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Текст
Li chiamano “i Fab Four”, perché mai prima quattro atleti così grandi si
erano confrontati nello stesso periodo. Hanno aperto le danze Roger Federer
e Rafael Nadal, l’uno interprete di match di precisione ed eleganza, l’altro
guerriero instancabile, pronto a ribaltare svantaggi e infortuni con il sorriso.
Novak Djokovic si è inserito come terzo incomodo, conquistandosi un posto
d’onore con determinazione e orgoglio tutto serbo. A sparigliare le carte ci
ha pensato Andy Murray, capace di improvvisi exploit che hanno riportato
speranza alla patria del tennis. Il giornalista Stefano Semeraro, che ha
vissuto da testimone questo appassionante romanzo sportivo, ci restituisce i
ritratti dei quattro protagonisti, riporta dichiarazioni pungenti, svela i segreti
e le piccole manie, tratteggiandone la parabola sportiva e soprattutto umana.
Perché non bastano la tecnica, il duro allenamento o l’esperienza a costruire
un campione: vince chi sa resistere alle pressioni, scegliere uno staff che sia
pungolo e conforto, lavorare senza sosta sui punti deboli, portare la mente e
il corpo oltre il limite. E ora li aspetta l’ultima sfida: accogliere il tempo che
avanza e prospetta, dopo vent’anni di dominio assoluto, l’imminenza di un
addio. Le statistiche presto ci diranno chi ha collezionato più coppe e
record, ma oltre i numeri resterà un dubbio: i Fab Four sarebbero esistiti a
questi livelli l’uno senza l’altro?
O è stata la storia di sfide incrociate, rivalità, stima, ambizione e amicizia a
renderli ancora più grandi del loro talento?
STEFANO SEMERARO
(Bologna, 1963) scrive da trent’anni per La Stampa di
Torino, per cui ha seguito un centinaio di tornei dello Slam. È stato
commentatore di Eurosport e ha collaborato con il Corriere della Sera,
Tuttosport, il Corriere dello Sport e Vanity Fair. Da gennaio 2020 dirige lo
storico mensile Il Tennis Italiano. Tra le sue pubblicazioni più recenti, si
ricordano il bestseller Il codice Federer (Pendragon 2018) e Maestro
nascente (Gribaudo 2020).
Stefano Semeraro
I Fab Four
Federer, Nadal, Murray, Djokovic: vent’anni di sfide che hanno
cambiato il tennis
Sonzogno
A Sebastiano e ai Fab Four:
Arianna, Lorenzo, Lolò e Davide
Io non racconto e non rivedo che ciò che maggiormente è rimasto impresso a me.
EMILIO LUSSU
L’arte dello scrittore consiste, per intero, nel lasciar fuori qualcosa.
ROBERT LOUIS STEVENSON
Puoi osservare molto solo guardando.
YOGI BERRA
In copertina: illustrazione di Margherita Tramutoli
© 2021 by Sonzogno di Marsilio Editori® s.p.a. in Venezia
Prima edizione digitale 2021
ISBN 978-88-454-0533-4
www.marsilioeditori.it
ebook@marsilioeditori.it
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Indice
Introduzione
Prologo
1. Riti di passaggio
Cambio di rotta
Madre e maestra
Kapaonic Village
Ritratto del tennista da cucciolo
Ogni uomo è un’isola
Genio ribelle
Roger il Magnifico
2. Fuori di casa
Diecimila sterline
Orizzonti di gloria
Morte nel pomeriggio
Passaggio di consegne
Black-out
Macerie
Otto e trenta di mattina
Gips
Un ragazzo di Maiorca
Chiglie e prime di servizio
Slam, dolce Slam
Filippo il greco
Un ginocchio di nome Kermit
L’era di Federer
Uno slogan di successo
3. Rivalità elette
Sessantanove minuti
Nadal e la sua gente
Il primo sangue rosso
Un ragazzo fortunato
Mejo de Totti
Oh, Maggie
4. Match point con la Storia
Vuoti d’aria
Il Terzo Uomo
Melbourne luna park
5. La partita del secolo
Wimbledon, Maiorca
La notte prima degli esami
La rivincita dell’Invencible Armada
I dubbi del campione
Safin si inchina
I pronostici li azzecca solo chi li fa
La sera dei miracoli
La partita delle partite
Centre Court in the dark
6. Sovvertimento dei giochi
Number One
Jump, Jimmy, jump!
Il diritto del più forte
Delpo Time
La riva fatale
Showtime
La ricerca della perfezione
Un calcio alla storia
Laureus Awards
Nole l’Imbattibile
L’eccezione francese
Dimmi cosa mangi e ti dirò quanti ne vincerai
E per pasto un filo d’erba
Sitting in an English garden, waiting for the sun
Ogni mattina
De Sade Tennis
Lunedì mattina, a Melbourne
I’m a legal alien
Il re della terra
Purple Games
Lo Straniero
Times Square
Grande Slam
7. Finale di partita?
Fragole con rabbia
Fred!
Va tutto bene, Andy
Le ragioni del corpo
La Davis, finalmente
Money, money, money
Stan l’intruso
Sparta, New York
Un papà per Maestro
La fine di un tabù
Provaci ancora, Andy
Un re sotto scacco
Interludio a Maiorca
Ancora tu?
La storia si ripete
Djokovic returns
Chiamate il signor Wimbledon!
Festa d’addio
Lockdown tennis
La presa del Roland Garros
Epilogo
Nota bibliografica
Ringraziamenti
I FAB FOUR
Introduzione
Sono vent’anni, nel caso di Federer anche di più, che seguo i Fab Four in
giro per il mondo, scrivendo di loro per La Stampa, per un periodo per il
Corriere dello Sport e ultimamente anche da direttore del Tennis Italiano.
Quando mi è stato proposto un libro su di loro, sulle imprese che stanno
delimitando un’epoca d’oro del tennis, lo confesso, mi sono sentito un po’
perso. Difficile trovare quattro soggetti così nobili da raccontare, ma ancora
più difficile scovare il modo giusto di farlo, dopo tanti anni passati alle loro
calcagna. Impossibile poi, a meno di produrre un tomo di dimensioni
inquietanti – con il rischio di annoiare molto – pretendere di raccontare tutti
i loro successi, i loro record, le loro sfide. Così ho pensato di seguire
l’istinto. Di riprendere sì in mano vecchi appunti e compulsare biografie e
autobiografie, ma anche di consegnarmi alla suggestione dei miei ricordi di
inviato. E di affidare a un mix di documentazione e narrazione il taglio,
come si dice fra giornalisti, di questo volume. Mi scuso dunque in anticipo
con chi non ritroverà nelle pagine quel match, quel torneo, quella statistica.
L’avventura di Roger, Rafa, Novak e Andy è talmente ricca e densa che su di
loro si potrebbero scrivere dieci libri diversi, e nessuno la esaurirebbe
completamente. Io mi sono accontentato di scrivere il mio, dal mio
personalissimo punto di vista.
Prologo
Milano, piazza Stuparich. Il campo è di un verde acrilico quasi irritante,
gli out azzurri. Intorno il palazzetto è piccolo, soffocante. Una palestrona
figlia del boom economico, con la luce che piove dall’alto delle vetrate
ferroviarie e gli spettatori dell’anello superiore che si appoggiano alla
balaustra di metallo come in una casa di ringhiera. È lì da quarant’anni
esatti, con la sua aria da arnese del dopoguerra. Si stenta a credere che in
quel luogo dimesso, un po’ scrostato, si è fatta la storia del basket. Che ci
hanno suonato i Rolling Stones, i Police; che nel metro quadro dove sta
servendo Julien Boutter ha recitato Dario Fo, quando non immaginava
neppure lontanamente che avrebbe vinto il Nobel; che ci ha parlato Bettino
Craxi e che sempre lì, nel 1972, Enrico Berlinguer è stato nominato
segretario del Pci.
Oggi è il 4 febbraio 2001, il Partito comunista italiano non esiste più da
dieci anni. Dall’altra parte della rete, di fronte a Boutter, c’è un ragazzo
molto nervoso, che gioca benissimo a tennis e vuole vincere la finale del
torneo Atp di Milano.
È nato a Basilea, e gli unici cromosomi non svizzeri sono quelli
sudafricani di sua madre Lynette; per il resto ha il classico aspetto del
confederato dolomitico: capelli castani raccolti in un codino vagamente
barbarico, fisico potente ma agile, naso a patata e un grugno bonario che
quando sorride, o si commuove, gli sprofonda gli occhietti in fondo agli
zigomi montagnosi.
Siamo al match point e Boutter potrebbe alzare una mano e dire: «Okay,
ragazzi, dobbiamo rifare tutto.» All’inizio del secondo set, il giudice di
sedia Lars Graff ha commesso un errore tecnico: Boutter ha servito per
primo nel tie-break che gli ha regalato il set; la battuta spettava quindi al suo
avversario, non a lui. «Per tutto il game non facevo che ripetermi: Non tocca
a me battere, non tocca a me…»
Così si è distratto e il ragazzotto gli ha strappato il servizio. Ma Boutter è
un animo nobile. È già contento di essere lì, il tennis per lui non è tutto. Al
professionismo è arrivato tardi, dopo aver finito gli studi: vede le cose in
prospettiva. In settimana ha visitato la città, fatto shopping da Versace, in
via Monte Napoleone si è comprato un paio di scarpe di ottima fattura che
continuerà a portare per altri vent’anni, quando gli capiterà di rispondere
per l’ennesima volta alle domande di qualche giornalista curioso su quella
vecchia partita che sta giocando – anzi, sta perdendo – proprio ora.
L’avversario aggiusta le corde sul telaio della sua Wilson, poi serve una
prima palla forte, veloce, non irresistibile, che Julien riesce a rimettere
centrale. L’altro taglia un rovescio d’approccio e scende a rete. Julien è in
affanno, fuori equilibrio; appoggiato sull’esterno del piede destro riesce
giusto a steccare un diritto che si inarca goffo sotto la volta del palazzetto e
finisce lungo oltre la linea di fondocampo.
Il giovane svizzero alza le braccia al cielo, si piega all’indietro
mostrando – ma solo per un attimo – la schiena all’avversario prima di
stringergli la mano. Perché è così che si fa nel tennis, ed è così che il padre
Robert e Lynette gli hanno insegnato, ripetendo il concetto fino allo
sfinimento.
«Ero andato vicino alla vittoria già a Basilea, poi a Marsiglia: sapevo che
era solo questione di tempo. Ma quando è successo mi sono sentito davvero
sollevato. Mi sono detto: Male che vada, un torneo lo hai vinto. È stata una
grande settimana per me, eppure ero sotto pressione perché tutti mi
consideravano il favorito. Boutter serve molto bene, e non sai mai come si
può mettere una partita. Ma volevo assolutamente accaparrarmi il mio
primo titolo. È stato quel desiderio a fare la differenza.»
A premiarlo c’è Fabio Della Vida, il talent scout che anni prima aveva
insistito a lungo con l’Img, la grande società di management americana per
cui lavora, perché lo mettesse sotto contratto. È lì perché il trofeo è intitolato
a suo padre Carlo, il più grande organizzatore di eventi sportivi che l’Italia
abbia conosciuto, fondatore del torneo di Milano. «Bravo, te lo sei meritato»
gli dice Fabio in inglese. «E stai tranquillo, questo è solo il primo di una
lunga serie.»
Che la serie avrebbe superato i cento, però, al momento non lo immagina
nessuno. Né Fabio, né il pubblico, né Julien Boutter, né il ragazzo che alza,
felice e parecchio commosso, la coppa. Si chiama Roger Federer.
Il palazzetto invece è il vecchio Palalido, che sarà abbattuto una decina
di anni dopo per la costruzione di un nuovo impianto. È lì che inizia questa
storia, forse la più incredibile del tennis, lunga ormai vent’anni e non ancora
finita. Da lì e da una partita che, per ironia della sorte, non era neppure
regolare.
Escuela Balear del Deporte, Palma di Maiorca. Rafa ha quattordici anni e
a gennaio, a Tarbes, ha vinto il torneo Les Petits As, la culla dei campioni.
