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Текст
Dopo una lunga serie di vagabondaggi in giro per il mondo, a quasi settant’anni Signe
fa ritorno ai luoghi dell’infanzia, sulla costa occidentale della Norvegia, là dove il
fiume incontra il fiordo e l’acqua della montagna diventa tutt’uno con quella del
mare. È arrivata sulla sua Blå, la barca a vela che porta il nome del colore del
ghiacciaio, ma si fermerà per poco, giusto il tempo di constatare quanto tutto sia
cambiato e camminare per l’ultima volta sopra il “suo” ghiaccio. Presto salperà di
nuovo l’ancora con un singolare carico a bordo.
Vuole attraversare parte dell’Atlantico e raggiungere il litorale francese, dove spera di
trovare l’uomo che amava. Ventiquattro anni dopo, la violenta siccità che flagella il
Sud dell’Europa costringe la gente a migrare verso nord: le case sono vuote, i campi
inariditi e non c’è più acqua per tutti. Ma per David, troppo giovane per sentirsi un
buon padre, e la sua piccola Lou la speranza si riaccende quando, in un giardino
bruciato dal sole, scoprono una vecchissima barca a vela. Una barca che ha custodito
un carico singolare, molto prezioso.
Nel suo illuminante romanzo, seconda parte di una tetralogia letteraria sul clima,
Maja Lunde ci racconta dell’amore per i figli e della difficoltà di conciliare gli ideali con
l’esperienza quotidiana, mettendo a nudo i disastrosi effetti che le nostre azioni
possono avere sul pianeta. Ogni sua frase, solida e insieme emozionante, diventa un
inno all’acqua, e di conseguenza alla vita.
MAJA LUNDE (1975) vive a Oslo col marito e i loro tre figli. Scrittrice e sceneggiatrice
per la tv, dopo numerosi libri per ragazzi si è affermata a livello internazionale con il
suo primo romanzo per adulti, La storia delle api, vincitore in Norvegia del Premio dei
librai e pubblicato con successo in trentadue paesi.
Maja Lunde
La storia dell’acqua
traduzione dal norvegese di Giovanna Paterniti
Marsilio ROMANZI E RACCONTI
Della stessa autrice nel catalogo Marsilio
La storia delle api
La traduzione di questo volume è stata realizzata con il contributo di NORLA –Norwegian
Literature Abroad.
Titolo originale: Blå
© Maja Lunde
First published by H. Aschehoug & Co. (W. Nygaard) AS, 2017
Published in agreement with Oslo Literary Agency
Editor: Francesca Varotto.
In copertina: © GettyImages/LatitudeStock/Brian Hoffman.
Design di copertina: semper smile, Munich.
© 2018 by Marsilio Editori® s.p.a. in Venezia
Prima edizione digitale: agosto 2018
978-88-317-4391-4
www.marsilioeditori.it
ebook@marsilioeditori.it
Quest’opera è protetta dalla Legge sul diritto d’autore.
È vietata ogni duplicazione, anche parziale, non autorizzata
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Indice
Copertina
Trama
Frontespizio
Copyright
LA STORIA DELL’ACQUA
1 - Signe
2 - David
3 - Signe
4 - David
5 - Signe
6 - David
7 - Signe
8 - David
9 - Signe
10 - David
11 - Signe
12 - David
13 - Signe
14 - David
15 - Signe
16 - David
17 - Signe
18 - David
19 - Signe
20 - David
21 - Signe
22 - David
23 - Signe
24 - David
25 - Signe
26 - David
27 - Signe
28 - David
29 - Signe
30 - David
31 - Signe
32 - David
33 - Signe
34 - David
35 - Signe
36 - David
Ringraziamenti
Principali fonti di ispirazione
Opere citate o a cui si fa riferimento nel romanzo
LA STORIA DELL’ACQUA
A Jesper, Jens e Linus
1
Signe
Ringfjorden, Sogn og Fjordane, Norvegia, 2017
Niente fermava l’acqua, la potevi seguire dal monte al fiordo, dalla
neve che scendeva dal cielo e si adagiava sulle cime, al vapore che si
alzava dal mare e tornava nuvola in cielo.
Ogni inverno il ghiacciaio cresceva, raccoglieva la neve e
s’ingrandiva com’era giusto che fosse e ogni estate si scioglieva, si
squagliava goccia dopo goccia e le gocce diventavano rigagnoli,
trovavano la strada per scendere; spinti dalla forza di gravità, i
rigagnoli si trasformavano in cascate, in fiumi.
Eravamo due paesi che condividevano il monte e il ghiacciaio, li
condividevamo da tempo immemore. Un fianco del monte era a
strapiombo, lì scrosciavano le Søsterfossene, le cascate sorelle,
precipitavano fragorosamente per settecentoundici metri, giù verso il
lago Eide, uno specchio d’acqua verde scuro che donava il nome al
paese, Eidesdalen, e fertilità agli animali e agli uomini che ci vivevano.
Eidesdalen, il paese di Magnus.
Non si vedeva il fiordo da Eidesdalen, non si sentiva quel sapore
salmastro sulle labbra, il sale non arrivava con il vento, e nemmeno
l’odore del mare. Magnus era diventato grande così. Lì avevano la loro
acqua, un’acqua insapore, che faceva crescere qualunque cosa, e a lui
il mare non era mai mancato, mi avrebbe detto un giorno.
Il versante opposto era più dolce, digradava più lentamente, l’acqua
si raccoglieva nel fiume Breio, popolato di salmoni, di spiriti dell’acqua
con i loro violini, di molluschi d’acqua dolce; il fiume si apriva un
varco nel paesaggio, lo creava con milioni di gocce al secondo, con le
sue cascate, le rapide e il suo defluire lento e placido. Quando il sole
splendeva, era come un nastro che brillava di luce propria.
splendeva, era come un nastro che brillava di luce propria.
Il Breio proseguiva fino a Ringfjorden e lì, in quel paese sul mare, il
fiume incontrava il fiordo, l’acqua del ghiacciaio diveniva tutt’uno con
quella del mare.
Ringfjorden, il mio paese.
E così si univano, l’acqua del ghiacciaio e l’acqua del mare, prima
che il sole attirasse ancora una volta le gocce a sé e le sollevasse
nell’aria in forma di vapore, fino alle nuvole dove sfuggivano alla forza
di gravità.
Eccomi qui di nuovo, è stato il Blåfonna – il “Ghiacciaio Blu” – a
spingermi a tornare, il ghiacciaio che un tempo era nostro. Non spira
un alito di vento quando arrivo a Ringfjorden, nell’ultimo tratto sono
costretta a procedere a motore, il suo ticchettio sovrasta ogni altra
cosa. La Blå, la mia adorata “Blu”, scivola sull’acqua lasciandosi dietro
solo piccole increspature.
Non ho mai dimenticato questo paesaggio. Ti ha plasmato, Signe,
mi aveva detto una volta Magnus, intendendo che si era impresso in
me, nella mia andatura, nella mia camminata flessuosa, come se mi
trovassi sempre davanti una salita o una discesa. Le strade diritte non
fanno per me, è da qui che provengo, ma mi stupisco comunque
quando rivedo le alture, le cascate, il verticale opposto all’orizzontale.
La gente arriva da lontano per ammirare questa natura e pensa che
sia uno spettacolo bellissimo, fantastico, meraviglioso. A bordo delle
navi, schierati su ponti grandi come campi da calcio, mentre enormi
motori diesel vomitano gas di scarico, i turisti se ne stanno lì a
guardare e additare l’acqua di un blu cristallino, le pendici dalle
sfumature verderame con fragili case abbarbicate ovunque la
pendenza sia inferiore ai quarantacinque gradi, le montagne che
svettano a mille metri sopra di loro, estremità lacerate e aguzze del
pianeta, che si stagliano contro il cielo con le loro cime spolverate di
bianco, tanto amate dai turisti, wow, it’s snow, neve che ricopre i
versanti settentrionali sia d’inverno che d’estate.
Ma i turisti non vedono le cascate sorelle Søsterfossene, né le
malghe di Sønstebø – non ci sono più da tempo – e non possono vedere
il fiume Breio, è stato il primo a scomparire, molto prima che
arrivassero le navi, che spuntassero americani e giapponesi con i loro
cellulari e le macchine fotografiche e i teleobiettivi. Le condotte,
quello che una volta era stato un fiume, sono interrate e i danni che i
quello che una volta era stato un fiume, sono interrate e i danni che i
lavori di scavo hanno causato alla natura circostante sono stati
lentamente nascosti dalla vegetazione.
Sono al timone, procedo a bassa velocità avvicinandomi al paese,
oltrepasso la centrale idroelettrica, una grossa barriera in cemento a
sé stante laggiù in fondo, sulla riva, pesante e scura, monumento in
memoria del fiume e della cascata. Da lì si dipartono cavi in tutte le
direzioni, alcuni attraversano addirittura il fiordo. Hanno ottenuto il
permesso anche di fare questo.
Il rumore del motore sovrasta ogni altra cosa, ma io ricordo bene lo
sfrigolio dei cavi ad alta tensione, quel debole ronzio, nell’aria fredda
e umida, acqua contro corrente, un crepitio che mi ha sempre dato i
brividi, soprattutto al buio quando li si vede scintillare.
Sulla banchina tutti e quattro i posti di ormeggio libero sono vuoti –
non è stagione di turismo, la località si riempie solo in estate – e
potendo scegliere liberamente opto per il più esterno, fisso la cima di
prua e di poppa e aggiungo uno spring per sicurezza, il vento del
Vestlandet potrebbe alzarsi all’improvviso. Tiro la manetta tutta
indietro e ascolto i sussulti riluttanti del motore che si spegne. Chiudo
a chiave il tambuccio e infilo il mazzo di chiavi nella tasca interna
della giacca a vento, è ingombrante, ha una sfera di sughero perché
non affondi e forma una protuberanza rotonda all’altezza del mio
ventre.
La fermata è dove è sempre stata, davanti alla cooperativa. Mi
siedo ad aspettare, perché l’autobus passa una volta all’ora. Qui è così
che funziona: tutto accade di rado e deve essere pianificato, solo che
dopo tanti anni me n’ero dimenticata.
Finalmente arriva. Mi fanno compagnia un gruppo di ragazzi, sono
appena usciti dalla scuola superiore che hanno costruito all’inizio degli
anni Ottanta, nuova, bella, una delle tante cose che il paese si è potuto
permettere.
Parlano e parlano, di verifiche e di allenamenti. Hanno la fronte
liscia e le guance vellutate, sono incredibilmente giovani, senza alcuna
traccia, alcun residuo di vita vissuta.
Non mi degnano di uno sguardo. Posso capirli. Per loro non sono
che una vecchia signora un po’ trasandata, con una logora giacca a
vento e ciocche di capelli grigi che spuntano da sotto il berretto di
vento e ciocche di capelli grigi che spuntano da sotto il berretto di
lana.
I ragazzi hanno berretti nuovi, quasi identici, con lo stesso logo a
metà fronte. Mi affretto a togliere il mio, me lo appoggio in grembo, ha
tantissimi pallini, comincio a staccarli uno a uno ma è inutile, sono
troppi, dovrei toglierne molti altri e adesso non so cosa farmene di
quelli che ho in mano, così alla fine li lascio cadere. Svolazzano lievi
sul pavimento, scivolano lungo il corridoio, ma i ragazzi non ci fanno
neanche caso, e perché mai dovrebbero? È solo un groviglio di lana
grigia.
Mi capita di dimenticare il mio aspetto, è una cosa a cui si smette di
badare quando si vive in barca, ma quella rara volta che sulla
terraferma mi vedo riflessa in uno specchio ben illuminato, mi
spavento. Chi è quella?, penso, quella vecchia secca e magra?
È qualcosa di strano, di astratto, anzi no, è surreale – surreale è la
parola giusta –, il fatto che io sia una di loro, una vecchia. Mi sento
ancora così me stessa, la stessa che sono sempre stata, a quindici
anni, a venticinque, a cinquanta, una costante, una massa immutata,
come roccia, come ghiaccio di mille anni. L’età non mi appartiene.
Solo quando mi muovo si fa tangibile, mi si palesa con tutte le
difficoltà che comporta, le ginocchia dolenti, il collo rigido, le anche
sofferenti.
Ma i ragazzi non pensano che io sia vecchia, perché non mi vedono
neanche, è così che vanno le cose, nessuno guarda le vecchie signore,
ne sono passati di anni dall’ultima volta che qualcuno mi ha guardato,
i ragazzi ridono con risate giovani e limpide e parlano della verifica di
storia che hanno appena fatto, la guerra fredda, il muro di Berlino, ma
non del contenuto, no, solo dei voti che hanno preso, discutendo se 8sia meglio o peggio di 7/8. Del ghiaccio non parla nessuno, nemmeno
una parola sul ghiacciaio, anche se è di questo che tutti qui in paese, a
casa mia, dovrebbero parlare.
Casa mia... Continuo davvero a chiamare questo posto casa mia?
Non riesco a crederci, dopo quasi quaranta, anzi no, cinquant’anni di
lontananza. Sono tornata a casa per sbrigare le pratiche di rito per il
funerale di mia madre prima e di mio padre poi, e sono rimasta per gli
obbligatori cinque giorni di lutto. Dieci giorni in totale è il tempo che
ho passato qui in tutti questi anni. E qui mi sono rimasti anche due
fratelli, anzi due fratellastri, con cui non parlo quasi mai. I figli di mia
madre.
madre.
Appoggio la testa al finestrino, osservo i cambiamenti. Ci sono
molte più costruzioni, abbarbicati sulle pendici vedo i prefabbricati del
nuovo progetto edilizio, bianchi e con le inglesine alle finestre.
L’autobus oltrepassa la piscina, con il tetto nuovo e una grande
insegna blu all’ingresso, RINGFJORD WATER FUN . Sembra tutto più bello,
in inglese. Quando ci inerpichiamo verso l’interno, alcuni ragazzi
scendono al primo agglomerato di case, ma la maggior parte
prosegue, continuiamo a salire, la strada cambia, si fa più stretta,
diventa più sconnessa per via delle buche apertesi con il gelo proprio
nel momento in cui varchiamo il confine con il comune vicino. A questa
fermata scendono quasi tutti i ragazzi, evidentemente di scuole
superiori qui ancora non ce ne sono, non c’è nemmeno la piscina a
Eidesdalen, fra i due paesi il fratello minore, il perdente.
Scendo insieme agli ultimi passeggeri, cammino lentamente
attraverso il centro. È ancora più piccolo di come lo ricordassi, l’unico
negozio che c’era è stato chiuso. Ringfjorden si è ingrandito, mentre il
lago Eide si è rimpicciolito, ma non è per l’Eide che sono tornata oggi,
non ho più lacrime per Eidesdalen, è una battaglia ormai conclusa da
molti anni, è per il ghiaccio che sono tornata, per il Blåfonna, perciò
imbocco la strada sterrata che porta al ghiacciaio.
Perfino i quotidiani della capitale ne hanno scritto, ho letto e riletto
quegli articoli, non riuscivo a crederci. Estraggono il ghiaccio dal
ghiacciaio, ghiaccio bianco e puro di Norvegia, e lo commercializzano
come un’esclusiva per il proprio drink, un fluttuante mini-iceberg
circondato da liquore dorato, ma non certo per i norvegesi, no, solo
per quelli che pagano bene. Il ghiaccio viene infatti trasportato nelle
terre desertiche, patria degli sceicchi del petrolio, e lì venduto a peso
d’oro, oro bianco, per i più ricchi fra i ricchi.
Mentre salgo comincia a nevicare, un ultimo spasmo dell’inverno,
un marameo d’aprile. Sulla strada ci sono piccole pozze di acqua
congelata, circondate da cristalli di ghiaccio. Poso un piede sul sottile
strato di ghiaccio che ricopre una delle pozze, lo sento scricchiolare
mentre si crepa, ma non lo trovo divertente, non più.
Ho il fiato grosso, la salita è ripida, e più lunga di come la
ricordassi.
Finalmente arrivo, finalmente lo vedo: il ghiacciaio. Il mio amato
Blåfonna.
Blåfonna.
Tutti i ghiacciai si sciolgono, lo so bene, ma è comunque diverso
vederlo con i propri occhi. Mi fermo, respiro, respiro e basta, il
ghiaccio è ancora lì, ma non dov’è sempre stato. Quando ero piccola il
Blåfonna arrivava a lambire la parete a strapiombo dove le cascate
precipitavano: lì ghiacciaio e cascate erano un tutt’uno. Adesso invece
è arretrato sul fianco della valle, cento metri o forse duecento
separano la parete a strapiombo dalla lingua di ghiaccio blu. Il
ghiacciaio si è spostato, come se avesse tentato di scappare, di
allontanarsi dagli uomini.
Continuo a salire, devo assolutamente toccarlo di nuovo,
camminarci sopra, sentirlo.
E alla fine il ghiaccio è sotto ai miei piedi, ogni passo risuona,
scricchiola. Salgo ancora, adesso vedo la zona di estrazione, le ferite
nella superficie grigiobianca, profondi tagli verso il blu dell’interno,
dove il ghiaccio è stato estratto. E lì accanto, quattro grossi sacchi
bianchi, pieni, pronti per essere trasportati altrove. Usano motoseghe,
ho letto, rispettose motoseghe non lubrificate, in modo che i
frammenti di ghiaccio non si sporchino di olio.
Ormai niente dovrebbe stupirmi. Niente di tutto quello che fanno
gli uomini. E invece questo mi ferisce, perché di certo Magnus sarà
stato nel consiglio di amministrazione e avrà approvato l’intervento
col sorriso sulle labbra, forse avrà anche applaudito.
Per avvicinarmi mi devo arrampicare, hanno tagliato il ghiacciaio
dove la pendenza è maggiore. Mi sfilo un guanto, poso la mano sul
ghiaccio, lo sento vivere sotto alle mie dita: il mio ghiacciaio, un
grosso e tranquillo animale addormentato, ma è un animale ferito, e
non può gridare, si dissangua di minuto in minuto, di secondo in
secondo, è già morente.
Sono troppo vecchia per piangere, ma ho comunque le guance
bagnate.
Il nostro ghiaccio, Magnus.
Te ne sei dimenticato? O forse non ci hai nemmeno fatto caso? La
prima volta che ci siamo visti avevamo le mani piene di ghiaccio del
Blåfonna che si stava sciogliendo.
Io avevo sette anni e tu otto, ricordi? Era il mio compleanno e come
regalo avevo ricevuto dell’acqua, acqua ghiacciata.
Tutta la mia vita è acqua, era acqua, ovunque mi girassi c’era
Tutta la mia vita è acqua, era acqua, ovunque mi girassi c’era
acqua, scendeva dal cielo come pioggia o neve, riempiva i laghetti di
montagna, si adagiava sul ghiacciaio in forma di cristalli, scorreva
lungo le pendici scoscese in migliaia di piccoli ruscelli, si raccoglieva
nel fiume Breio, fluiva orizzontale davanti al paese sul fiordo, e il
fiordo diventava mare proseguendo verso occidente. Terreni, monti e
pascoli erano solo piccole isole in quello che era il mio vero mondo, io
lo chiamavo “Terra”, ma pensavo si sarebbe dovuto chiamare “Acqua”.
Quell’estate faceva davvero caldo, come se vivessimo in un altro
luogo, un caldo anomalo, e i turisti inglesi che alloggiavano nel nostro
albergo sudavano; seduti sotto agli alberi da frutto nel grande giardino
si facevano aria sventolando vecchi giornali e dicevano che mai
avrebbero immaginato che potesse fare così caldo quassù al Nord.
Quando mi svegliai ero sola, mamma e papà si erano già alzati. Io
dormivo sempre in mezzo a loro, la notte entravo in camera in punta di
piedi e mi infilavo nel lettone, fra l’uno e l’altra. Mi chiedevano se
avevo fatto brutti sogni, ma non era quella la ragione.
«Non voglio restare sola» rispondevo.
Era una cosa che avrebbero dovuto capire, visto che dormivano
insieme tutte le notti, ma per quante volte m’intrufolassi in mezzo a
loro, non ci riuscivano proprio, e ogni sera, quando mi coricavo, mi
ripetevano di restare nel mio letto; io dicevo che l’avrei fatto, perché
sapevo che volevano sentirselo dire, ma poi, ogni notte, mi svegliavo,
mi mettevo a sedere e mi assaliva la solitudine del letto vuoto, della
stanza vuota. Così sgattaiolavo in silenzio in camera loro, anzi no, non
in silenzio, perché i bambini non sono molto bravi a farlo, soprattutto
non io, perciò andavo in camera loro senza pensare al rumore dei miei
passi, senza pensare che li avrei svegliati, camminavo sulle fredde assi
di legno e poi salivo sul lettone, sempre dal lato dei piedi, in modo da
potermi infilare in mezzo a mamma e papà senza dover strisciare sui
loro grandi corpi. Poco importava se non riuscivo a coprirmi con il
piumino, perché quei corpi, ai lati del mio, mi tenevano caldo.
Quella mattina mi ritrovai da sola, mamma e papà si erano già
alzati, ma era il mio compleanno e io sapevo che sarei dovuta restare a
letto, me lo ricordavo dall’anno prima: il giorno del compleanno si
aspetta a letto zitti zitti, finché non arrivano mamma e papà. Ricordo
ancora il fremito, come si diffondesse nelle braccia e nelle gambe,
ricordo il tormento di quell’attesa, così insopportabile che forse
sarebbe stato meglio non festeggiare il compleanno.
«Ci siete?» chiesi piano.
Nessuno mi rispose.
«Ehi?!»
Tutt’a un tratto ebbi paura che non sarebbero arrivati, che avessero
sbagliato giorno.
«MAMMA ? PAPÀ ?»
O che si fossero dimenticati del mio compleanno.
«MAMMA ! PAPÀ !»
E poi eccoli con la torta, si schierarono ai due lati del lettone e
cantavano, una voce acuta e una bassa, perfettamente in coro, e
all’improvviso per me diventò troppo, mi tirai il piumino fin sopra alla
testa e rimasi lì molto più a lungo di quanto volessi.
Poi mi diedero i regali: da parte di mamma una palla lucida e una
bambola con le labbra tese in un sorriso orribilmente grande.
«Fa paura» dissi.
«Ma dai, non è vero» ribatté mio padre.
«Sì che è vero.»
«A me sembrava bella quando l’ho vista nel negozio. Era la più
grande di tutte» intervenne mia madre.
«Non dovevano farla con quel sorriso così» commentai io.
«Ringrazia mamma» disse papà. «Su, ringraziala.»
«Grazie» obbedii.
Dicevo sempre cosa pensavo e forse questo li irritava, ma mai
abbastanza da indurmi a cambiare atteggiamento; non sarebbe
neanche stato facile cambiarlo, probabilmente.
Ricordo quella bambola, e gli altri regali. Sono sicura di aver
ricevuto tutte queste cose, quel giorno: due libri sui fiori da papà, un
erbario, sempre da papà, un mappamondo luminoso da tutti e due. Li
ringraziai. Nessun bambino che conoscevo riceveva così tanti regali,
ma è anche vero che nessuno di loro aveva una madre che possedeva
un intero hotel con quasi cento camere – erano ottantaquattro, ma noi
dicevamo sempre quasi cento – e poi c’era la nostra ala privata, che
chiamavamo semplicemente “l’ala”, con tre sale, quattro camere da
letto, la cucina e perfino la stanza della domestica.
Mia madre aveva ereditato l’hotel dal nonno, morto prima che io
nascessi, c’erano foto di lui appese ovunque: il vecchio Hauger, lo
chiamavano tutti così, anch’io. L’aveva ereditato insieme al suo
chiamavano tutti così, anch’io. L’aveva ereditato insieme al suo
cognome, Hauger, un cognome banale, non capivo proprio che cosa
avesse di speciale. Era diventato anche il nostro cognome, al posto di
quello di mio padre, tipico di Oslo, perché di un cognome come
Hauger non ci si poteva certo sbarazzare, aveva spiegato mamma,
altrimenti avremmo dovuto cambiare anche il nome dell’albergo,
l’Hotel Hauger, e questo non si poteva fare, perché nei nostri muri era
scritta la storia, fin dal lontano anno di costruzione, affisso con numeri
intagliati nel legno sopra alla porta d’ingresso: 1882.
Mangiai la torta non solo al mattino, ma anche per tutto il resto
della giornata, ne mangiai talmente tanta che sentivo il suo sapore
dolce risalirmi dallo stomaco. Avevo sette anni e ancora adesso ricordo
perfettamente la sensazione della torta che premeva all’altezza del
petto, ma io continuavo a mangiarne. Vennero a trovarci i parenti e ci
sedemmo tutti a un tavolo in giardino, la famiglia di mia madre al
completo: la nonna, le zie, i due zii, la cugina Brigit e i miei tre cugini
maschi.
Gli ospiti facevano chiasso, ma la più chiassosa di tutti ero io. Non
riuscivo a stare seduta ferma, né sarei mai stata capace di farlo in
seguito, e avevo una voce acuta che secondo mio padre si poteva
sentire fin sulla cima del Galdhøpiggen, sorrideva sempre quando lo
diceva, fin sulla cima del Galdhøpiggen, il monte più alto della
Norvegia, e lui era contento che io gridassi così, ne era orgoglioso,
mentre mamma era di tutt’altra opinione, lei sosteneva che la mia
voce penetrasse fin dentro il midollo.
Facevo talmente tanto chiasso che non sentii nemmeno arrivare il
camion. Fu solo quando mia madre mi chiese di andare nel piazzale
che mi resi conto che stava succedendo qualcosa. Mi prese per mano e
con un cenno invitò anche gli altri ospiti a seguirci dietro l’angolo.
Rideva, guardava loro e poi guardava me, e la sua risata era strana,
perché rideva come di solito faccio io, una risata esuberante e un po’
troppo fragorosa, e così anch’io mi misi a ridere, perché mi sembrava
la cosa giusta da fare.
Mi voltai cercando papà con gli occhi e lo scorsi dietro alla piccola
folla di ospiti, da solo, avrei voluto prenderlo per mano, però mia
madre continuava a tirarmi con forza.
Girato l’angolo sobbalzai, non capivo quello che vedevo: l’intero
piazzale era bianco, un bianco smagliante che rifletteva la luce,
costringendomi a strizzare gli occhi.
costringendomi a strizzare gli occhi.
«Ghiaccio» disse mamma. «Neve, inverno. Guarda, Signe! È
inverno!»
«Neve?» chiesi.
Mia madre era accanto a me e intuii che doveva essere importante
per lei tutta quella neve, che in realtà era ghiaccio, ma non riuscivo a
capire il perché, e adesso anche papà era al suo fianco, ma lui non
sorrideva.
«E questo?» domandò.
«Ricordi, Signe?» disse lei. «Ricordi quanto desideravi che il tuo
compleanno fosse d’inverno?»
«No» risposi.
«Ricordi quanto hai pianto quando al compleanno di Birgit si è
messo a nevicare? Hai detto che avresti desiderato tanto un pupazzo
di neve al tuo compleanno, non è così?»
«Lo hai fatto portare giù dal monte?» le chiese papà, teso.
«Ci ha pensato Sønstebø, doveva già portare del ghiaccio allo
stabilimento ittico» gli rispose.
Mi voltai e vidi Sønstebø, un contadino di Eidesdalen: se ne stava lì
in piedi accanto al camion, guardava verso di me, sorridente, come se
attendesse qualcosa, alle sue spalle c’era suo figlio Magnus.
C’eri tu, Magnus. Sapevo già chi fossi, perché a volte tuo padre
portava il ghiaccio all’hotel con il suo camion e capitava che tu lo
accompagnassi, ma mi piace comunque pensare a quel momento come
alla prima volta che ti ho visto. Te ne stavi lì, scalzo, con i piedi
marroni di sole e sudiciume, aspettando anche tu come gli altri,
aspettando me. Mi ricordavi uno scoiattolo, con quei tuoi occhi tondi e
marroni a cui non sfuggiva niente. Avevi solo otto anni, ma ti eri reso
conto che c’era qualcosa in gioco, che qualcuno poteva aver bisogno di
te. Eri fatto così, Magnus, lo sei sempre stato.
«Perciò Sønstebø ha dovuto fare un viaggio extra?» domandò mio
padre a bassa voce. «Dal ghiacciaio fin qui?»
Sperai che cingesse le spalle di mamma con un braccio, come
faceva ogni tanto, e poi la stringesse a sé, invece non si mosse.
«È il compleanno di Signe, era un suo desiderio» disse lei.
«E Sønstebø quanto prende per l’incarico?»
«L’ha trovato divertente. Gli è piaciuta l’idea.»
«Le tue idee piacciono a tutti.»
«Le tue idee piacciono a tutti.»
A quel punto mia madre si girò verso di me. «Adesso puoi fare il tuo
pupazzo di neve, Signe. Facciamo un bel pupazzo di neve tutti
insieme!»
Io non volevo, ma risposi comunque di sì.
Portavo scarpe estive e per poco non caddi, non era facile tenersi in
equilibrio su quella massa bianca che mamma si ostinava a chiamare
neve, ma lei mi acciuffò e mi tenne su.
L’umidità e il freddo penetravano attraverso le suole, duri granelli
di ghiaccio mi finivano sopra ai piedi e si scioglievano sui calzettoni
sottili.
Mi chinai, presi la neve, cercai di comprimerla per farne una palla,
ma mi si disgregava fra le mani come zucchero perlato.
Sollevai la testa: tutti mi guardavano, tutti quanti. Magnus era
sempre lì, immobile, solo gli occhi si muovevano, si spostavano dalla
neve a me in continuazione, lui di neve al compleanno non ne aveva
mai ricevuta, solo le figlie degli albergatori potevano, e io avrei tanto
voluto che lui non avesse visto niente.
Mamma invece sorrideva, un sorriso ampio quanto quello della
bambola, la più grande del negozio, e io cercai di fare un’altra palla,
dovevo riuscirci, dovevo fare una palla e trasformarla in un gigantesco
pupazzo di neve, perché non mi ricordavo di aver desiderato un
compleanno invernale, non riuscivo proprio a ricordare di averne mai
parlato con mia madre, né di aver pianto al compleanno di Birgit. Ma
l’avevo fatto. E adesso papà era arrabbiato con mamma, e mamma mi
aveva fatto solo regali che io non sapevo che avrei voluto ricevere,
forse avevo anche detto che desideravo una bambola, e poi me n’ero
dimenticata. Era colpa mia se mi trovavo lì, con i piedi gelati e l’acqua
ghiacciata che mi colava dalle dita, era colpa mia se gli altri intorno a
me avevano facce strane, se il piazzale stava per trasformarsi in
un’orribile distesa melmosa, se papà guardava mamma con uno
sguardo che non capivo e si infilava le mani nelle tasche dei pantaloni
con le spalle che sembravano restringersi, era colpa mia se Magnus
era lì. E desiderai davvero dal profondo del mio martellante cuore di
sette anni che lui non mi vedesse così.
Per questo mentii. Per la prima volta nella mia vita mentii. Alcuni
bambini lo sanno fare, gli viene naturale dire che non sono stati loro a
prendere i biscotti dalla scatola, o a perdere il libro dei compiti per
strada, io invece non ne ero capace, così come non ero capace di
strada, io invece non ne ero capace, così come non ero capace di
immaginare cose, i giochi di fantasia e i mondi inventati non erano per
me, e quindi forse neanche le bugie. Fino ad allora non mi ero mai
trovata in situazioni in cui avessi avuto bisogno di mentire, perciò non
avevo neanche mai pensato che in effetti si potesse fare, che una
bugia avrebbe potuto essere la soluzione, semplicemente mi era
sempre sembrato più facile dire quello che pensavo.
Adesso però stavo per farlo, la menzogna stava affiorando alle mie
labbra, perché in fondo era tutta colpa mia, tutto quanto, pensai, con i
piedi freddi e i calzettoni bagnati, con la torta che premeva all’altezza
del petto, che tornava su verso la gola, verso la bocca, e io dovevo
fermare lo sguardo di mio padre: per questo mentii, perché lui
togliesse le mani dalle tasche e le allungasse verso mamma.
Riflettei sulla bugia in un lampo, la formai nella mia testa e poi la
recitai con voce bassa, sperando che suonasse autentica.
«Sì, mamma, mi ricordo. Desideravo un compleanno in inverno.»
E perché sembrasse vero, per rendere credibile la menzogna, mi
riempii le mani di quella neve marcia che pareva zucchero perlato e le
allungai verso i miei genitori.
«Grazie. Grazie mille per il ghiaccio.»
E adesso, pensai, adesso tornerà tutto a posto. Invece non successe
niente. Uno degli ospiti si schiarì piano la voce, mia cugina tirò la
manica alla zia e alzò gli occhi su di lei, ma gli adulti continuavano a
guardare me, in attesa, come se si aspettassero qualcosa di più.
Fu allora che Magnus si mosse, i suoi piedi nudi e svelti sul terreno,
dal camion fino a me.
«Ti aiuto io» disse.
Si chinò, aveva i capelli corti e il collo abbronzato, prese il ghiaccio
fra le mani e fece una palla molto più bella della mia.
A piedi nudi sul ghiaccio doveva avere davvero molto freddo, ma
non sembrava curarsene, intento com’era a fare un pupazzo insieme a
me, con quella neve in decomposizione e mezza sciolta, e io mi
dimenticai degli altri intorno a noi, che se ne stavano lì a guardarci.
«Ci serve un naso» esclamò lui.
«Una carota vuoi dire?»
«Sì, un naso.»
«In realtà è una carota» insistetti.
E lui rise.
E lui rise.
2
David
Timbaut, Bordeaux, Francia, 2041
L’aria calda tremolava sulla strada davanti a noi, creava onde sulla
cima delle colline, onde come d’acqua che poi sparivano non appena ci
avvicinavamo.
Del campo ancora nessuna traccia.
Sopra di noi il cielo blu. Terso, senza una nube. Blu, sempre blu.
Cominciavo a odiare quel colore.
Lou dormiva appoggiata al mio braccio, oscillando un po’ per via
dell’asfalto dissestato sotto alle ruote del furgone. Ne era passato di
tempo dall’ultima volta che qualcuno si era occupato della
manutenzione delle strade. Le case che oltrepassavamo erano
abbandonate, i campi inariditi e bruciati dal sole.
Girai la testa verso Lou, inspirai l’odore dei suoi capelli. Quei
morbidi capelli da bambina avevano un odore acre di bruciato. Anche i
nostri vestiti. Nonostante fossero ormai passati molti giorni da quando
avevamo lasciato Argelès. Da quando eravamo diventati una famiglia
dimezzata.
Ventidue giorni, anzi no, ventiquattro, sono già passati ventiquattro
giorni. Avevo perso il conto. Forse ho preferito perdere il conto.
Ventiquattro giorni da quando siamo scappati da Argelès. Io con Lou
fra le braccia. Lei piangeva. Io correvo. Ho corso fino a quando il
rumore dell’incendio non si sentiva più, fino a quando il fumo non è
diventato che una foschia lontana. Solo allora ci siamo fermati, ci
siamo girati verso la città e...
Basta, David. Adesso li ritroveremo. Ci saranno anche loro. Anna e
August saranno al campo. Perché era lì che Anna voleva andare. Me
ne aveva parlato tante volte. Diceva che non sarebbe stato male. Che
ne aveva parlato tante volte. Diceva che non sarebbe stato male. Che
in quel campo avremmo trovato cibo e corrente elettrica ricavata da
pannelli solari. E soprattutto acqua. Acqua pura e fresca che esce dal
rubinetto.
E da lì sarebbe poi stato possibile spostarsi ancora più a nord.
L’autista frenò di colpo. Accostò e si fermò.
Lou si svegliò.
«È quello» disse indicando.
Davanti a noi una recinzione di tela cerata verde militare.
Anna. August.
L’autista ci fece scendere. Mormorò un «buona fortuna» e proseguì
sollevando una nube di polvere.
Un muro d’aria calda ci investì. Lou sbatté le palpebre alla luce
accecante, mi prese per mano.
La sfera di fuoco alta nel cielo prosciugò ogni goccia d’acqua
rimasta dentro di me. L’asfalto scottava, mancava poco che si
sciogliesse sotto ai nostri piedi.
Il mio cellulare si era rotto, l’orologio lo avevo barattato durante il
viaggio. Non sapevo che ore fossero. Ma l’ombra della recinzione era
corta, perciò non poteva essere più tardi delle tre.
Camminavo a passo spedito. Adesso li avremmo ritrovati. Erano
sicuramente arrivati prima di noi.
Arrivammo all’ingresso, presidiato da due guardie in uniforme
militare sedute dietro a un tavolo.
Ci guardarono senza vederci.
«Documenti» disse una guardia.
«Sto cercando delle persone» spiegai.
«Prima i documenti» mi ripeté.
«Ma...»
«Non vuole entrare?»
Posai i nostri passaporti davanti a lui, ma lasciai in borsa quelli di
Anna e August. Meglio che la guardia non li vedesse, mi avrebbe
tempestato di domande.
Sfogliò rapidamente il mio passaporto, alla pagina con la fotografia
si fermò. Io stesso sobbalzavo ogni volta che la vedevo. Quel tizio sulla
foto ero davvero io? Con quelle guance rotonde, quasi paffute... Che la
macchina fotografica avesse deformato il mio viso?
No, a quell’epoca ero davvero così. Rotondetto, non grassoccio, ben
No, a quell’epoca ero davvero così. Rotondetto, non grassoccio, ben
nutrito, tutto qui.
O forse, in effetti, ero semplicemente normale. Forse, un tempo,
avevamo tutti quell’aspetto.
Poi prese il passaporto di Lou, era più recente, ma lei cresceva così
in fretta. Quella sulla foto avrebbe potuto essere una bambina
qualunque. Erano passati tre anni da quando era stata scattata. Lou
sorrideva, non era seria come adesso.
Quella mattina presto le avevo fatto le trecce. Ero bravo a fare le
trecce. Le spazzolavo i capelli, poi li dividevo in due parti uguali con
una riga in mezzo e li intrecciavo rapidamente: due trecce belle tese
che le scendevano fin sulla schiena. Forse erano state quelle trecce a
far sì che l’autista del furgone ci desse un passaggio. Speravo che
potessero anche distogliere l’attenzione da quanto Lou fosse sporca e
magra. E dalla sua espressione seria. Perché adesso sorrideva
raramente, la mia bambina. Prima saltellava, correva, era sempre in
movimento. Adesso invece le trecce scendevano lungo la schiena
perfettamente immobili.
La guardia continuava a fissarmi. Evidentemente mi stava
confrontando con la foto sul passaporto.
«È di cinque anni fa» gli spiegai. «Avevo solo vent’anni.»
«Ha qualcos’altro? Qualche documento che possa attestare che lei
è veramente lei?»
Scossi la testa.
«Sono riuscito a prendere solo il passaporto.»
Guardò la foto ancora una volta, come se potesse dargli qualche
risposta. Poi tirò fuori una cucitrice e due fogli di colore verde chiaro.
Con gesti abitudinari li pinzò a casaccio sui passaporti.
«Compili questi» mi disse porgendomeli.
«Dove?»
«Il modulo, compili qui.»
«Intendevo dire... dove? Non c’è un tavolo?»
«No.»
Presi i passaporti. La guardia aveva lasciato il mio aperto sulla
pagina con il modulo verde.
«Una penna ce l’ha?»
Cercai di sorridere, ma la guardia scosse la testa rassegnata. Non
incrociò il mio sguardo.
«La mia l’ho persa» dissi.
«La mia l’ho persa» dissi.
Non era proprio vero. Non l’avevo persa, ma finita. Lou non
smetteva di piangere la seconda sera di viaggio, piangeva con
singhiozzi soffocati e il viso nascosto fra le mani. E io le dissi di
disegnare. Disegnò sottili strisce d’inchiostro blu sul retro di una
vecchia busta che avevamo trovato lungo la strada. Disegnò ragazze
con la gonna e colorò le gonne riempiendole di inchiostro e calcando
così tanto da bucare il foglio.
La guardia si mise a frugare in una scatola per terra. Ne tirò fuori
una penna blu decisamente usata e con la plastica della cannuccia
crepata. «La rivoglio indietro.»
Dovetti compilare i moduli in piedi, senza niente a cui appoggiarmi.
La mia calligrafia risultava incerta e strana.
Cercai di sbrigarmi. Mi tremava la mano. Professione. Ultimo posto
di lavoro. Ultimo luogo di residenza. Da dove provenivamo. Dove
eravamo diretti. Dove eravamo diretti?
«Nelle terre dell’acqua, David» mi ripeteva sempre Anna. «È lì che
dovremmo andare.»
Tanto più arido diventava il nostro paese, tanto più spesso lei
parlava dei paesi a nord, dove pioveva non solo qualche rara volta nel
corso dei mesi freddi, ma anche in primavera e in estate. Dove non
esistevano prolungati periodi di siccità. Dove anzi era piuttosto il
contrario, la pioggia era un flagello e arrivava in forma di violenti
nubifragi, i fiumi esondavano e le dighe cedevano all’improvviso e con
brutalità, inondando ogni cosa.
«Perché si lamentano tanto?» si interrogava lei. «Hanno tutta
l’acqua del mondo!»
Noi avevamo soltanto il mare salato, che cresceva. Come la siccità.
Era la siccità a inondare ogni cosa da noi. Incessantemente. Prima una
siccità di due anni, poi di tre, poi di quattro. Questo era il quinto anno.
L’estate pareva non avere fine.
La gente aveva cominciato ad abbandonare Argelès già
nell’autunno dell’anno prima, ma noi avevamo tenuto duro. Io avevo
un lavoro, non potevo lasciarlo, non potevo andarmene da quel
vecchio, malconcio impianto di dissalazione che permetteva di
ricavare acqua dolce dal mare.
La corrente elettrica però andava e veniva, i negozi avevano
cominciato a restare senza merce, la città si era fatta sempre più
cominciato a restare senza merce, la città si era fatta sempre più
vuota, sempre più silenziosa. E sempre più calda. Perché più arida
diventava la terra più calda diventava l’aria. Dapprima il sole aveva
fatto evaporare l’acqua, ma dopo aver prosciugato l’umidità del
terreno, il suo calore si era abbattuto su di noi.
Non passava giorno senza che Anna dicesse che dovevamo
andarcene. All’inizio insisteva per andare dritti al Nord, quando
ancora era possibile, prima che chiudessero i confini, poi aveva
cominciato a parlare di diversi campi. Pamiers, Gimont, Castres. E alla
fine del campo di Timbaut.
E mentre Anna ne parlava, le temperature continuavano a salire. I
migranti che arrivavano da sud facevano tappa nella nostra città, si
fermavano qualche giorno, poi ripartivano. Ma noi eravamo rimasti.
Mi fermai, la penna sollevata. Dove eravamo diretti?
Non potevo rispondere da solo. Dovevo prima trovare Anna e
August.
L’uomo in coda dietro di noi ci urtò senza nemmeno rendersene
conto. Era piccolo e avvizzito, come se non riuscisse a riempire la sua
stessa pelle. Aveva una mano avvolta in una benda sporca.
La guardia pinzò rapidamente il foglio verde al suo passaporto.
L’uomo lo prese senza una parola e si spostò di lato per compilarlo con
la penna che aveva già in mano.
Era di nuovo il mio turno. Consegnai alla guardia i passaporti con i
moduli. Quei dieci punti che avrebbero dovuto comunicare tutto quel
che avevano bisogno di sapere di me e di Lou.
La guardia indicò la riga più in basso.
«E qui?»
«Non abbiamo ancora deciso. Devo prima parlarne con mia
moglie.»
«Sua moglie dov’è?»
«Dovremmo incontrarci qui.»
«Dovremmo?»
«Dobbiamo. Siamo d’accordo d’incontrarci qui.»
«Se il modulo non è compilato in ogni sua parte non possiamo
accettarlo.»
«Ma io devo prima parlarne con mia moglie. La sto cercando.
Gliel’ho appena spiegato.»
«Allora scrivo Inghilterra.»
Inghilterra, a metà strada fra nord e sud, ancora accettabile.
Inghilterra, a metà strada fra nord e sud, ancora accettabile.
«Ma non sono sicuro che...»
Ad Anna l’Inghilterra non piaceva. Non le piaceva il cibo, nemmeno
la lingua.
«Qualcosa devo scriverci» ribadì la guardia.
«Quindi non è vincolante?»
Lui si fece una breve risata.
«Se ha la fortuna di ottenere un permesso di soggiorno, le conviene
prendere quello che arriva.»
Si chinò sul modulo e scrisse rapidamente GRAN BRETAGNA .
Poi mi restituì il passaporto.
«Ecco fatto. Di notte non si può lasciare l’area, ma di giorno siete
liberi di andare dove volete, sia all’interno che all’esterno del campo.»
«Bene» dissi.
Cercai di sorridere di nuovo. Avrei voluto che anche lui mi
sorridesse, avevo bisogno di un sorriso.
«Vi verrà assegnato un posto nel Magazzino 4.»
«E dove posso chiedere notizie di mia moglie? E di mio figlio? Ha
solo un anno... si chiama August.»
La guardia alzò la testa. Finalmente mi guardò.
«Alla Croce rossa» mi rispose. «Li vede subito, non appena entra.»
Avrei voluto abbracciarlo, invece mi limitai a mormorare un
«grazie».
«Avanti il prossimo» disse lui.
Varcammo in fretta il portone. Mi trascinai dietro Lou. E nel
momento stesso in cui entrammo mi accorsi di un suono. Cicale. Da un
albero sopra di noi. Acqua non ce n’era, ma loro frinivano con
un’energia pazzesca, non si arrendevano. Forse era così che andavano
affrontate le cose. Cercai di respirare normalmente.
Il campo era costituito da alcuni vecchi magazzini di grosse
dimensioni sparsi su un’ampia superficie pianeggiante. Grandi alberi
gettavano le loro ombre. Avevano ancora le foglie, evidentemente le
radici andavano molto in profondità. Un cartello sulla parete rivelava
che un tempo lì c’era stata una fabbrica di tende da sole. PER RIPARARSI
DAL SOLE IN OGNI OCCASIONE , diceva. Doveva essere stata una fabbrica di
prodotti di qualità.
Ci addentrammo nel campo. Fra un magazzino e l’altro c’erano una
decina di tende militari e altrettanti prefabbricati, disposti in file dritte
decina di tende militari e altrettanti prefabbricati, disposti in file dritte
e tutti con pannelli fotovoltaici sul tetto. Di spazzatura in giro non se
ne vedeva. Qua e là erano sedute delle persone. Si riposavano nel
caldo torrido. Erano tutte pulite e vestite in modo decoroso.
Anna aveva ragione. Era un bel posto.
«Lì» dissi indicando una bandiera che svolazzava sul tetto di uno
dei prefabbricati poco più in là.
«Di che paese è quella bandiera?» mi chiese Lou.
«Non è di nessun paese. È la bandiera della Croce rossa» le risposi.
«Loro sanno dove sono mamma e August.»
«Davvero?»
«Sì.»
Lou mi teneva per mano, mi stringeva con quella sua mano da
bambina appiccicosa e sudaticcia. Anna le ripeteva sempre di lavarsi
le mani. Ogni volta, prima di ogni pasto, ripeteva lo stesso ritornello:
«Vai a lavarti le mani, ricordati dei batteri.» Se avesse visto Lou
adesso...
Girammo l’angolo e Lou si fermò di colpo.
«Coda» mormorò.
Merda.
«Ah, ma con le code noi ce la caviamo benissimo, vero Lou?» le
dissi cercando di usare un tono allegro.
Negli ultimi anni era tutto razionato. Facevamo la coda per un litro
di latte. Per un pezzo di carne. Per un sacchetto di mele, per
qualunque tipo di frutta. Le code per la frutta e la verdura erano le più
lunghe. C’erano così poche api, così pochi insetti. Erano scomparsi
gradualmente, ma con l’arrivo della siccità il fenomeno era peggiorato
rapidamente. Niente insetti, niente frutta. Mi mancavano i pomodori. I
meloni. Le pere. Le prugne. Affondare i denti in una prugna succosa.
Fresca di frigorifero...
Lou non poteva neanche immaginare cosa fosse una vita senza
code. Ed era grazie a lei che avevamo imparato che, anziché stare in
coda, potevamo star seduti in coda.
La prima volta che si era seduta era stato per puro sfinimento.
Frignava. Ci mancava poco che si mettesse a piangere. Ma quando io
mi ero seduto accanto a lei e le avevo detto che stavamo facendo un
picnic, si era messa a ridere.
Adesso sederci in coda per noi era diventata un’abitudine. Le code
Adesso sederci in coda per noi era diventata un’abitudine. Le code
erano un’occasione per giocare, il luogo delle scampagnate, della
scuola, delle cene succulente. Soprattutto delle cene. Lou adorava
giocare a mangiare.
Le diedi un biscotto, l’ultimo che avevo nello zaino. Lei mi sorrise
sgranocchiandolo.
«Mmm... c’è della crema pasticciera dentro» mi disse mostrandomi
quel secco biscotto integrale.
Partimmo dall’antipasto, senza farci mancare niente: primo,
secondo, contorno, dolce. Per qualche attimo riuscii davvero a pensare
solamente al gioco.
Più che altro però pensavo ad Anna. L’aspettavo. Sarebbe potuta
comparire da un momento all’altro. Venire verso di me con August fra
le braccia. Lui mi avrebbe sorriso spalancando la bocca, con quei suoi
quattro dentini. L’avrei preso e stretto a me, mentre Anna mi
abbracciava, e anche Lou avrebbe preso parte al nostro abbraccio,
ovviamente. Tutti e quattro, insieme, abbracciati.
Poi la porta del prefabbricato si aprì, era arrivato il nostro turno.
Il pavimento era pulito, fu la prima cosa che mi saltò all’occhio. Un
duro pavimento in legno senza un granello di polvere. A terra c’erano
dei cavi aggrovigliati. Faceva fresco. Un condizionatore da parete
ronzava rumorosamente.
Una donna seminascosta dietro a uno schermo, connesso a un
computer esterno, ci sorrise invitandoci ad accomodarci.
«Benvenuti» disse.
Indicò due sedie di fronte alla scrivania.
Le spiegai rapidamente perché ci eravamo rivolti a lei. Le raccontai
che la famiglia era stata divisa mentre scappavamo dal Sud e che
eravamo d’accordo che ci saremmo ritrovati in quel campo.
«Una proposta di mia moglie» precisai. «Voleva che venissimo qui.»
La donna iniziò a battere sulla tastiera. Chiese nome, cognome e
data di nascita sia di Anna sia di August, e che aspetto avessero.
«Aspetto?»
«Hanno qualche segno particolare?»
«No... Anna ha i capelli castani. È piuttosto bassa.» Tutt’a un tratto
quelle parole mi sembrarono quasi voler sottolineare un difetto.
«Voglio dire... non è molto alta. Sarà un metro e sessanta, più o meno.
Ed è bella» mi affrettai ad aggiungere.
La donna mi sorrise.
La donna mi sorrise.
«I capelli si schiariscono molto durante l’estate. Gli occhi sono
marroni.»
«E il bambino?»
«Ecco... ha quattro denti e pochissimi capelli. Può darsi che adesso
di denti ne abbia anche più di quattro. Piagnucolava molto negli ultimi
giorni. Penso gli facessero male le gengive.»
Cos’altro avrei potuto dirle? Che aveva un pancino in cui adoravo
affondare la faccia? Che la sua risata era squillante? E che quando
aveva fame urlava come un corno da nebbia?
«Quando li ha visti l’ultima volta?»
«Quando siamo partiti» risposi. «Abbiamo lasciato Argelès il 15
luglio.»
«Che ore erano?»
«Metà giornata, ora di pranzo.»
Lou aveva smesso di guardarmi, aveva tirato su le gambe e posato
la testa sulle ginocchia.
«Che cosa è successo?»
A un tratto tutte quelle domande cominciarono a darmi fastidio.
«Quello che è successo a molti altri» risposi. «Abbiamo dovuto
andarcene. Siamo stati fra gli ultimi a lasciare la città. E le circostanze
ci hanno separato.»
«È tutto?»
«Sì.»
«E non ha più saputo niente?»
«E come avrei potuto? La rete è collassata. Il telefono non funziona.
Ma ci ho provato. Altrimenti non mi sarei rivolto a lei!»
Inspirai a fondo. Dovevo darmi una calmata, non potevo alzare la
voce. Dovevo cercare di essere positivo. Mostrarle che ero un bravo
ragazzo.
E poi quella donna mi piaceva. Sui cinquant’anni, con il viso sottile.
Aveva l’aria stanca, il tipo di stanchezza di chi lavora duramente per
gli altri tutto il giorno.
«Eravamo d’accordo» le ripetei con la maggior tranquillità e
chiarezza possibile, «avevamo deciso di incontrarci qui.»
Lei tornò a guardare lo schermo del computer. Scrisse
qualcos’altro.
«Purtroppo nei miei registri non riesco a trovarli» disse lentamente.
«Purtroppo nei miei registri non riesco a trovarli» disse lentamente.
«Non sono qui. E non ci sono nemmeno mai stati.»
Guardai Lou, stava ascoltando? Forse no. Sedeva con la fronte
appoggiata alle ginocchia, non riuscivo a guardarla in faccia.
«Potrebbe controllare di nuovo?» chiesi.
«Non servirebbe a niente» mi rispose in tono neutro.
«E invece sì.»
«David, mi ascolti...»
«Lei come si chiama?»
«Jeanette.»
«Okay, Jeanette. Avrà anche lei una famiglia. Pensi un attimo se
stessimo parlando dei suoi.»
«I miei?»
«La sua famiglia. I suoi cari.»
«Ho perso qualcuno anch’io» disse lei.
Ovviamente anche lei aveva qualcuno, qualcuno che stava
cercando, che forse non avrebbe mai più rivisto. Era lo stesso per
tutti.
«Mi scusi» le dissi. «Quello che intendo è che è lei ad avere accesso
ai registri.» Indicai lo schermo. «Non è quello che fate? Trovare le
persone?»
Trovare le persone. Suonava così infantile. Di certo a lei apparivo
come un bambino anch’io, un bambino con una bambina al seguito. Mi
raddrizzai. Scompigliai con una carezza i capelli di Lou, mi sforzai di
sembrare paterno.
«Dobbiamo trovare Anna, la sua mamma» spiegai. «E suo fratello»
mi affrettai ad aggiungere. Non volevo che credesse che mi fossi
dimenticato di August.
«Mi dispiace, ma siete rimasti separati per ventiquattro giorni»
affermò la donna. «Potrebbe essere successo di tutto.»
«Ventiquattro giorni non sono poi così tanti» insistetti.
«Forse sono finiti in un altro campo» suggerì lei, in un tono più
confortante, questa volta.
«Sì» dissi rapido. «Sarà andata così.»
«Posso emettere una segnalazione per persone scomparse»
aggiunse Jeanette.
Sorrise di nuovo, stava davvero cercando di essere gentile. E io le
risposi con altrettanta gentilezza, la ringraziai per la disponibilità, per
dimostrarle che anch’io sapevo essere gentile. Sedevo con le braccia
dimostrarle che anch’io sapevo essere gentile. Sedevo con le braccia
strette al corpo, irrigidito. Cercavo di nascondere il sudore sotto alle
ascelle, i grossi aloni sulla maglietta. Gettai un’altra occhiata a Lou.
Ancora non riuscivo a vederle il viso. Sedeva rigida come me, solo
che teneva la fronte sulle ginocchia.
Quando la sollevò, vidi che la stoffa dei pantaloni aveva lasciato
impresso un sottile reticolato sulla sua pelle liscia.
Non la presi per mano quando ce ne andammo. Avrei voluto
mettermi a correre. Gridare. Ma mi costrinsi a camminare
tranquillamente.
Le cicale. Le cicale non si arrendono. Le cicale sopportano.
Io sono una cicala.
3
Signe
Dovrei sistemare delle cose, su una barca c’è sempre qualcosa da
mettere a posto, lubrificare, avvolgere, incollare, pulire, fissare, non si
smette mai. Oppure dovrei andare all’hotel a salutare i miei
fratellastri. Non li ho praticamente più visti da quando sono subentrati
nella gestione dell’albergo, dovrei proprio andarci. E invece me ne sto
qui seduta in dinette a bere tè. Non riesco a muovermi, sono ormai
ventiquattr’ore che mi trovo a Ringfjorden, a casa, ma non faccio altro
che starmene seduta ad ascoltare.
Il frastuono degli elicotteri si sente dal mattino presto, in direzione
del monte, avanti e indietro, dal ghiacciaio allo stabilimento ittico
ormai in disuso e ritorno. Ora lì lavorano il ghiaccio, lo tranciano, lo
confezionano e lo spediscono.
Il frastuono aumenta e diminuisce, non è più solo un suono ma
qualcosa di palpabile, mi si conficca dentro. Le vibrazioni scuotono
l’acqua del fiordo, fanno tremare la pavimentazione della barca e da lì,
dal pagliolo, si trasmettono a me correndo lungo la colonna vertebrale.
Forse la gente del paese se ne lamenta, forse ne scrivono sui
giornali locali, protestano nelle lettere dei lettori. Perché qualcosa da
dire lo avranno per forza, si saranno pur fatti un’opinione in merito.
Non ho ancora parlato con nessuno, non ho ancora chiesto niente, ma
adesso mi alzo e vado al negozio.
Saluto con un cenno del capo la cassiera, non credo che mi
riconosca, io della sua faccia non mi ricordo. Sono tra i pochi ad aver
deciso di andare via, ad aver scelto un’altra vita. Signe Hauger,
giornalista, scrittrice, attivista di professione. La gente di qui forse
non avrà letto niente di mio, ma avranno sicuramente sentito voci su
di me, e di certo sparlato, anche se sono passati molti anni da quando
mi sono incatenata e mi hanno sbattuta dentro.
La cassiera comunque non mi riconosce, perché ricambia con un
cenno del capo indifferente. Dovrei chiedere a lei cosa pensa del
Blåfonna, degli elicotteri, di solito alle persone piace condividere le
proprie opinioni. Forse potrei fare due chiacchiere con lei, strana
espressione questa, due chiacchiere, come se il chiacchierare si
potesse quantificare e interrompere così all’improvviso... È forse una
delle ragioni che mi rendono incapace di portare avanti questo genere
di conversazione con gli altri, che io li conosca o meno. Oggi, invece,
vorrei fare delle domande su qualcosa di molto concreto. Non ce la
faccio ad andare semplicemente lì da lei – sarebbe strano, innaturale
–, preferisco aspettare il momento in cui dovrò pagare.
Comincio a prendere le cose di cui ho bisogno: pane, succo di
frutta, detersivo per piatti Zalo, cibo in scatola, tè. Poi ecco il tintinnio
sottile della campanella sulla porta d’ingresso che si apre. Entrano
due signore di una certa età.
Loro sì che sanno fare due chiacchiere, e anche piuttosto lunghe.
Chiacchierano come se fossero pagate per farlo, ma non parlano degli
elicotteri, né del ghiaccio: a quanto pare del Blåfonna non parla
nessuno.
Ci metto un po’ a capire chi siano quelle due, la voce è la prima
cosa che riconosco, andavamo a scuola insieme e hanno una voce
incredibilmente simile a quella che avevano da ragazze, toni che
s’alzano e s’abbassano, risate.
Avanzo di un passo da dietro allo scaffale uscendo allo scoperto,
sarebbe sciocco non salutarle, e poi forse sanno qualcosa del
ghiacciaio, forse a loro interessa, ma ecco che una parola, un nome, in
quel fiume di chiacchiere, mi blocca.
Magnus.
Hanno cominciato a parlare di lui, intuisco che una delle due
potrebbe essere sua cognata, sì esatto, ed è proprio lei a raccontare le
ultime novità. Magnus si è trasferito in Francia, rivela con evidente
invidia, torna a casa solo per le riunioni del consiglio di
amministrazione della Ringfallene, e pare non abbia alcuna intenzione
di rinunciare alla carica di presidente, non ancora per lo meno, è un
lavoro che adora, ma gli piace anche godersi la pensione laggiù, dove
gioca a golf e va alle degustazioni di vini, dev’essere meraviglioso
laggiù, usa proprio la parola meraviglioso, e io me ne resto nascosta
dietro allo scaffale.
Meraviglioso. Eh già, me lo immagino. L’ho visto qualche anno fa, a
Bergen, dall’altro lato della strada, stava sicuramente andando a una
riunione di affari. Portava la ventiquattrore, indossava un completo e,
sopra, un giaccone impermeabile, l’uniforme del businessman
norvegese, lui non mi ha vista, ma io ho fatto in tempo a studiarlo.
Quella vita meravigliosa aveva lasciato tracce ben visibili su di lui, la
parte più evidente del suo corpo era la pancia, anche lui era diventato
come molti altri della mia generazione. Un corpo rigonfio in
un’esistenza rigonfia nel nostro nuovo e meraviglioso mondo.
Resto ferma dove sono finché non hanno finito di parlare, mi
domando se diranno ancora qualcosa di lui, ma poi cominciano a
chiacchierare dei loro nipoti, e con le loro storie cercano di superarsi
l’un l’altra, e quanto sono bravi e quanto sono legati, quanto spesso li
vedono e soprattutto quanto i loro figli dipendono da loro, dalle nonne,
per affrontare il quotidiano.
E non smettono. Evidentemente dei nipoti si può parlare all’infinito.
Mi allontano furtivamente dal mio cestino per la spesa, raggiungo la
porta e la apro con cautela, in modo che la campanella non suoni
troppo forte.
«Io so di amarti» gli ripetevo sempre.
«Ti amo anch’io» mi rispondeva Magnus.
«Esiste un superlativo della parola amare?» gli chiesi una volta.
Eravamo a letto, stretti l’uno all’altra, mentre il battito tornava
lentamente ai suoi valori normali. Credo fossimo da lui, come spesso
capitava.
«In che senso?»
«È una parola che può avere diverse gradazioni, oppure è già di per
sé così forte da esprimere sempre il massimo, il cento per cento?»
«Solo tu puoi teorizzare le parole più sentimentali di una lingua»
sorrise lui accarezzandomi il braccio.
«Ma se fosse possibile stabilire una gradazione» insistetti, «il
sapere non aggiungerebbe forza all’espressione? Dicendoti di sapere
che ti amo, non esprimerei una maggiore intensità?»
«Vorresti dire che tu mi ami più di quanto ti amo io?»
«Sì, credo di sì» risposi stringendomi ancor di più a lui.
«Sì, credo di sì» risposi stringendomi ancor di più a lui.
«Io non credo.»
«È la consapevolezza che aggiungo al termine, attraverso il
contesto linguistico in cui lo calo, a conferirgli maggiore intensità.»
«Devo prenderti sul serio?»
«Devi prendere sul serio tutto quello che ti dico.»
«Va bene. Allora ti direi che in questo modo introduci un dubbio. Le
parole io so lasciano uno spiraglio all’eventualità che potrebbe
arrivare un tempo, un momento, in cui effettivamente non sai più.»
«Non ti capisco.»
«E mostri implicitamente anche il contrario... che esiste un io non
so. E, ritoccato al ribasso, ioLa mia versione invece...pan> credo. »
«Su, sentiamo la tua versione, mio amato Magnus...»
«Due semplici parole, Signe. Due parole che suonano come un
cliché. Ma che sono anche le più vere, perché non fanno riferimento a
qualcosa che verrà o che è stato, a qualcosa di diverso da noi due.»
«Di diverso da te.»
«Eh?»
«Qualcosa di diverso da te. Tu fai riferimento esclusivamente al tuo
sentimento» gli dissi.
«E va bene.»
«Stai dicendo che secondo te io sarei una vigliacca, una che si
trattiene?»
«Sto dicendo che ti amo.»
«È in contrasto con il pensarlo? Tu pensi di amarmi.»
«In questo preciso istante penso che mi fai impazzire.»
«Le parole. Sono. Importanti.»
«Le parole. Sono. Importanti. Per te.»
«Farò la giornalista» gli dissi sorridendo. «Devi accettarlo.»
«Non sapevo cosa avresti fatto quando ti ho scelta.»
«Le premesse c’erano tutte.»
«Forse.»
«E comunque... tu hai scelto me? È l’uomo a scegliere la donna? La
forza positiva sceglie quella negativa? Ho sempre pensato di essere
stata io a scegliere te.»
«Mia cara De Beauvoir, mi arrendo. Tu hai scelto me.»
«Sì. Io ho scelto te.»
«Possiamo dormire, adesso?»
«Sì. Buonanotte» dissi.
«Sì. Buonanotte» dissi.
«Ti amo» disse lui.
Quando esco dal negozio gli elicotteri non si sentono più, un altro
rumore ha preso il sopravvento.
Un tizio in abiti da lavoro si sposta avanti e indietro con un carrello
elevatore, facendo la spola fra lo stabilimento ittico e una piccola nave
cargo ormeggiata in porto. Trasporta a bordo gli euro-pallet su cui
sono impilati i contenitori con il ghiaccio. Si muove bruscamente e con
incuria, si sente un colpo forte ogni volta che i contenitori toccano
l’interno della nave e spariscono nella stiva.
Poi scende il silenzio. Il carrello elevatore viene parcheggiato lungo
la parete dello stabilimento ittico, tutti lasciano il porto. Domani
arriverà il comandante, farà azionare i motori, si porterà via il
ghiaccio, il mio ghiaccio, il nostro ghiaccio, in rotta verso sud, verso
paesi dove nessuno ha mai visto un ghiacciaio, o tenuto la neve in
mano, e lì si scioglierà nei bicchieri, nei drink, andrà perduto per
sempre.
Magnus non ha bisogno del ghiaccio, ha la piscina e Trine, la sua
moglie grassoccia – era grassottella già quando studiavano ingegneria,
me lo ricordo –, e mi domando se lui fosse già innamorato di lei a quei
tempi, magari anche prima che io lo lasciassi, e ha dei nipoti che
sicuramente vanno a trovarlo, e le degustazioni di vino, non ha
bisogno di cubetti di ghiaccio, berrà solo vino rosso, Bordeaux, di
Borgogna, Beaujolais, sorsi eccezionali dalle sfumature fruttate con
aroma di prugna. Eppure, ha approvato tutto questo.
La piccola nave cargo oscilla sulla superficie del mare, il ghiaccio è
là dentro, domani lo porteranno via, domani sparirà.
È là dentro solo soletto, è così facile, e dietro a tutto questo c’è
Magnus, che non ne ha bisogno ma lascia comunque che succeda, c’è
lui dietro, e non importa niente a nessuno.
Sono io l’unica a cui importa, ed è così facile.
Non c’è nessuno a guardia del cargo.
Nessuno pensa più a me, nessuno si interessa più a me o si ricorda
di me, sono un’esile signora dai capelli grigi e dal berretto pieno di
pallini di lana, sono una vecchia, vecchia come la roccia, come il
Blåfonna.
Non posso mandare tutto all’aria, ma questo sì.
Non posso alzare la voce su tutto, ma su questo sì.
Non posso alzare la voce su tutto, ma su questo sì.
Posso buttare a mare tutto il ghiaccio e poi sparire.
4
David
Lou mi stringeva forte la mano quando dal prefabbricato della
Croce rossa ci spostammo verso il Magazzino 4. Quella piccola mano
appiccicosa non mi mollava mai. Non mi aveva mai lasciato da quando
ce n’eravamo andati da casa, almeno così mi sembrava. Lou non si
lamentava mai, faceva sempre tutto quello che le dicevo e non mi
perdeva di vista un secondo.
Essere da soli con un bambino è un po’ come essere una persona e
mezzo. È completamente diverso dall’essere da soli con la fidanzata.
La fidanzata è pur sempre una persona grande come te, o quasi. In
grado di saziarsi quando ha fame, di bere a sufficienza, di cambiarsi la
biancheria intima. Di tenerti per mano per evitare che tu possa
crollare. Di prendersi metà del carico. Ma quando sei con un bambino
devi essere sempre tu quello che sostiene tutto.
Il magazzino era proprio dietro ai servizi igienico-sanitari. Un
enorme locale industriale suddiviso in lunghi corridoi e piccoli vani,
separati gli uni dagli altri da vecchie pezze di stoffa per tende da sole
che pendevano dal soffitto. Stoffe a strisce gialle, stoffe blu, rosse,
tutti colori allegri.
Ogni vano era dotato di letti, per la maggior parte vuoti. Il
pavimento era pulito e una leggera corrente d’aria creata dalle porte
lasciate aperte rendeva più fresco l’ambiente.
«Ecco qui» dissi. «Numero trentadue. È il nostro.»
Il nostro cantuccio, con due letti in acciaio color verde militare, un
armadio in metallo e un contenitore in plastica per metterci le nostre
cose. Sui letti erano posati le lenzuola e un flacone a testa di gel
igienizzante. Forse l’acqua non bastava a lavarsi anche le mani.
«La pareti sono di stoffa» disse Lou toccando la tela a strisce delle
tende da sole.
tende da sole.
«Non sono belle? Sembra di essere a teatro» dissi io.
«No, sembra di essere in tenda. Siamo in campeggio» ribatté lei,
lasciandomi finalmente la mano.
«E questo è il nostro tavolo da campeggio» aggiunse sistemando il
contenitore in plastica fra i letti. «Con la tovaglia...» Tirò fuori dalla
tasca il suo fazzoletto di stoffa sporco e ce lo posò sopra.
Misi il nostro zaino nell’armadio. Lo riempiva solo per metà.
Tutto quello che avevamo stava in mezzo armadio. Prima possedevo
un appartamento, un piccolo televisore a schermo piatto, un cellulare,
una quindicina di magliette, almeno sette paia di pantaloni, otto paia
di scarpe, una montagna di calzini che restavano sempre scompagnati,
un tavolo, quattro sedie, un divano, tende, posate, due coltelli di buona
qualità, un tagliere, un letto, due letti da bambino, un intero scaffale
pieno di libri, un portafoglio in pelle di vitello, due piante in vaso di cui
Anna si prendeva cura, tre vasi per i fiori, lenzuola per quattro, una
pila consistente di asciugamani, la maggior parte sbiaditi dai lavaggi,
due giacconi pesanti, tre sciarpe, quattro berretti, cinque cappelli, due
flaconi di crema solare mezzi consumati, shampoo, detersivo per i
piatti, spazzola per stoviglie, porta carta igienica, un secchio, uno
spazzolone, sette strofinacci, un fasciatoio, pannolini, salviette
umidificate, due tappeti, un poster con la foto di Manhattan prima
delle ultime mareggiate, una moglie, due figli...
Richiusi l’anta dell’armadio.
Nel vano davanti al nostro intravidi l’uomo che era in coda dopo di
noi. Era sdraiato con il viso rivolto alla parete.
Cominciai a fare i letti. Materassi sottili in plastica viscida che
odorava di disinfettante. Un lenzuolo per il materasso, uno per
coprirsi. Nessun cuscino. Lou avrebbe potuto continuare a usare il suo
maglione come cuscino. Come aveva fatto in questi giorni di viaggio.
Le piaceva dormire con qualcosa di arrotolato sotto alla testa.
L’uomo sdraiato sul letto gemette. Lo sentii rigirarsi, il letto emise
uno scricchiolio metallico. E lui si lamentò ancora una volta. Un basso,
sibilante mugolio di dolore.
Andai nel corridoio. L’uomo non si accorse di me, si rigirò di nuovo,
voltò la mano bendata.
Decisi di avvicinarmi. Lui non reagì in alcun modo. La fasciatura
era marrone di sporcizia e aveva chiazze gialle su un lato: pus
era marrone di sporcizia e aveva chiazze gialle su un lato: pus
fuoriuscito dalla ferita.
Gemette di nuovo e aprì gli occhi, guardando dritto nei miei.
«Mi scusi» gli dissi. «Non volevo disturbare.»
Lui si tirò su a sedere, rigido nei movimenti. Gli occhi erano lucidi
per il dolore.
«Ha qualcosa...» mi chiese in francese, sollevando quella mano.
