Автор: Carrera Josep Pla  

Теги: matematica   euclide  

ISBN: 2531-890X

Год: 2017

Текст
                    Euclide
 GENI
 della
 MATEMATICA


La definizione degli assiomi della geometria Euclide RBA
A Joan Puig Vüanova, per la sua bontà, la sua amicizia, la sua complicità e il suo senso della famiglia. In memoriam JOSEP PLAI CARRERA è professore emerito dell’Università di Barcellona. I Geni della matematica Pubblicazione periodica settimanale Anno I - Numero 10 - Milano, 11 maggio 2017 Edita da RBA Italia Via Roberto Lepetit, 8/10 - 20124 Milano Direttore generale: Stefano Bisatti Responsabile editoriale: Anna Franchini Responsabile marketing: Tiziana Mandameli Direttore responsabile: Stefano Mammini © 2016 Josep Pia i Carrera per il testo © 2016 RBA Coleccionables, S.A. © 2017 RBA Contenidos Editoriales y Audiovisuales, S.A.U. © 2017 RBA Italia S.r.l. per la presente edizione Impaginazione e adattamento: Lesteia, Milano Copertina: Lorenç Marti Progetto pagine interne: Luz de la Mora Infografica Joan Pejoan Crediti fotografici: Archivio RBA: 16, 23, 41, 57, 81, 103s, 105bs, 105bd, 111, 118; Museo del Prado, Madrid: 103d; Museo e Gallerie di Capodimonte, Napoli: 105a; Sébastien Bertrand, Parigi 39. Registrazione presso il Tribunale di Milano n. 286 del 24/11/2016 Iscrizione al ROC n. 16647 in data 1/03/2008 ISSN 2531-890X Distributore per l’Italia Press-di Distribuzione Stampa e Multimedia S.r.l. - 20090 Segrate (MI) P.I. Spa Sped, in abb. post. DL 353/2003 legge del 27/04/04 n. 46 art. 1 Stampato nel 2017 presso LIBERDUPLEX Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione può essere riprodotta o diffusa senza il consenso dell’editore.
Sommario INTRODUZIONE 7 capitolo 1 Euclide di Alessandria 13 CAPITOLO 2 La struttura degli Elementi 35 CAPITOLO 3 II Libro I e la geometria dell’universo 6i CAPITOLO 4 II metodo del tangram negli Elementi 87 CAPITOLO 5 La teoria della proporzione e il metodo di esaustione 107 CAPITOLO 6 La quadratura del cerchio 129 CAPITOLO 7 L’aritmetica negli Elementi mi CAPITOLO 8 La trasmissione degli Elementi 155 EPILOGO 161 LETTURE CONSIGLIATE 163 INDICE 165
Introduzione Quando parliamo di Euclide, parliamo di geometria e anche - sep¬ pur in modo molto diverso, come vedremo - di aritmetica greche; nello specifico, del risultato della sintesi di tre secoli di raziona¬ lità greca applicata al pensiero matematico. Il termine matemata (paörpnxxa nella grafia originale), che risale a Pitagora, significa «ciò che si può apprendere». La scuola pitagorica, attiva a par¬ tire dal V see. a.C., stabilì come base della conoscenza scientifica quattro materni che permettevano di spiegare «l’ordine e l’armo- nia dell’universo»: aritmetica, geometria, musica e astronomia. Secondo l’insigne pitagorico Archita di Taranto, la «matematica sarebbe la somma di questi quattro materni» (nel Medioevo essi furono la base del quadrivio che, insieme alle tre arti del trivio - grammatica, logica e retorica - costituivano le «sette arti libe¬ rali», la parte centrale del curriculum universitario). Nella Grecia classica, ossia dal V al III see. a.C., la parola matemata è inscindi¬ bile dalla parola filosofia (<t>iXooo<|Ha), «l’amore per la sapienza», il cui uso venne introdotto per designare una certa inclinazione verso la conoscenza. Questo libro si serve della figura di Euclide e in particolar modo del suo grande capolavoro, gli Elementi di geometria, come riferimento ideologico e metodologico per analizzare i contributi più rilevanti del pensiero matematico greco. Secondo il filosofo neoplatonico Proclo, una delle fonti principali che ab- 7
biamo a disposizione sull’opera di Euclide, tale pensiero prende le mosse dal celebre filosofo e matematico Talete di Mileto, nato nel 624 a.C., uno dei Sette Sapienti di Grecia, nonché fondatore di quella che talvolta viene chiamata la scuola filosofica di Mileto. Questo avvio coinciderebbe, secondo lo stesso autore, con la na¬ scita del pensiero filosofico ellenico nel suo insieme. Il primato di Talete sarebbe poi passato nelle mani di Pita¬ gora di Samo, nato intorno al 570 a.C. e fondatore della scuola mistico-filosofica che porta il suo nome. Con essa si approfondi¬ sce la geometria e nasce l’aritmetica intesa come arte deduttiva. Veniva così stabilita la distinzione fra la logistica o «arte pratica dei numeri» (in cui rientrerebbe la geometria intesa come arte della misurazione) e l’aritmetica o «teoria dei numeri». Le idee filosofiche della scuola pitagorica esercitarono la loro influenza anche sulla famosa Accademia di Platone, attiva dal 387 a.C. Fu qui che si formò un matematico straordinario, Eudosso di Cnido, il cui legame con l’Accademia (fu docente, alunno e ospite) è tuttavia difficile da definire. A lui si devono due concetti fonda- mentali che più tardi sarebbero stati ripresi da Euclide, la teoria della proporzione, necessaria per stabilire i teoremi di Talete sulle linee e le superfìci, e il metodo di esaustione, che è la base teorica necessaria per il calcolo delle aree delle figure geometri¬ che piane e dei volumi dei solidi. Durante il IV see. a.C. si consolidarono nuovi strumenti logici, come quelli ideati dai filosofi stoici e da Aristotele, che costituiscono l’impalcatura del testo euclideo. In particolare, Aristotele fissò dei limiti al concetto di infinito, una nozione di fondamentale importanza sia neH’aritmetica di origine pitago¬ rica sia nella geometria euclidea e soprattutto nel fondamentale postulato delle parallele. Gli Elementi di Euclide sono eredità e sintesi definitiva di questi predecessori. Nello sviluppo della ma¬ tematica greca, sostanzialmente in geometria, questo capolavoro segna un prima e un dopo. Altri trattati fondativi - ossia di natura teorica - di geometria, astronomia o aritmetica, come la Sintassi di Claudio Tolomeo, YAritmetica di Diofanto e la Sintassi ma¬ tematica di Pappo di Alessandria, ne hanno ereditato lo stile de¬ duttivo. Ma il suo impatto va ben oltre. Lo storico Cari B. Boyer 8 INTRODUZIONE
definì gli Elementi il testo di riferimento più importante della storia, e calcolò che solo la Bibbia lo superava per numero di edizioni (circa 1000). Lo studiarono Cartesio e Newton, e opere come i Principi della filosofia o i Principia mathematica, scritti quasi duemila anni dopo gli Elementi, ne riprendono la struttura. È con ogni probabilità il testo di matematica più importante che sia mai stato scritto. Quando ci si accosta alla biografìa di Euclide, non si può prescindere dall’analisi degli Elementi e, attraverso di essi, dei tre secoli di epistemologia della matematica e di pensiero greci raccolti in questo testo. A esercitare la prima e più importante influenza sull’opera sono la scuola platonica e quella aristotelica, del cui pensiero matematico gli Elementi possono essere con¬ siderati la sintesi. Sebbene ci siano autori che riscontrano negli Elementi una maggiore influenza della prima, la sua struttura, come vedremo, è fondamentalmente aristotelica, senza che per questo vada ignorato l’influsso dell’Accademia rispetto ai singoli contributi geometrici di Teeteto, Teodoro o Eudosso, o alla co¬ struzione dei solidi platonici con cui si conclude l’opera. Ana¬ lizzeremo quindi il perché di alcuni dei postulati più importanti - certi espliciti nel testo, altri impliciti - e della loro necessità epistemologica e metodologica per lo sviluppo del testo eucli¬ deo. Vedremo anche come influisce il limite, o se si preferisce il ridimensionamento, imposto da Aristotele al concetto di infinito e quali sono le conseguenze che tale limite comportò per lo svi¬ luppo della matematica post Elementi. Un altro tema centrale che affronteremo è la questione dell’esistenza degli oggetti geometrici, sia dal punto di vista pu¬ ramente filosofico che metodologico. Analogamente, presente¬ remo nel dettaglio la questione della quadratura del cerchio, uno dei problemi più importanti tra quelli ereditati dalla geometria ellenica, che ci darà lo spunto per parlare del grande Archimede e, nel mentre, di altre figure di rilievo della scienza antica, come Apollonio, Tolomeo, Diofanto, Pappo e Proclo, senza le quali è impossibile avere un’idea completa della “matematica greca” nel suo insieme. Infine, ci occuperemo dei contributi aritmetici, di origine pitagorica, che Euclide presenta nei Libri VII, Vili e IX. INTRODUZIONE 9
La tabella seguente contiene i simboli usati nel testo per rife¬ rirsi ai segmenti rettilinei; agli angoli; ai triangoli; alle figure ret¬ tilinee chiuse di tre, quattro o più lati - triangoli, quadrati, rettangoli, parallelogrammi; alla circonferenza (la curva formata dai punti del piano equidistanti da un dato centro O) e al cerchio (la superfìcie racchiusa dalla circonferenza). Simboli usati nel testo e loro significato AB Segmento rettilineo con estremi A e B. < ABC Angolo con lati AB e BC e vertice nel punto B. A ABC Triangolo con vertici A, B e C. UAC Quadrato con vertici opposti A e C. □/AC Rettangolo con vertici opposti A e C. oAC Parallelogramma con vertici opposti A e C. ABCD-M Figura poligonale chiusa rettilinea con vertici A, B, C, D M. OOA Cerchio o circonferenza con centro O e raggio OA. io INTRODUZIONE
585 a.C. Talete di Mileto: geometria deduttiva. 540 a.C. Pitagora di Samo: aritmetica pitagorica e geometria. ca. 250 a.C. Opere di Archimede. 230 a.C. D crivello di Eratostene. 225 a.C. Coniche di Apollonio. 450 a.C. Parmenide e la sfericità della Terra. 430 a.C. Morte di Zenone. Opere di Democrito. Astronomia di Filolao. Elementi di Ippocrate di Chio. 212 a.C. Morte di Archimede. 180 a.C. La cissoide di Diode. La concoide di Nicomede. Ipsicle e la divisione del cerchio in 360°. 140 a.C. La trigonometria di Ipparco. 428 a.C. Nascita di Archita; morte di Anassagora. 60 a.C. Gemino e il postulato delle parallele. 427 a.C. Nascita di Platone. 420 a.C. Trisettrice di Ippia. Compaiono gli incommensurabili. 360 a.C. Eudosso: la teoria della proporzione e il metodo di esaustione. 350 a.C. Menecmo e le sezioni coniche. La quadratrice di Dinostrato. 335 a.C. Eudemo: Storia della geometria. ca. 325 a.C. Nascita di Euclide. 320 a.C. Le coniche di Aristeo. 300 a.C. Elementi di Euclide. 75 Opere di Erone di Alessandria. 100 Aritmetica di Nicomaco di Cerasa. Sferica di Menelao. 125 Teone di Smime e raritmetica. 150 Almagesto di Tolomeo. 250 Aritmetica di Diofanto. 320 Collezione matematica di Pappo. 415 Morte di Ipazia e chiusura della Biblioteca-Museo di Alessandria. Fine della conoscenza pagana greca. ca. 265 a.C. Morte di Euclide. 485 Morte di Proclo. 260 a.C. Astronomia eliocentrica di Aristarco di Samo. 520 Antemio di Traile e Isidoro di Mileto. INTRODUZIONE 11
CAPITOLO 1 Euclide di Alessandria Della vita di Euclide non si conosce quasi nessun dettaglio. Si sa che decise di stabilirsi ad Alessandria, all’epoca uno dei centri intellettuali più importanti del mondo greco, e che vi fondò una rinomata scuola di matematica. Le opere illustri dei grandi sapienti dell’umanità sono la sintesi dei contributi dei loro predecessori e del proprio apporto personale, frutto della riflessione e del genio creativo. Questo è il caso di Euclide.
Non abbiamo quasi nessuna notizia sulla vita di Euclide, e le poche disponibili provengono tutte dal filosofo neoplatonico greco Pro¬ clo, che le mise per iscritto sei secoli dopo la morte di Euclide. Proclo racconta che Euclide lavorò ad Alessandria, città fondata da Alessandro Magno (356-323 a.C.) nel 322 a.C., e che sotto il regno di Tolomeo I, “Sotere”, “il Salvatore”, re d’Egitto, fu eletta capitale del regno. Tolomeo vi fece costruire la famosa Biblioteca, ampliata con il Museo dal figlio Tolomeo II Filadelfo. L’autore af¬ ferma che Euclide studiò all’Accademia di Platone e che cono¬ sceva l’opera di Aristotele. Dopo il trasferimento ad Alessandria fondò una scuola e una tradizione matematica raccolta in vari testi, fra cui gli Elementi, scritti senza dubbio in età matura. A Euclide vengono attribuiti due celebri aneddoti. Alla do¬ manda del re Tolomeo I: «Non c’è una strada più breve di quella che proponi negli Elementi per imparare la geometria?», egli ri¬ spose tagliente: «Non esiste una via regia per la geometria». Il secondo aneddoto racconta la sua reazione quando un discepolo gli chiese che beneficio gli desse lo studio della geometria. Chiamò uno schiavo e gli disse: «Dagli tre oboli. Così trarrà un vantaggio da ciò che apprende». Questo grande sconosciuto consolidò negli Elementi una tradizione greca iniziata tre secoli prima e che sa¬ rebbe proseguita fino al VI secolo, nove secoli dopo la sua morte, avvenuta intorno al 265 a.C. È dunque il grande sintetizzatore di EUCLIDE DI ALESSANDRIA 15
PROCLO DI LICIA Il filosofo greco Proclo (410-485) fu un’importante figura del neoplatoni¬ smo. Nato a Bisanzio, è conosciuto come Proclo di Licia perché i suoi genitori, originari di Xanto, vollero che ricevesse la sua prima istruzio¬ ne, in età molto precoce, in questa provincia sudoccidentale dell’Asia Minore. Una volta cresciuto, si recò ad Atene a studiare retorica con Leo- nade di Isauria, che lo portò con sé quando dovette emigrare a Bisanzio. Dopo aver frequentato i centri di in¬ segnamento di Bisanzio. Prociò tornò ad Atene, dove studiò con Plutarco di Atene - da non confondere con l’autore delle Vite parallele - e con il filosofo neoplatonico Siriano di Ales¬ sandria, al quale successe nella dire¬ zione dell’Accademia, incarico che gli valse il titolo di Diadoco, ovvero «successore di Platone», e che ricoprì per quarant’anni. Pur essendo vissuto nella fase di decadenza dell’ellenismo, la sua opera si è rivelata molto importante per conoscere meglio Euclide e i suoi Elementi. Della sua immensa eredità ci sono rimasti vari libri che si ri¬ feriscono alla “teologia platonica”, dato che all’epoca l’opera di Platone era considerata divina, mentre le dottrine di Aristotele venivano studiate come suoi testi introduttivi. tre secoli di matematica greca che, vista la solidità della sintesi euclidea, doveva essere una tradizione molto cospicua, soprat¬ tutto se consideriamo che dagli Elementi rimangono esclusi molti temi che tuttavia erano oggetto di studio nell’Accademia. Gli appunti biografici di Proclo si trovano nei Commenti al Libro I degli Elementi di Euclide, un testo davvero importante per lo studioso poiché fornisce valide informazioni storiche, epi- 16 EUCLIDE DI ALESSANDRIA
stemologiche e metodologiche su Euclide e sui geometri che vennero prima di lui. Proclo scrive: Euclide, non molto più giovane di (Ermotimo e Filippo), quando scrisse gli Elementi, sistematizzò molti lavori di Eudosso, perfezionò quelli di Teeteto e diede una dimostrazione inconfutabile di ciò che i suoi predecessori avevano presentato in modo vago. Visse sotto il regno di Tolomeo I perché Archimede, che visse dopo di lui, lo cita. [...] Euclide, pertanto, era più giovane dei discepoli di Platone, ma più anziano di Archimede ed Eratostene, [...]- ed era un sostenitore della filosofia platonica, tanto è vero che espose come risultato del suo insegnamento degli Elementi la costruzione dei solidi platonici. Proclo non fa alcun riferimento al luogo di nascita di Euclide, il che lascia presupporre che non lo conoscesse, ma gli attribui¬ sce il già menzionato aneddoto della via regia all’apprendimento della geometria. La sintesi migliore della biografia di Euclide è forse quella che il romanziere inglese Edward M. Foster propone nella sua guida di Alessandria: Di lui non sappiamo nulla; a dire il vero, oggi lo consideriamo più una branca della conoscenza che un uomo. ALTRE OPERE DI EUCLIDE Sappiamo che Euclide scrisse altre opere oltre agli Elementi. Nel prologo della seconda parte dei suoi Commenti, Proclo gli attri¬ buisce i seguenti testi: Di costui ci sono molte altre opere matematiche di stupefacente precisione e sapiente speculazione, come l'Ottica, la Catottrica e gli Elementi di musica, oltre a un libro sulle divisioni; ma la più ammirevole di tutte è l’insegnamento degli elementi della geome¬ tria, per l’ordine e la scelta dei teoremi e dei problemi considerati EUCLIDE DI ALESSANDRIA 17
come elementi, perché non vi incluse tutti quelli che avrebbe potu¬ to raccogliere, ma solo quelli utili a rendere conto dei primi prin¬ cipi geometrici. Apprezzabili, inoltre, la varietà delle forme di ra¬ gionamento, sia quando parte dalle cause che dalle prove sempre inconfutabili, esatte e conformi alla Scienza, nonché i metodi dia¬ lettici, ovvero: quello che distingue diversi tipi di scoperte, quello che definisce i concetti essenziali, quello dimostrativo che passa dai principi alle cose ricercate e quello analitico che risale dalle cose ricercate ai principi. «Gli uomini passano, ma le loro opere restano.» Ultime parole del matematico Augustin Louis Cauchy all'arcivescovo di Parigi prima di morire. Se a queste informazioni aggiungiamo quelle di Pappo di Ales¬ sandria (290-350) nel Libro II della Collezione matematica, otte¬ niamo le opere che compaiono nella tabella della pagina seguente. Alcune, sebbene vengano attribuite a Euclide e siano solitamente incluse nelle sue Opere complete, furono scritte in periodi succes¬ sivi da altri autori. Nel complesso, queste opere evidenziano un programma di¬ dattico di matematica piuttosto preciso, con un ampio ventaglio di interessi, geometrici (le prime tre sono di taglio elementare mentre le ultime tre sono più difficili) e non (opere di astronomia, musica, ottica e meccanica). A seguire, proponiamo un riassunto di ognuna, dando maggior risalto ai testi di geometria e, dato che ovviamente ne ignoriamo la cronologia, li elenchiamo in ordine alfabetico per ciascuna categoria. I Dati contengono novantaquattro proposizioni che analizzano quali proprietà delle figure si possono dedurre quando «se ne danno altre». Euclide osservò che i dati possono essere di gran¬ dezza (quando riguardano la misura), di specie (quando riguardano il tipo di oggetto geometrico) e di posizione (quando riguardano la loro posizione relativa) o una combinazione di questi tre. In realtà, si tratta di un manuale di apprendimento della geometria piana elementare. 18 EUCLIDE DI ALESSANDRIA
Opere attribuite a Euclide Elementi (di geometria): tredici libri (l-XIII, di Euclide) e due libri apocrifi (XIV, di Ipsicle, e XV, di Isidoro di Mileto) Dati Elementari Divisione delle figure < u GEOMETRIA Pseudaria o False conclusioni 1- < Luoghi superficiali z LU 1— Superiori Porismi < z Sezioni coniche ASTRONOMIA Fenomeni MUSICA Elementi di musica Introduzione armonica (di Cleonide) Sezione del canone MECCANICA Sulla leggerezza e la pesantezza < u Sulla leva co LL OTTICA Ottica Catottrica (di Teone di Alessandria) LA PROPOSIZIONE 45 DEI DATI DI EUCLIDE Un esempio del genere di questioni affrontate nei Dati è il seguente, in cui partiamo da dati di grandezza e otteniamo un dato di specie. La proposizione 45 stabilisce che: Dati un angolo < ABC [che nella figura corrisponde a a] di un certo triangolo e il rapporto tra la somma dei lati AB e BC dell'angolo dato e il terzo lato AC, il triango¬ lo è definito per specie (è determinato). B EUCLIDE DI ALESSANDRIA 19
Nelle proposizioni 84 e 85 di questo trattato vengono risolte equazioni di secondo grado ax±x2=b2 come facevano i matema¬ tici della Mesopotamia - lo vedremo nel capitolo 4 - quando risol¬ vevano il seguente sistema: y±x = a} xy = b2. n contenuto della raccolta Divisione delle figure tratta della divisione di una figura data mediante una o più rette «sotto certe condizioni» in modo che le superfici delle parti siano tra loro in un determinato rapporto. Viene richiesto, ad esempio, di effettuare divisioni di questo tipo: Problema 20. Separare un terzo di un triangolo A ABC per mezzo di una retta che passa da un punto dato D al suo interno. B Si tratta di problemi di geometria che si iscrivono più nella tradizione matematica babilonese - con un’applicazione più nu¬ merica - che in quella degli Elementi. I testi che conosciamo di questo opuscolo sono di una versione latina del 1563, e di una versione araba scoperta a Parigi nel 1851. Delle trentasei proposi¬ zioni contenute nell’opera le uniche quattro dimostrate rimandano a proposizioni degli Elementi. Anche gli Pseudaria - o False con¬ clusioni - sono andati perduti. Ce ne parla Proclo, che dice: Enumera separatamente e ordina le diverse classi di errori, facen¬ do esercitare su ognuna la nostra intelligenza per mezzo di teore- 20 EUCLIDE DI ALESSANDRIA
mi di vario tipo, opponendo il vero al falso e confutando l’errore attraverso la dimostrazione della verità. L’opera ha per scopo la purificazione e l’esercizio dell’intelligenza, mentre gli Elementi sono una linea certa per la spiegazione inconfutabile delle cose geometriche. LE CONICHE Le sezioni coniche (o semplicemente coniche) si ottengono quando la super¬ ficie di un cono (doppio) viene tagliata da un piano e il tipo di conica ottenuto dipende dall’inclinazione del piano. Come si vede nella figura 1. se il piano è parallelo all’asse del cono si ha un ‘iperbole (con due rami); se è parallelo allo spigolo, la parabola-, e se non presenta nessuna di queste due condizioni si ottiene l’e///sse (che comprende la circonferenza). Nella figura 2 sono illustrate le varie sezioni coniche in base alla caratterizzazione fuoco-direttrice. Circonferenza Ellisse Parabola Iperbole FIG 2 EUCLIDE DI ALESSANDRIA 21
Pertanto è un vero e proprio testo didattico della cui perdita dobbiamo rammaricarci, perché ci avrebbe chiarito fino a che punto Euclide riteneva che gli errori fossero di natura geometrica oppure logica. Un’altra delle opere perdute di Euclide, citata da Pappo, è Luoghi superficiali. Si tratta di un insieme di testi di geo¬ metria superiore, il cui contenuto va oltre quello degli Elementi. Secondo Pappo, si occupa dei «luoghi, ossia della posizione, di una linea o di una superficie i cui punti sono soggetti a una proprietà» e di «come si costruiscono tali luoghi» che sono linee, come ad esem¬ pio la quadratrice, la spirale su un cilindro, ecc., o superfici come cilindri, coni, sfere o come quelle ottenute dalla rotazione di una sezione conica (ellissi, iperboli e parabole). Il testo propone una caratterizzazione fuoco-direttrice delle coniche che evita il ricorso allo spazio tridimensionale: D luogo dei punti la cui relazione fra la distanza da un punto [fuoco] e da una retta [direttrice] dati rimane costante è una sezione conica: un’ellisse, una parabola o un’iperbole a seconda che il rapporto sia minore, uguale o maggiore di uno. Dei Porismi - un testo di una complessità enorme per quanto riguarda il contenuto: 171 proposizioni, 38 lemmi e 29 classi di porismi - gli specialisti hanno affermato: «La loro scomparsa è un peccato». Lo stesso termine porisma è polisemico e di conse¬ guenza ambiguo. In questo testo Euclide parla di come si possano ottenere oggetti geometrici indeterminati, ossia non ben definiti perché non sono date “tutte” le caratteristiche necessarie. Un po¬ risma, dunque, è un ibrido tra un problema e un teorema: bisogna stabilirne 1’esistenza, ma non è possibile mostrarlo in virtù della sua indeterminazione. Negli Elementi il termine porisma viene usato nell’accezione di corollario, ossia una conseguenza imme¬ diata di un teorema già dimostrato. A proposito delle Sezioni coniche, Francisco Vera, traduttore spagnolo degli Elementi, scrive: [...] sul loro contenuto possiamo fare solo delle congetture. La cri¬ tica moderna crede si tratti dell’adattamento di un’opera di Aristeo 22 EUCLIDE DI ALESSANDRIA
LEONE PAPPI ALEXANDRINI M ATHEMATICAE Collcdboncs. A FEDERICO COMMANDINO V P. B 1 N A T JZ In Latinum ConucrfeJ& Cummenterijs lüufbrJix. V E N E T I I S. A pud Francifcum de Francifcis Sencn/èm. M. D. LXXXIX. FOTO IN ALTO A SINISTRA. Questo ritratto del pittore fiammingo Justus van Gent si intitola Euclide di Megara (1474), anche se in realtà raffigura Euclide di Alessandria. FOTO IN ALTO A DESTRA Copertina dell’edizione del 1589 della Collezione matematica di Pappo di Alessandria. FOTO A LATO' Francobollo della Sierra Leone con un dettaglio della Scuola di Atene di Raffaello, dove è raffigurato Euclide che usa il compasso. 23 EUCLIDE DI ALESSANDRIA
LA QUESTIONE 8 DELL’OTTICA DI EUCLIDE L’Ottica segue la stessa struttura deduttiva degli Elementi. Nell’ottava propo¬ sizione del libro, Euclide presenta una prova geometrica del fatto che le mi¬ sure apparenti di due oggetti uguali e paralleli non sono proporzionali alla loro distanza dall’occhio. Partiamo da due rette uguali AB e GD, poste però a di¬ stanza diversa dall’occhio E. Consideriamo i raggi AE ed EG e, prendendo come centro E e come raggio EZ, tracciamo l’arco di circonferenza HZF. Os¬ serviamo che i triangoli aEZG, aEZD sono, rispettivamente, più grande e più piccolo dei settori circolari EZH ed EZF. Il rapporto A EZG , a EZD settore (EZH ) settore (EZF ) ' Sostituendo abbiamo a EZG settore (EZH ) a EZD > settore (EZF ) E unendo otteniamo aEDG m aEGZ i1a settore (E/-/F) settore(EZH) ^ a EZD a EZD + > settore (EZF ) settore (EZF ) + ' Ma AMQG^GD_xAB p0jché GD=AB. A EZD DZ DZ Posto che AB^zzßK., il risultato finale è DZ ED BE settore (E/-/F ) ED > settore (EZF ) ’ Il rapporto tra due settori di una circonferenza è uguale al rapporto tra gli angoli corrispondenti. Ovvero: BE : < HEF ED < ZEF ■ 24 EUCLIDE DI ALESSANDRIA
sullo stesso tema e su cui poi si basò il trattato di Apollonio. Archi- mede parla in varie occasioni di alcune proprietà delle sezioni coni¬ che che credeva incluse nel trattato di Euclide. Anche questa è una delle opere perdute, e forse costituiva una “messinscena” di tutto ciò che si sapeva all’epoca delle sezioni coniche, con un obiettivo pedagogico. Nell’introduzione abbiamo detto che i matemata pitagorici erano quattro. Se Euclide voleva proporre una formazione mate¬ matica completa, doveva occuparsi di tutti e quattro. Non c’è dun¬ que da stupirsi che gli venissero attribuiti i testi seguenti. «Le leggi della natura non sono altro che i pensieri matematici di Dio.» Euclide. I Fenomeni sono un libro di piccola astronomia, ossia de¬ scrivono ciò che è visibile nella sfera celeste in movimento, escludendo il moto dei pianeti. Fanno riferimento, dunque, al sorgere e al tramontare delle stelle e presuppongono una cono¬ scenza della geometria della sfera che non si trova negli Ele¬ menti. Il breve trattato Elementi di musica, dalla paternità controversa, contiene la teoria degli intervalli musicali che si rifà alla tradizione pitagorica. L'Ottica è un testo sulla prospettiva che, insieme ai Fenomeni, affronta il tema della conoscenza di ciò che vediamo. Il suo obiettivo è stabilire la misura del visibile rispetto alla posizione dell’osservatore e alla misura dell’oggetto osservato. Euclide sostiene che la visione vada dall’occhio all’og¬ getto, un’affermazione data per certa fin quando l’erudito arabo Alhazen (965-1040) nel suo Kitab al-Manazir (Libro delVOttica) non affermò l’esatto opposto: noi vediamo perché l’occhio riceve uno o più raggi di luce emessi dall’oggetto. Ciò nonostante, il libro di Euclide è considerato uno dei più importanti lavori sull’ottica tra quelli precedenti l’opera di Newton, e artisti rina¬ scimentali come Filippo Brunelleschi, Leon Battista Alberti e Friedrich Dürer se ne servirono per elaborare i propri trattati sulla prospettiva. La paternità della Catottrica è molto discuti- EUCLIDE DI ALESSANDRIA 25