Molti di quelli che lo vincono diventano fuoriclasse. Le ragazzine, dopo la
finale, sono corse da lui, che ha il viso abbronzato incorniciato da un
caschetto di capelli scuri, gli occhi piccoli, vivaci e un po’ guardinghi, il
naso a punta e muscoli che già guizzano sotto la maglietta. Perché non si
montasse la testa – un peccato mortale per i Nadal – la madre Ana Maria in
quell’occasione aveva suggerito a Maribel, la figlia di nove anni, di mettersi
svelta in fila per l’autografo.
Arrivato il suo turno, Maribel ha fissato negli occhi il fratello
porgendogli un foglio di carta. «Posso avere anch’io un autografo, señor
Nadal?» Rafa ha abbozzato, con l’aria perplessa e un po’ impacciata che
avrà anche qualche anno dopo, davanti alle prime domande in inglese delle
conferenze stampa postpartita. Ha guardato i genitori. Ha capito.
Come ha fatto, forse con più fatica, il giorno in cui gli è stato comunicato
che in autunno sarebbe andato all'Escuela del Deporte, a Palma di Maiorca,
come suo zio Toni. Una tradizione, un patto da rispettare. Un ragionamento
pragmatico: «Se smetti di studiare e poi ti va male con il tennis, cosa farai?»
Sul campo Rafa, con la racchetta in mano, risponde sempre, stringendo
già il pugno quando il colpo è vincente, ma a quell’argomento non sa cosa
opporre. Zio Toni, poi, non ammette repliche. Rafa ricorda ancora lo
sguardo con cui l’ha fulminato di ritorno da una trasferta in Sudafrica,
quando in casa lo avevano accolto con striscioni e regali.
«Domani ci vediamo sul campo alle nove.»
«Ma zio, sono tornato oggi, neanche un giorno di riposo…»
«Alle nove.»
C’è un patto fra Toni e suo fratello Sebastián, il padre di Rafa: lo zio si
occuperà dell’educazione tennistica del nipote e in cambio riceverà una
quota dei guadagni dell’azienda di famiglia. Toni ha intenzione di onorarlo,
quel patto, ma nessuno deve intromettersi fra lui e il niño.
L’Escuela, poi, non è male: ci sono i campi da calcio – il suo secondo
sport preferito –, le scuole di vela e di ciclismo, le palazzine bianche che si
affacciano sul nastro grigio chiaro del Carrer de Marbella. Il cielo è azzurro,
anche d’inverno, e il mare, lo stesso che bagna Porto Cristo, è a poche
decine di metri. Rafa può allenarsi, studiare, sognare di diventare, prima o
poi, numero uno del mondo come il suo idolo Carlos Moyá, un altro figlio di
Maiorca. Sul tavolo quel giorno di febbraio c’è un giornale sportivo, con il
risultato di un torneo che si è giocato a Milano. Ma Rafa non ci fa troppo
caso.
Dunblane, Scozia. Fuori fa un freddo cane, si gela anche sul furgoncino
con cui la signora Judy ha portato la sua piccola truppa a giocare un torneo
oltre il confine, in Inghilterra. I suoi due figli, Jamie e Andy, si sono
comportati bene, tutti e due sono arrivati in finale. Andy ha addirittura
vinto. Eppure non sembra contento. Qualcosa gli gira per la testa, non fa che
guardare fuori dal finestrino.
«Andy, tutto bene?»
«Sì, mamma.»
«Sicuro?»
Judy è stata una discreta tennista da giovane. Nessun colpo che facesse la
differenza, ma un gioco completo, a tutto campo, gambe svelte e
l’intelligenza necessaria per anticipare le mosse delle avversarie. Fra gare
junior e senior ha vinto più di sessanta tornei in Scozia, la casa dei Murray è
piena di coppe. A metà degli anni Settanta, Judy ha provato la strada del
professionismo, ma la sua avventura non è durata molto. Ha abbandonato
tutto e non se ne è pentita, non troppo. Avrebbe insegnato, era deciso, anche
se allora non sapeva che gli allievi migliori ce li aveva in casa. Il matrimonio
con William Murray non ha resistito a lungo, la coppia si è separata quando
il figlio più piccolo aveva dieci anni. Adesso i ragazzi vivono con il padre,
ma è Judy che si occupa della loro educazione sportiva.
A otto anni, Andy rimase coinvolto in quello che i giornali chiamarono il
«massacro di Dunblane», una delle più grandi stragi scolastiche nella storia
del Regno Unito. Era il 13 marzo 1996 e, dopo aver finito di spalare la neve
davanti a casa sua, Thomas Hamilton entrò nella Dunblane Primary School
e sparò a sedici bambini, uccidendoli tutti insieme a una maestra. Poi si fece
saltare il cervello. Hamilton aveva quarantatré anni, faceva lo scout di
giovani talenti, qualche volta Judy gli aveva anche dato un passaggio in
macchina. Quel giorno Andy e Jamie stavano per entrare in palestra, ma
appena scattò l’allarme vennero trascinati nell’ufficio del preside da
un’insegnante. Si nascosero sotto la cattedra, e da lì sentirono gli spari, le
grida, tutto. Non ne parlano mai in famiglia («È il pensiero di un serial
killer seduto in macchina accanto a mia madre, lo capite?»), ma ogni tanto
Judy guarda Andy e si chiede se le tracce di quella tragedia spariranno mai
dalla sua memoria. La risposta è sempre la stessa.
«Mamma?»
«Sì, Andy?»
«Mamma, qui in Scozia fa sempre freddo. E non ci sono abbastanza
campi per allenarsi al coperto. Poi per fare i tornei dobbiamo sempre
spostarci…»
«Lo so, lo so… Pensa che quando ero giovane io, di campi coperti in
Scozia non ce n’era neppure uno, e pochi anche in Inghilterra.» Sarà per
questo, pensa Judy – ma se lo tiene per sé –, che nessun britannico ha più
vinto Wimbledon dopo Fred Perry, negli anni Trenta.
«Ho capito, ma hai presente Rafa, il mio amico spagnolo, quello forte?»
«Certo. Nadal, mi pare faccia di cognome, ha un anno più di te, e come
te ha vinto a Tarbes.»
«Ecco, lui mi ha detto che in Spagna, a casa sua, c’è sempre il sole, e che
si allena all’aperto perfino d’inverno. Mi ha detto che se voglio posso
andarci anch’io, che ci sono un sacco di accademie, così imparerei a giocare
sulla terra battuta.»
«Scordatelo, Andy.»
«Potrei andare con Jamie. O da solo. Potrei stare con Rafa, mi allenerei
con lui. Che ne dici, ma’?»
Judy pensa alla sua carriera, ai viaggi che ha fatto, all’Italia che le
piaceva tanto, e non riesce a dare torto ad Andy. Però la Spagna… Forse
anche in Italia si gioca all’aperto, organizzano un sacco di tornei da quelle
parti.
«Dico che costa un pozzo di soldi. Adesso comunque è troppo presto. Ne
parlerò con tuo padre. Per favore, non fare quella faccia, Andy. Ho detto che
ci penseremo.»
Niki Pilić Academy, Monaco di Baviera. Nikola Pilić – ma tutti lo
chiamano Niki – fra gli anni Sessanta e Settanta è stato un grande tennista.
Croato di Spalato, numero sei del mondo e vincitore di una semifinale a
Wimbledon nel 1967, quando batté il grande Roy Emerson prima di
incappare in John Newcombe, che il torneo avrebbe finito per vincerlo. Pilić
è un pezzo d’uomo, alto uno e novanta, fisico asciutto e volto da attore: non
a caso, nel 1968, il miliardario Lamar Hunt lo ingaggiò per la sua troupe di
professionisti, gli Handsome Eight, gli otto belli, offrendogli un sacco di
soldi. È un bell’uomo anche adesso che ha passato i sessanta, e che i
campioni invece di sconfiggerli li costruisce nella sua accademia tennistica
in Germania. Una delle regole che si è dato riguarda l’età: non accetta
allievi sotto i quattordici anni.
L’anno scorso, però, la sua vecchia amica Jelena Gencic gli ha scritto a
proposito di un ragazzino di dodici anni e mezzo che sta seguendo a
Belgrado: «Niki, per favore, prendilo con te. Io non posso più stargli
dietro.» Pilić ha deciso di dare un’occhiata al piccolo fenomeno: ci ha messo
cinque minuti, forse meno, per capire che valeva la pena fare un’eccezione.
Il ragazzo ha dentro qualcosa di speciale, ma c’è tanto su cui lavorare,
soprattutto su servizio e volée. E pure sul diritto, mentre con il rovescio la
palla di Nole viaggia già che è un piacere.
Poi, ma questo Pilić lo scoprirà quando il giovane Djokovic si sarà
trasferito in pianta stabile a Monaco, bisogna capire perché gli capita così
spesso di sentirsi stanco, affaticato e di dormire male la notte. Forse è colpa
dei bombardamenti di cui Novak è stato testimone fra gli undici e i dodici
anni, durante gli attacchi Nato su Belgrado.
«I rumori forti mi danno fastidio» ha spiegato a Niki in una pausa dagli
allenamenti, dopo avergli confessato che ogni tanto, oltre alle bombe, sogna
di alzare la coppa di Wimbledon. Proprio come Pete Sampras. Se ne è anche
costruito una finta, con materiali recuperati qui e là.
Maledetta guerra. Meglio spegnere la tv, solo cattive notizie. Poi alle tre
Niki ha promesso a Novak di lavorare un po’ sullo smash, che proprio non
funziona. E si è mai visto un numero uno del mondo che non sa smecciare?
1
Riti di passaggio
Cambio di rotta
Entrano nel Centre Court uno dopo l’altro, prima il ragazzo poi il
campione, come vuole il protocollo. Passano sotto la frase di Kipling
stampigliata in lettere d’oro sulla parete del club – «If you can meet with
Triumph and Disaster / And treat those two impostors just the same» –
lanciandole un’occhiata distratta. Pete Sampras, che per qualcuno è già il più
grande tennista della storia, la conosce a memoria. Degli spogliatoi dell’All
England Club potrebbe disegnare anche le crepe nei muri. I Championships
li ha vinti sette volte. L’ultimo a riuscirci prima di lui è stato molto tempo
fa, fra il 1881 e il 1889, William Renshaw.
Pistol Pete è nato quasi un secolo dopo, a Washington, da due emigrati
greci, ed è cresciuto nella California del Sud, la culla del tennis yankee. Ma
la mistica del torneo – legno ricoperto di rampicanti; torrette sparse sul
verde dei campi che dimostra l’esistenza del dio del lawn tennis; infinite
fioriere e interminabili silenzi gonfi di ricordi e di emozioni –, insomma,
quella piccola estasi, la conosce benissimo. Fra poco compirà trent’anni, e
un inizio di alopecia gli sta diradando i riccioli scuri; i capelli del suo
avversario, invece, raccolti in un codino e stretti sulla fronte da una bandana
immacolata, sono lisci e compatti.
A differenza sua, Federer non ha guardato neppure il distico che
racchiude il principio dello stoicismo vittoriano. Anche lui ha già vinto il
torneo, ma da under 18 nel 1998, quando l’unica cosa che contava era
battere nella volata per il titolo di miglior junior del mondo Julien
Jeanpierre, un francese di cui oggi nessuno si ricorda. Poi, però, a
Wimbledon Roger non ha più portato a casa una partita.
«Puoi batterlo» gli dicono amici e parenti prima del match contro
Sampras, e lui è d’accordo: «Ho giocato un’ottima annata» riflette, «ma non
puoi essere sicuro di nulla, non al cento per cento.» Pete, dopotutto, è Mister
Erba. Si è preso sette degli ultimi otto Wimbledon, e dal 1993 ha perso solo
una delle cinquantasette partite che ha giocato a Church Road, nei quarti del
1996, facendo da incudine al martello batavo di Richard Krajicek.