«Qualsiasi cosa. Solo per riuscire a dormire un po’...»
Scossi la testa e indicai la benda. «Quanto tempo è che non la
cambia?»
Non mi rispose subito. Chinò lo sguardo sulla fasciatura sudicia.
«Me l’ha messa mia figlia.»
«Sì...»
«È un’infermiera.»
«Tanto tempo fa?»
«Non ricordo.»
«Deve farsela cambiare.»
Per fortuna lui non protestò. Tenendo Lou per mano e sospingendo
delicatamente l’uomo con l’altra mano, ce ne andammo.
Gli chiesi da dove venisse. Come si chiamasse.
«Francis» mormorò in risposta. Era fuggito da Perpignan. Saperlo
mi rese felice.
«Allora siamo quasi vicini» gli dissi. «Noi veniamo da Argelès.»
Lui non commentò, forse pensava che non fossimo poi tanto vicini e
in effetti aveva ragione.
Arrivammo al prefabbricato del Primo soccorso.
Niente coda, entrammo subito. Ci accolse un’infermiera che
indossava un’uniforme candida e profumava di sapone.
La stanza era fresca. L’aria secca. Una scatola sulla parete
emetteva un flebile ronzio. Aria condizionata anche qui.
Francis si afflosciò sulla sedia che lei gli avvicinò e posò la mano in
grembo. Noi restammo in piedi alle sue spalle.
L’infermiera svolse delicatamente la benda, lui gemette. Aveva gli
occhi pieni di lacrime, il volto contratto.
A mano a mano che la fasciatura veniva disfatta l’odore si faceva
più intenso, più sgradevole.
«Vai a sederti laggiù» dissi a Lou.
Io però non riuscii a non guardare.
La ferita era grossa e purulenta. Più gialla che rossa. Un lungo
La ferita era grossa e purulenta. Più gialla che rossa. Un lungo
taglio. La pelle intorno aveva un colore malato, grigiastro.
«Un attimo solo» disse l’infermiera e se ne andò.
Ci volle del tempo. Io cercai di parlare un po’ con Francis,
raccontandogli di Lou e di me, spiegandogli che qui ci saremmo riuniti
con mia moglie.
Lui annuiva in risposta, ma non diceva nulla di sé.
Finalmente l’infermiera tornò, accompagnata da una dottoressa.
Avevano già parlato del caso, questo era chiaro, perché il medico si
sedette subito accanto a Francis, si appoggiò la sua mano in grembo e
ne studiò la ferita.
«Come se l’è procurata?» gli chiese a bassa voce.
L’altro distolse lo sguardo.
«Mi sono tagliato... con una sega.»
«Con una sega?»
«Volevo tagliare della legna, ma non avevo l’accetta.»
«Questa ferita non è stata fatta da una sega» commentò piano la
dottoressa. «Se mi raccontasse la verità sarebbe più facile per me
decidere la cosa giusta da fare.»
Lui sollevò il capo e la guardò con aria di sfida, poi sembrò
arrendersi di colpo.
«Un coltello. Tre settimane fa, ieri» rispose. «Tre settimane e un
giorno fa.»
«È stato fortunato» gli disse la dottoressa. «Pochi centimetri più in
alto e avrebbe reciso l’arteria.»
«Fortunato?» ripeté Francis. Lo sentii deglutire. «Non saprei.»
«Le darò degli antibiotici» concluse il medico dopo un momento di
riflessione. «E deve venire ogni due giorni a farsi medicare la ferita.»
«Ma che senso ha?»
«Gli antibiotici cureranno l’infezione.»
«Ma che senso ha?»
«Che cosa?»
«Curare l’infezione.»
«Vuole perdere la mano?»
Lui non disse altro.
La dottoressa lasciò di nuovo il posto all’infermiera, che con mani
esperte disinfettò la ferita e la cosparse con una pomata.
Francis non si sforzava più di nascondere il dolore, imprecò senza
Francis non si sforzava più di nascondere il dolore, imprecò senza
mezze misure.
«Ehi!» esclamai. «C’è una bambina qui.»
«Mi scusi.»
«Non fa niente» rispose Lou dal suo cantuccio. «Anche papà lo dice
qualche volta.»
Francis rise.
L’infermiera tornò con una benda pulita e gliel’avvolse con cura
intorno alla mano.
«È troppo stretta» protestò Francis.
«Così va meglio?»
«È ancora troppo stretta.»
«La allento un altro po’.»
«Mi sembra che blocchi la circolazione. Mi andrà in cancrena la
mano.»
«Dev’essere bella aderente.»
«Sarà quella maledetta pomata. Brucia da morire.»
«Per disinfettare deve bruciare» disse Lou dal suo cantuccio.
Lui alzò gli occhi. Pareva un ragazzino, così, tutt’a un tratto.
«Hai ragione» le rispose. «Me n’ero dimenticato.»
Si fissò la mano coperta dalla garza di un bianco immacolato sulla
sua pelle sporca e non disse altro.
«Va bene?» gli chiese l’infermiera.
«Sì. Va bene.»
Poi vide la vecchia benda, posata su un vassoio in acciaio sul tavolo
accanto all’infermiera.
«Che cosa se ne fa di quella?»
L’infermiera lo guardò senza capire.
«Della benda...»
«Quella vecchia, intende?»
«La butta via?»
«Certamente.»
Francis si azzittì.
«Tenga» gli disse la dottoressa dandogli una cosa blu in un
pacchetto trasparente. «Per proteggere la fasciatura quando si lava.»
Lui non l’accettò, allora io allungai la mano e la presi per lui.
«Siete parenti?» mi domandò lei.
«No, siamo alloggiati nello stesso magazzino.»
«Sa se ha qualcuno?»
«Sa se ha qualcuno?»
Scossi la testa.
«Cerchi di stargli vicino, mi faccia questo favore.»
Francis camminava lento mentre tornavamo al magazzino, sempre
più lento a mano a mano che ci allontanavamo dal prefabbricato, poi si
fermò di colpo.
«Devo solo...»
Non aggiunse altro, e si girò di nuovo verso il Primo soccorso. Poi
tornò rapidamente indietro e sgattaiolò dentro.
«Cosa vuole fare?» mi chiese Lou.
«Aspetta qui fuori» le risposi.
Lei lasciò andare la mia mano e si fermò ad aspettare accanto al
prefabbricato.
Andai alla porta, la socchiusi appena.
Sentii una sorta di fruscio raschiante. Il locale pareva vuoto,
l’infermiera se n’era andata, ma nell’angolo in fondo vidi Francis.
Lui non si accorse di me, stava frugando in un cestino
dell’immondizia. Trovò evidentemente quel che stava cercando: la sua
vecchia benda. Con gesto furtivo se la infilò velocemente in tasca. Io
mi allontanai dalla porta e raggiunsi in fretta Lou.
«Che cosa sta facendo?» mi bisbigliò.
E in quel momento lui uscì. A passi più leggeri.
«Mi sento già molto meglio» mi disse.
Si girò verso Lou e all’improvviso sorrise.
«È proprio una bella bambina, la sua» aggiunse.
Io strinsi a me Lou, e annuii.
«Proprio una bella bambina.»
Prima notte in un letto dopo ventiquattro giorni. Chiusi gli occhi e
in un lampo rividi i volti di Anna e di August. Mi addormentai subito,
senza avere il tempo di pensare a nient’altro.
Ma poi arrivarono i sogni. Peggiori del solito, forse perché dormivo
così pesantemente.
Cadevo, anzi no, affondavo nell’acqua. Sempre più giù. Mi lasciavo
trascinare, senza opporre resistenza.
Di lì a poco l’aria sarebbe finita, il petto si sarebbe schiacciato, ma
io non facevo nulla per tornare su.
Mi mancava l’aria. Non dovevo inspirare, non dovevo riempirmi i
Mi mancava l’aria. Non dovevo inspirare, non dovevo riempirmi i
polmoni d’acqua, non dovevo annegare.
La superficie lassù, blu chiaro, il barlume delle bollicine nel punto
in cui ero caduto in acqua.
È lì che devo andare.
Ma riuscivo solo a lasciarmi sprofondare.
Mi svegliai con un sussulto.
Inspirai. Mi riempii i polmoni. Di aria.
Intorno a me c’era già luce. Era mattina.
Mi voltai. Rimasi lì, sdraiato, a guardare Lou mentre il ritmo del
mio respiro rallentava.
Dormiva di schiena, con le braccia aperte e le gambe divaricate,
come una stella marina. Si muoveva costantemente. Occupava spazio.
Pretendeva spazio. Quando dormiva si dimenticava di farsi piccola.
L’abbiamo avuta troppo presto, so che non avremmo dovuto avere
un figlio così giovani. Io avevo solo diciannove anni e Anna ne aveva
appena compiuti venti. Attribuimmo la colpa alla crisi idrica e alla
conseguente mancanza di beni e di prodotti. Ormai aveva cominciato a
scarseggiare quasi tutto, anche i preservativi. Io ero contento che
Anna desse la colpa alla crisi e non a me, che in effetti avevo promesso
di uscire in tempo.
Mi domandò se volessimo sbarazzarcene. Se io non avessi voluto il
bambino, lei se la sarebbe cavata, almeno così credeva.
E io un figlio non lo volevo. Ma non volevo nemmeno
sbarazzarmene. Sbarazzarmene, come se fosse un oggetto. Mi faceva
arrabbiare che lei usasse quell’espressione. Litigavamo. La pancia
cresceva. Litigavamo sempre di più. Finché fu troppo tardi.
E poi eccola lì, semplicemente, quella piccola bambina, rosa e
avvizzita come uva passa, e la vita che avevo avuto fino a quel giorno
tutt’a un tratto mi sembrò essere appartenuta a un’altra persona.
Suoni mattutini intorno a noi nel magazzino. Voci basse, passi, il
rumore di un fornello che veniva acceso, il cigolio di un letto da cui
qualcuno si stava alzando.
Lasciai riposare Lou. I suoi orari si erano sballati, andava a dormire
troppo tardi.
Io che ero sempre stato così attento a questo aspetto, in passato,
quando c’era una routine da rispettare, quando ancora si andava a
scuola e al lavoro.
scuola e al lavoro.
Poi la scuola era stata chiusa e noi avevamo permesso a Lou di
andare a letto più tardi. Non c’era ragione di non farlo.
Ma adesso era arrivato il momento di riprendere in mano la
situazione. Avrei ripristinato dei ritmi di vita regolari per quando Anna
fosse arrivata. Orari regolari per andare a letto, per mangiare.
Avremmo potuto anche esercitarci un po’ a leggere. Magari qui
qualche libro lo avremmo trovato. Aveva già perso diversi mesi di
lezione.
Lou si rigirò nel letto. Il viso al soffitto. Nemmeno la sua piccola
faccia sembrava tranquilla. La bocca si aprì. Respirava velocemente,
sembrava spaventata, le pupille si muovevano dietro alle palpebre.
Che cosa sogna una bambina che non sa come andrà avanti la sua
vita?
Gemette forte. «No...»
Si rigirò di nuovo, piangeva, un pianto di dolore e sofferenza. Le
lacrime scendevano dai suoi occhi addormentati.
«No... basta...»
Mi chinai in fretta e le scompigliai delicatamente i capelli.
«Lou? Lou?»
Lei si girò dall’altra parte. Era ancora immersa nel suo sogno.
«Svegliati, Lou...»
Presi quel corpicino caldo di sonno. La sollevai, ma lei opponeva
resistenza, come se volesse restare dentro al sogno.
«Lou, svegliati, dai...»
Le accarezzai la testa, le asciugai le lacrime sulle guance.
Finalmente sbatté le palpebre. Spalancò gli occhi. Per un attimo mi
fissò con sguardo vacuo, poi si tirò su di scatto, pronta a correre.
«Il fuoco, papà, il fuoco!»
«Lou, no...» La presi. «No, piccola mia, era solo un sogno.»
«C’è odore di bruciato. Lo sento. Dobbiamo scappare!»
Si girò verso i suoi vestiti, afferrò i calzoncini e cominciò a
infilarseli.
Mi misi davanti a lei, chinandomi sulle ginocchia in modo che il mio
viso fosse all’altezza del suo. La presi delicatamente per le spalle.
«Non c’è odore di bruciato, tesoro. Non c’è nessun incendio.»
«Ma io lo sento!»
Mi sedetti, la presi in braccio. Sentivo la tensione nei suoi muscoli.
Mi sedetti, la presi in braccio. Sentivo la tensione nei suoi muscoli.
La tenni stretta. Le bisbigliai: «Annusa, che odore senti?»
Lei tirò su con il naso.
«Di bruciato.»
«Prova di nuovo.»
Lei, seduta immobile, inspirò di nuovo dal naso.
«Di bruciato.»
«Di nuovo.»
Non lo fece, respirava e basta, più tranquillamente.
«Nessuno...» disse alla fine.
Il suo corpo era rilassato, adesso.
Chinai il capo sulla sua testolina, inspirai a fondo.
È vero, c’era odore di bruciato, ma veniva dai suoi capelli, dai
vestiti. Anch’io ce l’avevo addosso.
«Sai che cosa possiamo fare oggi?» le domandai.
«No.»
«La doccia.»
«Davvero?»
«Eh già. Possiamo fare la doccia ogni martedì.»
«E oggi è martedì?»
«Sì. Possiamo farci la doccia.»
«Ci vuole proprio.»
«Sì. Ci vuole.»
Lou teneva l’asciugamano che ci avevano dato con entrambe le
mani. Poi lo aprì, come se fosse un regalo, le pieghe irrigidite
impedivano alla stoffa di distendersi completamente.
Lo avvicinò al viso.
«Odora di sapone.»
Annusai il mio, stoffa rigida, dura sulla pelle. Odore di pulito.
«Tu devi andare da quella parte» le spiegai indicando l’insegna dei
bagni femminili.
«E tu dove vai?»
«Nel bagno dei maschi.»
Lei annuì. Mi resi conto che non aveva voglia di rimanere da sola,
ma evitò di fare storie.
«Ricordati di lavarti i capelli» continuai. «Schiacci una volta per
bagnarteli, poi fai un sacco di schiuma con le mani.»
Mi misi le mani sui capelli e feci finta di lavarmeli. «Schiacci due
Mi misi le mani sui capelli e feci finta di lavarmeli. «Schiacci due
volte per sciacquarti bene. Non devi restare insaponata neanche un
po’.»
«No, certo.»
«Ricordati che l’acqua scende solo tre volte. Schiacci una volta per
bagnarti. Schiacci due volte per sciacquarti.»
«Non devo restare insaponata.»
La doccia era priva di regolazione della temperatura, ma già da
subito l’acqua era tiepida. Non diventava mai davvero fredda con il
caldo che faceva.
Il getto mi colpì la nuca, l’acqua mi picchiettava sul cranio. Cercavo
di percepire ogni singola goccia sulla mia pelle. Di godermi ogni
singola goccia.
Poi il flusso si interruppe bruscamente. Mi girai verso il soffione, un
rivolo d’acqua colava ancora giù, più sottile, sempre più sottile, poi più
niente.
Una goccia ostinata rimase lì. Alla fine anche quella si staccò dal
lucido soffione e cadde a terra. Era l’ultima.
Sulla parete avevano installato un dispenser di sapone liquido. E mi
sentii quasi commuovere all’idea che qualcuno avesse pensato che
avessimo bisogno anche del sapone.
Schiacciai: sapone liquido sul palmo della mano. Strofinai le mani
fino a ricavarne una grande schiuma.
M’insaponai accuratamente e a lungo. Capelli, collo, mani, piedi,
genitali e sedere.
La schiuma era liscia sulla pelle, scioglieva tutto il grasso, toglieva
la cenere.
Non ero mai stato così sporco, così appiccicoso, così secco, così
puzzolente di sudore. E di bruciato.
Per un attimo non pensai ad altro, nemmeno ad Anna, nemmeno ad
August, solo a insaponarmi, all’acqua, al fatto che togliendo uno strato
di pelle mi sembrava di riavere indietro il mio corpo.
Feci come avevo detto di fare a Lou: usai le ultime due dosi di
acqua per sciacquarmi, la schiuma del sapone si depositò in soffici
montagnette ai miei piedi.
Mi asciugai rapidamente. L’asciugamano era duro sulla pelle, una
sensazione piacevole. Diventò marroncino quando me lo passai sulle
braccia strofinandomi via i residui di pelle morta.
braccia strofinandomi via i residui di pelle morta.
Poi tirai fuori i vestiti di ricambio dallo zaino. Erano sporchi come
quelli che indossavo, puzzavano allo stesso modo. Mi sarei informato
se fosse stato possibile lavarli.
Sotto ai vestiti c’erano i passaporti di Anna e August. Presi quello di
Anna. Lo tenni stretto in mano, come avevo fatto così tante altre volte
nelle ultime settimane. La copertina liscia sotto alle dita. Lo aprii.
Anna non sorrideva nella foto. Era in bianco e nero, difficile
riconoscerla in quell’immagine. Non si vedeva che i capelli avevano
riflessi dorati. Né che le iridi erano screziate di verde. O che aveva
sempre una camminata svelta, come se fosse un po’ di fretta e felice,
anche quando era tutto l’opposto.
Ma era l’unica foto che avevo.
Avvicinai il passaporto al viso, odorava anche quello di bruciato.
Io adesso ero pulito. Mi ero lavato l’incendio di dosso.
Avevo allontanato il ricordo di lei lavandomi via il puzzo di bruciato.
Mi infilai svelto la maglietta dall’odore acre di fumo. Lei era ancora
lì, lei e August. Ancora lì con me.
5
Signe
Mi faccio una doccia nel vano fra la dinette e la prua, sento il ronzio
dell’autoclave in funzione, cerco di schizzare il meno possibile le
pareti, stando attenta che l’acqua finisca nella bacinella sotto di me,
perché il locale è privo di scarico. Il mio corpo si muove svelto, agile,
mentre mi insapono rapida e precisa, come se avessi di nuovo
vent’anni. Poi mi rifornisco d’acqua dalla colonnina sul molo, il
serbatoio dev’essere pieno fino all’orlo, devo potermi trattenere al
largo fino a che non sospenderanno le ricerche. Per sicurezza riempio
anche due taniche da venti litri e le stipo nei gavoni di poppa, quanto
basta per restare in mare per settimane, nel caso mi cercassero, se
dovessero cercarmi, se capissero che sono stata io. E magari lo
capiranno, la gente del posto mi ha visto, conosce la mia Blå, la mia
storia: fare due più due non sarà difficile.
L’ultima ora prima che il sole tramonti e la gente lasci la banchina
la passo in attesa, seduta sul ponte con una tazza di caffè, mi
costringo a mangiare con calma, qualche fetta di pane con filetto di
sgombro sott’olio al pepe, che oggi ha un sapore più buono del solito,
mastico lentamente, guardando la vecchia casa di mio padre, lui
viveva qui vicino al porto, adesso è vuota, quando è morto l’ho venduta
per niente a uno che la voleva come casa di villeggiatura, a quanto
pare non la usano spesso, le finestre sono degli spogli rettangoli scuri.
La casa è silenziosa come il porto, ormai se ne sono andati tutti,
sono rimasta da sola.
Scendo a terra e raggiungo il cargo, una pesante imbarcazione in
ferro, con macchie di ruggine lungo le saldature. Dal molo, con un
facile salto, atterro sul ponte quasi senza un suono.
La timoniera è chiusa a chiave, tutte le altre porte invece sono
aperte, non gli è neanche passato per la testa di chiuderle a chiave.
Nessuno immaginerebbe mai che possa succedere qualcosa qui, alla
fine di questo lungo budello di fiordo. Budello... come fosse qualcosa
di cui vergognarsi, oscure intimità, dove nessuno si preoccupa, dove
tutto ciò che aveva importanza per noi è stato lentamente edificato,
sfruttato, dove il fiume, le cascate, i pascoli non esistono più, ma a
nessuno importa, nemmeno che il Blåfonna venga distrutto, non hanno
voluto vedere, non hanno voluto sentire, sono come lui, tutti quanti,
tutta la sua generazione, la mia generazione, desiderosi solamente di
vini migliori, case più grandi, connessioni di rete più veloci.
Scendo nella stiva, fa freddo, sento il brusio sordo dell’impianto di
refrigerazione, trovo un interruttore, sbatto le palpebre alla luce
intensa, dalla mia bocca esce fiato condensato, sul pagliolo i
contenitori pieni di ghiaccio non sono ancora stati fissati con le rizze,
mi avvicino, passo la mano sulla plastica dura, devono essere molto
costosi, casse monoblocco, in lucida plastica rigida color blu cobalto,
ci vorranno quattrocentocinquanta, cinquecento anni perché si
degradino, forse anche di più, più di una bottiglia in plastica, di un
pannolino, di un paio di occhiali da sole, di una Barbie, di una felpa in
pile. Decisamente molto molto di più di qualunque essere umano.
Apro una di quelle casse, devo tirare forte il coperchio che si è già
ghiacciato, e al suo interno, protetto da uno spesso strato di materiale
isolante bianco, ecco il ghiaccio, confezionato sottovuoto nella
plastica, lo accarezzo rapida, sento il freddo sotto alle dita, poi rimetto
il coperchio.
La prima cassa è incredibilmente leggera, la porto su per i gradini e
la lascio cadere sul ponte in ferro, ne sento l’eco come una vibrazione
sotto ai piedi, non mi preoccupo di non fare rumore, tolgo il coperchio,
sfilo i blocchi di ghiaccio dalla plastica, le dita mi si congelano, metto
un paio di guanti che mi sono ricordata di portarmi dietro e butto i
blocchi a mare, al di là del parapetto, giù nel fiordo.
Anche la seconda è leggera, poi la terza, la quarta, poi diventano
pesanti, non ce la faccio più, le casse sono troppe.
Controllo la gru sulla banchina, potrei usare quella, ma non ci sono
le chiavi. Scendo di nuovo nella stiva, resto lì a guardare tutte quelle
casse: non ce la posso fare, sono troppe per me. Mi avvicino, il mio
sguardo scivola lungo il fianco della nave verso poppa e vedo una
sguardo scivola lungo il fianco della nave verso poppa e vedo una
giuntura a sinistra, no, è un’apertura, un portello. Più in là lungo la
paratia scorgo un bottone: lo premo. L’effetto sul portello è
immediato, si apre con un cigolio assordante.
Adesso posso gettare il ghiaccio in mare direttamente da qui:
quinta cassa, sesta, settima, ben presto perdo il conto. I contenitori
vuoti li accatasto alla rinfusa sul pagliolo. Non devono cadere in
acqua, anche se prima o poi probabilmente finiranno per unirsi alle
montagne e alle isole di plastica galleggianti e per degradarsi
lentamente frammentandosi in microplastiche. Finiranno nell’intestino
di un pesce, o per essere serviti su un piatto e inghiottiti dall’uomo,
che si nutre della sua stessa immondizia. Tutti noi, quotidianamente,
ci nutriamo dei nostri stessi rifiuti.
La plastica è dura al tatto quando tolgo l’ennesimo coperchio ed
estraggo il ghiaccio. Poi sollevo la cassa, la trasporto verso il portello,
la capovolgo e rovescio in acqua i grossi blocchi, che colpiscono la
superficie del mare con un lieve tonfo e lì rimangono a oscillare: lucidi
cubi bianchi sull’acqua nera come la notte, che la luce dei lampioni sul
molo tinge di riverberi gialli e irregolari. Sento il sudore colarmi lungo
la schiena, le mani invece sono fredde dentro i guanti, così gelate da
aver perso la sensibilità, anche se è un dolore che mi fa bene. I blocchi
galleggiano come piccoli iceberg, solo la parte emersa è visibile, e
anche in questo caso è più piccola di quella subacquea, ma questi
iceberg non faranno male a nessuno, non distruggeranno niente, sono
io qui quella che distrugge, perché l’acqua è calda e presto il ghiaccio
si scioglierà, e quando fra qualche ora il comandante si presenterà e
darà ordine di accendere i motori, i blocchi saranno già più piccoli, e
comunque inutilizzabili perché contaminati da acqua salata. Da questo
ghiaccio non ricaveranno cubetti, non lo serviranno mai alla tavola di
uno sceicco, in un bicchiere di cristallo, in un drink, in Arabia Saudita
o in Qatar.
Ghiaccio che si scioglie in acqua salata, e io ne sono complice, sono
anch’io coinvolta in qualcosa che sta già accadendo, io rafforzo il
cambiamento, rido, sobbalzo al suono della mia stessa risata, un
gracidio che non riconosco, una rana, d’istinto eccomi rana, anfibio.
Le rane muoiono, si estinguono silenziosamente, senza che il mondo se
ne curi. Un terzo delle specie esistenti è gravemente minacciato, ma
nessuno pensa alle rane che abitano le brughiere del pianeta, sempre
a contatto con l’acqua, viscide, timide, non abbastanza ripugnanti da
a contatto con l’acqua, viscide, timide, non abbastanza ripugnanti da
suscitare orrore, non abbastanza peculiari da risultare spassose, ma
semplicemente strane, con il loro gracidare, i loro balzi, le loro fughe
dall’uomo.
E finalmente mi avvicino alla fine, la schiena mi duole, venti chili di
ghiaccio in ogni contenitore sono troppi, troppo pesanti. Faccio un
rapido conto, me ne restano solo dodici ancora, solamente
duecentoquaranta chili. Mi accingo ad aprire l’ennesima cassa, mi
tremano le mani, ho le dita irrigidite, mi si bloccano. Sono stanca,
troppo vecchia per sollevare questi pesi, il mio intero corpo protesta,
sono troppo vecchia.
Mi siedo sulle casse, oh Magnus, non riesco a svuotare queste
ultime, il nostro ghiaccio, qui da sempre tranquillo e pacifico, ma non
certo silenzioso. Perché il ghiaccio non è mai silenzioso, ha un suo
rumore, secco e profondo. È uno dei rumori più antichi al mondo e a
me fa paura, da sempre: è il rumore di qualcosa che va in pezzi. E il
suono delle pietre sul ghiaccio è un rumore unico, diverso da tutti gli
altri: le pietre non riescono a penetrare attraverso la superficie, ma
restituiscono un’eco, un breve suono dell’acqua sottostante,
ricordandoti tutto ciò che è prigioniero là sotto, immobilizzato.
È passato molto tempo dall’ultima volta che ho gettato una pietra
su una superficie ghiacciata. Non c’è più ghiaccio sulle nostre acque,
durante l’inverno non fa abbastanza freddo, la stagione dei pollini
inizia già in gennaio, il ghiaccio si scioglie sotto la pioggia, il mondo si
copre di acqua che scorre. I wish I had a river so long, ricordo che
andavo sui pattini, pattinavo sul fiordo ghiacciato, ero la più veloce di
tutti, Magnus mi guardava dalla riva, avevamo dieci, forse undici anni,
ancora non ci conoscevamo, ma ricordo che mi faceva piacere che lui
mi guardasse, che vedesse che ero la più veloce. Avevo delle lame
affilate che si agganciavano agli scarponi, oggi non si usano più, i
pattini si comprano nuovi ogni autunno, ogni anno per i bambini, neri
da hockey o bianchi da pattinaggio artistico, tutti devono avere i
pattini, ma poi nessuno li usa perché di ghiaccio non ce n’è più, I wish
I had a river I could skate away on, e niente di quello che ho fatto è
servito, perché mi sono data molto da fare, ho lottato per tutta la vita,
ma mi sono ritrovata quasi sempre da sola, eravamo così pochi, siamo
così pochi, non è servito a niente; tutto quello che dicevamo sarebbe
accaduto è accaduto, il caldo è già arrivato, nessuno ci ha dato
ascolto.
Magnus, i tuoi nipoti non pattineranno sul ghiaccio, eppure hai dato
la tua approvazione. Ti sei allontanato così tanto da tutto quello che un
tempo era nostro, o forse hai semplicemente lasciato che accadesse,
mi sembra di sentire la tua voce, come la pensi adesso, come la
pensano quelli come te: è il progresso, tutto qui. Lascio che le cose
vadano avanti qui come in qualunque altro posto: la banalità del male,
tu sei diventato come Eichmann.
Ma nessuno ti mette sotto processo. La tua Gerusalemme non
arriverà mai.
Ho queste dodici casse, dodici casse contenenti ghiaccio vecchio di
mille anni che non getterò, perché tu possa vederlo, Magnus, non puoi
restartene laggiù e lasciare che tutto questo accada, non sarà così
facile, ti farò vedere il ghiaccio, te lo farò toccare, lo guarderai
squagliarsi, ci camminerai sopra, lo calpesterai, si scioglierà sotto ai
tuoi piedi nudi, proprio come quella volta che si è sciolto sotto ai
nostri.
Mi alzo, riprendo a trasportare le casse, una dopo l’altra, le
trasferisco dalla nave cargo alla mia Blå.
6
David
Avevo di nuovo le mani piene di sapone. Schiuma che sgusciava fra
le dita, che penetrava nei nostri vestiti.
La camicia come un pallone gonfio sulla superficie dell’acqua, fino a
che l’acqua non riuscì a prendere il sopravvento.
Schiuma e acqua cambiavano colore a mano a mano che lo sporco
dei vestiti si scioglieva, da trasparenti a un indefinibile marroncino
grigiastro.
L’aria nel prefabbricato dei servizi igienico-sanitari era stagnante.
L’odore di detersivo penetrante. Familiare. Il collo di Anna sopra alla
lavatrice di casa. I piccoli vestiti di August, puliti e bagnati. Quel
profumo che si diffondeva in tutta la stanza copriva l’odore di cucina e
l’olezzo appena percettibile del bidone dell’immondizia, per via del
caldo.
Anna e il bucato. Quei vestiti piccini.
Deglutii. Cercai di concentrarmi su quello che stavo facendo.
Alcune macchie non se ne volevano proprio andare, restavano come
ombre sui tessuti. Il sangue rappreso di un’escoriazione al ginocchio,
da tempo diventato color ruggine. Chiazze lilla di ciliegie acerbe che
avevamo raccolto una notte nel giardino di chissà chi. Avevano placato
la nostra fame per un breve momento, lasciandoci al posto del
brontolio di stomaco una sensazione di acidità.
Eravamo al nostro quarto giorno nel campo. E già ogni giorno
pareva uguale all’altro.
Ufficio di Jeanette al mattino. Nessuna novità. Ogni giorno chiedevo
se ci fosse qualcos’altro che potessi fare, ma lei scuoteva la testa. Poi
mangiare. Sudare. Ascoltare Lou che parlava. Non riuscire a seguire
quel che diceva. Cercare di riprendersi. Domandare che ore fossero.
Stupirsi che non fosse più tardi. Cercare di dare ascolto a Lou. Di
Stupirsi che non fosse più tardi. Cercare di dare ascolto a Lou. Di
giocare con lei. Di non pensare. Ad Anna, ad August, all’incendio.
Mangiare di nuovo. Aspettare che il caldo allentasse un po’ la sua
morsa. Dormire. Aspettare il mattino seguente per tornare di nuovo
alla Croce rossa.
Oggi però ci avevano dato il permesso di lavare i vestiti. Su uno
spartano piano di lavoro avevano disposto in bell’ordine delle
bacinelle. Ci avevano dato sette litri d’acqua. Una piccola fortuna.
Anche Lou faceva il bucato. Con addosso solo le mutandine, se ne
stava seduta a strofinare la maglietta in un catino.
La porta si aprì alle nostre spalle. Mi voltai. Era una donna. In una
mano stringeva dei vestiti sporchi, nell’altra un piccolo contenitore
pieno d’acqua.
Feci un cenno con il capo e la salutai.
Lei bofonchiò qualcosa in risposta. Afferrò una bacinella da una
mensola e prese del sapone da bucato in polvere da una scatola. Lo
sparse sul fondo della bacinella, la riempì d’acqua, il tutto con gesti
rapidi ed efficienti.
Si sedette accanto a Lou. Io le sorrisi, ma evidentemente non se ne
accorse, impegnata com’era con il suo bucato.
Mise un vestito nell’acqua, un abito a fiori, dall’aspetto costoso. Poi
una camicetta, di stoffa sottile, simile a seta.
«Bella» commentai.
«Scusi?»
«La camicetta... Bella.»
«Grazie.»
Mi guardò per un istante, poi tornò a concentrarsi sul suo bucato.
Era sulla trentina abbondante, forse già sui quaranta. Lo scheletro
così ben delineato sotto alla pelle, le clavicole sporgenti, ma non
perché mangiava poco; dava piuttosto l’impressione di essere così di
costituzione, magra per natura.
O forse era una di quelle persone che curavano molto
l’alimentazione e si tenevano in forma facendo sport. Ce n’erano
parecchie del genere un tempo, quando ero piccolo. Me le ricordavo
bene, le donne che parlavano di cure dimagranti. Lei era bella, non
appariscente, ma bella. Di una bellezza classica. Tipica di quelle
famiglie in cui uomini facoltosi si sposano con donne attraenti. E le
famiglie diventano sempre più belle di generazione in generazione,
famiglie diventano sempre più belle di generazione in generazione,
finché l’aspetto che hanno le persone qualunque non diventa altro che
un vago ricordo.
Non ne capitavano molte di persone così ad Argelès. I turisti che
venivano nella nostra città erano di un altro tipo. Si divertivano con le
giostre sulla spiaggia e a fare acquisti di imitazioni contraffatte di
marchi prestigiosi nell’area pedonale. Di persone come lei ne avevo
viste solo le rare volte in cui mi ero spinto più a nord sulla costa, a
Cannes o in Provenza.
Adesso però si trovava qui anche lei, in mezzo a noi. Differenze
come quelle che c’erano un tempo non esistevano più.
Si muoveva rapida. Scostante. Forse le dava fastidio che la
guardassi.
«È qui da molto?» le domandai, nel tentativo di giustificarmi.
«Da un po’.»
«Se la passa bene?»
«Mi scusi?»
Risi. «Domanda fuori luogo. Me ne rendo conto.»
Lei non sorrise. Continuò a strofinare il suo abito a fiori.
«E va bene» le dissi sollevando entrambe le mani, come a indicare
che ci rinunciavo, che non l’avrei più disturbata.
Lei continuò a fare il suo bucato con gesti rapidi, mettendo altri
indumenti nella bacinella. Solo vestiti femminili, notai.
«È qui da sola?» le chiesi.
«Credevo che avesse finito di far domande» mi rispose.
«Anche noi siamo qui da soli» continuai indicando Lou.
Lei mosse le mani nella bacinella. La schiuma le scivolava fra le
dita. Fissò i vestiti. Poi inspirò a fondo e disse: «Voi non siete da soli,
siete in due.»
Nascose il viso ai miei occhi, ma la voce non poteva nasconderla. Il
tono non era accusatorio, né arrabbiato o scostante come prima.
Semplicemente, lo disse e basta, senza troppi giri di parole.
Di colpo mi vergognai. Aveva ragione, non avrei dovuto dire che ero
da solo, perché avevo Lou. Avevo ancora Lou. Che in quel preciso
momento stava giocando con l’acqua nella sua bacinella mormorando
fra sé. Qualcosa che aveva a che fare con il mare. Il mare di casa
nostra?
La donna sciacquò via il sapone con la poca acqua che le era
rimasta nel contenitore che si era portata, poi strizzò i vestiti
rimasta nel contenitore che si era portata, poi strizzò i vestiti
torcendoli con movimenti ritmici. Aveva delle mani affusolate, belle.
L’acqua sgorgava fra le sue dita.
Tutt’a un tratto mi sarebbe piaciuto che torcesse anche i nostri
vestiti, come faceva con i suoi. Io non ero nemmeno arrivato alla fase
del risciacquo.
«Ha voglia di mangiare con noi?» le domandai quando si alzò e fece
per andarsene.
«Lei non si arrende» mi disse.
Che cosa avrei dovuto risponderle? Che mi faceva pena? Che era
quella la ragione per cui gliel’avevo chiesto? O che mi piacevano le
sue mani? Non erano certo cose da dire. E poi me n’ero già pentito. Di
averglielo chiesto. Non avrei dovuto invitare altre donne a pranzo. Io
avevo Anna.
«Prima bisogna far asciugare i vestiti» continuò senza aspettarsi
alcun commento da parte mia.
Che fosse un sì?
«Non possiamo mangiare mentre si asciugano?» chiesi.
Perché in fondo non c’era niente di male nel fatto che pranzassimo
insieme. Non la stavo certo invitando fuori per un appuntamento.
«Lei è nuovo, qui» mi rispose. «Dobbiamo restare a guardarli
mentre si asciugano.»
«Eh?»
«Potrebbero sparire.»
«Oh.»
Arrossii. Ci sarei dovuto arrivare da solo.
Ci sedemmo lì, tutti e tre, vicino ai fili stendibiancheria, all’ombra
dei prefabbricati igienico-sanitari, a guardare i nostri vestiti bagnati
asciugarsi al sole.
Vento non ce n’era e pendevano flosci, ma il caldo faceva il suo
dovere. E noi aspettavamo lì seduti.
La donna non propose di fare a turno nel controllare i nostri vestiti.
Forse non si fidava di me. D’altra parte non è che avessi fatto niente
per sembrarle un tipo affidabile.
O magari a lei piaceva starsene lì seduta. Era un modo per passare
il tempo, forse era una di quelle cose intorno a cui ruotava la vita qui
al campo.
al campo.
Non lo proposi nemmeno io, a dire il vero. Perché si stava bene lì
all’ombra, sempre più corta, del prefabbricato.
Lou giocava ancora, più vivacemente del solito. Correva avanti e
indietro fra i vestiti stesi.
La donna era silenziosa. Io anche.
Mi passò per la testa che mi ero dimenticato di chiederle come si
chiamasse, ma lasciai perdere. Mi sembrò troppo confidenziale per
una persona così riservata.
E comunque poi lo venni a sapere lo stesso. Eravamo nel refettorio.
Avevamo finito di mangiare. Stufato in ciotole di alluminio ammaccate.
Tiepido.
Lou divorava tutto quello che le davano, come se temesse che il
cibo potesse scomparire se non fosse stata abbastanza veloce. Era
pomeriggio e lei per colazione aveva mangiato solo qualche biscotto
secco: me n’ero dimenticato mentre ce ne stavamo lì ad aspettare che
i vestiti si asciugassero, mi ero dimenticato che i bambini hanno
bisogno di cibo. Che stupido. Adesso però era sazia e tranquilla e, con
la diretta semplicità che la contraddistingueva, esclamò: «Io mi
chiamo Lou, e tu?»
«Lou è un bel nome» rispose la donna, e si alzò di scatto.
«Ma tu come ti chiami?» chiese Lou.
La donna si allontanò di un passo. «Marguerite.»
Marguerite. Come un fiore.
«Papà si chiama David.»
La donna si allontanò di un altro passo.
«Bene. Adesso devo andare.»
«E dove?» le chiesi io. «Potremmo anche cenare insieme, magari?»
«Sì» disse Lou. «Ceniamo insieme.»
«Forse» disse Marguerite.
Ma non aveva l’aria di quella che intendeva farlo davvero.
«Bene» conclusi.
«Per me non fa differenza» avrei voluto aggiungere. Ma non lo feci.
Tanto lei, Marguerite, si era già voltata. Se ne stava andando.
Avevo pensato che avesse bisogno di noi. Invece no, adesso lo avevo
capito. Una come lei non ha bisogno di gente come noi.
Io ero solo un ragazzino. Con una bambina al seguito. Era come se
avessimo appena finito di giocare nella sabbionaia, sia Lou che io.
Eravamo sporchi, anche se ci eravamo lavati. Eravamo molto diversi
Eravamo sporchi, anche se ci eravamo lavati. Eravamo molto diversi
da lei. Ma io non volevo che se ne andasse per la sua strada, impettita,
con quella sua schiena ossuta.
«Volevo solo essere cortese» dissi alla sua schiena.
«Anch’io» mi rispose senza voltarsi.
E andò via.
Per qualche ragione mi vennero le lacrime agli occhi. Ma piangere
non sarebbe servito a niente, lo sapevo bene.
E poi faceva molto caldo, un caldo maledetto. Il tendone del
refettorio era soffocante. Il sole scaldava il tetto di stoffa, le pareti
erano state ripiegate per far passare l’aria, ma non serviva a molto,
perché non c’era un alito di vento. Solo un caldo secco e torrido.
Tutt’intorno a noi persone che sudavano sedute sulle panche. Rosse
in viso. Lucide di sudore. Sembravano tutte uguali. Non ne conoscevo
nessuna.
Bevvi l’acqua che avevo nella tazza. Era tiepida come piscio, sapeva
di gomma.
Aspettare. Aspettare.
Mi alzai di scatto.
«Vieni» dissi a Lou.
«Non ho ancora finito di mangiare.»
«E allora finisci.»
Lei si cacciò in bocca l’ultimo biscotto.
«Vieni» ripetei. «Su, dai.»
«Dove andiamo?» mi chiese Lou.
«Fuori.»
«Perché?»
«Hanno detto che possiamo andare dove vogliamo. Di giorno
possiamo andare dove vogliamo.»
La presi per mano e la trascinai fuori dal tendone.
Attraversammo rapidi il campo. Volti sudati ovunque. Estranei. Solo
estranei ovunque.
Avevo avuto così tante persone intorno.
Una moglie. Due figli. Genitori, suoceri. Una sorella.
Mia sorella maggiore, mio Dio, quanto avevamo litigato da piccoli.
Per ogni cosa. Alice non mi lasciava mai vincere. Per un certo periodo
avevo pensato che avrebbe dovuto farlo. Ne aveva la possibilità.
Essendo maggiore aveva il potere. I più grandi hanno sempre il
Essendo maggiore aveva il potere. I più grandi hanno sempre il
potere. E la responsabilità.
Ma lasciarmi vincere sarebbe stato forse come infrangere le regole
del gioco che vigevano fra di noi. Perché noi dovevamo litigare, in
qualche strano modo credo quasi che volessimo farlo, che fratelli e
sorelle vogliono litigare. In fondo è così facile, molto più facile che
essere buoni l’uno con l’altro.
Lei è sempre stata più grande di me. Molto più grande. Quando ho
avuto Lou la nostra differenza di età si è come livellata. Era strano che
lei continuasse la sua vita da giovane mentre io cambiavo pannolini e
scaldavo biberon. Ma adesso, dopo tutti quei mesi, ripensavo di nuovo
a lei come alla sorella grande, non maggiore, ma grande.
Alice, la mia sorella grande... Nemmeno lei sapevo dove fosse. Mia
sorella, così dotata, così abile con le parole, abile con i numeri, abile
con le mani. Costruiva cose, tutto il tempo. Le progettava, ma non
ebbe mai la possibilità di diventare ingegnere come avrebbe
desiderato. Scoppiò la crisi. Ideava e creava così tante cose: il mulino
a vento in giardino, la casa delle bambole a celle solari. Aveva persino
vinto un concorso per inventori a scuola. Chissà dov’era, adesso?
La mia famiglia. Alice, mia madre, le mie zie. La nonna e il nonno.
Eduard, l’unico dei miei amici con cui avevo pianto. Lui dov’era? Loro,
dov’erano?
E papà... il mio papà troppo vecchio. Il suo corpo malandato, la sua
camminata vacillante... Dov’era papà? Si era dimostrato molto più
forte di quanto credessi: quelli come lui di solito non sopravvivevano
alle estati. Centinaia di migliaia di anziani avevano perso la vita negli
ultimi anni per via del caldo. Soprattutto le notti risultavano
insopportabili per loro, il caldo eccessivo non dava tregua ai loro
corpi.
Ma mio padre era vivo. Su di lui il caldo torrido non aveva effetto
come su di noi. Pareva non pesargli.
Ero stato arrabbiato con lui per così tanti anni. Arrabbiato perché
aveva avuto i figli troppo tardi, tanto tardi da non essere più in grado
di fare il papà. Arrabbiato perché non ce la faceva a fare le cose che
un papà dovrebbe fare, le cose che tutti gli altri papà facevano.
Lanciarmi in aria, fare la lotta con me, alzare la voce quando
combinavo qualcosa.
Con Alice gli era andata bene: una bambina prudente, a modo, si
sporcava raramente. Io ero semplicemente troppo per lui. Stando con
sporcava raramente. Io ero semplicemente troppo per lui. Stando con
mio padre mi sentivo frenetico e maldestro, difficile e nervoso. Troppo
rumore, troppi movimenti ampi. Lui non mi diceva mai niente, ma non
dovetti aspettare di diventare grande per accorgermi di come sparisse
dalla stanza quando ci entravo io. I suoi sospiri. Il modo in cui
sollevava il libro. Ne aveva sempre uno in mano, sul viso come per
proteggersi, come fosse uno scudo.
Non era riuscito nemmeno a seguirmi a scuola, non capiva la mia
impazienza, lo smarrimento che provavo davanti alle lettere. Lui non
era mai stato così. Pensavo che fosse vecchio da sempre. Ed ero
infuriato con lui proprio per questo.
Ma comunque... Adesso non riuscivo a immaginare un mondo senza
quel suo vecchio corpo lento, senza i suoi sospiri e il suo sguardo
lungimirante. Quel piccolo, vecchio padre. Avevo rinunciato a lui
troppo presto. Avrei potuto provare ad avvicinarmi. Avrei dovuto farlo.
Finché ne avevo la possibilità.
Avrei dovuto pensare che doveva esserci una ragione se lui era
ancora vivo, avrei dovuto sentirmi fortunato.
Poi lui e mia madre erano partiti. Un giorno di ottobre dell’anno
scorso avevano fatto i bagagli, coperto i mobili con vecchie lenzuola e
chiuso la porta a chiave. Volevano prendere il treno per Parigi,
mamma aveva una cugina lì. Anche Alice era andata con loro. E da
Parigi speravano di poter proseguire. In maggio avevamo ricevuto
l’ultima email: non gli avevano concesso il permesso di soggiorno da
nessuna parte, ma avrebbero cercato comunque di raggiungere la
Danimarca. Poi... più niente.
Camminavo svelto. Oltrepassammo i magazzini. I prefabbricati
igienico-sanitari.
Inspirai a pieni polmoni. Papà... Smetti di pensare a lui, devi
smettere di pensare a lui. A papà. A mamma. Ad Alice.
Perché erano troppi. Non potevo sperare per così tante persone.
Dovevo riporre tutte le mie speranze in Anna e August. I loro visi,
l’odore di August, i suoi gorgheggi, l’incavo del collo di Anna.
Adagiarmi lì, abbandonarmi. Solo in loro due. Sarebbe bastato. Se li
avessi riavuti, mi sarebbe bastato.
«Dove stiamo andando, papà?»
Lou trotterellava al mio fianco, faticava a starmi dietro.
«Papà?»
«Papà?»
«Non so. Fuori.»
Presi un bel respiro. Mi sforzai di sorriderle. «Ci facciamo una
passeggiata.»
Lei non ne aveva voglia, si vedeva. Ma non protestò. Si limitò a
prendermi per mano e stringerla forte. Ovunque fossi andato lei
sarebbe venuta.
Procedevo a passo spedito, lunghi passi da adulto.
Avevo bisogno d’aria. Avevo bisogno di smettere di pensare.
Smettere di provare nostalgia. Dovevo solo aspettare.
Anna. August.
Aspettare.
«Vai troppo in fretta» mi disse Lou.
«Scusami.»
E la trascinai verso l’uscita.
7
Signe
Scoprire dove abita non è difficile, in effetti alcune cose sono
diventate molto più semplici. E poi evidentemente lui non fa niente per
tenerlo nascosto: il suo indirizzo compare su diverse pagine web.
Controllo le carte nautiche, ho tutte quelle che mi servono. Non è
certo la prima volta che prendo il largo. Mollo rapida gli ormeggi,
avvio il motore, e solcando le acque placide e nere come la notte lascio
Ringfjorden.
Mi sembra di sentire il ghiaccio. Al timone è come se la Blå fosse
più pesante, il baricentro è cambiato e questo cambiamento si propaga
dentro di me. Anche il baricentro del mio corpo adesso sembra essere
altrove. È come se fosse aumentata la parte sommersa dello scafo, ma
non è possibile: qualche centinaio di chili non fanno certo la differenza
su un’imbarcazione da tre tonnellate e mezzo.
Le mie dita si muovono svelte, attraversate da scosse dolorose, il
freddo le sta abbandonando, ho un paio di spessi guanti lavorati ai
ferri, la lana si è assottigliata sui polpastrelli, è stata mia madre a
farmeli, ci ha messo dei mesi, non ricordo di averla mai vista lavorare
a maglia se non per questi guanti, che proteggono dall’acqua e dal
vento, e tengono le mani calde anche quando sono bagnati.
Con cautela appoggio il piede sulla leva di comando e la spingo
lentamente verso il basso, lasciando che il motore raggiunga il
massimo numero di giri che secondo me è in grado di sopportare,
niente vele, mi accontento di avanzare a motore. La notte è senza
vento, il mare scintillante e io devo andarmene, in fretta, prima che
qualcuno scopra che cosa ho fatto.
Le montagne si fanno meno aguzze e più basse a mano a mano che
mi avvicino al mare aperto, nei miei ricordi questo fiordo è
decisamente lungo, il viaggio per uscirne eterno, non aveva molto
decisamente lungo, il viaggio per uscirne eterno, non aveva molto
senso cercare di raggiungere il mare aperto, un giorno non basta,
ricordo che pensavo, anche se l’unica cosa che volevo davvero era
andarmene da lì.
Per alcuni le montagne sono come una coperta rassicurante, in cui
avvolgersi, sotto cui infilarsi, a cui tenersi stretti. Anche per Magnus.
Gli davano tranquillità, così diceva, io non ho mai capito come potesse
pensarla così, per me erano qualcosa che mi si appoggiava contro, ne
sentivo il peso, il carico fin da piccola.
Solo in quota perdevo quella sensazione: mio padre mi portava
spesso con lui sul monte, fin da piccola, solo lui e io, fino al ghiacciaio,
fino alle cascate sorelle Søsterfossene. Lassù respiravo, insieme a lui.
Fosse stato per me ci saremmo andati tutti i giorni, papà e io, lui si
fermava in continuazione per mostrarmi piante, insetti, animali, per
indicarmi piccole cose mentre salivamo, o gli uccelli, solo dei punti nel
cielo, di cui non mi sarei mai accorta senza il suo aiuto.
Molte volte seguivamo a ritroso il corso del fiume fino al monte.
Mio padre amava il Breio, era la ragione che lo aveva spinto fin lì:
era arrivato a Ringfjorden quand’era un giovane studente
universitario, avrebbe dovuto scrivere una tesi di approfondimento sul
bivalve di acqua dolce Margaritifera margaritifera, una piccola specie
che passava facilmente inosservata e che viveva seminascosta fra
ciottoli e ghiaietto sul fondale dei fiumi. «Questo mollusco, in forma
larvale, è un parassita che per sopravvivere si annida dietro alle
branchie e alle pinne di salmoni, mentre da adulto si nutre dei
microorganismi che trova nell’acqua che filtra, purificando il fiume per
tutte le specie che lo abitano» mi raccontò.
«Un esserino che può vivere più di cento anni» mi spiegò con gli
occhi che brillavano. «Pensa, Signe... Una volta venuto al mondo ci
resta più di un essere umano. Insostituibile per tutto il corso della sua
vita.»
La prima volta che arrivò in paese si prese una camera all’hotel e
già alla colazione del secondo giorno posò gli occhi su Iris, la figlia
dell’albergatore, e lei su di lui. Divennero presto una coppia, Bjørn e
Iris, l’orso e il fiore, stanno così bene insieme i loro nomi, ricordo di
aver pensato, Bjørn e Iris, un grosso animale indomabile che va per il
mondo a passi pesanti e un’esile fiore sottile radicato a vita nello
stesso luogo. Anche se in realtà avrebbe dovuto essere il contrario: lui
stesso luogo. Anche se in realtà avrebbe dovuto essere il contrario: lui
avrebbe dovuto portare il nome di lei e viceversa.
Era stato bellissimo all’inizio, i primi anni, poi il loro rapporto si era
guastato, e niente può diventare più brutto di qualcosa che un tempo
era meraviglioso.
L’odio che ne scaturì, mio padre se lo portò dentro a vita, non la
perdonò mai per avergli portato via il fiume.
Io credo di sapere quando tutto ebbe inizio, almeno per quanto mi
riguarda, ma forse loro due di quelle opere idrauliche avevano già
parlato, nelle tarde ore della notte, con rabbiose voci bisbiglianti per
non svegliarmi, sì, dev’essere andata così, ma quello che ricordo io è il
giorno in cui lei è tornata a casa e ha raccontato che il progetto era
stato approvato.
Credo che mio padre avesse una scadenza imminente, che dovesse
consegnare un articolo, perché sedeva chino sulla macchina da
scrivere in veranda, a lui piaceva lavorare fuori, all’aria aperta. Gli
invidiavo quella macchina da scrivere e quello che riusciva a farci,
parole e frasi che si dipanavano sulla carta sotto ai suoi occhi, il ritmo
delle dita che battevano sui tasti, i martelletti con le lettere che
colpivano il foglio. Gli andai in braccio dicendogli che volevo scrivere
anch’io.
Lui me lo lasciò fare, come spesso accadeva, ma quando scrivevo io
il ritmo non era lo stesso, il ticchettio non si propagava fin dentro
casa, le lettere non divenivano frasi, ci voleva così tanto tempo, avevo
appena imparato a combinare i segni grafici per formare parole, e con
l’indice cercavo la lettera giusta.
Le gambe di papà erano dure e irrequiete, teneva i piedi in un
modo per cui le cosce erano inclinate in avanti e io mi sentivo come se
fossi sempre sul punto di scivolare giù, ma tesi i muscoli di tutto il
corpo e continuai a scrivere.
«Ecco» disse alla fine, «adesso hai provato. Io devo rimettermi a
lavorare.»
«No» ribattei. «Voglio scrivere un racconto.»
«Ora basta» rispose papà.
«No.»
Lui mi sollevò e mi fece scendere, mi abbracciò rapido, come per
scusarsi, io lo strinsi forte, la barba lunga mi pizzicava la guancia ma
non volevo che l’abbraccio finisse.
«Lasciami Signe, dai...»
«Lasciami Signe, dai...»
«Voglio scrivere» insistetti.
«Signe...»
«MA IO VOGLIO SCRIVERE INSIEME A TE !» gli gridai nell’orecchio.
«Ahia, Signe!»
Mi afferrò e mi mise con i piedi per terra. «Non si grida così nelle
orecchie della gente.»
«PERCHÉ NO ?»
«Perché rovini l’udito degli altri. L’orecchio è un organo raffinato
che dobbiamo trattare con cura. Anche un solo suono ad alto volume
potrebbe danneggiarlo. Il tuo udito in questo momento è eccellente,
ma devi fare attenzione. Al tuo e a quello degli altri.»
«Ah.»
Papà si girò verso la scrivania, prese svelto un foglio e una matita.
«Ecco qui. Scrivi qualcosa per me» disse. «Staremo insieme più
tardi.»
«E cosa?»
«Scrivi quello che vedi.»
Io non mi mossi.
«Hai visto le cince nella casetta per gli uccelli?» mi domandò.
«Scrivi qualcosa sulle cince: su quali specie vedi, su cosa mangiano, su
come stanno adesso in primavera.»
«Perché?»
«Poi io ti aiuterò con i nomi latini.»
Mi misi al lavoro. Quel giorno scrissi diversi elenchi: dei piccoli
animali che si vedevano sul tratto di litorale emerso per la bassa
marea, degli uccelli che volavano in cielo, delle piante infestanti del
giardino, degli insetti vicini al ruscello, ma i miei elenchi si
allungavano lentamente e continuavo a invidiare la macchina da
scrivere di mio padre, pensavo che se l’avessi potuta usare avrei
scritto tanto quanto lui, con la stessa velocità e furia, tutta la natura
avrebbe trovato posto sui miei fogli, avrei fatto proprio come lui, e
forse un giorno qualcuno avrebbe addirittura pubblicato quello che
avrei scritto, come i testi che scriveva papà venivano pubblicati su
voluminose riviste in modo che tutti potessero leggerli.
Papà non ebbe il tempo di aiutarmi con i nomi latini, perché arrivò
l’ora di cena e mamma tornò a casa con una grande novità.
Ce la comunicò al momento del dolce, portandola nelle nostre vite
Ce la comunicò al momento del dolce, portandola nelle nostre vite
come se fosse quello il croccante nascosto fra strati di panna montata
e marmellata di mela.
«Oggi finalmente è stato approvato» disse. «Imbriglieranno le
acque del Breio nelle condutture.»
Io non capivo il significato di quelle frasi, non ancora, ma ricordo
bene che sorrideva, per lei erano buone notizie, ma siccome non aveva
aggiunto altro, avevo intuito che non sapeva bene quale reazione
aspettarsi da papà.
«Che cosa?» disse lui, come se non avesse capito.
Mio padre posò il cucchiaino sul piattino, anche se era colmo di
panna montata e marmellata di mele.
«È stato approvato» ripeté mia madre.
«Ma avrebbero dovuto valutarlo nel prossimo consiglio comunale.»
«Siamo riusciti a farlo mettere all’ordine del giorno già oggi.»
«Non è possibile.»
«Bjørn, è quello che vogliono tutti.»
Lui si alzò, i piatti in tavola tintinnarono. Gridò qualcosa, parole
brutte, che io non avevo il permesso di dire.
Lei invece parlava con voce tranquilla, la stessa che usava anche
con me ogni tanto. «È dagli anni Venti che aspettiamo questo
momento.»
«Ma non capite che cosa avete?» gridò papà. «Che cos’è il fiume
per voi?»
«È esattamente questo il punto. Il fiume per noi è un’incredibile
opportunità. Un nuovo inizio per il paese di Ringfjorden.»
«Un nuovo inizio?»
Le sputò fuori quelle parole, come se gli dessero la nausea.
Mia madre aggiunse qualcos’altro, sempre con quella sua voce
tranquilla.
Lui cercò di ribattere in tono più controllato, ma senza riuscirvi. E a
quel punto anche la voce di mia madre si alzò. Volavano parole sempre
più frenetiche, sempre più gridate.
La panna montata aveva qualcosa di strano, era troppo dura,
sembrava quasi burro. Forse Else, la domestica, l’aveva montata
troppo a lungo, mi impiastricciava la bocca come una patina
stucchevole e mi alzai senza chiedere il permesso, non mi avrebbero
comunque sentito, visto quanto gridavano.
Non si accorsero che me ne andai, che non avevo nemmeno finito il
Non si accorsero che me ne andai, che non avevo nemmeno finito il
dessert.
Attraversai il soggiorno, poi il salotto, ma le loro urla mi seguivano,
aprii la porta della veranda, là fuori altri suoni avrebbero preso il
sopravvento, il cinguettio degli uccelli o il rumore delle onde del
fiordo, ma non c’era vento e nessun uccellino cantava e io continuavo
a sentire le loro voci.
Poi il mio sguardo si posò sulla macchina da scrivere, papà non la
stava usando, il sole splendeva, l’accarezzai con un dito, il metallo era
caldo.
Qui fuori loro non mi vedevano, non mi sentivano, mi sedetti alla
scrivania, papà aveva lasciato lì la coperta che usava per proteggersi
dal freddo del vento primaverile, me l’avvolsi tutt’intorno e mi girai
verso la macchina da scrivere.
Sollevai entrambi gli indici e lasciai che colpissero le lettere, la «a»
era vicina alla «s», la «r» e la «t» erano sulla stessa fila, la «å» in alto
a destra, come se lì finisse l’alfabeto.
Posso scrivere un racconto, pensai, un racconto su elfi e
principesse, qualcosa di grandioso e bellissimo che porterò a scuola e
piacerà a tutti, oppure scrivere qualcosa che ci metterò tanto a finire e
che quando sarò ancora molto giovane mi darà onore e fama, mi farà
diventare una scrittrice famosa.
Avrei voluto scrivere un racconto, ma ero capace di mettere nero su
bianco solo quello che vedevo, allora come adesso. Ero capace di
scrivere solo quello che sentivo, perché i suoni dall’interno della casa
si alzavano e mi entravano dentro, scuotendomi come un forte vento,
come impetuose folate di tempesta, le parole infuriavano scagliandosi
fuori attraverso la porta della veranda, non avrei potuto scrivere
nient’altro.
GRUPPO ENERGETICO STATKRAFT , scrissi.
OSPITI , scrissi.
FUTURO , scrissi.
«I molluschi d’acqua dolce finiranno per morire tutti!» gridò papà.
MORIRE , scrissi, il più velocemente possibile. IO MUOIO, TU MUORI, EGLI
MUORE .
«E il merlo acquaiolo... depone le uova vicino al fiume!»
UN MERLO ACQUAIOLO, TANTI MERLI ACQUAIOLI, TUTTI I MERLI ACQUAIOLI .
«È solo acqua!» gridò mia madre. «Ma può diventare corrente
«È solo acqua!» gridò mia madre. «Ma può diventare corrente
elettrica. Nuovi posti di lavoro. Nuova vita al paese.»
«Tu pensi solo all’hotel» urlò papà.
«È l’hotel che ci dà da mangiare, lo hai dimenticato? Non certo i
tuoi articoli scientifici sottopagati!»
«Stiamo parlando del Breio!»
«È solo acqua.»
ACQUA , scrissi. ACQUA, ACQUE. UN’ACQUA, TANTE ACQUE . No. TUTTA
L’ACQUA .
Nessuno mi sentiva scrivere, nessuno sentiva com’ero diventata
improvvisamente rapida, brava nel trovare subito la lettera giusta.
8
David
Varcammo la recinzione. Trascinai Lou sulla strada principale.
Spirava una leggera brezza. Avrei voluto procedere spedito,
allontanarmi a lunghi passi. Ma Lou mi teneva stretto, si aggrappava
alla mia mano. Mentre l’altra era vuota, fin troppo vuota. Avrebbe
dovuto avere qualcuno anche nell’altra mano, qualcuno che la
guidasse.
Il rumore dei suoi passi strascicati da bambino era l’unico suono
che si sentiva.
«Ce la fai a camminare un po’ più in fretta?» le chiesi.
«Sì, certo.»
Ma continuava a camminare piano, trascinando i piedi. E senza dire
una parola.
Un tempo avrebbe protestato. Gridato. Strillato.
«Sarebbe meglio se parlassi, se dicessi qualcosa...»
«Che cosa?» mi domandò lei.
«Tu pensi che sia noioso farsi una passeggiata qui, non è vero?»
«No, no.»
«E invece sì. Tu odi fare passeggiate.»
«No, no.»
E cominciò a sforzarsi di camminare più velocemente. Trotterellava
al mio fianco.
«Rallentiamo un po’...» le dissi.
Tutt’a un tratto mi sentii davvero spregevole.
«Ci facciamo solo un giretto qui attorno, okay?» aggiunsi. «Tanto
per fare qualcosa. Solo un giro, breve.»
«Quanto breve?»
«Un minuto.»
Non sapeva leggere l’ora, non aveva idea che se avesse contato
Non sapeva leggere l’ora, non aveva idea che se avesse contato
lentamente fino a sessanta il minuto sarebbe passato, che un minuto
non era niente. A volte mi stupiva quanto fosse facile raggirarla.
Questo mi fece sentire ancora peggio. Non il fatto che la raggirassi,
ma che fosse così facile raggirarla.
Solo che non ce la facevo proprio a tornare in quel campo angusto e
sudato. Qui fuori per strada almeno eravamo in movimento. Potevamo
fingere di avere una meta. Anche se non c’era niente verso cui andare,
niente su cui posare lo sguardo. Eccetto un piccolo colle boscoso che
spuntava nel paesaggio. Altura sarebbe stato forse il termine più
appropriato. In pratica, una semplice protuberanza in quell’uniforme
distesa pianeggiante.
Una protuberanza fuori luogo.
«È passato un minuto?» mi chiese Lou dopo un po’.
«Fra poco.»
«So di sale» affermò Lou passandosi la punta della lingua sul labbro
superiore.
«Il sale è una cosa bella.»
A me il sale mancava. Mi mancavano i monti e il mare.
Qui l’aria era secca. Terrosa, quasi sabbiosa. Penetrava nel naso,
lasciando un senso di fastidio. Era poco sana. Invece a casa, da dove
noi venivamo, l’odore del sale era ovunque.
Il sale purifica. Permette alle cose di durare. Si può mettere il cibo
sotto sale, si conserverà per un’eternità. Il sale si cosparge sulle ferite
e fa male, certo, ma disinfetta. Il sale è purezza, una delle cose più
pure che io conosca.
Per il sale in passato si è arrivati perfino a dichiarare guerra.
Per me sale significava lavoro. Un lavoro che mi piaceva. Lo avevo
avuto fin da quando era nata Lou. Avevo dovuto interrompere gli studi,
iniziare a guadagnarmi da vivere. Non avrei potuto fare altrimenti.
Mai avrei immaginato che sarei rimasto lì, ad Argelès. Avevo
sempre pensato che me ne sarei andato via. Fin da piccolo avevo
invidiato i turisti che ogni estate arrivavano e poi ripartivano.
Riempivano di chiasso e rumori l’estate di noi residenti. Mangiavano
enormi quantità di moules-frites. Si abbronzavano sulla spiaggia fino a
scottarsi. Poi prendevano stuoie, cappelli e creme solari e se ne
andavano via.
Negli ultimi anni di turisti non ne erano più arrivati. Come se
qualcuno avesse chiuso un rubinetto. Erano spariti. Anch’io avrei
voluto sparire. Dai ristoranti vuoti, dalla strada dello shopping
deserta, dal luna park che lentamente si arrugginiva per gli schizzi
dell’acqua del mare che saliva sempre più, dal castello gonfiabile
afflosciato su se stesso e dalla pista da minigolf coperta di erbacce.
Loro erano spariti. Io ero rimasto. Con Anna, con Lou, e poi con
August. Nel nostro piccolo appartamento vicino al mare, dove l’acqua
salata allagava sempre più spesso lo scantinato. Ma il mio lavoro era
come un raggio di luce. L’impianto sorgeva all’estremità del
lungomare. Prima al suo posto c’erano solamente dune erbose e una
struttura che noleggiava sdraio e lettini e che a stento sbarcava il
lunario, dato che era il punto più esposto al vento dell’intera spiaggia.
Era anche il più bello, però, se si era disposti a guardare con
attenzione e a dimenticarsi del vento.
Ero stato fortunato ad avere quel lavoro. Thomas era un amico di
mio padre e un buon capo. Le mansioni che mi aveva affidato mi
piacevano. Nonostante il frastuono. Portavamo cuffie per proteggerci
dal rumore delle turbomacchine. Io ero circondato di sale, per tutto il
giorno, mi piaceva l’odore del sale. Anche se lo scopo era quello di
liberarsene.
Sorvegliavamo l’impianto mentre l’acqua del mare, spinta dalle
turbomacchine, attraversava dei filtri che separavano il sale
dall’acqua. Osmosi inversa. All’estremità opposta usciva acqua dolce,
pura, limpida.
«La dissalazione è il futuro» affermava sempre Thomas. E mi
raccontava di impianti in altre parti del mondo, in Florida e nel Sud
della Spagna, ce n’erano così tanti. Da lì ricavavano l’acqua per
irrigare le zone desertiche in costante espansione.
Ma Thomas era sempre più preoccupato, perché l’impianto si
fermava sempre più spesso. Se qualche pezzo si rompeva, i ricambi
non arrivavano. Non riuscivamo più a dissalare acqua a sufficienza.
L’impianto era troppo piccolo e l’acqua prodotta non abbastanza a
buon mercato. E quando gli impianti di dissalazione in Spagna
vennero rasi al suolo per via delle guerre per il fiume Ebro, quando il
paese a noi confinante venne diviso in due, Thomas smise quasi di
dormire. Non faceva che parlare dell’Unione Europea, del tempo in cui
dormire. Non faceva che parlare dell’Unione Europea, del tempo in cui
l’Europa era coalizzata. Parlava di come tutto si stesse disgregando,
ogni giorno mi raccontava di un nuovo conflitto. Io invece avevo
smesso da un pezzo di tenermi aggiornato. Mi era passata la voglia di
leggere quel che succedeva, perché mi sembrava che la gente non
facesse altro che litigare ovunque, il Nord con il Sud, le terre
dell’acqua con le terre della siccità. E anche all’interno di ogni singolo
stato. Come era accaduto in Spagna.
«Chi ha qualcosa da proteggere, dimentica tutto il resto» ripeteva
sempre Thomas. «È così ovunque, per tutti i popoli. Nessuno si prende
cura degli altri.»
Ma non era servito a niente che lui me ne avesse parlato, né che io
mi fossi sforzato di ascoltarlo. Non era servito lavorare il più
duramente possibile. Né che la Francia avesse approvato la
costruzione di tre nuovi impianti di dissalazione.
A volte le cose vanno così rapidamente. Un giorno la sveglia suona
e tu ti alzi, fai colazione, vai al lavoro, litighi, ridi, ami, lavi i piatti, ti
preoccupi che il conto in banca possa andare in rosso prima della fine
del mese... non pensi che tutto quello che hai intorno a te potrebbe
semplicemente non esserci più. Anche se senti che il mondo sta
cambiando. Anche se lo vedi sul termometro. Non ci pensi fino al
giorno in cui non è più il suono della sveglia a tirarti giù dal letto la
mattina, ma un urlo. Le fiamme hanno raggiunto la tua città, la tua
casa, il tuo letto, i tuoi cari. Brucia tutto, le tue lenzuola hanno preso
fuoco, il tuo cuscino fuma e tu non puoi far altro che correre.
«Il sale è morte» diceva Thomas. «Il sale uccide.»
Negli ultimi tempi, prima che dovessimo lasciarci tutto alle spalle,
gli chiedevo spesso in prestito la sua consunta imbarcazione in
plastica. Prendevo il largo, da solo, dicevo ad Anna che andavo a
pescare, anche se di rado ormai si riusciva a prendere qualcosa. E
dopo aver ormeggiato al molo restavo lì, sulla spiaggia, con i piedi in
acqua. E mentre l’acqua saliva, lentamente e inesorabilmente, era
proprio quello che pensavo. Il sale è morte. Questo mare è morte. Si
alza di livello e sparge il suo sale ovunque. E poi chiudevo gli occhi e
pregavo un Dio in cui non credevo, pregavo che, quando avessi aperto
gli occhi di nuovo e toccato l’acqua con la mano, il mare fosse
diventato qualcosa di diverso. Che se mi fossi leccato le dita non avrei
sentito alcun sapore, come succede con l’acqua dolce. Pura, limpida
assenza di sapore.
assenza di sapore.
Restavo spesso così. A lungo. Non provai mai a leccarmi le dita. Ma
rimasi aggrappato con tutte le mie forze a quel pensiero. Che il mare
che si alzava un giorno potesse diventare di acqua dolce.
Strinsi un po’ più forte la mano di Lou, solo per accertarmi che ci
fosse ancora. Ci eravamo allontanati di un bel pezzo. Mi voltai, la
recinzione del campo si intravedeva appena in lontananza.
«Guarda» dissi a Lou. «Mi piace qui.»
Alla nostra sinistra era infatti apparsa una piccola strada ombrosa,
fiancheggiata da grossi alberi. La imboccammo. Sotto agli alberi la
temperatura era di diversi gradi più bassa.
Lou doveva aver percepito quanto fosse piacevole camminare qui,
perché aveva aumentato l’andatura.
La strada faceva una curva, girai la testa, la via principale non si
vedeva più. Davanti a noi un’altra curva. Mi piaceva che qui ci fossimo
solo noi due. Che del campo non ci fosse più alcuna traccia. Che
potessimo illuderci di essere un padre e una figlia normali a spasso
per una strada normale in un mondo normale. Come prima.
Camminammo per cinque, dieci minuti. Oltrepassammo alcune case
in pietra, un piccolo giardino. In due sole occasioni vidi altre persone.
