i popoli arabi, d'ora in poi loro si sarebbero fatte da parte, quanto a noi, mal ce ne incoglierà. Alcuni dicevano di sapere che da noi nelle alte sfere, fra la gente che aveva contatti, i ricchi di Rechavia, gli impresari e i grossisti ammanicati con il governo inglese, gli alti funzionari ebrei sotto il mandato, avevano ricevuto dei segnali che era meglio lasciare prima possibile il paese, o almeno portar via i familiari dai luoghi dell'inevitabile massacro. Si vociferava di quella o quell'altra famiglia che s'era trasferita in America e di
quegli uomini d'affari che anche loro... e anche quegli altri, e quelli lì con la puzza sotto il naso... che una di queste notti avevano lasciato Gerusalemme ed erano andati a Tel Aviv con tutta la famiglia. Evidentemente sapevano qualcosa che noi ancora nemmeno immaginavamo. O immaginavamo sì, nei nostri incubi. Alcuni parlavano di gruppi di giovani arabi che la notte setacciavano il nostro quartiere, spazzola e latte in mano, a mettere dei segni per regolare l'imminente spartizione delle case degli ebrei. Si parlava di bande arabe armate, di uomini del mufti di Gerusalemme che di fatto già controllavano i monti intorno alla città, mentre gli inglesi chiudevano un occhio. Si diceva che le forze della legione araba di Transgiordania, al comando del generale inglese John B. Glubb, Glubb pascià, fossero già appostate in vari punti del paese per abbattere gli ebrei senza nemmeno dar loro il tempo di aprire il fuoco. E davanti al kibbutz di Ramat Rachel i "Fratelli Musulmani", che gli inglesi avevano lasciato penetrare dall'Egitto e infiltrarsi sui monti di Gerusalemme, stavano scavando trincee. Alcuni si dicevano fiduciosi che all'uscita degli inglesi, nonostante tutto, sarebbe intervenuto Truman, il presidente americano, che avrebbe quanto prima spedito il suo esercito, fatto stava che due gigantesche portaerei americane erano già apparse nelle acque della Sicilia, ed erano dirette verso oriente perché il presidente Truman non avrebbe mai permesso qui per il popolo ebraico una seconda Shoah meno di tre anni dopo quella che aveva massacrato sei milioni di persone: i ricchi ebrei d'America avrebbero fatto pressione su di lui. No, non avrebbero permesso. Alcuni ritenevano che la coscienza del mondo civile, o l'opinione pubblica progressista, o lo stato transnazionale dei lavoratori, o il senso di colpa per la triste sorte dei sopravvissuti ebrei, tutto ciò avrebbe concorso a sventare il "piano anglo-arabo per sterminarci". Quanto meno, così si consolavano alcuni dei nostri vicini e conoscenti di fronte ai primi segni di un autunno strano e minaccioso. Quanto meno, ci si può forse consolare con il fatto che, se pure gli arabi non ci desiderano qui, i popoli d'Europa, d'altro canto, non hanno la benché minima voglia di vederci tornare a popolare daccapo l'Europa. E il potere degli europei è comunque più forte di quello degli arabi, pertanto c'è una qualche probabilità che comunque ci lascino qui. Che costringano gli arabi a digerire quel che l'Europa cerca di vomitare. In ogni caso, quasi tutti presagivano una guerra. Nelle trasmissioni radio della Resistenza, sulle onde corte, si sentivano canti
accesi: "Sui monti, sui monti è spuntata la nostra luce/ascenderemo al monte/il passato resta dietro a noi/ma lunga è la via per il domani..." e anche: "Non si conquista la vetta/senza tomba sul declivio! ", "Da Metullah al Neghev/dal mare al deserto/ogni ragazzo l'arma in pugno/e la ragazza - di guardia! ", "Il solco della pace scaviamo, oggi la pace si conquista col fucile!", "Dalle alture del Libano al Mar Morto". Granaglie e olio, candele, zucchero, lievito e farina erano praticamente spariti dagli scaffali del negozio del signor Auster: la gente cominciava a fare provvista di generi di prima necessità, in previsione di quel che stava per succedere. Anche mamma comprò e ammassò in fondo alla credenza della cucina alcuni sacchi di farina e azzima pesta, pacchi di fette biscottate, delle scatole di latta di cereali Quacker, oltre a olio, conserve, olive e zucchero. Papà acquistò e mise sotto il lavandino del bagno due latte sigillate piene di benzina. Ma lui usciva ancora ogni giorno, come suo solito, alle sette e mezzo del mattino, per andare al lavoro alla Biblioteca nazionale, sul Monte Scopus, con l'autobus numero nove che partiva da via Gheulla e passava per Meah Shearim, attraversando il quartiere di Sheikh Jarakh, non lontano da villa Siluani. Un po' prima delle cinque del pomeriggio tornava dal lavoro con quaderni e libri dentro la sua logora valigetta, altri premuti sotto il braccio. Mamma gli aveva chiesto qualche volta di non sedersi vicino al finestrino, sull'autobus. Poi aveva aggiunto qualche parola in russo. E le nostre solite gite sabbatiche a casa dello zio Yosef e zia Zipporah furono rimandate, per il momento. *** Nove anni appena, e già ero un gran divoratore di giornali. Consumatore di notizie. Commentatore appassionato. Esperto militare nazionale, la cui opinione era tenuta in gran conto dai figli dei vicini. Stratega di fiammiferi bottoni e tessere del domino sulla stuoia. Arruolavo truppe, procedevo ad accerchiamenti tattici, studiavo alleanze con una potenza o l'altra, accampavo astute motivazioni grazie alle quali far passare dalla nostra parte il gelido cuore inglese, ripetevo discorsi destinati non solo a indurre gli arabi a usare la ragionevolezza e dei toni concilianti, ma addirittura a far si che ci chiedessero scusa, discorsi capaci di ispirare lacrime di commozione agli occhi degli inglesi, commossi dalle nostre sofferenze, profondamente ammirati dalla nostra nobiltà d'animo e grandezza spirituale.
A quell'epoca conducevo fiere ma anche pragmatiche conversazioni con Downing Street, con la Casa Bianca, con il papa a Roma, con Stalin e i re arabi. "Uno stato ebraico! Libera immigrazione!" tuonavano i portavoce della società ebraica nei cortei e nei comizi quelle poche volte in cui mamma aveva acconsentito a che papà mi portasse. Mentre le folle arabe ruggivano ogni venerdì, all'uscita dalle moschee, nelle loro processioni mortifere: "Idbach al Yahud!" o anche: "Filistin arduna ual Yahud Kilabuna!" (cioè, "la Palestina è la nostra terra e gli ebrei sono i nostri cani!"). Io avrei potuto facilmente convincerli, se solo mi avessero dato l'occasione, e dimostrare loro con una logica semplice che, mentre nei nostri slogan e nelle nostre aspirazioni non c'era alcun intento malvagio nei loro confronti, le urla scandite dalle masse arabe aizzate erano assai poco belle per non dire incivili, e non andavano affatto a onore di chi si sgolava in quel modo. A quell'epoca insomma non ero un bambino, piuttosto un fascio di legittime argomentazioni. Un piccolo sciovinista nei panni del pacifista. Un nazionalista ipocrita e tartufesco. Un vecchio propagandista sionista di nove anni: noi eravamo i buoni e i giusti, noi la vittima innocente, noi Davide di fronte a Golia, noi la pecora in mezzo a settanta lupi e noi l'agnello per l'olocausto e noi il capretto per l'altare, noi Israele inerme, mentre a loro tutti loro - inglesi e arabi e altre nazioni - a loro tutta l'onta e la vergogna. (Nel libro "Una pantera in cantina" e anche nei racconti della raccolta "Il Monte del Cattivo Consiglio" ho scritto di quei giorni, e anche di un bimbo che un poco mi assomiglia. Soprattutto nel racconto "Nostalgie".) *** Dopo che il governo inglese ebbe annunciato la propria intenzione di rimettere alle Nazioni Unite il mandato in terra d'Israele, queste nominarono un comitato apposito (UNSCOP, cioè United Nations Special Committee on Palestine), incaricato di studiare la situazione in Palestina nonché quella delle centinaia di migliaia di ebrei profughi, sopravvissuti allo sterminio nazista, che da due anni e più stagnavano nei campi d'Europa. Alla fine di agosto nel 1947 questo comitato rese note le proprie conclusioni: la maggioranza dei suoi membri propose che il mandato britannico sulla terra d'Israele terminasse prima possibile. Al suo posto il paese sarebbe stato ripartito in due stati indipendenti - uno per gli arabi e uno per gli ebrei. Il territorio assegnato ai due stati era di grandezza quasi pari. L'intricato e tortuoso confine era disegnato sostanzialmente in accordo con lo sviluppo
demografico delle due popolazioni. I due paesi sarebbero stati legati fra loro da un sistema economico comune, una moneta comune e via di seguito. Gerusalemme, così suggeriva il comitato, avrebbe avuto uno statuto separato, neutrale, sotto un'amministrazione fiduciaria internazionale, tramite un governatore nominato dall'Onu. Queste proposte furono affidate al tavolo dell'assemblea generale per l'approvazione, che richiedeva una maggioranza di due terzi. Gli ebrei si dichiararono favorevoli a quel piano di spartizione, benché a denti stretti: lo stato loro assegnato non comprendeva né la Gerusalemme ebraica né l'alta Galilea e la sua parte occidentale. Il settantacinque per cento del territorio assegnato agli ebrei era costituito da deserto. Mentre la dirigenza arabopalestinese e gli stati della Lega araba annunciarono che non avrebbero accettato alcun compromesso di sorta, e che la loro intenzione era quella di "impedire con la forza la realizzazione di questo piano, di affogare nel sangue qualunque entità sionista avesse tentato di nascere. Foss'anche su un solo centimetro di terra palestinese": per gli arabi, tutto il paese era terra araba da secoli, sinché non erano arrivati gli inglesi che avevano invitato masse straniere, estranee, a diffondersi per il paese, raddrizzando colline ed estirpando vetusti oliveti e acquistando con degli stratagemmi un lotto dopo l'altro di terra dai latifondisti corrotti, per cacciarne via quei contadini che la lavoravano ormai da generazioni. Se non li avessero fermati, quei colonialisti giudei lesti e furbi avrebbero divorato tutta la terra cancellandovi ogni traccia di arabicità, l'avrebbero coperta di colonie europee con i loro tetti rossi, l'avrebbero invasa con i loro costumi spocchiosi e dissoluti, e di questo passo entro breve tempo avrebbero dominato sui luoghi santi dell'Islam, sconfinando verso i paesi arabi vicini. E ben presto, usando le loro astute macchinazioni e i loro trucchi, la loro superiorità in fatto di progresso e l'appoggio dell'imperialismo britannico, avrebbero fatto esattamente quello che i bianchi avevano fatto in America e in Australia e in altri posti alla popolazione indigena. Se li si fosse lasciati fondare qui un stato, anche di minuscole dimensioni, l'avrebbero di sicuro usato come testa di ponte, milioni di loro sarebbero dilagati qui come sciami di cavallette coprendo monti e valli, cancellando l'aspetto arabo di questi antichi paesaggi e divorando tutto senza dare agli arabi nemmeno il tempo di risvegliarsi dal loro torpore. A metà del mese di ottobre l'Alto commissario britannico, il generale sir Alan Cunningham, esprime vagamente a David Ben Gurion, allora a capo
dell'Agenzia ebraica, il senso della minaccia che incombe: "Quando verrà la catastrofe", disse tristemente il governatore del paese per conto del governo inglese, "temo che non saremo più in grado di difendervi e nemmeno di aiutarvi". (Dov Yosef, "Kiriat Neemanah" [Una città fedele], edizioni Schocken 1960.) *** Papà disse: "Herzl era un profeta consapevole del proprio presagio. All'epoca del primo congresso sionista di Basilea, Herzl disse che entro cinque anni, al massimo cinquanta, sarebbe sorto uno stato degli ebrei in terra d'Israele. Ed ecco che, trascorsi esattamente cinquant'anni, lo stato è una realtà ormai imminente, di fatto alle porte". Mamma disse: "Ma quale imminente. Quali porte. C'è solo un precipizio". Papà la rimproverò con una strigliata che pareva un colpo di frusta, ma in russo o in polacco. Di modo che io non capissi. E io, con un'allegria che tentavo invano di tenere nascosta: "Fra poco a Gerusalemme ci sarà una guerra! E noi sconfiggeremo tutti!". Ma ogni tanto, da solo in un angolo del cortile, verso sera o il sabato mattina presto mentre i miei genitori e tutto l'isolato ancora dormivano, una fitta di paura mi paralizzava, quando l'immagine di Aisha che teneva fra le braccia il piccino inerte e svenuto mi tornava all'improvviso davanti agli occhi da dentro un quadro cristiano, terrificante, che papà mi aveva spiegato una volta sottovoce in una chiesa. E mi tornavano in mente gli ulivi dalle finestre di quella casa, alberi usciti ere fa dal regno vegetale e ormai parte di quello minerale, muto. Dammi un momento dammi un momento dammi un momento dammiunmomento. *** A novembre già si profilava come un sipario fra una Gerusalemme e l'altra. Le linee degli autobus continuavano a viaggiare avanti e indietro, ogni tanto nelle nostre strade si vedeva ancora qualche banchetto di frutta di contadini arabi dei villaggi vicini con i loro vassoi di fichi, mandorle, fichi d'India; ma gli ebrei cominciavano a spostarsi dai quartieri arabi verso la zona occidentale della città, mentre alcuni arabi residenti in questa parte si dirigevano verso sud e verso est. Solo con il pensiero potevo ancora proseguire verso nord-est su via Saint George, per sgranare gli occhi su un'altra Gerusalemme: una città di
vecchi cipressi ormai neri invece che verdi, quartieri di mura di pietra e finestrelle con le inferriate e cornicioni e pareti tenebrose, una Gerusalemme straniera, taciturna, sussiegosa e velata, la città etiopica, musulmana, pellegrina, ottomana, la città missionaria, una città straniera, alienante, una città crociata, templare, greca, armena, italiana, fitta di trame, anglicana, pravoslava, una città monastica, copta, cattolica, luterana, scozzese, sunnita, sciita, sufi, alaita, intrisa di suoni di campane e lamenti di muezzin, fitta di pini, spaventosa e irresistibile con il suo fascino nebuloso, il labirinto dei suoi vicoli a noi proibiti e cupamente ostili, una città piena di segreto, malefica, gravida di tragedia; specie di ombre scure galleggiavano laggiù sulle strade, fra i muri di pietra, pellegrini sacerdoti dentro tonache nere e cappucci neri e donne coperte di nero e velate di nero. *** La famiglia Al Siluani al completo, venimmo a sapere alla fine della guerra dei Sei giorni, impacchettò i propri beni e già negli anni cinquanta, forse all'inizio degli anni sessanta, lasciò la Gerusalemme giordana. Alcuni di loro si trasferirono in Svizzera e Canada, altri negli Emirati del Golfo, se non a Londra e nell'America del Sud. E i loro pappagalli? "Who will be my destiny? Who will be my princess?" E Aisha? E il fratellino zoppo? In quale punto del mondo suonerà adesso il suo pianoforte, sempre che ne abbia ancora uno, sempre che non sia invecchiata e deperita fra le baracche sporche e la canicola di un campo profughi con la fogna che scorre a vista giù per le strade sterrate? E chi saranno i fortunati ebrei che ora abitano nella casa della famiglia di Aisha, nel quartiere di Talbiyeh, tutto costruito di pietra celeste e rosa e volte di pietra? Non per colpa della guerra imminente ma per una ragione diversa, vaga, capitava che rabbrividissi tutto di spavento, in quell'inverno del 1947, contraendomi dentro per una commozione che bruciava, stemperata nella vergogna e nel senso del castigo che avrei patito, ma anche in un dolore indefinibile: una specie di nostalgia illecita, una nostalgia piena di colpa e mortificazione, per quel parco. Il pozzo coperto da una lastra di metallo verde e la vasca con le mattonelle celesti e i pesci rossi che brillavano per un istante sotto la luce del sole e poi s'immergevano di nuovo nel bosco di piante acquatiche. I cuscini morbidi con gli orli merlettati. I tappeti ricchi di motivi, in uno dei quali c'erano degli uccelli del paradiso nel giardino
incantato. I trifogli sulle vetrate della finestra, ogni foglia con la sua luce, una rossa, una verde, una gialla, una lilla. E anche per il pappagallo con la voce da fumatore accanito: "mais oui, mais oui, chère mademoiselle", e il suo collega soprano, che gli rispondeva con il trillo di un campanellino d'argento: "tefadal. Sil u pele. Angioi". C'ero stato una volta sola, in quel giardino, prima di esserne scacciato ignominiosamente, ero arrivato in punta di piedi... "Bas. Bas ya ayini. Bas min fadllak. Usqut". Mi svegliava al mattino presto l'odore della prima luce, attraverso gli spiragli delle imposte di ferro scorgevo il melograno in fondo al nostro cortile. Laggiù, nascosta fra i rami, veniva ogni mattina una capinera invisibile, che ripeteva più volte filate, con precisione e una spensieratezza solare, le prime cinque note di "Per Elisa". Stupido che non sei altro, piccolo stupido logorroico. Perché invece di andare a lei nei panni del nuovo ebreo che va dal nobile popolo arabo, da leone a leoni, non hai pensato di andare a lei come un bambino a una bambina? Un maschio a una femmina?
43. "Toh, guarda, il nostro stratega in erba ci ha di nuovo conquistato tutta la casa: in corridoio non si può più passare, è tutto pieno di fortezze e torri di dadi, postazioni di domino, mine di tappi di bottiglia e confini di stecchi dello Shanghai. In camera sua, sulla stuoia, infuriano battaglie di bottoni da muro a muro. Proibito entrare, siamo fuori portata. Ordini tassativi. E anche in camera nostra ha già sparpagliato per terra forchette e coltelli che sicuramente simboleggiano qualcosa, una linea Maginot o una flotta o armate corazzate. Poco ci manca, vedrai, che dovremo fare i bagagli e trasferirci fuori in cortile. O in mezzo alla strada. Però appena arriva il giornale tuo figlio molla tutto, dichiara evidentemente un cessate il fuoco generale, si mette supino sul divano e si butta sul giornale. Lo legge tutto, forse persino gli annunci. Al momento sta tirando un lungo filo dal suo quartier generale dietro il guardaroba per tutta la casa sino a Tel Aviv, situata a quanto pare sulla riva della vasca da bagno. Se non mi sbaglio, lungo questo cavo fra poco inizierà a discutere con Ben Gurion. Come ieri. A spiegargli che cosa dobbiamo fare in questa fase e a che cosa stare bene attenti. Non escluderei che sia già arrivato al punto di dare lui ordini, a Ben Gurion." *** In uno dei cassetti più bassi qui nel mio studio di Arad ieri sera ho trovato una vecchia cartellina con dentro i foglietti in cui prendevo appunti mentre scrivevo "Il Monte del Cattivo Consiglio", più di venticinque anni fa. Fra il resto c'è anche qualche notazione sparsa, trascritta alla biblioteca di Tel Aviv nel 1974 o 1975, dai giornali del settembre '47. E così, ad Arad,
una mattina d'estate del 2001, come una figura che si riflette in un'immagine che a sua volta si riflette in un'altra, quei foglietti di ventisette anni fa mi riportano alla mente quel che leggeva il "bambino stratega" sul giornale del 9 settembre 1947: "Il servizio d'ordine ebraico ha iniziato a svolgere le proprie funzioni a Tel Aviv con l'approvazione del governatore inglese, otto gendarmi che saranno operativi in due turni. Una bambina araba di tredici anni sarà giudicata da un tribunale militare per porto d'armi al villaggio di Chuarah, regione di Nablus. Degli immigrati clandestini sono stati deportati ad Amburgo, hanno dichiarato che opporranno resistenza e non si lasceranno sbarcare sino allo stremo delle forze. Quattordici uomini della Gestapo sono stati condannati a morte a Lubecca. Il signor Shlomo Chalmenik di Rechovot è stato sequestrato e malmenato da delle organizzazioni dissidenti, ma è stato riportato a casa sano e salvo. L'orchestra Voce d'Israele suonerà sotto la direzione di Chanan Schlesinger. Il digiuno del mahatma Gandhi è ormai al secondo giorno. La cantante Edis De Philippe non potrà esibirsi a Gerusalemme questa settimana, e anche il teatro Camera è stato costretto a rimandare la rappresentazione di 'Non lo prenderanno con te'. Per contro, l'altro ieri è stato inaugurato a Gerusalemme uno stabile in via Giaffa in cui, fra il resto, ci sono i negozi di Mikolinski e di Freimann e anche il centro di pedicure Doktor Scholl. Secondo l'autista arabo Musa Alami, gli arabi non acconsentiranno mai a una spartizione del paese - già re Salomone ha decretato che la madre che si rifiuta di dividere il figlio è quella vera, proprio gli ebrei dovrebbero conoscerla bene questa parabola, e coglierne il significato. D'altro canto, Golda Meyerson, membro del direttivo dell'Agenzia ebraica, ha dichiarato che gli ebrei si batteranno per l'inclusione di Gerusalemme nello stato ebraico, dal momento che Gerusalemme e terra d'Israele per noi sono sinonimi". Qualche giorno dopo, si trovava sul giornale: "La scorsa notte un arabo ha assalito due giovani ebree nei pressi del caffè Bernardia fra il quartiere Bet Ha Kerem e Bet We Gan. Una di loro è riuscita a fuggire mentre l'altra ha urlato finché i vicini non l'hanno sentita e sono riusciti a mettere in fuga l'aggressore. L'indagine del commissario
O'Connor è risalita a un uomo che lavora alla stazione radio ed è imparentato alla lontana con l'importante famiglia dei Nasbasbibi, che tuttavia non ha potuto liberarlo dietro cauzione, data la gravità del reato. A sua difesa, l'uomo sostiene di essere uscito ubriaco dal locale e di aver avuto l'impressione che due donne nude stessero amoreggiando insieme al buio". Un altro giorno, settembre del 1947: "Il luogotenenete colonnello Adleri, presidente della corte marziale, ha giudicato insano di mente il signor Shlomo Mansur Shalom per aver diffuso proclami illegali. Il tutore, signor Gardoitz, ha chiesto che il colpevole non venga internato in un manicomio, cosa che gli sarebbe nociva, e invece ha pregato i giudici di isolare il condannato in un istituto privato, sì che i fanatici non approfittino del suo cervello guasto per scopi delittuosi. Il luogotenente colonnello Adleri ha dichiarato che con suo gran rincrescimento non poteva esaudire la richiesta del tutore, in quanto non prevista dalle norme, pertanto si trovava costretto a tenere lo sventurato in prigione in attesa che l'Alto commissario, a nome di Sua Maestà, non decidesse una riduzione della pena o una grazia apposita. Alla radio "Voce d'Israele" Zilab Livovitz suonerà al pianoforte alcuni brani, e dopo il notiziario ci sarà il commento del signor Gordus e infine la signora Bracbah Zefira Bracbab interpreterà alcuni canti popolari". *** La sera papà spiegò ai suoi amici venuti per il tè che almeno fin dalla metà del diciottesimo secolo, molto prima dunque della comparsa del sionismo moderno e senza alcun legame con questo movimento, gli ebrei rappresentavano già la maggioranza della popolazione di Gerusalemme. All'inizio del secolo ventesimo, ancora prima che iniziassero le ondate migratorie ebraiche dall'Europa, Gerusalemme sotto il dominio turcoottomano era già la città più popolosa del paese: cinquantacinquemila abitanti, di cui trentacinquemila ebrei. E adesso, autunno 1947, vivevano a Gerusalemme circa centomila ebrei e sessantacinquemila non ebrei, arabi musulmani e arabi cristiani, armeni e greci e inglesi e tante altre nazionalità. Ma a nord della città, a oriente e a sud, si estendevano ampi quartieri-arabi, fra cui Sheikh Jarakh, il villaggio americano, il quartiere musulmano e
cristiano entro le mura della Città Vecchia, il villaggio tedesco e quello greco e Katmon e Baqaa e Abu Tor. Sulle alture intorno a Gerusalemme si trovavano varie cittadine arabe, Ramallah e Al Bireh, Beit Jalla e Betlemme, e tante borgate, Al Izriah e Siluan e Abu Dis e I Tur e Isauia e Kalandiah e Bir Nballa e Nebi Samuel e Bidu e Shuaft e Lifta e Bet Chanina e Beit Iksa e Kolonye e Sheikh Badar e Deir Yassin dove centinaia di persone furono massacrate nell'aprile del '48 dagli uomini delle brigate Etzel e Lechi, e Zuba e Ein Kerem e Beit Mazmil e Malchiah e Beit Tzafafa e Uni Tuba e Tzur Bachr. A nord, sud, est e ovest di Gerusalemme si estendevano zone arabe. Solo qualche sporadico insediamento ebraico era sparpagliato nei dintorni della città: Atarot e Bne Yaakov a nord, Kaliah e Bet Ha Aravah sulla riva del Mar Morto a oriente, Ramat Rachel e Gush Etzion a sud, e Moza, Kiriat Anavim e Maaleh Ha Chamishah a ovest. Nella guerra del 1948 quasi tutti questi villaggi ebraici, insieme al quartiere ebraico fra le mura della Città Vecchia di Gerusalemme, furono conquistati dalla Legione araba della Transgiordania. Tutti gli abitati ebraici che durante la guerra d'Indipendenza finirono in mani arabe furono cancellati dalla faccia della terra - tutti senza alcuna eccezione - e tutti i loro abitanti, dal primo all'ultimo, furono uccisi o messi in fuga o fatti prigionieri, ma a nessuno di loro gli eserciti arabi permisero di tornare a casa, dopo la guerra. Nei territori che conquistarono, gli arabi procedettero a una "pulizia etnica" ben più radicale di quella praticata dagli ebrei, nella stessa guerra: dai confini dello stato d'Israele fuggirono o furono cacciati centinaia di migliaia di arabi, ma più di centomila rimasero dov'erano. Per contro, in Cisgiordania e nella striscia di Gaza sotto la Giordania e l'Egitto non rimase nessun ebreo. Nemmeno uno. I villaggi furono cancellati, sinagoghe e cimiteri vennero distrutti. *** Nella vita degli individui e anche dei popoli, i conflitti più tremendi sono non di rado quelli che scoppiano fra due perseguitati. Solo nella pia illusione di alcuni cenacoli romantici i perseguitati e gli oppressi d'ogni sorta si uniscono spinti da un moto di solidarietà e procedono schierati insieme per combattere contro il crudele tiranno. In verità, due figli di un padre padrone non sono necessariamente solidali fra loro e non sempre la comunanza di destino li avvicina. Capita non di rado, infatti, che l'uno
scorga nell'altro non un fratello di sorte bensì proprio l'immagine terrificante del comune persecutore. Forse stanno proprio così le cose fra ebrei e arabi, da un centinaio d'anni. L'Europa che ha infierito sugli arabi, che li ha umiliati infliggendo loro l'imperialismo, il colonialismo, lo sfruttamento e l'oppressione, è la stessa Europa che ha perseguitato e oppresso anche gli ebrei, e alla fine ha permesso, quando non collaborato, che i tedeschi li eliminassero dal continente e li sterminassero quasi tutti. E invece gli arabi quando ci guardano non vedono un gruppo sparuto di sopravvissuti mezzi isterici, bensì un nuovo, supponente emissario dell'Europa colonialista, sofisticata e sfruttatrice, tornata con l'astuzia in Oriente - questa volta sotto spoglie sioniste - per riprendere a sfruttare, opprimere, infliggere. Mentre noi, dal canto nostro, quando li guardiamo non vediamo delle vittime come noi, non dei compagni di malasorte, bensì dei cosacchi bramosi di pogrom, degli antisemiti assetati di sangue, dei nazisti mascherati: come se i nostri persecutori europei fossero arrivati qui in terra d'Israele, avessero indossato la kefijah, si fossero lasciati crescere i baffi ma fossero pur sempre loro, i nostri assassini, sempre e solo ansiosi di sgozzare ebrei per puro diletto. *** A settembre, ottobre e novembre del 1947 da noi al quartiere di Kerem Abraham si era ancora incerti se sperare che l'Assemblea generale delle Nazioni Unite approvasse la proposta del comitato UNSCOP o piuttosto se non fosse meglio augurarsi che gli inglesi non ci abbandonassero al nostro destino "soli e indifesi dentro un mare di arabi". Molti speravano che sorgesse quanto prima uno stato ebraico libero, speravano che fossero abrogate le norme inglesi contro l'immigrazione, e che le centinaia di migliaia di sopravvissuti ebrei che dalla caduta di Hitler marcivano nei campi profughi europei e in quelli di detenzione allestiti dagli inglesi a Cipro potessero finalmente entrare in quella terra che tanto desideravano diventasse la loro unica casa al mondo. Con ciò, come all'insaputa di queste radiose speranze, (sotto sotto) si paventava l'eventualità che il milione di arabi del paese, con l'aiuto degli eserciti regolari degli stati della Lega araba, massacrassero in un batter d'occhio i seicentomila ebrei, subito dopo la partenza delle autorità inglesi. Al negozio, per strada, in farmacia, si parlava apertamente di quel riscatto nazionale che era prossimo, si parlava di Shertok e Kaplan che
quanto prima sarebbero diventati ministri nel governo ebraico costituito da Ben Gurion a Haifa o Tel Aviv, si parlava (sottovoce) di illustri generali ebrei già convocati qui dalla diaspora, reclutati tra le file dell'Armata rossa o dell'aviazione americana e persino della marina britannica, che avrebbero preso in mano le redini dell'esercito ebraico, una volta partiti gli inglesi. Ma segretamente, fra le mura di casa, sotto le coperte, a luci spente, si sussurrava: chissà? E se gli inglesi non se ne andassero di qui? E se non avessero alcuna intenzione di partire, e tutto il quadro non fosse altro che un'astuta manovra della perfida Albione, per far sì che siano gli ebrei stessi, di fronte alla prospettiva di uno sterminio imminente, a supplicare gli inglesi di non lasciarli in balia del terribile destino che li aspetta? E se così Londra potesse esigere dagli ebrei, in cambio della tutela, la cessazione dell'attività militare, la consegna di tutte le armi illegali e di tutti i membri delle organizzazioni clandestine nelle mani degli inquirenti inglesi? Forse gli inglesi cambieranno idea all'ultimo momento, e non ci consegneranno ai coltelli arabi? Forse almeno qui a Gerusalemme lasceranno un presidio militare regolare che ci difenda dai pogrom arabi? E forse Ben Gurion e i suoi compagni laggiù nella tranquilla Tel Aviv, che non è accerchiata dagli arabi, forse all'ultimo momento si ravvedranno e rinunceranno all'avventura dello stato ebraico in favore di un modesto compromesso con il mondo arabo e con le masse islamiche, no? O forse le Nazioni Unite manderanno in tempo delle truppe di stati neutrali a dare il cambio agli inglesi e difendere almeno la città santa, se non tutta la Terra santa, dal rischio di un bagno di sangue? *** Azam Pasha, segretario generale della Lega araba, minacciò gli ebrei che, "se avessero osato tentare di stabilire un'entità sionista, anche soltanto su un piede di terra araba", allora "gli arabi li avrebbero affogati nel loro stesso sangue" e il Medio Oriente avrebbe visto scempi "al cui confronto i conquistatori mongoli sarebbero impalliditi". Il primo ministro dell'Iraq, Muzarekh Al Bagagi, dal canto suo, invitò gli ebrei della Palestina "a fare i bagagli e andarsene finché erano ancora in tempo", visto che gli arabi avevano già giurato che dopo il loro trionfo non avrebbero lasciato in vita che quei pochi ebrei che vivevano in Palestina prima del 1917, e anche quelli "avrebbero avuto il permesso di risiedere sotto le ali dell'Islam ed essere tollerati sotto la sua bandiera solo a condizione di disintossicarsi una
volta per tutte dal veleno sionista e tornare a essere una comunità religiosa che sa qual è il suo posto sotto gli auspici dei popoli islamici e secondo le leggi e i costumi dell'Islam". Gli ebrei, aggiunse il predicatore della grande moschea di Giaffa, non sono affatto un popolo e nemmeno una religione propriamente - tutti sanno infatti che il Signore pietoso e misericordioso in persona ha ribrezzo per loro e per questo li ha condannati a essere maledetti e odiati per sempre in tutte le terre della loro dispersione : cocciuti che non sono altro, questi giudei, il Profeta (Muhammed) ha teso loro una mano, e loro ci hanno sputato sopra, Issa (Gesù) ha teso loro una mano, e loro l'hanno trucidato; persino i profeti della loro spregevole fede, anche quelli erano soliti lapidarli. Non per niente i popoli dell'Europa hanno deciso di sbarazzarsi di loro una volta per tutte, e adesso l'Europa sta macchinando per scaraventarli tutti da noi, ma noi, gli arabi, non permetteremo ai popoli dell'Europa di gettarci addosso il loro letame. Noi arabi tratteremo a fil di spada questa congiura satanica per trasformare la Terra santa di Palestina nel bidone della spazzatura per tutte le schifezze del mondo. E quel signore del negozio di abbigliamento della zia Greta? Quell'arabo buono che mi aveva tratto in salvo dalla trappola buia e mi aveva preso in braccio quando avevo solo quattro o cinque anni, l'uomo con le grandi borse sotto gli occhi, con quell'odore caldo e soporifero, con il metro bianco e verde da sarto appeso al collo che scendeva ai due lati del petto, con la guancia calda e setolosa di piacevole canizie, l'uomo gentile e cordiale il cui sorriso timido baluginò per un momento sulle labbra per tornare subito acquattato sotto i baffi morbidi? Con gli occhiali da lettura rettangolari, dalla montatura marrone, che gli scendevano sul naso, come un attempato falegname di buon cuore, una specie di Geppetto, l'uomo che camminava adagio, trascinando le gambe stanche in quell'intrico di abiti femminili, che tirandomi fuori dalla cella mi aveva detto con la sua voce secca, una voce che ricorderò sempre con commozione, "Basta bimbo tutto bene bimbo tutto bene": anche lui? Anche lui "sta lustrando il pugnale, affilando la lama e accingendosi a macellarci tutti"? Anche lui sarebbe arrivato in via Amos nella notte, con un lungo coltello storto fra i denti, per tagliare la gola a me e ai miei genitori, e "affogarci tutti nel nostro stesso sangue"? *** Mia pelle, il vento, mia pelle
Belle sono le notti di Canaan L'ululato dello sciacallo di Siria La iena d'Egitto Abd El Kader e Sifris e Huri Rimestano fiele e veleno ... Nel vento che scuote Vagano nubi nel cielo Giovane, armata, ritta Tel Aviv sfreccia la notte. Menarah sulla rupe di guardia Malata di bruciore agli occhi..." (Natan Altermann, "Le notti di Canaan", in "La settima fila", vol. I, edizioni Am Oved 1950.) Ma la Gerusalemme ebraica non era né giovane né armata né ritta, era piuttosto un borgo cechoviano: smarrita, assente, piena di voci e dicerie vane, inerme, sgomenta di confusione e paura. Il 20 aprile 1948 David Ben Gurion, dopo una conversazione con David Shealtiel, il comandante delle milizie della Haganah a Gerusalemme, annota come gli è parsa la Gerusalemme ebraica: "L'elemento a Gerusalemme: 20% normali, 20% titolati (università e altro), 60% strambi (provinciali, medievali e simili)". (David Ben Gurion, "Diario della guerra del'48-49" redazione a cura di Gershon Rivlin e del dottor Elchanan Oren, vol. I, edizioni del ministero della Difesa 1983.) (Difficile sapere se abbia sorriso o meno, Ben Gurion, scrivendo questa riga del suo diario. In ogni caso, il quartiere di Kerem Abraham non andava compreso nella prima categoria, e nemmeno nella seconda.) Dal verduriere, il signor Babaiof, la vicina, la signora Lemberg, disse: "Ma io ormai a loro non ci credo più. Non credo più a nessuno. E' solo tutto un grande intrigo". La signora Rosendorf commentò: "Guai a parlare in questo modo. Mi perdoni. Scusi, mi perdoni se glielo dico: discorsi del genere abbattono ancora di più il morale di tutto il popolo. Che cosa pensa? Che i nostri ragazzi siano disposti ad andare a combattere
per lei, a rischiare le loro giovani vite, se dice che è tutto soltanto un intrigo?". Il verduriere disse: "Non invidio gli arabi. Ci sono degli ebrei in America, che fra poco ci forniranno alcune bombe atomiche". Mia madre: "Quegli scalogni non sembrano gran che belli. E nemmeno i cetrioli". La signora Lemberg (che mandava sempre un lieve odore di cipolle secche frammisto a sudore e un'eco di sapone acidulo): "E' tutto solo un grande intrigo, ve lo dico io! E' tutta scena! Una commedia! Ma se Ben Gurion zitto zitto si è già messo d'accordo di svendere tutta Gerusalemme al mufti e alle bande e al re Abdullah, e in cambio gli inglesi e gli arabi forse gli concederanno di tenere i suoi kibbutz e Nahalal e Tel Aviv e il comitato laburista. A loro importa solo di quello! Quel che sarà di noi, che ci massacreranno o ci bruceranno tutti, a loro non importa un fico secco. Gerusalemme, per loro sarebbe meglio che se ne andasse "faifen"; al diavolo, di modo che nello stato che vogliono farsi gli restino un po' meno revisionisti e un po' meno religiosi e anche un po' meno intellighenzia!". Le donne la misero subito a tacere: ma insomma! Signora Lemberg! Zitta! Bist du mesbigge? Es shtet da a kind! A parashstandiker kind!" (Ma siete matta? C'è un bambino! Un bambino di comprendonio!) Il "parashstandiker kind", il bambino stratega, sentenziò allora quel che aveva udito da suo padre o da suo nonno: "Quando gli inglesi se ne saranno tornati a casa, la Haganah, l'Etzel e il Lechi per certo si alleeranno e sconfiggeranno il nemico". Mentre la capinera invisibile, quella del melograno, la capinera "Per Elisa", restava della sua idea. Irremovibile: "Ti-da-da-dada". E di nuovo: "Ti-da-da-da-da". Poi, dopo una breve pausa di riflessione: "Ti-da-da-da-da!!".
44. Nel settembre e nell'ottobre del 1947 i giornali si riempirono di congetture, analisi, ipotesi e valutazioni: la proposta di spartizione sarebbe o meno stata presentata all'Assemblea generale dell'Onu? Le manovre arabe per mutare o annullare la proposta sarebbero o meno andate a buon fine? E qualora la proposta fosse arrivata al tavolo dell'Assemblea generale, si sarebbe ottenuta una maggioranza di almeno due terzi, indispensabile per l'approvazione? Ogni sera, finito di cenare, papà si sedeva fra me e mamma al tavolo della cucina. Dopo aver pulito la tovaglia cerata, vi stendeva sopra alcuni biglietti e cominciava a calcolare, con l'aiuto di una matita, sotto la pallida, malaticcia luce della fioca lampada della cucina, le nostre probabilità di far passare la mozione. Ogni sera che passava l'umore peggiorava. I suoi conteggi davano una sconfitta certa e schiacciante: "Tutti e dodici gli stati arabi e musulmani si coalizzeranno ovviamente contro di noi. La Chiesa cattolica sta fuor di dubbio manovrando per indurre gli stati cattolici a votare contro, dal momento che uno stato degli ebrei è in contraddizione con il fondamento della Chiesa, e nessuno è secondo al Vaticano in fatto di manovre dietro le quinte. Così presumibilmente perderemo tutti e venti i voti dei paesi dell'America Latina! D'altra parte, Stalin ordinerà senz'altro a tutti i suoi satelliti del blocco comunista di votare in conformità alla sua posizione rigidamente antisionista, di modo che avremo contro un altro buon numero di voti. Per non parlare dell'Inghilterra che rema contro di noi ovunque e in particolare nei domini che dipendono da lei, Canada e Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica: tutti faranno in modo di affossare le probabilità che sorga uno stato ebraico. E la Francia? E i paesi che la seguono? Ma la Francia per nulla al mondo
oserebbe mettersi contro i suoi milioni di musulmani a Tunisi, Algeri e in Marocco. La Grecia, dal canto suo, ha interessi commerciali in tutto il mondo arabo, e lo stesso si dica delle grandi comunità greche nei paesi occidentali. E l'America? Quanto all'America, è davvero definitivo l'appoggio dell'America al piano di spartizione? E se le manovre delle gigantesche compagnie petrolifere, se le macchinazioni dei nostri avversari nel dipartimento di Stato, riuscissero a mutare il proposito americano e piegassero improvvisamente la coscienza civile del presidente Truman?". Papà non faceva che tentare e ritentare questo calcolo dei rapporti di forza per la risoluzione Onu. Ogni sera provala daccapo a stornare la sconfitta, combinando coalizioni a spirale di paesi solitamente inclini a seguire le decisioni dell'America insieme ad altri cui forse conveniva dare un poco di filo da torcere agli arabi e altri ancora, piccoli e retti come la Danimarca, ad esempio, o l'Olanda, paesi che avevano visto da vicino l'orrore dello sterminio del popolo ebraico e adesso forse avrebbero trovato il coraggio di agire secondo coscienza e non secondo i dettami del petrolio, chissà... *** Anche nella villa Siluani del quartiere Sheikh Jarakh (una quarantina di minuti a piedi da casa nostra), tutta la famiglia si radunava la sera intorno a un foglio di carta posto sopra la cerata sul tavolo della cucina a ripetere calcoli, solo al rovescio? Facevano anche loro come noi, anche loro temevano per quel che sarebbe potuto succedere, per come avrebbe votato la Grecia, anche loro rosicchiavano la matita nel tormento d'incertezza sul voto dei paesi scandinavi? Anche da loro c'erano ottimisti e pessimisti e cinici e chi vedeva tutto nero? Anche a casa loro ogni sera si tremava, si facevano stime di trame e manovre e fili furbescamente tirati? Anche a casa loro tutti si domandavano quel che sarebbe successo, qui? Che cosa avrebbe riservato il futuro prossimo venturo? Avevano paura di noi così come noi avevamo paura di loro? E Aisha? E i suoi genitori, al quartiere di Talbiyeh? Forse in questo preciso momento, lei e tutti i suoi familiari si trovavano in una stanza piena di uomini baffuti e donne eleganti dal viso arcigno e dalle sopracciglia unite sopra l'attaccatura del naso, radunati intorno a ciotole piene di bucce d'arancia zuccherate, a bisbigliare e complottare "per affogarci nel nostro stesso sangue"? Suonava ancora qualche volta al pianoforte le melodie
imparate dalla sua maestra ebrea, Aisha? O invece ora le era proibito fare una cosa del genere? Oppure no. Forse, stavano muti al capezzale del loro piccino, Auad. Perché gli avevano amputato una gamba. Per colpa mia. Oppure lui stava morendo per un'infezione del sangue. Per colpa mia. I suoi occhi da cagnolino smarrito, occhi di cucciolo curiosi e ingenui, adesso erano chiusi. Stretti nella sofferenza. Il visino smunto e pallido come ghiaccio. La fronte solcata dagli spasmi di dolore. I bei riccioli deposti sul cuscino bianco. Dammi un momento ammi un momento. Sospirava e tremava di dolore. O piangeva sommessamente con un filo di voce, da neonato. Il piccolo dammiammi. E la sorella seduta al suo capezzale, che odiava me perché per colpa mia tutto per colpa mia per colpa mia l'avevano picchiata a morte, con il dorso della mano, selvaggiamente, con metodo l'avevano picchiata, colpi, affondi, uno dopo l'altro, sulla schiena, in testa, sulle spallucce, non come ogni tanto si picchia una bambina che ha fatto qualcosa che non va, no, come si batte un cavallo riottoso. Per colpa mia. *** Nonno Alexander e nonna Shlomit venivano qualche volta da noi, in quelle sere di settembre del 1947, per partecipare anche loro a quella specie di contrattazione di Borsa che faceva papà con i suoi conteggi. E anche Chayyim e Hannah Toran, o i Rodintzky, la zia Mala e lo zio Stashek, la famiglia Abramsky, i Rosendorf vicini di casa e anche gli altri, Toshia e Gustav Krokmal. Il signor Krokmal aveva un bugigattolo sulla discesa di via Gheulla, dove stava seduto tutto il giorno con un grembiule di cuoio e degli occhiali di corno, a riparare bambole: Riparazione artistica con attestato di Danzica, dottore in giocattoli Una volta, avrò avuto cinque anni, zio Gustav mi aveva aggiustato gratis, nella sua minuscola officina, la mia Tsilli, la bambola ballerina dai capelli rossi cui si era rotto il naso lentigginoso di bachelite. Con una colla delicata e una mano d'artista, il signor Krokmal l'aveva riparata talmente bene che non si vedeva quasi la cicatrice. Il signor Krokmal credeva nel dialogo con i nostri vicini arabi: secondo lui, i residenti della borgata di Kerem Abraham avrebbero fatto meglio a
formare una piccola ma rispettabile deputazione e mandarla a parlare con i "mukhtar" e gli "sheikh" e gli altri notabili dei quartieri e dei villaggi a noi vicini: in fondo c'erano sempre stati dei rapporti di buon vicinato e, anche se adesso tutto il paese era uscito di testa, non c'era alcuna ragione logica perché anche qui, a nord-ovest di Gerusalemme, un luogo dove non c'erano mai stati controversie né dissidi fra le due parti... Se solo avesse saputo un poco di arabo o di inglese, lui stesso, Gustav Krokmal, che da tanti anni curava i giocattoli degli arabi esattamente come faceva con quelli degli ebrei, senza fare alcuna distinzione fra gli uni e gli altri, non avrebbe esitata a prendere il suo bastone da passeggio e attraversare la terra di nessuno fra noi e loro, avrebbe bussato alle loro porte e spiegato con parole semplici, di casa in casa... Il sergente Wilk, il bel zio Dudek che sembrava un colonnello inglese del cinema e in effetti a quei tempi aveva fatto il poliziotto per gli inglesi a Gerusalemme, capitò da noi una sera a fare quattro chiacchiere, mi portò in dono un pacchetto di lingue di gatto di cioccolata marca C.D., prese una tazza di caffè diluito con infuso di cicoria, mangiò due biscotti, mi diede la vertigine con la sua uniforme nera e inamidata, le file di bottoni d'argento, la fascia di pelle che attraversava obliqua il petto, la pistola nera infilata nel fodero luccicante appeso ai fianchi - un leone predatore acquattato temporaneamente nella sua tana (solo il manico ammiccava luccicante dal fodero, procurandomi un fremito recondito ogni volta che gettavo lo sguardo). Zio Dudek si fermò da noi appena un quarto d'ora, e solo dopo essersi fatto pregare dai miei genitori e dai loro ospiti, lasciò trapelare, seppure restando nel vago, due o tre indizi appena di quel poco che lui, per parte sua, aveva afferrato da vaghi accenni di alcuni ufficiali di polizia inglesi delle alte sfere, e cioè che: "Tutti i vostri conteggi sono una perdita di tempo, purtroppo. Sono una perdita di tempo tutte le ipotesi. Non ci sarà nessuna spartizione. Qui non sorgeranno due stati, dal momento che tutto il Neghev rimarrà nelle mani degli inglesi, per permettere loro di difendere le loro immense basi nel Canale di Suez; inoltre continueranno a tenere Haifa, città e porto, e anche i grandi aeroporti di Lod, Ekron e Ramat David, nonché il gruppo di caserme di Sarafand. Tutto il resto, compresa Gerusalemme, se lo prenderanno gli arabi, dal momento che l'America vuole che, in cambio di questo, loro rinuncino a una specie di sacca fra Tel Aviv e Hadera da dare agli ebrei. Dentro questa sacca gli ebrei potranno avere un cantone autonomo, una
specie di cittadella vaticana ebraica, dove ci permetteranno di fare entrare, per gradi, cento, massimo centocinquantamila profughi ebrei dei campi. In caso di necessità, difenderanno questa sacca ebraica alcune migliaia di marine della sesta flotta americana, con le loro gigantesche portaerei, dal momento che non credono che, in condizioni del genere, gli ebrei potranno mai difendersi da soli". "Ma allora è un ghetto!" urlò il signor Abramsky con una voce tremenda. "Una Zona di Residenza, come in Russia ai tempi degli zar! Una prigione! Una cella d'isolamento!" Gustav Krokmal, dal canto suo, suggerì amabilmente, con un sorriso: "Sarebbe meglio che gli americani si riprendessero indietro questo regalo che vogliono farci, questa Lilliput fra Tel Aviv e Hadera, e piuttosto ci dessero in cambio, generosamente, le loro due portaerei: lì staremmo molto più comodi e molto più al sicuro. E anche un po' meno stretti". Mentre Mala Rodintzky pregava e supplicava il poliziotto, lo implorava come a nome di tutti noi: "E la Galilea? La Galilea, caro Dudek! E le vallate? Nemmeno quelle? Ci potrebbero almeno lasciare quella zona, no? Vogliono proprio portarci via fino all'ultima pecorella del gregge?". Papà commentò tristemente: "Ma quale ultima pecorella, Mala: ve n'era una soltanto, e anche quella son venuti a carpire". Dopo un breve silenzio, nonno Alexander sbottò in preda a un accesso di rabbia, tutto rosso in viso, e gonfio. Era fuori dai gangheri: "Ha perfettamente ragione, quel bastardo istigatore della moschea di Giaffa! Ha ragione! Noi siamo veramente della spazzatura! Insomma: è la fine! "Vso! Khvatit!" Hanno ragione, eccome, tutti gli antisemiti del mondo. Ha ragione Chmeneltzky. Ha ragione Patliora. Ha ragione persino Hitler: insomma. Veramente abbiamo addosso una maledizione! Veramente Dio ci odia! E io", nonno gemette, era paonazzo e schizzava saliva da tutte le parti, mentre batteva col pugno sul tavolo così forte da far tintinnare i cucchiaini dentro le tazze di tè, "e io, io, be', insomma, "ti sqazal", sapete, ecco, proprio come lui, Dio, odia noi, io lo ricambio di pari moneta! Odio Dio! Che crepi! Quel farabutto di Berlino ormai è bruciato, ma lassù ce ne sta un altro, di Hitler! Che è peggio ancora! Be'? Allora? Se ne sta lassù e ride di noi, il bastardo!". Nonna Shlomit lo prese per il braccio e strillò: "Ziuzya! Basta! "Shto ti gavarish", che cosa dici! "Genug! Iber genug", è abbastanza e persino di più!".
In qualche modo riuscirono a calmarlo: servendogli un goccio di Cognac e qualche biscotto. Mentre lo zio Dudek, il sergente Wilk, pensò presumibilmente che discorsi come quelli che nonno aveva appena tuonato con la forza della disperazione era meglio non tenerli al cospetto della polizia. Dunque si alzò, si mise il suo spettacolare cappello dalla visiera autoritaria, si aggiustò il fodero della pistola sul fianco sinistro, e dalla porta ci elargì un'occasione di grazia, un raggio di luce, un moto di compassione e di disponibilità, nonostante tutto, a prendere in considerazione le nostre rimostranze, per lo meno in una certa misura: "Ma c'è un ufficiale, un irlandese, proprio un tipo, che non fa che ripetere la stessa cosa, e cioè che gli ebrei hanno più cervello di tutto il resto del mondo messo insieme, e alla fine cascano sempre in piedi. Così dice lui. La questione è solo: cascheranno sui piedi, ma di chi? Salve a tutti. Vi raccomando di non riferire nulla di quello che vi ho raccontato, dal momento io che dispongo di informazioni riservatissime" (per tutta la vita, anche quando era ormai vecchio, e da sessant'anni a Gerusalemme, zio Dudek continuò ostinatamente a dire "dal momento io che", e a nulla valsero tre generazioni di devoti puristi ansiosi di insegnargli a dire "dal momento che io". A nulla valsero gli anni di servizio come alto ufficiale di polizia e comandante della centrale israeliana a Gerusalemme, e poi come vicedirettore generale del ministero del Turismo. Rimase sempre sulle sue: "dal momento io che sono un ebreo testardo!").
45. Durante la cena papà mi spiegò che all'Assemblea generale dell'Onu, che si sarebbe svolta il 29 novembre a Lake Success, vicino a New York, era richiesta una maggioranza di non meno dei due terzi, perché venisse approvata la proposta della maggioranza dei membri dell'UNSCOP di creare nei territori del mandato britannico due stati indipendenti, uno ebraico e uno arabo. I paesi del fronte islamico, insieme al governo dell'Inghilterra, avrebbero fatto di tutto per impedire la formazione di tale maggioranza: la loro aspirazione era infatti che tutta la regione diventasse uno stato arabo sotto la protezione degli inglesi, proprio come nel caso di altri paesi arabi, fra i quali l'Egitto, la Transgiordania e l'Iraq, di fatto sotto le ali britanniche. Nella direzione opposta, e cioè in linea con il progetto di spartizione, stava agendo il presidente Truman, che lottava addirittura contro il suo dipartimento di Stato. L'Unione Sovietica di Stalin aderì inaspettatamente al fronte degli Stati Uniti, appoggiando così la fondazione di uno stato per gli ebrei accanto a uno per gli arabi, in terra d'Israele: presumibilmente Stalin aveva previsto che tale spartizione avrebbe generato nella zona un annoso e violento conflitto, che gli avrebbe dato accesso nelle zone d'influenza inglese in Medio Oriente, vicino ai pozzi di petrolio e al Canale di Suez. Le complicate manovre delle grandi potenze s'intersecavano a vicenda, probabilmente insieme ad appetiti di ordine religioso: il Vaticano sperava di conquistare un'influenza decisiva su Gerusalemme, che il progetto di spartizione destinava a un protettorato internazionale, in altre parole né musulmano né ebraico. Considerazioni guidate dalla coscienza e dal sentimento incontravano calcoli egoistici e cinici (alcuni governi europei
speravano così di risarcire in qualche modo il popolo ebraico per la perdita di un terzo dei suoi figli e delle sue figlie per mano degli assassini tedeschi e per secoli di persecuzioni. Tuttavia, quegli stessi paesi benpensanti non disdegnavano l'eventualità di canalizzare lontano dai loro territori e lontano dall'Europa stessa il flusso di centinaia di migliaia di ebrei profughi dell'Europa orientale, disgraziati senza più nulla, che dalla caduta della Germania marcivano nei campi di raccolta sparsi in tutta Europa). Fino al momento stesso della votazione, restò difficile fare previsioni di sorta: pressioni e lusinghe, minacce e accordi segreti, atti di corruzione vera e propria, tutto venne messo in atto pur di conquistare a una parte o all'altra il voto di tre o quattro piccole repubbliche dell'America Latina o dell'Estremo Oriente, paesi le cui voci avrebbero decretato le sorti del voto. Il governo del Cile, che s'accingeva ad approvare il progetto di spartizione, subì pressioni da parte degli arabi e il suo rappresentante all'Onu ricevette l'ordine di votare contro. Haiti annunciò che intendeva votare contro. La deputazione della Grecia propendeva per l'astensione, ma anche questa, all'ultimo momento, decise di unirsi al fronte arabo. L'inviato delle Filippine non si sbilanciò. Il Paraguay esitava, il suo ambasciatore all'Onu, il dottor Cesar Acosta, si lamentò del fatto che il suo governo non gli avesse dato istruzioni precise. In Siam scoppiò una rivoluzione, il nuovo governo aveva ritirato la missione all'Onu e non ne aveva ancora nominata una nuova. La Liberia, del resto, aveva promesso di votare a favore. Haiti cambiò idea, per influenza dell'America, e decise di votare per la spartizione. (George Garcia-Granados, "Così è nato lo stato d'Israele", edizioni Achiasaf 1951.) Mentre da noi, in via Amos, al negozio del signor Auster o nella cartoleria e rivendita di giornali del signor Caleko, si vociferava di un diplomatico arabo di bell'aspetto che aveva conquistato la rappresentante di un piccolo paese, e l'aveva persuasa a votare contro la proposta di spartizione, nonostante il suo governo avesse già promesso il proprio sostegno agli ebrei. "Ma in quattro e quattr'otto," raccontava allegramente il signor Kolodoni, proprietario della Stamperia Kolodoni, "in quattro e quattr'otto hanno spedito un ebreo lesto di gambe, a riferire tutto di corsa al marito della diplomatica innamorata, nonché una ragazza ebrea lesta di gambe a riferire tutto alla moglie del diplomatico dongiovanni, e, come se ancora non bastasse, gli hanno reso anche... " (a questo punto la conversazione passò in yiddish, per non darmi modo di capire).
Il prossimo Shabbat, così si diceva da noi, il sabato mattina, tutti i delegati dell'Assemblea generale si sarebbero riuniti in un luogo chiamato Lake Success, e avrebbero decretato il nostro destino: "Vivere o morire! ", esclamò il signor Abramsky. Mentre la signora Toshia Krokmal portò dall'ospedale delle bambole di suo marito una prolunga della macchina da cucire elettrica, sì che i Lemberg potessero tirare fuori il loro nero e pesante apparecchio radio e metterlo sul tavolo del balcone (era l'unica radio di tutta via Amos, se non di tutto il quartiere di Kerem Abraham). Lassù sul balcone dei Lemberg, la radio sarebbe stata accesa al massimo del volume. Mentre tutti noi come un sol uomo ci saremmo radunati da loro, in cortile, per la strada, sul balcone di sopra e su quello di fronte, sul marciapiede davanti al cortile, di modo che tutta la via sentisse "la trasmissione dal vivo" (così si definiva all'epoca una trasmissione "in diretta"), e sapesse subito quale sarebbe stato il verdetto e che cosa ci avrebbe riservato il futuro ("sempre che ci sia spazio per qualche futuro, dopo questo Sabato"). "Lake Success," spiegò papà, "in ebraico significa: lago del successo. Vale a dire, la metamorfosi del mare di lacrime che in Bialik raffigura il destino del nostro popolo. Sua altezza," aggiunse, "noi per certo questa volta vi concederemo di partecipare all'evento, nell'ambito del vostro nuovo status di smaccato lettore di giornali nonché nel contesto del vostro ruolo di commentatore strategico e politico." Mamma disse: "Sì, però con il maglione. Fa già freddo". Solo che quel sabato mattina risultò che la fatale votazione si sarebbe svolta a Lake Success nelle prime ore del pomeriggio, quando da noi sarebbe stata ormai sera inoltrata, data la differenza di fuso orario fra New York e Gerusalemme. O forse non a causa del diverso fuso, piuttosto per via del fatto che Gerusalemme si trovava in un posto sperduto, oltre i Monti di Tenebra, lontano dal mondo vero, e tutto ciò che accadeva laggiù arrivava da noi sempre e solo come l'eco di un'eco, fievole, sbiadita, e sempre con grande ritardo. La votazione, così si calcolò da noi, si sarebbe svolta a un'ora ormai molto tarda per Gerusalemme, intorno a mezzanotte, un'ora in cui questo bambino dovrebbe ormai dormire nel suo letto perché comunque anche domani ci si dovrà alzare per andare a scuola. Fra papà e mamma passò qualche rapida frase, ci fu una breve trattativa in polacco "shzapageno" o in russo "yanikaeviano", e a conclusione mamma disse:
"Forse, comunque, conviene che questa sera tu vada a dormire come al solito, noi ci siederemo in cortile vicino al muretto a sentire la trasmissione dal balcone dei Lemberg, e se l'esito sarà buono allora ti sveglieremo foss'anche mezzanotte, per raccontarti tutto. Promesso". *** Oltre mezzanotte, verso la fine della votazione; mi svegliai. Il mio letto stava sotto la finestra che dava verso la strada, e non ebbi che da tirarmi su, mettermi in ginocchio e sbirciare tra le fessure delle persiane. Da tremare. Come dentro un sogno spaventoso, stavano strette e mute e immobili sotto la luce giallastra del lampione frotte di ombre dritte nel nostro cortile, in quelli vicini, sui marciapiedi, sulla strada, come una riunione plenaria di spettri taciturni sotto quella luce diafana, su tutti i balconi, centinaia di uomini e donne e nemmeno un fruscio, vicini e conoscenti ed estranei, alcuni in abiti già da notte e altri in giacca e cravatta, qua e là qualche signore con cappello o berretto. Donne a capo scoperto e altre in vestaglia e con il fazzoletto in testa, su qualche spalla bambini addormentati, in fondo alla folla una vecchia seduta su uno sgabello o un anziano portato fuori per strada sulla sedia. Tutta questa gente pareva pietrificata dentro un silenzio notturno spaventoso, quasi non fossero persone vere e invece sagome scure disegnate sopra la volta baluginante della tenebra. Come se fossero tutti morti, in piedi. Non una parola non un colpo di tosse non una pedata. Non una zanzara che ronzasse. Solo la voce profonda, ruvida, del giornalista americano che sbucava dalla radio a tutto volume e faceva fremere l'aria della notte, o forse era la voce stessa di Osvaldo Arania del Brasile, il presidente dell'Assemblea dell'Onu. Uno dopo l'altro, leggeva i nomi degli ultimi stati della lista, secondo l'alfabeto inglese, e subito dopo rimbombava nel microfono l'esito del voto. "United Kingdom: abstence. Union of Soviet Socialist Republics: yes. United States: yes". Uruguay: sì. Venezuela: sì. Yemen: contro. Iugoslavia: astenuta. Poi la voce si fermò di colpo. D'un tratto un silenzio d'altri mondi scese e agghiacciò tutta la scena, un silenzio terrificante, un silenzio di tragedia, un silenzio pieno di fiati sospesi quale non avevo mai sentito in vita mia ne mai più sentii, prima e dopo di allora. Poi la voce spessa, un poco rauca, riprese a far tremare l'aria attraverso la radio, e a ricapitolare con una secchezza ruvida ma gravida di allegria: trentatré a favore. Tredici contro. Dieci astenuti e uno stato assente dall'assemblea. La proposta era accolta.