Oggi è il Manic Monday, il lunedì da delirio in cui si giocano gli ottavi
maschili, il più bel giorno di tennis dell’anno. Gli stand sono pieni, fa caldo,
e i chioschi del liquore Pimm’s fanno affari d’oro. Sampras cammina
sghembo, con la sacca sulla spalla sinistra; Federer invece ha la schiena
diritta come un fuso. Palleggiano per riscaldarsi, e il brusio nell’aria è
quello del Covent Garden prima che nei teatri si alzi il sipario. Ancora due
minuti, signori. Silenzio, per favore. Pronti? Giocate.
Il campione americano carica le sue traiettorie, e le foglioline di loglio
restituiscono la sfera gialla con un bagher che fugge via. Serve la prima
palla a duecento, la seconda è poco più lenta, ma egualmente pericolosa.
Roger guarda in alto: il muro dei volti non offre nessuna via di fuga. Gli
obiettivi opachi dei fotografi, le bluse leggere delle signore e le giacche di
panno dei gentlemen recitano all’unisono, insieme al buio che copre le
ultime file, l’undicesimo comandamento: «Non sfuggire al tuo destino.»
Anche se ha il volto del poster che tenevi appeso in camera da ragazzino.
Poi Sampras sbaglia un servizio, e proprio sul set point nel tie-break del
primo set.
«Sapevo» dice Federer, «che vincere il primo set era importante.
Recuperare da un set point sotto mi ha ridato fiducia. All’inizio la sua
seconda di servizio era veloce come la mia prima. Possibile?, mi chiedevo.
Poi pian piano ho capito che potevo anche rispondere, qualche volta.»
Ora il set point ce l’ha Roger. Scende a rete, muovendosi su invisibili
cuscinetti a sfera, e picchia due volte sul rovescio di Sampras che, in ritardo,
butta il passante a rete. «Mr Federer leads 7-6 in the first set.»
Il secondo set lo vince Sampras, il terzo di nuovo Federer. Quando Pete
si prende il quarto al tie-break, con Roger capace di raggranellare appena
due punti, i ventagli delle signore iniziano ad agitarsi nervosi. «Avevo un
fastidio agli adduttori» continua lo svizzero, «e l’ho detto al mio coach Peter
Lundgren, ma paradossalmente questa cosa mi ha aiutato. Sapevo di essere
in forma, ero pieno di fiducia.»
Nel tennis, però, basta poco a incrinare cristalli all’apparenza
solidissimi. «Fino al 4 pari nel quinto tutto procedeva bene, poi sono
arrivate due palle break e di colpo ho avuto paura.» Due volée di rovescio;
la seconda, più che un colpo di tennis, sembrava un affondo alla
D’Artagnan. «Per fortuna l’ho messa in campo, e per fortuna Pete ha
sbagliato il passante di diritto sulla seconda palla break, un colpo che di
solito non sbaglia mai. Sono sopravvissuto, mi sono sentito più forte.»
Sul 6-5 per Roger, Pistol invecchia nello spazio di due mosse: due volée
che evaporano nel tepore di un pomeriggio inglese. La risposta del maghetto
svizzero trova il timing perfetto, prima di rovescio poi di diritto, e la pallina
atterra in campo ma lontana dalle speranze del campione. Il ragazzo si
inginocchia, rotola, e infine piange lanciando le braccia al cielo. Sampras
guarda la moglie Bridgette in tribuna, poi tende a Federer la mano aperta
sopra la rete. In quella stretta rapida c’è lo stesso confine instabile, ma netto,
che separa due oceani al largo di Cape Point. È l’unico contatto fra due
correnti fortissime che ora il vento spinge in direzioni opposte.
Madre e maestra
Il cognome da ragazza di Judy Murray è Erskine, suo padre è stato
difensore dell’Hibernian Football Club, una delle squadre di calcio di
Edimburgo, e di altri team. Ha anche giocato a tennis, ma quando era
passato professionista a calcio gli era stato impedito di continuare. Judy ha
imparato a giocare a tennis a cinque anni, sui campi in blaes – un sostituto
della terra rossa ottenuto pressando gli scarti di miniera – del Dunblane
Tennis Club, un destino al quale del resto non si sarebbe potuta sottrarre. I
genitori erano due fanatici del gioco: durante la quindicina del torneo di
Wimbledon, radio e tv erano stabilmente sintonizzate sulla Bbc. La signora
Erskine «dalla poltrona mi illustrava i vari tipi di colpi, spiegandomi perché
un giocatore stava battendo l’altro e che cosa avrebbe fatto lei in quella
situazione. Solo molti anni dopo ho capito che non aveva la minima idea di
che cosa stava dicendo». Il padre è più spiccio. E soprattutto pensa che nello
sport devi badare al risultato, non a fare i complimenti all’avversario.
Judy comunque è brava. Quando le regalano la prima Dunlop, inizia a
vincere. A sedici anni lascia la scuola, le aspirazioni rivolte a un unico
obiettivo: il tennis professionistico.
Ci prova. Un’estate si trova davanti Mariana Simionescu, la fidanzata di
Björn Borg, creatura mortale con il privilegio di camminare al fianco del
mito del tennis, che la batte facilmente ma che poi invita al bar del Club de
Campo di Barcellona per un drink.
«Ti dispiace se passiamo un attimo negli spogliatoi, prima?» Ed è lì che
Mariana accende estatica una sigaretta. «Sai, Björn non vuole che fumi, così
devo farlo di nascosto.»
Fin lì Judy è arrivata da sola, a proprie spese. La Federazione ha deciso
di appoggiare solo le sei migliori ragazze britanniche, e Judy è la numero
otto. Due posti che rappresentavano «la distanza fra ottenere quello che
avevo sempre sognato e ritrovarmi con nulla».
Il giorno dopo, in fila alla cassa, si accorge che di fianco a lei c’è Wojtek
Fibak, il numero cinque del mondo, e per poco non sviene. È sul
palcoscenico, ma fatica a dire una battuta, così spia incantata fra le quinte.
Ma quando si fa scippare portafogli e passaporto all’ufficio postale di
Barcellona è come se le strappassero di mano il copione.
Rimpatriata grazie all’aiuto dell’ambasciata inglese, due giorni dopo
deve affrontare il padre nel salotto di casa: «Cara, credo che sia troppo
pericoloso. Tu non ce la puoi fare da sola, e noi non possiamo
accompagnarti. È meglio se lasci stare.» Affettuoso, ma realista e spietato.
Quante carriere sono finite così?
Lentamente il tennis scivola di lato, nella sua vita, ma senza uscire
dall’inquadratura. Judy insegna ai ragazzini, partecipa a qualche torneo
nazionale, e si mantiene girando la Scozia per vendere dolci all’ingrosso. Lo
fa bene, tanto che Woolworths la assume come national account manager a
Glasgow. «Ed è lì che ho incontrato il papà dei miei ragazzi.» Nella sua
autobiografia questo è uno dei pochissimi accenni a Will Murray, manager
regionale della Rs McColl. Nel 1986, quando nasce Jamie, Judy è ancora la
numero uno di Scozia, attiva e in forma. Andy arriva un anno e mezzo dopo,
e i Murray decidono di trasferirsi di nuovo a Dunblane.
È qui che dimostra il suo talento innato per la didattica sportiva. Adora i
suoi allievi, che ricambiano appieno il suo amore, e quando fa partire i corsi
di tennis, i genitori sono entusiasti di lasciarle la prole. La Dunblane High
School, sotto la bacchetta magica di Judy, diventa la Hogwarts del tennis
scozzese.
Quando scocca il millennio, Judy è in difficile equilibrio fra entusiasmi e
conti in rosso, una donna caparbia che un tassello dopo l’altro sta
realizzando il suo progetto: scoprire e allenare un degno erede di Fred Perry.
Non è necessario che sia uno dei suoi due figli, Jamie e Andy; l’importante
è che sia scozzese, così da fargliela vedere, a quelle teste vuote della
Federazione inglese.
«È stato solo quando ho messo per la prima volta le palline
nell’asciugatrice che mi sono resa conto che stavo pensando al tennis in
maniera differente.» Gli scozzesi non amano spendere, un luogo comune
così sfruttato da essere vero, almeno quanto l’altro adagio che recita: «Sono
andato un attimo in bagno e mi sono perso l’estate in Inghilterra.» Nella
patria del tennis su prato piove, piove tantissimo, e anche a fine Ventesimo
secolo mancano quasi del tutto i campi coperti, figuriamoci in Scozia. I
ragazzini a Dunblane sono abituati a giocare all’aperto, con le mani
intirizzite e le gote arrossate; il problema è che alle palline, dopo, non puoi
fare una doccia calda e offrire un tè.
«Il primo rimedio a cui ho pensato è stato metterle sul termosifone, ma
poi l’intera casa puzzava di umido. E puzzavano anche le palline. Poi ho
provato con l’asciugatrice, e i risultati sono stati misti: la sabbia che le
impregnava si infilava negli ingranaggi e la plastica delle cuciture si gonfiava
fino a scucirsi. Allora le ho avvolte in vecchi stracci di lana, per tenerle
strette ed evitare che la sabbia si spargesse in giro. Le palle sono
sopravvissute, e così il tennis a Dunblane.»
Questa fu la prima di una serie di genialate necessarie ai ragazzi per
giocare il più possibile, a costi ridotti e adattandosi alla situazione. «Mater
artium necessitas» dicevano i latini, «la necessità è la madre delle
invenzioni», e in questa storia è sulla parola «madre» che bisogna mettere
due volte l’accento. A Judy infatti l’inventiva non manca, e se Andy e il
fratello maggiore Jamie sviluppano una straordinaria coordinazione occhimano è grazie alla capacità della madre di tenerli occupati e farli divertire
senza spendere più di ciò che consentirebbe il magro budget familiare.
Il primo match lo giocano lanciandosi palloncini da una parte all’altra
del divano; poi è il turno del ping-pong «da cucina»: i coperchi delle scatole
di biscotti fanno da racchette e le confezioni di cereali messe in fila in
mezzo al tavolo separano i due campi. Ai ragazzi però non basta, e quando
il clima lo permette si spostano in giardino: gesso per tracciare le linee
sull’erba, due sedie come paletti e uno spago al centro a imitare la rete.
La routine prevede anche allenamenti su un campo vero, al circolo di
Dunblane, con Judy e la nonna. Ed è qui che a sei anni Andy rivela il suo
karma. «Sono stanco di giocare solo con voi» dice frignando nel bel mezzo
di una sera insolitamente dolce, tirando una racchetta che a malapena riesce
a sollevare. «Voglio giocare una partita vera!»
La ribellione del figlio spinge Judy a industriarsi. Sa di non potercela fare
da sola, occorre coinvolgere altri per creare le occasioni giuste.
«Che ne direste di venire a Dunblane a giocare i tornei under 10?» butta
lì ai coach con cui si incontra durante le trasferte. La categoria non è
prevista, ma si sa, le regole sono fatte per essere infrante. «Potreste portare i
ragazzi più grandi, che farebbero da arbitri e terrebbero il punteggio. E poi
magari tornei di swingball per tutti, gare di gavettoni e un bel picnic alla
fine.»
Ma la vita familiare non è tutta una festa campestre. Judy e Will non si
prendono, discutono, e alla fine decidono di divorziare. È il 1997: Pete
Sampras regna sull’erba, a Roger Federer manca ancora un anno per
diventare campione under 18 a Wimbledon. «Sul campo da tennis mi
sentivo felice, libero dai litigi di mamma e papà. Lì potevo veramente
sfogarmi» confessa Andy. Il più forte in famiglia all’epoca sembra Jamie, un
classico tennista di scuola inglese, da superfici veloci, portato per il serve &
volley. Nessuno, tranne Judy, si rende conto che il potenziale fuoriclasse è il
secondogenito. Un diamante grezzo, che a dodici anni inizia a emettere fasci
di luce.
«Quando mi viene in mente Andy da giovane» dice Judy, «penso che
non aveva nessuno dei programmi di allenamento specifico di cui invece
dispongono i dodicenni che vengono scelti dal “sistema” come future stelle.