Un’anziana signora che metteva in macchina un cestino portacucito in
legno. Un signore di una certa età che smontava un’altalena da un
albero. Stavano partendo, facevano i bagagli, cercavano di andare al
Nord, come tutti.
Per il resto non si vedeva anima viva. Era tutto abbandonato, anche
qui.
Di quelli che un tempo ci vivevano erano rimaste solo tracce. Tende
che avevano scelto, sedie da giardino su cui si erano seduti, pipe da
cui avevano soffiato sbuffi di fumo, un rastrello che aveva lasciato
tracce nitide e regolari sulla ghiaia di un cortile, il campo da bocce
dove le bocce avevano colpito la sabbia con piccoli tonfi.
Potrei viverci qui, pensai, anche se era lontano dal mare. Qui, lungo
questa strada, in questa ombra in effetti ci avrei vissuto volentieri,
avrebbe potuto diventare casa mia.
Un’altra casa spuntò alla nostra vista. L’ultima di quel tratto di
strada, l’ultima prima del boschetto. Non era particolarmente grande
né sontuosa, ma pareva una reggia in confronto all’appartamento in
né sontuosa, ma pareva una reggia in confronto all’appartamento in
cui vivevamo.
Doveva essere stata abbandonata da tempo, oppure abitata da
qualcuno a cui non importava granché della sua manutenzione. Il
cortile era ricoperto di erbacce, la vernice della porta d’ingresso
scrostata. Tutte le finestre avevano le imposte chiuse.
Accanto alla casa vidi il coperchio di una vecchia cisterna per
l’acqua piovana. Era chiusa con un lucchetto arrugginito. Pareva
vecchia quanto la casa stessa. Che ci fosse dell’acqua all’interno?
Lou entrò nel giardino appassito. Un tempo doveva essere stato
rigoglioso. Adesso invece i meli erano secchi, le foglie ingiallite sui
rami.
C’era un capanno con la porta aperta, forse era stato il vento. Lou
si avvicinò e chiuse la porta. Poi si girò indicando qualcosa.
«Che cos’è?» chiese.
Alle mie spalle, in fondo al giardino, sotto agli alberi scuri, si
vedeva qualcosa di grande e alto, coperto da diversi teloni cerati di
colore verde. Aveva una forma allungata, ovale. Qualcosa sporgeva da
entrambi i lati. Piantato a terra, si intravedeva una sorta di cavalletto.
Lou cominciò a tirarmi. «Andiamo, dai!»
I teloni erano sporchi e logori, ma ben fissati. Erano stati legati con
corde di colori diversi, scialbi, sbiaditi dal sole. Corde verdi, blu,
grigiastre, tutte incrociate. Alcune erano marcescenti, probabilmente
perché fatte di cotone o canapa, quelle in plastica invece erano ancora
in buono stato.
In alcuni punti delle foglie erano rimaste impigliate fra le corde. Le
foglie si erano trasformate in minuscole tasche di terra. In cui erano
caduti dei semi. Da cui erano nate piccole piante. Piccole piante che
erano appassite e morte per via della siccità.
Ci avvicinammo. Allungai la mano e toccai un telone. Lo palpai
cercando di capire che cosa nascondesse.
Era morbido, come se non ci fosse niente al suo interno, poi però le
mie dita incontrarono qualcosa di duro, una trave? Feci scorrere la
mano verso l’alto. La trave ne incontrava un’altra al di sotto del
telone, e sopra c’era qualcosa, qualcosa di enorme, pesante. E poi
tutt’a un tratto capii.
«È una barca!» esclamai.
Una barca, su un cavalletto, in un giardino a chilometri dal mare.
Doveva essere piuttosto grande.
Doveva essere piuttosto grande.
La misurai a passi partendo da dietro.
Era lunga almeno dieci metri.
E alta. Almeno tre metri dalla chiglia al tetto della cabina.
«Possiamo togliere i teloni e vederla?» mi domandò Lou.
I nodi erano duri sotto alle dita. Li sciolsi faticosamente, uno a uno.
Era come se il vento e gli agenti atmosferici avessero contribuito a
stringerli.
Anche Lou mi aiutava, ma la maggior parte dei nodi era troppo
difficile per lei. Non avevamo niente con cui tagliare le corde,
oltretutto non volevo rovinarle perché, dopo aver visto la barca,
l’avremmo ricoperta di nuovo. Volevamo solo dare un’occhiata.
Nessuno se ne sarebbe accorto.
A mano a mano che scioglievo i nodi e toglievo le corde, le
avvolgevo con cura in matasse che deponevo una accanto all’altra sul
prato secco.
Lou si mise a riordinarle. Iniziò a dividerle per colore. Le blu da una
parte, le verdi dall’altra. Mi informò che erano sette in tutto.
Quando finalmente ebbi sciolto tutti i nodi, mi facevano male i
polpastrelli e i palmi delle mani. I teloni non avevano più nulla che li
tenesse. Erano quattro. Li tirai. Scivolarono giù dallo scafo con un
rumore sferzante.
Era una barca a vela. L’albero era posato orizzontalmente sopra al
tetto della cabina. Lo scafo era di color blu scuro, come il mare la
sera, quattro oblò per lato.
Era posata su una struttura fatta di travi in legno non verniciato, di
aspetto artigianale ma robusto.
Una scala da appoggio era posata in orizzontale su due travetti a
mezzo metro da terra, come se quello fosse il suo posto.
La tirai fuori. Era in alluminio, chiazzata di vernice, ma integra e
ben tenuta. La misi in verticale e la posai sul prato lungo la fiancata
della barca.
«Vuoi salire?» mi chiese Lou.
«No?»
«Ma si può?»
Le sorrisi.
«Vedi qualcuno a cui chiedere?»
Lei si guardò intorno. «No.»
Lei si guardò intorno. «No.»
«Tu pensi che dovrei salirci?»
«Non so. Decidi tu.»
«Decidiamo insieme» le dissi.
«Ah.»
«Tu cosa dici? Salgo?»
«Sì. Se vuoi.»
Sistemai la scala, la spostai un po’ più all’esterno per avere
un’inclinazione meno accentuata. Poi salii sul primo gradino.
Secondo.
Terzo.
Si udì un forte scricchiolio quando il cavalletto su cui poggiava la
barca protestò. Un fremito sottile attraversò l’intera struttura. Mi
fermai.
«Papà?»
Forse non era poi così robusta come sembrava. O forse c’era
qualcosa che non andava nell’appoggio? Salii su un altro gradino.
«Papà, forse sarebbe meglio di no.»
«Va tutto bene» la rassicurai.
Ma non era proprio così, ogni mio movimento sembrava
ripercuotersi sul cavalletto, come se lo stessi mettendo a dura prova.
«Papà?»
«Okay, okay.»
Scesi a terra. Presi la scala e andai ad appoggiarla alla parte
posteriore dell’imbarcazione. Fissata a poppa c’era una scaletta da
bagno. Sistemai la scala come fosse un prolungamento di quella e
cominciai ad arrampicarmi, a risalire dal fondo del mare.
Ci riprovai: ero più stabile adesso, il cavalletto non si lamentava.
Salii di qualche passo, per controllare che reggesse.
Nessuno scricchiolio, questa volta la scala era salda e ben piantata.
Scesi e saltai giù. Allungai le braccia verso Lou.
«Sali tu per prima, ti aiuto io, non preoccuparti.»
Lei non mi rispose. Guardava incerta la scala.
«Forza, dai!» la incoraggiai con un cenno del capo in direzione
della barca. «È come la scala dello scivolo del parco giochi... a casa,
solo un po’ più lunga. Io salgo insieme a te, subito dietro.»
Lei inspirò a fondo, alzò gli occhi sulla barca, andò alla scala e salì
sul primo gradino.
sul primo gradino.
«Brava, Lou.»
Saliva precedendomi, fra le mie braccia. Io le vedevo il collo, sottile
e abbronzato e ancora un po’ sporco. Non me n’ero accorto prima, che
non si era pulita bene quando aveva fatto la doccia, avrebbe avuto
bisogno di qualcuno che l’aiutasse.
A volte desideravo che fosse un maschio. Forse sarebbe stato più
facile.
Lou cominciò a salire più rapidamente. Non era così semplice
riuscire a starle dietro. Saliva a passo deciso come tutti i bambini,
maschi o femmine che siano. Piede destro su, poi piede sinistro sullo
stesso gradino, tutti e due i piedi ben piantati prima di avventurarsi
sul gradino più in alto.
E arrivò in cima. Scavalcare il parapetto era difficile per lei, così
l’aiutai spingendola dal sedere.
E quando finalmente si trovò sul ponte, sorrise.
«Prima!»
«Hai vinto...»
Scavalcai anch’io il parapetto. E mi guardai intorno.
Due panche sui due lati, una barra del timone nel mezzo.
L’accesso all’interno era chiuso da due pannelli in legno, nella parte
superiore era visibile il buco di una serratura.
Un’altra serratura, probabilmente quella per accedere al motore, e
degli strumenti a terra, un paio di dispositivi di misurazione e una leva
per accelerare e cambiare marcia.
Una brezza fresca muoveva l’aria. Eravamo in alto quanto bastava
per sentirla.
Il pavimento e le panche della barca erano in legno. Aveva un’aria
secca. Era di colore grigiastro e pieno di fessure, come se avesse
bisogno di una mano d’olio o di mordente.
Solo la barra del timone era sopravvissuta indenne, era ancora
lucida di lacca, il legno era dorato.
Mi misi al timone, posandoci sopra la mano destra. Mi piantai ben
saldo sulle gambe, come un vero marinaio, portai una mano al viso
come per schermarmi dal sole mentre scrutavo il mare.
«Ciurma, oh issa!»
Lou rise con quella sua risata diventata così rara.
«Terra in vista! La vedi anche tu?» le chiesi con voce da marinaio.
«No» rispose lei, «niente terra in vista.»
«No» rispose lei, «niente terra in vista.»
«Hai ragione, niente terra in vista, solo mare, mare fin dove si
riesce a vedere. E onde, onde gigantesche.»
«Una tempesta!» esclamò Lou.
«Mantenete la calma» dissi io. «Il capitano vi condurrà in salvo.»
«Sei tu il capitano?»
«A quanto pare... Là! Una nave dei pirati! La vedi anche tu?»
Navigammo. Combattemmo. Incontrammo dei delfini. E una sirena.
Lou gridò, si sbracciò, prese il timone. Rise forte.
Ben presto volle farlo lei, il capitano. E io diventai un marinaio,
ubbidiente ma tonto. Lei doveva spiegarmi ogni cosa, e rideva, rideva.
Perché il marinaio diceva un sacco di sciocchezze, non sapeva
distinguere la destra dalla sinistra, tribordo e babordo, aveva paura di
tutto, figuriamoci poi dei pirati.
Ciononostante ce la cavammo. Grazie a un fenomenale giro in
groppa a due delfini. E soprattutto grazie a lei.
«Grazie al tuo eroismo e al tuo ingegno, capitano» le dissi.
«Ingegno?»
«Significa intelligenza» le spiegai. «Sei un capitano intelligente.»
Giocammo per un’ora, o forse due. Io respiravo, lassù sul ponte,
all’ombra degli alberi, dove il vento riusciva ad arrivare.
Lou continuava a guardare i pannelli in legno che chiudevano
l’accesso.
«Possiamo aprire la porta?»
«No» le risposi.
Lei però insisteva.
«L’apriamo?» mi chiese dopo un po’, battendo sui pannelli in legno.
«Non possiamo romperli?»
«Non possiamo rompere le cose degli altri» le dissi.
«Eh, no. Certo.» Sembrava a disagio.
Poi ci pensò un po’ su. «Ma loro non sono qui...»
Non capitava spesso che Lou chiedesse qualcosa. E nemmeno che
cedesse facilmente.
«E va bene» acconsentii. «Andiamo a controllare se dentro
troviamo una chiave.»
«Dentro dove?»
Indicai. «Dentro casa.»
«Ma non è chiusa a chiave la casa?»
«E allora forse qualcosa ci toccherà romperla comunque...»
«Però non lo diciamo a nessuno» mi bisbigliò.
Non potei fare a meno di ridere.
Rompemmo una finestra sul retro. Ci ritrovammo in quello che a
quanto pare era il soggiorno.
Sgusciai silenziosamente verso l’interno della casa, poi mi resi
conto di quel che stavo facendo. Passi normali, mi dissi. Avrei anche
potuto battere forte i piedi, tanto nessuno mi avrebbe sentito.
Le stanze erano arredate con semplicità e discrezione. C’erano
pochi oggetti ornamentali, c’era una libreria piena zeppa di volumi in
soggiorno e su una delle pareti lunghe era appesa la fotografia di un
monte coperto di neve nei pressi di un fiordo.
Quelli che vivevano qui dovevano essersene andati senza portarsi
via niente di più che qualche vestito e lo stretto necessario.
All’improvviso mi sentii come se stessi violando l’intimità di qualcun
altro. Mi affrettai a raggiungere i locali nella parte anteriore della
casa. Nell’ingresso c’era una cassetta portachiavi appesa alla parete.
Così semplice. Ordinato. Ricordava una piccola cabina da spiaggia. A
strisce gialle e bianche, come quelle di un tempo che ancora capitava
di vedere in certi posti sul mare.
Anna e io avevamo sempre problemi con le chiavi. Dicevamo che
dovevano avere un posto fisso, ma non siamo mai riusciti a venirne a
capo. Io avevo comprato un paio di portachiavi a ganci, ma non erano
mai stati appesi. Non eravamo riusciti a decidere dove andassero, né
se dovessimo piantarli nella parete così com’erano o se fosse meglio
usare dei tasselli.
Non eravamo bravi in cose del genere. Non che io non sapessi fare
lavoretti manuali, no, non era quello. Erano le decisioni da prendere,
da prendere insieme, a rendere tutto difficile. Anche appendere alla
parete un semplice portachiavi a gancio.
Qui invece le chiavi erano tutte riunite in bell’ordine. Di dubbi su
quale fosse la chiave che stavo cercando non ce ne potevano essere.
Una piccola chiave appesa a un filo blu, fissato a una grossa sfera in
sughero. Una chiave col salvagente.
Lou era accanto a me, un po’ troppo vicina, respirava impaziente
nel mio orecchio mentre io cercavo di aprire la serratura. Giravo e
nel mio orecchio mentre io cercavo di aprire la serratura. Giravo e
rigiravo la chiave. Provai con più forza.
«Vai a sederti sulla panca» le dissi.
«Ma così non vedo niente.»
«Vedrai dopo.»
Ci provai di nuovo, diedi qualche scossone, deciso e delicato al
tempo stesso. Ed ecco che scattò.
Mi ci volle un po’ per capire che a chiudere l’accesso era una sorta
di tettuccio che andava fatto scorrere all’indietro e che, per aprire i
pannelli che costituivano la porta, prima avrei dovuto aprire quel
tettuccio.
Il pannello più in basso si era incastrato. Non si muoveva, come se
al di sotto del legno si fosse creato del sottovuoto. Nel frattempo Lou
si era alzata ed era di nuovo lì accanto a me. Sbirciò all’interno.
«Ci sono delle panche anche dentro» disse.
«Eh già...»
«E un tavolo.»
Colpii il pannello con un calcio deciso. Cedette, e si allentò. Così
riuscii ad aprirlo.
Lou guardò, battendo le mani.
«Che carino!» Fece un giro in tondo. «È carinissimo!»
Roba da ragazze.
Però aveva ragione. Era accogliente. Ogni cosa era su misura e
funzionale, ben studiata, poteva essere ripiegata, impilata, richiusa e
fissata.
Esplorammo a lungo la barca. Lou era al colmo della gioia, come se
stesse giocando in una casa delle bambole.
Tirò fuori tazze e piattini da un armadio, erano bianchi con una
scritta blu.
«Che cosa c’è scritto sopra?»
«Navigare vivere est» lessi.
«E cosa significa?»
«È latino e... significa qualcosa come che navigare... che andare per
mare è vita. Il mare è vita, forse... Sì, ecco credo che significhi questo:
il mare è vita.»
Accidenti! Ero riuscito a far colpo su di lei.
«Il mare è vita» ripeté ridendo.
Niente poteva competere con quella risata, sarei stato disposto a
Niente poteva competere con quella risata, sarei stato disposto a
tutto per quella risata.
E fu ancor più felice quando scoprì che il tavolo poteva essere
abbassato all’altezza delle panche disposte ai lati.
«Ma che bello!»
E che c’era un materasso da metterci sopra per trasformare tavolo
e panche in un letto.
«Voglio dormire qui.»
«Non vorrai dormire su un tavolo?»
«Sì. E tu puoi dormire là dentro» affermò indicando la prua.
«Oppure in bagno» aggiunse.
C’era un vano fra la dinette e la prua.
«Devo dormire in bagno?»
«Sì!»
Era sudata per il caldo, rossa in volto. Dalle trecce si erano sfilate
delle ciocche che le ricadevano sugli occhi, ma lei non se ne curava, le
spostava con la mano.
«Ma non c’è posto per sdraiarmi.»
«Devi restare seduto sul gabinetto per tutta la notte.»
«Agli ordini, comandante!»
Poi, quando il sole era già basso, ci sedemmo nel pozzetto, uno di
fronte all’altra sulle panche. I suoi piedi non arrivavano a toccare
terra, dondolavano a mezz’aria.
Lou passava le mani sul legno della panca. Rifletteva.
«Accarezzo la barca.»
«Sicuramente ne è contenta.»
«Cara, bella barca.»
Continuava ad accarezzarla, amorevolmente. Poi all’improvviso si
fermò.
«Ahia!»
Sollevò la mano destra. Il suo piccolo palmo bianco verso di me.
Una scheggia ci si era conficcata dentro, vicino al pollice.
«Mi fa male!»
Le presi la mano: la scheggia era entrata in profondità.
«Tiramela fuori!» gridava.
«Non ho niente qui, mi serve una pinzetta.»
«Tiramela fuori!»
«Torniamo indietro, al Primo soccorso. Loro hanno tutto quello che
«Torniamo indietro, al Primo soccorso. Loro hanno tutto quello che
serve per toglierti la scheggia.»
«Non voglio! Toglimela adesso!»
«Lou, dobbiamo andare, scendi dalla scala, su.»
«No!»
Tentai di persuaderla.
La incoraggiai, feci di tutto per convincerla.
Alla fine si decise a scendere dalla scala, ma si rifiutò di usare la
mano destra. Cercava di tenersi solo con le dita e continuava a gemere
e lamentarsi.
«È solo una piccola scheggia» la rassicurai.
«È grandissima. Grandissima!»
Ce ne andammo senza nemmeno ricoprire la barca con i teloni.
Mentre camminavamo lei continuava a brontolare. Quella stupida
barca! Non ci sarebbe più tornata. La odiava, addirittura.
«Barca di merda!»
«Non è colpa della barca» le dissi. «È solo che nessuno si è preso
cura di lei. Possiamo vedere se riusciamo a trovare dell’olio. La
puliamo e la verniciamo tutta con l’olio. O con la lacca. Così diventa
bella liscia.»
L’idea mi piaceva. Mi resi conto che mi piaceva molto. Sarei tornato
volentieri, il giorno dopo, a sistemare la barca. Ma Lou non voleva
assolutamente saperne.
Continuava a piagnucolare. Strascicava i piedi. Si fermava in
continuazione. Mi chiedeva di aspettarla, ma quando rallentavo e con
voce incoraggiante le dicevo «vieni, dai», lei non si muoveva, restava
ferma lì dov’era.
E così mi toccava tornare indietro. La prendevo per mano, la mano
sinistra, la destra la teneva drammaticamente sollevata in aria. E non
faceva altro che ripetere quanto le facesse male, con un tono di voce
sempre più alto.
«Devi portarmi in braccio. In braccio!»
E più lei alzava la voce più io mi innervosivo. Non ce la facevo più.
Inspiravo a fondo, come se l’aria nei polmoni potesse tranquillizzarmi.
Ma non serviva a niente. Mi sentivo le guance in fiamme, il cuore mi
batteva troppo forte e Lou non taceva nemmeno per un attimo.
«Lou, per favore. Sei una bambina grande, dai. Devi camminare.»
Lo dicevo a bassa voce, cercando però di comunicare una certa
fermezza. Ma non ottenni niente.
fermezza. Ma non ottenni niente.
Alla fine utilizzai tutti i trucchi che conoscevo. Non erano poi tanti.
All’inizio la implorai.
«Lou, tesoro, per favore. Non posso portarti in braccio. Vieni, dai.»
Poi la minacciai.
«Se non vieni, salti la cena. Me la mangio io la tua. Mi mangio tutto
io.»
Le dicevo che sarebbe andata a letto affamata, a lei la scelta, di
certo avrebbe avuto una fame tremenda. Niente cena se non la
piantava, se non iniziava a comportarsi da bambina grande. Anziché
frignare in quel modo.
E per ultimo cercai di allettarla.
«Se cammini senza fare storie, ti darò anche la mia cena. Anche la
mia. Oltre alla tua.»
Ma neanche questo sortì alcun effetto. Finii per caricarmela sulla
schiena. Esattamente come voleva lei. Si allacciò con le gambe intorno
al mio ventre, era troppo alta.
«Adesso mi tocca portarti in braccio solo perché hai una piccola
scheggia in un dito» le dissi.
«Non è in un dito» piagnucolava lei. «È nella mano.»
E io la portavo. Era come un sacco sulla mia schiena. Pesante e
informe. E terribilmente sudato, caldo e sporco. E lei continuava a
lagnarsi e piagnucolare.
Un lamento che ti uccideva. Anzi, che ti faceva venir voglia di
uccidere.
Un piagnisteo nasale, uhuuhuuhuu... uhuuhuu...
Erano settimane che non la sentivo piangere così. Mesi. Non una
sola volta da quando Argelès aveva cominciato a spopolarsi, da quando
la nostra città e la nostra casa avevano iniziato ad andare in rovina.
Proprio come un bambino.
9
Signe
E finalmente vedo il mare incontrare il cielo. Albeggia, presto il sole
sorgerà alle mie spalle, sopra ai monti a oriente, io proseguo verso il
mare aperto, aspettando il vento, do un’occhiata all’indicatore di
livello del carburante, il serbatoio è pieno, posso andare avanti ancora
a lungo, e nel giro di qualche ora sicuramente il vento mi verrà in
aiuto.
La barra del timone che impugno è liscia, in legno laccato, devo
stare al comando, perché il vento è poco, e troppo instabile per il
timone a vento. A poppa ho le coste rocciose e frastagliate, faccio rotta
verso sud-ovest, forse adesso si sono accorti di quello che è successo
al porto, dei blocchi di ghiaccio che galleggiano nel fiordo, e magari si
sono resi conto che anch’io non ci sono più. Non ci metteranno molto a
capire, la compagnia di estrazione, la polizia, Magnus, ma a quel
punto sarà troppo tardi, io sarò già al largo.
La sensazione di essere in cammino è la sensazione più bella che dà
la barca: sapere che arriverai, ma non quando, conoscere l’obiettivo,
ma non averlo ancora raggiunto.
Intravedo le dodici casse con il ghiaccio, le ho posate in dinette,
impilandole sui divani in tessuto di lana rossa, si sta stretti, ma riesco
comunque ad arrivare ai fornelli e agli strumenti, e a sgusciare fino a
prua per andare a dormire, più tardi, non qua fuori, non in balia del
mare.
Nel corso della mattinata si alza il vento, una brezza di inizio estate
proveniente da sud-est, isso le vele, si gonfiano, ora sì che si ragiona,
la barca scatta in avanti compiendo un’ampia bordata, regolo il timone
a vento, sono così contenta di non avere un autopilota elettrico, si
arrugginiscono per un nonnulla, congegni a buon mercato, li
arrugginiscono per un nonnulla, congegni a buon mercato, li
spacciano per durevoli in eterno, senza alcuna manutenzione, ma in
mare non esiste niente che non necessiti di manutenzione, il sale e
l’acqua prima o poi finiscono per avere la meglio su tutto, come la
natura finirà per avere la meglio su ciò che è umano. Dal gavone del
pozzetto tiro fuori dei cuscini, li adagio sulla panca e mi metto a
sedere comoda, giro il viso verso il sole, scalda, mi solletica la pelle.
Non dormo da un giorno e mezzo, perciò chiudo gli occhi e per
qualche minuto non ci sono, mi sveglio, mi guardo rapidamente
intorno, nessun’altra imbarcazione in vista, la terra è già lontana alle
mie spalle, ne intravedo solo una striscia all’orizzonte, verso est, sono
sola, posso riposare ancora un poco, perché ho il controllo, sono in
grado di veleggiare da sola, come tanti hanno fatto prima di me, come
Joshua Slocum, il primo uomo che circumnavigò il globo in solitaria.
Come ci è riuscito, senza timone a vento, senza gps, senza
ecoscandaglio, per settantaquattromila chilometri? Aveva cinquantun
anni quando partì nel 1895 e il suo viaggio durò quattro anni. Riuscì a
concludere la traversata, ma anni dopo il mare se lo portò via
comunque, senza lasciare traccia, forse il suo Spray veleggia ancora in
giro per il mondo e io lo incontrerò qui fuori, forse a separarci è solo
una questione di anni e di sesso, perché la solitudine dei navigatori in
solitaria annulla quasi ogni differenza.
Anche il sonno dello skipper è una cosa che ci accomuna,
sottovento sulla panca del pozzetto con una coperta, cinque minuti,
sonno profondo, subito dentro a un sogno, poi mi sveglio, mi sollevo in
ginocchio, mi guardo intorno per alcuni istanti, ancora nessuna
imbarcazione, nessuno scoglio, nessun ostacolo in vista, i secondi da
sveglia non esistono quasi, mi accascio di nuovo sulla panca e
m’immergo nello stesso sogno.
Il fruscio del vento e del mare si trasforma nel fragore del fiume.
Sono sul Breio, sul ponte grossolanamente ricavato da legname
sbiadito dal sole, sono piccola e adulta al tempo stesso, sono
semplicemente io, quella che sono sempre stata, che abbia quindici,
trentacinque o cinquant’anni poco importa, devo prendere un aereo
per andare da qualche parte, in India, ecco, devo prendere un aereo
per l’India. Mi fermerò nella valle del fiume Narmada per mesi, per
lottare contro la costruzione delle dighe, bacini idrici che
sommergerebbero interi villaggi, costringendo migliaia di persone ad
sommergerebbero interi villaggi, costringendo migliaia di persone ad
abbandonare le loro abitazioni, per combattere contro la violazione dei
diritti umani dei paria, ecco dove devo andare. Ma prima di partire
devo controllare la valigia, essere certa di aver preso tutto, la valigia è
ai miei piedi, cerco di aprirla, ma il coperchio è bloccato, due fibbie la
tengono chiusa e io cerco di aprirle, ma il cuoio delle cinghie è rigido
sotto alle mie dita, non riesco a farlo scorrere, e so che fra poco il mio
aereo decollerà, che di aereo c’è solo questo, e adesso mi accorgo che
sono senza scarpe, non posso certo fare tutta la strada da qui
all’aeroporto scalza, forse le scarpe sono dentro alla valigia che non
riesco ad aprire. La sollevo, me la porto dietro, attraverso lentamente
il ponte, proseguo lungo la strada di accesso al cantiere, è cosparsa di
pietre aguzze, pietre grosse e dure che mi feriscono la pianta dei
piedi, proseguo cercando di mantenere l’equilibrio, di trovare punti
adatti a essere calpestati, ma ci vuole troppo tempo, sono troppo
lenta.
Mi sveglio, controllo rapida a trecentosessanta gradi: è tutto a
posto, ma non chiudo gli occhi per assopirmi di nuovo, no, anzi mi tiro
su, sono qui, presente, ma anche lì, sul fiume.
Ricordo una passeggiata, avrò avuto nove o dieci anni. Io e mio
padre camminavano lungo il Breio una domenica mattina di buon’ora,
ne era passato di tempo dall’ultima volta che eravamo stati insieme da
soli, noi due e basta, lui non aveva mai tempo, o forse non aveva mai
voglia. Era troppo occupato a litigare con mamma, a urlarle contro.
Papà mi aveva chiesto di smetterla di gridare perché rischiavo di
danneggiare l’udito degli altri, adesso però lui non faceva altro.
Quella mattina invece mi permise di andare con lui. Mi ero
svegliata presto e papà stava per uscire, disse che sarebbe andato da
solo, ma io avevo insistito fino a che lui non aveva ceduto. Io e lui
insieme. Credo di aver parlato troppo, continuavo a domandargli
questo e quello su animali e piante, lui però mi rispondeva a
monosillabi, e solo in seguito avrei capito che la ragione era che in
realtà non avrebbe voluto che lo accompagnassi.
Seguimmo la strada che costeggiava il fiordo fino al punto in cui si
biforcava, prima non c’era nessun bivio, la strada era una sola, adesso
invece da una parte c’era la strada vecchia che proseguiva lungo il
fiordo, dall’altra quella nuova che seguiva il corso del Breio fin sul
monte, sconnessa e disseminata di pietre, con solchi profondi lasciati
monte, sconnessa e disseminata di pietre, con solchi profondi lasciati
da pesanti macchinari. Era la strada di accesso al cantiere, era la
prima volta che la vedevo, fino a quel momento ne avevo solo sentito
parlare, soprattutto da mio padre: «Strada di accesso al cantiere», le
sputava fuori quelle parole, come se avessero un sapore disgustoso.
In effetti era una strada brutta e sassosa, adesso lo vedevo anch’io,
melmosa e fiancheggiata da massi aguzzi, deturpava il paesaggio,
sembrava quasi dividerlo in due.
Ma papà voleva andarci. La imboccò spedito, camminava a passi
lunghi, che riecheggiavano pesanti sul terreno, fra poco i suoi
scarponi si sarebbero sporcati di fango.
Dopo esserci inerpicati per un pezzo lungo il fianco del monte si
girò di colpo verso di me e cominciò a parlare. Ma era come se non si
stesse rivolgendo a me.
«Alluminio» disse. Era una parola difficile, mi domandai se si
scrivesse con due l o con una sola, «allu» o «alu», pensavo
ascoltandolo, ma lui parlava così velocemente che non riuscii a capire
bene.
«Energia idroelettrica... alla fine tutto ruota attorno all’alluminio,
alla guerra... guerra, sì, perché sono le fabbriche di alluminio a
richiedere un aumento dell’energia elettrica, e se non si costruissero
armi otto fabbriche di alluminio su dieci fallirebbero, la gente crede
che si tratti solo di corrente elettrica, per le scuole, gli asili, gli
ospedali, le case dei cittadini, e invece si tratta di armi e di guerra, la
Norvegia cresce e si rafforza grazie all’alluminio e alle armi.» Non
avevo idea di cosa avrei dovuto dire.
Ce ne stavamo lì, con le teste chine sul fiume, quando scorsi un
arcobaleno vicino a una delle cascate più impetuose.
«Ragvbiv» dissi.
«Eh?»
«I colori dell’arcobaleno: rosso, arancio, giallo, verde, blu, indaco,
violetto.»
«È davvero grosso» commentò mio padre. Io credevo che stesse
parlando dell’arcobaleno, invece lui indicò il fiume e aggiunse: «Per
via della neve del monte. Ne è caduta molta quest’anno. E questo è
l’ultimo anno che lo vediamo così, l’anno prossimo non ci sarà più.»
«E l’arcobaleno?» chiesi.
«Nemmeno, lo sai bene anche tu.»
Avevo fatto una domanda stupida e tutt’a un tratto me ne
Avevo fatto una domanda stupida e tutt’a un tratto me ne
vergognai, sapevo che l’arcobaleno si crea per la luce che attraversa
le gocce d’acqua sospese nell’aria, me l’aveva spiegato molto tempo
prima, e io non ero certo una che dimentica le cose, anzi le ricordavo
bene, soprattutto quelle che mi raccontava lui.
«Ma lo vedremo lo stesso nel cielo» continuai sperando di
consolarlo. «Quando pioverà con il sole, vedremo l’arcobaleno. Come
un ponte sopra al fiordo.»
Era una frase che gli avevo sentito dire e mi era piaciuta.
Mio padre però non disse niente, allora, a voce più alta continuai:
«Ti ricordi, papà, che mi hai detto che Dio ha dipinto l’arcobaleno in
cielo come promessa a Noè che non avrebbe più inondato la terra?
Eh?»
Di solito gli piaceva vedermi sfoggiare quello che avevo imparato,
ma lui continuava a tacere.
«E poi mi hai chiesto che cosa ne pensavo. E io allora ti ho detto
che secondo me era una favola, perché se fosse stato un racconto vero
l’arcobaleno sarebbe dovuto rimanere visibile in cielo per sempre. Ti
ricordi, papà? Che ho detto che era una favola?»
Lui annuì distrattamente.
«Noè non è mai esistito» dissi. «Il diluvio universale non c’è mai
stato.»
Silenzio.
«IL DILUVIO UNIVERSALE NON C’È MAI STATO !»
«Brava, Signe» disse lui alla fine, ma con voce assente.
Gridare non era servito a niente. Fino a quel momento, per tutta la
mia vita, gridare era servito. Adesso invece non aveva più alcun effetto
su di lui, e io non riuscivo a capirne il motivo.
Il fiume si snodava sotto ai nostri occhi, come una larga pezza di
stoffa che qualcuno aveva svoltolato dal rotolo, un tessuto lucido e
trasparente, pensai, come un gelido mantello dell’invisibilità, e forse
senza saperlo io ce l’avevo addosso in quel momento.
All’improvviso mio padre riprese a camminare, svelto, io
trotterellavo per riuscire a stargli dietro, su quell’orribile strada di
accesso al cantiere. Volevo solo tornare a casa, ma non osavo dirglielo,
non osavo fermarmi.
Più avanti, continuando a salire lungo il fianco della montagna, la
strada incrociava di nuovo il fiume, con un ponte di recente
strada incrociava di nuovo il fiume, con un ponte di recente
costruzione che odorava ancora di legname fresco, e lì su quel ponte
finalmente papà si fermò e mi guardò.
«La senti, Signe?» mi chiese. «Senti l’acqua che scorre?»
«Sì» gli risposi.
«La senti?»
«SÌ !»
L’acqua mi faceva vibrare i piedi, la vibrazione si propagava in tutto
il mio corpo.
«Guardati intorno» mi disse. «Tutto quello che vedi cambierà. Qui
scaveranno un tunnel e l’acqua verrà deviata. Laggiù costruiranno la
centrale idroelettrica. E il fiume... sparirà. Dove adesso vedi l’acqua
che scorre non resteranno che pietre.»
«E i molluschi d’acqua dolce?»
«Moriranno.»
«Tutti?»
«Sì.»
«E chi purificherà l’acqua?»
«Non ci sarà più acqua da purificare.»
Poi riprese a camminare e io non osai chiedere altro. Proseguimmo
per un’altra ora, o forse due, di ripida salita, avevo la schiena sudata,
avrei voluto chiedere a papà di andare più lentamente, ma mi mancò il
coraggio, lui mi precedeva avanzando a lunghe falcate, vedevo solo la
sua schiena, le spalle strette e lo zaino, e non riuscivo a pensare ad
altro che a stargli dietro: salire, salire, sempre salita. E finalmente
raggiungemmo il limite superiore del bosco, io mi sentivo bruciare la
gola tanto avevo il fiatone, per fortuna adesso il paesaggio si
appiattiva: la vecchia malga di Sønstebø addossata al pendio, recintata
da una fatiscente staccionata in legno, le pecore erano appena uscite
al pascolo, gli agnelli belavano piano, suoni delicati, trotterellando
dietro ai genitori. All’orizzonte vidi il Blåfonna, una lingua
grigiobianca che si insinuava fra i cuscini di erica, muschio ed erba.
La strada si interrompeva in mezzo al nulla, e per un momento papà
si fermò esattamente in quel punto.
«Qui costruiranno il bacino artificiale» disse. «Tutto quello che vedi
adesso sarà circondato da dighe e sommerso dall’acqua.»
«Tutto quanto?»
«Tutto quanto.»
Avanzò di qualche altro passo, nell’erica, ma poi fu come se per lui
Avanzò di qualche altro passo, nell’erica, ma poi fu come se per lui
fosse troppo e si accasciò di colpo a terra, senza nemmeno sfilarsi lo
zaino, che il pendio alle sue spalle trattenne in alto: sembrava che
avesse la gobba.
Non mi chiese se volessi sedermi anch’io, era come se fosse lì da
solo, ma io mi sedetti comunque e a quel punto si ricordò di me,
perché si affrettò a tirar fuori dallo zaino il pranzo al sacco.
«Ecco qui» mi disse. «Avrai sicuramente fame.»
Presi il sandwich più in alto, mi brontolava lo stomaco, avevo fame
e sete, ma facevo comunque una gran fatica a masticare.
Gli allungai il portavivande. «Ne vuoi?»
«Più tardi» mi rispose lui guardando l’orologio.
«Mangia qualcosa, è importante, sai, il corpo ha bisogno di cibo per
essere forte» gli dissi.
Lui però sembrò non avermi nemmeno sentito, si guardava intorno,
come se stesse aspettando qualcuno.
Continuai a masticare, avrei voluto che il sandwich non fosse stato
così spesso, che avesse avuto più burro, avrei tanto desiderato sapere
che cosa avrei dovuto dire e fare.
«Mi scappa la pipì» dissi alla fine.
«Vai lì» disse lui indicando degli arbusti ricurvi, l’unica cosa che
cresceva a quell’altitudine.
Andai ad accovacciarmi dietro ai cespugli, mi sembrava che non mi
nascondessero abbastanza, lui era mio padre, non mi vergognavo
certo se mi vedeva, solo che in quel momento ero io a non voler vedere
lui. Rimasi a lungo accovacciata lì, liquido caldo fra le mie gambe,
alcune gocce mi colpirono una coscia e quando mi tirai su i pantaloni
sentii freddo in quel punto, due chiazze all’interno della gamba dei
pantaloni, sapevo che lì la pipì si sarebbe incrostata come acqua di
mare e che l’avrei sentita sulla pelle fino a quando non mi fossi lavata.
Mentre stavo tornando da mio padre mi accorsi di qualcun altro che
quel giorno aveva deciso di farsi un giro in montagna: aveva
parcheggiato il camion alla fine della strada di accesso al cantiere,
non l’avevo sentito arrivare, il silenzio del monte ne aveva inghiottito il
suono, ma riconobbi sia lui che il camion. Era Sønstebø. E quando
papà gli andò incontro capii subito che era per incontrare lui che era
venuto fin qui, era Sønstebø che mio padre stava aspettando.
I due si misero a parlare fitto fitto, il monte ne inghiottiva le parole.
I due si misero a parlare fitto fitto, il monte ne inghiottiva le parole.
O forse erano loro a parlare piano, forse non volevano che altri
sentissero, nemmeno io, perché tenevano le teste vicine, come due
fidanzati, come facevano mamma e papà prima.
Mi affrettati a raggiungerli, con le orecchie tese, e riuscii a cogliere
qualche parola.
«Il ponte» mormorò Sønstebø, «meglio il ponte.»
Poi mio padre alzò gli occhi e a voce alta disse: «Ciao, Signe.»
Sønstebø mi sorrise, un sorriso fin troppo grande, mi ricordava
quello della bambola.
«Ciao, Signe» mi salutò.
«Ciao.»
«Siete venuti a fare una passeggiata quassù?»
«Sì» risposi.
«Stavamo per tornare» aggiunse papà.
«Magnus è rimasto a casa oggi» mi disse Sønstebø.
«Ah.»
All’improvviso desiderai che Magnus fosse stato lì con noi, accanto
a me.
«Doveva studiare per il compito in classe di matematica» continuò
Sønstebø.
«Anche Signe deve fare un tema, adesso torniamo a casa» disse
papà.
Io del tema mi ero completamente dimenticata, anche se mi piaceva
molto farli.
«Vi do un passaggio» si offrì allora Sønstebø.
«Sì» risposi.
«Sei sicuro?» chiese papà.
Sønstebø lo guardò perplesso. «Sicuro?»
«Credi che... forse... non vale la pena di correre il rischio.»
«Sono stanca» ammisi. «Non voglio tornare a piedi.»
Ricordo di non aver capito che cosa intendessero, però non fui
capace di porre la domanda giusta. Perché non valeva la pena di farsi
dare un passaggio? Che rischio si correva? Non capivo, ero stanca,
solo in quel momento me ne resi davvero conto, mi faceva male tutto,
era stato troppo per me e non riuscivo a capire perché non potessimo
farci dare un passaggio, perché dovessimo per forza tornare a piedi.
«No...» disse Sønstebø guardando papà. «Forse hai ragione tu. Non
vale la pena di correre il rischio. Se incontrassimo qualcuno...»
vale la pena di correre il rischio. Se incontrassimo qualcuno...»
«Ma io sono stanchissima!»
«Torniamo a piedi, Signe» affermò papà. «Sarà una bella
passeggiata.»
«No. NON sarà una bella passeggiata, te lo dico io.»
Sønstebø scoppiò a ridere. «Però! Che lingua!»
E mio padre arrossì, anche se di solito gli piaceva che dicessi quello
che pensavo.
«Non voglio tornare a piedi» insistetti. «Perché non possiamo farci
dare un passaggio? Perché non vale la pena di correre il rischio?»
«Ma sì, dai...» rispose Sønstebø. «Vi accompagno solo per un
pezzo.»
«No» ribadì papà.
E c’era qualcosa in lui che mi fece capire che non mi avrebbe
ascoltato, che mi sarei dovuta fare a piedi tutta la lunga strada del
ritorno. Papà salutò Sønstebø con un cenno del capo e quello salì sul
camion, accese il motore e partì. Io ero stanca e avevo freddo,
scendeva una sottile pioggia ghiacciata, le gocce di pipì incrostate
sulla coscia, ormai gridare non serviva più a niente, volevo solo
tornare a casa.
Forse non vale la pena di correre il rischio. Quelle parole mi erano
rimaste impresse, mi appesantivano, ricordo, forse non valeva la pena
di correre il rischio che i due uomini venissero visti insieme. Mi
sentivo schiacciare da quelle parole mentre tornavo a casa, da
mamma, e papà si comportò come se non fosse successo niente.
Ero infreddolita e spossata, ma lui sembrava non essersene accorto.
Mamma invece mi portò su in bagno e riempì la vasca, mentre io mi
sfilavo i vestiti, che rimasero buttati lì a terra, sporchi e umidi. Versò il
bagnoschiuma nell’acqua e in men che non si dica si riempì tutta di
schiuma, una bianca e soffice coperta sulla superficie, sotto cui
sprofondare e nascondermi.
L’acqua era un po’ troppo calda, scottava, e io boccheggiai
sentendo il sangue affluirmi al viso, arrossii tutta, mi pareva di essere
sul punto di scoppiare.
Mia madre uscì dal bagno, pensavo che fosse andata a prendermi
l’accappatoio, o magari un asciugamano pulito, o qualcosa da bere, o
da mangiare; e invece non tornava più, perché lui era lì, me n’ero
dimenticata, lui era lì fuori, e quella cosa che loro due avevano
dimenticata, lui era lì fuori, e quella cosa che loro due avevano
insieme, anche quella cosa era lì fuori con loro, grossa, brutta, e io
non potevo fermarla, le voci sempre più alte, le urla. Desideravo tanto
che smettesse, ma se proprio doveva continuare, allora volevo farne
parte anch’io.
A poco a poco l’acqua nella vasca s’intiepidì, poi diventò fredda, il
mio corpo cominciò a raggrinzirsi, le dita dei piedi divennero rosse, fra
poco avrei avuto i piedi palmati, mi sarei trasformata in un essere
anfibio mentre loro si urlavano addosso là fuori, ero un minuscolo
essere anfibio, in un globo di vetro con la neve, pieno di lucido fluido
viscoso con cristalli di neve in plastica, di tanto in tanto loro due mi
sollevavano, mi scuotevano, mi guardavano, poi però mi rimettevano
giù e se ne andavano, loro due soli, per condividere quella cosa
grande, cattiva e brutta che era solo loro, e di nessun altro.
Qualche giorno più tardi venimmo a sapere dell’esplosione, fu papà
a raccontarla a mia madre, lei era appena tornata, era stata via per
ore, forse era andata a Bergen, ci andava spesso, per acquistare
merce per l’hotel. Aveva aperto la porta e subito papà l’aveva
informata delle ultime novità.
«È passato Svein Bredesen questa mattina, l’ingegnere capo.»
«Ciao, mamma!» la salutai.
«Lo so chi è Bredesen» disse lei.
Mi passò rapida una mano fra i capelli, senza guardarmi.
«Voleva parlare con te» continuò papà.
«Gli telefono subito.»
«Visto che non c’eri, gli ho chiesto che cosa riferirti.»
«E?»
«Qualcuno ha fatto saltare il ponte della strada di accesso al
cantiere. Questa notte. È esploso in mille pezzi.»
«Che cosa?»
«È completamente distrutto. Ci vorranno settimane per ripararlo,
forse mesi.»
Mia madre si bloccò, ammutolita. Io cercai di abbracciarla, ma lei
mi disse di aspettare un attimo. Poi aggiunse che non riusciva proprio
a capire come potesse essere successo, come qualcuno avesse potuto
fare una cosa del genere.
«Il ponte e la strada devono passare di là» disse. «I materiali per
«Il ponte e la strada devono passare di là» disse. «I materiali per
costruire la centrale idroelettrica e le tubature stanno per arrivare.
Non cambierà niente comunque.»
Mio padre non parlava.
Mamma lo fissò a lungo. «Ne sai qualcosa?»
Ovviamente lui rispose di no, ricordo bene come se ne stava lì
nell’ingresso, con le mani affondate nelle tasche, a dire che no,
ovviamente lui non ne sapeva nulla.
«Però dovrebbe farti capire quanto è arrabbiato qualcuno»
aggiunse. «Quanto è arrabbiata la gente. Dovresti capire che cosa hai
fatto scattare nelle persone. Sono infuriate, così infuriate da far
saltare i ponti.»
«Approvi quello che hanno fatto?» gli chiese a bassa voce.
«Ho visto un nido ieri» rispose lui. «Un nido di merlo acquaiolo.
Quando il fiume scomparirà, scomparirà anche il merlo acquaiolo.»
«Ce ne sono a migliaia, a migliaia...»
«No, Iris. Ne sono rimasti pochi.»
«Ci sono migliaia di fiumi in Norvegia.»
«Molti piccoli fiumi. Solo pochissimi delle dimensioni del Breio.»
«Ma si sa chi è stato? Che cosa ha detto Svein?»
«Svein? Siete così in confidenza?»
«Bredesen. Che cosa ha detto Bredesen? Che cosa sanno?»
«Quando il fiume scomparirà, il merlo acquaiolo depositerà come
sempre le sue uova nel solito posto, nel vecchio e asciutto alveo del
fiume» proseguì papà in tono quasi salmodiante. «Ma non ci sarà più il
mormorio del fiume a nascondere gli acuti cinguettii affamati dei
piccoli. I predatori li troveranno. Li uccideranno.»
«Bjørn, se sai qualcosa me lo devi dire.»
«Papà non sa niente» intervenni io.
Non vale la pena di correre il rischio.
Mamma si girò di colpo verso di me, come se solo in quel momento
si fosse accorta della mia presenza.
«Papà non sa niente.»
«Signe, non sono cose che puoi capire.»
«Ma papà non sa niente.»
«Certo che non so niente» ripeté lui. «E che cosa dovrei sapere?»
Mamma rimase in silenzio, guardava papà, poi si voltò verso di me
cercando di sorridere. «Hai fame? Hai già pranzato? Non avete ancora
mangiato?»
mangiato?»
«Voglio solo il dolce» dissi.
«Va bene.»
«Ho detto che non voglio mangiare niente a pranzo. Voglio solo il
dolce.»
«Va bene.»
10
David
Solo quando ci avvicinammo al campo Lou sembrò tranquillizzarsi.
Lunghi sospiri, ma niente più lacrime.
Feci un nuovo tentativo per distogliere la sua attenzione dalla
scheggia che le si era conficcata nella mano.
«I delfini sono estremamente intelligenti, lo sapevi?»
Lei non rispose, ma nel suo sguardo colsi un certo interesse.
«Intelligenti come l’uomo, credono molti scienziati» aggiunsi.
«Di sicuro più intelligenti del marinaio» disse Lou sospirando
un’ultima volta.
«Del marinaio?»
«Di te, papà!»
«Eh già, più intelligenti del marinaio.»
Lou camminava in silenzio. Si vedeva che stava rimuginando su una
domanda da farmi.
«Come nascono i delfini?» mi chiese poi. «Fanno le uova come gli
uccelli? Enormi uova blu?»
«No. Partoriscono dei piccoli» le risposi.
«Proprio come noi?»
«Sì.»
«Ah.»
Rallentò l’andatura, aveva un’aria delusa.
«Ma sarebbe stato bello se avessero deposto enormi uova blu» mi
affrettai ad aggiungere.
Lei annuì. «Sì. Sarebbe stato bello.»
Il sole stava scomparendo dietro agli alberi. Fra poco sarebbe
diventato buio. Aumentai il passo.
«Quanto sono lunghi i piccoli dei delfini?»
«Eh...»
«Eh...»
«E come fanno a nuotare?»
«È un po’ come se scivolassero in avanti.»
«Ma come fanno? Come si muovono? Sbattono le pinne come gli
uccelli sbattono le ali?»
«No, scivolano e basta.»
«Ma come scivolano?»
«Dimenano la coda, come i pesci.»
«Un po’ come dimenare il sedere, come sculettare?»
«Sì.»
Cercavo di rispondere meglio che potevo. Non ero molto bravo.
Avrebbe dovuto avere un maestro, sarebbe dovuta andare a scuola.
Ma nel campo non c’era. Non c’era nessuno che insegnasse, aveva
solo me. Che non sapevo niente.
Decidemmo comunque che avremmo cercato di scoprire come
facevano a nuotare. A scivolare in avanti.
Delfini. Anche a me piacevano i delfini quando ero piccolo, ricordai
all’improvviso. Hanno qualcosa di speciale, i delfini. Difficile che non
piacciano. Forse è perché sorridono.
«Un giorno nuoterò davvero con i delfini» disse Lou.
«Mmm...»
Poi mi venne in mente una cosa che avevo letto molto tempo prima.
Che nuotare con i delfini non va bene. Che le persone che si buttano in
acqua per nuotare con i delfini in realtà li disturbano, li stressano.
Impediscono ai delfini di procurare il cibo per sé e per i piccoli. Questo
però a Lou non lo dissi.
Era quasi buio quando raggiungemmo il campo. Mi feci dare una
pinzetta e riuscii a estrarre con facilità la scheggia dalla mano di Lou.
Che non pianse. Poi andammo a mangiare. Seduto davanti al refettorio
c’era Francis, con una ciotola nella mano sana. La ciotola era vuota.
«Devi sbrigarti» mi disse, «se vuoi dare da mangiare alla bambina.
Non hanno molto oggi.»
Quando entrammo, solo al sentire l’odore del cibo il mio stomaco
cominciò a brontolare rumorosamente. Avevo così tanta fame che mi
girava la testa. Afferrai una ciotola di stufato e dei pezzi di pane. E un
bicchiere di latte. Ce ne davano uno a ogni pasto. Ma non era
abbastanza. Mai niente era abbastanza. Ce ne andavamo a dormire
abbastanza. Mai niente era abbastanza. Ce ne andavamo a dormire
subito dopo, era l’unica cosa che ci dava sollievo: dormire per
dimenticarci della fame.
Versai metà del bicchiere di latte in un altro bicchiere vuoto.
Affiancai i due bicchieri.
«Sono uguali?» chiesi a Lou.
Lei si chinò per guardarli meglio.
«Forse in questo ce n’è un po’ di più» disse indicando quello di
sinistra.
Versai qualche goccia nell’altro bicchiere.
«Così?»
Lei annuì.
«Scegli tu» le dissi.
«Ma sono uguali.»
«Chi divide non può scegliere. È la regola.»
«Va bene.»
Si prese il bicchiere di sinistra. Io afferrai l’altro.
«Sa perché le danno un bicchiere di latte?» domandò all’improvviso
una voce alle nostre spalle.
Ci voltammo.
«Ciao!» esclamò Lou.
«Ciao» disse Marguerite facendole un cenno con il capo.
Anche lei aveva appena preso da mangiare. Fra le mani teneva una
ciotola piena per un quarto.
«Ti siedi con noi?» le chiese Lou.
Mi spostai un po’ sulla panca per farle posto. Marguerite però non
si mosse.
«Lo sa che il latte è per i bambini?» domandò.
Guardai il bicchiere che tenevo in mano.
«No, non lo sapevo. Evidentemente.»
«È per questo che ve ne danno solamente uno. A noi di latte non ne
danno.»
«Ah.»
Posai il bicchiere sul tavolo. Mi affrettai a spingerlo verso Lou.
«Posso berli tutti e due?» mi chiese.
Annuii. Sentivo il sangue affluirmi al viso.
«Il latte è per i bambini» ripetei a bassa voce.
«Ma possiamo fare a metà» si offrì Lou.
«Grazie» le risposi. «Bevilo pure tu.»
«Grazie» le risposi. «Bevilo pure tu.»
Guardai Marguerite mentre lo dicevo.
Lei teneva il capo leggermente inclinato da una parte, mi osservava
come se fossi uno sciocco burattino.
«Soddisfatta?» avrei voluto dirle, ma mi trattenni. Tenere la bocca
chiusa era la cosa migliore da fare.
«Non me ne servono due» disse Lou, spingendo di nuovo il
bicchiere verso di me.
Io avevo una gran voglia di bermi quel latte. Era sicuramente
freddo, sarebbe sceso rinfrescandomi la gola, lo stomaco. Era l’unica
cosa fredda che ci davano. E così presi il bicchiere. Rapido.
«Sei proprio generosa, Lou» le dissi.
Un suono sfuggì alle labbra di Marguerite. A me non importava.
Mia figlia aveva imparato a condividere, e questo era bello e
importante.
Bevvi un sorso di latte. Pregustavo il fresco, ma il latte nel
frattempo si era intiepidito.
Abbiamo sprecato il freddo, pensai.
E la colpa era di Marguerite. Si era intromessa, senza sapere niente
di noi.
August aveva solo un anno. Lou non aveva ancora sperimentato che
cosa significasse avere un fratello. Un neonato in casa non contava poi
molto. Un neonato non litiga per le caramelle, per avere la fetta di
torta più grande. Ciononostante, o forse proprio per quello, Lou
sapeva condividere.
«Siediti, dai» propose Lou a Marguerite.
«Di certo preferirà mangiare in pace da sola» intervenni.
«Perché?» chiese Lou a Marguerite.
Lei si sedette.
O meglio... si piazzò. Sulla panca accanto a Lou, ma volutamente un
po’ lontana da lei, come se non fosse proprio seduta insieme a noi.
Scese il silenzio. Non volevo essere io il primo a dire qualcosa.
Ma il silenzio cominciava a pesare.
Forse avrei dovuto dire qualcosa.
Visto che non lo faceva lei.
Ma nessuna delle frasi che ero abituato a usare –Tutto bene? Hai
visto che tempo? Hai avuto una bella giornata? –mi sembrava
adeguata.
Di cosa si parla in un campo profughi? Come si fanno quattro
chiacchiere se la tua vita è andata a farsi fottere?
Quattro chiacchiere... con una come Marguerite di certo non
avrebbe funzionato.
Si sarebbe messa a ridere di me.
No, mi avrebbe sorriso, un sorrisetto ironico.
Meglio evitare.
Riposi le mie speranze in Lou. Lei sarebbe riuscita ad alleggerire
l’atmosfera. Solo che Lou era troppo occupata a placare la fame. Si
ingozzava, finì addirittura per leccare la ciotola.
E alla fine fu Marguerite a rompere il silenzio.
«Non sono arrivati i rifornimenti. Per questo ci danno così poco da
mangiare.»
«E lei come lo sa?»
«Ci sono già stata in un posto come questo. Sui monti. È stata la
prima cosa che è successa. Hanno smesso di arrivare i rifornimenti.»
«La prima cosa che è successa? E poi?»
«E poi siamo partiti.»
«Andrà tutto bene» borbottai.
Non volevo avere una conversazione del genere davanti a Lou.
«Non ho visto nemmeno un mezzo arrivare al campo. Né ieri, né
oggi» continuò Marguerite.
«È rimasta lì a controllare tutto il tempo?» le domandai cercando di
farmi una risata. «Non faceva un po’ troppo caldo? Si è accovacciata
nel fossato lungo il ciglio della strada?»
Si mise un piccolo boccone in bocca, senza rispondermi, non mi
degnò nemmeno di uno sguardo.
«È davvero un’ottimista, lei.»
Mi pentii subito di averlo detto, così mi affrettai ad aggiungere:
«Noi stiamo bene qui. È una sistemazione adeguata, se n’è accorta?»
Come se qualcuno di noi sapesse davvero cosa fosse una
sistemazione adeguata.
Non era certo lei ad avere la verità in tasca e a sapere come andava
in ogni campo profughi del Sud Europa.
Scese di nuovo il silenzio, poi Lou esclamò: «Abbiamo trovato una
barca.»
«Una barca?» chiese Marguerite.
«Una barca?» chiese Marguerite.
«Su, su...» mi intromisi. «Non era una barca. Era solo un gioco.»
«Era una barca vera» insistette Lou. «È una barca. Grande e blu, o
nera. Blu o nera, papà?»
«Blu scuro» risposi. «Ma è solo un gioco.»
«Raccontami della barca, dai» disse Marguerite a Lou. «Anche se è
solo un gioco.»
E Lou cominciò a raccontare. Della barca, dei pirati, dei delfini e
dell’ingegnoso capitano.
Marguerite si avvicinò a Lou sulla panca, l’ascoltava, faceva
domande. E Lou raccontava. Chiacchieravano come se si conoscessero
bene.
E Marguerite rise, si mise proprio a ridere, quando Lou le raccontò
del marinaio tonto.
Se ne stavano sedute lì, sulla panca di fronte, a ridere di me. Non
ero sicuro che mi facesse piacere.
Ma poi, quando arrivò il momento di andarcene ognuno per la
propria strada, Marguerite allungò una mano verso Lou, verso la sua
testa, come se volesse accarezzarle i capelli. E la mano restò
rigidamente sospesa in aria, per un istante, poi lei l’abbassò e sfiorò
leggera la spalla della bambina.
È già qualcosa, pensai. Senza contare che ha anche riso.
11
Signe
Mi sveglio di colpo. È il freddo a strapparmi dal sonno, batto i denti,
il sole è scomparso. Si sta rannuvolando e il vento è cambiato, è più
forte, la barca è molto più inclinata. Mi metto a sedere, dev’essere
stato un cambiamento piuttosto repentino. O forse ho dormito più a
lungo di quanto avrei dovuto, io che me la sono sempre cavata senza
sveglia in mare, fidandomi del mio orologio interiore.
Intorno a me solo mare, ovunque, eccetto una piattaforma
petrolifera, una luminosa piattaforma petrolifera contro un cielo che
s’incupisce. Ogni giorno estraggono due milioni di barili di greggio, un
barile contiene centocinquantanove litri, due milioni di barili... Non
oso nemmeno fare il conto di quanti litri siano in totale ogni singolo
giorno. Eccoli lì, quelli che costruiscono la nazione Norvegia,
distruggendo il pianeta. Che cosa succederebbe se dicessero no, tutti
insieme, se si rifiutassero di lavorare, se facessero sciopero? Una sola
settimana sarebbe già un grande aiuto, anche un solo giorno: due
milioni di barili di greggio in meno estratti e immessi nella natura.
Le luci della piattaforma diventano sempre più nitide... Anzi no, è il
mondo intorno a diventare sempre più scuro, dev’essere tardi, la notte
è incredibilmente nera, nonostante sia aprile. Vado incontro alla notte,
un vento forte da est mi allontana da terra.
Tiro fuori l’anemometro e lo sollevo: cattura il vento a quattordici
metri al secondo.
Il vento soffia sempre più intensamente. Devo terzarolare, avrei
dovuto farlo già prima, però mi scappa la pipì, me la sbrigo
rapidamente sul pagliolo del pozzetto, tanto si risciacquerà subito, poi
regolo il timone a vento e lasco lentamente il genoa. La vela sbatte
pesantemente, afferro la cima dell’avvolgifiocco, che mi penetra nella
pesantemente, afferro la cima dell’avvolgifiocco, che mi penetra nella
pelle delle mani, è troppo dura per me, non ho più le forze di un
tempo.
Avvolgo la cima sul winch, ho le dita gelate, mi fanno male, ma
lentamente riesco a ridurre la vela di prua, adesso però è la randa a
sbattere forte, devo raggiungere l’albero per ridurne la superficie.
Il vento è come un muro, avanzo carponi fino a prua, avrei dovuto
assicurarmi a una cima, riesco comunque a raggiungere la tuga, e
lasco la drizza con il winch dell’albero, in quello stesso momento
un’onda colpisce la barca, è come essere travolti da un treno, mi
aggrappo all’albero con tutte e due le mani, la drizza mi scivola di
mano e soffiata dal vento si allontana dall’albero in orizzontale, mi
allungo, ma so bene che non ho nessuna possibilità di raggiungerla, il
vento la sbatacchia avanti e indietro e finisce per arrotolarsi intorno a
una delle sartie proprio sotto alla crocetta. Maledizione!
Prendo un mezzomarinaro che avevo fissato al ponte, lo allungo
verso la crocetta, ma è del tutto inutile, ovviamente. Forse dovrei
arrampicarmi lassù? No, non adesso, per ora può restare lì dov’è, la
randa è quasi ammainata del tutto, con dita intirizzite dal gelo sgancio
il grillo della drizza di randa, lo fisso all’albero e serro al boma la
randa. Poi torno carponi al pozzetto. E solo a questo punto tiro il fiato.
Vado sottocoperta, mi infilo rapida maglione, pantaloni
impermeabili e cerata sopra alla giacca a vento e ai pantaloni che già
indosso, sono bagnata fradicia, gocciolo, ma non importa, non ho
tempo per cambiarmi.
Devo far sì che le casse con il ghiaccio non si muovano, sono
impilate in dinette, il peso le tiene ancora al loro posto, ma basterebbe
un’onda particolarmente forte a farle ruzzolare giù dal divano e
rotolare sul pagliolo creando un gran caos.
Tiro fuori delle cime e delle vecchie cinghie elastiche, mi guardo
intorno alla ricerca di qualcosa a cui poterle fissare, alla fine faccio
passare diverse volte cinghie e cime avanti e indietro dall’asta a cui è
fissato il tavolo fino a dei ganci sulla parete.
D’un tratto il bollitore cade, l’ho dimenticato sui fornelli, l’acqua
esce dal beccuccio, lo agguanto, lo svuoto, lo sbatto in un armadietto,
chiudo il lavandino con il coperchio, chiudo la valvola della bombola
del gas.
Cosa dovrei fare? Chiudere i boccaporti e mettermi al riparo
Cosa dovrei fare? Chiudere i boccaporti e mettermi al riparo
rintanandomi quaggiù insieme al ghiaccio fino a che il vento non si
sarà placato?
No, ce la posso fare, mi metterò la cintura di sicurezza e mi
aggancerò, me la sono già cavata altre volte, ho resistito a condizioni
meteo anche peggiori, al vento che soffiava a quasi ventitré metri al
secondo, burrasca forte, mare forza otto, la Blå ha bisogno di me, non
posso lasciarla andare alla deriva così.
Non appena mi raddrizzo, un’enorme ondata si abbatte sulla barca,
l’acqua inonda la dinette e schizza sulle casse blu. Io mi affretto a
richiudere il tambuccio, sbatto le carte nautiche sul tavolo, accendo la
lampada da carteggio sugli strumenti di navigazione, sono colpita
dalla luce intensa, adesso la mia capacità di vedere al buio si ridurrà,
ma non importa, devo trovare un porto sicuro, mettermi al riparo
dietro a qualche isola, non posso andare avanti così ancora per molto.
A quale latitudine mi trovo? Controllo il gps. Sono già all’altezza di
Stavanger, ma il vento arriva da est, soffia di prua, non riesco a
navigare controvento.
Però posso andare di bolina, risalire il vento, bordeggiando anche
per tutta la notte se sarà necessario.
Torno di nuovo su, metto la cintura di sicurezza. Faccio scorrere la
sagola nell’avvolgifiocco.
Faccio rotta verso nord, avanzo lentamente, il tachimetro segna
una velocità compresa fra uno e due nodi. Il mare contro mi rallenta,
le onde colpiscono la prua con violenza, in continuazione, a volte mi
bloccano, ma devo riuscire a mantenere la direzione ancora per
qualche miglio, poi virata verso sud, mantenere la direzione, e di
nuovo virata verso nord.
Per fortuna mi sono addormentata presto oggi, perché adesso
riposare sarebbe impossibile. Stringo saldamente il timone, lo sguardo
incollato alla bussola e l’orecchio teso verso il vento e le onde, che
sbattono, risucchiano, strattonano lo scafo, scuotono la barca, me, la
vetroresina che tutt’a un tratto mi sembra così fragile.
Passano i minuti, forse ore, non guardo l’orologio, sento solamente
il vento, che aumenta d’intensità, gonfia la vela di prua, mi spinge in
avanti. Tre bordate, ma non riesco a mantenere la rotta, la lunga
chiglia piatta mi fa scarrocciare, vengo trascinata lungo la costa a sud,
ma senza avvicinarmi a riva.
ma senza avvicinarmi a riva.
La drizza di randa sbatte contro l’albero, ci si è arrotolata diverse
volte intorno, niente è peggio del suono penetrante di cavi in acciaio
contro l’alluminio. Merda! Doveva proprio sfuggirmi di mano...
Avrei potuto essere al calduccio, davanti a un camino acceso, i
bagliori giallognoli, il tepore, unico rumore il crepitio del legno
ardente, una stanza avvolta nella quiete della sera, un libro, un plaid,
qualcosa di caldo da sorseggiare, avrei potuto essere immersa nel
vapore di un bel bagno bollente, schiuma, profumo di sapone,
condensa sullo specchio. E invece eccomi qui, con il vento che mi
sferza il viso, rivoli d’acqua che mi scorrono addosso, le forze della
natura che mi sconquassano, mi percuotono.
Afferro l’anemometro, voglio sapere quanto pessime sono le
condizioni meteo, andrà sicuramente meglio di quel che credo, allungo
il braccio verso l’alto, il cursore continua a salire, sedici metri al
secondo, diciassette, diciotto, diciannove.
Vento forte, burrasca moderata, le raffiche si fanno sempre più
intense.
Merda!
Devo finire di avvolgere la randa, il vento aumenterà ancora, non
posso proseguire così.
Cazzo la borosa, ma si incastra, tiro e strattono senza riuscire a
liberarla, il fiocco sbatacchia violentemente, devo spostarmi a prua.
Sul ponte il vento si sente ancora di più, basterebbe una folata per
farmi finire fuori bordo. Mi assicuro di essere sempre ben agganciata,
non voglio nemmeno immaginare cosa vorrebbe dire cadere in mare,
non voglio nemmeno immaginare come sarebbe trovarsi in queste
onde, quanto tempo riuscirei a resistere, a restare con la testa fuori
dall’acqua, a sopravvivere...
Il mondo intero ondeggia, non c’è niente che non si muova, niente
che resti fermo, e ondeggio anch’io come tutto il resto, avanzo
carponi, le ginocchia strisciano sul ponte, ma sono troppo vecchie per
spostamenti del genere, è come se fossero una parte a sé del mio
corpo, più vecchie del resto, scricchiolanti, le ginocchia sono la prima
cosa a cedere, è quasi impossibile farle durare un’intera vita, e niente
sembra poter essere d’aiuto, è come se avessero sopportato già
troppo, troppi passi, il carico è tutto sulle ginocchia, dolenti, cerco di
cambiare l’appoggio, ma non serve a niente, non importa, non ci devo
pensare, devo solo avanzare, metro dopo metro.
pensare, devo solo avanzare, metro dopo metro.
Il fiocco sbatte selvaggiamente, un enorme uccello bianco fuori
controllo. Armeggio con la cima, forza, aiutami, collabora, cima
maledetta, sciogliti, e poi cede finalmente e io riesco a terzarolare.
Una violenta ondata mi travolge mentre torno. Acqua ovunque,
pioggia nell’aria, acqua di mare che mi scivola via di dosso, ne sento il
sapore salato sulla lingua.
Le vele sono tutte ammainate, la barca viene sballottata dalle onde,
avanti e indietro, io mi rannicchio sul pagliolo del pozzetto, l’urina è
già stata sciacquata via da tempo, vedo la barra del timone sopra di
me, anche quella viene sballottata dalle onde, avanti e indietro, avanti
e indietro, e io raggomitolata su me stessa, ma non posso restare così,
non posso arrendermi.
Un’ancora galleggiante ridurrebbe la velocità, stabilizzerebbe il
rollio della barca, mi tiro su a sedere, apro il gavone a dritta del
pozzetto, cerco, frugo, è tutto accatastato alla rinfusa. Ma perché non
riesco a essere più ordinata? Mi ripeto sempre che in barca ogni cosa
dev’essere al suo posto e quando qualcosa serve davvero poi non è mai
dove dovrebbe. Eccola finalmente, la tiro fuori e scovo anche una cima
lunga e spessa, irrigidita dal sale. Ne fisso un’estremità all’ancora
galleggiante, a carponi vado a poppa e lego l’altra estremità alla
battagliola, poi getto l’ancora a mare. Colpisce la superficie dell’acqua
senza fare rumore, è di stoffa, una grossa sacca di stoffa porosa, e ci
vuole un po’ di tempo perché si riempia d’acqua, ma poi la cima si
tende e la barca finalmente si stabilizza. La mia Blå, la mia casa, il
regalo di mia madre per i miei diciotto anni. Me lo diede per
stabilizzare qualcosa, io credo, mise questa barca sul piatto della mia
bilancia interiore. Forse nelle sue intenzioni doveva essere molto
bello, questo tentativo di venirmi incontro, ma in realtà fu
semplicemente un brutto tentativo da parte sua di riscattarsi per tutte
le volte che mi aveva tradito durante l’infanzia.
«Un’Arietta 31. Nuova di zecca» ricordo che mi disse, con un certo
orgoglio, quando mi diede le chiavi. «Costruita in Svezia. Disegnata da
Olle Enderlein. È considerato il migliore.»
Solo il meglio andava bene per me.
La mia barca, la mia Blå, regalo di mamma, le sue braccia tese, il
regalo che io non sono riuscita a non accettare, l’unico regalo che mi
ha fatto che io avessi davvero desiderato. A differenza di lei, la Blå non
ha fatto che io avessi davvero desiderato. A differenza di lei, la Blå non
mi ha mai tradito.
Scendo definitivamente sottocoperta, chiudo i boccaporti, mi siedo
al tavolo da carteggio e d’un tratto mi accorgo che sto tremando.
Tremavo anche prima o ho iniziato adesso? Non saprei, ma tremo,
vistosamente, come se il vento mi scuotesse, anche se non sono il
freddo e il gelo a farmi tremare così, ho la schiena sudata per la fatica,
è vero, ma soprattutto ho paura, sono spaventata. È la prima volta,
penso, è la prima volta che mi capita di sentirmi così sopraffatta. Non
ero preparata a quel che è successo, non ho controllato le previsioni
meteo, idiota che sono, non si prende il largo senza aver controllato le
previsioni, mai, se l’avessi fatto avrei potuto essere da qualche altra
parte in questo momento, in un porto di rifugio, ormeggiata,
terraferma sotto ai piedi, calda luce gialla, una vasca da bagno.
Ma ci sono riuscita, ho diminuito la velatura, la barca e l’ancora
galleggiante lavorano insieme, sono seduta qui, non ho bisogno di un
porto di rifugio, sono io stessa il mio porto di rifugio, la Blå è il mio
porto di rifugio, regalo di mamma per i miei diciotto anni, le sue
braccia tese, e io ho accettato, non sono riuscita a non farlo, e lei si
aspettava qualcosa in cambio, lo sapevo bene, si aspettava molto in
cambio, un’intera vita, ma io non gliel’ho data, mai.