bile. Va comunque sottolineato che in essa viene data una dimo¬ strazione geometrica molto rigorosa della legge di riflessione della luce. Questa legge stabilisce che i raggi di luce si riflettono secondo angoli uguali sull’asse orizzontale (o su quello verti¬ cale). Rifacendoci alla figura 1, diremmo che l’angolo di inci¬ denza 0 è uguale all’angolo di riflessione Per questo Euclide si basa su una proposizione geometrica che dice, nella versione inserita nel Libro I degli Elementi: FIG 1 FiG 2 Proposizione 20. In ogni trian¬ golo, la somma di due lati di un triangolo è maggiore del terzo lato. La dimostrazione è la se¬ guente: se il raggio visivo forma due angoli uguali, avremo i raggi AC e CB; se invece i due angoli sono diversi, avremo i raggi AD e DB. Simmetricamente al piano orizzontale tracciamo la retta CE, simmetrica al raggio AC, e la retta DE, simmetrica al raggio AD. Ot¬ teniamo così il triangolo A BED, il cui lato BE è più corto della somma dei lati BD e DE. Per la suddetta proposizione 20, il per¬ corso AC-CB è più corto del per¬ corso AD-DB (figura 2). Una volta dimostrato che un raggio che ri¬ spetti la legge di rifrazione per¬ corre la distanza più breve tra i punti A, C e B, Euclide ricorre a un’ipotesi molto interessante: la natura vuole che il percorso se¬ guito dal raggio sia proprio que- 26 EUCLIDE DI ALESSANDRIA
sto, quello più corto. È il cosiddetto principio di minimo cammino, e con tale elegante dimostrazione Euclide lanciò un’i¬ dea di straordinaria importanza: le leggi della natura procedono per minimi, e ciò vuol dire che un’entità fisica coinvolta in un problema, come ad esempio il percorso, il tempo impiegato, l’e¬ nergia utilizzata, ecc., deve essere la più piccola possibile. Molti secoli più tardi, Pierre de Fermat (1601-1665) avrebbe ripreso questa idea per formulare la legge della rifrazione, che stabilisce cosa succede a un raggio di luce quando cambia elemento, ad esempio quando passa dall’aria all’acqua. Fermat affermò che «il percorso è quello attraversato nel minor tempo». Questa idea del geniale matematico francese fu avallata da Gottfried Leibniz (1646-1716), che la usò per dimostrare l’utilità del calcolo diffe¬ renziale, una delle cui applicazioni è per l’appunto la determina¬ zione dei massimi e dei minimi. Il principio generale della determinazione dei minimi avrebbe condotto lo svizzero Le¬ onhard Euler, in italiano Eulero (1707-1783) a creare una nuova branca della matematica: il calcolo delle variazioni. Tuttavia, sarebbe stato Pierre-Louis Moreau de Maupertuis (1698-1759) a dare la formulazione esplicita del postulato in base al quale la natura si regge sul principio di minima azione. Infine, nell’ambito della meccanica vengono attribuiti a Eu¬ clide due testi, di paternità molto incerta, entrambi citati da al¬ cuni traduttori arabi dell’opera euclidea. Sulla leggerezza e la pesantezza contiene l’esposizione più precisa che sia giunta fino a noi della dinamica aristotelica dei corpi che si muovono libe¬ ramente; Sulla leva, invece, include una teoria della bilancia in¬ dipendente dalla meccanica aristotelica. LA GEOGRAFIA DELLA MATEMATICA GRECA Gli autori i cui contributi furono raccolti e ampliati da Euclide, oltre ai principali commentatori della sua opera, disegnano una costellazione di matematici e filosofi-matematici disseminati in tutta la Grecia e nelle sue colonie, soprattutto quelle ioniche, EUCLIDE DI ALESSANDRIA 27
d’Egitto e di altre parti dell’Africa e dell’Asia. La cartografia del pensiero matematico greco mostra una mappa che si estende dalla Sicilia, a ovest, fino al Vicino Oriente, passando per l’Italia, la Libia e la Turchia, e ha come centro la Grecia propriamente detta: il Peloponneso, l’Attica, la Tessaglia, la Macedonia e le isole del Mar Egeo. La maggiore concentrazione di autori la tro¬ viamo nella parte più orientale dell’Ellade. Ciò che unisce tutti questi pensatori, ossia ciò che ci per¬ mette di parlare di matematici e filosofi greci, è la condivisione di una lingua comune, sia parlata che scritta: il dialetto arcai- co-cipriota, il dorico, l’eolico o lo ionico a seconda della zona di provenienza. Alla fine del III see. a.C. comparve una forma mo¬ dificata del greco ionico-attico, la “lingua comune” o koiné, am¬ piamente utilizzata nel mondo ellenistico che lasciò dietro di sé l’espansione macedone guidata da Alessandro Magno. Questa varietà di greco è stata talvolta chiamata greco ellenistico ed è la base del greco moderno. Pertanto non ci sarebbe da meravi¬ gliarsi se Euclide avesse scritto gli Elementi in questa lingua. Luoghi di nascita dei matematici e dei filosofi greci. BULGARIA ITALIA 3 O ALBANIA O 5_ MACEDONIA 14 O 4 O GRECI O 8 SIRIA LIBANO 30 ISRAELE O O 31 c"** GIORDANIA LIBIA EGITTO 28 EUCLIDE DI ALESSANDRIA
Territorio Città Nome Secolo Sicilia 1. Siracusa Archimede 287-212 a.C. Italia 2. Roma Boezio 480-524 a.C. 3. Elea Parmenide 570-475 a.C. Zenone 490-430 a.C. 4. Crotone Filolao ca. 485-385 a.C. Aristeo il Vecchio 370-300 a.C. 5. Taranto Brisone ca. 450-390 a.C. Archita 400-347 a.C. 6. Metaponto Ippaso V see. a.C. Libia 7. Cirene Teodoro 427-347 a.C. Eratostene 276-194 a.C. Peloponneso 8. Elide Ippia 465 - ca. 396 a.C. 9. Atene Antifone 480-411 a.C. Socrate 470-399 a.C. Platone 427-347 a.C. Teeteto 417-369 a.C. Plutarco V SECOLO 10. Cheronea Plutarco ca. 46-120 Macedonia 11. Mende Filippo IV-III see. a.C. 12. Stagira Aristotele 384-322 a.C. 13. Abdera Democrito 460-370 a.C. Turchia 14. Bisanzio Proclo 410-485 15. Cizico Menecmo 380-320 a.C. 16. Cilicia Simplicio 490-560 17. Pitane Autolico 360-290 a.C. 18. Colofone Ermotimo IV see. a.C. 19. Clazomene Anassagora 500-428 a.C. 20. Traile Antemio 474-558 21. Efeso Eraclito 535-484 a.C. 22. Mileto Talete ca. 624 - ca. 547 a.C. Anassimandro 610-546 a.C. 23. Perga Apollonio 262-190 a.C. EUCLIDE DI ALESSANDRIA 29
Territorio Città Nome Secolo 24. Isauria Leone V SECOLO Isole greche 25. Taso Leodamante IV SEC. A.C. 26. Chio Enopide 500-420 a.C. Ippocrate ca. 470-410 a.C. 27. Samo Pitagora ca. 569-ca. 475 a.C. Melisso V see. a.C. Conone Ill see. a.C. 28. Rodi Eudemo 370-300 a.C. 29. Cnido Eudosso 400-350 a.C. Egitto 30. Alessandria Ipsicle 240-170 a.C. Erone ca. 10-70 Tolomeo 100-170 Diofanto ca. 200-ca. 284 Pappo ca. 290-ca. 350 Teone ca. 335-ca. 405 Siriano ca. 380-ca. 438 Vicino Oriente 31. Gerasa Nicomaco ca. 60-ca. 120 Quando Euclide raggiunse la notorietà, un folto gruppo di im¬ portanti figure aveva già contribuito allo sviluppo della matema¬ tica. Il terreno era pronto affinché la geometria greca raggiungesse il suo splendore, come evidenzia anche il fatto che nello stesso periodo diedero il loro inestimabile contributo personaggi come Archimede e Apollonio. PRIMA DI EUCLIDE Nei suoi Commenti, Proclo riporta i contributi che vennero dati alla geometria prima degli Elementi. È senza dubbio un elenco di parte (si veda la tabella alle pagg. 32/33), con un’indiscutibile enfasi posta sull’opera dell’Accademia, di cui era direttore, a sca¬ pito dei lavori del Liceo aristotelico. Il testo è lungo ottanta righe 30 EUCLIDE DI ALESSANDRIA
TESTI GRECI GIUNTI FINO A NOI L’analisi quantitativa dei testi greci di matematica suddivisi per materia ed epoca offre la panoramica indicata nella tabella seguente. La maggior parte (circa la metà) è di geometria; poi vengono quelli di astronomia e di mecca¬ nica. Emerge dunque un cospicuo interesse per la matematica applicata. I testi sono ugualmente distribuiti nelle tre epoche. È giusto pensare che il numero di testi perduti sia maggiore più l’epoca è lontana? In tal caso, il nu¬ mero di testi del periodo ellenistico dovrebbe essere maggiore. Dell’epoca precedente a Platone e Aristotele conosciamo comunque solo le citazioni di alcuni frammenti della Storia della matematica di Eudemo e di altre opere di Autolico di Pitane. Per questo non è poi così sorprendente che nel Liceo pre-aristotelico si siano preoccupati della storia della matematica dagli albo¬ ri fino a Euclide. Sarebbe stato Eudemo a elaborare, per temi, questa storia. Sfortunatamente la sua opera è andata perduta e ne abbiamo solo una cono¬ scenza parziale e indiretta grazie alle citazioni di autori vissuti qualche secolo dopo, appartenenti già alla nostra era. Materie Aritmetica 3 Geometria 34 Astronomia 15 Ottica 2 Armonia (Musica) 5 Meccanica 10 Geografia matematica 1 Geodesia 2 Logistica (problema dei buoi di Archimede) (1) Altro 3 Totale 75 (76) Ripartizione per epoca Epoca ellenistica (300 a.C. - 30 a.C.) 21 Epoca romana (30 a.C. - 300) 24 Epoca tarda (300-550) 20 Epoca ignota 10 (11) Fonte: Ramón Masià, Corpus della matematica greca con introduzione. EUCLIDE DI ALESSANDRIA 31
e riportarlo integralmente sarebbe eccessivo. Di seguito ne pro¬ poniamo alcuni passaggi e una sintesi delle scoperte attribuite a ciascun autore, nonché i requisiti che avrebbe richiesto una di¬ mostrazione corretta - come quelle degli Elementi. Scrive Proclo: Dato che dobbiamo considerare quella attuale come l’epoca in cui sono nate le scienze e le arti, diremo che molti autori credono che la geometria, che ebbe origine dalla misurazione dei campi, fu inven¬ tata dagli Egizi [...]. E allo stesso modo che l’esatta conoscenza dei numeri si debba ai Fenici, a causa dei loro traffici commerciali. Talete fu il primo a importare dall’Egitto all’Ellade questa teoria [...]. Dopo di loro, Pitagora trasformò la dottrina in insegnamento [...]. Dopo di loro, Ippocrate di Chio scoprì la quadratura delle lunule e Teodoro di Cirene [...]. Platone [...] diede grande impulso alla ma¬ tematica in generale e alla geometria in particolare. [... ] Grande ami¬ co dei discepoli di Platone fu Eudosso di Cnido [...]. Matematici che, secondo Proclo, precedettero Euclide Nome Citazione di Proclo Enunciati dei vari libri degli Elementi che si suppone conoscessero Talete Il primo a importare questa teoria dall’Egitto all’Ellade. Scoprì molte cose, gran parte delle quali rese note ai suoi successori, alcune in generale, altre con maggiori dettagli. LI, definizione 17; proposizioni 5,15, 26 e forse la 32. LUI, proposizione 12. Pitagora Trasformò la dottrina in insegnamento. Esaminò da capo i principi della geome¬ tria. Studiò i teoremi in forma astratta e intellettuale e scoprì la difficoltà dei numeri irrazionali e la costruzione delle figure cosmiche. LI, definizioni 1, 3 e 6; nozione comune 5; proposizioni 2, 17, 32, 36, 37, 45 e 47. LI 1, proposizioni 14 e 20. LUI, proposizioni 11 e 14. LIV, proposizioni 11,12 e 15. LVI, proposizioni 25, 28, 29 e 31. LVI 1, definizioni 3, 4, 5,11 e 13. 32 EUCLIDE DI ALESSANDRIA
Enopide Studiò molti problemi di geometria, dando di alcuni la soluzione canonica: usare riga e compasso. LI, postulati 1, 2 e 3; proposizioni 12 e 23. Ippocrate Scoprì la quadrature delle lunule. Scrisse alcuni Elementi. Usò, per gene¬ ralizzazione, il principio di riduzione nel caso della duplicazione del cubo. LI, proposizioni 9,10,11,12,18, 19, 20, 23, 24, 25, 28, 29, 31, 32, 45 e 47. Lll, proposizioni 6,12,13 e 14. LUI, definizione 11; proposizioni 3, 20, 21, 22, 26, 27, 28, 29, 30 e 31. LIV, proposizioni 5, 9 e 15. LVI, proposizioni 19 e 20. LVII, proposizione 2. LXIII, proposizione 12. Teodoro Famoso come geometra. Risultati del Lll o LI, proposizione 47. Platone Diede un grande impulso alla matema¬ tica, in generale, e alla geometria, in particolare. Le sue considerazioni ma¬ tematiche suscitarono l’ammirazione di tutti i filosofi del tempo. Leodamante Archita e Teeteto Contemporanei di Platone. Aggiunsero nuovi teoremi e li presentarono come un insieme unitario di carattere scientifico. Risultati dei LX e LXIII. * Leone Elaborò alcuni elementi e scoprì i dio- rismi, che permettono di stabilire se un problema è impossibile o no. Eudosso Aggiunse nuovi teoremi generali [...] e molti punti sulla sezione, attraverso l’analisi, che aveva iniziato Platone. LV, definizioni 4 e 5, e le proposizioni generali. LX, proposizioni 1 e 2. LXII, proposizioni 5, 6, 7 e 10. : Menecmo e Dinostrato Il primo fu allievo di Eudosso; il secondo è conosciuto come “suo fratello". Entrambi perfezionarono la geometria. I : Filippo di Medma Seguì le indicazioni di Platone. Con lui la geometria raggiunse la maturità. EUCLIDE DI ALESSANDRIA 33
Il testo è fortemente influenzato dalla Storia della geometria di Eudemo di Rodi e dal neoplatonismo dell’autore. Mancano in¬ fatti i nomi degli astronomi che seguirono le orme di Eudosso; analogamente, non vi è alcun riferimento agli aristotelici, Aristo¬ tele incluso; mancano Aristeo “il vecchio”, probabilmente il padre dello studio delle sezioni coniche e dei luoghi, Ippaso di Meta- ponto e Filolao; non vengono citati nemmeno i sofisti Antifone, Brisone e Ippia di Elide, né gli atomisti Parmenide, Zenone o De¬ mocrito e neppure Autolico di Pitane; e per finire non sono mai menzionati gli studiosi di aritmetica. Ciò nonostante l’elenco è molto importante e merita attenta considerazione. Per quanto riguarda Talete e Pitagora, diversi autori attribui¬ scono loro i medesimi contributi; nel caso di Ippocrate ci basiamo sulla testimonianza del romano Simplicio, che rimanda alla Storia della geometria di Eudemo. 34 EUCLIDE DI ALESSANDRIA
CAPITOLO 2 La struttura degli Elementi Importante quanto i teoremi che contiene è la forma con cui Euclide strutturò gli Elementi: partendo da un breve elenco di ipotesi, l’autore procede alla dimostrazione deduttiva di una lunga serie di proposizioni. Questo processo dà all’edificio euclideo una solidità all’apparenza inespugnabile. Ma questa solidità nasconde degli assunti sulla natura stessa della matematica che risalgono alla filosofia di Platone e Aristotele.
Come abbiamo già detto, gli Elementi sono eredi degli insegna- menti di Platone e Aristotele. Per Platone gli enti materiali sono ideali, ossia godono di un’esistenza propria sul piano delle idee. Per Aristotele, no. Si può affermare che il testo di Euclide sia essenzialmente aristotelico. Tuttavia, vale la pena di soffermarsi sulla filosofia platonica della matematica, una delle questioni su cui l’Accademia pose più attenzione, come testimonia il lemma apocrifo del frontespizio dell’istituzione: «Non entri chi non è geometra». Nel caso di Platone ci limiteremo a commentare la similitu¬ dine della linea che troviamo nella Repubblica (si veda lo schema a pagina seguente). Si distinguono tre rappresentazioni dell’og¬ getto «letto»: il «letto» creato da Dio, il «letto» costruito dal fale¬ gname e il «letto» che il pittore raffigura sulla tela. «Dio - dice Platone - volendo essere vero creatore di un letto veramente esi¬ stente [...] lo creò per natura unico.» Il falegname, invece, fab¬ brica semplici imitazioni. E il pittore fa delle rappresentazioni delle imitazioni del falegname, ma non del «letto vero». Quella affrontata in questo esempio è la questione dell’esistenza, uno degli assi portanti della filosofia platonica, dato che, per Platone, non è possibile scindere l’epistemologia (la conoscenza o il modo in cui ci si arriva) dall’ontologia (la realtà oggetto della conoscenza). Vengono poste le seguenti domande: i letti sono LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI 37
reali tutti e tre, solo alcuni, o nessuno? Che cosa intendiamo per «reale», ossia, di quale realtà parliamo quando diciamo che la conoscenza scientifica consiste nella «vera conoscenza del reale»? Se restringiamo il campo d’indagine alla matematica, gli interrogativi che vengono sollevati sono: «Come dobbiamo in¬ tendere (problema relativo alla natura epistemologica) gli og¬ getti matematici? Che cosa possiamo dire (problema relativo alla natura ontologica) della loro esistenza?» Per Platone esistono due realtà: quella del mondo ideale, si¬ tuata sul piano dell'intellegibile, e quella del mondo che ci cir¬ conda, che si trova sul piano dell'opinabile. Nella similitudine della linea, Platone colloca il pensiero discorsivo sul piano dell’intellegibile, intendendo che possiamo comprendere solo il livello superiore, quello dell’immutabile, delle idee; il livello in¬ feriore, quello del mutabile, è suscettibile solo di opinione. Similitudine della linea. Libro VI della Repubblica di Platone. Oggetti Idee archetipi Conoscenza Enti matematici Esseri viventi, cose fisiche Opinione Intelligenza — Mondo intellegibile Pensiero Credenza, fede Facoltà Mondo sensibile ir Ombre, immagini ir Immagina¬ zione, congettura A v 38 LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI
L’ACCADEMIA DI PLATONE L’Accademia di Atene era la scuola filosofica fondata da Platone intorno al 388 a.C. Venne costruita nei giardini di Accademo, il leggendario eroe greco dell’Antichità, e fu rifondata per l’ultima volta nel 485, dopo la morte di Pro¬ clo. Nel 529 fu chiusa definitivamente dall’imperatore Giustiniano. Tra le sue mura si svolse gran parte del lavoro filosofico e scientifico dell’epoca. Nell’Accademia si studiò medicina, si perfezionò la retorica e si approfondì l’astronomia, con un’attenzione particolare alla teoria eliocentrica: tutte arti su cui si manteneva una discussione aperta e proficua. Esterno dell’Accademia di Atene oggi con le statue di Platone e Socrate. Secondo questa similitudine, gli enti sono mutabili (parte bassa della linea), e pertanto oggetto di doxa (opinione), oppure immutabili (parte alta), e suscettibili di gnosis (conoscenza). Gli enti matematici sono immutabili, ma si collocano in un punto in- LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI 39
termedio: non appartengono alla parte bassa, ma nemmeno a quella più alta. Il testo stabilisce una differenza chiara fra il modo di usare il pensiero nel discorso dialettico (proprio del filosofo) e nel discorso scientifico (proprio del matematico). Il procedimento matematico si serve di ipotesi, ma non vi ritorna mai. La validità della matematica è limitata ed è una pro¬ vincia del pensiero. L’intelligenza - l’operazione più elevata dell’anima, tipica del filosofo - va al di là delle ipotesi. Non fa matematica - che procede dall’ipotesi ai teoremi - bensì filoso¬ feggia, interrogando la stessa matematica: che cosa giustificano le ipotesi? Perché sono accettabili? Potrebbero essere diverse? All’attività matematica manca il “risalire” - a ritroso - dalle con¬ clusioni alle ipotesi. Rispetto alle figure matematiche, Platone dice: - E sai anche che fanno uso delle specie visibili e su di esse discor¬ rono non già esse avendo in mente, bensì quelle astratte forme cui esse assomigliano, parlando cioè del quadrato e della diagonale in sé presi, non già di quella che materialmente disegnano, e così via; e queste stesse forme che essi foggiano e disegnano, e di cui esi¬ stono anche ombre e immagini nell’acqua, le usano a lor volta come immagini, cercando invece di vedere quelle realtà in sé che uno non può vedere se non con il raziocinio. - Dici il vero, disse. Così, quando un matematico stabilisce la validità della pro¬ prietà di un triangolo, in generale, come ad esempio nella propo¬ sizione 16 del Libro I, non importa che tipo di triangolo sia (acutangolo, rettangolo, ottusangolo) anche se la «figura con¬ creta» a cui ricorre per supportare il proprio ragionamento è un triangolo acutangolo. E quando la proprietà che vuole dimostrare dipende dalla natura del triangolo, allora fornisce un teorema per ciascun caso, come avviene con il teorema di Pitagora generaliz¬ zato, da cui derivano tre teoremi: Libro I, proposizione 47 e Libro II, proposizioni 9 e 10. 40 LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI
LA SCUOLA DI ATENE Raffaello dipinse La scuola di Atene nel 1509 su commissione di Papa Giulio II. L’opera rappresenta la filosofia, una delle quattro facoltà classiche insieme alla teologia, al diritto e alla medicina. Raffaello riunisce nell’opera coloro che nel Medioevo erano considerati i padri del pensiero, ma ispirandosi a personaggi pubblici del suo tempo, ad esempio a Leonardo da Vinci per ritrarre Platone o Michelangelo per ritrarre Eraclito. I personaggi identificati: 1: Zenone di Cizio o di Elea. 2: Epicuro. 3: Federico II Gonzaga. 4: Boezio o Anassimandro o Empodocle. 5: Averroè. 6: Pitagora. 7: Alcibiade o Alessandro Magno. 8: Antistene o Senofonte. 9: Ipazia (Margherita) o Francesco Maria della Rovere. 10: Eschine o Senofonte. 11: Parmenide. 12: Socrate. 13: Eraclito (Michelangelo). 14: Platone (con il Timeo, Leonardo da Vinci). 15: Aristotele (con VEtica). 16: Diogene di Sinope. 17: Plotino. 18: Euclide o Archimede (Bra¬ mante). 19: Strabone o Zoroastro. 20: Claudio Tolomeo. 21: Protogene. R: Apel- le (Raffaello). Platone sintetizza brevemente l’essenza della conoscenza ma¬ tematica nella lettera VII: È necessario passare per tre fattori per accedere alla conoscenza di ogni cosa esistente; il quarto fattore è la conoscenza stessa, e come quinto fattore bisogna considerare l’ente conoscibile che esiste ve¬ ramente. Il primo è il nome; il secondo, il discorso; il terzo, l’imma- gine e il quarto, la conoscenza. LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI 41
Poi spiega in dettaglio i singoli fattori: il definiens (cerchio), il definiendum (la definizione), la figura («si disegna e si can¬ cella») e Yopinione vera, ossia le sue proprietà intrinseche - nel caso della matematica, i teoremi relativi. Aristotele, invece, scrive negli Analitici secondi che la scienza dimostrativa combina due punti di vista: quello relativo al significato, che riguarda i termini, e quello dell’esistenza, on¬ tologico, che riguarda gli oggetti. Una seconda distinzione si in¬ terseca a quella precedente: bisogna distinguere i termini e oggetti primi dai termini e oggetti (o proprietà) derivati. Gli enunciati che stabiliscono il significato o 1’esistenza sono tesi; nello specifico, quelli che stabiliscono i significati sono defini¬ zioni e quelli che stabiliscono 1’esistenza sono ipotesi. Le defi¬ nizioni «non dicono nulla dell’esistenza dell’oggetto definito»; rispondono alla domanda «che cos’è?» e non alla domanda «esi¬ ste?». Le ipotesi, a loro volta, si dividono in nozioni comuni, di cui l’intelletto non può dubitare poiché sono convincenti di per sé, e in postulati, che sono meno evidenti e «impongono» resi¬ stenza di certi oggetti. Le nozioni comuni spesso vengono chia¬ mate assiomi, anche se i matematici moderni non notano una differenza sostanziale fra nozioni comuni (o assiomi) e postulati. Quanto agli oggetti matematici, ce ne sono di «primi», come ad esempio l’unità in aritmetica o la grandezza in geometria, la cui esistenza «è data». L’esistenza di tutti gli altri oggetti, invece, va stabilita. Le proposizioni o teoremi si riferiscono a oggetti esi¬ stenti: «Se il soggetto non esiste, l’enunciato è falso». La que¬ stione dell’esistenza è fondamentale. Non si tratta, come in Platone, di un’esistenza ideale, anteriore a tutto, bensì di un’esi¬ stenza che rimane fissata una volta accettato l’assioma di par¬ tenza o la dimostrazione che conduce a essa. Negli Analitici secondi Aristotele dice: Un’ipotesi è ciò che, data per vera, ci permette di stabilire una con¬ clusione. Come ha detto qualcuno, le ipotesi della geometria non sono false. Mi riferisco a chi dice: «Non si può usare il falso, neanche se un geometra afferma falsamente, sostenendo che la retta che ha 42 LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI
tracciato è lunga un piede quando non è così, o che è retta quando in realtà non lo è». Il geometra non basa alcuna conclusione sulla linea retta che ha disegnato anche se afferma il contrario. In realtà si riferisce a ciò che illustrano le suddette figure. E inoltre il postu¬ lato e tutte le ipotesi sono affermazioni universali o affermazioni particolari; le definizioni, no. Aristotele fissò dunque il procedimento con cui si costruisce il pensiero scientifico. Sembra simile a quello di Platone, ma in realtà non lo è: non c’è una distinzione tra la validità dei postulati e una validità ulteriore che è al di là della conoscenza possibile. Ci sono delle verità che fissano 1’esistenza e delle nozioni comuni che hanno un ambito di applicazione più ampio. La concatenazione, come se fosse una concatenazione di sillogismi, va dalla verità auto-evidente alla verità del teorema: la verità delle nozioni co¬ muni e quella dei teoremi hanno la stessa natura. Aristotele, tutta¬ via, ha bisogno delle definizioni, altro punto su cui il suo pensiero (discepolo) differisce da quello di Platone (maestro): le condizioni necessarie e sufficienti sono strettamente legate ai termini accet¬ tati e accettabili nelle definizioni, e le rendono corrette. In sintesi, la filosofia della scienza - e in particolare della ma¬ tematica - di Aristotele si può riassumere nello schema seguente: Struttura metodologica aristotelica degli Elementi Tesi Assiomi (nozioni comuni) Ipotesi Definizione (esistenza) (significato) 2 (con consenso) (senza consenso) 4 Postulati 3 LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI 43
IL CONTENUTO DEGLI ELEMENTI Secondo la tradizione, i libri originali di Euclide riuniti sotto il nome comune di Elementi sono tredici, scritti in «lingua co¬ mune», con simboli che indicano gli oggetti geometrici, soprat¬ tutto punti, grandezze e numeri. In seguito furono aggiunti nel computo altri due libri: il XIV di Ipsicle e il XV di un autore sco¬ nosciuto, forse Isidoro di Mileto. Delle oltre mille edizioni degli Elementi, la prima si deve a Erhard Ratdolt (1442-1528). La stampò a Venezia nel 1482, appena trenta anni dopo la Bibbia di Gutemberg, basandosi sull’edizione commentata dello studioso italiano Giovanni Campano di Novara (1220-1296), che a sua volta era partito dalla traduzione del monaco inglese Adelardo di Bath (1080-1150). I primi quattro libri, che evitano il ricorso alla teoria della proporzione e pertanto non sono da considerare molto orientati alla didattica, sono dedicati alla geometria piana. Tuttavia, sono diversi tra loro: - Il Libro I è quello fondamentale: include, oltre a ventitré definizioni, i cinque postulati e le cinque nozioni comuni. L’argomento principale è la teoria dei triangoli. Fornisce le nozioni di base della tecnica del tangram nelle dimo¬ strazioni e della costruzione con riga e compasso. Il libro si conclude caratterizzando i triangoli rettangoli come quelli che realizzano il teorema di Pitagora. Evidenzia il potenziale deduttivo del metodo della riduzione all’as¬ surdo. - Il Libro II contiene l’algebra geometrica, ossia i calcoli algebrici di base (x±y)2=x2+y2±2xy, x2+y2=(x+y)(x-y) e i loro derivati, non con numeri ma con grandezze (seg¬ menti) che, di conseguenza, richiedono una costruzione; la risoluzione geometrica delle equazioni di secondo grado lineari dei Dati; la costruzione del segmento aureo e il teorema del coseno, generalizzazione del teorema di Pitagora per i triangoli non rettangoli (acutangoli e ottu¬ sangoli). Questo libro, che contiene due definizioni, si 44 LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI
chiude con la proposizione 14, che fornisce l’anello man¬ cante della quadratura delle figure rettilinee multilatere. - Il Libro III si occupa della geometria della circonferenza e contiene undici definizioni. - Il Libro IV descrive la costruzione, con riga e compasso, dei poligoni regolari: triangolo equilatero (anche nel Libro I, proposizione 1), quadrato (proposizioni 6 e 7), penta¬ gono (proposizione 11), esagono (proposizione 15) e pen¬ tadecagono (proposizione 16). Contiene sette definizioni. I Libri V e VI, il cui contenuto è attribuito a Eudosso di Cnido, contengono la teoria della proporzione e le sue applica¬ zioni alla geometria. Sono volumi tecnici, che costituiscono la base del teorema di Talete per rette e superfici multilatere retti¬ linee e del calcolo delle aree e dei volumi. - Il Libro V è fondamentale per comprendere la profondità dei risultati della geometria greca nel periodo dell’Accade¬ mia. Contiene diciotto definizioni tra cui spiccano quelle del rapporto e della proporzione. Stabilisce le proprietà che governano la teoria della proporzione e compaiono le proporzioni composte. - Il Libro VI contiene i teoremi di Talete e quindi quelli dell’altezza e del cateto del triangolo rettangolo, dai quali si deduce, indirettamente, il teorema di Pitagora. È un ca¬ pitolo importante, con quattro definizioni, una delle quali probabilmente è spuria. I Libri VII, Vili e IX, attribuiti non senza polemiche alla scuola pitagorica, contengono gli elementi dell’aritmetica sulla base di una teoria delle parti aliquote o numeri razionali. - Il Libro VII stabilisce che l’uno non è un numero: è un con¬ cetto in virtù del quale «tutto ciò che è, è uno». Definisce i LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI 45
concetti di parte e numero primo, i fondamenti della divi¬ sibilità; stabilisce l’algoritmo e il lemma di Euclide. Con¬ tiene ventidue definizioni che coprono i tre libri aritmetici, l’ultima delle quali è quella del numero perfetto. - Il Libro Vili è dedicato allo studio delle proporzioni conti¬ nue di numeri naturali: sono le progressioni geometriche, fondamentalmente a base due. - n Libro IX contiene un teorema importante: 1’esistenza di una quantità non finita di numeri primi, necessario (e forse suffi¬ ciente) per stabilire il teorema fondamentale dell’aritmetica. - Il Libro X, con reminescenze di Teodoro e di Teeteto, con¬ tiene lo studio degli incommensurabili e la classificazione delle linee irrazionali. Di tutti i libri degli Elementi è il più lungo, il più tecnico e il più obsoleto. Contiene sedici defi¬ nizioni, non tutte originali di Euclide, e le linee che com¬ paiono nelle costruzioni dei solidi platonici del Libro XIII. - Il Libro XII contiene il metodo di esaustione, un termine controverso ma che è rimasto nel corso dei secoli. Con que¬ sto metodo si calcola l’area del cerchio e dei volumi della piramide, del cono e della sfera. È un libro difficile e molto tecnico, superato tuttavia dalla genialità di Archimede nella risoluzione di problemi di questo tipo. Il suo contenuto viene sostanzialmente attribuito a Eudosso. - Il Libro XIII contiene la costruzione dei cinque solidi pla¬ tonici: il tetraedro, l’esaedro, l’ottaedro, il dodecaedro e l’icosaedro. Viene dimostrato anche che esistono solo que¬ sti cinque. Fu nell’Accademia che Teeteto costruì l’ottae¬ dro e l’icosaedro che, a quanto pare, non erano stati costruiti dalla scuola pitagorica. I tredici libri di Euclide contengono 140 assunti basilari (130 definizioni, 5 postulati e 5 nozioni comuni) e 465 proposizioni 46 LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI
derivate da essi (93 problemi e 372 teoremi), così come alcuni risultati complementari: 19 porismi e 16 lemmi. «La matematica come scienza cominciò quando qualcuno, probabilmente un Greco, enunciò proposizioni su qualunque cosa o su qualche cosa, senza specificarne alcuna particolarità.» Alfred North Whitehead (1861-1947). Il Libro XIV è opera di Ipsicle di Alessandria (ca. 190 - 120 a.C.) e risale al II see. a C. L’introduzione è indubbiamente inte¬ ressante dal punto di vista storico. I risultati più importanti sono le relazioni tra le superfici e i volumi dei solidi platonici. Il Libro XV, opera di Isidoro di Mileto, risale al VI secolo. Molto inferiore al precedente, stabilisce la possibilità di inscrivere alcuni poli¬ goni regolari dentro altri. Vale la pena di esaminare come le proposizioni di ciascun libro dipendano dalle proposizioni dei precedenti (si veda la ta¬ bella in questa e nella pagina seguente). I Libri VII, Vili e IX sono autonomi, poiché si può facilmente prescindere da altre parti dell’opera (Libri II e V) introducendo definizioni ad hoc. Il resto è strutturato intorno a due basi concettuali, quella del Libro I e quella del Libro V. Grosso modo, corrispondono ai contributi pre¬ cedenti e successivi all’Accademia. I Libri dal X al XIII dipendono fortemente da entrambe le fonti. Libro 1 Indipendente Libro II Dipende dal Libro 1 Libro III Dipende dal Libro 1 e dalle proposizioni 5 e 6 del Libro II (115 e 116) Libro IV Dipende dal Libro 1, da 1111 e dal Libro III Libro V Indipendente Libro VI Dipende da 11127, 31 e dai Libri 1 e V Libro VII Indipendente LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI 47
Dipendenza delle proposizioni dei vari libri degli Elementi. GLI ELEMENTI PRIMI DEGLI ELEMENTI È opportuno precisare che cosa si intende per elemento in geo¬ metria. Nei Topici, Aristotele è netto sulla loro importanza: «In geometria è bene esercitarsi con gli elementi»; e Proclo, nei Commenti, dice: Se la geometria dispone di alcuni elementi, sarà possibile compren¬ dere il resto della scienza, mentre senza di essi non sarà possibile comprenderne la complessità e risulterà inarrivabile. È proprio Proclo a specificare le diverse accezioni attribuite al termine. Per Ippocrate di Chio, l’elemento è una proposizione che svolge un compito di fondamentale importanza per l’otteni¬ mento e l’organizzazione deduttiva di altri risultati; per Me- necmo ha due accezioni: una debole, quando assume la forma di un lemma precedente (come ad esempio la proposizione 1 del Libro I rispetto alla 2 dello stesso libro), e una forte, che in¬ clude solo le definizioni, le nozioni comuni e i postulati. È pro¬ prio in virtù di questa accezione forte che il testo di Euclide può intitolarsi a buon diritto Elementi, sebbene vi ritroviamo anche la forma debole, poiché una volta stabiliti i principi, l’o¬ pera assume una struttura deduttiva e un alto valore didattico. Per questo motivo gli Elementi non contengono tutti i risultati 48 LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI Libro Vili Dipende da definizioni dei Libri V e VII Libro IX Dipende da 113 e 4 e dai Libri VII e Vili Libro X Dipende da 144, 47; dal Libro II; da 11131; dai Libri V e VI; da VII4,11, 26; da 1X1, 24, 26 Libro XI Dipende dal Libro 1; da 11131; da IVI; dai Libri V e VI Libro XII Dipende dai Libri 1 e III; da IV6 e 7; dai Libri V e VI; da XI e dal Libro XI Libro XIII Dipende dal Libro 1; da 114; dai Libri III, IV, V, VI, X e XI
geometrici conosciuti, ma sono quelli che fanno da presuppo¬ sto a ulteriori sviluppi. In questo senso, supera altri Elementi che lo hanno preceduto. Geometri come Archimede, Apollonio, Eratostene, Tolomeo, Pappo o Proclo lo adottano come riferi¬ mento di base per lo studio della matematica. Ecco dunque per¬ ché il Libro I ha acquisito anche un contenuto epistemologico molto importante. La struttura del testo, come già detto, è essenzialmente ari¬ stotelica. Per quanto riguarda le nozioni comuni (si veda la tabella), che ricordiamo essere verità auto-evidenti, ci con¬ centreremo su cinque e se possibile anche su una sesta. Le no¬ zioni comuni alludono alla relazione di tipo quantitativo dell’uguaglianza e della disuguaglianza. Valgono per le grandezze geometriche, i numeri naturali e i rapporti. La loro validità, dun¬ que, è più ampia di quella ridotta della geometria e infatti, se consideriamo il procedimento metodologico-discorsivo, ven¬ gono prima da un punto di vista concettuale. Nozioni comuni 1. Due cose uguali a una terza sono uguali tra loro. 2. Se a cose uguali si aggiungono cose uguali, si ottengono cose uguali. 3. Se a cose uguali si tolgono cose uguali, i resti sono uguali. [3b. Se invece si aggiungono cose diverse, si ottengono cose diverse.] Questa nozione comune compare solo in alcune edizioni. 4. Le cose che possono essere sovrapposte sono uguali. 5. Il tutto è maggiore della parte. [6. Due rette non contengono spazio.] Questa nozione comune compare solo in alcune edizioni. Tuttavia, due nozioni comuni, la 4 e la [6], si sottraggono a questa precisione, posto che si riferiscono semplicemente a og¬ getti geometrici e pertanto andrebbero incluse tra i postulati. La nozione comune 4 introduce indirettamente il movimento: se spostiamo due oggetti [geometrici] e coincidono, vuol dire che prima di essere spostati erano uguali. E la [6], che Euclide usa ad LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI 49
esempio nella proposizione 4 del Libro I, è geometrica: si riferisce a oggetti geometrici e a questioni riguardanti la (non)-esistenza. I postulati (si veda la tabella), invece, fissano delle condi¬ zioni di esistenza e in alcuni casi di un’esistenza che costruisce determinati oggetti geometrici. Postulati 1. Tra due punti si può sempre tracciare una retta. 2. Una linea retta si può prolungare illimitatamente. 3. È possibile descrivere un cerchio con un centro e un raggio qualsiasi. 4. Tutti gli angoli retti sono uguali. 5. Se due rette sono tagliate da una terza in modo che la somma degli angoli interni di un lato sia minore di due angoli retti, allora le due rette si intersecano dal lato in cui la somma degli angoli è minore di due angoli retti. I primi tre postulati si riferiscono a quella che viene chia¬ mata la costruzione con riga e compasso. Affermano che sono valide, ossia esistono, le rette che hanno per estremi due punti (e che inoltre si possono prolungare in una retta finita) e le cir¬ conferenze con centro e raggi dati. Il compasso però «non ha memoria»: se solleviamo una delle due asticelle, il compasso si chiude. Nella proposizione 2 del Libro I Euclide dimostra che un simile compasso, tuttavia, si comporta come un qualunque altro «dotato di memoria». Fermiamoci un attimo a riflettere sull’esistenza degli og¬ getti definiti. Secondo Platone, 1’esistenza è una cosa «reale». Una definizione non fa altro che dare un nome all’oggetto esi¬ stente, per permetterci di riferirci a esso, e ci consente di attri¬ buirgli un’immagine. Secondo Aristotele, la questione è molto diversa. Per lui la definizione non dice nulla sull’esistenza: per gli enti primi, 1’esistenza viene postulata; per gli enti secondi, va stabilita. E ovviamente ciò introduce dei limiti all’esistenza. Scrive Aristotele: 50 LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI
Se qualcosa non esiste, nessuno sa cos’è; di conseguenza, non sap¬ piamo a cosa si riferisce il discorso o il nome, come quando mi rife¬ risco all’ircocervo e nessuno può sapere a cosa mi riferisco quando lo nomino. La definizione, dunque, non implica 1’esistenza, ma per coe¬ renza deve corrispondere a una qualche realtà. In generale, resi¬ stenza in geometria va stabilita dopo una definizione precisa dell’oggetto. Bisognerà prestare quindi la massima attenzione nell’uso delle definizioni nelle dimostrazioni prima di aver stabi¬ lito che l’oggetto definito esiste. «Bisogna presentar loro esempi di fatto, facili, intelligibili, probativi, indubitabili; delle verità matematiche che non si possano negare, come quando si dice: “Se da due parti uguali si tolgono parti uguali, anche quelle che restano sono uguali.”» Orientamenti metodologici per la conversione DEGLI INFEDELI MESSI IN BOCCA A LOTARIO, DON CHISCIOTTE. Vi è una chiara differenza fra le prime definizioni, che hanno bisogno di concetti non definiti come «parte, larghezza, lunghezza», ecc., e le altre, che si basano sull’accettazione della conoscenza degli enti geometrici studiati in precedenza, come ad esempio il cerchio, il centro, il diametro, le figure trilatere e così via. Aristo¬ tele afferma che 1’esistenza di alcuni oggetti o concetti viene data per certa: sono la «linea», «la linea retta» e la «grandezza», in geo¬ metria; e l’«unità» in aritmetica. Nondimeno mancano le incoe¬ renze interne. Nella definizione di diametro si legge: «Questa retta divide il cerchio in due parti uguali», ma si tratta di una proprietà da dimostrare, non di una definizione. Alcune definizioni del Libro I 1. Un punto è ciò che non ha parti. 2. Una linea è una lunghezza senza larghezza. LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI 51
3. Gli estremi di una linea sono punti. 4. Una linea retta è quella che giace ugualmente rispetto ai suoi punti. 8. Un angolo piano è l’inclinazione di due linee su un piano che non giac¬ ciano sulla stessa retta. 9. Se entrambe le linee sono rette, l’angolo si dice rettilineo. 10. Quando una retta innalzata a partire da un’altra retta forma con essa angoli adiacenti uguali tra loro, ciascuno dei due angoli uguali è retto, e la retta si chiama perpendicolare a quella su cui è innalzata. 15. Il cerchio è una figura piana delimitata da un’unica linea, la circonfe¬ renza, tale che a partire da un punto fra quelli che giacciono internamente alla figura, sono uguali tra loro. 16. Quel punto si chiama centro del cerchio. 17. Il diametro di un cerchio è una retta condotta per il centro e con gli estremi sulla circonferenza, che divide il cerchio in due parti uguali. 19. Le figure rettilinee sono quelle delimitate da rette: trilatere quelle comprese da tre rette, quadrilatere quelle comprese da quattro rette e multilatere quelle comprese da più di quattro rette. 20. Tra le figure trilatere, il triangolo equilatero è quello che ha i tre lati uguali, quello isoscele ha soltanto due lati uguali e quello scaleno non ha lati uguali. 21. Tra le figure trilatere, il triangolo rettangolo è quello che ha un angolo retto, quello ottusangolo ha un angolo ottuso e quello acutangolo ha i tre angoli acuti. 22. Tra le figure quadrilatere, il quadrato è quella che è equilatera e ha gli angoli retti, il rettangolo quella che ha gli angoli retti ma non è equi¬ latera, il rombo quella che è equilatera ma non ha gli angoli retti, il rom¬ boide quella che ha i lati e gli angoli opposti uguali tra loro ma non è né equilatera né ha gli angoli retti, e infine il trapezio non è nessuno dei tipi precedenti. 23. Due rette parallele sono quelle che, trovandosi sullo stesso piano, se prolungate illimitatamente in entrambe le direzioni, non si incontrano tra loro da nessuna delle due parti. 52 LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI
IL METODO DEDUTTIVO DEGLI ELEMENTI Abbiamo visto che le definizioni non determinano 1’esistenza, e che tale esistenza va “stabilita”. A tal fine bisogna risolvere un problema del tipo «esiste un oggetto come...». E nel trattato eu¬ clideo gli strumenti consentiti per la costruzione di oggetti geome¬ trici sono soltanto le rette e le circonferenze, nessun altro. Di conseguenza, gli unici punti accettabili, ossia gli unici esistenti, sono quelli dove si intersecano tali linee. Una volta costruito l’oggetto e risolto il “problema”, dob¬ biamo assicurarci che sia effettivamente quello che volevamo, ossia che «quanto costruito» rispetti i requisiti della sua defini¬ zione. Bisogna stabilire un teorema. I teoremi «danno 1’esistenza per presupposta»; dicono «ecco [l’oggetto]» e constatano resi¬ stenza di un legame logico fra diverse asserzioni. Nei problemi è richiesta l’analisi, ossia la conoscenza di al¬ cuni dati di base che permettano di arrivare all’oggetto. Ad esem¬ pio, a partire dal lato AB bisognerà vedere quali strumenti servono per poter costruire il triangolo equilatero. A tal fine, è utile sup¬ porre 1’esistenza dell’oggetto come già costruito e vedere che cosa tiene insieme i suoi componenti (si veda la costruzione del penta¬ gono regolare nel cap. 4). Nei teoremi, invece, l’essenziale è la sintesi. Dai postulati al risultato richiesto. La proposizione 1 del Libro I, pur molto semplice, ci consente di apprezzare la distin¬ zione tra analisi e sintesi. Di questa proposizione studieremo anche la struttura interna. Libro I, proposizione 1. Su un segmento dato è possibile costruire un triangolo equi¬ latero (si veda la figura). In questo testo si osservano chiaramente tutti gli estremi indicati (si veda la tabella nella pagina se¬ guente). È un problema. Per la co¬ struzione si usano i postulati 3 e 1. LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI 53
Parti di un teorema Protasi (Enunciato) Su una retta data costruire un triangolo equilatero. Ekthesis (Esposizione) Sia AB una retta data. Diorismo (Determinazione) Dobbiamo costruire un triangolo equilatero su AB. Kataskeue (Costruzione) / Vv \ ' Z X ' kQj Con centro in A e raggio AB tracciamo la circonferenza c>AB (postulato 3). Con centro inße raggio BA tracciamo la circonferenza oBA (postulato 3). Dal punto C, intersezione delle due circonferenze, tracciamo le rette CA e CB (postulato 1). Apodeixis (Dimostrazione) Posto che il punto A è il centro della circonferenza jAB, CA è uguale ad AB (definizione 15). Analogamente, posto che B è il centro della circonferenza oBA, BC è uguale a BA (definizione 15). Ma due cose che sono uguali a una stessa cosa sono uguali tra loro (nozione comune 1). Pertanto CA è anche uguale a CB. Di conseguenza, le rette AB, CB e CA sono uguali. Syumperasma (Conclusione) Pertanto il triangolo a ABC è equilatero e abbiamo costruito ciò che volevamo. C.V.D. (come volevasi dimostrare) La dimostrazione ricorre alla definizione 15, alla nozione co¬ mune 1 e aii principi minimi della logica. Va notato che la supposi¬ zione dell’esistenza del triangolo equilatero A ABC offre numerosi spunti sia per la costruzione che per la dimostrazione ed esempli¬ fica l’uso dell’analisi; in questo caso è molto semplice. Anche la dimostrazione, sintetica, si può intuire dall’immagine «ideale», poiché anche in essa i lati sono uguali e «formano» un triangolo. In altri casi sarà molto più complicato, come ad esempio con il pentagono regolare. La prima proposizione è «un elemento», in senso debole, della proposizione successiva, che permette di «applicare a un punto 54 LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI
dato una retta uguale su una retta data» - il compasso non ha memoria! - il che permette di «aggiungere» segmenti per for¬ marne un altro, e anche della terza proposizione, che per¬ mette di «togliere» da un seg¬ mento uno più piccolo. Analizziamo altre due dimo¬ strazioni per verificare il metodo logico-deduttivo degli Elementi: Libro I, proposizione 5. Nei triangoli isosceli gli angoli alla base sono uguali tra loro (si veda la figura). 1. Sia A ABG un triangolo isoscele i cui lati uguali sono AB e AG (definizione 20). 2. Prolunghiamoli, rispettivamente, nei segmenti uguali BZ e GH (nozione comune 2, proposizione 2). 3. Uniamo Zcon G eHconB (postulato 1). 4.1 triangoli A AGZ e A ABH sono uguali (proposizione 4, cri¬ terio lato-angolo-lato, LAL, di uguaglianza dei triangoli) poi¬ ché hanno uguali, rispettivamente, i lati AZ e AH (nozione comune 2) e AG e AB (per il punto 1) e l’angolo comune che comprendono. Di conseguenza, gli angoli <AZG e <AHB sono uguali, così come i lati ZG e HB. 5.1 triangoli AGBZ e A BGH sono uguali (proposizione 4), quindi gli angoli <BGZ e <GBH sono uguali. Sottraiamo, rispettivamente, gli angoli <ABH e <AGZ e gli angoli che risultano (<ABG e <AGB) sono uguali (nozione comune 3). C.V.D. Libro I, proposizione 15. Se due rette si intersecano, gli an¬ goli opposti al vertice sono uguali tra loro (si veda la figura). A LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI 55
c 1. Le rette AB e CD si intersecano nel punto E (enunciato). B 2. Vogliamo dimostrare che gli angoli <AED e <CEB sono uguali. D 3. La somma delle coppie di angoli <CEB <CEA e <CEA <AED dà due angoli retti (Libro I, propo¬ sizione 13). 4. Quindi la somma delle coppie di angoli <CEB <CEA e <CEA <AED è uguale (postulato 4 e nozione comune 1). 5. Se togliamo, da entrambe le coppie, l’angolo <CEA, gli angoli risultanti <CEB e <AED sono uguali (nozione co¬ mune 3). C.V.D. Osserviamo il ricorso a definizioni, proposizioni già dimo¬ strate, nozioni comuni e postulati. Con essi, attraverso un pro¬ cesso di concatenazione di costruzioni ed enunciati, arriviamo a ciò che viene richiesto a partire da ciò che viene proposto. E notiamo l’estrema eleganza di tali dimostrazioni, effetto della loro semplicità. Euclide però non ricorreva sempre alla dimo¬ strazione diretta; talvolta aveva bisogno di un metodo indiretto: la riduzione all’assurdo. In questo metodo si postula il contrario di ciò che si vuole stabilire - qui il maestro Euclide e l’“alunno” lettore devono essere d’accordo - e, attraverso il ragionamento, si arriva a una proposizione e alla sua negazione, un risultato inammissibile. Quindi il postulato accettato all’inizio è falso, e il contrario, cioè quello che si vuole dimostrare, è vero. Ecco un presupposto logico che non viene mai esplicitato: di due affer¬ mazioni opposte, ossia se una è la negazione dell’altra, una è necessariamente vera e l’altra falsa. Sebbene Euclide non abbia mai esplicitato il metodo della riduzione all’assurdo, lo usò molto spesso. Questo metodo di dimostrazione, difficilmente giustificabile con l’analisi, è essenzialmente aristotelico e per- tiene all’ambito della sintesi. A questo punto, prendiamo in esame un nuovo esempio che ci mostra come Euclide ricorresse, nelle dimostrazioni per as- 56 LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI
BOOK I PROPOSITION I PROBI.» M FOTO IN ALTO Frammento di un papiro che contiene la figura che accompagna la proposizione 5 del Libro II degli Elementi di Euclide, ritrovato nel sito di Oxirrinco, un’antica città situata a circa 160 km dal Cairo, in Egitto. FOTO A LATO: Presentazione figurativa della proposizione 1 del Libro I, opera di Oliver Byrne (1810-1890). F SS {dcf. « 5-> ; and unii'"um ZZ ■ (dcf. » ss: «——~ atiom i.J; *nd therefore A I« t»ir t«} nlueriJ tnen^k required. LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI 57
ARISTOTELE E L’IRRAZIONALITÀ DI V2 Lo Stagirita usò il metodo della riduzione all’assurdo per dimostrare che: Non c’è nessuna radice numerica il cui quadrato sia 2. Nel linguaggio moderno questo significa: «>/2 è irrazionale». Aristotele parte dall’accettazione del postulato opposto a quello che vuole dimostrare, ossia: >/2 è razionale. L’illustre filosofo greco concluse che tale accettazione lo ob¬ bligava ad ammettere che «un numero pari è, a sua volta, dispari», il che è impossibile. Il suo ragionamento, espresse in termini odierni, è il seguente: Supponiamo (ipotesi aggiunta) che 2 con men due pari diversi. Quindi, 2n2=m2. Di conseguenza, m è pari (ossia, m=2m') e n è dispari. Quindi 2n2=4m2. Ovvero, n2-2m'2 e n è pari. surdo, a immagini di oggetti matematici assolutamente «ideali». Come abbiamo già visto, una dimostrazione richiede di stabilire che gli oggetti matematici costruiti siano corretti. Tuttavia, il metodo della riduzione all’assurdo presuppone che all’inizio si ammetta 1’esistenza di oggetti matematici come se fossero reali. Poi si dimostra che questo presupposto è sbagliato, ossia che implica la costruzione di oggetti non costruibili. Questo problema si può risolvere solo accettando che, in un modo o nell’altro, il processo di costruzione avviene nell’ambito «ideale» delle figure. Pensiamo, ad esempio, a un cerchio e a una retta: o si intersecano in due punti, o in uno, come nel caso della tangente, oppure non si intersecano. Se si intersecano in due punti, questi punti «esistono» nell’«ideale geometrico» o, se si preferisce, nella «metodologia geometrica». Quindi, ad esempio: Libro I, proposizione 6. Se un triangolo ha due angoli uguali, anche i lati opposti a essi saranno uguali. 58 LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI
Euclide usa la figura 1 (un triangolo A ABC con gli angoli <CBA e <ACB uguali e i lati oppo¬ sti, AB e AC, disuguali; uno, ad esempio AB, più lungo e l’altro, AC, più corto). Ma questa figura è impossibile: effettivamente un si¬ mile triangolo non esiste. È un’ide¬ alizzazione figurativa del postulato aggiunto che risulterà falso. La figura 2 estrapola il ragio¬ namento di Euclide e sembra chia¬ rirlo. Tuttavia, ed è il motivo che ci spinge a includerlo qui, evidenzia le difficoltà del ricorso a «figure erronee». Anche se la ragion d’es¬ sere di queste figure è favorire la comprensione della dimostra¬ zione, quando sono false l’obiettivo si complica. Si è persa la semplicità tipica dell’analisi ma è apparsa la profondità della co¬ noscenza geometrica e logico-deduttiva legata alla sintesi. Biso¬ gna specificare che questa tecnica dimostrativa, così lontana dall’analisi, non era gradita a tutti i geometri greci. Questo spiega perché, nei vari commenti agli Elementi, si tentassero dimostra¬ zioni alternative per evitarla. Un caso paradigmatico è quello di Erone di Alessandria. FlG 1 A LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI 59
A ogni modo, la struttura degli Elementi fu abbastanza solida da eclissare qualsiasi altro trattato precedente e probabilmente questo è il suo lascito principale. Adesso dobbiamo esplorare i contenuti nello specifico: passeremo in rassegna il Libro I e il me¬ todo del tangram, il ruolo dell’infinto, il significato e l’origine del postulato delle parallele, la natura e l’importanza delle grandezze irrazionali e del metodo di esaustione, la costruzione dei solidi platonici e infine il grande contributo di Pitagora: l’aritmetica. 60 LA STRUTTURA DEGLI ELEMENTI
CAPITOLO 3 Il Libro I e la geometria dell’universo Lo studio del primo libro degli Elementi ci pone di fronte a questioni fondamentali sulla geometria proposta da Euclide. Alcune sono di tipo tecnico e altre, forse le più affascinanti, riguardano il modo in cui il geometra affronta lo spinoso problema dell’infinito o il rapporto tra le figure astratte della geometria e la realtà naturale. Quest’ultima questione, che parte dal celebre postulato delle parallele, ci condurrà, in un viaggio di quasi duemila anni, alla geometria non euclidea che ha rivoluzionato la scienza nel XIX secolo.