Giocava a calcio, e il calcio serviva come esercizio per la forza e la
resistenza. Correva per un’ora, cambiando direzione, imparando a essere
veloce, lavorando sulle sue doti di anticipo. Utilizzava i muscoli che nel
tennis non usava e faceva riposare gli altri. Tutto ciò che apprendeva da
sport diversi non lo danneggiava, anzi, gli dava un vantaggio.»
Andy se la cava benissimo a calcio: un paio di anni e dovrà decidere se
seguire la carriera di nonno Erskine o darsi anima e corpo al tennis.
Kapaonic Village
I soldi sono fondamentali se vuoi diventare forte a tennis. Devi averli, o
conoscere qualcuno che sia disposto a investirli su di te. Sotto questo
aspetto, nascere a Belgrado alla fine degli anni Ottanta non era una buona
idea. Pochi mesi, e i Balcani si sarebbero di nuovo infiammati nella loro
storia millenaria di guerre e devastazioni, relegando lo sport in secondo
piano. Ma questo i Djokovic non potevano saperlo quando, due anni dopo la
nascita del loro primogenito Novak, decisero di spostarsi a Kapaonic, una
nota località sciistica, e aprire lì un ristorante-pizzeria. A Srdjan, suo
fratello Goran e la moglie Dijana sembra un’ottima opportunità per avviare
un business redditizio. Le radici della famiglia paterna poi sono a Mitrovica,
in Kosovo, non troppo distante da lì.
Da giovane, Srdjan ha fatto il calciatore nel Kf Trepça, proprio a
Mitrovica. Non era male, ma chi avrebbe potuto scovare un talento da quelle
parti? Sia lui sia Dijana sono ottimi sciatori, e così la decisione è presa. Nei
sei mesi all’anno in cui Kapaonic è coperta dalla neve, i Djokovic alternano
le lezioni di sci della mattina alla gestione serale di una pizzeria in
franchising con la Red Bull, con annessi crêperie e negozio di
abbigliamento.
La loro tempra di lavoratori non è però la sola cosa importante
nell’economia di questa storia, nella nascita di un talento immenso nel
luogo e nel momento più sbagliati della storia europea degli ultimi
settant’anni. Un ruolo centrale spetta ai tre campi in terra di cui è dotato il
Grand Hotel, un resort a quattro stelle con uno spazio dove è possibile fare
una partita di calcio o di basket, gli sport più popolari nella Jugoslavia di
quegli anni, oppure – stendendo un tappeto sintetico sopra il pavimento in
legno – anche di tennis.
Un posto da ricchi, in cui durante i mesi estivi arriva a dare lezioni una
delle protagoniste di questa vicenda, Jelena Gencic, scopritrice e prima
maestra di Monica Seles, la fuoriclasse serba rivale di Steffi Graf. Altri tre
campi in cemento si trovano oltre il parcheggio del ristorante dei Djokovic,
ed è lì, in un pomeriggio dell’estate 1993, che avviene l’incontro che cambia
la vita di Novak e della sua famiglia. «Era il primo giorno del mio primo
anno a Kapaonik, e stavo conducendo un tennis camp» racconta la Gencic
all’inviato del New York Times, Christopher Clarey. «C’era un ragazzino, in
piedi fuori dai campi, che mi fissava da tutta la mattina. Così alla fine gli ho
chiesto: “Ehi, ragazzino, ti piace? Sai cos’è questo? Vorresti provare?”»
Il giorno dopo il bimbetto di sei anni, capelli neri neri e occhi accesi di
entusiasmo, si presenta ai campi. Con sé ha una sacca da ginnastica, simile
a quelle che ha visto in tv sulle spalle dei campioni, ed è ordinatissima.
«C’erano una racchetta, un asciugamano, una bottiglia con l’acqua, una
banana, una maglietta di ricambio, un braccialetto e un berretto. “Chi ti ha
preparato la borsa?” gli ho chiesto, “tua mamma?” Ma lui ha risposto
stizzito: “No, sono io che gioco a tennis.”» C’era già tutto Novak in quella
borsa perfetta. «Il terzo giorno ho chiamato i genitori, e ho detto loro:
“Avete fra le mani un ragazzo d’oro.” La stessa cosa che dissi ai genitori di
Monica quando aveva otto anni.»
Nei quattro anni passati dall’arrivo dei Djokovic a Kapaonic il mondo è
cambiato. È scoppiata la guerra fra Serbia e Croazia, l’economia è crollata,
e la società civile è esplosa frantumandosi in etnie inferocite l’una con
l’altra. Kapaonic non è al centro delle operazioni militari, ma la situazione è
comunque drammatica.
«È stata Jelena Gencic a darci la forza, è una donna seria» racconta
Goran Djokovic. «Eravamo tutti insieme e avevamo il nostro progetto. Non
erano bei tempi, c’erano le sanzioni e la guerra era iniziata. Non era un
periodo facile per la Serbia, per la Jugoslavia, ma tutti i soldi che avevamo li
investivamo in Novak. Lui doveva essere la priorità della famiglia, avere
tutto ciò che gli serviva – la racchetta nuova, cibo sano e tutto il resto.
Avremmo potuto vivere molto più agiatamente se lui non avesse giocato a
tennis, ma avevamo una visione. La storia insegna che la famiglia è la cosa
più importante. È la famiglia che deve tenere tutti uniti.»
I Djokovic decidono di affittare dal resort i tre campi in terra che si
trovano un chilometro e mezzo più a valle, accanto all’Hotel Bezce. Uno è a
disposizione di Nole, che in estate può sfruttare le lezioni di Gencic, gli altri
due vengono subaffittati ai clienti dell’hotel. Jelena convince Novak ad
aggiungere una mano all’impugnatura del rovescio, e fra un allenamento e
l’altro gli legge le poesie di Puškin e gli fa ascoltare musica classica –
perché, anche se è destinato a diventare uno dei più grandi tennisti della
storia, non di solo tennis può vivere un ragazzo.
Kapaonic però è una cittadina piccola, di diciannovemila anime o poco
più. La gente mormora. «Parlavano alle nostre spalle, dicevano che eravamo
pazzi. “Ma chi si credono di essere? Come possono pensare che Novak
diventi qualcuno?”» Per crederci, alla periferia di Belgrado, oggi come
allora, serve una fede quasi religiosa. Meglio se sostenuta da incassi
cospicui e continui.
«Un’ora di tennis costava circa venticinque marchi tedeschi, perché
l’inflazione galoppava» racconta al Daily Mail Nebojsa Komatovic, che ai
tempi curava la manutenzione dei campi. «La famiglia Djokovic lavorava in
maniera incredibile, e tutti i guadagni finivano investiti nella carriera di
Novak. Per lui è stata una fortuna trovarsi a Kapaonic, difficilmente allora
avrebbe potuto trovare altrove strutture del genere, persino a Belgrado. E i
campi sembravano quelli del Roland Garros per come li curavo, ve lo
assicuro.»
L’Hotel Brezce fu distrutto dai bombardamenti della Nato nel 1999, ma
nel frattempo i Djokovic erano già tornati a Belgrado, per trovare i soldi –
sempre quelli – e gli aiuti necessari alla carriera di Novak.
Ritratto del tennista da cucciolo
Una confessione, perché ora possiamo permettercela: la scena in cui
Andy chiede alla madre di poter andare a Barcellona è inventata. La
richiesta no, quella Andy la fa davvero, e con toni decisamente più
perentori. Il colloquio avviene un anno dopo che Federer si è accaparrato
con grande stile il suo primo torneo a Milano, nel 2002, quando Murray sta
giocando i Campionati under 16 ad Andorra contro la Spagna di Nadal, che
dopo il successo del 2000 al torneo di Tarbes è ormai un piccolo divo. Tra
Rafa e Andy c’è solo un anno di differenza, i due fanno amicizia.
I cellulari esistono già, ma sono in pochi a usarli – di certo non un
ragazzino di nemmeno quindici anni –, così Andy si attacca alla cornetta e
chiama casa con addebito al ricevente. «Andy non era un fan del telefono (la
mia filosofia era nessuna nuova, buone nuove), quando quella sera me lo
ritrovai all’altro capo della comunicazione pensai che si trattasse di un
portafoglio rubato o di un passaporto smarrito.» In ballo, invece, c’era
qualcosa di molto più importante.
«Oh, Andy, ciao. Che succede?»
«Stavo giocando a racquetball con Rafa, e sai cosa mi ha detto? Che lui
non va in una scuola normale, ma che si allena tutto il giorno a Maiorca e
palleggia con Carlos Moyá e gente del genere! E a me invece, cosa mi
aspetta? L’università? Non ho nessuno, solo te e Jamie. Voglio andare in
Spagna… devo andare in Spagna!» Così, tutto d’un fiato. E stavolta le
circostanze e le parole sono autentiche, riportate nella bella autobiografia di
Judy Murray.
Il problema è che Jamie ha già assaggiato gli imprevisti e gli
inconvenienti di un allenamento lontano da casa, a Cambridge, nell’infido
Sud del Regno Unito, dove la Lta (Lawn Tennis Association, la Federtennis
inglese) aveva accorpato i suoi centri tecnici. Jamie avrebbe dovuto allenarsi
a Bisham Abbey, insieme a Ian Barclay, l’ex coach di Pat Cash, ma il
progetto era evaporato e Jamie si era ritrovato pieno di nostalgia per la
Scozia e poco seguito dai tecnici. Un anno fallimentare, che ha in parte
compromesso la sua carriera. Quindi, che fare con Andy? Ripetere l’errore o
farsi scappare l’occasione?
«Non voglio allenarmi con quelli della Federazione» continua Andy
digrignando i denti. «Guarda cosa hanno fatto a Jamie!» A spaventare il
ragazzo non è il distacco da casa, ma il patronato della Lta, che a quei tempi
non era proprio un think tank di menti illuminate.
Morale: a Barcellona i Murray ci vanno davvero, approdando
all’Accademia di Emilio Sánchez, ex top ten, e di Sergio Casal, sublime
doppista.
«Al secondo giorno della nostra visita, Emilio mi chiese se poteva
giocare un paio di set con Andy. “Certo, tutto quello che vuoi.”» Per
racimolare i soldi necessari a finanziare l’impresa, Judy ha sottoscritto
debiti e ipoteche, figuriamoci se non affida il pargolo all’esperienza di
Emilio. «Quando tornarono, Emilio disse ad Andy, con me presente: “Vai a
farti una doccia, ché io devo parlare un po’ con tua mamma.” Avvicinò una
sedia. “Be’, non mi era mai successa una cosa del genere” mi disse. Il mio
stomaco si contrasse. Andy era una testa calda a quei tempi, e quando
giocava si comportava malissimo, specie se perdeva. Pensai che qualcosa
fosse andato terribilmente storto» racconta Judy. «Quando tornai a
concentrarmi sulle parole di Sánchez, capii che mi stava raccontando che
erano arrivati in fretta sul 3 pari nel primo set, e che lì era cambiato tutto.
“Ci ha messo solo sei game per capire come battermi.” Sorrise. “È molto
intelligente, ed è raro trovare un ragazzo così giovane in grado di
comprendere il gioco a fondo e che adotti una varietà di soluzioni tale da
farti impazzire.”»
Insomma, è fatta. Questioni economiche a parte, certo. Per quello servirà
ancora un po’ d’aiuto.
Ogni uomo è un’isola
Che tipi sono quelli di Maiorca? Secondo John Carlin, che ha aiutato
Rafa Nadal a scrivere la sua autobiografia, sono dominati dalla loro
insularità e dal senso di appartenenza alla comunità. Stanno bene fra loro, si
conoscono, si annusano. Non hanno bisogno di niente che non si possa
trovare a Palma o a Manacor. Vivono in un cerchio magico.
I Nadal ne sono l’esempio perfetto. Ana Maria e Sebastián, i genitori di
Rafa e Maribel, sono nati e cresciuti a Manacor, come anche María
Francisca, la moglie del campione. Rafael Maymó, per gli amici Titín, il
fisioterapista che da sempre si prende cura dei muscoli dolenti di Rafa, e il
suo primo preparatore fisico Juan Forcades sono di Palma di Maiorca.