Quelli come lei, quelli come Magnus, credono che tutto sia facile,
che comprandosi dei cerotti abbastanza grandi la ferita si rimarginerà,
ma non serve a niente se la ferita non è stata disinfettata, se sporco,
pietruzze e polvere non sono stati tolti.
La burrasca strattona la barca, un violento fragore, le attrezzature
sbatacchiano. Sono così stanca, poso le braccia sul tavolo da
carteggio, ci appoggio sopra la testa, solo per un attimo, per riposare
un secondo, ma non posso permettermelo, perché sento l’acqua
penetrare nella barca, l’acqua la circonda, non è solo sotto, si abbatte
con forza sul ponte, scroscia giù dal cielo, e penetra, rumore di acqua
che gocciola, ovunque.
Mi alzo di nuovo, ascolto, arriva da prua, vado a prua, il portello
non è a tenuta ermetica, l’acqua gocciola all’interno, tento di serrarlo
meglio, ma non serve a niente, l’acqua continua a entrare, minuscole
goccioline s’infiltrano, s’intrufolano, si fanno strada attraverso
invisibili crepe.
Anche dagli osteriggi a prua entra acqua, li ho sigillati con il
silicone, ma non è sufficiente, avrei dovuto svitarli, smontarli e
silicone, ma non è sufficiente, avrei dovuto svitarli, smontarli e
sigillarli con una guarnizione di Sikaflex, perché gocciola in cabina,
acqua fredda su materasso e coperte.
Poco male, non dormirei comunque, fra poco andrò su, devo uscire
a controllare ogni quindici minuti, controllare se ci sono altre
imbarcazioni, piattaforme di trivellazione o altre lanterne solitarie in
mare.
Mi siedo di nuovo al tavolo da carteggio, il tempo è fermo, il tempo
incalza e infuria, no, è la burrasca che incalza e infuria, il mare, il
vento, un frastuono diverso da tutti gli altri, il cavo d’acciaio che
sbatte contro l’albero, non è più un ritmo cadenzato, adesso il tintinnio
è così duro e rapido che è diventato più una vibrazione. Dovrei
lanciare un Sos, mayday, mayday, ho abbastanza corrente nella
batteria da poter usare il vhf, con l’apparecchio ricetrasmittente potrei
ancora raggiungere la piattaforma petrolifera, loro magari mi
aiuterebbero.
No, non voglio aiuto, cavalcherò da sola questa burrasca, non ho
bisogno di loro, non ho certo bisogno di aiuto da un impianto di
trivellazione di merda, da lavoratori del settore petrolifero senza
scrupoli né coscienza, che passano metà del loro tempo a casa e hanno
stipendi milionari, non ho bisogno di loro, di nessuno di loro.
Devo salire un’altra volta, apro il tambuccio, sbircio fuori,
un’ondata mi travolge, merda, non ho messo il berretto. Acqua gelida
mi cola lungo la schiena, non vedo niente, solo mare, mare ovunque.
Richiudo il portello.
Mi siedo.
Sono scossa da tremiti e sussulti.
Vado avanti.
12
David
«Voglio tornare alla barca» disse Lou quando si svegliò.
Sdraiata sul suo letto mi guardava sorridente.
«Sst» bisbigliai. «Non svegliare gli altri.»
Doveva essere presto. C’era ancora un gran silenzio nel magazzino.
Si sentivano solo rumori di persone addormentate. Respiri pesanti.
Qualcuno che russava forte. Qualcuno che si rigirava nel letto. La luce
dell’alba penetrava attraverso le finestre.
«Voglio tornare alla barca» ripeté Lou, a voce più bassa.
«Mi sembrava che avessi detto che era una barca di merda»
bisbigliai.
«Non si dice “merda”.»
«No.»
«E comunque voglio tornare alla barca.»
Posò i piedi nudi sul pavimento in cemento e s’infilò i calzoncini
appoggiati alla spalliera del letto.
«Magari più tardi» le dissi.
«È la nostra barca, adesso.» Mi si avvicinò. «Alzati, dai!»
«Non è nostra.»
«Ma siamo stati noi a trovarla.»
Si chinò su di me, il suo viso era vicinissimo al mio. Gli occhi come
due lucenti fessure. Mio Dio, come somigliava ad Anna. Anche lei era
così la mattina. Gli stessi occhi. Il sole ci splendeva dentro, qualunque
tempo ci fosse.
Anna.
«Magari ci andiamo dopo colazione» l’accontentai, cercando di
camuffare la voce impastata di pianto.
Lei si mise a saltellare. «Sì! Sì!»
«Dobbiamo coprirla di nuovo con i teloni.»
«Dobbiamo coprirla di nuovo con i teloni.»
«Sì, certo.»
«Prima però dobbiamo passare dalla Croce rossa.»
«Ah. La Croce rossa.»
Smise di saltellare.
«Forse li hanno trovati» dissi.
«Sì.»
Mi alzai. Mi infilai i vestiti. Tergiversai un po’ con la maglietta. Ci
nascosi dentro la faccia fino a quando non fui certo di aver allontanato
il pianto.
Presi il flacone di gel igienizzante. Lou allungò le mani. Era
diventata una routine. Ci pulimmo le mani.
Poi attraversammo il magazzino, immerso nel silenzio del sonno.
Uscimmo in un mattino altrettanto silenzioso.
«Papà?»
«Sì?»
Mi prese la mano quando arrivammo vicini al prefabbricato della
Croce rossa.
«Devo entrare anch’io?»
«Perché non vuoi entrare?»
«Ti aspetto qui fuori.»
«Sarebbe bello che venissi anche tu.»
«Ti aspetto qui fuori.»
«Ma perché?»
«Ho voglia di giocare.»
«Giocare? E a cosa?»
«Giocare e basta.»
Si sedette sul prato vicino all’ingresso della Croce rossa. Se ne
stava lì tranquilla su quegli sterpi secchi che un tempo erano stati fili
d’erba, sotto al sole cocente. In assoluto silenzio.
Jeanette mi fece un cenno con il capo quando mi vide entrare. Poi,
ancor prima che potessi sedermi, mi informò: «Nessuna novità,
David.»
«Okay» risposi cercando di sorriderle. «Subito, così...»
«Mi dispiace. Ma non serve che lei venga qui ogni giorno. Ci vuole
tempo per cose di questo genere.»
«Lo avevo capito. Ma sono voluto passare lo stesso, perché... se
invece fosse successo qualcosa?»
«Non è certo lei il primo a cui lo dico. Lo dico sempre a tutti: non
serve venire qui ogni giorno.»
«Ma... e se fosse successo qualcosa questa notte, se loro fossero
saltati fuori da qualche parte, magari proprio qui. Se lo immagina se
fossero malati?» Parlavo a voce sempre più alta. «Se fossero malati e
si ritrovassero da soli. Se fossero qui... e io non lo sapessi...»
Mi interruppi. Mi sforzai di abbassare la voce.
«Oppure, se si scoprisse che si trovano da qualche altra parte»
proseguii, «in un campo qui vicino. Se lo sapessi potrei andare subito
da loro.»
«Lei ha fretta, David» mi disse. «Non dovrebbe averne.»
«Ma se è passato quasi un mese!»
Inspirai a fondo, stavo per aggiungere qualcos’altro, ma una specie
di smorfia sulle labbra di lei mi bloccò. Non era stato uno sbadiglio
soffocato, no. Aveva semplicemente stirato le labbra, come un sorriso,
ma senza gioia. Un sogghigno quasi.
Avrebbe potuto sbuffare, lo avrei capito. Starsene qui tutto il giorno
ad ascoltare quelli come me, credevamo tutti di essere gli unici e i soli.
«Mi scusi» le dissi.
«Nessun problema. Va tutto bene» replicò lei.
Ma non ero certo che lo intendesse davvero. Perché in effetti non
andava bene proprio niente. A nessuno di noi. Nemmeno a lei.
Nemmeno a me e a Lou. E io me ne sarei dovuto andare da lì, non
avrei dovuto assillarla così, insistere, stressarla.
«Ma io non ci riesco» aggiunsi rapido.
«A far cosa?»
«Non ci riesco a smettere di insistere. Mi dispiace.»
«Torni anche domani, allora» mi disse Jeanette.
«Tutti che vogliono entrare» osservò Lou.
Stavamo andando alla barca ed eravamo gli unici in quella
direzione, gli unici a uscire. Davanti all’ingresso del campo c’erano
almeno venti persone in attesa di essere registrare. Che volevano
entrare. Così tante non mi era ancora capitato di vederne. Così tante,
così sporche, così stanche. Qualcuno coperto di fuliggine. Forse anche
loro scampati a un incendio, come noi.
Dove li avrebbero messi, tutti quanti?
Trascinai via con me Lou, volevo allontanarmi il più velocemente
possibile dal campo. Ma non potei fare a meno di notare tre tizi,
giovani, i primi della coda. Avevano un non so che di spietato e
diffidente.
Avevano vissuto per strada troppo a lungo, si erano abituati al
sonno leggero, a non perdere mai di vista le proprie cose, a badare a
se stessi, a tendere l’orecchio a ogni passo, a guardarsi sempre le
spalle. Parlavano molto velocemente. Ridevano un po’ troppo forte,
come si ride quando si vuole che tutti intorno sentano quanto ci si
diverte. Come se fossero stati in coda per entrare in discoteca. Come
me e Edouard, tanto tempo prima.
All’improvviso uno dei tre si girò bruscamente verso l’uomo in fila
dietro di loro, gli disse qualcosa in spagnolo, a voce molto alta. Un
uomo sui quaranta. Collo taurino, spalle larghe. Bruciato dal sole. Con
fare minaccioso avanzò di un passo verso il ragazzo. E rispose
qualcosa, in spagnolo anche lui, a voce ancor più alta.
I due amici del ragazzo si avvicinarono. Uno indicò lo zaino
dell’amico, gesticolava, sembrava stesse dicendo che Collo Taurino
aveva cercato di prendersi qualcosa.
Lo scambio di battute si fece sempre più serrato. Le voci più alte. Al
limite delle urla. Si avvicinarono fronteggiandosi. I tre ragazzi da una
parte, dall’altra l’adulto e uno che evidentemente si era schierato dalla
sua.
Riuscii a captare solo qualche parola, idiota, pezzo di merda.
Collo Taurino si batté la fronte con una mano.
E contemporaneamente avanzò di un passo.
Tutti quelli in coda avevano gli occhi fissi su di loro, nessuno
fiatava. La donna al tavolo delle pratiche di registrazione sedeva in
assoluto silenzio. Lou si strinse a me.
«Che cosa stanno facendo?» bisbigliò.
Il ragazzo spostò lo sguardo da Collo Taurino all’ingresso del
campo. Uno dei suoi amici gli posò una mano sulla spalla, come per
tranquillizzarlo, stai calmo.
Poco dopo il ragazzo fece un bel respiro e annuì rapido.
«Okay, okay.»
Si girò verso la donna al tavolo delle pratiche di registrazione, si
Si girò verso la donna al tavolo delle pratiche di registrazione, si
sforzò di sorridere e chiese in un inglese stentato: «Possiamo entrare,
adesso?»
Lei non gli rispose. Forse, invece, avrebbe dovuto metterlo al
corrente di qualcosa, per esempio del fatto che al campo non volevano
attaccabrighe. Ma a cosa sarebbe servito? Quelli che vogliono attaccar
briga lo fanno comunque. A volte lasciarli in pace è la cosa migliore.
Mi affrettai a portar via Lou, ci allontanammo seguendo la strada.
Mi era già capitato di vedere la gente azzuffarsi, nelle code per le
razioni alimentari, nei locali la sera.
Sapevo che cosa volesse dire, e sapevo anche che non sarebbe
finita lì. Sarebbero andati avanti, questi uomini, perché erano
comunque uomini. Non avrebbero mollato fino a quando non avessero
stretto i pugni, non li avessero affondati nel morbido dei corpi altrui,
colpendo tutto ciò che potevano, con tonfi attutiti, muscoli, ossa, carne
e organi interni. Gemiti inconsueti per una frazione di secondo dopo il
colpo, il corpo che accusava quello che era successo, il sistema
nervoso che recepiva.
Il caldo torrido acuiva il senso di frustrazione. Era un caldo che non
dava tregua, nemmeno di notte. E niente rende le persone più
aggressive delle notti passate insonni per via del troppo caldo.
Il caldo torrido faceva qualcosa all’aria. Come gas, lo respiravamo
senza rendercene conto. O come spore di funghi. Che entravano in noi
attraverso le vie respiratorie. Crescevano dentro di noi. Il fungo
diventava grosso e grigio. Liscio sopra, con viscide lamelle sotto al
cappello. Velenoso. Si diffondeva dentro di noi, cambiava gli impulsi
nervosi, prendeva il controllo del cervello.
Ma quello non era un problema mio, non era un conflitto che mi
riguardava, la Spagna non era il mio paese.
Io avevo Lou. L’unica cosa giusta da fare era andarmene.
Però mi sentivo le gambe pesanti. Perché... Collo Taurino non aveva
forse infilato la mano nello zaino del ragazzo? Non lo avevo visto io
stesso? Non avrei dovuto sostenerli? Schierarmi?
Avrei dovuto. E avrei voluto. Sostenerli. Schierarsi significa non
essere escluso.
«Vai troppo piano.» Lou mi tirava.
Aumentai il passo. Presi a camminare più svelto, anche se tutto in
me sembrava opporre resistenza. Ero certo che ci stessero fissando, le
persone in coda, che vedessero quanto eravamo piccoli, esclusi.
persone in coda, che vedessero quanto eravamo piccoli, esclusi.
Chi non si schiera è maledettamente solo.
Lou svoltò nel punto giusto, terza stradina a sinistra. Oggi di
persone nei giardini non ce n’erano, le imposte erano chiuse, le case
sembravano tutte abbandonate.
A mano a mano che proseguivamo Lou camminava a passo sempre
più leggero. Non vedeva l’ora di arrivare. Si mise a chiacchierare.
Parlava molto più di quanto avesse fatto ultimamente. Della barca, dei
delfini. L’ascoltavo distrattamente. Ma poi iniziò a farmi domande.
«Papà, dov’è che c’è più acqua?»
Non le risposi subito. Non avevo molta voglia di parlare.
«Papà? Dov’è che c’è più acqua? Nel mondo o nel mare?»
«Anche i mari fanno parte del mondo.»
«E il mare conta come acqua anche se è acqua salata?»
«È acqua, comunque.»
«Anche se è salata?»
«Sì.»
«Papà, esistono i mari di acqua non salata?»
«Sì. I laghi. Ti ricordi quella volta che siamo andati in montagna?»
«In montagna?»
«Ti ricordi di quando hai fatto il bagno lassù in montagna?»
«Con il costume da bagno giallo?»
«Sì... può darsi.»
«Ho fatto il bagno con il costume giallo, anche se mi era diventato
piccolo.»
«Quella volta, sì. Abbiamo fatto il bagno in un lago.»
«Ma non era il costume che era diventato piccolo. Ero io che ero
cresciuta e non ci stavo più.»
«Sì... L’acqua in cui hai fatto il bagno non era salata.»
«No.»
«Si poteva bere.»
«L’abbiamo bevuta?»
«No. Ma avremmo potuto berla.»
«E perché non l’abbiamo bevuta?»
«Non so. Perché ci eravamo portati dell’acqua in bottiglia, credo.»
«Perché?»
«Eh...»
«Eh...»
«Papà, ci possiamo tornare? A quel lago?»
«No, non si può più.»
«Perché no?»
«Lo sai anche tu.»
«La siccità?»
«Sì.»
«E qui un posto come quello, di acqua senza sale, c’è? Un lago?»
«No. Forse una volta c’era. Ma adesso è tutto inaridito.»
«Peccato.»
«Già.»
«Quanti laghi esistono?»
«Molti.»
«Più di dieci?»
«Più di dieci.»
«Più di cento?»
«Più di un milione. Ci sono laghi anche sotterranei.»
«Laghi sotterranei? E noi ci camminiamo sopra?»
«Sì.»
«Non ci credo, non si può camminare sull’acqua...»
«E invece si può. Si chiama acqua freatica.»
«E noi ci camminiamo sopra?»
«In alcuni posti ce n’è molta. In Sud America, per esempio,
sull’altra sponda dell’Atlantico, sottoterra c’è una riserva d’acqua
dolce, l’acquifero Guaraní.»
«E noi ci camminiamo sopra come Gesù?»
«Noi camminiamo sul terreno, ma sotto, nel sottosuolo, c’è acqua,
sotto strati di terra e roccia, perciò non è esattamente come Gesù.»
«Ma quasi...»
«Di acqua freatica ce n’è dappertutto. Anche sotto di noi proprio
adesso.»
«Proprio adesso?»
«Sì.»
«Qui sotto?»
«Sì.»
«E perché non ci mettiamo a scavare?»
«Perché è troppo in profondità. E perché l’acqua è mista a roccia e
terra.»
«Possiamo provare?»
«Possiamo provare?»
«Ci hanno già provato.»
«E in America?»
«In Sud America. A quella sono riusciti ad arrivare. Ed è un enorme
bacino di acqua dolce. Si estende sotto Brasile, Argentina, Paraguay e
Uruguay.»
«Paraguay e Uruguay?»
«È molto più grande di tutta la Francia... C’è talmente tanta acqua
lì che basterebbe per la gente di tutto il mondo.»
«Oh...»
«Per duecento anni.»
«Davvero?»
«Davvero.»
«E di chi è tutta quell’acqua?»
«Non saprei... sarà di chi possiede i terreni sopra all’acqua.»
«Ma come può qualcuno possedere l’acqua?»
«In che senso?»
«Come può qualcuno possedere qualcosa che scorre via per la sua
strada?»
Eravamo arrivati. Lasciò andare la mia mano, correndo a piccoli
passi girò sotto all’ombra degli alberi. «Evviva!» esclamarono le sue
spalle. E le trecce rimbalzarono sulla maglietta.
Attraversammo il giardino. Oltrepassammo la vecchia cisterna per
l’acqua piovana. Mi sarebbe piaciuto provare ad aprirla, forse dentro
casa c’era la chiave. Ma Lou era già sparita in direzione della barca e
io la seguii.
«La copriamo di nuovo con i teloni» le spiegai. «E li fissiamo con le
corde ben annodate. Ricordati che questa barca non è nostra.»
Lou non mi rispose. E quando ci trovammo di nuovo seduti nel
pozzetto di comando fu subito chiaro che i teloni avrebbero aspettato.
Perché all’ombra degli alberi era fresco. E lassù soffiava un vento
leggero. E Lou in un attimo era tornata nel suo gioco, strillava e
sbraitava, si sbracciava e si dimenava, rideva e piangeva. Issò vele,
combatté contro pirati e trovò un piccolo di delfino che divenne tutto
suo. Seguiva la barca e si chiamava Nelly. Non so da dove avesse
preso quel nome.
Io ero solo una comparsa. Il marinaio tonto. Facevo quello che lei
mi diceva, ero diventato parte del suo facciamo che. E poi facciamo
che tu dicevi questo, e poi facciamo che tu facevi così, ma poi
facciamo che tu all’improvviso saltavi di lato, e poi facciamo che era
già notte, e poi facciamo che tu avevi paura.
Nel suo gioco non c’erano incendi, non bruciava mai niente. Per
quanti pericoli dovessimo affrontare non accadeva mai niente di
davvero spaventoso. E c’era acqua, sempre e ovunque.
Io eseguivo gli ordini. Riprendevo fiato.
Alla fine Lou si stufò.
«Ho sete» disse.
Ci eravamo portati dietro una bottiglietta da mezzo litro, riempita
quella mattina quando avevano distribuito le razioni alimentari, ma
era finita già da un pezzo. Sentivo la lingua impastata di polvere della
terra inaridita.
«Dobbiamo tornare» le ricordai.
«Non voglio.»
Lou era sporca, un sottile strato di polvere le copriva la pelle. Il viso
era segnato da strisce di sudore. Una treccia si era sciolta e i capelli si
erano tutti aggrovigliati. Ci sarebbe servita dell’acqua non solo per
berla.
«Guarda un po’ in che stato sei... Dobbiamo proprio tornare,
riempire di nuovo i moduli e rimetterci in coda.»
«In coda? Non ci fanno rientrare?»
«Stavo scherzando, Lou.»
«Non ci fanno rientrare nel campo?»
«Sì che ci fanno rientrare, l’ho detto solo per scherzo, Lou.»
Di colpo Lou era un blocco di tensione, il suo piccolo corpo
rigidamente in allerta. Mi pentii del mio stupido scherzo.
«E va bene» le concessi. «Possiamo fermarci ancora un po’, se
troviamo dell’acqua.»
«E dove?»
Feci un cenno con il capo in direzione della cisterna nel giardino.
«Lì.»
Provai tutte le chiavi che trovai dentro casa. Una dopo l’altra.
«Non è nessuna di queste» dissi.
«Sei sicuro?»
«Dobbiamo tornare.»
«Dobbiamo tornare.»
«Ma non possiamo aprire la cisterna in un altro modo?»
Annuii lentamente. Avevo molta sete. Pensai all’acqua là dentro.
Limpida, scura, acqua fredda.
Continuavo a colpire il lucchetto nel tentativo di romperlo. Prima
con una pietra, poi con una vanga arrugginita che avevo trovato nel
capanno. Ma quel lucchetto resisteva. Doveva essere molto vecchio,
oggetti così robusti non se ne facevano più.
E mentre lo colpivo, cercavo di sorridere a Lou. Ecco, vedi, andrà
tutto per il meglio, avrei voluto dirle col mio sorriso, papà sistemerà
tutto. Ma non riuscii a sistemare un bel niente, e poi sudavo sempre di
più.
Alla fine posai la vanga e mi afflosciai sul coperchio della cisterna.
Lou mi guardò insoddisfatta. Poi si infilò una mano nei capelli, ne
tirò fuori qualcosa e me la porse. Una forcina.
«I ladri fanno così» mi spiegò.
Ah, però!
«E tu dove l’hai imparato?»
Lei si strinse nelle spalle. «Non so.»
«Lo hai visto alla televisione?»
«Forse. Non mi ricordo.»
Armeggiai un po’ con la forcina, la girai e rigirai nella serratura con
piccoli movimenti. E finalmente il lucchetto si aprì. Sollevai il
coperchio della cisterna. Infilammo le teste nell’apertura e
guardammo giù nell’oscurità.
«Oh-oh» esclamò Lou.
La sua voce riecheggiò.
Un vecchio secchio arrugginito era appeso alla parete interna della
cisterna. Lo lasciai cadere. Sbatacchiò contro le pareti riecheggiando.
Poi si sentì un tonfo.
«Acqua!» gridò Lou.
Era il tonfo di qualcosa che cade nell’acqua: c’era davvero
dell’acqua sul fondo.
Sentii il secchio appoggiarsi. Inclinarsi. Diventare più pesante, a
mano a mano che si riempiva.
Lo tirai su. Lou era china in avanti, emozionata.
Arrivò al bordo. Ci guardammo dentro, tutti e due.
Era pieno solo per un quarto e non è che si potesse definire proprio
Era pieno solo per un quarto e non è che si potesse definire proprio
acqua il liquido che conteneva. Emanava un odore acre, era di color
marrone chiaro, scaglie di ruggine ci vorticavano dentro.
Lou arricciò il naso.
«Possiamo berla?»
Scossi la testa, conscio della delusione che provavo.
«Ma io ho tanta sete» disse Lou.
«Lo so.»
«Tantissima sete.»
«Non possiamo berla.»
Lei chinò il capo. E con la testa incassata nelle spalle mormorò:
«Mamma aveva sempre dell’acqua.»
«Cos’hai detto?» le chiesi.
«Che mamma di acqua ne aveva sempre.»
«Non sempre.»
«E invece sì. Sempre.»
«Ma era del rubinetto.»
Stavo per aggiungere qualcos’altro, ma non lo feci. Perché Anna
aveva sempre dell’acqua. Si ricordava sempre di portarne una
bottiglietta in più. Per i bambini. Per noi. Ma adesso eravamo qui,
senza Anna, senza acqua, solo Lou e io.
Il mondo era sempre più vuoto di persone, di animali, di insetti, di
piante. Fra non molto anche gli alberi più grandi sarebbero morti,
nonostante le radici profonde. Niente sarebbe sopravvissuto a tutto
questo.
E noi eravamo seduti qui, soli, e tutto quel che avevamo era un
quarto di secchio con un’imbevibile brodaglia dentro.
«Papà?»
Mi voltai, non volevo che mi vedesse con gli occhi lucidi. Mi alzai,
inspirai a fondo un paio di volte. Forza, David. Forza!
«Non possiamo berla» dissi. «Ma possiamo usarla per pulirti un
po’.»
Nel capanno trovai un vecchio panno. Lo inzuppai nell’acqua
rugginosa e lo torsi. L’acqua era fresca sulla pelle. La sensazione che
dava era quella dell’acqua. Era già qualcosa.
«Chiudi gli occhi» dissi a Lou.
Glielo passai su guance e fronte. Lei se ne stava lì, in piedi, con il
viso rivolto a me, ferma immobile, si godeva la sensazione del panno
bagnato e fresco sulla pelle.
bagnato e fresco sulla pelle.
«Braccia avanti» ordinai.
Lei le allungò verso di me. Parte superiore, parte inferiore. Il panno
si tingeva di marrone mentre la lavavo. Lou aveva ancora gli occhi
chiusi. Sorrideva.
«Mi fai il solletico.»
Allungò la lingua verso il panno bagnato.
«No, Lou.»
«Solo un po’, dai...»
«No.»
«Okay, no.»
Ma dopo aver richiuso la cisterna mi accorsi che aveva preso il
panno. Era seduta con il panno sulla bocca e lo succhiava.
«Lou!»
Lo lasciò andare immediatamente.
«Hai bevuto dell’acqua?»
«No.»
«Sei sicura?»
«Sì.»
«Sicura?»
«Sì, sicura.»
13
Signe
Su e giù con le onde, dentro e fuori dal sonno, seduta al tavolo da
carteggio con la testa fra le mani mi addormento, mi sveglio, in balia
delle onde, mentre la burrasca flagella la Blå, un momento sono qui,
un momento sono lì.
Era notte quando mio padre fece saltare il ponte, lui e Sønstebø si
incontrarono lassù, nel buio della notte, Sønstebø con il suo camion,
papà con la nostra auto, o forse ci andò a piedi, risalendo il pendio,
forse era così buio che dovette usare la torcia, forse furono i coni di
luce dei fari del camion la prima cosa che vide, come due tubi luminosi
sospesi nell’aria che fendevano bruscamente l’oscurità... Non pensò a
me papà? E a mamma? E Sønstebø non pensò a Magnus?
Il tempo è elastico, il tempo e i ricordi che lo tengono insieme sono
due facce della stessa medaglia, Magnus e io, mamma e papà, il
ghiacciaio e il fiume, le cascate Søsterfossene, e le tante cose che non
ricordo.
Sono qui, in questa notte. E sono in un’altra notte, l’ultima in cui
mamma e papà dormirono insieme, in cui ancora stavano insieme. Non
ricordo esattamente quanto tempo fosse passato da quando io e papà
avevamo fatto quella camminata, ma non poteva essere più di qualche
settimana. Mi svegliai con una sensazione di fastidio in gola, tossii
piano nel cuscino, ma non servì a molto.
Mi rigirai, avevo caldo, anche se indossavo solo una maglietta,
rigirai il guanciale, rigirai il piumino, mi voltai a pancia in giù con un
orecchio appoggiato alla stoffa a fiori che profumava di pulito e l’altro
rivolto all’oscurità, e fu allora che lo sentii.
Un debole suono che ricordava un ululato, qualcosa di
irriconoscibile, un animale, che ci fosse un animale, là fuori nel
giardino?
giardino?
Ascoltavo sdraiata con un orecchio teso, mentre l’altro non sentiva
niente, premuto com’era contro alla morbida federa del guanciale.
L’ululato non smetteva, mi misi a sedere e il suono si fece più nitido.
Non proveniva dal giardino, ma da casa, da dentro casa mia, un
animale selvatico, un animale notturno, ululava come se fosse ferito, e
nessuno tranne me se n’era accorto.
Mi alzai, la maglietta mi arrivava appena sotto alle mutandine,
all’improvviso ebbi freddo, mi venne la pelle d’oca, volevo andare da
mamma e papà, anche se avevo smesso da tempo di dormire nel
lettone.
Aprii la porta e il suono si udì in maniera più distinta, m’incamminai
lungo il corridoio, il suono si faceva sempre più forte, sia perché mi
stavo avvicinando, sia perché veniva emesso con intensità crescente.
Avevo paura, chissà cos’era, avevo paura ma al tempo stesso non ne
avevo, dovrei avere paura, pensai, dovrei stare attenta, procurarmi
qualcosa, un’arma, la pala da forno che avevo in camera mia, prendere
quella? Ma non lo feci: per qualche ragione dentro di me sapevo che
non era una cosa di cui avrei dovuto aver paura, sentivo che non era
un suono pericoloso, non in quel senso.
Veniva dalla camera da letto di mamma e papà, adesso mi era
chiaro, e non era uno solo, un altro ululato più profondo si era unito al
primo, e non era di animale, ma di essere umano, un essere umano
animale, era uno strano ululato, come di qualcuno che stava molto
male.
Non pensare, guarda e basta. Mi avvicinai svelta alla porta, volevo
vedere. Posai la mano sulla maniglia e silenziosamente l’abbassai.
Loro non si accorsero di me, non videro lo spiraglio della porta che
si apriva, non videro me che, in maglietta e mutandine, li guardavo.
Riempivano tutto il letto, tutta la stanza.
Mamma sedeva reclinata all’indietro, sostenendosi sui gomiti, le
ginocchia piegate puntavano al soffitto e le gambe erano aperte, più
aperte di così non potevano essere, i seni scivolati verso l’esterno
pendevano ai due lati del corpo, lasciando scoperta nel mezzo una
parte bagnata di sudore, quella parte che negli uomini si chiama cassa
toracica e nelle donne non ha nome, pensai, ma quel pensiero fuggì
subito via perché vidi papà inginocchiato a terra, con la testa fra le
gambe di mamma, sembrava scomparire là dentro, come se la stesse
gambe di mamma, sembrava scomparire là dentro, come se la stesse
mangiando, e i suoni di mamma, l’ululato, lei che si spingeva verso di
lui, come se volesse essere inghiottita tutta.
Non sapevo che cosa stavo guardando, ma era come se lo sapessi,
perché una volta a scuola avevo sentito due delle ragazze grandi
parlare e avevano detto che di notte a letto succedeva qualcosa fra
uomini e donne, qualcosa che aveva a che fare con i bambini, ma non
mi ero immaginata che potesse essere così, perché avevano detto che
era l’uomo, le ragazze grandi avevano bisbigliato che l’uomo si
sdraiava sulla donna e svuotava qualcosa dentro di lei. Quello che
vedevo invece aveva a che fare solo con mamma, tutto quanto, l’intera
stanza, la casa, tutto aveva a che fare con lei, con quel verso che
diventava sempre più forte, con lei che si inarcava e riabbassava.
Non mossi un muscolo, non sbattei nemmeno le palpebre, mentre la
bocca mi si riempiva di liquido, così tanto da impedirmi di inghiottire.
Perché mamma era lì, con lui, e tutto aveva a che fare con lei, con
loro, e odiai il letto su cui era, odiai quella stanza, la casa, ti odio,
pensavo, mentre la bocca mi si riempiva di ondate nere.
Forse avevano sentito la porta del bagno, o i conati di vomito,
perché quando tirai l’acqua per la seconda volta, dopo essermi ripulita
degli ultimi filamenti di bava, in casa era sceso un gran silenzio, il
silenzio di chi è in ascolto.
Nessuno però si presentò alla porta, nessuno mi chiese come stavo,
forse si vergognavano, dovrebbero vergognarsi, pensai, fare una cosa
del genere, essere in quel modo, condividere quella cosa.
Tremavo, seduta sul pavimento del bagno, sudavo freddo, con la
porta chiusa a chiave, piccola come si può essere solo dopo aver
vomitato, e sola, mamma e papà non sarebbero venuti da me con una
bacinella e un panno freddo per la fronte. Potevo pulirmelo da me il
mio vomito, pensai, e ci riuscii, perché fra di loro c’era quella cosa
grande e brutta che li allontanava l’uno dall’altra, e poi anche quello
che avevo appena visto, non riuscivo proprio a capire come potessero
fare una cosa del genere, come lui potesse volerla inghiottire visto che
malediceva così apertamente tutto ciò che lei rappresentava.
Il mattino dopo, a colazione, non litigarono, mangiarono come
sempre, papà bevve il suo caffè sorseggiandolo un po’ rumorosamente,
come sempre, se ne stava lì a gustare il caffè come se niente fosse
come sempre, se ne stava lì a gustare il caffè come se niente fosse
successo e questo era inconcepibile.
«I piccoli di merlo acquaiolo moriranno» esordii all’improvviso.
Guardai mia madre, erano per lei le mie parole.
«Eh?» disse lei.
«Anche i molluschi d’acqua dolce. Alcuni hanno più di cent’anni.»
«Signe?»
«E Sønstebø? Hai idea di come si possa sentire? Il suo pascolo
sommerso dall’acqua... Dove andranno adesso a brucare le sue
pecore? È lì da centocinquant’anni. Per centocinquant’anni i suoi
animali hanno pascolato lassù. E adesso dove andranno?»
Nessuno mi rispose, e così gridai: «E ADESSO DOVE ANDRANNO ?»
Mamma e papà mi guardavano a bocca aperta.
Fu mia madre a rompere il silenzio. Le solite scuse: una scuola
migliore, una nuova casa di riposo, la piscina.
«La piscina?!» la interruppi io. «Preferisco nuotare nel lago Eide.»
Mamma ricominciò, si mise a discutere dell’albergo, dell’Hotel
Hauger che a stento guadagnava abbastanza da coprire le spese, di
come sarebbe stato un bene per noi, per l’albergo e per la famiglia. A
quel punto mi intromisi di nuovo, ma andai avanti a parlare come un
fiume in piena, le parole mi uscivano a fiotti, come se ancora non
avessi finito di vomitare. «Il fiume» dicevo, «la gente viene qui per
ammirare il fiume, l’arcobaleno, che c’è sempre, per pescare i salmoni,
guardare le nevi sciogliersi in primavera. E i pesci nel fiume, che fine
faranno? E l’acqua che si riversa nel fiordo? Il fiordo diventerà
freddissimo, lo sai? E il merlo acquaiolo? Cosa gli succederà quando
non ci sarà più nessuna cascata? Dove costruirà il nido? E tutte quelle
pietre che scavate, che sono sempre di più, tutti quegli enormi massi
di roccia? Prima era tutto verde, adesso è solo un ammasso pietroso.
Tutti gli animali e tutte le piante che vivono intorno al fiume, vicino al
Breio, che fine faranno? E voi pensate di potervene impossessare e
farci quello che vi pare e piace? È un fiume, è natura, è uccelli, insetti,
piante che diventeranno solo ammassi di pietre e tubazioni e tunnel,
pietra e acciaio!»
«Sparirà tutto» continuai. «Tutto quello che amiamo. E la colpa è
tua.» Non riuscivo più a dire niente, mi chinai in avanti, non ce la
facevo più a guardare mia madre.
Io ero mio padre, parlavo come lui, con quale facilità le sue parole
mi erano uscite di bocca, ma qualcosa non andava perché lui non
mi erano uscite di bocca, ma qualcosa non andava perché lui non
diceva niente, mi guardava dall’altro lato del tavolo della colazione, al
di là delle uova appena cucinate e del salmone affumicato. Adesso
dovrà pur dire qualcosa, pensavo, vorrà finire quel che ho iniziato, non
lascerà le cose a metà.
Ma lui taceva. E io ero un minuscolo essere anfibio in un globo con
la neve, battevo le mani contro il vetro e gridavo perché volevo uscire
da lì dentro. Per questo dissi anche quell’ultima cosa, che io sapevo,
che lei non sapeva, e che avrebbe potuto avere un certo peso, avrebbe
potuto infrangere il globo di vetro.
«Papà ha parlato con Sønstebø» rivelai.
«Ha parlato con Sønstebø?»
«Sì, sul monte, per strada, la strada nuova, stavamo facendo una
camminata e loro si sono incontrati lì, nessuno avrebbe dovuto
saperlo.»
Mamma mi fissava.
«Non volevano che qualcuno li vedesse» continuai. «Non valeva la
pena di correre il rischio, hanno detto così, non valeva la pena di
correre il rischio che qualcuno potesse vederli insieme.»
«Bjørn?» disse mamma.
«Non valeva la pena» ripetei io. «Non volevano essere visti
insieme.»
Era notte quando mio padre fece saltare il ponte. Lui e Sønstebø si
incontrarono lassù nel buio della notte, devono essere andata così le
cose. E forse la luce dei fari fu la prima cosa che vide, prima che
Sønstebø scendesse dal camion e la sua sagoma nera fendesse la luce,
Sønstebø, che un tempo aveva lavorato come brillatore... sarà stato lui
a prendere l’iniziativa, o magari invece è stato proprio papà, sarebbe
anche possibile che spinto dalla rabbia sia stato lui a mettersi in
contatto con Sønstebø, a progettare il tutto.
Ma ero stata io a rivelarlo a mia madre e dopo quella mattina papà
restò solo. Si trasferì nella casa sul porto, le sue cose, i libri, le tavole
illustrate, gli articoli e le litografie a tema naturalistico la occupavano
completamente. Il loro odore riempiva le piccole stanze e le rendeva
familiari, anche se le mura erano estranee.
Aveva dei serramenti sottili, il suono delle navi penetrava
attraverso le finestre, il forte tintinnio dei cavi d’acciaio contro
l’albero, il rumore dei motori, il tonfo secco delle casse di pesce sulla
l’albero, il rumore dei motori, il tonfo secco delle casse di pesce sulla
coperta, le grida dei marinai. La sua macchina da scrivere non poteva
sovrastarli.
«Vado da mamma» dicevo a papà quando me ne andavo via, «vado
da papà» dicevo a mamma. Il mio luogo era la strada sterrata che
attraversava il paese dall’angusta casa sul porto all’hotel dalle cento
camere e ritorno. Ricordo me stessa come infinitamente piccola,
solitaria, sensibile e rosa dal senso di colpa. Forse, senza saperlo,
aspettavo te, Magnus.
14
David
«È ora di andare a letto» dissi mentre camminavamo verso il
Magazzino 4.
Lou mi rispose con uno sbadiglio.
Si era fatto tardi anche quel giorno, molto più tardi di quanto
potessi immaginare. Ancora non ero riuscito a darle alcuna regolarità
di orario nei ritmi del quotidiano, nemmeno nell’andare a letto.
All’ingresso del magazzino vidi i ragazzi della coda. Se ne stavano
seduti in cerchio intorno a un bricco, come fosse un falò, ognuno con
la propria tazza in mano.
«Tè?» mi chiese uno di loro in inglese mentre passavamo.
Gli altri due ridacchiarono.
Forse non era tè quello nel bricco, forse stavano bevendo tutt’altro.
Era troppo buio per vedere i loro occhi, capire se fossero alterati.
«Alloggiate qui?» domandai.
«Sì, abbiamo trovato posto qui» rispose il primo.
«A lui tocca dormire sul pavimento» intervenne il secondo
indicando il terzo.
Negli ultimi due, tre giorni nel magazzino avevamo cominciato a
stare un po’ stretti.
«Faremo a turno. Una notte ogni tre» continuò.
«Ma certo, come no» ribatté il primo.
Si fecero una bella risata. Anche se un po’ indolente, un po’
strascicata.
Avevano la mia stessa età, ma erano comunque più giovani di me.
Se ne stavano lì seduti, avevano solo se stessi a cui pensare.
E... cosa bevevano? Quel calore nella pancia, la lingua intorpidita, i
pensieri leggeri e sbiaditi. Sapore di alcolici sulla lingua, nel corpo.
Quanto tempo era passato...
Quanto tempo era passato...
Ma Lou era lì, accanto a me. Con gli occhi che le si chiudevano per
il sonno, non diceva niente, ma era comunque una presenza
ingombrante.
Volevo entrare nel magazzino con lei, ma il primo dei tre ragazzi mi
prese per la gamba.
«Siediti, dai» mi disse.
«Prenditi un po’ di tè» aggiunse il secondo.
«Tè alla menta» specificò il terzo. «Trovata in un giardino lungo la
strada. L’ho appesa allo zaino per essiccarla.»
Alla menta? Era solo menta?
«Accompagno prima a letto la bambina» dissi.
Si chiamavano Christian, Caleb e Martin. Con me parlavano svelti
in un inglese stentato, tanto quanto il mio. Christian e Caleb si erano
conosciuti in un campo sui monti nell’estremo Sud del paese, campo
da cui tutti erano dovuti scappare. Martin lo avevano incontrato per
strada.
Venivano dalla Spagna meridionale tutti e tre, dal deserto. Nessuno
disse molto del periodo precedente. Ma sul viaggio e sul campo in cui
erano stati da raccontare ne avevano in abbondanza. E ogni aneddoto
finiva in risate, come se quello che avevano vissuto non fosse stato
altro che una lunga e divertente avventura fra amici. Solo parlando del
tizio in coda l’atmosfera si faceva tesa e i loro lineamenti si velavano
di durezza. Lo chiamavano «un maledetto del Nord», «un maledetto
dell’acqua».
«Hanno l’Ebro e perciò credono di avere tutto.»
«Un piccolo angolo di Spagna che vuole isolarsi dal resto della
nazione» disse Martin.
«Criticano le terre dell’acqua, ma poi fanno lo stesso all’interno del
loro paese» continuò Christian.
«Se noi del Sud nemmeno riusciamo a coalizzarci» intervenne
Caleb, «a condividere quel che effettivamente abbiamo, ma come...
come possiamo...» La frase rimase sospesa a mezz’aria.
«Io me ne fotto» disse Martin. «Me ne fotto della Spagna. Non è più
il mio paese. Non voglio più viverci. Né in Spagna, né qui. Tanto non
potrà che peggiorare. Fra poco il deserto sarà ovunque. Io voglio
salvarmi. Arrivare alla pioggia.»
salvarmi. Arrivare alla pioggia.»
Tutti annuivano, d’accordo con lui.
E poi Martin si fece una risata e cominciò a parlare a ruota libera e
gli altri si unirono a lui, in parte in spagnolo, in parte in inglese, per
gentilezza nei miei confronti.
Ed era davvero solo tè alla menta. Sghignazzarono al sentire che
avevo creduto ci fosse altro nel bricco. Dissero che non avrebbero
avuto nulla in contrario. Caleb borbottò qualcosa sul fatto che si
diceva fosse possibile procurarsi qualcosa, da un tizio nel Magazzino
3. Risposi che non era roba per me, che volevo restare lucido, per via
di Lou.
«Ho una bambina a cui badare» spiegai.
E in quell’esatto istante mi venne in mente che non ero andato a
controllare se si fosse addormentata. Si era abituata ad avermi sempre
lì. Ce ne andavamo a letto nello stesso momento. Però non era venuta
a cercarmi, quindi andava tutto bene. Starà dormendo profondamente,
pensai.
Bevvi un altro sorso di tè, ma non ero tranquillo. Avevo una brutta
sensazione.
«Sorry» mormorai alzandomi.
Il magazzino era immerso nella penombra. Molti stavano già
dormendo. Ma Lou era sveglia. Il suo piccolo viso riluceva pallido, gli
occhioni spalancati.
«Ciao» le dissi sedendomi sul suo letto.
Teneva lo sguardo fisso davanti a sé.
«Qualcosa non va?»
«Mi fa male.»
E solo allora mi accorsi di come fosse tesa e irrigidita, rannicchiata
con le ginocchia al petto.
«Che cosa ti fa male?» le chiesi, anche se sapevo già la risposta.
«La pancia.»
«Ti viene da vomitare?»
«Mi fa male.»
Stavo per dirle dell’acqua rugginosa, del panno. «Che cosa ti avevo
detto?» stavo per dirle. Perché si era succhiata quel maledetto panno?
Ero stato molto chiaro. Era pericoloso. Acqua contaminata. Aveva fatto
moltissime vittime negli ultimi anni.
Ma Lou si raggomitolò ancor di più, gemendo piano, e io non ebbi il
coraggio di sgridarla.
coraggio di sgridarla.
«Vedrai che passerà presto» la rassicurai, dandole dei buffetti sulla
guancia.
Era fredda e sudata. Lo sguardo perso nel vuoto.
«Vuoi un po’ d’acqua?»
Presi una bottiglia e gliela porsi. Ne bevve un piccolo sorso. Faceva
fatica a inghiottire.
«Lou?»
Le accarezzai la testa. Lei non reagì.
«Cerca di dormire un po’» le dissi. «Poi ti sentirai meglio.»
Andai a sedermi sul mio letto. La guardavo. Non si muoveva.
Mi sdraiai. Su un fianco, il viso rivolto a lei. Non le toglievo gli occhi
di dosso. Sentivo che era importante non smettere di guardarla.
Respirava tranquilla.
Che si fosse addormentata?
Nel magazzino c’era un gran silenzio. Si sentivano solo le voci
basse degli spagnoli là fuori. Uno di loro rise, di nuovo. Ma in quel
momento avrei tanto voluto che stessero zitti. Le loro risate mi
impedivano di sentire il respiro di Lou.
Rimasi lì sdraiato a fissarla fino a che gli occhi non mi si chiusero
per il sonno.
«Papà!»
«Sì?»
Mi risvegliai di soprassalto. Era tutto buio. Silenzioso.
«Mi viene da vomitare.»
E poi, prima che riuscissi a fare qualunque cosa, ecco quel suono
inconfondibile. Il suono di un bambino che vomita. Conati
semisoffocati con gemiti di pianto in sottofondo.
Vomitò nel letto. C’era vomito ovunque. Sulle lenzuola. Sui capelli.
Sui vestiti.
«Tirati su» le dissi. «In fretta.»
Lei si alzò in piedi, singhiozzava piano. Se ne stava lì, tutta
tremante, in mezzo ai nostri due letti. Non fece in tempo a dire niente,
che vomitò di nuovo. Sembrava più un rigurgito che vomito vero e
proprio. Come se non ci fosse altro. Ma ne sarebbe arrivato ancora.
Un secchio... Merda! Ci serviva un secchio. Mi guardai intorno.
Bottiglia dell’acqua. Il mio zaino nell’armadio. Una tazza vuota. Niente
di utile.
di utile.
«Usciamo, su!» le dissi sospingendola delicatamente.
Ma era già troppo tardi. Lei sollevò le mani. Le avvicinò alla bocca
per cercare di raccogliere quel che sarebbe arrivato. Il secondo conato
le coprì di vomito le dita. Le braccia.
«Chinati in avanti» le dissi. «Vomita sul pavimento. Poi lo puliamo.»
Lei chinò ubbidiente collo e busto in avanti. La faccia rivolta al
pavimento in cemento. Altro conato in arrivo. Il corpo si contraeva,
scosso dagli spasmi.
E poi ecco un getto uscirle dalla bocca. Quel che un tempo era stato
cibo. Riconobbi il colore giallo chiaro dei pochi biscotti secchi che
aveva mangiato nel pomeriggio.
Un odore pungente, acidulo.
Vomitò ancora, e poi ancora.
Alla fine non aveva più niente da vomitare. Fili di saliva le
pendevano dalla bocca.
Trovai un rotolo di carta igienica e le asciugai la bocca.
Le feci soffiare il naso. Il vomito era rimasto anche lì.
Lei piangeva. Un pianto di dolore, di disperazione. Tremava in tutto
il corpo.
«È per quel panno» disse fra i singhiozzi, «l’ho succhiato.»
«Ma no, ma no» la rassicurai. «Sarà qualcos’altro.»
Lei però continuava a piangere, singhiozzando forte.
«Su, Lou, vedrai che adesso passa tutto. Andrà tutto bene.»
Le accarezzai i capelli, le guance. Cercando di evitare di sporcarmi
troppo le mani. Odore acre ovunque.
Le tolsi la maglietta puzzolente. La usai a rovescio per ripulirle i
capelli. Riuscii a toglierle il grosso.
La feci sdraiare sul mio letto, che aveva le lenzuola pulite. Tolsi le
lenzuola sporche dal suo e me le misi sottobraccio insieme alla
maglietta.
«Dove vai?» mi chiese Lou spaventata.
«A prendere un secchio» le risposi. «Torno subito.»
«Grazie, papà.»
Posò la testa sul cuscino e chiuse gli occhi.
Ero convinto che si sarebbe addormentata. Che fosse finita. Ma
cercai lo stesso un secchio, per sicurezza. Il magazzino aveva un
ripostiglio con tutto l’occorrente per le pulizie. Non si usava quasi mai.
ripostiglio con tutto l’occorrente per le pulizie. Non si usava quasi mai.
Difficile pulire quando manca l’acqua.
Quando tornai, però, la trovai sveglia. Di nuovo raggomitolata su se
stessa. Di nuovo tesa e irrigidita.
«Mi fa di nuovo male la pancia.»
«Adesso passa tutto.»
«Mi fa tanto male!»
«Prova a sdraiarti sulla schiena» le consigliai.
Lei non si mosse.
Con delicatezza l’aiutai a distendersi.
«Così, guarda... Prova a raddrizzare un po’ le gambe.»
Le distesi le gambe. Le feci dei massaggi leggeri alla pancia.
Ma lei non smetteva di piangere.
15
Signe
Forse tutto era iniziato con quel pupazzo di neve, già, credo proprio
che sia andata così, e non c’era alcuna ragione per cui avrebbe dovuto
trasformarsi in qualcosa di più, perché anche se di tanto in tanto ti
vedevo, Magnus, quando scendevi giù al fiordo con tuo padre per
comprare pesce sul pontile o fare un po’ di spesa alla cooperativa, tu
ancora non occupavi alcun posto nel mio cuore.
Fino a che non arrivò quella festa, organizzata da mia madre, non
ricordo esattamente se fosse l’unica che aveva organizzato o se
l’avesse fatto molte altre volte, ma di quella ho precisa memoria.
Adesso l’hotel era solamente suo, come in effetti era sempre stato,
perché il vecchio Hauger nel suo testamento lo aveva lasciato alla
figlia, mentre il genero, mio padre, non aveva ricevuto niente. Le quasi
cento camere, la grande cucina, il vasto giardino, la spaziosa ala
privata era tutto esclusivamente suo.
Quella sera mia madre aveva riempito la nostra ala di invitati e
ricordo quanto fossi contenta. Amava circondarsi di persone, ce
n’erano sempre così tante, e oggi eccole arrivare tutte, affollare
l’ingresso con fragranze di profumi e sacchetti portascarpe e voci
squillanti: il rettore della scuola con moglie e figli, il capo dello
stabilimento ittico con la moglie e il loro bambino appena nato, il
redattore con la moglie incinta, la giornalista che non era sposata e
tutti gli ingegneri e i responsabili dei lavori che si erano avvicendati
negli ultimi anni per la realizzazione del progetto e che avevano
lasciato mogli e figli altrove e consideravano quindi molto più
piacevole andare a trovare qualcuno fra le mura domestiche e
mangiare pietanze fatte in casa. Di questo parlavano mentre si
toglievano il cappotto, si cambiavano le scarpe e si accendevano pipe
e sigarette.
Poi invasero la casa con le loro calorose risate e l’odore di tabacco,
i loro suoni mi riempivano, parole che si levavano e s’affievolivano
nell’aria, il jazz del giradischi, i tacchi alti sul pavimento della sala da
pranzo dove i mobili erano stati spostati, i bambini che correvano
attraverso le stanze, giocando, fino a che i più piccoli non si
addormentarono su poltrone e chaise-longue come bambole di pezza
abbandonate.
Io ero più grande degli altri bambini, avrò avuto dodici o tredici
anni, e anche più alta, ma comunque non quanto le altre donne, da cui
non era solo l’altezza a distinguermi, ero diventata decisamente
magra, piatta come una tavola dove le altre avevano un bel seno,
avevo delle braccia così lunghe, delle gambe incontrollabili, ma
comunque mi sentivo più simile agli adulti e mi mantenevo nelle loro
vicinanze, mi sembrava quello il posto che mi spettava. Cercai di dire
qualcosa, di partecipare alle loro conversazioni, ma nessuno sentiva la
mia voce forte, forse ero troppo lontana, me ne stavo seduta su una
poltrona addossata alla parete, al di fuori del cerchio che gli adulti
avevano formato intorno al tavolo, o forse la mia voce non era più
forte come un tempo.
C’era un uomo che teneva banco, non ricordavo che mi fosse stato
presentato, non mi ero accorta di lui fino a quel momento, ma lo avevo
sentito nominare. Era Svein Bredesen, l’ingegnere capo. Parlò a voce
alta e a lungo, dei lavori per la centrale idroelettrica, raccontò della
diga con tale entusiasmo, disse che entro breve tempo la sua
costruzione sarebbe stata ultimata e spiegò che non si trattava di un
lago artificiale, come io e molti altri ospiti avevamo creduto, ma di una
costruzione volta a convogliare e contenere l’acqua di disgelo, che da
lassù sarebbe poi stata incanalata in condotte che attraversavano la
montagna per poi scendere fino alla centrale e alla turbina, una
Pelton, di cui parlava come se si trattasse di un caro amico.
Mi piaceva quell’uomo, ricordo bene che mi piaceva.
E poi, senza che io avessi colto cosa stava succedendo, come se
esistesse un qualche segnale adulto che io non avevo recepito, come
un gioco di carte in cui con dei segnali in codice, toccandosi il naso o
un orecchio per esempio, si rivelano al compagno le carte vincenti che
si hanno in mano, ecco che all’improvviso molti si alzarono quasi
all’unisono, mamma andò al giradischi, cambiò disco e si aprirono le
all’unisono, mamma andò al giradischi, cambiò disco e si aprirono le
danze.
Svein allungò la mano verso di lei, avevo sentito dire che era
sposato, che portava la fede al dito, ma a quanto pare voleva ballare
con mamma, lei prese la mano di lui e c’era qualcosa in lei, nel modo
in cui teneva la testa, o forse nei suoi occhi, che mi portò a credere
che stesse per ridere, non di lui, ma per lui, una risatina gorgogliante.
Rimasi in attesa di quella risata, ne ebbi paura, non volevo sentirla
ridere in quel modo, ma lei restò silenziosa, per fortuna, e si limitò a
ballare con lui.
Ballavano tutti, solo io ero ancora seduta, non sapevo cosa farmene
delle mie lunghe braccia, delle gambe, le accavallai, mi misi a braccia
conserte, ero tutta un incrocio, mi divincolai, tornai alla posizione di
prima, ma nessuno se ne accorse, nessuno mi guardava, e in fondo
non importava granché, perché io ero invisibile, ero l’opposto di mia
madre.
All’improvviso mi tornò in mente quel suono, l’ululato. Svein
Bredesen aveva le mani posate sui fianchi di lei, la fece volteggiare e
l’ululato riecheggiò nelle mie orecchie.
Gli adulti ballavano, occhi scintillanti e rumore di tacchi sul
pavimento. Dalle gonne ampie si diffondevano nell’aria impercettibili
vibrazioni che arrivavano fino al mio viso. Sentivo l’odore di quei corpi
adulti che si accaldavano, di tutto ciò che si nascondeva sotto ai loro
vestiti, nell’incavo delle ascelle, lungo le schiene, fra le gambe.
Avrei potuto bere da qualche bicchiere, non se ne sarebbe accorto
nessuno, assaggiare qualche superalcolico, ma non ne avevo bisogno,
mi sentivo già ebbra, e sorridevo come mamma, senza saperne il
perché, e fra poco anch’io avrei riso con una risatina gorgogliante,
senza volerlo.
Sarebbe potuta andare avanti così a lungo, sarei potuta restare
ancora per ore lì seduta a guardare la festa, alla fine forse avrei anche
provato a bere qualcosa di alcolico. Avevo già pianificato da quale
bicchiere l’avrei fatto, uno abbandonato da tempo. Sarebbe potuta
andare avanti così, la serata sarebbe potuta finire in modo ben diverso
per me, ma a un tratto vidi delle ombre in veranda, due ombre là fuori.
Si sbracciavano, camminavano avanti e indietro, fissavano all’interno
attraverso le vetrate e io ero l’unica a essermene accorta. Cominciò a
battermi forte il cuore, ma mentre stavo per additarli e svelare la loro
presenza a tutti, ecco la porta della veranda spalancarsi di colpo e
presenza a tutti, ecco la porta della veranda spalancarsi di colpo e
lasciarli entrare, insieme all’aria fredda della sera.
Gli invitati si voltarono, alla fine anche mia madre, il disco
continuava a girare sul giradischi, Svein le fece fare un ultimo
volteggio, poi si bloccò.
Erano mio padre e Sønstebø. Sønstebø barcollava leggermente,
papà era ben saldo sulle gambe, guardò Svein, guardò mamma.
Mi alzai, guarda me, pensai, non guardare loro, guarda me. Avrei
voluto parlare, usare la mia voce forte che piaceva tanto a papà,
riuscire a riempire l’intera stanza con la mia voce, dire qualcosa a
volume davvero alto, qualcosa di cui avrebbero potuto ridere, che lo
avrebbe fatto ridere, o meglio ancora qualcosa che potesse fare una
bella impressione su di lui, ma non un suono uscì dalle mie labbra.
Papà attraversò lentamente la sala da pranzo, diretto verso Svein,
verso mamma, che aveva ancora la mano di lui nella sua e che la lasciò
andare di colpo.
Forse si dissero qualcosa, non ricordo, forse mamma parlò a bassa
voce e a denti stretti, papà in modo chiaro e con freddezza, o forse
rimasero lì così, l’uno di fronte all’altra, prima che lui allungasse la
mano, esattamente come aveva fatto Svein poco prima, e prendesse
quella di mamma, che pendeva inerte lungo il fianco e non voleva
essere presa, per lo meno non da lui. Mio padre l’afferrò, strattonò
mamma tirandola a sé, stretta a sé, e iniziò a ballare.
Anche Sønstebø si mise a ballare, ma da solo, più che altro
ancheggiava facendo smorfie ed emettendo suoni gutturali. E io capii
a cosa stava alludendo: all’ululato di mamma.
Successe tutto molto in fretta, di colpo Svein era vicino a loro due,
disse qualcosa a papà, cercò di liberare mia madre dalla sua presa, ma
lei non voleva essere aiutata, disse qualcosa a Svein, a bassa voce,
tutti gli altri guardavano in silenzio, la musica era l’unico suono che si
sentiva.
Svein rimase là, in piedi, mamma ballava con papà, che la teneva
stretta, non era bello da vedere, avrei voluto piangere, ma non mi
riuscì nemmeno quello. Papà la fece volteggiare, Svein si avvicinò di
nuovo, afferrò mio padre, gli gridò qualcosa, mamma non diceva nulla,
papà si rifiutava di lasciarla andare, poi arrivò Sønstebø, lateralmente.
Sferrò un pugno contro Svein.
Svein indietreggiò barcollando, ma non cadde, riuscì a mantenere
Svein indietreggiò barcollando, ma non cadde, riuscì a mantenere
l’equilibrio, era forte e grosso, in quel momento me ne resi conto,
qualcuno gridò, non io, non mamma, papà la teneva ancora stretta, ma
non ballavano più, lui si era fermato e la stringeva a sé, lei non
opponeva resistenza, Sønstebø si avvicinò di nuovo a Svein, che non si
mosse, vattene, pensai io, scappa, ma lui rimase fermo lì dov’era,
pareva smarrito, come se non si fosse aspettato quel pugno, e di certo
non si aspettava di poter essere colpito di nuovo, e invece fu proprio
quello che accadde, mentre papà stringeva mamma a sé, come se
ballassero stretti, e lei non faceva nulla per impedirglielo.
Ancora una volta, Sønstebø si preparò a colpire Svein, ma qualcuno
entrò nel salone, un altro ospite indesiderato, feci in tempo a pensare.
All’inizio non lo riconobbi, stava finendo le medie, era da un po’ che
non lo vedevo, e adesso eccolo lì, alto quanto suo padre. Ma gli occhi
da scoiattolo erano sempre gli stessi.
Pronunciò il nome del padre, non «papà» o «padre», lo chiamò con
nome e cognome, e finalmente Sønstebø smise di picchiare, e papà
lasciò andare mamma, come se si fosse appena scottato.
«Adesso torniamo a casa» disse Magnus a suo padre. «Dobbiamo
tornare a casa.»
Aveva solo tredici anni, ma un atteggiamento da adulto, sembrava
esserci solo lui nella sala, tutti avevano gli occhi puntati su di lui, tutti
gli adulti erano girati verso di lui e in attesa, come se non avessero
altra scelta.
Magnus si voltò verso la porta, non si prese nemmeno la briga di
controllare che Sønstebø lo stesse seguendo, che cosa stesse facendo
papà, se anche lui stesse andando via. E tutti e due fecero quello che
aveva detto lui, sia Sønstebø sia papà, come se l’adulto fosse Magnus
e loro i bambini.
Ma prima di arrivare alla porta che dava sull’ingresso, Magnus
comunque si girò, non verso di loro, si girò verso di me.
«Ciao, Signe.»
Era la prima volta quella sera che qualcuno diceva il mio nome.
16
David
Non dormivamo, né Lou, né io. Eravamo soli in quel piccolo vano
dalle pareti di stoffa.
Avevo appeso un lenzuolo davanti all’ingresso, in modo da poter
avere una certa riservatezza. Anche se tutti potevano comunque
sentirci.
Ripulii il pavimento dal vomito con uno straccio asciutto che avevo
trovato nel ripostiglio. Sperando che il giorno dopo sarei riuscito a
procurarmi un po’ di acqua per lavarlo. Mi puzzavano le dita. Puzzava
tutto quanto. Ma mi ci abituai. Ne divenni immune.
Poi però arrivarono altri odori. Odori diversi, perché adesso il suo
malessere aveva trovato un’altra via di sfogo.
«Devo andare in bagno» gridò Lou all’improvviso. «Subito!»
Stava per correre fuori, ma io la bloccai.
«Usa il secchio» le dissi.
«No, sul secchio no!»
«Non ce la facciamo a raggiungere il bagno.»
Lei rimase lì, immobile, esitante. Il suo viso si contrasse in una
smorfia, poi si piegò su se stessa. Non riusciva più a trattenersi. Si
abbassò le mutandine. Piegò le ginocchia. Era tutta nuda. Indifesa.
Cercò di mettersi sopra al secchio in plastica rossa.
L’aiutai a centrarlo.
Arrivò subito dopo. Una rumorosa esplosione sul fondo del secchio
in plastica.
Sentii gli altri muoversi nei vani intorno a noi. Se n’erano accorti. E
di certo ne erano disgustati.
Mi assalì un senso di vergogna, ma poi mi convinsi che non era
certo colpa mia. E tanto meno di Lou.
Si sedette sul secchio. Il suo sedere era così piccolo che lei quasi ci
Si sedette sul secchio. Il suo sedere era così piccolo che lei quasi ci
cadeva dentro. Arrivarono altre scariche.
Ne era rimasta traccia sulla parte posteriore delle cosce, quando
finalmente riuscì ad alzarsi.
La pulii senza nemmeno pensare che avevo smesso di farlo già da
due anni. Le era piaciuto imparare a pulirsi da sola. Adesso però
tremava talmente tanto.
Il rotolo di carta igienica era quasi finito. Dovevo procurarmene
altra. Ma l’ultima volta che ero stato in bagno era finita.
Le infilai le mutandine. Pendevano flosce sui suoi fianchi. La
sollevai, il suo corpicino spariva fra le mie braccia.
La misi a letto e la coprii con il lenzuolo. Occupava solo una piccola
parte del letto.
Il secchio maleodorante era ancora lì.
«Papà?»
«Sì?»
«Se mi scappa di nuovo?»
«Adesso vado a svuotare il secchio.»
«E se non ce la faccio? Se mi scappa qui nel letto?»
«Non preoccuparti.»
«Ma se succede?»
Tirai fuori il mio unico maglione. Glielo avvolsi intorno alla vita e lo
passai in mezzo alle gambe, come se fosse stato un pannolino.
Ci fu un momento durante la notte in cui decisi di correre il rischio
di andare al Primo soccorso. Sapevo che non chiudevano mai.
E invece la porta era chiusa a chiave. Le finestre buie. Posati
accanto alla parete esterna c’erano due sacchi dell’immondizia. Uno
era aperto e rovesciato, sul prato si erano sparse siringhe e vecchie
bende.
Lou gemeva.
Continuava a vomitare. Ma non le usciva altro che filamenti
giallastri.
«Bevi un pochino» la esortavo, porgendole la tazza.
Ma non riusciva a tenere giù nemmeno l’acqua.
«Non voglio» singhiozzava fra un conato di vomito e l’altro.
«Ti fa bene» le dicevo. «È meglio vomitare acqua che vomitare
niente.»
niente.»
E quello che non usciva da una parte, usciva dall’altra.
Gli odori si mescolavano. Ben presto smisi di sentirli.
Lou si addormentava, si svegliava, si riaddormentava.
Ogni volta che si addormentava pensavo che finalmente sarebbe
finita.
Ma non finiva mai. Era come se qualcuno le prendesse lo stomaco,
lo tirasse, lo stringesse, lo torcesse. Uno strumento di tortura che si
avvitava sempre più dentro di lei.
Aveva già avuto la gastroenterite. Mai però così forte.
Cercai di ricordarmi che cosa faceva Anna. Le cose che aveva
nell’armadietto. Compresse di carbone vegetale. Loperamide. Io non
avevo niente. E Lou si rifiutava di bere.
Io non avevo niente. E Lou aveva solo me.
Anna. Dove sei? Merda! Ma come puoi lasciarmi qui da solo?
Le ore passavano. Ero così stanco. Così annebbiato. Così
spaventato. Così sveglio. Non avevo più il senso del tempo.
Non mi resi conto di quanto tempo fosse passato fino a quando non
mi accorsi che albeggiava.
Sentii un rumore all’esterno. Passi leggeri che si fermarono davanti
al nostro vano.
Anna, pensai. È arrivata. È qui. Ha sentito Lou. La sua bambina è
malata. Non può non essere vicina alla sua bambina malata. Anna!
«Posso?» s’intromise una voce. «Avete bisogno di aiuto?»
La voce era quella di un uomo.
Dapprima mi sentii assalire dalla delusione. Poi provai sollievo. Solo
perché qualcuno era venuto. Chiunque fosse.
Spostai di lato il lenzuolo.
Era Francis.
Guardò Lou. Gli occhi lucidi.
«L’ho sentita per tutta la notte» disse.
«L’hanno sentita tutti, mi sa.»
«Di questo non si deve preoccupare.»
«Non vuole bere.»
«È stato al Primo soccorso?»
«Chiuso.»
«È riuscito a dormire un po’?»
«No.»
«No.»
«Vada a sdraiarsi sul mio letto. Resto io qui con lei.»
«No.»
«Sì.»
«Non posso andarmene.»
«Sentirà comunque tutto, stia tranquillo.»
Il letto di Francis era rassettato con cura. Come se non lo avesse
neanche usato. Mi adagiai cautamente sul lenzuolo. Non volevo
spiegazzarlo. E lì sdraiato, fermo immobile, scivolai nel sonno.
I gemiti di Lou divennero la colonna sonora degli strani sogni che
feci.
Ero di nuovo nell’acqua. Affondavo. Sopra di me sempre più scuro.
Ma io non facevo niente per tornare in superficie.
Sentivo i suoi gemiti laggiù, in fondo, e pensavo che era lì che
dovevo andare. Che affondare era bello.
Che volevo affondare.
La voce di Francis mi trascinò lentamente in superficie. Cantava
per lei.
La luce era intensa. Il magazzino si era risvegliato alla vita
tutt’intorno a noi, ma non sentivo Lou.
Mi precipitai al nostro vano, mi bloccai sulla soglia. Dormiva
serena.
«Dorma ancora un po’» mi suggerì Francis.
«Può bastare così» dissi sedendomi accanto a lui.
Mi lanciò un’occhiata. «Ha bisogno di dormire.»
«No, no.»
Mi girai verso Lou. Era sdraiata supina, con le braccia sopra alla
testa, i capelli sparsi sul cuscino. Respirava tranquilla.
«È una bella bambina» disse Francis.
«Sì, è vero.»
«Lei è fortunato.»
«Sì.»
Ripensai alla benda che era andato a riprendersi dal bidone
dell’immondizia del Primo soccorso. Che fosse un ricordo? L’ultima
cosa che gli era rimasta?
«Anche lei ha una figlia?» gli chiesi. «Adulta?»
Lui guardò altrove. «Ho una figlia... No. Avevo una figlia.»
Lui guardò altrove. «Ho una figlia... No. Avevo una figlia.»
«Oh... ecco... Mi dispiace. Condoglianze.»
Nella mia bocca quella parola così forte, difficile. Non ricordavo di
averla usata mai prima di allora. Antiquata, roba da museo. Ma era
quella che si doveva dire.
«Acqua non potabile» spiegò. «Intossicazione da acqua
contaminata. È successo tutto così in fretta.»
Acqua contaminata. Così in fretta. Una figlia morta. Due figlie
morte.
«Credo che sia lo stesso» riuscii a dire.
Lui si girò di nuovo verso di me. «Che cos’ha detto?»
Inspirai a fondo e, sforzandomi di controllare il tono di voce,
aggiunsi: «Lou ha bevuto dell’acqua ieri, da una cisterna trovata in un
giardino.»
Lui taceva. Poi, lentamente, disse: «Di solito finisce bene. Quello
che è successo a mia figlia è stata una sfortunata disgrazia.»
«Una sfortunata disgrazia?»
«Il suo fisico era già molto indebolito.»
«Ma Lou... è così magra.»
Posai una mano sulla sua fronte.
«Secondo lei scotta?» gli chiesi.
«Non l’ho toccata» rispose lui. «Sono rimasto qui seduto.»
«La tocchi, per favore.»
Lui le accarezzò il viso con la mano sana.
«Scotta.»
«Sì?»
«Ma ho visto di peggio.»
«Sì?»
«Non credo che arrivi a trentanove.»
«No?»
«Trentotto e mezzo al massimo.»
«Ma non vuole bere.»
«Non ha bevuto niente?»
«Quasi niente.»
«Andrà tutto bene, non si preoccupi.»
Mi guardò e mi sorrise come si sorride a un ragazzo, facendomi
sentire piccolo. Ero solo un ragazzo. Lui avrà avuto l’età di mio padre.
Avrebbe potuto essere mio padre. Avrei quasi desiderato che lo fosse.
Avrebbe potuto essere mio padre. Avrei quasi desiderato che lo fosse.
«Viene da Perpignan, ha detto?»
«Sì...»
«E dov’è diretto?» gli chiesi.
«Qui.»
«Anche noi» gli dissi. «Anche noi eravamo diretti qui.»
«E poi?» mi domandò.
«Non so. Aspettiamo che ci raggiungano. Mia moglie. E mio figlio.
È ancora molto piccolo. Si chiama August. Ha un anno.»
«È fortunato» mi disse lui. «Ad avere qualcuno da aspettare.»
Passò un’intera giornata. Francis rimase sempre nelle vicinanze. A
turno vegliammo seduti accanto a Lou. Lei non migliorava. Solo in un
paio di occasioni riuscii a farle bere qualche sorso d’acqua. Ma la
vomitava sempre subito dopo.
Parlava poco. Più le ore passavano, più diventava difficile riuscire a
comunicare con lei.
Andai parecchie volte al Primo soccorso. Ma non lo trovai mai
aperto.
Chiesi informazioni a una delle guardie. Non ne sapeva niente. Era
da diversi giorni che non vedeva medici.