Il Libro I degli Elementi di Euclide è l’unico a contenere sia no¬ zioni comuni che postulati. I primi tre, come abbiamo già detto, si riferiscono agli strumenti ritenuti accettabili per «costruire» gli oggetti geometrici e sono dunque molto importanti per la risolu¬ zione dei problemi. Gli altri due sono fondamentali per stabilire la natura della geometria euclidea. Inoltre, e senza alcuna pretesa di esaustività, il Libro I pone altri problemi che meritano un com¬ mento: il movimento, la torsione, l’infinito e il metodo tangram, che affronteremo più in dettaglio nel capitolo 4. Vediamo innanzi¬ tutto in che modo il quarto postulato degli Elementi è collegato al movimento in geometria. Il suddetto postulato stabilisce che: Tutti gli angoli retti sono uguali fra loro. Se torniamo alla definizione di angolo retto - Libro I, defini¬ zione 10 - leggiamo che: Quando una retta innalzata a partire da un’altra retta forma con essa angoli adiacenti uguali fra loro, ciascuno dei due angoli è retto. Ovvero, quando i due angoli «sono uguali», sono entrambi retti (figura 1). Ma allora viene da chiedersi se una coppia di an¬ goli è uguale a un’altra coppia di angoli, vale a dire se «tutti» gli IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL’UNIVERSO 63
fig 1 Y 3— ò Y = In base alla definizione 10, le coppie di angoli a, (I, Yi i> e e, t sono uguali. Ovvero, u = p, Y = ò e e = Ç. Quindi sia a che ß, sia Y che ò, e sia e che Ç sono angoli retti. angoli retti sono uguali, non solo a coppie. La risposta, affermativa, ce la fornisce il quarto postulato. Nel caso specifico degli an¬ goli retti, Euclide impone una certa uniformità del piano. Si tratta quindi di un postulato che, in un certo senso, racchiude il movimento delle figure, cosa che imponeva anche la nozione co¬ mune 5, ma non possiamo ricor¬ rere a una nozione comune per giustificare una questione pura¬ mente geometrica. Di fatto, nella geometria euclidea, nessun postu¬ lato garantisce esplicitamente che due figure sovrapposte siano uguali. Detto altrimenti: la nozione comune 5 avrebbe dovuto es¬ sere un postulato, come abbiamo già segnalato nel capitolo 2. Ciò nonostante, Euclide non seppe - o meglio, non poté - evitare il movimento, pur avendovi fatto ricorso molto di rado, ad esempio nella geometria dello spazio, per generare, rispettivamente, il cono e la sfera per rotazione di un triangolo rettangolo intorno a uno dei suoi cateti e di un cerchio intorno al diametro. Lo im¬ piegò anche in due proposizioni del Libro I - la 4 e la 8 - per stabilire i criteri di uguaglianza dei triangoli lato-angolo-lato (LAL) e lato-lato-lato (LLL). Tuttavia, già nel criterio angolo-la¬ to-angolo (ALA) riesce a evitarlo. Vediamo il primo caso: Libro I, proposizione 4. Se due triangoli hanno due lati rispettivamente uguali a due lati e hanno uguali gli angoli compresi fra i lati uguali, avranno anche la base uguale e il triangolo sarà uguale al triangolo (figura 2). La dimostrazione, che si basa tutta sulla sovrapposizione dei due triangoli e sulla nozione comune 5, recita: mettiamo i triangoli A ABC e A A'B'C', uno sopra l’altro (movimento) in modo che 64 IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL'UNIVERSO
l’angolo <ABC coincida con l’an¬ golo <A'B'C. Com’è ovvio, i lati AB e BC si collocano rispettiva¬ mente sopra i lati AB' e B'C. Ma per i punti Af=A'J e C[=C] passa una sola retta (nozione comune 7). Quindi i triangoli si sovrappon¬ gono alla perfezione e, in base alla nozione comune 4, erano uguali prima di essere spostati. Di conse¬ guenza, i triangoli A ABC e A A'B'C' sono uguali. Arrivati a questo punto bisogna precisare che il ricorso incoerente al movi¬ mento da parte di Euclide non si deve a una sua incapacità. L’unico modo per essere coerenti, in que¬ sto caso, è annettere la proposizione sotto forma di postulato, come avrebbe fatto qualche secolo dopo il matematico tedesco David Hilbert (1862-1943) nella sua assiomatizzazione, molto più rigorosa, della geometria. LA RETTA MAI ESISTITA Si noti che Euclide, nonostante le definizioni 2, 3 e 4 del Libro I, non spiegò mai che cos’è una retta, che proprietà ha e quali carat¬ teristiche deve rispettare. Tuttavia, ha chiarito molto bene che le rette sono finite e che hanno per estremi dei punti. In realtà, Eu¬ clide si occupava di segmenti rettilinei. Ma quando parlò di uguale lunghezza dei diametri nella definizione del cerchio, ri¬ corse al concetto di distanza. Per vedere quest’ultimo associato al concetto di retta dobbiamo invece aspettare l’assioma 1 - «la di¬ stanza più corta fra due punti» - di Sulla sfera e il cilindro di Archimede. Come abbiamo appena visto con la proposizione 4, Euclide usava «postulati» che non aveva stabilito. Nella dimostra¬ li. LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL'UNIVERSO 65
FIGURE CHE SI CONTORCONO Una questione che soggiace agli Elementi è quella della torsione. Prima di usare il postulato delle parallele, Euclide stabilisce un risultato molto parti¬ colare: Libro I, proposizione 17. In ogni triangolo la somma di due angoli, comunque presi, è minore di due angoli retti. Per comprendere correttamente il problema dobbiamo osservare il ragiona¬ mento di Euclide. Vuole dimostrare che la somma degli angoli <BAG e <AGB è minore di due angoli retti. Per questo, «trasporta» un angolo uguale all’angolo <BAG - l’ango¬ lo <EGZ - accanto all’angolo <AGB e osserva che, sommati, non sono uguali ad <AGB più <AGD. Come fa a «trasportare» l’angolo? Costruendo un trian¬ golo che ce l’abbia come ango¬ lo. In che modo? In base alla seguente dimostrazione: 1. Divide il latO/AG a metà: ottie¬ ne il punto E (Libro I, proposi¬ zione 10). zione della proposizione 1 del Libro I, analizzata nel capitolo 2, c’è un’affermazione che ora andremo a esaminare in dettaglio: Dal punto C, intersezione delle due circonferenze, tracciamo le rette CA e CB. Che cosa ci garantisce, secondo Euclide, che il punto C esi¬ sta? Niente, tranne l’immagine che accompagna la dimostra¬ zione. Ma è un metodo inammissibile, perché l’immagine è giusta solo se il punto C esiste (ricordiamo le false immagini di trian¬ goli impossibili nella dimostrazione per riduzione all’assurdo). 66 IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL’UNIVERSO
2. Unisce Bed E (postulato 1) e lo duplica (postulato 2 e Libro I, proposizio¬ ne 2). Ottiene il punto Z. 3. Lo unisce al punto G (postulato 1). Ottiene due triangoli uguali (Libro I, proposizione 4), posto che i lati ZE ed EG del triangolo AZEG sono rispet¬ tivamente uguali ai lati BE ed EA del triangolo &BEA, per costruzione, e gli angoli <GEZ e <AEB sono opposti al vertice e pertanto uguali (Libro I, proposizione 15). Quindi, i due triangoli sono uguali e l’angolo <EGZ (che si somma all’angolo <AGB) è uguale all’angolo <BAG, che era ciò che voleva dimostrare. Euclide otteneva questo risultato perché il punto Z cade all’Interno dell’ango¬ lo <AGD. Ma non avrebbe potuto cadere all’esterno? Dalla figura si vede che ciò è possibile. La risposta alla domanda di prima, che Euclide non arriva a formulare per il semplice motivo che non se l’e¬ ra nemmeno posta, è no, per¬ ché le “sue” linee rette non su¬ biscono torsione. Euclide lo dà per scontato, ma quando più avanti analizzeremo il postulato delle rette parallele, vedremo che queste mancanze logiche compromettono fatalmente al¬ cune dimostrazioni. A È curioso che Euclide, nel postulato 5, stabilisse che «in certe condizioni» due rette si incontrano - «esiste un punto che appar¬ tiene a entrambe» - e che invece, nel caso delle circonferenze, lo desse per evidente e inconfutabile tanto da non ritenere di doverlo prescrivere. Si tratta nuovamente, a tutti gli effetti, di un postulato “occulto”. Il triangolo equilatero costruito sul segmento AB della propo¬ sizione 1 «esiste» perché la costruzione euclidea è corretta; ma tale costruzione dipende dall’esistenza del punto C. In un universo in cui questo punto non esistesse, non esisterebbe nemmeno il triangolo. Molte delle prime dimostrazioni degli Elementi di Eu- IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELUUNIVERSO 67
elide dipendono proprio da questo fatto. In effetti, la “costruibi- lità” degli Elementi dipende dalla costruibilità dei punti. Euclide stabilisce la condizione necessaria e sufficiente perché due rette si incontrino e pertanto fissa opportunamente i punti costruiti in questo modo. Tuttavia, non definisce in che condizioni si incon¬ trano una retta e una circonferenza e dunque i punti generati da questa forma sono “invalidi”. «Sono sempre più convinto che non sia possibile dimostrare la necessità della nostra geometria mediante l’intelletto umano, né per esso.» Carl Friedrich Gauss. E non sarebbe stato troppo difficile, nel caso delle circonfe¬ renze, ad esempio, gli sarebbe bastato precisare: Postulato sull’intersezione di due circonferenze. Se la distanza fra i centri di due circonferenze è minore della metà della somma dei loro diametri [ossia minore della somma dei raggi delle due circonferenze/, le circonferenze si incontrano in due punti. Analogamente, è facile fissare una condizione che permetta di assicurare 1’esistenza di «due punti» frutto dell’intersezione di una retta e una circonferenza: una retta e una circonferenza si incon¬ trano [in due punti] quando la perpendicolare che va dal centro della circonferenza alla retta è minore del raggio. Ma al riguardo Euclide tace. IL POSTULATO DELLE PARALLELE Tutti gli studiosi dell’opera euclidea sono concordi nell’attribuire la struttura degli Elementi e in particolare il postulato 5 (che chiameremo P5) a Euclide in persona. È il famoso postulato delle 68 IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL'UNIVERSO
parallele, che nella formulazione euclidea afferma che «in deter¬ minate condizioni due rette si incontrano inevitabilmente». Eu¬ clide non si serve di questo postulato fino alla proposizione 29 del Libro I. La geometria che non dipende dal postulato 5 prende il nome di geometria neutrale. Pertanto Euclide ci offre una tren¬ tina scarsa di proposizioni di geometria neutrale. Il contenuto letterale del postulato è il seguente: Postulato 5 (P5). Se due rette sono tagliate da una terza in modo che la somma degli angoli interni di un lato sia minore di due angoli retti, allora le due rette si interse¬ cano dal lato in cui la somma degli angoli è minore di due angoli retti. Tuttavia, di solito il postulato delle parallele non si studia nella sua formulazione originale, ma in quella presentata dallo scozzese John Playfair (1748-1819), professore di matematica e in seguito di filosofia naturale presso l’Università di Edimburgo, che dice: Postulato di Playfair (PP). Per un punto esterno a una retta si può tracciare una e una sola parallela alla retta data. Questo enunciato è equivalente a quello di Euclide ed eviden¬ zia come P5 abbia bisogno di due diversi presupposti: da un lato IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL’UNIVERSO 69
UNA CURVA E IL SUO ASINTOTO Con il postulato 5, Euclide evita che la «torsione» delle rette assuma un carattere asintotico, come succede con un’iperbole e il suo asintoto (questa precauzio¬ ne è tanto più necessaria se teniamo conto che, come abbiamo già visto, Euclide non dà una definizione compiuta di linea retta, di cui pertanto non conoscia¬ mo le caratteristiche di base). Nel caso delle curve, ad esempio, il fatto che una si avvicini sempre più a un’altra non è garanzia del loro intersecarsi, come si vede nella figura: un’iperbole si avvicina sempre più a una retta - il suo asintoto - senza mai arrivare a toccarla. che esista una cosa come «una retta parallela a una retta data da un punto esterno a essa», e dall’altro che tale retta sia unica. Per l’esattezza, 1’esistenza la fornisce Euclide nella proposizione 31, che recita: Libro I, proposizione 31. Per un punto P esterno a una retta AB è sempre possibile tracciare una parallela alla retta data. Tracciamo per P la retta PQ perpendicolare ad AB (Q si trova P R '_l * 1 angolo retto 1 angolo retto 70 IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL’UNIVERSO
sulla retta AB o su un suo prolungamento e si può costruire con riga e compasso in base alla proposizione 12). Allo stesso modo, tracciamo per P la retta PR perpendicolare a PQ. È evidente che le rette PR e AB sono parallele perché in caso contrario si incon¬ trerebbero in un punto, ad esempio R, e avremmo un triangolo AQPR con due angoli retti. Ma questo è impossibile (sarebbe in contraddizione con la proposizione 16 del Libro I) e quindi viene così dimostrata 1’esistenza della retta parallela. Arrivati a questo punto, dobbiamo ancora dimostrare che tale retta è unica. Non è possibile farlo senza ricorrere a un oggetto geometrico “falso” (o “ideale”), ossia un oggetto geometrico che presupponga la tesi che si vuole dimostrare. L’unicità della retta parallela, in definitiva, non si desume da nessuno degli altri postulati. Questa constata¬ zione portò un’autentica rivoluzione, come vedremo più avanti, soprattutto perché significava mettere in discussione un’autorità del calibro di Euclide. LA DIMOSTRAZIONE DELL’UNICITÀ DELLA PARALLELA Non si può dimostrare l’unicità della retta parallela a meno di assumere la “verità” della geometria euclidea, ossia dal suo “interno”. Per un punto P esterno a una retta AB si può tracciare una e una sola parallela alla retta data. Se ci fossero due rette parallele alla retta AB (figura annessa: una figura ideale perché deriva da un assunto falso) sarebbero la prima (che forma un angolo retto con PQ nel punto P) e PR. Quindi l’angolo <QPR sarebbe minore di un angolo retto (Libro I, proposizione 31). Pertanto la somma degli angoli <BQP e <QPR sarebbe minore di due angoli retti (nozione comune 4). Per il postu¬ lato delle parallele (P5), le rette PR e AB si incontrano. Contraddizione! Quindi bisogna abbandonare l’ipotesi secondo la quale PR è una parallela. IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL’UNIVERSO 71
LE GEOMETRIE NON EUCLIDEE Una domanda che non si può evitare quando si parla di geometria è: qual è la vera geometria della natura? Perché non vi è dub¬ bio che uno degli obiettivi dell’assiomatizzazione consiste nel «captare la verità di ciò che è». Potrebbe anche darsi che in realtà stiamo semplicemente «captando la verità di ciò che pen¬ siamo», ossia una creazione della mente umana, non necessa¬ riamente reale. Le due geometrie “reali” dell’epoca di Euclide erano la “ge¬ ometria del cielo”, ossia la geometria sferica, necessaria per comprendere i processi astronomici tanto cari ai Greci e ancor prima agli Egizi e ai Babilonesi, e la “geometria del cortile di casa”, quella in cui era impegnato Archimede, quando, secondo la leggenda, il soldato romano lo trafisse con la spada. La prima, che oggi è conosciuta anche con il nome di geometria ellittica, è equivalente a quella che possiamo disegnare sulla superficie di un globo terracqueo. In questo tipo di geometria i punti sono definiti normalmente, le rette no. Se intendiamo la retta come faceva Archimede, ossia la linea più corta che unisce due punti, noteremo una particolarità: le rette non possono non incontrarsi. Immaginiamo un caso reale: due persone si mettono a cammi¬ nare in linea retta sul globo terrestre finché non ritornano al punto di partenza. Entrambi disegneranno necessariamente un cerchio massimo (cioè quella sezione della sfera che la divide in due emisferi perfetti), e i cerchi massimi di una sfera finiscono con rincontrarsi necessariamente (nella figura 3, i due cerchi massimi r e r' si incontrano nel punto P). Di conseguenza, data una retta, non è possibile tracciare alcuna parallela a essa che passi per un punto dato. La seconda geometria, quella del cortile di casa, è tipica di un cortile delimitato da mura dentro le quali si può disegnare solo quanto consentito dalla sabbia che copre il suolo. In questa geo¬ metria, per un punto P esterno a una retta r possiamo tracciare un numero infinito di rette parallele (figura 4). Così, ad esempio, dal punto P si fanno passare le rette r', r" er'". Solo la retta r" taglia la retta r all’intemo del cortile. Ce ne sono però delle altre: tutte 72 IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL’UNIVERSO
quelle dentro l’angolo con vertice inPe avente per lati le rette che escono da P e si congiungono agli estremi della retta r. Questi punti si trovano sul muro del cortile, non a terra: a terra non esistono. Pertanto r e r'" non si incontrano: sono parallele. Le rette che non si trovano all’intemo dell’angolo sono, come i suoi lati, rette paral¬ lele alla retta r. Una rappresentazione gra¬ fica molto nota di questo tipo di geometria, oggi conosciuta come iperbolica, è quella che si disegna sopra una superficie simile a una “sedia da montare” (figura 5). Su una superficie di questo tipo, un triangolo equilatero assume una forma strana, per cui la somma dei suoi angoli è inferiore a 180°. Due rette parallele, invece, tende¬ ranno ad allontanarsi all’infinito (in altri casi, le parallele fanno il contrario, ovvero si avvicinano sempre più). Questa seconda geometria la scopriranno, ognuno per proprio conto, l’ungherese János Bolyai (1802-1860) e il russo Nikohy Iva- novij Lobacevskij (1792-1856), all’inizio del XIX secolo. Quest’ul¬ timo cominciò ad avere molte riserve sulla necessità della geo¬ metria euclidea (ossia rispetto al fatto che fosse l’unica possibile) già dal 1823, proprio in virtù dei FIG 3 IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL’UNIVERSO 73
tentativi fino ad allora vani di dimostrare l’unicità della parallela a partire dagli altri postulati di Euclide. La pubblicazione nel 1829 di un articolo di Lobacevsky, inti¬ tolato Sui principi della geometria, segnò la nascita ufficiale di quella che prese il nome di geometria non euclidea. In quest’o¬ pera, il matematico russo rese pubblica la prima geometria co¬ struita su un’ipotesi che contraddiceva il postulato euclideo delle parallele: per un punto C esterno a una retta AB può passare più di una retta parallela contenuta nel piano ABC senza intersecare la retta AB. A partire dal postulato così riformulato, Lobacevsky desunse una geometria armoniosa e coerente. «Finora non è stata scoperta alcuna dimostrazione rigorosa della sua verità.» Nikoláj LobaCevskij a proposito del postulato delle parallele IN UNA BOZZA GENERALE DELLA GEOMETRIA REDATTA NEL 1823. Tuttavia, lo status di Euclide e della sua opera nel mondo matematico era tale che Lobacevskij decise di non dare troppo peso alla nuova geometria e per i primi anni, quasi vergognando¬ sene, si riferì a essa con l’appellativo di “immaginaria”. Fra il 1835 e il 1855 riscrisse interamente almeno tre volte il suo nuovo sistema. Lo scrittore e matematico scozzese E.T. Bell, nel suo celebre libro I grandi matematici (1937) affermò, con la sua proverbiale pomposità: Per 2200 anni abbiamo creduto, in un certo senso, che Euclide aves¬ se scoperto una verità assoluta o una forma necessaria di percezione umana nel suo sistema geometrico. La creazione di Lobacevsky fu una dimostrazione pragmatica dell’erroneità di questa credenza. L’audacia della sua opposizione e il suo trionfo hanno spinto i mate¬ matici e gli scienziati in genere a contraddire altri assiomi o verità accettate, per esempio la legge di causalità che per secoli era sem¬ brata necessaria al pensiero come lo era stato il postulato di Euclide finché Lobacevsky non lo ha eliminato. Probabilmente non si è fatto sentire ancora del tutto l’effetto provocato dal metodo di negazione 74 IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL’UNIVERSO
degli assiomi di Lobacevsky. Non è un’esagerazione definirlo il Co¬ pernico della geometria, ma la geometria è solo una parte del campo più ampio che ha rinnovato. Per questo sarebbe più giusto definirlo il Copernico di tutto il pensiero. Parallelamente (e l’espressione è assolutamente appropriata) a Lobacevsldj, l’ungherese János Bolyai arrivava alle medesime conclusioni. Suo padre Farkas aveva passato quasi tutta la vita a cercare di dimostrare il postulato delle parallele, senza riuscirci. Sebbene la scoperta di János fosse contemporanea a quella di Lo¬ bacevsldj (1829), l’ungherese non la pubblicò fino al 1832 per ti¬ more delle conseguenze che avrebbe potuto scatenare una simile eresia matematica, e per questo talvolta la priorità della scoperta della prima geometria non euclidea viene attribuita in esclusiva al matematico russo. Farkas scrisse una lettera al suo grande amico Cari Friedrich Gauss, il più celebre matematico allora vivente, chiedendogli un’opinione sui lavori del figlio, e Gauss rispose che non poteva, in tutta onestà, lodare l’opera di János perché sarebbe stato come elogiare se stesso, data la coincidenza dei loro punti di vista sulla questione. Da questa lettera si evince che anche Gauss era arriva¬ to alla conclusione che il postulato delle parallele, così come re¬ datto da Euclide, non si desumeva dal resto della sua opera e ave¬ va sviluppato, non sappiamo con quale grado di precisione, altri sistemi geometrici coerenti. Forse è proprio la rinuncia di Gauss a pubblicare le proprie scoperte in materia, pur essendo il mate¬ matico più rispettato allora in vita, a darci un’idea chiara di quan¬ to fosse rischioso mettere in discussione l’opera del grande Eucli¬ de. La prudenza di Gauss fu tale che egli si rifiutò addirittura di sostenere pubblicamente i lavori sia di Bolyai che di Lobacevsky, anche dopo la loro pubblicazione, per paura, come disse lui stes¬ so, dello «scherno dei beoti». Quanto alla geometria sferica, l’altra grande geometria non euclidea, si dovette aspettare il lavoro di un altro conoscente di Gauss, il grande matematico tedesco Bernhard Riemann (1826- 1866), che in una delle tesi più famose della storia della scienza (Sui fondamenti della geometria) generalizzò questo e altri casi IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL’UNIVERSO 75
nel quadro di una visione della geometria di estrema eleganza che si occupava esclusivamente della curvatura metrica dei diversi spazi e delle proprietà che ne derivavano. Riemann dimostrò che lo spazio eucüdeo - e con esso la geometria euclidea che lo defi¬ nisce - era un caso particolare di spazio con curvatura costante di valore 0. In questo tipo di spazio la somma degü angoli di un trian¬ golo è 180°, ma ce ne sono degli altri. C’è ad esempio lo spazio sferico, con curvatura positiva, dove la somma degli angoli di un triangolo è maggiore di 180°, o quello iperbolico, con curvatura negativa, dove, come abbiamo già visto, la somma degli angoli di un triangolo è minore di 180°. «Per amor di Dio, ti prego, dimenticatene. Abbine timore come delle passioni sensuali perché, come queste, può arrivare ad assorbire tutto il tuo tempo e a privarti della salute, della pace dello spirito e della felicità.» Farkas Bolyai in una lettera al figlio János quando venne a sapere che egli aveva intrapreso IL SUO STESSO lavoro: dimostrare il postulato euclideo delle parallele. LA VALIDITÀ DELLA GEOMETRIA EUCLIDEA La comparsa di queste geometrie alternative scatenò un dibatti¬ to filosofico riassumibile con le parole dell’articolo postumo del logico tedesco Gottlob Frege, Sulla geometria euclidea: Nessuno può servire due signori allo stesso tempo. Non è possibi¬ le servire il vero e il falso. Se la geometria euclidea è vera, la geo¬ metria non euclidea è falsa. E se la geometria non euclidea è vera, allora quella euclidea è falsa. [...] O dentro o fuori! Quale bisogna eliminare, la geometria euclidea o quella non euclidea? Questo è il problema. Non è però così semplice. Perché se lavoriamo a partire dall’i¬ potesi che una geometria è giusta - quella eucüdea, ad esempio - 76 IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL'UNIVERSO
LA TRATTRICE E LA PSEUDOSFERA Se si prende una trattrice - la curva caratterizzata da seg¬ menti tangenti che hanno tutti la stessa distanza dall’asse OY (si veda la figura) - e la si fa ruotare intorno a OY (il suo asintoto), si ottiene la pseudo¬ sfera, il primo modellino della geometria iperbolica. al suo interno possiamo “fabbricare” delle superfici - come la sfera - con geometria ellittica e altre - il cortile di casa, ma ben costruito: il primo esempio fu la pseudosfera di Eugenio Beltrami (1835-1900) - con geometria iperbolica. Lo stesso succede se si ammette la validità di una qualunque delle altre due geometrie. Sarebbe a dire che la validità di una implica la validità delle altre, poiché in tutte quante esistono superfici o spazi in cui sono va¬ lide le altre. Nel 1899 Hilbert pubblicò i Principi di geometria, in cui “ri¬ scrisse” gli Elementi di Euclide, ben fondati e senza ricorrere né all’intuizione né ai disegni. Gli oggetti basilari - che siano «punti, rette e superfici» o «sedie, tavoli e boccali di birra», dice Hilbert - sono definiti esclusivamente da assiomi che stabiliscono le rela¬ zioni esistenti fra di essi. Ciò nonostante, è curioso osservare che Euclide aveva scelto come geometria “vera” - al posto di quella sferica - una geometria ideale, ossia un tipo di geometria che si basa su costruzioni valide solo in quanto espressioni pure che tra¬ scendono l’esperienza. La sola spiegazione possibile è un’ascen¬ denza platonica che spinse Euclide a riconoscere tacitamente 1’esistenza di questa geometria ideale, e pertanto non soggetta a una realtà diversa da quella implicita nell’idea stessa di geometria IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL'UNIVERSO 77
E LA GEOMETRIA DELL'UNIVERSO È... Ma nell’universo la geometria è legata alla superficie, ossia agli oggetti geometrici che si studiano. Immaginiamo che, come un moderno Archimede, mentre siamo nella vasca da bagno vo¬ gliamo fare della geometria disegnando linee rette sulle sue pa¬ reti: alcune sarebbero rette in senso euclideo - sul fondo della vasca, altre sarebbero curve ascendenti (quelle che vanno dal fondo alle pareti laterali), altre sarebbero curve discendenti (quelle che vanno dalla parete al bordo superiore). Poniamoci ora la seguente domanda: perché alcune hanno diritto a essere chiamate linee rette e altre no? Nella geometria della vasca, inol¬ tre, le linee si deformano quando ci si sposta e da rette senza torsione si passa a rette con torsione. Nella teoria della relatività generale, Einstein stabilisce che, in presenza di grandi masse o di grandi energie, lo spazio - e di conseguenza le rette - si deformano: si pensi a una pesante palla di piombo nel centro della superficie di un grosso tamburo; la membrana del tamburo si deforma, ossia si curva, e se una pal¬ lina più piccola girasse lungo il bordo “cadrebbe” a spirale verso il centro. Nello spazio avviene una cosa simile: le grandi masse, come la palla di piombo dell’esempio, fanno curvare lo spa¬ zio-tempo con ripercussioni anche sulle altre masse. Lo spazio, dunque, è simile alla superficie terrestre, anch’essa non uni¬ forme. E tuttavia nessuno nega che, nel complesso, la superficie della Terra sia sferica. Allora c’è da chiedersi: qual è la geometria dell’universo? Sebbene le grandi masse e le grandi energie ne alterino localmente la geometria, l’universo, nel suo complesso, è euclideo, iperbolico o ellittico? La risposta va cercata al di fuori della matematica perché ai suoi occhi sono valide tutte e tre le geometrie. Hanno tutte dei principi formali e una loro coe¬ renza. La risposta va quindi ricercata nella “realtà”: la vasca non serve; è artificiale come i risultati matematici. Più di un secolo fa Cari Friedrich Gauss si fece la stessa domanda che ci stiamo ponendo noi qui. Com’è l’universo? Che geometria ha? Gauss arrivò alla conclusione che se avesse potuto misurare i tre angoli interni di un triangolo formato da 78 IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL'UNIVERSO
tre stelle lontane, avrebbe ottenuto la geometria dell’universo. Sappiamo che: >180° Se la somma dei tre angoli è = 180°[, <180° la geometria dell’universo è ellittica (sferica) euclidea iperbolica Tuttavia, né i calcoli dell’astronomo e amico di Gauss, Frie¬ drich Bessel (1784-1846), né quelli di Lobacevskij approdarono a un risultato. Nel 1981 il fisico statunitense Alan Guth (1947) intro¬ dusse il concetto di densità dell’universo: la massa totale di ma¬ teria per unità di volume. Esiste un valore critico pQ= 4 • IO-27 kg/m3 che determina la natura geometrica dell’universo, nonché la sua evoluzione futura (si veda la tabella). Possibilità per la geometria dell’universo Densità Geometria Futuro >Po Sferica Collasso =f>0 Euclidea Espansione dolce KPo Iperbolica Espansione violenta La massa calcolata finora ammonta a un 10% di pQ. Al mo¬ mento, quindi, pare che l’universo sia iperbolico e che si espanda violentemente. Tutto questo dà nuova credibilità a queste celebri parole di Galileo: La filosofia è scritta in questo libro aperto davanti ai nostri occhi - mi riferisco all’universo -, ma ci sarà del tutto impossibile compren- IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL'UNIVERSO 79
derla se prima non siamo capaci di captare il linguaggio e appren¬ dere i segni con cui è scritta. È scritta in linguaggio matematico. I simboli sono triangoli, cerchi, ecc. senza i quali è impossibile com¬ prendere qualunque parola. Se non li comprendessimo, ci ritrove¬ remmo erranti in un labirinto oscuro [... ] A quanto pare, bisogna ricorrere alla geometria per poter ca¬ pire l’universo, opinione che Isaac Newton avrebbe condiviso e che avrebbe trovato la sua massima espressione proprio nei suoi Principia Mathematica Philosophiae Universalis (1687). L’INFINITO NEGLI ELEMENTI Non possiamo - e non dobbiamo - dimenticare l’influenza dei filo¬ sofi sul pensiero del matematico greco. È ad esempio il caso di Aristotele in relazione al concetto di infinito, a cui nella Fisica il filosofo dedica grande attenzione. Sin dall’inizio scrive: Melisso afferma che l’essere è infinito. Ma allora l’essere sarebbe quantità, perché ciò che è infinito lo è in quantità, poiché nessuna sostanza può essere infinita, né tantomeno una qualità né un’affe¬ zione, a meno che non lo sia in forma accidentale [...] Perché, per definire l’infinito, dobbiamo usare la quantità, ma non la sostanza né la qualità. Pertanto, se l’essere è sostanza e quantità, è due e non uno. Ma se è solo sostanza, allora non sarà infinito né avrà grandez¬ za, perché avere una grandezza vorrebbe dire avere una quantità. L’analisi più dettagliata sull’infinito si trova però nel Libro III, dove si interroga sulla natura e sull’esistenza dell’infinito e sui tipi di infinito. Dopo un’analisi filosofica particolareggiata conclude che esiste «un infinito per addizione» per i numeri (aritmetica) e un altro «per divisione» per le grandezza (geometria). Entrambi gli infiniti «sono - esistono - in potenza», non «sono - esistono - in atto». Vale a dire che nella scienza l’infinito non esiste come totalità; nessun oggetto può considerarsi infinito. L’infinito è solo 80 IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL'UNIVERSO
FOTO IN ALTO A SINISTRA, immagine di Euclide in un francobollo delle Maldive (1988). FOTO IN ALTO A DESTRA Busto di Aristotele. FOTO IN BASSO A SINISTRA Nel 1975, il matematico John Playfair propose di riformulare l’enunciato del postulato 5 di Euclide; tale postulato è conosciuto come Vassioma di Playfair. FOTO IN BASSO A DESTRA' Il matematico tedesco David Hilbert nel 1886. IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL’UNIVERSO 81
un processo generatore. In sintesi, l’infinito in atto non è accet¬ tabile né nel «mondo ideale» come idea possibile, né tantomeno quando lo si vuole applicare al mondo della matematica. Resta quindi l’infìnito in potenza, che è la «possibilità» di andare sem¬ pre oltre, ma sempre di un numero finito di passi. Il processo non si esaurisce mai: l’infinito rimane sempre nell’ambito della possibilità. E in questo senso Aristotele è convincente quando fa riferimento alla necessità che i matematici possano avvalersi dell’infinito in atto: La mia tesi non toglie nulla allo studio dei matematici, sebbene neghi l’esistenza dell’infinito nel significato di esistenza effettiva, intenden¬ dolo come qualcosa che cresce in modo tale da rendere impossibile andare oltre perché, di fatto, non hanno bisogno di andare all’infini¬ to né di usarlo; hanno solo bisogno che l’infinito - per esempio, la retta - possa avere la lunghezza necessaria. Per quanto riguarda le dimostrazioni, fra i due, non vi è alcuna differenza. La domanda, molto importante dal punto di vista metodolo¬ gico nell’ambito matematico pertinente all’attività di Euclide, è la seguente: ha ragione Aristotele quando dice che la sua filosofia dell’infinito non riguarda il matematico? Fino a che punto Eu¬ clide rispetta lo Stagirita e fin dove si vede obbligato a infrangere il limite aristotelico? A questo proposito, Euclide pensa che le «rette» siano «segmenti rettilinei» e i loro estremi - che esistono - siano punti, ovvero che le rette siano finite. Definisce solo i segmenti rettilinei e sono queste le rette di cui si occupa. Nel postulato 5 evita di dover ricorrere al parallelismo che, come vedremo più avanti, comprende l’infinito. In aritmetica e, nello specifico, nella proposizione 20 del Libro IX, dice: Esistono sempre numeri primi in numero maggiore di quanti numeri primi si voglia proporre. L’enunciato permette a Euclide di fare una dimostrazione diretta; invece se avesse accettato l’infinito in atto, come d’al¬ tronde si fa oggi a scuola, si sarebbe visto costretto a dare una 82 IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL’UNIVERSO
dimostrazione indiretta. Questo è uno dei problemi che pone spesso l’infinito: ci obbliga a ricorrere a dimostrazioni indirette, per riduzione all’assurdo. Di seguito osserveremo le differenze metodologiche fra i due tipi di dimostrazione. Cominciamo da quella diretta, partendo dall’enunciato eucüdeo. Immaginiamo di avere una quantità finita di numeri primi: a, ö,..., m. Consideriamo il numero N=(axbx...xm)+Ì. Se N fosse un numero primo, ci sa¬ rebbe un numero primo diverso da a, b, ..., m. Al contrario, se N fosse un numero composto - non primo - avrebbe un divisore primo (Libro VII, proposizione 32) e, per la costruzione di N, do¬ vrebbe essere diverso da ciascuno dei numeri primi, b,...,m. Vediamo ora la dimostrazione indiretta. Partiamo da un enun¬ ciato alternativo della proposizione 20: La serie dei numeri primi è illimitata. Diversamente ci sarebbe una quantità finita a, ò,..., m che conterrebbe la «totalità» dei numeri primi. Se ora copiassimo la dimostrazione precedente, otterremmo un numero primo diverso da a, ö,..., m; quindi, a, ö,..., m non sarebbero «tutti». Pertanto Euclide non può evitare del tutto l’infinito in atto. Così, ad esempio: Libro I, definizione 23. Due rette parallele sono quelle che, trovandosi sullo stesso piano, se prolungate illimitatamente in entrambe le direzioni, non si incontrano fra loro da nes¬ suna delle due parti. Nella definizione compare in forma esplicita il termine «illimi¬ tatamente», che implica l’infinito in atto. Inoltre, sempre nel Libro I, la stessa parola viene esplicitata anche in due proposizioni; nell’enunciato, nella prima, e nella dimostrazione, nella seconda. Sono due problemi: Libro I, proposizione 12. È possibile condurre a una data retta illimitata, da un punto dato a essa esterno, una linea retta perpendicolare (figura 6). IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL’UNIVERSO 83
FIG 6 A • • Libro I, proposizione 22. È possibile costruire un trian¬ golo dati i suoi tre lati (figura 7). Qual è il motivo che spinge Euclide a sfidare il limite aristo¬ telico deirinfìnito in atto? La risposta è semplice. Egli vuole che quanto stabilisce «sia generale», ossia che non dipenda dalla par¬ ticolarità suggerita dal disegno. Conviene che la retta di cui vo- 84 IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL'UNIVERSO
gliamo tracciare la perpendicolare sia lunga abbastanza da garantire che il punto sia sopra di essa, indipendentemente dal punto «concreto» nel disegno. Nell’altro caso, deve portare i tre lati dati sopra una retta: la retta deve contenerli indipendente¬ mente dalla lunghezza «concreta» di ciascun caso particolare; per questo serve una semiretta infinita. Quindi, in un certo senso, il limite di Aristotele «toglie» qualcosa al lavoro dei matematici. Sarebbero passati nove secoli da quando Aristotele aveva fissato i suoi limiti all’uso dell’infinito a quando Proclo, nei Commenti al Libro I degli Elementi di Euclide, diede la sua opinione al riguardo, analizzando la proposizione 12 del Libro I: Bisogna esaminare in che modo l’infinito possiede, in generale, un fondamento. È evidente che, se una retta è infinita, il piano che la contiene sarà anch’esso infinito, e questo in potenza effettiva [...]. Rimane dunque la possibilità che l’infinito esista nell’immaginazio¬ ne senza che l’immaginazione concepisca l’infinito, perché l’imma¬ ginazione concepisce e applica insieme una forma e un limite a tutto ciò che concepisce [...]. L’immaginazione non concepisce l’infinito, bensì, trovandosi nell’incertezza rispetto a tale oggetto, sospende ogni ulteriore giudizio e chiama infinito tutto ciò che ri¬ pudia in quanto non può essere né misurato né abbracciato dal concetto [...]. L’immaginazione crea quindi l’infinito per la potenza indivisibile di poter avanzare senza fine e, invece di concepire l’in¬ finito, lo concepisce come presupposto [...]. Cosicché se inserisce la retta infinita nell’immaginazione come le altre figure geometriche [...], non ci stupisce che questa retta sia infinita in potenza effetti¬ va e che, considerata in forma indeterminata, venga applicata ai concetti determinati. D’altro canto, la conoscenza ragionata, da cui discendono i ragionamenti e le dimostrazioni, non usa l’infinito nella scienza [...]. Non ammette l’infinito in relazione a ciò che è infinito; lo ammette in relazione a ciò che è finito [...]. Per cui, se approfittiamo del difetto insito nella certezza che l’immaginazione abbia dei limiti e che ciò costituisca il fondamento della creazione dell’infinito, la scienza presuppone 1’esistenza dell’infinito per poter usare tale esistenza, mantenendo la linea finita, in modo perfetto e inconfutabile. IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL'UNIVERSO 85
Con questo testo facciamo un balzo in avanti di diversi se¬ coli rispetto al «pensiero dell’infinito». Ciò nonostante, abbiamo dovuto attendere i fondamentali contributi dei tedeschi Richard Dedekind (1831-1916) e soprattutto di Georg Cantor (1845-1918) - solo cinquantanni dopo che Lobacevskij e Bolyai si erano sba¬ razzati del quinto postulato - affinché la matematica abbrac¬ ciasse l’infinito in atto, mettendo così fine a una tradizione filosofico-scientifica durata più di duemila anni. 86 IL LIBRO I E LA GEOMETRIA DELL'UNIVERSO
CAPITOLO 4 Il metodo del tangram negli Elementi Uno dei risultati più importanti della geometria cinese fu l’uso del tangram per disegnare forme diverse ma equivalenti. Questa tecnica, sviluppata in modo autonomo dai geometri greci, acquisì, grazie a un processo di generalizzazione, una potenza deduttiva enorme. Nello specifico, permise a Euclide di dimostrare uno dei teoremi paradigmatici delle geometria greca - il famoso teorema di Pitagora - e di risolvere problemi millenari ereditati dai popoli mesopotamici.