Carlos Costa e Jordi Roberts, detto Tuts, che gestisce i rapporti tra Nadal e
la Nike, di Barcellona.
A chi viene da fuori, i maiorchini possono sembrare chiusi e un po’
diffidenti, e in effetti la prima volta che lo vedo in una sala stampa, a Monte
Carlo, Rafa Nadal si guarda attorno con l’aria metà vigile e metà scocciata
di chi sospetta di avere sbagliato approdo. «Osservalo» mi dice una collega
catalana. «Non è tenerissimo? Sembra Mowgli, quello del Libro della
giungla.»
Quella di Rafa è una famiglia molto unita (fino a qualche anno fa
vivevano tutti insieme in una grande casa), tipicamente borghese, benestante
e imprenditoriale. E benedetta da cromosomi sportivi. Prima di diventare il
Seneca in calzoncini del nipote, zio Toni ha provato la strada del
professionismo nel tennis, senza grande fortuna; da giovane era fortissimo
nel tennis tavolo e nel nuoto. L’altro zio, Rafael, ha giocato a calcio, ma non
al livello di suo fratello Miguel Ángel, che da difensore ha vestito la maglia
del Barcellona e della nazionale spagnola. Per i blaugrana ha giocato otto
stagioni e vinto una Coppa dei campioni, in nazionale ha sessantadue
presenze.
Nonno Rafael, il padre di Sebastián, era musicista, il direttore
dell’orchestra e del coro delle Baleari. Fu il primo a fare ascoltare dal vivo,
in teatro, la Nona di Beethoven ai suoi compaesani. Era un’istituzione. I
nonni materni di Rafa invece erano mobilieri, specializzati in letti,
ovviamente i migliori delle Baleari. Spirito competitivo ed etica del lavoro,
in abbondanza; arroganza, zero. A Maiorca questo è un comandamento: mai
credersi meglio degli altri. Chi vince – e questa è una regola che Rafa segue
fin da bambino – vince per tutti.
Sebastián, il padre di Rafa, è il maggiore dei figli di Rafael senior. Ha
investito il suo talento artistico nell’orchestrazione di una vita sicura, e ha
cambiato spesso mestiere: barista, venditore di macchine usate, impiegato di
banca, dipendente e poi proprietario di una vetreria, salendo sempre di
livello e badando al sodo, guidato dalla convinzione che c’è un tempo per
ogni cosa e che ogni cosa ha un suo valore.
Così, il giorno in cui riaccompagna a casa il figlio di dieci anni dopo un
torneo a Palma in cui ha inaspettatamente perso da un ragazzino più debole
di lui, proprio non riesce a capire l’atteggiamento di Rafa. È settembre, il
sole è caldissimo e la vita è una camicia fresca appena stirata ancora da
indossare, ma Rafa sembra di ritorno da un funerale.
Due anni fa ha vinto il campionato under 12 delle Baleari, è forte, lo
sanno tutti, anche se in famiglia si guardano bene dal ripeterglielo troppo
spesso. Ma può capitare di perdere, no? Macché.
«Rafa, dai, non fare così. Vincerai la prossima volta. Hai passato
un’estate fantastica con i tuoi amici, non sei felice?»
Rafa è stato felice, certo. Ma è adesso, dopo la sconfitta, che si sente
male. Male dentro.
«Non voglio più sentirmi così, mai più…» sbotta.
Un ragazzino di dieci anni che risponde in questo modo. Con quel
faccino serio e le lacrime agli occhi. Neanche fosse la finale di Wimbledon.
È in quel preciso momento che Nadal senior si accorge che il tennis, per suo
figlio, non è solo un gioco. Lui del resto una vocazione del genere non l’ha
mai avuta: se una cosa non va bene, la cambia; se una situazione non gli
piace, ne cerca una migliore. Ma non è detto che i figli siano come i padri.
Forse, come dice Toni, Rafa ha davvero la stoffa del campione. Bisogna
parlarne: una bella cena fra padre e figlio, occhi negli occhi. Ecco, c’è un
ristorante di pesce vicino al mare, e Sebastián conosce i punti deboli di
Rafa.
«Che ne diresti di un bel piatto di gamberetti fritti?»
Genio ribelle
La storia dello sport è piena di padri e madri che fanno errori o
colpiscono nel segno, che sanno uscire dal retro al momento giusto o
sbagliano l’entrata in scena. La notte in cui nasce Roger, suo padre Robert
ha appena finito di giocare al torneo di Rheinfelden. Una telefonata, la corsa
a casa, e poi la gioia davanti all’erede «dai piedi lunghissimi», come dice
Lynette. Il pomeriggio seguente Robert è di nuovo in campo: c’è la finale di
doppio, sarebbe un peccato rinunciare.
I genitori di Federer sono entrambi discreti giocatori di tennis. Si sono
conosciuti in Sudafrica, a Kempton Park, nella mensa aziendale della ditta
farmaceutica per cui lavora Robert il giramondo. La città non offre molto,
ma nel Kempton Park Golf Course ha imparato a giocare a golf Ernie Els,
The Big Easy. Nell’aria evidentemente c’è qualcosa che incoraggia i talenti
naturali.
Il primo sport di Lynette è l’hockey su prato, ma il fidanzato svizzero la
converte rapidamente al tennis. Quando tornano nel paese di Robert, prima
a Basilea, poi a Birsfelden e infine a Münchenstein, diventano habitué del
circolo sociale della Ciba-Geigy, ad Allschwil. Lynette ha imparato bene e
in fretta, vince anche un titolo senior, e quando si accendono le luci della St.
Jakobshalle lavora come volontaria all’ufficio accrediti del torneo Atp.
Roger cresce come si deve, o quasi. Educato, gentile, rispettoso. Un
bambino modello, se non fosse che quando perde, a tennis o a qualsiasi altro
gioco, si infuria e butta tutto all’aria. Poi si pente e si scusa. Robert e
Lynette non gli fanno mancare nulla: nuoto, hockey, pallamano, basket,
skateboard, sci, persino un po’ di cricket e di rugby per appagare il lato
afrikaans del suo dna.
Judy Murray non è l’unica a reinventarsi e a costruire uno stadio in
cucina. Lynette e Roger ci giocano a calcio quando il piccolo non è intento a
sparare palline sul muro del garage. Coordinazione perfetta, energia
inesauribile. Il terrore di annoiarsi lo obbliga a un moto perpetuo,
portandolo presto a esplorare il campo di calcio del Concordia, una delle
società di Basilea.
In camera, accanto a quello di Pamela Anderson, ha il poster di Michael
Jordan e Shaquille O’Neal. Il suo primo idolo tennistico è Boris Becker, e
quando in tv lo vede perdere alla finale di Wimbledon del 1988 contro il suo
futuro coach Stefan Edberg sono lacrime vere.
A tennis gioca al Club Old Boys, e se salta gli allenamenti o si comporta
male in campo, come spesso capita, finisce nell’orto di casa a togliere pietre
ed erbacce.
La scuola non è per lui. In geografia non va male, e neanche in inglese,
che impara dalla madre e da un altro sudafricano che gli fa da maestro
all’Old Boys, Peter Carter. Ma sulle altre materie meglio sorvolare.
Il suo amico del cuore è Marco Chiudinelli, centravanti nelle giovanili
del Fußballclub Basel. Avversari a calcio, visto che Roger è centrocampista
del Concordia, ma complici in tutto il resto dai sei anni in poi. Corse in bici,
tanto divertimento, poca voglia di allenarsi. Specie da parte di Roger. «In
allenamento perdeva praticamente da tutti» racconta Chiudinelli a René
Stauffer, il biografo ufficiale di Federer. «Era l’unico contro cui vincevo
anch’io. Ma appena secondo lui ne valeva la pena, girava l’interruttore e
diventava un’altra persona.»
Quando hanno otto anni, Rog e Marco si trovano in campo uno contro
l’altro nella finale della Bambino Cup di Arlesheim. Roger inizia alla
grande, e Marco scoppia a piangere. Allora Roger lo rincuora, così Marco si
riprende, ritrova colpi e fiducia, e va in vantaggio. Alla fine vince. Stavolta
tocca a lui consolare l’amico in lacrime. «È stata l’ultima volta che sono
riuscito a batterlo in un torneo.»
Ad accorgersi che il ragazzino che odia perdere ha un talento raro è
Adolf Kacovsky, detto Seppli, cecoslovacco emigrato in Svizzera ai tempi
della Primavera di Praga, che ha il suo bel da fare per domare le bizze del
genietto. Sì, perché quando le cose si mettono male Roger urla e si infuria.
Addirittura bestemmia. «Faticavo a tenerlo a freno, e una volta ho dovuto
mandarlo a casa» racconta Adolf.
Ma Kacovsky non è l’unico a dover lottare con il suo carattere ribelle.
Quando il ragazzo inizia a brontolare e a maltrattare la racchetta, i genitori
lo osservano dalla terrazza del club, e arrossiscono. «Ma come fa a essere
figlio nostro?» si chiedono sgomenti. A volte lo piantano in asso a metà di
una partita, e a Robert, adirato, capita anche di lasciargli i soldi per il bus e
tornarsene a casa da solo, in macchina. Qualche anno dopo, di ritorno da
una trasferta in Italia per un torneo giovanile dove Roger ne ha combinata
una di troppo, ferma l’auto per passargli una manciata di neve sulla testa
calda. «Se continui così» minaccia il padre, «tu con il tennis hai chiuso.»
A undici anni, comunque, la peste è lanciatissima e vince il titolo
nazionale under 12 indoor, battendo in finale proprio Chiudinelli.
Quell’anno, come ricorda Stauffer, a Lucerna in gara negli under 18 c’è
Severin Lüthi, e nelle under 16 Mirka Vavrinec: il suo futuro coach e la sua
futura moglie. E siccome il mondo del tennis è piccolo, soprattutto quello
svizzero, qualche mese dopo a Bellinzona, nella finale dei campionati under
12 outdoor, Roger batte Danny Schnyder, il fratello di Patty, che sarà
numero sette del mondo nel 2005.
«È stato il momento in cui ho pensato: Ma allora ce la posso fare.»
Dentro di sé, Roger sta maturando la convinzione che il tennis potrebbe
diventare qualcosa in più di un hobby. Accanto a Seppli, a occuparsi di lui
c’è un altro maestro, Daniel Gerber, e in realtà all’Old Boys è Carter a
seguirlo più da vicino. Una vita fatta di lunghe chiacchierate con
Chiudinelli, tornando a casa la sera, dopo l’allenamento, di partite infinite
alla sala giochi in centro a Basilea. Durante il torneo fanno entrambi da
raccattapalle e, come da tradizione, dopo la finale ricevono una medaglia da
vincitore. A Roger la mette al collo un anno Michael Stich, un altro Wayne
Ferreira: nessuno dei due sospetta che quel ragazzino un giorno farà
impallidire le loro carriere. Insomma, quella di Federer junior si potrebbe
tranquillamente definire un’infanzia felice.
A tredici anni, però, arriva il momento di scegliere: o il calcio o il tennis.
O restare a casa, rassicurato dalla routine, o trasferirsi al centro tecnico
federale di Ecublens, alla volta di una sfida completamente nuova.
Roger il Magnifico
Che ore sono a Basilea? Secondo Brad Gilbert, l’ex allenatore di Andre
Agassi, in Svizzera sono sempre le tre di pomeriggio, l’ora in cui non
succede niente. Se si vuole, è una parafrasi di quello che un connazionale di
Gilbert, Orson Welles, intendeva quando diceva che «in Italia sotto i Borgia,
per trent’anni, hanno avuto guerra, terrore, criminalità, e sangue. Ma hanno
prodotto Michelangelo, Leonardo e il Rinascimento. In Svizzera hanno
avuto amore fraterno, cinquecento anni di pace e democrazia, e che cosa
hanno prodotto? L’orologio a cucù». Agli italiani questa cosa piace molto,
ma in Italia non è mai nato un talento paragonabile a quello di Federer.