E la carta igienica continuava a non esserci.
Nel pomeriggio Francis si assentò a lungo. Cominciai a pensare che
ci avesse abbandonato. Feci in tempo ad arrabbiarmi prima che
tornasse. Ma la rabbia si dileguò non appena vidi che cosa era riuscito
a procurarsi.
Una bibita gassata. Una lattina di bibita gassata zuccherata. Non
riuscivo nemmeno a ricordare quando fosse stata l’ultima volta che
Lou aveva bevuto qualcosa del genere.
«Da dove arriva?» gli chiesi.
«Ha bisogno di zucchero e di liquidi» mi rispose. «E di sali
minerali.»
Tirò fuori una bustina con del sale da cucina. «Questo va versato
nella bibita subito prima di dargliela.»
Mi diede il sale e la lattina. E io rimasi seduto lì, con quella lattina
in mano. Metallo liscio fra le dita.
L’etichetta riportava additivi alimentari che iniziavano con la
lettera e. Una poltiglia artificiale, senza traccia di vera frutta.
Ma la cosa più importante era lo zucchero. E il sale.
Ma la cosa più importante era lo zucchero. E il sale.
Dormì ancora per qualche ora. Ma più tranquillamente. Le
interruzioni si fecero sempre più sporadiche.
Poi, intorno a mezzanotte, finalmente accadde qualcosa.
Mi ero addormentato anch’io, sdraiato sul letto di fronte al suo. Ma
non appena sentii la sua voce mi svegliai.
«Sete» disse. «Papà?»
Mi tirai su di scatto.
«Sì.»
Aprii in fretta la lattina. Quel suono era la cosa più bella che avessi
sentito da molto tempo. Il sibilo dell’effervescenza nel momento in cui
avevo sollevato la linguetta in alluminio.
«Bibita?» disse Lou. «Bibita!»
«Aspetta...»
Ci versai dentro un po’ di sale. Sfrigolò a contatto con l’anidride
carbonica della bibita.
Le sostenni la testa con una mano, mentre con l’altra avvicinavo la
lattina alle sue labbra.
Inghiottì.
Bevve. A grandi sorsi.
Finalmente beveva. La mia bambina beveva.
17
Signe
Il mugghiare della burrasca è dentro di me. Mi sveglio di
soprassalto, la sento ancora infuriarmi nelle orecchie, poi svanisce e il
silenzio resta l’unico rumore in me. Sono sdraiata sul pagliolo, non
ricordo come ci sono finita, devo essere caduta qui per sfinimento,
sono rannicchiata per metà sotto al tavolo della dinette, con le casse di
ghiaccio che troneggiano sopra di me, mi sento irrigidita e indolenzita,
faticosamente mi metto a sedere, ho dolori ovunque.
Magnus, tu eri lì alla festa e mi hai guardato dritto negli occhi, con
fermezza e serenità, e dopo quel momento siamo appartenuti l’uno
all’altra.
Non con foga e frenesia, ma lentamente, ci sono voluti anni prima
che arrivassimo a fare qualcosa di più che semplicemente guardarci,
iniziassimo a parlarci davvero, ci prendessimo per mano camminando
lungo la strada sterrata che attraversava il paese, ci sedessimo alla
fine del molo, nascosti agli occhi degli altri e, titubanti, ci baciassimo,
prima che lasciassi andare le tue mani per raggiungere posti
inesplorati, sotto al maglione e alla canottiera che odoravano di
ragazzo, sulla pelle liscia della schiena, prima che ci avvinghiassimo
carichi di quel desiderio di cui ancora non sapevamo cosa fare,
iniziassimo a camminare e parlare, parlare di tutto e soprattutto del
fatto che con nessun altro potevamo parlare così.
Camminavamo e ci allontanavamo dal fiordo, dall’acqua e dalla
valle, salivamo verso il monte, perché lì potevamo restare soli. Il
monte e il ghiacciaio furono il nostro paesaggio di quegli anni.
E poi ce ne andammo: ricordo quando eravamo sul ponte del
traghetto di linea e guardavamo Ringfjorden alla fine della scia della
nave, vedevamo il paese diventare via via più piccolo e io mi sentivo
sempre più leggera.
sempre più leggera.
Scegliemmo di trasferirci a Bergen, era lì che Magnus voleva
andare.
«È vicino a casa» disse.
«È vicino a quella che tu chiami casa» replicai.
«Sarà sempre casa.»
«Non per me.»
«Ne riparleremo fra qualche anno.»
«Se sei così sicuro che resterà casa per sempre, potremmo anche
andare a vivere un po’ più lontano.»
«Bergen è una bella città.»
«Bergen è piovosa.»
«La pioggia è bella.»
«La casa è dove abita il cuore.»
«Eh?»
«È un detto. La casa è dove abita il cuore. Ma è un cliché, e per di
più è debole da un punto di vista linguistico. Il cuore non abita da
nessuna parte. Sono le persone ad abitare da qualche parte.»
«E va bene, smetterò di chiamare casa Eidesdalen e Ringfjorden.»
«Per me, puoi continuare a chiamarli come ti pare.»
«Perché la mia casa sei tu.»
«Che dolce...»
«Vero?»
«Anche questo è debole da un punto di vista linguistico.»
«Sapevo che l’avresti detto.»
Restammo a Bergen. Accettai la sua scelta, accettai molte cose di
lui in quel periodo. Studiavamo ingegneria lui e giornalismo io, ma il
tempo libero era tutto per noi, di lezioni ne seguivamo il minimo
indispensabile, perché succedeva così tanto altro. Era come se la città,
l’intera Norvegia, si fosse ridestata, avesse appena iniziato ad aprirsi
al mondo, tutti noi diventammo parte di una grande ondata, lottammo
con persone di tutto il mondo contro la guerra in Vietnam, la bomba
atomica, i test nucleari nell’oceano Pacifico, ma combattevamo anche
battaglie nostre come quelle contro la Comunità Europea per il diritto
all’aborto, contro lo sfruttamento della natura norvegese.
Ricordo la sua nuca davanti a me al corteo del Primo Maggio. Lui
camminava sempre un po’ più speditamente di me, ma non lo faceva
apposta, e di tanto in tanto si fermava, sorprendendosene, mi
apposta, e di tanto in tanto si fermava, sorprendendosene, mi
prendeva per mano e avanzavamo insieme fino a quando qualcos’altro
non lo distraeva trascinandolo di nuovo avanti, e io riprendevo a
camminare guardando la sua nuca e pensavo che non fosse del tutto
mio, ma che comunque lui c’era. Ricordo di aver creduto che quel
ritmo sostenuto fosse dovuto al fervore, al coinvolgimento, solo molto
tempo dopo mi resi conto che probabilmente, invece, dipendeva solo
dalla smania di finire al più presto.
Abitavamo in due appartamenti diversi, ma dormivamo sempre
insieme, spesso nel suo letto, che era più grande del mio, come anche
l’appartamento, lui aveva il letto in un’alcova, pareva quasi una stanza
a sé, c’era qualcosa di familiare in una suddivisione degli spazi di quel
genere, pensavo. Aveva un non so che di adulto, oltretutto lui di tempo
ed energie per cercare di creare una casa ne aveva investiti ben più di
me. Nel mio appartamento io avevo semplicemente una stanza in cui
andare a dormire quando lui non c’era.
Il letto non era per noi solo il posto in cui dormivamo, ma anche in
cui vivevamo, dopo aver fatto l’amore, nudi, intrecciati l’uno all’altra,
chiacchierando, mentre ci accarezzavamo assonnati petto, capelli,
braccia, schiena, e anche prima di fare l’amore, carichi di aspettative,
a volte indolenti o dubitando di averne le energie, ci capitava di
parlare semplicemente, e basta, ma più spesso il desiderio di averci
prendeva il sopravvento. A letto mangiavamo, bevevamo vino rosso, ci
svegliavamo con i denti blu per non esserceli lavati e ridevamo l’uno
dell’altro, sopportando senza fatica i nostri aliti mattutini, non
indietreggiavamo, anzi, accoglievamo anche quelli con voluttà,
inspirando a pieni polmoni, desiderando di riempirci completamente
dell’altro.
E parlavamo, il letto era il luogo di tutte le nostre conversazioni, di
tutti i nostri progetti. Perché lui pianificava sempre, e sempre più
spesso, mi faceva domande sul futuro, sulle mie aspettative, sui miei
desideri, e in tutte le mie risposte cercava, come per caso, una
coincidenza con i suoi desideri e le sue aspettative.
«Cosa ti immagini? Dove abiteremo?» mi chiedeva.
«Non so... immagino un giardino tutto nostro...»
«Anch’io. Una grande casa in legno di una volta e un giardino. E
alberi di mele, voglio tanti meli in giardino. E tu?»
«Anch’io. Ma solo se le mele le raccogli tu.»
«E su un pendio, magari in montagna, avremo una panchina dove
«E su un pendio, magari in montagna, avremo una panchina dove
andare a sederci e ammirare il panorama quando saremo vecchi.»
«Una panchina?»
«Sì. Una panchina in legno, la costruirò io stesso.»
Ci immagina seduti su una panchina da vecchi, che cliché, pensavo.
E mi piaceva.
«Vivremo vicino al fiordo» continuava, «così avrai sempre a
disposizione la tua Blå. E mentre tu sarai per mare io mi occuperò del
giardino. E raccoglierò le mele.»
«Non dimenticarti delle mele.»
Lui rideva e riprendeva a parlare di noi. Desiderava una
progressiva divisione del lavoro fino a trovarsi in cucina con tanto di
grembiule, a fare la conserva di mele, mentre io tornavo a casa con il
pesce. Non se la sarebbe presa se io avessi cominciato a guadagnare
più di lui, lo diceva chiaramente orgoglioso della sua stessa
generosità, ti concederò di guadagnare più di me, diceva.
Parlava e parlava, era talmente tanto quello che voleva condividere.
«Ci sono molte cose che non capisco» mi disse una volta, «solo dopo
che ci siamo messi insieme ho avuto la forza di pensare a tutto quello
che non avevo capito della mia infanzia.» «E cosa?» gli chiesi. «Molte
cose. Quelle più evidenti, come dover assaggiare la cinghia tanto
spesso. Che fosse consuetudine fra quelli che conoscevamo non è una
giustificazione. Papà, che piangeva mentre mi colpiva... mio Dio, così
tanto piangere, perché anche mamma piangeva, nella stanza accanto,
la sentivamo al di là della parete, singhiozzava come se volesse che noi
sapessimo che non poteva farci niente, anche se era una sua scelta, lei
lo incoraggiava, lui faceva quello che riteneva giusto, che riteneva che
i padri dovessero fare. Funzionava sempre così, era lei a prendere le
decisioni più importanti, sai, per lui, per me, per tutti noi, era lei a
guidarci, con le mani, mani che passava sul grembiule da cucina,
sospirando di disapprovazione e sorridendo incoraggiante... O forse
non era nemmeno lei, ma semplicemente le aspettative che sentivano
riversarsi dal mondo fuori, ma che in realtà si creavano loro stessi. E
ancora ne sono succubi, dicono che vorrebbero che diventassi
ingegnere, che facessi della mia vita qualcosa di più di quanto hanno
fatto loro, perché credono che questa sia la cosa giusta, l’unica cosa
giusta. Mia madre e mio padre sono così tradizionalisti, e questo mi fa
star male, mi butta davvero giù, ma è ciò che li fa andare avanti,
credo, conoscono le regole del gioco, ci sanno giocare, sanno che cosa
è permesso e che cosa è vietato, e non sia mai che potesse venirgli in
mente di muoversi al di fuori del tabellone.»
«Mi fanno pena» disse un’altra volta. «E al tempo stesso mi
rendono furibondo.»
«Non devi esserlo.»
«Sarebbe meglio se ridessi di loro?»
«Non saprei.»
«Sarebbe meglio se riuscissi a riderci sopra. Forse il senso è
proprio questo, non credi? Riderci su, prenderli sul ridere, per non
diventare come loro. Credi che così sarei diverso da loro?»
«Tu sei già diverso da loro.»
«Ne sei certa?»
«Lo sei sempre stato, dalla prima volta che ti ho visto.»
«O sei stata tu a rendermi diverso?»
«Credo proprio che dovremmo esercitarci a ridere.»
E forse è la sua risata che mi porto ancora dentro. Non riesco a
liberarmene, mi culla al ritmo delle onde.
La barca oscilla, ma non più come prima, segue il dolce moto
ondoso della burrasca ormai passata, lentamente, da parte a parte,
onde stremate in procinto di scivolare via.
La mia barca, oh Blå, mi sono addormentata abbandonandoti,
nemmeno più il sonno dello skipper mi riesce, il corpo mi tradisce,
forse perché la ferita che lui mi ha lasciato non si è ancora
rimarginata, perché lui mi ha tradito.
Perché a ben guardare non era poi così bravo nel cogliere i miei
bisogni, nel cogliere i bisogni degli altri, come invece io avevo creduto.
Perché a ben guardare era ancora solo un figlio della sua generazione,
la cinghia se la portava dentro, si portava dentro il luogo in cui era
nato e cresciuto, e a cui voleva tornare. Voleva trasferirsi di nuovo a
Ringfjorden, era stufo di Bergen, diceva, stufo di sentirsi chiedere
un’opinione a ogni angolo di strada, stufo di dover prendere posizione
nei confronti di tutto, stando ben attento che fosse quella “corretta”,
voleva tornare a casa, voleva avere un giardino, una cucina, ma alla
fine in cucina ci sarei dovuta stare io, perché lui non faceva che
cercare in me quello che un tempo ci aveva unito, quello che poteva
ancora salvare.
ancora salvare.
Tutto il resto erano solo parole.
Osava meno dei nostri genitori, non correva rischi, perché in effetti
era anche lui come tutti gli altri giovani uomini che se ne andavano in
giro con la barba ispida e i sorrisi gentili, che attraversavano il mondo
su morbide suole e parlavano di come tutto sarebbe stato diverso,
senza crederci veramente.
Le attività a cui ci dedicavamo, le manifestazioni a cui
partecipavamo, i volantini che scrivevamo insieme: per lui erano
solamente un gioco, e pregusto il momento in cui mi presenterò con il
ghiaccio e lo guarderò dritto negli occhi, sbattendoglielo in faccia nel
cortile di casa sua, chissà che espressione avrà il suo viso rigonfio da
godereccio uomo avanti con gli anni, sulle labbra ancora le tracce di
vino rosso della sera prima, e poi la sua dolce mogliettina dalla fronte
un po’ troppo liscia e dal sorriso un po’ troppo tirato, e i nipoti che di
certo saranno andati a trovarlo. E forse toccherà proprio a loro
schiacciare il ghiaccio sotto ai piedi, sul suolo impolverato,
insudiciarlo, perché è il loro futuro che lui sta rubando, è il loro futuro
che la sua generazione sta rubando... che tutta la mia generazione ha
rubato.
Noi che abbiamo sperimentato sempre e solo crescita, mai ostacoli.
Eh già, forse saranno i bambini a farlo, perché sono loro quelli che
lui danneggia. Ma più probabilmente non ne avranno voglia, perché
nemmeno a loro interessa, i bambini di oggi, sospinti in avanti dalle
generazioni precedenti, conoscono solo la mancanza di ostacoli, non si
preoccupano fin tanto che riceveranno l’iPhone 7 a sette anni, il
lettore dvd per auto, l’appartamento appena compiono i vent’anni, non
si interesseranno al ghiaccio, nemmeno lo vedranno sciogliersi là fuori
in cortile, figuriamoci poi calpestarlo, perché la loro attenzione sarà
sicuramente attirata dal segnale sonoro di uno schermo o da qualche
jingle sintetico. E poi correrebbero il rischio di prender freddo ai
piedi.
Mi gira la testa.
Ho bisogno di cibo, di acqua.
Finalmente riesco a tirarmi su, in piedi. Trovo una tazza,
nell’armadietto c’è un gran caos, l’intero servizio di stoviglie
infrangibili è sparso ovunque, tracce d’acqua all’interno, dev’essere
entrata anche qui, l’armadietto è stato ricavato nel punto in cui il
ponte incontra lo scafo, forse non è perfettamente impermeabile.
ponte incontra lo scafo, forse non è perfettamente impermeabile.
Premo la pompa a pedale dell’acqua dolce. Qualche torbida goccia
scende nella tazza, l’acqua odora leggermente di gasolio, come quasi
tutto a bordo, ma ci sono abituata e bevo avidamente.
Apro il comparto in cui ho stivato i generi alimentari secchi e anche
lì è tutto sottosopra: il barattolo della farina ha perso il coperchio, ogni
cosa è coperta di una patina bianca e umida, la farina mista ad acqua
si è incollata alle buste di zuppe liofilizzate, alle lattine, ai pacchi di
pasta, tiro fuori una confezione di spaghetti, apro la plastica, dovrei
cercare una pentola e aspettare che l’acqua bolla, ma non ce la faccio,
ne prendo qualcuno e lo mastico direttamente così com’è, duro, crudo,
insieme a delle gallette croccanti rammollite dall’umidità.
Me ne mangio mezzo pacchetto, trovo una tavoletta di cioccolato,
contiene olio di palma, lo sapevo, ma l’ho comprata lo stesso, non ce la
posso fare senza cioccolata in mare, tanto qui nessuno mi vede, mi
stupisco di aver pensato, oh Signe, c’è un limite a tutto!
Apro i portelli del tambuccio temendo il peggio, un gran caos,
attrezzatura velica distrutta, scialuppa di salvataggio volata
fuoribordo. E invece è tutto come dovrebbe essere, l’attrezzatura, le
corde, ogni cosa è al posto che le spetta, come prima della burrasca, la
barca ce l’ha fatta, ha resistito, senza che io facessi niente per
agevolarla, so che le imbarcazioni con la chiglia lunga come questa
sono più stabili, possono sbandare ma si raddrizzano, non come quelle
moderne a chiglia corta che rischiano di rovesciarsi, no, la Blå è fatta
per questo, per raddrizzarsi. La Blå si rialza sempre.
Resto in piedi nel pozzetto, un leggero soffio di vento mi accarezza
le guance, il sole fa breccia attraverso le nuvole, l’acqua sul ponte
evapora, il mare è un olio. Quando il cielo si specchia in un mare così
piatto potresti essere in qualunque parte del globo, niente di questo
mare, di questo cielo mi dice che mi trovo nel mare del Nord. La
superficie dell’acqua è identica a quella dell’oceano Pacifico, il mare è
sempre mare, sempre lo stesso mare, fino a che non scendi sotto alla
superficie, sono le specie che lo popolano, i fondali, le profondità e le
alture a dare a ogni mare una sua fisionomia, così come le catene
montuose e la fauna sulla terraferma conferiscono ai diversi territori
peculiarità e caratteristiche proprie. La superficie del mare è il cielo
dell’universo sottostante, il cielo sopra alle alte vette e alle valli
profonde, il cielo per migliaia di creature che non abbiamo mai visto.
Mi riscuoto, vado sul ponte, mi avvicino all’albero, metto i piedi sui
gradini e salgo, fino a due terzi dell’altezza, non faccio fatica a filare la
drizza della crocetta, guardo giù, sotto di me il ponte è così piccolo,
acqua, acqua ovunque, l’orizzonte, il cielo e l’unica cosa che ho,
questa barca.
Blå, oh mia Blå, penso tutt’a un tratto, mi hai salvato quando io non
ero in grado di salvare me stessa, hai preso tu il comando quando non
ce la facevo più. Poi mi riscuoto, ridacchio: quanti sentimentalismi, è
solo una barca, alluminio, plastica e fibra di vetro, legno e corde, e io
sono una skipper, è un mestiere, non si improvvisa, non me la sarei
mai cavata se non avessi avuto un’intera vita di esperienza alle spalle.
Rientro sottocoperta, è tutto in giro, armadietti e cassetti che
credevo di aver chiuso si sono aperti, coltelli e forchette sono state
scagliate qua e là, devo riordinare, ma prima devo controllare la mia
posizione. Non c’è corrente, forse è saltato uno dei fusibili del
pannello elettrico, dovrei andare a verificare, ma non lo faccio, detesto
le piccole scosse che si prendono, conto sul fatto che asciugandosi
tornerà tutto a posto, mi è già capitato altre volte, si tratta solo di
aspettare che il sole e l’aria abbiano di nuovo la meglio, che prendano
di nuovo il sopravvento sull’acqua.
Carta nautica, penna, foglio, sestante. Me li porto su nel pozzetto,
guardo l’orologio, segna le 13:06. Consulto le effemeridi e,
traguardando il sole con il sestante, calcolo la longitudine, so fare
anche questo, sono brava, penso, sono brava, dev’essere concesso
dirsi che si è bravi.
Ma ci vuole tempo, e tanto! È un lavoro di precisione. Quanti anni
sono passati dall’ultima volta che ho usato questo metodo antico... Alla
fine riesco anche a calcolare la latitudine e trovare la mia posizione.
Me ne sto lì seduta a osservare la croce che ho segnato sulla carta
nautica: la barca è lì, io sono lì.
E solo allora capisco dove mi ha portato il vento, mi rendo conto
che è cambiato nel corso della burrasca, vento da nord che mi ha
aiutato, che mi ha sospinto verso sud, sono già all’altezza di
Flekkefjord. Grazie vento, grazie mare, grazie maltempo. Posso di
nuovo issare le vele, proseguire, in rotta verso il canale della Manica.
18
David
Lou masticava e inghiottiva. Era la cosa più bella che avessi mai
visto. Masticava rapida e inghiottiva ancor più in fretta. Sembrava non
bastarle mai. Eravamo seduti nel refettorio. Per la prima volta si era
sentita abbastanza in forze da riuscire a venire qui. Si era svegliata
all’alba per la fame e così eravamo arrivati prima della grande massa.
Tavoli e sedie intorno a noi erano ancora vuoti, e la temperatura
accettabile.
«C’è qualcos’altro?» mi domandò dopo aver svuotato il piatto.
Le avevo dato anche quasi tutto il mio pane.
«Vado a chiedere» le dissi.
Anche se sapevo bene che non ci avrebbero dato altro.
In quel momento vidi arrivare Francis. Doveva aver sentito quel che
ci eravamo detti, perché le allungò un pezzo di pane e si sedette vicino
a noi.
«Grazie» gli dissi io, visto che Lou era occupata a mangiare.
«Adesso andiamo, dai» la incalzai quand’ebbe finalmente finito.
«E dove?»
«Alla Croce rossa.»
Lei allungò le gambe davanti a sé e, guardando i piedi e non me,
disse: «Io posso anche non venire.»
«E invece sì. Sono quattro giorni che non ci andiamo.»
«C’è sempre coda.»
«Può stare con me» propose Francis.
«Sì» disse Lou. «Posso stare con Francis.»
«No» insistetti. «Vieni con me. Pensa se fossero arrivati.»
«Non sono arrivati» ribatté Lou. «Hai sentito che cosa ha detto
quella signora. Se mamma arriva, loro ce lo dicono.»
quella signora. Se mamma arriva, loro ce lo dicono.»
«Andiamo, su.»
«Io non vengo» ribadì lei raddrizzando il collo.
Mi fissava con occhi scintillanti.
Era davvero guarita. A un no del genere non avevo niente da
ribattere.
E così me ne andai. Da solo. Arrabbiato e felice al tempo stesso.
Quand’era stata l’ultima volta che me n’ero andato in giro da solo?
Camminare senza la mano di Lou nella mia, anche solo questo. Aprivo
e chiudevo le dita.
Mi sembrava di poter respirare di nuovo. Lei era guarita. Ce l’avevo
fatta. Mi ero preso cura di lei e l’avevo aiutata a superare il peggio.
Senza Anna.
Senza Anna. Il cuore cominciò a battermi forte.
Oggi, oggi mi diranno qualcosa, mi diranno che sono riusciti a
mettersi in contatto, che li hanno trovati. Oggi Jeanette avrà buone
notizie per me.
Ma quando entrai nel prefabbricato non c’era Jeanette al di là della
scrivania. C’era un uomo, che non avevo mai visto prima.
Non alzò nemmeno lo sguardo.
«Nessuna novità» disse allo schermo.
«Non sa nemmeno chi sto cercando.»
«È da ieri che non ho contatti con nessuno, e nessun nuovo arrivato
è stato registrato. Torni fra qualche giorno.»
«Ma sono passati diversi giorni dall’ultima volta che sono venuto.
Dov’è la signora che lavora qui? Dov’è Jeanette? Lei conosce il mio
caso.»
«Se n’è andata» disse lui. «È stata sostituita.»
«Perché?»
Non mi rispose. Però si prese un biscotto da una scatola che teneva
sotto alla scrivania.
«Mi scusi» borbottò mentre il biscotto si spezzava rumorosamente
fra i suoi denti. «Ho proprio bisogno di mangiare qualcosa. Mezza
razione anche per noi.»
Uscii. Accanto alla porta c’era un bidone dell’immondizia
straboccante. Puzzava in quel caldo. Mi girai. Il cavo metallico della
tenda di fronte a me si era allentato, la tela pendeva sbilenca. E più
avanti qualcuno aveva dipinto delle scritte sulla parete di uno dei
avanti qualcuno aveva dipinto delle scritte sulla parete di uno dei
prefabbricati. Portoghese? Spagnolo? Non avevo idea della lingua, ma
le lettere parlavano da sole, il modo in cui erano state scritte, aguzze,
dure, rabbiose.
La carta igienica che mancava. Il Primo soccorso chiuso. Jeanette
scomparsa. Era tutto sotto ai miei occhi, ma solo in quel momento ci
stavo prestando attenzione davvero. Camminai un po’ a casaccio fra i
prefabbricati, sarei dovuto tornare da Lou, ma non ce la facevo.
Continuavo a vedere cose che non erano come avrebbero dovuto. Le
persone erano più sporche, più magre, l’immondizia si stava
accumulando ovunque.
E mentre vagavo il battito del mio cuore accelerava, sempre più.
Lou era guarita. Ce l’avevo fatta. Ma eravamo ancora una famiglia
dimezzata. E io ero ancora maledettamente solo. E adesso anche il
campo stava andando in sfacelo.
Non ha nessuna importanza quel che faccio, pensai all’improvviso.
Niente ha importanza.
Posso lottare per la vita. Posso lottare per lei.
Ma non ha nessuna importanza se non c’è più alcun posto in cui
vivere.
A un tratto sentii delle voci gridare rabbiose.
Cambiai direzione, mi sentii attratto verso di loro.
Svoltai all’angolo del Magazzino 2.
E lì, sotto al sole cocente, vidi l’uomo della coda, Collo Taurino.
Faccia a faccia con un altro. Era Martin. Urlavano, tutti e due,
gridavano, rossi in volto come personaggi di cartoni animati. Come se
stessero per esplodere. Solo che non c’era niente da ridere.
In quel momento arrivarono Caleb e Christian. Si fermarono un
attimo quando videro Collo Taurino, poi gli si avventarono contro.
Successe tutto molto rapidamente. Fu come se un’ondata avesse
attraversato il campo e tutti quelli che fino ad allora erano rimasti
seduti tranquilli e si erano mossi lentamente, spossati dal caldo, d’un
tratto avessero rabbiosamente ritrovato l’energia del movimento per
scagliarsi l’uno contro l’altro.
Io li guardavo da fuori. Vidi Caleb e Christian affondare i pugni in
Collo Taurino. Vidi uomini accorrere da ogni lato. Prender parte alla
rissa da dove si trovavano. Come per un segnale convenuto.
Come se non avessero aspettato altro.
E anch’io non ero da meno. No, anch’io non aspettavo altro. Ero
E anch’io non ero da meno. No, anch’io non aspettavo altro. Ero
stato così indolente, da così tanto tempo, così lento e prudente.
Sempre con Lou per mano.
Ma adesso non avevo con me nessuno a cui dover badare. E niente
aveva importanza.
Avanzai di un passo.
Sentivo il mio cuore battere. Battere forte.
Un altro passo.
Adesso è arrivato il momento di scegliere. Vuoi schierarti o essere
escluso, restare solo?
Ma non dovetti prendere alcuna decisione. Perché altri arrivarono
di corsa alle mie spalle e mi lasciai trascinare. Mi trascinarono con
loro e io non feci nulla per impedirlo.
Corsi verso Caleb, Martin e Christian. Divenni parte anch’io di quel
che erano in quel momento.
Un ritmo dentro di me. Un esplodere e riesplodere. Qualcosa
rimasto soffocato in me emerse con furia. Qualcosa che avevo avuto
dentro per tutto il tempo.
Braccia, gambe, tutto così rapido. Voci concitate. La mia, le loro,
così alte.
Passi di corsa, erano sempre di più a unirsi a noi, tutti con uno
scopo ben chiaro, tutte le energie concentrate in quello.
Era così facile alzare le mani.
Colpire.
Muovere le gambe e schivare.
Colpire di nuovo.
Noi eravamo di più. Ma loro erano più veloci, più grossi, più pazzi.
Si portavano dentro la stessa furia selvaggia che ricordavo di aver
visto nei peggiori della scuola. Con quelli non sapevi mai cosa ti
sarebbe successo.
E io ero impacciato. Perdevo progressivamente il ritmo a ogni colpo
che tiravo.
Non colpivo.
Venivo colpito.
Il dolore allontanava ogni altro pensiero dalla testa. Era rapido. Un
dolore del genere potevo sopportarlo, riuscii a pensare, è sopportabile,
perché è così rapido, dura il tempo di un attimo.
Solo che non passava. Si diffondeva ovunque, calore in tutto il
Solo che non passava. Si diffondeva ovunque, calore in tutto il
corpo. Formicolio ovunque. Non passava, aumentava. Allontanava ogni
altro dolore.
Fatica a respirare. Facevo fatica a respirare. Il petto mi si
contraeva.
Intorno a me gente che si picchiava, dappertutto. La rissa era solo
un suono, un unico suono. Che inghiottiva tutti gli altri.
Ero seduto per terra. Tremavo. Le ginocchia tirate su contro il
petto, i palmi delle mani aperte davanti a me. Tinti di rosso per il
sangue che perdevo dalla testa.
Christian raggomitolato. Caleb, seduto vicino a Martin, parlava
piano, intontito.
Sudavo, per il dolore e per il caldo torrido. Il sudore colava sulla
schiena, sulla fronte. Sapore di sale sul viso e dentro di me un dolore
tremendo. Ovunque mi faceva male.
E poi qualcuno mi si accovacciò accanto. Mi ero quasi dimenticato
di lei. Ma lei c’era ancora, con quelle sue clavicole sporgenti e le dita
affusolate.
«Venga» mi disse.
Alloggiava in un magazzino più piccolo del nostro. Un cartello
all’esterno informava che era solo femminile. Lei mi trascinò in un
vano simile a quello mio e di Lou.
«Si sieda.»
Marguerite mi indicò un letto.
Feci come mi aveva detto. Lei se ne andò, senza aggiungere altro.
Rimasi lì seduto. Sentivo il suo letto sotto alle mie cosce. Era qui
che dormiva. Qui si sdraiava il suo corpo ogni notte. In quale
posizione? Sulla schiena, tranquillo nel centro del letto?
Raggomitolato in posizione fetale? O a pancia in giù, dando le spalle a
tutto quanto?
Dormiva a pancia in giù, ero pronto a scommetterci.
Tornò poco dopo. In mano aveva una cassetta di primo soccorso. La
posò sul letto accanto a me e l’aprì.
«Prego» mi disse.
«Cosa?»
«Qui c’è tutto quello che le serve.»
«Non potrebbe...?»
«Se l’è cercata lei. Adesso veda di rimediare.»
«Se l’è cercata lei. Adesso veda di rimediare.»
Sbattei le palpebre, un rivolo di sangue mi scese dalla fronte.
«Ma non riesco a vedere...»
«È un suo problema.»
«Non potrebbe...»
«Vuole che Lou la veda così?»
«No.»
«E allora faccia qualcosa.»
Lou. Era con Francis. Lui l’aveva tenuta lontana dalla rissa. Di
sicuro.
Ma adesso di certo si stava domandavo dove fossi finito. Forse si
era pentita di non essere voluta venire con me alla Croce rossa. Se ne
stava lì con Francis, disperata. Si sentiva in colpa, magari anche per la
rissa, anche se niente al mondo era colpa sua.
Mi sbrigai ad aprire la confezione di un tampone disinfettante.
Dovevo fare in fretta.
Me lo passai sullo zigomo che sanguinava.
Lou era con Francis, stavano sicuramente bene, magari avevano
sentito qualcosa, ma non le urla, e non si erano accorti di quanto
tempo fosse passato. E lei era troppo piccola per rimproverarsi.
Presi un altro tampone, mi disinfettai le nocche della mano destra.
Stavano già diventando violacee.
«Ha uno specchio?»
«No» rispose Marguerite.
Era seduta di fronte a me. Lo vedeva se mi stavo ripulendo dal
sangue o no, avrebbe anche potuto farmi un cenno, darmi qualche
indicazione, e invece era perfettamente immobile.
«Mi darebbe una mano?» Le allungai il tampone.
«Il grosso l’ha tolto» mi confermò senza prenderlo.
«Grazie.»
Presi un rotolo di cerotto da una scatola. Ne tagliai un pezzo con
delle forbici che trovai lì. Di cinque centimetri, più o meno. Sarebbero
bastati. Tolsi la parte adesiva e me lo misi sulla guancia.
Marguerite annuì quasi impercettibilmente, a quanto pare lo avevo
messo nella posizione giusta.
Mi tirai su la maglietta, mi passai la mano sulle costole di sinistra.
Posai le dita sullo scheletro. Dapprima delicatamente, poi premendo
un po’.
un po’.
Mi sforzai di non gemere.
Mi alzai, la gamba destra quasi cedette. Dovevo avere una bella
contusione alla coscia, me la sentivo dura come se i muscoli si fossero
lacerati in profondità.
Feci un paio di passi con cautela.
Che male!
Allungai le braccia in avanti, verso l’alto.
Mi chinai.
Un dolore incredibile.
Ma funzionava tutto. Non si era rotto niente. Avevo avuto più
fortuna di quanta ne meritassi.
Mi voltai verso la cassetta di primo soccorso, la risistemai e la
chiusi.
«Dove vuole che la metta?»
«Ci penso io.»
L’appoggiai sul pavimento accanto al letto.
«Grazie» le dissi di nuovo.
Feci per andarmene, a quel punto anche lei si alzò.
«David?»
«Sì?»
Rimanemmo in piedi, uno di fronte all’altra.
«Vi ho cercato» continuò lei.
«Ah...»
«Mi sono chiesta come stavate, lei e Lou.»
«Lou è stata malata. Non siamo praticamente usciti dal
magazzino.»
«Malata?»
Si vedeva che ne era rimasta turbata. Che le importava di noi.
«Adesso sta bene, comunque» mi affrettai ad aggiungere.
«Ne sono felice.»
«Anch’io, voglio dire, ovviamente, ecco io...»
David, tappati la bocca. Così rovini tutto di nuovo.
Lei non disse nulla, ma aveva gli occhi fissi sui miei. E d’un tratto
mi sorrise.
«Non ha affatto un bell’aspetto.»
E mi accorsi che stavo tremando, mi resi conto di quanto fossi
scosso. Frastornato. Pestato a sangue. Mi faceva male tutto, mi
sentivo tutto rotto, a pezzi e molle. Non stavo più insieme come avrei
sentivo tutto rotto, a pezzi e molle. Non stavo più insieme come avrei
dovuto, ero come scardinato.
Ma come avevo potuto lasciarmi coinvolgere in una rissa? Così,
come se niente fosse.
Con una bambina a cui badare e tutto quanto il resto.
Idiota. Debole. Fragile. Con la forza di volontà di un pesce rosso.
Deglutii. Deglutii di nuovo. Non dovevo piangere. Non adesso e
nemmeno dopo.
Ero solo uno stupido moccioso, lo ero e lo sarei sempre stato. Era
già un miracolo che riuscissi a stare in piedi, debole com’ero.
Marguerite vide quanto tremavo.
Il suo sorriso svanì e fece un passo avanti. Posò una mano sul mio
braccio, la sua mano destra sul mio avambraccio sinistro.
La sua mano era fredda, eppure mi bruciava sulla pelle.
Gemetti di nuovo.
Mi faceva male tutto, qualunque movimento facessi, anche quella
lieve brezza che mi accarezzava, anche solo l’attrito dell’aria stessa.
E la sua mano, così, su di me, era quasi impossibile da sopportare.
«Non la tolga» le dissi.
E lei la lasciò.
19
Signe
Procedo a gonfie vele, navigo con il vento in poppa, a una velocità
di cinque nodi per il terzo giorno di seguito, quasi sei nodi in questo
momento, la barca mantiene un’ottima velocità di crociera, il vento da
nord adesso spira leggermente verso est, ma non tanto da impedirmi
di navigare di gran lasco verso sud, la corrente elettrica è tornata,
tutto a bordo funziona a dovere.
Sono sempre in movimento, sento un’irrequietezza costante in
corpo, di colpo sbadiglio, all’improvviso e inaspettatamente, la
mascella scricchiola, mi riempio i polmoni, sono talmente stanca,
profondamente stanca, ho perso il conto delle notti senza sonno, e
adesso che mi sto avvicinando al canale della Manica il traffico
marittimo aumenterà, non posso certo sdraiarmi e confidare nel fatto
che sia sufficiente svegliarmi e controllare l’orizzonte ogni mezz’ora
circa, no, è arrivato il momento di trasferirmi definitivamente nel
pozzetto.
Mi sono fatta una doccia, di acqua dolce ne ho ancora tanta nel
serbatoio, profumo di shampoo nell’aria salmastra, il corpo e la pelle
asciutti e lisci, non più appiccicosi di sudore, ventitré gradi, un caldo
precoce, sono in calzoncini e maglietta, ma i capelli, lavati da poco,
non stanno al loro posto come quando sono grassi e intrisi di
salsedine, mi pungono e pizzicano il viso quando il vento li sfila dalla
coda di cavallo. Dovrei tagliarmeli, le donne della mia età portano i
capelli corti, dovrei prendere le forbici e farlo adesso, subito... anzi no,
poi lui forse non mi riconoscerebbe. Forse Magnus non mi
riconoscerebbe.
Riconoscermi? Come se cambiasse qualcosa, come se fosse
importante. Quello che conta è che lui riconosca il ghiaccio, ghiaccio
che io gli sbatterò in faccia, il suo tradimento e la sua debolezza
che io gli sbatterò in faccia, il suo tradimento e la sua debolezza
sbattuti dritti in faccia.
Avrei dovuto capire fin dall’inizio quanto eravamo diversi. La mia
vita era a Bergen, ma Magnus mi trascinava continuamente a
Ringfjorden e Eidesdalen, parlava dei nostri paesi, degli amici che ci
abitavano e avevano avuto dei figli, parlava a lungo e con calore di
affiatamento, di trasparenza, e parlava della natura, della fantastica
bellezza della natura, queste le parole che usava, come un turista
qualunque.
Mi lasciò intendere che incontrasse saltuariamente mia madre, non
sapevo se succedeva per caso o se era qualcosa di pianificato, non
volli nemmeno chiederglielo, in seguito pensai che avrei fatto meglio a
saperne di più, dei contatti che avevano e di quanto significassero per
lui, ma tentavo costantemente di convincermi che mamma non avesse
alcuna importanza per me e la mia vita, che a me non interessasse
quello che faceva, e che quindi anch’io per lei non avessi alcuna
importanza.
Con mio padre invece ero rimasta in contatto, gli telefonavo almeno
una volta alla settimana, ero sempre io a prendere l’iniziativa, lo
chiamavo dal telefono nel corridoio dell’appartamento.
Un giorno però il proprietario di casa bussò alla mia porta,
qualcuno mi voleva al telefono. Quella volta era stato papà a chiamare
me.
«Pronto, Signe?»
«Ciao, papà.»
Andò dritto al punto: «La Ringfallene vuole deviare il corso delle
Søsterfossene.»
«Che cosa?»
Mi sedetti sul duro sgabello accanto al telefono. Il sole estivo che
entrava attraverso la finestra illuminava il pulviscolo sospeso nell’aria.
«Quando sono iniziati i lavori sul Breio, la Ringfallene si è
assicurata i diritti di sfruttamento delle cascate a un prezzo davvero
irrisorio. E adesso vogliono avvalersene.»
Lì per lì restai senza parole, mi resi conto che non ero nemmeno più
appoggiata allo sgabello, ma già balzata su per metà.
«Signe?»
«Sì...»
«Sai che cosa significa?»
«Sai che cosa significa?»
Avevo la bocca asciutta, mi sentivo la polvere sulla lingua.
«Le Søsterfossene spariranno» risposi.
«Esatto, le Søsterfossene spariranno. Settecentoundici metri di
acqua in caduta libera verranno cancellati, come se non fossero mai
esistiti. In Norvegia le cascate sorelle sono un caso unico, senza
eguali, e adesso loro le convoglieranno in condotte.»
Trattenni il respiro.
«E l’acqua?» chiesi.
«Costruiranno un’altra diga sul monte, a qualche chilometro di
distanza dalla prima. Le acque verranno convogliate in un tunnel.»
«Ma... per arrivare dove?»
«Alla centrale idroelettrica ovviamente» disse lui con una breve e
secca risata. «Verso Ringfjorden.»
«E il lago Eide?»
«Eidesdalen verrà prosciugato completamente, Signe. E a
Ringfjorden andranno la maggior parte degli introiti.»
Non riuscivo a capire, feci domande confuse che lo indussero a
parlare in tono ancor più alto e concitato.
«Tua madre, Signe» continuò. «Lei e Svein. Sono loro a
guadagnarci da tutto questo, con tutte le azioni che hanno nella
Ringfallene. Le Søsterfossene li renderanno miliardari.»
Mamma. Svein.
«Signe?»
«Sì...»
«Hai capito che cosa ti sto dicendo?»
«Ma... e Sønstebø?» gli domandai. «I genitori di Magnus?»
«L’ultima volta Sønstebø ci ha rimesso il pascolo, questa volta ci
rimetterà tutto.»
Quel fine settimana tornammo a casa. Guidavo io, Magnus non
voleva che fossimo una di quelle coppie tradizionali in cui al volante
c’è sempre il maschio. Guidavo io anche se mi sentivo una tale
irrequietezza addosso, anche se ero arrabbiata e nervosa. Lui invece
pareva assolutamente tranquillo, parlava del panorama, del tempo, di
niente. Non capivo come potesse restare così indifferente.
Arrivati nelle vicinanze di Ringfjorden il sole fece breccia fra le
nuvole, la strada correva addossata ai fianchi del monte, stretta e
tortuosa, quasi a livello del mare, bagnata di pioggia, una biscia lucida
tortuosa, quasi a livello del mare, bagnata di pioggia, una biscia lucida
sul terreno. Mi sforzai di concentrarmi sull’arrivo del tragitto, ma
all’incrocio con la strada per Eidesdalen per un impulso improvviso
svoltai e imboccai la strada che portava al monte.
«Non stavamo andando a Ringfjorden?» chiese Magnus. «Tuo padre
ci sta aspettando, no?»
«Voglio vedere le Søsterfossene» dissi. «Devo vederle.»
Attraversammo Eidesdalen, il lago Eide era grande, placido e blu in
quel giorno d’estate, i campi verdi e gli alberi coltivati carichi di frutti
non ancora maturi, superammo il podere di Magnus, di Sønstebø,
cercando di passare inosservati, e arrivammo alle cascate, due nastri
d’argento paralleli sulla parete rocciosa a strapiombo.
Scesi dall’auto e percepii immediatamente quanto l’aria fosse
satura d’acqua, il mio viso s’imperlò di minuscole goccioline, il
frastuono m’investì, migliaia di litri d’acqua al secondo, che pressione,
che ruggito. Le cascate mi spaventavano. Ogni volta che mi trovavo lì
la mia mente si affollava di immagini di persone sommerse da quelle
masse d’acqua, di bambini che inciampavano e scivolavano sulle rocce
viscide finendo sotto a quei getti impetuosi. L’acqua aveva una tale
forza, una tale potenza, avevo sempre creduto che fosse invincibile.
Adesso non più, non di fronte alla mano dell’uomo, agli escavatori,
all’industrializzazione, al welfare state.
Magnus mi raggiunse, mi cinse la vita abbracciandomi da dietro.
«Sono potenti» disse.
«È l’unico aggettivo che ti viene in mente?»
«In che senso?»
«Certo che sono potenti. Ma sono anche belle. Meravigliose.
Stupende. Drammatiche.»
«Dove vuoi arrivare?»
«Hai visto l’ultima brochure turistica? Velo nuziale, hanno scritto.
Potresti dire anche questo... Belle come due spose gemelle davanti al
fotografo. Non suona meravigliosamente bene?»
«Signe...»
«E dovresti aggiungere anche utili. L’avevi dimenticato?»
«Non è il primo aggettivo a cui ho pensato, ma... sì, certamente le
cascate possono essere definite anche utili.»
«Non sono tanto le cascate in sé a essere utili, quanto piuttosto
l’acqua, l’acqua che le alimenta.»
l’acqua, l’acqua che le alimenta.»
«L’acqua che le alimenta è utile.»
«Le cascate sono eccezionali, uniche.»
«Anche.»
Tornai a sedermi in macchina, lui mi seguì.
«Andiamo alla diga» dissi, senza nemmeno chiedergli se era
d’accordo. «Ho voglia di fare un’immersione.»
Magnus restò in silenzio finché non arrivammo al monte.
Parcheggiammo l’auto e proseguimmo a piedi per l’ultimo tratto,
perché la strada che portava alla diga era in cattive condizioni.
Seguimmo il corso del fiume, ormai ridotto a una fenditura asciutta
che risaliva il monte, e ci fermammo in cima. Percepii subito la stessa
sensazione di leggerezza di un tempo, come se fosse più facile
respirare non dovendo più piegare il collo per vedere il cielo.
Lui guardò i cavi dell’alta tensione che si stagliavano sullo sfondo
delle vette.
«Posso dire qualcosa su questo, adesso?» mi chiese indicando i due
grossi piloni.
Sorrisi. «Ma certo.»
«L’aggettivo che utilizzerei è...»
«Non vedo l’ora di saperlo.»
«Orribili.»
«Un aggettivo ben scelto.»
«Vero?»
«Ma...» proseguì, poi si azzittì e mi lanciò una rapida occhiata. «Mi
è permesso aggiungere anche bello?»
«Bello? E perché mai?»
«In un certo senso è anche bello. È la grandezza dell’uomo. Che si
appropria del mondo. Forse è l’ingegnere che è in me a parlare in
questo momento, ma in fondo è proprio questo che ci ha risollevato
dalla miseria. Che ci ha fatto progredire.»
Io tacevo. Dove voleva arrivare?
«La grandezza dell’uomo» ripetei. «Un paradosso.»
«Che cosa?»
«Una contraddizione. L’idea di umanità e l’idea di grandezza
difficilmente convivono nella stessa frase.»
«Dev’essere concesso poter avere due idee diverse
contemporaneamente.»
«Hai mai detto qualcosa del genere a tuo padre? Che pensi che i
«Hai mai detto qualcosa del genere a tuo padre? Che pensi che i
cavi dell’alta tensione siano... potenti?»
«Papà e mamma... se la sono cavata bene senza la malga, davvero.
Non è stato così catastrofico come temevano, hanno ricevuto un
indennizzo, alla fine è andata bene, lo ha ammesso perfino lui.»
Magnus seguì con lo sguardo i cavi dell’alta tensione attraverso le
vette e indicandoli disse: «Questo è il risultato della capacità
dell’uomo di pianificare... di immaginare un futuro, di provvedere a
noi stessi, ai nostri figli, alla nostra vecchiaia. E a quelli che verranno
dopo di noi.»
«E sarebbe questo a renderci superiori a ogni altra specie? La
capacità di pianificare?»
«Provvediamo a noi stessi come ogni altra specie. È nel nostro
istinto.»
«Allora cos’è che ci guida? L’istinto o l’intelletto?»
Lui esitava. «Entrambi.»
«Quindi la centrale elettrica sarebbe il risultato dell’intelletto?»
«Sì.»
«Io credo piuttosto dell’istinto.»
Ripresi a camminare, non avevo più voglia di guardarlo in faccia.
«Non si pianificano enormi centrali elettriche sulla base
dell’istinto» continuò lui affrettandosi a seguirmi.
«Ma se siamo d’accordo nell’affermare che è l’istinto a spingere
l’uomo a provvedere a se stesso e ai suoi simili... ai suoi figli...» dissi.
«Sì?»
«Allora queste centrali elettriche sono il risultato dell’istinto... un
istinto che ha fallito.»
«Fallito?» chiese.
«Tu sostieni che è nella nostra natura provvedere ai nostri
discendenti» gli risposi. «A dire il vero però noi provvediamo solo a noi
stessi. A noi stessi e ai nostri figli. E ai nipoti, al massimo. Di quelli che
verranno dopo ci dimentichiamo. Al tempo stesso, però, siamo in
grado di provocare cambiamenti tali da influenzare centinaia di
generazioni a venire, di lasciare distruzione in eredità a tutti quelli che
verranno dopo di noi. Ergo, l’istinto di protezione è fallito.»
«Sei davvero pessimista, sai?»
Aumentai il passo. Volevo andarmene, ma non riuscii a fare a meno
di ribattere.
di ribattere.
«No, non sono pessimista. Sono determinista. Niente sta a indicare
che le cose andranno bene. Né per quanto riguarda l’uomo, né per
quanto riguarda il mondo.»
«Niente?» disse lui. «Pensa alla guerra...»
«La guerra, certo...» Tentai una risata, ma suonò falsa.
«Pensa agli anni dopo la guerra, pensa ai risultati che siamo riusciti
a ottenere» proseguì lui. «A tutto quello che l’Europa ha ottenuto in un
numero incredibilmente esiguo di anni. Quando gli uomini, insieme, si
sono risollevati.»
«Molto bello.»
«E come puoi dichiararti determinista se partecipi a cortei di
protesta ogni fine settimana e usi il tuo tempo libero per distribuire
volantini?»
«Ho detto che sono determinista. Non ho detto che sono una
persona logica.»
«E io dico che dev’essere concesso poter avere due idee diverse
contemporaneamente.»
Si fermò, mi prese e mi tirò a sé, ma io non ricambiai l’abbraccio,
perché tutt’a un tratto mi resi conto di quanto fossi arrabbiata.
«Signe?»
Mi teneva stretta a lui.
«Prosciugheranno l’Eide, il lago si svuoterà e io non riesco a
credere che davvero ce ne stiamo qui a discutere della bellezza dei
cavi dell’alta tensione.»
«Sì, hai ragione... mi dispiace...»
«Determinismo a parte, noi non possediamo la natura» affermai
liberandomi dal suo abbraccio. «Esattamente come la natura non
possiede noi. E non siamo noi a possedere l’acqua, nessuno la
possiede. Ma proseguiamo incuranti. E anche se credo che alla lunga
non servirà a molto, io continuerò a partecipare a cortei di protesta e
a distribuire volantini, e lo farò finché le gambe mi reggeranno e le
mani mi aiuteranno.»
Eravamo l’uno di fronte all’altra sulla strada e all’improvviso avrei
desiderato essere più alta, perché lui guardava me e la mia collera
come se tutt’a un tratto gli sembrasse che ci fosse qualcosa di strano,
come si guarda un animale bizzarro e non particolarmente attraente.
«E invece sì che possiamo, Signe. Possiamo fare quello che
vogliamo. È ciò che ci distingue dagli animali. Dev’essere possibile
vogliamo. È ciò che ci distingue dagli animali. Dev’essere possibile
pensare tutte e due le cose contemporaneamente: che sia brutale, ma
anche fantastico, che queste opere miglioreranno la vita a migliaia di
noi, adesso e per molti decenni a venire, che creiamo civiltà.»
Non riuscivo a dire niente, sentivo una forte oppressione al petto.
«Sei stato lontano troppo tempo» gli risposi alla fine abbozzando un
sorriso. «Credo che dovremmo ritrasferirci qui prima che tu ti
trasformi del tutto in un ragazzo di città.»
«Forse io parlo da ragazzo di città... O forse sei tu a essere
diventata una ragazza di città» ribatté. «Ho sempre pensato che i
cittadini avessero un rapporto con la natura di tipo più romantico
rispetto a noi. E che noi, che siamo originari di qui, della natura
riuscissimo invece a cogliere anche l’utilità.»
«Pensi veramente quello che hai appena detto?»
Mi voltai e me ne andai. Lui non si mosse.
«Signe?»
Senza seguirmi, fermo dov’era, gridò con voce controllata e calma,
come si fa con un bambino. «Signe, dai. Devi imparare ad accettare
che a volte possiamo non essere d’accordo.»
Io potevo anche accettare il fatto che non fossimo d’accordo su ogni
cosa, certo, ma su questa no, non potevo. E così continuai a
camminare e lui, per fortuna, alla fine mi raggiunse. La mia schiena
deve avergli fatto un certo effetto, perché sdrammatizzò con qualche
battuta scherzosa e lieve, come per mostrarmi che la conversazione
non lo aveva infastidito, e allora io cercai di lasciar perdere e replicai
adeguandomi al suo stesso tono, anche se le sue parole continuavano
a rodermi dentro, avrei voluto gridare, avrei voluto ficcargli in testa le
mie argomentazioni, perché il suo era un tradimento. Come aveva
potuto dire certe cose, le cose che erano sulla bocca di tutti, e al
tempo stesso minimizzare le sue stesse parole facendomi passare per
quella difficile, quella immatura, quella che non sopportava le
divergenze di opinione, quella intransigente che non riusciva a vedere
le due facce della medaglia?
Arrivammo alla diga, all’enorme costruzione in cemento, a quello
strano lago artificiale nel mezzo di un monte. Ero sudata e mi tolsi i
vestiti di dosso senza degnarlo di uno sguardo.
«Ti vuoi tuffare davvero?» mi chiese.
Non gli risposi, entrai in acqua, cercando di mantenere l’equilibrio
Non gli risposi, entrai in acqua, cercando di mantenere l’equilibrio
su un sasso sdrucciolevole, l’acqua mi arrivava a metà polpaccio,
gelida acqua di disgelo, che adesso, in giugno, raggiungeva il massimo
livello.
Il bacino era ampio e la superficie dell’acqua ferma, profonda e
trasparente, la visibilità era particolarmente buona e mi sembrò di
riuscire a scorgere la vecchia malga laggiù.
Mi chinai in avanti, presi lo slancio e mi tuffai.
Fu uno shock quando l’acqua mi avvolse, quel freddo intenso sulla
pelle... Mi spinsi con i piedi, allontanandomi dalla riva, senza voltarmi
a guardarlo, nuotai fino a quando non raggiunsi il punto in cui secondo
me doveva esserci la malga.
E m’immersi, mantenendomi orizzontale e con gli occhi bene aperti,
nonostante l’acqua rendesse tutto sfuocato e poco chiaro: mi sembrò
proprio di vedere la malga sotto di me.
Riemersi, dimenticandomi che ero arrabbiata.
«È qui!»
«Che cosa?»
«La malga. L’acqua è limpida. Si riesce a vedere.»
Allora anche lui si spogliò e si gettò in acqua, annaspò per il freddo,
ma continuò a nuotare nella mia direzione.
«Qui!» ripetei, battendo l’acqua.
Lui immerse la testa, nuotò a faccia in giù sul pelo dell’acqua per
qualche secondo, poi riemerse.
«La vedo anch’io» disse.
E mi sorrise. Aveva già dimenticato tutto. «Vuoi davvero
scendere?»
Io non risposi, ma mi immersi.
Cominciai a scendere verso il fondo con ampie e tranquille
bracciate.
A mano a mano scorgevo sempre più dettagli, la baita era coperta
di vegetazione, come se ancora crescesse l’erba sul suo tetto. Una
staccionata sul davanti, il cancello era chiuso: puntai in quella
direzione.
Le mie bracciate erano potenti, ce l’avrei fatta, ma cominciavo a
sentire il risucchio della bocca di presa. Era chiusa da una griglia, per
proteggere l’impianto da foglie e altri detriti, a un tratto la corrente si
fece più forte, mi trascinava in quella direzione. Quanta acqua, pensai,
quanta acqua sparisce nel tunnel ogni secondo, ogni minuto, e viene
quanta acqua sparisce nel tunnel ogni secondo, ogni minuto, e viene
convogliata giù attraverso le condutture, e scende, scende, mentre la
pressione aumenta, metro dopo metro, fino a raggiungere finalmente
la centrale elettrica di Ringfjorden? E l’acqua intorno a me in quel
momento, anche quella sarebbe stata risucchiata lì dentro, avrebbe
contribuito a creare quella pressione, quell’energia, sarebbe finita
nella turbina facendola girare, diventando parte dell’attimo in cui
l’energia potenziale di ogni singola, piccola goccia si trasforma in
energia cinetica e attraverso il generatore in segnali elettrici, e
l’acqua tutt’intorno a me avrebbe finito per trascinarmi laggiù.
Ma non mi lasciai trascinare, mi opposi, proseguii verso la malga.
Qualche bolla d’aria mi uscì dalle labbra, allontanandosi verso la
superficie, sentii una crescente pressione al petto, mancanza di
ossigeno, ma adesso il cancello era proprio davanti a me, potevo
farcela.
Allungai una mano, lo afferrai, il legno era viscido sotto alle dita,
come pelle di serpente, lo afferrai e tirai, bolle d’aria mi sfuggirono
involontariamente dalle labbra, il cancello era liscio e pesante, ma ci
sarei riuscita.
E poi eccolo lì, aperto... Le pecore, anzi no, i pesci potevano
entrare.
Lasciai andare il cancello, diedi una sgambata potente per
allontanarmi, cercai di non lasciarmi sfuggire altre bolle d’aria dalle
labbra, la risalita in superficie sarebbe stata più rapida quanta più aria
avessi avuto nei polmoni, ma la pressione al petto aumentava, non
riuscivo a compensare, mi sentivo scoppiare le orecchie.
Vidi Magnus lassù, scrutava nella mia direzione.
Più su, più su, potevo farcela.
E finalmente.
Annaspai, inspirai, l’aria sembrava bruciarmi naso e polmoni, mi
vibravano i timpani e il freddo attanagliava ogni singola cellula del mio
corpo.
«Hai visto!» riuscii finalmente a dire.
«Oh, mio Dio» rise lui spaventato. «Stavo cercando di rispolverare
tutto quello che so su salvataggio e rianimazione.»
Nuotammo verso riva, uscimmo dall’acqua tremando per il freddo,
ghiacciati fino al midollo tutti e due.
Poi, quando ripresi a respirare normalmente, mi voltai verso la
Poi, quando ripresi a respirare normalmente, mi voltai verso la
diga.
«Ammettilo, è brutta» dissi.
«Brutta? In questo momento penso solo che sia pericolosa» ribatté
Magnus.
Sollevai una mano, gliela posai sulla schiena, il suo calore sotto alle
mie dita.
Lui non si mosse, restò impassibile fino a quando io non mi strinsi a
lui. «Ammettilo, è brutta.»
Allora lui mi abbracciò. «E va bene. Va bene. È orribile.»
«L’intero impianto?»
«L’intero l’impianto.»
«Allora sei dalla mia parte.»
«Perché, ci sono parti contrapposte?»
«Lo sai benissimo.»
«Okay, allora sono dalla tua.»
Gli credetti, nonostante tutto quello che aveva detto, nonostante mi
mostrasse con chiarezza quanto si stava allontanando. Forse ero
ingenua. Ma volevo credergli. O forse lui mi impedì di non credergli,
perché mi strinse forte e io sentii un gran calore diffondersi in me, il
sole, la sua pelle, eravamo soli lassù, io e lui, e il cielo e il monte e
migliaia di litri d’acqua, e forse il nostro litigio aveva trasformato la
giornata in qualcosa di diverso da come me l’ero immaginata, ma io lo
amavo e pensai che le sue parole non avessero grande importanza,
cercai anzi di dimenticarle, perché dovevo accettare e sopportare una
divergenza di idee. Non c’è nessuna ragione per cui io debba tirarmi
indietro o essere prudente, ricordo di aver pensato.
E poi, quando ci ritrovammo stretti in quell’abbraccio, ansimanti e
nudi, sdraiati sui nostri vestiti come su una coperta patchwork stesa
sull’erica pungente, ricordo di aver pensato che ero felice.
Ero felice quando concepimmo il nostro bambino.
20
David
«Sei già a letto?»
Mi sorpresi nel vedere Lou così. Negli ultimi giorni aveva
recuperato le energie e si rifiutava di andare a dormire presto. Ma
adesso se ne stava raggomitolata, su un fianco, con il corpo a forma di
«c» sotto al lenzuolo e il viso rivolto all’ingresso.
Il magazzino era quasi vuoto. Erano praticamente tutti ancora fuori,
nell’aria calda della sera, dopo essersi nascosti dal sole per tutto il
giorno. Si udiva solamente una coppia di anziani parlare a bassa voce
e il respiro di qualcuno che si era già addormentato.
Mi sedetti sul bordo del letto di Lou, lei sobbalzò. Si raggomitolò
ancor più, come una palla sotto al lenzuolo.
«Qualcosa non va?»
Sussurravo, non volevo disturbare la coppia di anziani.
«No, no» rispose lei.
Un po’ troppo in fretta.
Ripensai alla giornata appena trascorsa. Ero andato al
prefabbricato della Croce rossa. Lei non era voluta venire. Preferiva
restare con Francis, mi aveva detto.
Alla Croce rossa non c’erano novità. Non avevano niente da dirmi.
Le solite risposte di sempre. Andarci era ogni volta più pesante. Ma io
insistevo. Cos’altro avrei potuto fare?
Quando ero tornato da Lou lei era contenta. Rideva di qualcosa con
Francis. Non chiesi di cosa. Non mi venne in mente di chiedere.
Poi eravamo andati alla barca. Avevamo preso l’abitudine di andarci
ogni giorno. Era l’unico posto in cui riuscivo a tenere a distanza i
pensieri. L’unico posto in cui mi sentivo libero. E mi faceva piacere
uscire dal campo. Negli ultimi giorni i magazzini si erano riempiti.
C’erano letti ovunque. Molti erano stati costretti a condividere il
C’erano letti ovunque. Molti erano stati costretti a condividere il
proprio vano con degli estranei, per fortuna io e Lou eravamo stati
lasciati in pace, almeno per il momento.
Le razioni di cibo erano state ridotte. Iniziavo quasi ad abituarmi
alla fame. Al brontolio nello stomaco. A quella sensazione come di
risucchio in tutto il corpo. Al pensare costantemente al cioccolato, al
grasso del bacon, alla cioccolata calda con la panna montata, alle
patatine fritte, alle fritture, al petto d’anatra, alle lasagne, al pâté, al
pane fresco... pane fresco col burro.
Si mormorava che nell’ultima settimana non fossero arrivati
approvvigionamenti al campo, che le scorte fossero state intaccate.
E l’aria che si respirava. Immondizia maleodorante, ammucchiata
ovunque in quel caldo. Le frasi scritte sui muri si moltiplicavano.
Sempre più spesso vedevo gruppetti di persone che s’incontravano
e parlavano piano, solo fra di loro.
Anche i rumori del campo erano cambiati. C’era un tono di fondo,
come represso, che minacciava quasi di esplodere.
La cosa peggiore restava comunque l’acqua. L’avevano razionata
ancor di più. Non ci era più concesso fare la doccia o lavare i vestiti.
Ne avevamo esattamente quanta ne bastava per bere.
Mi svegliavo pensando all’acqua. Ne bevevo qualche goccia tiepida.
Cercavo di tenerne il più possibile da parte per Lou. Mi addormentavo
pensando all’acqua. Con la bocca secca. Cercavo di respirare dal naso
per non usare più saliva dello stretto necessario.
Marguerite non l’avevo praticamente più vista. Mi tenevo a
distanza da lei. O forse era lei a tenersi a distanza da me.
Dopo la rissa, dopo la mano di Marguerite sul mio braccio, mi ero
sorpreso a cercarla mentre vagabondavo all’interno del campo. Mi
pareva sempre di vedere la sua schiena davanti a me in coda, di
sentire la sua voce proprio dietro l’angolo.
Avrei voluto rivederla. E al tempo stesso non avrei voluto.
Fantasticavo su quello che sarebbe potuto succedere. Che cosa
sarebbe successo se lei avesse spostato quella mano. Se la sua mano
fosse risalita sul mio braccio, se mi avesse accarezzato il collo, la gola.
Se mi avesse stretto a lei...
Ma neanche oggi avevo parlato con lei. Eravamo stati alla barca
fino all’ora del pasto. La sera Lou se n’era andata di nuovo con
Francis. C’era un gioco che facevano, mi aveva detto, si erano messi
Francis. C’era un gioco che facevano, mi aveva detto, si erano messi
d’accordo di trovarsi per quel gioco. Era felice, smaniava per andare,
era bello vederla così.
E mentre lei non c’era io mi ero seduto con Caleb e Martin davanti
al magazzino. Con loro riuscivo a pensare a qualcosa di diverso dalla
fame che avevo. Si chiacchierava di tutto e di niente, si scherzava.
Non mi ero accorto che Lou era tornata fino a quando non me l’ero
trovata accanto. Mi aveva sorriso. Un sorrisetto furbo. E poi se n’era
subito andata nel nostro vano. Aveva detto che era stanca e voleva
dormire. E adesso se ne stava sdraiata a letto davanti a me,
nascondendo qualcosa.
Cercai di avvicinarmi, ma non voleva farmi posto.
«Lou?»
Non mi rispose.
«Lou? Che cosa c’è?»
«Niente.»
Non aveva il coraggio di guardarmi in faccia.
«Tirati su, mettiti a sedere.»
«No.»
La coppia di anziani abbassò la voce, si erano accorti che stava
succedendo qualcosa.
«Lou?»
«No!»
Scosse il capo con forza.
«Adesso ti alzi e basta.»
Lei si rannicchiò ancor di più, arrotolandosi come un riccio nel
letto.
La minacciai, ma non servì a molto. Adesso la coppia di anziani si
era azzittita.
«Lou!»
«No!»
Alla fine decisi di sollevarla di peso.
Lou si divincolava fra le mie braccia. Scalciava e si sbracciava. Ma
senza una parola, senza un suono. Solo un basso e affannoso
respirare.
«Ma cosa ti succede? Si può sapere, eh?!» sibilai.
La costrinsi a sedersi sul mio letto. Mi girai verso il suo e tirai su il
lenzuolo.
Non c’era niente.
Non c’era niente.
Lou aveva rinunciato a opporre resistenza. Se ne stava seduta lì
come un ammasso floscio, con un’espressione così colpevole sul viso
che non potei fare a meno di ridere.
E poi capii che cosa mi stava nascondendo. Un rigonfiamento nel
materasso. Ci aveva nascosto sotto qualcosa.
Lo sollevai.
Era una lattina. Chicchi gialli di mais risplendevano sull’immagine
che avevo davanti agli occhi. Mi pesava in mano.
In quello stesso istante la coppia di anziani passò davanti
all’ingresso.
Mi affrettai a nascondere la lattina dietro alla schiena.
«Niente» dissi a voce alta. «Brava, Lou.»
Poi lasciai andare il materasso, presi Lou per mano e la portai fuori.
La trascinai lontano dal magazzino, oltre le file di tende e i
prefabbricati, oltre i capannelli di persone. Dietro ai prefabbricati
igienico-sanitari trovammo un posto in cui stare in pace. Ci sedemmo.
Posai la lattina in mezzo a noi.
«Dove l’hai presa?»
Lou teneva gli occhi bassi.
Serrò le labbra e prese a succhiarsi il labbro, mordicchiandoselo.
Non una parola le uscì di bocca.
«Te l’ha data qualcuno?»
Ancora nessuna risposta.
«Lou? Te l’ha data Francis?»
Lei scosse la testa.
«Qualcun altro? Qualcuno che voleva essere gentile con te?»
Sentivo la mia voce tremare. C’erano così tanti uomini soli, qui.
Soprattutto fra gli ultimi arrivati. Uomini feriti. Collo Taurino, pensai
all’improvviso. Quelli come lui. E la piccola Lou. La sua mancanza di
vergogna, le mutandine che si abbassava senza nemmeno pensare se
qualcuno potesse vederla.
«Chi te l’ha data?»
«Non mi ricordo.»
«Ce l’hai da tanto? Da quanto tempo ce l’hai, Lou?»
«Non mi ricordo, papà.»
«Ti ho detto che non devi accettare niente dagli sconosciuti. Non
«Ti ho detto che non devi accettare niente dagli sconosciuti. Non
puoi mai sapere che intenzioni hanno, quante volte te l’ho detto? Di
non credere a quello che ti dice la gente...»
Di cose da dire ne avevo molte altre. Volevo sgridarla. Perché era
così ingenua, si fidava di chiunque. Avrei voluto scuoterla fino a farmi
dire chi le aveva dato quel cibo. Chi voleva farle qualcosa. Chi voleva
qualcosa da lei. Perché nessuno dà niente per niente, e di certo non lì
al campo. Non in un momento come quello. Ma lei mi precedette.
«Non me l’ha data nessuno.»
E all’improvviso capii.
«Tu... l’hai... presa?»
«No, no.»
«L’hai presa da qualcuno...»
Non osavo pronunciare la parola rubata.
«Papà...»
E non c’era bisogno di sentirmelo dire da lei, perché Lou tremava
tutta.
Era rossa in viso. Le lacrime sgorgarono da sotto alle sue palpebre,
scivolarono giù rigandole le guance. Lacrimoni innocenti da bambino,
difficile non intenerirsi.
Cercai di farmi forza, indurirmi.
«A chi l’hai presa? Chi salterà il pasto oggi per colpa tua?»
«Ma ce ne sono tantissime» balbettò lei. «In una stanza enorme. Ci
sono tantissime lattine. Dovresti vedere quante, papà. Tantissime,
davvero. Tantissime. E io ne ho presa solo una.»
Un magazzino. Il magazzino delle scorte alimentari del campo, tutto
quel che ci restava adesso che i rifornimenti avevano smesso di
arrivare. E lei l’aveva rubata da lì. Avrebbero potuto buttarci fuori per
una cosa del genere.
Mi sentii raggelare.
«Non c’erano guardie?»
Lei mi rispose rapida, non voleva più nascondermi niente: «Sono
entrata da dietro. Strisciando sotto al telone. Ci passavo giusta
giusta.»
Quel corpicino esile. Si sarebbe potuta infilare ovunque.
«Ti ha visto qualcuno?»
Lei scosse la testa. «Nessuno. Sono sicurissima.»
La mia bambina rubava. Dove aveva potuto imparare una cosa del
genere? Com’era successo?
genere? Com’era successo?
Tutto quello che avrei dovuto dirle... Avrei dovuto dirglielo perché
una cosa del genere non accadesse, perché una cosa del genere non si
ripetesse. Ma avevo troppa fame.
«Non farlo più» fu tutto quello che riuscii a rispondere.
Poi andai a prendere l’apriscatole che avevo nello zaino.
Un raschiare metallico.
Usammo le dita come fossero pinzette, indice e medio. Tiravamo
fuori dalla lattina un chicco di mais alla volta.
Quel sapore giallo, croccante, dolce. Ogni singolo chicco di mais si
rompeva fra i denti. Con la lingua lo spingevo fra gli incisivi, cercavo
di dividerlo in due, e poi lo spingevo di nuovo in fondo alla bocca e lo
masticavo a dovere.
Svuotammo la lattina lentamente, in silenzio.
Mi addormentai più in fretta del solito. Il mais nella pancia. I
rumori di tutti quelli con cui condividevamo il magazzino svanirono, il
chiacchiericcio basso, i respiri, i letti che cigolavano, le mani che
frugavano negli zaini e nelle valigie, qualcuno russava. Sprofondai nel
sonno abbandonandomi tutto alle spalle. Affondai nell’acqua. Come se
dovessi restarci a lungo.