Con ciò, la voce fu inghiottita da un ruggito sbucato dalla radio, che risaliva dalle gallerie della sala di Lake Success impazzite di gioia, e dopo altri due o tre secondi di sbigottimento, di labbra schiuse come per sete e di occhi sgranati, di colpo anche la nostra strada sperduta ai margini di Kerem Abraham nel Nord di Gerusalemme scoppiò in un primo urlo tremendo, che lacerò il buio e le case e gli alberi, un urlo che si lancinò da solo, un urlo non di gioia, non aveva nulla a che vedere con il grido di tifosi sportivi, non assomigliava a nessun furor di popolo, forse era piuttosto una specie di esclamazione di orrore e sconcerto, un grido da cataclisma, un urlo che spaccava le pietre, ecco cos'era, che raggelava il sangue, quasi che tutti i morti già uccisi e quelli che sarebbero stati uccisi in futuro avessero avuto in quel momento un infinitesimo istante per gridare, e subito dopo ecco che quel primo urlo orripilato si trasformò in una moltitudine di grida di gioia e in una notte di festa e di "il popolo d'Israele vive!" e qualcuno che tentava invano di cominciare a cantare l'inno e strilli di donne e applausi e "qui nella terra degli avi", e tutta la folla che pian piano cominciava a muovere in tondo come mescolata dentro un gigantesco mastello e niente più confine fra lecito e proibito, così saltai dentro un paio di pantaloni ignorando camicia e maglione, e mi catapultai d'un balzo fuori dalla nostra porta, mentre le mani di qualche vicino o di un estraneo mi sollevavano perché non fossi calpestato e mi passarono avanti, stavo volando di mano in mano, sinché non atterrai sulle spalle di mio padre presso il cancello del nostro cortile: mio padre e mia madre erano abbracciati, avvinti l'uno all'altra come due bambini smarriti nel bosco, come non li avevo mai visti né mai più li vidi, né prima né dopo quella notte, e io per un momento stetti fra loro in mezzo al loro abbraccio e poi di nuovo sulle spalle di papà e lui, mio padre, sempre così civile ed educato, lui ora urlava con quanto fiato aveva in gola, non parole né giochi di parole e nemmeno slogan sionisti o grida di gioia, no, era un urlo lungo, nudo, come di prima che inventassero le parole. Altri invece già cantavano, tutta la folla cantava, credimi verrà il giorno o qui nella terra degli avi, o Sion mia meraviglia, o sui monti brilla la nostra luce, o da Metullah al Neghev, ma mio padre che non sapeva cantare o forse non conosceva le parole di quei ritornelli, mio padre invece di tacere liberò tutta la sua voce in quell'urlo lungo fino in fondo ai suoi polmoni aaaahhhhhhhhhhhhh e quando finiva l'aria inspirava di nuovo, come chi affoga, e riprendeva a urlare, quell'uomo che avrebbe tanto desiderato diventare un distinto professore ed era altro che degno di diventarlo, adesso
invece era tutto solo un aaaahhhhh. E io vidi stupefatto la mano di mia madre che passava sul capo sudato di lui e sulla nuca e subito la sentii, la sua mano, anche sul mio capo e sulla schiena perché forse anch'io, senza rendermene conto, mi ero messo a dar manforte all'urlo di mio padre, e la mano di mia madre continuava ad accarezzarci entrambi, forse per quietarci o forse no, forse non per quietarci, forse dal profondo anche lei cercava di partecipare con lui e con me al nostro urlo, insieme a tutta la via e a tutto il vicinato e a tutta la città e a tutto il paese, anche la mia malinconica madre questa volta faceva del suo meglio per prendere parte (no, certo non tutta la città, solo tutti i quartieri ebraici, perché invece Sheikh Jarakh e Katmon e Baqaa e Talbiyeh quella notte certamente udirono noi ma si avvolsero in un silenzio che forse assomigliava molto a quello terrificante che era calato su tutti i quartieri ebraici prima che fosse noto l'esito della votazione. A casa Siluani, a Sheikh Jarakh e a casa dei genitori di Aisha a Talbiyeh e a casa di quel signore del negozio di abbigliamento da donna, quell'adorato Geppetto con le pesanti borse di lacrime sotto gli occhi buoni, a casa loro quella notte nessuno festeggiò. Udirono le voci di gioia dai quartieri ebraici, forse si misero alla finestra a guardare qualche sparuto fuoco artificiale che spezzò il buio del cielo, in silenzio e a denti stretti. Persino i pappagalli tacquero. E anche la fontanella della vasca in giardino. Anche se né Katmon né Talbiyeh né Baqaa ancora potevano sapere che nel giro di cinque mesi sarebbero caduti, deserti e intatti nelle mani degli ebrei, e in tutte le case di pietra rossastra con le volte e le tende e le nicchie e gli archi sarebbero arrivati dei nuovi inquilini). *** Poi in via Amos e in tutta la borgata di Kerem Abraham e negli altri quartieri ebraici vi furono danze e lacrime, comparvero bandiere e slogan scritti su teli di stoffa, e macchine che suonavano il clacson e "Verso Sion prodigio e bandiera", "Qui nella terra degli avi" e da ogni sinagoga sbucavano i suoni dello "shofar", del corno di montone, i rotoli della Torah furono tirati fuori dall'Arca santa e portati in festa nella danza, e "A Yavne in Galilea", "Cantate guardate e vedete/questo grande giorno" e più tardi, alle ore piccole della notte, si aprì improvvisamente il negozio del signor Auster e si aprirono tutti i chioschi in via Sofonia e in via Gheulla e in via Chanselor e in via Giaffa e in via King George, aprirono i bar di tutta la città e ancora all'alba distribuivano gratis bevande leggere e dolci e torte e
anche bevande alcoliche, e di mano in mano di bocca in bocca passavano bottiglie di succo e birra e vino, e c'erano sconosciuti che si abbracciavano per le strade e si baciavano piangendo, e poliziotti inglesi sbigottiti trascinati anche loro nelle danze e ammorbiditi con pinte di birra e liquore, e sui corazzati dell'esercito britannico gente in festa che s'arrampicava e issava in cima bandiere di uno stato che non era ancora nato ma quella notte, a Lake Success, era stato deciso che sarebbe potuto nascere. E sarebbe nato, sì, dopo ancora centosessantasette giorni e notti, il venerdì 14 maggio del 1948, ma uno su cento di tutta la popolazione ebraica, uno fra cento uomini e donne e anziani e bambini e poppanti tutti compresi, uno fra ogni cento di quei danzatori festanti che bevevano e piangevano di felicità, uno su cento di quel popolo giubilante quella notte di festa per le strade, sarebbe morto nella guerra che gli arabi intrapresero meno di sette ore dopo la decisione dell'Assemblea generale a Lake Success. In loro aiuto arrivarono, alla partenza dell'esercito inglese, le forze della Lega araba, battaglioni di fanteria e mezzi corazzati e artiglieri e aerei da combattimento e bombardieri: da sud e da est e da nord invasero il paese gli eserciti regolari di cinque stati arabi, con l'intenzione di porre fine allo stato entro un giorno o due, dal momento della dichiarazione. Ma, mentre galleggiavamo dentro la notte del 29 novembre 1947, io a cavalcioni sulle sue spalle, fra cordoni di gente che festeggiava ballando, mio papà mi disse, non come per chiedermelo, no, me lo disse piuttosto come per puntellare la sua stessa percezione del momento, disse mio padre: tu guarda solo bimbo mio, guarda solo ben bene figliolo, con sette occhi guarda per favore tutto questo, perché questa notte figliolo tu non la dimenticherai sino alla fine della tua vita e di questa notte racconterai ai tuoi figli nipoti e nipotini, ancora per molto tempo dopo che noi ormai non saremo più qui. *** Verso mattina, in un'ora in cui solitamente a nessun bambino sarebbe stato concesso di non dormire già da un pezzo nel suo letto, forse le tre forse le quattro, mi infilai vestito sotto la coperta, al buio. Ma ecco che dopo qualche tempo la mano di papà sollevò la coperta, sempre al buio, non per prendersela con me perché ero andato a letto vestito, invece per distendersi accanto a me, anche lui con addosso i vestiti madidi di sudore di folla, proprio come i miei. (Da noi vigeva una legge ferrea: mai, in nessun
caso e per nessuna ragione, mai infilarsi vestiti sotto le lenzuola.) Mio padre rimase qualche minuto lì accanto a me in silenzio, pensare che di solito aveva ribrezzo per il silenzio e nutriva l'ansia costante di scacciarlo via. Invece questa volta non intaccò nemmeno quel silenzio lì fra noi, piuttosto vi partecipò, solo la sua mano mi accarezzava delicatamente il capo. Come se al buio mio padre fosse diventato mamma. Poi sottovoce mi raccontò, senza chiamarmi mai né vostra altezza né sua eccellenza, quel che avevano fatto a lui e a suo fratello David dei teppisti a Odessa e quel che gli avevano fatto dei compagni al liceo polacco di Vilna, e anche le ragazze avevano partecipato, e l'indomani, quando suo padre, nonno Alexander, era venuto a scuola a protestare per quell'offesa, invece di restituirgli i pantaloni strappati, quei bulli si erano avventati sotto i suoi occhi anche su suo padre, sul nonno, l'avevano scaraventato per terra e gli avevano levato giacca e pantaloni in mezzo al cortile della scuola, mentre le ragazze ridevano e dicevano sconcezze, dicevano che gli ebrei sono tutti così e cosà, e gli insegnanti, dal canto loro, avevano visto tutto ma erano rimasti zitti e forse anche loro avevano riso. E ancora con la voce del buio e ancora con la mano che girava fra i miei capelli (che di solito non accarezzava mai), mio padre mi disse sotto la coperta, era quasi l'alba con la luce del 30 novembre 1947: "Certamente capiterà anche a te di essere molestato da dei bulli per strada o a scuola. E forse ti molesteranno proprio perché tu sei ancora capace di assomigliare un poco a me. Ma d'ora in poi, dal momento in cui avremo uno stato, d'ora in poi mai nessuno più ti molesterà soltanto perché sei ebreo e perché gli ebrei sono così e cosà. Questo - no. Mai più. Da stanotte, è tutto finito. Finito per sempre". Allora allungai la mia mano dormicchiante per toccargli il viso, un poco sotto la fronte alta, e d'un tratto invece degli occhiali le dita incontrarono lacrime. Mai in vita mia, né prima né dopo quella notte, neppure alla morte di mia madre, mai vidi mio padre che piangeva. E in fondo, anche quella notte, no che non lo vidi: era buio pesto in camera. Solo la mia mano sinistra, vide. Circa tre ore dopo, alle sette del mattino, mentre tutti noi dormivamo così come, forse, la strada e l'isolato intero, a Sheikh Jarakh qualcuno sparò contro un'ambulanza ebraica diretta dal centro città all'ospedale Hadassah sul Monte Scopus. Un po' dappertutto nel paese, degli arabi assaltarono autobus ebraici uccidendo e ferendo i passeggeri, fecero fuoco con armi
leggere ma anche con mitragliatrici contro quartieri periferici e abitati isolati. Il Comitato arabo supremo sotto la guida di Jamal Husseini dichiarò uno sciopero generale in tutti gli insediamenti arabi, e spedì le masse nelle strade e nelle moschee, dove i leader religiosi dichiararono aperta la "jiad" contro gli ebrei. Centinaia di arabi armati uscirono nel giro di due giorni dalla Città Vecchia, cantando inni di sangue e tuonando versetti del Corano, "Idbach al Yabud", sparando a raffica per aria. La polizia inglese li accompagnò per strada e un mezzo corazzato britannico, correva voce, era alla testa della turba che fece irruzione nel centro commerciale ebraico nella zona orientale di via Mamila e dopo averlo saccheggiato diede fuoco a tutto il quartiere. Quaranta negozi bruciati. Poliziotti e soldati inglesi misero dei posti di blocco lungo via Princess Mary, impedirono alle forze dell'organizzazione Haganah di venire in aiuto degli ebrei rimasti intrappolati nel centro commerciale, sequestrarono addirittura le armi degli uomini dell'Haganah e ne arrestarono sedici. L'indomani, per rappresaglia, alcuni membri della brigata Etzel diedero fuoco al cinema Rex, che apparteneva presumibilmente a degli arabi. Durante la prima settimana di disordini furono uccisi circa venti ebrei. Alla fine della seconda settimana in tutto il paese si contavano duecento vittime, fra ebrei e arabi. Dall'inizio di dicembre 1947 sino al marzo del 1948 furono sempre gli arabi ad aggredire: gli ebrei a Gerusalemme e in tutto il paese poterono ricorrere soltanto a un'autodifesa statica, dal momento che gli inglesi bloccavano ogni tentativo dell'Haganah di prendere l'iniziativa e partire al contrattacco, arrestavano i suoi uomini e confiscavano le loro armi. Le forze arabe locali, per metà regolari, fra le quali si contavano centinaia di volontari armati giunti dai paesi arabi vicini e circa duecento soldati inglesi che avevano disertato per passare dalla parte degli arabi e combattere al loro fianco, bloccarono le strade del paese, riducendo la presenza ebraica a un mosaico discontinuo di abitati e grappoli di abitati sotto assedio, che si potevano rifornire di viveri, carburante e munizioni solo con dei convogli scortati. Mentre gli inglesi continuavano ad avere la responsabilità di governo sul paese, usandola soprattutto per sostenere gli arabi nella loro guerra e legare le mani agli ebrei, la Gerusalemme ebraica fu a poco a poco isolata dal resto della regione. L'unica strada che collegava la città con Tel Aviv venne chiusa dagli arabi, e solo ogni tanto, a prezzo di pesanti perdite, qualche convoglio con cibo e approvvigionamenti vari riusciva a risalire dalla piana costiera fino a Gerusalemme. Alla fine del dicembre '47 le zone
ebraiche della città erano di fatto già sotto assedio. Milizie regolari irachene, cui le autorità britanniche avevano dato il permesso ufficiale di occupare le pompe d'acqua a Rosh Ha Ain, fecero saltare per aria gli impianti, lasciando così la Gerusalemme ebraica senz'acqua, a parte quella attinta dalle cisterne e dai bacini. Quartieri ebraici isolati come quello entro le mura della Città Vecchia, Yamin Moshe, Mekhor Chayyim e Ramat Rachel, subirono un assedio dentro l'assedio, e persero ogni contatto con le altre parti della città. Un "comitato provvisorio" nominato dall'Agenzia ebraica organizzò il razionamento del cibo e del contenuto delle autobotti che fra un cannoneggiamento e l'altro passavano per le strade a distribuire, una volta ogni due o tre giorni, un secchio d'acqua per persona. Pane, verdure, zucchero, latte, uova e altri generi alimentari erano fissati secondo rigide quote e assegnati con una tessera annonaria per famiglia, finché non vennero a mancare anche queste provviste, e al loro posto ricevevamo saltuariamente misere dosi di latte in polvere, fette biscottate secche e uova in polvere dallo strano odore. Farmaci e forniture sanitarie erano quasi esauriti. I feriti a volte erano operati senza anestesia. Anche l'energia elettrica venne a mancare, e visto che non c'era modo di procurarsi carburante, per molti mesi vivemmo al buio. O a lume di candela. *** Il nostro angusto, seminterrato appartamento si trasformò in una sorta di rifugio di guerra per gli inquilini dei piani di sopra, un riparo considerato al sicuro da bombe e cannoneggiamenti. Tutti i vetri erano stati smontati e al loro posto le finestre erano state sigillate con delle barricate di sacchi di sabbia. Una perenne, cavernosa oscurità dimorò da noi, notte e giorno, dal marzo '48 sino all'agosto, forse al settembre successivo. In quel buio fitto, con l'aria che puzzava di muffa e di chiuso, si stipavano da noi, stretti sui materassi o sulle stuoie, venti, anche venticinque persone - vicini, estranei, conoscenti, profughi di quartieri sul fronte, fra i quali anche due anziane bacucche che stavano tutto il giorno sedute imbambolate per terra in corridoio, un vecchio mezzo matto convinto di essere il profeta Geremia con i suoi lai incessanti sulla distruzione di Gerusalemme, che annunciava camere a gas arabe presso Ramallah, "dove avevano già cominciato a soffocarci dentro duemilacento ebrei al giorno". C'erano anche nonno Alexander e nonna Shlomit, anche il fratello maggiore di nonno Alexander, lo zio Yosef in persona - il professor
Klausner -, insieme alla cognata, la moglie di suo fratello, Haya Elizedek: i due erano riusciti a scappare via per il rotto della cuffia dal quartiere di Talpiyot, appena prima che fosse isolato e assaltato, e avevano trovato rifugio qui da noi. Stavano vestiti e con le scarpe ai piedi, un po' appisolati e un po' svegli, dato che per colpa del buio si faticava a distinguere il giorno dalla notte, sul pavimento del cucinino, ritenuto il punto meno rumoroso di tutta la casa (anche il signor Agnon, così si diceva da noi, aveva lasciato Talpiyot con la famiglia ed era andato a stare a casa di amici, a Rechavia). Lo zio borbottava con la sua voce sottile, un po' piagnucolosa, sulla sorte della sua biblioteca e dei suoi preziosi manoscritti che aveva lasciato a Talpiyot e chissà se mai più avrebbe rivisto. L'unico figlio di Haya Elizedek, Ariel, si era arruolato ed era andato a combattere per la difesa di Talpiyot, e per molto tempo non si seppe nemmeno se fosse vivo o morto, ferito e prigioniero. (Sulla sua esperienza durante la guerra di liberazione a Gerusalemme Ariel Elizedek, cugino di mio padre, ha scritto in "Spada Assetata", edizioni Achiasaf 1950. [N.d.A.]) I coniugi Myudovnik, il cui figlio Grisha militava nelle file del Palmach, erano fuggiti dalla loro casa, situata sulla linea dei combattimenti nel quartiere Bet Israel, e anche loro si erano installati da noi, insieme ad altre famiglie strette in quella stanzetta che prima della guerra era stata la mia. Guardavo il signor Myudovnik intimorito, quasi con il fiato sospeso, da quando avevo saputo che era l'autore del libro verdolino sul quale tutti studiavamo alla scuola Tachmoni: "Aritmetica per gli studenti della Terza", di Mattatiahu Myudovnik. Una mattina il signor Myudovnik uscì per delle commissioni e la sera non tornò. Nemmeno l'indomani. Sua moglie si recò dunque all'obitorio municipale, indagò quel che si poteva indagare e tornò tutta allegra, dal momento che suo marito non si trovava fra i morti. E dato che il signor Myudovnik non ricomparve nemmeno il giorno dopo, mio padre iniziò a scherzare, a dar fondo come al solito alle sue battute con voce tonante pur di spazzare via il silenzio e disperdere la malinconia: Matatia Matatia, diceva, perché sei andato via, hai forse trovato una gonnella partigiana e per lei ti sei armato? (e qui papà certo non si fece scappare il sottile gioco di parole implicito nell'assonanza, in ebraico, fra "bacio" e "arma"). Se non che, dopo aver fatto invano lo spiritoso per un buon quarto d'ora, mio padre di colpo divenne serio, si alzò e andò anche lui all'obitorio dove, grazie alle calze, le calze che egli stesso aveva prestato un giorno prima a
Mattatiahu Myudovnik, riuscì a identificare il cadavere maciullato dalla granata davanti al quale la signora Myudovnik era passata senza riconoscerlo, dal momento che non restava più traccia di faccia. *** Mia madre e mio padre e io durante i mesi dell'assedio dormivamo su un materasso in fondo al corridoio, mentre saltellavano continuamente sopra di noi lunghe file di bisognosi dei servizi. Il bagno peraltro ormai puzzava impietosamente, dal momento che mancava l'acqua per lo sciacquone del gabinetto e la finestrella era stata sigillata con dei sacchi di sabbia. Tutti i momenti, a ogni bombardamento, la montagna intera tremava e insieme a essa sussultavano gli edifici di pietra. Capitava che mi svegliassero delle urla raggelanti ogni volta che qualcuno, addormentato su un materasso in casa nostra, aveva un incubo. Il primo novembre un'autobomba scoppiò accanto alla sede del giornale ebraico in lingua inglese "Palestine Post". L'edificio venne completamente distrutto e i sospetti caddero su alcuni gendarmi inglesi che collaboravano con l'offensiva araba. Il 10 febbraio le milizie a difesa del quartiere Yamin Moshe riuscirono a respingere un pesante attacco a opera di forze arabe semiregolari. Domenica 22 febbraio, alle sei e dieci del mattino, un'organizzazione che si definiva "Forze fasciste britanniche" fece saltare tre camion carichi di dinamite in via Ben Yehudah, nel cuore della Gerusalemme ebraica. Stabili di sei piani crollarono, ridotti in polvere, e una consistente parte della strada divenne un cumulo di macerie. Cinquantadue inquilini ebrei rimasero uccisi dentro le loro case, circa centocinquanta vennero feriti. Quel giorno il mio miope padre si alzò e andò alla stazione della guardia civile, allestita nel vicolo presso via Sofonia: voleva che lo prendessero nelle loro file. Fu costretto ad ammettere che la sua precedente esperienza militare non comprendeva altro che la formulazione di qualche volantino in inglese per il movimento clandestino ("Vergogna alla perfida Albione!", "Bando all'oppressore inglese!" e altri del medesimo tenore). L'11 marzo l'assai familiare vettura del console americano a Gerusalemme, guidata dall'autista arabo della missione, entrò nel cortile della sede dell'Agenzia, il cuore delle istituzioni ebraiche non solo di Gerusalemme ma di tutto il paese. Una parte dell'edificio dell'Agenzia saltò per aria, decine di persone vennero uccise e ferite. Nella terza settimana di
marzo fallirono i tentativi di fare arrivare a Gerusalemme dalla piana costiera dei convogli di viveri e approvvigionamenti: la morsa dell'assedio si stringeva e la città era sulla soglia della morte per fame, sete ed epidemie. *** Già a metà dicembre del 1947 le scuole del nostro quartiere erano state chiuse. E noi, i bambini della terza e della quarta tanto del Tachmoni quanto della Casa dell'educazione, una mattina fummo radunati in una casa vuota in via Malachia. Un ragazzo abbronzato e vestito in modo trasandato che fumava sigarette Matosin, di cui conoscevamo solo il soprannome, Garibaldi, ci parlò per una ventina di minuti con profonda serietà, con un piglio risoluto e sbrigativo quale avevamo sentito usare sino ad allora solo fra gli adulti. Garibaldi ci ordinò di sguinzagliarci per tutti i cortili e magazzini e raccogliervi sacchi vuoti ("poi li riempiremo di sabbia"), bottiglie vuote ("c'è qualcuno capace di riempirle con dei cocktail che saranno certamente assai graditi al nemico"). Ci insegnarono anche a raccogliere nei campi di sterpaglie e nei cortili abbandonati una specie di erba di campo detta malva ma che tutti chiamavamo con il nome arabo, "chibeza": quest'erba alleviava i morsi tremendi della fame a Gerusalemme. Le mamme cuocevano o friggevano quest'erba e ne ricavavano poi delle specie di polpette o delle minestre color spinacio dal sapore persino più terrificante di quello degli spinaci. Inoltre, furono stabiliti per noi dei turni di guardia: a ogni ora del giorno due di noi da un tetto in buona posizione su via Ovadia guardavamo verso le mura del campo militare inglese Schneller, ogni tanto una staffetta correva alla sede del comando in via Malachia a riferire a Garibaldi o a uno dei suoi aiutanti quel che i Tommy laggiù stavano facendo o se per caso si vedevano dei movimenti, lì da loro. Ai bambini più grandi di noi, quelli della quinta e della sesta, Garibaldi insegnò a correre con dei bigliettini fra una postazione e l'altra dell'Haganah, in fondo a via Sofonia e nei dintorni del quartiere bukharo. Mia madre, dal canto sua, mi implorò di "dare prova di autentica maturità, lasciando perdere tutti quei giochetti", ma io non ne volli sapere. Mi distinsi soprattutto sul fronte delle bottiglie vuote: nel giro di una sola settimana riuscii a raccoglierne centoquarantasei, che portai dentro cassette e sacchi fino alla sede del comando. Garibaldi in persona mi diede una pacca sulla nuca e mi lanciò di sottecchi uno sguardo d'intesa. Riporto qui con assoluta
precisione le parole che mi disse grattandosi i peli sul torace, attraverso la scollatura della camicia: "Molto bene. Mi sa che sentiremo ancora parlare di te". Parola per parola. Cinquantatré anni sono passati da allora, e non ho ancora dimenticato.
46. Molti anni dopo di allora ho scoperto che una donna che conoscevo sin da bambino, la signora Abramsky, Tserta, la moglie di Yaakov David Abramsky (entrambi erano di casa da noi), in quei giorni teneva un diario. Ricordo vagamente che anche mia madre ogni tanto si sedeva per terra a scrivere in un angolo del corridoio, durante i cannoneggiamenti, il quaderno aperto sopra un libro chiuso deposto sulle ginocchia, ignorando i botti dei cannoni e dei mortai e le raffiche delle mitragliatrici, la confusione generata da quei venti profughi coabitanti assiepati e sempre litigiosi dentro il nostro sommergibile buio e puzzolente: scriveva nel suo quaderno, indifferente alle nenie apocalittiche del profeta Geremia, alle querimonie dello zio Yosef e al pianto straziante, infantile, di un'anziana la cui figlia muta le cambiava i panni bagnati sotto gli occhi di tutti noi. Ciò che mia madre scrisse in quei giorni, non lo saprò mai: nessuno dei suoi quaderni è arrivato fino a me. Forse li bruciò tutti prima di suicidarsi. Di suo pugno non mi resta nemmeno una pagina intera. Nel diario di Tserta Abramsky trovo invece scritto, fra il resto: "24.2.1948 "Che stanchezza... che stanchezza... inventario delle cose dei morti e feriti... quasi nessuno è venuto a riprendersi queste cose: nessuno verrà più. I legittimi proprietari uccisi o feriti giacciono inermi nelle barelle degli ospedali. Giunge qui uno ferito alla testa e alla mano ma in grado di camminare. Sua moglie è rimasta uccisa. Egli ha trovato i suoi abiti le sue foto e qualche tessuto... quelle cose, acquistate con amore e gioia di vita, stanno qui in cantina... è arrivato un giovane, G., a cercare le proprie cose.
Suo padre e sua madre, i due fratelli e la sorella, li ha perduti nello scoppio in via Ben Yehudah. Lui è scampato solo perché quella notte non dormiva a casa, era invece di guardia... fra l'altro: non gli oggetti lo interessavano, piuttosto le fotografie. Fra centinaia... centinaia di fotografie rimaste fra le macerie, cercava quelle della sua famiglia... " *** "14.4.1948 Questa mattina hanno comunicato... che secondo i tagliandi nella tessera della benzina (quella del capofamiglia) avrebbero distribuito in certi negozi un quarto di pollo a famiglia. Aloni vicini mi hanno chiesto di ritirare anche la loro porzione: dato che avrei fatto la coda, se per favore potevo farla anche per loro che non potevano, dato il lavoro. Yoni, mio figlio, avrebbe voluto prendermi un posto nella coda prima di andare a scuola, ma ho detto che avrei fatto da sola. Ho spedito Yair all'asilo e sono andata a Gheulla, il posto del negozio. Sono giunta alle otto meno un quarto e ho trovato una fila di circa seicento persone. Dicevano: molti sono arrivati già alle tre, quattro di notte, visto che ancor prima che fosse giorno si era sparsa la voce che avrebbero distribuito la carne di pollo. Non avevo la minima voglia di stare in coda, del resto avevo promesso ai vicini di prenderne anche per loro, e non mi piaceva l'idea di tornare a casa senza aver con me la commissione. Ho deciso dunque di "stare" come tutti gli "astanti". Mentre sono in coda, ecco che la "voce" che da ieri circola a Gerusalemme trova conferma: sì, cento ebrei ieri sono stati bruciati vivi nei pressi di Sheikh Jarakh, erano in un convoglio che saliva al Hadassah e all'università. Cento persone. Fra le quali dei luminari, medici e infermiere, operai e studenti, impiegati e pazienti. E' quasi incredibile, una cosa del genere. A Gerusalemme ci sono molti ebrei e questi ebrei non sono riusciti a salvare quelle cento vittime, a distanza di appena un chilometro... dicono allora: gli inglesi non li hanno lasciati venire a salvarli. Che senso ha, questo quarto di pollo, mentre sotto i tuoi occhi avvengono catastrofi come queste? Eppure la gente resta tenacemente in coda. E non senti altro che: "I bambini deperiscono... sono mesi ormai che non assaggiano un boccone di carne... di latte non ce n'è, verdura nemmeno...". E' dura stare sei ore in coda, ma vale la pena: avremo di che fare la minestra ai bambini... e quel che è successo a Sheikh Jarakh è
terribile, ma chissà che cosa aspetta tutti noi qui a Gerusalemme... chi è morto è morto, chi è vivo tira avanti... la fila procede. I "felici" tornano a casa stringendosi al petto il quarto di pollo per la famiglia... alla fine si vede un funerale... alle due del pomeriggio ricevo anch'io la mia parte e quella dei vicini, e me ne torno a casa". (Tserta Abramsky, "Dal Diario di una donna ai tempi dell'assedio di Gerusalemme 1948", nel libro "Lettere di Yaakov David Abramsky", a cura e con prefazione di Shulah Abramsky, edizioni Sifriat Poalirn 1991. [N.d.A.]) *** Doveva esserci anche mio padre, in quel convoglio diretto al Monte Scopus assediato, il 13 aprile del 1948, quel convoglio del quale furono uccise e bruciate vive settantasette persone fra medici e infermiere, professori e studenti: la guardia civile, e forse indirettamente i suoi superiori alla Biblioteca nazionale, avevano incaricato mio padre di chiudere e sigillare alcuni settori delle cantine e dei magazzini della biblioteca, dopo che il Monte Scopus era stato isolato dagli altri quartieri della città. Se non che, la sera prima gli era venuta la febbre a quaranta e il dottore gli aveva tassativamente proibito di alzarsi dal letto (era miope, e debole, ogni volta che gli veniva la febbre la vista gli cedeva al punto che diventava quasi cieco e perdeva l'equilibrio). Quattro giorni dopo che gli uomini delle brigate Etzel e Lechi avevano occupato il villaggio arabo di Deir Yassin a ovest di Gerusalemme e massacrato molti dei suoi abitanti, degli arabi armati assaltarono il convoglio mentre, alle nove e mezzo del mattino, stava attraversando il quartiere di Sheikh Jarakh, diretto al Monte Scopus. Il ministro inglese responsabile della popolazione civile, Arthur Kritz Jones, aveva personalmente promesso ai rappresentanti dell'Agenzia ebraica che, fintanto che il suo esercito si fosse trovato a Gerusalemme, le forze inglesi avrebbero garantito il traffico regolare del convoglio per i turni all'ospedale e all'università (l'ospedale Hadassah serviva non solo la popolazione ebraica, ma quella di tutta la città di Gerusalemme). Il convoglio era formato da due ambulanze e tre autobus con i finestrini protetti da lastre di metallo per timore di raffiche di colpi, oltre ad alcuni autocarri carichi di vettovaglie e forniture sanitarie, e due automobili. Quando arrivò al quartiere di Sheikh Jarakh, l'ufficiale inglese di polizia aveva come al solito fatto cenno che la via era libera e sicura. Nel cuore del
quartiere arabo, quasi alle pendici della residenza del gran muftì, Haj Amin Al Husseini, il filonazista leader in esilio degli arabi di Palestina, a distanza di circa centocinquanta metri dalla villa Siluani, il primo veicolo incappò su una mina. Subito dopo il convoglio fu sconquassato da una gragnuola di colpi dai due lati della strada, granate e bottiglie molotov. Il fuoco durò per tutta la mattina. L'attacco avvenne a meno di duecento metri di distanza dalla postazione della guardia britannica, garante della sicurezza sulla via verso l'ospedale. Per lunghe ore i soldati inglesi erano rimasti a guardare l'assalto senza alzare un dito (e l'"oustaz" Najb insieme ai familiari, saranno anche loro usciti ad assistere al massacro? O avranno voltato le sedie di legno imbottite sulla terrazza? O sotto il pergolato? Fra un calice e l'altro di limonata con sudori di ghiaccio?). Alle 9.45 passò di lì con la sua macchina, senza fermarsi un istante, il generale Gordon H.A. Macmillan, Alto commissario delle forze britanniche in terra d'Israele (in seguito il generale Gordon Macmillan avrebbe fermamente sostenuto di aver avuto l'impressione che l'assalto fosse ormai terminato, a quell'ora). All'una e di nuovo circa un'ora dopo, passarono sul posto, anch'essi senza fermarsi, alcuni veicoli militari inglesi. Quando, su mandato dell'Agenzia ebraica, l'ufficiale di collegamento si rivolse agli alti comandi inglesi e chiese autorizzazione a inviare delle forze dell'Haganah per portar via i feriti e gli agonizzanti, gli fu risposto che "l'esercito ha il controllo della situazione" e che l'alto comando proibiva all'Haganah intromissioni di sorta. Ciononostante, alcuni uomini del corpo di protezione tentarono di correre in aiuto del convoglio intrappolato, sia dalla città sia dalla direzione del Monte Scopus sotto assedio. Fu loro impedito di avvicinarsi al posto. Alle 13.45 il rettore dell'Università ebraica, il professor Yehudah Leib Magnes, telefonò al generale Macmillan e implorò soccorso. La risposta fu che "l'esercito sta tentando di arrivare sul posto, ma è in corso una dura battaglia". Non c'era in corso nessuna battaglia. Alle 15.00 fu dato fuoco a due autobus e quasi tutti i passeggeri, per lo più feriti quando non già pressoché morti, bruciarono vivi. Fra le settantasette vittime c'erano il direttore dell'ospedale Hadassah, il professor Chayyim Jasky, i professori Leonid Dolgensky e Mosheh Ben David, uno dei fondatori della facoltà di Medicina di Gerusalemme, il fisico dottor Gunther Wolfsohn, il direttore del dipartimento di Psicologia
professor Enzo Bonaventura, l'esperto di diritto ebraico dottor Aharon Chayyim Freimann e il glottologo dottor Benyamin Clar. Dopo di che, il consiglio supremo arabo rilasciò una dichiarazione ufficiale in cui il massacro era descritto come un atto d'eroismo, eseguito "per ordine di un ufficiale iracheno". La rivendicazione stigmatizzava gli inglesi per il loro tardivo intervento e concludeva che: "Se l'esercito inglese non fosse intervenuto, non sarebbe rimasto un solo superstite di tutti i passeggeri del convoglio". (Si veda Dov Yosef, "Una città fedele", Shocken 1960. [N.d.A.]) Fu solo per merito di una coincidenza, per merito di quella febbre alta e forse anche del fatto che mia madre riusciva ogni tanto a contenere il suo fervore patriottico, se anche mio padre non bruciò vivo come gli altri componenti di quel convoglio. Poco tempo dopo il massacro del Monte Scopus, le milizie dell'Haganah uscirono per la prima volta allo scoperto in una serie di attacchi in tutto il paese, minacciando di usare le armi anche contro l'esercito inglese che stava smobilitando, se per caso avesse osato intervenire. La strada che porta dalla piana costiera a Gerusalemme fu aperta a seguito di una pesante offensiva, poi fu chiusa di nuovo e di nuovo riaperta; la città ebraica venne ancora posta sotto assedio, con l'invasione da parte di eserciti arabi regolari. Nel corso del mese di aprile e fino alla metà di maggio caddero nelle mani dell'Haganah alcune grandi città arabe e altre a popolazione mista, Haifa e Giaffa, Tiberiade e Safed, oltre a decine di villaggi nel Nord e nel Sud del paese. Centinaia di migliaia di arabi persero le loro case in quelle settimane, diventarono profughi e tali sono rimasti ancora oggi. Molti fuggirono. Molti furono cacciati via con la forza. Nella Gerusalemme sotto assedio in quei giorni presumibilmente nessuno si dispiacque per l'amara sorte dei profughi palestinesi: il quartiere ebraico della Città Vecchia, dove gli ebrei abitavano consecutivamente da millenni (a parte un intervallo di centododici anni, dopo che erano stati massacrati e cacciati tutti per mano dei crociati), si arrese alla legione della Transgiordania, tutte le sue case vennero saccheggiate e distrutte e tutti i suoi abitanti vennero cacciati via quando non fatti prigionieri. Gli abitati di Gush Etzion vennero anch'essi cancellati, la popolazione ebraica massacrata o presa prigioniera. Atarot e Newe Yaakov, Kaliah e Bet Ha Aravah furono "epurate" dei loro abitanti e distrutte dagli arabi. Centomila residenti della Gerusalemme ebraica temevano di subire una sorte analoga. Quando alla stazione radio "La voce del difensore" annunciarono la fuga degli abitanti
arabi di Talbiyeh e Katmon, non ricordo di aver provato pena per Aisha e suo fratello. Allargai solo di un poco, insieme a papà, i nostri confini di fiammiferi sulla mappa di Gerusalemme: mesi di cannoneggiamenti, fame e paura mi avevano sigillato il cuore. Dov'era andata Aisha? E il suo fratellino? A Siche? A Damasco? A Londra? O al campo profughi di Dheisha? Oggi come oggi, sempre che sia ancora viva, Aisha dovrebbe avere sessantacinque ani. E il suo fratellino, quello cui a momenti maciullavo il piede, anche lui dovrebbe essere sui sessanta. Potrei tentare di rintracciarli. Mettermi sulle tracce di tutta la famiglia Siluani, passando da Londra, dal Sudamerica, dall'Australia? Supponiamo dunque che in qualche punto del mondo riesca a ritrovare Aisha. O colui che un tempo era il piccolo Dammiammi: come mi presenterei? Che cosa dire? Che cosa potrei spiegare, in fondo? Che cosa proporre? Si ricorderebbero? E se sì, che cosa potrà mai aver trattenuto in loro la memoria? O forse gli eventi accaduti hanno rimosso quello stupidello pieno di boria in cima all'albero? Del resto, non è solo colpa mia. Non del tutto. Io, allora, avevo soltanto parlato a vanvera. Anche Aisha aveva colpa. Non era forse stata lei a dirmi, vediamo se ti arrampichi? Se lei non mi avesse provocato in quel modo, non mi sarei arrampicato così sull'albero, e suo fratello... Perduto. Irrimediabile. Alla guardia civile in via Sofonia affidarono a papà un vetusto fucile e lo incaricarono della guardia notturna nelle vie del quartiere Kerem Abraham. Era un fucile nero e pesante, con un manico logoro, pieno di incisioni e scritte e parole in lingua straniera che papà tentò di decifrare ancor prima di prendere dimestichezza con l'arma: forse era un fucile italiano risalente alla Prima guerra mondiale, forse un'antiquata carabina americana. Papà tastò qua e là, studiò un poco, tirò e spinse senza successo, posò il fucile per terra accanto a sé e si dedicò a un controllo del serbatoio. Ne ricavò ben presto una soddisfazione grandiosa: riuscì a estrarre le pallottole dal serbatoio, raccolse nel pugno sinistro una manciata di quelle e con la destra tenne il serbatoio vuoto, agitando tutto contento entrambe le mani verso la mia figuretta sulla soglia, sfoderando sul momento chissà poi perché una battuta sulla scarsa lungimiranza dei marescialli di Napoleone Bonaparte. Ma quando tentò di infilare nuovamente le cartucce nel serbatoio, il suo trionfo si tramutò in una disfatta schiacciante: ora che avevano respirato aria di libertà, le cartucce si rifiutarono categoricamente
di tornare rinchiuse in cella. A nulla valsero accorgimenti e trucchi di sorta. Papà tentò di farle entrare di diritto e di rovescio, tentò con le buone e con tutta la forza delle sue fragili mani di studioso, tentò persino di rimetterle nel serbatoio in posizione alternata, una rivolta verso su e l'altra verso giù, la terza di nuovo verso su. Tutto invano. Ma mio padre non imprecò e non insultò, s'industriò invece per sfamare tanto le munizioni quanto il serbatoio con una formula piena di pathos, composta di celebri versi della poesia nazionale polacca, da stanze di Ovidio, una citazione melodica di Puskin o Lermontov, interi brani di poeti spagnoli ebrei del Medioevo, tutto in lingua originale, tutto con intonazione russa, tutto invano. Finché alla fine, in preda alla furia, aggredì il serbatoio e le cartucce con brani a memoria da Omero, in greco antico, e altri dei Nibelunghi in tedesco, e Chaucher in inglese, e fors'anche dei canti del Kalevala nella traduzione di Saul Tchernichovskij, e l'Utnapishti ("Enuma Eliah..."), e quant'altro, in idioma, lingua, dialetto. Tutto invano. Con aria mogia e abbacchiata mio padre si avviò infine verso il comando della guardia civile in via Sofonia, il pesante fucile in una mano e nell'altra le pallottole più preziose dell'oro zecchino, infilate in un sacchetto di stoffa ricamata originariamente destinato a portare panini, e in tasca, guai a dimenticarlo, il serbatoio vuoto. Lì al comando della guardia civile lo rinfrancarono, gli mostrarono in quattro e quattr'otto quanto fosse facile infilare le munizioni nel serbatoio dell'arma, ma senza restituirgli né l'una né le altre. Né quel giorno né mai più. Mai più. Al loro posto gli consegnarono una torcia elettrica, un fischietto, una fascia da mettere intorno alla manica su cui faceva bella mostra la scritta "guardia civile". Papà tornò dunque a casa traboccante di gioia, mi spiegò il significato dell'espressione "guardia civile", puntò varie volte la torcia, provò e riprovò il fischietto, finché mamma non gli diede un colpetto sulla spalla, dicendogli, eddai, basta, Arieh, per favore... *** A mezzanotte fra venerdì 14 maggio 1948 e sabato 15 maggio, a conclusione di trent'anni di mandato britannico, nacque lo stato ebraico, la cui dichiarazione d'Indipendenza era stata letta da David Ben Gurion a Tel Aviv qualche ora prima. Dopo un intervallo di circa millenovecento anni, disse lo zio Yosef, abbiamo nuovamente un governo ebraico autonomo. Ma a mezzanotte e un minuto, senza alcuna dichiarazione di guerra, il paese fu
invaso da colonne di fanteria, artiglieria e mezzi corazzati di svariati eserciti arabi: l'Egitto da sud, la Transgiordania e l'Iraq da est, il Libano e la Siria da nord. Il sabato mattina degli aeroplani egiziani bombardarono Tel Aviv. La legione araba, l'esercito mezzo inglese del regno di Transgiordania, oltre a forze regolari irachene e a bande di volontari musulmani armati giunti da molti altri paesi, erano di fatto stati invitati dal governo inglese a occupare punti chiave nelle regioni del paese già molte settimane prima del termine ufficiale del mandato britannico. Il cerchio si stringeva intorno a noi: la legione transgiordana conquistò la Città Vecchia, bloccò con ingenti forze la strada per Tel Aviv e per la piana costiera, prese il controllo dei quartieri arabi, dispose postazioni d'artiglieria sulle alture intorno a Gerusalemme, e avviò un bombardamento massiccio il cui scopo era quello di infliggere gravissime perdite alla popolazione civile già sfiancata e affamata, sì da abbattere il morale al punto da portare alla resa: sotto gli auspici di Londra il re Abdullah già si considerava unico sovrano di Gerusalemme. Sui terrapieni dei cannoni della legione, a dettare ordini erano degli ufficiali d'artiglieria inglesi. Contemporaneamente, unità dell'esercito egiziano avanzavano fino ai sobborghi meridionali di Gerusalemme, avventandosi sul kibbutz di Ramat Rachel, che passò due volte di mano in mano. Velivoli egiziani tempestarono la città con bombe incendiarie e distrussero, fra il resto, l'ospizio per anziani di Romema, non lontano da casa nostra. I cannoni egiziani vennero a dar manforte a quelli transgiordani, gettando nel panico la popolazione civile: dalla collina prossima al monastero di Mar Elias gli egiziani infierirono sulla città con obici di 4.2 pollici. I proiettili piombavano sui quartieri ebraici al ritmo di uno ogni due minuti, mentre il fuoco incessante delle mitragliatrici imperversava per le strade della città. Greta Ghet, la bambinaia pianista che emanava sempre odore di lana bagnata e sapone da bucato, la zia Greta che mi trascinava con sé nei negozi di abbigliamento femminile e sulla quale mio padre amava poetare insulsamente ("chiacchierate un po' con Greta/ché nessun lo vieta!..."), una mattina uscì sulla veranda a stendere il bucato. Una pallottola giordana penetrò, così si disse, dentro l'orecchio e uscì dall'occhio. Zipporah Yanai, Piri, l'amica timida di mia madre che abitava in via Sofonia, scese un momento in cortile a prendere uno straccio e un secchio per lavare il pavimento e fu uccisa da un cecchino, con un colpo preciso e intenzionale. ***
Avevo una piccola tartaruga. Durante la Pasqua del 1947, circa sei mesi prima della guerra, papà aveva partecipato a un'escursione, riservata al personale dell'Università ebraica, alle rovine della città di Gersh in Transgiordania: era partito la mattina presto, con un sacchetto di panini e una vera borraccia militare appesa fieramente alla cintola. Quella sera stessa tornò, carico di esperienze eccitanti e delle meraviglie dell'anfiteatro romano. A me aveva portato in regalo una tartarughina trovata lì, "ai piedi di uno strabiliante arco di pietra romano". Quella notte per la prima volta compresi che sarei morto anch'io. Perché tutti prima o poi muoiono. E nulla al mondo, nemmeno mamma, avrebbe potuto salvarmi. E io non avrei salvato lei: Mimi aveva una corazza, e al minimo segno di pericolo si rintanava sempre tutta, mani piedi e testa, in fondo alla sua corazza. Che tuttavia non la salvò. In settembre, nel corso di un cessate il fuoco che interruppe i combattimenti a Gerusalemme, un sabato mattina arrivarono da noi nonno e nonna, gli Abramsky e forse altri conoscenti, presero un tè in cortile, parlarono delle vittorie del nostro esercito nel Neghev e del tremendo pericolo che rappresentava il piano di pace proposto dal mediatore nominato dall'Onu, il conte svedese Bernadotte, un vero e proprio complotto dietro il quale si nascondevano senza dubbio gli inglesi, che mirava a null'altro che la disintegrazione del nostro giovane stato. Qualcuno portò da Tel Aviv una nuova moneta, piuttosto grande, piuttosto brutta, ma pur sempre la prima moneta ebraica che vedevamo e che passò di mano in mano con grande commozione: venticinque centesimi, con il disegno di un grappolo d'uva a proposito del quale papà spiegò che era un motivo preso direttamente da una moneta israelita dell'epoca del Secondo Tempio e sopra il grappolo c'era una scritta ebraica, nitida ed evidente: "Israel". Per maggior sicurezza, il nome Israel era presente non solo in caratteri ebraici, ma anche in inglese e in arabo: che tutti tenessero a mente, insomma. La signora Tserta Abramsky disse: "Se solo potessero vedere i nostri genitori di benedetta memoria, e i genitori dei nostri genitori, e tutte le generazioni... se solo potessero vedere e toccare questa moneta. Denaro ebraico...". E le si strozzò la voce in gola. Il signor Abramsky disse: "E opportuno recitare la benedizione su questa moneta. Benedetto il Signore nostro Dio re dell'universo che ci ha fatto giungere sino a questo momento". Invece nonno Alexander, il mio nonno elegante, edonista e appassionato di donne, non proferì parola, e si portò
alle labbra quella moneta di nichel un po' sproporzionata e la baciò due volte, con dolcezza e gli occhi gonfi, prima di passarla ad altri. In quel momento la via sussultò insieme alla sirena di un'ambulanza che correva verso via Sofonia e che dopo qualche minuto tornò nella direzione opposta, e forse papà trovò modo di fare una di quelle sue blande battute di spirito sulla tromba del messia. Comunque, restarono a chiacchierare e a bere tè, finché dopo una mezz'oretta gli Abramsky si alzarono augurandoci ogni bene; il signor Abramsky era appassionato di poesiole e non si sarà certo astenuto, quel giorno, dall'elargirci due o tre sublimi rime baciate. Erano già sulla porta, quando un vicino li richiamò con prudenza in un angolo del cortile, poi i due si precipitarono dietro a lui, così in fretta che zia Tserta dimenticò da noi la sua borsa. Dopo un quarto d'ora comparvero i Lemberg sconvolti, e riferirono che Yonatan Abramsky, Yoni dodicenne, mentre i suoi genitori erano da noi, stava giocando nel cortile di casa in via Neemia, quando un cecchino giordano appostato sulla scuola di polizia l'aveva colpito con una pallottola in mezzo alla fronte: il bambino aveva agonizzato per cinque minuti, aveva vomitato e all'arrivo dell'ambulanza era già morto. *** Sempre al diario di Tserta Abramsky: 23.9.48 Il diciotto di settembre, alle dieci e un quarto di sabato mattina, è stato ucciso il mio Yoni, Yoni bimbo mio, tutta la mia vita... un cecchino arabo l'ha colpito, il mio angelo, ha detto "mamma"; è riuscito a correre ancora qualche iarda (lui, il mio bambino meraviglioso, puro, era accanto alla porta) ed è caduto... ma non ho sentito la sua ultima parola, alla sua voce che mi chiamava non ho risposto. Al mio ritorno, lui ormai non era più, tesoro mio, in vita. L'ho visto all'obitorio. Lui, bello che era, sembrava addormentato. L'ho abbracciato e baciato. Per capezzale avevano posto una pietra. La pietra si è spostata e la testa, una testa da cherubino, si è mossa appena. Mi sono detta: non è morto, figlio mio. Ecco, si muove... gli occhi erano socchiusi. Poi sono venuti "quelli" - gli addetti dell'obitorio, e hanno cominciato a importunarmi e rimproverarmi rudemente: non ho il permesso di abbracciarlo e baciarlo... me ne sono andata. Qualche ora dopo sono ritornata. Era già "coprifuoco" (stavano cercando gli assassini di Bernadotte). A ogni passo mi fermavano dei poliziotti... Mi chiedevano se avevo il permesso di uscire nelle ore di
coprifuoco. Lui, il mio bambino ucciso, era il mio unico permesso. I poliziotti mi hanno lasciato entrare nell'obitorio. Avevo con me un guanciale. Ho spostato e messo da parte la pietra: non ce la facevo a vedere la sua testolina così bella deposta sopra un sasso. Poi sono tornati di nuovo "quelli" e hanno di nuovo tentato di cacciarmi via. Hanno detto che non dovevo osare toccarlo. Non ho ubbidito. Ho continuato ad abbracciarlo e baciarlo, il mio tesoro. Hanno minacciato di chiudere a chiave la porta e lasciarmi con lui, con il senso di tutta la mia vita. Era l'unica cosa che volevo. Allora hanno pensato di minacciarmi di chiamare i soldati. Non mi hanno certo spaventata... per la seconda volta sono uscita dall'obitorio. Prima di andarmene l'ho baciato e abbracciato. L'indomani mattina ero di nuovo da lui, dal mio bambino... di nuovo l'ho baciato e abbracciato, di nuovo ho chiesto vendetta a Dio, vendetta per il mio fanciullo, e di nuovo mi hanno cacciata... E quando sono venuta la volta dopo il mio bambino meraviglioso, il mio angelo, era già dentro una bara chiusa, ma ricordo il suo viso, tutto, tutto tutto ricordo". (Tserta Abramsky, "Al Diario di una donna ai tempi dell'assedio di Gerusalemme 1948", op. cit.)'
47. Due missionarie finlandesi abitavano in un appartamentino in fondo a via Ha Turim, nel quartiere di Mekhor Baruch: Eili Havas e Rauha Moisio. Zia Eili e zia Rauha. Anche quando parlavano della penuria di verdure, le due usavano un ebraico biblico, solenne: l'unico che conoscevano, del resto. Se bussavi alla loro porta per chiedere in belle maniere qualche asse inutile da usare per fare il falò nella festa di Lag Baomer, zia Eili diceva con un sorriso timido, porgendoti una vecchia cassetta di legno: "Bagliore di fuoco e di fiamma di notte!". Se venivano da noi a prendere una tazza di tè e far quattro colte chiacchiere mentre io ingaggiavo una battaglia contro il cucchiaio di olio di merluzzo, zia Rauha commentava: "Tremeranno dinnanzi a me i pesci del mare!". Ogni tanto tutti e tre andavamo a trovarle nella loro cella monastica, che assomigliava piuttosto alla stanza di un modesto collegio femminile del secolo diciannovesimo: due semplici letti in ferro battuto uno di fronte all'altro, ai due lati di un tavolo di legno rettangolare coperto da una tovaglia di cotone celeste, con intorno tre sedie senza imbottitura. Accanto a ognuno dei due letti gemelli c'era un comodino con sopra una lampada da lettura, un bicchiere d'acqua e qualche libro sacro con la copertina nera. Due identiche paia di pantofole spuntavano da sotto i letti. In mezzo al tavolo c'era immancabilmente un vaso con dei sempreverdi raccolti nei campi vicini. Una figura di Gesù in croce intagliata in legno d'ulivo stava appesa in mezzo alla parete, fra i due letti. Ai piedi dei quali le due avevano dei bauli per il guardaroba fatti di un legno spesso e lucido quale a Gerusalemme non avevo mai visto e che mamma diceva doveva essere quercia: mi invitò a toccarlo e passarci la mano sopra. Lei sosteneva infatti
che non basta conoscere i nomi strani delle cose, è meglio entrare in confidenza anche fiutando con il naso, sfiorando con la punta della lingua, toccando con le dita, meglio conoscere il calore e la consistenza delle cose, il loro odore, la ruvidezza e le scabrosità, il suono che ti offrono quando ci bussi sopra, ciò che mia mamma definiva "condiscendenza" o "rifiuto": ogni materiale, diceva lei, ogni vestito e mobile e utensile e cibo, ogni oggetto ha diverse misure di condiscendenza e rifiuto, che non sono fisse bensì capaci di mutare a seconda delle stagioni dell'anno, delle ore del giorno (c'è rifiuto e condiscendenza - diurni e notturni), a seconda di chi tocca o fiuta, a seconda della luce e dell'ombra e persino a seconda di inclinazioni recondite che non abbiamo modo di comprendere: non per nulla, infatti, "oggetto inanimato" si dice in ebraico "chefetz", che significa tanto "cosa" quanto "desiderio": non solo noi abbiamo o non abbiamo voglia di una cosa o di un'altra, anche il mondo minerale e quello vegetale possiedono un senso interiore del desiderio, di volontà o non volontà, che non viene da noi ma da loro, e chi sa toccare ascoltare assaggiare non per propria smania, può a volte afferrare. Al che papà commentò in tono scherzoso: "La nostra mamma è persino più brava di Salomone: di lui si narra che conoscesse la lingua di tutte le bestie e di tutti gli uccelli, mentre la nostra madre padroneggia financo quella dello strofinaccio, della pentola e della spazzola". E aggiunse, tutto soddisfatto della propria arguzia allegra: "Lei conversa con il tatto con alberi e pietre: "tocca le montagne ed esse fumeranno", come dicono i Salmi". Zia Rauha disse: "Come ha detto il profeta Giole, 'i monti stilleranno succo d'uva le colline faranno scorrere latte', e come sta scritto anche nel salmo nove e venti, 'la voce del Signore scuote le querce'". Papà: "Ma per chi non è un poeta, discorsi del genere non possono risultare un poco, come dire, leziosi? Come se qualcuno cercasse a tutti i costi di sembrare molto profondo, no? Molto mistico? Molto allusivo? Come se cercasse di scuotere querce, no? Ora spiego subito il senso di queste parole un po' severe, il senso mistico e allusivo. Dietro le quali si cela lo spiccato, e non del tutto sano, desiderio di ottundere la realtà, di oscurare la luce della ragione, di sfumare i contorni e mescolare contesti". Mamma: "Arieh?". E papà, con tono conciliante (perché in verità gli piaceva prenderla un poco in giro, punzecchiarla appena, liberare persino ogni tanto una
spruzzata di cattiveria, ma gli piaceva ancor di più ravvedersi, scusarsi e tornare a fare il bravo. Proprio come suo padre, come nonno Alexander): "Insomma, basta. Faniuccia. Finiamola dai. Stavo solo scherzando, no?". *** Durante l'assedio di Gerusalemme le due missionarie non abbandonarono la città: avevano un forte senso del loro impegno. Era come se il Redentore stesso le avesse incaricate di tenere alto il morale degli assediati e soccorrerli amorevolmente nella cura dei feriti in battaglia e sotto i bombardamenti, ricoverati all'ospedale Shaare Tzedek. Erano persuase che, dopo quel che Hitler aveva fatto agli ebrei, ogni cristiano dovesse provare a espiare con i fatti e non con le parole. La nascita dello stato d'Israele la consideravano come un dito di Dio (zia Rauha diceva nel suo linguaggio biblico e con il suo accento granuloso incline a strane inflessioni: "E' come l'arcobaleno nella nuvola dopo il Diluvio". E zia Eili, con un sorriso minuscolo, non più di una lieve piega della bocca: "Perché il Signore ebbe pietà di tutto quel gran male - e più non infierì"). Fra un cannoneggiamento e l'altro le due si aggiravano per il nostro quartiere con le scarpe alte e un fazzoletto in testa, fra le mani una cesta profonda fatta di grigiastra tela di sacco, dalla quale tiravano fuori, per chiunque si dimostrasse pronto ad accettare, vuoi un barattolo con dei cetrioli in salamoia, vuoi mezze cipolle, un pezzo di sapone, un paio di calze di lana, un cespo di rapanelli quando non un poco di pepe nero. Solo Dio sa come si procurassero quei tesori. Gli ortodossi respingevano con sprezzo i regali delle missionarie, alcuni le cacciavano malamente dalla soglia di casa loro, altri prendevano il dono appena zia Eili e zia Rauha s'erano voltate, e sputavano di nascosto sulla terra calpestata dai piedi delle missionarie. Loro, peraltro, non s'offendevano: avevano sempre pronto qualche versetto profetico consolatorio, che ci suonava bizzarro in quell'accento finnico, suonava un po' come le loro scarpe alte quando facevano scricchiolare la ghiaia: "Ho protetto questa città per salvarla". "E non verrà un nemico ad atterrire alle porte di questa città." "Quanto son belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace." "Contro di te è salito un distruttore." E anche: "E tu non temere, mio servo Giacobbe, oracolo del Signore, perché io sono con te; io faccio lo sterminio di tutte le nazioni fra le quali ti ho disperso...".
*** Sovente una di loro si offriva di fare per noi la lunga coda per la distribuzione dell'acqua che arrivava nelle cisterne, solo nei giorni feriali dispari, mezzo secchio a famiglia - sempre che qualche scheggia di bomba non avesse forato le pareti della cisterna prima del suo arrivo alla nostra strada. Una di loro due passava allora fra i loculi del nostro appartamento seminterrato con le finestre sigillate dai sacchi di sabbia e distribuiva agli inquilini provvisoriamente ospitati da noi mezza tavoletta di "vitamine miste" per ciascuno. I bambini però ne ricevevano una intera. Dove si procuravano, le missionarie, quei magnifici doni? Dove andavano a riempire la loro cesta fatta di tela di sacco grigia? Alcuni dicevano di qua, altri dicevano di là, altri mi mettevano in guardia dall'accettare alcunché da loro, che volevano solo "sfruttare la nostra disgrazia e portare anime al loro Gesù". Un giorno mi feci coraggio e, benché conoscessi la risposta, domandai a zia Eili chi era Gesù. Gli angoli delle sue labbra tremavano appena, mentre mi rispondeva titubante che lui non "era" bensì è, e ama tutti noi, in particolare ama i reietti e i beffati: se avessi riempito il mio cuore di amore, lui sarebbe venuto dentro il mio cuore e mi avrebbe portato sia tormenti sia un'immensa felicità, e dai tormenti sarebbe giunta la felicità. Che strane, piene di contraddizioni, mi parvero queste parole, tanto che sentii il bisogno di rivolgermi a papà. Lui mi prese per mano e mi condusse al materasso sul pavimento della cucina, l'angolo rifugio dello zio Yosef, dove chiese all'illustre autore del libro "Gesù Nazareno" di spiegarmi lì su due piedi chi era Gesù e che cosa aveva fatto. Zio Yosef non si mise né su due piedi né su uno soltanto, anzi rimase riverso, stanco triste e pallido, in un angolo del materasso, la schiena contro il muro fuligginoso e gli occhiali sollevati sulla fronte. La sua risposta era alquanto diversa da quella della zia Eili: per lui Yehoshua-Gesù era un uomo di Nazareth "tra i più grandi di tutta la storia d'Israele, un eccezionale maestro di morale che aveva in uggia gli incirconcisi di cuore, che lottò per restituire al giudaismo la sua schiettezza originaria e strapparlo dalle mani di rabbini cavillosi". Non avevo idea di chi fossero gli incirconcisi di cuore e nemmeno i rabbini cavillosi. Non avevo idea di come far combaciare il Gesù dello zio Yosef, quel Gesù che aveva in uggia e lottava per strappare, con il Gesù della zia Eili che non aveva in uggia nessuno non combatteva e non strappava nulla e anzi al contrario amava soprattutto proprio i peccatori e proprio quelli che lo disprezzavano.
*** In una vecchia cartellina ho scovato una lettera che mi spedì zia Rauha da Helsinki nel 1979, a nome suo e di zia Eili. E' scritta in ebraico, e fra il resto vi si dice: "...anche noi siamo molto felici che abbiate ricevuto la vittoria nelle canzoni eurovisione. E com'è la canzone? I fedeli qui sono molto contenti che loro, di Israele, abbiano cantato: Alleluia! Non v'è canto più letizioso... avresti potuto anche vedere il film 'Holocaus' che ha causato lacrime e dolori di coscienza da parte dei popoli che perseguitarono in misura infinita, senza alcun senso. I popoli cristiani dovrebbero porgere moltissime scuse agli ebrei. Tuo papà ha detto una volta che lui non può capire come mai Iddio abbia consentito cose tanto tremende... gli dicevo sempre che il segreto del Signore è nel Cielo. Gesù soffre con il popolo ebraico tutte le sue sofferenze. I fedeli debbono anche sopportare la loro parte di sofferenze che Gesù ha lasciato a loro da patire... l'espiazione del Messia sulla croce coprirà comunque tutti i peccati del mondo, di tutta l'umanità. Ma non si potrà mai comprendere con il cervello questo... ci sono stati dei nazisti presi dai morsi di coscienza che prima di morire hanno fatto pentimento. Ma gli ebrei morti non sono tornati vivi, con il pentimento dei nazisti. Noi tutti dobbiamo espiare e fare carità ogni giorno. Gesù dice: Non abbiate paura di chi uccide il corpo, perché non è in suo potere uccidere l'anima. Questa lettera la mando io e anche zia Eili. Ho preso un colpo forte sulla schiena sei settimane fa caduta dentro l'autobus e zia Eili non vede troppo bene. Con amore, Rauha Moisio". Una volta andai a Helsinki (un mio libro era stato tradotto in finlandese), le due spuntarono tutt'a un tratto nella caffetteria dell'albergo, avvolte in un velo scuro che copriva spalle e testa, sembravano due anziane contadine. Zia Rauha camminava sorretta da un bastone e, tenendo dolcemente per mano zia Eili che era ormai quasi cieca, la condusse al mio tavolino. Vollero baciarmi su entrambe le guance e benedirmi. Con molta fatica mi permisero di ordinare per ciascuna una tazza di tè, "ma senza supplementi, per favore!". Zia Eili sorrise appena, più che un sorriso un fremito lieve agli angoli della bocca, fece per dire qualcosa, ci ripensò, infilò il pugno destro dentro la manica sinistra con il gesto di chi fascia un pupo, scosse il capo alcune volte con aria di lamentazione, e alla fine disse:
"Benedetto il Signore nell'alto dei Cieli che ci ha permesso di vederti qui nella nostra terra, ma non capisco perché i tuoi genitori non siano fra i vivi, no? Chi sono io del resto per capire? Il Signore ha le chiavi. A noi resta solo lo stupore. Ti prego, mi lasceresti toccarti, perdonami, il caro viso? Solo perché gli occhi miei si sono spenti, sai?". Zia Rauha disse di mio padre: "Sia benedetta la sua memoria, che cara persona che era! Che anima nobile! Un'anima tutta umana! ". E di mia madre: "Un'anima tormentata, la pace sia su di lei. Un'anima di grandi tormenti, perché lei vedeva dentro il cuore degli uomini, e quel che vedeva non era così facile per lei accettarlo. Il profeta Geremia dice, 'il cuore è ingannevole più di ogni altra cosa, è incurabile, chi lo può conoscere?'". *** Fuori, a Helsinki, scendeva una pioggerella frammista a qualche spruzzata di neve. La luce del giorno era bassa e torbida, i fiocchi che si scioglievano prima di toccare terra non erano bianchi, ma grigi. Le due anziane donne portavano abiti scuri pressoché identici e delle spesse calze marroni: sembravano due collegiali. Entrambe, quando le baciai, sapevano di sapone da bucato e anche un poco di pane nero e sonno notturno. Un ometto della manutenzione ci passò davanti di fretta, aveva dentro il taschino della camicia una batteria intera di penne e matite. Da una cesta deposta fra le gambe del tavolo zia Rauha mi porse un piccolo pacco avvolto in carta marrone. D'un tratto la riconobbi: era proprio quella cesta di tela di sacco grigia, dalla quale ai tempi dell'assedio di Gerusalemme, trent'anni prima di quella mia visita a Helsinki, le zie estraevano un po' per tutti piccoli pezzi di sapone, calze di lana, fette biscottate, fiammiferi, candele, un cespo di rapanelli quando non una preziosa confezione di latte in polvere. Aprii il pacchetto: oltre a un libro sacro stampato a Gerusalemme in ebraico e finlandese, testo originale e traduzione a fronte, oltre a un minuscolo carillon di legno dipinto con un coperchio di rame, trovai un assortimento di fiori selvatici essiccati: strani fiori finlandesi così belli anche da morti, fiori di cui non conoscevo il nome e quali non avevo mai visto in vita mia, sino a quel mattino. "Fummo molto affezionate," disse zia Eili con gli occhi ciechi che pure ancora cercavano i miei, "molto molto affezionate alla coppia dei tuoi cari genitori. Non fu facile la loro vita su questa Terra, non a ogni tempo si
prodigarono bontà vicendevolmente. Ogni tanto un'ombra greve stava fra loro. Ma adesso che riposano finalmente alla fine nel segreto del Cielo sotto le ali del Signore, adesso per certo fra la coppia dei tuoi genitori c'è bontà e verità, come due bambini innocenti che non conoscono il male, solo luce e amore e pietà sempre fra loro, 'la sua sinistra sotto il suo capo e la sua destra la stringe', e ormai nessuna ombra più grava fra loro." Io dal canto mio avrei voluto lasciare in dono alle due zie due copie del mio libro tradotto nella loro lingua, ma zia Rauha non volle assolutamente accettare: un libro ebraico, disse, un libro sulla città di Gerusalemme scritto nella città di Gerusalemme, noi dobbiamo per favore leggerlo in ebraico e in nessun'altra lingua! Senza contare che, si scusò con un sorriso, a dire il vero zia Eili non è più in grado di leggere nulla, dal momento che il Signore ha preso con sé quel poco di luce che le restava negli occhi. Ormai leggo io per lei, mattina e sera, passi della Bibbia e del Nuovo Testamento e del nostro libro di preghiere e di altri testi santi, benché anche i miei, di occhi, si stiano oscurando e presto saremo tutte e due orbate di vista. E quando non leggo per lei e quando zia Eili non mi sta ascoltando, allora ci sediamo davanti alla finestra e guardiamo nel vetro gli alberi e gli uccelli, la neve e il vento, mattina e sera, luce del giorno e luce della notte, ringraziamo umilmente il buon Dio che ci concede queste grazie e tutte le sue meraviglie: sia fatta la Sua volontà in cielo e in terra. Anche tu t'accorgi di tanto in tanto, solo nelle ore del tuo riposo, quanto il cielo e la terra, gli alberi e i sassi, i campi e i boschi, tutto sia pieno di mirabilitudini? Tutto testimonia come mille testimoni e illumina e ascolta la grande gloria della misericordia?