Il tangram cinese classico è un metodo geometrico elementare che si basa sul seguente fondamento concettuale: Due figure composte da parti uguali sono equivalenti. Il suo nome originale è qi~ qiao ban che significa «le sette tavole della saggezza». Conosciuto in Cina da tempo immemore, nel XIX secolo fu introdotto in Occidente come gioco di scomposizione e come tale è diffuso oggi in tutto il mondo. Nella forma originaria, i sette pezzi che lo compongono di solito sono disposti a forma di quadrato (si veda la figura 1 a pagina seguente). Pertanto, le varie forme che si possono costruire usandoli tutti sono equivalenti al quadrato originale (figura 2). Questa proprietà permette, tra le altre cose, di «mostrare» il valore della diagonale del quadrato. Quindi, il quadrato di partenza può essere scomposto in altri due equivalenti (figura 3). In questo modo si osserva che con la diagonale del qua¬ drato a destra di quest’ultima figura se ne può costruire un altro (quello di partenza) con un’area doppia. È un mostrare perché si basa sulla semplice osservazione delle figure senza ricorrere ad alcun principio logico-deduttivo. Si tratta di un ragionamento strettamente legato al testo pre¬ sentato da Platone nel Menone, un dialogo sulla reminiscenza, in cui Socrate mostra che lo schiavo sa ciò che non sa di sapere, ma sa. IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI 89
Il ragionamento di Socrate è sulla falsariga di questo: prendiamo un quadrato (quello con i contorni più spessi, come si vede nella figura 4). Ripetiamolo quattro volte: otte¬ niamo il quadrato con il lato trat¬ teggiato, nella stessa figura. Poi tracciamo la diagonale del qua¬ drato dato e su questa costruiamo un quadrato: quello con il lato trat¬ teggiato messo in obliquo. È evi¬ dente che il quadrato è equivalente a due quadrati uguali a quello di partenza. Il tangram funziona allo stesso modo: si usano triangoli rettangoli isosceli come quelli che si ottengono a partire dalla diago¬ nale del quadrato tangram di par¬ tenza. Euclide si serve spesso del metodo del tangram generalizzato nella sua geometria (ossia, quella che dipende dal postulato delle pa¬ rallele). Lo impiega nell’applica¬ zione di aree quando divide un segmento in modo che le parti for¬ mino un rettangolo con un’area maggiore, minore o uguale a quella del quadrato dato e, in particolare, nella risoluzione geometrica di un problema mesopotamico che serve a risolvere le equazioni di secondo grado; nella quadratura dei poligoni multilateri lineari - costruire un quadrato equivalente al poligono multilatere - e infine nella determinazione del seg¬ mento aureo, operazione che consiste nel dividere un segmento in due parti tali per cui la minore, unita al segmento intero, formi un rettangolo equivalente al quadrato creato dalla porzione maggiore del segmento. 90 IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI
Euclide aveva a disposizione uno strumento base, il paralleli¬ smo, che gli permise di dimostrare risultati come: Libro I, proposizione 29. Gli angoli alterni sono uguali tra loro. Libro I, proposizione 32. La somma dei tre angoli interni del triangolo è uguale a due angoli retti. Libro I, proposizione 34.1 parallelogrammi hanno lati e angoli opposti uguali tra loro. FIG. 3 IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI 91
D primo e il terzo consentono di fare delle scomposizioni con il metodo del tangram generalizzato, che consiste nell’applica¬ zione del metodo del tangram senza limitarsi ai pezzi originali. Per questo servono dei teoremi che stabiliscano l’equivalenza di tali figure. Questi teoremi sono i seguenti: Libro I, proposizione 35 e 36. Parallelogrammi che siano posti sulla stessa base e tra le stesse parallele sono uguali fra loro. Libro I, proposizione 37. Triangoli che siano posti sulla stessa base e tra le stesse parallele sono uguali fra loro. La figura 5 si riferisce alle proposizioni 35 e 36 del Libro I. Euclide dice che i parallelogrammi dBC e nlH sono equiva¬ lenti. Con il linguaggio aritmetico-algebrico delle scuole di oggi, questa ci sembrerebbe un’affermazione ovvia. Hanno la stessa base e la stessa altezza e l’area si ottiene moltiplicando queste due quantità (quest’ultima affermazione, tuttavia, andrebbe di¬ mostrata). Ebbene, la geometria greca usa grandezze - cioè seg¬ menti rettilinei - che, per via dell’incommensurabilità, non hanno lunghezza. A causa dell’incommensurabilità può succe¬ dere che uno - o entrambi - i segmenti non siano misurabili (questione che verrà affrontata con maggior dettaglio nel capi- FIG 5 B D I J 92 IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI
tolo 5). Di conseguenza, bisogna ricorrere a uno stratagemma per dimostrare che le due aree sono uguali. Euclide ricorse alla nozione comune 1. Se fosse riuscito a dimostrare che i parallelo- grammi oBC e nAJ - che hanno una base in comune - erano uguali e che il secondo era uguale al parallelogrammo oIH - con cui ha una base in comune - allora anche i parallelogrammi oBC e a IH sarebbero stati uguali. «Un punto segna la fine di una linea o il suo principio? Chi lo sa. Nessuno.» Mo Jing (Mozi) (479-372 a.C.). Partiamo dalla prima domanda. Euclide analizza i pezzi (me¬ todo del tangram cinese) e applica le nozioni comuni 2 e 3. I triangoli A BAI e A DCJ sono formati da un pezzo bianco e da un pezzo grigio chiaro che hanno in comune. Se, da entrambi i trian¬ goli, togliamo il pezzo in comune - «da cose uguali sono sottratte cose uguali» - risulta, rispettivamente, che i quadrilateri BAMD e IMCJ sono uguali anche se non hanno forma identica. A questi due quadrilateri aggiungiamo ora il triangolo AAMC (grigio scuro), che hanno in comune. Posto che, «a cose uguali sono aggiunte cose uguali», risulta che i parallelogrammi oBC e nAJ - con base comune AC - sono uguali. Che differenza c’è tra il caso che abbiamo appena dimostrato e il caso generale degli enunciati delle proposizioni 35 e 36 del Libro I? La differenza sta nel fatto che, come già visto, in questo caso non si tratta solo di due basi uguali, ma della stessa base (nella coppia oBC e nAJ, il segmento AC, e nella coppia nAJ enIH, il segmento IJ). Per la dimostrazione precedente probabilmente Euclide ri¬ corse alla proposizione 4 del Libro I (criterio LAL), che stabilisce l’uguaglianza dei aBAI e A DCJ. A tal fine gli servirono alcune proprietà che dipendono dal postulato delle parallele (in partico¬ lare le proposizioni 34 e 29 del Libro I). Una volta stabilito questo risultato, da allora in poi Euclide poté usare il metodo del tan¬ gram con pezzi che non si sovrapponevano ma che avevano la stessa area. Questa è l’idea del tangram generalizzato che Eu- IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI 93
elide usò con grande maestria. La proposizione 37 del Libro I è un semplice corollario delle precedenti, poiché si riduce alla di¬ mostrazione che l’area dei triangoli è esattamente la metà di quella del parallelogrammo (figura 6). «Il cervello non è un vaso da riempire, ma un fuoco da accendere.» Plutarco. Euclide, come prima di lui avevano fatto altri geometri greci, illuminò e sviluppò la geometria attraverso la generalizzazione di risultati semplici ed evidenti. Nel caso che ci interessa ora, stabilì - senza esporlo in forma esplicita, bensì usandolo nelle dimostrazioni - che con pezzi di forma diversa (parallelogrammi o triangoli) possiamo calcolare le aree. Un altro elemento geometrico che permise a Euclide di usare il metodo del tangram generalizzato è lo gnomone. Ero¬ doto lo cita in un suggestivo passaggio del Libro II delle Storie: Sesostri fece la divisione dei campi, dando a ciascun egizio il suo lotto di terreno quadrato e di pari misura; decisione grazie alla quale, imponendo alle campagne una certa tassazione, poté fissare le ren¬ dite annuali della corona. Con questo sistema, se accadeva che il fiume distruggesse parte di qualcuno di questi lotti, il proprietario 94 IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI
doveva rendere conto dell’ac- FIG 7 caduto al re, il quale, informa¬ to del fatto, gli riconosceva nuovamente la proprietà attra¬ verso i suoi periti e la faceva misurare affinché, considerato quanto terreno aveva perso, pagasse meno all’erario, in ra¬ gione della porzione di terra che gli restava. Nata così la geometria in Egitto, ritengo che si sia trasmessa in un se¬ condo momento alla Grecia, congettura non bizzarra, poi¬ ché i Greci appresero dai Babi¬ lonesi l’orologio, lo gnomone e la suddivisione del giorno in dodici ore. Euclide definì lo gnomone nel Libro II, sebbene già nel Libro I avesse stabilito la proprietà che lo rende così utile. Ecco, innan¬ zitutto, la definizione: Libro II, definizione 2. Si chiami gnomone, in ogni pa¬ rallelogrammo, uno qualsiasi dei parallelogrammi posti intorno a una sua diagonale insieme coi due complementi. E la sua interessante proprietà: Libro I, proposizione 43. In ogni parallelogrammo i com¬ plementi dei parallelogrammi posti intorno alla diagonale sono uguali tra loro. Come si vede dalla figura 7, lo gnomone - in base alla defini¬ zione 2 del Libro II - è la figura grigia, formata da quattro pezzi: i due parallelogrammi a IH, nGC e i due triangoli AIGD, e A JDG, chiaramente uguali. Basta osservare che i triangoli in cui la diago¬ nale divide il parallelogrammo sono uguali, così come i triangoli bianchi e grigio scuro, in virtù dei criteri di uguaglianza dei trian- IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI
goli: si applica quindi la nozione comune 3. Dunque, pezzi diversi (non sovrapponibili) sono equivalenti: ecco definito opportuna¬ mente il metodo del tangram generalizzato. LA DIMOSTRAZIONE DEL TEOREMA DI PITAGORA Il gioco del tangram, per generalizzazione, permise a Euclide di dare una dimostrazione molto elegante, e al tempo stesso molto originale, del teorema di Pitagora. Dimostrazione di Euclide dalla proposizione 47 del Libro I: Teorema di Pitagora. L'area del quadrato costruito sull'i- potenusa BC del triangolo rettangolo A ABC è uguale alla somma delle aree dei quadrati costruiti sui cateti AB e AC. Come si vede nella figura 8, dal vertice A si traccia una per¬ pendicolare all’ipotenusa BC, prolungandola finché non incontra il lato opposto HI del quadrato □ BI. Si ottengono così i due ret¬ tangoli üjCJ e tz\BJ. Bisogna dimostrare che il rettangolo tz\CJ è uguale al quadrato BAD e che il rettangolo \uBJ è uguale al qua¬ drato BAG. Euclide costruisce quindi i triangoli AACI, aDCB. Sono uguali per il criterio LAL, come si può facilmente verificare: hanno uguali due lati (congruenti) e l’angolo tra di essi compreso (nozione comune 2). Ebbene, il triangolo AACI condivide il lato CI con il rettangolo aCJ e ha il vertice A sulla stessa parallela, A J, dove il rettangolo cnCJ ha il lato KJ opposto al lato CL. Quindi l’area del rettangolo cjCJ è doppia rispetto a quella del triangolo A ACI. Allo stesso modo, l’area del quadrato BAD è doppia ri¬ spetto a quella del triangolo ADCB. Di conseguenza, l’area del quadrato BAD è uguale a quella del rettangolo BIK, (prima ugua¬ glianza che volevamo dimostrare). Per analogia, l’area del qua¬ drato BAG è uguale a quella del rettangolo tz\BJ (seconda uguaglianza che volevamo dimostrare). Quindi, per la nozione comune 2, il teorema è stato dimostrato. 96 IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI
IL TANGRAM GENERALIZZATO NEL LIBRO II Il termine “algebra geometrica” è stato oggetto di discussione e di di¬ saccordo, ma è comodo perché breve. Si tratta di stabilire risultati relativi ad aree di rettangoli e qua¬ drati espressi nel linguaggio nume¬ rico di cui furono pioniere figure come Diofanto di Alessandria o i matematici arabi. Ad esempio, la famosa proprietà distributiva del prodotto rispetto alla somma, ossia l’espressione algebrica ax(b+c+d + ...) = (axb) + (axc) + (axd) + ... espressa in termini geometrici, come avviene negli Elementi, dice: Libro II, proposizione 1. Se si danno due rette, e si di¬ vide una di esse in quante parti si voglia, il rettangolo compreso dalle due rette è uguale alla somma dei ret¬ tangoli compresi dalia retta indivisa e da ciascuna delle parti dell’altra (figura 9). riG 9 b c d e a Analogamente, vengono stabilite altre identità algebriche, come ad esempio: (a±6)2=a2+62±2a6, (a+6)x(a-6)=a2-62,ecc. Ci concentreremo solo sull’identità (a+ò ) x (a-b)=a2-b2, che in re¬ altà non è enunciata esplicitamente in questa forma. Ci affideremo a una formulazione alternativa della proposizione 5 del Libro II. Partiamo dalla figura 10. «Spezzettiamo» il rettangolo cnHJ. Per prima cosa, usiamo la proprietà dello gnomone per stabilire che i IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI 97
rettangoli □/'TV eia NB sono equi¬ valenti. Inoltre, per costruzione, il rettangolo \uNB è equivalente al rettangolo \uBI dato che DB= DF=a, BJ=FH=b, DJ=a+b, J/= DH=a-b. Risulta quindi che il ret¬ tangolo cjHJ è composto dal qua¬ drato \JKD (che è a2) posto che i rettangoli \uGJ e \uFN sono uguali, però avanza il quadrato \JMG (che è ò2). Una seconda applicazione del tangram permette di verifi¬ care che le figure a più lati retti si possono trasformare in un quadrato equivalente. Per dimo¬ strarlo, ridurremo poco alla volta il numero di lati della figura mul- tilatera (detta anche poligonale) fino a ottenere un triangolo. Con¬ sideriamo una figura poligonale rettilinea ABCDEFG (figura 11). Uniamo due vertici qualunque tra quelli separati da un altro vertice come, ad esempio, i vertici D e F. Per il vertice E tracciamo una pa¬ rallela. Prolunghiamo il lato CD finché non interseca la parallela in /. Uniamo I e FA triangoli AIFD e A EFD sono equivalenti (Libro I, proposizione 35). Risulta quindi che le figure poligonali ABCDEFG e ABCIFG sono equivalenti, ma la seconda ha un lato in meno della prima. Se ripetiamo il proce¬ dimento, arriveremo a un rettangolo equivalente alla figura ret¬ tilinea iniziale. Di conseguenza, ogni figura poligonale rettilinea è triangolabìle. Di seguito, dimostriamo che qualsiasi triangolo 98 IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI
z / >1 71 rettangolo si può trasformare in un rettangolo equivalente, ossia qualsiasi triangolo è rettangolabile. La figura 12 parla da sé. Rimane un ultimo passaggio: qualsiasi rettangolo è quadra- bile (Libro II, proposizione 14). Supponiamo di avere un rettan¬ golo nAD e di volerlo trasformare in un quadrato. Osserviamo la figura 13. Portiamo il lato CD sul prolungamento del lato AC. Dividiamo a metà il segmento AB nel punto G. Con centro in G e raggio GB tracciamo una semicirconferenza. Tracciamo la semi¬ corda FC perpendicolare ad AB nel punto C. Il segmento FC è il lato di un quadrato equivalente al rettangolo iniziale. Fin qui la costruzione, che si può compiere interamente con riga e compasso. Bisogna dimostrare che FC realizza le condizioni che vogliamo dimostrare. Se prendiamo i segmenti r[=GF=AG=GB] e s[=GC], vedremo che il rettangolo è equivalente a (r+s) (r-s), il cui valore è uguale a r2-s2. FC è un ca¬ teto del triangolo rettangolo AFCG. E, per il teorema di Pitagora, il suo quadrato vale r2-s2. Pertanto il rettangolo □AD è uguale al quadrato FC, l’equivalenza che cerca¬ vamo. Euclide seguì questo ragionamento usando il tan- gram; noi abbiamo utilizzato l’espressione algebrica per semplificare la spiegazione, ma senza falsarla • 8 IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI
FIG 14 LA SEZIONE AUREA o a < b a + b È noto come sezione aurea il rapporto tra due segmenti aeb tali per cui il rapporto tra la somma delle loro lunghezze, a+b, e il segmento più lungo a è uguale al rapporto tra a e 6 (fi¬ gura 14). Questo nome poetico si deve - ma è solo una supposi¬ zione - al fatto che troviamo la sezione aurea in numerose co¬ struzioni architettoniche e opere artistiche a cui dona, sempre secondo alcuni autori, grande armonia. È conosciuta anche con i nomi di segmento aureo (nel cui caso è implicito un segmento più grande usato come riferimento), numero aureo, rapporto aureo, propor¬ zione divina o, secondo la ter¬ minologia di Euclide, rapporto estremo e medio. Si indica con la lettera greca phi (O) e corri¬ sponde al valore: » 1,618033988749894848204586834365638117720309... 2 È un numero irrazionale, cioè un numero che non si può esprimere come tra zione di nessuna coppia di numeri interi. Da un punto di vista geometrico, per costruire un segmento aureo bisogna dividere un segmento dato AB in un punto E in modo che il quadrato costruito sulla parte maggiore AE coincida con il ret¬ tangolo che si ottiene con il segmento minore EB e il segmento iniziale (Libro II, proposizione 11), come si vede nella figura 15. 100 IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI
LA STELLA PITAGORICA Euclide usò la sezione aurea in un passaggio intermedio della costruzione del pentagono rego¬ lare; nello specifico, per ottenere un triangolo isoscele avente gli angoli alla base doppi rispetto all’angolo al vertice. È una costru¬ zione sorprendente che si spiega solo ipotizzando che Euclide si sia trovato davanti un pentagono già costruito - e pertanto "ideale” - e che dall’analisi di tale figura ab¬ bia concluso di aver bisogno del suddetto triangolo; siamo quindi di fronte a un nuovo esempio di combinazione di analisi e sintesi, su cui abbia¬ mo posto l’accento nel capitolo 2. Infatti, osservando la figura del pentagono, si vede che due diagonali e un lato formano un triangolo isoscele avente gli an¬ goli alla base doppi. Allo stesso modo, due diagonali - EBe AD nella figura - si incontrano in un punto F che le divide entrambe in rapporto estremo e medio. È possibile che il pentagono regolare abbia avuto un’importanza particolare per la scuola pitagorica, che si dice avesse come simbolo la stella pentagonale, che si ottiene tracciando le diagonali della figura (linee discontinue). D IL RETTANGOLO AUREO Il segmento aureo permette di costruire un rettangolo avente per lati il segmento iniziale AB e la parte più lunga della sezione aurea, AE, e che pertanto prende il nome di rettangolo aureo. Nella figura 15 osserviamo che, in effetti, il punto E divide AB in rapporto estremo e medio. Questo rettangolo ha la particolarità di potersi autoriprodurre mediante il seguente procedimento (figura 16): la parte piccola BE divide, a sua volta, la parte più grande AE in rapporto estremo e medio diventando così la parte maggiore della nuova divisione (si veda il punto J che divide il segmento BH(=AE) in rapporto estremo e medio). Il rettangolo AH è un rettangolo aureo, così come EH, LH, ecc., all’infinito. IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI 101
\ \ \ \ \ \ \ \ \ \ / / / \ \ \ " — — B IL RETTANGOLO AUREO E IL DODECAEDRO Gli Elementi si concludono con la costruzione dei cin¬ que solidi platonici e con la dimostrazione che esistono solo questi cinque. Platone, nel Timeo, classifica gli ele¬ menti della natura in base a cinque solidi (figura 17): il tetraedro è il fuoco, per la sua leggerezza; il cubo o esaedro è la terra, per la sua stabilità; l’ottaedro è l’aria, per la sua instabilità; l’icosaedro è l’acqua, per la sua fluidità, e il dodecaedro, l’elemento del cosmo, la quinta essenza, perché è l’elemento degli dèi. Riguardo queste costruzioni Euclide afferma: H Libro XIII, proposizione 18. Non è possibile che, oltre alle cinque figure suddette, sia costruibile una qualunque altra figura solida compresa da poligoni equilateri ed equiangoli. I cinque solidi platonici. Da sinistra a destra: tetraedro, ottaedro, icosaedro, cubo e dodecaedro. Dimostrazione. Immaginiamo di avere sul foglio un punto e disegnamogli intorno 3, 4 o 5 triangoli equilateri, 3 o 4 qua¬ drati e 3 pentagoni. Il punto non ne ammette di più, se con¬ tiamo i gradi degli angoli. Quindi non possono esistere altri solidi regolari oltre a quelli derivanti da questi casi. F1G 17 102 IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI
IL RETTANGOLO AUREO IN DUE CAPOLAVORI Si afferma talvolta che il rapporto aureo sia presente in diverse opere d’arte. A titolo esemplificativo citia¬ mo qui due casi: il Partenone di Ate¬ ne e Las meninas di Velázquez. An¬ che quando l’arte rompe gli standard dell’eredità classica - nel cubismo, ad esempio - il rettangolo rimane ele¬ mento strutturante del quadro. Il Par- tenone è uno dei più importanti tem¬ pli dorici giunti fino ai nostri giorni; fu costruito tra il 447 e il 432 a.C. È lungo circa 69,5 m e largo circa 30,9 m; le colonne sono alte 10,4 m. È de¬ dicato alla dea Atena, che gli Atenie¬ si consideravano loro protettrice. Quanto alla tela di Velázquez, misura 318x276 cm e fu dipinta nel 1656. Come si vede nelle immagini, le pro¬ porzioni di molti elementi chiave di entrambe le opere disegnano dei rettangoli aurei. In ogni caso, va pre¬ cisato che, pur non essendo ciò frut¬ to di una costruzione volontaria, sa¬ rebbe molto strano che si sia trattato di semplice casualità. Ma i cinque solidi platonici esistono? La costruzione dei primi tre è relativamente semplice; quella dell’icosaedro e del dodecae¬ dro, invece, è complessa. Euclide le spiega e fornisce anche lo spigolo in funzione del diametro della sfera circoscritta. È il con¬ tenuto delle proposizioni dalla 13 alla 17 del Libro XIII. Tutto si riduce a vedere come si costruisce il cerchio che circoscrive una faccia del solido, una costruzione frutto dell’analisi. A titolo esem¬ plificativo, vediamo la costruzione della faccia del tetraedro rego¬ lare (si veda la figura). IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI 103
Dividiamo il diametro AB della sfera passando per un punto C in modo che AC=2BC. Facciamo passare per C una retta per¬ pendicolare ad AB che intersechi la semicirconferenza ABD nel punto D. Con raggio CD, tracciamo una circonferenza e conside¬ riamo il triangolo equilatero in essa inscritto. Si ottengono tre punti E, F, G. Per il centro H del triangolo EFG tiriamo la retta HK, perpendicolare al piano che lo contiene e uguale ad AC. Uniamo K con i vertici E, F, G e otteniamo il tetraedro. Osser¬ viamo che, ancora una volta, per realizzare questa costruzione bisogna aver condotto prima un’analisi, come spiegato nel riqua¬ dro dedicato alla costruzione del pentagono regolare. Senza tale analisi la costruzione è impossibile, perché non sapremmo cosa fare. Nel caso dell’icosaedro e del dodecaedro, tuttavia, non è così semplice. È per questo che Ipsicle dedicò una parte impor¬ tante del Libro XIV a rifare queste costruzioni. Ma la costruzione davvero straordinaria è quella dell’icosaedro proposta dall’ita¬ liano Luca Pacioli (1445-1514 o 1517) nel De divina proportione (1494), il testo che diede al rapporto estremo e medio uno dei suoi nomi più evocativi, la cui fama si deve sia alle sue qualità scientifiche sia alle splendide illustrazioni di poliedri opera di Leonardo da Vinci in persona. Con il suo capolavoro, Summa di arithmetica, geometrica, proportioni et proportionality il cui intento principale era razionalizzare le pratiche contabili dell’e- 104 IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI
FOTO A LATO: Il frate francescano e matematico italiano Luca Pacioli raffigurato in un quadro dei 1495 mentre sviluppa uno dei problemi esposti negli Elementi di Euclide. Museo e Gallerie di Capodimonte, Napoli. FOTO IIN BASSO A SINISTRA Copertina della prima edizione inglese degli Elementi di Euclide, pubblicata nel 1570 da Henry Billingsley. FOTO IN BASSO A DESTRA Copia latina del XII see. degli Elementi di Euclide. IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI 105
poca, Pacioli “chiuse” la matema¬ tica del XIII e XIV secolo e aprì la strada all’era moderna dell’alge¬ bra. Nel 1507 egli scrisse sicura¬ mente una traduzione latina degli Elementi. Come si vede dalla fi¬ gura, Pacioli tagliò perpendicolar¬ mente a due a due per la parallela media tre rettangoli aurei uguali. Quindi gli bastò unire i vertici contigui. Per costruire il dodecae¬ dro, unì i centri delle facce dell’i¬ cosaedro. Un sublime esercizio di chiarezza concettuale. 106 IL METODO DEL TANGRAM NEGLI ELEMENTI
CAPITOLO 5 La teoria della proporzione e il metodo di esaustione Uno dei maggiori successi elaborati dall’Accademia platonica è la teoria della proporzione, attribuita a uno dei grandi matematici dell’Antichità, Eudosso di Cnido. Grazie a essa, Euclide andò oltre le rette e le circonferenze e poté occuparsi dei volumi. Un’altra delle più importanti creazioni della matematica classica, il metodo di esaustione, gli permise, tra l’altro, di risolvere un problema ereditato dall’antico Egitto: il volume della piramide.