Ma qualcosa mi strappò al sonno, quasi subito. Dei suoni
cominciarono a spingermi verso la superficie. Lottai per non
riemergere. Volevo restare laggiù. Ma i suoni erano sempre più forti.
Diventarono urla.
Mi misi a sedere sul letto. Lou respirava tranquilla. I bambini non si
lasciano svegliare da niente.
La coprii con il lenzuolo. Mi alzai e uscii.
Fuori c’era Caleb, completamente sveglio, le braccia incrociate al
petto.
«È lui, di nuovo» disse. «Quel maledetto del Nord. Christian e
Martin non sono riusciti a starci lontano.»
Un colpo forte, qualcuno si mise a gridare. Un cupo fragore. E
Caleb si allontanò di corsa, anche lui.
«Aspetta!» esclamai.
Ma lui corse via per unirsi al branco.
Io rimasi fermo lì, sulla soglia del magazzino. Avrei voluto
raggiungerlo.
Ma Lou era dentro, da sola. Non potevo abbandonarla di nuovo.
Ma Lou era dentro, da sola. Non potevo abbandonarla di nuovo.
Non avrei potuto spiegare altri lividi, sangue e cerotti.
E se si fosse svegliata? E fosse uscita?
Il chiasso aumentava di intensità, le urla erano sempre più alte.
Altri arrivavano di corsa. Cercai di non ascoltare.
Cercai di non sentire gli insulti, le minacce. Tende scoperchiate.
Stoffa lacerata. Colpi secchi e forti di cose che andavano in pezzi.
Ma era la mia gente quella in pericolo.
Caleb, Martin, Christian.
I miei muscoli si tesero. Il cuore prese a battermi.
Dovevo proteggerli. Dovevo essere lì con loro. Glielo dovevo.
Avevamo già lottato insieme, non potevo tirarmi indietro.
Stavo per...
E poi ecco Marguerite. Arrivare a passo svelto, col respiro
affannato. Comparire al mio fianco.
Mi posò una mano sul braccio, di nuovo la sua mano sul mio
braccio.
All’inizio credevo volesse trattenermi, poi capii che aveva paura.
«Sono nel magazzino dove alloggio io» mi informò. «Non potevo...
Sono dovuta andare via.»
La presi per mano e la condussi con me.
Era passato così tanto tempo dall’ultima volta che avevo tenuto per
mano qualcuno che non fosse Lou. La mano di Marguerite era così
grande. Anche se era magra, riempiva completamente la mia.
Ci fermammo sulla soglia del magazzino. Lei respirava più
tranquillamente, ma teneva ancora la mano nella mia.
Senza pensarci la portai con me dentro al magazzino. Fino al nostro
vano, dove Lou dormiva profondamente.
Ci sedemmo sul mio letto.
Lei si lasciò cadere all’indietro.
Anch’io mi lasciai cadere all’indietro vicino a lei.
Aveva tutta questa magrezza, anche quando ero lì coricato accanto
a lei.
Coricato accanto a lei.
C’è qualcosa che non va, pensai.
C’è qualcosa che non va in me, che faccio una cosa del genere.
Che mi sdraio qui e sento il corpo di lei, sento com’è diverso da
quello di Anna.
quello di Anna.
Sento tutto ciò che le rende diverse, tutto ciò che hanno in comune.
C’è qualcosa di sbagliato in me.
Devo smettere, adesso.
Continuai.
Era come quando avevo fatto a botte.
Smettere di pensare.
Pensare tutto.
Pelle sotto alle mani. Un altro corpo contro il mio.
Non volevo che smettesse.
Non volevo altro che smettesse.
Che qualcuno fermasse per me quello che stava accadendo.
Noi due in silenzio. Lou dormiva. Là fuori continuavano, ma erano
lontani, voci che si alzavano e abbassavano.
Facevano rumore per noi. I loro rumori divennero i nostri.
Lei era secca e magra, solo la pancia era diversa, aveva un altro
aspetto. Una riga dall’ombelico le arrivava fino all’osso pubico, la pelle
un tempo era stata tesa.
C’era stato qualcuno là dentro, qualcuno che lei non aveva più
accanto.
Passai le dita su quella cicatrice. Avrei voluto chiedere, ma non ci
riuscii.
Speravo che lei me lo dicesse.
Accarezzai la cicatrice. E quella fu l’unica volta che lei allontanò la
mia mano.
21
Signe
Ricordi, Magnus, quando hai saputo che aspettavo un bambino?
Eravamo tornati a Bergen, avevamo ripreso la solita vita, erano
passate alcune settimane. Era estate, andavamo a lavorare, ci
alzavamo presto e stavamo fuori casa dalle nove alle quattro, e ci
dicevamo che non vedevamo l’ora che arrivasse l’estate per riprendere
la vita da studenti. Contemporaneamente a Ringfjorden il piano
d’azione andava definendosi, parlavo con mio padre quasi
quotidianamente, erano a buon punto, diceva. Il movimento cresceva,
due associazioni nazionali si erano offerte di supportare la causa,
questa volta ci sarebbe stata una mobilitazione. La gente stava
arrivando da Bergen, da Oslo, gli ambientalisti dell’intera Norvegia
parlavano di Ringfjorden.
Ero tornata dal mio lavoro stagionale in una caffetteria, quando ci
feci caso per la prima volta. Stavo salendo le scale e d’un tratto avevo
sentito una pesantezza al seno, a ogni gradino che salivo, percepivo i
miei seni, il movimento che si propagava, un indolenzimento, come se
mi stessero venendo le mestruazioni, ma più intenso, e quanto tempo
era passato dall’ultima volta, quattro settimane – anzi no, cinque –,
avrei dovuto averle la settimana scorsa.
Entrai chiudendomi la porta a chiave alle spalle, l’appartamento era
silenzioso e immerso in una semioscurità, andai dritta in bagno, senza
nemmeno togliermi le scarpe.
E lì accesi la luce.
Mi misi davanti allo specchio, sollevai il pullover, la maglietta.
Quella pesantezza, quell’indolenzimento erano diversi dal solito,
era come se il seno avesse bisogno di sostegno. Dovrei cominciare a
portare il reggiseno? No, no. A parte le vecchie signore e le massaie,
nessuna lo portava, a meno di non esserci costretta.
nessuna lo portava, a meno di non esserci costretta.
Avevo lo stesso aspetto di sempre, eppure qualcosa era cambiato, e
mentre me ne stavo lì illuminata dalla fredda luce del bagno, con il
pullover tirato su fino alle ascelle, mi resi conto anche degli altri
sintomi, che avevo già da qualche giorno, ma a cui non avevo prestato
particolare attenzione: l’aumento di salivazione, la sensazione di
nausea.
In piedi davanti allo specchio, tenevo alzato il pullover di lana color
verde mela. Le mie braccia riflesse erano come angoli acuti, come ali,
e all’improvviso capii che aspettavo un bambino, e sentii una gran
leggerezza dentro, le braccia come ali, avrei potuto volare, ma non
sapevo se ne avrei avuto il coraggio.
Fu lui a venire da me quella sera – glielo chiesi io –, volevo che ci
trovassimo qui, nel mio impersonale appartamento anziché nel suo.
Si accorse di quanto fossi silenziosa e io glielo comunicai
praticamente subito.
«Credo di essere incinta.»
Era così felice che all’inizio non riuscì a dire niente. Poi mi chiese
se ne ero sicura.
«Sicura? Che cosa intendi esattamente con il termine “sicura”?»
Rise, si alzò e con un balzo si avvicinò a me, che stavo seduta sul
letto, e mi tirò su, mi abbracciò con una intensità tale da sollevarmi i
piedi da terra, poi si bloccò.
«Scusami, non pensavo a quello lì dentro.»
«Sempre che ci sia qualcuno lì dentro.»
«Ma non lo hai detto tu?»
«Ho detto “credo”. Sono sempre stata regolare come un orologio.»
«C’è qualcuno lì dentro.»
Poi mi appoggiò una mano sulla pancia.
«È solo un agglomerato di cellule» dissi.
«No. È un bambino. Il nostro bambino. Secondo te è un maschio o
una femmina?»
«Ancora non ci ho pensato.»
«Signe!»
Rise di nuovo, una risata forte, strana e molto felice. Poi si chinò,
mi baciò e mi trascinò verso il letto.
Dopo, restammo sdraiati in silenzio uno accanto all’altro, lui mi
Dopo, restammo sdraiati in silenzio uno accanto all’altro, lui mi
accarezzava la fronte e le guance.
«Signe, credo che dovresti chiamarla.»
Mi girai verso di lui. «Chi?»
«Lo sai chi.»
«Adesso?»
«Le figlie hanno bisogno delle madri, soprattutto se diventano
madri a loro volta.»
«Ancora non ci sto nemmeno pensando al fatto che diventerò
madre.»
«Dovresti farlo.»
«È ancora troppo presto per pensarci.»
«Chiamala.»
«Tutto quello di cui ho bisogno è affrancarmi dalla mia infanzia.»
Premetti il naso contro il suo braccio.
«Far finta che non esista» disse lui, «non è la stessa cosa che
affrancarsi.»
Con gentilezza spostò il braccio, cercò un contatto visivo.
«Non le telefonerò» dissi.
«Sei cresciuta in una situazione conflittuale, ma questo non
significa che sia un tuo conflitto.»
«E da quando sei diventato psicologo?»
«... Sono il tuo ragazzo.»
«Ma secondo te avrei bisogno di andare in terapia.»
«Non saprei... forse. Tu cosa credi?»
«Io non ho tempo per la psicanalisi.»
«Signe, non ti ho detto che dovresti andare in terapia, ti ho solo
detto di telefonare a tua madre...»
«... Tre ore due volte alla settimana di monologo sdraiata su un
divano... non ho tutto questo tempo. Né soldi. E poi io credo di più in
un approccio comportamentista. Sono un ratto. Ho imparato che il
contatto con mia madre provoca frustrazione. Ergo: mi tengo
lontana.»
«Tu non sei un ratto.»
«Lei è una leva. Quando abbasso la leva ricevo una scossa elettrica.
E vorrei che la smettessi di fare Skinner.»
«Non faccio Skinner.»
«Vorresti rinchiudermi di nuovo in laboratorio.»
Mi divincolai da lui, mi sdraiai di schiena, con lo sguardo al soffitto:
Mi divincolai da lui, mi sdraiai di schiena, con lo sguardo al soffitto:
era scrostato, ingiallito dal fumo di sigaretta e dall’età.
«Dovrei ridipingerlo.»
«Cosa?»
«Il soffitto.»
«Perché?»
«Perché si ridipinge un soffitto?»
«Stai evitando il discorso.»
«Il discorso è chiuso. Da molti anni.»
«Vorresti investire i tuoi soldi in questo misero appartamento?»
«Suppongo che il proprietario mi rimborserà le spese.»
«Ma non ci trasferiremo qui a vivere, no?»
«Perché no? Costa poco.»
Lui rise. «È piccolo. E diventerà troppo piccolo.»
«Per ora è solo un agglomerato di cellule.»
Mi girai di nuovo verso di lui, ma non aggiunsi altro. Smettila,
Signe, lo sai che cosa vuole, e ti ama, perché trattarlo così?
Risi piano, perché fosse chiaro che stavo scherzando, e lo
abbracciai.
Ma lui non ricambiò il mio abbraccio.
«Vorrei che lo chiamassi in un altro modo» mi disse.
«Okay.»
«Okay.»
«Scusami.»
«E poi telefona a Iris.»
A Iris, non a tua madre.
«Preferirei stare sdraiata su un divano sei ore alla settimana.»
«Costa meno fare una telefonata a casa.»
«Non voglio che lo sappia nessuno, non ancora. Né lei, né papà, né i
tuoi genitori.»
«Ma io ho voglia di dirlo...»
«Non ancora. Per favore. Non sappiamo nemmeno se andrà tutto
bene.»
«E va bene. Aspettiamo. Ma tu potresti chiamarla comunque.»
«Vedremo.»
«Pensaci su. Vorrei solo che andasse tutto bene quando nascerà il
bambino.»
«Ci penserò.»
«Ci penserò.»
Ma non ne ebbi il tempo, perché poco tempo dopo mio padre ci
richiamò a Ringfjorden. Il momento era arrivato.
I locali della piccola casa sul porto che mi erano sempre sembrati
così angusti parevano essersi espansi, c’erano persone ovunque,
conversazioni concitate, una donna cucinava verdure in due enormi
pentole e sul pavimento era stato fatto spazio per poter dipingere
manifesti e striscioni.
PROTEGGIAMO LA NATURA !
STOP ALLA CENTRALE ELETTRICA !
SENZA SØSTERFOSSENE EIDESDALEN MORIRÀ !
Papà si era fatto crescere la barba, sembrava più giovane, più
simile agli altri uomini che erano arrivati in gran numero e con cui
conversava animatamente. Me li presentò tutti, soffermandosi più a
lungo in compagnia di Lars, che aveva la sua stessa età, ma una barba
più lunga e rivestiva chiaramente un ruolo di leader fra i manifestanti.
Parlavano e parlavano, tutti insieme, soprattutto Lars, soprattutto
papà, con quella rapidità tipica della gente di Oslo. Il suo viso era
acceso di fervore, per la lotta che era appena cominciata, eravamo noi
ad avere i mezzi più potenti, parlavano di Gandhi, dei metodi pacifisti,
dell’efficacia di una simile protesta, del modello indiano, di resistenza
passiva, di disobbedienza civile sulla base del concetto religioso di
Ahim.saˉ.
«Evitare di nuocere. Nonviolenza... solo così potremo ottenere dei
risultati» disse papà. «E adesso, fra non molto, gli occhi dell’Europa
saranno tutti rivolti alla Norvegia, alle Søsterfossene, a Eidesdalen.»
Si spinse gli occhiali un po’ più su sul naso, erano rotondi, non
molto diversi da quelli di Gandhi, non molto diversi da quelli di Lars,
riuscivo a percepire l’ardore che trasmetteva e non vedevo l’ora di
darmi concretamente da fare anch’io. Afferrai un pennello, mi
inginocchiai e con mano ferma iniziai a riempire di colore i contorni
tracciati a matita della parola EIDESDALEN , con una vernice a olio di un
rosso sgargiante e dall’odore penetrante che riempiva la stanza e mi
intontiva leggermente, e forse non faceva nemmeno tanto bene al
bambino, ma non avevo tempo di pensarci.
Verso sera arrivò Sønstebø, lui e Magnus si scambiarono un goffo
abbraccio, come al solito, come se si conoscessero appena e
comunque non certo come fanno un padre e un figlio, fino a che papà
non si intromise con un fiume di parole separandoli l’uno dall’altro.
non si intromise con un fiume di parole separandoli l’uno dall’altro.
Molta altra gente era in arrivo da Oslo, raccontò, e da Bergen, il
giorno dopo avrebbero allestito un campo per i manifestanti.
«Questa lotta la vinceremo! Per le Søsterfossene e per Eidesdalen!»
«Sì» disse Sønstebø. «Bene.»
«E i cittadini di Eidesdalen sono pronti?» chiese papà.
«Sì» rispose Sønstebø. «Certo.»
«Molto bene. In quanti verranno?»
«Alcuni. Non so esattamente... Hanno i poderi a cui badare, tutti
quanti...»
Non disse molto altro e non mi accorsi di quando se ne andò, stavo
parlando con una studentessa di Oslo che aveva la mia stessa età e,
come me, si era licenziata dal lavoro estivo per poter contribuire alla
causa, mi commossi quando me lo raccontò.
Dormimmo a casa di papà, sul pavimento, Magnus e io, stretti
stretti fra molti altri corpi, eravamo scomodi ma al tempo stesso ci
sentivamo molto rassicurati.
Il mattino dopo caricammo l’auto, mio padre ci diede la sua vecchia
tenda, lui se n’era comprata una nuova, i sacchi a pelo e il fornello da
campo li avevo portati con me da Bergen. Poi partimmo per il monte.
22
David
Mi svegliai con una sensazione di frastornante leggerezza. Lei se
n’era andata durante la notte, senza dirmi perché. Sarà stato per Lou.
Ed era certo la cosa migliore da farsi.
Comunque era come se Marguerite fosse ancora lì. Accanto a me
nel letto. Il calore che aveva lasciato. L’incavo nel materasso dov’era
sdraiata.
Mi girai verso Lou che si stava per svegliare. Le sorrisi. Avevo
voglia di proporle qualcosa, un giro, un gioco, un picnic. Giocare a “ce
l’hai” sotto agli alberi. Una caccia al tesoro, ecco, avrei organizzato
una caccia al tesoro per lei.
«Oggi vengo con te» disse Lou.
«Che cosa?»
«Non resto con Francis. Vengo con te per sentire di mamma. Voglio
venire con te da quelli che trovano le persone.»
Anna.
August.
I suoi quattro dentini da latte. Gli ampi movimenti con le piccole
braccia quando sbatteva un gioco per terra. E il verso che faceva per
la gioia di quel ritmico battere.
Anna, il suo sorriso al mattino, occhi socchiusi che splendevano
verso di me nel letto. E le guance arrossate quando si svegliava, come
se fosse stata fuori, nell’aria fresca, fino a quel momento.
Ma cosa stavo facendo?
«Bene» le risposi mettendomi svelto a sedere sul letto. «Bene. Sono
proprio contento che tu voglia venire con me.»
Uscimmo insieme. Era la Lou di sempre. Parlava e parlava. Ma non
della lattina di mais. Forse se n’era dimenticata, o forse si era
dimenticata che avrebbe dovuto sentirsi la coscienza sporca. O magari
dimenticata che avrebbe dovuto sentirsi la coscienza sporca. O magari
in un certo senso aveva capito che la mia coscienza era decisamente
molto più sporca della sua.
Lei era come ieri, passi leggeri sull’erba secca, sulla terra. Lei era
qui, presente.
Io invece fluttuavo da qualche altra parte, senza avere i piedi ben
piantati per terra. Fluttuavo. Mi sollevavo e andavo a fondo al tempo
stesso.
Di coda oggi non ce n’era. Una donna, che mi era già capitato di
vedere fra i tanti che andavano spesso alla Croce rossa, stava
sbirciando all’interno del prefabbricato quando noi ci avvicinammo.
Poi richiuse la porta e se ne andò senza guardarci.
Posai la mano sulla maniglia e l’abbassai. Il pavimento, quel bel
pavimento pulito, era coperto di polvere.
Al posto della scrivania c’era una superficie lucida. Un semplice
rettangolo su una superficie grigia. Come quando una fotografia viene
staccata dalla parete. Al centro la prolunga che prima era collegata al
computer, solitaria e inutile.
«Se ne sono andati» disse Lou. «I trovatori se ne sono andati.»
«Ma no» le dissi. «Avranno trasferito l’ufficio in qualche altro punto
del campo.»
Lou rimase piuttosto silenziosa mentre ce ne andavamo in giro fra
prefabbricati, tendoni e magazzini. Per questo io parlavo di più.
«Ecco, guarda, saranno sicuramente qui, dietro l’angolo. No...
Allora sai che facciamo? Lui, ecco, chiediamo a lui, lo saprà
sicuramente. Anzi, andiamo all’ingresso e chiediamo a loro.
Nell’ufficio della direzione sapranno certamente qualcosa. Oppure, sai
cosa? Qui non ne sapranno niente, ma noi ce la caviamo anche da soli.
Ce la faremo da soli. Troveremo mamma e August.»
Parlavo e parlavo, non solo per tenere alto il mio morale, non solo
per consolare Lou, ma soprattutto per nascondere quello che vedevo.
Tutto era peggiorato. Bidoni dell’immondizia colmi. Vestiti lavati
gettati a terra sotto a un filo stendibiancheria. Sporchi di terra e di
polvere. Padelle incrostate buttate in un fossato. Beni personali, un
borsone, due tazze, un reggiseno, un libro, abbandonati fra due
prefabbricati.
Davanti al deposito delle scorte alimentari c’erano due guardie. In
Davanti al deposito delle scorte alimentari c’erano due guardie. In
uniforme. Con elmetto, giubbotto antiproiettile e mitragliatrice.
Continuai a parlare, come se non ci fossero state. Ma Lou mi strinse
forte la mano, senza guardare né loro, né me, guardando altrove.
Credo comunque che non avesse visto la cosa peggiore. Perché
quando me ne accorsi, quando vidi i serbatoi dell’acqua, ci
allontanammo in fretta.
Erano in fondo al campo. Venivano riempiti quotidianamente. Non
avevo mai visto il livello scendere al di sotto dei tre quarti.
Adesso invece l’acqua arrivava a stento a metà serbatoio.
Usavamo l’acqua e non ne arrivava altra.
Strattonai Lou.
«Aspetta» mi disse lei.
«Sì...»
Ma continuai a trascinarmela dietro senza fermarmi.
Ce ne saremmo dovuti andare, era il momento di partire,
proseguire il viaggio.
Ma... Andare dove? A sud c’era la guerra e fra poco ci avrebbe
anche raggiunto, a nord i confini erano chiusi.
Occidente, era quella l’unica direzione possibile, ma lì c’era solo il
mare, nient’altro che mare.
Potevamo partire e cercare di salire su una nave.
Ma dal mare ci separavano parecchie decine di chilometri. Ed
eravamo senz’acqua. Non potevamo metterci in cammino senz’acqua.
E poi, la cosa più importante di tutte, Anna e August... ci avrebbero
dovuti raggiungere qui. Eravamo d’accordo. Prima o poi sarebbero
arrivati.
Era solo questione di aspettare.
Aspettare. Continuare ad aspettare.
Con Lou per mano uscii dal campo. Volevo tornare alla barca,
l’unico posto in cui provavamo sollievo, dimenticandoci di tutto il
resto.
Non mi ero accorto che Marguerite ci aveva seguito.
Evidentemente ero troppo occupato a chiacchierare e a riempirmi la
bocca di questo e di quello per non correre il rischio di dover parlare
di quello che avevo visto.
Stavamo camminando già da un pezzo lungo la strada quando lei
era sbucata all’improvviso. Ansimava, come se avesse corso per
era sbucata all’improvviso. Ansimava, come se avesse corso per
riuscire a raggiungerci.
«Ciao.»
Sorrise. Un po’ imbarazzata.
Il mio cuore ebbe un tuffo, un sorriso idiota da adolescente spuntò
sulle mie labbra.
«Ciao!»
Ma come potevo sorriderle in quel modo? Cosa stavo facendo?
«Ciao» disse Lou spostando lo sguardo da me a lei e viceversa.
«Ho gridato per chiamarvi» spiegò Marguerite.
«Ah» commentai io.
«I trovatori sono spariti» disse Lou.
«Intende dire quelli della Croce rossa» spiegai.
«Quelli che trovano le persone» disse Lou.
«Si saranno trasferiti» aggiunsi, rivolto a Lou, «o magari si sono
presi una pausa.»
«Sicuramente» confermò Marguerite senza convinzione.
Ci eravamo fermati, uno di fronte all’altra. Lou fissava Marguerite.
Mi sarebbe piaciuto sapere che cosa le passava per la testa. Che
avesse capito qualcosa?
«State facendo un giro?» chiese Marguerite.
«Sst! » avrei voluto dire a Lou. Non raccontarle niente. Ma non ne
ebbi modo.
«Stiamo andando alla barca» rispose lei. «Puoi venire con noi, se ti
va.»
Lou si arrampicò svelta su per la scala e scavalcò il parapetto.
Lasciai che Marguerite salisse per seconda. Mi domandai se
avrebbe esitato, se avrebbe detto che era molto alto, se avrebbe
domandato se la scala fosse stabile.
Ma non disse nulla.
Indossava solo una canotta. Vedevo i muscoli tendersi sul collo e
sulla schiena mentre si muoveva.
E mentre salivo le sentii ridere lassù.
«Ti stavamo aspettando» disse Lou quando la mia testa arrivò
all’altezza del parapetto. «Marguerite e io ti stavamo aspettando.»
Aprì i pannelli in legno che sbarravano l’accesso all’interno e
sgattaiolò in dinette.
«Prima le signore» dissi a Marguerite, pentendomi immediatamente
«Prima le signore» dissi a Marguerite, pentendomi immediatamente
delle mie parole.
Ma lei mi sorrise. Il secondo sorriso della giornata. «Grazie.»
Si stava così stretti là dentro, non me n’ero reso conto fino a quel
momento, finché c’eravamo stati solo Lou e io. Ma due corpi di adulto
erano troppi.
Ovunque mi girassi, c’era Marguerite. Cercai di non avvicinarmi a
lei, ma finivo comunque per sfiorarle un braccio con il mio, sentivo
comunque l’odore dei suoi capelli quando mi passava accanto.
Non volevo avvicinarmi a lei. Non volevo. Ma non riuscivo a
pensare ad altro. Che ad avvicinarmi a lei. Mi spinsi addirittura a
immaginare che Lou non fosse lì con noi.
Anna. Anna. Oh, mio Dio. Ma che razza di uomo ero? Che razza di
compagno di vita? Ma cosa stavo facendo?
Alla fine andai a sedermi al tavolo da carteggio. Lì, accanto a me,
non c’era posto per nessuno.
Lou mostrò il bagno a Marguerite.
«Papà dice che funziona. Ha controllato la pompa.»
«Che bello» disse Marguerite.
«Ma non possiamo usarlo qui» le spiegò Lou. «Perché andrebbe a
finire tutto nel giardino.»
«Che schifo» disse Marguerite.
«Eh, già! Che schifo!» ripeté Lou ridendo.
Continuarono a chiacchierare.
Ridevano. Si divertivano.
Fin troppo.
Mi girai verso il tavolo da carteggio. Sulla parete erano stati fissati
degli oggetti poi chiusi in vecchi sacchetti di plastica.
Li tolsi, uno dopo l’altro. Erano strumenti. Mi ricordavano la sala di
controllo al lavoro. Lessi rapido i nomi: ecoscandaglio, vhf, gps.
Poi mi accorsi che il piano del tavolo era mobile. Lo sollevai. Carte
nautiche. Grandi buste in plastica trasparente contenenti carte
nautiche.
Le presi, le appoggiai davanti a me.
Mare bianco, azzurro lungo le coste, azzurro più scuro nei punti
meno fondi. La terra. Marrone chiaro, quasi dorato. Un colore
azzeccato. Terra arida. Il mare era coperto di numeri, numeri
ovunque, ci misi un po’ a capire che si trattava delle diverse altezze
dei fondali.
dei fondali.
Lungo la costa i numeri erano fitti, in molti punti la profondità
andava da uno a due metri, al largo invece, sul mare bianco e vuoto, i
numeri erano più distanziati. E la profondità maggiore.
Duecentocinquanta metri, trecento, quattrocento.
Quanta acqua poteva contenere un mare? Quanti litri? Un mare di
trecento metri di profondità e mille metri quadrati di superficie...
quanta acqua conteneva?
Il calcolo mi diede le vertigini. Infinitamente tanta acqua. E tutta
assolutamente non potabile.
«Acqua morta» così la chiamava Thomas, il mio capo. «Inutile. Non
puoi usarla per abbeverare le piante. Né te stesso. Il sale è morte.»
Era sempre stato orgoglioso del lavoro che faceva. E quel senso di
orgoglio era riuscito a trasmetterlo a tutti noi. «L’acqua salata è il
futuro, David. Tramutare l’acqua in vino è una gran cosa, ma quello
che facciamo noi è anche meglio. Noi siamo i prestigiatori del
domani.»
Solo che di magie non riuscivamo a farne abbastanza in tempi
rapidi. Non eravamo in numero sufficiente. L’impianto era troppo
vecchio, troppo usurato, troppo piccolo.
E poi... mi tornò in mente quando l’edificio aveva preso fuoco, e le
fiamme l’avevano avvolto. Bruciava così bene, così in fretta. Che
qualcosa contenente talmente tanta acqua potesse bruciare così...
«Dov’è stata?»
Marguerite alle mie spalle, indicava la carta.
«Io... eh? Non ho capito...»
«Le carte mostrano dov’è stata la barca, no?»
«Ah... Sì. Credo...»
Abbassai gli occhi sulla carta nautica che avevo davanti.
«Questa è la Francia.»
«Il litorale atlantico» specificò lei, indicandolo. «Lì c’è Bordeaux.»
Spiegai la carta e ne tirai fuori delle altre. Raffiguravano tratti della
stessa costa, erano in parte sovrapponibili. Da Bordeaux a Brest via La
Rochelle. Ampie superfici delle carte erano semplicemente bianche.
Mare, golfo di Biscaglia.
«Ce ne sono altre?» chiese Marguerite.
Tirai fuori tutte le buste di plastica contenenti carte nautiche. Aprii
la prima, ne tirai fuori quattro fogli. Cercai di distenderli davanti a me,
ma erano troppo grandi per il piccolo tavolo della dinette.
«Portiamole fuori» propose Marguerite.
Lou aiutò a spiegare le carte e distenderle sull’erba secca del
giardino. Marguerite le sovrappose parzialmente, mostrando a Lou
come ricomporle.
C’era un leggero venticello, le carte svolazzavano, Lou e
Marguerite trovarono dei sassi con cui tenerle ferme.
Io rimasi in piedi a guardare. I loro due colli chini. Marguerite che
spiegava tranquilla, Lou che parlava vivacemente, a voce alta. E
intanto, a poco a poco, lì a terra, l’intera costa occidentale dell’Europa
si svelava spiegandosi sotto ai nostri occhi.
«Da nord» disse alla fine Marguerite. «Lei è arrivata qui da nord.
Da molto a nord.»
«Lei chi?»
«Lei la barca, è così che si dice delle barche. Come fossero delle
signore.»
«Ma è solo una barca» disse Lou.
Marguerite rise. Io trasalii. Era una risata arrugginita. Come se non
fosse abituata a ridere.
«Da nord?» chiesi.
Dalle terre dell’acqua.
Spaziai con lo sguardo sulle carte seguendo un percorso verso nord
a partire dal canale della Manica. Le Havre, Calais, Oostende,
Vlissingen, Den Helder, Cuxhaven, Sylt, Esbjerg, Hirtshals, Egersund,
Stavanger, Haugesund...
Mi avvicinai alle carte nautiche della Norvegia. Mi soffermai su
quelle delle aree più settentrionali.
Che costa, pensai. Così diversa da quella francese. In confronto a
quelle, le nostre coste erano come una linea retta sul mare. Le coste
norvegesi erano così tortuose, frastagliate, frammentate in migliaia di
isolette. E interrotte da lunghi, imponenti fiordi che si allungavano
nell’entroterra per decine e decine di chilometri.
«Noi siamo qui» spiegò Marguerite, indicando un punto sull’erba, al
di fuori delle carte.
«Dov’è il mare?» chiese Lou guardandosi intorno.
«Molto, molto lontano» le rispose.
«Molto, molto lontano» le rispose.
«Ma come ci è finita qui una barca?» domandai io.
«Nell’entroterra...»
«Venite» ci disse Marguerite.
Si addentrò fra gli alberi. Si fermò un attimo. Sole e ombra
baluginavano sul suo viso. Poi sembrò che avesse scoperto qualcosa
dietro alla casa.
«Di qua» disse.
Ci fece un cenno con il capo, voleva che andassimo con lei. E noi la
seguimmo nella boscaglia, dove ci indicò una strada sterrata quasi
interamente ricoperta di vegetazione.
Correva parallela al letto di un ruscello prosciugato. Ciottoli
morbidamente arrotondati su quello che un tempo doveva essere stato
il fondo.
Poco dopo il terreno cominciò a digradare. Camminavamo in
leggera discesa.
Arrivammo a una struttura diroccata sul ruscello.
Marguerite si bloccò nel vederla.
Tavole in legno rose dalle intemperie, marcescenti.
«Che cos’è?» chiese.
Io mi meravigliai. «Non hai mai costruito una diga da bambina?»
«No» rispose lei. «Non ho mai costruito niente.»
No, certo... Quelle come lei non costruivano, non ne avevano
bisogno... Perché costruire qualcosa se puoi semplicemente averla?
Proseguimmo lungo la sterrata, poco dopo il paesaggio si aprì. E lì,
in mezzo agli alberi, la intravedemmo.
Una striscia di fango, quasi seccato del tutto.
«Un fiume?»
«Un canale» disse Marguerite. «Il canal de Garonne. Che si
congiunge con il canal du Midi. Un tempo dividevano la Francia in
due.»
«In due?» domandò Lou.
«I canali dividevano la Francia in due, ma collegavano insieme i
mari. L’oceano Atlantico e il mar Mediterraneo.»
«E adesso l’acqua dov’è?»
«Il canale si è prosciugato. Ma si riempirà di nuovo, se ricomincerà
a piovere.»
«Quando ricomincerà a piovere» dissi io.
«Cosa?»
«Cosa?»
«Il canale si riempirà di nuovo quando ricomincerà a piovere.»
Marguerite mi guardò, stava per dire qualcosa.
Ma io la fissai con durezza. Avrebbe dovuto capirlo, una volta per
tutte.
Non potevamo parlare in quel modo davanti a Lou.
Marguerite sembrò capire.
«Quando ricomincerà a piovere» si rivolse a Lou, «il canale si
riempirà di nuovo... Tutto quello di cui abbiamo bisogno è solo un po’
di pioggia.»
Tornammo insieme al campo. Lou in mezzo a noi due. Mi aspettavo
che da un momento all’altro potesse alzare le braccia e prenderci per
mano. Potesse chiederci di sollevarla in aria mentre camminavamo.
Farla saltare. Come facevamo io e Anna.
Ma lei continuò a camminare, senza dare la mano a nessuno. E
questo fu un bene. Perché non sarebbe stata una cosa da fare, non con
Marguerite.
Passammo davanti a un trattore. Fermo sul ciglio della strada.
Abbandonato.
Qualcuno aveva sfogato la sua furia su quel trattore, squarciandone
i sedili in pelle con un coltello e tirandone fuori l’imbottitura in
gommapiuma.
Marguerite mi guardò, al di sopra della testa di Lou. Forse si
domandava se fosse poco sicuro camminare per quelle strade da soli.
Aumentammo il passo. Tornammo svelti al campo.
«Grazie» disse Marguerite una volta arrivati. «Per avermi mostrato
la barca.»
«Già...» borbottai io.
«Prego» disse Lou.
«Buona notte» augurò Marguerite. «Allora ciao, ci vediamo...»
«Puoi venire anche domani, se vuoi» aggiunse Lou.
«Non credo che possa venire» intervenni.
«Non puoi?» le chiese Lou.
«Vengo volentieri» rispose Marguerite.
Ma non aspettò il mattino successivo.
Tornò quella stessa notte.
Era lì, con il suo corpo. Quella sua fluttuante durezza sotto alle mie
Era lì, con il suo corpo. Quella sua fluttuante durezza sotto alle mie
dita. Quell’ossuta morbidezza.
Sei qui, pensavo.
Sei qui, sotto di me, sopra di me.
E io non riesco a farne a meno. Non vedo ragione di doverne fare a
meno. Non riesco a pensare a perché dovrei farne a meno.
Anna era un buco nella mia testa. Anna e August erano un buco
nero che inghiottiva ogni cosa.
Ma Marguerite mi riempiva di nuovo. A poco a poco.
Non parlavamo. Anche se io avrei voluto. Avrei voluto sapere tutto
di lei. Sentire tutto.
Ma non potevamo parlare. Perché Lou dormiva silenziosa.
Potevamo solo restare lì sdraiati. Uno sotto l’altro. Uno sull’altro. E
avrei voluto singhiozzare. Urlare. Gridare. Ma cercai di essere il più
silenzioso possibile.
E intanto speravo che il buco si rimpicciolisse.
E intanto odiavo che il buco si rimpicciolisse.
23
Signe
Niente vento, accendo il motore, viaggio a basso numero di giri in
modo da poter sentire meglio, sono in piedi, mi allungo, ma non riesco
a vedere molto.
33,1 chilometri è la larghezza minima dello stretto di Dover, o
passo di Calais, ho la Francia a sinistra e l’Inghilterra a dritta, mi
tengo vicina alla costa britannica per schivare il traffico dei traghetti,
è come se la terraferma si stringesse intorno a me, il vento si placa e
si alza la nebbia, dall’Inghilterra, ovviamente, patria della nebbia.
Inghilterra, Inghilterra, eccoti di nuovo, non ci sono più tornata,
l’ho evitata, odore di fritto, fumo di sigaretta, sapore di mattoni, lo
sguardo dell’uomo alla reception, e non ci tornerò, mai, nemmeno se
avessi bisogno di un porto di rifugio, preferirei piuttosto naufragare.
Sotto allo stretto corre un tunnel, è inconcepibile, ogni ora
centinaia di persone percorrono in treno il tunnel sotto di me, con
milioni di litri di acqua sopra alle loro teste. Che coraggio, quelli che
tutti i giorni salgono sul treno e in scienza e coscienza si fanno
trasportare sotto al fondale marino: un luogo in cui sentirsi più
rinchiusi, prigionieri e sotterrati non penso possa esistere.
La nebbia s’infittisce, nuvole che amano la terra, diceva mio padre,
a lui la nebbia piaceva, ma questa nebbia, qui... adesso... La visibilità
diminuisce, il mare evapora davanti a me, dietro di me, non vedo più il
cielo.
È buio, un buio particolare, grigiastro. Accendo le luci di via, non
che servano a molto, più che altro per fare tutto il possibile, aziono il
corno da nebbia, il suo debole fischio viene inghiottito dall’aria densa
di umidità, un suono prolungato e due brevi, un suono prolungato e
due brevi.
Ma ho la posizione, ho la bussola, se solo procedo nella rotta
Ma ho la posizione, ho la bussola, se solo procedo nella rotta
appena rilevata e aziono il corno da nebbia, sono al sicuro.
Mi aggrappo al timone, la pelle sbianca sulle nocche, gli occhi
incollati all’ago della bussola, tutti i suoni sono svaniti, come se fossi
immersa nel vuoto o nello spazio cosmico, l’umidità dell’aria impedisce
alle onde sonore di propagarsi, aziono di nuovo il corno da nebbia, ma
il fischio è così debole che non si sente quasi.
Proseguo, stessa rotta, mantengo una velocità estremamente
ridotta, tre nodi, di questo passo ci vorranno ore per oltrepassare lo
stretto, ma non oso fare diversamente.
E poi lo sento, il motore di un’altra barca, no, non è una barca... è il
martellante, possente rumore del motore di una nave.
Mi giro.
Da dove arriva?
Solo grigio, un muro di grigio ovunque mi volti.
La nave si avvicina, il rumore aumenta, ma... da dove? Spengo il
motore, ascolto, irrigidita, il fruscio del tessuto della mia giacca
quando mi muovo, la nave, la nave che ancora non esiste se non come
un martellante, cupo boato che gradualmente e inesorabilmente
aumenta di intensità.
Mi giro di nuovo, il suono viene da dritta. Torno con la testa nella
posizione di partenza – no, arriva da sinistra. Maledetto udito,
l’orecchio destro ci sente meno del sinistro, forse per quella volta che
mi trovavo troppo vicina al megafono, o forse per la smerigliatrice
angolare quando ero ad Alta. Alta... l’ennesima sconfitta. Ci hanno
messo una giornata a disperderci, credevamo di vincere, e invece in
un solo giorno si sono sbarazzati di tutti noi. Adesso però l’udito non
conta più così tanto, perché adesso la vedo, la nave, che avanza,
un’enorme ombra grigia, una montagna esattamente davanti a me.
Che procede esattamente contro di me, da sinistra.
Il mio corno da nebbia fischia, un suono prolungato e due brevi, un
suono prolungato e due brevi, ancora e ancora, ma il rombo del
motore della grossa nave lo inghiotte, non mi hanno visto, avanzano,
allora giro con forza il timone e spingo il motore al massimo e...
Solo pochi metri mi separano dalla nave, riesco a scorgere le
chiazze di ruggine sulla fiancata, le saldature sulla struttura in acciaio.
Probabilmente il comandante lassù sul ponte non mi ha visto, non
sa e non saprà mai che quel giorno ha quasi travolto e rischiato di far
sa e non saprà mai che quel giorno ha quasi travolto e rischiato di far
naufragare una solitaria velista norvegese di sessantasette anni.
Il comandante svanisce di nuovo, alle mie spalle, con tutta la nave,
e a me sembra di intravedere un chiarore, o forse sono solo i puntini
luminosi che danzano davanti ai miei occhi, perché solo ora mi
accorgo che sto ancora trattenendo il fiato.
E rido, rido forte per il sollievo.
La risata riecheggia, penetra attraverso la nebbia e riecheggia.
Sono inarrestabile, penso.
Sono, e sono sempre stata, inarrestabile.
Inarrestabile.
Soprattutto nella battaglia per Eidesdalen, mossa com’ero dalla
rabbia, dal bambino che cresceva in me, ricordo bene come la rabbia
crescesse insieme a lui, come m’infervorasse e mi accalorasse ogni
giorno di più.
Inarrestabile, ma non felice. Ci sono persone che vivono tutta la
vita con una luce negli occhi, che attraversano il mondo tranquille e
sicure, capaci di godersi un buon pasto, una serata in compagnia, una
passeggiata nel bosco con chi si ha a cuore, capaci di mettere da parte
queste esperienze, tenerle dentro e tornarci su nei momenti difficili,
aggrapparcisi, trarne beneficio, scaldarsi il cuore. Credo sia una
capacità innata, genetica, come l’avere talento per i numeri o le
parole.
Ma lassù io ero felice, ricordo di essere stata felice. Il campo dei
manifestanti fu allestito verso la fine della strada di accesso al
cantiere, in alta montagna, a millecento metri di quota, dov’era in
progetto la costruzione della diga di sbarramento. Ma non ci sarebbe
stata nessuna nuova diga, nessun tunnel, né condotte verso la centrale
elettrica, ne eravamo convinti, perché ogni giorno altri manifestanti si
univano a noi, in breve arrivammo a superare i cinquecento, la
maggior parte erano giovani, alcuni avevano portato i figli, era estate,
periodo di ferie, e questi bambini scorrazzavano vivaci qua e là, come
fosse una colonia estiva.
Le tende, basse tende d’alta quota in grado di resistere alle avverse
condizioni meteo, erano disseminate su un’area ampia e pietrosa.
Lassù, così in alto rispetto al livello del mare, il tempo era inclemente,
pioveva spesso, perché ci trovavamo proprio nel punto in cui le nubi
provenienti dal mare incontravano le montagne. Ma noi non ci
lasciavamo abbattere. Le giornate erano lunghe e luminose, e noi
lasciavamo abbattere. Le giornate erano lunghe e luminose, e noi
condividevamo tutto: racconti, cibo, caffè, sigarette e impegno. La
sera ci riunivamo intorno a un grosso falò e riempivamo il silenzio
della montagna con canti e letture ad alta voce di lettere e articoli di
giornale. Leggevamo qualunque cosa arrivasse a noi e ci riguardasse.
Ogni giorno ricevevamo attestazioni di solidarietà e sostegno in forma
di lettere, giornali e cibo che piccoli aerei da turismo ci lanciavano,
tutti segnali del fatto che riuscivamo a far parlare di noi, che saremmo
entrati nella storia, perché mai prima di allora una battaglia
ambientalista norvegese aveva avuto tanta risonanza. E soprattutto: la
nostra protesta aveva varcato i confini nazionali, di noi si scriveva
anche sui quotidiani svedesi, danesi e perfino tedeschi.
Non mi sono mai sentita a casa come lassù, e speravo che potesse
durare per sempre. Ma i ricordi di quel periodo non sono qualcosa con
cui scaldarmi il cuore, perché di lì a poco tutto sarebbe finito, insieme
a quel che restava della mia vita, per come la conoscevo.
L’inizio della fine... fu forse il pomeriggio in cui arrivò il capo della
polizia di Ringfjorden. Era stato nominato da poco, un paio d’anni, e
né io né Magnus lo conoscevamo, era un tizio giovane che parlava con
un forte accento di Stavanger.
Ci chiese di andarcene, insistentemente, vivamente, senza rabbia,
facendo riferimento al codice penale, che a suo dire noi tutti stavamo
infrangendo, e informandoci che correvamo il rischio di essere
sanzionati con un’ammenda o con la reclusione.
«Vi esorto quindi ad andarvene immediatamente in modo da non
intralciare il proseguimento dei lavori.»
Strinsi la mano di Magnus.
«Scordatelo!» dissi piano, a lui e a me stessa.
E infatti restammo, ovviamente, e saremmo rimasti finché non ci
avessero portati via di peso.
Ma il capo della polizia aggiunse: «Avete rivendicato quel che
volevate rivendicare, avete raggiunto l’obiettivo che vi eravate
prefissi.»
«Che eloquenza...» commentai io.
«Credevo apprezzassi chi sa esprimersi» disse Magnus.
Mio padre si avvicinò al capo della polizia e sorrise.
«Siamo consapevoli del fatto che lei sia qui perché non ha
alternativa» esordì. «Ma è venuto in rappresentanza della gente di
alternativa» esordì. «Ma è venuto in rappresentanza della gente di
Ringfjorden, solo di Ringfjorden... Non vedo il capo della polizia di
Eidesdalen...»
«E io non vedo neanche molti cittadini di Eidesdalen qui tra voi»
ribatté il capo della polizia.
«Hanno i loro poderi a cui badare» spiegò papà. «E noi non siamo
qui solo per loro. Siamo qui per la natura, per il merlo acquaiolo, per i
molluschi d’acqua dolce.»
Il capo della polizia indugiò esitante. I tre poliziotti di supporto
schierati dietro di lui sembravano non sapere dove mettere le mani.
Noi eravamo in cinquecento, loro in quattro.
«Credo di aver detto quello che dovevo dire» concluse il capo della
polizia e arretrò di un passo.
«E noi l’abbiamo ascoltata, ma non ubbidiremo alle richieste»
ribatté papà.
«Allora non posso che sperare in una conclusione pacifica»
aggiunse il capo della polizia.
«Noi siamo sostenitori della nonviolenza» disse mio padre.
«Se lo siete davvero, dovreste valutare le conseguenze che vi ho
appena illustrato e sgombrare l’accampamento.»
Aveva un non so che di impacciato ora che gli mancava un foglio su
cui leggere.
«Poveraccio» commentò Magnus.
«Nessuno lo costringe» replicai.
«Fa il suo lavoro» disse Magnus.
«E va bene» concluse il capo della polizia ad alta voce. «Ci
rivedremo sicuramente.»
«Sa dove trovarci» lo salutò mio padre.
Il capo della polizia fece un cenno con il capo ai tre poliziotti e se
ne andarono.
Noi esultammo, tutti insieme, quando l’auto, acceso il motore, si
allontanò.
«Uno a zero per noi» disse papà.
Senza alcun commento Magnus tornò alla tenda e io lo seguii.
Aveva iniziato a piovigginare.
«Hai fame?» gli chiesi.
Lui si strinse nelle spalle.
Presi dalla tenda il fornello da campo. All’improvviso mi sentii tutta
intirizzita, le mani mi tremavano mentre versavo l’alcol nel bruciatore,
intirizzita, le mani mi tremavano mentre versavo l’alcol nel bruciatore,
la bottiglia era già mezza vuota, l’indomani ce ne saremmo dovuti
procurare altro.
Aprii una lattina di spezzatino di manzo e patate con verdure e
cominciai a scaldarla direttamente sulla fiamma. L’odore del cibo in
scatola non mi piaceva, nemmeno mangiarlo, mi sembrava sempre che
sapesse soprattutto di lattina, e in quel momento il vapore che saliva
da quella poltiglia di spezzatino in forma di zuppa mi penetrava dritto
nelle narici. Quel tipo di alimentazione non faceva che aumentare le
mie nausee e di certo non era salutare per il bambino.
Magnus se ne stava seduto sulla soglia della tenda. L’apertura alle
sue spalle era sbilenca, il telo fra i paletti non era teso come avrebbe
dovuto, e lui se ne stava seduto lì come un sacco, anche se i piatti di
alluminio ammaccati in cui avremmo dovuto mangiare erano ancora
sporchi.
«Non vai a lavarli?» lo incalzai sbattendogli i piatti davanti.
«Non c’è bisogno di usare quel tono.»
«Ma ci vai o no a lavarli?»
«Signe, tu lo sai che prima o poi ce ne dovremo andare, no?»
Non gli risposi, continuavo a rimestare con il cucchiaio nella lattina,
lo spezzatino si stava attaccando al fondo in sottile alluminio.
«Perché non ce ne andiamo? Adesso...» suggerì Magnus.
«È pronto. Devi andare a lavare i piatti.»
«Signe?»
«Si sta attaccando, si brucia tutto.»
«Non puoi almeno scendere a parlare con Iris?»
«Che cosa?»
Di nuovo con il suo nome. Iris.
«Lei è davvero dispiaciuta, Signe.»
«Hai parlato con lei?»
«Per favore... non potresti cercare di aprire un dialogo con lei?»
Aprire un dialogo?!
«No» risposi.
«Sono stato da lei, ieri.»
«E quando?»
«Ieri sera.»
Non mi ero nemmeno accorta che si fosse allontanato dal campo.
«È dispiaciuta che tu... che voi... la prendiate così sul personale.»
«È dispiaciuta che tu... che voi... la prendiate così sul personale.»
«E come dovremmo prenderla?»
«Lei è pur sempre tua madre.»
«Tu non la prendi sul personale? Si tratta della tua famiglia. Della
tua valle.»
«Io cerco di tenere separata la causa da quello che è personale.»
Non riuscii a trattenermi dal ridere, una risata breve e secca, quasi
un colpo di tosse. «Io non capisco proprio come dovrei prenderla
secondo te. Se non sul personale. Si può sapere che cos’hai?»
«Quelli che sono arrivati qui da Oslo, da Bergen» continuò
indicando con un cenno del capo il grande falò, «loro forse lo hanno
capito. Loro sono qui per la causa.»
«No» ribattei. «Sei tu a non aver capito. Anche loro la considerano
una faccenda che li tocca personalmente. Si tratta delle loro cascate,
della loro acqua, della loro valle. Anche se non sono di qua.»
Lui rimase in silenzio per un po’, aveva un’aria sfinita, poi allungò
le braccia verso di me, con un debole sorriso. «A volte non capisco
proprio dove trovi le energie, Signe.»
«Dove trovo le energie? Come se avessi un’altra scelta...»
Quando arrivò la sera sgusciai come sempre nel sacco a pelo, ma
stentavo a prendere sonno, il freddo e l’umidità mi intirizzivano e, per
quanto stringessi e chiudessi il sacco a pelo, non riuscivo a
liberarmene, e non ce la facevo ad allontanarmi dal telo della tenda,
che mi sembrava sempre troppo vicino alla faccia. In bocca avevo il
sapore dello spezzatino in scatola bruciacchiato e dell’alcol, tutt’a un
tratto il sapore dell’alcol era diventato per me così insopportabile, e la
pioggia, che continuava a cadere incessante, l’umidità che impregnava
ogni cosa... Ma non potevo condividere niente di tutto quello con
Magnus, che dormiva con il viso girato dall’altra parte, perché sarebbe
stato come dargli ragione.
24
David
«Nutriamo il legno» disse Lou.
Avevamo trovato carta vetrata, olio e pennelli nel capanno degli
attrezzi. E stavamo nutrendo le tavole crepate con l’olio. Il legno lo
assorbiva tutto. Come la terra arida assorbe l’acqua. L’olio cambiava
la superficie del legno. L’ammorbidiva, le conferiva un colore più
caldo.
Eravamo noi tre e la barca. Non ero riuscito a scoprire dove
avessero trasferito la postazione della Croce rossa. Volevo solo
fermare il tempo.
Mettemmo ordine negli armadi. Trovammo vecchi libri, qualche
scatola di cibo, lenzuola.
Marguerite tirò fuori una pila di cuscini per il pozzetto. Odoravano
di muffa.
«La muffa se ne andrà lasciandoli al sole» disse lei portando i
cuscini fuori perché prendessero aria.
Mentre lavoravamo, pensavo a Marguerite. Alle sue labbra sulle
mie.
Avrei voluto poterla stringere a me, poterla baciare. Cingerle la vita
con le mani, affondare nei suoi capelli.
Ma Lou era sempre lì. Con quella sua voce acuta e gli occhi svelti
che vedevano tutto, o magari niente, chissà.
E non desideravo che se ne andasse. Perché mi piaceva vederla
vicino a Marguerite. Mi piaceva sentirle parlare. Sentirle ridere.
Passarono tre giorni.
Non parlavamo dei giorni che erano passati, Marguerite e io, né di
quelli che sarebbero venuti, o della siccità, o di quanto era passato
dall’ultima volta che aveva piovuto. Né del tempo.
Parlavamo solo di quello che mangiavamo, dell’acqua che
Parlavamo solo di quello che mangiavamo, dell’acqua che
bevevamo, del sole in cielo, degli alberi nel viale. Della barca.
E ogni volta che il discorso sembrava poter toccare qualcosa di
diverso, facevo sempre in modo di interromperlo. E lei altrettanto.
Anche Lou ci era d’aiuto in questo. Con quel suo chiacchiericcio, le
sue risate.
Lou parlava molto di Francis. Avevano un gioco tutto loro, diceva.
Ma non le chiesi di quale gioco si trattasse.
Passarono tre giorni. Arrivò il quarto.
Il quarto giorno Lou, inaspettatamente, annunciò di non voler
andare alla barca. A quanto pare, doveva giocare con Francis tutto il
giorno. Si erano messi d’accordo.
Io cedetti. Troppo in fretta. Perché sapevo che così saremmo
rimasti da soli, Marguerite e io.
Andammo alla barca. Senza scambiare una parola. Io non guardavo
lei, ma solo la strada davanti a me, la polvere che il vento caldo
sollevava. Camminavamo vicini, senza toccarci, ma io sentivo il suo
corpo accanto al mio, passo dopo passo.
Poi ci arrampicammo sulla scala e scendemmo in barca.
Lei si spogliò. Era la prima volta che la vedevo nuda alla luce del
giorno.
Questa volta non tolse le mie mani dal suo ventre, dalla cicatrice
che lo attraversava.
Avrei voluto che mi raccontasse, ma non disse niente. Non disse
niente, ma neanche fermò la mia mano. Mi lasciò fare.
Non ci lavavamo da molto. Eravamo appiccicosi, salati. Uno strato
di polvere secca ci ricopriva completamente, polvere che si
frapponeva fra l’uno e l’altra, che divenne parte di noi, parte di quello
che accadde.
Poi restammo lì sdraiati in silenzio.
Non riuscivo a distogliere lo sguardo dalla cicatrice. Ci passai sopra
il dito, di nuovo.
C’era stato qualcuno là dentro. Ma lei non me ne avrebbe parlato.
Proprio come io non le avrei parlato di Anna.
Anna. All’improvviso non riuscii più a guardare Marguerite.
Anna, il mio amore... Le era rimasta una pancia rotondetta dopo le
gravidanze. Ma nessuna cicatrice. E i suoi seni... Lei diceva che erano
cambiati. Ma erano come prima. Piccoli e tondi, a misura della mia
cambiati. Ma erano come prima. Piccoli e tondi, a misura della mia
mano. La sensazione di racchiuderli nel palmo delle mani...
Anna non era pudica. Era capace di litigare con me senza vestiti
addosso. Gridavamo e ci urlavamo contro. Litigavamo spesso.
Sicuramente più spesso della maggior parte delle coppie. Lei mi
distraeva con quei suoi seni lì, all’aria. Giovani seni leggeri e sodi. Ed
era capace di scoppiare improvvisamente a ridere nel bel mezzo del
litigio. Perché si accorgeva che il mio sguardo passava dalla sua bocca
urlante ai suoi seni sorridenti, che somigliavano a due occhi in mezzo
al corpo.
Marguerite si tirò su a sedere, si allungò per prendere il vestito, se
lo infilò dalla testa, nascose la pelle chiara, coperta di lentiggini. Anna
si abbronzava, diventava dorata, scura. Non usava mai la crema
protettiva.
Un singhiozzo mi scosse nel profondo, mi raggomitolai e mi voltai.
Non volevo che lei lo sentisse.
«Io mi alzo» disse lei.
«Sì...»
«Anche tu?»
«Mmm...»
Ma non ce la facevo a muovermi, chiusi gli occhi, vedevo solo Anna.
Anna mentre correvamo. Anna con August fra le braccia.
L’avevo persa. Avevo perso August. Avevo lasciato Argelès senza di
loro. Ma che razza di uomo può fare una cosa del genere? Che razza di
padre?
E adesso me ne stavo lì a scoparmi un’altra donna. Molto più
vecchia di me, oltretutto. Solo perché era lì. Disponibile. Me l’ero
scopata per una sola ragione: perché sentivo il bisogno di una donna.
Ecco che uomo ero.
Mi alzai, svelto, m’infilai i vestiti e salii in coperta. Dovevo scappare
da me stesso. Dovevo trovarmi qualcosa da fare.
Marguerite sedeva sui cuscini ben arieggiati del pozzetto, con lo
sguardo rivolto agli alberi sopra di lei. Con il vestito abbottonato solo
per metà, che lasciava intravedere il solco fra i seni. Non si voltò
sentendomi arrivare.
Quando uscii, mi parve di sentir scricchiolare il cavalletto su cui
poggiava la barca. Una barca arenata su un cavalletto. Una barca che
non c’entrava niente con quel che aveva intorno. Passiva e fuori posto
esattamente come me.
esattamente come me.
E all’improvviso capii che cosa avrei dovuto fare.
«Dobbiamo spostarla» dissi.
«Che cosa?» chiese voltandosi a guardarmi.
«Dobbiamo spostare la barca di nuovo sul canale.»
«Sì?»
«Dev’essere pronta per quando la pioggia arriverà.»
Lei mi guardava con stupore.
«Ricomincerà a piovere» dissi.
E tutt’a un tratto un fiume di parole sgorgò dalle mie labbra. «La
pioggia tornerà. Prima o poi ricomincerà a piovere, per forza. E non
intendo certo una pioggerella fine come quella che è caduta negli
ultimi inverni. Intendo una vera pioggia autunnale, duratura. Pioggia
per settimane. Tutta la pioggia che non abbiamo avuto. Prima o poi
arriverà. Prima o poi.»
Lei mi guardava con stupore.
«E allora non andrà tutto a monte a causa mia. E neppure della
barca» le dissi. «Perché la barca sarà pronta quando l’acqua arriverà.»
Marguerite continuava a tacere, però si alzò e si riabbottonò
completamente il vestito.
«Vuoi aiutarmi?»
«Ma certo» rispose.
Ci vollero due giorni.
Coinvolsi Caleb, Martin e Christian. Loro accettarono l’incarico
senza domande. Erano contenti di occupare il tempo, mi dissero. Di
uscire dal campo, dove la situazione era in costante peggioramento.
Scassinammo dei fienili e ci procurammo quello che ci serviva:
materiali vari, utensili, un vecchio carretto. Caleb fissò una barra alla
parete della casa. Aveva trovato dei paranchi. Con il trapano fece
buchi profondi sulla parete. Costruì un dispositivo di sollevamento.
Usammo tutte le vecchie corde che tenevano insieme i teloni.
Buttammo solo quelle più marce. Le avvolgemmo intorno alla barca,
facendo più e più giri. Dovevano reggerne il peso, dovevano reggere.
La seconda notte scassinammo la sala macchine del campo e
tirammo un cavo elettrico fino a portarlo addirittura sulla strada.
Caricammo il trattore abbandonato. Rubammo solo la quantità di
corrente elettrica di cui avevamo bisogno, quella che ci avrebbe
corrente elettrica di cui avevamo bisogno, quella che ci avrebbe
permesso di percorrere i pochi metri che separavano il trattore dalla
casa e il tratto dalla casa al canale attraverso la boscaglia.
La chiave era nel cruscotto, la girammo e il trattore partì subito.
Senza alcuna fatica lo spostammo fino al cortile dove c’era la barca.
Caleb aveva costruito un rimorchio sfruttando il vecchio carretto. E
sul rimorchio aveva fissato una staffa di supporto per la chiglia che
aveva assemblato lui stesso. Agganciammo il rimorchio al retro del
trattore.
L’aria era immobile quando sollevammo la barca.
Lo scafo fu posato in tutta sicurezza sui cuscini a fiori del divano
della casa abbandonata.
Era così grosso e pesante da farmi temere che il trattore sarebbe
collassato.
Ma quando girai la chiave e lo riaccesi partì senza alcun problema,
con rimorchio e barca al seguito.
Attraverso il giardino, lungo la sterrata, verso il canale.
Lou mi correva accanto.
«Dai, papà, dai!»
Marguerite la prese per mano. «Andrà tutto bene, vedrai. Andrà
tutto bene.»
Procedevo in retromarcia, dovevo girarmi in continuazione per
controllare la barca. Mi sudavano le mani, il sudore mi colava giù
lungo la schiena. E se non funzionasse, se la staffa di supporto per la
chiglia cedesse, se il rimorchio non reggesse?
La sterrata scendeva ripida, troppo ripida.
Chiusi gli occhi per un attimo e proseguii. Sentivo la barca tirare.
Aveva preso velocità.
Scendeva verso il canale.
Non avevo più bisogno di accelerare. Il rimorchio avanzava da solo.
La forza di gravità aveva preso il sopravvento.
«Stop!» gridò Martin.
«Frena!» urlò Christian.
E io frenai, ma la velocità dovuta al peso della barca era difficile da
contrastare.
Adesso si ribalta!
Ma non si ribaltò.
Scivolò semplicemente giù nel canale. Proprio come previsto.
Il carrello atterrò sul fondale fangoso.
Il carrello atterrò sul fondale fangoso.
«Aspetta!» strillò Caleb.
Come se potessi fare qualcosa di diverso.
Il trattore aveva le ruote posteriori sulla sponda del canale. In
bilico. Ci sarebbe potuto finire dentro da un momento all’altro.
Caleb e Christian corsero da me e sganciarono il rimorchio.
Accelerai avanzando di qualche metro, ritrovandomi in posizione per
tornare al cortile.
«Evviva!» gridava Lou saltellando.
Tutti battevano le mani.
Perché la barca era lì, in mezzo al canale. La chiglia adagiata in
sicurezza sulla staffa di supporto del rimorchio, ormai bloccato nel
fango.
E lì sarebbe rimasta. Ancorata al fango.
Inamovibile. Fino a che la pioggia non fosse tornata.
Caleb, Martin e Christian non vollero nulla per il lavoro. D’altra
parte non avrei avuto nulla da dare in cambio.
«Ma il trattore» disse Christian, «forse non vi serve più adesso?»
«Prendetelo pure» risposi.
Christian si sedette al volante.
«Sali, su» disse a Lou nel suo pessimo francese. «On y va. »
Lei corse a sedersi accanto a lui.
«Anche voi, dai!» Si girò verso di noi.
Ci arrampicammo su quel trabiccolo arrugginito e partimmo tutti e
sei per il campo.
Il rumore martellante del trattore vibrava dentro di me.
Spostarsi così, senza usare le proprie forze... Era un’ovvietà, ma era
comunque qualcosa a cui non avevo mai pensato prima. Quando mi
facevo portare e trasportare dappertutto sempre, da macchine,
autobus, treni, aerei. Non usavo le mie forze, le mie energie, per
spostarmi.
Era tutto così facile.
Mi piaceva starmene seduto lì, lasciarmi portare in giro da quel
frastornante motore.
Il trattore però non funzionò a lungo. Dopo qualche centinaio di
metri, la corrente si esaurì.
Lo abbandonammo là dove si era fermato, più o meno nello stesso
punto in cui lo avevamo preso, e a piedi percorremmo l’ultimo tratto di
punto in cui lo avevamo preso, e a piedi percorremmo l’ultimo tratto di
strada che ci separava dal campo. Ma a passi leggeri.
25
Signe
La nebbia si dirada, il vento si alza, prendo la drizza per issare la
vela, ma qualcosa, un’irrequietezza nell’acqua, mi blocca, la superficie
del mare è calma, ma c’è qualcosa là sotto, in profondità, sotto di me.
Un suono, forte e come di risucchio, mi giro di scatto verso sinistra,
e lo vedo: a una cinquantina circa di metri dalla barca vedo un alto
getto salire dalla superficie. La balenottera canta, ha una lingua tutta
sua, ma il suo canto non arriva fin quassù, arriva solo questo strano,
quasi meccanico suono dell’acqua nebulizzata espirata dallo sfiatatoio.
Il dorso nerobluastro si avvicina, scivola verso la barca – che lungo,
mio Dio che lungo, saranno venti metri, il doppio della Blå, una
balenottera comune, sì, dev’essere una balenottera comune, la
seconda specie più grande dopo la balenottera azzurra, si trova in
tutte le acque temperate del mondo –, di balenottere ne ho già viste
altre, ma mai così grandi, mai così vicine.
Il corpo è un arco sulla superficie, prima di immergersi di nuovo ed
essere inghiottito dall’oscurità.
Dove sei? Dove sei? Allontanati adesso, scivola via tranquilla.
E invece eccola tornare. È a pochi metri da me, nuota affiancata
alla barca. Dev’essere una balenottera femmina, perché gli esemplari
femmine diventano più grandi, arrivano a pesare cinquanta, o anche
sessanta tonnellate, contro le misere tre tonnellate e mezzo
dell’Arietta. Basterebbe un sussulto di quell’enorme corpo per
danneggiare la Blå, un solo movimento brusco, e io non potrei farci
nulla, così grossa, così pesante, potrebbe farmi del male se volesse,
danneggiare la barca, appoggiare il dorso allo scafo, ribaltare la Blå
sottosopra, e con lei anche me.
Quanto a lungo resisterei in acqua? Quanto sarà fredda? Sarà forse
a otto o nove gradi, se fosse a dieci rimarrei cosciente per un’ora, e
a otto o nove gradi, se fosse a dieci rimarrei cosciente per un’ora, e
nel giro di tre ore morirei assiderata, a meno che il panico non mi
assalga prima, allora comincerei a respirare con la bocca, inghiottire
acqua, vomitare, soffocherei, la maggior parte di quelli che annegano
sa nuotare, è il panico a sopraffarli e vincerli, non l’acqua fredda. O
forse sarà la balenottera a sopraffarmi, a trascinarmi sott’acqua, molto
prima che io possa sentire freddo, a buttarmi per aria, giocare con me,
un gioco crudele guidato da incomprensibili impulsi animaleschi, e qui
non c’è nessuno che potrebbe soccorrermi.
La balenottera espira di nuovo dallo sfiatatoio, un suono forte,
intenso, il getto di acqua vaporizzata è così energico e potente che le
goccioline arrivano fino a me. Devo fare qualcosa, qualche rumore,
forse, per spaventarla? O magari si irriterebbe?
Non faccio niente.
È sotto di me, ma solo per un attimo, poi eccola tornare di nuovo, è
a dieci metri da me adesso, punta dritta verso di me, rovescerà la
barca, cadrò fuori bordo, mi trascinerà sotto, sempre più a fondo...
E in quel momento s’immerge, sparisce di nuovo, a pochi centimetri
dalla fiancata della barca, come se facesse apposta, come se stesse
giocando con la Blå, e in effetti eccola riemergere a destra, mentre io
sobbalzo di nuovo per il soffio intenso.
Si allontana, poi curva e torna verso di me, scivola lungo lo scafo,
come se volesse avvicinarsi il più possibile, come se volesse
accarezzare la barca, ma non la tocca e a poco a poco la mia paura
diminuisce.
Di solito i cetacei viaggiano a coppie o in gruppo, lo scorso inverno
quattrocento balene pilota sono rimaste spiaggiate sulle coste della
Nuova Zelanda, si sono arenate e non sono più tornate indietro,
perché si aspettavano a vicenda, le più piccole avrebbero potuto
farcela, avrebbero potuto andarsene approfittando dell’alta marea, ma
non l’hanno fatto, non hanno abbandonato i genitori, sono rimaste con
il gruppo, sono morte insieme agli altri.
Anche questa balenottera non sarà qui da sola, ci sarà certo il suo
partner o il suo piccolo nelle vicinanze, e comunque ha tutto il mare
sotto di lei, con tutta la vita che contiene, con il suo
insospettabilmente elevato numero di specie, io invece sono sola qui
sulla superficie delle acque, solo io e la vasta superficie del mare, e un
vuoto infinito sopra di me. Sono una croce su una mappa, un punto su
vuoto infinito sopra di me. Sono una croce su una mappa, un punto su
una superficie, insignificante, invisibile quasi, così come tutti noi, a
distanza, dall’alto, scompariamo, tutti quanti, dallo spazio cosmico non
si vede che acqua, oceani, mari, nuvole, gocce che danno vita alla
terra, il pianeta blu, diverso da tutti gli altri pianeti che conosciamo,
solitario nell’universo, come lo è ognuno di noi quaggiù.
Resta, cara balenottera, resta qui con me, resta.
Ma in quell’esatto istante la balenottera sparisce, si allontana senza
preavviso, nessuna increspatura, niente bolle nell’acqua, solo la piatta
superficie del mare, questa enorme e indomabile distesa con il suo
sistema di onde e di correnti, non rigida, ma comunque chiusa.
E la balenottera non ritorna.
Non riesco a muovermi, me ne sto qui, sento il pagliolo sotto ai miei
piedi, sento quanto sono fredde le mie mani, il vento lieve, l’umidità
nell’aria.
Solamente io, io e la superficie del mare.
Anch’io in certi periodi della mia vita ho pensato di appartenere a
un gruppo, a Eidesdalen, ad Alta, sul Narmada, ma in effetti sono
sempre stata sola, come adesso, e lo sarò sempre.
Credo di essere rimasta sola la notte in cui papà ha fatto saltare il
ponte. Credo che sia successo allora.
Si incontrarono lassù, lui e Sønstebø, nel buio della notte. Mi
domando a cosa pensasse papà mentre fissavano i candelotti di
dinamite sul legname fresco; se pensasse a mamma e a me, o se
pensasse solo a quel che aveva tra le mani, alle micce di accensione,
all’esplosivo, ad Alfred Nobel che inventò l’esplosivo nel
Diciannovesimo secolo, sarebbe stato proprio tipico di lui pensare a
Nobel in un momento come quello... E dopo aver portato via il camion,
quando si sdraiarono a terra per far detonare le cariche, pensò a noi,
pensò a me? E Sønstebø pensò a suo figlio, Magnus?
O forse pensavano solo che quella era una guerra e che in guerra
tutto è permesso? Era una guerra quella che loro due combattevano
quella notte lassù sul pendio?
Ho tradito papà quando raccontai a mamma di lui e di Sønstebø, fu
quello l’inizio della fine, è mia la colpa, è mia la colpa della mia
solitudine, l’ho scelta io stessa, sono condannata a essere libera, non
posso assolvere me stessa dalla responsabilità che ho. Ma furono loro,
i due uomini, a fissare i candelotti di dinamite al ponte, e questo
accadde prima. Io ero una bambina paffuta con una voce un po’ troppo
accadde prima. Io ero una bambina paffuta con una voce un po’ troppo
forte, bloccata in un globo di vetro con la neve, e avrei fatto qualunque
cosa pur di uscirne.
Tu non ne sapevi niente Magnus, del ponte, di quella notte che ci
unì. Io ero sola, tu sei stato una pausa nei miei anni di solitudine, ma
forse sarebbe stato tutto diverso se i nostri padri non avessero fatto
saltare la strada. Forse la pausa sarebbe stata più lunga.
O forse non ci saremmo mai trovati, noi due. E io non avrei avuto
quella pausa, non avrei avuto gli anni che invece abbiamo condiviso.
Ne avrei fatto a meno?
Avrei fatto a meno di Magnus?
Basta.
Basta, Signe.
Mi bagno le labbra con un po’ di saliva.
Devo issare la vela, afferro di nuovo la scotta, mi chino, sto per
cazzarla, ma faccio un movimento maldestro e sbatto con il ginocchio
contro la panca del pozzetto, il dolore si irraggia dal ginocchio, come
scosse calde verso i piedi, risale lungo le cosce, si diffonde in tutto il
corpo, io singhiozzo, mi fa sempre più male, devo concentrarmi solo
sul dolore fisico. Per un attimo ho bisogno di pensare solo a quello.