48. Nell'inverno fra il '48 e il '49 quella guerra finì. Israele e gli stati vicini firmarono un armistizio: prima l'Egitto, poi il regno di Transgiordania e alla fine anche Siria e Libano. L'Iraq, invece, richiamò la sua missione in patria senza firmare alcun documento. Malgrado questi accordi scritti, tutti gli stati arabi continuarono a proclamare la propria intenzione di avviare quanto prima una "ripresa" della guerra allo scopo di porre fine a quello stato la cui stessa esistenza gli arabi consideravano alla stregua di un atto di aggressione, e che, rifiutandosi di riconoscerlo, definivano "lo stato fittizio", "al-daula al-mazouma". A Gerusalemme il comandante giordano, colonnello Abdallah A-Tel, e quello israeliano, il luogotenente Moshe Dayan, si incontrarono più d'una volta allo scopo di tracciare la linea di confine fra le due zone della città e trovare un accordo per il regolare passaggio dei convogli diretti al campus dell'università sul Monte Scopus, rimasta una enclave israeliana dentro il territorio sotto il controllo dell'esercito giordano. Delle alte mura di cemento furono innalzate lungo la linea di confine, per chiudere strade che passavano nella Gerusalemme israeliana e poi proseguivano nella zona araba. Qua e là sorsero pareti di lamiera per nascondere i passanti che attraversavano la zona occidentale dalla mira dei cecchini appostati sui tetti della zona est. Una striscia fortificata di filo spinato, campi minati, postazioni da tiro e sentinelle solcava di fatto tutta la città. Questa fascia chiudeva la città israeliana da nord, est e sud. Solo verso ovest si apriva uno sbocco: un'unica strada accidentata collegava Gerusalemme a Tel Aviv e al resto del nuovo stato. E tuttavia anche un tratto di quest'unica via di collegamento restava sotto il controllo della legione transgiordana, perciò si
dovette tracciare una strada che aggirasse quel tratto, e lungo il percorso far correre una nuova tubatura per l'acqua al posto di quella dell'epoca del mandato britannico - in parte distrutta -, e al posto della stazione di pompaggio rimasta sotto il controllo arabo. Questa strada alternativa venne chiamata "Burma". Dopo un anno o due venne asfaltato un nuovo tratto detto "strada dell'eroismo". A quell'epoca quasi ogni cosa, nel giovane paese, veniva chiamata col nome dei caduti in battaglia, o di qualche azione eroica, o con formule della lotta e della realizzazione sionista. Gli israeliani erano molto fieri della loro vittoria, asserragliati nel loro senso di giustizia e di superiorità morale. A quell'epoca non si pensava granché alla sorte di centinaia di migliaia di profughi palestinesi, molti dei quali erano fuggiti e molti altri erano stati cacciati dalle città e dai villaggi che l'esercito israeliano andava conquistando. Da noi si diceva che la guerra è ovviamente una faccenda brutta, triste e piena di sofferenza, ma chi li aveva costretti, gli arabi, a cominciarla? Noi sì che avevamo accettato il piano di spartizione deciso dall'Onu, erano stati invece gli arabi a rifiutare ogni compromesso, a iniziare la guerra con l'intento di sterminarci tutti. Oltre a ciò, lo sanno tutti, che in guerra nessuno la spunta: l'Europa era ancora piena di milioni di profughi della Seconda guerra mondiale, intere popolazioni erano state estirpate, altre trasferite, il Pakistan e l'India che avevano appena conquistato l'indipendenza si erano scambiati milioni di cittadini, e lo stesso avevano fatto Grecia e Turchia. E noi avevamo perso il quartiere ebraico della Città Vecchia di Gerusalemme, avevamo perso Gush Etzion e avevamo perso Kefar Darom e Ramle e Lifta e Malchiah ed Ein Kerem. Al posto delle centinaia di migliaia di arabi allontanati, erano giunte qui centinaia di migliaia di profughi ebrei perseguitati e cacciati dai paesi arabi. La parola "espulsione" si stava bene attenti a non usarla. Il massacro nel villaggio di Deir Yassin era da attribuirsi a "elementi estremisti e irresponsabili". Un divisorio di cemento scese a separarci da Sheikh Jarakh e dagli altri quartieri arabi di Gerusalemme. Dal nostro tetto riuscivo a scorgere i minareti di Shuaft e Bidu e Ramallah, la torre solinga in cima al monte di Nebi Samuel, la scuola di polizia (da dove il cecchino giordano aveva sparato per uccidere Yoni Abramsky che giocava nel cortile di casa sua), il Monte Scopus isolato e il Monte degli Ulivi sotto il controllo della legione araba, i tetti di Sheikh Jarakh e il villaggio americano. Mi figuravo di riconoscere, tra le fronde
degli alberi, anche un angolo del tetto di villa Siluani. Immaginavo che la sorte di quelle famiglie fosse molto migliore della nostra: loro non erano stati bersagliati per lunghi mesi dai colpi dei cannoni, non avevano sofferto la fame e la sete, non erano stati costretti a dormire su dei materassi dentro cantine puzzolenti. E tuttavia dentro di me parlavo spesso con loro. Proprio come il medico delle bambole, il signor Gustav Krokmal di via Gheulla, anch'io avrei tanto desiderato mettermi gli abiti buoni e andare da loro alla testa di una missione di pace, dare prova della nostra ragione, scusarci e accettare le loro scuse, gustare le loro bucce d'arancia zuccherate, dimostrare la nostra indulgenza e grandezza d'animo, e firmare con loro un accordo di pace e amicizia e cortesia e rispetto reciproci, e fors'anche ribadire ad Aisha e al fratellino e a tutta la famiglia Siluani che l'incidente era successo non per colpa mia, o comunque non solo per colpa mia. Ogni tanto, di prima mattina, ci svegliavano delle raffiche di spari che arrivavano dalla linea del cessate il fuoco, a circa un chilometro e mezzo da casa nostra, quando non il lamento del muezzin al di là delle nuove frontiere: come una litania da pelle d'oca, quegli ululati di preghiera penetravano nel nostro sonno e lo raggelavano. *** Poi la nostra casa si svuotò di tutti i rifugiati: i vicini Rosendorf tornarono nel loro appartamento, un piano sopra il nostro. La vecchia svampita insieme alla figlia piegò il giaciglio dentro un sacco di iuta, ed entrambe sparirono. Se ne andò anche Geta Myudovnik, la vedova di Mattatiahu Myudovnik, autore del manuale di scuola "Aritmetica per gli studenti della Terza", il cui cadavere maciullato papà aveva identificato all'obitorio grazie alle calze che egli stesso gli aveva prestato la mattina in cui era morto. Lo zio Yosef e sua cognata Haya Elizedek tornarono a casa Klausner a Talpiyot, dove sopra la porta d'ingresso stavano scritte in caratteri di rame le parole "Giudaismo e Umanesimo". Dovettero rimettere in sesto la casa, danneggiata durante la guerra. Per molte settimane il vecchio professore elevò il suo lamento per le migliaia di volumi sfilati dagli scaffali e gettati per terra o usati a mo' di barricate o ripari contro le pallottole che entravano dalle finestre di casa Klausner, trasformata in postazione da tiro. Anche il figlio smarrito Ariel Elizedek fu ritrovato sano e salvo alla fine della guerra, però ce l'aveva a morte con quel miserabile di Ben Gurion che avrebbe potuto liberare la Città Vecchia e il Monte del
Tempio e invece non l'aveva fatto, che avrebbe potuto scacciare tutti gli arabi verso le terre d'Arabia e non l'aveva fatto, solo perché con quel socialismo pacifista tolstojano vegetariano gli aveva dato di volta il cervello a lui e a tutta la sua banda di rossi nelle cui mani era finito il nostro prezioso stato. Presto però, ne era convinto, avremmo avuto un'altra dirigenza, una solida dirigenza nazionalista, e così il nostro esercito sarebbe partito all'attacco per liberare finalmente tutta la patria dal giogo della dominazione araba. Ma la maggioranza dei gerosolimitani non aveva la minima voglia di un'altra guerra né era turbata dalla sorte del Muro del Pianto o dalla nostalgia per la tomba di Rachele, luoghi questi spariti dietro la cortina di mura di cemento e campi minati. La città spezzata, invece, si leccava le ferite. Ogni giorno di quell'inverno, ma anche nella primavera e nell'estate che seguirono, si videro lunghe file grigie davanti ai negozi di alimentari, ai banchetti di verdura e alle botteghe dei macellai. Vennero i tempi dell'austerità: code dietro il carretto del ghiaccio e code dietro quello del petrolio. Le razioni di cibo erano assegnate con i tagliandi della tessera annonaria. Uova e un po' di pollo erano riservati a bambini e malati con tanto di certificato medico. Il latte era venduto a porzione. Di verdura e frutta quasi non se ne vedevano in tutta Gerusalemme. Olio e zucchero, frumento e farina arrivavano saltuariamente, non più di una volta al mese, ogni due settimane. Se volevi comprarti un comune capo d'abbigliamento, un paio di scarpe, un mobile, eri comunque costretto a ricorrere ai preziosi tagliandi della tua tessera sempre più sguarnita. Le scarpe erano fatte di surrogati di cuoio, con delle suole sottili che parevano di cartone. I mobili erano detti "economici" ed erano di bassa qualità. Al posto del caffè si beveva un "Ersatz-cafè", un surrogato, o della cicoria. Invece di latte e uova si usavano latte e uova in polvere. In tavola arrivava immancabilmente del filetto di baccalà congelato dal sapore sempre più inviso a tutti noi, montagne di filetti di pesce congelati che il nuovo governo aveva rilevato a un prezzo di favore dalle eccedenze di pesca della Norvegia. Anche solo andare da Gerusalemme a Tel Aviv e nel resto del paese implicava in quei primi mesi successivi alla guerra ottenere apposite licenze da parte degli uffici competenti. Ma a chi era furbo e prepotente, a chi aveva un po' di denaro in tasca e conosceva la strada per il mercato nero, a chi aveva contatti con le nuove autorità, non mancava quasi nulla. Gente senza scrupoli si era precipitata negli appartamenti e nelle case dei quartieri
arabi più distinti, i cui abitanti erano fuggiti o erano stati cacciati, e anche nelle zone chiuse dove fino allo scoppio della guerra avevano abitato le famiglie degli ufficiali e delle autorità inglesi: Katmon e Talbiyeh, Baqaa e Abu Tor e il villaggio tedesco. Mentre il posto degli arabi poveri, a Musrarah, Lifta, Malchiah, lo occuparono famiglie di ebrei poveri cacciati dai paesi arabi. Centri di transito fatti di grandi baracche di lamiera sorsero a Talpiyot, al campo Allenby e a Beit Mazmil: senza elettricità, senza fognatura e senza acqua corrente. D'inverno i sentieri fra le baracche di latta diventavano una poltiglia appiccicosa e il freddo penetrava nelle ossa. Contabili dell'Iraq, orafi dello Yemen, venditori ambulanti e bottegai del Marocco e orologiai di Bucarest stavano stretti tutti insieme in quelle baracche e in cambio di un magro salario venivano impiegati nelle opere di dissodamento e imboschimento sulle alture di Gerusalemme, per conto del governo. Erano trascorsi "gli anni eroici", gli anni della guerra mondiale, dello sterminio del popolo ebraico in Europa, dei partigiani, della mobilitazione di massa nei ranghi dell'esercito inglese e della brigata ebraica creata dagli inglesi apposta per la guerra contro i nazisti, gli anni della lotta contro gli inglesi, del movimento clandestino, dell'immigrazione illegale, della fondazione di nuovi abitati secondo il metodo "mettiamoli di fronte al fatto compiuto", della guerra per sopravvivere e non morire contro i palestinesi e contro gli eserciti regolari di cinque stati arabi. Finiti gli "anni euforici", ecco che tutt'a un tratto arrivava per noi "l'indomani mattina": grigio, deprimente, umido e avaro e meschino (ho provato a descrivere il sapore di questo "indomani mattina" nel romanzo "Michael mio"). Furono quelli gli anni dei rasoi che non tagliavano marca Okava, dell'insipido dentifricio della Shenhav, "Avorio", delle puzzolenti sigarette Parlamento, delle voci stentoree di Nehemia Ben Abraham e Alexander Alexandroni alla radio "La voce d'Israele", dell'olio di pesce e delle tessere annonarie e del quiz di Shmulik Rosen e dei commenti politici di Moshe Medzini, dell'ebraizzazione dei cognomi e del razionamento alimentare e delle precettazioni governative e delle file davanti ai negozi di alimentari, degli armadi pieni d'aria in cucina e delle sardine scadenti e della carne in scatola Inkoda, e del comitato misto israelo-giordano per l'armistizio, dei terroristi arabi che s'infiltravano oltre il confine del cessate il fuoco, del teatro Ohel e della Bimah e Doremi e Cisbeton, della commedia yiddish Deghigan e Shumacher e del varco Mandelbaum e della questione dei risarcimenti, delle teste dei bambini lavate con il petrolio per
uccidere i pidocchi, del "contributo per i campi di transito" e dei "beni abbandonati" e del "fondo di difesa" e delle "terre di nessuno" e dei "il nostro sangue non sarà più versato invano". E io ricominciai ad andare ogni mattina alla scuola religiosa maschile del Tachmoni in via Tachmoni. La frequentavano ragazzi di famiglie povere, figli avvezzi agli schiaffi di bottegai e operai e modesti commercianti al minuto, famiglie che tiravano su diciotto bambini, alcuni sempre famelici davanti alla mia fetta di pane, altri con la testa rasata, tutti con un berretto nero di sbieco sulla testa. Mi aggredivano presso i rubinetti in cortile e mi schizzavano d'acqua perché avevano scoperto molto presto che ero l'unico figlio unico, che ero il più debole e suscettibile e incline a sentirmi ferito, offeso anche soltanto da una spinta o una parola. Quando si appartavano a escogitare apposta per me qualche nuova umiliazione, capitava che mi fermassi senza fiato in mezzo alla cerchia sogghignante dei miei persecutori, malconcio e sporco, una pecorella in mezzo a settanta lupi, e cominciassi improvvisamente a picchiarmi da solo, suscitando lo stupore di tutti i miei nemici: mi graffiavo istericamente e mi mordevo più a fondo che potevo sul braccio finché non comparivano i segni di un orologio sanguinolento. Proprio come aveva fatto mia madre due o tre volte sotto i miei occhi, quando aveva l'acqua alla gola. Ma capitava anche che inventassi per loro racconti gialli a puntate, avventure mozzafiato da film d'azione, come quelli che si andava a vedere al cinema Edison. In quelle mie storie facevo incontrare senza il minimo ritegno Tarzan e Flash Gordon o Nick Carter e Sherlock Holmes, il mondo di indiani e cowboy di Karl May e Mein Rid con Ben Hur e i misteri dello spazio o con le bande di malviventi nei sobborghi di New York. A ogni intervallo riprendevo il mio racconto per loro, come Sheerazade che grazie alle sue storie stornava il verdetto, e interrompendomi sul più bello, proprio quando tutto lasciava pensare che l'eroe fosse perduto davvero, perduto senza scampo, e il seguito (che peraltro avevo ancora da inventare) lo rimandavo impietosamente all'indomani. Così trascorrevo gli intervalli nel cortile della scuola Tachmoni, come rabbi Nachman che andava in campagna con i discepoli che pendevano dalle sue labbra: camminavo avanti e indietro circondato da una cerchia fitta di ascoltatori appassionati, fra i quali a volte c'erano anche alcuni dei miei illustri persecutori che io - inondato da un fiotto di generosità traboccante - mi tenevo particolarmente vicini: proprio loro, proprio loro
invitavo a venire più avanti, a volte svelando in via riservata all'uno o all'altro un prezioso indizio su un possibile risvolto della trama o un evento raccapricciante che avrei raccontato nei capitoli di domani, e con ciò trasformando l'interpellato in persona grata cui era data facoltà di impedire o elargire a piacimento preziose fughe di notizie. I primi di questi miei racconti erano fitti di grotte e labirinti, di catacombe, selve perenni e oscure, cantine criminose e campi di battaglie, galassie popolate di mostri, gendarmi coraggiosi e combattenti impavidi, complotti e tradimenti terribili ma anche favolose galanterie cavalleresche, intrighi barocchi, gesti di dedizione sconfinata, atti di rinuncia e perdono. Fra i protagonisti maschili di queste mie opere giovanili c'erano, per quel che ricordo, eroi e carogne. Ma anche non poche carogne ravvedute, pronte a espiare i peccati commessi con sacrifici o con una morte eroica. C'erano sadici assetati di sangue e malviventi e vili traditori, disgraziati che esalavano l'anima con un sorriso. Quanto alle mie figure femminili, erano tutte senza eccezione altamente nobili: soffrivano ma elargivano amore. Erano seviziate e perdonavano. Oppresse e umiliate eppure sempre fiere e pure. Condannate a pagare il prezzo della follia aggressiva dei maschi, eppure indulgenti e prodighe di compassione e amore. Tutte. Se però avessi tirato troppo la corda, e anche se non l'avessi tirata abbastanza, ecco che dopo qualche capitolo, o sul finale della storia, proprio quando il cattivo stava per essere sconfitto e il bene era sul punto di trionfare, proprio allora la povera Sheerazade finiva nella fossa dei leoni e se le buscava: ma non la chiude mai, quella bocca? *** I Tachmoni era una scuola maschile. Anche gli insegnanti erano tutti uomini. A parte l'infermiera, non c'erano donne nella nostra scuola. Alcuni intrepidi si arrampicavano di tanto in tanto sul muro dell'istituto femminile Lemel per spiare come si viveva al di là della cortina di ferro: ragazze con delle lunghe gonne blu e delle camicie con le maniche corte ma a sbuffo, così si favoleggiava da noi, passeggiavano a due a due nel cortile della scuola durante l'intervallo, facevano il gioco della campana, si intrecciavano i capelli a vicenda, e di tanto in tanto si schizzavano addosso l'acqua del rubinetto, proprio come noi. A parte me, quasi tutti i maschi del Tachmoni avevano sorelle maggiori, cognate, cugine, così ero sempre il fanalino di coda quando si trattava di
sapere, per sentito dire, quel che hanno le femmine e noi no e il contrario, quel che facevano i fratelli maggiori con le loro ragazze al buio. A casa nostra non se ne fece mai parola. Mai. Se non, forse, quando un ospite si lasciava prendere dallo spirito sulla vita bohémienne o sui coniugi Bar Yzhar (Itzlvitz), così scrupolosi nell'osservanza del precetto "crescete e moltiplicatevi", e allora tutti gli altri lo zittivano subito con un rimbrotto: "shtu! Se taboy?! Widesh malcik ridom se nami"!! Cioè: il bambino ormai capisce tutto! E il bambino invece non capiva nulla, se i suoi compagni di classe lo apostrofavano con quel nomignolo arabo che vuol dire quello che hanno le femmine, o se si radunavano per passarsi di mano in mano la foto di una donna vestita solo poco. O come quando qualcuno portò una penna a sfera con dentro una ragazza in tenuta da tennis ma se si girava la penna di colpo il gonnellino spariva, e tutti esplosero in risatine roche, si diedero gomitate sulle costole, fecero tutti del loro meglio per sembrare i loro fratelli maggiori, mentre io caddi improvvisamente in preda al terrore: come se in lontananza, sulla linea dell'orizzonte, si stesse profilando un'oscura catastrofe. Non ancora qui, non ancora su di me, ma già terrificante come un incendio immenso in cima alle alture lontane sì, ma tutt'intorno. Perciò nessuno sarebbe scampato. E nulla dopo sarebbe più stato come era prima. Quando nell'intervallo loro confabulavano con allegria ansimante a proposito di una certa Gina ritardata detta la cretina che nel boschetto di Tel Arza la dava a tutti in cambio di mezza lira, o della vedova cicciona del negozio di casalinghi che ogni volta si portava nel magazzino dietro il suo negozio qualche ragazzo di ottava classe e gli mostrava tutto e in cambio lo guardava menarselo, mi pizzicava dentro una specie di languore triste che mordeva il cuore, quasi che una cosa orrida fosse in serbo per tutti, uomini e donne, una cosa orrida, crudele ma paziente, una cosa senza fretta, capace di insinuarsi pian piano e tendere intorno a me fili di bava trasparente: forse senza che me ne rendessi conto anch'io ne ero già intaccato? Quando eravamo in sesta, forse settima, un giorno arrivò in classe l'infermiera della scuola, una donna marziale e irascibile. Sola davanti a trentotto ragazzi inebetiti, tenne eroicamente due ore di lezione, svelandoci tutti i fatti della vita. Senza alcun timore, ci descrisse apparati e scopi. Disegnò sulla lavagna con i gessetti colorati degli schizzi di tutto l'impianto. Senza risparmiarci nulla, né spermatozoi né ovaie, ghiandole vagine e trombe. Poi si passò alla fiera degli orrori: ci terrorizzò con descrizioni
agghiaccianti dei due mostri in agguato sulla soglia, Frankenstein e il lupo mannaro del sesso, cioè il rischio gravidanza e il rischio contagio. Scossi e abbacchiati uscimmo da quella lezione ripiombando in un mondo che d'un tratto sembrava un immenso campo minato o un pianeta contagiato da chissà quale piaga. Il bambino che ero afferrò vagamente che qualche cosa entrava da qualche parte e qualche cosa d'altro assorbiva, ma non riuscii in alcun modo a capire perché mai una persona sana di mente, uomo o donna che fosse, dovesse impegolarsi in quei labirinti draconiani: l'impavida infermiera non aveva esitato a svelarci di tutto e di più, dagli ormoni alle norme igieniche, si era però dimenticata di precisare, anche solo con un breve accenno, che tutti questi complicati e rischiosi processi implicavano occasionalmente anche un certo piacere. Di quello non ci fece parola. Forse perché il suo intento era quello di preservare la nostra sicurezza. O forse non ne sapeva nulla. *** I nostri insegnanti del Tachmoni portavano per lo più abiti grigi o marroni un po' lisi, panciotti che avevano visto tempi migliori, ed esigevano continuamente da noi rispetto e timore: il signor Monzon e il signor Avisar, il signor Neimann padre e il signor Neimann figlio, il signor Alkalai e il signor Duvshani e il signor Ophir e il signor Mikhaeli, e il direttore il signor Ilan, "sovrano assoluto" che aveva sempre un completo a tre pezzi, e il fratello del direttore, anche lui signor Ilan, ma a due pezzi solo. Per tutti indistintamente ci alzavamo sempre in piedi appena entravano in classe, e non ci sedevamo prima che si degnassero di farci un cenno. Gli insegnanti li chiamavamo "signor professore" e con loro usavamo sempre e rigorosamente la terza persona: "Signor professore, mi ha chiesto di portarle un biglietto dei genitori? Ma i miei genitori sono andati a Haifa. E' d'accordo, signor professore, se glielo porto domenica se non le dispiace?" o: "Signor professore, scusi, lei non pensa che stia un po' esagerando?" (ovviamente il sospetto di esagerazione non è da riferirsi al professore stesso - nessuno di noi avrebbe mai nemmeno lontanamente osato accusare l'insegnante di esagerazione - bensì al profeta Geremia, o al poeta Bialik, il cui impeto di furore rovente avevamo appena studiato). Quanto a noi, gli scolari, i nostri primi nomi erano stati cancellati nel momento in cui avevamo varcato la soglia del Tachmoni: gli insegnanti ci chiamavano sempre e soltanto Bozo, Saragosti, Valero, Ribotzky, Alfassi,
Hagag, Schleifer, De La Mar, Danon, Ben Naim, Cordovero, Axelrod. Avevano una vasta gamma di punizioni, gli insegnanti del Tachmoni: schiaffi e stilettate di righello sulla punta delle dita tese, scuotimento della nuca e condanna al confino in cortile, convocazione dei genitori e nota nera sul registro di classe, un capitolo della Bibbia da copiare venti volte, o la frase "è proibito cianciare durante la lezione" e "i compiti a casa devono essere fatti per tempo" in cinquecento righe identiche. Chi scriveva in modo non chiaro era condannato a copiare a casa colonne su colonne dal manuale di calligrafia "scrittura perfetta" o "lo scrivere nitido e limpido". Chi era beccato con le unghie lunghe o le orecchie non propriamente pulite o il colletto della camicia un po' annerito, era spedito vergognosamente a casa, non prima di essere stato costretto a recitare con voce e forte e chiara, davanti a tutta la classe: "Sono un bimbo sozzo/non mi lavo che rozzo/se non mi lavo che iattura/finisco tosto in spazzatura/ tosto in spazzatura!". Ogni mattina la prima ora del Tachmoni iniziava con l'inno "Ti ringrazio Signore": "Ti ringrazio Signore sovrano di tutto ciò che esiste Per avermi restituito pietosamente l'anima grande è la fede in te". Poi tutti cantavamo con le voci bianche eppure ardenti: "Sovrano del mondo, re di prima che ogni cosa fosse creata... E dopo che tutto sarà finito Egli solo regnerà temibile..." Solo a quel punto, terminati i canti e la preghiera (abbreviata) del mattino, i nostri insegnanti ci ordinavano di aprire libri e quaderni e preparare le matite, e il più delle volte cominciavano subito a propinarci lunghi e noiosi dettati che continuavano sino alla campanella liberatrice, a volte anche un po' dopo di quella. A casa dovevamo ripetere a memoria mezzi capitoli, poesie intere e anche adagi rabbinici. Svegliato di soprassalto nel cuore della notte, sono ancora capace di sfoderare la risposta del profeta a Rabsache, l'inviato del re di Assur: "Ti disprezza, ti beffeggia,
o vergine figlia di Sion, dietro di te scuote la testa, o figlia di Gerusalemme. Chi hai insultato e bestemmiato?! Contro chi hai alzato la voce?!... il mio anello metterò alle tue narici, e il mio morso alle tue labbra, ti condurrò per la via per la quale sei venuto!" (2 "Re" 19, 21 e 28) o dai "Capitoli dei Padri", a proposito "delle tre cose sulle quali si regge il mondo... parlar poco e fare molto... non ho trovato di meglio del silenzio... sappi che cosa sta sopra di te... non separarti dalla folla e non confidare in te stesso fino al giorno della tua morte, non giudicare il tuo prossimo sinché non sei al suo posto... e là dove non ci sono uomini degni cerca di esserlo tu". Alla scuola Tachmoni studiavo l'ebraico: come se la punta di un trapano avesse incontrato una vena generosa, appena sfiorata nell'aula e nel cortile della maestra Zelda. Andavo matto per le locuzioni altisonanti, per le parole ormai desuete, per le associazioni più strambe e le zone più sperdute nel folto della lingua, luoghi che da centinaia di anni nessun piede aveva più calpestato, andavo matto per la grazia pungente dell'ebraico: "e fu mattina ed ecco Lea", o "prima che ogni cosa fosse creata" e "gli incirconcisi di cuore", "la misura di tormenti" e anche "riscaldati pure al fuoco dei sapienti ma bada a non scottarti con la loro brace. Poiché il loro morso è il morso di una volpe, la loro puntura è la puntura di uno scorpione... tutte le loro parole sono tizzoni di fuoco" ("Pirqe Avot" II, io). Qui, al Tachmoni, studiavo la Bibbia con il commento dell'acuto, pindarico Rashi. Qui assimilavo la sapienza dei maestri, la "Aggadah" e la "Halakhah", le narrazioni e il diritto, le preghiere e le poesie liturgiche e i commenti e i commenti ai commenti, con una spolverata di formulario liturgico e di "Shulchan Arukh", il grande codice di regole e costumi. Qui incontrai anche alcune vecchie conoscenze domestiche, quali le guerre degli Asmonei e la rivolta di Bar Kokba, le cronache dell'esilio e le vite di rabbini e luminari, le gesta edificanti dei "chasidim" e una morale ben confezionata. Anche un poco di giuristi e di poesia spagnola e di Bialik e qualche volta, durante le lezioni di canto del signor Ophir, faceva addirittura capolino un ritornello da pioniere della Galilea, capitato al Tachmoni con l'aria spaesata di un cammello fra le nevi della Siberia. Il signor Avisar, professore di geografia, ci portava a fare delle avventurose escursioni in Galilea o nel Neghev, in Transgiordania e in Mesopotamia, a vedere le piramidi e i giardini pensili di Babilonia: tutto sopra delle grandi carte, e qualche volta con il supporto delle immagini di una decrepita lanterna magica. Il signor Neimann, "Neimann il giovane", ci
travolgeva con la collera dei profeti, cascate di lava incandescente, ma per raffreddarci subito dopo con un'immersione nei limpidi ruscelli di presagi fausti. Il signor Monzon ci piantò in testa con dei chiodi ferrei l'insormontabile differenza che corre fra "I do, I did, I have done, I have been doing, I would have done and I should have done and I should have been doing": "Persino il re d'Inghilterra in persona!", tuonava il professor Monzon come l'Eterno dalla vetta del Monte Sinai, "persino Churchill! Shakespeare! Gary Cooper! Tutti obbediscono senza fiatare alle leggi della lingua, e invece tu?! Gentile signore?! Ministro Abulafia?! Sei forse al di sopra della legge, tu?! Sopra Churchill?! Sopra Shakespeare? Sopra il re d'Inghilterra?! 'Shame on you! Disgrace! Cioè, cioè', ora state bene attenti per favore, lo dico a tutta la classe, segnatevelo per bene sul quaderno, qui non si deve assolutamente sbagliare: 'it is a shame, but you, the right unrebel master Abulafia, you are a disgrace!!!'". *** Mentre il signor Mikhaeli, Mordekhai Mikhaeli, il mio preferito, il signor Mikhaeli, con le mani delicate sempre profumate come quelle di una ballerina, e un'aria impacciata, come intimidita, si sedeva, si toglieva il cappello e lo posava davanti a sé sulla cattedra, si aggiustava la papalina sul capo e invece di imporci la lezione, ci travolgeva per ore intere con le sue storie e gesta della tradizione: passando dai nostri maestri ai miti popolari ucraini e di lì, tutt'a un tratto, sprofondando dentro la Grecia classica, e poi giù verso le storie dei beduini e le ridondanze scherzose dello yiddish per arrivare sino alle fiabe dei fratelli Grimm e di Andersen e infine alle sue, quelle che componeva lui, proprio come facevo io, via via che le si raccontava. Quasi tutti in classe approfittavano della bontà d'animo e della distrazione del mite signor Mikhaeli, per appisolarsi beatamente dall'inizio alla fine delle sue lezioni, la testa china sul braccio teso in avanti sopra il banco. Altri si passavano bigliettini o giocavano tutti presi da una pallina di carta, fra un banco e l'altro: il signor Mikhaeli non s'accorgeva di niente, o forse vedeva sì ma non gli importava. Nemmeno a me, del resto, importava: lui comunque mi appendeva addosso i suoi occhi buoni e stanchi e raccontava quelle favole solo e soltanto a me. O a quei tre, quattro di noi che pendevano dalle sue labbra:
come se sotto i nostri occhi quelle labbra andassero creando mondi interi, di cui ci rendeva partecipi.
49. Vicini di casa e amici tornarono a ritrovarsi le sere d'estate nel nostro piccolo cortile, intorno a una tazza di tè e una fetta di torta, conversando di politica e questioni intellettuali. Mala e Stashek Rodintzky, Chayyim e Hannah Turan, i coniugi Krokmal che avevano riaperto il loro minuscolo negozio in via Gheulla e di nuovo incollavano bambole rotte, rinfoltivano il pelo di orsi spelacchiati. C'erano quasi sempre anche Tserta e Yaakov David Abramsky (entrambi così ingrigiti nei mesi trascorsi dopo la morte del figlio Yoni. Il signor Abramsky era diventato ancora più loquace di prima, mentre Tserta per lo più taceva). A volte venivano anche nonno Alexander e nonna Shlomit, i genitori di papà, eleganti come sempre, avvolti di quel loro sussiego tipico di Odessa. L'atletico nonno intingeva tutte le sue frasi nel suo solito "be', insomma", e in un gesto di sufficienza, ma senza mai trovare il coraggio di dissentire da nonna su alcunché. Nonna, dal canto suo, mi elargiva due baci bagnati sulla faccia, subito dopo si puliva le labbra con un tovagliolo di carta e con un altro strofinava la mia guancia, e storceva un poco il naso di fronte al rinfresco servito da mia madre, o ai tovaglioli che avrebbero dovuto essere piegati cosà e non così, e anche alla giacca di suo figlio che sembrava un po' troppo sgargiante e tendente al cattivo gusto tipicamente orientale: "Ma la verità è che è così scadente, Lonya! Dove hai trovato quello straccio? A Giaffa? Dagli arabi?" e senza degnare mia madre di uno sguardo, nonna proseguiva tristemente: "Solo nei borghi più sperduti, là dove la cultura era una parola pressoché sconosciuta, e poi ancora, la gente si vestiva in questo modo!". Si sedevano in cerchio intorno al carrello nero che veniva spostato in cortile a far da tavolo da giardino, plaudivano unanimemente alla brezza
frescolina della sera, analizzavano fra una tazza di tè e una fetta di torta le furbizie di Stalin e la determinazione del presidente Truman, si scambiavano opinioni sul declino dell'impero britannico e la spartizione dell'India, e di qui, quando la conversazione verteva sulla politica del giovane stato, gli animi s'infiammavano un poco: Stashek Rodintzky alzava la voce mentre il signor Abramsky lo prendeva in giro con gesti ampi e un linguaggio colto, impeccabile. Stashek era un fervente sostenitore dei kibbutz e del modello laburista, era persuaso che il governo dovesse indirizzare lì tutte le masse di nuovi immigrati appena sbarcati, che lo volessero o meno, perché solo in quel modo si sarebbero debellati una volta per tutte i morbi della diaspora con le complicazioni delle persecuzioni, e lì, col lavoro nei campi e fra i solchi, sarebbe cresciuto il nuovo ebreo. Mio padre esprimeva amarezza di fronte alla prevaricazione in stile bolscevico dei dirigenti dell'Histadrut, il sindacato, che negavano lavoro a chi era sprovvisto di libretto rosso. Il signor Gustav Krokmal sosteneva con una certa circospezione che, malgrado tutte le sue carenze, in fondo in fondo Ben Gurion era il leader di quei tempi: lo spirito stesso della storia aveva collocato Ben Gurion in un momento in cui i nostri meschini funzionari, spaventati dai troppi rischi, avrebbero altrimenti perso l'occasione di fondare uno stato. "La nostra gioventù!" gridava nonno Alexander a gran voce. "La nostra meravigliosa gioventù, lei ci ha regalato la vittoria e il miracolo! Altro che Ben Gurion! La gioventù! ", e ciò dicendo nonno si chinava verso di me e mi dava qualche carezza distratta, come per ricambiare in tale modo la gioventù trionfatrice in guerra. Le donne non prendevano quasi parte alla conversazione. A quell'epoca di loro si diceva, come complimento: "E' un'ascoltatrice eccezionale", si spendevano elogi sul rinfresco e la bella atmosfera, ma non sul loro contributo alla conversazione. Mala Rodintzky, ad esempio, annuiva amabilmente quando parlava Stashek e scuoteva il capo se non era d'accordo con quello che lui diceva. Tserta Abramsky si abbracciava le spalle, come se avesse freddo. Dopo la morte di Yoni, anche nelle sere più calde Tserta stava seduta sempre con la testa leggermente voltata, sembrava guardasse i cipressi nel cortile della vicina, abbracciandosi le spalle. Nonna Shlomit, una donna energica e caparbia, interferiva a volte con la sua voce sorda, perentoria: "Verissimo!" o: "E' molto peggio di quello che dici, Stashek, molto molto peggio!" e ogni tanto diceva: "No! Ma che dice, signor Abramsky! Insomma, non è possibile!".
*** Solo mia mamma violava di tanto in tanto quest'ordine vigente. Coglieva un momentaneo silenzio ed esprimeva un'osservazione, il suo parere, una specie di parentesi che di primo acchito non sembrava pertinente all'argomento e risultava anzi di un fuori luogo quasi imbarazzante, se non che da quel momento in poi ci s'accorgeva che la conversazione aveva preso una piega leggermente diversa: non che cambiasse argomento o che gli argomenti di prima fossero stati confutati, piuttosto era come se si fosse aperta una porta su una parete sul retro, dove sino a quel momento non era stato notato nessun passaggio. Terminata la sua frase mamma taceva, sorrideva con garbo e guardava con aria trionfale non gli ospiti e nemmeno papà, bensì me. E dopo le parole di mia madre a volte si aveva l'impressione che il discorso fosse passato da un piede all'altro, come quando si sposta il peso. Dopo un poco, con il tenue sorriso, un po' perplesso e un po' enigmatico, ancora a fior di labbra, mia madre si alzava per servire a tutti un'altra tazza di tè. Con poca o molta essenza? E magari anche un'altra fetta di torta? Agli occhi del bambino che ero quella fugace intromissione di mia madre nel discorso degli uomini risultava un po' molesta, forse perché captavo fra gli astanti una sfumatura recondita di imbarazzo, un quasi impercettibile moto di ritirata, il vago, passeggero timore di dire o fare inavvertitamente qualcosa - che però nessuno di loro avrebbe saputo definire - capace di suscitare in mia madre un blando sogghigno. Forse era la sua bellezza introversa a mettere puntualmente a disagio quegli uomini così chiusi e a suscitare in loro la paura di non piacerle, di risultarle un poco ripugnanti. Mentre alle signore questi interventi di mia madre ispiravano un singolare miscuglio di ansia e speranza di vederla finalmente inciampare, ma non senza, forse, una vaga risonanza di soddisfazione per il disorientamento degli uomini. Il signor Turan, lo scrittore e funzionario Chayyim Turan, diceva, ad esempio: "Insomma, tutti comprendono che non è assolutamente possibile guidare uno stato come fosse un negozio di alimentari. O come il comitato di quartiere di una cittadina di provincia". Mio padre: "Forse è ancora presto per giudicare, caro Chayyim, ma chi ha la testa sul collo trova a volte in questo nostro giovane stato motivo di delusione
smaccata". Il signor Krokmal, il medico delle bambole, aggiungeva con tono abbacchiato: "E poi, non aggiustano nemmeno il marciapiede. Abbiamo già scritto due lettere a sua eccellenza il sindaco, senza ricevere nessuna risposta. Lo dico non per contraddire il signor Klausner, per carità, ma anzi nello stesso spirito e con le medesime intenzioni". Mio padre scherzava in un ebraico che già allora suonava un poco antiquato: "Nel nostro paese si portano i vasi a Samo, ma non ad Atene... Il signor Abramsky, dal canto suo, citava: "E sangue s'aggiunge a sangue, come dice il profeta Osea, sulla corruzione del paese. Uno sparuto resto del popolo d'Israele è venuto a fondare qui un nuovo regno di Davide e Salomone, a porre le fondamenta del Terzo Tempio, quand'eccoci tutti caduti nelle viscide mani di tesorieri di kibbutz pasciuti e meschini, nonché di faccendieri rossi in viso e incirconcisi di cuore, piccini come formiche. Capi riottosi, complici di ladri, si spartiscono pezzo a pezzo questa miserabile fetta di patria che i popoli del mondo ci hanno concesso. E' proprio di loro che parla Ezechiele quando dice: Al suono delle grida dei tuoi conduttori tremeranno i lidi". Allora mamma, con il suo sorriso che le sfiorava le labbra ma quasi senza toccarle: "E se quando avranno finito di spartirsi i lidi cominciassero davvero a riparare i marciapiedi? Compreso quello davanti al negozio del signor Krokmal?". *** Adesso, cinquant'anni dopo la sua morte, mi pare di udire la sua voce mentre pronuncia queste o simili parole, un insieme teso di lucidità e scetticismo, di sarcasmo sottile e tristezza inguaribile. In quegli anni già si era corroso qualcosa, in lei. Una certa lentezza s'insinuava nei suoi movimenti - o non lentezza, qualcosa che ricordava invece una lieve sbadataggine. Ormai non dava più lezioni private di letteratura e storia. Ogni tanto, in cambio di una somma irrisoria, correggeva il linguaggio e lo stile e preparava per le stampe il saggio erudito che qualche professore del quartiere di Rechavia aveva scritto in un ebraico-tedesco saltabellante. Svolgeva ancora ogni giorno, sempre sola, svelta ed efficiente, tutti i lavori di casa: la mattina cucinava e friggeva e
infornava e comprava e tagliava e mescolava e puliva e lavava e strigliava e faceva il bucato e stendeva e stirava e piegava finché la casa non splendeva. Nel pomeriggio si metteva a leggere. Era bizzarra la sua postura quando leggeva: il libro lo teneva sempre posato sulle gambe, schiena e nuca si incurvavano, chine su di esso. Una bambina timida che affonda lo sguardo, sembrava mia madre seduta a leggere. Spesso si metteva alla finestra, dove restava a lungo a guardare la nostra via tranquilla. Oppure si toglieva le scarpe e si stendeva sopra il copriletto, vestita, gli occhi sbarrati e fissi su un punto del soffitto. A volte si alzava di scatto, si cambiava concitatamente gli abiti da casa con altri per uscire, mi prometteva che sarebbe tornata entro un quarto d'ora, si aggiustava la gonna, si sistemava i capelli senza bisogno dello specchio, metteva a tracolla la sua semplice borsa di paglia e usciva di corsa, come per paura di arrivare tardi a qualche cosa. Se le chiedevo di portarmi con sé, se le domandavo dove andasse, mia madre mi rispondeva: "Devo stare un po' di tempo con me stessa. Fallo anche tu". E di nuovo: "Torno fra un quarto d'ora". Non veniva mai meno alla parola data: tornava a casa poco dopo, gli occhi appena luccicanti, le guance fresche, come se si fosse esposta all'aria fredda. Come se avesse corso per tutta la strada. O come se per strada le fosse capitato qualcosa di molto coinvolgente. Era bella, al suo ritorno, ancora più bella di quando usciva. Una volta la seguii di nascosto. Camminavo dietro a lei a distanza, tenendomi incollato a muri e siepi, come avevo imparato da Sherlock Holmes e al cinema. L'aria non era così fredda, mia madre non correva, però camminava a passo lesto: come per paura di fare tardi. In fondo a via Sofonia svoltò a destra e scese giù, le scarpe bianche che ticchettavano ritmicamente sull'asfalto, finché non arrivò all'incrocio con via Malachia. Qui si fermò accanto alla buca delle lettere, esitò un istante. Il piccolo detective che era sulle sue tracce arrivò alla conclusione che era uscita per imbucare delle lettere segrete: ero già tutto preso dalla curiosità, oltre che da un leggero fremito di paura. Ma mia madre non spedì nessuna lettera. Rimase un momento ferma accanto alla buca, immersa nei pensieri, poi si posò una mano sulla fronte, e si diresse sulla via del ritorno. (Dopo molti anni quella buca rossa delle lettere stava ancora lì, sprofondata dentro un muro di cemento, con sopra incisi i caratteri G.R. a nome di Giorgio Quinto, re d'Inghilterra.) Saltai dunque in un cortile dal quale con una
scorciatoia passavo a un altro, e di lì arrivai a casa un minuto o due prima di lei, che ansimava un po', mentre il colorito delle guance pareva dire che era tornata dalle nevi e negli occhi scuri, intensi, brillavano dei lampi di malizia simpatica, affettuosa. In quel momento assomigliava molto a suo padre, al nonno "pape". Mi prese il capo e se lo strinse gentilmente al grembo, dicendo più o meno così: "Di tutti i miei bambini, sei tu quello cui voglio più bene. Me lo vuoi dire tu, che cosa hai che preferisco proprio te?". E anche: "Soprattutto il tuo candore. In vita mia non ho mai conosciuto nessuno candido come te. Vivrai lunghi anni, farai ogni sorta di esperienze, ma questo candore non lo perderai per strada. Resterai sempre così". E anche: "Al mondo ci sono donne che predano gli ingenui e altre, fra cui io, che invece li adorano e sentono l'impulso profondo a tenerli sotto le proprie ali protettive". E anche: "Penso che da grande diventerai una specie di cagnolino affettuoso, sai, frastornante come tuo papà, e anche taciturno pieno e chiuso come un pozzo in un villaggio ormai disabitato. Come me. Si può essere una cosa e l'altra insieme, sai. Sì. Penso che sia possibile, certo. Adesso vuoi che giochiamo insieme a inventare una storia? Un capitolo tu e uno io? Vuoi che cominci io? C'era una volta un villaggio che si era svuotato dei suoi abitanti. Persino i cani e i gatti se n'erano andati. Persino gli uccellini. E così il villaggio rimase muto e abbandonato per anni e anni. Pioggia e vento battevano sui tetti di paglia, grandine e neve rovinavano le pareti delle casupole, gli orti andarono in rovina mentre alberi e cespugli continuarono a crescere incolti, sempre più folti. Una sera, d'autunno, arrivò a questo villaggio abbandonato un viandante che aveva smarrito la strada. Bussò timidamente alla porta della prima casupola, ed ecco... allora, vuoi continuare tu?!". *** Circa a quell'epoca, era l'inverno fra il '49 e il '50, due anni prima della sua morte, presero a tormentarla frequenti mal di testa. S'ammalava spesso di influenza e angina, ma quand'anche era guarita da questi malanni, le emicranie restavano. Spostava la sua sedia vicino alla finestra, e con indosso la vestaglia blu di flanella, restava lungamente seduta a guardare la pioggia, il libro aperto e capovolto sulle gambe. Invece di leggerlo lo picchiettava con le dita: un'ora, anche due, seduta impettita a guardare la
pioggia o forse un uccellino infradiciato, senza smettere neppure un istante di tamburellare con tutte e dieci le dita sulla copertina del libro. Come fosse stata a un pianoforte, a ripetere sempre lo stesso "étude". A poco a poco si trovò costretta a limitare i lavori di casa: riusciva ancora a rassettare, a fare ordine ed eliminare ogni pezzo di carta, briciola di pane. Spazzava ancora ogni mattina i pavimenti del piccolo alloggio, che lavava con secchio e straccio ogni due o tre giorni. Ma non preparava più dei pranzi con diverse portate; si limitava a pietanze molto semplici: una patata bollita, una frittata, verdure crude. A volte delle fettine di pollo che galleggiavano nel brodo. O riso e tonno in scatola. Non si lamentava quasi mai di quei dolori lancinanti capaci di continuare senza tregua per giorni e giorni. Fu mio padre a raccontarmi delle emicranie di mamma. Me ne parlò sottovoce, non in sua presenza, come in un a tu per tu fra uomini premurosi. Mi posò il braccio intorno alle spalle e mi fece promettere che da allora in poi avrei abbassato il tono di voce quando mamma era in casa. Niente strilli o chiasso. E soprattutto dovetti promettere che non avrei più, assolutamente più, sbattuto porte, finestre, persiane. Che avrei fatto sempre attenzione a non far cascare per terra barattoli e coperchi. Che non avrei più battuto le mani in casa. Promisi e mantenni. Mi chiamava figliolo saggio e qualche volta persino "ragazzo". Mia madre mi sorrideva con amore, ma era un sorriso non sorridente. Delle minuscole rughe si disegnarono quell'inverno agli angoli dei suoi occhi. Avevamo ospiti ormai di rado. Lilienka, Lilia Kalisch, cioè la maestra Leah Bar Samka, autrice di due utili manuali sulla psiche del bambino, capitava spesso, si sedeva davanti a mia madre e loro due chiacchieravano in russo o in polacco. Avevo l'impressione che parlassero della loro città, di Rovno, delle amiche e degli insegnanti che i tedeschi avevano ucciso a fucilate nel bosco di Soseniki. Perché ogni tanto affiorava nei loro discorsi il nome di Issachar Reis, il carismatico preside di cui tutte le ragazze del Tarbut erano innamorate, e quelli di altri insegnanti - Buslik, Berkoski, Fanka Seidmann - e anche di vie e parchi della loro infanzia. Nonna Shlomit veniva ogni tanto a visionare la ghiacciaia e la dispensa in cucina, storceva il naso e confabulava per un po' con papà in fondo al corridoio, presso la porta del gabinetto. Poi sbirciava verso la stanza in cui c'era mamma, e le domandava con voce mielosa: "Hai bisogno di qualcosa, mia cara?". "No, grazie." "Allora perché non ti distendi?" "Sto bene così, grazie."
"Non fa un po' freddo qui? Vuoi che accenda la stufa, per caso?" "No grazie. Non ho freddo. Grazie." "E il dottore? Quando è venuto?" "Non c'è bisogno del dottore." "Sul serio? Be', e come fai a sapere di non averne bisogno?" Papà diceva timidamente a sua madre qualche cosa in russo, scusandosi subito con tutte e due. Nonna lo sgridava: "Silenzio Lonya. Tu non immischiarti. Sto parlando con lei e non con te. Che esempio dai, scusa, al bambino?". Il bambino si teneva distante, poiché una volta gli era capitato di sentire che nonna diceva a papà, mentre questi l'accompagnava alla porta: "Sì. Che commediante. Come se le spettasse la luna. E tu smettila di contraddirmi. Come se solo per lei i tempi fossero duri. Come se tutti noialtri leccassimo miele a volontà e solo lei a soffrire. E tu apri un po' questa finestra. Si soffoca". *** Comunque, fu chiamato il medico. E qualche tempo dopo di nuovo. Mamma venne sottoposta a una serie di esami ospedalieri, fu anche ricoverata temporaneamente all'ospedale Hadassah, in piazza Dovidka. Visite e controlli, ma non si trovò nulla. Due settimane dopo il suo ritorno dall'ospedale, pallida e fiacca, si chiamò di nuovo il nostro dottore. Una volta arrivò anche in piena notte, fu la sua voce buona a svegliarmi, una voce grossa e grezza come colla di falegname, mentre scherzava con papà in corridoio. Al capezzale del divano che la notte s'apriva per trasformarsi in stretto letto matrimoniale, dalla parte di mamma, c'erano barattoli e boccette di vitamine e pillole di Flegin, altre che si chiamavano A.P.C. e ancora delle medicine dentro delle bottiglie. Mamma non ne voleva sapere di coricarsi a letto. Restava per ore sulla sua sedia alla finestra, e ogni tanto pareva di così buon umore: a papà si rivolgeva, quell'inverno, con una dolcezza particolare e con calore, come se fosse lui il malato, lui a rabbrividire ogni volta che qualcuno alzava la voce. Si abituò a parlargli come fosse stato un bambino, con tenerezza e usando dei vezzeggiativi, fors'anche storpiando per lui i finali di parola, come si fa con i piccini. Mentre me, quell'inverno, mamma mi trattava come un confidente:
"Per favore non avercela con me Amos"; diceva con gli occhi fin dentro la mia anima, "non avercela con me, è un po' dura per me adesso, lo vedi che faccio di tutto perché vada a posto". Mi alzavo presto e spazzavo la casa al posto suo prima di andare a scuola. Due volte alla settimana passavo sulle mattonelle uno straccio bagnato di acqua e sapone, e poi uno asciutto. Imparai a tagliare le verdure per l'insalata e affettare il pane e friggermi due uova ogni sera, perché mamma aveva spesso una leggera nausea. Mentre papà, animato improvvisamente in quei giorni da un'allegria sommessa che non trovava alcuna ragione, faceva di tutto per mascherare questo suo nuovo umore. Parlottava spesso fra sé e sé, ridacchiava senza motivo, e una volta che non si era accorto di me, lo vidi saltellare a passo di danza in cortile, come tarantolato. Spesso la sera usciva e tornava solo quando io ormai dormivo. Doveva uscire, diceva, perché in camera mia c'era oscuramento alle nove, mentre nella loro la mamma non sopportava la luce. Ogni sera lei stava seduta al buio alla solita sedia vicino alla finestra. Lui provava a mettersi lì accanto, in quel silenzio, come per partecipare alla sua sofferenza, ma il suo umore irrequieto non gli permetteva di restare fermo così più di tre, quattro minuti.
50. All'inizio papà si ritirò nella piccola cucina: la sera provava a leggere lì, oppure apriva libri e schede sulla cerata sopra il tavolo traballante e tentava di lavorare un poco. Ma il locale era stretto e basso, soffocante come una cella. Lui era una persona socievole, cui piaceva tanto discutere e scherzare in compagnia, una persona solare, e ora che era costretto a starsene da solo ogni sera in quella noiosa cucina senza poter fare giochi di parole, a digiuno di controversie storiche o politiche, i suoi occhi si appannavano come quelli di un bambino offeso. Una sera mamma rise d'un tratto debolmente e gli disse: "Va'. Su, va' a giocare un po' in cortile". E poi: "Sta' solo molto attento alla gente che trovi in giro. Non sono tutti onesti e buoni come te". "Shtu tu panimaish?!" ribollì papà. "Ti ni normalia? Widesh malcik!!" Mamma: "Scusa". Chiedeva sempre il permesso di mamma, prima di uscire. Usciva sempre solo dopo aver terminato tutte le faccende di casa, dopo aver riordinato la spesa, lavato i piatti, steso il bucato sul filo o ritirato quello asciutto. Solo allora si lucidava per bene le scarpe, si faceva la barba, si spruzzava in faccia un po' del dopobarba nuovo che aveva comprato, cambiava la camicia, sceglieva con cura una cravatta intonata e con la giacca ancora in mano si chinava su mamma e domandava: "Non hai davvero nulla in contrario se vado un po' dagli amici? A conversare della situazione? O di faccende di lavoro? Dimmi la verità?". Mamma non si oppose mai. Però si rifiutava categoricamente di ascoltare
quando lui tentava di dirle con precisione dove era diretto quella sera. "Quando torni, Arieh, cerca solo di non far rumore." "Entrerò in silenzio." "Ciao. Adesso va'." "Davvero non ti disturba che io esca? Non torno tardi." "Davvero non mi disturba. E torna quando vuoi." "Hai bisogno di qualche cosa?" "Grazie. Non ho bisogno di nulla. Amos penserà a me." "Non tornerò tardi." E dopo un breve, incerto silenzio: "Allora va bene? Tutto a posto? Esco? Arrivederci. Stai bene. Proverai comunque ad addormentarti a letto e non sulla sedia?". "Proverò." "Allora buonanotte? Arrivederci? Quando torno, non tardi comunque, prometto di entrare in silenzio assoluto." "Vai pure." Allora lui si sistemava la giacca, drizzava il nodo della cravatta, canticchiava passando in cortile sotto la mia finestra, con la voce calda ma stonando da far accapponare la pelle: "Remota è la via/tortuoso il sentiero/vado lontano/compagna mi è la luna..." o forse: "Che dicono i tuoi occhi, i tuoi occhi nulla dicon nulla di nulla?". *** Dall'emicrania derivò l'insonnia. Il dottore le prescrisse ogni sorta di sonniferi e tranquillanti, tutto invano. Lei aveva paura del letto e passava tutta la notte sulla sedia, con una coperta addosso, un cuscino dietro la testa e un altro sulla faccia, forse tentando in questo modo di prendere sonno. Ogni minimo rumore la terrorizzava: il miagolio di gatti in calore, spari in lontananza da Sheikh Jarakh o Isauia, il lamento del muezzin verso l'alba dalla cima di un minareto della Gerusalemme araba, oltre la linea del confine. Se papà spegneva tutte le luci, mia mamma aveva il panico del buio. Se lasciava una luce in corridoio, quella le aggravava il mal di testa. Credo che lui tornasse un po' prima di mezzanotte, brioso ma anche pieno di vergogna: la trovava sveglia sulla sedia che guardava dalla finestra buia con due occhi secchi. Le portava una tazza di tè o del latte caldo, la pregava di provare comunque a coricarsi e prendere sonno, si dichiarava disposto a rinunciare al letto e appisolarsi lui sulla sedia al posto suo, magari così alla fine lei sarebbe riuscita a dormire. Tale era il suo senso di colpa che arrivava a inginocchiarsi per infilarle un paio di calze di lana, contro il freddo ai piedi. Al suo ritorno in piena notte presumibilmente si lavava ben bene col sapone, canticchiando allegro e con le solite sfrenate stecche, melodie quali "ho un giardino/e pure un pozzo", poi di colpo s'interrompeva
mortificato e in un silenzio vergognoso indossava il suo pigiama a strisce, tornava da mamma a offrirle dolcemente una tazza di tè, del latte o del succo di frutta, provava fors'anche ancora a convincerla a mettersi a letto accanto a lui o al posto suo. La implorava di scacciare i brutti pensieri e farne venire di belli al loro posto. Mentre si infilava sotto la coperta le offriva un assortimento di cose belle cui pensare, e con ciò si addormentava come un bambino travolto dai sogni. Suppongo però che due o tre volte per notte si svegliasse in preda al senso di responsabilità, controllasse le condizioni della malata sulla sedia davanti alla finestra, le porgesse una medicina o un bicchiere d'acqua, le aggiustasse la coperta e tornasse a dormire. *** Alla fine di quell'inverno lei smise praticamente di mangiare. Intingeva ogni tanto una fetta biscottata nella tazza di tè e sosteneva che tanto le bastasse. Aveva un po' di nausea e niente appetito. Tu non preoccuparti Arieh, quasi non mi muovo perciò se mangiassi diventerei grassa come mia mamma. Non preoccuparti. A me papà spiegò tristemente: "Mamma è malata e i dottori non capiscono che cosa abbia. Avrei voluto chiamarne degli altri, ma lei non me lo ha permesso". Una volta mi disse: "Tua madre sta castigando sé stessa. Solo per castigare me". Nonno Alexander disse: "'Nu. Shtu'. Stato d'animo. Malinconia. Capriccio. Segno che il cuore è ancora giovane". Zia Lilienka mi disse: "Nemmeno per te deve essere facile, certo che no. Sei un bambino intelligente e sensibile, mamma mi dice che sei un raggio di luce nella sua vita. Lo sei davvero. Non come l'egoismo infantile di chi proprio in una situazione del genere si permette di andare a cogliere fiori in giro senza accorgersi che non fa che peggiorare il dolore. Ma non importa. Stavo parlando a me stessa, non a te. Tu che sei un bimbo un po' solitario, adesso forse sei più solo che mai, perciò se senti il bisogno di parlare con me a tu per tu, non esitare. Ricordati per favore che Lilia è non solo un'amica della tua mamma, ma se mi permetti anche una tua cara amica, no? Un'amica che non guarda a te come fanno gli adulti con i bambini, piuttosto da pari a pari, no?".
Forse afferrai che con l'espressione "cogliere fiori in giro" zia Lilia intendeva il fatto che papà uscisse la sera per andare a trovare i suoi amici, ma certo non compresi quali specie di fiori spuntassero, secondo lei, nel piccolo appartamento dei Rodintzky con il loro canarino calvo e quello fatto di pigna e la schiera di animaletti in raffia dietro la vetrina. O dagli Abramsky che vivevano poveramente in una casa squallida e trascurata e, straziati dalla perdita del figlio, avevano di fatto smesso di pulire e riordinare. O forse intuivo che nei fiori di cui parlava zia Lilia ci fosse qualcosa di inammissibile, e perciò non ero disposto a capire e nemmeno a collegare la doppia lucidatura delle scarpe e il nuovo dopobarba. *** La memoria mi confonde. Ora ricordo una cosa che avevo dimenticato, appena successa. E che mi era tornata in mente quando avevo più o meno sedici anni, prima di scordarla del tutto. E questa mattina mi sovviene non il fatto in sé, bensì quel ricordo precedente, anch'esso vecchio di più di quarant'anni: come una luna di vecchia data il cui riflesso nel vetro della finestra si specchia ancora in un lago, così dall'acqua il ricordo attinge non la sua immagine, che ormai non esiste più, ma soltanto le sue bianche ossa. Ecco, dunque: adesso qui ad Arad in questo giorno d'autunno, le sei e mezzo di mattina, vedo d'un tratto, perfettamente nitidi, me e il mio amico Lulik che passiamo in un mezzogiorno nuvoloso d'inverno del '50, forse '51, in via Giaffa presso via Sion; Lulik mi assesta un piccolo pugno fra le costole e bisbiglia, ma guarda, non è tuo padre quello seduto lì dentro? Su scappiamo presto prima che si accorga che abbiamo tagliato la lezione di Avisar! In effetti fuggiamo eppure fuggendo vedo lo stesso oltre il vetro mio padre seduto al caffè Ziechel, un tavolo presso la vetrata, che ride, una mano che si porta sulle labbra quella ingioiellata di una giovane donna con le spalle alla finestra, e io che scappo anche da Lulik e in fondo non ho ancora smesso di scappare. Nonno Alexander faceva sempre il baciamano alle signore, papà solo ogni tanto e poi insomma le aveva preso la mano ed era chino così su di lei solo per guardare il suo orologio e paragonarlo a quello che portava lui, faceva sempre così, faceva così quasi con tutti, gli orologi erano la sua passione. E poi quella fu l'unica volta in cui saltai una lezione, non l'avevo mai fatto e quella volta l'avevamo fatto per andare a vedere il carro armato
egiziano bruciato che avevano messo sulla spianata dei Russi e comunque non avrei più marinato, mai più. Mai. *** Lo odiai. Per due giorni, più o meno. Per la vergogna. E dopo due giorni mi misi a odiare mamma, e tutti i suoi mal di testa e le sue commedie e quello sciopero contro di noi seduta alla finestra, in fondo la colpa era sua, lei l'aveva spinto ad andare via così, in cerca di vita. Poi odiai me stesso che mi ero lasciato convincere da Lulik come il gatto e la volpe di Pinocchio a marinare la lezione del signor Avisar: insomma, perché non avevo un'oncia di carattere? Perché mi lasciavo influenzare così dal primo che arrivava? Comunque, dopo una settimana avevo dimenticato tutto, e più non mi tornò in mente quel che avevo visto attraverso la vetrata del caffè Ziechel, fino a quella brutta notte al kibbutz Hulda, quando avevo sedici anni. Avevo ormai dimenticato il caffè Ziechel e rimosso, come se non fosse mai esistita, anche quella mattina in cui, uscito anzitempo da scuola, avevo trovato mia madre in vestaglia, ma non davanti alla finestra in camera, bensì sulla sdraio in cortile, ai piedi del melograno spoglio: sedeva placidamente, sulle labbra aleggiava qualcosa che somigliava a un sorriso eppure non era un sorriso, il libro come al solito aperto e capovolto sulle gambe e una pioggia battente che scendeva incessante già da un'ora o due, una pioggia fredda addosso da chissà quanto, perché quando la feci alzare e la trascinai in casa era fradicia e intirizzita come un uccellino bagnato che non avrebbe mai più volato, ormai. Condussi mia madre in bagno e le portai degli abiti asciutti presi nell'armadio e la sgridai come un adulto e le impartii degli ordini da dietro la porta del bagno e lei non mi rispose però mi obbedì in tutto, facendo esattamente come le dicevo, solo senza far sparire quel suo sorriso che sorriso non era. A papà non dissi nulla, perché gli occhi di mamma mi pregavano di serbare il segreto. Solo alla zia Lilia dissi più o meno così: "Ma ti sbagli di grosso zia Lilia. Non diventerò mai né scrittore né poeta e nemmeno studioso, assolutamente no, perché non sono per nulla sentimentale. Il sentimentalismo mi disgusta. Voglio fare il contadino. Andrò a vivere in kibbutz. O magari un giorno diventerò avvelenatore di cani. Con una siringa piena di arsenico". ***
In primavera stava un po' meglio. La mattina del 15 di Shevat, il giorno in cui il presidente del governo provvisorio; Chayyim Weizmann, aprì la seduta dell'Assemblea costituente destinata a diventare il primo parlamento d'Israele, mia madre indossò il suo vestito blu e propose a papà e me di andare a fare una gita nel bosco di Tel Arza. Era dritta e così bella con quel vestito, e quando finalmente lasciammo il nostro scantinato zeppo di libri uscendo alla luce del sole di primavera, nelle sue pupille brillavano di nuovo scintille calde di affetto. Papà la prese a braccetto mentre io correvo un po' avanti come un cagnolino - lo facevo apposta, un po' perché volevo lasciarli parlare fra loro, o forse solo perché ero contento. Mamma aveva preparato dei panini al formaggio con fettine di pomodoro e altri con uova sode, peperone e acciughe, papà aveva pensato al thermos con il succo d'arancia tiepido che aveva spremuto lui stesso. Arrivati nel bosco, aprimmo un piccolo telo e ci stendemmo a respirare il profumo dei pini gonfi di pioggia invernale. Fra gli alberi intravedevamo le pietraie, in cima alle quali già spuntava una peluria verde scuro. Oltre il confine ecco le case del villaggio arabo di Shuaft e in lontananza, sulla linea dell'orizzonte, l'affusolato minareto di Nebi Samuel. La prossimità fra la parola "churshah", "boschetto" e la parola "choresh", "silenzio", e fra "charishi", "sordo, silenzioso", e "charish" "aratura" e "charoshet", "lavorazione", diede a papà l'occasione di raccontarci qualche magia della lingua. Mamma era di buon umore e perciò ci offrì una bella serie di allitterazioni - "chishur", "razzo", "chashrat", "cascata", "rachas", "rumorio", "shachar", "alba", "shachor", "nero", "shocher", "amico" - tutte effettivamente ricavate con le stesse consonanti di "choresh". Poi ci raccontò di un vicino ucraino, un ragazzo in gamba e di bell'aspetto che sapeva indovinare in anticipo in quale alba, esattamente, sarebbe spuntato il primo germoglio nei campi di segale, e quando dalla terra avrebbero fatto capolino le prime barbabietole. Questo ragazzo, Stefan, Stefasha lo chiamavano, o Styofa... tutte le ragazze non ebree erano pazze di lui ma lui era follemente innamorato di un'insegnante ebrea del liceo Tarbut e una volta per amore tentò anche di affogare nel vortice del fiume ma visto che era un nuotatore provetto non ci riuscì, fu invece trascinato fino alla riva, presso un podere, dove fu sedotto dalla padrona
della tenuta che dopo qualche mese gli regalò un'osteria e forse era ancora lì, ma certo abbrutito e imbestialito a forza di bere e fornicare. Papà questa volta trascurò di zittirla per aver usato la parola "fornicare", e nemmeno la rimproverò con il solito "vadesh malcik!". Posò invece la testa sulla sua gamba, si distese sul telo a masticare sovrappensiero un filo d'erba. Io feci come lui: mi coricai sul telo, adagiando il capo sull'altra gamba di mamma, a masticare erba e riempirmi i polmoni dell'aria tiepida e vinacciosa, piena di aromi freschi e ronzii di insetti ebbri di primavera, un'aria deliziosa, dilavata dalla pioggia e distillata dai venti dell'inverno. Che bello sarebbe fermare il tempo qui e fermare anche questa pagina due anni prima della sua morte, in quell'immagine del 15 di Shevat e noi tre nel bosco di Tel Arza: mia madre con il vestito blu, un fazzoletto rosso annodato con garbo intorno al collo, seduta dritta e bella, appoggiata contro il tronco di un albero, il capo di mio padre sopra una sua gamba e il mio sull'altra, la sua mano fresca che ci accarezzava il viso e i capelli, per un poco. E stormi di uccelli che cantavano sopra di noi, tra le fronde dei pini lavati. *** Stava così bene, in primavera. Niente più giorni e notti sulla sedia alla finestra, niente più ribrezzo della luce elettrica né tremori al minimo rumore. Non trascurava più i lavori domestici né le amate ore da dedicare alla lettura. Le emicranie stavano passando. Le era quasi tornato l'appetito. E di nuovo le bastavano cinque minuti davanti allo specchio, un filo di rossetto, un po' di cipria e ombretto, la spazzola e qualche istante a scegliere l'accostamento giusto davanti al guardaroba, per mostrarsi a noi tutti misteriosa e bella e raggiante com'era una volta. In casa nostra tornarono gli ospiti dei soliti dibattiti, i coniugi Bar Yzhar (Itzlvitz), gli Abramsky, ferventi revisionisti che detestavano anima e cuore il governo del Mapai, e anche Hannah e Chayyim Turan e i Rodintzky e Toshia e Gustav Krokmal che venivano da Danzica e avevano aperto il loro "ospedale delle bambole" in via Gheulla. Di tanto in tanto gli uomini rivolgevano uno sguardo fugace, intimorito, a mia madre, e subito abbassavano gli occhi. Riprendemmo anche ad andare ogni vigilia di Shabbat ad accendere i lumi e mangiare polpette di pesce o collo di pollo ripieno e cucito con il filo al tavolo rotondo di nonna Shlomit e nonno Alexander. Il sabato mattina qualche volta si faceva un salto dai Rodintzky, e dopo pranzo, quasi ogni sabato,
attraversavamo tutta Gerusalemme da nord a sud, per il solito pellegrinaggio da zio Yosef, al quartiere di Talpiyot. Una sera, a cena, mamma prese a raccontarci di una lampada da comodino che stava accanto alla poltrona della sua stanza in affitto a Praga all'epoca in cui studiava storia e filosofia all'università. E papà, l'indomani, tornando dal lavoro, passò da due negozi di mobili in via King George e in via Giaffa e anche in uno di elettrodomestici in via Ben Yehudah: fatti i confronti, tornò al primo negozio e arrivò a casa con un regalo per lei - la più bella lampada da comodino che si potesse immaginare. Quasi un quarto del suo stipendio mensile, era costato a papà quel regalo. Mamma baciò lui e me sulla fronte e con uno strano sorriso promise che la lampada nuova avrebbe continuato a fare luce per noi due per molto tempo ancora dopo la sua partenza. Papà, che era ubriaco di vittoria, non intese quelle parole perché non ascoltava mai bene e comunque la sua soverchia energia verbale era già passata oltre, verso l'antica radice semantica "nur" e la forma aramaica di lume, "menarla" e l'arabo che invece porta "manar". E io, che avevo sentito, non capii. O capii ma non colsi. Poi tornarono le piogge. Papà riprese a chiedere a mamma ogni tanto, dopo la nove, quando io ero già a dormire, il permesso di "uscire a vedere qualcuno". Le prometteva di tornare senza far rumore, e a un'ora non tarda, le serviva una tazza di latte tiepido e se ne andava con le scarpe lustre, un fazzoletto bianco che spuntava dal taschino, come suo padre, lasciando una scia di dopobarba. Quando passava sotto la mia finestra già oscurata, lo sentivo aprire con uno scatto l'ombrello e canticchiare con le solite stecche: "Mano di delizia aveva/nessuno toccarla osava" o: "Occhi di stella polare/e cuore torrido di calura...". *** Ma mamma e io gliela facevamo in barba: a dispetto della sua severa intransigenza sull'ora precisa in cui dovevo spegnere la luce, "alle nove esatte e non mezzo minuto dopo", mamma e io aspettavamo che l'eco dei suoi passi si fosse allontanata fin verso la discesa bagnata della strada, e subito saltavo dal mio letto e correvo da lei a sentire nuove storie. Lei era seduta nella stanza le cui pareti e mezzo pavimento erano ricoperti da pile e pile di libri, io mi accucciavo ai suoi piedi sul tappeto, in pigiama, appoggiavo il capo alla sua gamba calda, chiudevo gli occhi e ascoltavo. Nessuna luce accesa in casa, a parte quella della nuova lampada da
comodino accanto alla sedia di mamma. Sulle persiane sferzavano il vento e la pioggia. Ogni tanto sopra Gerusalemme rimbombavano sequenze di tuoni bassi, attutiti. Papà era ormai andato per la sua strada, ma mi aveva lasciato mamma con le sue storie. Una volta mi raccontò della casa vuota sopra la sua stanza in affitto a Praga ai tempi dell'università: da due anni nessuno abitava in quella casa, a parte, così dicevano gli inquilini, i fantasmi di due bambine morte: un terribile incendio era divampato in quella casa e le due piccine, Amalia e Yana, non erano riuscite a salvarsi. Dopo la disgrazia i genitori delle bambine erano partiti per andare oltremare. L'appartamento bruciato era stato chiuso, le persiane abbassate. Niente lavori né altri affittuari. Ogni tanto, dicevano i vicini, si udivano le risate e le scorribande, ma tutto attutito. Qualche volta, nelle ore piccole della notte, penetrava un pianto, un grido. Io, diceva mamma, non udii mai niente del genere però qualche volta sono sicura di aver sentito che aprivano un rubinetto. O spostavano un mobile. Rumore di passi scalzi da una stanza all'altra. Forse era solo qualcuno che la notte usava quella casa abbandonata per le sue tresche amorose o per altri scopi. Oscuri. Da grande t'accorgerai che quasi tutto ciò che l'orecchio capta nella notte può essere interpretato in modi diversi. E in fondo questo non riguarda solo la notte o solo l'orecchio: anche quel che vedono gli occhi, persino in piena luce, di giorno, ha quasi sempre diversi risvolti. Altre volte mia madre mi parlava di Euridice e di Ade e Orfeo, mi raccontava della figlia di otto anni di un famoso nazista, un assassino assetato di sangue che gli americani avevano portato al patibolo nella città di Norimberga dopo la fine della guerra e lei, la figlia piccina, era stata mandata in un riformatorio solo perché l'avevano colta in flagrante mentre decorava con dei fiori una sua foto. Mi raccontò di un giovane mercante di legname di un villaggio vicino a Rovno che s'era smarrito nel bosco in una notte di bufera e dopo sei anni qualcuno nel cuore di un'altra notte si era intrufolato a casa della vedova e le aveva deposto ai piedi del letto le scarpe ormai tutte rotte del giovane mercante. Mi raccontò del vecchio Tolstoj, che alla fine dei suoi giorni aveva lasciato casa sua ed era andato a morire nella casupola del ferroviere in una sperduta stazione che si chiamava Astapovo. Come Peer Gynt e sua madre Aase, mamma e io eravamo l'uno per l'altra in quelle notti d'inverno:
"Ed io restavo a casa col piccolo Peer; cercavo di non pensarci, non sapendo che altro fare; perché di lottare e resistere non sono mai stata capace... eh già! noi ci buttammo alle fiabe di principesse, troll e animali diversi. E di spose rapite". (Henrick Ibsen, "Peer Gynt", tr. di Anita Rho, Einaudi 1975.) In quelle notti io e mia madre giocavamo spesso alla storia incrociata: lei cominciava, io continuavo, le ripassavo il bandolo, che poi tornava di nuovo a me, un capitolo per ciascuno. Mio padre rientrava a casa un poco prima o un poco dopo mezzanotte, al rumore dei suoi passi fuori noi due spegnevamo immediatamente la luce della lampada, sgusciavamo a letto sotto le coperte come due bambini disubbidienti, e facevamo finta di dormire come due angioletti. Quasi da dentro il sonno lo sentivo attraversare lo spazio angusto della casa, spogliarsi, bere un goccio di latte direttamente dal frigorifero, entrare in bagno, aprire un rubinetto, chiuderlo, tirare l'acqua nel gabinetto, di nuovo aprire e chiudere un rubinetto, mormorare fra sé e sé una trita canzone d'amore, prendere di nuovo dal frigo qualche sorso di latte, e infilarsi di soppiatto, scalzo, in biblioteca, sul divano aperto a letto matrimoniale, dove si coricava accanto a mamma che fingeva di dormire, trattenendo dentro un tacito mormorio e borbottando in silenzio ancora per un istante o due prima di sprofondare nel sonno come un pupo e dormire filato fino alle sei del mattino. Si alzava per primo, si radeva, si vestiva, indossava il grembiule di mamma e andava in cucina a spremere per mamma e me un succo d'arancia che scaldava un poco in acqua bollente, a bagno maria, per servirci poi il bicchiere tiepido a letto, dato che una spremuta fredda avrebbe potuto, come ben si sa, provocare un raffreddore. *** In una di quelle notti tornò l'insonnia di mamma. Stava male sul divano letto, accanto a papà che dormiva profondamente, i suoi occhiali che ronfavano sul comodino. Allora s'alzò, ma questa volta non per andare a sedersi davanti alla finestra e nemmeno nella deprimente cucina, venne invece scalza in camera mia, sollevò la coperta e si coricò in camicia da notte accanto a me, mi abbracciò e baciò finché non mi svegliai. Una volta che fui sveglio, mi domandò sottovoce, dentro l'orecchio, se ero d'accordo a confabulare un po' insieme quella notte... solo noi due. Scusa se ti ho
svegliato ma sai avevo tanto bisogno di bisbigliare un po' con te... Quella volta, sì, avvertii nella sua voce, al buio, un sorriso che era davvero un sorriso, e non soltanto un'ombra di. "Quando Zeus seppe che Prometeo era riuscito a rubare per gli uomini una scintilla di quel fuoco che lui, Zeus, aveva loro negato per castigo, il vecchio quasi scoppiò di rabbia e furore. Ben poche volte gli dèi avevano visto il loro re così alterato. Per giorni e giorni, quella volta tuonò, nessuno che osasse avvicinarsi a lui. Ancora colmo di rabbia, il vecchio decise infine di arrecare agli uomini una immensa disgrazia sotto spoglie di magnifico dono. Ordinò al dio della lavorazione dei metalli Efesto di foggiare con della terra mista ad acqua l'immagine di una donna magnifica. La dea Atena insegnò a questa figura a cucire e tessere e la vestì con abiti meravigliosi. La dea Afrodite, dal canto suo, le elargì un fascino che abbagliava gli occhi di tutti gli uomini e accalorava i loro desideri. Mentre Ermete, dio dei mercanti e dei ladri, le insegnò a mentire senza batter ciglio, ad accattivarsi cuori, a usare mendace astuzia. Il nome di questa spendida creatura era Pandora, cioè: colei che è dotata di tutti i doni. Tale Pandora, Zeus assetato di vendetta fece portare in dono al fratello stolto di Prometeo. Invano questi aveva messo in guardia il fratello, ingiungendogli di stare alla larga dai doni degli dèi. Quello, appena ebbe visto tale bellezza, saltò dalla gioia addosso a Pandora che gli era stata offerta in moglie, e che portava con sé in dote un vaso pieno di doni da parte degli dèi dell'Olimpo. Un giorno Pandora sollevò il coperchio del vaso e ne vennero fuori malattie, solitudine, ingiustizia, crudeltà e morte. E' così infatti che sono arrivate al mondo tutte le disgrazie che vediamo intorno a noi. Se poi non dormi di già, vorrei ancora dirti che secondo me le disgrazie esistevano anche prima. Quelle di Prometeo e Zeus, e di Pandora stessa, per non parlare della gente comune quale siamo noi. Non disgrazie sono uscite dal vaso di Pandora, è piuttosto il contrario: il vaso stesso fu inventato per il troppo soffrire. Per il troppo soffrire fu aperto. Domani dopo la scuola vai dal barbiere? Guarda fin dove ti arrivano i capelli".