Abbiamo già detto che il Libro V degli Elementi è indipendente dai quattro precedenti anche se, una volta stabilita la teoria della pro¬ porzione tra grandezze, ne ha bisogno per poter applicare la teoria generale alla geometria del triangolo e del cerchio, nonché all’arit- metica. Questa metodologia viene attribuita quasi unanimemente a Eudosso di Cnido. IL CONCETTO DI GRANDEZZA La prima difficoltà - analoga ma più complessa rispetto a quella presentata dal concetto di retta - risiede nella nozione stessa di grandezza, che Euclide usò pur non dandone mai una definizione. È curioso osservare che Archimede invece la evitava e si riferiva solo a «rette, superfici e solidi». La mancanza di una definizione ha portato a una discussione filosofica con importanti implicazioni matematiche. L’interrogativo intorno al quale si sviluppò tale di¬ scussione è: le grandezze sono divisibili aH’infinito? Fu Zenone di Elea a lasciare la traccia più profonda al riguardo con le proprie aporie o paradossi. Zenone diede una sua formulazione della domanda relativa alla grandezza chiedendosi se il tempo e lo spazio fossero indivi- LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTONE 109
sibili all’infinito o si componessero, rispettivamente, di istanti e di intervalli indivisibili. Entrambi i casi sono inaccettabili per la mentalità greca: il primo porta con sé l’accettazione dell’infinito in atto, che nel IV see. a.C., come abbiamo visto, sarebbe stato rifiutato in modo esplicito e radicale da Aristotele. La seconda ha in sé il seguente paradosso: com’è possibile che unendo «istanti» o «intervalli indivisibili» - privi, rispettivamente, di tempo e di spazio, ossia nulli - si arrivi a un intervallo temporale e spaziale non nullo? Zenone si spinse ancora oltre e pose quattro paradossi, raccolti nella Fisica di Aristotele: due emergono dalla considera¬ zione che il tempo è atomico, composto da istanti senza tempo; gli altri due, invece, dal presupposto che la grandezza - sia il tempo che il percorso - sia divisibile all’infinito. Ne riproponiamo due, uno per ciascun tipo. «Incontro costantemente persone che dubitano, di solito senza alcun motivo, della loro abilità potenziale come matematici. Per prima cosa bisogna vedere se capiscono qualcosa di geometria. Il fatto che non amino o trovino difficoltà in altri argomenti di matematica non importa.» John E. Littlewood. L’APORIA DELLA FRECCIA Pensiamo alla freccia che Ulisse scoccò per dimostrare di essere lo sposo di Penelope, di essere ritornato a casa e di volerla difen¬ dere dall’oltraggio dei pretendenti. In un “istante” del suo percorso la freccia “non si muove”, perché se si spostasse di un certo inter¬ vallo di spazio, avrebbe bisogno di “mezzo istante” per percorrere la metà del suddetto intervallo spaziale. Ma tale metà non esiste, perché stiamo supponendo che l’istante sia il più piccolo inter¬ vallo di tempo possibile. Quindi, in realtà, la freccia non si muove. Ma se «non si muove in nessun istante del percorso», come pos¬ ilo LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTIONE
ZENONE DI ELEA Zenone nacque a Elea, nell’odierna Campania, nel 490 a.C. È uno dei cosiddetti filosofi presocratici. Fu discepolo di Parmenide (ca 570- 475 a.C.) insieme al quale, a metà del V see. a.C., si trasferì ad Atene dove conobbe, secondo la testimo¬ nianza di Platone, l’allora giovane Socrate. Morì nel 430 a.C. nel ten¬ tativo di liberare la sua patria dal tiranno che la governava. Racconta la leggenda che si tagliò la lingua per non rivelare i nomi dei congiu¬ rati. Di Sulla natura - che difende le tesi di Parmenide - si conservano cinque frammenti che, grazie al commento di Simplicio (490-560) alla Fisica di Aristotele, sono ritenu¬ ti autentici. È un testo composto da argomenti (logoi), in cui riduce all’assurdo le ipotesi dei suoi oppo¬ sitori per confutarle e dimostrare quindi le proprie tesi (una sorte di riduzione all’assurdo applicata però alla filosofia). Le sue aporie ne fanno il padre del ragionamento paradossale: non cercava mai di dimostrare direttamente le tesi del suo maestro; confutava sottilmente l’avversario arrivando a conclusioni di per sé inaccettabili. La sua filosofia sostiene che esiste solo l'“essere”, unico e immobile. La pluralità e il movimento portano all’incoerenza concettuale. Grazie ad Aristotele cono¬ sciamo i suoi quattro paradossi: quello della freccia, della tartaruga, della corsa e dello stadio. siamo dire che è andata dall’arco al petto di Antinoo, il primo dei pretendenti raggiunto da Ulisse? Si potrebbe rispondere che, in un istante di tempo, la freccia si sposta di uno spazio indivisibile: uno spazio senza spazio. Ma questo ci riporterebbe al punto di prima: come si ottiene uno spazio aggiungendo «spazi indivisibili» (nulli, privi di spazio)? LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTIONE 111
L’APORIA DI ACHILLE E LA TARTARUGA Era impossibile che Achille, il piè veloce, riuscisse a raggiungere la tartaruga, se questa aveva su di lui un certo vantaggio. Achille partiva da un punto A intenzionato a raggiungere una tartaruga che si trovava più avanti nel punto B (si veda la figura). Per quanto Achille fosse rapido - a meno che non corresse a una ve¬ locità infinita, il che è inammissibile - quando fosse giunto al punto B, la tartaruga, per lenta che fosse, si sarebbe spostata nel punto Btra i punti B e B{ c’è un certo spazio - visto che suppo¬ niamo che lo spazio sia divisibile aH’infìnito, il che significa che è privo di infinitesimi e, di conseguenza, tra due punti c’è sempre un certo spazio. Ad Achille serviva un determinato tempo per coprire l’intervallo BBl e, nel trattempo, la tartaruga si sarebbe spostata nel punto B2 e così all’infinito. In un tempo finito, Achille non avrebbe mai raggiunto la tartaruga. Bisognava dunque superare questa dualità se si volevano dare dei fondamenti rigorosi alla geometria. Le grandezze geome¬ triche - linee, superfici e solidi - sono divisibili all’infinito o sono atomiche? Euclide, implicitamente, negli Elementi, e Archimede, sotto forma di postulato, in Della sfera e del cilindro, stabili¬ scono che: Le grandezze sono divisibili all’infinito e pertanto sono prive di atomi. Achilie e la Così, scegliendo tra due situazioni possibili ugualmente ac- tartaruga. cettabili (o inaccettabili), essi superavano lo scoglio dell’assenza 112 LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTONE
di una definizione precisa di grandezza. È molto probabile che al geometra non importi tanto “cosa sono” le grandezze quanto “come maneggiarle”. Tuttavia, ciò non esclude che la mancanza di chiarezza filosofica, qualunque essa sia, possa portare a situazioni paradossali forse impreviste in un primo momento. I postulati degli Elementi accolgono questi enti matematici di nuova crea¬ zione? Questo influisce sullo spirito di ordine e rigore che è uno dei loro obiettivi? LE GRANDEZZE INCOMMENSURABILI Già nella scuola pitagorica si verificò quella che alcuni autori hanno definito la prima crisi dei fondamenti della matematica. Fino ad allora si era supposto che «due segmenti sono sempre commensurabili». Ovvero: dati due segmenti AB e CD è sempre possibile trovare un segmento UV «comune» ai due segmenti, dal punto di vista della misura; o, detto altrimenti, esiste sempre un segmento UV che misura esattamente i due segmenti. Quindi: AB=mxUV e CD=nxUV. Possiamo anche dire che c’è «una rela- INDIPENDENZA DELL’UNITÀ DI MISURA k Se ad esempio invece di UV scegliessimo U]V] = k x UV = UV + ■ • ■ + UV, allora AB-jxuy, e CD-Zxuy,, o, detto altrimenti. kxAB=mx uyv kxCD=nx uyv II suo rapporto è poi¬ ché, per la proposizione 3 del Libro V, AB _kx AB _ m x Uy} _ m CD ~ kxCD ~ nxUy}~ n' Se si ricorre al rapporto tra grandezze non è necessario avere un’unità di misura per ogni “tipo” di grandezza. LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTONE 113
FIG 1 D A zione» tra AB e CD, il suo «rap- porto», che esprimeremo come — c o m:n. Il concetto di rapporto e molto importante perché permette di “eludere” il segmento concreto di misurazione UV. È indifferente usare metri, centimetri o chilome¬ tri: il rapporto, ossia la relazione in cui sono tra loro le lunghezze, non varia se cambiamo l’unità di mi¬ sura della distanza. Non sempre, però, possiamo stabilire un rap- B porto numerico tra grandezze: non è possibile ridurre tutto a un cal¬ colo numerico (con numeri natu¬ rali, cioè con gli interi positivi). Quindi, per il teorema di Pitagora, si può calcolare la «diagonale AC di un quadrato di lato arbitrario AB» (figura 1). Poiché AC=AB: AC2=AB2+BC2=AB2+AB2=2xAB2. Supponiamo che AB e AC siano incommensurabili. Avremmo: AB=mxUV, AC=nxUV. Quindi, AB2=m2xUV2, AC2=n2xUV2. Da cui, n2xUV2=2xm2xUV2 e, di conseguenza, n2=2xm2, che è impossibile. La diagonale di un quadrato è incom¬ mensurabile. Quanto detto finora (che non compare esplicita¬ mente negli Elementi di Euclide, ma che ci permette di capirne meglio risultati e limiti) fu una tragedia per la scuola pitagorica, che sosteneva: Il numero [naturale] è il rapporto di tutto. Sarebbe a dire che secondo i pitagorici tutto può essere mi¬ surato con i numeri naturali; o, detto altrimenti, tutte le gran¬ dezze (di una stessa specie) sono commensurabili tra loro. Ma, in base all’esempio esposto, esistono segmenti che non ammet¬ tono alcuna misura comune. E, fatto ancora più grave, Teodoro 114 LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTONE
FIG 2 ßc = VT BD=\fz BE = VÃ= 2 BF = \Ji" eG = Vi" BH = yJT bj = Vb = 2V2 di Cirene stabilì un metodo per costruire geometricamente un numero infinito di segmenti incommensurabili. Si tratta della co¬ siddetta spirale di Teodoro che si costruisce a partire da un seg¬ mento di valore uno il quale, attraverso un processo iterativo, rimane il cateto corto di una successione di triangoli rettangoli con un vertice in comune (figura 2). I triangoli rettangoli che formano la spirale hanno un’ipote- nusa che assume man mano i valori radice di due, di tre, di quat¬ tro, di cinque, di sei, di sette e di otto (anche se il terzo valore della serie è un numero naturale, il due). La maggior parte di questi valori è un numero irrazionale, ossia non esprimibile come trazione (rapporto) di due numeri naturali. Oggi diremmo, usando un linguaggio molto più numerico, che qualsiasi numero reale - un concetto alieno alla matematica greca - espresso come yfñ, con n naturale che non sia un quadrato perfetto (ov¬ vero il quadrato senza decimali di un altro numero intero), è un numero irrazionale. Euclide dedicò il Libro X allo studio delle linee incommensurabili. LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTIONE 115
METODO ITERATIVO PER COSTRUIRE LATI E DIAGONALI DI QUADRATI E possibile dare una di- o Ç mostrazione dell’incom¬ mensurabilità della dia¬ gonale del quadrato - anche per riduzione all’assurdo - compieta- mente geometrica. Si tratta di un procedi¬ mento iterativo: parten¬ do da un caso partico¬ lare, si generano altri casi più piccoli che mantengono lo stesso rapporto. Consideriamo un quadrato □ ABCD a \ / * D’ con lato a -AB e diago¬ nale d=AC. Portiamo il lato sopra la diagonale. Otteniamo una retta AB'. Tracciamo la tangente all’arco di circonferenza BB' nel punto B'\ interseca il lato BC in A’. Uniamo B' e A' e completiamo il triangolo rettangolo isoscele ACB'A' per ottenere il quadrato □ CB'A’D’. Abbiamo costruito un nuovo quadrato il cui lato e la cui diagonale sono, rispettivamente, A'B'=AC- AB' [a'=d-a] e A'C-BC-A'B [d'=a-a'], in cui ovviamente AC>A'C eAB>B'C. È chiaro che se u misura, allo stesso tempo, a=AB e d=AC, misurerà la sua differenza a' e quindi la differenza d'. Possiamo ripetere ancora il procedi¬ mento e ottenere le coppie (a,d) > (a\d’) > (a",d’’) > (a"',d'") > •■• di lati e dia¬ gonali di quadrati commensurabili. Arriverà un momento in cui la diagonale o il lato saranno minori dell’unità di misura u che li misura. Impossibile. IL CONCETTO DI RAPPORTO In questa situazione, ossia quella dell’incommensurabilità, biso¬ gna chiedersi se sia possibile prendere in considerazione il rap¬ porto delle grandezze incommensurabili. Affrontando tale questione, emerge la figura del geniale Eudosso di Cnido, padre delle idee contenute nei Libri V e VI. Cominceremo l’analisi del Libro V esaminando le sue prime quattro definizioni: 116 LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTIONE
Definizione 1. Una grandezza è parte di una grandezza, la minore di quella maggiore, quando essa misuri la maggiore. Definizione 2. La grandezza maggiore è multipla di quella minore, quando sia misurata dalla minore. Definizione 3. Rapporto tra due grandezze omogenee è un certo modo di comportarsi rispetto alla quantità. Definizione 4. Si dice che hanno tra loro rapporto le gran¬ dezze le quali possono, se moltiplicate, superarsi reciproca¬ mente. Nei concetti di “parte” e “multiplo” sono contenuti quelli mol¬ teplicità e di commensurabilità o divisibilità. Un multiplo è la ripe¬ tizione di una stessa grandezza un certo numero di volte: se la grandezza è A e m è un numero naturale arbitrario, abbiamo il multiplo mxA. Questa grandezza è equivalente alla somma di m copie della grandezza A. Un divisore o parte D di una grandezza A è una grandezza della «stessa specie» di A, tale per cui A è multi¬ plo di D\ ovvero, tale per cui esiste un numero naturale ben deter¬ minato m, tale per cui A=mxD. Questi concetti presuppongono che sappiamo quando una grandezza «è minore, uguale o mag¬ giore di un’altra», il che, come vedremo, è fondamentale. «Zenone ed Eudosso rappresentano due scuole forti e opposte del pensiero matematico [...]: la critica distruttiva e la critica costruttiva. La mente di entrambi possedeva uno spirito critico [...] penetrante.» E.T. Bell, I grandi matematici. Esistono oggetti che verificano la definizione - cosa che, a sua volta, le dà un senso, dato che, in caso contrario, non definirebbe nulla e sarebbe pertanto inutile; si tratterebbe in realtà di una pro¬ prietà che andrebbe stabilita attraverso un postulato o una propo¬ sizione - ma ce ne sono anche degli altri che non la verificano. LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTIONE 117
EUDOSSO Dl CNIDO Matematico e astronomo greco, Eudosso (ca. 408-347 a.C.), figlio di Eschine e di¬ scepolo di Platone, nacque e morì a Cni- do. La sua era una famiglia di medici e per questo venne spinto a studiare me¬ dicina, professione che esercitò per di¬ verso tempo in Grecia. A ventitré anni partì per Atene ed entrò nell’Accademia di Platone, dove studiò filosofia. Qualche anno dopo venne a conoscenza degli studi astronomici che in quel momento si stavano effettuando in Egitto e, entu¬ siasmato dalla materia, si organizzò per trasferirsi a Eliopolis con il patrocinio e la raccomandazione del re Ageliseo, grazie al quale ebbe accesso alle osservazioni e alle teorie dei sacerdoti della città. Di ri¬ torno in Grecia, fondò una scuola di filosofia, matematica e astronomia. Più tardi scrisse la sua prima opera, i Fenomeni, in cui vengono descritti la nasci¬ ta e il tramonto degli astri. La sua geometria, con la teoria della proporzione e il metodo di esaustione, influì molto su Euclide. La prima fu la soluzione più antica al problema dei numeri irrazionali; il secondo gli permise di affrontare il problema del calcolo delle aree e dei volumi, come quello della superficie del cerchio, che è proporzionale al quadrato dei diametri, e il volume della La domanda che viene da porsi è la seguente: negli Elementi ci sono coppie di grandezze non legate da alcun rapporto? Perché «imporre» che «tutte le grandezze, a due a due, hanno tra loro rapporto» è qualcosa che una definizione non può né deve fare. Archimede non cadde in questa trappola e nell’assioma V di Della sfera e del cilindro si legge: Date due linee, due supeìfici o due solidi diversi, se l'eccedenza di uno di essi rispetto all'altro viene aggiunta a se stessa un certo numero di volte, si arriva a superare l'una o l'altra delle grandez¬ ze messe a confronto. 118 LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTIONE
piramide, che equivale a un terzo del prisma avente la stessa base e la stessa altezza. Le definizioni 3 e 4 sono molto interessanti. Nella terza, quella del rapporto, l’espressione «un certo modo di comportarsi» non ha senso: che cos’è «un certo modo di comportarsi»? Inoltre, introduce il concetto «rispetto alla quantità» che, nei casi di incommensurabilità, non esiste. La quarta defi¬ nizione richiede un’analisi più attenta: Si dice che hanno tra loro rapporto le grandezze le quali possono, se moltiplicate, superarsi reciprocamente. La definizione stabilisce in quali condizioni due grandezze «hanno tra loro rapporto»; se non rispettano queste specifiche, «non avranno tra loro rappor¬ to». Mettiamo a confronto la definizione precedente con le seguenti: Oggetto Definizione Due rette sono parallele se prolungate illimitatamente non si incontrano. Una retta è perpendicolare a un’altra se quando viene intersecata forma angoli retti. Due grandezze hanno tra loro rapporto se moltiplicate si superano reciprocamente. Un numero è primo se ammette solo l’unità come parte. Due numeri sono primi tra loro se l’unica parte comune è l’unità. IL CONCETTO DI PROPORZIONE In realtà, però, al matematico non sta tanto a cuore 1 aspetto on¬ tologico (che cos’è?), quanto l’aspetto metodologico (come fun¬ ziona?). Quindi ciò che interessa al matematico è sapere se due rapporti sono uguali o se uno è maggiore dell’altro, pur non avendo molto chiaro cosa sia un rapporto. È proprio questo il con¬ tenuto delle definizioni 5, 6 e 7: Definizione 5. Si dice che quattro grandezze sono nelle stesso rapporto, una prima rispetto a una seconda e una terza ri- LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTIONE 119
spetto a una quarta, quando, presi equimultipli qualunque delia prima grandezza e della terza ed equimultipli qualun¬ que della seconda e della quarta, secondo che il multiplo della prima sia maggiore, uguale o minore del multiplo della se¬ conda, Vequimultiplo della terza è corrispondentemente mag¬ giore, uguale o minore dell 'equimultiple della quarta. Definizione 6. Grandezze che hanno lo stesso rapporto si dicono proporzionali. Definizione 7. Quando, degli equimultipli, il multiplo della prima grandezza è maggiore del multiplo della seconda, ma il multiplo della terza non è maggiore del multiplo della quarta, si dice allora che la prima grandezza ha, rispetto alla seconda, rapporto maggiore di quello che la terza ha rispetto alla quarta. Siano AeB due grandezze della stessa specie e T, A, elitre due (non viene mai definito cosa si intende con l’espressione «della stesse specie», ma è chiaro che due superfici, due numeri, due so¬ lidi, ecc., lo sono; invece una linea, un numero, un solido, ecc., non lo sono). Ciascuna coppia forma un rapporto, che scriveremo come: A r — e —. La domanda è: quando possiamo dire che A B — e quando che — > —? A B A Consideriamo ora i due multipli - arbitrario -mdiA, Tendi B, A; mxA, nxB sono grandezze della stessa specie e, di conse¬ guenza, possono essere messe a confronto; lo stesso avviene con mxT, nxA. Allora, se, qualunque siano i multipli men, ogni volta che abbiamo mx A nxB- < 120 LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTIONE
C NE Abbiamo rispettivamente > m x r nxA. < Diciamo che A T B~ A ‘ Invece, se c’è una coppia di multipli men per i quali s mxA>nxB ma, mxY<nxA, allora A r B> A Perché Euclide ha bisogno di una definizione così com¬ plessa? Per via dell’incommensurabilità. Per capirlo, dimostre¬ remo la stessa proposizione in due casi diversi: uno in cui i segmenti sono incommensurabili e l’altro in cui non lo sono. Libro VI, proposizione 1.1 triangoli e i parallelogrammi che hanno la stessa altezza stanno tra loro come le rispet¬ tive basi. Vediamo la dimostrazione nel caso in cui c’è commensurabi¬ lità. Se le basi dei due triangoli fossero commensurabili, po¬ tremmo usare la misura comune per scomporli entrambi in triangoli equivalenti con il metodo del tangram (si veda la figura). LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTIONE 121
Se AB e TA sono le basi di due triangoli che si trovano tra le stesse parallele e sono commensurabili, esiste una misura LM comune che divide la base AB in m parti, e la base TA, in n parti. Se uniamo i punti che queste parti determinano sulla base con i vertici C ed E avremo, rispettivamente, men triangoli equivalenti al triangolo àLMN, dove N è un punto qualsiasi della parallela CE alla retta A. Quindi, A ABC= m x ( A LMN ), A AT£=m x ( A LMN ). Di conseguenza, AB _ m x LM _ m x (àLMN) _ A ABC ÃT ~ nxLM ~ nx(ALMN) ~ aArE ' Ma, come abbiamo visto, quando AB e TA sono arbitrari, non possiamo sapere se sono commensurabili. Di fatto, ogni seg¬ mento ha infiniti segmenti a esso incommensurabili in numero molto maggiore degli infiniti segmenti commensurabili. La dimo¬ strazione precedente, quindi, non è generale, anzi, è molto parti¬ colare. Vediamo la dimostrazione nel caso generale, ossia quando c’è incommensurabilità. È necessaria un’altra dimostra¬ no 3 FIG 4 C E 122 LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTIONE
zione basata sull’idea che, se non si può usare il tangram all’in¬ terno, non vi è motivo per non usarlo all’esterno. Invece di cercare un triangolo comune da collocare dentro ognuno dei triangoli dati, costruiamo multipli di ciascuna base dei triangoli e uniamo i punti che si creano man mano con il vertice, come si vede nella figura 3. Si ottengono così due triangoli che sono i multipli men dei triangoli iniziali: AA"CB = mx(AACB), aN'"PM = ux(aNPM). «Non bisogna dare credito alcuno alle previsioni fatte a partire dagli oroscopi basati sulla data di nascita, poiché le influenze astrali sono così complesse da calcolare che non c’è nessuno sulla faccia della Terra in grado di farlo.» Eudosso. Ora, dobbiamo solo sapere se tra i due triangoli compresi tra le parallele (ovvero aventi la stessa altezza) ha area maggiore quello con la base maggiore. La risposta è chiaramente afferma¬ tiva (figura 4). La base AB è minore della base TA. Possiamo quindi portarla dentro TA (uso intuitivo del concetto di «essere minore, essere maggiore» - «il maggiore contiene un esemplare congruo al minore» - che non viene mai esplicitato negli Ele¬ menti ma che viene sempre usato all’occorrenza) e costruire un triangolo uguale al triangolo A ACB dentro il triangolo AVE A. Quindi è maggiore il triangolo avente la base maggiore. Di con¬ seguenza, se allora mxAB n x fA, mx(AACB) n x (A rEÁ). LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTIONE 123
Adesso la definizione di Eudosso si applica alla perfezione e abbiamo che AB AACB VA ~ AVEA’ C.V.D. Nell’esempio precedente è stata stabilita l’uguaglianza di rap¬ porti tra coppie di grandezze di diversa specie: di rette, la prima, e di superfici, la seconda. Da qui la necessità della precisazione con¬ tenuta nella definizione 5 del Libro V. Grazie a queste definizioni Euclide disponeva di uno strumento molto utile per fornire risultati concreti di geometria delle rette e delle figure poligonali rettilinee. Questi risultati costituiscono il grosso del Libro VI in cui Euclide presenta, tra le altre, le proposizioni indicate nella seguente tabella. Ecco il nucleo geometrico della teoria della proporzione. Applicazioni della teoria della proporzione alla geometria Proposizione Nome Enunciato 2 Teorema di Talete Se si traccia una retta parallela a uno dei lati di un triangolo, essa dividerà propor¬ zionalmente i due altri lati del triangolo. 19 Per lati Due triangoli simili stanno tra loro come i quadrati dei due lati omologhi. 5. 6 e 7 Per superfici Il criterio di proporzionalità dei tre tati; quello dei due lati e quello di uguaglianza di un angolo. 11,13 Criterio di somiglianza dei triangoli Si possono costruire a partire da due rette date. 12 Terza e media proporzionale (teorema dell’altezza dei triangoli rettangoli) Si può costruire a partire da tre rette date. 8 corollario Quarta proporzionale Se in un triangolo rettangolo si conduce la perpendicolare dall’angolo retto sulla base, la stessa perpendicolare divide il triangolo in due triangoli simili al triangolo e tra loro. 124 LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTIONE
IL METODO DI ESAUSTIONE La teoria della proporzione diventa uno strumento matematico di potenza enorme - e insospettata, da qui la genialità di Eudosso - quando viene applicata alla determinazione comparativa di aree e volumi. In questo caso, il «metodo del tangram deve proseguire all’infinito», cosa impossibile per il limite aristotelico. Per cui si deve ricorrere alla. «doppia riduzione all’assurdo». Questo proce¬ dimento, a partire dal XVII secolo, sarebbe stato conosciuto come metodo di esaustione. Euclide lo applicò per stabilire le seguenti proposizioni: Libro XII, proposizione 2.1 cerchi stanno tra loro come i quadrati dei diametri. s2 " 4' Libro XII, proposizione 7. Ogni prisma che abbia base triangolare si divide in tre piramidi uguali tra loro ed aventi basi triangolari. Ä-i n, 3 Libro XII, proposizione 18. Le sfere stanno tra loro in ra¬ gione triplicata rispetto a quella dei propri diametri. El < E-<£■ Tuttavia, a sfruttare tutto il potenziale di questo metodo fu Ar¬ chimede, senza dubbio il matematico più importante dell’Antichità. Euclide fornisce la seguente definizione del metodo di esau¬ stione: Libro X, proposizione 1. Date due grandezze disuguali, se si sottrae dalla maggiore una grandezza maggiore della LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTIONE 125
ARCHIMEDE E LA QUADRATURA DELLA PARABOLA Esaminiamo come Archimede applicò il metodo di esaustione alla quadra¬ tura della parabola. Per certi versi, assomiglia alla quadratura del cerchio realizzata da Euclide. L’idea di fondo è riempire l’area della parabola con triangoli inscritti e sommarne le aree, che sono note. Dice Archimede: Quadratura della parabola. La superficie di un segmento di parabola sta al triangolo inscritto come quattro sta a tre. Nel segmento di parabola ADCEBA consideriamo il triangolo inscritto aACB, dove il punto C è il punto della parabola per il quale la tangente alla parabola è parallela alla corda AB. In queste condizioni Archimede affermava che la superficie a (ADCEBA) è uguale a quattro terzi della superficie del triangolo T=aACB. Ovvero, a(ADCEBA) = | x a(AABC) = | x T. Resta ora da riempire con i triangoli i segmenti di parabola successivi T, = aADC, T2 = aBEC\ poi i triangoli inscrivibili in ADA, DCD, e in CEC, BEB\ e così all’infinito, dato che le grandezze sono divisibili all’infinito. Tutti questi triangoli, che sono infiniti, coprono una superficie uguale a un terzo del triangolo T=aACB. Tuttavia, ricorrere all’infinito non è un’opzione, nel mo- metà, dalla parte restante un'altra grandezza maggiore della metà, e così si procede successivamente, rimarrà una gran¬ dezza che sarà minore della grandezza minore inizialmente assunta. Questa proposizione è equivalente alla definizione 4 del Libro V: se una è corretta, è corretta anche l’altra, e viceversa. Archimede se ne accorse e decise di concederle il rango di po¬ stulato. Oggi essa è nota con il nome di postulato di Archimede che, riassumendo, dice: Principio di Archimede. Date due grandezze della stessa specie A e B, esiste sempre un numero naturale n tale per cui nxA>B o nxB>A. 126 LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTIONE
mento in cui ci viene in aiuto il metodo di esaustione. Va osservato - ed è possibile vederlo con il tangram - che i triangoli T^&ADC, T2=aBEC «coprono, rispettivamente, più della metà del segmento di parabola ADCA, BECB». È evidente che il triangolo T,=aADC vale esattamente la metà del rettangolo cjAH Tuttavia, il segmento pa¬ rabolico ADCEBA è minore del rettangolo □ AH. Di con¬ seguenza, T^hADC, copre più della metà del segmento parabolico ADCEBA. Avvie¬ ne lo stesso con T2=aBEC . il segmento parabolico CEBC e il rettangolo aCF. Questo ragionamento è valido, in forma iterativa, per ciascun segmento di parabola restante. Ed è importante osservare che, pur essendo stato applicato al segmento di parabola, vale in generale anche per altre curve e in particolare per il cerchio. Con la dimostrazione della proposizione 7 del Libro XII, Eu¬ clide risolse un problema che proveniva dalla matematica egizia: il calcolo del volume della piramide. La domanda sulla possibi¬ lità di risolverlo con il metodo del tangram finito occupava la terza posizione nella lista dei 23 problemi selezionati da David Hilbert all’inizio del secolo scorso come quelli di particolare in¬ teresse per lo sviluppo della disciplina (la risposta, ovviamente, è «no»). La proposizione 2, invece, risponde a uno dei problemi più importanti della geometria classica, a cui è dedicato il pros¬ simo capitolo. LA TEORIA DELLA PROPORZIONE E IL METODO DI ESAUSTIONE 127
CAPITOLO 6 La quadratura del cerchio Uno dei maggiori successi della scuola pitagorica fu l’aver capito che era possibile realizzare la quadratura di qualunque figura multilatera lineare. Ma valeva lo stesso anche per il cerchio o, più in generale, per le figure con uno o tutti i lati curvi? Questa domanda affascinò non solo i matematici ma anche i pensatori di ogni disciplina, e con il tempo l’espressione “quadratura del cerchio” è diventata sinonimo di un’impresa impossibile.