Il programma con cui a Ecublens iniziano a sbozzare il futuro campione
si chiama Tennis-Études, e lo ha ideato Pierre Paganini, l’uomo che
diventerà la pietra angolare dei successi di Roger. Quando arriva al centro,
nel 1995, Federer ha quattordici anni e ha da poco iniziato a tifare per
Edberg. In realtà all’inizio non è così convinto che mettersi su un treno ogni
lunedì per farsi tre ore di viaggio da Münchestein al centro sia l’idea giusta;
lo ha anche spiegato ai genitori. Poi però cambia idea in fretta.
Prima di accettarlo al centro Paganini e Christophe Freyss, un altro
allenatore, lo sottopongono a un esame di ammissione: dodici minuti di
corsa, percorso di resistenza e prova in campo. Superato a pieni voti. Il
problema, piuttosto, è il francese, che Rog parla poco e male. A Ecublens
alloggia dai Christinet, che con il tempo diverranno la sua seconda famiglia.
All’inizio però tutto sembra far parte di un continente straniero. Per fortuna
la madre, Cornelia, parla tedesco, e durante gli attacchi di nostalgia riesce a
dargli un po’ di conforto.
Per tutti è uno straniero, lo svizzero tedesco. Dopo qualche settimana
vorrebbe mollare, tornare definitivamente a Basilea, ma i genitori lo
convincono a tenere duro. Ed è la scelta giusta. Con il francese inizia a fare
progressi, l’amicizia con Vincent poi, il figlio dei Christinet, fa il resto.
Come ricorda Stauffer, i genitori di Roger «nei due anni che trascorre a
Ecublens vanno a trovarlo solo tre volte». Non parlano con i suoi allenatori,
non se ne stanno neppure troppo a lungo sui campi a vederlo giocare.
Pensando a loro, viene in mente la risposta di un giornalista sportivo
americano a cui un giorno domandarono quale fosse il segreto della numero
uno del mondo Lindsay Davenport. «I suoi genitori» disse senza esitazione,
e quando gli fu chiesto di raccontare che tipi fossero, aggiunse con un
sorriso: «Non ne ho idea. Non li ho mai conosciuti.»
Con gli studi Roger fa il minimo indispensabile. Continua a consumare
quantità industriali di pasta e pizza e a vincere sempre più partite. In campo
però esagera spesso, se la prende soprattutto con se stesso. Quando un
giovane cronista gli chiede perché non sia mai contento del suo tennis,
neppure dopo una vittoria, risponde cristallino: «Bisognerebbe sempre
giocare in maniera perfetta.»
Al centro fa amicizia con Yves Allegro, che diventa in fretta uno dei
membri del suo cerchio magico. È con lui che divide un appartamento in
Rue Henri-Dunant 22 quando il centro da Ecublens si trasferisce a
Biel/Bienne. È il 1997 e Roger ormai ha deciso che il suo futuro sarà il
professionismo. Servono soldi per finanziare il progetto, così Lynette passa
dal part-time a un orario di lavoro quasi pieno.
A Biel quell’anno arriva Chiudinelli, e il duo di Münchenstein si
ricompone, fra partite alla PlayStation e bravate adolescenziali. Roger, per
dirne una, pensa bene di testare con la racchetta la resistenza della copertura
pressostatica di uno dei campi, ma gli va male: il telone si rompe, e per una
settimana gli tocca alzarsi alle sei di mattina per pulire i bagni e aiutare il
custode.
A Biel si materializza presto anche Peter Carter, lì per assistere il suo
vecchio pupillo, a cui viene affiancato Peter Lundgren, discreto ex pro che
come tutti gli svedesi ha dovuto fare i conti con l’etichetta di possibile
nuovo Borg. Lundgren riesce subito a entrare nei meccanismi mentali del
ragazzo, conquistandone la fiducia. Con i due Peter in cabina di regia,
Federer vince i campionati svizzeri under 18 sia indoor sia outdoor, e il 22
settembre compare per la prima volta nel ranking mondiale Atp, al numero
ottocentotré.
In Italia, nel 1997, Roger ha già giocato l’under 18 di Prato, uno dei più
quotati insieme a quelli di Salsomaggiore, Santa Croce sull’Arno e Firenze,
e proprio alle Cascine, l’anno successivo, batte in finale Filippo Volandri,
che se la lega al dito per consumare nove anni dopo la sua esaltante vendetta
sul centrale del Foro Italico durante gli Internazionali. «Giocare con lui vuol
dire non toccare mai due palle uguali. Cambia sempre traiettoria, effetto,
velocità. In allenamento ancora di più. È una cosa che noti solo giocandoci,
e agli avversari costa una fatica mentale incredibile, perché non riesci a dire:
“Okay, mi piazzo su questa diagonale e colpisco tre o quattro colpi di fila
uguali.” Poi il servizio non si “legge” e varia gli angoli. Sul 40 pari o
vantaggio pari, otto volte su dieci serve a uscire, perché sa che gli torna una
palla su cui può girarsi sul diritto e fare sfracelli.»
La vittoria più importante per Roger è quella nel tabellone juniores di
Wimbledon, quando in finale liquida il georgiano Irakli Labadze. Prima di
lui, nel 1976, ci era riuscito solo un altro svizzero, Heinz Günthardt. Il
trionfo sul verde di Church Road è il passaggio che gli consente di chiudere
l’anno da numero uno del mondo nella classifica under 18 dell’Itf
(International Tennis Federation, Federazione internazionale di tennis).
Negli altri Slam dei piccoli il colpaccio però non gli riesce. In Australia
perde in semifinale contro lo svedese Andreas Vinciguerra. Al Roland
Garros viene sconfitto dal ceco Jaroslav Levinský, uno che in carriera
vincerà nel circuito maggiore un solo match. Agli Us Open, a luglio, dopo
aver eliminato Olivier Rochus (con cui si è preso il titolo di doppio a
Wimbledon), Taylor Dent e Ferdinando González, si inchina a una delle sue
più tenaci e dotate bestie nere, l’argentino David Nalbandian, grande mente
tattica. L’esordio nel circuito maggiore lo fa nello stesso mese contro Lucas
Arnold, un altro argentino decisamente meno forte di David, al torneo di
Gstaad. Dopo averlo visto trionfare a Church Road, il direttore del torneo
decide di omaggiarlo di una wild card. Una scelta all’apparenza poco felice,
visto che Federer perde di brutto contro Arnold. Nel lungo termine però si
rivelerà una furbata, perché Roger, riconoscente, tornerà spesso a Gstaad,
anche dopo essersi trasformato nel Buddha del tennis.
Alla St. Jakobshalle di Basilea, dove per anni aveva fatto il raccattapalle,
si fa demolire al primo turno da Andre Agassi, rimediando in tutto cinque
game. Ma la figuraccia vera la fa a Küblis, sempre in Svizzera, dove perde
contro il mai più riapparso Armando Brunold, sborsando peraltro cento
dollari di multa «per scarso impegno». Gli serve però a capire che il tennis
non è fatto solo di grandi match, ma anche di giornatacce da passare in
periferia, stringendo i denti contro un avversario che rifiuta di ammettere i
propri limiti. Fra l’altro, avendo guadagnato ottantasette dollari di
montepremi, Roger se ne va da Kublis con un passivo di tredici dollari.
«Sarà l’unico torneo professionistico in cui andrà in perdita» giura Stauffer.
A fine anno però si riscatta all’Orange Bowl, il grande torneo under 18
della Florida, che in albo d’oro ha la crème del tennis di decenni e decenni,
da Tony Roche a Manolo Orantes, da Corrado Barazzutti a Björn Borg, da
John McEnroe a Ivan Lendl. Roger rischia di uscire subito, perché «saltando
come una scimmia qui e là», racconta Annemarie Rüegg, l’accompagnatrice
della squadra svizzera, si storce la caviglia. Ma in finale batte Guillermo
Coria e, grazie alla contemporanea vittoria di Andy Roddick contro Julien
Jeanpierre nello Yucatán, si assicura definitivamente il titolo di numero uno
degli under 18. Nel ranking dei grandi è già al trecentunesimo posto, grazie
ai quarti ottenuti a Tolosa, ma in fondo è ancora un ragazzino nerd,
martoriato dall’acne e molto capriccioso. Per festeggiare l’avvenimento, va
da un parrucchiere in Florida e si fa tingere i capelli. Di verde.
2
Fuori di casa
Diecimila sterline
«Tutto quello che possiamo offrirvi sono diecimila sterline.»
Interno giorno, ufficio della Lta. Judy e Will Murray hanno fra le mani il
futuro del tennis britannico. Il dirigente federale lo guarda, lo soppesa,
trattandolo come un souvenir su cui tirare sul prezzo al bazar. Immaginate la
scena, immaginate il volto del dirigente, quello di uno dei tanti caratteristi
inglesi – ingessati e un po’ imbarazzati ma irremovibili di fronte a qualsiasi
azzardo – che popolano i film ambientati in epoca vittoriana.
«Cioè» si sporge in avanti Will, «ci state dicendo che non credete in
Andy?»
«Be’, no, noi crediamo in lui, ma il problema è che non ci sono garanzie,
giusto?»
A riportare il dialogo è Judy Murray, la Tiger Mom made in Scozia, che
no, di garanzie quel giorno non poteva proprio offrirne. Ma chi avrebbe
potuto?
«Se Andy fosse un calciatore» continua Will tenendo a freno il disgusto,
«a questo punto avreste già sfondato la porta di casa nostra per farlo firmare
per voi.»
«Diecimila sterline. È tutto quello che possiamo offrirvi.»
Per mandare Andy in Spagna, da Casal e Sánchez, di sterline ne servono
quarantamila, così Judy avvia una colletta. La Royal Bank of Scotland
sgancia qualcosa, piccoli sponsor locali contribuiscono con un centone qua
e là. La Tennis Scotland e la lotteria nazionale scozzese aggiungono una
piccola somma. Quando Andy è già a Barcellona da sei mesi arriva, come in
un romanzo di Dickens o Thackeray, l’eredità di venticinquemila sterline del
ricco prozio Arthur. Una svolta per le dissestate finanze di casa Murray.
Quando sbarca in Spagna Andy, da testa calda inglese qual è, crede
ancora di essere il pesce più grosso, ma matura in fretta: si allena con
campioni come Moyá e Coria, che si consumano l’anima e non perdono
tempo a bestemmiare o a spaccare racchette. Ma le lezioni non arrivano solo
in campo. Andy impara a badare a se stesso e a farsi il bucato da solo (e la
terra rossa è difficile da eliminare dai vestiti); la preparazione fisica prevede
ore e ore da passare in palestra; ci sono poi i pomeriggi trascorsi sui libri per
rimanere al passo con il programma. Le mani gli si riempiono di vesciche,
le ore di sonno diventano un balsamo. E poi basta, chiude per sempre con il
cibo spazzatura.
Orizzonti di gloria
Anno nuovo, Federer nuovo (o quasi). Dopo la vittoria a Milano e
l’impresa a Wimbledon, Roger ha concluso il 2001 da numero tredici del
mondo, ma senza grandi risultati. E con almeno una stecca dolorosa: la
sconfitta al primo turno di Amburgo contro Franco Squillari, un argentino di
origini bolognesi. Due set iniziati male e finiti peggio, con una palla break
sprecata e tre racchettate tirate alla sedia dell’arbitro. A ricordarlo oggi non
sembra neanche vero: «Mi sono comportato in maniera terribile, ho pianto
perché sapevo di aver giocato malissimo, in campo era andato tutto storto.»
I grandi del gioco lo riempiono di carezze, Roger è gonfio di aspettative.
«Il tennis ha bisogno di uno come lui» dice Jack Kramer, il padre del tennis
moderno. «Speriamo solo abbia la stessa dedizione che Sampras ha avuto
per tutti questi anni.» Per Boris Becker «Federer gioca un tennis che
nessuno ha mai visto, e sottolineo nessuno». John McEnroe esagera – o
almeno allora così sembrava –, con la generosità tipica degli egoisti di
talento che annusano un loro pari: «È il più dotato che abbia mai visto nella
mia vita. E ne ho visti tanti, da Laver in poi. Può diventare il più grande di
tutti i tempi.»