51. Di tanto in tanto i miei genitori mi portavano con loro quando andavano "in città", cioè in via King George o in via Ben Yehudah, in uno dei tre o quattro rinomati caffè che forse in qualcosa ricordavano loro quelli della Mitteleuropa fra le due guerre: qui erano a disposizione i quotidiani in ebraico e in lingua straniera, sorretti da lunghi bastoni, oltre a una selezione di riviste, settimanali e mensili in diverse lingue. Sotto i lampadari di rame e cristallo aleggiava in quei locali un sommesso mormorio straniero insieme a un fumo cinerino di sigarette e aromi di altri mondi, mondi che concedevano una vita agiata e tranquilla, una vita speculativa e all'insegna del sodalizio intellettuale. A ogni tavolino erano accomodati signore in ghingheri e altezzosi cavalieri che parlavano fra loro a voce bassa. Camerieri e cameriere in divisa candida, uno straccio stirato alla perfezione ripiegato sul braccio, giravano fra i tavoli servendo ai clienti del caffè bollente sul quale galleggiava un angioletto schiumoso e niveo di panna montata, del tè di Ceylon con la bustina a parte e servito dentro piccole teiere di porcellana, oltre a pasticcini ripieni di liquore, torte di datteri e di mele con la crema, altre di cioccolato scheggiato di vaniglia, grolle di punch caldo nelle sere d'inverno, e anche bicchierini di liquore e di Cognac (nel '49 e '50 il surrogato prese il posto del caffè, e anche cioccolato e panna erano fittizi). In quei locali i miei genitori frequentavano di tanto in tanto un giro diverso di conoscenti, che nulla avevano a che vedere con vicini quali il medico delle bambole signor Krokmal e consorte, o con polemici impiegatucci delle poste come Stashek Rodintzky. Qui si trovavano con illustri personalità quali il dottor Fefermann, il superiore di papà
all'emeroteca della Biblioteca nazionale, l'editore Yehoshua Czeczik, che veniva ogni tanto da Tel Aviv a Gerusalemme per affari, quando non qualche giovane e promettente storico o filologo più o meno coetaneo dei miei genitori, per il quale le porte dell'università si erano aperte, studiosi e docenti, ricercatori dal promettente futuro accademico. Rare volte capitava che i miei genitori riuscissero a incontrare qualche scrittore gerosolimitano che papà era onorato di conoscere: Dov Kimchi, Shraga Kadari, Yitzhak Shenhar, Yehudah Yaari. Oggi sono ormai quasi tutti caduti nel dimenticatoio, questi scrittori, e anche gran parte dei loro lettori ha lasciato questo mondo, ma a quell'epoca erano famosi e celebrati in tutto il paese. Per queste occasioni papà si lavava i capelli, lustrava reiteratamente le scarpe al punto che brillavano come diamanti neri, s'appuntava una bella spilla d'argento alla cravatta elegante a strisce grigie e bianche, mi dettava più volte le regole della buona educazione e ripeteva la mia incombenza, quella cioè di rispondere in modo succinto e sensato alle domande che mi avrebbero posto. Qualche volta, prima di uscire di casa, papà completava la rasatura del mattino con una pomeridiana riservata alle grandi occasioni. Anche mia madre sfoggiava per questi incontri la collana di corallo rosso che donava magnificamente al suo colorito olivastro e dava alla sua bellezza introversa una tonalità esotica, italiana o forse greca. *** Studiosi ed eruditi di fama si mostrarono entusiasti dell'acume e dell'enciclopedismo di papà: sapevano di potersi fidare di quel pozzo di scienza su questioni che erano troppo ardue per le enciclopedie e che trovavano disarmati i loro manuali. Ma più che soddisfatti del supporto erudito di mio padre e contenti di poter sfruttare la sua competenza, erano visibilmente deliziati dalla compagnia di mia madre: la sua capacità di ascolto profondo, ispirato, infondeva in loro un eloquio infaticabile. Un che della sua presenza pensierosa, delle sue domande inattese, del suo sguardo, dei suoi commenti che di tanto in tanto gettavano una luce nuova e sconcertante sull'argomento di conversazione, li induceva a parlare incessantemente, come in preda a una leggera ebbrezza da lavoro, da travaglio creativo, da slancio di successo. Di tanto in tanto mia madre procurava una citazione pertinente tratta dagli scritti di chi stava parlando in quel momento, indicando una certa affinità con le idee di Tolstoj. Oppure riscontrava nelle cose un risvolto stoico o si esprimeva con un lieve
scuotimento di capo - e la sua voce assumeva in quell'istante una caratteristica di vino scuro - perché le era parso di cogliere nello scrittore seduto con noi al tavolo del caffè una nota quasi scandinava, un'eco dello stile di Hamsun e Strindberg, fors'anche una remota risonanza degli scritti del mistico Emmanuel Svedenborg. Ciò detto, mia madre tornava al suo silenzio e all'ascolto teso, trasformandosi tutta in un limpido, sottile ricettacolo mentre gli altri le elargivano quel che avevano e quel che non avevano in mente di dire, facendo a gara per conquistare la sua attenzione. Molti anni dopo mi capitò di incontrare qualcuno di loro: seppero dirmi che mia madre era stata una donna piena di fascino nonché una lettrice di grazia suprema, la lettrice che ogni scrittore, nella solitudine della sua scrivania e nelle notti sfiancanti di lavoro, sogna di avere. Peccato che non avesse lasciato nulla di scritto, lei. Chissà, dicevano, forse con la sua morte prematura abbiamo perso una scrittrice piena di talento, e questo in anni in cui le si contava sulle dita di una mano, le autrici della letteratura ebraica. Se qualcuno di questi notabili incontrava mio padre in biblioteca o per strada, si fermava qualche istante appena a parlare con lui della lettera che il ministro dell'Istruzione Dinur aveva mandato ai presidi dell'università, di Zalman Shneur che in tarda età aveva deciso di diventare Walt Whitman, o di chi avrebbe preso il posto del professor Klausner alla cattedra di letteratura ebraica. Poi gli dava una pacca sulla spalla e diceva, con gli occhi che luccicavano e il viso raggiante, tanti saluti a casa e in particolare alla sua signora, una donna davvero meravigliosa, una donna così colta, di così buon gusto! Così artistica! Era insomma una pacca affettuosa e amichevole, benché segretamente frammista a invidia per quella moglie, di cui in fondo erano stupiti: che cosa mai trovava in lui, in quell'individuo pedante - un erudito dalla cultura sconfinata, infaticabile e onesto, uno studioso piuttosto insignificante, ma, e che resti fra noi, un po' saccente e scolastico? *** A me spettava un compito tutto speciale, in quelle conversazioni al caffè: per prima cosa dovevo rispondere con cortesia e intelligenza, proprio come un adulto, a domande difficili quali: quanti anni hai? Che classe fai? Fai la collezione di francobolli o di premi? Che cosa studiate nelle lezioni di storia nazionale? E che cosa in quelle di ebraico? Sei davvero un bravo bambino? Hai già letto qualcosa di Dov Kimchi (o Yaari, o Kadari, o
EvenZahav, o Shenhar)? E i tuoi insegnanti - ti piacciono tutti. Qualche volta anche: ti interessi già alle fanciulle? O no? E da grande, vuoi fare anche tu il professore? O forse il pioniere? O il feldmaresciallo dell'esercito israeliano? (Dentro di me, a quell'epoca, ero giunto alla conclusione che gli scrittori sono un genere un po' ipocrita, fors'anche leggermente ridicolo.) In secondo luogo, dovevo non disturbare. Risultare inesistente. Trasparente. Le loro conversazioni al caffè duravano almeno mille ore filate ogni volta, e a me toccava interpretare lungo tutta quell'eternità la parte della presenza ancora più discreta del ventilatore che girava sommessamente sul soffitto. Il castigo per aver disatteso la fiducia in presenza di estranei poteva spaziare dai più rigorosi arresti domiciliare - che entravano in vigore ogni giorno al mio ritorno da scuola e si protraevano per due settimane -, alla revoca del permesso di giocare con gli amici, del diritto di letture prima di dormire nelle venti sere seguenti. Mentre il bel premio per quelle mille ore di solitudine era un gelato. Addirittura una pannocchia. Il gelato non me lo concedevano quasi mai perché faceva male alla gola e procurava raffreddori. Quanto alla pannocchia che vendevano all'angolo di strada tirandola fuori da un calderone bollente, la pannocchia calda e profumata che un tizio con la barba incolta ti avvolgeva in una foglia verde e cospargeva di sale grosso, quella era quasi sempre negata perché il venditore non rasato aveva un'aria assai poco pulita. E quell'acqua dentro il calderone era di sicuro un covo di microbi. "Ma se sua altezza questa volta al caffè Atara si degna di comportarsi irreprensibilmente e impeccabilmente, allora avrà licenza di scegliere, mentre torneremo a casa, nella misura del verdetto, fra pannocchia e gelato a piacimento, una scelta libera, senza costrizioni!" Forse così, al caffè, sullo sfondo delle interminabili conversazioni fra i miei genitori e i loro amici intorno a politica e storia, filosofia e letteratura, schermaglie accademiche e intrighi di editori e redattori - discorsi di cui non potevo afferrare il contenuto -, forse per colpa di quella solitudine e quella alienazione, a poco a poco diventai una piccola spia. Cioè, mi inventai un gioco segreto, un gioco da farsi in quelle ore interminabili senza muovermi dal mio posto, senza proferire un suono, senza accessori di sorta, e persino senza carta e matita: guardavo la gente seduta al caffè e cercavo di indovinare, dagli abiti e dai gesti, dal giornale che leggevano e da quello che ordinavano, chi fossero, da dove venissero, che cosa facessero di solito e che cosa avessero fatto poco prima di venire
qui al caffè e dove andassero dopo... Dall'espressione del viso mi figuravo i pensieri di quella donna che ha sorriso due volte fra sé e sé, e che cosa torna in mente a quel ragazzo magro con il berretto che non stacca gli occhi dalla porta e fa una faccia delusa ogni volta che entra qualcuno? Come sarà, colei o colui ché aspetta? Aguzzavo l'udito e rubavo all'aria sprazzi di discorsi. Mi piegavo per sbirciare che cosa si leggeva ai tavoli vicini, per provare a capire come mai quello lì ha tanta fretta e quell'altro invece sta seduto tranquillo. Così, con pochi e incerti indizi, inventavo per i clienti del caffè intricate e financo raccapriccianti storie di vita: ecco, quella donna con una smorfia di tristezza sulle labbra e l'ampia scollatura, seduta da sola dentro una densa nube di fumo al tavolino d'angolo, già tre volte in meno di un'ora (stando al grande orologio a muro sopra il bancone) si è alzata ed è sparita nei servizi delle donne per poi tornare di fronte alla sua tazza ormai vuota, si accende una sigaretta dopo l'altra dentro un bocchino marrone, di tanto in tanto getta un'occhiata verso la figura abbronzata seduta o col cappotto al tavolo davanti all'attaccapanni. Una volta si è anche alzata ed è andata dal tizio con il cappotto, si è chinata, gli ha detto due o tre parole alle quali lui ha risposto solo con un lieve cenno del capo, ora si siede di nuovo a fumare: quante possibilità racchiude la scena! Fa girare la testa, il caleidoscopio di trame e storie che si possono ricavare da questi frammenti! E se invece gli avesse soltanto chiesto la copia del giornale "Ha Boqer" una volta finito di leggerlo? I miei occhi tentavano invano di sfuggire alla prospettiva laterale della generosa scollatura sotto la faccia della signora al tavolo d'angolo, ma quando li chiudo la scollatura si fa ancora più vicina, esalando il suo calore e avvolgendomi quasi tutto. Le gambe iniziano a tremarmi. Questa donna sta aspettando il suo amante, che ha promesso di venire e invece se n'è dimenticato, perciò lei sta lì a fumare così disperatamente, una sigaretta dopo l'altra, una tazza di caffè nero dopo l'altra, sì da bruciare le lacrime in gola. Ogni tanto sparisce nel bagno delle donne per occultare con la cipria i segni delle lacrime. Mentre al tizio con il cappotto pesante il cameriere sta servendo un bicchierino di liquore, sperando che dissipi il tormento per la donna che è fuggita via da lui per un giovane amante: forse quei due, l'innamorato e la sua donna, sono a bordo di una lussuosa nave da crociera, stanno ballando abbracciati sotto il chiaro di luna che si riflette nell'oceano, sul ponte in occasione della festa indetta dal capitano, una musica trasognata da cinema Edison che li avvolge, mentre sono diretti a una
località turistica fra le più dissolute, Saint Moritz, San Marino, San Francisco, San Paolo, Sans Souci. Di qui continuavo a tendere la mia ragnatela: il giovane amante, che dipingevo con i tratti del virile marinaio raffigurato sui pacchetti di sigarette Nelson, altri non era se non il bellimbusto che aveva promesso alla fumatrice di venire all'appuntamento lì quella sera, mentre adesso era ormai lontano mille miglia. Invano lo avrebbe aspettato. "Anche lei, signore, è stato abbandonato brutalmente? Anche lei, come me, è rimasto solo al mondo?" Così, nel frasario delle edizioni Emanut e opere per la gioventù di Tzvi Liebermann-Livne, la donna si era rivolta al tizio in cappotto quando un momento fa era andata al suo tavolo e si era chinata verso di lui, senza ricevere altro che un cenno d'assenso. Così, fra poco i due innamorati abbandonati si alzeranno e se ne andranno insieme dal caffè. E fuori, per strada, si prenderanno a braccetto senza bisogno di dirsi nemmeno una parola di più. Dove andranno? La fantasia dipingeva allora viali e parchi, una panchina sotto il chiaro di luna, un sentiero che porta a una casetta circondata da un muro di pietra, un lume di candela, persiane chiuse, una melodia, e a questo punto la storia diventava dolce e terribile, più di quanto io fossi capace di raccontarla a me stesso o di sopportare, perciò prendevo brusco congedo dalla vicenda di quella coppia illegittima. E mi soffermavo invece su due attempati signori seduti al tavolino accanto al nostro, intenti a giocare a scacchi e discorrere in ebraico-tedesco, uno dei quali succhiava carezzava e giocherellava con una pipa spenta di legno rossastro fra le mani, l'altro che a tratti si asciugava con un fazzoletto a quadri del sudore invisibile sulla fronte alta. Poi arrivava una cameriera che bisbigliava qualcosa al signore con la pipa, quello chiedeva scusa in ebraicotedesco al suo amico e anche alla cameriera, andava al telefono accanto al passavivande e parlava. Poi posava la cornetta, restava lì ancora un istante con aria assorta, confusa, incerta sul da farsi, e con le gambe molli tornava infine al tavolo degli scacchi, chiedeva evidentemente ancora scusa al suo compagno di giochi spiegandogli qualcosa, questa volta in puro tedesco, lasciava precipitosamente qualche moneta in un angolo del tavolo e faceva per andarsene, ma il suo amico sbottava e quasi con la forza lo costringeva a rimettere tutte le monete nella tasca, il fumatore di pipa faceva resistenza, così a un certo punto le monete si sparpagliavano tintinnando sotto diversi
tavoli, e i due signori la smettevano di insistere a vicenda e scendevano carponi a raccogliere le monete. Troppo tardi, però: giacché io avevo già approntato per loro due cugini, entrambi unici superstiti di tutta la loro famiglia trucidata dai tedeschi. E già infiorato la storia con una eredità immensa e un testamento eccentrico sulla base del quale il vincitore della partita a scacchi avrebbe ottenuto i due terzi della somma, e il perdente avrebbe dovuto accontentarsi dell'avanzo. Poi innestavo nella vicenda anche un'orfana della mia età, un'orfana spedita a vivere in un kibbutz o in qualche istituto: lei, l'orfano, e non i cugini scacchisti, lei era l'erede legittima. In questa fase anch'io m'incamminavo dentro la storia: precisamente nel ruolo di cavaliere paladino degli orfani che strappava la leggendaria eredità dalle mani di colui che se ne era illegittimamente impossessato e la consegnavo a chi di dovere, non per nulla bensì in cambio dell'amore. Se non che, quando arrivavo all'amore, gli occhi mi si chiudevano di nuovo e di nuovo veniva l'impulso a interrompere la storia e fare la posta ai clienti di un altro tavolo. O magari alla cameriera zoppa dagli occhi neri e profondi. Presumibilmente così cominciò la mia vita di scrittura: al caffè. Agognando un gelato o una pannocchia. *** Ancora oggi pesco così. Soprattutto sconosciuti. E soprattutto in luoghi pubblici, affollati. In coda all'Unità sanitaria locale, ad esempio. O aspettando che aprano degli sportelli, alla stazione, all'aeroporto. A volte anche mentre guido, negli ingorghi di strada, gettando l'occhio verso le automobili vicine: così nascono le storie. Un'occhiata una frase e un'occhiata di nuovo. Donde verrà, costei, a giudicare dal vestito, dall'espressione del viso, dai gesti mentre si sistema il trucco? Che aspetto avrà, la sua stanza? E il suo uomo? O lui, lì, quel ragazzo con le basette ormai non più alla moda, che tiene il cellulare con la sinistra e con l'altra disegna tagli, punti esclamativi, momenti di sconforto? Per quale ragione domani parte per Londra? Che genere d'affari sta ventilando? Chi lo aspetta laggiù? Come saranno i suoi genitori? Da dove vengono? E com'era lui, da bambino? Come conta di passare la sera e la notte, dopo l'atterraggio a Londra? (Ora non mi arresto più terrorizzato sulla soglia delle stanze da letto, anzi, aleggio invisibilmente dentro di esse.) Se poi quegli sconosciuti notano i miei sguardi da investigatore, sorrido con aria svagata, come per scusarmi, e li lascio perdere: non ho alcun bisogno di imbarazzare la gente.
Forte è il mio timore che, colto in flagrante durante questi appostamenti, le mie vittime esigano da me qualche spiegazione. A ogni modo, passa un minuto e non ho più bisogno di tenere gli occhi addosso ai protagonisti di questi miei racconti occasionali: ho già visto quanto mi occorre. Basta mezzo minuto per intrappolarli dentro la mia invisibile macchina da paparazzo. Al negozio, ad esempio, in coda davanti alla cassa: prima di me c'è una donna non alta, avrà quarantacinque anni più o meno, è piuttosto formosa, qualcosa nella sua postura, nell'espressione del viso, la rende attraente: qualcosa di allusivo, come a dirti che lei ha già provato di tutto e nulla più la turba, nulla potrebbe più far colpo su di lei e suscitarle qualcosa di più di una curiosità divertita. Mentre dietro di me c'è un soldatino di vent'anni: malinconico, tiene fissi i suoi occhi famelici sulla figura della donna che la sa lunga. Mi scosto di mezzo passo, per non nascondergliela, libero per loro due una stanza con un tappeto soffice, chiudo le persiane, mi appoggio allo stipite della porta, ma da dentro: la scena immaginaria è al suo apice con dovizia di particolari, compresa la nota comica della fregola timida di lui e il tratto commovente dell'altruismo di lei. Finché la cassiera non mi sveglia esclamando: sì, prego? E con un accento che non è propriamente russo, piuttosto, forse, originario di una repubblica dell'Asia centrale, no? Eccomi dunque a Samarcanda, nella bella Bukhara: cammelli con due gobbe e splendidi minareti di pietra rossa, sale da preghiera circolari con cupole sensuali, ricoperte di tappeti, mi accompagnano fuori insieme alla borsa della spesa. *** Terminato il servizio militare, nel 1961, la segreteria del kibbutz di Hulda mi mandò a studiare per due anni all'Università ebraica. Mi iscrissi ai corsi di letteratura perché il kibbutz aveva urgente bisogno di un insegnante in questa materia per la sua scuola media, che da noi si chiamava "classi di proseguimento", mentre filosofia andai a studiarla perché mi ero intestardito a voler studiare filosofia. Ogni domenica, fra le quattro e le sei del pomeriggio, circa cento uditori si radunavano nell'aula magna dell'edificio Meiser, ad ascoltare il ciclo di conferenze del professor Samuel Hugo Bergman sul tema "La filosofia dialogica da Kierkegaard a Martin Buber". Anche mia madre Fania aveva studiato filosofia con il professor Bergman, sul Monte Scopus negli anni trenta, ancor prima di sposare mio padre, e
ricordava quel corso con amabilità. Mentre nel '61 Bergman era ormai un decano, professore emerito: tutti noi eravamo incantati dalla sua competenza lucida e penetrante. Mi colpiva profondamente già soltanto il fatto che il nostro oratore fosse stato compagno di scuola di Kafka e per due anni - così ci raccontò una volta - persino suo compagno di banco al ginnasio di Praga, finché non era arrivato Max Brod a rubargli il posto. Quell'inverno Bergman invitava cinque o sei dei suoi studenti - quelli che gli erano più simpatici o quelli che risultavano più coinvolti degli altri a casa sua per due ore dopo la lezione. Ogni domenica, alle otto di sera, con l'autobus numero cinque arrivavo dal nuovo campus a Ghivat Ram alla modesta casa del professor Bergman a Rechavia. Un lieve ma stabile, e piacevole, sentore di polvere di libri e pane fresco e gerani dimorava nella stanza. Ci sedevamo sul divano e sul tappeto ai piedi del nostro esimio maestro, amico di gioventù di Kafka e Martin Buber nonché autore di saggi sui quali studiavamo la storia dell'epistemologia e i principi della logica: pendevamo tacitamente dalle sue labbra. Era un uomo corpacciuto, Samuel Hugo Bergman, anche da vecchio. Con quella sua criniera bianca, quelle rughe di ironia sorridente agli angoli degli occhi, lo sguardo acuto, diffidente e tuttavia anche ingenuo come quello di un bimbo curioso, Bergman assomigliava moltissimo al vecchio Albert Einstein quale compariva in fotografia. Forte del suo accento ceco-tedesco, passeggiava dentro la lingua ebraica con un'andatura non naturale e nemmeno sussiegosa, bensì con una specie di giubilo solenne, come uno spasimante felice finalmente corrisposto, che può finalmente dar prova di sé e dimostrarle che non ha male albergato i propri sentimenti. Praticamente l'unico argomento che il nostro maestro trattava in quegli incontri privati era la sopravvivenza dell'anima o l'eventualità di un'esistenza post mortem. Di questo ci parlava nelle domeniche pomeriggio di quell'inverno, accompagnato dalla pioggia che picchiava alla finestra e dai sibili del vento in giardino. Qualche volta chiese il nostro parere, che ascoltò con attenzione, non come avrebbe fatto un maestro indulgente osservando i passi dei suoi discepoli, bensì come chi è di fronte a una complessa tessitura musicale e in quella sinfonia deve riconoscere un certo suono minore, determinarne l'autenticità. "Nulla," ci disse una di quelle sere di cui tutto ho serbato, al punto che mi pare di poter ripetere qui parola per parola il suo discorso, "nulla scompare. Mai. La parola stessa 'scomparsa' implica l'idea che l'universo sia
definitivo, e che si possa scomparirne. E invece nu-lla," enfatizzava la parola, allungandone la dizione, "nu-lla mai uscirà dall'universo. E nemmeno vi entrerà. Nemmeno un grano di polvere potrebbe mai scomparire o aggiungersi. La materia si reincarna in energia e l'energia in materia, gli atomi si aggregano e si separano, tutto cambia e si tramuta, ma nul-la può passare dall'essere al non-essere. Nemmeno un filo di capello sulla coda di un virus. Il concetto di infinito è del resto un concetto aperto, infinitamente aperto, ma al tempo stesso chiuso ermeticamente: senza via né d'uscita né di ingresso." Pausa. Un sorriso furbo-ingenuo si diffondeva come luce d'alba sul paesaggio di rughe del suo viso ammiccante: "E allora perché, forse qualcuno potrà spiegarmi perché continuano a dirmi che l'unica cosa che non è compresa in questo insieme, l'unica in assoluto destinata ad andarsene al diavolo, a diventare non-essere, l'unica cosa per la quale è previsto l'annientamento totale nell'immensità di un universo in cui nemmeno un solo atomo potrà mai trasformarsi nel nulla, l'unica cosa debba proprio essere la mia povera anima? Insomma, un granello di polvere e una goccia d'acqua godono della vita eterna, benché sotto spoglie diverse, tutto, insomma, fuorché la mia anima?". "L'anima," mormorò qualche genietto perspicace in un angolo della stanza, "nessuno l'ha ancora mai vista." "No," concordò subito il professor Bergman, "ma nemmeno le leggi della fisica o della matematica le si incontra al bar, nevvero? Nemmeno la sapienza e la stoltezza, il desiderio o la paura. E nessuno mi risulta sia mai riuscito a mettere in provetta un ancorché piccolo campione di nostalgia. Ma chi, mio giovane amico, chi ti sta parlando adesso? Gli umori di Bergman ti stanno parlando? La sua milza? O non è forse l'intestino crasso di Bergman, che sta filosofeggiando con te? E chi, perdonami, chi ha appena spalmato sulle tue labbra questo sorriso non così amabile? Non la tua anima? Le cartilagini, forse? I succhi gastrici?" Un'altra volta disse: "Che cosa ci attende dopo la morte? Nes-suno lo sa. A ogni buon conto, è una professione di ignoranza che comporta una certo dimostrazione o un potenziale di persuasione. Se vi dicessi qui questa sera che a volte sento la voce dei morti, chiara e comprensibile più di molte voci di vivi, sarebbe vostro diritto sostenere che questo anziano signore è decisamente rimbambito. Che lo sgomento per la vicinanza alla sua, di morte, lo ha fatto uscire di senno. Per questa ragione non sto a raccontarvi di nessuna voce,
ma vi darò invece questa sera un assunto matematico: dato che nessuno sa se ci sia o meno qualche cosa sull'altro versante della nostra morte, da questa inconoscibilità totale si deduce per necessità che le probabilità che ci sia qualcosa sono esattamente pari a quelle contrarie. Cinquanta per cento per il nulla e cinquanta per cento per la sopravvivenza. Per un ebreo come me, un ebreo originario del centro Europa e che ha visto la Shoah nazista, questa probabilità statistica di sopravvivenza non è affatto disprezzabile". Anche Gershom Scholem, amico nonché avversario di Bergman, era avvinto in quegli stessi anni dalla questione della vita dopo la morte. La mattina in cui alla radio annunciarono la sua morte, scrissi: "Gershom Scholem è spirato questa notte. E ora sa". Anche Bergman, ormai, sa. Anche Kafka. E mia madre e mio padre. E conoscenti e amici e quasi tutti i frequentatori di quei caffè, che usavo per raccontare a me stesso quelle storie, ormai dimenticate, tutti loro sanno. Un giorno lo sapremo anche noi. Per intanto, continuiamo a collezionare dati d'ogni sorta. Non si sa mai.
52. Nel 1949, pochi mesi dopo la fine della guerra e dell'assedio alla Gerusalemme ebraica, andai a trovare insieme a mio padre e a Yaakov David Abramsky lo scrittore Yehoshua Heschel Yevin. A casa sua trovammo il focoso poeta Uri Tzvi Greenberg, che già conoscevo perché era tra i frequentatori abituali della casa di zio Yosef. E forse quel giorno c'era anche lo scrittore giornalista AB'A Achimeir. Uri Tzvi lanciava lampi e fulmini e inveiva contro quei meschini rossi che avevano rinunciato alla spianata del Tempio in cambio del pingue kibbutz di Degania, e alla tomba di Rachele nostra madre in cambio di quei loro vitelli da ingrasso nelle stalle del kibbutz Mizra o Merhavia. Il signor Abramsky gli dava manforte e apostrofava Ben Gurion con l'appellattivo di nano cattivo, mentre Shertok era il ruffiano diasporico leccapiedi delle genti, sempre pronto ad accattivarsele con la furbizia e tortuosi giri di parole. AB'A Achimeir mi indicò e disse che la gioventù nata qui, cuccioli del leone di Giuda, in entrambi i sensi, presto si sarebbe ribellata per affrancare il processo di liberazione sionista dal dominio marcio del baco di Giacobbe. Solo dopo essersi affrancati da quel baco interiore, si sarebbe affrancata anche la patria oppressa, Sion ed Efraim, Hebron e Gerico, Basan e il Golan e il Monte Sinai, Ghilead e Moab e i fiumi Arnon e Vaeb in Sufa! C'era anche un tizio con il pizzetto, il professor Strauss-Ashtor, che sentenziava fieramente dell'opportunità di "spedire Golda Meyerson e quelle altre vacche grasse a lavare mutande in kibbutz e scaldare i letti della comune", ma fu subito messo a tacere. Anche mio padre, che era evidentemente il più moderato del consesso, fu zittito quando finalmente aprì bocca per osservare che dopo tutto in fondo non si poteva ignorare il
fatto che anche la gente dei kibbutz aveva combattuto con supremo eroismo nella guerra d'Indipendenza, e certo il Palmach... Ma il poeta Uri Tzvi non ne volle sapere. Respinse con sdegno la tazza di tè che gli veniva offerta, e disse con tono lamentoso: "Loro non anelano alla spianata del Tempio! Non anelano ad Anatot e Siloe! Avrebbero potuto liberare questi luoghi - e non l'hanno fatto! Avevano in mano l'ampolla dell'olio, avrebbero potuto purificare - e non hanno purificato il santuario, né riacceso il lume dell'Eterno! Il miracolo era lì lì, dietro l'angolo, ma loro non hanno voluto: dà loro una comunità, ma non un regno! Dà loro uno sciame di formiche, ma non una nazione! Poltrone per ministri - ma non redenzione!" poi si coprì il volto con le mani e forse singhiozzò, "tutto è perduto ! Perduto ! Tutto è perduto! Dal Cielo ci era stato offerto un terzo regno d'Israele, intriso di sangue ce l'avevano porto, nel sangue e non nell'intingolo della diplomazia, nel fuoco e non nel favore delle nazioni, ma noi abbiamo ancora una volta preferito il vitello d'oro allo splendore del regno...". *** Ai tempi della quarta e della quinta al Tachmoni, ero un bambino nazionalista fervente. Scrissi anche un libro storico a puntate dal titolo "Fine del regno di Giudea", e alcune poesie di ammonimento, inni maccabei o bar- kokbiani e componimenti sulla grandezza nazionale, simili alle rime accese di patriottismo firmate da nonno Alexander sulla falsariga degli slogan del Betar e degli altri canti nazionali di Zeev Jabotinsky: "...Un fuoco acceso, parole ho speso ! /la quiete è fango/il sangue di rango/per la gloria che torna e il capo adorna!...". Ero anche influenzato dai canti patriottici ebraici e dei ribelli del ghetto: "...scorre una goccia del nostro sangue/lo spirito è forte l'eroe resiste!..." nonché dalle poesie di Saul Tchernichovskij che papà ci leggeva con fremente trasporto: "Melodia di sangue e fuoco! Sali al monte e spezza la radura, tutto ciò che incontri prendi! ". Ma più di tutto mi coinvolgeva "Soldati anonimi", la poesia dal lugubre furore del generale del Lechi Abraham Satran detto Yair. Da solo nel mio letto, spente le luci, recitavo per me stesso con pathos, ma sottovoce: "Soldati anonimi siamo senza divisa/intorno abbiamo terrore e morte/siamo arruolati per la vita/dai ranghi usciremo solo con la morte/... giorni rossi di sangue/notti nere di disperazione/per città e villaggi la bandiera porteremo/difesa e conquista!...". Queste tempeste di sangue, terra
fuoco e ferro mi procuravano un'ebbrezza penetrante. Mi figuravo caduto eroicamente sul campo di battaglia, immaginavo lo strazio e l'orgoglio dei miei genitori, e tuttavia - senza che vi fosse contraddizione alcuna - dopo la mia eroica morte, dopo la delizia commovente dei solenni discorsi elevati da Ben Gurion e Begin alla cerimonia del mio funerale, e dopo aver pianto in lutto per la mia morte ed essermi sciolto con un groppo in gola di fronte al monumento di marmo alla mia memoria e aver ascoltato l'inno di gloria a me dedicato, mi risvegliavo sempre sano e fresco dalla mia temporanea morte, tutto pieno di autoadorazione, mi nominavo capo di stato maggiore dell'esercito d'Israele e guidavo le mie legioni ad affrancare con il sangue e il fuoco tutto quello che quei detestabili diasporici non avevano osato liberare dal nemico. Menachem Begin, comandante della leggendaria Resistenza, era il mio idolo principale, in quegli anni d'infanzia. Ben prima di allora, nell'ultimo anno del governo mandatario inglese, a tempestare la mia fantasia era l'ancora anonimo condottiero del movimento clandestino: me lo immaginavo ammantato di una gloria biblica, primordiale. Me lo immaginavo acquattato in un crepaccio impervio del deserto di Giudea. Scalzo, con indosso una cinta di pelle, tutto fuoco e fiamme come il profeta Elia sul Monte Carmelo, e di lassù, da una grotta sperduta, mandava i suoi dispacci tramite giovanetti dall'aria innocente. Ogni notte, il lungo braccio del comandante della Resistenza arrivava sino al cuore del tirannico governo mandatario, facendo saltare per aria con cariche di dinamite sedi di stati maggiori e impianti militari, muri e magazzini di armi, e riversando l'ira funesta sui fortilizi dell'avversario chiamato, nei volantini che redigeva mio padre, il nemico anglo-nazista. O anche: Amalec. La perfida Albione (mentre mia madre disse una volta degli inglesi: "Amalec o non Amalec, chissà mai che un giorno non cominceremo ad averne un poco di nostalgia"). Dopo la nascita dello stato d'Israele, il capo di stato maggiore delle forze di Resistenza sbucò finalmente fuori dal suo nascondiglio, e il suo ritratto apparve un bel giorno sul giornale, sopra il nome: non Ari Ben Samson e nemmeno Ivriahu Ben Kedumim, bensì Menachem Begin. Rimasi stupefatto: quel nome era forse adatto per un merciaio di madrelingua yiddish nelle botteghe che s'affacciavano su via Sofonia, un fabbricante di parrucche e bustaio con i denti d'oro stile via Gheulla. In effetti, con mia grande delusione, l'eroe della mia gioventù appariva in fotografia sotto le spoglie di un ometto fragile e smunto, degli occhialini
rotondi appesi sulla faccia pallida, solo i baffi che testimoniavano del suo segreto vigore. Se non che dopo appena qualche mese anche i baffi erano spariti. La figura, la voce, l'accento e la parlata del signor Begin non mi ricordavano affatto un conquistatore di Canaan e nemmeno Giuda Maccabeo, piuttosto i miei fiacchi insegnanti del Tachmoni, anche loro animati da un turbolento furore nazionale o da un impeto ribollente, ma dietro il cui eroismo baluginava a tratti una nevrosi pedante, intrisa di latente acidità. Finché un giorno, e proprio per merito di Menachem Begin, persi di colpo il gusto di "sangue di rango/per la gloria che torna", rigettai l'idea che "la quiete è fango". Insomma, ero arrivato alla conclusione opposta. Ogni qualche settimana, il sabato mattina alle dieci e mezzo Gerusalemme si radunava per ascoltare i discorsi infiammati di Menachem Begin nelle riunioni del movimento Herut, "Libertà", nella sala dell'Edison che era la più grande della città e sulla cui facciata campeggiavano le locandine degli imminenti spettacoli dell'opera israeliana, sotto la direzione di Fordhaus Ben Zisi. Nonno sfoggiava per le occasioni dell'Edison il suo completo nero elegante e la cravatta di satin celeste. Il triangolo bianco del fazzoletto faceva bella mostra dal taschino, pareva un fiocco di neve spaesato in un giorno di calura. Quando entravamo in sala, circa mezz'ora prima dell'inizio, nonno cominciava ad agitare il suo cappello in segno di saluto, e faceva dei piccoli inchini ai conoscenti che incontrava. Io, compito e pettinato, camicia bianca e scarpe lustre, procedevo con nonno dritto verso la seconda, terza fila della sala, dove erano riservati dei posti d'onore per persone del rango del nonno Alexander, membri del comitato gerosolimitano del "Movimento Herut fondato dall'organizzazione armata nazionale". Ci accomodavamo, nonno e io, fra il professor Yosef Yoel Rivlin e il signor Eliahu Meridor, quando non fra il dottor Israel Scheib Eldad e il signor Hanoch Kalai, o accanto al signor Isak Remba, direttore del giornale "Herut". La sala era sempre strapiena di simpatizzanti dell'Etzel e ammiratori del mitico Menachem Begin, quasi tutti uomini, compresi i padri di molti miei compagni di scuola al Tachmoni. Si coglieva comunque un sottile, invisibile confine che separava le prime tre o quattro file di posti, destinate a intellettuali compiti, veterani del Betar, funzionari del movimento revisionista, ex attivisti dell'Irgun e dell'Etzel, quasi tutti originari della Polonia, Lituania, Bielorussia e Ucraina, dalla massa sefardita, bukhara,
yemenita, curda, halebia, che affollava il resto della sala. L'animata folla si assiepava in galleria, nei passaggi, lungo le pareti e persino nell'atrio e per strada, sulla piazza davanti all'Edison. Nelle prime file abitavano i discorsi nazional-rivoluzionari affogati nella passione per vittorie gloriose, spuntavano citazioni di Nietzsche e Mazzini, il tutto soffuso di un'atmosfera piccolo-borghese di cortese educazione: giacche e cravatte e cappelli e buone maniere e una certa qual affettazione salottiera che già allora, all'inizio degli anni cinquanta, aveva un leggero sentore di naftlina e di muffa. Dietro le prime tre o quattro file riservate alla "cerchia ristretta", ribolliva invece il vasto mare di credenti zelanti: animati da una fede quasi mistica, c'erano artigiani e verdurieri e operai, molti dei quali con la papalina in testa, giunti qui direttamente dalla preghiera mattutina in sinagoga ad ascoltare il loro eroe e leader, il signor Begin, gente dalla vita dura e dall'abito modesto, d'animo focoso, pronta a farsi travolgere dagli entusiasmi e a dare di voce. All'inizio della riunione si cantavano gli inni del Betar e alla fine quello del movimento e quello nazionale. Il palco dell'Edison era tutto decorato di bandiere, oltre che di una gigantografia di Zeev Jabotinsky, e di due file di ragazzi del movimento Betar in divisa, con tanto di cravattino nero che mi faceva venire una voglia matta di crescere per diventare più in fretta possibile uno di loro. E poi gli slogan che mi rimbombavano dentro: "Yodefet, Masada, Betar!", "Se ti dimentico, Gerusalemme - che la mia destra si dimentichi!" e "Nel sangue e nel fuoco Giuda è caduto - nel sangue e nel fuoco risorgerà!". Dopo due o tre "discorsi di riscaldamento" pronunciati dal consiglio della sezione gerosolimitana, il palco si svuotava improvvisamente di tutto il tavolo della presidenza. Anche i giovani del Betar scendevano con passo marziale. Un silenzio profondo, religioso, calava sulla sala come un tacito frullo d'ali. Tutti gli occhi restavano puntati sulla scena deserta, tutti i cuori palpitavano. Un lungo momento durava questo silenzio trepido, finché d'un tratto qualcosa vibrava in fondo al palco, un piccolo spiraglio si disegnava per un istante fra le ali di velluto del sipario retrostante, e un ometto gracile arrivava solingo con passo cauto al microfono, presentandosi umilmente al popolo a capo chino, come per timidezza. Solo dopo qualche secondo di stupore, dai margini della sala partivano i primi, esitanti applausi: quasi che la folla stentasse a credere ai propri occhi, quasi che il non essere Begin un gigante sputafuoco di mole smisurata, bensì un uomo fragile e mingherlino, la sconvolgesse ogni volta daccapo. Subito dopo, però, la folla esultava,
anzi lanciava ruggiti d'amore che scortavano quasi ininterrottamente il discorso di Begin. Per qualche istante lui restava immobile a capo chino e spalle curve, come a dire senza parole: "Son troppo piccolo, indegno di questo consesso", o: "II peso del vostro affetta sommerge l'anima mia". Poi allargava le braccia per salutare gli astanti, sorrideva timidamente, li zittiva, e iniziava con voce tentennante, come un attore alle prime armi terrorizzato dal pubblico: "Buon Sabato a tutti voi, fratelli e sorelle. Figlio mio, popolo mio. Figli di Gerusalemme nostra città santa eterna". Silenzio. Poi improvvisamente, sottovoce e con immensa tristezza, diceva: "Fratelli e sorelle. Giorni difficili sta passando la nostra giovane, preziosa nazione. Giorni difficili come non mai. Giorni tremendi sono questi, per tutti noi". A poco a poco però Begin superava la malinconia, si riprendeva, riacquistava le forze e aggiungeva, ancora sottotono eppure con già un'implicita energia interiore acquattata dietro la cortina di compostezza, presagio d'avvertimento, sommesso sì ma da prendersi molto sul serio: "I nostri nemici digrignano ora i denti nel buio, e tramano per vendicarsi di noi dopo l'ignominiosa disfatta sul campo di battaglia. Le grandi potenze macchinano di nuovo il male. Nulla di nuovo sotto il sole. In ogni generazione si tenta il nostro sterminio. Ma noi, fratelli e sorelle, noi anche questa volta avremo la meglio. Come abbiamo già fatto non una, e nemmeno due volte. Con coraggio, ce la faremo. Con fede salda, ce la faremo. A testa alta. Mai, mai nessuno riuscirà a vedere questa nazione in ginocchio. Mai! Sino all'ultima generazione!". Alle parole "mai, mai!" la sua voce si tramutava in un urlo lancinante, percorso da dolenti vibrazioni tremule. E la folla dal canto suo non esclamava, piuttosto tuonava con furia e dolore. "L'eternità di Israele," proseguiva l'oratore in tono sommesso e autorevole, come se proprio in quel momento fosse rientrato da una riunione operativa al quartier generale dell'Eternità e Rocca d'Israele, "la Rocca d'Israele ancora risorgerà per demolire e ridurre in frantumi le trame dei nostri avversari!" Ora il pubblico era travolto dalla gratitudine e dall'amore, che esprimeva con urla ritmate, "Begin! Begin! ". Anch'io balzavo in piedi e gridavo il suo nome con quanto fiato avevo in gola, con la mia voce in mutazione. "A una condizione" l'oratore diceva alzando la mano, con un tono grave, quasi di rimprovero, prima di una pausa di
riflessione intorno alla natura di tale condizione, come fosse perplesso sul l'opportunità di svelarla alla massa. Un silenzio letale piombava sulla sala. "A una sola, unica, necessaria, doverosa e fatale condizione." Di nuovo silenzio. La testa si piegava. Come sotto l'insopportabile peso della condizione. La folla era tutta tesa ad afferrare il ronzio del ventilatore sul soffitto. "A condizione che la nostra dirigenza, fratelli e sorelle, sia una dirigenza nazionale e non un'associazione di pavidi ebrei del ghetto che hanno paura della loro ombra! A condizione che il governo di Ben Gurion, fallito e fallimentare, disfatto e disfattista, spregevole e infangato, lasci immediatamente posto a un governo ebraico fiero e audace, un governo di emergenza che sappia incutere il terrore a tutti i nostri nemici, proprio come il nostro glorioso esercito, l'esercito d'Israele, incute paura e tremore a tutti i nemici d'Israele, al solo scandirne il nome!" A questo punto gli entusiasmi diventavano incontenibili, le parole "il governo di Ben Gurion, fallito" e il seguito della frase suscitavano sbuffi di sdegno e sprezzo tra la folla. Da un palco qualcuno gridava con voce nasale "morte ai traditori!", mentre da un angolo partiva un coretto "Begin Begin al governon, va' a casa Ben Gurion!". L'oratore però metteva tutti a tacere, e sentenziava lentamente, pacatamente, con il tono di un maestro pedante che riprende i suoi scolaretti: "No, fratelli e sorelle. Non così. Niente impeti. Niente grida né violenze, piuttosto con un'elezione democratica, serena e degna. Non con gli infimi inganni e il teppismo di quei rossi, piuttosto sulla via della correttezza e della gloria che abbiamo appreso dal nostro insigne maestro Zeev Jabotinsky. Non con l'odio verso i fratelli, né con la fronda, bensì con freddo disprezzo, li manderemo presto a casa. Tutti. Quelli che svendono la terra patria e quelli che si sono venduti a Stalin. I panciuti faccendieri di kibbutz e i prepotenti arroganti e presuntuosi dell'Histadrut bolscevico, tutti i meschini zhadanovi insieme ai ladroni. A casa! Blaterano tutto il giorno con le loro pingui parabole sul lavoro della terra e le paludi da prosciugare? Bene. Anzi benissimo. Li spediremo con tutto il rispetto a lavorare. Hanno ormai dimenticato come si lavora? Sarà un piacere vedere chi fra tutti loro sarà ancora capace di tenere una zappa in mano, no? Noi, fratelli e sorelle, diventeremo i grandi prosciugatori di paludi - fra breve, fratelli e sorelle, fra breve, pazienza, solo un poco di pazienza - e prosciugheremo una volta per tutte la palude di questo melmoso governo laburista! Una volta per tutte,
fratelli e sorelle! Definitivamente la prosciugheremo! E ora ripetete con me, come un sol uomo, a gran voce, questo impegno: Una volta per tutte! Una volta per tutte!! Una volta per tutte!!! Definitivamente! Definitivamente!! Definitivamente!!!". La folla era fuori di sé. Anch'io. Eravamo tutti divenuti cellule di un unico smisurato corpo ribollente di rabbia, furente di offesa e smanioso di giustizia. *** Fu allora che avvenne la mia caduta. Il momento della cacciata dall'Eden: il signor Begin prese a parlare della prossima guerra e della corsa sfrenata al riarmo in tutto il Medio Oriente. Il signor Begin, al pari di tutti i suoi coetanei d'ogni schieramento, per dire "armi" o "armare" usava un termine che indicava anche l'"arma in mezzo alle gambe" e, più estesamente, la sua attività, cosicché, per esempio, la corsa al riarmo si chiamava (anche sui giornali) la "corsa a fottere". La linea di demarcazione passava, grosso modo, fra i giovani nati in terra d'Israele, che a quell'epoca avevano quasi tutti meno di venticinque anni, e coloro che stavano sopra questa soglia di età o avevano studiato l'ebraico dai libri (mio padre, ad esempio, adottò volentieri l'espressione gergale "bitume" o "bitumato", ma solo quando ormai tutti i giovani l'avevano ormai dismessa. E così, scherzava allegramente sul fatto che "nel nostro amato paese tutto è bitumato, fuorché le strade!"). Il signor Begin quel giorno bevette qualche sorso dal bicchiere, studiò un momento il pubblico, annuì vistosamente tre o quattro volte, come a dimostrarsi concorde con sé stesso, o forse per doglianza, e prese a enumerare con tono amaro e accusatorio, come un arcigno pubblico ministero che enuncia una serie insindacabile di pungenti rimostranze: "Il presidente Eisenhower fotte la polizia di Nasser!". "Bulganin fotte Nasser!" "Guy Mollet e Anthony Eden fottono Nasser!!" "Tutto il mondo intero, giorno e notte, fotte i nostri nemici arabi!!!" Pausa. La voce dell'oratore era intrisa di sprezzo e disgusto: "E chi fotte il governo di Ben Gurion?". Un silenzio attonito calò sulla sala. Ma il signor Begin non ci badò. Alzò la voce e tuonò trionfalmente: "Se ora fossi io, il capo del governo - tutti, tutti ci fotterebbero!! Tutti!!!". Qualche fiacco, timido applauso si udì qua e là fra gli anziani
delle file ashkenazite. Mentre nel folto della folla, dietro, si avvertiva una qualche perplessità, una certa sfiducia verso l'assioma appena pronunciato, forse un lieve smarrimento. In quel silenzio sbigottito calato su tutta la sala dell'Edison, solo un bambino, un solo bambino nazionalista di circa dodici anni, un bambino politicizzato fino alle radici dei capelli, un bambino beginista sfegatato in camicia bianca e scarpe lustre, solo lui non riuscì a contenersi e d'un tratto scoppiò a ridere. Quel bambino fece di tutto per soffocare quello sfogo, e che voglia di morire dalla vergogna, ma la risata che sgorga, la risata isterica, a respingerla la si fa scoppiare più forte che mai: una risata soffocata, intrisa già di lacrime, una risata grossa con sprazzi di strilli striduli, una risata che sembrava un singhiozzo, un soffocamento sembrava. Sguardi allibiti e terrificati trafissero il bambino da ogni parte. E da ogni parte miriadi di dita si posarono su miriadi di labbra per zittire e ssshhhare. Vergogna! Che vergogna! E da ogni parte personaggi autorevoli sbottavano stigmatizzando l'orripilato nonno Alexander. Forse in lontananza, dagli spalti più indietro, al bambino parve di udire un'anarchica risata rispondere alla sua, sgorgata forse da un angolo della sala, e seguita magari da un'altra ancora. Ma quelle risate, se pure vi furono, scoppiarono nei remoti sobborghi del popolo, mentre quell'altra era dilagata niente meno che nella terza, onorevole fila di sedie, popolata di veterani del Betar e di illustri membri dell'Herut, tutte personalità di rango. Ormai, anche l'oratore se n'era accorto: smise di parlare, aspettò, paziente, sorridendo con tatto e generosità, finché nonno Alexander, rosso e sconvolto e ribollente come se gli fosse crollato il mondo addosso, prese il bambino per l'orecchio e lo fece alzare con impeto e "per l'orecchio" lo trascinò lungo tutta la terza fila, lungo tutta la folla di amanti della patria a Gerusalemme, tira e trascina tira e sgrida tira e tuona disperatamente (e magari proprio così. "Per l'orecchio", l'aveva tirato, lui il nonno, nonna Shlomit fino a casa del rabbino di Nuova York dopo il fattaccio sulla nave per l'America, quando lui si era improvvidamente innamorato di un'altra signora). E quando furono fuori dall'Edison tutti e tre, vale a dire il trascinatore furioso di rabbia, il trascinato con la risata che soffocava ancora in gola e lacrimava negli occhi, e il povero orecchio ormai rosso come una barbabietola, nonno levò la sua destra e assestò un memorabile manrovescio sulla mia guancia destra, poi con la sinistra fece lo stesso su quella opposta,
con uno slancio d'odio penetrante, e visto che comunque la destra era assai più nelle sue corde, non si accontentò di terminare con la sinistra, tornò invece a destra con un ulteriore schiaffo, niente affatto debole-esilicoconciliante, uno schiaffo audace, nazional-trionfale, uno schiaffo eretto e impetuoso. *** Yodefet, Masada, Betar sarebbero fors'anche risorte con gloria e fasto, ma senza di me. Mentre il movimento dell'Herut, e il Partito del Likud, dal canto loro, persero quel mattino qualcuno che forse sarebbe potuto anche diventare, con il trascorrere del tempo, una sua minuscola autorità, un predicatore appassionato, fors'anche un retore parlamentare, un viceministro senza portafoglio. Non mi capitò mai più in vita mia, nemmeno una volta, di farmi travolgere dalla gioia e dall'esultanza di una folla in visibilio, o di essere una molecola cieca e felice dentro uno smisurato, sovrumano corpo. Al contrario: sono affetto dal terrore della massa, una vera e propria fobia che mi induce puntualmente a correre via da ogni luogo affollato. La frase "la quiete è fango" la considero da allora come il sintomo di una malattia tanto diffusa quanto perniciosa. Nella combinazione di parole "sangue e fuoco" avverto un sapore violento e lezzo di carne umana bruciata. Come nelle distese del Sinai settentrionale durante la guerra dei Sei giorni, e come fra i tanks bruciati sulle alture del Golan nella guerra dello Yom Kippur. Il libro autobiografico del professor Klausner, lo zio Yosef, da cui ho tratto molto di ciò che ho raccontato qui sulla storia della famiglia, s'intitola "La mia via verso la rinascita e la redenzione". Quel sabato, mentre il buon nonno Alexander, fratello dello zio Yosef, mi tirava fuori per l'orecchio emettendo delle specie di singhiozzi di rabbia che sembravano quasi piagnucolii di sgomento e follia, quel giorno evidentemente cominciò la mia fuga dalla rinascita e dalla redenzione. E non ho ancora smesso, di fuggire. Ma non solo da queste cose, sono fuggito: dalla soffocante vita di scantinato fra mia madre e mio padre e fra loro due e la moltitudine di libri, e le ambizioni recondite, e le nostalgie inconfessate e negate per Rovno e Vilna, per un'Europa che prendeva corpo a casa nostra nel carrello da tè nero e nelle tovagliette di pizzo candido, il giogo della disfatta nella vita di lui e la ferita del fallimento in quella di lei, quel precipitato che, senza che nessuno l'avesse detto a chiare lettere, mi era imposto di trasformare a
tempo debito in trionfo, tutto ciò mi opprimeva al punto da darmi il desiderio di fuggire. In altri tempi i giovani lasciavano la casa dei genitori per andare a ritrovare sé stessi, o a perdersi, a Eilat, nel deserto del Sinai. In seguito partivano per New York e Parigi, e dopo ancora - per i templi dell'India o le foreste amazzoniche o l'Himalaia, là dove fugge il figlio unico Rico in Lo stesso mare, dopo la morte di sua madre. Ma, all'inizio degli anni cinquanta, "il polo opposto" all'oppressione familiare era invece il kibbutz: laggiù, lontano da Gerusalemme, "oltre i Monti di Tenebra", in Galilea e nella regione di Sharon, nel Neghev e nelle vallate, stava fiorendo - così ci pareva a quell'epoca, da Gerusalemme - una razza nuova, temeraria, forte, di pioniere e pionieri cocciuti ma non arzigogolati: di poche parole, riservati, capaci di farsi travolgere dalle danze sino alla vertigine ma fatti anche per la solitudine e la riflessione, per la vita dei campi e la tenda: giovani robusti e ragazze solide, pronti ai lavori più duri ma dotati di una vita spirituale profonda, carica di sentimenti non ostentati. Desideravo diventare come loro, per non essere come mio padre e nemmeno come mia madre e nemmeno come quei dotti profughi malinconici che popolavano la Gerusalemme ebraica. E così, qualche tempo dopo mi iscrissi al movimento scoutistico, dove era inteso che alla fine degli studi si sarebbe militato nelle file della brigata combattente del movimento kibbutzistico, per proseguire poi verso "il lavoro, la difesa e il kibbutz". Mio padre non ne era contento, ma data la sua aspirazione a dimostrarsi un vero liberale, si limitò a commentare tristemente: "Il movimento degli scout. Bene. D'accordo. Sia pure. Perché no. Ma il kibbutz? Il kibbutz è fatto per la gente semplice e robusta, tu non sei così baldo e nemmeno semplice. Tu sei un bambino benedetto dal talento. Individualista. Sarebbe meglio che pensassi da grande a mettere a servizio del nostro amato paese il tuo talento, non i tuoi muscoli, che non sono poi così gonfi". Mia madre era già lontana, allora. Ormai, ci voltava la schiena. E io ero d'accordo con papà. Perciò cominciai a quell'epoca a costringermi a mangiare il doppio e a irrobustire i miei fiacchi muscoli con la corsa e gli esercizi ginnici. *** Tre o quattro anni dopo, mia madre ormai non c'era più, mio padre si era già risposato e io vivevo al kibbutz Hulda, un sabato mattina, erano le quattro e mezzo, raccontai a Efraim Avneri la storia di Begin e di chi
fotteva chi. Ci eravamo alzati a quell'ora per la raccolta delle mele nella piantagione. Avevo quindici, forse sedici anni. Efraim Avneri, al pari degli altri fondatori del kibbutz, ne aveva circa quarantacinque, eppure lui e i suoi coetanei erano chiamati da tutti - anche da loro stessi - "gli anziani". Efraim ascoltò l'aneddoto, sorrise, per un momento si sforzò anche di capire dove stesse il bello della battuta, giacché anch'egli apparteneva alla generazione per la quale il termine indicava solo e soltanto carri armati e cannoni. Poi disse: "Ah, certo, ho compreso, Begin si riferiva alle armi mentre tu a quanto pare lo intendevi come slang. Già, suona un po' come una battuta. Ma ascolta me, mio giovine amico," (stavamo raccogliendo la frutta in cima a due scale vicine, sui due lati della fronda, ma il fogliame ci nascondeva a vicenda, e chiacchieravamo lavorando, senza vederci), "tu secondo me ti sei perso il succo del discorso. La cosa più ridicola di loro, di Begin e tutta la chiassosa turba, non è certo l'uso improprio di una parola soltanto, ma del linguaggio in generale. Tutto per loro si divide fra 'diasporico-piaggeresco' da una parte ed 'ebraico-virile' dall'altra. E non si rendono conto di quanto, proprio questa ripartizione categorica, sia tipicamente diasporica. Quanto questo loro infantile sdilinquimento per eserciti, parate e machismo vuoto e militarismo arrivi dritto dal ghetto". Poi, con mio grande stupore, Efraim aggiunse: "In fondo è una brava persona, quel Begin. Un demagogo calzato e vestito, certo, ma tutt'altro che un fascista sanguinario. Niente affatto: è un uomo piuttosto morbido. Mille volte più morbido di Ben Gurion. Ben Gurion è scolpito nella pietra, Menachem Begin è fatto di cartone. Ed è così antiquato, Begin. Così anacronistico. Una specie di studentello talmudico spretato, convinto che a noi ebrei basti cominciare tutt'a un tratto a gridare con quanto fiato abbiamo in gola per non essere più gli ebrei di una volta, non più pecore al macello, non più pallidi e debolucci e invece lupi tremendi e pericolosi - così appena noi si urla, tutte le fiere, quelle vere, si spaventano e ci danno tutto quello che vogliamo, ci lasciano tutto il paese solo per noi, tutti i luoghi santi a disposizione, e licenza di ingurgitare tutta la Transgiordania, e di meritarci con ciò il rispettoso beneplacito di tutto il mondo illuminato. Loro, Begin e i suoi compari, sbandierano la forza da mattina a sera nei loro discorsi, ma non hanno ancora la più pallida idea di che cosa sia, la forza, di che cosa sia fatta, di quale sia la debolezza della forza. Perché la forza racchiude anche una misura di rischio per chi la possiede. Quel mascalzone di Stalin ha detto una volta che la religione è
l'oppio dei popoli? Dvunque da' retta a me: io non conto niente ma ti dico che la forza è l'oppio dei dominatori. E non solo di loro. La forza è l'oppio dell'umanità intera. E' la tentazione del demonio, direi, se solo credessi all'esistenza del demonio. E in fondo un poco ci credo, sai. Dvunque dov'eravamo rimasti?" (la parola "dunque", Efraim e alcuni suoi compagni la pronunciavano così, con il loro accento galiziano, "dvunque"), "Ah, sì, alla storia di Begin e la tua risata. E tu, mio giovane amico, quel giorno a quel raduno di revisionisti hai riso per il motivo sbagliato. Per il fatto che 'armamento' poteva significare una cosa e l'altra. E allora? Ma lo sai invece di che cosa avresti dovuto ridere, quel giorno? Ridere fino a far precipitare il pavimento? Te lo dico io, di che cosa valeva la pena ridere. Non per via della 'fottuta', ma del fatto che Menachem Begin evidentemente pensa che, se davvero fosse capo del governo, tutti, il mondo, abbandonerebbero il fronte arabo e verrebbero a schierarsi al nostro fianco. Perché? Perché dovrebbero fare una cosa del genere? In onore di che cosa? Per i suoi begli occhi? Per il suo scilinguagnolo? Alla memoria di Jabotinsky, forse? Saresti dovuto scoppiare a ridere, e pure a crepapelle, perché questa era proprio la strategia degli scansafatiche nei nostri shtetl. Dietro la stufa delle scuole talmudiche, blateravano tutto il giorno nel loro cavilloso politichese. Tutto facevano girare sulla punta del loro mignolo: 'Prima di tutto lo mandiamo delegazia a zar Nicola, delegazia importante che parli bene molto e prometta a zar di mettere a posto qvel che Russia moltissimo vuole, uscita al Mar Mediterraneo. Poi diviediamo a zar nostro di mettere bvuona parola con quel Zesarre che ordini al suo caro amico, sultano di Turchia, subito di dare a ebrei senza "taynes umaynes", senza banfare, tutta Palestina da Evfrate a Nilo. Poi dopo, dopo che noi così siamo gvadagnati una volta per tutte nostra bella redenzione, allora si decide a piacimento se il nostro Ponye (così da noi si chiamava lo zar Nicola) si merita che rispettiamo promessa data e diamo lui uscita al Mar Mediterraneo, no?'. Se per caso hai già finito di lì, dvunque andiamo a svuotare i sacchi dentro il recipiente e passiamo al prossimo albero. E intanto vediamo se Alek o Alioshka si sono ricordati di prendere l'orcio dell'acqua o se no dovremo anche noi andare a presentare istanza allo zar Nicola". *** Dopo un anno o due i ragazzi di sedici anni furono precettati anche loro per i turni di guardia notturna al kibbutz: nel corso di istruzione paramilitare
avevamo imparato a usare le armi. Erano quelle le notti degli attentati dei feddayin e delle rappresaglie prima della campagna del Sinai, nel 1956. Quasi ogni notte dei terroristi assaltavano un villaggio o un kibbutz o una periferia di città, buttavano bombe contro le abitazioni, sparavano o tiravano granate dentro le finestre, seminavano mine ovunque. Una volta ogni dieci giorni avevo il turno di guardia lungo la cinta del kibbutz, a circa cinque chilometri dalla linea del cessate il fuoco fra Israele e Giordania, nei pressi di Latrun. Ogni ora, e contrariamente agli ordini ricevuti, sgattaiolavo nella baracca di ritrovo vuota, per ascoltare il notiziario alla radio. La retorica dell'eroismo dalla parte giusta propria di una società sotto assedio dominava quelle trasmissioni, così come dettava la nostra educazione kibbutzistica: "Una ghirlanda intorno alla falce e alla spada". "Si levi un canto all'anonima gente." "I Monti di Efraim han preso/una giovane vittima ancora." "La spada nemica aspetta in agguato." Nessuno allora usava il termine "palestinesi": erano chiamati terroristi o feddayin o il nemico o profughi arabi assetati di vendetta". Una notte d'inverno mi capitò il turno di guardia insieme a Efraim Avneri. Scarpe alte ai piedi, addosso delle malconce uniformi da campo e dei berretti di lana che pungevano, scarpinavamo nel fango lungo la cinta dietro i magazzini e la stalla. Un acre odore di bucce d'arancia fermentate usate per preparare il silaggio si amalgamava agli altri odori di campagna, letame, paglia bagnata, vapore caldo dall'ovile, piume di pollaio. Domandai a Efraim se gli fosse mai capitato, vuoi nella guerra d'Indipendenza vuoi all'epoca dei violenti tumulti antiebraici negli anni trenta, di sparare e uccidere uno di quegli assassini. Nell'oscurità non vedevo il suo volto, però colsi un'ombra di ironia sovversiva, una strana malinconia sarcastica che s'insinuò nella sua voce mentre mi rispondeva, dopo un breve silenzio meditabondo: "Assassini? Ma che ti aspetti da loro? Dal loro punto di vista, noi siamo extraterrestri giunti dallo spazio a sparpagliarci sulla loro terra, che pian piano abbiamo conquistato alcune sue parti, ma mentre assicuriamo loro che in realtà siamo venuti qui per coprirli d'ogni ben di Dio, per guarirli dalla tricofizia e dal tracoma, per affrancarli dall'arretratezza e dall'ignoranza, dal giogo dell'oppressione feudale - con l'astuzia ci accaparriamo un appezzamento dopo l'altro del loro suolo. Dvunque, che cosa vorresti? Che ci ringraziassero della nostra bontà d'animo? Che ci venissero incontro suonando le fanfare? Che ci porgessero rispettosamente le chiavi di tutto il
paese perché i nostri avi un tempo vivevano qui? C'è forse da stupirsi se hanno imbracciato le armi contro di noi? E adesso che abbiamo inferto loro una sconfitta schiacciante - e centinaia di migliaia di loro da quel giorno vivono nei campi profughi - ti aspetti forse che condividano la nostra gioia e ci augurino ogni bene?". Rimasi di stucco. Malgrado fossi già molto distaccato dalla retorica del movimento Herut, cioè della "libertà", propria della famiglia Klausner, non ero ancora altro che il conformistico prodotto della realtà sionista. Quelle parole notturne di Efraim mi sconvolsero alquanto, e mi fecero pure arrabbiare: a quell'epoca un pensiero di questo tipo era etichettato come un tradimento ideologico. Tale era il mio stupore, tale lo sconcerto, che replicai a Efraim Avneri con una domanda provocatoria: "Stando così le cose, perché mai sei qui a fare la ronda, armato? Perché non te ne vai dal paese? O prendi l'arma e passi a combattere dalla loro parte?". Dentro il buio, sentii il suo sorriso triste: "O dalla loro parte? Ma dalla loro parte mica mi vogliono. In nessun posto al mondo, mi vogliono. Nessuno mi vuole. La questione sta tutta qui. Ce n'è già troppa dappertutto, di gente come me. Solo per questo, mi trovo qui. Questa è l'unica ragione per la quale porto un'arma, perché non mi caccino pure di qui. Ma la parola 'assassini' non la userei mai per degli arabi che hanno perduto i loro villaggi. E comunque, non la uso con leggerezza a proposito di loro. Dei nazisti - lo dico senza esitazione. Di Stalin - pure. E di tutti coloro che espropriano terre altrui". "Ne consegue che anche noi avremmo portato via delle terre non nostre? Ma scusa, non viviamo forse qui da duemila anni? Non siamo forse stati cacciati via di qui con la forza?" "Le cose stanno molto semplicemente," rispose Efraim, "così: se non qui - allora dove si trova la terra del popolo ebraico? Forse sotto il mare? Sulla luna? O forse il popolo ebraico, diversamente da tutti i popoli del mondo, non ha diritto a una seppure piccola patria?" "E cosa avremmo dunque preso loro?" "Dovunque, forse hai dimenticato che loro, casualmente, hanno tentato di ucciderci tutti, nel '48? C'è stata, allora, nel '48, una guerra tremenda, e sono stati loro a porre la questione nei termini di o loro o noi, noi abbiamo vinto e quindi gliel'abbiamo presa. Non c'è nulla di che andare fieri! Ma se avessero vinto loro, nel '48, ci sarebbe ancor meno di che andar fieri: non
un solo ebreo, avrebbero lasciato vivo. E in effetti in tutto il loro territorio oggi come oggi non vive un solo ebreo. Qui sta il punte: visto che abbiamo preso quel che abbiamo preso, nel '48, ormai è fatta, l'abbiamo. Visto che adesso comunque abbiamo di che, è proibito prendere loro di più. Chiusa la faccenda. Qui sta tutta la differenza tra me e il tuo signor Begin: se un giorno o l'altro prendiamo altro da loro, ora che comunque abbiamo già qualcosa, quello sarebbe un peccato molto grave." "E se fra un momento arrivassero qui i feddayin?" "Se arrivassero," sospirò Efraim, "dvunque noi dovremmo immediatamente distenderci per terra, nel fango, e sparare. Facendo del nostro meglio per sparare meglio e più lesti di loro. Ma non perché siano un popolo di assassini, dovremmo sparare, e invece per la semplice ragione che anche noi abbiamo il diritto di vivere e per la semplice ragione che anche noi abbiamo diritto di avere una terra. Non solo loro. E adesso per colpa tua mi sento già Ben Gurion. Scusami, ma vado un momento nella stalla a fumarmi una sigaretta tranquillo, tu intanto fa' bene la guardia. Per tutti e due."