26
David
Sentimmo l’odore di bruciato molto prima di riuscire a vedere
l’ingresso del campo.
Era così forte. Così riconoscibile. L’odore acre di incendio. Non se
n’era mai andato.
L’odore di incendio era qualcosa di massiccio che era penetrato in
me e dentro di me aveva trovato dimora. Il bruciore in gola, negli
occhi, il senso di oppressione al petto.
Marguerite cominciò a correre. Io presi Lou per mano e mi misi a
correre anch’io.
Quando arrivammo c’era gente che scappava in ogni direzione,
portandosi via i pochi beni personali rimasti, o forse correva verso il
fuoco nella speranza di poter essere d’aiuto.
Caleb indicò.
«I prefabbricati igienico-sanitari» disse. «Qualcuno ha dato fuoco ai
bagni. Quei maledetti del Nord, sono stati loro, ne sono sicuro.»
«Sono le docce delle donne che stanno bruciando?» chiese Lou.
«Papà? Sono le docce delle donne che stanno bruciando?»
Continuammo a correre verso quel punto. Christian, Caleb e Martin
per primi. Io subito dopo con Lou per mano. Per ultima Marguerite. Ci
fermammo solo quando sentimmo il calore delle fiamme.
Per il momento erano solo i prefabbricati a bruciare, sembrava un
incendio circoscritto. A quanto pareva, era sotto controllo.
«No, gli alberi...» disse Christian.
Gli alberi, gli alberi ombrosi che avevano tenuto fresco il campo si
sarebbero potuti trasformare in una trappola di fuoco da un momento
all’altro. I loro rami si allungavano verso i prefabbricati. Se le fiamme
li avessero raggiunti, sarebbe stata la fine.
Ci sarebbe rimasta una sola possibilità: andarcene via. Fuggire,
Ci sarebbe rimasta una sola possibilità: andarcene via. Fuggire,
come eravamo fuggiti da Argelès.
Correvano tutti avanti e indietro con secchi mezzi pieni d’acqua.
Qualcuno stringeva una canna dell’acqua fra le mani. Getti deboli sulle
fiamme, che evaporavano volatilizzandosi.
«L’acqua» mormorò Marguerite. «Stanno consumando tutta
l’acqua.»
E aveva ragione. L’incendio inghiottiva l’ultima riserva d’acqua del
campo.
Il fuoco raggiunse la struttura in legno, penetrò all’interno, si
propagò verso l’alto, per poi svanire in una coda di denso fumo nero.
Anche Martin, Christian e Caleb iniziarono subito a darsi da fare.
Trasportavano un serbatoio in plastica, sul fondo si sentiva
sciabordare qualche litro d’acqua.
«Altra acqua per le canne» gridò Caleb.
Molti accorrevano da dietro di noi, qualcuno mi urtò, un colpo
violento alla spalla, per poco non persi l’equilibrio.
Lou mi tirò per la manica. «Papà, dobbiamo aiutare anche noi!
Dobbiamo fermare il fuoco! Dobbiamo fermarlo!»
Ma poi l’attenzione di Lou fu attratta da altro. «Francis!»
Fece un passo avanti. «Francis sta aiutando!»
Le fiamme lo illuminarono.
Forte ed eretto, fra le mani una canna dell’acqua. All’improvviso
era un uomo, non più un vecchio.
Avanzava deciso, aggrediva le fiamme, in prima fila. Impartiva
ordini, e tutti facevano quel che diceva. Ardeva, anche lui.
Gridò di allontanare tutto dai prefabbricati, in modo che il fuoco
non potesse alimentarsi.
Caleb e Christian cominciarono a smontare un tendone, mentre
Martin continuava a riversare acqua sulle fiamme.
Io mi allontanai, mi allontanai da Marguerite e da Lou. Marguerite
teneva una mano sulla spalla di Lou. Se ne sarebbe presa cura lei.
Devo aiutare, pensai. Anch’io devo fare qualcosa. Ma non riuscivo a
trovare niente che potessi fare. Si stavano già occupando di tutto gli
altri. Non c’era niente che potessi fare.
Avevo le vertigini. L’odore del fuoco. Il calore delle fiamme. La
cenere che cadeva a terra come neve. Il rumore dell’incendio, quel
fragore scoppiettante, scricchiolante.
fragore scoppiettante, scricchiolante.
Non riuscivo a fare altro che stare fermo lì, perfettamente
immobile.
Ma all’improvviso qualcuno urlò, sovrastando ogni altro suono. «La
bambina! Noo!»
All’inizio non capii il senso di quelle parole. Poi vidi la piccola
maglietta lilla di Lou entrare nel prefabbricato in fiamme. E dopo di
lei: la canna dell’acqua che si trascinava dietro, una canna dell’acqua
verde, nelle fiamme crepitanti.
Lei era là dentro.
Non sentivo altro che il mio respiro, affannato, rauco, il fumo
riempirmi i polmoni, il petto contrarsi.
Lou tra le fiamme. Anna tra le fiamme. Il viso di August illuminato
da quelle lingue di fuoco.
Non sarebbe stata una malattia a portarmi via Lou. Né la mancanza
d’acqua. Avrei perduto anche lei in un incendio.
Tutto il mio mondo sarebbe bruciato. Senza che io potessi farci
niente.
«David?»
Marguerite mi strattonava il braccio. Non riuscivo a muovermi.
«David!»
E poi fu lei a correre verso le fiamme. Allora mi riscossi.
Le corsi dietro, corsi verso il calore.
Ma Francis ci aveva preceduto. Era più veloce di noi. Saltò senza
difficoltà su un pannello da parete che stava bruciando a terra, seguì
la canna dell’acqua, sparì verso la piccola maglietta lilla all’interno.
Il tempo si fermò, il tempo correva.
Io rimasi fermo lì.
E poi, finalmente, eccolo uscire.
Non immaginavo che fosse in grado di muoversi così velocemente.
Lei a cavalcioni, aggrappata alla schiena di lui. Non riuscivo a
vederla in viso. Lo nascondeva dietro alla sua schiena, come fosse uno
scudo.
Francis correva verso le fiamme che li separavano da noi. Correva
dentro le fiamme. Proteggendola con il suo corpo. E così salvò la mia
bambina.
Il fuoco avvolse il prefabbricato alle loro spalle, lo inghiottì. Un
attimo dopo non era rimasto più niente.
Ma io non fissavo più le fiamme, fissavo Lou, fra le mie braccia.
Ma io non fissavo più le fiamme, fissavo Lou, fra le mie braccia.
La portai al prefabbricato del Primo soccorso. Qualcuno aveva
aperto la porta, scassandone la serratura. Erano in molti ad aver
bisogno di cure, con ustioni alle mani dovute al tentativo di spegnere
l’incendio. Ma non c’erano medici, né infermieri.
Però ci si aiutava tutti a vicenda. Dividendosi cerotti, bende,
antidolorifici.
Lou era l’unico bambino, tutti la lasciarono passare. Ai bambini
veniva ancora data la precedenza. Qualcosa era ancora come avrebbe
dovuto essere.
Ogni minima traccia di ustione venne medicata e protetta con
cerotti e bende da Martin, che lavorava con mani esperte.
Evidentemente era qualcosa che già conosceva.
Lou non chiese di Francis. Forse aveva capito che cos’era successo.
Che lui si trovava nella stanza accanto, che Marguerite e Caleb erano
lì con lui, e cercavano di fare tutto il possibile.
No, non chiese di Francis.
«Le docce delle donne, papà, sono bruciate? È bruciato tutto lì?»
Non ce la faceva a restarsene tranquilla nel letto da ospedale su cui
Martin l’aveva fatta sdraiare. Continuava a balzar su, voleva
andarsene.
«Ascolta» le disse Martin. «I prefabbricati sono bruciati, ma solo
quelli. Siamo riusciti a spegnere l’incendio prima che si propagasse.»
Lei però non lo stava a sentire.
«Dobbiamo andare, papà. Dobbiamo tornare lì. C’è una cosa che
devo controllare!»
Martin spalmò ancora un po’ di pomata e le mise un’ultima benda.
Fin troppo grande per la piccola ferita che aveva.
«Il resto del campo è salvo» le ribadì con voce pacata. «Non devi
avere paura. Il Magazzino 4 è ancora in piedi. Il tuo letto è ancora lì.»
Ma Lou continuava a tirarmi. «Devo andare a vedere. Dobbiamo
andare, subito!»
Finalmente Martin la lasciò andare. E con un sorriso come per
scusarsi, mi disse: «Ho fatto del mio meglio.»
Non feci in tempo a rispondergli. Mi dovetti precipitare dietro a
Lou, che era corsa via.
Era l’imbrunire, il fumo aleggiava ancora sul campo. Come una
Era l’imbrunire, il fumo aleggiava ancora sul campo. Come una
nebbia secca e pungente.
Il fuoco covava ancora sotto alle braci dove prima c’erano i
prefabbricati igienico-sanitari. Seduti tutt’intorno c’erano Christian e
molte altre persone della mia età. Nere di fuliggine, sudice, malconce.
Parecchie con secchi mezzi pieni d’acqua in mano.
Controllavano il fuoco. Se avessero visto delle fiammelle levarsi
sarebbero tempestivamente andati a spegnerle.
Acqua, acqua, altra acqua sprecata.
Lou corse fino alle macerie fumanti e si bloccò.
Scrutava il suolo annerito.
Poi si coprì il viso con le mani. Un debole singhiozzo le sfuggì dalle
labbra. «Non c’è più niente! È sparito tutto!»
Sparito? Ma cosa?
«Lou?» Le posai una mano sulla spalla.
«Sono bruciate tutte» disse lei senza guardarmi.
Con una mano prese un’asse di legno mezza bruciata. E poi si
addentrò fra quei resti ancora incandescenti, usandola come bastone
con cui frugare qua e là.
«Dov’erano le docce delle donne?»
«Che cosa?»
«In che punto erano le docce delle donne?»
Continuava a camminare. Odore di gomma bruciata dalle sue
scarpe. Con l’asse spostava i pezzi di legno carbonizzati.
«Lou? Che cosa stai facendo?»
Lei continuava ad avanzare, stando attenta a mettere le scarpe fra
un pezzo di legno ardente e l’altro. Aveva il viso arrossato dal calore.
«Lou? Fermati, Lou!»
E lei si fermò, ma non perché gliel’avessi chiesto io.
Con l’asse smosse una grossa tavola del pavimento da un
irriconoscibile materiale plastico.
Si levò uno sbuffo di fumo, non osai nemmeno pensare a quanto
tossico potesse essere.
In due balzi fui accanto a lei.
«Adesso basta!»
Ma poi vidi che cosa stava fissando.
«Distrutte. Tutte quante. Bruciate!» esclamò.
Ai suoi piedi, nascoste sotto alla tavola del pavimento nel punto in
Ai suoi piedi, nascoste sotto alla tavola del pavimento nel punto in
cui prima c’erano le docce delle donne, erano sparse lattine di generi
alimentari. Il cibo era fuoriuscito. Mais giallo ingrigito dalla cenere.
Odore di prosciutto cotto, fagioli lessati. Salsa di pomodoro.
Lou si accovacciò.
«Dev’esserne rimasta qualcuna!»
Con l’asse iniziò a scavare in mezzo alle latte aperte.
«Qui? No. Forse qui?»
Ma si erano tutte rovinate, sciolte, aperte.
Spinsi qualche lattina con il piede, il cibo mi si incollò alle scarpe.
E finalmente, sotto, in fondo, trovammo quattro latte ancora
integre. Solo le etichette erano andate distrutte. Presi l’asse dalle
mani di Lou, le spostai verso di me. Poi mi tolsi la maglietta e ce le
avvolsi per non scottarmi.
Le portammo via, e ce ne andammo, ci appartammo lontani dal
luogo dell’incendio. Io aprii una lattina che scoprimmo contenere
fagioli. Fumanti.
Ci dividemmo quei fagioli. Ancora una volta ci dividemmo il frutto
dei suoi furti. E nemmeno oggi riuscii a dire qualcosa. Ero troppo
affamato. Mi avventai sul cibo come un cane.
Eravamo come cani, tutti quanti.
Lou tirava su col naso mentre mangiava, asciugandosi le lacrime
con movimenti rapidi.
«Erano per noi, papà. Per noi e per la barca. Dovevamo prendercele
tutte e portarle alla barca e vivere là. Francis mi ha aiutato. Abbiamo
raccolto le lattine e le abbiamo nascoste sotto al pavimento delle
docce delle donne.»
Non riuscivo a dire niente. Avevo paura di mettermi a piangere
anch’io. E poi... che cosa avrei dovuto dire? Lei sapeva che rubare era
sbagliato. Tutti i bambini lo sanno. Io e Anna glielo avevamo
insegnato. E invece lei aveva rubato di nuovo, perché la fame era più
forte dei pensieri. S’imponeva su tutto.
E io... io avrei solo dovuto stare zitto. Merdoso cane affamato che
non ero altro.
Lou si alzò. Con le mani si ripulì i vestiti dalla cenere. «Adesso
voglio andare a letto.»
Al Magazzino 4 niente era cambiato. I nostri letti erano lì, come
sempre. Lo zaino dentro l’armadio. Casa nostra l’aveva scampata, mi
sempre. Lo zaino dentro l’armadio. Casa nostra l’aveva scampata, mi
sorpresi a pensare.
Ma quella non era certo una casa. Solo un vecchio magazzino,
pieno di letti color verde militare.
E noi eravamo dei profughi. E i profughi non hanno casa. Casa era
quella che avevamo perduto.
Lou si addormentò subito. Ero seduto accanto a lei quando
Marguerite entrò nel nostro vano. Seduto lì, passivo come prima,
rammollito.
Sono un sacco flaccido, pensai. Non ci sono ossa in me. Né
scheletro. Solo carne, grasso, massa molle.
Marguerite, in piedi accanto a me, non parlava. Ci volle un po’
prima che mi voltassi verso di lei. Piangeva.
«Francis... lui è...»
E poi lo disse, usò molte parole per dire una cosa così semplice. Io
non la guardai, mi limitai ad ascoltare come ci girasse intorno. Sapevo
da subito che cos’era venuta a comunicarmi. Lo sapevo fin dal
momento in cui lo avevo visto uscire dalle fiamme, sapevo che non
sarebbe finita bene.
«Mi dispiace» mormorò lei. «Le ho detto che ce ne saremmo dovute
andare, avrei voluto allontanarla da lì, ma lei è scappata via di corsa. È
scappata dentro.»
«Non ti ho mai chiesto di badare a lei.»
C’era una freddezza nella mia voce che non sapevo da dove venisse.
«Avremmo dovuto capirlo» continuò. «Lei lo aveva detto, dobbiamo
aiutare anche noi, avremmo dovuto capire che intendeva anche lei
stessa.»
«Noi non avremmo dovuto capire un bel niente.»
Mi uscii fuori con durezza e di getto, ma non potevo farci nulla.
Perché non esisteva nessun noi. C’era solo Lou. Lou e io. Marguerite
non ne faceva parte.
Marguerite però non accennava ad andarsene. Si sedette accanto a
me e continuò: «Dobbiamo andarcene, David.»
Non le risposi.
«Dobbiamo andarcene da qui.»
Dobbiamo. Ancora questo noi.
«David?»
Mi alzai.
«Io non vado da nessuna parte.»
«Io non vado da nessuna parte.»
Uscii, la lasciai seduta lì, insieme a Lou sdraiata a letto
addormentata.
Le braci sul luogo dell’incendio ardevano ancora. Un odore di legno
bagnato, bruciato, aleggiava in tutto il campo.
Seduti a terra, nella fuliggine, vidi Christian, Caleb e Martin. Un
flacone di pillole passava di mano in mano.
«L’abbiamo fregato al Primo soccorso» disse Caleb quando mi unii
a loro. «Adesso è tutto di tutti.»
«Uno si porta via il dolore, tre l’ansia» aggiunse Martin con voce
impastata.
Io ne presi quattro.
Andava tutto bene, per un po’ andava di nuovo tutto bene.
La mente così pronta, il corpo così lento e scattante al tempo
stesso.
Le parole sgorgavano dalle mie labbra, taglienti, argute, chiare.
Ballai, su due gambe, su quattro.
Mi rotolai a terra con Caleb e Martin, lo sporco ci s’incollò addosso.
Odore di fuliggine e di esseri umani.
Arrivarono delle ragazze. Parecchie. Ne presi una, mi rotolai a terra
anche con lei. La strinsi forte a me, lo facemmo, rapidi. Sentii dei
gemiti, erano i suoi, o forse i miei, non ne ero certo.
Non vidi il suo viso, era troppo buio. O forse ero accecato dal legno
bruciato.
Andava tutto bene. Tutto era dimenticato.
27
Signe
L’imboccatura dell’estuario della Gironda per raggiungere
Bordeaux svela un paesaggio dolce e pianeggiante, all’apparenza
innocuo e accogliente, ma sono comunque costretta ad aspettare una
dozzina di ore prima di poter avanzare, le correnti di marea trascinano
con sé ogni cosa, avanti e indietro, il livello del mare si alza e si
abbassa, ho visto surfisti sfrecciare su questa distesa marroncina
d’acqua salmastra, oggi però non ce n’è nemmeno uno.
È la luna a guidarci, ogni sei ore e sette minuti fa sollevare o
abbassare il livello del mare. Qui le tavole di marea hanno la massima
importanza, si vive in base a queste tavole, io le ho sul cellulare, le
aggiorno costantemente, un puntino mostra in ogni istante dove mi
trovo fra il flusso e il reflusso. La luna si sta alzando nel cielo, grande
e gialla. Avanzo cautamente all’interno dello stretto, mi lascio guidare
dal risucchio della luna, che mi trascina verso terra, mentre il sole
tramonta nel mare alle mie spalle, come se fosse quello che sto
abbandonando.
Il paesaggio intorno a me vive una doppia vita, due volte ogni
ventiquattr’ore è una distesa incolta, senz’acqua, un’ampia fascia di
sabbia, fango, granchi e ostriche, con piccole imbarcazioni appoggiate
su un fianco, abbandonate, come fossero state scagliate sul fondale,
ormeggiate a boe che non hanno alcuno scopo, che non galleggiano. E
poi, dodici ore dopo, l’acqua è ovunque, le barche ondeggiano sulla
superficie, riprendono vita, e guai a chi si è trovato nel posto sbagliato
al momento sbagliato, a chi si è lasciato sorprendere dalla marea.
Metto un piede sulla banchina di Bordeaux, terraferma sotto ai
piedi dopo così tanto tempo, è una sensazione che non smette mai di
stupirmi, perché il corpo, abituatosi al dondolio delle onde, si è
adeguato da tempo, non conosce più altra realtà se non quella di un
adeguato da tempo, non conosce più altra realtà se non quella di un
mondo in eterno movimento, e io, ora, me ne sto qui e percepisco
ancora il movimento, è come se il suolo sotto ai miei piedi, la struttura
in cemento della banchina, venisse verso di me, incontrasse ostile e
dura i miei piedi, il mio corpo, urtando la mia irrequietezza con la sua
stabilità.
Aggiungo uno spring per sicurezza, fisso tutti i parabordi che ho,
ma non mi sembrano sufficienti. Sulla banchina ci sono grossi mucchi
di vecchi copertoni usati, abbandonati da altre imbarcazioni che li
hanno utilizzati risalendo il canale. Ne porto qualcuno sulla Blå, li
infilo tra scafo e banchina, e ne lancio un paio sul ponte, pensando che
poi potrebbero tornarmi utili.
Un bistrot sulla banchina mi attrae, non ci sono piatti vegetariani
sul menu e io non ho voglia di pesce, né di cozze, in questo momento
non ho voglia di niente che abbia a che fare con il mare, perciò ordino
un boeuf bourguignon, non ricordo nemmeno quand’è stata l’ultima
volta che ho mangiato carne rossa, ma sono così magra, il mio corpo è
spigoloso e ho una gran fame, divoro i pezzi di carne, carote,
champignon e cipolla in salsa di vino, cibo caldo, cibo sostanzioso.
Da bere prendo un bicchiere di birra, mi dà subito alla testa, quasi
me ne pento, il mondo oscilla ancor di più, e la birra non è che sia
proprio la cosa giusta da bere, il cameriere me lo fa capire
chiaramente, arriccia il naso posando il boccale sul tavolo, avrei
dovuto ordinare vino rosso, Magnus lo avrebbe detto sicuramente, un
intenso bordeaux per un sostanzioso piatto di carne. Ma io non bevo
vino, le rare volte in cui bevo, opto per la birra.
Un uomo viene verso di me, ha la mia età, forse è un po’ più
giovane, e la pelle bruciata dal sole, indossa un maglione a strisce
bianche e blu, scarpe da barca. Piuttosto patetico, per un uomo di
mare, doversi vestire da marinaio per comunicare a tutti
l’appartenenza all’ambito marinaresco.
«Posso sedermi?» mi chiede in inglese, con un forte accento
francese.
«No.»
«Please?»
«Perché dovrebbe?» gli chiedo.
«Ha viaggiato a lungo?»
Ne è passato di tempo, molti anni sono passati dall’ultima volta che
mi è successa una cosa del genere, e mi ha sempre fatto infuriare che
una donna, il secondo sesso, non possa starsene seduta a mangiare al
tavolo di un locale senza essere disturbata, senza che un uomo si
precipiti da lei con lo strano e incerto proposito di proteggerla dalla
sua stessa compagnia, e magari anche da quella di altri uomini, e con
la speranza che questo gesto eroico possa sfociare in qualcosa di più
piacevole, in un altro posto, più privato, preferibilmente un letto.
«Non ho bisogno di compagnia» gli dico.
«Non era mia intenzione...»
«Sì, lo era.»
«È arrivata con l’Arietta?»
Ma non demorde proprio, questo qui...
Lo fisso, evil eye, penso all’improvviso, e mi scappa un sogghigno,
fortunatamente la combinazione sguardo da dura e risatina
disorientante fa effetto e lui si decide ad andarsene.
«Se cambia idea... io sono seduto lì» mi informa indicando uno
sgabello.
Mi giro verso il boccale, vorrei bermi in pace la mia birra, ma
adesso non riesco a pensare ad altro che a quell’uomo, seduto laggiù
vicino al bancone, che fa di tutto per non guardare nella mia direzione.
È un bell’uomo, per quanto bello uno possa essere alla mia età, forse è
stato per mare a lungo, si è asciugato navigando i chili di troppo, è
snello, quasi senza pancia, è muscoloso, ha le mani forti, piene di tutte
quelle escoriazioni e ferite inevitabili quando si naviga per settimane
di fila, ferite che si rimarginano lentamente, esposte costantemente
come sono all’acqua salata.
Potrei andare con lui sulla sua barca, niente me lo impedirebbe.
Magari è altrettanto perbene e marinara come lui, blu scuro e a righe
con dettagli in ottone, usurata solo nei punti giusti, magari è grande,
una Hallberg-Rassy da quarantacinque piedi, un elegante cliché,
bianco candido con un’altezzosa banda decorativa blu scuro lungo lo
scafo, con un letto largo il doppio del mio, buoni materassi, lenzuola
pulite, un altro corpo contro il mio, il calore di qualcun altro...
Ma no. Che fatica sarebbe, via i vestiti, il senso di vergogna,
fastidio, imbarazzo, forse lui ha i peli che gli crescono nei posti
sbagliati, io di sicuro, forse ha un odore pungente di estraneo, forse
arrivati al momento clou penserebbe che sono vecchia, sciupata, con
tutti questi graffi, escoriazioni, ammaccature che mi ritrovo. E le sue
invece di escoriazioni? Non ci avrà certo pensato, è un uomo, un
maschio, polo positivo e negativo. Les hommes in francese, men in
inglese, significa sia uomo che essere umano, mentre io, donna, sono il
polo negativo, ogni determinazione è imputata alla donna in guisa di
limitazione, senza reciprocità.
Finisco la birra, mi alzo, vado al bancone e pago, mi blocco un
istante. Dovrei dire qualcosa all’uomo al bancone, dovrei dirgliene
quattro? No, non ne ho voglia, sono diventata troppo vecchia per
arrabbiarmi, già fin troppe volte in passato qualcuno è venuto in mio
soccorso.
Anche Magnus voleva soccorrermi, mi ha salvato con un pupazzo di
neve, mi ha salvato a una festa. Forse per quello ci siamo messi
insieme, perché lui viveva di quello che era riuscito a fare quando
aveva tredici anni, comportandosi come un adulto. Forse aveva
continuato a vivere di quel momento, tentando di ritrovarlo, e forse
tentando anche di ritrovare in me la stessa vulnerabilità.
O magari sono stata io, sono stata io a basare il nostro rapporto su
quel momento, a cercare di riviverlo? So bene che i ricordi sono
inaffidabili, mutevoli come fantasie. Ma di qualunque cosa si trattasse,
non era niente su cui poter costruire una vita. Lui è stato una pausa,
solo una pausa in tutto il resto che io sono veramente. Devo crederci,
perché in cosa potrei credere se iniziassi a mettere in dubbio la mia
stessa storia?
Apro la barca e scendo in dinette, le casse di ghiaccio dominano
sovrane, vorrei sedermi, ma non c’è posto, torno su nel pozzetto, ma è
umido, le panche sono bagnate di condensa, è una serata fresca,
preferirei stare in dinette.
Scendo di nuovo, afferro una delle casse, potrei portarle su in
coperta, domani devo smontare l’albero per poter proseguire il viaggio
attraverso il canale, potrei posarle accanto all’albero, di onde non ce
ne saranno più, né tempeste che potrebbero farle cadere fuori bordo.
La sensazione della plastica sotto alle mie mani, non oso aprirle... E
se il ghiaccio si fosse sciolto tutto? E se il mio piano cominciasse a
sgretolarsi, se io non ce la facessi, se non ne avessi la forza, fossi
diventata troppo vecchia e avessi perso la rabbia che ci vuole per
portare a termine una cosa del genere?
portare a termine una cosa del genere?
No, no, non l’ho persa. E se il ghiaccio dovesse sciogliersi non
cambierebbe niente, glielo verserei in giardino, tanto prima o poi si
scioglierebbe comunque, tutto il ghiaccio si scioglie prima o poi,
questo glielo devo proprio dire. Glielo griderò.
Tutto il ghiaccio si scioglie.
28
David
Mi svegliai ai primi raggi del sole. Mi risucchiava tutta l’umidità,
anche se era solo mattina presto. Sapore di polvere in bocca, una
secchezza così intensa da paralizzarmi la lingua. E odore di bruciato.
Puzzavo tutto, come un pezzo di carne affumicata.
Ero sdraiato con una guancia a terra. La terra crepata sotto di me.
Vedevo le striature del paesaggio, rugoso come la pelle di un anziano.
Erano dei ciuffi d’erba secca a tenere insieme il terreno, ma presto
avrebbero ceduto e sarebbero diventati polvere. E di quello che un
tempo era stato un suolo coltivabile ricco di humus non sarebbe
rimasto più nulla.
Mi alzai. Sul fondo di un secchio, che qualcuno aveva abbandonato
lì, trovai alcune gocce d’acqua sporca. Acqua sporca, non avrei dovuto
berla.
Ma non riuscii a resistere. Me la versai in bocca.
Sapore di saliva. Mista a qualcosa che avevo già in bocca o che
arrivava dall’acqua. Un cattivo sapore sulla lingua, come veleno.
Andai al magazzino. Presi le nostre cose, i pochi vestiti che
avevamo, il poco cibo che avevo messo da parte. Infilai tutto dentro lo
zaino. Marguerite dormiva sul mio letto, un sonno profondo e
silenzioso.
Ogni volta che mi chinavo sullo zaino sentivo la testa scoppiarmi.
Ma non feci niente per impedirlo. Volevo sentire la nausea, il mal di
testa. Me lo meritavo.
Misi lo zaino in spalla e presi in braccio Lou.
Finalmente ero io a portarla.
Oggi portavo mia figlia in braccio. Avrei dovuto essere io a portarla
ieri.
E avrei dovuto essere io a portare mio figlio, August. Avrei dovuto
E avrei dovuto essere io a portare mio figlio, August. Avrei dovuto
portare anche lui. Era troppo pesante per Anna. Probabilmente era
inciampata. Era troppo pesante per lei.
No.
Solo questo, solo adesso. Lou. La mia bambina fra le mie braccia.
Era viva. Era qui. L’avrei potuta portare in braccio fino alla fine del
mondo.
Non c’era nessuno all’ingresso quando uscimmo. Non vidi guardie
armate quando lasciai quello che un tempo era stato un campo.
Non mi voltai indietro. Non guardai più il suolo bruciato e le
persone addormentate, che fra non molto si sarebbero svegliate e
prosciugate al sole. Siccità e fiamme da cui erano scappate, ma che le
avevano raggiunte di nuovo.
Mi muovevo lentamente, con lo zaino in spalla e Lou fra le braccia.
Troppo pesanti, ma al tempo stesso troppo leggeri.
Ogni tanto mi fermavo. Ma senza mai sedermi. Restavo in piedi,
respiravo, aspettavo e quando sentivo che potevo farcela riprendevo a
camminare.
Entrai in tutti i cortili a cui passammo davanti, adagiavo Lou
nell’ombra e mi mettevo a cercare. In un paio di posti trovai del cibo,
ma solo una volta dell’acqua, in un serbatoio quasi vuoto. Riempii
alcune vecchie bottiglie in plastica e le infilai nello zaino.
Divenne ancor più pesante, ma potevo farcela.
Di tanto in tanto Lou si svegliava. Non diceva niente, sbatteva le
palpebre, senza mai guardarmi.
La barca ci aspettava, in mezzo al canale, sicura e stabile sul
rimorchio arenato nel fango. Con la scala appoggiata alla parte
posteriore, come a darci il benvenuto.
Possiamo fermarci qui, pensai. Far bollire l’acqua torbida rimasta
sul fondo della cisterna. Diventerà sicuramente potabile se la facciamo
bollire e poi la filtriamo.
Possiamo fermarci qui, Lou e io. Possiamo giocare. Giocare così
tanto e così intensamente da far sparire tutto il resto.
Io saprei giocare così. È forse l’unica cosa che so fare.
Adagiai Lou a terra accanto alla barca e le scompigliai
delicatamente i capelli.
«Lou? Lou... Svegliati, Lou. Non ce la faccio a portarti su.»
«Lou? Lou... Svegliati, Lou. Non ce la faccio a portarti su.»
E finalmente, a poco a poco, si svegliò. Si alzò, rimase lì, in piedi,
ondeggiante. L’abbracciai. Volevo stringerla a me e in quell’abbraccio
scacciare la notte, l’incendio, Francis che la portava via dalle fiamme.
Ma lei, rigida e immobile, non ricambiò l’abbraccio. Alla fine la
lasciai andare. Non si mosse. Mi fissava.
«Dobbiamo tornare al campo» disse.
Restai in silenzio. Di certo pensava ad August, ad Anna. Che forse
sarebbero arrivati.
«Dobbiamo tornare, adesso» ripeté.
«Hai sete? Ho dell’acqua. Qui.»
«Non ho sete.»
«Troveremo mamma e August» le dissi. «Dobbiamo solo riposarci
un poco, prima. Fermarci un poco qui.»
«No.»
«Vuoi dormire ancora? Puoi dormire in barca.»
«Dobbiamo tornare per vedere come stanno gli altri.»
«Gli altri?»
«Marguerite. E Francis. E gli altri.» Lo disse a voce bassa, ma con
grande ostinazione. «Adesso dobbiamo tornare.» Si voltò e fece un
paio di passi. A passi decisi e a testa alta avanzò sul fondo fangoso del
canale, e salì sulla sponda.
«Lou?»
«Dobbiamo tornare, papà.»
Sulla sterrata sotto agli alberi aumentò l’andatura.
«Lou, no.»
La raggiunsi, svelto.
«Io torno» disse lei.
«Non possiamo.»
«E invece sì.»
La tirai a me, l’abbracciai, avrei voluto tenerla stretta a me, ma lei
si divincolò.
Una tale forza non l’avrei mai immaginata, non pensavo fosse tanto
forte, tanto testarda.
L’afferrai di nuovo. Ma lei mi si rivoltò contro, graffiando, urlando,
mordendo. Dapprima senza voce. Solo un basso sibilare, intensi gemiti
e sbuffi quando faceva uno sforzo.
Ma poi cominciarono ad arrivare anche le parole. Tutto quello che
si portava dentro. Molte cose le avevo già sentite, altre parole erano
nuove. Idiota! Papà di merda! Papà stronzo!
Io la tenevo stretta, con forza, forza di papà, lo odiavo, ma dovevo
trattenerla. Non l’avevo mai fatto prima. Può un padre tenere così con
forza il proprio figlio senza essere accusato di maltrattamento?
Io la tenevo stretta. Con forza, con sempre più forza. Lei gridava,
sempre di più. E alla fine lo disse: «Ti odio! Vorrei che fossi morto!
Come August! Come mamma!»
Allora la lasciai andare.
La lasciai andare così di colpo, che lei cadde a terra. Il suo corpo
toccò il suolo con un tonfo.
Restò seduta a terra, respirava affannosamente. I capelli
scompigliati le cadevano davanti agli occhi, non riuscivo a vederla in
faccia, mi domandai se stesse piangendo, ma non singhiozzava.
Respirava e basta, sempre meno affannosamente, sempre più
tranquilla.
Avrei potuto gridare, anch’io. Urlarle dietro. Negare. Protestare.
Rimproverarla. Far passare le sue parole per fantasie.
Oppure avrei potuto consolarla. Dirle che non doveva neanche
pensarlo. Darle una speranza.
Ma non dissi nulla. Perché non c’era altro da dire. Aveva già detto
tutto lei.
Alla fine si alzò. Si girò dall’altra parte. Ricominciò a camminare.
Ma non andò lontana. Perché si accorse che non la stavo seguendo.
Fece qualche passo all’interno del boschetto e si riparò all’ombra.
Si sedette, le gambe raccolte sotto di sé.
«Lou?»
«Vattene. Vai a quella barca di merda.»
E io mi girai. Feci come mi aveva detto. Perché lei non mi avrebbe
abbandonato, qualunque cosa avessi fatto. Era una bambina, non
poteva lasciarmi. Più che nascondersi qui, fra gli alberi, per un po’,
non avrebbe osato. E proprio quello, che io potessi contare sul fatto
che non mi avrebbe abbandonato, era in un certo senso la cosa
peggiore. La cosa più ingiusta.
Mi arrampicai sulla barca. Scesi nella cabina di prua.
Aprii l’oblò che dava sul ponte, una lieve corrente d’aria mi
accarezzò.
accarezzò.
Mi sdraiai sul letto. La lana del materasso mi pungeva la pelle.
E poi piansi.
Piansi.
Piansi per quello che avevo avuto.
Il piccolo appartamento vicino al mare. Le stanze che col caldo
diventavano soffocanti. La cucina stretta con tutto quel disordine in
ogni armadio. Il divano letto dove litigavamo, ci amavamo.
Mamma, papà, Alice.
Anna, i suoi occhi, la bocca che rideva, che gridava arrabbiata.
Piansi per il suo corpo, l’incavo del suo collo, le anche, i seni, tutto
quello in cui avrei voluto sprofondare.
Piansi per August, mio Dio, quanto piansi per lui. Il nostro
piccolino, i versetti gorgoglianti che faceva, che nessun altro riusciva
a imitare. Le pappe che sputacchiava, e come se la rideva mentre
sputacchiava. Il pancino, quel nuovo ombelico proteso verso il mondo.
E i suoi pannolini, piansi anche per i suoi pannolini, che detestavo
cambiare.
E piansi per me stesso. Per il mio essere così impacciato. Per la
voce che alzavo troppo spesso. Perché tornavo a casa sempre troppo
tardi quando uscivo con gli amici. Piansi per quella volta che mi ero
dimenticato di andare a prendere Lou dalla babysitter. Per il
portachiavi a gancio che non avevo mai appeso nell’ingresso. Perché
non ero capace di uscire in tempo quando facevo sesso.
Piansi per quella che era stata una vita, per come mi era stata tolta.
E piangendo non riuscii più a tener lontano quel giorno. Il giorno in
cui Anna e August erano scomparsi.
Anna voleva che ce ne andassimo. Non faceva che parlarne, ogni
giorno. Quasi tutti quelli che conoscevamo se n’erano andati da
Argelès. Lei voleva andare verso nord, mi mostrò le foto del campo
vicino a Timbaut. «Qui saremo al sicuro» mi diceva, «da qui potremo
spostarci ancora più a nord.»
Le strade erano deserte, i negozi chiusi. Avevamo fatto grandi
scorte alimentari, ma non sarebbero state sufficienti per molto ancora.
E comunque io non potevo partire. Noi che lavoravamo all’impianto
di dissalazione avevamo una responsabilità particolare. Ce lo
ripetevamo l’un l’altro, e io lo ripetevo a lei.
E avevamo acqua, tutta quella che ci serviva. Finché avessimo
E avevamo acqua, tutta quella che ci serviva. Finché avessimo
avuto acqua, avremmo potuto farcela.
Ma furono in molti a partire, anche quelli che lavoravano insieme a
me. Alla fine restammo solo Thomas, il mio capo, e io.
La corrente elettrica andava e veniva, ogni volta rimanevamo senza
più a lungo. Niente corrente, niente acqua dolce.
Thomas rideva, rideva per come noi esseri umani fossimo stati bravi
a metterci nei guai. Era stata la produzione di energia elettrica con
centrali a carbone a innalzare il livello di riscaldamento globale e a
incrementare la mancanza d’acqua, e adesso per produrre acqua dolce
avevano bisogno di ancora più energia elettrica.
Lui rideva di questa cosa. Rideva di molte cose. Persino quando i
fusibili erano saltati, perché avevamo sovraccaricato l’impianto,
Thomas aveva riso. «È sfinito quanto lo sono io» aveva detto
sghignazzando.
Anna invece non rideva più. Piangeva quando tornavo a casa dal
lavoro. Trasaliva al più piccolo rumore. Se ne stava seduta sullo
stretto balcone del nostro appartamento. All’erta. Come se avesse
saputo che sarebbe accaduto qualcosa.
Lo sapevamo bene tutti e due che sarebbe accaduto qualcosa.
Quel giorno avevo appena finito di mangiare. Un croissant molliccio
che avevo tolto dal freezer del locale destinato alla pausa pranzo.
L’ultimo. Spensi il freezer. Ma non staccai la spina.
Il croissant sapeva di muffa. Non avevo niente da spalmarci sopra.
Il sapore di muffa mi era rimasto in bocca.
Stavo andando a buttare l’immondizia, toccava a me. Facevamo a
turno. L’addetto alle pulizie, un algerino che si era stabilito ad Argelès
ben prima dei cinque anni di siccità, se n’era andato da molte
settimane. Non capiva come potessimo restare. Lui era già fuggito da
un’altra siccità, parecchi anni prima.
Il sacco dell’immondizia era pieno per metà. Gli avanzi erano
sempre più scarsi, mangiavamo tutto fino all’ultima briciola. I bidoni si
trovavano un pezzo più in là, distanti dall’impianto. Si doveva andare
fino alla strada principale. Puzzavano nel caldo torrido, nessuno li
svuotava da mesi.
Portavo il sacco dell’immondizia nella mano sinistra, plastica bianca
contro il palmo, un nodo. Lo tenevo stretto. Stretto. E poi avevo
sentito quell’odore.
sentito quell’odore.
Mi ero voltato. Dapprima avevo visto solo un fumo leggero salire
verso il cielo. Come una nebbiolina.
In un attimo il fumo era diventato denso e scuro.
E poi erano arrivate le fiamme. Piccole lingue di fuoco sopra
all’edificio.
E allora avevo reagito. Thomas, avevo pensato.
Non pranzava insieme a me. Mangiava in piedi, continuando a
lavorare, e non faceva pause.
L’ultima volta che lo avevo visto si trovava nella sala controllo.
C’era qualcosa che non andava, mi aveva detto, si era rotto qualcosa,
l’ennesimo sovraccarico, l’ennesimo pezzo guasto. Ma lui ne avrebbe
trovato la causa, come sempre.
Mi ero messo a correre verso l’edificio. Il fumo si alzava nel cielo,
veniva verso di me. Ne usciva sempre di più. Fumo tossico. E Thomas
era là dentro.
Solo allora avevo lasciato andare il sacco dell’immondizia.
Correvo, mentre il fuoco si propagava rapido. Le fiamme
sbarravano l’ingresso principale.
Avevo girato intorno all’edificio, la porta sul retro era chiusa a
chiave.
Ero tornato all’ingresso principale. E mentre io vagavo confuso, il
tempo passava.
Le fiamme avevano preso il sopravvento. La cenere cadeva come
neve al suolo. Sopra di me.
Acqua. Acqua. Avevo bisogno di acqua. Di una canna dell’acqua.
In quello stesso istante qualcuno aveva gridato alle mie spalle.
«David?»
Mi ero girato. Anna. Teneva August in braccio, Lou correva dietro
di loro. Dovevano essersi messe a correre non appena avevano sentito
l’odore di fumo da casa.
Con il viso inondato di lacrime Anna mi aveva gridato: «David!
Aspetta!»
«Devo entrare» avevo urlato io. «Devo trovare Thomas!»
In un lampo lei mi aveva raggiunto.
«Non entrare!»
«Devo entrare! C’è Thomas là dentro.»
Allora lei mi aveva messo in braccio August. Lo aveva allungato
verso di me, costringendomi a prenderlo.
verso di me, costringendomi a prenderlo.
Poi aveva preso in braccio Lou, che aveva nascosto il viso contro
alla sua spalla. La sentivo piangere.
«Adesso scappiamo, di corsa» mi aveva detto Anna. «Capito?
Dobbiamo andarcene!»
Io me ne stavo lì, con August. Che mi sorrideva, che non capiva.
Sorrideva con quei suoi quattro dentini bianchi. Anch’io non capisco,
pensavo.
«David!» aveva esclamato Anna.
«È sempre più grande» aveva detto Lou.
Mi ero girato verso l’impianto.
Il fuoco era come fauci rabbiose che divoravano ogni cosa.
Scintille sprizzavano ovunque, incendiando l’erba secca sulle dune
e gli alberi rinsecchiti subito dietro.
Le fiamme si propagavano come un animale che divora tutto,
aumentando in dimensioni e forza, a un ritmo sempre più incalzante.
Allora mi decisi a correre via. August sobbalzava contro il mio
fianco. Rideva. Credeva si trattasse di un gioco.
«Ce la facciamo a passare da casa?» avevo chiesto.
«Dobbiamo per forza» mi aveva risposto Anna. «Dobbiamo
prendere i passaporti. Non abbiamo niente. È tutto a casa.»
Correvamo verso la città. Il fiato che bruciava in gola, gli occhi
irritati. Eravamo scesi sul lungomare, correvamo fra vecchie case di
vacanza chiuse e impolverate.
Eravamo più veloci dell’incendio.
Ce la faremo, mi dicevo. Andrà tutto bene. Ce la faremo. Andrà
tutto bene.
Mi ripetevo quelle parole in continuazione, come un mantra.
Strade deserte, negozi sprangati. Su per i gradini che portavano al
nostro appartamento. Ha un odore così buono, ricordo di aver
pensato. Casa. Adoravo quell’odore.
Poi mi ero visto riflesso in uno specchio. Un uomo bianco, ricoperto
di cenere.
Anna aveva inumidito un asciugamano con l’acqua di un bidone e
me l’aveva allungato. Io mi ero ripulito alla meglio, velocemente. Nel
frattempo lei aveva infilato qualche vestito e un po’ di cibo in uno
zaino.
«I passaporti» le avevo ricordato.
«I passaporti» le avevo ricordato.
«Sì, sì» mi aveva risposto. «Li ho già presi.»
«Brava» le avevo detto.
In realtà avrei voluto dirle qualcosa di più. Avrei voluto chiederle
scusa. Avrei dovuto chiederle scusa.
Scusarmi perché eravamo rimasti. Perché io non l’avevo ascoltata.
Perché ci trovavamo ancora lì. Perché eravamo costretti a scappare
via di casa così, senza niente.
Ma non avevo fatto in tempo a dirle nulla, perché d’un tratto
avevamo sentito un suono, da fuori. Un brusio, anzi no, un fragore
attutito che diventava sempre più forte.
«Si avvicina» aveva detto Anna.
«Ma non può arrivare fin qui, vero?» aveva chiesto Lou.
Non avevamo risposto. Io mi ero messo lo zaino in spalla. Avevo
preso in braccio August. Anna aveva stretto la mano di Lou. Eravamo
corsi fuori.
«Mamma, non chiudi a chiave?» aveva domandato Lou.
Ma neanche questa volta aveva avuto risposta.
Ci eravamo addentrati verso il centro, allontanandoci dalla
spiaggia, dall’impianto.
Mi ero voltato, ma avevo visto solo fumo, niente fiamme. Soffiava
una brezza leggera e, sospinta dal vento, una cortina nera si riversava
sulla città.
Il cuore in gola, il respiro affannato, August in braccio. Non rideva
più.
Anna si trascinava dietro Lou, ma non erano abbastanza veloci. Così
lei l’aveva presa in braccio.
Correva con Lou sul fianco. Ma questo la rendeva ancora più lenta.
Lou era troppo pesante.
«La prendo io» le avevo detto allungando August verso di lei. «Tu
prendi lui.»
Avevamo fatto un cambio di bambino. Ecco che cos’era successo.
Lei e August. Lou e io.
Poi avevamo ricominciato a correre.
Ci avvicinavamo al centro. Il noleggio di biciclette. Di corsa oltre le
sorridenti statuette in plastica del parco giochi all’angolo. Oltre la
farmacia. Oltre le gelaterie. Oltre il Burger Restaurant che un tempo
era stato l’attrazione più popolare di Argelès.
Correvo. Dimenticandomi di voltarmi indietro.
Correvo. Dimenticandomi di voltarmi indietro.
Lou teneva il viso nascosto contro la mia spalla. La sentivo
piangere. Ma non potevo consolarla. Potevo solo correre.
Mi ero dimenticato di voltarmi indietro.
«Mamma?» aveva detto Lou all’improvviso.
Solo a quel punto mi ero reso conto che Anna non era riuscita a
starmi dietro.
Avevo gridato il suo nome. L’avevo urlato. A squarciagola.
Lou urlava più forte di me, la sua voce acuta in contrasto con la mia
voce profonda.
«Mamma?»
«Anna?»
«Mamma!»
Ma Anna non arrivava.
Allora mi ero girato, ero corso indietro, verso il fuoco, verso il
fragore.
Dovevano essere da qualche parte.
Forse era inciampata, ma io l’avrei trovata.
«Anna? Anna!»
Le strade erano deserte.
«August?! Anna?! August?!»
Non la sentivo, non sentivo nemmeno il pianto di August.
Alla fine sentivo solo il rumore delle fiamme scoppiettanti.
Divampavano con una velocità che non avrei mai creduto possibile.
Si allargavano in quel paesaggio arido che non vedeva una goccia
di pioggia da cinque anni.
Tutto poteva bruciare. Era bruciato tutto. Tutto il mio mondo era
bruciato.
29
Signe
Alcune rotture avvengono lentamente, non è possibile puntare il
dito sul momento in cui si è messa la parola fine. La transizione è
fluida, impercettibile, altre invece... Io so esattamente qual è stato il
giorno in cui ho perduto Magnus.
Anzi. In cui lui ha perduto me.
Ricordo esattamente il minuto, il secondo in cui ho capito che era
tutto finito.
La marea sta per cambiare. In questo preciso istante, per un breve
lasso di tempo, il fiume è calmo e piatto sotto di me, sotto alla Blå,
prima che il flusso torni a farsi sentire. È come viaggiare sull’asfalto
appena steso, il martellante scoppiettare del motore mi rimbomba
nelle orecchie, non c’è pace, solo questo monotono frastuono. Se
spegnessi il motore sarei immersa nella natura, sentirei gli uccelli
cinguettare, sentirei il vento che vedo soffiare lieve fra gli alberi sulla
riva, lo sciabordare dell’acqua in movimento. Ma il motore è tutto quel
che ho adesso.
Ho fissato dei copertoni lungo le fiancate a guisa di parabordi,
l’albero è legato al ponte. La Blå è una barca triste, amputata,
bendata, e costretta su un fiume marrone.
L’acqua non ha colore in sé, è il mondo intorno a conferirglielo,
riflessi del cielo, dei dintorni. L’acqua non è mai solo acqua.
L’acqua accoglie e fa vorticare tutto ciò con cui viene in contatto.
L’acqua è humus, sabbia, argilla, plancton.
L’acqua si colora del fondale che ricopre.
L’acqua riflette il mondo.
E adesso l’acqua riflette il cielo blu sopra di me e gli alberi che si
allungano sopra al fiume, e al tempo stesso si colora del fondale
melmoso che io non riesco a vedere.
melmoso che io non riesco a vedere.
A Castets-en-Dorthe ecco apparire davanti a me la prima chiusa,
una parete dritta, alta parecchi metri, e le rive del fiume fangose per
la bassa marea.
Mi avvicino, sento lo scrosciare dell’acqua all’interno, masse
d’acqua in continuo movimento creato dall’uomo.
Il guardiano della chiusa appare sul bordo, guarda giù verso di me.
«Non vorrà entrarci da sola, vero?»
Mi guarda scettico, come se avesse voglia di finire la frase con
«vecchia signora»: non vorrà entrarci da sola, vero vecchia signora?
Avrei voglia di ribattere, raccontargli della burrasca che ho
affrontato pochi giorni prima, della nebbia, di tutti i miei viaggi in
barca a vela in mare aperto, delle manifestazioni, delle notti in cella.
Cosa sarà mai una chiusa?
«Non si può» aggiunge. «La corrente è molto forte quando le
camere si riempiono, non ce la farebbe a governare la barca da sola,
nessuna possibilità.»
«Ha qualcuno disponibile?» gli chiedo.
«Eh?»
«Qualcuno che verrebbe con me... Conosce qualcuno che potrebbe
venire con me?»
«No...»
«Nemmeno io.»
«Ma non si può» ripete, anche se in tono un po’ più conciliante.
«Io entro.»
«Idiota» mormora lui.
Sto per rispondergli, ma all’improvviso comincio a dubitare del
fatto che abbia davvero detto qualcosa. Il frastuono dell’acqua è
assordante e lui è già girato per metà, si sta allontanando, ha ceduto.
Mi lascia entrare.
La camera della chiusa si svuota, qui l’impianto è elettrificato, ma
so che proseguendo lungo il canale le chiuse vengono ancora azionate
manualmente, sono i guardiani a dover aprire le paratie.
L’acqua si riversa nel fiume con una forza dirompente, io tengo la
barca ferma e accostata mentre aspetto, poi le paratie si aprono e
posso avanzare.
Uno scricchiolio metallico e le paratie si chiudono di nuovo, odore
Uno scricchiolio metallico e le paratie si chiudono di nuovo, odore
di muri bagnati, di chiuso, di stantio, le chiamano “camere” ma “celle”
sarebbe più appropriato, in questo esatto istante sono qui dentro
senza alcuna via di fuga.
Solo io e l’acqua, ce la posso fare. Lancio due cime al guardiano
della chiusa, posso regolarle entrambe con il winch della scotta dal
pozzetto, con delle carrucole le ho anche fatte passare a poppa e a
prua in modo da poterle cazzare quando la barca salirà.
Ma lui, lassù, non mi fa nessun cenno di assenso con il capo e io
faccio giusto in tempo a domandarmi se funzionerà adesso che l’acqua
inizia ad affluire.
Il livello dell’acqua si alza lentamente e la Blå anche. Recupero le
cime di ormeggio, tiro e tiro, devo controllare sempre che la barca
resti ben addossata alla parete della chiusa. Ma il flusso, la forza
dell’acqua che scorre impetuosa all’interno e riempie la camera della
chiusa, trascina la Blå, trascina me. Maledico la lunga chiglia che
rende la Blå particolarmente difficile da tenere ferma, l’acqua ci
afferra, ci spinge verso la parte posteriore della camera, per sbatterci
contro la paratia da cui sono entrata, la cima scivola dal winch, io mi
slancio in avanti e l’afferro bloccandola di nuovo.
Il guardiano della chiusa scuote la testa lassù, impreca, agita
drammatico le braccia con una gestualità tipicamente francese, io mi
giro, non è certo a lui che devo prestare attenzione, mi concentro sulle
cime, tendo la parte lasca con il winch.
Non farò altri errori. Sto sudando, mi concentro totalmente sulle
cime, sulla fiancata della barca a ridosso della parete della chiusa, e
adesso la Blå è stabile, e lo rimane fino a che l’acqua non smette di
affluire, fino a che non ci siamo alzati di diversi metri, almeno cinque,
forse anche dieci.
La paratia davanti a me si apre, stridendo ancor più forte, come se
la ruggine l’avesse quasi divorata del tutto, ed ecco davanti a me
un’altra camera: si ricomincia.
Adesso che finalmente posso uscire dal canale rimetto in marcia il
motore lasciato in folle. L’acqua è più verde, qui, forse per via degli
alberi che crescono fitti sulle rive, le foglie si riflettono sulla
superficie, o forse per la zostera che cresce sott’acqua. Alcune foglie
si sono staccate e galleggiano in superficie, devo stare attenta che non
si infilino nello scarico del sistema di raffreddamento e lo otturino,
come capelli nello scarico del lavandino.
come capelli nello scarico del lavandino.
Non riesco a vedere il fondo, ma ho come l’impressione che non sia
molto lontano. L’Arietta ha un pescaggio di un metro e trentacinque, il
livello dell’acqua del canale adesso dovrebbe essere di almeno due
metri, ma varia in rapporto alla quantità di acqua che i contadini della
zona prelevano, se le verdure hanno necessità di essere irrigate il
livello si abbassa, per questo tengo costantemente d’occhio l’acqua
mentre mi addentro sempre più verso l’interno.
Ogni tanto incontro una barca proveniente dalla direzione opposta;
per il resto non ho molto da fare, né su cui concentrarmi, solo questo
tranquillo navigare in un paesaggio che non oppone alcuna resistenza.
Mi manca il mare, mi mancano le onde, mi manca la concentrazione
che esigono, qui sfuggire a se stessi è impossibile.
Magnus, io so esattamente il momento in cui ti ho perduto e tu hai
perduto me, è successo così all’improvviso, è stato uno shock per me,
anche se avrei dovuto capirlo già da tempo. Sì, avrei dovuto
prevederlo. Perché tu non partecipavi all’azione attivamente come noi,
sempre più spesso ci abbandonavi lassù in alta montagna per tornare
in auto alla tua valle, al podere, dai tuoi genitori. Non ti sentivi al
sicuro con noi, avevi paura, o eri semplicemente stufo di discussioni,
canti e fervore?
Una sera tornasti in compagnia di tuo padre.
Papà vi accolse amichevolmente, come faceva con tutti quelli che
arrivavano. Nel suo voluminoso giaccone impermeabile verde scuro,
che nascondeva uno spesso maglione, sembrava più grosso del solito,
per la prima volta il suo nome, Bjørn, l’orso, gli calzava a pennello.
Strinse la mano a Sønstebø augurandogli il benvenuto, gli ricordò
che ne era passato di tempo dall’ultima volta che si erano visti, ma non
lo biasimò per questo, anche se noi tutti ci stupivamo dell’assenza dei
cittadini di Eidesdalen. Certo, sapevamo che avevano dei poderi da
gestire, il bestiame di cui occuparsi, ma comunque... la nostra azione
di protesta avrebbe avuto maggior forza e risalto se loro fossero stati
quassù con noi. Papà però non ne fece parola, avrà avuto le sue buone
ragioni, pensai.
«Eccoti qui» esordì.
«Eh già...» disse Sønstebø.
«Accomodati. Una tazza di caffè?»
«Grazie, volentieri» disse Sønstebø.
«Grazie, volentieri» disse Sønstebø.
Andai da Magnus.
«Lo hai convinto tu a venire qui?»
«È stata una sua decisione.»
«Bene. Era ora.»
«Ha qualcosa da dire.»
Solo in quel momento mi accorsi che Magnus era piuttosto nervoso,
lo sguardo vigile, i movimenti bruschi.
Ci sedemmo con loro intorno al falò e molti altri si unirono a noi.
Sønstebø era considerato un ospite d’onore.
«Sì, ecco...» borbottò dopo un po’. «Le cose stanno così, ecco... È
che... è che noi, noi cittadini di Eidesdalen pensiamo che dobbiate
smettere.»
«Che cosa?» ribatté mio padre. «No.»
Sønstebø allargò le braccia. «Tutto questo... ecco, tutto questo è
davvero grandioso» continuò indicando intorno a sé con ampi gesti, «e
noi... noi siamo davvero contenti che facciate tutto questo per noi...
Ma, ecco... pensiamo che forse adesso sia abbastanza. Che basta,
ecco. Forse adesso la gente dovrebbe cominciare a tornarsene a
casa.»
Mio padre non aprì bocca, molti presero a mormorare, ma lui non
disse nulla.
«Non è che non siamo contenti di tutto questo» proseguì Sønstebø,
«crediamo che sia un bene che la questione sia finita sui giornali, che
la gente di Oslo sia venuta a sapere quello che sta succedendo, ma per
come si sono messe le cose noi pensiamo che sia meglio finirla qui.
Prima che comincino i guai.»
«Guai? Di questo non dovete preoccuparvi.»
«Pagheremo le conseguenze di tutto questo per molti anni» affermò
Sønstebø.
«Ecco perché è così importante» disse mio padre.
«Ci daranno dei soldi. In cambio dello sfruttamento delle cascate.
Int...» Si voltò verso Magnus in cerca di aiuto.
«Introiti sul diritto di sfruttamento delle cascate» gli rispose
Magnus.
«Ma perderete tutto il resto» disse mio padre.
«È solo che... adesso basta così. Non vogliamo guai» ribadì
Sønstebø.
Sønstebø.
«Avete paura?» gli chiese mio padre.
«No, no. Non abbiamo paura.»
«L’uomo che ha fatto saltare il ponte ha paura» sibilò papà,
inaspettatamente.
Sønstebø sobbalzò, si guardò intorno, scoppiò a ridere. «Sì, ho
lavorato come brillatore molto tempo fa, è vero. Ti ricordi bene. Ma di
ponti non ne ho mai fatti saltare.»
Sta mentendo, pensai, di’ qualcosa, papà, sta mentendo. Ma lui
rimase lì seduto senza dire nulla, si limitò a inclinare leggermente la
schiena all’indietro e ad assottigliare gli occhi.
«Credo che abbiate frainteso» disse infine. «Non lo stiamo facendo
per voi.»
«No?»
«Lo facciamo per tutti noi.»
«Sì, certo...»
«Per i nostri bambini. Per i nostri nipoti. Le cascate dovrebbero
esserci per sempre. E per sempre durerà anche la loro distruzione.»
Sønstebø si girò. «Perciò non ve ne andrete?»
«No. Non ce ne andremo.»
Allora Magnus si alzò, fece un passo avanti e parlò ad alta voce e un
po’ troppo velocemente. «La gente di Ringfjorden si sta mobilitando,
Bjørn.»
Papà si voltò verso di lui. «E allora?»
«Gli operai perdono migliaia di corone per ogni giorno in cui le
macchine rimangono inutilizzate, questo ha suscitato malumore e
rabbia. Sono persone normali, hanno investito i loro soldi, hanno
puntato su questa costruzione. E stanno aspettando. E per ogni giorno
che passa il loro malumore cresce sempre più.»
«Tanto meglio» disse mio padre.
«Non puoi pensarlo veramente.»
«Significa ancora più attenzione alla causa.»
«Non credo che tu abbia capito fino in fondo che cosa hai messo in
moto.»
«Che cosa io ho messo in moto?»
«Sì. Tu.»
«Non sono stato io a voler incanalare il fiume in condotte
sotterranee, non sono stato io a vendere il terreno, a darmi da fare per
acquistare i diritti di sfruttamento delle cascate. Non sono io quello
acquistare i diritti di sfruttamento delle cascate. Non sono io quello
sposato con l’amministratore delegato della Ringfallene.»
Mia madre, ancora una volta si trattava di lei, di loro due. Non
avrebbe avuto mai fine. Una rottura dura per sempre.
«Pagheremo le conseguenze di tutto questo per molti anni» ripeté
Sønstebø. «Di ponti ne sono già saltati abbastanza.»
Guardava me, mentre lo diceva.
Da quel momento l’atmosfera al campo non fu più la stessa, i canti
scemarono, le risate anche. Eravamo in attesa.
Arrivarono due giorni più tardi, quand’eravamo accampati lassù da
ventun giorni.
Era sera, prima vedemmo un bagliore sul monte, poi sentimmo il
rumore degli pneumatici sulla strada bagnata.
Una colonna, non riuscivamo a vederne la fine, da quanti ne erano
arrivati. Parcheggiarono sul ciglio della strada, le portiere si aprirono
e da ogni auto scesero persone, almeno quattro o cinque per auto,
qualcuno arrivò a bordo di motociclette, uno addirittura su un trattore.
Si raccolsero e si incamminarono verso il campo, noi ci eravamo
alzati, la gente era uscita dalle tende, aveva interrotto i preparativi
per la cena, zittito i bambini, infilato le chitarre nelle custodie e gli
zufoli nelle tasche dei giacconi.
Loro ci somigliavano, noi somigliavamo a loro. Riconobbi contadini,
pescatori, colleghi di Svein che lavoravano alla centrale, volti familiari,
persone che collegavo a luoghi in cui ero cresciuta, a sensazioni di
sicurezza e prevedibilità, uomini di cui forse avevo riso un po’ – per
quella loro taciturna solidità, mancanza di sapere e di istruzione – ma
per i quali nutrivo rispetto, per il lavoro che facevano, per l’impegno
che ci mettevano, per la capacità di essere felici di quel che la vita
aveva concesso loro. Erano però prima di tutto uomini su cui non
avevo mai riflettuto molto, li avevo dati per scontati: c’erano,
pescavano in mare, mietevano cereali, raccoglievano mele, giorno
dopo giorno, con il sole, il vento o la pioggia.
Avevano con sé manifesti e striscioni, tutti dipinti a mano, come i
nostri, solo che i messaggi erano diversi.
LASCIATE IN PACE IL NOSTRO PAESE !
TORNATE DA DOVE SIETE VENUTI !
HIPPY ANDATE VIA !
Ci avvicinammo alla fine della strada, loro fecero lo stesso,
Ci avvicinammo alla fine della strada, loro fecero lo stesso,
avanzavamo avvicinandoci da lati opposti come poli di due calamite.
Un uomo si staccò dal gruppo e si fece avanti. Svein. In mano
stringeva un megafono e portava un berretto in lana calcato fin sulle
orecchie, lui che indossava sempre il cappello. Sollevò il megafono
verso la bocca e si guardò intorno. Il suo sguardo mi sfiorò, ero certa
che mi avesse vista, anche se finse indifferenza.
«Noi, abitanti del comune di Ringfjorden» esordì, «siamo qui per
darvi il seguente ultimatum.»
Tirò fuori un foglio e lesse ad alta voce: «Vi chiediamo di lasciare il
campo entro la mezzanotte di questa sera, in modo che i lavori sulla
strada di accesso al cantiere possano proseguire senza ulteriori
ostacoli così da permettere l’esecuzione delle opere idrauliche
approvate dal parlamento.»
Magnus mi aveva raggiunto e mi prese per mano.
Svein proseguì: «Se non sgombererete entro il termine indicato,
non offriamo alcuna garanzia sulle conseguenze che potrebbero
derivarne. Ripeto: nessuna garanzia.»
Poi abbassò il megafono e s’infilò il foglio in tasca. Da quel lato
della strada si levarono alte grida. Urlavano, alzavano i pugni al cielo.
Magnus mi strinse la mano, bisbigliandomi a bassa voce: «Adesso
basta, Signe, lo capisci anche tu. Adesso basta così.»
«Possiamo sopportare ben altro» ribattei.
Allora lui lasciò andare la mia mano e se ne andò verso la nostra
tenda.
Io rimasi lì, mio padre chinò la testa verso Lars e un paio di altri,
confabularono rapidi. Mi avvicinai, papà bisbigliava, insistente.
«Resterò qui fino a che non mi porteranno via.»
«No» intervenne Lars. «Ma li vedi... È chiaro che non si
fermeranno... È finita.»
Nel frattempo era cresciuto il fermento fra la gente di Ringfjorden,
erano sempre più quelli che urlavano e gridavano, e poi cominciarono
ad avvicinarsi a noi, lentamente, come una grossa bestia strisciante, e
io sobbalzai vedendo il luccichio dei coltelli.
Alzati contro di noi.
Svein si fece avanti, frapponendosi fra noi e loro, cercando di
placarli, ma loro continuavano a gridare e a minacciarci con i coltelli.
«Hippy di merda, tornatevene a casa vostra!»
«Hippy di merda, tornatevene a casa vostra!»
Svein alzò la voce, esortandoli a darsi una calmata, poi si voltò
verso mio padre e Lars.
«Dateci una risposta e ce ne andremo subito, vi lasceremo
sbaraccare in pace.»
Lars e papà discussero freneticamente a bassa voce, papà
ostinatamente chiuso in se stesso e furioso. «No, non gliela daremo
vinta!»
Lars invece allargò le braccia.
«Ci sono dei bambini qui. Una rabbia del genere... Non andrà a
finire bene.»
Gli altri annuivano, mio padre era l’unico a pensarla diversamente.
Andai da lui e mi schierai al suo fianco.
«Se ce ne andiamo, perderemo.»
Mio padre sobbalzò.
«Signe, no, tu devi andartene.»
«Ma tu resti, no?»
La sua voce si ammorbidì: «Tu e Magnus ve ne andate. Adesso,
subito. Capito?»
Allora Lars sghignazzò. «Perciò tua figlia la vuoi proteggere, le
figlie degli altri invece non sono poi così importanti?»
Non aspettai la risposta di mio padre, me ne andai verso la tenda,
da Magnus, mentre sentivo le guance avvampare. Papà non contava su
di me, per lui ero ancora una bambina, una ragazzina, e questo mi
faceva infuriare e al tempo stesso mi vergognavo per lui, perché lo
vedevo con gli stessi occhi di Lars, come uno che aveva detto e fatto
tutto come andava fatto, da manuale, ma arrivati alla resa dei conti,
col coltello alla gola, si era dimostrato irrazionale ed egoista come
chiunque altro. Mio padre avrebbe voluto essere come Lars, ma non
ne sarebbe mai stato all’altezza.
Era l’imbrunire e tornando verso la tenda inciampai sul terreno
sconnesso e per poco non caddi, riuscii a evitarlo proprio all’ultimo e
in quel momento sentii dei passi alle mie spalle e qualcuno che
gridava il mio nome.
A passi rapidi si avvicinava a me. All’inizio non la riconobbi, con
quei pantaloni alla zuava e il giaccone impermeabile somigliava quasi
a un giovanotto, si muoveva ancora con la stessa leggerezza, come se
non fosse invecchiata nemmeno di un giorno.
Mia madre.
Mia madre.
Mamma e Svein, Svein e mamma. Certo che lo aveva accompagnato
quassù, affidando i due piccoli a Else naturalmente, fratellastri che
conoscevo appena, e mia madre era venuta qui per sostenere Svein,
sostenere il paese, sottolineare da che parte aveva scelto di schierarsi,
quella dell’hotel, ma prima ancora della sua nuova, piccola famiglia.
Non necessario, pensai, assolutamente non necessario, non ce n’era
bisogno, lo sappiamo già da che parte stai, che cosa desideri, come
guadagni i tuoi soldi e come pensi di assicurare un futuro ai tuoi figli.
E allora perché venire qui a ribadirlo, in un altro modo ancora, perché
prendere di nuovo le distanze da me e da tutto ciò che è mio, da quello
che un tempo c’era fra te e papà?
Mi fermai, avrei voluto gridare, ma non ci riuscii, perché insieme
alle grida sarebbero uscite anche le lacrime, le sentivo riempirmi gli
occhi, e così rimasi lì, senza dire nulla, aspettando che fosse lei a
parlare, a proclamare per l’ennesima volta la sua appartenenza, come
sale su una ferita.
Ma non lo fece.
«Tesoro mio» disse avvicinandosi di un passo. «Tesoro, ma
guardati, sei tutta sporca.»
Deglutii, impossibile trattenere il pianto, perché io ero sporca, e
mamma lo vedeva, e anche se non aggiunse altro all’improvviso capii
che cosa avrebbe voluto dirmi veramente: vieni a casa con me, fatti un
bel bagno, te lo preparo io, ti riempio la vasca d’acqua bollente fino
all’orlo, con tanta schiuma, schiuma che profuma di pulito, il mio
bagnoschiuma, te ne do quanto ne vuoi, e ti laverò i capelli, con lo
shampoo Timoteo, ti massaggerò il cuoio capelluto, a lungo, ti
sfregherò la schiena, con la spazzola dura che aiuta a rimuovere la
pelle morta e ti lascerà la pelle morbida come quella di un neonato.
Poi ti aiuterò a uscire e ti avvolgerò nel più grande e pulito degli
asciugamani che ho, ti frizionerò lasciandoti asciutta e calda e con la
pelle che scotta, e ti permetterò di usare il mio accappatoio, quello
grande e spesso, e starò con te sempre, questa volta non ti
abbandonerò per andare a urlare contro tuo padre, non ti
abbandonerò nella vasca da bagno fino a quando l’acqua non sarà
diventata fredda, questa volta starò con te fino a che non ti
addormenterai.
Avrei potuto andare via con lei, in quel preciso momento, subito.
Avrei potuto andare via con lei, in quel preciso momento, subito.
Sedermi nella sua auto calda e pulita, con il motore più silenzioso che
avessi mai sentito, e tornare all’hotel, alla nostra ala, tornare a casa.
Inspirai a fondo.
No.
No.
Voleva comprarmi, un doppio tradimento. Era venuta qui per
sbandierare la sua posizione, voleva mostrare a tutti il partito preso, di
cui forse era anche a capo, e al tempo stesso comprarmi. Non
conosceva limite.
Mi voltai dall’altra parte, mi allontanai da lei il più velocemente
possibile, andando verso Magnus e la nostra tenda, sperando che la
mia schiena fosse un rifiuto sufficiente, ma lei mi seguì.
«Aspetta, Signe. Fermati!»
A quel punto Magnus si accorse di lei, si bloccò, la tenda era già
afflosciata per metà.
«Che cosa stai facendo?» gli chiesi. «La tenda deve rimanere
montata.»
Lui però guardò mia madre dietro di me. «Iris?»
Mamma si avvicinò a noi, allungò le braccia come per abbracciarmi,
ma io incrociai le mie al petto.
«Tesoro mio» mi disse. «Vorrei che tu potessi capire davvero come
la penso. Siete tu e i ragazzi quelli a cui penso.»
«Pensi a me?» Avrei desiderato avere una voce ferma, ma la sentivo
tremare. «Ma come puoi pensare a me e fare una cosa del genere?»
Allora mia madre si girò verso Magnus. «Te l’ho detto che sarebbe
andata a finire così.»
«Che cosa?!» sbottai. «Ne avete parlato insieme? Avete parlato di
me?»
«Noi ci preoccupiamo per te, Signe» proseguì lei.
Noi?
«Ma che cos’è?!» dissi rendendomi conto che la mia voce era
tornata quella di sempre. «Un circolo del cucito dove discutere del
benessere di Signe?»
Spostai lo sguardo dall’uno all’altra, l’affiatamento evidente fra i
due era davvero inconcepibile. «Credevo si trattasse delle cascate»
continuai, «di Eidesdalen.»