Il metodo del tangram permette di realizzare la quadratura di qualunque figura multilatera lineare. L’ansia di generalizzazione dei greci li portò naturalmente a domandarsi se si potessero qua¬ drare le figure con lati curvi e, in particolare, quella perfetta per eccellenza: il cerchio. A lanciarsi per primo nell’impresa fu il geniale Ippocrate di Chio. Egli trovò tre lunule quadrabüi (la lunula è una figura racchiusa da archi di circonferenza): una sopra la semicirconferenza, un’altra sopra un arco più piccolo della semicirconferenza e un’altra sopra un arco più grande di una semicirconferenza. La dimostrazione di Ippocrate - basata sul metodo del tangram - ha bisogno di due risultati: - Il teorema di Pitagora. - Il rapporto fra l’area di due cerchi è uguale al rapporto dei quadrati dei loro diametri. È improbabile che Ippocrate avesse le dimostrazioni gene¬ rali di questi risultati; è più facile che ne avesse intuito 1’esistenza e la validità. Di seguito, analizziamo in dettaglio la dimostrazione della quadratura della lunula sopra la semicirconferenza. Su un lato AB di un quadrato UADEB consideriamo l’arco AGB della circonferenza che lo circoscrive e una semicirconfe- LA QUADRATURA DEL CERCHIO 131
FIG 1 D*~ renza ACB. Si ottiene la lunula AGBCA, evidenziata in grigio nella figura 1. È possibile dimo¬ strare che la superficie di que¬ sta lunula è uguale alla superficie del triangolo isoscele A ACB. La lunula è composta dal triangolo A ACB meno il seg¬ mento S più i due segmenti uguali Sl e S2; ossia: area ( AGBCA )=area (aACB) -S+OVSJ. Un uso elegante del me¬ todo del tangram; tutto si ri¬ duce, quindi, a verificare che S=Sl+S2. Per il teorema di Pita¬ gora sappiamo che: AB2=AC2 + CB2. (*) Dopodiché è sufficiente unire le superfici S con i suddetti quadrati. Abbiamo già detto che Ippocrate supponeva che i cer¬ chi si comportassero come i quadrati dei loro diametri, ovvero che verificassero la relazione: S Sl S2 AB2 AC2 CB2 ' Quindi, S Sx+S2 ab2~ ac2+cb2 (per il Libro V, proposizione 12). In virtù di (*), risulta che S=S{+S.y Davvero elegante! Si apriva così la strada alla quadratura del cerchio. 132 LA QUADRATURA DEL CERCHIO
IL PASSAGGIO ALL’INFINITO I sofisti greci Antifone (480- 411 a.C.) e Brisone (ca. V see. a.C.) affrontarono la questione della quadratura del cerchio e arrivarono a una conclusione in apparenza semplice e incon¬ futabile. Secondo Antifone, il cerchio si può ricavare per ap¬ prossimazione di poligoni re¬ golari in esso inscritti, ottenuti continuando a dividere a metà ciascun arco, ossia passando dal quadrato all’ottagono, all’e- sadecagono, ecc. Per Brisone, il cerchio si può ricavare per approssimazione dall’intemo e dall’esterno con un procedi¬ mento analogo. Si ottiene così una successione di figure piane rettilinee che racchiudono il cerchio (figura 2). Tutti i suddetti poligoni sono quadrabili, quindi deve esserlo anche il cerchio. In¬ scrivendo e circoscrivendo un quadrato, un ottagono, un esadeca- gono, ecc., si ottiene la seguente successione di figure piane rettilinee che racchiudono il cerchio, tutte quadrabili: Pi<P»<PK<-- <Pr <•• <£< < — <Pr < ■<Pv,<Ph<Pv Ma attenzione! Che cosa ci garantisce che la “quadrabilità” si mantenga in questo “passaggio all’infinito”? Ricordiamo che Ari¬ stotele lo aveva espressamente proibito per rendere impossibili tali ragionamenti. Consideriamo la seguente proposizione, chiara¬ mente falsa: I due lati di un triangolo sono, per lunghezza, uguali al terzo lato (figura 3, pagina seguente). IG ? LA QUADRATURA DEL CERCHIO 133
Osserviamo che la succes¬ sione di linee spezzate che vanno da A a B hanno la stessa lun¬ ghezza dei lati AC e CB:AC+CB= =ACl+ClAl+AlC\+C\B. Se «portiamo al limite» il processo, la linea spezzata si «trasformerà» nel lato AB, il che sembra dimostrare la pro¬ posizione - falsa - di partenza. Assumere che una verità «prima del limite» è certa dopo averla portata al limite può risultare fallace. LA SUPERFICIE DEL CERCHIO NEGLI ELEMENTI Euclide apre il Libro XII con due proposizioni che stabiliscono lo stesso teorema per i poligoni regolari inscritti in un cerchio e per il cerchio. Libro XII, proposizione 1. I poligoni simili inscritti in cerchi stanno fra loro come i quadrati dei diametri dei cer¬ chi stessi. Libro XII, proposizione 2. I cerchi stanno fra loro come i quadrati dei diametri. La prima è una conseguenza immediata del teorema di Tale te applicato alle superfici, poiché basta osservare che ciascuno dei triangoli centrali in cui si scompongono i poligoni regolari verificano il teorema di Talete. La seconda si potrebbe stabilire direttamente per “passaggio all’infinito”, ma il tipo di ragionamenti che implicano l’in- finito non sono accettabili per la mentalità greca (anche se in questo caso sarebbe corretto farlo). Euclide avrebbe potuto «portare al li¬ mite» la proposizione 2 del Libro XII facendo questo ragionamento: se per ogni poligono n della forma n=2k, si ha che 134 LA QUADRATURA DEL CERCHIO
e, nel caso limite, è Sl e P" è *S2 e supponiamo che la proprietà precedente si con¬ servi quando si passa al li¬ mite - cioè dai poligoni regolari al cerchio - allora risulta C.V.D. Scartato il passaggio al limite, non resta che proce¬ dere per esaustione. Biso¬ gna cioè dimostrare che il quadrato inscritto in un cerchio copre più della metà della sua 1 poli9°nì.r®9°lari superficie; se ora aggiungiamo i triangoli mancanti per passare dal i6... iati quadrato all’ottagono, ci avanza più della metà di ciò che rimane Sem^°più ia dopo aver tolto il triangolo, e così via. Arriverà un momento in cui *^cehr*cie del il cerchio poligono regolare inscritto P>k riempirà S in modo tale che ciò che avanza, una volta tolto, sarà minore di una qualunque superfìcie data prima (figura 4). Notiamo che, analogamente a quanto esposto nel capitolo precedente riguardo al segmento di parabola, il triangolo isoscele che abbiamo aggiunto a ogni lato del quadrato per ottenere un ottagono regolare “copriva” più della metà del segmento circolare, ossia un quarto di ciò che rimane del cerchio quando togliamo il quadrato inscritto; poi abbiamo appli¬ cato lo stesso ragionamento ai triangoli isosceli che vanno ag¬ giunti a ogni lato dell’ottagono regolare per ottenere l’esaedro regolare e così via. Ogni volta si copre «più della metà», che è quello che serve per poter applicare l’esaustione. Avvalendosi di questo strumento, Euclide fece due supposi¬ zioni: o il rapporto fra le superfici è maggiore di quello del quadrato LA QUADRATURA DEL CERCHIO 135
DIMOSTRAZIONE DELLA PROPOSIZIONE 2 DEL LIBRO XII Nel caso supponiamo che esista una superficie S<S2 tale per cui s df Poi consideriamo la superficie E=S2-S. Il metodo di esaustione garantisce l’esistenza di un certo poligono P^ inscritto in S2 che lo riempie in modo tale che S2-P?*<E = S2-S.Ciò porta alla disuguaglianza S< POra consideriamo il poligono Pf inscritto nel cerchio S, (ossia p2*<S1) simile a P^. Per la proposi¬ zione 1 del Libro XII, sappiamo che con n = 2k. Per la nozione comune 1, abbiamo che Pn di S' con S<Pjke P2*<S1, il che contraddice la definizione di uguaglianza dei rappor¬ ti (Libro V, definizione 5). Di conseguenza, il caso (1) è falso. Euclide trattò il caso il S2 á. dì (2) in modo analogo e concluse che era anch’esso falso. Quindi deve per forza essere ÌL.jSi dì di' dei diametri, oppure è minore; esemplifichiamo entrambi i casi con le formule seguenti: n)5.<ì o(Z) -S.>i arrivando a una contraddizione in entrambi i casi. Pertanto la rela¬ zione che lega le superfìci e i quadrati dei diametri è di uguaglianza 136 LA QUADRATURA DEL CERCHIO
Questa dimostrazione solleva due interrogativi. Come faceva Euclide a sape¬ re cosa doveva dimostrare? Ovvero, perché ha stabilito proprio la relazione fra superfici e diametri? Usò informalmente il passaggio al limite che abbiamo spiegato prima? Non lo sappiamo. D’altra parte, per dimostrare (1) Euclide suppose l’esistenza di una superficie S<S2 con la quale Si ç£. S“df ciò vuol dire che, date le superfici Sv df, df, suppose «l’esistenza di una su¬ perficie S che è la quarta proporzionale». Euclide però dimostrò solo l’esisten¬ za della quarta proporzionale di tre rette, non di tre superfici. LA DETERMINAZIONE DI JT Un papiro egizio conosciuto come papiro di Rhind (dal nome dell’inglese Henry Rhind, che lo comprò a metà del XIX secolo), datato intorno al 1650 a.C., e che a sua volta è una copia di un pa¬ piro del 1800 a.C., conteneva dei problemi sulla determinazione del volume di silos cilindrici in cui conservare il grano. Il suo au¬ tore, lo scriba Ahmes, aveva bisogno di conoscere la superficie del LA QUADRATURA DEL CERCHIO 137
cerchio che faceva da base al cilindro, cosa che lo portò a stabilire il valore che oggi chiamiamo n. Nell’Antichità, era normale consi¬ derarlo pari a tre. Tuttavia, Ahmes propose un valore “migliore” per jt, che ottenne approssimando la circonferenza a un ottagono (si veda la figura), in questo modo: Sia dato un quadrato di 9 unità di lato. Dividiamolo in nove qua¬ drati, ciascuno con lato pari a 3 unità. Togliamo i quattro trian¬ goli rettangoli dai vertici che si ottengono tracciando la diagona¬ le. La superfìcie deWottagono risultante vaie: 92_4x^ = 81-18 = 63 2 unità quadrate. Costruiamo la superficie del cerchio con diametro pari a 9 unità uguale a 64 unità quadrate [che è un numero qua¬ drato]. Il valore n che si ottiene con questa approssimazione è 71 = 16 9 = 3,16... Questo valore di jt, che è valido in generale (ossia per qualun¬ que valore d del diametro), si ottiene mettendo a confronto le su- perfici di due figure piane: il cerchio e un determinato ottagono. 138 LA QUADRATURA DEL CERCHIO
Più di mille anni dopo, Archimede, il saggio di Siracusa, nella sua brevissima opera intitolata Sulla misura del cerchio, apportò due nuovi risultati: Proposizione 1. La relazione L/d che c’è fra la lunghezza L di una circonferenza e il suo diametro d si trova fra 223/71 e 22/7. Proposizione 2. La superficie S di un cerchio è uguale a quella di un triangolo rettangolo T i cui cateti sono il raggio r del cerchio e la lunghezza L della circonferenza. Nella proposizione 2, Archimede usò l’esaustione come aveva fatto Euclide nella proposizione 2 del Libro XII; egli suppose che: (ì)S>T,e(2)S<T per poi constatare che sia (1) che (2) portavano a una contraddi¬ zione. Pertanto, doveva per forza essere S=T. Ma come fece a in¬ tuire 1’esistenza di questa relazione? Non lo sapremo mai. Nella proposizione 1, invece, Archimede usò le lunghezze lG, lw A,- A- L' Ai- Am> lw As> Aio- rispettivamente, dei poligoni re- golari inscritti e circoscritti di 6, 12, 24, 48 e 96 lati. Per determi¬ nare tali lunghezze diede un algoritmo iterativo che, a partire da lti, permetteva di calcolare la lunghezza l.,nì e quella di Ln, quella di L2h, dove n assume come primo valore 6. Alla fine diede le di¬ suguaglianze £%<L<L% che lo portarono al risultato indicato: 223 L 22 71 < d < 7 ' La cosa più importante di questo risultato è che Archimede si accorse che il rapporto fra la superficie S di un cerchio e il qua¬ drato del raggio r2 e il rapporto fra la lunghezza L della circonfe¬ renza e il suo diametro d=2r sono uguali. Il valore numerico di questo rapporto è oggi conosciuto con il nome di pi greco e indi¬ cato con jt. LA QUADRATURA DEL CERCHIO 139
Vale a dire che, con queste espressioni, Archimede stabilì che S L Abbiamo verificato fino a che punto i risultati ottenuti da Eu- dosso all’Accademia, e sistematizzati da Euclide, permettono di giungere a successi molto importanti per quanto riguarda il cer¬ chio e la circonferenza. Va notato che Archimede ricorse ai peri¬ metri, mentre nel papiro di Rhind e nel testo di Euclide si usavano le superfìci. UN SOGNO IRREALIZZABILE La quadratura del cerchio “alla greca”, ossia con riga e com¬ passo, sfuggì ai geometri per secoli. Già nel 414 a.C., il dramma¬ turgo ateniese Aristofane creò un personaggio che si vantava di aver realizzato la quadratura del cerchio caratterizzandolo come ciarlatano. Le difficoltà non impedirono a molti illustri matema¬ tici di tentare di trionfare là dove avevano fallito i loro antenati greci. Nicola Cusano (1401-1464), Oronzio Fineo (1494-1555) e Grégoire de Saint Vincent (1584-1667) pubblicarono dei fantoma¬ tici metodi per ottenere la quadratura del cerchio, che ben pre¬ sto si rivelarono falsi. Contemporaneamente, James Gregory (1638-1675) e Johann Bernoulli (1667-1748) svilupparono diverse tecniche per avvicinarsi alla quadratura del cerchio per altre vie. Il tedesco Johann Lambert (1728-1777) fu il primo a dimostrare che ti era un numero irrazionale. Nel 1880, il suo connazionale Ferdinand von Lindemann (1852-1939) dimostrò che n era anche un numero trascendentale, cioè un numero che non era la radice di nessun polinomio con coefficienti razionali. Questo risultato implicava l’impossibilità di realizzare la quadratura del cerchio solo con riga e compasso. Veniva così abbandonato un problema che si trascinava da millenni e svanivano le illusioni della legione dei “quadratori del cerchio”, che fra le sue fila aveva annoverato il filosofo inglese Thomas Hobbes e persino Napoleone. 140 LA QUADRATURA DEL CERCHIO
CAPITOLO 7 L’aritmetica negli Elementi Gli Elementi sono fondamentalmente un trattato di geometria. Contengono, però, tre libri di ispirazione pitagorica, indipendenti dal resto dell’opera. In essi Euclide propone i risultati basilari della teoria numerica della divisibilità, compreso il celebre algoritmo per trovare il massimo comune divisore.
Per capire i risultati dei Libri VII, Vili e IX bisogna avere una certa familiarità con alcuni concetti di base. Nel secondo capitolo del primo libro Euclide dà una volta per tutte le definizioni aritmeti¬ che che gli serviranno nei libri successivi; non dà, però, nessun postulato. Le definizioni più importanti sono: 1. Unità è ciò secondo cui ciascun ente è detto uno. 2. Numero è una pluralità composta da unità. 3. Un numero è parte di un altro numero, il minore di quello maggiore, quando esso misuri il maggiore (= lo divida). 4. È parti invece di un numero, quando non lo misuri (= non lo divida). 5. Un numero maggiore è multiplo di un numero minore, quando sia misurato dal minore. 6. Numero pari è quello che è divisibile in due parti uguali. 1. Numero dispari è [...] quello che differisce di un'unità da un numero pari. L'ARITMETICA NEGLI ELEMENTI 143
8. Numero parimente pari è quello che è misurato (-è divi¬ so) da un numero pari secondo un numero pari. 9. Numero parimente dispari è quello che è misurato (=è diviso) da un numero pari secondo un numero dispari. 10. Numero disparimente dispari, è quello che è misurato (=è diviso) da un numero dispari secondo un numero dispari. 11. Numero primo è quello che è misurato (=è diviso) sol¬ tanto dall'unità. 12. Numeri primi fra loro sono quelli che hanno soltanto l'unità come misura (=divisore) comune. 13. Numero composto è quello che è misurato da (-ha per divisore) un qualche numero. 20. [Quattro] numeri sono in proporzione quando, a secon¬ da che il primo sia multiplo, sottomultiplo, o una fra¬ zione qualunque del secondo numero, corrispondente¬ mente il terzo sia lo stesso multiplo, o lo stesso sottomul¬ tiplo>, o la stessa frazione del quarto. 23. Numero perfetto è quello che è uguale alla somma delle proprie parti (=dei suoi divisori). La prima definizione è puramente filosofica e nega all’unità la natura di numero - concetto che non viene spiegato con pre¬ cisione fino alla definizione seguente - sebbene, quando lo ri¬ tenne opportuno, Euclide l’abbia usata come tale. Analogamente, egli introdusse una differenza fra «parte» (il 2 è parte del 6 per¬ ché lo divide) e «parti» (il 5 è parti del 6 per la ragione opposta). C’è una forte analogia con le definizioni del Libro V, sebbene in 144 L'ARITMETICA NEGLI ELEMENTI
quel caso «parti» diventi «rapporto», un concetto molto più com¬ plesso. Tuttavia, la nozione di «parti» è la base di molte dimo¬ strazioni aritmetiche del testo di Euclide: difatti, il Libro VII si occupa di frazioni, a cui fa ricorso anche nei Libri Vili e IX. Eu¬ clide stabilisce anche la distinzione fra numero pari (N=n+n=2n) e numero dispari (N=2n+1 ) e propone una classificazione (im¬ precisa) dei numeri in base alle forme che oggi esprimeremmo in questo modo: 2™, 2m (2th-1), (2m+l)(2w+l). I concetti più im¬ portanti del Libro VII sono comunque quelli di numero «primo», «composto» e quello di numeri «primi fra loro». La definizione 20 oggi verrebbe scritta m _p n q se, e solo se, esiste un XEQ tale che, se n=Xxm, allora q- Xxp. Euclide conclude con una definizione molto discussa - quella di «numero perfetto» - che non sembra appartenere alla scuola pita¬ gorica del VI secolo. Ci sono persino autori che la attribuiscono a Ippocrate di Chio. «La matematica è la regina delle scienze e l’aritmetica la regina della matematica.» Carl Friedrich Gauss. L’ALGORITMO DI EUCLIDE Il Libro VII si apre con il celebre algoritmo di Euclide, quello che si insegna a scuola e che dice: Dati due numeri men, esiste il «numero maggiore p che è parte dime n». L’idea è questa: dal maggiore dei due, m, ad esempio, si sot¬ trae il minore n tutte le volte che si può; con il resto r<n, si L’ARITMETICA NEGLI ELEMENTI 145
forma la coppia n, r; si ripete il processo e si ottiene una succes¬ sione di coppie: m,n; n,r; r,s; s,t; t}u;... x,y; y, z. Arriva necessa¬ riamente un momento in cui la parte z minore della coppia misura esattamente la maggiore y: ciò significa che «non c’è più resto». Se seguiamo il procedimento inverso, verifichiamo che z misura esattamente x. Alla fine, z misura sia m che n e pertanto ^èun divisore comune di men. Non solo, è il maggior divisore possibile, posto che qualunque divisore d, comune amen, di¬ vide anche 2. Si dice quindi che z è il massimo comune divisore della coppia iniziale men. L’insieme dei divisori comuni v dei due numeri m e n si indica di solito come v = (m,n). Se è l’unità - cioè, se è 1 = (m,n) - si dice che men «sono primi fra loro». Questo metodo - o pro¬ cedimento - di sottrazione reciproca per determinare le relazioni fra numeri si chiama antiferesi. Lo abbiamo già visto, in forma geometrica, quando abbiamo analizzato, ad esempio, ^incommen¬ surabilità» del lato e della diagonale di un quadrato. Una differenza L’ALGORITMO DI EUCLIDE ALL’OPERA Dall’applicazione óe\Valgoritmo di Euclide si ha che: m=qQn+r] r<n n=q{r+r2 r2<r1 rrQ2-r2+r5 rz<r2 rk-ì=clk'rk Da un lato, rk_=qk_y-rk_y+rk e dall'altro, rk_=qk-rk. Così, rk_=qk_,<qkrk)+r=(qk^ -qf+1 )rfc dove q^ q^+l è un numero naturale. Quindi rk misura esattamente rk_2. Attra¬ verso un ragionamento analogo al precedente, ma proiettato in avanti, si verifica che se d divide men, dato che, per costruzione m=q0-n+r], allora r=m-qQ-n, con m=m]-d, n=nyd. Quindi r=mì-d-(q0-n,)-d=(m}-(q0-nì)-d. Pertanto, d divide rv come volevasi dimostrare. 146 L'ARITMETICA NEGLI ELEMENTI
molto significativa fra le due applicazioni è che, nel caso dell’arit¬ metica, Euclide suppone che il procedimento debba fermarsi per forza. Invece, negli esempi geometrici, prosegue all’infinito. Nel Libro X, Euclide applica questo procedimento alle grandezze in generale, che siano numeri o no, e stabilisce la seguente classificazione: Yantiferesi si conclude se, e solo se, entrambe le grandezze sono commensurabili e pertanto ricon¬ ducibili a numeri. In altre parole, se sono incommensurabili, Yantiferesi non ha fine: è infinita. Sono le proposizioni 2 e 3 del Libro X. Nonostante queste assunzioni, Euclide non sfruttò la potenzialità del metodo come riuscirono a fare invece i mate¬ matici indiani e cinesi. IL NUCLEO ARITMETICO DEGLI ELEMENTI Nell’ambito dell’aritmetica, il testo euclideo contiene i seguenti importanti risultati: Libro VII, proposizione 17. Se un numero ne moltiplica due altri, i prodotti avranno fra loro lo stesso rapporto dei numeri moltiplicanti, [proprietà commutativa del prodotto] Libro VII, proposizione 18. Se quattro numeri sono pro¬ porzionali m n , lo sono in forma alternata (ossia, = ^). Libro VII, proposizione 19. Se — = — see solo semxq=nxp. n q Libro VII, proposizione 20. I numeri più piccoli fra quanti abbiano tra loro lo stesso rapporto, sono equisotto- multipli dei numeri che hanno tra loro a due a due lo stesso rapporto, il numero maggiore del maggiore e quello minore del minore. L'ARITMETICA NEGLI ELEMENTI 147
Libro VII, proposizione 24. Se (p,m) = 1 (p,n) = 1, allora (p,mxn) = 1. Libro VII, proposizione 29. Se p è primo e p non è parte di n, allora (p,n) = 1. Libro VII, proposizione 30. Sep è primo e divide a (è parte di) mxn, allora p è parte di uno dei due fattori men. Libro VII, proposizione 31. Ogni numero composto ha per divisore un numero primo. Libro VII, proposizione 32. Ogni numero o è primo o ha per divisore un numero primo. Libro IX, proposizione 14. Se un numero che sia il più piccolo possibile è diviso da certi numeri primi, esso non sarà diviso da nessun altro numero eccetto quelli che ini¬ zialmente ne siano divisori. Libro IX, proposizione 20. Esistono sempre numeri primi in numero maggiore di quanti numeri primi si voglia proporre. Nella dimostrazione della proposizione 31 del Libro VII, Eu¬ clide si serve di un postulato implicito. Il saggio alessandrino ra¬ giona in questo modo: sia N un numero composto; avrà un divisore (una parte) N’<N. Supponiamo che non sia primo. Quindi a sua volta è composto e ammette un divisore (una parte) N”<N’<N e via di seguito... Non è possibile che non si trovi mai un numero primo P} perché avremmo la successione decrescente infinita ... < Nn) <... < N" < N' < N. E questo, dice Euclide, è impossibile. Per¬ tanto stabilisce l’impossibilità di successioni decrescenti illimitate di numeri naturali. Pierre de Fermat avrebbe denominato questa proprietà prin¬ cipio della discesa infinita che usò per raggiungere risultati im¬ portantissimi che avrebbero segnato una vera e propria rinascita dell’aritmetica. 148 L’ARITMETICA NEGLI ELEMENTI
Quanto alla proposizione 14 del Libro IX, si discute se sia il teorema fondamentale dell’aritmetica (ogni numero intero mag¬ giore di 1 o è primo o può essere espresso sotto forma di pro¬ dotto di numeri primi, e tale forma è unica), espresso con i limiti del linguaggio matematico dell’epoca. Per chiarire la questione bisognerebbe sapere se i numeri primi che misurano il numero sono diversi o possono essere uguali; in questo secondo caso avremmo infatti l’enunciato del teorema. «Dio creò i numeri interi; tutto il resto è opera dell’uomo.» Leopold Kronecker (1823-1891). L’INFINITA DEI NUMERI PRIMI Nei capitoli precedenti abbiamo parlato dei limiti imposti da Aristotele all’uso dell’infinito. Nella proposizione 20 del Libro IX (Esistono sempre numeri primi in numero maggiore di quanti numeri primi si voglia proporre), Euclide rispetta tale limite e fa molta attenzione a non parlare di «infiniti numeri primi». Tuttavia, esiste un algoritmo per ottenere sempre più numeri primi? Euclide non si pronunciò al riguardo. Bisognerà attendere XAritmetica di Nicomaco di Gerasa (ca. 60-ca. 120) per conoscere il crivello di Eratostene, il metodo impiegato dal matematico omonimo: Tale metodo fu battezzato da Eratostene con il nome di crivello, perché se prendiamo tutti i numeri dispari, possiamo pensarlo come uno strumento selettivo, come il crivello, in quanto permette di se¬ parare i numeri primi dai numeri composti. Il crivello funziona così. Si comincia dal tre e poi si cercano i numeri misurati dal tre, saltan¬ done due ogni tre, escludendo il terzo. Poi si passa al primo numero non eliminato, il cinque; ne saltiamo quattro ed eliminiamo il quinto; poi facciamo lo stesso con il sette, e via di seguito, ripartendo sempre dal primo numero non eliminato. L'ARITMETICA NEGLI ELEMENTI 149