53. Pochi anni dopo quella conversazione notturna, otto forse nove anni dopo quella mattina in cui Menachem Begin e il suo fronte mi avevano perduto per strada nella sala dell'Edison, conobbi David Ben Gurion. A quell'epoca era capo del governo nonché ministro della Difesa, soprattutto era considerato dai più come una colonna portante della nazione, il grande trionfatore della guerra d'Indipendenza prima e della campagna del Sinai poi. I suoi avversari lo detestavano ferocemente, smascheravano con sarcasmo il culto della personalità che lo avvolgeva sempre di più, mentre i suoi ammiratori ormai lo consideravano alla stregua di un "padre della patria": sorta di prodigiosa combinazione di re Davide e Giuda Maccabeo, George Washington, Garibaldi, Churchill in salsa ebraica, nonché messia onnipotente. Quanto a Ben Gurion stesso, lui si vedeva non soltanto come un politico ma anche - e forse soprattutto - come un pensatore, una guida spirituale: aveva studiato da autodidatta il greco antico per poter leggere le opere di Platone in lingua originale, aveva dato un'occhiata anche a Hegel e Marx, aveva masticato un po' di buddhismo e di filosofie orientali, aveva cercato di approfondire Spinoza, e si definiva uno spinoziano in tutti i sensi. (Il filosofo Isaiah Berlin, mente affilata come un rasoio, che Ben Gurion già primo ministro d'Israele reclutava per farsi accompagnare nelle sue spedizioni in cerca di tomi di filosofia dai grandi librai di Oxford, mi disse un giorno: "Ben Gurion moriva dalla voglia di essere considerato un intellettuale. Questa sua ambizione era fondata su due equivoci. Il primo era che Ben Gurion pensava, erroneamente, che Chayyim Weizmann fosse un intellettuale. Il secondo sbaglio era quello di ritenere che anche Jabotinsky
fosse un intellettuale". Così impietosamente Isaiah Berlin prese tre piccioni con una sola, arguta fava.) Di tanto in tanto, il primo ministro Ben Gurion si degnava di riempire il supplemento sabbatico del giornale "Davar" dei suoi lunghi saggi teorici intorno a questioni filosofiche. Un giorno di gennaio del '61 pubblicò un articolo in cui sosteneva che l'eguaglianza fra gli uomini era cosa impossibile, e che si poteva invece ipotizzare una misura di reciproca solidarietà. Io, che ormai mi consideravo un paladino dei valori del kibbutz, mandai alla redazione del medesimo quotidiano una piccola dissertazione senza pretese in cui sostenevo, con rispettosa umiltà, che il compagno Ben Gurion non era dalla parte della ragione. (David Ben Gurion, "Riflessioni", in "Davar", 27.1.1961; Amos Oz, "La solidarietà non è surrogato dell'eguaglianza", in "Davar", 20.2.1961.) Quando il mio scritto fu pubblicato, al kibbutz Hulda scattò un attacco di rabbia. I compagni erano indignati dalla mia sfacciataggine: "Come hai osato contraddire Ben Gurion?". Passarono appena quattro giorni, che mi si spalancarono le porte del Cielo: il padre della nazione scese un momento dalle sue somme altitudini e si degnò di pubblicare sul "Davar" una lunga e cortese replica al mio scritto, un saggio che si estendeva su svariate colonne, teso a difendere la posizione del "sommo" dalle obiezioni di quell'issopo che spunta dai muri", insignificante piantina qual ero io. (David Ben Gurion, "Ulteriori riflessioni", in "Davar", 24.2.1961.) Gli stessi compagni del kibbutz che sino al giorno prima avrebbero voluto spedirmi in riformatorio per la mia faccia tosta ora erano raggianti di felicità e facevano a gara a congratularsi con me, fra strette di mano e pacche sulla spalla: "Dvunque, sei proprio in gamba! Vedi, sei passato ai posteri! Prima o poi, il tuo nome comparirà nell'indice dell'edizione integrale delle opere di Ben Gurion! E per merito tuo, ci entrerà anche il nome del kibbutz Hulda!". *** Se non che, con la pubblicazione di quell'articolo, l'era dei miracoli era soltanto appena cominciata. Passò qualche giorno che arrivò la comunicazione telefonica. Non a me - noi, nelle nostre stanzette, non avevamo certo ancora il telefono - bensì
all'ufficio della segreteria del kibbutz. Bella P., una compagna veterana che in quel momento si trovava in ufficio, corse da me pallida come un cencio e svolazzante come un foglio di carta, confusa come se avesse appena avuto visione di un carro angelico avvolto in una colonna di fuoco, e mi comunicò con le labbra tremanti che il segretario del capo del governo nonché ministro della Difesa mi pregava di trovarmi domattina presto, esattamente alle sei e mezzo, all'ufficio del ministro della Difesa, nella città di Tel Aviv, per un incontro privato con il capo del governo nonché ministro della Difesa, su invito personale di David Ben Gurion. Le parole "capo del governo nonché ministro della Difesa", Bella P. le pronunciò come fossero state il nome del Santo benedetto. Ora toccò a me impallidire tutto: in primo luogo, ero ancora in uniforme, soldato in servizio, sergente maggiore dell'esercito, e quasi quasi temetti di aver trasgredito chissà quale regolamento o legge, per aver avviato un dibattito ideologico sulle pagine del giornale con il mio capo di stato maggiore. E poi, a parte gli scarponi militari chiodati, non avevo altre calzature. Come mi sarei presentato al capo del governo nonché ministro della Difesa? Con i sandali? In terzo luogo, non sapevo assolutamente come fare ad arrivare a Tel Aviv alle sei e mezzo del mattino: il primo autobus per Tel Aviv partiva da Hulda solo alle sette e se andava bene arrivava alle otto e mezzo alla stazione centrale. E così, passai tutta quella notte sperando tacitamente in qualche cataclisma: una guerra, un terremoto, un attacco di cuore, suo o mio, chi se ne importava, purché fosse. Poi, alle quattro e mezzo del mattino lustrai nuovamente, cioè per la terza volta, e poi calzai e strinsi bene i miei scarponi chiodati. Indossai dei pantaloni cachi civili stirati, una camicia bianca e un maglione, e mi misi in cammino. Per miracolo riuscii in qualche modo a farmi dare un passaggio e ad arrivare, stordito che ero, all'ufficio che aveva sede non nel mostruoso edificio del ministero della Difesa racchiuso in un intrico di antenne, ma nel cortile sul retro dello stabile, dentro una piccola baita stile bavarese, un bucolico cottage di mattoni rossi a due modesti piani, avvolto da un rampicante verde, costruito ancora nel diciannovesimo secolo da volenterosi tedeschi dell'ordine dei Templari, fondatori di un quieto borgo di campagna fra le sabbie a nord di Haifa, i quali erano poi stati cacciati dagli inglesi allo scoppio della Seconda guerra mondiale. ***
Il cortese segretario ignorò il tremore del mio corpo e il mio nodo in gola e, con una cordialità quasi intima, come in virtù di una complicità covata alle spalle della divinità che dimorava nella stanza accanto, si premurò di comunicarmi: "Il vecchio", esordì usando quella specie di vezzeggiativo popolare in uso per Ben Gurion sin da quando aveva soltanto una cinquantina d'anni, "il vecchio, capisci, lui, come dire, ultimamente si fa un po' trascinare dalle conversazioni filosofiche. Ma il suo tempo, puoi immaginare quanto sia prezioso. Lui gestisce ancora personalmente quasi tutte le faccende dello stato, dai preparativi militari ai rapporti con le grandi potenze, allo sciopero dei postini. Pertanto, avrai l'accortezza di ritirarti in buon ordine dopo una ventina di minuti, sì da poter salvaguardare comunque il suo programma di impegni, per quest'oggi". Non c'era in quel momento cosa che desiderassi più del "ritirarmi in buon ordine", senza nemmeno aspettare la scadenza dei venti minuti. Subito. All'istante. Il solo pensiero che l'onnipotente stesse qui, in carne e ossa, lui e non un suo messaggero, lui e non un suo angelo, che fosse veramente presente dietro quella porta grigia, e che nel giro di un momento sarei caduto nelle sue mani, mi faceva quasi svenire dal terrore. Al punto che al segretario non restò evidentemente altro da fare che spingermi un poco per le spalle, con tutte e due le mani, sì che mi portassi dentro, nel sancta sanctorum. La porta si chiuse dietro di me, da fuori, e io rimasi lì imbambolato, la schiena contro l'ingresso per il quale ero entrato. Mi tremavano le ginocchia. L'ufficio di re Davide era una stanza affatto normale, incredibilmente austera, presumibilmente non più grande delle nostre modeste residenze di kibbutz. Di fronte a me c'era una finestra coperta da una tenda rustica, che donava un po' di luce esterna a quella della lampada ordinaria. Due cassettiere da ufficio fatte di metallo stavano ai due lati della finestra. In mezzo alla stanza campeggiava la grande scrivania - occupava quasi un quarto di tutto il territorio : aveva una lastra di vetro come piano e su di essa tre o quattro alte pile di libri, quaderni, giornali, fascicoli, carte e cartelline, in parte aperte e in parte chiuse. Due sedie di metallo stile burocratico erano disposte ai due estremi della scrivania, sedie grigie del tipo che in quell'epoca si trovavano in ogni ufficio pubblico o del distretto militare, e che avevano immancabilmente infissa nel lato interno una targhetta: "Proprietà dello stato d'Israele". Altre sedie, a parte quelle due,
non se ne vedevano nella stanza. Una parete intera, dal soffitto al pavimento e da un angolo all'altro, era occupata da un'enorme carta del bacino del Mediterraneo e del Medio Oriente, dallo Stretto di Gibilterra sino al Golfo Persico. Israele, minuscolo come un francobollo, era evidenziato con uno spesso tratto, entro quelle vaste proporzioni. Tre scaffali carichi di libri accatastati percorrevano una parete, come nell'eventualità che qualcuno fosse colto da un attacco improvviso di improrogabile bulimia di lettura, da soddisfarsi senza indugio. Fra le mura di quell'ufficio, sobrio ai limiti della mortificazione, camminava avanti e indietro con passetti veloci, le mani incrociate dietro la schiena, gli occhi verso il pavimento, il testone reclinato e teso in avanti come per cozzare, un uomo che assomigliava davvero a Ben Gurion, ma che non poteva assolutamente essere lui: tutti i bambini del paese, persino quelli dell'asilo, a quell'epoca sapevano - e avrebbero potuto riconoscerlo anche nel sonno - qual era l'aspetto di Ben Gurion. Ma non essendoci ancora la televisione, per me era ovvio immaginare che il padre della patria fosse un gigante, con la testa dentro le nuvole. Mentre quell'impostore era un ometto tarchiato, basso e rotondo, con la corporatura di una donna gravida, alto meno di un metro e sessanta. Ero stupefatto. Praticamente offeso. Tuttavia, dentro il silenzio ininterrotto che dimorò nella stanza per due, tre minuti lunghi come un'eternità, con la schiena ancora timorosamente accostata alla porta d'ingresso, divorai con lo sguardo la presenza strana, ipnotica, di quell'ometto possente e piantato, un po' robusto nonno di campagna un po' folletto vegliardo intrigante, che solcava la stanza da muro a muro con un passo testardo, inquieto, le mani dietro la schiena, la testa tesa in avanti come per sfondare un'invisibile muraglia, sprofondato nei pensieri, distante: non si era preso nemmeno il disturbo di dare un cenno ancorché minimo d'aver notato che qualcuno, qualcosa, un grano soltanto di volatile pulviscolo, pallido issopo sbucato fremendo dal muro, era stato appena scaraventato nel suo ufficio. A quel tempo, Ben Gurion aveva circa settantacinque anni, e io poco più di venti. *** Aveva una criniera argentea, profetica, che gli attorniava il capo come un anfiteatro. Ai margini dell'immensa fronte si dipartivano due sopracciglia bianche cespugliose, sotto le quali forava l'aria un paio di occhietti dallo sguardo affilato come un temperino, dal color grigio-celeste,
penetrante. Aveva un naso grosso e spesso, un naso impudente, pornografico, spiccicato a quello delle caricature ebraiche antisemite. Per contrasto, le labbra erano sottili, filiformi, tutte ripiegate all'interno, mentre negli zigomi trovai un che di imperativo, erano sfuggenti, atteggiati a pugno come quelli di un vecchio marinaio. La carnagione del viso era rossa e ruvida, più che pelle pareva carne abbrustolita. Sotto il corto collo partivano le spalle, larghe e spesse. Il petto era massiccio. La camicia scollata scopriva un palmo di pelle pelosa. La pancia sporgeva alquanto, sporgeva senza il minimo pudore come una gobba di balena, solida, compatta, pareva fatta di cemento, più che di grasso. Tutto questo dispiegamento terminava, con mio grande stupore, in un paio di gambe in miniatura, gambe che, se non fosse stato per il timor sacro di blasfemia, si sarebbero potute definire quasi buffe. Cercai di respirare il meno possibile. Probabilmente in quella circostanza invidiai Gregor Samsa del racconto di Kafka, per essere riuscito a rimpicciolirsi al punto da diventare un insetto. Il sangue s'era defilato da tutti i sobborghi del corpo, e stava acquattato dentro il fegato. Le prime parole che tagliarono il silenzio arrivarono dentro una voce metallica alta e perforante, quella voce che tutti sentivamo quasi ogni giorno alla radio, in quegli anni. La sentivamo persino in sogno. L'onnipotente mi sferzò con uno sguardo furioso, e disse: "Be'! Allora perché non ti siedi! Siedi, su!". In un batter d'occhio mi sedetti sulla sedia davanti alla scrivania. Impettito come un palo. Ma solo in punta alla sedia. Appoggiarsi allo schienale era semplicemente inconcepibile. Silenzio. Il padre della nazione continuò a camminare avanti e indietro per la stanza, con passi piccoli ma lesti e vigorosi, come un leone in gabbia, o come avesse deciso definitivamente di non tardare. Dopo mezza eternità sentenziò improvvisamente: "Spinoza!". Ciò detto, tacque. Si allontanò da me, verso la finestra, poi di scatto si voltò per dichiarare: "Hai letto Spinoza? L'hai letto. Ma può essere che non l'hai capito? Pochi capiscono Spinoza. Molto pochi". Fu così che esordì, senza tuttavia smettere di marciare avanti e indietro tra la finestra e la porta, con una lezione mattutina, niente affatto breve, intorno a Spinoza. Nel bel mezzo della sua conferenza, un timido spiraglio si disegnò lungo la porta: l'umile segretario, più basso dell'erba, fece capolino, sorrise,
tentò di mormorare qualche cosa, appena prima che il ruggito di un leone ferito si scatenasse contro di lui: "Fuori di qui! Smamma! Non disturbare! Non vedi che sto facendo una conversazione interessante come da tempo non mi capitava? Pertanto, fuori di qui!". Lo sventurato sparì in un batter d'occhio. Io, dal canto mio, sino a quel momento non avevo aperto bocca. Non una sillaba. Ma Ben Gurion, evidentemente, apprezzava moltissimo dissertare su Spinoza prima delle sette del mattino. E in effetti continuò indisturbato ancora per qualche minuto. Finché d'un tratto, nel bel mezzo di una frase, s'interruppe e tacque. Fermandosi proprio dietro di me. Riuscivo quasi a sentire il suo fiato sulla mia nuca raggelata dal terrore: Però non osai voltarmi. Sedevo rigido, pietrificato, le gambe ad angolo retto, strette una all'altra, perpendicolari alla schiena tesa. Senz'ombra alcuna di punto interrogativo nella voce, Ben Gurion mi riversò queste parole: "Tu non hai fatto colazione!". Lui non attese risposta. Io non pronunciai parola. Ben Gurion sparì improvvisamente dietro la scrivania. Precipitò lì dietro come un sasso nell'acqua. Non si vedeva più nemmeno la punta della criniera d'argento. Dopo un minuto riemerse in superficie, con due tazze di vetro in una mano e una bottiglia di Mitz Paz (una bibita piuttosto economica) nell'altra. Con impeto, si versò un bicchiere per sé. Poi anche per me, decretando: "Bevi, su!". Lo feci. Immediatamente. D'un fiato, di fila. Sino all'ultima goccia. Intanto Ben Gurion diede due profonde, rumorose sorsate da contadino assetato, e riprese la sua concione su Spinoza. "Da spinoziano qual sono ti dico senz'ombra di dubbio che tutto l'insegnamento di Spinoza, che il succo di Spinoza si può riassumere in questo: bisogna sempre conservare la calma! Mai perdere la serenità! Tutto il resto è solo commento, cavilli e parafrasi. La rassegnazione dell'anima! La calma in ogni situazione! -E il resto - è cosa futile!" (Ben Gurion aveva un'inflessione tutta particolare nella parlata, con una cadenza che diventava quasi un piccolo boato, ogni volta che arrivava all'ultima sillaba di una parola.)
A quel punto, non ce la feci più, in nome di Spinoza. Come si faceva a tacere, senza con ciò tradire il mio beneamato filosofo? Racimolai dunque tutte le energie intellettuali di cui disponevo, strizzai gli occhi, e miracolosamente ardii aprire bocca in presenza del principe della Terra, financo a citare per lui, con voce piccina: "Il sangue freddo e la calma si riscontrano effettivamente in Spinoza, ma forse non è così preciso dire che questo è il succo della sua dottrina? In fondo si trova in lui anche...". E qui si riversarono su di me fuoco e fiamme e colate di lava incandescente, direttamente dal cratere ribollente del vulcano: "Da sempre sono spinoziano! Ancora da giovincello, sono spinoziano! La calma! La serenità! Questa è l'essenza dell'essenza di tutte le idee di Spinoza! Il cuore del cuore! L'imperturbabilità! Nel bene e nel male, nella disgrazia e nella vittoria, mai perdere la calma! Mai e poi mai!". Due pugni forti, pugni di vecchio taglialegna, atterrarono di colpo con vigore, con impeto cataclismatico, sulla lastra di vetro della sua scrivania, così che le due tazze si scossero e presero a vibrare di paura: "Mai un uomo deve perdere il suo controllo", tuonò verso di me come una tempesta da giorno del Giudizio, "mai e poi mai! E se non ti rendi conto di questo - non sei degno d'essere chiamato spinoziano!". *** Con ciò, la sua furia si spense di colpo. Si rasserenò. Ben Gurion si sedette di fronte a me e allargò le braccia lungo la scrivania, come per stringere repentinamente al petto tutto quello che c'era da raccogliere sopra il piano di vetro che copriva il tavolo. Una luce gradevole, una luce struggente, s'irradiò da lui quando inaspettatamente sorrise, con candida gioia: era come se non soltanto il viso e gli occhi sorridessero, tutto il suo corpo contratto a pugno ora si distese e sorrise insieme a lui, sorrise tutta la stanza e quasi persino Spinoza in persona. Gli occhi di Ben Gurion, che in quel momento da grigi-uggiosi erano diventati celeste chiaro, presero a scrutarmi tutto senza il minimo ritegno, quasi mi stesse tastando con le dita. Aveva un che del mercurio, un che di febbrile, di eternamente inquieto. I suoi argomenti erano colpi di pugno. Tuttavia, quando tutt'a un tratto si illuminava, da divinità minacciosa quell'uomo si tramutava in un batter d'occhio in un nonno anziano e gentile, radioso di salute e buon umore. In
quel momento sgorgava da lui un calore seducente, e per un secondo ammiccava anche la sua indole cordiale, di bambino simpatico, sanguigno, discolo impiccione: "E tu? Tu scrivi poesie? Vero?" disse ammiccando maliziosamente. Come fosse riuscito a tendermi una piccola, simpatica trappola. Come se avesse vinto la partita. Ero nuovamente stupefatto. Sino a quel giorno avevo pubblicato sì e no tre ignobili poesie su improbabili bollettini del movimento kibbutzistico (che per fortuna sono ormai ridotti in polvere insieme a quelle squallide rime). Ma Ben Gurion doveva aver visto quelle composizioni: aveva l'abitudine, si diceva, di dare una scorsa a tutto quel che veniva pubblicato: il mensile dell'orticoltore. I fascicoli degli scacchisti e degli amanti della natura. Studi di ingegneria agricola. Periodici di statistica. Era un curioso insaziabile. E aveva anche, evidentemente, una memoria assoluta: gli bastava vedere una volta, per non dimenticare più. Bofonchiai qualche cosa. Ma il capo del governo nonché ministro della Difesa non aveva tempo per ascoltare. E suo spirito inquieto era già oltre. Adesso, dopo avermi spiegato una volta per tutte, con un colpo da maestro, quel che ancora restava da sceverare a proposito di Spinoza, passò a delucidarmi con fervore su ben altre questioni: il calo dello slancio pionieristico nell'ambito della nostra gioventù. La nuova poesia ebraica che si cimenta in strani esperimenti invece di aprire gli occhi e decantare quella cosa meravigliosa che avviene qui ogni giorno sotto i nostri occhi: la resurrezione del popolo! La resurrezione della nostra lingua! La resurrezione del deserto! *** Quand'ecco che all'improvviso, e ancora una volta senza alcun segno premonitore, nel bel mezzo di quel fluviale monologo, quasi a metà di una frase, ne ebbe abbastanza. Scattò dalla sedia come un colpo di cannone, fece alzare anche me, e mentre mi spingeva verso la porta - nel vero senso della parola, con le sue mani forti, proprio come aveva dovuto fare il suo segretario circa tre quarti d'ora prima, per farmi entrare dentro - così facendo, Ben Gurion disse affettuosamente, con grande cordialità: "E' stato bello chiacchierare. Molto bello. Che cosa hai letto ultimamente? Che cosa legge di questi tempi la gioventù? Fai un salto da me ogni volta che capiti in città, d'accordo. Vieni senza timore, davvero!". E
mentre mi spingeva verso la porta, me e i miei scarponi chiodati e la camicia bianca per le grandi occasioni, esclamò ancora allegramente: "Fai un salto, d'accordo! La porta per te è sempre aperta, d'accordo!". *** Più di quarant'anni sono trascorsi da quella mattina spinoziana nell'austero ufficio di Ben Gurion. Da allora mi è capitato di incontrare diverse celebrità, fra cui politici, personaggi molto interessanti e qualche volta anche generosi di un fascino personale. Ma nessuno ha lasciata impressa con eguale vividezza la propria presenza fisica, la carica elettrica della propria determinazione. Ben Gurion aveva, almeno quella mattina, un'energia ipnotica. Aveva dunque ragione Isaiah Berlin con la sua diagnosi impietosa: Ben Gurion, malgrado Platone e Spinoza, non era un intellettuale. Era ben lungi dall'esserlo. Lui era, almeno così mi parve, una sorta di villano visionario. Qualcosa di ancestrale, possedeva. Qualcosa che non apparteneva alla nostra era. Una spontaneità quasi biblica. Una forza di volontà che sembrava la sferzata di un raggio laser. Ancora ai tempi della sua triste infanzia nella cittadina di Plonsk, nella Polonia orientale, Ben Gurion aveva già in mente due idee elementari: gli ebrei dovevano far risorgere la loro patria in terra d'Israele, e lui era la persona adatta per guidarli. E per il resto della vita non si scostò mai da questi due proponimenti d'infanzia. Tutto fu sempre subordinato a quelli. Era un uomo retto e crudele, e come quasi ogni idealista non stette a domandarsi quanto tutto ciò sarebbe costato. O forse lo fece, per un momento, e subito rispose: costi quel che costi. Lungo tutta la mia infanzia in mezzo ai Klausner e ai fervidi oppositori della sinistra che circolavano nel nostro quartiere di Kerem Abraham, non si faceva che ripetere che tutti i guai del popolo venivano da Ben Gurion. Lui era "l'uomo cattivo". L'incarnazione di tutte le piaghe del governo di sinistra. Mentre, avviandomi verso l'età adulta, osteggiai le sue posizioni dalla direzione opposta, cioè da sinistra. Al pari di molti intellettuali della mia generazione, consideravo Ben Gurion - ancora ai tempi dell'affare Lavon - una personalità dispotica e provavo ribrezzo per la mano pesante che aveva usato con gli arabi durante la guerra d'Indipendenza e nelle azioni di rappresaglia. Solo in questi ultimi anni ho cominciato a leggere di lui, e a dubitare: forse non avevo ragione.
Le cose sono più complesse di quanto non sembrino. Improvvisamente, mentre scrivo le parole "mano pesante", ecco che rivedo, con perfetta nitidezza, quasi con i sensi, la mano villosa di Ben Gurion mentre tiene il bicchiere di succo che si è versato per sé, prima di servirlo a me. Il bicchiere, così come la bevanda, era ordinario, di vetro spesso. Spesse e corte erano le dita che stringevano con forza il bicchiere, come fosse stato una granata. Ero spaventato: in quel momento temetti che, se avessi commesso l'errore di pronunciare anche solo una parola suscettibile di suscitare la sua collera, Ben Gurion avrebbe levato il braccio per schiaffarmi in faccia l'intero contenuto del bicchiere. O per sbattere quello contro il muro. O stringere la morsa e frantumarlo con le dita. Tale era la sua presa, sul bicchiere. Poi accantonò la sua furia e mi dimostrò che sapeva per esperienza che cosa significava scrivere poesie, sorrise, andò in brodo di giuggiole constatando la mia stupefazione, e per un breve istante mi sembrò un giullare felice per il successo della sua burla, ma già intento a pensare a come proseguire.
54. Nell'autunno del 1951 lo stato di mia madre peggiorò nuovamente. Tornarono le emicranie, e insieme a esse l'insonnia. Riprese a trascorrere le sue giornate seduta alla finestra, a contare i passeri o le nuvole. Anche la notte, del resto, la passava seduta con gli occhi sgranati. Mio padre e io ci dividevamo i lavori domestici. A me toccava pulire le verdure e a lui tagliarle per l'insalata. Lui affettava il pane e io ci spalmavo sopra margarina e crema di formaggio o margarina e confettura. Io spazzavo e lavavo i pavimenti e toglievo la polvere con uno straccio, mio padre sgombrava la spazzatura e ogni due o tre giorni andava a prendere un terzo di blocco di ghiaccio per la ghiacciaia. Io facevo le compere in drogheria e dal verduriere, papà andava dal macellaio e in farmacia. Ognuno di noi, di suo pugno e secondo necessità, annotava le voci che mancavano sulla lista della spesa, redatta sopra un cartoncino preso sulla scrivania di papà, che appendevamo a un piccolo chiodo sullo stipite della cucina, e da cui cancellavamo quello che di volta in volta veniva comprato. Una volta alla settimana, alla fine dello Shabbat, iniziavamo un cartoncino nuovo: "Pomodori. Cetrioli. Cipolla. Patate. Rapanelli. Pane. Uova. Formaggio. Confettura. Zucchero. Vedere se sono arrivate le clementine e quando cominciano le arance. Fiammiferi. Olio. Candele in caso di mancata corrente. Detersivo per i piatti. Per bucato. Dentifricio Shenhav. Petrolio. Lampadina da 40 watt. Ferro da stiro da riparare. Pile. Guarnizione nuova per rubinetto in bagno.
Dare un'occhiata al rubinetto perché non si chiude bene. Yogurt. Margarina. Olive. Comprare calze di lana per mamma". A quel tempo la mia scrittura andava sempre più assomigliando a quella di papà, al punto che quasi non si distingueva chi di noi aveva scritto "petrolio" e chi aveva aggiunto alla lista "urge un nuovo strofinaccio per pavimenti". Ancora adesso, la mia scrittura ricorda quella energica di papà, non sempre leggibile ma sempre decisa e acuta, a testimonianza di una presa sicura sulla penna: così lontana dai caratteri tondeggianti, perlacei e pacati di mamma, leggermente rivolti all'indietro, precisi e belli a vedersi, vergati con mano lieve, disciplinata, lettere perfette e armoniche come la chiostra dei suoi denti. Eravamo molto vicini fra noi, in quel tempo, papà e io: due barellieri che insieme trasportavano lungo una china impervia la loro paziente. Le portavamo un bicchiere d'acqua badando che con quello prendesse i calmanti che svariati medici le avevano prescritto: anche per le medicine usavamo un cartoncino di papà, sul quale scrivevamo i nomi dei farmaci e gli orari di somministrazione per ciascuno, annotando una piccola v accanto a ogni pillola assunta, e una x quando mamma si rifiutava di prenderla o la prendeva e poi rigettava. Solitamente lei ubbidiva e prendeva le medicine, malgrado gli attacchi di nausea. Ogni tanto provava a mostrarci un'ombra di sorriso che faceva ancora più male del suo pallore, più male delle mezzelune scure intorno agli occhi, perché era un sorriso cavo. Come affiorato facendo a meno di lei. A volte ci invitava con un cenno a chinare il capo e accarezzava le nostre teste con un solo gesto rotatorio. Lungamente ci accarezzava. Poi papà scostava delicatamente la sua mano e gliela posava in grembo. Io facevo lo stesso. *** Ogni sera, durante la cena, papà e io facevamo in cucina una specie di summit consuntivo, per riepilogare i fatti del giorno e programmare l'indomani. Io gli raccontavo brevemente quel che era successo a scuola e lui mi diceva qualcosa del suo lavoro alla Biblioteca nazionale, o mi esponeva le linee generali del nuovo saggio cui stava lavorando e che avrebbe terminato in tempo per il prossimo numero del "Tarbitz" o del "Metzudah", entrambi periodici di studi ebraici.
Conversavamo anche di politica, come dell'assassinio del re Abdullah, di Begin e Ben Gurion. Da pari a pari, si parlava. Il mio cuore traboccava d'amore per quell'uomo stanco, quando diceva con serietà: "Dunque fra te e me rimangono ancora considerevoli divergenze d'opinione. Attualmente restiamo ognuno sulle proprie posizioni". Poi si discuteva un poco delle faccende di casa, si annotava sul cartoncino qualche nuova commissione, si cancellava ciò cui s'era provveduto. Persino per le questioni economiche, papà a volte mi interpellava: lo stipendio arriva solo fra due settimane e abbiamo già speso tanto... Ogni sera mi domandava a che punto ero con i miei compiti, e io gli mostravo, per un confronto e un controllo, prima l'elenco delle consegne e poi i miei quaderni, in cui avevo già eseguito tutto. Qualche volta lui faceva un'osservazione pregnante, dal momento che in quasi ogni materia le sue competenze erano assai più ampie e approfondite di quelle degli insegnanti, persino più di quelle degli autori dei manuali scolastici. Ma di solito diceva: "Non c'è alcun bisogno di controllarti. Mi fido ciecamente di te". Tacito orgoglio e gratitudine mi travolgevano, di fronte a queste parole. E capitava che montasse in me anche una grande, repentina pietà. Per lui. Non per mamma. Lei a quell'epoca non mi faceva affatto pena: era soltanto una lunga fila di incombenze e quotidiane coercizioni. E imbarazzo, vergogna, tristezza: perché bisognava pure spiegare in qualche modo ai compagni perché non si poteva mai venire da me e al negozio bisognava rispondere ai vicini che mi interrogavano cortesemente su come mai non la si vedeva più, ultimamente? Che cosa le era successo? Nemmeno a zii e zie, nemmeno a nonno e nonna, papà e io avevamo detto tutta la verità: avevamo ingentilito. Declinato una brutta influenza anche quando ormai non aveva più l'influenza. Dicevamo: emicranie, e ancora: una particolare sensibilità alla luce del giorno. A volte anche: è pure molto stanca. Papà e io cercavamo di dire sì la verità, ma non tutta la verità. Tutta la verità, del resto, non la sapevamo. Sapevamo però, senza doverne parlare e senza coordinare le nostre versioni, di non dover dire a nessuno tutto quel che era noto a noi due, e svelare invece al mondo esterno solo un dato o due. Non parlammo mai fra di noi, papà e io, dello stato di mamma. Parlavamo solo delle cose da fare l'indomani, della spartizione delle incombenze nella quotidianità, dei mestieri di casa. Mai nemmeno una volta ci dicemmo quel che lei aveva, a parte il ricorrente sospiro di papà quando diceva: "Quei medici, non capiscono proprio nulla. Nulla".
Nemmeno dopo la sua morte, parlammo. Dal giorno in cui lei se ne andò, sino alla morte di mio padre quasi vent'anni dopo di lei, lui e io non parlammo mai di lei, nemmeno una volta. Nemmeno una parola. Come se non fosse mai esistita. Come se la sua vita fosse stata solo una pagina censurata, strappata via da un'enciclopedia sovietica. O quasi che io, come Atena, fossi nato dalla testa di Zeus. Una specie di Gesù capovolto, ero: un maschio vergine mi aveva partorito da uno spettro trasparente. Ogni mattina, con la prima luce, mi svegliava il canto di una capinera fra i rami del melograno in cortile. Dava il benvenuto alla luce con le prime cinque note di "Per Elisa", di Beethoven: "ti-da-da-da-da! " e subito ancora, con slancio, "ti-da-da-da-da!!", e io sotto la coperta finivo l'accordo, "...da da da da! ". Per me, quella capinera era diventata Elisa. *** Mi faceva tanta pena, mio padre, in quei giorni. Quasi fosse stata la vittima innocente di un abuso prolungato. Come se mia madre andasse infierendo su di lui, con cattiveria. Era così stanco, e malinconico, benché come al solito cercasse sempre di sfoderare la sua consueta, inarrestabile parlantina. Ebbe sempre un'avversione profonda per il silenzio, si considerava colpevolmente responsabile di ogni silenzio. Intorno ai suoi occhi, così come a mamma, erano comparse delle mezzelune nere. Capitava non di rado che lasciasse il suo lavoro alla Biblioteca nazionale a metà della giornata per portarla a una visita. Le controllarono di tutto, in quei mesi: cuore e polmoni e onde cerebrali, stomaco e ormoni, nervi e malattie femminili e circolazione sanguigna. Invano. Papà non badò a spese, consultò diversi medici, la portò privatamente da specialisti, con tutta probabilità dovette farsi prestare del denaro dai suoi genitori anche se l'idea di fare debiti lo disgustava, ma lo disgustava soprattutto la grande ambizione di sua madre, nonna Shlomit, "di entrare in scena", e rimettergli in sesto il matrimonio. Papà si alzava ogni giorno prima dell'alba per riordinare la cucina, fare il bucato, preparare la spremuta e servirla tiepida a mia mamma e a me, a mo' di ricostituente, e prima di andare al lavoro rispondeva ancora frettolosamente a qualche lettera di editori e studiosi. Poi correva all'autobus, una rete vuota per la spesa ripiegata dentro la sua vecchia valigetta da lavoro, sì da riuscire a raggiungere in orario l'edificio Terra Santa, là dove era stata trasferita l'emeroteca della Biblioteca nazionale da quando il campus sul Monte Scopus era stato isolato dalla
città, durante la guerra d'Indipendenza. Tornava alle cinque del pomeriggio - non prima di essersi fermato per strada al negozio di alimentari o quello di forniture elettriche, quando non dal farmacista -, si precipitava subito da mamma per vedere come stava, forse nella speranza che durante la sua assenza fosse un poco migliorata. Provava a imboccarla con il cucchiaino, un poco di purea di patate o di riso bollito, che io e lui avevamo chissà come imparato a preparare. In seguito chiudeva a chiave la porta e la aiutava a cambiarsi d'abito, cercando di parlare un po' con lei. Forse provava anche a metterla blandamente di buon umore con qualche storiella letta sul giornale o attinta in biblioteca, quelle storielle che lui chiamava motti di spirito, aneddoti. E prima che calasse il buio, correva a fare ancora un po' di spesa, qualche commissione, senza tirare il fiato, studiava da in piedi il bugiardino delle nuove medicine, tentava di far parlare mamma del futuro dei Balcani. Poi veniva in camera mia, ad aiutarmi a cambiare le lenzuola o spargere la naftalina nel guardaroba in previsione dell'inverno, e intanto canticchiava stonando maleficamente una melodia sentimentale. Oppure trascinava me in una diatriba sulla questione balcanica. Verso sera qualche volta veniva a trovarci zia Lilienka, zia Lilia, zia Leah Kalisch Bar Samka, buona amica di mamma, sua concittadina e compagna di scuola ai tempi del liceo Tarbut a Rovno. Quella che aveva scritto due libri sulla psiche del fanciullo. Zia Lilia portava un po' di frutta, o una torta di prugne. Papà le offriva un tè con i biscotti e la sua torta, io disponevo davanti a loro anche la sua frutta ben lavata, sopra un piattino e con dei coltelli per sbucciarla. Noi uscivamo dalla stanza, per lasciarle stare un po' sole loro due. Zia Lilia si tratteneva un'ora e più chiusa in camera insieme a mamma, e quando usciva aveva gli occhi rossi. Mentre mia madre pareva tranquilla e serena come sempre. Papà vinceva la lieve antipatia che provava per quella signora, e con bei modi invitava zia Lilia a fermarsi a mangiare un boccone con noi. Perché no? Non mi vuoi proprio dare l'opportunità di coccolarti un pochino? Non pensi che anche Fania ne sarebbe contenta? Ma lei si scusava sempre con aria confusa, quasi le avessero proposto di prendere parte a una faccenda un poco sconveniente: per carità, non vuole proprio disturbare, e poi la aspettano a casa e starebbero in pena per lei. Ogni tanto venivano anche nonno e nonna, agghindati come per andare a un ballo. Nonna in cima alle scarpe con il tacco, un abito di raso nero e un
filo di perle al collo. Prima di sedersi faceva il suo sopralluogo in cucina, poi si metteva accanto a mamma, passava in rassegna le confezioni di medicine, studiava il contenuto delle boccette, tirava a sé papà per gettare un'occhiata nell'interno del suo colletto, storceva il naso disgustata dopo avermi controllato le unghie. Commentava mestamente che oggigiorno la scienza ormai sa che quasi tutte le malattie vengono per colpa dell'anima e non del corpo. Nonno Alexander dal canto suo, sempre cordiale e affettuoso e frenetico come un cucciolo spensierato, baciava la mano di mamma e ne lodava la bellezza, "persino al tempo della malattia, e a maggior ragione quando sarai perfettamente guarita, già domani per certo, se non già stasera. Be', 'shtu'! Stai già rifiorendo! Incantatevole davvero! 'Krasaviza'!" La sera mio padre pretendeva ancora drasticamente che la luce in camera mia si spegnesse alle nove esatte. Poi andava in punta di piedi nell'altra stanza, quella dei libri, il salotto studio e camera da letto, copriva con uno scialle di lana le spalle di mamma perché l'autunno era ormai alle porte e le notti diventavano sempre più rigide, si sedeva accanto a lei e le stringeva la mano fredda nella sua che era sempre calda, tentando di risvegliarla almeno per un breve scambio di parole. Come il principe azzurro delle favole, il mio stanco padre provava a svegliare la bella addormentata. Ma anche se forse la baciava, sì, a svegliarla proprio non ci riusciva: non svaniva, l'effetto della mela stregata. O forse era sbagliato il suo bacio. O lei, nei suoi sogni, non vedeva un marito logorroico e occhialuto, un pozzo di scienza dalla inarrestabile battuta di spirito che aveva a cuore il futuro dei Balcani, bensì un principe azzurro affatto diverso. Al buio, le si sedeva accanto, perché a quell'epoca lei non sopportava la luce. La mattina prima di andare lui al lavoro e io a scuola, dovevamo chiudere tutte le imposte e serrare tutte le tende, quasi che mia madre si fosse tramutata nella sventurata protagonista reclusa in soffitta del romanzo inglese "Jane Eyre". Al buio e in silenzio mio padre teneva immobile una mano di mia madre. O forse le teneva tutte e due, racchiuse fra le sue. Però non era capace di stare fermo più di tre, quattro minuti, né accanto a mia madre malata né in qualunque altro posto che non fosse la sua scrivania e i suoi cartoncini: era una persona vivace, attiva, tutto fermento e trasporto e commissioni e diluvio di parole. Visto che non ce la faceva più a sopportare il buio e il silenzio, mio padre se ne andava in cucina con i suoi libri e un mucchio di schede,
sgombrava un angolo della tela cerata sul tavolo da pranzo, si sedeva sullo sgabello e lavorava un poco. Ma ben presto quell'eremitaggio nella cucina fuligginosa gli sfiancava l'ispirazione. Una o due volte alla settimana si alzava, sospirava, si cambiava d'abito, si pettinava, si lavava ben bene i denti, si profumava con qualche goccia del suo dopobarba, gettava una rapida e muta occhiata per controllare che mi fossi addormentato (a suo beneficio fingevo di dormire). Poi andava da mamma, le diceva qualche cosa, prometteva qualche cosa, lei certo non lo fermava, anzi, gli passava la mano sul capo e diceva, vai, Arieh, va' pure a giocare un po' fuori, non tutte sono fredde come me. Quando usciva di casa, in giacca e cravatta, il cappello alla Humphrey Bogart in testa e l'ombrello per ogni evenienza che dondolava al braccio, papà passava in cortile sotto la mia finestra, canticchiando con le sue proverbiali stonature e con uno smaccato accento ashkenazita: "...sia il tuo grembo rifugio del mio capo/nido della mia smarrita preghiera", o "...son colombe i tuoi due occhi/argentina la tua voce!". Non avevo idea di dove andasse e tuttavia sapevo anche senza saperlo e tuttavia non volevo sapere e tuttavia perdonavo mio padre. Speravo che gli facesse bene, almeno un poco. Non volevo assolutamente immaginare che cosa ci fosse laggiù, in quel suo "laggiù", ma quel che non immaginavo assolutamente veniva a me la notte e faceva tutto vorticare e non mi lasciava dormire. Ero un bambino di dodici anni. Il mio corpo cominciava già a fare la parte del nemico impietoso. *** Qualche volta mi veniva da pensare che, quando la mattina la casa si svuotava, mamma s'infilasse sotto le coperte e dormisse nelle ore del giorno. Di tanto in tanto si alzava per fare quattro passi in casa, sempre scalza malgrado le suppliche di papà e le pantofole che lui le porgeva: flottava avanti e indietro per quel corridoio che al tempo della guerra avevamo usato come rifugio, dove ora si accatastavano pile di libri e che con le grandi mappe appese al muro serviva a papà e a me da sala operativa da cui gestire la sicurezza dello stato e la difesa del mondo libero. Anche durante il giorno stagnava in quel corridoio un buio totale, a meno di accendere la luce elettrica. Dentro quell'oscurità mia madre navigava scalza avanti e indietro con monotonia, per una mezz'ora e anche più, come gli ergastolanti nel cortile fra le mura del penitenziario. A volte
cominciava a cantare, come per sfidare papà, benché con molte meno stonature. La sua voce di canto era scura e calda, come un sentore di vino cotto in una notte d'inverno. Non in ebraico cantava, bensì in un russo dolce da ascoltare. O in un polacco trasognato. Una o due volte cantò anche qualcosa in yiddish, e pareva trattenesse le lacrime. Le sere in cui usciva, papà tornava sempre, come promesso, poco prima di mezzanotte. Lo sentivo quando si spogliava, e in canottiera e mutande si preparava una tazza di tè, seduto in cucina a canticchiare sottovoce mentre intingeva un biscotto nel suo tè dolcificato. Poi si faceva una doccia fredda (per l'acqua calda bisognava accendere lo scaldabagno tre quarti d'ora prima con dei ramoscelli su cui si spruzzava un po' di benzina). Dopo la doccia sgusciava in punta di piedi a controllare se dormivo e mi sistemava la coperta. Solo al termine di queste operazioni andava quatto quatto in camera loro. Mi capitava di udire le loro voci sommesse, la sua e quella di mamma, finché non mi addormentavo. A volte invece era subito un silenzio profondo, quasi non ci fosse anima viva. Papà cominciò a sospettare che la causa dell'insonnia di mia madre fosse la sua presenza nel letto matrimoniale. Qualche volta insistette per farla coricare sul divano che ogni notte si trasformava in letto e andare lui a dormire sulla sedia (quand'ero piccolo, quel divano lo chiamavamo "il divano abbaione", perché quando si apriva sembrava le fauci di un cane feroce). Papà le spiegò e spergiurò che sarebbe stato meglio per tutti e due, lui sulla sedia e lei a letto, lui tanto dormiva sempre sodo come un ciocco di legno ovunque lo mettevano, "foss'anche dentro una padella bollente". Anzi: dormire sulla sedia, sapendo che lei a letto sarebbe riuscita a prendere sonno, sarebbe stato mille volte più bello che coricarsi a letto sapendo che lei restava sveglia sulla sedia, per tutta la notte. Poi una volta, poco prima di mezzanotte; la porta della mia stanza si aprì silenziosamente e la sagoma di papà si chinò su di me nell'oscurità. Come sempre, feci subito finta di dormire. Ma invece di sistemarmi la coperta, lui la sollevò e si distese accanto a me nel letto. Come allora. Come aveva fatto la notte del 29 novembre, dopo la risoluzione Onu per la nascita dello stato, quando le mie mani avevano visto le sue lacrime. Ero spaventato, mi raggomitolai tutto raccogliendo le ginocchia contro la pancia, di modo che non si accorgesse di quel che mi toglieva il sonno: se se ne fosse accorto, sarei morto all'istante. Mi si raggelò talmente il sangue, in quel momento in cui papà d'improvviso s'infilò sotto la mia coperta: ero
talmente sgomentato dall'idea di venir colto in fallo con le mie bassezze, che passò un lungo momento prima ch'io mi rendessi conto, come da dentro un sogno terrificante, mi rendessi conto che la sagoma infilatasi dentro il mio letto non era quella di papà. Lei coprì tutti e due fin sopra la testa e da dietro mi abbracciò e mi sussurrò, non svegliarti. La mattina non c'era più. L'indomani notte tornò a dormire nella mia stanza, ma questa volta portando con sé uno dei due materassi del "divano abbaione" sul quale dormì per terra, ai miei piedi. La notte seguente m'impuntai, facendo del mio meglio per imitare l'autorevolezza manierata, ragionevole e decisa, di papà, e pretesi che lei dormisse nel mio letto e io sul materasso, ai suoi piedi. Sembrava quasi che noi tre stessimo facendo il gioco della sedia. In una versione in cui al posto delle sedie c'erano i letti. Un primo brano, normale: i miei genitori tutti e due nel letto matrimoniale, io nel mio. Poi, nel movimento successivo, mamma sulla sedia e papà sul divano e io stabile, nel mio letto. Terzo brano: mia madre e io insieme nel lettino singolo, mio padre da solo nel letto matrimoniale. Quarto movimento: mio padre stabilmente nel suo letto e io di nuovo solo nel mio e mia madre sul materasso ai miei piedi. E poi lo scambio fra noi due, lei che sale e io che scendo, e papà ancora fermo. Ma non era finita. Giacché quando ormai da qualche notte dormivo sul materasso nella mia stanza ai piedi di mia mamma, una volta fui svegliato di soprassalto da alcuni suoni monchi che solo vagamente ricordavano colpi di tosse. Poi lei si calmò e io mi addormentai. E di nuovo, qualche notte dopo, tornò quella sua tosse che pure tosse non era. Mi alzai con gli occhi cisposi, e avvolto nella mia coperta percorsi come un sonnambulo il corridoio per andare a coricarmi accanto a papà, nel letto matrimoniale. E così fu anche nelle notti seguenti. Quasi fino all'ultimo, mia madre continuò a dormire in camera mia e nel mio letto, mentre io ero con papà. Dopo due o tre giorni furono trasferite a nuova dimora anche le confezioni di medicine e le boccette e le pillole di tranquillanti e di sonniferi e le pasticche contro l'emicrania. Nemmeno una parola ci scambiammo, a proposito di quel nuovo ordine. Né lei né io e nemmeno lui. Come se fosse successo senza di noi. In effetti era un po' così. Non era stata presa alcuna decisione insieme. Tutto senza parole.
E nella settimana prima dell'ultima, mia madre lasciò il mio letto e tornò alla sedia davanti alla finestra, che però era stata spostata dalla nostra stanza - cioè mia e di papà - alla mia diventata la sua, di lei. E quando era ormai tutto finito, io non volevo più tornare in quella stanza. Volevo restare con papà. E quando finalmente tornai alla stanza che un tempo era stata mia, non riuscivo più a prendervi sonno: come se lei fosse ancora li. Con quel sorriso che sorriso non era. Con quella tosse che tosse non era. Come se mi avesse lasciato in eredità l'insonnia che fino alla fine l'aveva perseguitata, e che d'ora in poi avrebbe perseguitato me. Fu così terrificante, quella notte in cui tornai a dormire nel mio letto, che nei giorni seguenti papà dovette prendere dal "letto abbaione" uno dei due materassi e venire a dormire con me. Una settimana, forse due, papà dormì ai piedi del mio letto. Poi tornò al suo posto e anche lei, o la sua insonnia, forse migrarono dietro a lui. Un gorgo ci stava travolgendo tutti e tre, sbattendoci di qua e di là, vicino e lontano, alza e scuoti e gira, sinché alla fine ognuno di noi si ritrovò scaraventato su un lido altrui. E tale era la stanchezza, da farci silenziosamente rassegnare al cambiamento. Eravamo così stanchi. Non solo sul volto di mia madre e di mio padre, anche sotto i miei occhi trovai nello specchio, in quelle ultime settimane, delle mezzelune scure. Legati, avvinti l'uno all'altro eravamo in quell'autunno, tre ergastolani nella stessa cella. Ciononostante, ognuno per conto suo: già, che cosa potevano sapere, lui e lei, delle mie sordide notti? Della crudele ignominia del corpo? Come potevano sapere, i miei genitori, dei continui avvertimenti a me stesso, digrignando i denti per la vergogna - se non la pianti se anche questa notte non ti trattieni, giuro che prendo tutte le pasticche di mamma e così la facciamo finita. Nulla di tutto questo immaginavano i miei genitori. Mille anni luce li separavano da me. Macché anni luce. Mille anni tenebra. E che cosa sapevo io, del loro tormento? E loro? Tutti e due? L'uno dell'altra? Che cosa sapeva mio padre della catastrofe di lei? Che cosa capiva mia madre, del dolore di lui? Mille anni tenebra fra l'uno e l'altra. Persino fra tre anime dannate nella stessa cella. E persino allora, a Tel Arza, quel sabato mattina quando mamma si sedette contro un albero e io e papà posammo il capo sulle sue gambe, testa contro coscia, e mamma ci accarezzava, persino in quel momento, il più prezioso di tutta la mia infanzia, mille anni tenebra ci separavano.
55. Nella raccolta di poesie di Zeev Jabotinsky, dopo "Col sangue e col sudore risorgerà la nostra stirpe", dopo "Le due rive del Giordano" e "Dal giorno in cui sono stato chiamato al prodigio/di Betar e Sion e Sinai", compaiono anche le sue melodiche traduzioni di poesie straniere, quali "Il corvo e Annabel Lee" di Edgar Allan Poe, e "La principessa lontana" di Edmond Rostand, e la straziante "Poesia d'autunno" di Paul Verlaine. Le imparai ben presto tutte a memoria, me ne giravo tutto il giorno come intossicato dal vigore di questi sublimi tormenti romantici e degli abissi di lugubre sofferenza che aleggiavano tutt'intorno a queste opere. Accanto ai versi patriottico-militanti che componevo su un quaderno nero di bella, regalo dello zio Yosef, iniziai a cimentarmi anche con il genere "Weltschmerz", con un pessimismo cosmico zeppo di procelle e selve e lidi. E un po' anche con le poesie d'amore, prima ancora che ne sapessi alcunché. O forse non prima di sapere, piuttosto mentre invano tentavo di conciliare i film western dove alla fine la bella ragazza era il premio per aver ucciso più indiani, e i voti lacrimosi di Annabel Lee e il suo compagno, e il loro amore sconfinato oltre la tomba. Che fatica era decidere fra l'uno e l'altro, del resto era di gran lunga più difficile conciliare tutto questo con il dedalo di trombe, ovaie e vagine espostoci dall'infermiera alla scuola Tachmoni. E con quelle mie bassezze notturne che mi tormentavano senza pietà sino a farmi venir voglia di morire. O di tornare a essere com'ero prima di cadere così fra le mani di una frotta notturna di streghe sardoniche: ogni notte decidevo di ucciderle, ucciderle una volta per tutte, e ogni notte quelle malefiche incantatrici sfoggiavano per i miei occhi sbigottiti trame così sfrenate che tutte le ore di luce le trascorrevo aspettando impaziente il mio
letto. A volte non ce la facevo più ad aspettare, mi chiudevo nel gabinetto puzzolente nel cortile del Tachmoni o nel nostro bagno, donde rispuntavo dopo due o tre minuti con la coda fra le gambe, mortificato, ignobile come un cencio. L'amore per le ragazze e tutto ciò che riguardava tale faccenda, lo consideravo alla stregua di una disgrazia, di una trappola micidiale da cui nessuno era mai tornato indietro: all'inizio si flottava trasognati dentro un palazzo di cristallo incantato, ma solo per risvegliarsi alla fine immersi fino al collo dentro una fogna fetida. Scappavo di corsa ad asserragliarmi fra l'assennatezza dei libri gialli, di avventura e di guerra: Jules Verne, Karl May, Fenimore Cooper, Mein Rid, Sherlock Holmes, "I tre moschettieri", "Il capitano Hatteras", "Ai monti della Luna", "La figlia di Montezuma", "Il Prigioniero di Zenda", "Di fuoco e di spada", "Cuore" di De Amicis, "L'Isola del Tesoro", "Ventimila leghe sotto i mari", "Nel deserto e nella steppa", "L'oro di Kacamalka", "L'isola misteriosa", "Il Conte di Montecristo", "L'ultimo dei Mohicani", "I figli del capitano Grant", la tenebrosa Africa nera, bucanieri e indiani, malfattori e cavalieri e ladri di bestiame e briganti e cow-boy e pirati, isole dell'arcipelago, bande di indigeni assetati di sangue con le piume in testa e spalmati con i colori della guerra, grida di battaglia raggelanti, maghi, cavalieri-draghi, cavalieri-saraceni con scimitarra, mostri, incantatori, re e malfattori, spettri persecutori, malvagi cattivi, e soprattutto ragazzini piccoli e pallidi destinati a far grandi cose dopo ch'erano riusciti a reprimere la loro indegnità. E io volevo diventare come loro e volevo anche saper scrivere come erano state scritte quelle storie. Forse, non ero ancora capace di distinguere fra scrivere e vincere. *** "Michele Strogoff" di Jules Verne mi lasciò qualcosa che mi ha accompagnato sino a oggi. Lo zar manda Strogoff in missione segreta a consegnare un dispaccio cruciale alla guarnigione russa asserragliata nella remota Siberia. Per via, il corriere deve attraversare regioni sotto il dominio dei temibili tartari. Michele Strogoff viene catturato da sentinelle nemiche e condotto al cospetto del loro capo, il Gran Khan, che dà ordine di accecarlo con una spada arroventata perché non possa proseguire nel suo viaggio verso la Siberia. Invero il corriere ha imparato a memoria il cruciale dispaccio, ma come avrebbe potuto raggiungere la sua destinazione, senza la vista? E anche dopo che il ferro incandescente gli ha incenerito gli occhi,
il messo fedele continua alla cieca il suo viaggio verso oriente, finché nel momento decisivo della trama il lettore scopre che non ha perduto la vista: la spada arroventata che gli è passata vicinissima agli occhi era stata raffreddata dalle lacrime! Perché allora, in quell'istante, Michele Strogoff aveva pensato ai suoi amati familiari che non avrebbe mai più visto, e a quel pensiero i suoi occhi si erano bagnati di lacrime, e le lacrime avevano raffreddato la lama e gli avevano preservato la vista, oltre che salvato la missione cruciale, che, portata con successo a termine, determina la vittoria della sua patria su tutti i nemici. Le lacrime di Strogoff salvarono dunque lui e tutta la Russia. Eppure da noi per gli uomini le lacrime erano un tabù! Un'ignominia! Piangere era roba esclusivamente da donne e bambini. Già a cinque anni mi vergognavo di piangere, e a otto o nove imparai a trattenere le lacrime, sì da poter essere accolto nell'ordine dei maschi. Per questo mi ero così turbato quella notte del 29 novembre quando la mia mano sinistra aveva sentito al buio la guancia bagnata di mio padre. Non ne avevo mai parlato, né con papà né con nessun altro. Ed ecco che invece Michele Strogoff, quell'eroe formidabile, quell'uomo tutto d'un pezzo capace di sopportare ogni fatica e tortura, non ha il minimo ritegno di fronte a un pensiero d'amore: piange. Non di paura né di dolore, piange Michele Strogoff, ma perché è travolto dai suoi stessi sentimenti. Anzi di più: le lacrime di Strogoff non lo avviliscono, non lo abbassano al rango di una donna né lo degradano, quelle lacrime sono invece bene accette tanto dall'autore, Jules Verne, quanto dal lettore. E come se non bastasse che tutt'a un tratto sia ammesso veder piangere un uomo, quel pianto è pure salvifico, per il protagonista e addirittura per tutta la Russia. Così quell'eroe, il più virile degli uomini, trionfa su tutti i suoi nemici grazie al "lato femminile" sbucato dalle profondità dell'animo suo nel momento cruciale, e questo "lato femminile" non intacca, non indebolisce il "lato maschile" (in questi termini all'epoca ci lavavano il cervello), ma al contrario, lo completa e si integra con quest'ultimo. C'era dunque una via d'uscita dignitosa, un affrancamento non ignominioso dall'alternativa che a quei tempi mi opprimeva, l'alternativa fra sentimento e virilità? (Una dozzina d'anni dopo anche Hannah di "Michael mio" s'innamora della figura di Michele Strogoff.) C'era anche il capitano Nemo di "Ventimila leghe sotto i mari", quell'indiano fiero e coraggioso che aveva sprezzo della crudeltà dei regimi sfruttatori e provava disgusto per l'oppressione dei
popoli e degli individui da parte dei prepotenti e delle potenze egoiste. Il capitano Nemo di "Ventimila leghe sotto i mari" prova un ribrezzo quasi alla Edward Said, se non un odio alla Franz Fanon, verso la spocchia arrogante del mondo nordoccidentale. Per questo decide di dissociarsi da tutto e di crearsi un piccolo mondo utopistico sotto la superficie degli oceani. Questa storia suscitava evidentemente in me anche una pulsione di rispondenza sionista: il mondo ci aveva perseguitato senza tregua, ci aveva sempre e solo fatto torto. Per questo ci eravamo fatti da parte, per creare la nostra piccola bolla indipendente dove condurre una vita pura e libera, lontano dalla crudeltà dei nostri oppressori. Ma, proprio come il capitano Nemo, nemmeno noi eravamo più disposti a fare da vittime designate, e in virtù del nostro genio creativo avremmo armato il nostro "Nautilus" con dei sofisticati raggi mortali. Nessuno al mondo avrebbe più osato provare ad aggredirci. Il nostro lungo braccio sarebbe arrivato, all'occorrenza, sino alla fine del mondo. *** Ne "L'isola misteriosa", un manipolo di naufraghi riesce a fondare una minuscola civiltà su una sperduta e arida isola. Quei sopravvissuti sono tutti europei, tutti maschi, tutti benpensanti e razionali, tutti tecnologici, tutti coraggiosi e filosofi: proprio così, a loro immagine e somiglianza, il secolo diciannovesimo avrebbe voluto vedere il futuro, savio e illuminato e virile e capace di far piazza pulita d'ogni problema con la forza della ragione e secondo la nuova religione del progresso (la violenza, gli istinti e il male sarebbero stati relegati su un'altra isola, dopo: l'isola dei ragazzi di William Golding ne "Il signore delle mosche"). Grazie alla loro intraprendenza, al loro talento common-sensico, al loro entusiasmo pionieristico, quei naufraghi riescono a sopravvivere e financo a fondare, usando solo le loro dieci dita, una florida fattoria sull'arida isola. E con ciò conquistavano la mia anima inzuppata di ethos sionisticopionieristico infusomi da mio padre, un ethos laico illuminato e fervido, razionalista, idealista, militante, ottimista e progressista. Ma nei momenti in cui i pionieri dell'isola misteriosa erano minacciati da un cataclisma irrimediabile mandato dalla Natura, nei momenti in cui stavano con la schiena al muro e nulla poteva fare l'ingegno per salvarli, in quei momenti fatali interveniva nel cammino degli eventi una misteriosa mano celeste,
una specie di miracolosa provvidenza onnipotente che proprio all'ultimo momento li salvava dalla distruzione: "Se c'è giustizia - che venga subito", scrisse Bialik. Ne "L'isola misteriosa" la giustizia sfrecciava veloce come un fulmine, nel momento in cui tutte le speranze erano svanite. E in fondo era questo l'ethos opposto, perfettamente speculare al razionalismo di papà: era la logica delle storie notturne di mia madre, storie di demoni e miracoli, la fiaba del vecchio bacucco che dà riparo nella sua baracca a un vecchio ancor più bacucco, del male misterioso e del bene, del vaso di Pandora dove alla fine di tutte le disgrazie c'era ancora, sul fondo della disperazione, la speranza. Tale era anche la logica spesso miracolata delle epopee chasidiche cui mi aveva introdotto la maestra Zelda e che il professor Mordekhai Mikhaeli del Tachmoni, pozzo di leggende che era, riprese nel punto in cui s'era fermata lei. E qui ne "L'isola misteriosa" era come se si fosse finalmente risolto il contrasto fra quelle due prime, opposte finestre, attraverso le quali avevo scoperto il mondo all'inizio della mia vita: quella di papà, razionale e ottimistica, e, per contro, quella di mamma, attraverso la quale s'intravedevano paesaggi tristi e forze incomprensibilmente sovrannaturali, forze del male ma anche del bene e della pietà. In effetti, alla fine de "L'isola misteriosa", si capisce che la provvidenza celeste scesa puntualmente a salvare "l'impresa sionista" dei naufraghi ogni volta che si prospettava il pericolo dell'estinzione, altro non era se non la mano discreta del capitano Nemo, quel capitano Nemo dallo sguardo grave, il protagonista di Ventimila leghe sotto i mari. Ciò non sminuì affatto ai miei occhi il senso della riconciliazione che mi offriva questo libro, la soluzione del contrasto sino ad allora inevitabile tra la fascinazione sionistico-infantile e quella gotica, non meno infantile. Come se mia madre e mio padre fossero finalmente approdati a una vita di perfetta armonia. Invero non qui a Gerusalemme, chissà invece su quale isola sperduta. E comunque, finalmente rappacificati. Il buon signor Marcus, che aveva una bottega di libri nuovi e usati e anche una biblioteca circolante sulla discesa di via Giona, quasi all'angolo con via Gheulla, acconsentì finalmente a lasciarmi cambiare un libro al giorno. A volte anche due al giorno. All'inizio non credeva che li leggessi per davvero tutti, mi scrutava ogni volta che gli restituivo un volume qualche ora dopo averlo preso in prestito, e mi poneva ogni sorta di domande a trabocchetto sulla trama del libro. Ma a poco a poco la sua
diffidenza si trasformò in stupore e lo stupore in devozione: pensava che con una memoria così strabiliante e con la capacità che avevo di leggere così in fretta, e soprattutto se non avessi trascurato lo studio delle lingue straniere fondamentali, chissà che un giorno o l'altro non sarei diventato il segretario personale ideale di qualche grande leader: magari sarei stato assunto come segretario di Ben Gurion... O di Moshe Sharet... Perciò il signor Marcus decise che era doveroso investire su di me a lungo termine, come dice il proverbio biblico, "getta il tuo pane sull'acqua perché dopo molto tempo lo ritroverai" ("Ecclesiaste" 11, 1): chissà? Chissà che un giorno o l'altro non s'abbia bisogno di una licenza, di una spintarella in qualche ufficio, di un'oliata alle giunture di un affare editoriale cui in futuro avrebbe potuto partecipare, e allora - allora un rapporto d'amicizia con il segretario personale di un pezzo grosso si sarebbe rivelato provvidenziale. La mia tessera della biblioteca, strapiena com'era, il signor Marcus la mostrava con particolare orgoglio ad alcuni suoi clienti, come a farsi bello dei frutti del proprio investimento: provate a immaginare che cosa abbiamo qui! Un divoratore di libri! Un fenomeno! Un bambino che ogni mese qui da me fa piazza pulita non solo di volumi, di scaffali interi di volumi! E così, ebbi dal signor Marcus il permesso speciale di sentirmi nella sua biblioteca quasi a casa: di chiedere quattro libri per volta, sì da non patire la fame durante due giorni di festa. O di sfogliare - ma attento! - dei volumi freschi di stampa, destinati alla vendita e non al prestito. E persino di gettare uno sguardo a romanzi non adatti alla mia età, come le opere di Somerset Maugham, O. Henry, Stefan Zweig e anche il piccante Maupassant. Nelle giornate d'inverno correvo al buio, fra le cascate di pioggia battente e le sferzate del vento, per riuscire ad arrivare alla biblioteca del signor Marcus prima delle sei, ora di chiusura. Faceva un gran freddo a Gerusalemme a quell'epoca, un freddo pungente e penetrante, orsi polari scendevano famelici dalla Siberia e vagavano per la borgata di Kerem Abraham, in quelle notti di fine dicembre. E visto che correvo senza cappotto, il mio maglione si inzuppava e ogni sera emanava un odore deprimente, odore invadente di lana bagnata. Più di una volta mi capitò di ritrovarmi senza uno straccio di libro, in quei lunghi, vuoti sabati in cui alle dieci di mattina avevo già esaurito tutta la provvista di cui m'ero rifornito alla biblioteca Marcus. E così, per bulimia prendevo dagli scaffali di papà tutto quel che mi capitava a tiro: "Till Eulenspiegel" nella traduzione di Shlonsky, "Le mille e una notte" nella
traduzione di Rivlin, e i romanzi di Israel Zarchi, di Mendele e Shalom Alechem, Kafka e Berditchevskij e le poesie di Rachel e Balzac e Hamsun e Ygal Musinzon e Fayerberg e Nathan Shacham e Gnessin e Brenner e Hazaz, e persino le opere del signor Agnon. Non capivo quasi nulla, a parte forse quel che avevo visto solo attraverso le lenti di papà, e cioè che il borgo ebraico della diaspora era squallido e repellente e anche ridicolo. Nel mio animo sventato, non ero così stupito che avesse fatto una tal brutta fine. La maggior parte dei capolavori delle letterature nazionali papà li aveva in lingua originale, perciò non mi potevano servire. Ma quasi tutto quello che aveva in ebraico, se non lo lessi almeno lo sfogliai. Senza trascurare nulla. *** Certo, leggevo anche "Il giornale per i bambini" e anche i libri per bambini che facevano parte del repertorio comune: le poesie di Leah Goldberg e di Fania Bergstein, "L'isola dei piccini" di Mira Lube, e tutte le storie di Nachum Guttman: l'Africa di "Lobengulu re degli Zulu" e la Parigi di "Beatrice", come anche la Tel Aviv di sabbia e agrumeti e mare - tutte destinazioni dei primi peripli edonistici della mia vita. La distanza fra Gerusalemme e Tel Aviv collegata al resto del mondo, quello grande, si raffigurava per me nella differenza tra la nostra vita qui, una vita invernale in bianco e nero, e un'altra, colorata, estiva, luminosa. Catturava in particolare la mia fantasia "Sulle Rovine" di Tzvi Liebermann- Livne, che avevo letto un mucchio di volte: vi si parlava di uno sperduto villaggio ebraico all'epoca del Secondo Tempio, un tranquillo borgo nascosto fra monti, colline e vigneti. Un giorno però arrivavano i soldati della legione romana, massacravano tutti gli abitanti, uomini e donne e anziani, saccheggiavano tutto, bruciavano le case e poi proseguivano per la loro strada. Ma appena prima di quella strage alcuni abitanti del villaggio erano riusciti a nascondere in una grotta i bambini piccoli, quelli che avevano meno di dodici anni e non potevano essere d'aiuto nella difesa del paese. Fu così che, terminato il massacro, i piccini sbucavano fuori dalla grotta, vedevano le rovine e invece di disperarsi decidevano, nel corso di un consulto che sembrava l'assemblea plenaria di un kibbutz, che la vita doveva continuare e che bisognava far risorgere il villaggio da quelle sue rovine. Eleggevano dunque un comitato dov'erano ammesse anche le femmine, perché quei bambini non erano solo coraggiosi e intraprendenti ma anche incredibilmente progressisti e illuminati. Pian
piano, con una tenacia da formichine, riuscivano a radunare quel che restava del bestiame grosso e minuto, a riparare l'ovile e la stalla, a rendere di nuovo abitabili le case bruciate, a riprendere il lavoro dei campi e fondare una comunità di bambini, una specie di kibbutz ideale: una comunità di Robinson Crusoe senza alcun Venerdì. Non aveva ombre, quella vita di fratellanza e solidarietà dei bambini del sogno: niente lotte per il potere, niente concorrenza o invidia, niente degrado sessuale né spettri dei genitori morti. In fondo tutto questo rappresentava il rovescio positivo di quel che invece era successo ai bambini di William Golding ne "Il signore delle mosche". "Tzvi" Liebermann-Livne intendeva con ciò fornire ai bambini israeliani un'elevata allegoria sionista: ecco che la generazione del deserto è morta tutta, e al suo posto viene una generazione di nati nel paese, una stirpe di prodi ed eroi, "il ferro dei vincoli spezzeremo", una stirpe capace di elevarsi con le proprie forze, "dalla Shoah all'eroismo", e dalla tenebra alla luce (nella mia gerosolimitana versione, nel seguito di "Sulle rovine" che scrissi con la fantasia, i bambini non si accontentavano di mungere, abbacchiare le olive e mietere il grano: scoprivano anche un nascondiglio di armi, o meglio ancora - riuscivano a progettare e costruire una mitragliatrice, un mortaio e un mezzo corazzato. O forse l'esercito della Resistenza riusciva a contrabbandare quelle armi, che arrivavano a loro con un passo indietro di un centinaio di generazioni. Riforniti dunque di questo equipaggiamento, i bambini di Tzvi Liebermann-Livne e miei si precipitavano, giungendo per un soffio in tempo alle pendici di Masada: con uno strabiliante sbarramento di fuoco da dietro, con lunghe e precise salve ma anche con letali colpi di mortaio, coglievano alla sprovvista le legioni romane, quelle stesse che avevano ucciso i loro genitori, quelle che ora si stavano facendo strada verso la cima, la fortezza di Masada. E così, proprio mentre l'eroico Eleazar Ben Yair stava per terminare il suo memorabile discorso di congedo, proprio quando gli ultimi difensori di Masada stavano per cadere sulle loro stesse spade piuttosto che farsi prendere prigionieri, io e i miei ragazzi irrompevamo sulla cima del monte, salvando loro dalla morte e il nostro popolo dall'onta della disfatta. Poi, portavamo la guerra in territorio nemico: posizionavamo i nostri mortai in cima ai sette colli di Roma, facevamo saltare in mille pezzi l'Arco di Tito e mettevamo in ginocchio l'imperatore. ***
Ma forse, era riposto in questa storia un appagamento inconfessabile, morboso, che certo Tzvi Liebermann-Livree non aveva immaginato scrivendo questo libro così didattico ed edificante: un godimento edipico. Tenebroso. Già, questi bambini avevano seppellito i loro genitori. Tutti. Non un solo adulto era rimasto in tutto il paese. Né un genitore né un insegnante né un vicino di casa, uno zio, un nonno o una nonna. Nessun signor Krokmal nessuno zio Yosef nessuna Mala e nessuno Stashek Rodintzky, né Abramsky o Bar Yzhar, nessuna zia Lilia, e nemmeno un Begin o un Ben Gurion. Si materializzava dunque, per via miracolosa, quell'aspirazione (sapientemente rimossa) comune all'ethos sionista e al bambino che ero: che morissero. Perché erano così diasporici. Soffocanti. Perché loro erano la generazione del deserto. Sempre pieni di pretese e lezioni da impartire, mai che ti lasciassero respirare. Solo quando saranno morti, noi potremo finalmente dimostrare loro come, senza di loro, possiamo fare tutto quello che vogliamo: tutto quel che loro vogliono che noi facciamo, esattamente tutto quello che si aspettano da noi, tutto realizzeremo al meglio - arare e mietere e costruire e combattere e vincere ma senza di loro: perché il nuovo popolo ebraico deve necessariamente staccarsi da loro. Perché tutto qui è stato creato apposta perché fosse solo giovane e sano e robusto, mentre loro sono vecchi e malridotti e tutto da loro è contorto, tutto un poco repellente, decisamente ridicolo. E così, tutta la generazione del deserto svaporava dalle rovine della storia, lasciando dietro di sé degli orfani beati, lesti di gambe, liberi nell'animo come uno stormo di uccelli nel cielo. Più nessuno a seccarli tutto il giorno con accento diasporico, con gorgheggi retorici, muffite buone maniere, a guastare insomma la vita con depressioni insulti ordini e ambizioni. Nessuno di loro era sopravvissuto per propinarci la sua morale, dirci questo si può questo non si può questo è brutto. Solo noi. Soli al mondo. Lo sterminio di tutti gli adulti aveva un fascino occulto, irresistibile. E così a quattordici anni e mezzo, due dopo la morte di mia madre, uccisi papà e uccisi tutta Gerusalemme, cambiai nome e andai da solo al kibbutz Hulda, a vivere lassù, sopra le rovine.