Il 2002 è un lungo rito di iniziazione. Agli Australian Open si arrende al
quarto turno contro Tommy Haas; a Milano fallisce il bis contro Davide
Sanguinetti; a Miami si ritrova davanti il maestro zen Agassi che lo
ipnotizza. A Roma perde secco contro Andrea Gaudenzi; ad Amburgo vince
invece un gran torneo sulla terra, battendo in finale Marat Safin. A Parigi si
fa umiliare da Hicham Harazi. Wimbledon dovrebbe essere comunione e
cresima insieme, ma è solo un calvario, una croce cucitagli sulle spalle da
Mario Ančić, uno dei grandi ragazzi interrotti del tennis che lo maltratta
malamente al primo turno.
«Alla vigilia mi ero detto: farò un po’ di serve & volley. Mi aspettavo che
Mario restasse indietro, invece è successo l’esatto contrario. Ero scioccato,
non sapevo cosa mi stesse succedendo. A quei tempi avevo la tendenza a
non rispettare abbastanza chi era indietro in classifica o era nuovo del
circuito. Oggi è un errore che non commetto più: mi basta pensare a quella
partita.»
In seguito, Ančić riconoscerà la singolarità di quella vittoria. «Potrei
raccontare molte storie su come sono riuscito a battere Roger Federer. La
verità è che quello non era ancora il Federer che conosciamo oggi.»
Il resto della stagione sfuma. Ma in agosto suona, maledetto, un telefono.
Morte nel pomeriggio
«Se gioco a tennis così, lo devo a Peter.» Peter Carter è un sudafricano
biondo, solare, espansivo ma non invadente. Quando nel 1984 arriva a
Basilea per partecipare a un torneo satellite, gioca un tennis che gli somiglia
molto. In singolare vivacchia, in doppio è decisamente meglio, specie a
fianco di Darren Cahill. Il Tennis Club Old Boys, comunque, lo ingaggia per
il campionato interclub. Nel 1989 Madeleine Bärlocher, la factotum del
circolo, gli offre un posto da maestro e Peter non può rifiutare. Lui ha
venticinque anni e il ragazzino più promettente del suo corso, Roger
Federer, ne ha nove. Si incontrano, si capiscono, si scelgono. Carts non è
uno che fa sconti, ma a differenza della maggior parte degli altri adulti non
rompe. Insegna, mette alla prova, punisce quando necessario. Dal 1993
diventa l’ombra di Roger; lo calma, lo fa ragionare. Lo allena fino al ’95, poi
di nuovo dal ’97, quando Federer si trasferisce a Ecublens. Così, nel
momento in cui Roger gli preferisce Lundgren ci rimane male. Ma per
carità: niente scenate. I due rimangono amici, riprogrammano il loro
rapporto su basi diverse. Sono lontani ma legati da un filo invisibile. Carter
entra nello staff di Coppa Davis della Svizzera, guarda Federer crescere. Lo
accompagna sulla soglia di una nuova stagione.
L’estate del 2002 per Peter dovrebbe essere una festa: dopo che Silvia, la
sua fidanzata, è guarita da una malattia difficile, si sposano e vanno in luna
di miele in Sudafrica. Ma l’inevitabile safari al Kruger Park si trasforma in
una tragedia. L’autista del pulmino su cui viaggiano è costretto a una
manovra di emergenza, e la vettura si ribalta: il guidatore e Carter restano
feriti a morte, Silvia ne esce illesa.
Federer è a Toronto, sta giocando i Canadian Open, e quel giorno contro
Guillermo Cañas la palla proprio non lo asseconda. Esce dal campo
convinto che quello sia il lato oscuro della giornata, e invece si ritrova
davanti Lundgren, con una faccia scura al posto della solita maschera
allegra. «Roger, Peter ha avuto un incidente…»
Roger rimane immobile. Non capisce, non vuole capire. Scoppia a
piangere, nessuno riesce a tranquillizzarlo. La notte è un incubo, e il giorno
dopo il nero che ha nel cuore lo porta annodato al braccio mentre gioca e
perde. Vola a Cincinnati, ma è svuotato e privo di energie, e al primo turno
Ivan Ljubičić lo rispedisce a Basilea.
Nel freddo della Leonhard Church abbraccia Silvia, e osservando la bara
di Carter sente di dovere molto a quell’amico biondo che non invecchierà
insieme a lui. Il tempo non è un avversario che puoi battere, su nessuna
superficie. Non sai mai quanto può durare il match che stai giocando contro
di lui. «È stata la prima morte con cui Roger ha dovuto fare i conti»
racconta Lynette. «È stato uno shock profondo. Ma lo ha reso ancora più
forte.»
Passaggio di consegne
Per Federer il 1999 è stato il primo vero anno fra i professionisti, con
tanto di debutto in Coppa Davis a Neuchâtel, contro l’Italia. Due singolari:
il primo vinto contro Davide Sanguinetti, il secondo contro Gianluca Pozzi,
a risultato acquisito. «Ero emozionato» racconta. «Giocare per il tuo paese è
diverso che giocare nei tornei.»
Il capitano italiano è Paolo Bertolucci, che in quel weekend, osservando
il monello di Basilea sfilare l’argenteria ai nostri, fonda una quarta religione
monoteista di straordinario successo: il federerismo.
L’altro capitano è l’ex top 30 italo-svizzero Claudio Mezzadri, nato a
Locarno da genitori italiani e figlio di Gianmarco, ex calciatore di Bologna,
Spal, Como e Lucchese. «Contro Sanguinetti nel primo set si ostinava a
voler giocare un colpo impossibile, un rovescio lungolinea di controbalzo. A
volte sbagliava, e io mi alzavo dalla panchina per consigliargli di lasciar
perdere, per spiegargli che così regalava punti. Ma lui rispondeva:
“Tranquillo, Claudio, ce la faccio, non è difficile.” Quel set lo ha vinto lui, al
tie-break. Cosa puoi dirgli a uno così?»
L’anno dei grandi cambiamenti, però, è il 2000. Roger si congeda da
Peter Carter, che lo ha estratto dalla provincia dandogli una visione e la
fiducia in se stesso. Al suo posto, come si è detto, ingaggia Lundgren, che
come Carts ha un passato da tecnico nella Federazione svizzera. Per Roger,
Lundgren è un fratello maggiore, uno con cui si può bere una birra e
scherzare; che suona la chitarra e non si nega un giro in più al bar. Ma è
anche il tipo che se ti lasci andare ti rimprovera senza pietà, e ha gli
strumenti adatti per seguire Federer. Lo aiuta ad appesantire il rovescio e gli
corregge il lancio di palla che disassa a sinistra il movimento del servizio. E
quando Roger mette il broncio e manda al diavolo la partita perché
l’avversario è più astuto, lo attacca al muro negli spogliatoi.
Metaforicamente, certo.
Federer, insomma, procede per alti e bassi, metà ragazzo metà uomo,
fino a quando a dargli l’ultima spinta verso il mondo degli adulti non arriva
lei: Mirka Vavrinec, di tre anni e mezzo più grande di Roger. La famiglia è
di Bojnice, che nel 1978, l’anno di nascita di Mirka, fa ancora parte della
Cecoslovacchia. Il padre Miroslav, un ex giavellottista, nell’80 fa il «salto»,
come si diceva allora. Fugge in Svizzera, a Kreuzlingen, dove apre
un’oreficeria insieme alla moglie Drahomira.
Mirka è dotata e molto ambiziosa. Se ne accorge in fretta anche il suo
primo maestro, Murat Gurler, altro espatriato turco di Ankara, che la prende
in consegna a dieci anni. Mirka vuole giocare, vuole vincere. A quindici
anni, pur di partecipare a un torneo, non si ferma neanche davanti alle braci
della guerra in ex Jugoslavia: da Sopot a Brac, dalla Slovenia alla Croazia,
un lungo viaggio in macchina. «Siamo passati in mezzo a case distrutte,
auto bruciate e carri armati dell’Onu. Avevo paura, ma l’ambizione era più
forte.»
La prima a capire che c’è della stoffa, anni addietro, è stata Martina
Navrátilová, a cui il padre l’aveva presentata quando era una bambina.
Qualche minuto di palleggio, e Martina si trasforma in oracolo: «Lascia la
danza, ragazza. Hai il fisico giusto per il tennis.» Tutto giusto, tranne che
per un autentico tallone d’Achille, la caviglia sinistra, che la tormenterà per
tutta la sua breve ma per niente trascurabile carriera.
A diciannove anni è indipendente e lontana dai genitori, con in tasca un
progetto di vita senza troppi limiti. Potrebbe diventare la moglie servita e
riverita ma reclusa di un emiro del Dubai che, folgorato, va a trovarla agli
allenamenti in Ferrari o in elicottero. Ma questo significherebbe dire addio
al tennis, quindi no, non se ne parla proprio.
Con Federer il primo contatto avviene a Ecublens, ma la scintilla non
scocca. Bisogna aspettare le Olimpiadi di Sydney perché si accenda un
fuoco vero. Ai Giochi del 2000 Mirka non dovrebbe neppure andare, invece
arriva inattesa una wild card della Federazione internazionale.
In Australia, da piccolo, Federer ha passato tre mesi a rimorchio del
padre, che si era spostato lì per lavoro. Si sente a casa. Al gioco però non ha
troppa fortuna: si fa eliminare in semifinale da Tommy Haas, perdendo
anche la finale per la medaglia di bronzo contro Arnaud Di Pasquale. Sono
lacrime amare, calde, difficili da fermare.
In amore invece arriva la medaglia d’oro. Mirka perde al primo turno,
due set secchi, poi si accorge che il ragazzo con il naso grande e il codino
che ha conosciuto a Ecublens è cresciuto, e non le stacca gli occhi di dosso.
La baia di Sydney è un posto incantevole, che potrebbe fare da scenario a
qualsiasi storia d’amore. Il cielo australe è una meraviglia in technicolor.
Federer ha una fidanzatina, ma basta una telefonata impacciata per dirle
addio. «Mi ha baciata solo all’ultimo giorno» giura Mirka. «Prima non mi
ero resa conto di interessargli tanto.»
Black-out
Prima della tragedia che si porta via Carter, a Federer era capitato altre
volte di spegnersi in campo, mai però con tante aspettative addosso. E non a
causa dell’avversario, ma per colpa dei fantasmi che ogni tennista si trascina
nella borsa, quelli che i campioni imparano a tenere a bada.
Al Roland Garros, nel 2002, Federer è arrivato da numero cinque del
mondo. Dopo le semifinali del Masters di novembre, molti si aspettano il
benedetto salto di qualità anche sulla terra. Non è un’impresa impossibile,
sul risultato del primo turno contro Luis Horna, il numero ottantotto del
mondo, sembrano non esserci dubbi.
«Invece sono andato in campo pieno di tensione» confessa all’amico più
anziano, esperto tour manager dell’Atp, che gli siede di fronte nella stanza
d’albergo e lo fissa gentile, ma senza compiacimento, dietro la montatura
leggera degli occhiali.
«Ma di che cosa avevi paura?» La risposta rimane sospesa nell’aria.
Come in campo anche lì, nella quiete della stanza, la luce scompare,
risucchiata da un black-out improvviso. Il chiarore proveniente dall’esterno
illumina quanto basta, e dopo la sorpresa iniziale la penombra diventa lo
sfondo ideale per lasciar correre i pensieri. Per qualche istante nessuno
parla.
«Non lo so» riprende Roger. «È stato come uno sdoppiamento. Una parte
di me cercava di giocare la partita, l’altra pensava: Anche se vinci questa ce
ne saranno altre sei, è impossibile vincerle tutte. Mi sono scoraggiato, sono
andato fuori di testa. Ma tu…»
«Dimmi.»
«Tu pensi davvero che potrò vincere uno Slam, un giorno?» L’amico si
sistema la giacca, fa un gesto in alto con la mano. «Roger, di Slam ne puoi
vincere tanti. Ne vincerai tanti. Però solo se capirai davvero cosa vuoi. Vuoi
continuare a essere solo un buon giocatore o vuoi deciderti a diventare
quello che sei? Perché non c’è coach che te lo possa dire. Sei tu che devi
decidere.»