NUMERI PERFETTI Sebbene Euclide abbia dato la definizione corretta e un teorema che serve per generare i numeri perfetti, non ne fornì alcun esempio. L’enunciato della proposizione corrispondente può sembrare poco chiaro, probabilmente per¬ ché è presentato in forma descrittiva: Libro IX, proposizione 36. Se, partendo dall’unità, si prendono quan¬ ti si voglia numeri raddoppiando successivamente sino a che la loro somma venga a essere un numero primo, [...] il prodotto sarà un numero perfetto. Dati i numeri, dice quanto segue: Se 1, 2, 22, 23 2" vengono raddoppiati successivamente, la loro somma è Sn = 1 + 2 + 22 + 23+...+ 2" = 2n+1 -1; se Sn è un numero primo, allora Pn = 2" xSn= 2nx (2n+ì -1) è un numero perfetto (pari). Euclide riuscì a ottenere questo risultato perché nella proposizione 35 del Libro IX aveva dato la formula necessaria per sommare i termini della succes¬ sione 1, 2, 22, 23 2". Aveva osservato anche che gli unici divisori propri - gli unici, fra cui l’unità, presi in considerazione da Euclide - di Pn sono 1, 2, 22, 23 2" e Sn, 2xSn, 22xSn, 23xSn,...,2n ,xSn. Li sommò e ottenne il risultato del teore¬ ma: la somma dei divisori 1, 2, 22, 23 2n è Sn = 2n+1 -1 e la somma dei divisori Sn, 2xSn, 22xSn, 23xSn,..., 2"-1xSn è (2"-l)xSn. La somma dei due risultati è Pn- =S„+ (2" -1) xS„ = 2" x S„ = 2nx(2n+1 -1). C.V.D. I primi esempi NeH'A/v'fmef/ca, Nicomaco di Gerasa (ca. 60-ca. 120) stabilisce che i numeri perfetti sono 6, 28, 496 e 8126. Da ciò trasse alcune conclusioni: 1. I numeri perfetti (pari) finiscono per 6 e 8 (vero). 2. Si alternano (falso). 3. Ce n’è uno per ogni ordine decimale - della unità, delle decine, delle cen¬ tinaia, delle migliaia, ecc., (falso). Già nel XVIII secolo, Eulero dimostrò il teorema reciproco di quello di Euclide: ogni numero perfetto (pari) ha la forma 2nx(2n+'-l), con 2n+1-1 primo. Oggi ci sono ancora alcune questioni aperte relative ai numeri perfetti: non si sa se i numeri perfetti pari sono infiniti, né se esistono numeri perfetti dispari. 150 L'ARITMETICA NEGLI ELEMENTI
In questo testo si spiegano chiaramente due fatti. Partiamo dalla successione c ei numeri dis] pari: 3 5 7 9 11 13 15 17 19 21 23 25 27 29 31 33 35 37 39 41 43 45 47 49 51 53 55 57 59 61 63 65 67 69 71 73 75 77 79 81 83 85 87 89 91 93 95 97 99 101 103 Partendo dal 3, consideriamo i numeri di tre in tre, e otteniamo: 3 5 7 11 13 17 19 23 25 29 31 35 37 41 43 47 49 53 55 59 61 65 67 71 73 77 79 83 85 89 91 95 97 101 103 Partendo dal 5, consideriamo i numeri di cinque in cinque, e otteniamo 3 5 7 11 13 17 19 23 29 31 37 41 43 47 49 53 59 61 67 71 73 77 79 83 89 91 97 101 103 E così via. L’elenco dei numeri primi inferiori a mille è: 2 3 5 7 11 13 17 19 23 29 31 37 41 43 47 53 59 61 67 71 73 79 83 89 97 101 103 107 109 113 127 131 137 139 149 151 157 163 167 173 179 181 191 193 197 199 211 223 227 229 233 239 241 251 257 263 269 271 277 281 283 293 307 311 313 317 331 337 347 349 353 359 367 373 379 383 389 397 401 409 419 421 431 433 439 443 449 457 461 463 467 479 487 491 499 503 509 521 523 541 547 557 563 569 571 577 587 593 599 601 607 613 617 619 631 641 643 647 653 659 661 673 677 683 691 701 709 719 727 733 739 743 751 757 761 769 773 787 797 809 811 821 823 827 829 839 853 857 859 863 877 881 883 887 907 911 919 929 937 941 947 953 967 971 977 983 991 997 L'ARITMETICA NEGLI ELEMENTI 151
LE TERNE PITAGORICHE ARITMETICHE I numeri quadrati successivi 1, 4, 9, 16 (n-1)2, n2. Per passare da cn=n2 a cn„=(/7+1)2 bisogna aggiungere lo gnomone che vale esattamente 2n+1. Si passa dunque da uno all'altro per mezzo dei numeri dispari. Un ultimo problema che vale la pena di citare è quello dell’algo¬ ritmo per ottenere le teme pitagoriche aritmetiche: tre numeri na¬ turali che verificano il teorema di Pitagora, ad esempio, 3,4,5; 5,12, 13, ecc. Ossia, tre numeri naturali a, ö, c tali per cui a2 + b2=c2. Pare che i Babilonesi conoscessero un metodo per determi¬ nare le teme pitagoriche, come mostra la tavoletta mesopotamica conosciuta con il numero di catalogo Plimpton 322, che contiene «certe» teme pitagoriche aritmetiche espresse in sessantesimi. Dall’altro lato, si attribuisce a Pitagora un metodo per ottenere teme pitagoriche basato sullo gnomone dei numeri quadrati. Un numero è un numero quadrato quando si può disporre a forma di quadrato (si veda la figura). Abbiamo quindi ri2 + (2n +1) = (n +1)2. Per essere una tema pitagorica, dove un cateto e l’ipotenusa sono due numeri successivi, anche lo gnomone deve essere un qua¬ drato; ossia 2n + 1 = /c2, per un certo numero k dispari. Quindi n = ^2^, k dispari. Così si ottengono le teme, che sono: n = - , k, n +1 = , con k dispari, che generano la tabella nella pagina seguente: f- - - f T • T "T 1 1 1 1 i- - - 4 i_ 1 1 1 1 1 1 II lT il c3 = 9 2n+1 152 L'ARITMETICA NEGLI ELEMENTI
a:= k dispari 3 5 7 9 11 13 15 b\=n = 4 12 24 40 60 84 112 c := n +1 = 5 13 25 41 61 85 113 In questo modo si ottiene un’“infinità” di teme pitagoriche, ma non tutte; manca, ad esempio, la tema 8,15,17, in cui il cateto e l’ipotenusa differiscono di due unità. Si attribuisce a Platone la generalizzazione del metodo pita¬ gorico per ottenere tali teme. Bisogna passare da (n-1)2 a (n+1)2. Ciò si ottiene sommando due gnomoni: 2n-l, che permette di passare da (n-1)2 a n2; e 2n+l, che permette di passare da n2 a (n+1)2. In totale, bisogna aggiungere 4n. Ovvero (n-l)2+4n=(n+1)2. Basta quindi che n sia un quadrato: n=k2. Così si ottengono le teme A;2-l, 2k e A;2+l. Per k=4, otteniamo la già citata tema 8, 15, 17. Si ottiene quindi la seguente tabella: k 2 3 4 5 6 7 8 a:=k2-1 3 8 15 24 35 48 63 b\=2k 4 6 8 10 12 14 16 c:=k2+1 5 10 17 26 37 50 65 Esiste una differenza fa le due tabelle: nella prima le teme sono semplici, cioè non hanno divisori comuni; nella seconda, invece, le colonne che corrispondono a valori dispari di k si pos¬ sono semplificare per due, ottenendo così i valori della prima tabella. In un certo senso, la prima tabella contiene la seconda. Ma esiste un algoritmo che dia “tutte” le teme pitagoriche arit¬ metiche? La risposta è sì e a darla è lo stesso Euclide nel lemma 1 del Libro X: È possibile trovare due numeri quadrati che insieme for¬ mino un altro quadrato. L'ARITMETICA NEGLI ELEMENTI 153
Senza entrare nello specifico, possiamo dire che Euclide ri¬ corre all’algoritmo a=X2-p2, b=c=\2+\k2 dove k, ^ devono essere primi fra loro e di parità diversa se vogliamo che non si ripeta nessuna tema e che esse siano tutte semplici, senza fattori comuni. Di fatto, le terne semplici sono le uniche importanti, poiché è evidente che, qualunque sia il numero naturale k, sono naturali anche 3k, 4k, 5k, dato che lo sono 3, 4, 5, ma questo non ci interessa. Quanto detto vale in generale per ogni tema pitago¬ rica a, b e c. 154 L'ARITMETICA NEGLI ELEMENTI
CAPITOLO 8 La trasmissione degli Elementi Non c’è prova più convincente dell’importanza storica di Euclide e della sua opera delle numerosissime copie ed edizioni che sono state fatte dei suoi testi. Nessun’altra opera classica dedicata alla conoscenza ha infatti una storia tanto variopinta di traduzioni, edizioni e commenti.
Gli Elementi raccolgono e sintetizzano brillantemente tre secoli di pensiero matematico greco. Il valore di questa eredità fu rico¬ nosciuto già all’epoca di Euclide e poi, nel corso della storia, da culture diverse, in un processo che attraversa il mondo romano, arabo, europeo medievale fino ai giorni nostri, attraverso edizioni critiche più o meno definitive e nei supporti più disparati. Il testo venne fissato per la prima volta nell’edizione del 370 a opera di Teone di Alessandria; da questa versione parte quella che può essere considerata la “tradizione centrale” delle edizioni suc¬ cessive. La grande tradizione è quella araba. I matematici della Casa della Sapienza di Baghdad dei secoli IX e X - un’epoca e un luogo storicamente indimenticabili per quanto riguarda la scienza in ge¬ nerale e la matematica in particolare, ma anche nel quadro più ampio della cultura mondiale - furono in grado di riconoscerne il valore e grazie ai loro studi, alle loro traduzioni e ai loro commenti (fra cui spiccano quelli di Al-Nayrizl e AMayyänl) l’opera di Eu¬ clide - come quella di tanti altri pensatori greci - sarebbe tornata in Occidente a partire dal XII secolo. Risalgono a quest’epoca le edizioni latine degli Elementi, nelle quali giocò un ruolo impor¬ tante la famosa scuola dei traduttori di Toledo e anche, in misura minore, quella di Ripoll. LA TRASMISSIONE DEGLI ELEMENTI 157
MANOSCRITTI ED EDIZIONI Il manoscritto più antico che si conserva degli Elementi di Eu¬ clide risale al IX secolo (se tralasciamo il frammento datato fra il 75 e il 125). Fu scoperto in una discarica della città greca di Oxyrhynchus, l’attuale el-Bahnasa, a circa 160 km dal Cairo, du¬ rante le esplorazioni condotte da Bernard Payne Grenfell e Ar¬ thur Surridge Hunt per conto dell’Università di Oxford fra il 1896 e il 1897. Nella tabella seguente sono elencati, in sintesi, i mano¬ scritti più importanti degli Elementi, di alcuni dei quali abbiamo un solo esemplare. Luogo Biblioteca Secolo Oxford Bodleian Library IX Vaticano Biblioteca Vaticana X Firenze Biblioteca Laurenziana X Bologna Biblioteca Comunale XI Vienna Nationalbibliothek XII (?) Parigi Bibliothèque Nationale XII Il manoscritto conservato a Oxford fu redatto nell’881 da Stefanus, un esperto calligrafo bizantino, su incarico di Areta di Cesarea (860-935), all’epoca arcivescovo dell’omonima città della Cappadocia. Le lettere sono larghe, vagamente quadrate e leggermente inclinate a sinistra. Dello stesso stile è anche il fa¬ moso manoscritto dei Dialoghi di Platone, redatto sempre su incarico di Areta, e conservato nella stessa biblioteca. L’importanza dell’opera nell’Europa medievale è testimo¬ niata dal fatto che la prima edizione stampata di cui si ha notizia risale addirittura al 1482; fu realizzata dall’editore tedesco Erhard Ratdolt, che scelse di pubblicare l’edizione commentata di Giovanni Campano da Novara della traduzione latina fatta dall’inglese Adelardo di Bath nel XII secolo (probabilmente da un originale arabo). 158 LA TRASMISSIONE DEGLI ELEMENTI
Principali versioni degli Elementi Anno Città Autore Lingua Titolo 1482 Venezia Giovanni Campano da Novara Latino (dall’arabo) Preclarissimum opus elementorum Euclidis megarensis una cum com mentis Campani perspicacissimi in arte geometrica. 1505 Venezia Bartolomeo Zamberti Latino (dal greco) Euclidis megarensis phitosophi platonici mathematicorum disciplinarum Janitores... elementorum libri XIII cum expositione Theonis insignis mathematici. 1509 Venezia Campano, revisione di Luca Pacioli Latino 1533 Basilea Simon Grayneaeus Greco (edizione principe) 1572 Pesaro Federico Commandino Latino Euclidis elementorum libri XV, una cum scholiis antiquis. 1574 Roma Cristoforo Clavio Latino Euclidis Elementorum libri XV. 1654 Anversa André Tacquet Latino (Libri 1-VI ; XI-XII) Elementa geometriae planae et solidae. 1703 Oxford David Gregory Greco e latino 1804 1808 Parigi François Peyrard Greco, latino e francese Euclides quae supersunt. Les Oeuvres d’Euclide. 1883 1888 Copenaghen Johan Ludvig Heiberg Latino Euclidis opera Omnia. Ispirandosi aìYAritmetica di Giordano Nemorario (XII se¬ colo), Campano include un’assiomatica dei libri aritmetici e, in particolare, decreta che «non esistono catene discendenti infinite di numeri naturali». L’edizione di Ratdolt contiene oltre quattro- cento incisioni e può essere considerata un capolavoro, perché una delle prime edizioni stampate di un testo di carattere matema¬ tico. A questa edizione ne seguì poco dopo un’altra, proveniente dalla tradizione centrale, opera di Bartolomeo Zamberti, e nel LA TRASMISSIONE DEGLI ELEMENTI 159
EUCLIDE DERUBATO Napoleone Bonaparte amava accaparrarsi tesori di ogni genere e portarli a Parigi per arricchire i musei francesi. Di ciò sono un esempio la Stele di Ro¬ setta e i quattro cavalli veneziani di San Marco, che per qualche anno tro¬ neggiarono in cima all’Arco di Trionfo. Quando invase l’Italia, Napoleone portò a Parigi un manoscritto degli Elementi custodito nella Biblioteca del Vaticano. Poco dopo, nel 1804, il parigino François Peyrard pubblicò gli Éléments de géométrie d'Euclide, ispirandosi a questo manoscritto. Peyrard si accorse che il testo non era basato, come quasi tutti gli altri, sulla versione di Teone di Alessandria, ma su una fonte ancora più antica, il che fa presup¬ porre una maggiore aderenza all’originale euclideo. Il manoscritto ritornò poi alla Biblioteca del Vaticano. 1572 quella di Federico Commandino, la più rigorosa fra le tradu¬ zioni latine, nonché base di importanti edizioni successive, come quella di Gregory. Nel 1533 era stata stampata la rinomata editto princeps (cioè di riferimento) greca, opera di Simon Grayneaeus. L’ultima edizione citata nella tabella è Yeditio princeps latina, di Johan Ludvig Heiberg, scritta fra il 1883 e il 1888, che contiene l’opera omnia di Euclide in otto volumi e un supplemento, sia i lavori dell’alessandrino che quelli attribuiti ad altri, come abbiamo visto nel primo capitolo. A partire da questa edizione il corpus euclideo è ormai consolidato e le versioni successive si limitano a completarlo. Dalle edizioni principali degli Elementi (una decina) all 'editto princeps di Heiberg ce ne sono alcune molto curiose come quelle del gesuita e direttore del Collegio Romano, Cristoforo Clavio, che alle 468 proposizioni euclidee ne aggiunse 671 di sua invenzione. Fu questa edizione che Matteo Ricci, anch’egli gesuita, portò con sé in Cina e fu tradotta in cinese. Basti quanto detto finora a rendere omaggio all’importanza di questo sublime testo scientifico. Con le debite differenze, dovute logicamente alla diversa natura del contenuto, solo le opere di Omero, Sofocle, Platone e Aristotele toccano vette simili nell’am¬ bito dell’eredità scritta lasciataci dalla cultura greca. 160 LA TRASMISSIONE DEGLI ELEMENTI
Epilogo Per quanto riguarda la geometria, il XIX secolo termina con il testo paradigmatico del geniale matematico prussiano David Hil¬ bert, Fondamenti della geometria (Grundlagen der Geometrie). Con quest’opera si conclude, anche se potrebbe sembrare che si consolidi, un certo modo di fare e intendere la matematica. Hilbert «assiomatizzò» la geometria euclidea, ma lo fece senza bisogno di ricorrere all’intuizione geometrica. Come amava dire: Dovremmo essere capaci di leggere tavoli, sedie e boccali di birra invece di punti, linee e piani. La differenza tra i due testi, quello euclideo e quello «hilber- tiano», sta nel ricorso all’intuizione e alla figura che soggiace al primo e che il secondo vuole sradicare. Per farlo, Hilbert si appog¬ gia a un rigoroso formalismo: gli assiomi stabiliscono i legami fra gli oggetti geometrici (che non necessitano di altre definizioni oltre agli assiomi stessi) e a partire da questi, e grazie agli stru¬ menti fomiti dalla logica formale, si stabiliscono i teoremi. L’ine¬ ludibile coerenza di una teoria così sviluppata - l’impossibilità di dedurre un’affermazione e la sua negazione, requisito su cui si fonda la riduzione all’assurdo - implica necessariamente, secondo Hilbert, 1’esistenza degli oggetti geometrici. Quello di Hilbert fu un tentativo di dare una base solida alla matematica dopo il falli¬ ci
mento del punto di vista basato sulla teoria dei tipi di Russell. Sarebbe stata questa nuova concezione del pensiero matematico a portare l’eminente studioso francese Jean Dieudonné a escla¬ mare «Abbasso Euclide» in un seminario del 1969. L’intento non era affatto quello di denigrare la figura e l’opera del geniale mate¬ matico alessandrino, bensì di criticare la sua eccessiva presenza nell’insegnamento della geometria nelle scuole dell’epoca. Na¬ sceva così quella che, a partire dagli Anni Settanta, sarebbe stata conosciuta come “matematica moderna”, un nuovo modo di spie¬ gare la matematica che ebbe un successo strepitoso. Lo stesso Hilbert aveva detto che: Il mio pensiero è questo: a dispetto dell’alto valore pedagogico ed euristico del valore genetico, il metodo assiomatico merita [...] di essere privilegiato per la presentazione definitiva della nostra cono¬ scenza e della sua piena certezza logica. Tuttavia, due decenni dopo esso si rivelò un metodo «eccessi¬ vamente moderno». Più di duemila anni dopo gli Elementi, si ria¬ priva la discussione sul valore pedagogico - con una valenza forse molto più genetica - del punto di vista eucüdeo. 162 EPILOGO
Letture consigliate Acerbi, F., R silenzio delle sirene. La matematica greca antica, Carocci, 2010. Bell, E.T., I grandi matematici, Rizzoli, 2010. Boyer, C., Storia della matematica, Mondadori, 1990. Courant, R. e Robbins, H., Che cos'è la matematica?, Bollati Boringhieri, 2000. Euclide, Tutte le opere. Testo greco a fronte, Bompiani, 2007. Hilbert, D., Fondamenti della geometria, Franco Angeli, 2012. Kline, M., Storia del pensiero matematico /, Einaudi, 1999. Kline, M., Storia del pensiero matematico //, Einaudi, 1999. Livio, M., La sezione aurea. Storia di un numero e di un mistero che dura da tremila anni, Rizzoli, 2007. Odifreddi, P., C*è spazio per tutti. R grande racconto della geometria, Mondadori, 2010. Panza, M. e Sereni, A., Il problema di Platone. Un'introduzione storica alla filosofia della matematica, Carocci, 2010. 163
Indice algoritmo di Euclide 46, 76,139,141, 145-147,149,154 analisi 31,33,53,54,56, 59,80,101,103, 104,116,119 angolo 10,19,24,26, 50, 52, 55, 56, 58, 63-67, 69, 71-73, 76, 78, 79,91,96, 101, 102, 119,124 retto 50, 52, 56,63,64, 66, 69, 71,91, 119, 124 opposti al vertice 55,67 Antifone 29,34,133 Apollonio 9,11,25,29,30,49 Archimede 9,11,17,25,2^31,41,46,49,66, 72,78,109,112,118,125,126,139,140 Aristotele 8,9,15,16,27,29,31,34,35,37, 41-43,48-51, 58, 80^82,85,110, 111, 125,133,149,160 aritmetica 7-9,11,34,42,45,46, 51, 60,80, 82, 109, 141,145-149,152,153,159 assioma 42,43,65, 74,75, 77,81,118,159 aureo / aurea 44,90,100-103 numero 100 rapporto 100,103 rettangolo 101-106 segmento 44,90,100,101 sezione 100,101 Autolico di Pitane 29,31,34 Bolyai, János 73,75,76,86 Brisone di Taranto 29,34,133 cerchio 9-11,42,46,50-52,58,64,65, 72, 80, 103, 109,118,125, 126, 127,129, 131-140 massimo 72 circonferenza 10, 21, 24, 45, 50, 52-54, 66-68, 99,104, 107, 116,131, 132, 134, 138-140 Commandino, Federico 159, 160 compasso 23, 33,44, 45, 50, 54, 71, 99, 140 coniche 11,19,21,22, 25,34 ellisse 21,22 iperbole 21, 22, 70 parabola 21, 22, 126, 127, 135 curvatura 76 definizione 42,43, 44-56, 63-65, 70, 83, 95, 109, 113, 116, 117-119, 121, 124-126, 136, 143, 144, 145, 150 definiendum 42 deßniens 42 Democrito 11,29,34 Dieudonné, Jean 162 Diofanto 8, 9, 11,30, 97 Erone di Alessandria 11,30, 59 esistenza 9,22,37,38,42, 43, 46, 50, 51, 53, 54, 58, 67, 68, 70, 71, 77, 80, 82, 85, 136, 137,139,161 Eudemo di Rodi 11,30,31,34 Eudosso 8, 9,11, 17, 30,32-34,45,46,107, 109,116-118,124,125,140 Euler, Leonhard (detto Eulero) 27,150 165
Fermat, Pierre de 27,148 Filolao 11,29,34 filosofìa 7,9,17,35,37,41,43,69, 79,82, 111, 118 Gauss, Cari Friedrich 68, 75, 78, 79,145 geometria 7-9,11,15,17-20,22,25,30-33, 4245,48,49, 51, 61,6^65,68, 69, 71-80,87,90,92,94,95,109,110,112, 118, 124, 127, 141, 161,162 della vasca da bagno 78 ellittica 72, 77, 79 euclidea 8,63,64,68,69, 71, 73, 76-80, 161 iperbolica 73, 77-79 del cortile di casa 72 non euclidea 61, 74-76 sferica 72, 75,77, 79 grandezza 18,19,42,44,49, 51,60,80,92, 109,110,112-114,116-120, 124-126,147 commensurabile 113,114,116,117, 121, 122, 147 incommensurabile 11, 46, 92, 113-116, 119, 121-123, 146, 147 proporzionale 24,120,124,137,144,147 Hübert, David 65, 77, 81, 127, 161,162 incommensurabilità di V2 92,116, 119, 121, 122, 146, 147 infinità 149, 153 dei numeri primi 83,149 infinito 8,9,61, 63,80,82-85,86,110,125, 127, 133, 134, 146, 149 esistenza del 80,82 in atto 80,82-84,86,110,134 in potenza 80, 82,85 per addizione 80 ipotesi 26,35,40,42,43, 58, 71, 74, 76, 111 Ippaso di Metaponto 29,34 Ippia di Eüde 11,29,34 Ippocrate di Chio 11, 30, 32-34, 48,131, 132, 145 Ipsicle di Alessandria 11,19,30,44,47,104 Isidoro di Müeto 11,19,44,47 Leibniz, Gottfried Wilhelm 27 Leonardo da Vìnci 41,104 Lindemann, Ferdinand von 140 Lobaõevsky, Nikohy 73-75, 79,86 lunula 32,33,131,132 massimo comune divisore 141,146 matemata 7,25 Maupertuis, Pierre-Louis Moreau de 27 metodo 8,11,44,46,53,55,56,58,60,63,74, 89,90,92-94,96,107,116,118,122, 125-127,131,132,136,146,147,152,153 del tangram 44,60,87,90-94,96,122, 125, 127,131, 132 di doppia riduzione aü’assurdo 125 di esaustione 8,11,46,60,107,118, 125-127, 135, 136, 139 di riduzione aü’assurdo 44,56, 58,67, 83, 111, 116 metodologia 7,9,17,43,49,58,82,83,109,119 Newton, Isaac 9,25,80 Nicomaco di Gerasa 11,30,149,150 numero 9,31,33,46,58,82,83,97,98,100, 114, 115, 117-120,126,138-140, 143-146, 148-150,152, 154 composto83,110, 111, 144,145,148,149 perfetto 46, 144,145, 150 pi greco (ji) 139 primo 46,83,144, 148,150, oggetti matematici 38,42,56, 58 esistenza 9,22,37,38,42,43,46, 50, 51, 53, 54, 58, 67, 68, 70, 71, 77,80, 82,85,136,137,139,161 natura epistemologica 38 ontologica 38 Pacioli, Luca 104-106, 159 Pappo di Alessandria 8,9,11,18,22,23, 30,49 paradosso 109-111 Parmenide 11,29,34,41, 111 passaggio al limite 134,135,137 piramide 46,107,119,125,127 volume della 46,107,118,119,127 Pitagora di Samo 7,8,11,152 Platone 8,11,15-17,29,31-33,35,37-39,40- 43, 50, 89, 102, 111, 118,153,158, 160 166 INDICE
poligono regolare 45,47,133-135,139 esagono 45 quadrato 10,40, 45, 52, 58, 89-91, 96-100,114-116,118,131,133,135, 138-140,146,152,153 ottagono 133,135,138 pentadecagono 45 pentagono 45, 53, 54,101,104 triangolo equilatero 45, 52-54, 73 postulato 8,9,11,27,33,4244,47-50,53-56, 58-60,61,63-67,68-71, 74-76,80,82,86, 90,93,112,113,117, 126,143,148 di Archimede 126 delle parallele 8,11, 60,61,66,68,69, 71, 74, 75,90, 93 Proclo 7,9,11,15-17, 20,29,30,32,39,48, 49,85 proporzione 5,8, 11,44-46,95,100,103, 107, 109, 118, 119, 124, 125,144 pseudosfera 77 punto 10, 20, 22,26,39,4244, 50, 51, 52-56, 58, 65-74, 77,82,84, 85, 93, 99-104, 112, 116,122,123,126,161 quadrato 10,40, 45, 52, 58, 89,90, 91,96, 98-100, 114-116, 118, 132-136, 138-140, 146,152,153 diagonale del 40, 89, 90, 114, 116, 146 quadratura 32,33, 45,90,126,131 del cerchio 9,126, 129,132,133,140 della parabola 126,127 delle figure poligonali 90,98, 124 delle lunule 32,33,131 quadrivio 7 Raffaello 23,41 rapporto 19, 20, 22, 24,45,49, 100-102, 103, 113-120, 124, 131, 135, 139,145,147 aureo 100,101, 103 Ratdolt, Erhard 44,158,159 retta 20,22,24,26,43,45,49-56, 58,63, 65-74, 77, 78,82-85,97, 104, 109, 116, 119,122,124,131,137 perpendicolare 52,68, 71,84,85,96, 104, 119, 124 rette parallele 52,67, 71-73,83 rettangolo 10,52,90,91,96-103,127 riga 33,44,45,50,71,99,140 Saint Vincent, Grégoire de 140 segmento rettilineo 10,65,82,92 sezione aurea, si veda rapporto aureo similitudine della linea 37,38 sintesi 7-9, 13, 16, 17, 32, 43, 53, 56, 59, 82, 101, 158 Sofocle 160 solidi 8,102-104, 109,112, 118,120 cubo o esaedro 46,102,135 dodecaedro 46,102-104,106 icosaedro 46,102-104,106 ottaedro 46,102 platonici 9,17, 46,47, 60, 102,103 tetraedro 46, 102-104 stella pitagorica 101 Talete di Mileto 8,11 tangram 44, 60,63,87,89,90,92-94,96-99, 122, 123, 125,127,131,132 Teeteto 9,17,29,33, 46 Teodoro di Cirene 9, 29, 32, 33, 46, 115 teorema 17, 21, 22, 32,33,35, 40,4247, 53, 54, 87,92,96, 97, 99, 114,124, 131, 132, 134, 148-150, 152, 161 di Pitagora 40, 44, 45, 96, 99, 114, 131, 132, 152 di Talete 8, 45, 124, 134 teoria della proporzione 8, 11,44,45,107, 109, 124, 125 dei tipi di Russell 162 Tolomeo, Claudio 8, 9,11, 15,17,30,41,49 Tolomeo I, Sotere 15, 17 Tolomeo II, Filadelfo 15 trattrice 77 triangolo 10,19, 20, 24, 26, 40, 44, 45, 52-55, 58, 59, 64-68, 71, 73, 76, 78,80, 84, 90-96, 98,99,101, 102, 104, 109, 115, 116, 121-124, 126, 127,132-135, 138, 139 criteri di uguaglianza 64,95 rettangolo 44,45, 52, 64, 96, 99,115, 116,124, 138, 139 somiglianza 124 trivio 7 unità 42,51,79,119,138,143,144,146,150,153 di misura 113-115,116 Zenone 11,29,34,41,109-111,117 INDICE 167