56. Lo uccisi soprattutto cambiando nome. Per tanti e tanti anni, sulla vita di mio padre aveva pesato l'ombra ingombrante del dotto zio, con la sua "fama internazionale" (definizione che mio padre esprimeva abbassando religiosamente il tono di voce). Per tanti e tanti anni Yehudah Arieh Klausner aveva sognato di seguire le orme del professor Yosef Ghedalia Klausner, autore di "Gesù Nazareno" e "Da Gesù a Paolo", "Storia del Secondo Tempio" e "Storia della Letteratura Neoebraica", "Quando un popolo combatte per la libertà". Forse mio padre covava la segreta speranza di potersi un giorno infilare nelle scarpe dello sterile professore, e di ereditarne il posto. Per questo aveva imparato a leggere non meno lingue di quante ne conoscesse suo zio. Per questo la notte stava curvo sulla scrivania, a disporre cumuli su cumuli di schede. Ma quando cominciò a perdere la speranza di diventare un bel giorno anche lui un famoso professore, continuò forse a vagheggiare in fondo al cuore di riuscire ancora a vedere passare a me, quella fiaccola. A mo' di battuta, mio padre ogni tanto si paragonava al trascurabile Mendelssohn, il banchiere Abraham Mendelssohn, che il destino aveva reso figlio del famoso filosofo Moses Mendelssohn nonché padre del grande compositore Felix Mendelssohn-Bartholdy ("Prima ero il figlio di mio padre, e poi fui il padre di mio figlio", aveva detto una volta Abraham Mendelssohn con autoironia scherzosa). A mo' di beffa, di sfottò ispirato dal suo affetto composto, quand'ero piccolo mio padre mi chiamava sua eccellenza. Vostra maestà. Vostra altezza. Solo molti anni dopo, la notte che venne dopo la mattina in cui morì, capii d'un tratto che dietro quello spirito sempre uguale a sé stesso,
indisponente, un po' molesto, si nascondevano forse i suoi stessi sogni di grandezza andati delusi, e la malinconica rassegnazione di fronte alla propria mediocrità, e anche la recondita aspirazione ad affidare a me la missione di conquistare a nome suo, un giorno, i traguardi a lui negati. Dalla solitudine e dalla depressione, mia madre mi raccontava in cucina le sue storie di portenti e orrori e fantasmi, non troppo diverse da quelle che la vedova Aase narrava al piccolo Peer Gynt dentro la loro casupola, nelle notti d'inverno. Mentre mio padre, era a suo modo una specie di Jon, il padre di Peer, non meno di quanto mamma fosse Aase: "Peer, sei destinato a cose grandi Peer, sarai un grand'uomo!" "Il kibbutz," diceva tristemente papà, "il kibbutz sarà forse un fenomeno significativo, ma esige personale robusto, da lavori manuali, di medio profilo intellettuale. Tu invece sai già perfettamente che non sei di livello medio. Non per sminuire il valore del kibbutz, lungi da me, i kibbutz hanno dei meriti smaccati nella vita di questo paese, ma tu lì non potrai esprimerti. Per questo, con mio grande dispiacere, non posso dirmi d'accordo. Assolutamente no. Con ciò, consideriamo chiuso il discorso." *** Dopo che mamma se n'era andata e di lì a un anno mio padre si era risposato, io e lui parlammo quasi soltanto di questioni legate al quotidiano tran tran. O di politica. Di nuove scoperte scientifiche e di valori e di idee universali (avevamo ormai traslocato nel nuovo appartamento, in viale Ben Maymon 28 a Rechavia, il quartiere cui mio padre aspirava da sempre). Le angosce della mia adolescenza, il suo nuovo matrimonio, i suoi sentimenti, i miei, gli ultimi giorni di mamma e la sua morte e la sua assenza, su tutto ciò non ci scambiammo mai una parola. Mai. Spesso discutevamo con coinvolgimento, con una sorta di ostilità reciproca cortese ma molto profonda, su Bialik, Napoleone, sul socialismo che cominciava ad attirarmi mentre mio padre lo considerava un'"epidemia rossa"; una volta litigammo tremendamente a proposito di Kafka. Ma di norma ci trattavamo l'un con l'altro alla stregua di due coinquilini dentro un piccolo appartamento: il bagno libero, per favore. Mancano margarina e carta igienica. Non trovi che
cominci a fare un po' freddo? Non hai nulla in contrario se accendo la stufa? Quando il Sabato e nelle feste cominciai ad andare a Tel Aviv da Haya e da Sonia, le sorelle di mia madre, o a Kiriat Motzkin a trovare nonno "pape", mio padre mi dava i soldi per il viaggio e aggiungeva qualche liretta "perché non ti trovi a dover chiedere denaro a chicchessia, laggiù". E: "Non dimenticare di dire a chi di dovere che per qualche giorno non puoi mangiare niente di fritto". Oppure diceva: "Ricordati per favore di domandare a chi di dovere se sono interessati che la prossima volta che vai io gli mandi una busta con delle cose del suo cassetto". La parola "suo" o "lei" celava il ricordo di mamma come una lapide senza scritta. Le parole "chi di dovere laggiù' ò "loro" indicavano il distacco totale fra lui e la famiglia di mia madre, un legame che non si rinnovò mai più: loro lo consideravano colpevole. I suoi rapporti con altre donne, sospettavano le sorelle di mia madre da Tel Aviv, le avevano intorbidito la vita. E anche tutte quelle notti in cui lui era rimasto alla scrivania, voltandole la schiena, immerso nelle sue ricerche e nelle sue schede. Mio padre restò scosso da quell'accusa, ferito sin nel profondo dell'animo. Le mie escursioni a Tel Aviv e Haifa le considerava più o meno come, in quegli stessi anni, gli stati arabi consideravano le visite di personalità neutrali a quello stato d'Israele di cui non ammettevano l'esistenza: non è in nostro potere impedirtelo, va' dove ti pare, ma per favore in nostra presenza non chiamare per nome quel posto; e quando torni, sei pregato di non raccontarci nulla. Né di bene né di male. E di non riferire loro nulla su di noi. Giacché noi non vogliamo sentire, non ci interessa sapere. Pertanto fa' in modo che non ti stampino un timbro sgradito sul passaporto. Circa tre mesi dopo il suicidio di mia madre, arrivò il giorno del mio bar mitzvah: niente festa. Mi fecero salire a leggere la Torah un Sabato mattina alla sinagoga del Tachmoni, e mormorare la porzione settimanale di testo. La famiglia Mussman al completo arrivò da Tel Aviv e anche da Kiriat Motzkin, ma si isolò in un angolo della sinagoga, il più lontano possibile dai Klausner. I due fronti non si scambiarono parola. Solo Tzvi e Buma, i mariti delle mie zie, accennarono un gesto del capo, ma lieve, quasi impercettibile. Quanto a me, correvo come un cagnolino impazzito avanti e indietro fra i due campi, facendo del mio meglio per mostrarmi allegro e scherzoso, ciacolando senza sosta di qua e di là, a emulazione di papà che detestava il silenzio e se ne considerava sempre colpevole, tenuto a scacciarlo via. Solo nonno Alexander attraversò senza esitazione la cortina
di ferro, andò a baciare la nonna di Haifa e le due sorelle di mamma sulle guance, tre baci, sinistra destra sinistra, secondo l'usanza russa, e poi mi strinse accanto a sé e disse, estasiato: "Be', 'shtu'? E' un bambino magnifico, vero? Un bambino "molodyets"! E che talento! Molto, molto talentuoso! Molto!". *** Qualche tempo dopo il secondo matrimonio di papà iniziai ad andar sempre peggio a scuola, tanto da meritarmi una nota di sospensione (l'anno della morte di mia madre passai dal Tachmoni al liceo di Rechavia). Papà ne rimase offeso e sconvolto, mi castigò. A poco a poco prese a sospettare che quella mia guerriglia non sarebbe finita finché non l'avessi costretto a lasciarmi andare in kibbutz. Ma anch'egli rispose con le armi: ogni volta che entravo in cucina, papà si alzava e se ne usciva senza dire una parola. Poi un venerdì lui andò definitivamente fuori dai gangheri e mi accompagnò alla vecchia stazione degli autobus della Egghed, a metà di via Giaffa. Mentre stavo per salire su quello diretto a Tel Aviv, disse d'un tratto: "Se non ti dispiace, degnati di chiedere a loro per favore che cosa ne pensano del tuo programma kibbutzistico. Ovviamente la loro opinione laggiù non sarà per noi decisiva, e nemmeno ci interessa più di tanto, ma per questa volta non ho nulla in contrario a sentir come vedono loro questa prospettiva". Ancor prima della tragedia, sin dall'inizio cioè della malattia di mia madre e fors'anche prima, giù da Tel Aviv le mie zie consideravano mio padre una persona egocentrica e addirittura un poco prepotente: dopo la morte di mamma mi vedevano soffocato sotto il suo giogo opprimente, e dal suo secondo matrimonio in poi - così pensavano - ci si era messa, a infierire, anche la matrigna. Per parte mia, come a farlo apposta per dar loro fastidio, con le zie cercavo sempre di mettere in buona luce mio padre e sua moglie, spiegando che badavano a me con dedizione e facevano di tutto perché non mi mancasse nulla. Ma le zie non ne volevano sentire parlare: se la prendevano con me, s'arrabbiavano, s'offendevano, quasi che avessi elogiato il regime di Nasser o tentato di difendere i terroristi. Mi mettevano a tacere non appena esordivo in lode di papà. Zia Haya diceva: "E basta. Smettila. Così mi ferisci pure. Evidentemente ti fanno un bel lavaggio del cervello". Mentre zia Sonia, ogni volta che a casa sua tentavo di dire una buona parola su mio padre o sua moglie, invece di sgridarmi scoppiava subito a
piangere. Nei loro occhi indagatori, la realtà parlava per evidenza: magro e smunto apparivo loro, e pallido, e nervoso, non abbastanza pulito. Evidentemente ti trascurano lì, per non dire di peggio. E questa ferita qui alla guancia? Non ti hanno portato dal medico? Questo maglione si sta disfando, è l'unico che hai? E quand'è stata l'ultima volta che ti hanno comprato della biancheria nuova? I soldi per il viaggio di ritorno? Si sono per caso dimenticati di darteli? No? Perché insisti? Non vuoi prendere qualche lira in più, per sicurezza? Dallo zaino che mi preparavo per quei viaggi sabbatici a Tel Aviv, appena arrivavo le zie tiravano subito fuori la camicia, il pigiama, le calze e la biancheria, persino il fazzoletto di riserva, esprimevano muta disapprovazione con degli schiocchi fra lingua e palato, e condannavano tutto subito al bucato, alla bollitura, o due ore di aria sul filo in balcone e poi sotto i fendenti del ferro da stiro, qualche volta persino a implacabile distruzione: vuoi per bruciare il rischio di un'epidemia, vuoi per destinare tutto il mio guardaroba a una riforma radicale. Quanto a me, per prima cosa ero mandato sotto la doccia e dopo a star seduto per mezz'ora sotto il sole sul balcone, sei pallido come un cencio, mangi un po' d'uva? O una mela? Una carota cruda? Dopo andiamo a comprarti della biancheria nuova. O una camicia decente. Un paio di calze. Tutte e due cercavano di ingrassarmi a suon di fegatini di pollo, olio di pesce, succo di frutta e una montagna di verdura cruda. Come fossi arrivato da loro direttamente dal ghetto. Alla questione del mio trasferimento in kibbutz, zia Haya sentenziò prontamente: "Certo che sì. E' opportuno che ti allontani un po' da loro. In kibbutz crescerai e diventerai forte e pian piano lì guarirai". Mentre zia Sonia commentò malinconicamente, con un braccio intorno alla mia spalla: "Provaci pure a vivere in kibbutz, certo, ma se anche laggiù, speriamo di no, ma se anche laggiù ti sentirai così sconfortato, allora verrai a stare da noi, vero?". *** Alla fine della classe nona, cioè la quinta ginnasio al liceo di Rechavia, lasciai improvvisamente gli scout e smisi quasi di andare a scuola. Passavo la giornata disteso in camera mia, con addosso solo la canottiera e le mutande, a divorare un libro dopo l'altro e insieme a quelli anche montagne di caramelle, praticamente l'unica cosa che mangiavo in quel periodo. Ero
ormai innamorato sino al collo, innamorato disperatamente e senza la più pallida ombra di possibilità, innamorato di una delle reginette della scuola: mica un amore di gioventù dal sapore dolceamaro, come dentro i libri che avevo letto, in cui, soffrendo per il troppo amore, l'anima si elevava e rifioriva. Niente affatto: era invece come se mi avessero dato un colpo in testa con una trave di ferro. E dalla padella nella brace, anche il corpo, in quello stesso periodo, la notte e persino il giorno mi tormentava con la sua insaziabile degradazione. Quanto avrei voluto essere libero, affrancarmi una volta per tutte da quei due nemici giurati, il corpo e l'anima. Avrei tanto voluto essere una nuvola. Un sasso sulla luna. La sera mi alzavo dal mio giaciglio e vagavo per qualche ora per le strade, per i campi di sterpi subito fuori dalla città. Qualche volta arrivavo sino alla cinta di filo spinato e ai campi minati che dividevano la città; una volta, nel buio, varcai il confine della terra di nessuno e per sbaglio pestai una latta vuota che schiantò d'un tratto come una valanga di sassi, e partirono immediatamente, da vicino, due colpi nel buio. Scappai di corsa. Ciononostante, l'indomani e nei giorni seguenti tornai a quel limite, come stufo di tutto. Scendevo anche nei uadi più inaccessibili, in punti dai quali non vedevo più nessuna luce di Gerusalemme, solo ombre di monti e firmamento di stelle e odore di fichi e ulivi e odore di terra che ha sete d'estate. Rientravo a casa verso le dieci, le undici, anche a mezzanotte, mi rifiutavo di dire dove ero stato, ignorando l'ora di coprifuoco domestico anche se papà, bontà sua, l'aveva spostata dalle nove alle dieci, ignoravo tutti i suoi rimbrotti, non reagivo ai suoi sforzi incerti di guadare il silenzio stabilito fra noi, con l'aiuto delle sue trite battute: "E dove, se ci è concesso domandare, dove è stata vostra altezza fin quasi a mezzanotte? Aveva forse un rendez-vous? Con una giovane e venusta dama? O forse sua maestà è stato invitato a un'orgia nel palazzo della regina di Saba?". Il mio silenzio lo atterriva ancor più dei rovi che mi erano rimasti attaccati ai vestiti, più degli studi interrotti. Quando si rese conto che le sfuriate e i castighi non servivano a nulla, mio padre tramutò la rabbia in punzecchiature sarcastiche, e bofonchiava scuotendo il capo rivolto a me: "Sua eccellenza è questo che vuole? E sia". Oppure: "Io alla tua età avevo già quasi finito il liceo. E non un liceo di tutto riposo, un liceo da ricreazione come il vostro! Liceo classico! Con una disciplina ferrea, marziale! Greco antico e latino! Leggevo Euripide e Ovidio e Seneca in
lingua originale, io! E tu? Dodici ore di fila supino a leggere scemenze? Il settimanale 'Ha Olam Ha Zeh', 'Questo Mondo'? Fascicoletti pieni di schifezze? Che vergogna! Quei giornaletti sconci! Che schifo, roba per depravati! Il nipote del fratello del professor Klausner sulla via della dissoluzione? Destinato a diventare un poco di buono?". Alla fine, il suo sarcasmo divenne tristezza. Seduto a tavola a colazione, la mattina, papà mi gettava uno sguardo con i suoi occhi marroni da cane mogio, ma lo sguardo sfuggiva subito al mio, per sprofondare dietro il giornale. Quasi che fosse stato lui ad aver imboccato quella brutta strada, a doversi vergognare. Quasi fosse lui, a vivere nel peccato. Alla fine, con il cuore pesante, papà offrì un compromesso: dei suoi amici del kibbutz che originariamente si chiamava Chuliot (Dune), e poi divenne Sde Nechemia, nella Galilea nordorientale, erano disposti a ospitarmi per i mesi estivi, e darmi così l'occasione di partecipare ai lavori agricoli e sperimentare la vita della comunità insieme a dei coetanei, nel dormitorio: mi andava? O non mi andava? Se alla fine di quell'esperienza estiva avessi capito che non faceva per me, allora sarei tornato a scuola, riprendendo gli studi con la serietà che si meritavano. Se invece alla fine delle vacanze non sarai ancora rinsavito, allora noi due, tu e io, ci faremo una bella chiacchierata da uomo a uomo, e vedremo di trovare una soluzione accettabile per entrambi. Lo zio Yosef in persona, l'anziano professore che il movimento Herut aveva presentato quale suo candidato alla carica di presidente dello stato d'Israele mentre il centro-sinistra aveva proposto il professor Chayyim Weizmann, seppe del mio deludente proposito di andare in kibbutz, e ne rimase molto scosso: i kibbutz lui li considerava una minaccia per lo spirito nazionale, se non la lunga mano di Stalin. Lo zio Yosef mi convocò pertanto a casa sua per uno scambio di vedute a tu per tu, al di fuori dei consueti pellegrinaggi sabbatici e invece, per la prima volta in vita mia, in un giorno feriale. In previsione di quell'incontro mi ero preparato con impegno, mi ero persino annotato su un foglietto qualche punto essenziale. Avevo in mente di rammentare allo zio Yosef quel che egli stesso aveva sempre posto sopra a tutto: l'andare contro corrente. Il restare fermi sulle proprie idee seguendo la coscienza, quand'anche si trattasse di confrontarsi con l'impetuoso vento contrario di coloro che si ha di più cari. Ma lo zio Yosef annullò all'ultimo momento il suo invito, per una questione improrogabile e improvvisa. E così, senza benedizione alcuna, il primo giorno delle vacanze estive mi svegliai alle cinque del mattino per raggiungere la stazione centrale in via
Giaffa. Papà si era alzato mezz'ora prima di me: ora che suonò la mia sveglia, aveva già fatto in tempo a prepararmi per il viaggio, e persino ad avvolgerli per bene nella carta oleata, due sostanziosi panini con formaggio e pomodoro, altri due con pomodoro e cipolla, qualche cetriolo già spellato, una mela, un pezzo di salsiccia e una bottiglia d'acqua ben chiusa, che non sgocciolasse per strada. Affettando il pane per i miei panini, papà aveva sbagliato mira e si era tagliato un dito, e siccome continuava a sanguinare prima di andare via glielo fasciai. Sulla porta mi diede un abbraccio esitante e subito un altro, più deciso. Infine chinò il capo e disse: "Se in qualche modo ultimamente ti ho ferito, ti chiedo scusa. Anche per me non è facile". Poi improvvisamente cambiò idea, si annodò in fretta e furia la cravatta, mise la giacca e mi accompagnò sino alla stazione. Per tutto quel cammino, lungo le vie deserte di una Gerusalemme prima dell'alba, portammo io e lui insieme il borsone che conteneva tutti i miei averi. Lungo la strada mio padre scherzò e fece le sue solite battute, i suoi triti giochi di parole. Commentò le origini chasidiche del termine "kibbutz" e l'interessante affinità fra l'ideale kibbutzistico e il principio koinoniano di comunanza, un concetto che trova la sua origine nella Grecia antica, in cui il termine "koinos" significa "comune", "pubblico". Fra l'altro, proprio da questa parola è giunto a noi il termine "kenunyah", e fors'anche "canone". Quando salii sull'autobus per Haifa mio padre mi segui, discusse con me sul posto in cui sedermi, mi salutò nuovamente, e come per distrazione, trascurando il fatto che non si trattava della solita gita del sabato da una delle zie di Tel Aviv, mi augurò buon Sabato benché fosse un martedì. Prima di scendere dalla vettura scambiò qualche battuta con l'autista e lo pregò di essere particolarmente prudente quel giorno, visto che gli era toccato in sorte il trasporto di un grande tesoro. Poi corse a comprarsi il giornale, si fermò sul binario, mi cercò con lo sguardo e si sbracciò tristemente verso l'autobus sbagliato.
57. Alla fine di quell'estate mutai il mio nome e mi trasferii con il mio borsone da Sde Nechemia a Hulda, dapprima come studente esterno, con trattamento da convitto, al liceo locale (che, per modestia financo eccessiva, si definiva "classi di proseguimento"). Alla fine della scuola, alla vigilia del servizio militare, divenni membro effettivo del kibbutz. Hulda fu la mia casa dal '54 all'85. Mentre mio padre, che si era risposato circa un anno dopo la morte di mia madre, l'anno successivo a quello in cui io ero andato a stare in kibbutz si trasferì a Londra con sua moglie. Lì visse cinque anni, lì nacquero mia sorella Margarita e mio fratello David, mio padre prese finalmente - con immense difficoltà - la patente e lì all'Università di Londra presentò la sua tesi di dottorato "Un manoscritto sconosciuto di Y.L. Peretz". Di tanto in tanto ci mandavamo qualche cartolina postale. Papà mi spedì gli estratti di alcuni suoi saggi. Più raramente ricevevo da lui dei libri e dei piccoli oggetti destinati a rammentarmi con delicatezza quale fosse il mio vero destino: penne e portapenne, bei quaderni, un tagliacarte decorativo. Ogni estate, da solo, tornava per una visita in patria, per vedere da vicino come stavo e se davvero la vita del kibbutz faceva per me, e con l'occasione controllare lo stato dell'appartamento e della sua biblioteca. In una lunga lettera dell'inizio del 1956, due anni dopo il nostro congedo reciproco, mio padre mi comunica che: "... mercoledì della prossima settimana, se non ti disturba, avrei in mente di venirti a trovare a Hulda. Ho fatto un'indagine e verificato che c'è un autobus che parte ogni giorno alle dodici dalla stazione centrale di Tel
Aviv e arriva a Hulda più o meno all'una e venti. Ecco le mie domande: 1. Puoi per favore venirmi a prendere alla fermata? (ma se ti risulta difficile, se sei impegnato eccetera, posso senza difficoltà alcuna chiedere dove si trova il tuo posto e arrivare da me). 2. Conviene che mangi qualcosa di leggero a Tel Aviv prima di salire sull'autobus, o è possibile cenare insieme al mio arrivo al kibbutz? Ovviamente, solo a condizione che la cosa non ti sia di alcun disturbo. 3. Ho verificato che nelle ore del pomeriggio c'è solo un autobus che torna da Hulda a Rechovot, donde poter prendere l'altro che arriva a Tel Aviv e tornare con un terzo a Gerusalemme. Ma in tal caso avremo a nostra disposizione solo due ore e mezzo: ci basteranno? 4. In alternativa, potrei pernottare e partire l'indomani con l'autobus che parte alle sette del mattino? Ciò, a tre condizioni, A - che non ti sia difficile trovarmi un posto per dormire (mi basterà un letto. Anche solo un materasso). B che al kibbutz non prendano male questa cosa, e C - che a te vada bene una visita così lunga, relativamente parlando. Fammi pertanto sapere subito in proposito. S. Che cosa dovrò portare con me, a parte gli effetti personali? (Asciugamano? Lenzuola? Sai, non sono mai stato ospite in un kibbutz!). Ovviamente ti racconterò le novità (non rilevanti) quando ci vedremo. E anche dei miei progetti, se avrai voglia di sapere. E tu, se vorrai, mi parlerai un poco dei tuoi. Spero che tu sia in buona salute e che anche l'umore sia buono. (Fra queste due cose c'è un ovvio nesso!) Quanto al resto, prossimamente a voce? Con affetto il tuo papà". *** Quel mercoledì le lezioni finivano all'una, allora chiesi e ottenni il permesso di saltare le due ore di lavoro che ci toccavano alla fine della scuola (all'epoca ero fra gli addetti al pollaio). Ciononostante, da scuola mi precipitai a indossare la tuta grigia e sporca e gli scarponi, poi corsi all'autorimessa a prendere le chiavi del Massey Ferguson nascoste sotto il sedile, misi in moto il trattore e sollevando un nuvolone di polvere arrivai di gran carriera alla fermata dell'autobus, due minuti dopo ch'era passato quello da Tel Aviv. Mio padre, che non vedevo da più di un anno, era già lì che aspettava, schermandosi gli occhi contro il sole forte, teso e incerto
sulla direzione da cui sarebbe arrivato il suo soccorritore. Con mio grande stupore, indossava dei pantaloni corti e un camiciotto celeste, oltre a un berretto - senza tracce di giacca e cravatta. Di lontano sembrava quasi uno dei nostri "anziani". E certamente si era vestito così dopo averci pensato lungamente, in segno di rispetto verso una civiltà che, se non era conforme al suo spirito e ai suoi principi, restava pur sempre degna della sua stima. In una mano teneva la sua logora cartella, nell'altra un fazzoletto con il quale si puliva ripetutamente la fronte. Lanciai verso di lui il trattore, frenandogli quasi sul naso prima di piegarmi verso di lui con la mia divisa da campagnolo blu scura e sporca di terra: dall'alto del posto di guida, con una mano sul volante e l'altra posata con aria padronale sul bordo del veicolo, dissi: Salve. Mio padre alzò gli occhi che le lenti dilatavano come quelli di un bambino spaurito, e ricambiò il saluto benché non mi avesse ancora riconosciuto con sicurezza. Oppure mi aveva riconosciuto sì, ma era sconcertato. Dopo un istante domandò: "Sei tu?". E poco dopo: "Sei così cresciuto. Irrobustito". E alla fine, come ripresosi: "Mi consenti di farti notare che è stata un poco imprudente da parte tua, quella corsa: avresti quasi potuto investirmi". Arrivati al kibbutz lo pregai di aspettarmi all'ombra, non al sole, e riportai il Massey Ferguson sotto la tettoia, dal momento che la sua breve parte nello spettacolo si era conclusa; dopo di che condussi mio padre al refettorio e lì improvvisamente fu chiaro a entrambi che ero diventato alto come lui, eravamo un poco imbarazzati, papà ci scherzò su. Poi tastò incuriosito i miei muscoli, come soppesando l'opportunità di acquistarmi, fece lo spiritoso anche a proposito della mia abbronzatura confrontata con il candore della sua pelle: "Nero Sambo! Un autentico yemenita!". Al refettorio avevano ormai sgombrato quasi tutti i tavoli, ne restava solo uno lungo. Servii a mio padre del pollo con carote e patate, oltre a un brodo con la stracciatella. Mangiò con molta circospezione, badando alle buone maniere e ignorando la mia intenzionale, rumorosa sguaiataggine. Bevendo alla fine il tè dentro una tazza di plastica, papà iniziò a conversare con Tzvi Butnik, un veterano di Hulda, seduto a tavola con noi. Papà fu bene attento a non toccare alcun argomento che potesse suscitare contrasti sul piano ideologico; volle sapere il paese d'origine dell'interlocutore, e quando Tzvi gli rispose che veniva dalla Romania, papà s'illuminò in viso e iniziò a parlare rumeno, ma chissà perché Tzvi faceva fatica a capire. Poi prese a conversare del paesaggio della depressione di Giudea e anche di
Hulda, la profetessa, e delle porte di Hulda poste sul Santuario - argomenti che evidentemente considerava al di fuori d'ogni potenziale rischio di discordia. Ma al momento di salutare Tzvi mio padre non si trattenne più, e domandò se erano contenti di suo figlio, lì. Era riuscito ad ambientarsi? Tzvi Butnik, che non aveva la minima idea di come e se mi fossi ambientato a Hulda, rispose: "Che domanda! Molto bene!". E papà allora: "Di questo sono sinceramente riconoscente a tutti voi qui". Mentre uscivamo dal refettorio, commentò ancora rivolto a Tzvi, senza il minimo riguardo verso di me - quasi fosse venuto a riprendersi il cane dopo averlo lasciato per qualche tempo in una pensione apposita: "Ve l'avevo affidato ch'era piuttosto abbattuto sotto vari punti di vista, ma ecco che mi sembra che ora non stia affatto male". *** In seguito lo portai a fare un giro per il kibbutz. Senza prendermi il disturbo di chiedergli se volesse prima fare un riposino. Senza prendermi il disturbo di proporgli una doccia fredda, o i bagni. Come il sergente maggiore di una base per le reclute lo feci correre a spron battuto, al magazzino - era tutto rosso in viso, ansimava, si asciugava continuamente il sudore con il fazzoletto -, e di lì all'ovile e al pollaio e alla stalla e alla falegnameria e alla fabbreria, al magazzino delle olive in cima alla collina: intanto lo delucidavo senza sosta sui principi del kibbutz l'economia agricola i pregi del socialismo e sul contributo di Hulda ai successi militari di Israele. Non trascurai il benché minimo dettaglio. Ero insomma in preda a una foga didattica, vendicativa. Non gli permisi di proferire parola. Respinsi i suoi blandi tentativi di porre una domanda: parlavo io, e parlavo e parlavo. Dalla residenza dei bambini lo trascinai con le poche forze che gli restavano a vedere quella dei veterani e l'ambulatorio e le classi della scuola, finché finalmente non arrivammo alla casa della cultura e alla biblioteca, in cui trovammo il bibliotecario Sheftel, il padre di Nilli, che qualche anno dopo sarebbe diventata mia moglie. Sheftel, un uomo di buon cuore e sorridente con indosso la tuta da lavoro, canticchiando fra sé e sé una melodia chasidica, stava battendo a macchina con due dita, sopra una tovaglia di plastica traforata di Stencil. Quale un pesce agonizzante che proprio all'ultimo istante viene come per miracolo ributtato nell'acqua, mio padre sfinito dal caldo e dalla polvere, praticamente esanime per via di tutti
quegli odori di campagna, si risvegliò: la vista dei libri e del bibliotecario lo resuscitò immantinente, iniziò subito a parlare ed esprimere opinioni. I due futuri consuoceri conversarono una decina di minuti, di argomenti consoni ai bibliotecari. Poi su Sheftel ebbe la meglio la timidezza, papà lo lasciò e prese a studiare il sistema di schedatura e la disposizione della biblioteca, con l'aria di un accorto stratega che osserva con attenzione le manovre di un esercito straniero. Papà e io passeggiammo ancora un po'. Arrivò l'ora del tè con la torta a casa di Hanka e Oizer Huldai, che furono la mia famiglia adottiva negli anni della gioventù a Hulda. Qui papà sfoderò tutta la propria competenza in fatto di letteratura polacca, e dopo aver osservato per un breve istante il loro scaffale di libri, prese a dissertare allegramente in polacco, lui citò Julian Tuwin e Hanka di rimando citò Shlonsky, rammentò Mitzkiewitz ed ebbe per risposta Iwaskiewicz, fece il nome di Reimunt ed ebbe in cambio quello di Woisfiansky. Come in punta di piedi papà parlava con la gente del kibbutz: bene attento a non farsi sfuggire per sbaglio qualcosa di tremendo e minaccioso, dagli esiti irrimediabili. Usava un tatto estremo, come considerasse il loro socialismo una malattia incurabile, di cui chi ne è affetto non s'immagina lontanamente quanto sia grave, mentre il visitatore ne è invece ben consapevole, e deve badare a non dire nulla che possa lasciar intendere ai malati l'abisso della loro disgrazia. Fece dunque del suo meglio per esprimere in presenza dei membri del kibbutz un entusiasmo smaccato per quel che vedeva, diede mostra di un generoso interessamento, pose alcune domande ("qual è la situazione dei vostri raccolti?", "come sta la fattoria degli animali?"), e di nuovo si mostrò estasiato. Senza peraltro fare sfoggio di erudizione, senza quasi giochi di parole. Si contenne. Forse per timore di farmi del male. *** Ma nel tardo pomeriggio, calò su mio padre una certa qual malinconia. Come se d'un tratto si fossero esaurite tutte le battute, come se la fonte dei suoi aneddoti si fosse prosciugata. Volle che ci sedessimo un poco io e lui sulla panchina ombreggiata dietro la casa della cultura, a guardare il tramonto. Quando questo venne, lui tacque e restammo in silenzio l'uno accanto all'altro. Il mio braccio abbronzato, sul quale già cresceva una peluria bionda, stava appoggiato sulla spalliera, non lontano dal suo, pallido e fitto di peli neri. Quel giorno, mio padre non mi affibbiò nessun titolo
onorifico, né sua altezza né vostra maestà, e nemmeno si comportò come se si sentisse in dovere di scacciare con urgenza ogni momento di silenzio. Mi sembrò invece smarrito e triste, al punto che quasi gli toccai la spalla. Ma senza toccarla. Pensavo che stesse cercando di dirmi qualche cosa, qualche cosa di importante, anche urgente, e che non sapesse da dove cominciare. Per la prima volta in vita mia ebbi l'impressione che mio padre fosse in soggezione, con me. Ebbi voglia di dargli una mano, fors'anche di iniziare a parlare al posto suo, ma ero trattenuto al pari di lui. Alla fine disse: "Allora è così". E io, per rispondere ripetei: "E' così". Di nuovo silenzio. Mi tornò d'un tratto in mente l'orticello che io e lui tentammo di far crescere sulla terra cementata del nostro cortile a Kerem Abraham. Mi tornarono in mente il tagliacarte e il martello domestico che gli avevano fatto da utensili agricoli. Le piantine che aveva preso alla casa delle pioniere e interrato quella notte alle mie spalle per consolarmi del nostro fallimento. Mio padre mi aveva portato in regalo due dei suoi libri: sul frontespizio de "La novella nella letteratura ebraica" aveva scritto la sua dedica: "A un figlio pollicoltore - da un padre bibliotecario (ex)", mentre "La storia della letteratura universale" me la dedicò con parole che probabilmente contenevano una larvata stizza di delusione: "A mio figlio Amos, nella speranza che prenda posto entro la nostra letteratura". Quella notte dormimmo, mio padre e io, in una stanza del dormitorio dei bambini che era libera, dove c'erano due letti formato piccino e un armadio con una tenda per i vestiti. Ci spogliammo al buio, al buio anche parlammo per una decina di minuti: della Nato. Della Guerra fredda. Poi ci salutammo con una buona notte e ci voltammo a vicenda la schiena, e forse anche mio padre, come me, faticò a prendere sonno. Erano anni che io e lui non dormivamo più nella stessa stanza. Sentivo sforzato il suo respiro, come se non avesse abbastanza aria, o come se stesse respirando con la bocca ma a denti stretti. Dalla morte di mia madre, non avevamo più dormito nella stessa stanza: da quegli ultimi suoi giorni in cui lei si trasferiva nella mia stanza e io fuggivo da lei per andare a dormire accanto a lui nel letto matrimoniale. E dalle prime notti dopo la sua morte, quando mio padre veniva a dormire sul materasso in camera mia, perché ero spaventato. Anche questa volta, ci fu un momento di panico: saranno state le due o le tre, mi svegliai di soprassalto perché sotto la luce della luna mi era parso che il letto di mio padre fosse vuoto, e che questa volta lui avesse in
silenzio preso una sedia e fosse rimasto tutta la notte immobile alla finestra, gli occhi spalancati, a guardare muto la luna o contare le nuvole di passaggio. Mi si raggelò il sangue nelle vene. E invece papà dormiva un sonno profondo e tranquillo nel letto che gli avevo preparato, e colui che mi era apparso seduto con gli occhi spalancati sulla sedia davanti alla luna non era mio padre e non era un fantasma, ma solo il mucchio dei suoi vestiti, i pantaloni cachi e la semplice camicia celeste che aveva scelto dopo lunga riflessione, per non apparire altezzoso di fronte ai membri del kibbutz. Per non urtare, non sia mai, la loro sensibilità. All'inizio degli anni sessanta, mio padre con sua moglie e i loro figli tornarono da Londra a Gerusalemme. Si trasferirono nel quartiere di Bet Ha Kerem. Mio padre riprese ad andare ogni giorno al lavoro nella sede della Biblioteca nazionale, non più all'emeroteca bensì nel servizio bibliografico, fondato a quell'epoca. Adesso che aveva finalmente il titolo di dottore dell'Università di Londra e anche un bel biglietto da visita che discretamente lo attestava, provò di nuovo a ottenere una cattedra, se non all'Università ebraica di Gerusalemme, fortilizio dello zio buonanima, almeno magari in una delle nuove accademie... Tel Aviv? Haifa? Beer Sheva? Persino alla religiosa Università di Bar Ilan, tentò una volta la sorte, pur considerandosi un anticlericale nel senso pieno del termine. Invano. Aveva più di cinquant'anni all'epoca, era ormai troppo vecchio per diventare ricercatore o assistente, ma anche troppo poco stimato nei circoli accademici per poter aspirare a una posizione di ruolo. Non lo vollero da nessuna parte. A quell'epoca sbiadì precipitosamente anche l'aura che circondava il professor Klausner. Tutti i rinomati studi dello zio Yosef nel campo della letteratura ebraica negli anni sessanta erano già superati, e considerati persino con una certa indulgenza. Nel suo racconto "Per sempre", Agnon esordisce così: "Vent'anni aveva passato 'Adièl 'Amzeh a studiare i misteri di Gumlidata, che fu grande città, orgoglio di forti popoli, finché non vennero le orde dei Goti a farne un mucchio di macerie e a ridurre in schiavitù le genti dei suoi territori... Durante gli anni dedicati al lavoro non si era fatto vivo coi dotti delle università, con le loro consorti e figlie, e ora che andava a chiedere un favore, dai loro occhi si sprigionava un'ira fredda che faceva lampeggiare gli occhiali. Press'a poco dicevano così: "Chi è lei? Caro
signore, noi non la conosciamo". Si stringeva nelle spalle, lui, e se ne andava, costernato. Comunque l'esperienza non fu vana: imparò che, per vedersi riconosciuto, doveva stare loro accanto. Ma non se ne sentiva capace..." (S.Y. Agnon, "Ad Olam", in "Racconti di Gerusalemme", tr. di Elena Monselise Ottolenghi, Mondadori 1964. [N.d.T]) Anche mio padre non fu mai capace "di star loro accanto", benché avesse dedicato tutta la vita a quel tentativo: ci provava con le sue battute e i giochi di parole, con la totale disponibilità a liberarsi da ogni impegno, pur di dare dimostrazione delle proprie competenze erudite e di far sfoggio dei propri "calembours". Non fu mai capace di adulare né mai riuscì a entrare nei gruppi di forza o nelle corti baronali dell'accademia, non fu mai scudiero di nessuno, e i suoi discorsi in lode li dedicò solo ed esclusivamente a dei morti. Alla fine si dovette rassegnare alla propria sorte. Ancora per una decina d'anni mio padre tornò tristemente, giorno dopo giorno, alla sua stanzetta senza finestre dell'istituto bibliografico nella nuova sede della Biblioteca nazionale a Ghivat Ram, ad accumulare note a margine. Al suo ritorno dal lavoro si sedeva alla scrivania, dove redigeva voci per l'Enciclopedia ebraica, in quegli anni in lavorazione. Le sue voci riguardavano soprattutto la letteratura polacca e lituana. Gradualmente iniziò a trasformare i capitoli della sua tesi di dottorato su Y.L. Peretz in saggi diversi che pubblicò di volta in volta in "Yad La Qoreh", "Kiriat Ha Sefer" e una o due volte persino in traduzione francese, sulla "Revue des Etudes Slaves", che usciva a Parigi. Fra i suoi estratti che conservo qui a casa mia ad Arad ho trovato alcuni articoli su Saul Tchernichovskij ("Il poeta nella sua patria"), su Immanuel Romano, su "Dafne e Chloe" di Longo, e anche uno che ha per titolo "Capitoli di Mendele", che mio padre dedicò "Alla memoria di mia moglie, animo fine e dotata di gusto, che se ne andò da me l'otto di Tevet del 5712 -1952" *** Nel '60, qualche giorno prima del nostro matrimonio, di Nilli e me, mio padre ebbe il primo attacco di cuore. Perciò non poté venire alle nozze, celebrate a Hulda sotto un baldacchino sostenuto dalla punta di quattro
forconi. (Era tradizione, a Hulda, appoggiare il baldacchino nuziale su due fucili e due forconi, a simboleggiare la commistione fra lavoro, difesa e vita comunitaria. Nilli e io suscitammo uno scandalo di vaste proporzioni, rifiutando di sposarci all'ombra di due fucili. Durante l'assemblea Zalman P mi aveva soprannominato "anima bella", mentre Tzvi K. aveva domandato ironicamente se per caso anche nell'unità in cui avevo fatto il servizio militare si permettesse alle pattuglie e ai soldati in missione di uscire armati con i forconi... O con la scopa, forse?) Due o tre settimane dopo il matrimonio mio padre si ristabilì, ma non sembrava quasi più lui: divenne grigio e stanco. Dalla metà degli anni sessanta a poco a poco il suo brio si andò spegnendo. Si alzava ancora presto la mattina, ansioso di mettersi all'opera, ma già dopo mezzogiorno la testa gli crollava sul petto per la stanchezza, e verso sera aveva bisogno di riposo. In seguito, le sue energie presero a esaurirsi già a mezzodì. Alla fine non gli restarono che due o tre ore di prima mattina, dopo le quali s'incupiva, e si spegneva. Amava ancora i "calembours" e i giochi di parole, smaniava ancora quando si trattava di spiegarti che il "berez", il "rubinetto", ci era con tutta probabilità arrivato dalla parola greca "vrisi", che significa "fonte", mentre il nostro "mahsan", "magazzino", arriva dalla parola araba "machjan", cioè il luogo dove si ripongono oggetti svariati, mentre l'archetipo di questa parola si trova nella radice semitica h.s.n., cioè "chason", "robusto", "forte". Quanto alla parola "balagan", "disordine", per errore ritenuta inequivocabilmente russa, la verità è che non deriva dal russo bensì dal persiano, e ha la sua radice nel termine "balagan", "terrazza sul retro", in cui si buttavano in assoluto disordine stracci ormai inutili, da cui viene anche la parola "balcone" in gran parte delle lingue europee. Si ripeteva sempre più: a dispetto della sua buona memoria, capitava che raccontasse lo stesso "aneddoto" due volte durante la conversazione, o che spiegasse più volte la stessa cosa. Era stanco, chiuso, a volte faticava a concentrarsi. Nel 1968, quando uscì il mio romanzo "Michael mio", lo lesse nel giro di qualche giorno e poi telefonò a Hulda per dirmi che "vi sono alcune descrizioni piuttosto convincenti, ma nel complesso manca qui una scintilla di elevazione spirituale, manca un'idea centrale". E quando gli mandai una copia del racconto "Amore tardivo", mi scrisse una lettera in cui esprimeva la propria soddisfazione per il fatto
"...che le vostre bambine siano un tale vanto, e soprattutto - che presto ci vedremo... quanto alla storia: non male. A dire il vero, a parte la figura principale, tutte le altre sono caricature, secondo il mio modesto parere, ma il personaggio principale, con tutta la repulsione e la ridicolaggine che ispira, è vivo. Alcune osservazioni: 1. pag. 3: "tutto il fiume delle galassie. Galassia viene dal greco - 'galah' (=latte), donde, "via lattea". Sarebbe meglio al singolare! Il plurale, secondo il mio modesto parere, non ha alcun fondamento. 2. pag. 3 (e sg.): "Liuba Kagnovska - è forma POLACCA. In russo sarebbe Kagnovskia! 3. Pag. 7: al posto di Viazhma leggasi Viazma (senza h!)". E via di seguito, per tutta la lettera, sino alla nota 23, dopo la quale non gli restava altro che mezzo centimetro in un angolo del foglio, in cui riuscì a concludere con solo "un saluto da tutti noi - papà". Ma qualche anno dopo Chayyim Turan mi rivelò: "Tuo padre correva per le sale della Biblioteca nazionale, era raggiante mentre mostrava a tutti noi, con discrezione, quel che Gershon Shaked aveva scritto a proposito di "Le terre dello sciacallo", e come Avraham Shaanan aveva elogiato il tuo "Altrove". Un giorno mi spiegò con rabbia che il professor Kurzweil, che aveva stroncato "Michael mio", doveva avere gli occhi ricoperti di calce. Mi pare anche che abbia telefonato ad Agnon, in quell'occasione, per lamentarsi di quell'articolo di Kurzweil. Tuo padre andava fiero di te, a modo suo, anche se con te non l'avrebbe mai ammesso, per imbarazzo, e fors'anche per timore di vantarsi, con te". *** Nel suo ultimo anno di vita, crollarono le spalle. Ogni tanto lo prendevano dei torbidi attacchi di rabbia, sbraitava a destra e a manca, lanciava accuse e recriminazioni, sbatteva la porta del suo studio. Ma passavano cinque, dieci minuti, che ne usciva chiedendo scusa per quello sfogo che ora attribuiva alla salute cagionevole, alla stanchezza, al nervosismo, e poi chiedeva umilmente d'essere perdonato per quel che aveva detto in preda alla furia, in modo così ingiusto e scorretto. La combinazione di "giustizia e correttezza" la usava di frequente, non meno delle parole "smaccato", "effettivamente", "senza dubbio", "certamente" e "sotto alcuni punti di vista".
A quell'epoca, al tempo della malattia di papà, nonno Alexander, novantenne, era in piena fioritura fisica e rigoglio romantico, roseo in viso come un pupo, fresco come un giovane sposo. Andava e veniva tuonando tutto il giorno: "Be', 'shtu'!" o anche: "'Poskundianiki', idioti che non siete altro! 'Zhuliki', buoni a nulla! Malandrini!" o anche: "'Nu, davaii', marsch! 'Charosho', bene! Basta! ". Era assediato dalle donne. Spesso, financo di mattina, beveva un sorso di "cognacchino", e diventava subito, da rosa che era, rosso come un peperone. Quando mio padre e mio nonno stavano in cortile a parlare fra loro, o passeggiavano avanti e indietro lungo il marciapiede davanti a casa a discutere, a giudicare dalla loro postura, nonno Alexander sembrava di gran lunga più giovane di suo figlio. Sopravvisse una quarantina d'anni al figlio primogenito David e al primo nipote Daniel Klausner, massacrati a Vilna dai tedeschi, venti alla morte di sua moglie, sette dopo che se n'era andato anche l'ultimo suo figlio. *** Un giorno, l'undici ottobre 1970, quattro mesi dopo il suo sessantesimo compleanno, mio padre si alzò come suo solito di buon mattino, molto prima di tutti i suoi familiari, si fece la barba, si profumò, si umettò i capelli prima di spazzolarli all'indietro, mangiò un panino spalmato di burro e bevette due tazze di tè, lesse il giornale e sospirò varie volte, diede un'occhiata all'agenda che stava sempre aperta sulla sua scrivania, sì da poter cancellare con una riga quel che veniva svolto via via, si annodò la cravatta, indossò la giacca, preparò una breve lista della spesa e in macchina si diresse dietro l'isolato, in piazza Danimarca, dove si incrociano viale Herzl e via Bet Ha Kerem, per comprare del materiale di cartoleria al negozietto nel sottoscala in cui si riforniva sempre. Parcheggiò e chiuse a chiave la macchina, scese i cinque, sei gradini, e aspettò in coda, rinunciando generosamente al suo posto in favore di una signora non giovane; comprò tutto quel che stava scritto sul biglietto e scherzò un poco con la proprietaria del negozio, disse anche qualcosa a proposito di quegli inetti del comune, pagò, prese il resto e lo controllò per bene, ricevette il sacchetto con gli acquisti, ringraziò la signora e la pregò di non dimenticarsi di salutare a nome suo il caro marito, si congedò augurandole ogni bene, salutò anche due sconosciuti che erano in coda dopo di lui, si voltò, raggiunse la porta e cadde morto sul colpo per un attacco di cuore. Il suo corpo, mio padre aveva dato disposizione di donarlo alla scienza. La sua
scrivania la ereditai io. Su di essa sono state scritte queste pagine, e senza una lacrima, dal momento che mio padre era contrario di principio alle lacrime, o se non altro, alle lacrime degli uomini. Nella sua agenda, alla data del giorno in cui morì, ho trovato scritto: "materiale di cartoleria: 1. Un blocco per appunti. 2. Un quaderno a righe. 3. Buste. 4. Clips. 5. Chiedere delle cartelline di cartone". Tutto ciò, comprese le cartelline di cartone, stava dentro il sacchetto, che le sue dita continuarono a trattenere. Quando arrivai a casa di mio padre a Gerusalemme, dopo un'ora, forse un'ora e mezzo, presi la sua matita e passai su quella lista due righe incrociate, come faceva sempre lui per cancellare subito quel che ormai era stato fatto.
58. Quando abbandonai casa per andare a vivere in kibbutz, avevo quindici anni allora, annotai su un foglietto alcune decisioni cruciali che mi imposi come una sorta di esame in cui non potevo permettermi di fallire: se ero davvero capace di iniziare una nuova vita, allora dovevo cominciare riuscendo ad abbronzarmi entro due settimane, diventando nell'aspetto uguale a loro; dovevo smettere una volta per tutte di sognare a occhi aperti, cambiare il mio cognome, fare la doccia con acqua fredda due o tre volte al giorno, vincere e debellare definitivamente, senza mezzi termini, le mie bassezze notturne, non scrivere più poesie, piantarla di blaterare tutto il giorno, e di raccontare a tutti le mie storie, e invece apparire come una persona molto taciturna. Poi distrussi il foglietto. Durante i primi giorni riuscii a evitare tanto le bassezze quanto le ciance: quando mi facevano domande del tipo se mi bastava una coperta o se stavo bene in classe seduto nell'angolo sotto la finestra, rispondevo con un cenno del capo, senza aprire bocca. Alla domanda se mi attirava la politica e se ero interessato a partecipare al gruppo di lettura dei quotidiani, rispondevo: ehm. Se mi chiedevano della mia vita di prima a Gerusalemme, rispondevo usando meno di dieci parole, che trattenevo di proposito per qualche secondo, fingendomi immerso nei pensieri, prima di esordire con la risposta: che sapessero, qui, che ero una persona chiusa, riservata, dotata di un mondo interiore esclusivo. Anche sulla questione delle docce fredde potei cantar vittoria, benché solo in virtù di un autentico gesto di eroismo mi costrinsi a spogliarmi tutto nudo nella doccia comune dei maschi. Anche dalla scrittura, in quelle prime settimane, pareva fossi riuscito finalmente a riscattarmi. Ma non dalla lettura.