Magnus e mia madre si scambiarono una lunga occhiata, tranquilli
ed equilibrati, e quasi all’unisono si voltarono verso di me e mi
ed equilibrati, e quasi all’unisono si voltarono verso di me e mi
fissarono con lo stesso stupore che già mi era capitato di cogliere nello
sguardo di Magnus. All’improvviso mi sentii una stupida, con tutte le
mie parole forti, la mia voce alta, mi sentii un’estranea, loro due erano
simili, ero io quella diversa, e loro cercavano di comprendere questa
mia diversità con tutta la loro buona volontà, anche se non ci
sarebbero mai riusciti. Perché le persone pragmatiche non sanno cosa
sia la passione.
«Non credo proprio che dovresti rimanere quassù, soprattutto non
adesso» mi disse mamma.
Mi girai verso Magnus e questa volta non riuscii a trattenere le
lacrime. Gliene aveva parlato.
«Io resto» esclamai rivolta a Magnus. «Hai capito? Molla quel
fottuto picchetto, io resto qui!»
Magnus lasciò andare tutto quello che teneva fra le mani e le
allungò verso di me, rassegnato, o forse per far pace, non avrei saputo
dirlo, ma neanche mi interessava, quello che volevo era non essere più
costretta a vederlo, lui e quel suo modo controllato di essere, lui e
quella sua voce pacata. Ma a quanto pare non era ancora finita,
perché aveva qualcos’altro da dirmi.
«Svein mi ha procurato un lavoro, Signe, avrei voluto dirtelo prima,
ma poi è successo tutto questo... Tua madre e Svein mi assumeranno
alla Ringfallene, hanno bisogno di ingegneri, potremmo ritrasferirci
qui, guadagnerei molto più di quanto mi offrirebbero in qualunque
altro posto, e tu non avresti nemmeno bisogno di lavorare. Avremo
abbastanza soldi per poterci prendere cura del bambino, tu potresti
scrivere e andare in barca a vela, le cose che ami, e potremmo abitare
qui e vivere bene, avere una bella vita, Signe. Una bella vita.»
Era quello che lui aveva sempre desiderato, quello che si era
immaginato, una casa sul mare, una panchina sul fianco della
montagna, su cui poterci sedere da vecchi a guardare il panorama, un
giardino con un pontile a cui ormeggiare la Blå, io avrei potuto
prenderla e andare a pescare, lui si sarebbe occupato del giardino, e
di tanto in tanto la domenica avrebbe preparato pranzi succulenti, che
gli ospiti avrebbero elogiato. Ma soprattutto si era immaginato il
viaggio che ogni giorno avrebbe fatto per andare e tornare a casa,
andare e tornare, il completo che avrebbe indossato, il completo,
simbolo di stabilità e ordine, forse addirittura una ventiquattrore,
simbolo di stabilità e ordine, forse addirittura una ventiquattrore,
l’ufficio che avrebbe avuto, la segretaria che prima o poi gli avrebbero
dato, la carta carbone, lo schedario, le promozioni, il rassicurante
odore di inchiostro, di toner, di caffè appena fatto, e la busta paga che
avrebbe ricevuto ogni mese, un pezzo di carta, una prova tangibile
della sua bravura, che lui avrebbe portato in banca. Sul suo conto i
soldi sarebbero aumentati così da permettergli di acquistare prima o
poi una casa più grande, sul fiordo, una macchina più bella, eleganti
lampade a stelo per il soggiorno, abiti invernali per i due figli, un
maschio e una femmina.
Una vita assolutamente ordinaria e relativamente bella, questo
desiderava, una vita in cui non ci fossero troppi spigoli vivi, troppo
chiasso, troppo di tutto ciò che io ero.
Come sarebbe stata la mia vita se quel giorno avessi ceduto? Se
avessi abbracciato il suo sogno? Saremmo stati ancora insieme,
Magnus e io? Avremmo una casa sul fiordo? Dei figli? Una panchina?
Sarebbe stata una bella vita anche per me?
Ma io non abbracciai né lui, né il suo sogno.
Corsi via.
Corsi. Lontano da mia madre e Magnus, da papà, da Lars e Svein.
Oltrepassai i manifestanti, mi gridarono dietro altri insulti: ero una
ragazza che avevano visto crescere in paese, ero stata una di loro.
Nessuno però mi assalì, mi lasciarono correre via.
E io corsi, giù lungo la strada di accesso al cantiere, oltre tutte le
auto parcheggiate, saranno state più di cento, ognuna con cinque
uomini dentro, erano venuti in cinquecento sul monte per avere la
meglio su di noi.
Di me si erano liberati.
Corsi, camminai, ripresi a correre.
Solo quando arrivai sul pontile mi fermai, inspirai l’aria umida del
fiordo, l’odore dell’acqua salata, ma non servì.
30
David
Piansi, piansi fino a sentirmi totalmente prosciugato.
Poi mi misi a sedere tranquillo sul letto della cabina, con le gambe
rannicchiate sotto, come faceva Lou.
In me sentivo una quiete nuova. Una quiete come all’interno di un
guscio, pensai. Come in una conchiglia, in una cozza senza niente
dentro.
Le lacrime avevano lasciato tracce di sale sulla barba che mi
copriva le guance. Il sale rendeva la mia pelle rigida e secca.
Mi passai la lingua sulle labbra. Anche le labbra sapevano di sale.
Ero salato di lacrime, salato di sudore.
Sale.
Mi inaridiva al punto da lasciarmi crepe dentro e fuori. Mi ridestò
facendomi ricordare.
Il sale era forse l’unica cosa che conoscevo davvero.
Posai i piedi sul pagliolo. Andai in dinette.
L’unica cosa che conoscevo davvero.
Aprii il tavolo da carteggio. Trovai il plico di carte nautiche. Le
girai. Il retro era bianco.
All’interno del tavolo trovai anche una matita con la gomma, tutta
mangiucchiata.
E iniziai a disegnare.
Una pompa. Mi serviva una pompa. Forse avrei potuto usare la
pompa dell’acqua che c’era a bordo. Avrei potuto collegarla in qualche
modo all’impianto.
Un contenitore. Dovevo cercare nei cortili intorno. Da qualche
parte avrei trovato qualcosa di adatto.
E un cilindro. Un tubo. “Il sigaro”, lo chiamava Thomas.
Mi sforzai di ricordare tutto quello che mi aveva insegnato
Mi sforzai di ricordare tutto quello che mi aveva insegnato
sull’osmosi inversa.
E lo disegnai di getto, il più in fretta possibile.
L’acqua sarebbe stata immessa nel sigaro. E all’interno di questo
cilindro sarebbe stata filtrata da membrane avvolte a spirale attorno a
un tubo centrale. Le molecole più piccole spinte con forza attraverso
le membrane si sarebbero raccolte all’interno del tubo. L’acqua così
ottenuta sarebbe stata completamente dissalata. Il resto dell’acqua,
quella che Thomas chiamava “concentrato”, sarebbe stato scaricato
all’esterno e ributtato in mare.
In un rapporto di otto a venti. Otto litri di concentrato ogni venti
litri di acqua dolce purificata.
Thomas mi aveva mostrato il cilindro. All’interno c’era un tubo
forato. Non doveva essere così difficile da riprodurre. Fra uno strato di
membrana e l’altro, avvolti intorno al tubo, c’era una rete spaziatrice.
Simile a una rete da pollaio. Non doveva essere difficile riuscire a
procurarsene una.
Le membrane, invece... La matita si bloccò sulla carta.
Mi serviva un materiale simile a un filtro molto fine. Come una
stoffa talmente fitta da pensare che fosse impermeabile. Ma attraverso
cui le particelle più piccole potessero passare.
Mi alzai. Scesi dalla barca.
Attraversai a passo svelto il boschetto e salii verso la casa.
Andai nelle camere da letto. Aprii armadi e cassetti, ma senza
trovare quel che faceva al caso mio.
Maglioni, calze, magliette. Tutto odorava di vecchio, come se fosse
rimasto chiuso a lungo lì dentro. Scesi nell’ingresso. Alla parete erano
appesi giacche e giacconi.
Li sollevai uno a uno e proprio sotto trovai un impermeabile giallo.
Di tela cerata, come li facevano una volta.
Un impermeabile. C’è stato un tempo in cui avevamo bisogno di
impermeabili.
Ne toccai il tessuto. Era resistente, con una trama molto fitta.
Forse...
«Ciao.»
Mi voltai.
Lou. Non l’avevo sentita arrivare. Fra le mani stringeva il disegno
che avevo fatto.
che avevo fatto.
«Che cos’è?» mi chiese.
Non una parola sul fatto che prima l’avessi bloccata. Né su quello
che mi aveva gridato.
Alzò gli occhi. Mi guardò.
Anch’io la guardai. Una prova di forza?
No. Un ricominciare da capo, la mia bambina e io.
Inspirai a fondo.
«Costruiremo un serbatoio» le dissi. «Un serbatoio per l’acqua.»
Lei annuì lentamente.
«Per quale acqua?»
«Per l’acqua salata. Del mare. Lo riempiremo di acqua di mare»
proseguii indicando il serbatoio che avevo disegnato. «L’acqua verrà
spinta dentro questo tubo qui, vedi? Attraverso questa stoffa.»
Sollevai l’impermeabile.
«E così diventerà acqua dolce?» mi chiese.
«Così diventerà acqua dolce.»
Brava la mia bambina, queste cose le sapeva.
«E la potremo bere?»
«Sì.»
«Quando saremo sul mare.»
«Quando saremo sul mare.»
Lei annuì.
«Allora non ci serve l’acqua. Ci serve solo il mare.»
Un accenno di sorriso. L’oppressione che sentivo al petto si dissolse
in parte.
«E allora potremo stare in mare per settimane» le dissi. «Per mesi.
Per tutto il tempo che vorremo. Potremo mangiare pesce e farci la
nostra acqua. Possiamo vivere in mare per il resto della nostra vita.»
«Sì, sarebbe bello. Mi piacerebbe» replicò Lou.
«Anche a me.»
Rimase in silenzio per un po’. Il sorriso svanì.
«Solo che prima ci dobbiamo arrivare al mare» mormorò.
Feci un passo verso di lei.
Avrei voluto abbracciarla, ma sentivo che era ancora troppo presto.
Allora le sorrisi. Con il più grande dei sorrisi.
«Basta un po’ di pioggia» le dissi. «La pioggia riempirà il canale.»
«Sì. Basta un po’ di pioggia.»
«Vedrai che prima o poi ricomincerà a piovere.»
«Vedrai che prima o poi ricomincerà a piovere.»
«Tu credi?»
«Ne sono sicuro. Prima o poi arriverà la pioggia.»
Nei giorni seguenti Lou non fece domande, nemmeno una.
Ma lavorò, insieme a me. Venne con me nei giardini delle case
vicine, a caccia di cibo e di materiale. Trasportò quel che riusciva, più
di quanto io credevo fosse in grado.
Mangiava il poco che le davo, senza brontolare.
Non si lamentava se il sapore era pessimo. Se non era abbastanza.
Parlava poco.
Ma c’era, era lì, con me.
Nemmeno di sera faceva domande.
Ci sedevamo sul ponte e guardavamo verso le luci al di là degli
alberi, le luci del campo.
A volte anche dei suoni arrivavano fino a noi. Attraverso il
paesaggio silenzioso.
Spari.
Grida.
Non avrei dovuto lasciarle guardare le luci, lasciarle sentire quei
suoni. Ma le prime sere ero come inchiodato lì.
Poi iniziai a metterla a letto prima. Mi sdraiavo vicino a lei.
Sgattaiolavo fuori quando credevo che si fosse addormentata.
Ma lei si alzava di nuovo. Ogni sera. E veniva a sedersi accanto a
me, come attratta e paralizzata alla vista delle luci al di là degli alberi,
esattamente come me. E anche lei con le orecchie tese verso i suoni
delle persone che avevamo conosciuto.
Solo una volta mi fece una domanda.
«Dove saranno adesso Caleb, Christian e Martin?»
Non riuscii a risponderle subito. Non sapevo che cosa dirle. Poi mi
venne in mente una cosa.
«Hanno preso il trattore» dissi. «Era toccato a loro, ti ricordi?»
«Sì.»
«Hanno preso il trattore e se ne sono andati via.»
«Sono stati furbi.»
«Sono stati molto furbi.»
Sera dopo sera le luci diminuivano. Le grida e gli spari anche.
E poi una sera al di là degli alberi vedemmo solo buio. Si sentiva un
E poi una sera al di là degli alberi vedemmo solo buio. Si sentiva un
gran silenzio. Come se il campo non fosse mai esistito.
Nemmeno allora mi fece domande.
Non mi chiese mai di Francis. Né di Marguerite.
31
Signe
L’ultima volta che ci siamo visti, Magnus... l’ultima volta che
abbiamo parlato insieme... è stato subito dopo Londra.
Ero partita senza dire niente a nessuno, ero partita e basta, da
Eidesdalen ero andata direttamente a Bergen, avevo prelevato tutti i
soldi che avevo sul conto, avevo comprato un biglietto del traghetto
per l’Inghilterra e mi ero imbarcata quella stessa sera. Ricordo ancora
l’odore che c’era a bordo, odore acre di fumo di sigaretta, di birra, di
frittura, di sedili in pelle scuri e di formica dura, di gasolio della sala
macchine.
Durante la traversata ci furono onde alte e vento forte, il mare era
grosso e bianco di schiuma, violenti marosi si accavallavano, la
superficie era agitata e rotta da turbini di spruzzi come se ne vedono
solo nel mare del Nord.
Come se la nausea che già avevo non fosse sufficiente.
Londra mi accolse con i suoi selciati sconnessi e i pub fumosi, ma io
non abbracciai quella città, non volevo farla mia. Non avevo nessun
indirizzo, nessun nome a cui rivolgermi. L’unica cosa che sapevo era
che si doveva chiedere di un medico e poi il resto sarebbe venuto da
sé.
Forse non sarei dovuta partire, la maggior parte delle ragazze
presentava una richiesta alle autorità competenti e molte venivano
accettate, ma... sarei dovuta andare a elemosinare una cosa del
genere? Piangere? Ero furiosa, lo ricordo bene, per il fatto che
avessero reso così faticosa una scelta che era comunque soltanto mia.
Presi una camera in un hotel vicino alla stazione ferroviaria,
l’addetto alla reception mi diede la chiave e lì così, con quella chiave
in mano e lo zaino in cui avevo messo lo stretto necessario appoggiato
alla gamba, con il mio maglione tradizionale dai colori vivaci e i capelli
alla gamba, con il mio maglione tradizionale dai colori vivaci e i capelli
raccolti per praticità in una treccia, dovevo essergli sembrata
norvegese e ingenua, due cose che a quanto pare andavano a
braccetto, con o senza treccia.
«Qualcos’altro?» mi chiese quell’uomo grassoccio e gioviale, visto
che non mi decidevo ad andarmene. «Anything more I can do for you,
love? »
Si allungò sul bancone, con sguardo paterno, o forse cercando di
flirtare un po’, era in quell’età in cui sarebbero state possibili
entrambe le cose, forse nemmeno lui sapeva bene da che parte
propendere. Adesso però dovevo chiederglielo, perché altrimenti non
avrei saputo come fare.
«Sto cercando un medico» gli dissi. «Un medico... un ginecologo...»
Di colpo si allontanò da me, prese le distanze, il suo sorriso svanì.
«Right...» disse. «Ah, ecco...»
All’inizio non mi rispose, ma mi accorsi che non ero certo la prima
ad avergli fatto una domanda del genere, che di straniere come me
doveva averne accolte parecchie, costituivamo probabilmente una
fetta non indifferente dell’industria del turismo londinese in quel
periodo, arrivavamo da sole, e non per vedere il Big Ben o Covent
Garden, tutto quello che volevamo era una confezione di antidolorifici,
una borsa dell’acqua calda e una stanza silenziosa e ben insonorizzata
in cui poter piangere in pace.
«Perciò ti serve un ginecologo» concluse.
Il tono di voce era neutrale, ma non mi guardò negli occhi. Per un
attimo rimase immobile, come se non riuscisse a decidersi. Che fosse
un no?
Poi scarabocchiò qualcosa su un blocco, strappò il foglio e me lo
porse, io lo presi, una trasandata calligrafia maschile, lettere inclinate
verso sinistra. Un nome e un indirizzo.
Alzai gli occhi, mormorai un «grazie».
«Dovresti essere sposata» mi disse. «Non dovresti aver bisogno di
fare una cosa del genere.»
Non potevo rispondergli, perché non avrei potuto dirgli che io non
avevo bisogno di farlo, nel senso che intendeva lui, che uno
probabilmente disposto a sposarmi ancora c’era, sempre che io fossi
stata disposta a diventare come lui mi desiderava, solo che io non ero
disposta, ero io a non volere lui, e tanto meno suo figlio, il mondo non
aveva bisogno di questo bambino, di un altro bambino, o almeno non
del nostro, e se l’uomo alla reception mi avesse chiesto perché gli
avrei risposto che non avevo niente da aggiungere, era così evidente.
Avrebbero dovuto essere quelli che lo desideravano un bambino a dare
una spiegazione, non noi altri, e se anche avevo creduto qualcos’altro
tempo prima, se Magnus aveva cercato di farmi credere in qualcosa di
diverso, dopo Eidesdalen sapevo con certezza che ero io ad avere
ragione.
Lo ringraziai di nuovo e sollevai lo zaino. Feci un po’ fatica a
mettermelo in spalla, ma lui non mi aiutò.
«Hope you’ll enjoy London» mi disse e si voltò dall’altra parte.
Premetti il pulsante dell’ascensore e rimasi lì ad aspettare, ma non
arrivava mai.
L’uomo alla reception mi aveva visto, non poteva non essersi
accorto che me ne stavo ancora lì ad aspettare, ma non accennò a
nessun tipo di spiegazione, non fece riferimento al fatto che
l’ascensore era lento, o che non funzionava, no, rimase totalmente
passivo dietro al bancone.
Alla fine mi decisi a salire per le scale.
Ero sudata quando arrivai al quinto piano.
Dal ginecologo dovetti aspettare il mio turno, ma una volta arrivato
procedette tutto speditamente, il medico chiamò una clinica e mi fissò
un appuntamento per la mattina seguente. Solo una notte, pensai, solo
una notte, poi sarà tutto finito.
Quella notte vagai per le strade di Londra. Il London Coliseum con
la National Opera, la National Gallery, Trafalgar Square, ma niente
suscitò in me alcuna emozione, proseguii lungo imponenti edifici,
reminiscenze della passata superiorità dei britannici, della loro
capacità di conquistare il mondo. Sono solo pietre, pensai, l’intera
città non era che pietre, terracotta, mattoni rossi, che mi davano la
nausea, argilla cotta, questo materiale creato dall’uomo, tagliato in
pezzi perfettamente a misura e impilati uno sull’altro a formare case,
ovunque mi girassi.
Trovai la strada per il Tamigi, lì l’aria era più umida e fredda, la
inspirai a fondo a bocca aperta, come se volessi berla, e rimasi a lungo
ferma su un ponte a guardare l’acqua del fiume scorrere sotto ai miei
ferma su un ponte a guardare l’acqua del fiume scorrere sotto ai miei
piedi.
Poi arrivò un’imbarcazione, mi girai e la seguii con lo sguardo
sparire sotto al ponte e poi riapparire dall’altra parte, era diretta a est,
forse al mare.
Il fiume collegava quella città al mare, il mare collegava quel paese
al mondo. Tutte le grandi città hanno un fiume, mi aveva detto una
volta mio padre, sono i fiumi a creare intorno a sé le grandi città, sono
i fiumi le strade più importanti. Papà, pensai all’improvviso, papà, che
cosa mi direbbe se sapesse, se fosse qui con me? Forse avrei dovuto
dirglielo, forse lui era davvero il solo a cui avrei dovuto raccontare
qualcosa, avrei potuto portarlo qui con me, o lasciarmi accompagnare
qui da lui, avremmo potuto stare insieme su questo ponte, parlare dei
fiumi, della natura antropizzata che costeggia qua e là tutte le strade
d’acqua del mondo, da migliaia di anni, e lui magari mi avrebbe
raccontato del Tigri e dell’Eufrate, creati artificialmente dalla divinità
sumera Enki, dio dell’acqua dolce, dio del mare, della fecondità e della
capacità creativa, che inondò i paesaggi di acqua che scorreva... Tutti
gli aneddoti di papà, tutte le sue parole, no, non le avrei volute, non
sarei riuscita a perdermici dentro. E mamma... Che cosa avrebbe fatto
mamma se fosse stata qui con me, adesso? Mi avrebbe portato via,
preparato un bel bagno caldo? Avrebbe tentato di dissuadermi dalla
decisione che avevo preso?
Dell’immondizia si avvicinava galleggiando, più lenta
dell’imbarcazione, fluiva al ritmo stesso del fiume, cercai di
distinguere di cosa si trattasse, era una matassa di corda, ridotta
ormai a un groviglio, e all’interno aveva un pacchetto di sigarette
mezzo marcio, una bottiglia di liquore ancora chiusa. Quell’immagine
si impresse in me, come un marchio nella coscienza, l’immagine di
quella matassa di corda, di quel groviglio, il pacchetto di sigarette
mezzo marcio, la bottiglia di liquore, che scorrevano via trascinati da
quella che un tempo doveva essere stata acqua pulita. E io, sola, sul
ponte. Non avrebbe potuto essere altrimenti.
Rimasi lì fino a quando non cominciai a battere i denti per il freddo,
fino a quando l’umido freddo del Tamigi non s’insinuò in ogni fibra del
mio corpo, solo allora tornai a farmi circondare dai mattoni,
camminando il più velocemente possibile nel tentativo di scaldarmi un
po’ mentre sentivo la terracotta penetrare in me.
E anche il mattino seguente, fra le pareti bianche della clinica,
E anche il mattino seguente, fra le pareti bianche della clinica,
sentivo ancora quei mattoni rossi, come se ne avessi in bocca il
sapore, come se ne masticassi la polvere fra i denti, come se fosse
quello a darmi la nausea. Fu quella l’ultima sensazione prima di
addormentarmi e la prima quando mi risvegliai, e ce l’avevo ancora
quando tornai a casa, sentivo quella polvere fra i denti mentre
raccontavo a Magnus che cosa avevo fatto, sentivo ancora la nausea
mentre lui mi gridava addosso, mentre lui piangeva. E anche dopo,
rannicchiata sul letto dell’appartamento, con brucianti singulti che mi
serravano la gola, mi scuotevano il corpo intero, e io che cercavo di
piangere più piano, più silenziosamente, cercavo di attutire me stessa,
per poterlo sentire se avesse bussato alla mia porta, se fosse tornato.
Perché ricordo di averlo desiderato, che lui tornasse, anche se non mi
ero pentita, anche se ero furiosa, non riuscivo ad accettare che
potesse finire così.
Ma lui non si fece sentire. O forse io non avevo pianto abbastanza
silenziosamente.
32
David
Era mattina. Ero seduto nel pozzetto, all’ombra del tendalino
parasole che avevamo fissato al di sopra del boma.
Ero così stanco. Ero sempre stanco. Non dormivo bene. Sempre con
l’orecchio teso all’ascolto del rumore delle gocce. Rumore di pioggia.
Il sudore mi imperlava la fronte, anche se era mattina presto. Mi
sarei dovuto mettere al lavoro. Ma non ce la facevo a muovermi.
Lou stava rifacendo i letti in dinette e cantava con la sua voce acuta
«Fra’ Martino, campanaro, dormi tu? Dormi tu?».
Anna la cantava sempre, seduta sul bordo del letto.
Io ero affamato, anche se avevamo appena mangiato.
Avevo perlustrato tutti i cortili dei dintorni. E trovato un po’ di
farina, qualche lattina di cibo in scatola, una confezione di riso.
Quanto bastava per resistere nove settimane, avevo calcolato. Se
avessimo mangiato poco.
Ma mezza tazza di riso bollito non era sufficiente.
E avevo sete. Bevvi un sorso dalla mia bottiglietta, anche se sapevo
che non avrei dovuto. L’acqua proveniva dalla cisterna nel giardino.
L’avevo tirata su tutta. L’avevo bollita. Filtrata. Testata su me stesso
prima di darne a Lou. Sapeva di terra e di qualcosa di amaro che non
riuscivo a identificare. Aveva un retrogusto che ti rimaneva in bocca.
Ma non ero stato male.
Non pensarci. Non pensare. Lavorare e basta. Un giorno alla volta,
nuovi obiettivi ogni giorno. Un passo alla volta per riuscire a
preparare la barca. Finire l’impianto di dissalazione.
E quando finalmente sarebbe arrivata la pioggia noi saremmo stati
pronti.
Ero sicuro che avrebbe ricominciato a piovere.
E quando la pioggia sarebbe arrivata avremmo usato gli ultimi resti
E quando la pioggia sarebbe arrivata avremmo usato gli ultimi resti
di gasolio che avevo trovato nel bidone per poter avanzare nel canale,
verso ovest.
Fino alla costa.
Quando la pioggia sarebbe arrivata.
E poi, finalmente, l’Atlantico.
Il mare, sicuro. Lì era possibile vedere tutti quelli che si
avvicinavano, tutto quello che sarebbe arrivato, per miglia e miglia,
tutt’intorno.
Lou e io, noi due soli, sulla barca.
Avremmo navigato a vela per settimane, forse ci sarebbero voluti
mesi, sempre verso ovest. Forse saremmo rimasti in mare per sempre.
O magari ci saremmo spinti fino in Sud America.
Era un’idea di Lou: sottoterra in Sud America c’era acqua, se ci
fossimo stancati del mare avremmo potuto andare in Sud America.
Bisognava solo aspettare.
Aspettare e lavorare. Centellinando al meglio acqua e forze.
Intorno a noi tutto si seccava. Perfino il fango del canale si era
trasformato in polvere.
Lou aveva smesso di cantare. Il mondo era silenzioso. Non si
sentiva quasi nessun insetto ronzare, non sentivo nemmeno le cicale.
Che fossero sparite anche loro?
Bevvi un altro sorso. Dovevo smetterla, adesso. Niente più acqua
per un’ora. Ne avevamo abbastanza per sopravvivere venti giorni. Solo
venti giorni. E poi, che cosa avremmo fatto? Sarei rimasto a guardare
Lou disidratarsi, avere i crampi, violenti e dolorosi mal di testa?
Oppure glielo avrei risparmiato? Le avrei posato un cuscino sul viso
mentre dormiva?
All’improvviso un flebile ticchettio sul tendalino parasole. Mi alzai.
Gocce, non erano forse gocce?
Fermo lì, in piedi, in ascolto.
Sembravano gocce.
Da sotto al tendalino sbirciai fuori. Su, verso il cielo.
Blu. Un blu intenso. Quel colore mi dava le vertigini.
Doveva esserci una nuvola, da qualche parte.
Mi spostai sul ponte. Da lì vedevo il cielo per intero. Mi bruciavano
gli occhi. Il sole scottava. Era come se fosse cresciuto. Come se
crescesse ogni giorno di più. Minacciando di inghiottire il mondo.
crescesse ogni giorno di più. Minacciando di inghiottire il mondo.
Mi voltai. E mi accorsi che c’era una persona sulla sponda del
canale.
Marguerite.
Forse era lì da parecchio. Era rimasta lì a guardare la barca, a
guardare me. In attesa.
Una valigia con le ruote sull’erba secca alle sue spalle. Un tempo
doveva essere stata di lusso. Ma adesso era impolverata e sporca.
Una valigia? Era riuscita a tenere con sé una valigia al di là di
tutto? Se l’era trascinata fin qui per tutta la strada? Tutta la strada fin
qui, tutta la strada dalla sua precedente vita?
«Posso salire?» mi chiese.
Quasi con banalità.
Non risposi.
Lou uscì dalla dinette e le sorrise.
«Ciao, Marguerite.»
«Ciao, Lou» disse Marguerite. «Posso salire?»
«Sì!»
«No» replicai. «Scendo io.»
«Anch’io» intervenne Lou.
«Tu resti qui» le dissi.
«No.»
«E invece sì.»
Per fortuna mi ascoltò.
Scesi dalla barca, mi accorsi che stavo tremando. Perché
Marguerite era viva, mio Dio, era viva.
«Vieni» le dissi.
M’incamminai verso il boschetto senza voltarmi indietro. Ma
sentivo che lei mi stava seguendo.
Arrivati in un punto in cui Lou non poteva vederci restammo lì, uno
di fronte all’altra. Solo un metro a separarci, anche se io avrei
desiderato che la distanza fosse maggiore.
Il suo viso, i suoi occhi, lei era lì davanti a me, lei c’era ancora.
Ancor più magra, adesso, scheletrica. E così rinsecchita e sporca. Il
sudiciume aveva lasciato tracce sulle sue guance.
«Non so che cosa fare» mormorò.
Non riuscii a risponderle.
«Non so che cosa fare, David.»
«...»
«...»
«Non ho nessun posto in cui andare.»
«...»
«Non ho quasi più cibo.»
«...»
«David... David... Il campo non esiste più.»
E poi crollò, sotto ai miei occhi.
Le ginocchia si piegarono all’improvviso, il corpo intero, la sua
figura eretta, a un tratto in ginocchio davanti a me. Implorante.
«Acqua. Per favore.»
Gli occhi lucidi. Ecco com’era con le lacrime agli occhi. Quel
pensiero, quelle parole. Ecco com’è con le lacrime agli occhi. Sta per
mettersi a piagnucolare. No. A piangere. Le signore come lei
piangono.
Era come guardare un’immagine. Una fotografia. Era come se lei
fosse una fotografia.
Non piangere, Marguerite, pensai. Non usare più liquidi del
necessario. Noi non abbiamo niente, non possiamo condividere. Io ho
Lou, ho solo lei e non posso dare dell’acqua a nessun altro.
«Devi andartene» le dissi solamente. «Devi andartene.»
Ma lei non si alzava.
«Devi andartene.»
Mi girai dall’altra parte.
«David, aspetta» mi supplicò.
Non riuscii a non fermarmi. Non riuscii a non guardarla.
«Che cosa farai?» mi chiese. «Come...?»
«Lou e io ce ne andremo.»
«Ma come?»
Gli occhi di lei erano pieni di lacrime. Piangeva. Dovetti distogliere
lo sguardo.
«Con la barca» le spiegai. «Andremo fino al mare. Quando la
pioggia arriverà. Quando il canale si riempirà.»
Allora lei scoppiò a ridere. Lì per terra dov’era. Era così tanto più
piccola di me. E rideva, rideva forte.
Le lacrime svanirono. C’era solo quella risata. Una risata senza
calore. Forse era così che rideva prima, durante le ferie in Provenza
con gli abiti di seta, rideva di quelli come me.
E io sapevo perché rideva.
E io sapevo perché rideva.
Un pivello incapace, una bambina al seguito e una barca arenata
sulla terraferma. Non avevo niente, nemmeno un piano.
E improvvisamente come aveva iniziato, Marguerite smise di ridere.
Si alzò. Le costò un grosso sforzo, magra com’era, ma cercò di
nasconderlo.
Poi, senza aggiungere altro, dandomi le spalle, tornò alla sua
valigia sulla sponda del canale. Ma invece di prendere la valigia, scese
giù nel canale. Oltrepassò la barca e continuò a camminare.
«Marguerite?» le gridò Lou.
Lei non rispose.
«Dove vai?»
Allora Marguerite si girò verso di me e rispose: «Verso il mare.
Camminerò fino al mare.»
E poi proseguì. La sua schiena era così piccola e stretta fra gli alti
argini in cemento del canale. Ma lei avanzava a testa alta.
Barcollava leggermente.
Il fango ormai secco si sollevava sotto ai suoi piedi.
Fra poco sarebbe svanita alla vista e la polvere si sarebbe adagiata
di nuovo al suolo.
Ma la sua valigia era rimasta lì, sulla sponda. La sua valigia, tutto
ciò che le restava.
L’afferrai e le corsi dietro.
Lei si voltò, con un barlume di speranza negli occhi.
«Tieni» le dissi.
La speranza si spense all’istante. «Che cosa me ne faccio?»
Ma la prese comunque e ricominciò a camminare tirandosela
dietro.
Le piccole ruote sprofondavano nel fango inaridito, ma lei andava
avanti. Trascinava la valigia mentre l’aria alle sue spalle si riempiva di
polvere.
Sarà questa l’ultima cosa che vedo, pensai, l’ultima cosa che vedo
di lei. La sua schiena nel canale, la polvere, la valigia. L’ultimo suono
sarà quello delle ruote della valigia sul fango secco. Lei che cammina.
E solo questo suono, nient’altro. Né parole, né grida, né pianto.
Mi ero dimenticato di Lou. Lei era lì, era scesa dalla barca senza
che me ne fossi accorto, aveva visto quel che avevo visto io.
E adesso riempiva l’aria con i suoi suoni, le sue grida, il suo pianto.
Ancora una volta urlava fra le mie braccia, ancora una volta
protestava contro una mia scelta. E questa volta era incontenibile.
«Non andartene, Marguerite! Non farla andare via, papà! Deve
restare qui, con noi!»
Tutto in me si fermò e tutto cominciò. Finalmente diedi ascolto alla
mia bambina.
E corsi. Verso la polvere che si sollevava. Verso la valigia. Verso
Marguerite.
33
Signe
Mi sposto a prua per mollare gli ormeggi e invece resto seduta un
po’ sul ponte ad ascoltare, c’è un silenzio qui nell’entroterra, di rado
mi è capitato di sperimentarne di simili. Il canale fluisce silenzioso
sotto di me, non c’è vento, i vecchi alberi chini sull’acqua hanno foglie
immobili e non si sentono né uccelli, né insetti.
La sensazione di essere bloccata, intrappolata non sono soltanto le
chiuse a darmela, ma l’intera natura, il canale controllato, gli alberi
piantati con geometrica precisione, il piatto paesaggio dei terreni
coltivati che circondano la sottile striscia d’acqua, perfino quando il
canale si è addentrato nel bosco ho avuto la stessa sensazione, come
se quaggiù anche il bosco fosse sotto controllo, una natura codarda e
impotente, assolutamente noiosa, regolata dall’uomo. Che strano
immaginare di vivere qui, quando si può vivere sui monti, con le loro
fratture, asperità, drammatiche verticalità, perché scegliere un posto
del genere...
Mi alzo, prendo la cima da ormeggio e la sciolgo rapidamente, sono
all’altezza di Timbaut, oggi troverò casa sua, troverò lui.
Oggi gli sbatterò davanti il ghiaccio.
«Eccoti il ghiaccio» gli dirò. «Il poco che è avanzato. Ho pensato
che lo volessi per il tuo drink.»
E lui lo guarderà strabuzzando gli occhi.
«Tutto il resto, come avrai saputo, è stato gettato a mare»
aggiungerò. «E si è sciolto. Poco importa, non credi? Che si sia già
sciolto, tanto a te va bene così.» La mia sarà una constatazione, non
una domanda.
Forse la sua grassoccia Trine uscirà di casa, resterà un po’
perplessa, e avrà quell’aria indifferente che la contraddistingue.
Terranno un bicchiere di vino stretto in mano e io ci butterò dentro
dei pezzi di ghiaccio, ghiaccio d’annata, potrei dire, mentre il resto
rimane a squagliarsi lì per terra, e se ci saranno i nipotini, allora
usciranno di casa, anche loro... Lasciamo perdere i nipoti, tanto a loro
non importerebbe niente, cosa potrebbe importargli se non i
videogiochi, videogames... Magnus invece rimarrà a bocca aperta,
riuscirò a vedergli l’ugola tinta dal vino rosso, e confuso si gratterà la
pancia piena dietro alla camicia in lino costosa ma floscia, e poi io mi
volterò per andarmene, ma prima dirò un’ultima frase: «Terrò gli
occhi aperti, Magnus, e se prenderete altro ghiaccio butterò a mare
anche quello, se continuerai a farlo, stai pur certo che io non mollerò.»
Non mollerò...
No...
Non posso dire una cosa del genere... non così.
Terrò gli occhi aperti.
Oh, mio Dio.
Alzeranno gli occhi, quei due, dal ghiaccio, dal vino rosso, si
guarderanno, al di sopra dei bicchieri, con espressione eloquente,
cos’altro si è inventata, adesso? E poi Magnus si girerà verso di me, mi
sorriderà con benevolenza ma senza capire: «Signe, ma che cosa stai
facendo?» mi dirà incredulo.
E quando me ne sarò andata sistemeranno tutto, metteranno le
scatole di plastica nel garage con due posti macchina, si verseranno
un altro bicchiere di vino rosso, si diranno quanto sono felici di aversi
l’un l’altra, della vita che hanno vissuto, dell’armonia che c’è tra loro,
di tutti i bei momenti insieme, che meraviglia averne vissuti e messi da
parte, che bello poter andare incontro alla vecchiaia con una serenità
del genere, una casa del genere, un giardino del genere, un coniuge
del genere, che bello poter andare incontro alla vecchiaia sapendo di
aver fatto le scelte giuste.
E io... io tornerò alla mia Blå, scenderò in dinette, che sarà vuota, le
casse di plastica non ci saranno più, mi mancheranno, perché erano
tutto quel che avevo, la rabbia in quelle scatole.
Non mollerò.
Oppure potrei girarmi, tornare indietro, lasciarmi di nuovo alle
spalle tutte le chiuse che ho superato, issare l’albero, liberarmi dei
copertoni, fare rifornimento, prendere il mare, in rotta verso ovest,
dileguarmi nell’oceano Atlantico e una volta al largo, da qualche parte,
dileguarmi nell’oceano Atlantico e una volta al largo, da qualche parte,
buttare a mare le casse, non solo il ghiaccio, ma anche le casse. C’è
talmente tanta plastica in mare, infinitamente tanta, otto milioni di
tonnellate di plastica vengono riversati in mare ogni singolo anno,
nessuno noterebbe la differenza, queste casse potrebbero galleggiare
qua e là insieme a tutta l’altra plastica, in un certo senso sarebbe
quello il loro posto, e il ghiaccio, l’acqua, sparirebbe in mare,
diventerebbe salata, non potabile, inutilizzabile, diventerebbe parte di
quel deserto salato che sono i nostri oceani, un deserto in costante
crescita.
«No!» esclamo all’improvviso ad alta voce, la mia voce risuona
tagliente in quella quiete. Perché sei venuta fin qui, tutta questa
strada, un viaggio così lungo, sei qui, tu, questa barca... È una scelta
che hai già fatto, e a dire il vero, Signe, hai ben poco da perdere.
La Blå scivola sull’acqua, avvicinandosi sempre più a casa di
Magnus, ho inserito il suo indirizzo nel gps, il paesaggio è
completamente piatto, c’è solo un colle boscoso un po’ più in là su cui
posare lo sguardo, forse lo chiamano monte, chissà, quelli che vivono
qui, ma in effetti non è che una protuberanza fuori luogo.
Cinquecento metri, cento metri ed eccomi arrivata, la casa
dev’essere al di là del boschetto che costeggia la riva del canale.
Ma non saprei dove ormeggiare, non ci sono posti di ormeggio
lungo il canale, e comunque sarei d’intralcio al traffico fluviale se mi
fermassi.
Accelero di nuovo e proseguo.
Fa caldo e c’è una gran quiete, sono sudata, i capelli sono sporchi e
grassi, non devo avere un bell’aspetto, di certo odoro di barca, un
misto di acqua di mare vecchia, vestiti bagnati, plastica, acque reflue e
gasolio, ma non importa, adesso devo solo fare quello per cui sono
venuta fin qui.
E finalmente trovo un porto turistico, vicino al centro di Timbaut,
ormeggio rapida, ma quando scendo a terra sento un tuffo al cuore,
perché capisco che non posso portare il ghiaccio con me, deve restare
qui, sulla barca, mentre io vado a cercare la casa, a mani vuote, da
sola.
Noleggio una bicicletta, una moderna bici da uomo con copertoni
da fuoristrada. Arrivo a fatica ai pedali, il sellino si è smollato e scivola
continuamente all’indietro, devo tenerlo in posizione orizzontale con il
mio stesso peso e questo mi dà un’andatura strana e rigida.
mio stesso peso e questo mi dà un’andatura strana e rigida.
La città è esattamente come me l’ero immaginata: carina, graziosa,
con giardini ben curati, piccole case dai muri storti dipinte in colori
diversi, panifici, macellerie, un lussureggiante negozio di fiori.
Attraverso il centro storico, la piazza in acciottolato circondata da
edifici con travature lignee, e comincio a sentire una certa difficoltà a
respirare, l’odore di malvarosa, lavanda e portoni in ferro battuto
verniciati di fresco mi dà una sensazione di soffocamento.
Scivolo in avanti sul sellino, cerco di restare dritta, oscillo
leggermente, un avvallamento sulla strada, un ciottolo un po’ più
inclinato rispetto agli altri, per poco non cado. Per fortuna riesco a
raddrizzarmi prima che finisca male, e proseguo, mi lascio la piazza e
il centro alle spalle, sbuco dalla parte opposta della città, oltrepasso
una fabbrica di tende da sole, imbocco una curva, la strada scende,
cerco con gli occhi un cartello con il nome della via, ma non ne trovo.
Dietro l’angolo eccone finalmente uno, ma non è quello giusto, mi
rendo conto quando mi avvicino, ho sbagliato strada, ho svoltato
troppo tardi.
Devo girarmi e tornare indietro, continuo a sudare. Finalmente
arrivo a un incrocio dove uno dei cartelli riporta il nome della via che
sto cercando.
Eccola, ecco dove abita. È una strada fiancheggiata da alberi, il sole
penetra a sprazzi attraverso le chiome, le foglie lasciano ombre
tremolanti, nonostante non spiri un alito di vento.
Sto tremando, mi concentro sul tenere la bicicletta dritta, non devo
cadere, non devo perdere l’equilibrio, vorrei pedalare più lentamente,
ma non posso, l’instabilità della bici mi costringe a mantenere
un’andatura sostenuta.
E poi eccola. All’inizio non riesco a credere di essere arrivata
finalmente a destinazione, ma il numero civico sul muro conferma che
la casa è proprio quella, e prima vedo solo il numero, poi anche
l’edificio, delizioso, tipicamente francese, muri spessi, persiane verdi,
recinzione in ferro battuto. Come me l’ero immaginata.
Anzi, non esattamente. È più piccola, una casa piuttosto semplice,
l’intonaco scrostato sulle pareti, le aiuole incolte, le persiane rovinate
e la recinzione che avrebbe dovuto essere ridipinta molti anni fa.
Mi fermo, scendo dalla bici.
Non c’è un campanello, ma un battente a forma di testa di cane in
Non c’è un campanello, ma un battente a forma di testa di cane in
ottone, sollevo la mano, batto un colpo, due, poi lo lascio andare. La
mia mano pende inerte lungo il fianco, strofino le dita sulla stoffa dei
pantaloni, se solo avessi qualcosa da tenere in mano... La mia mano è
così vuota, tutte e due le mani sono vuote, se solo avessi con me il
ghiaccio...
Ascolto: niente passi, solamente insetti, uccelli e il ronzio lontano di
un macchinario agricolo.
Sollevo di nuovo la mano, afferro il cane in ottone, batto un altro
colpo, più forte questa volta.
Ancora niente.
Non è in casa. Non c’è nessuno in casa.
Mi affloscio sui gradini, tutt’a un tratto ho una gran sete, non ho
portato acqua con me, se solo avessi il ghiaccio me ne sarei messa un
pezzo sulla lingua, freddo, mi si sarebbe sciolto in bocca, la lingua mi
si sarebbe congelata e intorpidita...
Me ne sto lì seduta, semplicemente, ma continuo a grondare
sudore. Dei gradini, una porta chiusa, io sono qui, e non è cambiato
niente. Era tutto qui.
Poi però lo vedo arrivare.
Passi rapidi sull’asfalto, è la prima cosa che sento, rapidi e leggeri,
alzo gli occhi, viene verso di me a ritmo sostenuto, si è già accorto di
me, anche lui è sudato, sta facendo jogging, ha una maglietta vecchia
e delle scarpe logore che un tempo dovevano essere state bianche.
È così magro, smunto, ha il viso spigoloso e forse non è nemmeno
lui, forse ci vedo male, mi servirebbero gli occhiali, non può essere lui,
non è così che sarebbe dovuta andare. E lui corre, non lo vedevo
correre da quando era bambino, ma adesso corre, con
un’impressionante leggerezza, con i piedi che colpiscono ritmicamente
il suolo.
Perché è proprio lui, e non smette di correre, corre fino a me, varca
il cancello, io mi sono alzata senza nemmeno rendermene conto, corre
fino a me, è sudato, ne sento l’odore, ma non è sgradevole, è sudore
fresco, e io scendo i gradini e mi fermo davanti a lui.
E lui mi abbraccia.
Mi abbraccia e ride.
34
David
Ci trasferimmo nella casa quella sera stessa. E solo lì, fra quelle
fresche mura in pietra, ideate per proteggere dal caldo, mi resi conto
di quanto stretta e calda fosse la barca.
Era bello avere libertà di movimento. Lou correva da una stanza
all’altra. C’era così tanto spazio, lei non aveva mai avuto così tanto
spazio.
Cambiò idea tre volte prima di riuscire a decidere dove volesse
dormire. Scelse una mansarda decorata con piccoli fiori che sembrava
proprio aspettare di essere abitata da una bambina. Con tende in pizzo
alle finestre e soffici cuscini sul letto.
Per pochi giorni... quella sarebbe stata la sua stanza. Adesso.
Versai tutta l’acqua che avevamo in un contenitore di plastica
trasparente. Lo tenevamo in cucina.
L’acqua sarebbe durata meno, adesso che eravamo in tre. Molto
meno. Non sarebbe bastata, non fino all’arrivo della pioggia.
Ma la nostra vita non sarebbe durata a lungo, comunque. Adesso,
qui: era questa la vita che avevamo.
I cani vivono il passare del tempo in modo diverso da noi. Per loro
ogni giorno vale come diverse settimane, le giornate delle formiche
sono ancor più lunghe. Ecco, era così che la pensavamo, erano cose
del genere quelle di cui parlavamo, Marguerite e io.
Non avevamo più energie per combattere, fare fatica. Volevamo
solo esserci, qui, insieme.
I nostri giorni sarebbero diventati una vita.
Lou andava a dormire sotto al cielo fiorito della mansarda, si
raggomitolava, si rannicchiava sotto alle lenzuola pulite e a quel punto
Marguerite e io ci svegliavamo.
Marguerite e io ci svegliavamo.
Le forze che prima avevamo usato per combattere, lottare per la
vita, le usavamo adesso l’uno per l’altra.
Riservavo per lei tutte le mie energie e lei riservava a me le sue. Il
caldo amplificava ogni sensazione.
Ci spostavamo qui e là per la casa.
Ovunque. Prima sui letti. Poi sul divano. Il piano della cucina. Il
bagno, la doccia asciutta. Il tavolino del salotto.
Ma poi arrivò una sera in cui il caldo era insopportabile e restare
dentro casa ci parve impossibile.
Allora portammo fuori un copriletto, ci sdraiammo sull’erba secca,
a terra sotto agli alberi, vicino a quello che un tempo era stato un
ruscello, mentre il giorno lentamente svaniva.
E lo facemmo lì, rapidi, perché faceva troppo caldo.
E poi restammo, ansimanti, uno accanto all’altra.
Il mio sguardo scivolò sul paesaggio all’imbrunire. Sugli alberi da
cui si staccavano foglie secche che cadevano al suolo. Su quei rami
che fra poco sarebbero stati completamente spogli, dove più nessun
uccello cantava.
E il mio sguardo spaziò oltre, verso il buio in mezzo ai tronchi.
Trasalii. Lei era lì. Il suo faccino, pallido. Un viso infantile colmo di
stupore che lentamente svaniva, a mano a mano che capiva che cosa
aveva visto.
Di colpo i suoi occhi si riempirono di lacrime, si voltò e corse via.
Maledizione!
«Lou!»
Si è rovinato tutto, pensai. Gli ultimi giorni sarebbero stati terribili.
Quel poco che ci era rimasto sarebbe diventato qualcosa di brutto.
Le corsi dietro attraverso il boschetto.
Ero nudo, senza scarpe. Calpestai qualcosa di appuntito. Una
pietra, forse. Che male! Merda!
Dovetti fermarmi un attimo e controllare cosa mi ero fatto.
Ma quando mi rialzai, lei era sparita.
«Lou? Lou!»
Marguerite mi aveva seguito. Si era messa canotta e calzoncini. Mi
allungò il copriletto, che mi avvolsi tutt’intorno.
«Lou?» gridò Marguerite.
Avevo così sete, di nuovo, mi sentivo la bocca asciutta, così
Avevo così sete, di nuovo, mi sentivo la bocca asciutta, così
asciutta. Sudavo, perdevo liquidi ogni minuto in più che passava.
Poi la vidi. Ferma immobile un po’ più in là sul pendio, che portava
all’unica altura in quel paesaggio piatto.
Mi affrettai a raggiungerla.
«Lou! Aspetta!»
Ma quando anche lei mi vide ricominciò a correre.
«Lou!»
Continuava a salire.
Avevo il fiato sempre più corto, i piedi già scorticati, ma tenevo gli
occhi fissi sulla sua schiena.
La raggiunsi prima di arrivare in cima. Il punto più alto del
paesaggio, una protuberanza in quell’uniforme distesa pianeggiante.
Era meno buio qui. Non c’erano alberi a oscurare il pallido cielo
serale.
Credevo stesse piangendo, perché era piegata in avanti.
Poi però mi resi conto che c’era qualcosa a terra che aveva attirato
la sua attenzione. Batteva una mano contro qualcosa. Faceva uno
strano rumore. Come di vuoto all’interno.
Mi avvicinai.
Mi chinai su quello che stava guardando.
Grosse casse in plastica. Disposte su due file, sotterrate per metà
nel terreno, seminascoste da sterpaglie rinsecchite.
Lou cercò di sollevarne una, ma non riusciva a prenderla.
Cercai di aiutarla, era davvero pesante. Liscia e robusta plastica
rigida di colore blu fra le dita.
Nel frattempo anche Marguerite ci aveva raggiunto. Spostava lo
sguardo da me a Lou con aria interrogativa.
«Abbiamo trovato qualcosa» la informai. «Lou ha trovato qualcosa.»
Marguerite prese un’altra cassa. Anche lei fu colta alla sprovvista
dal peso.
«C’è qualcosa dentro?»
«Sì» le risposi.
Perché adesso si sentiva un suono. Uno sciabordio all’interno.
Posai la cassa sul terreno, cercai di togliere il tappo, ma non si
muoveva di un millimetro. Mi tremavano le mani. Andai a prendere un
rametto, riprovai, ma era troppo spesso.
Ne cercai uno più sottile. Questa volta la misura era giusta. Lo
infilai nello spazio fra coperchio e cassa.
infilai nello spazio fra coperchio e cassa.
E finalmente cedette.
Ci chinammo sulla cassa, tutti e tre.
Quello che c’era dentro era avvolto nella plastica. La bucai con il
rametto.
Lou c’infilò dentro il dito. Lo tirò su. Lo assaggiò.
Io feci lo stesso, infilai la mano, proprio come facevo al mare, a
casa. Ma questa volta assaggiai.
Acqua. Era acqua.
35
Signe
La casa è consumata dal tempo, lui è consumato dal tempo, i nipoti
ci sono venuti solo una volta, non c’è la piscina e Trine se n’è andata
per sempre. Non chiedo il perché.
Andiamo a sederci in giardino. Mi offre del caffè liofilizzato, rigira
la polvere nelle tazze con un cucchiaino in argento ossidato fino a che
non si scioglie del tutto.
Prendo la tazza, guardo il vapore depositarsi in alto all’interno,
copro la tazza con l’altra mano, sento il caldo salire e il palmo
inumidirsi.
«Lo sapevo che eri stata tu. Nessun altro avrebbe potuto fare una
cosa del genere» mi dice. «E quando ho saputo che eri tornata a casa,
che qualcuno aveva visto la Blå al porto, allora ne ho avuto la
certezza.»
«Ne conosco molti altri che avrebbero potuto fare una cosa del
genere» ribatto.
«Nel tuo mondo, certo. Ma tu vivi in un altro mondo.»
«Viviamo nello stesso mondo, tutti e due.»
«Davvero?»
Mi sorride.
«Lo trovi ridicolo?» gli chiedo. «Che io abbia buttato a mare il
ghiaccio?»
«No... no. Non ho mai trovato ridicolo niente di quello che hai
fatto.»
«Ma non è servito» gli dico.
«Non puoi sapere come sarebbe stato il mondo se non avessi fatto
tutto quello che hai fatto.»
Restiamo in silenzio, beviamo il caffè, che da caldo diventa
lentamente tiepido.
lentamente tiepido.
«Vai a correre» commento.
«Tutti i giorni» mi dice. «Qualcosa bisogna pur fare.»
«E il giardino? La casa?»
«In che senso?»
«È quello di cui si occupano i pensionati, il giardino, la casa...»
«Non mi piace il bricolage. E nemmeno il giardinaggio.»
Mi guarda al di sopra della tazza, e di nuovo intuisco la risata che
ha dentro: gli brillano gli occhi, anche se è serio.
«Hai ancora voglia di ridere di me» gli dico. «Non smetterai mai.
Non si ride di ciò che non si comprende.»
«No. Non ho nessuna voglia di ridere di te.»
«Allora... cosa c’è?»
«Signe, ma non capisci?»
Lo guardo, non so che cosa dire, perché no, non capisco davvero.
«Non capisci che... tutte le volte che sono uscito a correre, fin da
quando ho iniziato, anzi no, ancora prima, per tutta la mia vita... Ogni
volta che sono uscito di casa, da una qualunque delle tante case in cui
ho abitato, o dalla stanza di uno dei tanti alberghi... ho desiderato, non
sempre intensamente, a volte è stato solo un guizzo, ma negli ultimi
tempi sempre più intensamente... ogni volta ho desiderato, tornando
da un viaggio, o dal lavoro, o da un giro di corsa, tornando da
qualunque posto in cui fossi stato... trovarti seduta sui gradini?»
E poi mi abbraccia di nuovo, si piega in avanti e mi abbraccia, e io
ho ancora la tazza del caffè fra le mani, in mezzo fra me e lui, un caldo
e duro blocco di ceramica nel mezzo del nostro abbraccio, cerco di
tirarla fuori, siamo goffi entrambi, come due tredicenni.
E quando ci sciogliamo dall’abbraccio lui resta seduto con la mano
sopra alla mia, la lascia posata lì, come per assicurarsi che io sia vera,
e io non mi sottraggo.
«Perché lo hai fatto?» gli chiedo.
«Che cosa?»
«Perché hai approvato l’estrazione del ghiaccio?»
Lui inspira a fondo, ma non risponde.
«Per farmi venire da te?» gli chiedo ancora. «Per avere una
reazione da parte mia? Perché sapevi che avrei cercato un confronto
con te? Che non sarei riuscita a starmene zitta e tranquilla?»
Lui esita.
Lui esita.
«No, Signe. No. Mi piacerebbe che fosse andata così. Avrei voglia
di mentirti e dirti che l’ho fatto per quello. Tu... tu sì che avresti potuto
fare una cosa del genere. Non io.»
«E allora, perché?»
«Perché... perché io sono quello che sono sempre stato. Perché i
prezzi dell’energia elettrica sono scesi. Perché offriva una possibilità
di guadagno, di ottenere maggiore sicurezza economica. E non credo
che serva a molto che io ti dica che adesso ho interrotto l’estrazione
del ghiaccio. Perché il danno ormai è fatto.»
«Sei quello che sei sempre stato.»
Lui annuisce. «Solo, più vecchio.»
«Anch’io.»
Restiamo in silenzio per un po’.
«Ma sei in gran forma» dice lui.
Nascondo un sorriso. «Era un complimento?»
«No. Era una constatazione.»
«Date le circostanze, direi che si potrebbe considerare un
complimento.»
«Allora concediamoci un margine di interpretazione.»
«Interpretazione?»
«Sì.»
«Ci penserò.»
«Fallo.»
Restiamo di nuovo in silenzio.
«Ho portato con me il ghiaccio» lo informo. «Dodici casse.»
Andiamo a prendere il ghiaccio, impiliamo le casse davanti a casa
sua.
«Che cosa ce ne facciamo?» mi chiede.
«Non saprei.»
Posa la mano su una cassa.
«Sono dei bei contenitori. Plastica dura, resistente.»
«Petrolio» dico io.
«Cosa?»
«Plastica derivata dal petrolio.»
«E il petrolio deriva dalle piante.»
«La plastica non si decompone.»
«Dura nel tempo.»
«Dura nel tempo.»
«Per migliaia di anni.»
Le casse restano lì, lungo la parete della casa. Non le apriamo.
Vado spesso dalla mia Blå dopo colazione, per controllare che sia
tutto a posto, c’è sempre qualcosa da sistemare, un ormeggio da
stringere, un parabordo che si è spostato, un’altra barca ormeggiata
troppo vicina che sbatte sullo scafo della Blå.
Un giorno, quando torno a casa, le casse non ci sono più, corro in
giardino, ma lui non c’è, mi giro a trecentosessanta gradi, guardo
ovunque e finalmente lo vedo, lontano, lassù in cima al colle che lui
chiama monte, il punto più alto del paesaggio.
Corro fino al bosco, corro fra gli alberi fitti, sull’erba alta, poi
imbocco il sentiero che sale, sono senza fiato quando finalmente arrivo
in cima.
Lui è chino sulle casse, ma quando arrivo si gira e mi sorride.
«Prego» mi dice.
Ha impilato le casse una sull’altra, due in altezza, due in larghezza
e tre in lunghezza, quelle più in basso le ha sotterrate per metà.
Batte con la mano sulla cassa accanto a sé, un rumore sordo, si
sente anche lo sciacquio dell’acqua all’interno.
«Non vuoi sederti?»
Da qui lo sguardo può spaziare in lontananza, il paesaggio è quieto
e ben curato, campi in ogni direzione, non c’è niente che strida, niente
che spezzi, laggiù si vede la casa, in parte nascosta dagli alberi,
vediamo frammenti del tetto rosso, del cortile, del ruscello, scorgiamo
il canale in tutto questo verde, un nastro che attraversa il paesaggio.
E noi seduti lì.
Due vecchi su una panchina.
36
David
Coprii Lou con il lenzuolo, anche se faceva talmente caldo che non
ce n’era bisogno.
Andai alla porta.
«Buona notte, Lou.»
«Notte.»
«Papà? Lo... lo farete di nuovo questa notte? Quella cosa lì?»
«No» le risposi. «Non lo faremo.»
E lo dicevo sinceramente. Quella sera ci saremmo fatti compagnia,
seduti vicini, Marguerite e io. Perché finalmente di tempo ne avevamo.
Lou inspirò a fondo, stava per chiedermi qualcosa, ma non le
venivano le parole. Devo trovare il modo di parlarne, pensai. Devo
dirle qualcosa che le faccia capire che non era una cosa brutta. Che
non è qualcosa che ci allontana l’uno dall’altra, ma che anzi ci unisce
ancora di più, tutti e tre.
Adesso però non era il momento. Era qualcos’altro a occupare i
miei pensieri adesso. E i suoi.
Avevamo trasportato le casse fin dentro casa. Dodici casse di acqua
pura, limpida, confezionata sottovuoto nella plastica chissà quanto
tempo prima. Dodici sudati tragitti avanti e indietro. Cinque casse le
aveva trasportate Marguerite, sette io. Con Lou che correva
instancabile avanti e indietro chiacchierando senza sosta per
l’eccitazione.
Le avevamo posate in mezzo al soggiorno. Erano tutte semipiene,
contenevano tutte la stessa esatta quantità di acqua.
Avevamo chiuso la porta a chiave quella sera, per la prima volta da
quando ci eravamo trasferiti lì. Possedevamo un tesoro, dodici casse
del tesoro. Acqua a sufficienza per sopravvivere a lungo.
Avevo calcolato che ce la saremmo potuta cavare per altri tre mesi.
Avevo calcolato che ce la saremmo potuta cavare per altri tre mesi.
Dovevamo trovare del cibo, ma ce la saremmo cavata. Avevamo
l’acqua, potevamo farcela.
«Papà, pensa se domani ci svegliamo e sono sparite.»
«Impossibile.»
«Ma... e se succede?»
«Ho chiuso la porta a chiave.»
«Sei sicuro?»
«Sicuro.»
«Hai controllato?»
«Sì.»
«Puoi andare a controllare di nuovo, dopo?»
«Sì... va bene.»
«Promesso?»
«Promesso.»
«Okay.»
«Notte, Lou.»
«Papà?»
«Sì?»
«Io adoro l’acqua.»
«Anch’io.»
«Papà?»
«Sì?»
«Possiamo giocarci di nuovo?»
«Al gioco della pioggia?»
«Sì, sì! Al gioco della pioggia!»
«Lou... è tardi...»
«Dai, papà... ti prego...»
Non mi feci pregare più di così. Anch’io adoravo quel gioco.
Tornai da lei, mi sedetti sul bordo del letto. Lou era sdraiata
tranquilla, ma mi accorsi di quanto il suo corpo fosse teso. Gli occhi
spalancati, nessuna traccia di sonno o stanchezza.
«Comincia, dai!»
«Okay» dissi. «Prima però chiudi gli occhi.»
Lei li chiuse.
«È mattina, tu sei a letto, stai dormendo...»
«Sto dormendo» ripeté lei e cominciò a russare rumorosamente.
«C’è un gran silenzio» dissi. «Ma ecco che senti dei rumori sul
«C’è un gran silenzio» dissi. «Ma ecco che senti dei rumori sul
tetto. E ti svegli.»
«Ma no!» esclamò lei spalancando di nuovo gli occhi. «Non è così.
Non si sentono subito i rumori. Non inizia con la pioggia vera.»
«Hai ragione» dissi. «Non era così. Iniziava con la pioviggine.»
«E la pioviggine non è pioggia vera.»
«No, la pioviggine sono gocce piccolissime che scendono così
lentamente che sembra restino sospese nell’aria, un po’ come la
nebbia.»
«E adesso io mi sveglio.»
«Adesso ti svegli» dissi io. «Da sola. E scendi da me.»
«E anche tu ti sei svegliato.»
Lou si mise a sedere sul letto.
«Usciamo insieme. Anche Marguerite viene con noi» disse Lou.
«E quando siamo fuori sentiamo tutta la pioviggine nell’aria»
continuai io.
«Quasi come nebbia.»
«Vediamo le foglie imperlate di pioviggine.»
Lou alzò la testa verso il soffitto. «“Credo che stia piovendo” dico
io.»
«“Sì” rispondo io.»
«Allora ci sediamo ad aspettare.»
Eravamo seduti sul letto, uno accanto all’altra. Il viso rivolto al
soffitto, tutti e due.
«Dopo un po’ si fa più fitta» dissi. «Aumenta di intensità. Le gocce
diventano più grosse e pesanti. Riusciamo a sentirle.»
«Riusciamo a sentirle» ripeté Lou.
«Ricordi il rumore della pioggia?» le chiesi.
«Sì» rispose lei. Ci pensò su. «No.»
Iniziai a tamburellare con le dita sul comodino, lieve lieve. «È
così...»
Lei annuì. «Ecco com’era.»
Mise la sua piccola mano accanto alla mia e iniziò anche lei a
tamburellare con le dita.
«Adesso piove a catinelle, come in autunno» dissi. «Ascolta...» E
con le punte delle dita cominciai a colpire con più forza il piano in
legno del comodino. «Le gocce cadono sempre più fitte, sempre più
fitte. Gocce pesanti, grosse.»
«Sono grossissime» disse Lou.
«Sono grossissime» disse Lou.
«Non c’è mai un attimo di silenzio, mai. È tutto uno scrosciare,
spruzzare, sgocciolare, scorrere. I giorni passano. Ci addormentiamo e
ci risvegliamo con il rumore della pioggia sul tetto. Dobbiamo alzare la
voce quando ci parliamo, per riuscire a sovrastare il frastuono di
milioni di gocce che continuano a colpire la casa, il suolo, gli alberi.»
Lou si accoccolò in braccio a me.
«La pioggia scroscia» continuai. «La pioggia unisce tutto. L’aria è
densa di pioggia. Il canale cambia aspetto. Le gocce colpiscono il
fondo, si insinuano fra le foglie secche, imbevono la terra.»
«E noi che cosa facciamo ogni mattina?» domandò Lou. «Dimmi che
cosa facciamo ogni mattina, dai...»
«Ogni mattina» le risposi, «corriamo giù al canale. Ci fermiamo
sulla sponda a controllare quanto si è alzato il livello dell’acqua
durante la notte. E controlliamo la barca.»
«E...?»
«Presto l’acqua raggiunge lo scafo. Sommerge la chiglia. Il livello
dell’acqua continua ad alzarsi. La barca non resta più ferma come
prima. Dobbiamo legarla alla sponda del canale.
«Io prendo la cima.»
«Tu prendi la cima che io ti lancio e la leghi ben bene a un grosso
albero.»
«Con un sacco di nodi.»
«Esatto.»
«Così la barca non si può allontanare.»
«E poi, una mattina scopriamo che la staffa su cui posa la chiglia è
salita in superficie. La forza di gravità non riesce più a trattenere la
barca.»
«La forza di gravità?»
«Quella che ci fa stare con i piedi per terra. Che fa cadere le cose
verso il basso, e non verso l’alto. E quando succede, quando la barca
comincia a galleggiare, allora sappiamo che è pronta per noi.»
«E saliamo a bordo.»
«Prepariamo le nostre cose e saliamo a bordo.»
«Tutti e tre.»
«Accendo il motore.»
«No, dai. Facciamo che lo accendo io.»
«Okay. Tu accendi il motore.»
«Okay. Tu accendi il motore.»
«E poi... via! Siamo partiti!»
«La barca scivola lenta attraverso il canale. Superiamo le chiuse.
Navighiamo verso Bordeaux, verso la costa.»
«Io sto al timone.»
«Tu stai al timone. Non abbiamo fretta. Ammiriamo il paesaggio
intorno a noi. Com’è cambiato... Come tutto è diventato verde. L’acqua
ha ridato colore al grigio. La terra non è più solo polvere, ma è terreno
solido e sicuro. Gli alberi non sono più neri, ma carichi di foglie. E poi
ci accorgiamo che nell’aria c’è qualcosa di nuovo. Tu sei sul ponte nel
momento in cui capisco che non mi sto sbagliando. Vengo da te,
lasciando il timone a Marguerite. Ti stringo a me.»
La cinsi con un braccio, sentii quel corpo vivo, gracile contro il mio.
Sentii il suo respiro, un po’ impaziente e irregolare, un respiro da
bambino.
«Vai avanti» bisbigliò in un soffio.
«Anche tu te ne sei accorta. Sta per accadere qualcosa. Prima
pensavamo che fosse solo la nostra immaginazione. Ma più restiamo
seduti lì, più ne siamo certi. E tu alzi gli occhi su di me, come per
domandarmi se anch’io lo sento. E io annuisco.»
«E...?»
«C’è qualcosa di nuovo nell’aria. L’aria secca e polverosa che ci
raschia la gola diventa più limpida. Respiriamo meglio. Qualcosa di
nuovo ci aspetta. Ci allontaniamo da quello che è stato. Stiamo per
arrivare. Tutto sa di fresco. Tutto è limpido. Tutto è nuovo. Ma al
tempo stesso familiare. Perché noi questo odore lo conosciamo bene.
Quest’aria, quest’umidità, questa sensazione di apertura. È da qui che
noi veniamo. È così che era l’aria di casa nostra.»
«Casa.»
«“Lo senti?” ti chiederò. ”Senti l’odore? L’odore del sale?”»
Ringraziamenti
Un grazie a tutti gli specialisti che hanno dato il loro contributo
alla stesura del romanzo: Lena Merete Tallaksen, idrologa, Ole
Bjørn Helberg, ex direttore dei lavori e capo artificiere, la
responsabile delle pubbliche relazioni Anne Gravdahl e il
consulente specialistico Dag Endre Opedal del Norsk Vasskraftog Industristadmuseum (Norwegian Museum of Hydropower
and Industry), il direttore di produzione della Istad Kraft AS,
Carl Erick Fuglesang della Profinor, Petter Bøckman, zoologo,
il consulente specialistico Christian Børs Lind e l’ex segretario
generale Per Flatberg della Naturvernforbundet (The
Norwegian Society for the Conservation of Nature/Friends of
the Earth Norway), Jørund Lothe Salvesen, vigile del fuoco,
Jonas Ådnøy Holmqvist, amministratore delegato della Fivas
(The Association for International Water Studies), Ellen
Hofsvang, consulente senior di Regnskogfondet (Rainforest
Foundation Norway) e Erik Martiniussen, scrittore e
giornalista. Un grazie anche alle mie eccellenti editor Nora
Campbell e Hilde Rød-Larsen, e a tutto il team della casa
editrice Aschehoug e della Oslo Literary Agency, che ogni
giorno lavorano con professionalità ed entusiasmo per i miei
libri.
Un grazie particolare all’organizzazione umanitaria Dråpen i
Havet (A Drop in the Ocean), che mi ha dato l’opportunità di
visitare il campo profughi di Skaramangás nei pressi di Atene,
alla volontaria Anne-Lene Bjørklund per l’inestimabile aiuto e a
tutti quelli che mi hanno fatto da guida e accolto a braccia
aperte, Nanci Vogel Clifton, Hesham Jreeda, Fahimzia Ahmadi,
Halitim Mohamed Rafik, Sam Aloso e Sayed Hashimi. E un
grazie speciale a Jack, che mi ha invitato al compleanno dei
suoi dodici anni.
Infine, e ancora più importante, un sentito grazie a Kari Ronge,
Stein Lunde e Gunn Østgård, che hanno condiviso con me le
loro vite e il loro sapere, in mare e sulla terraferma, e a Steinar
Storløkken, Jesper, Jens e Linus, che sono la mia vita.
Maja Lunde
Oslo, settembre 2017
Principali fonti di ispirazione
Knut H. Alfsen, Klimaendringer i Norge. Forskernes forklaringer, Universitetsforlaget, Oslo
2013.
Finn Alnæs, Svart snø, Aschehoug, Oslo 1976.
Bredo Berntsen e Sigmund Hågvar (a cura di), Norske miljøkamper, Naturvernforbundet, Oslo
2015.
Sam Bozzo, Blue Gold: World Water Wars (film), 2008.
Robin Clarke, The Atlas of Water, Earthscan, London 2004. (Trad. it.: Atlante dell’acqua,
Legenda, Settimo Milanese 2008.)
Oddvar Einarson, Kampen om Mardøla (film), 1972.
European Environment Agency (Agenzia europea dell’ambiente), Climate change, impacts and
vulnerability in Europe, 2016.
Knut Grove, Eidfjord 1891-2010, Fagbokforlaget, Bergen 2010.
Lars Martin Hjorthol, Alta: kraftkampen som utfordret statens makt, Gyldendal, Oslo 2006.
Toni Liversage, Fra Gandhi til Greenham Common. Om civil ulydighed og ikke-vold,
Gyldendal, Oslo 1987.
Irena Salina, Flow: for the Love of Water (film), 2008. (Trad. it.: Per amore dell’acqua,
Feltrinelli, Milano 2009.)
Ivar Sekne, De temmet vannet. Statkrafts tekniske kulturhistorie, Universitetsforlaget, Oslo
2011.
Terje Tvedt, Vann. Reiser i vannets fortid og fremtid, Kagge Forlag, Oslo 2011.
Opere citate o a cui si fa riferimento nel romanzo
Hanna Arendt, Eichmann i Jerusalem, Pax, Oslo 1998. (Trad. it.: La banalità del male.
Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 2013.)
Joni Mitchell, River (canzone).
Simone de Beauvoir, Det annet kjønn, Pax, Oslo 2000. (Trad. it.: Il secondo sesso, il
Saggiatore, Milano 2008.)
Joshua Slocum, Førstemann rundt jorden alene, Flyt Forlag, Oslo 2005. (Trad. it.: Solo,
intorno al mondo, Nutrimenti, Roma 2014.)