Dopo le ore di lavoro e di studio, i ragazzi del kibbutz andavano a passare qualche tempo a casa dei loro genitori. Gli esterni invece restavano nel centro per la gioventù o sul campo di pallacanestro. Ogni sera c'erano incontri diversi: danze, ad esempio, o letture di poesia, che evitavo per non cadere nel ridicolo. Quando tutti se n'erano andati, mi stendevo da solo sul prato davanti al nostro edificio, mezzo nudo, ad abbronzarmi e leggere finché non calava il buio (mi tenevo a debita distanza dalla camera vuota e dal letto, dove era sempre in agguato la bassezza, pronta a sguinzagliarmi tutto il suo stuolo di Sheerazade). Verso sera, una o due volte alla settimana, con indosso la camicia, esaminavo davanti allo specchio i progressi della tintarella, prendevo coraggio e andavo alla residenza dei veterani, a bere un bicchiere di succo e mangiare una fetta di torta a casa di Hanka e Oizer Huldai, che al kibbutz divennero la mia famiglia adottiva. Questa coppia di insegnanti, entrambi originari di L0dz in Polonia, portò per tutti quegli anni la responsabilità della vita scolastica e culturale di Hulda. Hanka, che insegnava alla scuola elementare, era una donna ben piantata e piena di energia, sempre tesa come una molla, perennemente avvolta da un'aureola di dedizione e fumo di sigaretta. Si sobbarcava da sola tutte le fatiche delle festività, degli eventi, dei matrimoni e delle cerimonie del kibbutz, nonché delle iniziative teatrali e della formazione di una tradizione locale, rural-proletaria. Questa tradizione, come la prospettava lei, avrebbe dovuto fondere in un tutt'uno le evocazioni idilliache e l'ebraicità dal sentore di olive e carrubo dei contadini nella Bibbia, e miscelarli con languide melodie chasidiche e le usanze rustiche ma piene di sentimento dei villani polacchi d'altri tempi e degli altri figli della natura che attingevano il loro candore, la loro purezza e la loro mistica gioia di vivere direttamente dalla benedizione della terra in stile Knut Hamsun, sotto i piedi scalzi. Quanto a Oizer Huldai, che tutti chiamavano Oizer, direttore delle "classi di proseguimento", cioè della scuola media, era un uomo cristallino, tutto d'un pezzo, il viso segnato da rughe ebraiche di sofferenza e sapienza ironica. Ogni tanto per una frazione di secondo guizzava fra quelle pieghe macerate una scintilla maliziosa, di birichineria anarchica. Era ossuto e affilato, piccolo ma con un paio di occhi d'acciaio irresistibili e una presenza ipnotica. Era dotato di una facondia trascinante e di un sarcasmo radioattivo. Sprigionava una cordialità capace di sciogliere, financo sottomettere colui che vi era esposto, ma anche di scoppi di rabbia vulcanici
impossibili da dimenticare da chi ne cadeva vittima per il resto della vita, furori da giorno del Giudizio che Oizer sapeva provocare intorno a sé. Era acuto e competente come un dotto lituano, e tuttavia anche estatico e ditirambico come un predicatore chasidico, capace di chiudere improvvisamente gli occhi e lasciarsi trascinare follemente da un canto yam- bam-barrico, con un trasporto di cuore che sconfinava nella trasfigurazione: "yavo-neh - bis - ha-Miqdosh!", o "Accennnndiamo! La terraaa! Con la fiamaaa verdeeee!!". In altri tempi, in altri luoghi, probabilmente Oizer Huldai sarebbe diventato un fervente rabbi chasidico, un miracolato avvolto di mistero e carisma, attorniato da una corte di seguaci stregati da lui. E se avesse imboccato la via della politica, avrebbe sicuramente fatto molta strada: era un tribuno popolare che, passando, lasciava dietro di sé una scia luminosa di ammirazione istintiva e di pari affetto. Invece Oizer Huldai aveva deciso di fare il preside di kibbutz, di essere una persona rigida, dai principi saldi, categorica e a volte anche dispotica e tirannica. Ci insegnava, con pari dose di competenza specifica e di entusiasmo quasi erotico, come uno di quei predicatori che giravano per gli shtetl, Bibbia e biologia, musica barocca e arte rinascimentale, tradizione talmudica e fondamenti del pensiero socialista, ornitologia e orticoltura e flauto e "il ruolo di Napoleone nella storia, nonché la sua influenza nella letteratura e nell'arte dell'Europa del diciannovesimo secolo." *** Con il batticuore entravo nel loro alloggio composto da una stanza e mezzo più balconcino di fronte, nel blocco settentrionale in fondo alla residenza dei veterani, davanti al viale di cipressi: alcune riproduzioni di Modigliani e Paul Klee, oltre a un disegno preciso, quasi giapponese, di un ramo di mandorlo in fiore, decoravano le pareti. Un tavolino stava acquattato fra due modeste sedie, con sopra un vaso impettito quasi sempre senza fiori e per lo più con un mazzo di rami freschi, composto con garbo. Le finestre erano riparate da tende rustiche, chiare, con un bordo ricamato dal tocco orientaleggiante, benché assai discreto, un po' come le melodie popolari che qui componevano gli oriundi della Germania, i crucchi, sognando di intaccare lo spirito dell'Oriente arabo-biblico con quello delle loro creazioni. Se non solcava avanti e indietro il sentiero davanti a casa, le braccia incrociate dietro la schiena e il mento che tagliava l'aria dinnanzi a
sé, Oizer Huldai era seduto nel suo angolo a fumare, salmodiare fra sé e sé, o leggere. Quando non stava riparando la cornice di un quadro. O dondolando sopra una pagina di Talmud. O con una fioritura sotto la sua lente d'ingrandimento, sfogliando intanto le sue tavole botaniche, mentre Hanka attraversava con passo marziale la stanza, sistemando una tovaglietta, svuotando e lavando un portacenere, con il suo piglio deciso e le labbra strette, aggiustando l'angolo dello scendiletto, ritagliando decorazioni su fogli di carta colorata. Dolly mi accoglieva con qualche abbaio prima che Oizer la mettesse a tacere con un rimprovero che rimbombava: "Vergogna Dolly! Vergogna! A chi pensi di abbaiare? Con chi hai osato alzare la voce?! " o qualche volta anche: "Davvero! Dolly! Non credo alle mie orecchie! Per colpa tua! Come hai potuto?! Com'è che la tua voce non trema?! Insomma, fai un torto a te stessa, abbaiando in modo così vergognoso!". All'udire queste invettive colleriche, la cagnolina si faceva piccola, si sgonfiava come un cane palloncino senza più aria, e con le poche energie che le restavano si rintanava là dove l'onta la conduceva: sotto il letto. Mentre Hanka Huldai mi accoglieva rivolta a un invisibile pubblico: "Guardate! Guardate chi viene da noi! Una tazza di caffè? Una fetta di torta? O forse un frutto?", e mentre queste opzioni ancora vibravano sulle sue labbra, come per il tocco di una bacchetta magica il caffè, la torta e i cestini di frutta si deponevano sul tavolo. Con umiltà ma anche con una gioia recondita, calda, bevevo per buona educazione il caffè, assaggiavo un frutto o due, senza esagerare, e discutevo per circa un quarto d'ora con Hanka e con Oizer di questioni urgenti che non potevano a nessun costo venir rimandate, ma anche dell'indole umana, se questa sia istintivamente portata al bene e degradata dall'ambiente e dal consorzio, o se invece gli istinti siano fondamentalmente cattivi e oscuri sin dalla nascita, e solo l'educazione, a certe condizioni, possa raffinarli in una certa misura. Parole quali "corruzione", "affinamento", "carattere", "valori", "sviluppo" e "incremento" riempivano spesso lo spazio di quella stanza accogliente con gli scaffali bianchi di libri, così diversi da quelli di casa dei miei genitori a Gerusalemme, poiché qui, fra i libri, c'erano immagini e statuette, una collezione di fossili, collage di fiori secchi, piantine ben curate e l'angolo del grammofono, con una gran quantità di dischi. Quelle conversazioni sui massimi sistemi, sui valori universali e l'affrancamento e l'oppressione, erano accompagnate dal lamento di un
violino o da discrete note di flauto: il riccioluto Shai ci voltava la schiena, e suonava. O era Ron Huldai, ora sindaco di Tel Aviv, che strimpellava sul suo violino, l'esile Roni che sua madre chiamava sempre "il piccino", e che era meglio non provarci nemmeno a parlargli, nemmeno un "salve come va?", perché era sempre così sprofondato dentro la sua timidezza sorridente che solo di rado ti degnava di una lapidaria risposta del tipo "bene", o anche una frase più lunga, come "non c'è problema". Quasi come la cagnolina Dolly che, in attesa che passasse la rabbia, si rintanava sotto il letto al riparo dai tuoni del suo padrone. Qualche volta arrivando trovavo tutti gli Huldai maschi, Oizer e Shai e Ron, seduti sul prato, o sugli scalini del balcone, come una compagnia di "klezmeri" dello shtetl, a far vibrare Paria della sera con lunghe, strazianti note di flauto che mi provocavano uno struggimento piacevole, insieme a una fitta al cuore per la mia nullità, la mia estraneità, per il fatto che nessuna abbronzatura al mondo avrebbe mai potuto trasformarmi veramente in uno di loro: sarei sempre rimasto un accattone, al loro tavolo. Un oriundo. Una volgare imitazione gerosolimitana, se non addirittura un misero impostore (un briciolo di questa ipersuscettibilità l'ho trasmessa ad Azariah Gitlin nel libro "Giusto riposo"). Al calar del buio andavo con il mio libro alla casa della cultura, Casa Herzl, in fondo al kibbutz. Qui c'era la stanza dei giornali dove ogni sera si potevano trovare alcuni fra i vecchi scapoli del kibbutz, seduti a sgranocchiare compostamente le pagine di quotidiani e periodici, o a sbranarsi a vicenda nel corso di infuocate discussioni politiche che ricordavano molto da vicino quelle del quartiere di Kerem Abraham, Stashek Rodintzky e il signor Abramsky e il signor Krokmal e il signor Bar Yzhar e il signor Lemberg ("i vecchi scapoli" del kibbutz erano, l'anno del mio arrivo a Hulda, sui quaranta, quarantacinque). Dietro la stanza dei giornali ce n'era un'altra, quasi deserta, chiamata "stanza di studio", utilizzata di tanto in tanto per le riunioni del comitato del kibbutz o per i preparativi delle feste, ma che di solito la sera restava vuota. Impolverati e negletti dietro le vetrate dell'armadio, c'erano i ranghi disillusi dei volumi del'"Ha Poel Ha Tzair" ("Il giovane lavoratore"), del "Davar Ha Poelet" ("La parola operaia"), e dell'"Ha Sadeh" ("Il campo"), dell'"Orloghin" ("Orologio"), e dell'annuario del quotidiano "Davar". Qui venivo ogni sera a leggere fin quasi a mezzanotte, fin quando le palpebre mi cascavano. Qui tornavo anche a scrivere lontano da occhi indiscreti, con
vergogna, con un senso torbido di bassezza, di disgusto verso me stesso: insomma, avevo lasciato Gerusalemme ed ero venuto in kibbutz non per scrivere poesie e racconti, ma per rinascere daccapo, per lasciarmi alle spalle le montagne di parole, per abbronzarmi sino alle ossa e diventare un contadino, un coltivatore. *** Se non che compresi ben presto che a Hulda anche i contadini più contadineschi leggevano, la sera, e discutevano tutto il giorno: abbacchiavano le olive e intanto polemizzavano vibratamente su Tolstoj, su Plekhanov e su Bakunin, sulla rivoluzione perpetua contrapposta alla rivoluzione territoriale, sulla socialdemocrazia di Gustav Landauer e sull'eterna tensione fra il valore dell'eguaglianza e quello della libertà, e fra i due e l'aspirazione alla fratellanza. Smistavano le uova nel pollaio e intanto disquisivano sulla restaurazione del carattere rustico nelle antiche feste d'Israele. Potavano i filari di vite e intanto discutevano di arte moderna. Alcuni di loro scrivevano ogni tanto qualche saggio senza troppe pretese, e senza che ci fosse in ciò alcuna contraddizione fra il loro impegno agricolo e la loro assoluta dedizione al lavoro manuale. Ma in questi scritti pubblicati ogni due settimane sul notiziario locale, si concedevano frequenti licenze poetiche, fra un argomento incontrovertibile e l'altro. Proprio come a casa. E io che volevo voltare le spalle una volta per tutte al mondo dell'erudizione e dell'amor di discussione dal quale arrivavo, mi ritrovai dalla padella nella brace: "Sarà come uno che, sfuggito da un leone, trova un orso". In effetti, le discussioni qui erano molto più abbronzate di quelle condotte intorno al tavolo di zio Yosef e zia Zipporah, erano discussioni con il berretto in testa, gli scarponi e la tuta per i lavori di fatica. E l'ebraico non era forbito, accentato alla russa, piuttosto spiritoso, impregnato degli aromi succulenti dell'yiddish galiziano o bessarabico. Proprio come il signor Marcus della bottega di libri in via Giona, che era anche biblioteca circolante, anche Sheftel il bibliotecario accorse provvidenzialmente a placare la mia implacabile sete di libri. Mi permetteva di prendere senza badare ai conti, ben più di quanto prevedesse il regolamento della biblioteca, che egli stesso aveva redatto, battuto in stampatello sulla macchina per scrivere del kibbutz, e poi appeso in vari
punti in vista del suo regno, il cui odore vago, polveroso, odore di colla vecchia e alghe, mi attirava come un insetto al nettare. Che cosa non lessi a Hulda in quegli anni: Kafka e Ygal Musinzon, Camus e Tolstoj e Moshe Shamir, Tchechov e Nathan Shacham, Brenner e Faulkner, Pablo Neruda e Chayyim Guri e Alterman e Amir Gilboa e Leah Goldberg Shlonsky e A. Hallel, Yzhar e Turgenev, Thomas Mann e Jacob Wassermann e Hemingway, "Io Claudio", tutte le memorie di Winston Churchill, Bernard Lewis sugli arabi e l'Islam, Isaak Deutscher sull'Unione Sovietica, Pearl S. Buck, il processo di Norimberga, la biografia di Trggkij, Stefan Zweig, la storia della comunità ebraica in terra d'Israele e le origini della saga scandinava, Mark Twain e Knut Hamsun e la mitologia greca e "Le memorie di Adriano" e Uri Avneri. Tutto. A parte quei libri che Sheftel non mi permetteva di leggere, e non c'erano suppliche che tenessero: "Il nudo e il morto", ad esempio (e mi pare che ancora dopo il mio matrimonio, Sheftel abbia esitato sull'opportunità di correre il rischio di lasciarmi leggere Norman Mailer e Henry Miller). *** "Arco di Trionfo", il romanzo pacifista che Erich Maria Remarque scrisse sulla Prima guerra mondiale, inizia con la descrizione di una donna che si sporge dal parapetto di un ponte deserto: è buio, lei esita un breve momento se gettarsi nel fiume e por fine alla propria vita. E poi, all'ultimo istante un perfetto sconosciuto di passaggio si ferma, le parla un po', la prende per il braccio con forza, le salva la vita e ottiene una impetuosa notte d'amore. Un po' così, era la mia fantasia: così avrei conosciuto l'amore. Lei negletta dal mondo, sporta sulla ringhiera di un ponte abbandonato in una notte di tempesta, e io che venivo a salvarla da sé stessa proprio all'ultimo momento, uccidendo per lei il mostro che non era più in carne e ossa, come quelli che debellavo in abbondanza da bambino: ora era un mostro interiore, che altro non era se non la disperazione in persona. Per la mia amata avrei ucciso quel mostro interiore, e avrei accolto da lei la ricompensa che mi spettava; di lì in poi la mia fantasia prevedeva dolci, terribili, insopportabili sviluppi. Ancora non immaginavo che la donna affranta sul ponte altri non era che sempre lei, mia madre morta. Lei e la sua disperazione. Lei e il suo mostro. O "Per chi suona la campana" di Ernest Hemingway: lo lessi quattro anche cinque volte in quegli anni, quel romanzo popolato di donne fatali e
uomini taciturni dall'aria grave, che pure dietro quell'aspetto così rigido celavano un animo da poeta. Sognavo di diventare un giorno anch'io un poco come loro, un uomo cupo e pieno di energie, con un fisico da torero e un viso pieno di sprezzo e malinconia: magari un po' come Hemingway in fotografia. E se non mi fosse riuscito di diventare, prima o poi, come lui, quanto meno un giorno o l'altro anch'io avrei saputo scrivere di uomini come sapeva scrivere lui: uomini arditi capaci di ridicolizzare e disdegnare, di scagliare all'occorrenza un pugno squadrato e deciso in faccia al primo sfacciato, di ordinare sempre la cosa giusta al bar, e di dire sempre la cosa giusta a una donna, a un nemico o a un alleato, talentuosi con la pistola ma anche meravigliosamente generosi in amore. E anche donne sublimi, donne seducenti e tenere ma anche irraggiungibili, donne enigma introverse, custodi di segreti, che elargivano generosamente e senza alcuna inibizione le loro grazie - ma solo e soltanto a uomini eletti, capaci di ridicolizzare e disdegnare, di bere whisky e di menare pugni eccetera eccetera... Anche i film che proiettavano ogni mercoledì nella sala della Casa Herzl o su un telo bianco, sul prato davanti al refettorio, testimoniavano inequivocabilmente che il mondo, quello vero, era popolato di uomini e donne in stile Hemingway. O Knut Hamsun. E tale si prospettava anche nelle storie dei soldati dal berretto rosso, che tornavano al kibbutz direttamente dalle operazioni dell'Unità 101 in licenza per il fine settimana: erano forti, gloriosi nelle loro uniformi, armati di Uzi, custodi di chissà quali segreti. *** Avevo quasi perso le speranze, con la scrittura: insomma, per scrivere come Remarque o come Hemingway, bisognava andarsene di lì verso il mondo vero, verso luoghi in cui gli uomini erano virili come un pugno e le donne femminili come una notte e i ponti tesi lungo grandi fiumi e la sera baluginavano le luci delle bettole in cui si ricamava la vita vera, davvero. Chi non si fosse cimentato con quella vita, non avrebbe avuto nemmeno una mezza patente temporanea di scrittura per racconti e romanzi. Il posto chi un vero scrittore, insomma, non era qui bensì laggiù, nel grande mondo. Finché non me ne fossi andato in un posto vero, non avrei avuto la minima probabilità di disporre di alcunché da scrivere. Posti veri: Parigi. Madrid. New York. Montecarlo. Le savane dell'Africa o i boschi della Scandinavia. All'occorrenza, ci si poteva accontentare anche di una
pittoresca cittadina russa o di una borgata ebraica in Galizia. Ma qui? In kibbutz? Fra pollaio e stalla? Dormitorio dei bambini? Comitati, turni, e magazzino dei rifornimenti? Uomini e donne piuttosto sciatti che andavano a lavorare ogni mattina, discutevano, si facevano una doccia, prendevano il tè, leggevano un po' a letto e si addormentavano stanchi morti prima delle dieci? Anche la Kerem Abraham da cui venivo non mi sembrava un argomento degno d'essere scritto: che cosa c'era laggiù, a parte persone sbiadite dalla vita grigia, un poco squallida? Un po' come qui a Hulda? Insomma, mi ero perso anche la guerra d'Indipendenza: ero nato troppo tardi e non mi restavano di essa che misere briciole - avevo riempito qualche sacco di sabbia, raccolto bottiglie vuote e corso con dei dispacci dalla stazione della guardia popolare alla vedetta sul tetto della famiglia Slonimsky, e ritorno. A dire la verità, nella biblioteca del kibbutz scoprii anche due o tre scrittori maschi, che erano riusciti persino a scrivere dei racconti quasi hemingwaiani sulla vita in kibbutz: Nathan Shacham, Yagal Musinzon, Moshe Shamir. Ma loro appartenevano alla generazione della lotta clandestina, della bomba al comando britannico, della battaglia per respingere gli eserciti arabi: la loro scrittura, la vedevo avvolta da fumi di Cognac e sigarette, dal sentore di bruciato. E abitavano tutti a Tel Aviv, che a quell'epoca era più o meno collegata al mondo vero: era una città con locali pieni di giovani artisti curvi su un bicchiere di vino, una città con cabaret e scandali e teatro e vita bohémien piena d'amori proibiti intrisi di passione tremenda. Non come Gerusalemme e Hulda. Chi l'aveva mai visto, il Cognac, a Hulda? Chi aveva mai sentito parlare, dalle nostre parti, di donne ardite e di amori sublimi? Per scrivere con altrettanta virilità, sarei dovuto per prima cosa arrivare a Londra o Milano. Ma come? S'erano mai visti dei rozzi coltivatori di kibbutz prendere e partire per andare a stare a Londra o Milano, allo scopo di attingervi ispirazione? Per avere una minima probabilità di arrivare a Parigi o a Roma, dovevo per prima cosa diventare famoso, cioè scrivere un libro celebre come i loro. Ma per scrivere quel celebre libro, avrei per prima cosa dovuto vivere a Londra o New York: un circolo vizioso. Sherwood Anderson, fu lui a tirarmi fuori da questo circolo vizioso. Lui a "liberare in me l'ispirazione". Gliene sarò grato per sempre. Nel settembre del 1959 apparve nella collana di letture delle edizioni Am Oved il libro di Anderson "Winesburg, Ohio", nella traduzione di Aharon Amir. Prima di leggere quel romanzo, non sapevo nemmeno che esistesse, Winesburg, e
non avevo nemmeno mai sentito parlare dell'Ohio. Forse quest'ultimo lo ricordavo vagamente, per averlo letto in "Tom Sawyer" e "Huckleberry Finn". E invece questo libro senza pretese mi sconvolse profondamente: un'intera notte d'estate, fino alle tre e mezzo del mattino, andai avanti e indietro per i sentieri del kibbutz, in preda a un'emozione febbrile, una specie di ebbrezza, parlavo da solo a voce alta, fremente come un innamorato, cantavo e saltavo, singhiozzando di paura e di gioia e di esaltazione: evviva! Alla fine di quella notte, alle tre e mezzo del mattino, indossai la mia tuta, misi gli scarponi e corsi alla tettoia da cui uscivamo con il trattore per andare al campo chiamato Mansura, a diserbare i campi di cotone, agguantai una zappa dal mucchio e sino a mezzogiorno corsi freneticamente lungo le file, precedendo tutti gli altri lavoratori: sembrava mi fossero spuntate le ali, correvo euforico e zappavo esultavo e correvo e zappavo e gridavo per me e per le colline e per il vento zappavo e promettevo a me stesso correvo infuocato e piangente. Il romanzo "Winesburg, Ohio" è una sequenza di racconti ed episodi scaturiti l'uno dall'altro, legati fra loro principalmente dal fatto di svolgersi tutti in una cittadina di provincia, sperduta e dimenticata da Dio: personaggi piccini riempiono queste storie - un vecchio falegname, un ragazzo svampito, un oste e anche una cameriera. Le diverse storie si collegano fra loro anche per il fatto che i personaggi scivolano da una all'altra: il protagonista di un racconto torna come comprimario, o sullo sfondo, di un altro. Le cose ambientate a "Winesburg, Ohio" sono tutte banali e normali, ricavate da materia di pettegolezzi o di piccoli sogni irrealizzabili: un vecchio falegname e un vecchio scrittore parlano dell'altezza di un letto, un ragazzo sognatore di nome George Willard, che sta facendo l'apprendistato nella redazione del giornale locale, ascolta la conversazione e pensa. C'è anche un vecchio rimbecillito che si chiama Bidelbaum, ed è soprannominato "Bidelbaum Ala". E una giovane donna alta e nera, che chissà perché va in sposa a un certo dottor Riffin, ma muore dopo un anno. E Abner Groff, il fornaio, e anche il dottor Percival, "un uomo grande e grosso con una bocca cascante, circondata da dei baffi biondi, che portava sempre un panciotto bianco ma lurido, dalle cui tasche spuntavano alcune sigarette da poco, nere e sottili", e altri personaggi simili, tipi di cui sino a quella notte non avrei mai detto che per loro ci fosse posto nella letteratura altro che, forse, come figure di sfondo, capaci di suscitare nel lettore al
massimo mezzo minuto di ironia o pietà. E invece qui in "Winesburg, Ohio" stavano al centro di ogni storia faccende e persone che, per parte mia, erano ben al di sotto dei requisiti letterari che immaginavo necessari - sotto la soglia minima richiesta. Le donne di Sherwood Anderson non erano per nulla audaci, e nemmeno misteriosamente seducenti. Gli uomini non erano né coraggiosi né taciturno-pensierosi, e nemmeno avvolti di fumo e virile malinconia. *** Fu così che i racconti di Sherwood Anderson mi restituirono quel che mi ero gettato dietro le spalle andandomene da Gerusalemme, o per meglio dire - non quel che mi ero gettato dietro le spalle, piuttosto quella terra che i miei piedi avevano calpestato lungo tutta l'infanzia e che non mi ero mai preso il disturbo di chinarmi per toccarla: lo squallore che assediava la vita dei miei genitori. Il debole odore di colla fatta in casa mista a quello di pesce in salamoia che accompagnava sempre i coniugi Krokmal, gli aggiustatori di giocattoli e medici di bambole. La tinta bruna, penombrosa, della casa della maestra Zelda, la credenza di formica spelata. E la casa dello scrittore signor Zarchi malato di cuore, la cui moglie Ester soffriva di emicranie. La cucina fuligginosa di Tserta Abramsky, i due canarini che Stashek e Mala Rodintzky tenevano dentro la gabbia in camera loro, quello vecchio e spelacchiato e quello fatto con una pigna. E il branco di gatti domestici della maestra Isabela Nachlieli, e Getzel, il marito della maestra Isabela, il cassiere della cooperativa sempre a bocca aperta. E anche Stach, il vetusto, mogio cane di stracci di mia nonna Shlomit, quel cane con i malinconici occhi di bottone, cui s'infilavano dentro le palline di naftalina per timore delle tarme quando non lo si batteva furiosamente per levar via la polvere, finché un giorno se n'ebbe abbastanza, fu avvolto in carta di giornale e scaraventato nella spazzatura. Avevo dunque capito donde venivo: una matassa sfilacciata di tristezza e finzione, di nostalgia e sogghigno e miseria e sussiego provinciale, di educazione sentimentale e ideali anacronistici e paure soffocate e rassegnazione e disperazione. Disperazione del genere acerbo, domestico; luoghi in cui piccoli bugiardi si atteggiavano a pericolosi terroristi ed eroici combattenti per la libertà; infelici rilegatori escogitavano formule di redenzione universale, dentisti raccontavano in gran segreto a tutti i vicini della loro corrispondenza privata, e di lunga data, con Stalin, insegnanti di
pianoforte e maestre d'asilo e casalinghe la notte si rigiravano piangendo sui loro giacigli, spasimando segretamente per una vita d'arte piena di sentimento, militanti coatti scrivevano instancabilmente le loro vibrate proteste al direttore del quotidiano "Davar", attempati fornai vedevano in sogno Maimonide o il Baal Shem Tov, integerrimi impiegati del sindacato tenevano burocraticamente d'occhio gli altri abitanti del quartiere, cassieri di cooperativa o di cinema la notte componevano poesie e brochure. Anche qui, al kibbutz Hulda, viveva uno stalliere esperto di storia del movimento anarchico in Russia, e avevamo un insegnante che una volta era stato all'ottantaquattresimo posto nella lista dei candidati laburisti alla seconda legislatura, e una bella sarta, appassionata di musica classica, che ogni sera disegnava il paesaggio della sua infanzia in Bessarabia, come lo ricordava prima che il suo villaggio fosse distrutto. E c'era anche un vecchio scapolo cui piaceva stare da solo sulla panchina a godersi la brezza della sera e guardare meravigliato le bambine, e anche un autista con una voce piacevole da tenore che sognava la vita del cantante d'opera, e due ideologi sfegatati che da venticinque anni si mettevano vicendevolmente alla berlina, vuoi per iscritto vuoi a voce, e una donna che da giovane era stata la più bella della classe in Polonia e una volta era persino comparsa davanti alla cinepresa di un film muto e adesso stava tutto il giorno seduta su uno scomodo sgabello dietro il magazzino delle provviste, con addosso un grembiule unto, grassa e trasandata, la pelle irritata, a mondare verdure e ogni tanto asciugarsi il volto con il bordo del tessuto: lacrime o sudore o tutti e due. Il libro "Winesburg, Ohio" mi fece scoprire il mondo secondo Cechov, ancor prima di familiarizzare con Cechov stesso: non più il mondo secondo Dostoevskij Kafka Knut Hamsun e nemmeno secondo Hemingway e Ygal Musinzon. Niente più donne misteriose sul ponte e uomini dal colletto rialzato, nel fumo dei locali. Quest'umile libro fu per me come una rivoluzione copernicana all'incontrario: Copernico aveva scoperto che il nostro mondo non è affatto al centro dell'universo, come si era creduto sino ad allora, ma solo un pianeta fra altri, del sistema solare. Mentre Sherwood Anderson mi aprì gli occhi, mi indusse a raccontare quello che mi stava intorno. Per merito suo, compresi improvvisamente che il mondo scritto non dipende da Milano o Londra, e invece gira sempre intorno alla mano che scrive, nel luogo in cui scrive: dove sei tu - quello è il centro dell'universo. A Hulda c'era una stanza di studio, dove nessuno metteva mai
piede, dietro la sala di lettura dei giornali, al piano terra della casa della cultura in fondo al kibbutz. In quella stanza abbandonata mi scelsi un tavolo d'angolo. Lì aprivo ogni sera un quaderno di scuola con la copertina marrone, sul quale stava scritto "per tutti gli usi" e anche "quaranta pagine". Accanto al quaderno posavo una penna a sfera di marca Globus e una matita con la gommina in coda, sulla quale erano incise le parole "Emporio centrale", oltre a una tazza di plastica di color beige, piena di acqua tiepida di rubinetto. Quello era il centro dell'universo. *** Nella sala dei giornali, al di là della sottile parete, Moshe Kalker, Alioshka e Alek stavano animatamente discutendo intorno a un discorso di Moshe Dayan, un discorso con cui il leader aveva "scagliato un sasso sulla finestra del quinto piano": i tre uomini, non belli e nemmeno più giovani, si contraddicevano a vicenda in un tono da litania rabbinica. Alek, ch'era un uomo deciso ed energico, cercava sempre di fare la parte "della persona concreta e sincera, che non usa giri di parole". Era sposato a una donna malaticcia che si chiamava Zushka, ma la sera la passava quasi sempre in compagnia degli scapoli. Ora stava invano tentando di infilare fra Alioshka e Moshe Kalker questa frase: "Solo un momento, non è che abbiate ragione voi due", o anche: "Lasciatemi per piacere, lasciatemi solo dire un momento una cosa che metterà d'accordo voi due". Alioshka e Moshe Kalker erano scapoli tutti e due e quasi sempre in disaccordo fra loro, tuttavia la sera erano pressoché inseparabili: mangiavano sempre insieme al refettorio, camminavano insieme lungo il sentiero e arrivavano insieme alla sala dei giornali. Alioshka era timido come un bambino, aveva un viso rotondo e sorridente, umile, buono, solo gli occhi confusi sempre rivolti verso terra, quasi fossero loro la cosa di cui vergognarsi. Ma durante la discussione, a volte Alioshka si scaldava improvvisamente, si caricava di rabbia e cominciava a far scintille, con gli occhi che quasi uscivano dalle orbite. Sul suo viso gentile si delineava, in quei momenti, un'espressione di panico e offesa, come se le sue stesse opinioni lo facessero sentire un verme. Invece Moshe Kalker, l'elettricista, era un uomo esile e spinoso, malmostoso, che discutendo faceva delle smorfie e quasi ti lanciava degli ammiccamenti trasgressivi, con compiaciuta malizia, sorrideva e insinuava
con aria mefistofelica, come se avesse sempre cercato, e ora finalmente anche scovato, il tuo scheletro nell'armadio che fino ad allora eri riuscito a tenere ben nascosto a tutti, ma non a lui, che con i suoi occhi penetranti vedeva oltre i tuoi mascheramenti e ora si godeva lo spettacolo: già, tutti ti considerano una persona rispettabile e onesta, una figura positiva, ma tu e io conosciamo bene l'orripilante verità, e anche se quasi sempre riesci a occultarla dietro settantasette veli, io vedo tutto, bello mio, tutto, inclusa l'essenza intima, mostruosa, tutto è svelato ai miei occhi, e tutto mi delizia. Alek stava tentando di spegnere con un linguaggio moderato il dissidio fra Alioshka e Moshe Kalker, ma i due litiganti fecero prontamente combutta contro di lui e insieme lo rimproverarono perché secondo loro lui, Alek, aveva ancora da capire l'argomento della discussione. Alioshka disse: "Perdonami, Alek, ma tu evidentemente non parli la nostra lingua". Moshe Kalker ci mise del suo: "Tu, Alek, mentre noi mangiamo la zuppa di fagioli, tu te ne vieni a cantare l'inno nazionale, e quando noi facciamo il digiuno di Av, tu sei rimasto ancora a quello del Kippur". Alek si offese, fece per andarsene ma i due scapoli, come al solito, vollero a tutti i costi accompagnarlo sino alla porta di casa sua sì da continuare ancora per un po' la discussione, e lui, come al solito, finiva per invitarli in casa, perché no?, Zushka sarà molto contenta, prendiamo una tazza di tè caldo, ma loro declinavano, ringraziando. Declinavano sempre. Erano anni e anni che li invitava a bere una tazza di tè a casa sua, dopo la sala dei giornali, entrate, un momento, prendiamo una tazza di tè, perché no?, Zushka sarà molto contenta, ed erano anni e anni che i due declinavano sempre, ringraziando. Sinché una volta... Ecco, è così che scriverò delle storie. E dato che fuori è già notte e vicino alla cinta ululano degli sciacalli affamati, metterò anche loro nella storia. Perché no? A piangere un poco sotto le finestre. E anche il guardiano notturno che ha perso il figlio in un'incursione. E anche la vedova pettegola che a sua insaputa tutti chiamano la Vedova nera. E i cani che abbaiano e il moto dei cipressi che ora stormiscono appena all'alito d'aria nel buio, e fremendo per un attimo sembrano una fila di oranti, sottovoce. ***
Tale era il tesoro ricevuto dalle mani di Sherwood Anderson. Un giorno mi riuscì anche di rendergli un penny o due, del mio debito: laggiù in America, quel Sherwood Anderson delle meraviglie, contemporaneo di William Faulkner, era pressoché sconosciuto. Qualche suo racconto compariva ancora tutt'al più in qualche dipartimento di Anglistica. Ma non molti anni fa ricevetti una lettera dalle edizioni Norton: avevano in mente di ripubblicare l'antologia di racconti di Sherwood Anderson intitolata "Morte nei boschi e altre storie"; laggiù correva voce che mi annoverassi fra i suoi estimatori, e che cosa ne dicevo di scrivere due o tre righe di promozione commerciale che l'editore avrebbe pubblicato sulla quarta di copertina? Come, mettiamo, un violinista ambulante cui venisse chiesto lì per lì il permesso di usare il suo nome per promuovere la musica di Bach.
59. Al kibbutz Hulda c'era una maestra d'asilo, o forse insegnava in prima elementare, la chiamerò Orna, una maestra esterna al kibbutz che avrà avuto trentacinque anni, e abitava nell'ultima stanza in una delle ale vecchie dei caseggiati. Ogni giovedì andava da suo marito, tornava a lavorare a Hulda la mattina presto della domenica. Una sera invitò me e due mie compagne di classe nella sua stanza, a parlare della poesia "Le stelle fuori", e sentire un concerto per violino e orchestra di Mendelssohn e l'ottava di Schubert. Il grammofono era su uno sgabello di vimini in un angolo della stanza, dove c'erano anche un letto, un tavolo, due sedie e una caffettiera elettrica e un armadio tappezzato e una tenda floreale e un bossolo di granata che serviva da vaso, con dentro un mazzo di rovi color viola. Ai muri della stanza Orna aveva appeso due riproduzioni di Gauguin di donne tahitiane prosperose e sonnecchianti, mezze nude, oltre ad alcuni schizzi a matita fatti da lei, e che lei stessa aveva incorniciato. Forse per influenza di Gauguin, anche Orna aveva disegnato delle donne nude dal corpo pieno, in posa distesa o di schiena. Tutte quelle donne, sia quelle di Gauguin sia quelle di Orna, sembravano sazie e soddisfatte, appagate. E tuttavia, stando alla postura invitante, davano l'impressione d'essere benevolmente disposte a elargire ancora le loro grazie a chiunque non fosse ancora sazio. Sullo scaffale di libri ai piedi del letto di Orna trovai il libriccino "I quadrati" di 'Omar Khayyam, e "La peste" di Camus, accanto ai quali c'erano "Peer Gynt" e Hemingway e Kafka, oltre alle poesie di Alterman e Rachel e Shlonsky e Leah Goldberg e Chayyim Guri e Nathan Yonatan e Zerubabel Ghilead e i racconti di Yzhar e "La via di un uomo" di Ygal
Musinzon e le "Poesie per ogni mattina" di Amir Gilboa, e "Terra di mezzodì" di A. Hallel, e anche "Luna crescente" e "Offerta di canti! di Rabindranath Tagore (qualche settimana dopo comprai per Orna, con i miei soldi per le piccole spese, "Lucciole", sul cui frontespizio le scrissi una dedica appassionata, in cui compariva anche la parola "turbato"). Orna aveva gli occhi verdi, il collo sottile, una voce melodica carezzevole, due mani piccine e delle dita delicate, ma un seno pieno e prepotente e delle gambe robuste. Il viso portava quasi sempre un'espressione seria e composta, che cambiava di colpo quando lei sorrideva: aveva un sorriso accattivante, quasi sventato, che sembrava un fugace occhiolino, come se ti avesse capito da cima a fondo, avesse visto tutti i tuoi segreti, ma con, indulgenza. Si radeva le ascelle, ma non in modo uniforme, una delle due sembrava colorata con la sua matita da disegno. Quand'era in piedi, Orna posava quasi sempre il peso sulla gamba sinistra, e con ciò piegava inavvertitamente la coscia destra. Amava parlare di arte e ispirazione, trovò in me un devoto uditore. Dopo qualche giorno presi coraggio, mi armai del volume di poesie "Foglie d'erba" di Walt Whitman nella traduzione di Halkin (di cui avevo parlato a Orna già la prima sera), e tornai a bussare alla porta della sua stanza, da solo. Circa dieci anni prima correvo così lungo via Sofonia, diretto a casa della maestra Zelda. Orna indossava un vestito lungo con davanti una fila di grossi bottoni. Era color crema ma la luce elettrica, nel paralume di raffia arancione, gli dava una tonalità purpurea. Quando Orna stava fra me e la lampada, il profilo delle sue gambe e la linea dei fianchi si disegnavano sotto il tessuto. Sul grammofono mise questa volta il "Peer Gynt" di Grieg. Si sedette accanto a me sul letto con il baldacchino di tessuto in stile orientale e mi spiegò i sentimenti che ogni brano esprimeva. Io, dal canto mio, le lessi alcune poesie di "Foglie d'erba" e mi dilungai in merito all'influenza di Whitman sulle opere di Hallel. Orna mi sbucciò un mandarino e mi offrì dell'acqua fredda da una caraffa ricoperta di pizzo, poi mi posò una mano sulla gamba, per chiedermi di tacere un momento, e mi lesse una cupa poesia scritta da Uri Tzvi Greenberg, ma non dal volume "Le vie del fiume", i cui brani mio padre amava recitare con trasporto, bensì da un libretto che non conoscevo, e con un titolo strano, "Anacreonte sul polo dell'agonia". Poi mi chiese di parlarle un po' di me e io non sapevo che cosa dire, perciò dissi un sacco di cose confuse sull'idea di bellezza, finché Orna tornò con la mano sulla mia nuca e disse, basta, e se stessimo un po' in
silenzio tranquilli? Alle dieci e mezzo mi alzai e salutai e andai a vagare sotto le stelle fra i magazzini e il pollaio, felice perché Orna mi aveva invitato a tornare una di quelle sere, dopodomani, magari domani. Già dopo una settimana, forse due, al kibbutz si spettegolava e qualcuno mi chiamava "il nuovo torello di Orna". Aveva alcuni corteggiatori, qui da noi, o compagni di conversazione, ma nessuno aveva appena sedici anni e nessuno di loro sapeva a memoria, come me, poesie quali "Gioia povera" e "Fulmine di mattina". Era anche capitato che un suo spasimante aspettasse al buio fra gli eucalipti davanti all'edificio, in attesa di vedermi uscire dalla sua stanza. E io, con una fitta di gelosia, mi fermavo all'ombra della siepe e riuscivo a vederlo entrare nella stanza dove aveva appena preparato per me un caffè forte e mi aveva appena definito "fuori dal comune", e mi aveva anche lasciato fumare con lei malgrado fossi ancora solo un ragazzo verboso dell'undicesima classe. Un quarto d'ora, restavo lì, ombra fra le ombre, finché non si spegnevano le luci. Una volta, quell'autunno, alle otto di sera andai alla stanza di Orna e non la trovai, ma dato che la luce della lampada colava fuori, arancio opaco, attraverso le tende, e visto che la porta non era chiusa a chiave, entrai e mi distesi sulla stuoia ad aspettarla. Attesi a lungo, finché le voci della gente sui balconi si smorzarono e al loro posto vennero quelle della notte, il pianto dello sciacallo e l'ululato dei cani e il muggito delle vacche in lontananza e il fruscio degli innaffiatoi e i cori di rane e grilli. Due falene si dibattevano fra la lampadina e il paralume arancione-rossastro. I rovi nel vaso gettavano una specie di ombra frastagliata sulle piastrelle e sulla stuoia. Le donne di Gauguin al muro, e i nudi di Orna a matita, mi ispirarono tutt'a un tratto una vaga congettura su come doveva essere il corpo di lei, senza vestiti, sotto la doccia, e qui su questo letto la notte dopo che me n'ero andato, non da sola, forse con Yoav o con Maendi, anche se da qualche parte aveva un marito, ufficiale di carriera nell'esercito. Senza alzarmi dalla stuoia, scostai la tenda che copriva il suo guardaroba e trovai biancheria e capi colorati e una camicia da notte di nylon, quasi trasparente, tinta pesca. Sempre supino sulla stuoia, le mie dita passarono su questa pesca, mentre l'altra mano si trovò costretta a sentire la montagnola sui pantaloni e gli occhi si chiusero e sapevo che dovevo piantarla dovevo assolutamente piantarla ma non subito fra poco. Alla fine, proprio sul punto di, smisi e senza staccare le dita dalla pesca e la mano dalla montagnola aprii gli occhi e mi resi conto che Orna era entrata senza
che mi fossi accorto di lei: scalza mi guardava dal fondo della stuoia, il peso del corpo sulla gamba sinistra, così il suo fianco destro era leggermente rialzato, una mano stava posata su quel fianco mentre l'altra si accarezzava lievemente la spalla sotto i capelli sciolti. Così rimase a guardarmi con quel suo sorriso caldo malizioso stampato sulle labbra e gli occhi verdi che mi ridevano come a dire, lo so, lo so che tu hai una voglia tremenda adesso di sprofondare, e so che saresti meno spaventato se adesso qui al posto mio ci fosse un assassino con un fucile puntato, e so che per causa mia adesso sei in un abisso di infelicità, ma perché mai? Guardami, io non sono per nulla spaventata di quel che ho visto entrando in camera, e tu allora smettila di essere così affranto. Tale fu la paura, tale la disperazione, che chiusi gli occhi e feci finta di dormire, chissà magari Orna mi avrebbe creduto, si sarebbe convinta che non era stato niente, tutt'al più un sogno e nel sogno poteva essere una cosa colpevole e disgustosa, ma molto meno rivoltante che se l'avessi fatto da sveglio. Orna disse: ti ho interrotto. E non rise, dicendolo, anzi aggiunse ancora scusa, mi dispiace, e d'un tratto, con una specie di allegria, impresse ai fianchi un passo di danza e disse che no, in fondo non le dispiaceva, in fondo le era piaciuto guardarmi, perché il mio viso in quei momenti sembrava sia afflitto sia illuminato, tutto insieme. E non disse altro, ma iniziò a slacciarsi i bottoni, da quello di sopra sino ai lombi, e rimase davanti a me sì che la guardassi e continuassi. Ma come avrei potuto. Chiusi forte gli occhi e poi li strizzai e poi di sottecchi guardai lei e il suo sorriso allegro che mi implorava di non avere paura, che c'è. Puoi, e il suo petto robusto, anche lui mi implorava, e poi scese in ginocchio sulla stuoia alla mia destra e prese la mia mano e la scostò dalla montagnola sui pantaloni e posò al suo posto la sua, e poi aprì e liberò e una cometa di scintille pungenti come pioggia densa di meteoriti passò tutto lungo il mio corpo e di nuovo chiusi gli occhi ma non prima di vedere che s'abbassava e si sporgeva e poi venne su di me e china prese guidò le mie mani qui e qui, e le labbra che mi toccavano sulla fronte mi toccavano sugli occhi chiusi e poi prese in mano e mi sprofondò tutto all'istante negli abissi del corpo ecco tuoni morbidi e subito dopo un fulmine che falciò e per via delle pareti sottili Orna dovette tapparmi forte la bocca e quando pensò che bastava levò la mano per lasciarmi respirare e di nuovo dovette precipitosamente tappare perché non era bastato ancora no. E ancora poi rideva sottovoce e accarezzava come fossi stato un bambino e mi baciava sulla fronte e mi
avvolgeva il capo con i suoi capelli e io con le lacrime agli occhi cominciai a renderle timidi baci di gratitudine, sul viso sui capelli e sulla mano e avrei voluto dire qualcosa ma lei non mi lasciò e di nuovo mi coprì con la mano la bocca finché non rinunciai a parlare. Dopo un'ora o due mi svegliò e il mio corpo voleva ancora ed ero pieno di vergogna, ma lei non mi negò e invece mi sussurrò come sorridendo vieni prendi e disse guarda tu che piccolo selvaggio, e aveva le gambe abbronzate, di un bruno dorato e sulle gambe una peluria bionda, fine, quasi invisibile, e dopo aver ancora soffocato con la mano la mia fontana di urla mi fece alzare e mi aiutò a rivestirmi e mi diede dell'acqua fresca dalla caraffa con il pizzo bianco, e mi accarezzò il capo e mi strinse al petto e di nuovo per un'ultima volta mi baciò proprio sulla punta del naso e mi spedì alla frescura muta densa delle tre del mattino di una notte d'autunno. Ma quando andai da lei l'indomani a chiederle scusa, o a pregarla di rinnovare il miracolo, disse: guardate, è pallido come gesso, che ti è capitato vieni, prendi un bicchiere d'acqua. E mi fece sedere sulla sedia e disse circa così, guarda, non è successo nulla di grave ma d'ora in poi voglio che tutto sia come era stato sino a ieri, chiaro? Mi era difficile fare la sua volontà, e certo anche Orna se n'era resa conto, perciò le nostre serate di lettura e di Schubert e Grieg e Brahms divennero grigie, e dopo una o due volte s'interruppero, e solo il suo sorriso si posava su di me di lontano quando ci incontravamo per caso, ed era un sorriso pieno di allegria, orgoglio e affetto: non di benefattrice contenta del proprio operato, piuttosto dell'artista che contempla un suo quadro e, benché si stia ormai dedicando ad altro, è soddisfatta dell'opera delle sue mani, è ancora fiera di rammentare, felice di poter contemplare ancora, a distanza. *** Da allora, sto bene con le donne. Come mio nonno Alexander. Anche se con il passare degli anni ho imparato a conoscere per gradi e ogni tanto capitava qualche ustione, perché ancora - come quella sera nella stanza di Orna - continuo a credere che nelle mani delle donne siano riposte tutte le chiavi del piacere. L'espressione "gli ha concesso i suoi favori" la trovo giusta e calzante più di tante altre. I favori femminili suscitano in me, a parte desiderio e meraviglia, anche un'onda di gratitudine infantile, insieme all'impulso a inchinarmi al suo cospetto: chi sono io, per essere degno di tante meraviglie. Ti sarei grato anche di una goccia soltanto, grato con
stupefazione ammirata, e che dire allora di un mare intero. Sempre come un mendicante sulla porta: una donna resta sempre immensamente più grande di me, e solo a lei spetta la scelta se dare o non dare. E fors'anche una larvata invidia per la sessualità femminile, che è infinitamente più ricca, delicata e complessa, come il violino sta al tamburo. O fors'anche in virtù di un ricordo primigenio, del principio della mia vita: un seno contro un coltello. Già, appena venuto al mondo mi aspettava sulla soglia una donna cui avevo appena provocato un dolore potente e che pure contraccambiava con tenerezza amorevole, rendendo bene per male, porgendomi un seno. Quanto al sesso maschile, per contro, quello mi aspettava al varco con in mano il coltello del circoncisore. Orna era una donna di trentacinque anni, più del doppio dei miei, quella sera. E fu come una fiumana di porpora e scarlatto e celeste e perle di fronte a un porcellino che non avrebbe saputo che farsene, e dunque prese e divorò senza masticare e quasi soffocò per l'abbondanza. Anni dopo seppi che aveva divorziato e si era risposata, e per qualche tempo tenne una rubrica su un settimanale femminile. Poi, di recente, in America, dopo una conferenza e prima di un ricevimento, dalla fitta cerchia di partecipanti al dibattito spuntò tutt'a un tratto Orna, spuntarono i suoi occhi verdi: era radiosa e appena più vecchia di com'era ai tempi della mia gioventù, con un abito chiaro abbottonato, gli occhi accesi da quel suo sorriso onnisciente di seduzione e simpatia affettuosa, il sorriso di quella notte. Rimasi imbambolato a metà di una frase, mi feci strada verso di lei, scostando la gente per passare, spinsi da parte anche la vecchia imbesuita che Orna conduceva in sedia a rotelle, la presi e l'abbracciai e pronunciai due volte il suo nome e la baciai anche forte sulla bocca. Lei mi scostò con un gesto morbido e continuando a regalarmi quel suo sorriso amabile che mi aveva fatto arrossire come un fanciullo indicò la sedia a rotelle e disse in inglese: lei è Orna. Io sono solo la figlia. Mi dispiace, mia mamma non può più parlare. E non riconosce più tanto.
60. Una settimana prima di morire, mia madre improvvisamente stette meglio. La nuova pillola di sonnifero che le aveva prescritto il nuovo dottore funzionò subito a meraviglia. Verso sera mia madre ne prese due, e alle sette e mezzo di sera crollò addormentata vestita nel mio letto che ora era diventato il suo, e dormì difilato quasi un giorno intero, fino alle cinque di pomeriggio dell'indomani. Poi si alzò, si lavò, bevette e forse prese, verso sera, una pillola o due di quelle nuove, perché di nuovo si addormentò alle sette e mezzo e dormì sino al mattino e la mattina quando papà si alzò per farsi la barba e preparare due bicchieri di succo d'arancia da intiepidire prima di servirli, anche mia madre si alzò e indossò la vestaglia e sopra il grembiule e si pettinò e preparò per noi due una vera colazione, come prima che s'ammalasse, uova all'occhio di bue fritte da tutte e due le parti e un'insalata di verdure e un barattolino di yogurt e un vassoio con delle fette di pane che mamma sapeva tagliare in modo che le venivano molto più sottili di quelle di papà, che lei per scherzo definiva "ceppi di legno". Quella mattina alle sette eravamo di nuovo tutti e tre seduti sulle seggioline di paglia intorno al tavolo della cucina ricoperto con la tela cerata a fiori, e mamma prese a raccontarci del ricco mercante di pellicce che viveva nella sua città, a Rovno, un ebreo pepato cui persino da Parigi e da Roma arrivavano commesse per un certo tipo, raro, di pelliccia, chiamato volpe argentata, che splendeva ai tuoi occhi come il colore della brina nelle notti di luna. Quand'ecco che un bel giorno quel mercante divenne un vegetariano irriducibile. Affidò al genero-socio tutta l'impresa. Qualche tempo dopo si costruì una casetta nel bosco, abbandonò quella che aveva in città e si
stabilì laggiù, affranto per tutte le migliaia di volpi che i cacciatori assoldati da lui avevano ucciso, per farne pellicce. Alla fine quell'uomo sparì. E quando io e le mie sorelle volevamo spaventarci a vicenda, ci distendevamo sul tappeto al buio e cominciavamo a raccontare, ciascuna a turno, di quell'uomo che un tempo era stato un ricco mercante di pellicce e che ora vagava nudo per i boschi e forse era anche malato di rabbia e dal folto degli alberi ululava da far rabbrividire, e chi s'imbatteva per caso nel bosco con l'uomo-volpe, per la paura gli si sbiancavano di colpo tutti i capelli che aveva in testa. Papà, che non amava per nulla questo genere di storie, storse il naso e domandò, scusa, che cosa dovrebbe essere? Un'allegoria? Superstizione? O solo una bubbola oscura? Ma dato che era molto contento che la mamma si fosse ristabilita, aggiunse con un gesto di noncuranza: "E va bene". Mamma ci raccomandò di andare per non far tardi, lui al lavoro e io a scuola. Sulla porta, mentre papà si metteva le galosce sopra le scarpe e io battagliavo con gli stivali, mi uscì fuori d'un tratto un lungo ululato, raggelante, da volpe: papà rabbrividì tutto per lo spavento, poi si riprese e levò la mano per mollarmi uno schiaffo. Ma mia mamma si mise fra lui e me e mi strinse in grembo e calmò me e lui e sorrise e ci disse: "E' tutto per colpa mia. Scusatemi". Quello fu per me l'ultimo suo abbraccio. Uscimmo alle sette e mezzo più o meno, mio padre e io, senza dirci una parola perché papà era in collera con me per colpa di quell'ululato di rabbia. Sulla porta del nostro cortile svoltò a sinistra in direzione dell'edificio Terra Santa, mentre io andai a destra, verso la scuola Tachmoni. Quando quel giorno tornai da scuola trovai mamma vestita con una gonna chiara, con due file di bottoni, e una maglia di lana blu marino. Bella, mi parve, giovanile. Sul viso un'espressione bonaria, come se l'intera stagione della malattia fosse stata cancellata nello spazio di quella notte. Mi disse di posare la cartella ma di tenere il cappotto, lei mise il suo e la sorpresa per me era che: "Oggi non si pranza a casa. Oggi ho deciso di invitare i due uomini della mia vita al ristorante, offro io. Ma tuo padre non sa ancora nulla. Gli facciamo la sorpresa? Dai, andiamo a spasso in città e poi fino al Terra Santa, lo portiamo via con la forza, come quando si toglie una tarma sanguisuga dalla sua tomba di libri, e tutti e tre ce ne andiamo a mangiare in un posto che non dico neanche a te: voglio tenerti un poco sulle spine".
Non riconobbi mia madre: la sua voce non era quella di sempre, era invece solenne e alta, come se stesse recitando una parte in una rappresentazione scolastica. Una voce che si riempì di luce e calore "andiamo a spasso in città", ma che quasi tremò alle parole "tarma sanguisuga" e "tomba di libri", una voce che suscitò in me, pur se solo per un breve istante, un vago terrore. Che però lasciò ben presto spazio alla felicità per la sorpresa, per la spensieratezza di mamma, per il suo allegro ritorno a noi. *** I miei genitori non andavano quasi mai al ristorante, però si vedevano spesso con i loro amici in un caffè di via Giaffa o di via King George. Una volta, sarà stato il '50 o il '51, eravamo andati a trovare le zie a Tel Aviv, papà - chissà che cosa gli prese -, l'ultimo giorno della nostra visita, giusto prima di tornare a Gerusalemme, si nominò "barone Rothschild per un giorno" e invitò tutti, le due sorelle di mia madre e i loro mariti e il figlio unico di ciascuna di loro, a pranzo al ristorante Ha Mozeg in via Ben Yehudah angolo via Bugrashov. Ci assegnarono un tavolo per nove. Papà si sedette a capotavola, fra le due cognate, e trovò giusto disporci in modo che nessuna delle sorelle sedesse accanto al marito e nessuno di noi bambini stesse fra i suoi genitori: come se avesse deciso, quella volta, di rimescolare lui tutte le carte. Zio Tzvi e zio Buma, un po' diffidenti, un po' interdetti da quel comportamento, non vollero a nessun costo bere con papà un bicchiere di birra chiara, perché non vi erano abituati e si sentivano un po' a disagio. Rinunziarono comunque alla facoltà di parola e decisero di lasciare il palcoscenico tutto a mio padre. Che, dal canto suo, pensò bene che i Rotoli del Mar Morto appena scoperti rappresentassero senz'ombra di dubbio l'argomento più impellente ed eccitante. Si lanciò dunque in una lezione particolareggiata che durò per tutta la minestra e il secondo, intorno all'importanza di quella scoperta in una grotta di Qumran e alla probabilità che altri tesori nascosti dal valore inestimabile aspettassero di essere ritrovati tra gli anfratti del deserto. Finché mamma, che sedeva fra zio Tzvi e zio Buma, osservò con discrezione: "E se bastasse così, Arieh?". Papà capì e lasciò perdere, e da quel momento sino alla fine del pasto la conversazione si disperse qua e là. Mio cugino quello più grande, Ygal, chiese il permesso di portare quello più piccolo, Efraim, sulla riva del mare, lì vicino. Passò qualche minuto che anch'io rinunciai alla compagnia degli
adulti e me ne uscii dal ristorante Ha Mozeg in cerca della spiaggia. Ma chi avrebbe mai immaginato che proprio mamma decidesse tutt'a un tratto di combinare un pranzo al ristorante? Mamma, che eravamo abituati ormai a vedere giorno e notte seduta sulla sua sedia a fissare la finestra? Mamma cui appena qualche giorno prima avevo ceduto la mia stanza, fuggendo via da quel suo silenzio per andare a dormire nel divano letto doppio? Così bella ed elegante sembrava quella mattina a Gerusalemme con la maglia blu marino, la gonna chiara, le calze di nylon con la cucitura dietro e le scarpe con il tacco, così bella che mentre camminavamo per strada gli uomini si voltavano per guardarla. Il soprabito lo teneva piegato su un braccio, mentre l'altro incrociava il mio: "Oggi sarai il mio 'chevalier'". E come sentendosi, in dovere di interpretare anche la solita parte di papà, aggiunse: "'Chevalier' vuol dire cavaliere: 'cheval' significa cavallo in francese, e 'chevalier' - un cavaliere". Poi aggiunse: "Non poche donne sono attratte dagli uomini dispotici. Come le farfalle con il fuoco. Mentre ci sono donne che hanno bisogno non di un eroe e nemmeno di un amante focoso, hanno bisogno più di tutto di un amico. Ricordatelo, quando sarai grande: dalle donne che amano i despoti tienti in guardia, e fra quelle che cercano un uomo-amico prova a trovare non quelle che hanno bisogno di un amico perché da loro c'è un po' di vuoto, bensì quelle che desiderano anche riempire te. E ricorda che l'amicizia fra una donna e un uomo è cosa rara e preziosa, assai più dell'amore: l'amore è in fondo una cosa piuttosto rustica, financo grezza, al confronto con l'amicizia. L'amicizia ha in sé anche una misura di finezza intellettuale, e di disponibilità generosa, e un sofisticato senso della misura". "Bene" dissi. Volevo infatti che lei la smettesse di parlare di cose che non mi riguardavano e che passassimo ad altri argomenti. Erano svariate settimane che non parlavamo, e mi pareva un peccato sprecare quei momenti a piedi, soltanto suoi e miei. Quando fummo vicini al centro città, mi prese nuovamente a braccetto, ridacchiò e domandò improvvisamente: "Che cosa ne penseresti di un fratellino piccolo? O una sorellina?". Ma, senza aspettare la risposta, aggiunse con una malinconia scherzosa, o niente affatto scherzosa ma solo avvolta di un sorriso che non vidi e invece udii nella sua voce: "Un giorno, quando ti sposerai e avrai una famiglia, ti prego di non prendere esempio dal matrimonio mio e di tuo padre".
Quelle sue parole non le attingo, adesso, dalla memoria, così come ho attinto quelle tredici righe del suo discorso sull'amore e l'amicizia. Quella sua preghiera, invece, l'invito a non prendere esempio dal matrimonio dei miei genitori, la ricordo parola per parola: esattamente come la pronunciò. E anche la sua voce sorridente, la ricordo ora perfettamente. Eravamo in via King George, mia madre e io, a braccetto stavamo passando davanti allo stabile chiamato Talita Kumi, diretti al Terra Santa per strappare al lavoro papà. Era l'una e mezzo. Un vento freddo frammisto a qualche goccia affilata di pioggia soffiava da ovest. Per colpa di quel vento i passanti chiusero gli ombrelli, per paura che si storcessero. Noi il nostro non tentammo neppure di aprirlo. Camminavamo, mia madre e io, a braccetto sotto la pioggia, proseguimmo oltre il Talita Kumi e arrivammo all'edificio Frumin, temporanea sede del parlamento, e poi passammo ai piedi di Bet ha Maalot. Era all'inizio della prima settimana del mese di gennaio del 1952. Cinque, forse quattro giorni prima della sua morte. Quando la pioggia aumentò, mamma propose, sempre con quel tono di voce quasi divertito: "E se entrassimo in un caffè? Il nostro papà non scappa mica". Una mezz'ora, restammo in un caffè di atmosfera mitteleuropea all'ingresso di Rechavia, in via Keren Kayemet, di fronte alla sede della Sokhnut, l'Agenzia ebraica, in cui si trovava anche l'ufficio del primo ministro. Poi smise di piovere. Intanto mia madre tirò fuori dalla sua borsa un astuccio di cipria con uno specchio rotondo, e un pettine: si aggiustò la pettinatura e il trucco. E in me montò un miscuglio di emozione, orgoglio per la sua bellezza e felicità per la sua guarigione e anche coscienza di doverla più che mai tenere al riparo da un'ombra la cui esistenza forse solo intuivo. Nemmeno quello, al massimo captavo con incertezza, come una specie di sottile, strano disagio nella pelle. Come capita a volte a un bambino, quando sente cose al di là del suo comprendonio, se ne accorge e ha paura ma senza sapere di che cosa: "Tutto bene, mamma?". Ordinò per sé una tazza di caffè nero, forte, e per me uno doppio malgrado non me l'avesse mai permesso sino a quel momento (il caffè non è per bambini), e anche un gelato di cioccolato benché da noi fosse risaputo che il gelato faceva venire il mal di gola, a maggior ragione in una fredda giornata d'inverno. E per di più prima di pranzo. Il mio senso di responsabilità mi impose a quel punto di limitarmi a qualche cucchiaino di gelato, e anche di chiedere ripetutamente a mia madre se non aveva un po'
freddo, seduta qui? Non era stanca? Non le girava la testa? Sei guarita? Ma sta' attenta mamma perché davanti ai servizi è buio e ci sono due gradini. Orgoglio e serietà e apprensione, mi riempivano il cuore. Come se fintanto che eravamo, soltanto io e lei, al caffè Rosh Rechavia, a mia madre toccasse la parte della bambina inerme bisognosa di un amico generoso, e a me quella del suo cavaliere. O chissà, di suo padre: "Stai bene, mamma?". *** Quando arrivammo al Terra Santa, sede di alcuni dipartimenti dell'Università ebraica da quando, durante la guerra d'Indipendenza, era stata bloccata la strada che portava al campus sul Monte Scopus, domandammo dove si trovasse l'emeroteca e salimmo per le scale sino al terzo piano. In un giorno d'inverno come quello in cui Hannah di "Michael mio" scivola su quegli stessi gradini, e forse si storce la caviglia, e così lo studente Michael Gonen la prende per il gomito e le dice d'un tratto che trova bella la parola "caviglia". Può anche darsi che, salendo, mia madre e io avessimo incrociato inavvertitamente Michael e Hannah. Tredici anni separano quel giorno invernale di mia madre e mio al Terra Santa, da quello in cui iniziai a scrivere il romanzo "Michael mio". Entrando all'emeroteca, ci trovammo davanti il direttore, il dottor Fefermann, un uomo fine e buono, che alzò lo sguardo dal cumulo di carte sulla scrivania, ci sorrise e con le due mani ci fece cenno di entrare, prego, venite. Trovammo anche papà. Era di spalle. E per un lungo momento non lo riconoscemmo, dal momento che indossava un camice grigio da bibliotecario, per proteggere i vestiti dalla polvere dei libri. Era in piedi sul gradino più alto di una piccola scala, le spalle verso di noi, intento a studiare dei grossi dossier di cartone, che sfilava uno per uno dallo scaffale, guardava, sfogliava e rimetteva a posto, uno dopo l'altro: evidentemente non riusciva a trovare quello che cercava. Per tutto quel tempo il buon dottor Fefermann non proferì parola, si mise comodo sulla sua sedia dietro la scrivania e solo il suo amabile sorriso s'andava allargando, pareva quasi divertito, e anche due o tre altri impiegati dell'emeroteca smisero di lavorare e sogghignavano e guardavano noi e guardavano la schiena di papà e non dicevano nulla, complici del giochetto del dottor Fefermann: aspettavano incuriositi di vedere quando finalmente il signore si sarebbe accorto dei suoi ospiti, che guardavano pazienti la sua
schiena, la mano della bella donna posata sulla spalla del bimbo... Dalla sua postazione in cima alla scala, papà si voltò verso il direttore e disse: "Mi scusi un momento, dottor Fefermann, c'è qui a mio parere...", notò il sorriso largo del direttore, e forse ne fu un poco spaventato: per quale motivo il suo principale era così allegro? Allora gli occhi del dottor Fefermann condussero lo sguardo occhialuto di papà dalla scrivania alla porta, e quando egli ebbe visto noi due, a me parve che impallidisse. Rimise a posto sullo scaffale più alto il dossier di cartone che teneva con entrambe le mani, scese con circospezione dalla scala, si guardò intorno e notò che tutti sorridevano, allora capì di non aver altra scelta e si ricordò di sorridere anche lui, poi ci disse: "Che sorpresa! Magnifico! ", e con un tono di voce più basso domandò se andava tutto bene. Non era per caso successo qualcosa? Sembrava teso e preoccupato, come un bambino che, nel bel mezzo di una festicciola con sbaciucchiamenti e giochi della bottiglia, leva lo sguardo e scopre i suoi genitori in piedi sulla porta, con aria arcigna, e chissà da quanto tempo erano lì zitti a guardare, e chissà che cosa erano riusciti a vedere. All'inizio, per l'imbarazzo, papà tentò senza rendersene conto di spingerci fuori molto delicatamente ma con tutte e due le mani, oltre la soglia su cui ci trovavamo, verso il corridoio. Poi si guardò indietro e disse a tutto il dipartimento e soprattutto al dottor Fefermann: "Mi scusate per qualche istante?". Ma dopo un momento ci ripensò: smise di portarci fuori e invece ci tirò dentro, alla scrivania del direttore, fece per presentarci tutti e due, poi gli venne in mente di dire: "Ma certo, dottor Fefermann, lei conosce già mia moglie e mio figlio". Ciò detto ci girò tutti e due e ci presentò formalmente agli altri impiegati, più o meno così: "Permettete prego. Questa è mia moglie Fania e questo e mio figlio Amos. Scolaro. Dodici anni e mezzo". Quando poi fummo tutti e tre in corridoio, papà domandò, con un tono spaventato e anche un po' biasimante: "Che è successo? I miei genitori stanno bene? E i tuoi? E' tutto a posto?". Mamma lo tranquillizzò. Ma l'idea del ristorante gli incuteva un po' di timore: insomma, non era il compleanno di nessuno. Esitò, fece per dire qualche cosa, ci ripensò, e dopo un istante disse: "Ma certo. Ma certo. Perché no? Si va a festeggiare la tua guarigione Fania, o comunque un miglioramento inequivocabile, che si è verificato nella tua condizione nello spazio di una notte. Già. Ma certo che si
festeggia". Mentre lo diceva, però, il viso aveva un'espressione niente affatto festosa, piuttosto preoccupata. Poi si rasserenò improvvisamente, si riempì di un entusiasmo allegro, ci abbracciò le spalle a tutti e due, chiese e ottenne dal dottor Fefermann il permesso di uscire un po' prima dal lavoro, salutò tutti, si tolse il camice grigio da bibliotecario e ci fece fare un giro completo di alcuni reparti della biblioteca, al piano seminterrato, a quello dei manoscritti rari; ci mostrò persino la nuova macchina fotografica, spiegandoci bene e intanto presentandoci con orgoglio a tutti quelli che incontravamo per strada, tutto eccitato come un bambino che presenta i suoi rispettabili genitori alla direzione della scuola. Era un ristorante piacevole, decentrato e quasi deserto, in un vicolo fra via Ben Yehudah e via Shammai o via Hillel. Riprese a piovere appena entrammo, papà dichiarò che lo trovava un buon segno, come se la pioggia si fosse temporaneamente interrotta apposta per noi. Come se dal cielo ci stessero guardando di buon occhio. Ma subito si corresse: "Cioè, direi così se credessi nei segni, e se fossi convinto che il cielo s'interessa a noi. Ma il cielo è indifferente. A parte l'homo sapiens, tutto l'universo è indifferente. E in fondo anche la maggioranza degli uomini è indifferente. L'indifferenza è secondo me il tratto più smaccato di tutta la realtà". E di nuovo si corresse: "Del resto, come faccio a dire che il cielo sta guardando di buon occhio, dato che oggi è grigio e cupo, e ci regala una pioggia inequivocabilmente scrosciante?". Mamma disse: "No. Ordinate prima voi due perché sono io che invito oggi. E sarò davvero felice che ordiniate quest'oggi i piatti più costosi del menù". Ma il menù era modesto, conforme alla stagione di razionamento e austerità. Papà e io prendemmo brodo di verdura e polpette di pollo con purea di patate. Come per rispetto di una segreta complicità, evitai di raccontare a papà che, venendo al Terra Santa, avevo avuto per la prima volta in vita mia il permesso di bere il caffè. E che mi era stato anche consentito un gelato al cioccolato, prima di pranzo, e malgrado la giornata d'inverno. Mamma studiò a lungo il menù, lo lasciò per due volte capovolto sul tavolo, e solo dopo che papà l'ebbe più volte incitata, acconsentì a ordinare per sé solo un piatto di riso bollito. Mio padre si scusò gentilmente con la cameriera, le cose stavano così, insomma lei, mia madre, non era ancora perfettamente
guarita. Il riso che le arrivò nel piatto, mentre papà e io finivamo di buon appetito le nostre portate, mia madre lo assaggiò come vi fosse costretta: spiluccò appena, si fermò e ordinò una tazza di caffè nero, forte. "Tutto bene, mamma?" La cameriera tornò da noi con la tazza di caffè per mamma e una di tè per papà, davanti a me mise, per dessert, un piattino di budino giallo, fremente. In quel momento papà estrasse precipitosamente il portafoglio dalla tasca interna della giacca. Ma mamma fu irremovibile: rimettilo a posto per favore. Oggi siete miei ospiti. E papà le ubbidì, non prima però di una battuta alquanto forzata sui pozzi di petrolio che lei doveva avere segretamente ereditato, da cui quella sua nuova ricchezza e prodigalità. Aspettammo che smettesse di piovere. Mio padre e io sedevamo rivolti verso la cucina, e davanti a noi il viso di mamma che fra le nostre spalle guardava la pioggia testarda alla finestra, in strada. Di che cosa parlammo, non lo ricordo più, ma è lecito immaginare che papà si sia premurato di cacciare via ogni silenzio. Forse ci delucidò sul rapporto fra chiesa cristiana e popolo ebraico, o disquisì intorno all'accesa diatriba della metà del diciottesimo secolo fra rav Yaakov Emden detto anche Yavaz, e i sostenitori di Shabbetay Tzvi, e soprattutto fra rav Emden e rav Yonatan Aivshitz, sospettato in odore di sabbatianesimo. Oltre a noi, c'erano nel ristorante in quell'ora pomeridiana piovosa due donne attempate che parlavano tedesco con una delicatezza particolare, con voce educatamente sommessa. Si assomigliavano fra loro, avevano entrambe una chioma grigio ferro e dei tratti aquilini del viso, risaltati da una specie di gozzo vizzo e puntuto: la più vecchia pareva sull'ottantina, riguardandola immaginai che potesse essere la madre dell'anziana seduta di fronte a lei. Dentro di me decisi che madre e figlia erano vedove, che vivevano insieme perché non avevano nessun altro al mondo. Le chiamai signora Gertrud e signora Magda e provai a figurarmi col pensiero la loro piccola casa, lucidata a specchio, magari non lontano di qui, più o meno davanti all'hotel Eden. Quando improvvisamente una di loro, la signora Magda, la meno anziana, alzò la voce e sbatté in faccia all'altra una sola parola in tedesco. Con uno strillo furibondo, velenoso e squarciante, sputò quella parola come un uccello predatore che piomba sulla sua vittima. Subito dopo brandì la tazza e la scagliò contro il muro.
Lungo i solchi delle guance scavate dell'altra più vecchia, quella che avevo chiamato Gertrud, iniziarono a scorrere delle lacrime. Piangeva in silenzio e senza alcuna smorfia di pianto. Piangeva a sguardo eretto. La cameriera, per parte sua, si chinò a raccogliere tacitamente da terra i cocci della tazza: raccolse, finì e si allontanò. Dopo quello strillo, non si scambiarono più una parola. Quelle due donne rimasero sedute l'una di fronte all'altra senza aprire bocca, entrambe magre, entrambe con una chioma di riccioli grigi dall'attaccatura alta sulla fronte, come hanno gli uomini un po' pelati. La vecchia vedova continuava a colare in silenzio e senza alcuna espressione: lacrime mute che scendevano sul mento affilato e precipitavano una a una in grembo. Non tentava peraltro di soffocare il pianto né di asciugarsi gli occhi, benché sempre in silenzio, con un'aria cattiva, la figlia le avesse offerto un fazzoletto bianco e stirato. Se pure era sua figlia. La vecchia, Gertrud, non rispose alla mano che le porgeva attraverso il tavolo il fazzoletto inamidato. Per un tempo interminabile tutta la scena restò pietrificata, come se le due, madre e figlia, fossero solo una vecchia foto tinta seppia, un po' sbiadita, dentro un album pieno di polvere. Io d'un tratto domandai: "Tutto bene, mamma?". Questo perché mia madre, totalmente noncurante delle buone maniere, aveva girato un poco la sua sedia e non levava più lo sguardo dalle due donne. In quel momento mi era parso che fosse impallidita, sbiancata proprio, come era stata durante la malattia. Dopo un po' mamma ci chiese scusa, si sentiva stanca e desiderava tornare subito a casa, per coricarsi un momento. Papà annuì, si alzò immediatamente, chiese alla cameriera dove fosse il telefono più vicino, e andò a chiamare un taxi. Quando uscimmo dal ristorante mia mamma dovette appoggiarsi al braccio e alla spalla di papà, io tenni aperta la porta per loro, raccomandai di fare attenzione agli scalini, e poi corsi ad aprire la portiera del taxi. Dopo ch'ebbe messo mamma seduta dietro, papà tornò al ristorante per pagare il conto. Lei sedeva dritta nel taxi, gli occhi scuri spalancati. Persino troppo spalancati. *** La sera fu chiamato il nuovo medico, e quando se ne andò papà chiamò anche quello vecchio. Il verdetto fu unanime: i due dottori prescrissero riposo assoluto. Papà invitò mamma a far suo il mio letto, le servì una tazza di latte e miele tiepida, la pregò di mandare giù almeno qualche sorso, insieme alle nuove pillole di sonnifero, e le chiese quanta luce gradiva.
Dopo un quarto d'ora fui spedito a sbirciare dallo spiraglio della porta: vidi mia madre addormentata. Dormì sino all'indomani mattina, allorché si svegliò di nuovo di buon'ora e si alzò per dare una mano a papà e me nelle faccende domestiche. Di nuovo ci preparò le uova fritte mentre io apparecchiavo la tavola e papà tagliava fine fine diverse verdure per l'insalata. E quando arrivò per noi il momento di uscire, papà diretto all'edificio Terra Santa e io alla scuola Tachmoni, mamma decise improvvisamente di uscire anche lei e di venire con me sino a scuola, perché lì nei pressi abitava la sua cara amica Lilienka, Lilia Bar Samka. Poi ci risultò che Lilienka mia mamma non l'aveva trovata in casa e per questo era andata dall'altra sua amica, Fania Weissman, che era stata anche lei una sua compagna di scuola al Tarbut di Rovno. Da casa di Fania Weissman mia mamma aveva raggiunto poco prima di mezzogiorno la stazione centrale degli autobus della Egghed a metà di via Giaffa ed era salita su quello per Tel Aviv, per andare a trovare le sue sorelle; o forse intendeva solo cambiare autobus, a Tel Aviv, e proseguire verso Haifa e Kiriat Motzkin, alla baracca dei suoi genitori. Ma una volta giunta alla stazione centrale di Tel Aviv, evidentemente aveva cambiato idea, e dopo una tazza di caffè nero in un bar, era tornata a Gerusalemme, nel tardo pomeriggio. A casa, si lamentò ch'era molto stanca. Inghiottì di nuovo due o tre delle nuove pillole per il sonno. O forse questa volta provò a tornare a quelle vecchie. Ma quella notte non riuscì a prendere sonno, l'emicrania tornò a tormentarla, trascorse tutte le ore della notte vestita, sulla sedia alla finestra. Alle due del mattino mia madre decise di mettersi a stirare. Accese la luce nella mia stanza che ormai era diventata la sua, aprì l'asse da stiro, preparò la, bottiglia d'acqua per spruzzare i vestiti, e stirò per varie ore, sinché non venne l'alba. Quand'ebbe finito tutti i vestiti, tirò fuori dall'armadio le lenzuola e le stirò tutte daccapo. E quand'ebbe finito anche quelle, si mise a stirare persino il telo che serviva da copriletto; finché forse per stanchezza forse perché era debole, lo bruciò e papà fu svegliato dall'odore di bruciato, svegliò allora anche me e restammo sbalorditi scoprendo che mia madre aveva stirato tutte le calze e i fazzoletti e i tovaglioli e la tovaglia. Tutto quel che c'era in casa. Il copriletto bruciato lo raffreddammo con l'acqua, in bagno, mamma la mettemmo a sedere sulla sedia mentre io e papà scendevamo in ginocchio a levarle le scarpe, una papà e una io. Poi papà mi pregò di uscire per qualche istante dalla stanza e di chiudere anche la porta. Feci come mi aveva detto, ma rimasi appiccicato
alla porta chiusa, lì fuori, perché ero in pena per lei. Volevo sentire. Mezz'ora circa parlarono in russo. Poi papà mi pregò di badare a mia madre per qualche minuto, andò in farmacia, le comprò una medicina, forse uno sciroppo, e telefonò dalla farmacia all'ufficio dello zio Tzvi che lavorava all'ospedale Donlo Zahal di Giaffa, e telefonò anche al lavoro dello zio Buma all'ambulatorio Zamenhof di Tel Aviv. A seguito di queste telefonate fu concordato fra papà e mamma che quella mattina stessa, il giovedì, lei sarebbe andata a Tel Aviv a casa di una delle sue sorelle, sì da riposarsi e cambiare un po' aria, o atmosfera. Sarebbe potuta restare quanto voleva, sino a domenica e persino sino a lunedì mattina, perché il lunedì pomeriggio Lilia Bar Samka era riuscita a combinarle un appuntamento per una visita all'ospedale Hadassah in via dei Profeti, che se non fosse stato per le conoscenze di zia Lilienka si sarebbe dovuto aspettare almeno un mese. E visto che mamma era molto debole e lamentava giramenti di testa, papà fu irremovibile: questa volta non l'avrebbe lasciata andare da sola a Tel Aviv, l'avrebbe accompagnata lui fino a casa di zia Haya e zio Tzvi, e magari si sarebbe fermato per la notte e l'indomani mattina, venerdì, sarebbe tornato a Gerusalemme con il primo autobus, sì da riuscire ad andare almeno per qualche ora al lavoro. Non volle saperne delle proteste di mamma, lei sosteneva che non ci fosse bisogno di accompagnarla, che sarebbe stato un peccato perdere la giornata di lavoro, insomma era ancora capace di andare sino a Tel Aviv e trovare casa di sua sorella. Non si sarebbe smarrita. Ma papà non volle sentire rimostranze. Cupo e testardo si dimostrò questa volta, fermamente deciso a fare come aveva detto. Io per parte mia promisi che finita la scuola sarei andato dritto, senza deviazioni di sorta, a casa di nonna Shlomit e nonno Alexander in vicolo Praga, avrei spiegato loro quel che era successo e sarei rimasto da loro sino all'indomani, al ritorno di papà. Senza per carità essere di peso in nessun modo a nonno e nonna, aiutandoli a dovere. Sparecchiando dopo mangiato, offrendomi di andare a buttare la spazzatura. E mi raccomando i compiti: non rimandare nulla al sabato. Mi chiamò: figlio saggio. E fors'anche ragazzo. E fuori si unì a noi in quel preciso momento la capinera Elisa, che trillò tre o quattro volte, con la sua allegria limpida, raggiante, le solite note beethoveniane del mattino: "Ti-dada-da-da...": cantò con una stupefazione speciale, quella mattina, con reverenza e gratitudine e un'ispirazione sublime, come se fino a quel momento la notte non fosse mai cessata. Come se quel mattino fosse il
primo dell'universo e la sua luce una luce dei miracoli quale mai ancora s'era schiusa, squarciando le immensità della tenebra.
61. Arrivai a Hulda che avevo quindici anni, circa due dopo la morte di mia madre: viso pallido fra le abbronzature, smunto quarto di pollo fra giovanotti corpacciuti e ben piantati, infaticabile parlantina fra taciturni, versificatore fra coltivatori, stallieri e trattoristi. I miei nuovi compagni di classe, maschi e femmine, delle "classi di proseguimento" a Hulda, erano tutti indistintamente menti sane in corpi sani - solo io ero una mente morbosetta in un corpo quasi trasparente. Peggio ancora: due o tre volte mi avevano beccato seduto in un angolo sperduto del kibbutz con dei fogli di carta e dei colori ad acquerello, mentre tentavo di dipingere. Oppure, nascosto nella sala di studio dietro quella dei giornali al piano terra della Casa Herzl, a scribacchiare e cancellare. Ben presto a Hulda iniziò maccarticamente a circolare la voce che avevo rapporti con l'Herut, che ero cresciuto in una famiglia revisionista. In qualche modo, si sospettava l'esistenza di oscuri legami fra me e quel detestabile demagogo di Menachem Begin, leader degli avversari giurati del movimento laburista. In breve: un po' un'educazione distorta, un po' un D.N.A. irreparabilmente fallato. A nulla valse il fatto che fossi arrivato a Hulda in seguito a un atto radicale di ribellione contro il mondo di mio padre e della sua famiglia. Né giocò a mio favore il riscatto dal Partito Herut, e nemmeno quella risata sguaiata durante il discorso di Menachem Begin nella sala dell'Edison: il bambino coraggioso nella favola del re nudo, proprio qui a Hulda era sospettato di essere l'equivoco agente al soldo dei perfidi sarti. Invano facevo del mio meglio per eccellere nel lavoro dei campi e trascurare invece gli studi. Invano mi ustionai come carne cruda sullo
spiedo, nel tentativo di diventare abbronzato come loro. Invano nelle discussioni al circolo sull'attualità mi dimostravo il socialista più socialista di Hulda, se non di tutta la classe operaia. Nulla mi servi: per loro restavo una specie di alieno, un estraneo strano, e per questo i miei compagni di classe continuavano a infierire su di me senza pietà, invitandomi a liberarmi una volta per tutte dalle mie stranezze e diventare uno di loro. Una volta mi mandarono di corsa alla stalla senza torcia, nel cuore della notte, a controllare e riferire se per caso non ci fosse qualche vacca in calore che avesse urgente bisogno dei favori del toro. Un'altra mi assegnarono al turno di lavoro nel settore sanitario. Un'altra fui mandato nel pulcinaio a dividere i maschi dalle femmine nella gabbia delle anitre: sì che non dimenticassi mai da dove venivo, e non ci fossero illusioni di sorta su dove ero arrivato. Io, dal canto mio, accolsi tutto con umiltà, perché sapevo che il processo del mio sradicamento da Gerusalemme, il mio nuovo travaglio di parto, sarebbe stato necessariamente doloroso. Mi rassegnai quindi alle angherie e alle umiliazioni, non perché soffrissi di un complesso d'inferiorità, ma perché ero effettivamente inferiore: loro, i ragazzi ben piantati, temprati dal sole e dalla terra, e le ragazze robuste con la crocchia di capelli e il gonnellone, loro erano l'orchestra della Terra. Il sale della Terra. I padroni di tutta la Terra. Belli come angeli, belli come le notti di Canaan, costruiremo la nostra terra, patria nostra, saremo tutti pionieri e pioniere. Tutti - eccetto me. Per quanto mi fossi abbronzato, non avrei illuso nessuno: tutti sapevano bene - lo sapevo anch'io - che, malgrado la mia pelle fosse diventata finalmente bella scura, dentro restavo pallido. Per quanto mi fossi dedicato anima e corpo al lavoro, imparando persino a passare i tubi per l'irrigazione nei campi per il foraggio, a guidare il trattore, a sparare senza sbagliare mira con la vecchia carabina, dalla mia pelle non c'era verso di uscire: oltre tutti i mascheramenti che mi ero steso addosso, faceva capolino quel gracile bambino di città, anima bella, sensibile, instancabile chiacchierone, fantasioso inventore di storie bislacche di cui nessuno aveva mai sentito parlare e che comunque qui non interessavano a nessuno. Loro, invece, mi sembravano tutti sublimi: i ragazzi gagliardi capaci di segnare con la sinistra un gol da venti metri di distanza, spezzare la testa a un giovane pollo senza battere ciglio, fare un'incursione notturna al magazzino delle provviste e portare via qualche leccornia per il picnic intorno al fuoco. E le ragazze impavide, capaci di marciare per trenta chilometri al giorno con
uno zaino di trenta chili sulle spalle, e dopo tutto ciò trovare ancora l'energia per ballare sino a tarda notte, le gonne celesti che svolazzavano nel cerchio delle danze, come se la forza stessa di gravità non osasse far presa su di loro, e dopo le danze restare ancora sedute con noi fino all'alba a cantare sotto il cielo stellato: note struggenti, cori languidi a due, tre voci, schiena contro schiena, a cantare e irradiare tutt'intorno una luce sensuale, innocente e travolgente, travolgente proprio perché così innocente, celestiale, pura come un canto angelico. Ma certo: sapevo qual era il mio posto. Ero conscio dei miei limiti. Niente passi più lunghi della gamba. Certo, gli uomini nascono tutti uguali, è un principio fondamentale su cui si basa la vita in kibbutz. Ma l'amore è terreno per le forze della natura, non per il comitato per l'uguaglianza. E sul terreno dell'amore, come ben si sa, solo i cedri attecchiscono, non certo l'issopo del muro. Ma, come ben si sa, anche i gatti hanno diritto di contemplare il re. In effetti guardavo tutto il giorno e anche la notte a letto, dopo aver chiuso gli occhi, continuavo a guardare i bei soldati biondi. E soprattutto guardavo le ragazze. Quanto guardavo. Fissavo con occhi famelici. Persino nel sonno piantavo i miei occhi ardenti e disperati di vitello. Senza alcuna speranza, peraltro: sapevo che non erano per me, loro. Loro, i maschi, il vanto d'Israele - io il baco di Giacobbe. Loro, le ragazze, la schiera di gazzelle silvestri, e io lo sciacallo solitario che lagnava oltre il muro di cinta. E fra tutte - la ciliegia sulla torta - Nilli. Erano tutte belle come un sole. Tutte. Ma Nilli - intorno a Nilli fremeva sempre un cerchio di giubilo. Nilli cantava camminando, per il sentiero, sul prato, nel boschetto, fra le aiuole - camminava e cantava fra sé e sé. E anche quando non cantava, a me sembrava stesse cantando. Che cosa mai avrà da cantare, mi domandavo a volte dal profondo dei miei tormenti sedicenni, che cosa ha sempre da cantare? Che cosa c'è di tanto bello in questo mondo? Insomma, tormento fatale che strazia/angoscia di vita/del passato inconoscibile/del domani inimmaginabile..., e lei ha ancora il coraggio di decantare tanta gioia di vivere? Un'allegria così radiosa? Una felicità come la sua? Insomma, non ha mai sentito dire che i Monti di Efraim han preso/ una giovane vittima ancora/...così è anche la nostra vita/di sacrificio al popolo?... Insomma, Nilli non sa nulla di tutto questo? Non ha neanche una vaga idea del fatto che abbiam perduto quanto di più caro c'era/e mai più a noi tornerà?...
Incredibile. Quasi irritante ma anche seducente: come una lucciola. Intorno al kibbutz Hulda dimorava un'oscurità profonda. Ogni notte un abisso nero iniziava a dispiegarsi a due metri di distanza dal fascio di luci gialle dei lampioni di cinta, e si estendeva sino alle estremità della notte, sino alle remote stelle del cielo. Oltre la recinzione di filo spinato c'erano campi deserti, frutteti abbandonati alla tenebra, colline senza anima viva, orti esposti al vento della notte, rovine di villaggi arabi - non come oggi, quando ormai da Hulda lo sguardo incontra in ogni direzione grappoli fitti di luce. Negli anni cinquanta era ancora tutto vuoto, intorno. E dentro quel vuoto immenso s'infiltravano nel cuore della notte i terroristi feddayin. Dentro quel grande vuoto c'erano anche la macchia boschiva sulla collina, e l'uliveto, le piantagioni, dove vagavano con il favore del buio sciacalli bavosi il cui ululato folle, agghiacciante, squarciava i nostri sonni e raggelava il sangue poco prima dell'alba (erano quegli sciacalli che qualche anno dopo ho assunto alle mie dipendenze, che ho reclutato per i racconti "Le terre dello sciacallo", anche se fra allora e oggi ormai si sono zittiti. Hanno smesso di ululare. Per molto tempo sembravano spariti dalla piana costiera, e solo ultimamente sono tornati). Nemmeno entro la cinta sorvegliata del kibbutz la notte c'era molta luce: a tratti un fiacco lampione spandeva una chiazza fioca di luce, ma fra un lampione e l'altro era di nuovo buio fitto. Dei guardiani infagottati giravano fra i pollai e le stalle, ogni mezz'ora o un'ora la guardia spuntava dall'inferriata del cucinino della casa dei neonati e passava a controllare il dormitorio dei più grandicelli, poi tornava. Ogni sera dovevamo fare un gran chiasso per non cadere in preda al vuoto e alla tristezza. Ogni sera ci radunavamo e facevamo tutti insieme qualcosa di rumoroso, quasi frastornante, fino a mezzanotte e oltre, sì che la tenebra non penetrasse nelle stanze e dentro le ossa e spegnesse l'anima. Cantavamo e gridavamo, ci ingozzavamo, discutevamo, ci riempivamo la bocca di volgarità, spettegolavamo, scherzavamo, tutto per scacciare la tenebra, il silenzio e l'ululato degli sciacalli. A quei tempi non c'erano televisione video stereo Internet e giochi elettronici, nemmeno discoteche e pub e nemmeno musica da discoteca: proiettavano un film alla Casa Herzl, o sullo spiazzo del prato, solo una volta alla settimana, il mercoledì. E così, sera dopo sera, ci dovevamo mobilitare per inventare luce e allegria. Quanto agli adulti del kibbutz - quelli che noi chiamavamo "i vecchi" anche se per lo più avevano appena passato i quaranta -, non pochi
di loro si erano già spenti per i troppi doveri è la militanza e le delusioni e il lavoro sfiancante e le sedute e i comitati e le corvée nei campi e i turni e le giornate di studio e gli straordinari di lavoro quando c'era da raccogliere il cotone e le attività culturali. E l'attrito del tran tran. Non pochi di loro erano persone spente. Alle nove e mezzo, dieci meno un quarto, le deboli luci sparivano una dopo l'altra alle finestre delle case nella residenza dei veterani: domani c'è di nuovo da alzarsi alle quattro e mezzo, per la raccolta o la prima mungitura o la coltura o per il turno nella cucina comune. In quelle notti, la luce era una merce rara e preziosa, a Hulda. E Nilli era una lucciola. Lucciola? Un generatore. Una centrale elettrica al completo. *** Nilli sprizzava sperperando tutt'intorno a sé una specie di gioia di vita inesauribile, una gioia senza ragione né scopo, senza fondamento, senza movente, nulla che dovesse succedere per provocare quell'impeto di allegria traboccante. Certo, qualche volta la vidi anche triste per un momento, e piangeva impunemente se le facevano qualcosa o se le sembrava di aver subito un torto o un'ingiustizia. Singhiozzava smodatamente per un film triste, lacrimava sopra la pagina di un romanzo strappacuore. Ma la sua tristezza era sempre ben chiusa dentro un potente paio di manette di gioia perenne e tenace come lo zampillo di una sorgente calda e non c'è neve o ghiaccio al mondo capace di arrestare quel calore che sgorga dritto dal centro della Terra. Forse era una cosa di famiglia. L'aveva preso dai suoi genitori: Rivali, ad esempio, la madre di Nilli, era capace di ascoltare musica dentro la testa, anche quando non c'era né avrebbe potuto esserci musica alcuna nei paraggi. Mentre Sheftel, il bibliotecario, girava in canottiera per il kibbutz e cantava, lavorava nell'orto e cantava, portava sulle spalle dei sacchi pesanti e cantava, e quando ti diceva "andrà tutto bene" ci credeva sul serio, ci credeva sempre, totalmente, senza un'ombra di dubbio, senza la minima reticenza: non preoccuparti. Andrà tutto bene. Presto. Esterno qual ero, quindici forse sedici anni di età, rimiravo la gioia radiosa di Nilli come si rimira la luna piena: lontana, irraggiungibile eppure attraente, irresistibile. Ovvio: solo di lontano. Chi ero io? Luci brillanti come quelle, io e quelli della mia fatta avevamo solo il permesso di guardare. Negli ultimi due anni
di scuola, e poi, negli anni del servizio militare, avevo una ragazza che non era del kibbutz, mentre Nilli disponeva di uno stuolo di aristocratici corteggiatori, e intorno a loro un secondo cerchio di aspiranti spasimanti incantati, e un terzo di umili, muti ammiratori, e un quarto di uditori a distanza, mentre nel quinto, forse sesto cerchio c'ero anch'io, l'issopo sbucato dal muro che qualche volta lei aveva accarezzato persino, inavvertitamente, con un raggio generoso, e sfiorato senza lontanamente immaginare quel che aveva provocato. *** Quando fui beccato a scribacchiare poesie nella stanza sul retro della casa della cultura di Hulda, fu ormai chiaro a tutti che da me non se ne sarebbe cavato nulla di buono. Ciononostante, tanto valeva, dopo quella flagranza, approfittarne incaricandomi di scrivere versi acconci per ogni sorta di occasioni: celebrazioni allegre, matrimoni e feste e, all'occorrenza, anche necrologi e formule per le commemorazioni. Mentre le poesie melense che ero riuscito a occultare (in fondo, nella paglia di un vecchio materasso), ogni tanto non potevo fare a meno di mostrarne qualche assaggio a Nilli. Perché fra tutte proprio a lei? Forse sentivo il bisogno di testare che cosa delle mie poesie notturne si sarebbe disfatto a contatto con i raggi del sole, e che cosa invece, forse, sarebbe riuscito a sopravvivere. Ancora oggi, Nilli è la mia prima lettrice. E quando trova, nelle minute, qualcosa di sbagliato, mi dice: guarda questo non funziona. Cancella. Riscrivilo di nuovo. Oppure: basta. Lo sappiamo. Questo l'hai già scritto. Non è il caso di ripeterlo. Ma quando qualche cosa le piace, Nilli leva gli occhi dalle pagine verso di me e mi guarda così, e la stanza s'allarga. Quando esce qualcosa di triste lei dice, mi fa venire le lacrime questo brano. E quando invece il passo è buffo non dice niente però se ne viene fuori con una risata fragorosa. Poi leggono le mie figlie e legge mio figlio, tutti e tre dotati di occhio penetrante e orecchio fino. Dopo un certo tempo toccherà anche agli amici, e dopo di loro ai lettori e poi agli esperti di letteratura, ai professori ai critici e agli squadroni della morte. Ma ora che arrivi quel momento, io non sono più nei paraggi. In quel periodo, insomma, Nilli usciva con il fior fiore della terra, mentre io non promettevo granché: quando la principessa, accerchiata da uno stuolo di spasimanti, passava davanti alla casupola di un servo della gleba, questi tutt'al più levava un istante lo sguardo verso di lei, ne restava
abbagliato e tanto gli bastava. Perciò fece grande scalpore a Hulda, e persino negli abitati vicini, la scoperta, un giorno, che la luce del sole era scesa a inondare inaspettatamente il lato oscuro della luna. Quel giorno a Hulda le vacche posarono uova, dalle mammelle delle pecore sgorgò il vino e gli eucalipti stillarono latte e miele. Dietro il magazzino dell'ovile furono avvistati degli orsi polari e l'imperatore del Giappone declamava brani di A.D. Gordon nei pressi della lavanderia, i monti trasudavano nettare e le colline si sdilinquivano. Settantasette ore filate il sole rimase impalato sopra le fronde dei cipressi, senza volerne sapere di tramontare. E io andai alla doccia dei maschi deserta, chiusi bene la porta, mi fermai davanti allo specchio e domandai a voce alta, specchio specchio delle mie brame, dimmi, come è potuto succedere? Che ho fatto per meritare tutto questo?
62. Trentotto anni aveva mia madre quando morì. Alla mia età di adesso, potrei esserle padre. Dopo la sua sepoltura, mio padre e io restammo a casa alcuni giorni. Lui non andò al lavoro e io non andai al Tachmoni. La porta di casa nostra restava aperta tutto il giorno. Sin dal mattino era un continuo viavai di vicini e conoscenti e parenti. Buone vicine si incaricarono di offrire qualcosa da bere e tutti, c'erano anche il caffè e i biscotti e il tè. Di tanto in tanto venivo invitato a casa loro a mangiare qualcosa di caldo. Sorbivo educatamente un cucchiaio di minestra, sbocconcellavo mezza polpetta e tornavo di corsa da papà. Non volevo che restasse lì da solo. Benché solo non fosse: dalla mattina sino alle dieci, dieci e mezzo di sera, la nostra casa era piena di gente in visita di condoglianze. Le vicine avevano preso delle sedie e le avevano disposte lungo le pareti della biblioteca. Sul letto dei miei genitori stazionava per tutto il giorno un mucchio di cappotti altrui. Nonno e nonna venivano esiliati per gran parte del tempo nell'altra stanza, era papà a supplicarli di restare lì, perché la loro presenza lo angustiava: nonno Alexander ogni tanto scoppiava improvvisamente in un pianto russo, fragoroso, un pianto singhiozzante, mentre nonna Shlomit correva incessantemente fra gli ospiti e la cucina, strappava di mano le tazze e i piattini quasi di forza, lavava una stoviglia per volta con il detersivo e sciacquava bene e asciugava e rimetteva nell'armadio e di lì tornava nella stanza degli ospiti. Ogni cucchiaino che non fosse lavato sul momento, rappresentava per nonna Shlomit un pericoloso agente delle forze responsabili della tragedia.
Lì, nell'altra stanza, nonno e nonna si intrattenevano con alcuni ospiti che avevano già trascorso qualche tempo con me e papà e tuttavia trovavano giusto fermarsi ancora un momento. Nonno Alexander, che adorava sua nuora e aveva sempre temuto la sua tristezza, camminava avanti e indietro dondolando il capo come per impulso di un'ironia furibonda, e poi d'un tratto elevava il suo lamento: "Come è potuto succedere?! Come?! Bella! Giovane! Così dotata! Talentuosa! Come è potuto accadere?! Me lo spiegate voi?!". Si fermava in un angolo, e voltando la schiena a tutti singhiozzava rumorosamente, era come una tosse, le spalle che sussultavano. Nonna lo sgridava: "Zusya. Smettila per favore. Basta ti prego. Lonya e il bambino non possono reggere questo tuo comportamento. Smettila per favore! Dominati! Per davvero! Prendi esempio da Lonya e dal bambino, guarda come si comportano loro! Davvero! ". Nonno le ubbidiva subito, si sedeva coprendosi il viso con le mani. Ma dopo un quarto d'ora gli usciva di nuovo un lamento disperato: "Così giovane!! Bella! Bella come un angelo! Giovane! Talentuosa! Come è possibile! Me lo spiegate voi?!". *** Vennero le amiche di mia madre, Lilia Bar Samka e Rachele Engel ed Esterika Ben Meir e Fania Weissmann e qualcun'altra ancora, amiche dei tempi del liceo Tarbut. Prendevano un tè e parlavano degli anni della scuola. Rievocavano i tempi della gioventù di mia madre, il fascinoso Issachar Reis, il preside di cui tutte le ragazze erano segretamente innamorate e dalla infelice vita matrimoniale. Parlavano anche di altri insegnanti. A un certo punto zia Lilienka prese coraggio e domandò con delicatezza a papà se quei discorsi, quei loro ricordi, quegli aneddoti, non gli facevano per caso male. Forse sarebbe stato meglio parlare d'altro, no? Ma mio padre, che, sfinito e con la barba non fatta, passava tutta la giornata sulla sedia su cui mamma aveva trascorso le sue notti insonni, scosse il capo apaticamente e con la mano fece come per dire: continuate pure. Zia Lilia, cioè il dottor Bar Samka, era ancora convinta che lei e io dovessimo parlare a quattr'occhi, benché io facessi di tutto per sfuggire cortesemente a quelle occasioni. Visto che nell'altra stanza c'erano nonna, nonno e alcuni altri parenti di papà, visto che la cucina era sotto il controllo delle buone vicine e anche nonna Shlomit vi andava e veniva in
continuazione per strigliare piatti e cucchiaini, zia Lilia mi prese per mano e mi condusse in bagno, chiudendo a chiave la porta. Era strana, addirittura repellente, l'intimità con quella donna nel bagno chiuso a chiave da dentro. Solo nelle mie torbide fantasie dei momenti bassi mi erano capitate simili esperienze. Ma zia Lilia sfoderò un sorriso amabile, si sedette sul coperchio del gabinetto e mi fece sedere davanti a lei, sul bordo della vasca. Mi guardò un momento in silenzio, con immensa pietà, con le lacrime agli occhi, e poi mi parlò per qualche minuto non di mia madre e nemmeno del liceo a Rovno bensì della forza smisurata dell'arte e del legame fra l'arte e la vita interiore dell'anima. E quei discorsi mi fecero rattrappire un po' dentro le scarpe. Poi zia Lilia mutò il tono di voce e mi delucidò sulla mia nuova, adulta responsabilità: quella di badare a mio padre, di portare un poco di luce nel buio della sua vita e procurargli almeno un briciolo di serenità, ad esempio, prendendo dei bei voti a scuola. Poi si diede a disquisire di me e dei miei sentimenti: voleva assolutamente sapere che cosa avevo pensato nel momento in cui avevo saputo della disgrazia... quali erano state le mie emozioni in quell'istante... e quali adesso... Per venirmi incontro zia Lilia iniziò a enumerare un elenco di sentimenti diversi, come per invitarmi a fare una cernita o per chiedermi di cancellare quelli che non interessavano: tristezza? Paura? Ansia? Nostalgia? Forse un po' di rabbia? Stupore? Senso di colpa? Perché ne avrai già sentito parlare, o letto da qualche parte, che in casi come questi compaiono ogni tanto anche i sensi di colpa, no? E che dire dell'incredulità? Del dolore? O un certo qual rifiuto di fare i conti con la nuova realtà? Chiesi educatamente scusa e mi alzai in piedi. Per un attimo mi prese il panico: e se chiudendo la porta zia Lilienka avesse nascosto la chiave del bagno in tasca e ora non mi lasciasse uscire prima di aver risposto a tutte le sue domande, una per una? Ma la chiave era rimasta al suo posto, dentro il buco della serratura. Uscendo udii ancora dietro di me la sua voce preoccupata: "Forse è ancora un po' presto per te, per parlare di queste cose. Ricorda solo, per favore, quando ti sentirai pronto, di non esitare un solo istante prima di venire da me. Sono convinta che Fania, la tua povera mamma, desiderava tanto che fra me e te restasse un legame profondo". Scappai via. ***
In salotto c'erano in quel momento tre o quattro dirigenti del Partito Herut di Gerusalemme, personaggi conosciuti in città: si erano dati appuntamento con le consorti in un caffè ed erano arrivati tutti insieme a mo' di piccola delegazione, a porgerci le condoglianze. Si erano anticipatamente messi d'accordo per tentare di distrarre papà facendolo parlare di politica: in quel periodo il parlamento stava discutendo la questione del risarcimento che il primo ministro Ben Gurion aveva firmato con il cancelliere della Germania occidentale, Adenauer, un accordo che il movimento Herut considerava una vergogna e un abominio, un insulto alla memoria delle vittime del nazismo e una macchia indelebile sulla coscienza del giovane stato. Alcuni ospiti erano dell'avviso che fosse nostro dovere boicottare questo accordo a qualsiasi prezzo, anche col sangue. Papà non partecipò quasi alla discussione, si limitò ad annuire alcune volte; fui io però questa volta ch'ebbi l'ardire di prendere la parola e rivolgermi a quei pezzi grossi di Gerusalemme, anche per liberarmi dalla congestione di quel discorso in bagno: le parole di zia Lilia erano state per me come il graffio di un gesso sulla lavagna. Per anni, ripensando a quel momento, la faccia mi si contraeva in una smorfia involontaria. E ancora adesso, il ricordo assomiglia al morso su un frutto marcio. Poi, i responsabili della sezione dell'Herut passarono nell'altra stanza, a consolare anche con il supporto della loro indignazione per l'accordo di risarcimento il nonno Alexander. Io li seguii, perché volevo continuare a partecipare alla discussione sulle tecniche di rivoluzione allo scopo di rovesciare il disgustoso compromesso con i nostri assassini e con l'occasione far finalmente cadere il governo rosso di Ben Gurion. Li seguii nell'altra stanza anche perché zia Lilia, uscita dal bagno, propose a mio padre di prendere una pillola di ottimo tranquillante che aveva portato lei, e che appena presa l'avrebbe fatto sentire molto meglio. Ma papà storse il viso e rispose di no. E questa volta si dimenticò persino di dirle grazie. *** Vennero i coniugi Turan e anche i Lemberg e i Rosendorf e i Bar Yzhar, vennero Getzel e Isabela Nachlieli della Patria del fanciullo e altri conoscenti e vicini di Kerem Abraham, venne zio Dudek, il comandante di polizia, con sua moglie Tocia, una donna simpatica, e il dottor Fefermann e altri impiegati dell'emeroteca, vennero altri bibliotecari di diversi dipartimenti della Biblioteca nazionale. Vennero Stashek e Mala Rodintzky,
e alcuni intellettuali e librai e il signor Yehoshua Czeczik, l'editore di papà di Tel Aviv. Arrivò anche lo zio Yosef, il professor Klausner; una sera entrò a casa nostra tutto agitato e spaventato, fece scorrere sulla spalla di papà qualche silenziosa lacrima di vecchio, e mormorò: "Una perdita irreparabile". Vennero dei conoscenti delle serate al caffè, vennero gli scrittori gerosolimitani, Yehudah Yaari e Shraga Kadari e Dov Kimche e Ytzhak Shenhar, vennero il professor Halkin e consorte e anche il professor Benett, esperto di storia dell'Islam, e il professor Ytzhak Fritz Bear, esperto di storia degli ebrei nella Spagna cattolica. E con loro qualche giovane assistente in rapida ascesa verso il firmamento accademico. Vennero anche due miei insegnanti del Tachmoni, e alcuni miei compagni di classe, e i Krokmal, Toshia e Gustav Krokmal dell'officina per la riparazione dei giocattoli e bambole rotte, che ora si chiamava "Ospedale delle bambole". Vennero Tserta e Yaakov David Abramsky il cui figlio primogenito, Yonatan, era stato assassinato sul finire della guerra d'Indipendenza da un cecchino giordano che gli aveva sparato da una finestra dell'accademia di polizia oltre la linea del fronte. Aveva dodici anni Yoni, quando morì. Una pallottola gli entrò in fronte mentre stava giocando nel cortile di casa, un sabato mattina. In quel preciso momento i suoi genitori erano da noi, stavano prendendo il tè con i pasticcini, e quando l'ambulanza era passata a sirena spiegata lungo la nostra via per andare a prendere Yoni e dopo qualche minuto il lamento della sirena era tornato ma nella direzione opposta, verso l'ospedale, mia madre sentendo la sirena aveva commentato che tutti passavamo il tempo a fare progetti d'ogni sorta e intanto c'era chi al buio se la rideva di noi e di tutti i nostri progetti. E Tserta Abramsky aveva detto è vero, è così la vita, comunque la gente continuerà a fare progetti perché altrimenti resta solo la disperazione. E dopo una decina di minuti era arrivato un vicino a chiamare gli Abramsky ma senza agitarli, li aveva portati in cortile e lì aveva raccontato loro un po' meno della verità e loro erano corsi via con lui tanto che zia Tserta aveva dimenticato da noi la sua borsa con il portafoglio e i documenti. E l'indomani, quando eravamo andati da loro per la visita di condoglianze, papà le aveva restituito in silenzio quella borsa dopo aver abbracciato sia lei sia il signor Abramsky. E adesso erano loro due che in lacrime abbracciavano mio padre e me, ma senza avere con sé nessuna borsa da restituire. Mio padre tratteneva le lacrime. O comunque in mia presenza non pianse mai. Restò sempre dell'opinione che le lacrime fossero una cosa
acconcia per le donne, ma non per gli uomini. Passava la giornata sulla sedia ch'era stata di mamma, sempre più scuro in viso, con le setole dure della barba lunga in segno di lutto, accoglieva gli ospiti con un cenno del capo e con lo stesso gesto li congedava. Non parlava quasi, in quei giorni, come se la morte di mamma l'avesse guarito di colpo dalla sua mania di spezzare ogni silenzio. Adesso passava giorni interi muto, a lasciar parlare gli altri - di mia madre, di letteratura e di libri, di capovolgimenti della situazione politica. Io cercavo sempre di sedermi davanti a lui: durante le ore del giorno, non gli toglievo quasi mai gli occhi di dosso. E lui, dal canto suo, quando gli passavo vicino, mi dava stancamente una piccola pacca o due sul braccio o sulla schiena. A parte questo, non ci parlavamo. *** I genitori di mia madre e le sue sorelle non vennero a Gerusalemme durante la settimana di lutto stretto e nemmeno nei giorni che seguirono: la piansero per conto loro, a casa della zia Haya a Tel Aviv, dal momento che addossavano su mio padre la colpa della tragedia e non sopportavano di vederlo. Persino al funerale, così mi raccontarono, mio padre stette con i suoi genitori mentre le sorelle di mamma rimasero da una parte con i loro, e per tutta la cerimonia e durante la sepoltura i due fronti non si scambiarono nemmeno una parola. Io non c'ero, al funerale di mia madre: zia Lilia, Leah Kalisch Bar Samka, che da noi era considerata un'esperta di sentimenti in generale e di educazione infantile nello specifico, temeva l'impatto della sepoltura sulla psiche del bambino. E da allora nessun membro della famiglia Mussman mise più piede a casa nostra a Gerusalemme, mentre papà, dal canto suo, non andò da loro né mai più tentò di riallacciare i rapporti perché si sentiva molto offeso da quei gravi sospetti caduti su di lui. Per anni, mi toccò saltabellare fra un fronte e l'altro. Nel corso delle prime settimane trasmisi anche messaggi indiretti per tutto ciò che riguardava gli effetti personali di mia madre, e qualche volta ebbi a consegnare gli oggetti stessi. Negli anni seguenti, le zie indagavano con me prudentemente sulla mia vita quotidiana a casa nostra, mi chiedevano notizie di mio padre e di nonno e nonna, della nuova moglie di papà, e anche sulla situazione economica. Tuttavia erano sempre solerti nell'interrompere la mia risposta con parole del tipo: "Non mi interessa sapere". O: "Basta. Basta e avanza quel che ci hai già detto". Anche mio padre, del resto, ogni tanto voleva sapere da me qualche cosetta
sulle zie e su come stava la famiglia e come stavano mio nonno e mia nonna di Kiriat Motzkin. Ma appena iniziavo a rispondergli, diventava giallo di dispiacere e faceva un gesto come a dire no, pregandomi di tacere. Di non entrare in argomento. Alla morte di nonna Shlomit, nel '58, le due zie e anche nonno e nonna per parte di mia madre mi chiesero di porgere le loro condoglianze a nonno Alexander, che per i Mussman era l'unico Klausner veramente di buon cuore. E quindici anni dopo, quando dissi a nonno Alexander della morte dell'altro mio nonno, lui batté le mani, se le mise sulle orecchie e lanciò un grido, di rabbia e non di dolore: "'Boje moy'! Mio Dio! Ma era così giovane! Un uomo semplice, ma interessante! Profondo! E tu, di' a tutti loro che il mio cuore piange per lui! Dillo esattamente con queste parole, per piacere: il cuore di Alexander Klausner piange per la morte prematura del caro signor Hertz Mussman!". Anche passati i sette giorni di lutto stretto, quando finalmente la casa si svuotò e papà e io chiudemmo a chiave la porta, soli lui e io, continuammo a non parlarci quasi. A parte che per le cose più indispensabili: la porta della cucina è bloccata. Oggi non hanno portato la posta. Il bagno è libero ma manca la carta igienica. Ed evitavamo anche di incontrarci con gli occhi: come se ci vergognassimo tremendamente di qualcosa, qualcosa che avevamo combinato tutti e due e che sarebbe stato meglio non fare e almeno sarebbe stato meglio vergognarsi in disparte e senza un complice che sa di te tutto quello che tu sai di lui. Di mia madre non parlammo mai. Nemmeno una parola. Nemmeno di noi. Nemmeno di argomenti che fossero in odore di sentimento. Parlavamo della Guerra fredda. Parlavamo dell'assassinio di re Abdullah e delle minacce che si prospettavano all'orizzonte. Papà mi spiegò per esteso la differenza tra simbolo, metafora e allegoria, tra saga e leggenda. Anche su quella che correva fra liberalismo e socialdemocrazia, mi offri un chiarimento esaustivo. E ogni mattina, anche in quelle giornate di gennaio grigie, nebbiose e gocciolanti, alla prima luce del giorno, dai rami spogli e bagnati risaliva puntuale il cinguettio pietoso della capinera allegra, pur se intirizzita: "Ti-da- da-da-da ...", solo che nel cuore di quell'inverno non ripeteva tre o quattro volte l'accordo, come faceva d'estate. Lo cantava una volta soltanto. E poi zitta. Di mia madre non ho parlato quasi mai, per tutta la mia vita fino a ora, che scrivo queste pagine. Né con mio padre né con mia moglie né con i miei figli né con nessun altro. Dopo la morte di mio padre, nemmeno di lui ho quasi mai parlato. Come fossi stato un trovatello.
*** Nelle prime settimane dopo la tragedia, la casa fu abbandonata a sé stessa. Né mio padre né io toglievamo via i rimasugli di cibo dalla cerata della cucina, non ci curavamo delle stoviglie dopo averle affondate nell'acqua torbida del lavandino finché non erano finite e s'imponeva allora la necessità di pescare da quella fanghiglia due piatti, due forchette e due coltelli, passarli sotto il rubinetto, usarli e rimetterli dentro quel liquame ormai fetido. Anche il cestino della spazzatura ormai traboccava e puzzava, perché nessuno di noi due aveva voglia di andare a svuotarlo. I vestiti li gettavamo su tutte le sedie di casa e se avevamo bisogno di una sedia buttavamo semplicemente per terra tutto quel che aveva sopra. Carte e libri e bucce e brandelli e fazzoletti usati e pile di giornali ingialliti coprivano il pavimento. Fiocchi grigi di polvere svolazzavano su tutte le piastrelle di casa. Anche quando il gabinetto si otturò quasi completamente, nessuno di noi due mosse un dito. Cumuli di roba da lavare scivolavano dal bagno fin sul corridoio, dove c'erano già ad aspettarli bottiglie vuote, cartocci, buste usate e vecchie confezioni di prodotti alimentari (più o meno così ho descritto l'appartamento di Fima nel romanzo omonimo). E tuttavia, in quel caos, dimorava nella nostra taciturna casa una profonda considerazione reciproca: papà mi esonerò finalmente dalla consegna del coprifuoco, e lasciò a me decidere quando spegnere la luce. E io, d'altro canto, tornato da scuola nell'appartamento deserto e trasandato, mi preparavo qualcosa da mangiare: un uovo sodo e formaggio e pane e verdura e qualche sardina o del tonno in scatola. Anche per papà preparavo due fette di pane con pomodoro e un uovo sodo, benché quasi sempre lui mangiasse qualcosa prima, alla caffetteria del Terra Santa. Malgrado il silenzio e il ritegno, papà e io eravamo vicini, in quei giorni, vicini come nell'inverno passato, un anno e un mese prima della tragedia, quando la situazione di mamma era peggiorata e lui e io ci sentivamo come due barellieri, che insieme trasportavano lungo una china impervia la loro paziente. Ora, ci trasportavamo a vicenda. In quelle settimane invernali non aprimmo mai le finestre. Come se avessimo paura di perdere il fetore dentro casa. Come se stessimo bene l'uno negli odori corporei dell'altro, anche quando questi odori erano divenuti densi e opprimenti. Sotto gli occhi di papà erano comparsi degli aloni scuri come quelli che aveva avuto mamma ai tempi delle insonnie. Mi svegliavo di soprassalto la notte e scalzo andavo a sbirciare nella stanza di
lui, per accertarmi che non fosse sveglio, seduto sulla sedia e con lo sguardo tristemente fisso alla finestra, come lei. Ma mio padre la notte non stava seduto alla finestra e non fissava gli squarci di nuvole o la luna. Si era comprato un piccolo apparecchio radio con un occhio verde di marca Philips, e l'aveva messo accanto al letto: si coricava al buio e ascoltava tutto. A mezzanotte, quando i programmi de "La voce d'Israele" si interrompevano e veniva una lunga deprimente sirena, papà si alzava, tendeva la mano e si sintonizzava sulla BBC di Londra. Un giorno, verso il tardo pomeriggio, arrivò improvvisamente nonna Shlomit con due piatti pieni di pietanze che aveva preparato per noi. Appena le ebbi aperto la porta, inorridì chissà se per lo spettacolo o il fetore. Senza praticamente proferire parola, scappò via. Ma tornò già l'indomani alle sette del mattino, questa volta fornita di due domestiche e di un intero arsenale di attrezzatura da pulizia e disinfezione. Stabilì il suo quartier generale nonché ponte di comando su una panca in cortile davanti alla porta, e di lì gestì un'operazione che sarebbe durata circa tre giorni. Fu così che la casa tornò in ordine e mio padre e io non trascurammo mai più i nostri doveri domestici. Una delle domestiche fu assoldata, e da allora veniva da noi due volte alla settimana. La casa venne arieggiata e pulita, e dopo due o tre mesi decidemmo anche di chiamare l'imbianchino. Ma dopo quelle settimane di caos, non mi sono mai più liberato da un'ossessione dell'ordine che ancora oggi angustia i miei familiari: bastano un pezzo di carta fuori posto, un giornale non piegato o una tazza sporca per attentare alla mia serenità, se non alla mia lucidità di mente. Come un ispettore del K.G.B., o un Frankenstein, o forse piuttosto a somiglianza della follia igienica di nonna Shlomit, ancora oggi setaccio la casa ogni qualche ora, esiliando crudelmente nella sperduta Siberia lo sventurato oggetto capitato per caso al posto sbagliato, precipitando in fondo a un cassetto dimenticato da Dio ogni lettera o foglietto aperto che qualcuno abbia posato per un momento sul tavolo perché qualcun altro l'ha chiamato al telefono, riversando nel lavandino e sciacquando e posando capovolta in lavastoviglie quella tazza di caffè che una delle mie vittime ha lasciato un momento sul tavolo in attesa che il caffè si raffreddi, sgomberando impietosamente da ogni superficie visibile chiavi, occhiali, biglietti, medicine, un biscotto su un piattino il cui legittimo proprietario si sia ingenuamente voltato un istante: tutto casca nelle fauci del mostro che divora e annienta, purché ci sia finalmente un briciolo d'ordine in questa
casa sottosopra. Purché la casa non rammenti, nemmeno lontanamente, com'era quella di mio padre e mia in quei giorni in cui vigeva fra noi quel tacito accordo secondo cui era meglio starsene nella polvere a grattarci con un coccio come Giobbe, così che lei sapesse. Poi un giorno mio padre prese e mise con furia per aria tutti i cassetti di mamma e tutta la sua parte nell'armadio guardaroba: si salvarono solo alcune cose che le sue sorelle e i suoi genitori avevano chiesto di avere per ricordo, tramite me, e che in uno dei miei viaggi portai loro a Tel Aviv dentro un cartone per libri avvolto con dello spago. Tutto il resto - abiti, gonne, scarpe, biancheria, quaderni, calze, fazzoletti da testa e da collo e persino buste piene di fotografie dell'infanzia, tutto papà ficcò dentro dei sacchi scuri che aveva portato a casa dalla Biblioteca nazionale. E io lo accompagnavo come un cagnolino da una stanza all'altra, e guardavo quei suoi gesti concitati senza aiutarlo ma senza nemmeno disturbarlo. Senza dire una parola, osservai mio padre mentre svuotava con impeto il cassetto del comodino di mamma, dove c'erano qualche piccolo monile, quaderni, confezioni di medicine, un libro, un fazzoletto e una mascherina per gli occhi e qualche moneta. Lo capovolse e svuotò tutto dentro uno dei suoi sacchi. Non dissi una parola. E la cipria e la spazzola di mia madre e i suoi oggetti da toeletta e lo spazzolino da denti, tutto. Muto e atterrito rimasi appoggiato allo stipite della porta a guardare mio padre che toglieva con un rumore stridulo di squarcio la sua vestaglia celeste dal gancio del bagno e premendo ficcava anche quella senza pietà dentro un sacco. Forse più o meno così erano rimasti a guardare in silenzio, appoggiati allo stipite della porta, gli occhi fissi e spaventati e interdetti da una congerie di sentimenti contraddittori, i vicini cristiani quando erano venuti a portare via gli ebrei per caricarli tutti su un vagone merci. Di come papà avesse liquidato quei sacchi - chissà se li aveva dati in beneficenza ai poveri immigrati o alle vittime delle inondazioni invernali - non parlammo mai, nemmeno una parola. Ora di sera, di lei non restava più ricordo. E solo dopo un anno circa, quando la nuova moglie di papà venne a insediarsi in casa, si scoprì una confezione di sei forcine per capelli che chissà come era riuscita a scamparla, restando nascosta un anno intero nel fondo di un invisibile interstizio fra il comodino e il bordo dell'armadio. Mio padre fece una smorfia con la bocca e gettò anche quella nella spazzatura. ***
Qualche settimana dopo l'arrivo della domestica e la ripulitura della casa, mio padre e io riprendemmo pian piano le nostre sedute serali in cucina sull'ordine del giorno: io gli riferivo brevemente di quello che era accaduto a scuola. Lui mi parlava di un'interessante conversazione avuta quel giorno, in piedi tra gli scaffali della biblioteca, con il professor Goitein o con il dottor Rotenstreich. Avevamo uno scambio di vedute sulla situazione politica, su Begin e Ben Gurion o sul colpo di stato dei giovani ufficiali di Muhammed Najb in Egitto. Riprendemmo ad appendere in cucina i nostri biglietti su cui le nostre calligrafie non si assomigliavano più come prima, che cosa c'era da comprare in drogheria e cosa dal verduriere, e anche che bisognava andare dal barbiere lunedì pomeriggio o acquistare qualcosa da regalare a zia Lilienka Bar Samka per festeggiare il suo nuovo diploma o per nonna Shlomit, per il suo compleanno anche se la cifra precisa degli anni restava sempre un segreto. *** Passò ancora qualche mese e papà riprese la sua abitudine di lucidarsi le scarpe sino a farle brillare nel riflesso della luce elettrica, radersi alle sette di sera, indossare camicia inamidata e una delle sue cravatte di seta, umettarsi i capelli neri e poi spazzolarli all'indietro, e darsi qualche spruzzo di dopobarba prima di uscire "a discutere un po' con gli amici" o "consultarsi per una questione di lavoro". Rimasto solo in casa leggevo, tessevo sogni, scrivevo e cancellavo e scrivevo. O andavo in giro per i uadi a vedere da vicino, al buio, lo stato della frontiera con la terra di nessuno e i campi di sterpi lungo la linea del cessate il fuoco che divideva Gerusalemme fra Israele e il regno di Giordania. Camminavo dentro l'oscurità canticchiando con la bocca chiusa, ti-da-da-da- da. Non anelavo più "a morire o conquistare il monte". Volevo che tutto smettesse. O quanto meno desideravo abbandonare per sempre casa e Gerusalemme e andare a vivere in kibbutz: lasciarmi alle spalle i libri e i sentimenti e avere una vita semplice, una vita di campagna, di fraternità e fatica fisica.
63. Mia madre mise fine alla sua vita a casa di sua sorella in via Ben Yehudah a Tel Aviv nella notte fra sabato e domenica, il 6 gennaio 1952, l'8 del mese ebraico di Tevet dell'anno 5712. In Israele era in corso una disputa carica di isteria sulla questione se fosse lecito o meno allo stato ebraico chiedere e ricevere dalla Germania un risarcimento per la perdita dei beni degli ebrei trucidati sotto il regime hitleriano. Alcuni erano d'accordo con Ben Gurion, secondo cui era inammissibile che gli assassini diventassero pure degli eredi, e pertanto ritenevano giusto che i beni ebraici saccheggiati dai tedeschi venissero restituiti nella loro interezza allo stato ebraico, sì da permettergli di accogliere i sopravvissuti allo sterminio. Altri invece, con in testa il capo dell'opposizione Menachem Begin, sostenevano con rabbia e dolore che, se lo stato delle vittime si fosse messo nella posizione di svendere ai tedeschi una comoda indulgenza in cambio di quel denaro impuro, ciò avrebbe costituito un crimine morale oltre che una profanazione della memoria delle vittime. In tutte le regioni del paese, in quell'inverno fra il 1951 e il 1952 erano cadute piogge continue, torrenziali. Il torrente Ayalon, cioè Vada Musrara, era tracimato inondando il quartiere Montefiore di Tel Aviv e minacciava ancora di sommergere altre zone. Pesanti allagamenti avevano provocato gravissimi danni nei campi fatti di tende, baracche di lamiera, capanne e prefabbricati, dove in quel periodo si assiepavano centinaia di migliaia di profughi ebrei fuggiti senza nulla dai paesi arabi, oltre a miriadi di sopravvissuti a Hitler giunti dall'Est Europa e dai Balcani. In alcuni punti del paese a causa degli allagamenti si interruppero le comunicazioni, e tornarono gli spettri della fame e delle epidemie. Lo stato d'Israele non
aveva nemmeno quattro anni e a quell'epoca contava poco più di un milione di abitanti: quasi un terzo di loro erano profughi senza un soldo. Le casse dello stato erano prosciugate dall'onere delle ingenti spese militari e dall'assorbimento dell'immigrazione, oltre che per colpa di una burocrazia pomposa e di una gestione goffa, e i ministeri dell'Istruzione, della Salute e dell'Assistenza sociale erano sulla soglia della bancarotta. Al principio di quella settimana David Horowitz, direttore generale del Tesoro, era partito per una visita urgente in America, nella speranza di racimolare entro un giorno o due crediti a breve scadenza per una somma di dieci milioni di dollari, sì da evitare il crack. Di tutto ciò discorremmo papà e io al suo ritorno da Tel Aviv: il giovedì infatti aveva portato mia madre a casa di zia Haya e zio Tzvi, si era trattenuto a dormire da loro, e al suo ritorno venerdì era venuto a sapere da nonna Shlomit e nonno Alexander che ero un poco raffreddato ma avevo voluto lo stesso alzarmi e andare a scuola. Nonna propose che papà e io restassimo per il Sabato a casa loro: le sembravamo tutti e due contagiati da un qualche virus. Preferimmo invece tornarcene a casa nostra. Andando da casa di nonno e nonna in vicolo Praga a casa nostra, papà pensò bene di stendermi un rapporto, da uomo a uomo, del fatto che a casa della zia Haya l'umore di mamma era subito migliorato: il giovedì sera erano usciti tutti e quattro, Tzvi e Haya e mia mamma e mio papà, con l'idea di sedersi un quarto d'ora in un piccolo locale a due passi da casa di Haya e Tzvi, in viale Diezengoff angolo via Jabotinsky. Alla fine erano rimasti fino all'ora di chiusura a discorrere di gente e libri. Tzvi aveva raccontato varie amenità sulla vita in ospedale, mamma aveva una bella faccia e aveva partecipato alla conversazione e la sera tardi si era addormentata ed era riuscita a dormire per qualche ora ma nel cuore della notte doveva essersi svegliata ed era andata a sedersi in cucina per non disturbare gli altri che dormivano. La mattina presto, quando papà si era congedato da lei per tornare a Gerusalemme in tempo per lavorare ancora qualche ora all'emeroteca, mia mamma l'aveva salutato promettendo che non era il caso di preoccuparsi per lei, che il peggio ormai era passato e gli aveva raccomandato per favore di badare al bambino: ieri, quando erano partiti per Tel Aviv, le era sembrato che si stesse buscando un raffreddore. Papà disse: "Tua madre aveva dunque ragione a proposito del raffreddore, e mi auguro che avesse ragione anche quando ha detto che il peggio ormai e passato". Io dissi:
"Mi restano solo pochi compiti: quando li ho finiti, magari hai tempo di incollare con me qualche nuovo francobollo sull'album?". Piovve per quasi tutto quel sabato. Non la smetteva più di piovere. Pioveva e pioveva. Mio padre e io trascorremmo alcune ore curvi sulla nostra collezione di francobolli. La mia testa sfiorò inavvertitamente la sua, più d'una volta. Paragonammo ogni francobollo al suo modello sullo spesso catalogo inglese, papà trovò per ogni nuovo esemplare il posto giusto nell'album, vuoi in una serie già formata, vuoi in una pagina nuova. Il sabato a mezzogiorno andammo tutti e due a riposare, lui nel suo posto e io di nuovo in camera mia, in quello che durante gli ultimi giorni era diventato il letto di degenza di mia madre. Dopo il riposino papà e io eravamo di nuovo invitati a casa di nonno e nonna, a mangiare le polpette di pesce immerse in una salamoia dorata e accerchiate da una batteria di rondelle di carote cotte. Ma visto che a tutti e due colava il naso e lacrimavano gli occhi, e tossivamo, visto che fuori scrosciava una pioggia obliqua e le nuvole erano così basse che si facevano largo fra gli edifici di pietra, mio padre e io decidemmo che era meglio restare a casa. Per colpa del cielo basso fummo costretti ad accendere la luce già alle quattro. Papà si sedette alla sua scrivania e lavorò due o tre ore su un saggio che aveva già rimandato due volte, gli occhiali gli scendevano un poco verso la punta del naso, mentre stava chino sui libri e sulle piccole schede. Mentre lui lavorava, io me ne stetti sulla stuoia accanto a lui, a leggere un libro. Verso sera giocammo a dama, una volta vinse papà e una io, la terza partita finì a pari e patta. Difficile sapere se papà fosse arrivato di proposito a questi risultati, o se fosse finita così per caso. Mangiammo qualcosa di leggero intorno a un tè caldo e prendemmo entrambi fra le confezioni di medicine di mamma due compresse di Palgin o di Apc, per combattere il raffreddore. Poi andai a dormire e ci svegliammo tutti e due alle sei. Ma alle sette arrivò Tsipi, la figlia del farmacista, a dirci che ci avevano appena telefonato da Tel Aviv e fra dieci minuti avrebbero chiamato di nuovo, che per favore il signor Klausner venisse subito immediatamente in farmacia, suo padre le aveva raccomandato di dire che era piuttosto urgente per favore. *** Zia Haya mi ha raccontato che il venerdì zio Tzvi, direttore amministrativo dell'ospedale Donlo Zahal, aveva chiamato uno specialista, il quale aveva avuto la gentilezza di venire apposta a casa loro, finito il
turno in ospedale. Questo specialista aveva lungamente visitato mia madre, senza fretta, aveva conversato un po' con lei e poi l'aveva controllata di nuovo, e alla fine aveva diagnosticato che era stanca, tesa e un po' giù fisicamente. A parte le insonnie non aveva riscontrato alcun problema particolare. Molte volte la psiche è il peggior nemico del corpo: non lo lascia vivere, non gli permette di godersi il proprio buono stato e non lo lascia riposare quando chiede requie. Se riuscissimo a tirare fuori la psiche con una piccola operazione, più o meno come si levano le tonsille dalla gola o l'appendice, tutti potremmo vivere mille anni godendoci la nostra buona salute. La visita che le era stata fissata per il lunedì successivo all'ospedale Hadassah di Gerusalemme era per questo specialista quasi superflua, benché certo non potesse farle male. Lui, dal canto suo, prescriveva riposo assoluto e di evitare tutto ciò che potesse agitarla. Era fondamentale, secondo lui, che la paziente andasse un po' a spasso, almeno un'ora o due ogni giorno, bastava vestirsi bene e munirsi di ombrello e girare per le strade, a guardare le vetrine o invece delle vetrine guardare i bei giovanotti, perché no?, l'importante era che prendesse un po' d'aria fresca. A parte questo, il dottore le aveva prescritto delle nuove compresse per dormire, molto forti, che erano evidentemente ancora più nuove e più forti di quelle nuove che le aveva prescritto il nuovo dottore di Gerusalemme. Zio Tzvi era corso a comprare quelle compresse alla farmacia di turno in via Bugrashov, perché era già venerdì pomeriggio e tutte le altre farmacie erano chiuse per il giorno festivo. E sabato sera erano venuti zia Sonia e zio Buma, portando un contenitore di latta con una maniglia dentro il quale c'era una minestra per tutti e una composta per dessert. Le tre sorelle avevano armeggiato per un'ora, un'ora e mezzo nella piccola cucina di Haya, a preparare la cena. Zia Sonia aveva proposto che mia madre andasse ospite da loro, in via Wiesel, per sollevare un poco Haya. Ma zia Haya non ne aveva voluto sapere, e aveva persino rimproverato sua sorella minore per quella sua strana idea. Zia Sonia si era un poco offesa, ma non aveva detto nulla. Durante la cena sabbatica l'atmosfera era stata un po' cupa per colpa del muso di Sonia. Mia madre, immagino, aveva assunto il ruolo che di solito spettava a mio padre, e aveva cercato di tenere in piedi la conversazione per tutta la serata. Alla fine aveva lamentato una certa stanchezza, si era scusata con Tzvi e Haya se quella volta non se la sentiva di aiutarli a sparecchiare e lavare i piatti. Aveva assunto le nuove compresse che le aveva prescritto lo specialista di
Tel Aviv, e forse per maggior sicurezza aveva preso anche quelle nuove pillole di prima che le aveva prescritto lo specialista di Gerusalemme. Alle dieci era caduta in un sonno profondo, ma due ore dopo si era svegliata ed era andata a farsi un caffè nero forte in cucina, dove era rimasta sino a tarda notte seduta su uno sgabello. La vigilia della guerra d'Indipendenza abitava a pensione, nella stanza in cui era ospite mia madre, il capo dei servizi d'informazione dell'Haganah, Ygal Yadin, che in seguito sarebbe diventato generale, e vicecapo di stato maggiore nonché responsabile delle operazioni militari, eppure aveva continuato ad abitare in quella stanza in affitto. La cucina in cui mia madre trascorse tutta quella notte e aveva trascorso anche la precedente era in fondo una cucina storica, dal momento che durante la guerra si svolgevano non di rado delle consultazioni cruciali, che avevano determinato il corso del conflitto. Non è dato sapere se mia madre abbia rivolto un pensiero a tutto ciò lungo quella notte fra una tazza di caffè forte e l'altra. E chissà poi se la cosa le interessasse. *** Il sabato mattina disse a Haya e a Tzvi che aveva deciso di seguire il consiglio del dottore e di andare a fare quattro passi per le strade, a guardare, su prescrizione del medico, i bei giovanotti. Chiese in prestito a sua sorella un ombrello e un paio di stivali foderati, e uscì sotto la pioggia. Non dovevano essere in molti, i passanti nella zona nord di Tel Aviv, quel sabato mattina piovoso e sferzato di folate bagnate. Quel mattino, il 5 gennaio del 1952, si registrò a Tel Aviv una temperatura di cinque, sei gradi. Saranno state le otto, le otto e mezzo, quando mia madre uscì da casa di sua sorella in via Ben Yehudah 175. Forse attraversò via Ben Yehudah e svoltò a sinistra, verso settentrione, diretta a viale Nordau. Di vetrine quasi non se ne incontravano, sulla sua strada, a parte quella buia della latteria, sulle cui vetrate era incollato da dentro con quattro strisce di nastro adesivo marrone un affisso verde chiaro con sopra una florida bambina campestre su uno sfondo di ameni pascoli e campi e sulla sua testa, impresso nel cielo azzurro, campeggiava il giulivo slogan: "Latte la mattina latte la sera, gioia di vivere garantita". In quell'inverno, fra le case di via Ben Yehudah c'erano ancora molti campi di sterpi, rimasugli di dune fra una casa e l'altra, e ortiche e scille morte con miriadi di lumache bianche appiccicate sopra, e anche rottami e spazzatura fradicia. Mia madre vide quelle file di case bianche che appena tre o quattro anni dopo ch'erano
state costruite già finivano tra le grinfie della trascuratezza: il colore si sbriciolava, l'intonaco smangiato dalla muffa diventava verde e si spelava e marciva, le ringhiere di ferro arrugginivano per colpa dell'aria salmastra, le verande venivano chiuse con delle assi di compensato e truciolato come si fosse in un campo profughi, le targhe cascavano dagli infissi, gli alberi ornamentali morivano nei cortili per mancanza di cure amorevoli, e magazzini pericolanti venivano costruiti tra un edificio e l'altro con tavole di legno usato e lamiere e teli di copertone. Convogli di bidoni della spazzatura, alcuni capovolti dai gatti randagi, il contenuto che colava sul terreno di cemento grigio. Fili del bucato tesi da un balcone all'altro. Biancherie e colori inzuppati di pioggia si avvoltolavano sui fili e vorticavano follemente con le folate di vento. Era molto stanca mia madre quella mattina, di certo le pesava la testa per via dell'insonnia, per la fame, per i troppi caffè e per le pillole, perciò camminava piano, con il passo di una donna sonnambula. Forse lasciò via Ben Yehudah prima di arrivare in viale Nordau, svoltò a destra in vicolo Bellavista che non aveva nessuna bella vista da offrire se non case basse intonacate, blocchi di cemento e ringhiere arrugginite, e quel vicolo la portò sino in viale Motzkin che non era affatto un viale ma una via deserta, corta e larga, costruita solo per metà, un tratto ancora da asfaltare e nemmeno pavimentato, e da viale Motzkin le sue gambe stanche la portarono a via Tahon e da via Tahon a via Diezengoff e lì cominciò a piovere forte ma lei nemmeno si ricordò dell'ombrello che aveva appeso al braccio e continuò a camminare a capo scoperto sotto la pioggia, la borsetta a tracolla, attraversò via Diezengoff là dove le gambe la portavano, forse verso via Zangwill e di lì al vicolo Zangwill e adesso s'era persa davvero, non aveva la più pallida idea di dove fosse e di come tornare a casa di sua sorella e nemmeno sapeva perché mai tornare e nemmeno sapeva perché mai fosse andata se non per fare quel che le aveva prescritto il dottore, l'aveva condannata lui a vagare per le strade di Tel Aviv per guardare i bei giovanotti. Ma non c'era nessun bel giovanotto quel sabato mattina di pioggia, né in via Zangwill né in vicolo Zangwill e nemmeno in via Sokolov da cui arrivò in via Basel e nemmeno in via Basel, da nessuna parte. Forse, chissà, in quel momento pensò al frutteto profondo che si estendeva dietro casa dei suoi genitori a Rovno. O a Ira Stiletzky, la moglie dell'ingegnere di Rovno che si era bruciata viva dentro la baracca abbandonata di Anton, il figlio di Philip lo stalliere. E forse al liceo Tarbut e al paesaggio del fiume e del bosco. O ai vicoli della città vecchia di Praga e
ai tempi dell'università, e anche a qualcuno di cui non aveva evidentemente mai fatto parola né a noi né alle sue sorelle e nemmeno a Lilienka la sua amica del cuore. Ogni tanto quasi di corsa qualcuno le passava davanti, andava di fretta per sfuggire alla pioggia. Ogni tanto le attraversava la strada un gatto che, chissà, magari mia madre chiamò, forse avrebbe voluto chiedergli qualche cosa, avere uno scambio di vedute o sentimenti, chiedergli un semplice consiglio felino, ma tutti i gatti cui si rivolse a parole fuggirono spaventati via da lei, come se già si fiutasse a distanza, la sua condanna. A mezzogiorno tornò a casa di sua sorella, dove tutti si spaventarono vedendola perché era congelata e fradicia e si lamentava scherzosamente che per le strade di Tel Aviv non aveva trovato nessun bel giovanotto: se ne avesse trovato anche solo uno, avrebbe potuto sedurlo, gli uomini l'avevano sempre guardata con apprezzamento e a momenti non sarebbe rimasto più niente da apprezzare. Haya sua sorella corse a riempire la vasca di acqua calda e mia madre fece il bagno, non volle assaggiare nemmeno una briciola di cibo perché tutto le dava la nausea, dormì qualche ora e nel pomeriggio di nuovo si vestì, si avvolse nel cappotto che non aveva ancora fatto in tempo ad asciugare, mise gli stivali anche quelli ancora intrisi di acqua fredda dopo la marcia della mattina, e uscì di nuovo come in ottemperanza all'imperativo del dottore, quello di cercare dei bei giovanotti per le strade di Tel Aviv. Questa volta, il pomeriggio tardi, visto che pioveva un po' meno, le strade non erano più così deserte e mia madre non girò a vuoto e trovò invece la strada per via Diezengoff, angolo via Keren Kayemet e di lì per Diezengoff- Gordon e Diezengoff-Frischmann, la borsetta nera appesa a tracolla, e guardò le belle vetrine e i caffè e diede un'occhiata a quel che Tel Aviv considerava una vita bohémien, ma tutto le sembrava trito, trasandato, deprimente come il plagio di un plagio di un originale già di per sé squallido e misero. Tutto le sembrava pietoso e degno di compassione ma la sua compassione era ormai esaurita. Tornò a casa verso sera, anche questa volta lasciò perdere il cibo, bevette una tazza di caffè nero e di seguito un'altra, si sedette a sfogliare un libro che cascò capovolto ai suoi piedi quando gli occhi le si chiusero e per dieci minuti zio Tzvi e zia Haya ebbero l'impressione di sentire un ronfo leggero, irregolare, provenire dalla sua sedia. Poi si svegliò e disse che doveva riposare, che aveva la sensazione che avesse proprio ragione quel dottore specialista che le aveva ordinato di passeggiare in città per qualche ora ogni giorno, che
aveva il presentimento sì che quella notte coricandosi presto sarebbe finalmente riuscita a dormire profondo. Già alle otto e mezzo di sera sua sorella le preparò il letto, le cambiò le lenzuola e mise anche la borsa dell'acqua calda sotto la coperta perché le notti erano molto fredde e proprio in quel momento era ricominciato a piovere, e la pioggia batteva forte sulle finestre. Mia madre quella sera decise che avrebbe dormito vestita e per essere sicura che non si sarebbe svegliata per l'ennesima notte di tormenti in cucina si versò una tazza di tè dal thermos che sua sorella le aveva messo accanto al letto e aspettò che si raffreddasse un po' e quando si fu raffreddato inghiottì con quel tè le sue compresse per dormire. Se fossi stato laggiù accanto a lei in quella stanza che dava sul cortile dietro a casa di Haya e Tzvi in quell'ora alle otto e mezzo forse un quarto alle nove di quel sabato sera, avrei di sicuro fatto il possibile per spiegarle perché no. E se non fossi riuscito a spiegarglielo avrei fatto di tutto per suscitarle compassione, pietà per il suo unico figlio. Avrei pianto avrei implorato senza pudore avrei abbracciato le sue gambe e forse fatto finta di svenire e picchiato e graffiato me stesso fino al sangue come avevo visto fare a lei nei momenti di sconforto. O l'avrei aggredita come un assassino, senza esitare le avrei spaccato un vaso in testa. O l'avrei colpita con il ferro da stiro che stava sul ripiano in un angolo della stanza. O avrei sfruttato la sua debolezza per stendermi su di lei e legarle le mani dietro la schiena e portarle via e distruggere tutte le pillole compresse pasticche soluzioni estratti sciroppi. Ma non mi avevano lasciato stare li. Nemmeno accompagnarla, mi avevano lasciato. Mia madre si addormentò e dormì questa volta senza incubi e senza insonnia e prima dell'alba vomitò e di nuovo si addormentò vestita e dato che Tzvi e Haya iniziavano ad avere qualche sospetto un po' prima che spuntasse il sole fu chiamata un'ambulanza e due barellieri la presero delicatamente, per non turbare il suo sonno, e anche all'ospedale non volle obbedire e a dispetto dei tentativi per disturbare in un modo o nell'altro quel suo sonno buono lei non badò a niente e nessuno, nemmeno allo specialista da cui aveva imparato che la psiche è il nemico più tremendo del corpo, e non si svegliò più quella mattina, nemmeno quando venne la luce del giorno e fra i rami del ficus nel giardino dell'ospedale la capinera Elisa la chiamò stupefatta e riprovò e chiamò e richiamò invano e ancora prova ogni tanto. Arad, dicembre 2001.