Macerie
Nel 2003 Nole è alla fine del suo periodo da Niki Pilić, a
Oberschleißheim, cittadina bavarese a tredici chilometri a nord di Monaco,
famosa per il suo castello e il campo di aviazione, nonché per quello di
regata costruito in occasione delle Olimpiadi del 1972.
Novak è arrivato all’accademia di Niki perché la situazione a Belgrado si
è fatta pesantissima. La Nato ha iniziato a bombardare la città il 24 marzo
1999, andando avanti fino al 10 giugno dello stesso anno. La Serbia ha
invaso il Kosovo, e l’Europa e gli Usa, compreso il governo italiano di
Massimo D’Alema, hanno deciso che per costringere il presidente serbo
Slobodan Milošević a fermarsi bisogna usare le maniere forti. I ricordi
infantili di Nole sono terribili.
«Un boato assordante mi fece tremare il letto, e un frastuono di vetri rotti
sembrò venire da tutte le direzioni. Aprii gli occhi, ma non vidi nulla:
l’appartamento era immerso nel buio. Un’altra esplosione, poi scattarono le
sirene antiaeree, come se anche loro si fossero svegliate di soprassalto.
Sembrava di essere in una sfera di neve che qualcuno aveva scaraventato a
terra. “Nole! Nole!” gridò mio padre, chiamandomi con il soprannome di
sempre. “I tuoi fratelli!” Mia madre era saltata giù dal letto alla prima
esplosione, ma era scivolata indietro e aveva battuto la testa sul radiatore.
Mio padre la sorreggeva aspettando che riprendesse coscienza.»
Finalmente Nole tira giù dal letto il fratello Marko, di otto anni, e
Djordje, di quattro. Mentre i boati si moltiplicano scende le scale volando,
seguito dai genitori, che nel frattempo hanno preso i piccoli in braccio. A
trecento metri di distanza, nel palazzo dove abita la zia di Novak, c’è un
rifugio antiaereo, la salvezza. Ma correndo inciampa e cade disteso sul
selciato, mentre il resto della famiglia si allontana come una grande ombra
in fuga. Prova a chiamarli, ma non lo sentono.
«Poi, alle mie spalle, udii qualcosa che squarciava il cielo, come se un
enorme spazzaneve stesse grattando via il ghiaccio dalle nuvole. Ancora
sdraiato a terra, mi voltai a guardare la nostra casa, e da sopra il tetto vidi
spuntare un grande triangolo d’acciaio: un bombardiere F-117. Guardai con
terrore la pancia metallica dell’aereo aprirsi sopra di me, lasciando cadere
due missili a guida laser che puntavano diritti sulla mia famiglia, i miei
amici, il mio quartiere. Su tutto ciò che conoscevo. Quello che accadde
dopo non l’avrei più dimenticato.»
La notte in cui viene svegliato dalle sirene per la prima volta, il
dodicenne Nole vede due missili passargli sopra la testa e infilarsi in un
palazzo trasformandolo «in un gigantesco panino imbottito di fuoco».
Dopo essere caduto, si rialza e raggiunge il rifugio. Inizia così la prima
di una lunga serie di notti passate a tremare, con pochi viveri e qualche
coperta, in compagnia di un’altra ventina di famiglie e del pianto dei
bambini, che ricomincia a ogni nuovo boato.
Sotto i bombardamenti americani, durante settantotto interminabili
giorni, muoiono un migliaio di soldati delle forze di sicurezza serba, e fra i
quattrocentottantanove e i cinquecentoventotto civili. Le statistiche in tempo
di guerra non sono mai precise come quelle che appaiono ogni giorno sul
sito internet dell’Atp, l’associazione dei tennisti professionisti.
Il 21 marzo, a Hollywood, La vita è bella di Roberto Benigni ha vinto
l’Oscar come miglior film straniero. Ammirando il regista che passeggia
sopra il velluto rosso delle poltrone del Chinese Theatre e fa commuovere
Sophia Loren, gli italiani e gli americani pensano con sollievo che no, in
Europa non ci sarà mai un’altra guerra mondiale. Niente più atrocità naziste,
niente più deportazioni di massa. Eppure Srebrenica è lì, a poche centinaia
di chilometri da Roma o da Vienna. Ma le bombe al di là dell’Adriatico, nei
telegiornali, sembrano uscite da una sceneggiatura lontana, piena di sbiaditi
effetti speciali.
«La guerra non riuscì ad allontanarmi dal tennis. Ogni giorno mi
allenavo in luoghi diversi di Belgrado. Li sceglieva Jelena. Lei era sempre
con me, mi aiutava a condurre una vita normale, anche dopo che sua sorella
rimase uccisa nel crollo di un muro. Andavamo dove c’erano stati gli ultimi
attacchi, pensando che forse in quella zona non avrebbero bombardato di
nuovo. Giocavamo senza rete, sul cemento pieno di crepe. La mia amica
Ana Ivanović lo faceva in una piscina abbandonata. A volte trovavamo il
coraggio di allenarci nel vecchio tennis club, il Partizan, che si trovava
vicino a una scuola dell’esercito. Quando la Nato attaccava, puntava per
prima cosa sulle basi militari per indebolire la difesa nemica, quindi il
Partizan non era il posto migliore dove stare. Ma l’amore per il tennis
dettava ogni mia azione, e nonostante i rischi che correvamo, mi sentivo al
sicuro. Il tennis club divenne una via di fuga, sia per me sia per molti altri
tennisti. Ci allenavamo ogni giorno per quattro o cinque ore; organizzavamo
persino tornei amatoriali durante i bombardamenti. Ci sembrava bello e
incredibile poter giocare a tennis durante una guerra.»
Ma diventare un campione sotto i bombardamenti non era proprio
possibile. Così, come sappiamo, un giorno Jelena decide di scrivere una
lettera al suo amico Pilić, che da anni vive in Germania. Il contenuto lo
conosciamo, la risposta anche, ma resta il problema delle spese. Anche
abbassando al minimo il prezzo, per un anno di accademia servono
cinquemila marchi, e i Djokovic non li hanno. Così il padre di Nole, Srdjan,
decide di arrangiarsi.
«Quando ti alzi al mattino» racconta la moglie Dijana, «e non hai niente
per comprare il pane, o le cose basilari per i bambini, fa male. Sei disperato
perché non sai come risolvere la situazione. Mio marito ha preso in prestito
denaro da alcuni e ha dovuto rimborsarlo chiedendone ad altri. Ha bussato a
molte porte per trovare uno sponsor per aiutare Novak ad andare agli
Australian Open, o al Roland Garros, perché serviva una grossa somma di
denaro. Alla fine abbiamo ricevuto aiuto da persone in Israele. Non è stato
facile, ma è così che va la vita. Mio marito ha parlato con molti uomini
d’affari serbi per convincerli a investire in Novak: non per dargli soldi a
fondo perduto, ma per fargli un contratto. Ma loro non volevano, e non
abbiamo trovato punti d’incontro. Diversamente, forse, oggi avrebbero fatto
i milioni.»
I Djokovic non sono certo i primi a finanziare così la carriera del figlio.
In Europa dell’Est è una pratica diffusa, talvolta poco trasparente, ma
necessaria. «Se non ci fosse stato chi ha deciso di investire su di me
trecentomila dollari quando ero un ragazzino» ha raccontato una volta l’ex
numero uno del mondo Marat Safin, «oggi probabilmente sarei a raccogliere
bottiglie vuote a Gor’kij Park.»
A Belgrado, in fila per il pane o per lo zucchero, ci va anche Nole, ma
non è una routine che può durare a lungo se la sua ambizione è quella di
diventare un atleta di alto livello.
Messo da parte il gruzzolo necessario, Djokovic parte per la Germania.
Destinazione Monaco di Baviera.
Otto e trenta di mattina
«Novak è entrato in accademia all’età di nemmeno tredici anni, in
primavera» dice Pilić. «È stato portato dallo zio Goran, il fratello di suo
padre. Sono arrivati la mattina presto, addirittura prima di me, che arrivo
intorno alle otto e trenta. Non so come abbiano fatto a entrare, mi stavano
aspettando nel chiarore fioco. Neanche le luci erano accese. Faceva freddo a
Monaco in quei giorni, e ricordo che mia moglie trovò subito una giacca
Puma che tenesse al caldo il ragazzo, perché era vestito leggero.»
Come Jannik Sinner, che parte dalla Val Pusteria per arrivare a
Bordighera, o Andre Agassi, che di notte piange nella foresteria
dell’accademia di Nick Bollettieri in Florida, anche Nole conosce i suoi
momenti di malinconia. «Era molto attaccato alla famiglia» continua Niki,
«ma anche inaspettatamente determinato a superare la nostalgia. Telefonava
spesso ai suoi. Sapevo che non era facile neanche per loro. Avevano un
ristorante a Kapaonik che d’inverno funzionava bene, e quasi tutti i profitti
li inviavano a lui. Dopotutto era un bambino, e mia moglie lo aiutò molto a
sopportare la mancanza dei suoi cari. Si innamorò di lui a prima vista. Vide
che era intelligentissimo: era in grado di esprimersi correttamente, di
articolare bene i suoi pensieri. Sapeva come dire cosa voleva e cosa no. Era
molto maturo per la sua età, e dato che aveva dovuto lasciare la scuola capii
che si trattava di un dono naturale.»
Pilić è il classico burbero dal cuore duro, in pubblico non mostra la
simpatia che prova per Djokovic, per non creare gelosie fra gli altri allievi.
Ma gli è subito chiaro che il ragazzino serbo è fatto di una stoffa diversa,
preziosa. La stoffa di cui sono fatti i fuoriclasse.
«Era estremamente diligente e deciso a raggiungere il suo obiettivo. Già
allora possedeva un certo carisma. Un giorno avevamo programmato
l’allenamento alle due del pomeriggio ma, mentre sto bevendo il caffè con
mia moglie, lo vedo andare verso il campo venti minuti prima dell’orario
stabilito. Allora Mija gli chiede: “Dove vai, Novak?” “A scaldarmi”
risponde. “Ma è davvero così importante per te?” dice per stuzzicarlo. “Non
voglio rischiare la mia carriera” ribatte serio, un po’ irritato. E, freddo come
il ghiaccio, continua per dov’era diretto. Incredibile, per un tredicenne.»
Gips
«È stato un piacere lavorare con lui. Capiva subito quello che gli veniva
detto. Lo vedevi dagli occhi. Non dovevi ripetergli le cose continuamente, e
accettava di rifare un esercizio ventimila volte per imparare a giocare bene.
Abbiamo prestato particolare attenzione al servizio, perché non aveva il
polso molto sciolto. Nel primo anno lo chiamavo Gips, gesso, per via
dell’articolazione rigida. Non gli importava di quel soprannome, ma io lo
provocavo apposta, perché mi ero accorto che così lo spingevo a migliorare
il servizio.»
Per rendere più elastico il polso di Nole, Niki lo sottopone ad
allenamenti speciali con l’uso di una benda. Risultato: impegno assoluto.
Lacrime: non pervenute. Solo, ogni tanto, un po’ di malinconia. Allora Mija
lo chiama in casa, per parlare e farsi raccontare come gli vanno le cose
prima che rientri in collegio.
«Lavorare con Djokovic» continua a raccontare Pilić, «è stato di grande
ispirazione, perché era consapevole di quello che gli stavo dando. Ed è
durato. Tornò a casa, e poi ritornò a Monaco. A quindici anni e mezzo ha
vinto il campionato europeo individuale under 16. Ho fatto in modo che
giocasse in diversi tornei junior, perché sapevo che poteva sopportare la
pressione. Era ovvio che a Monaco si stava forgiando un campione.»
E poi, anche la nostalgia di casa si esaurisce. Non l’affetto per i genitori
o per gli amici d’infanzia, quello no, ma il miraggio del professionismo e il
gusto di confrontarsi sui campi con giovani campioni da tutte le parti del
mondo aiutano a scacciare le giornate nere. A guardare avanti, non indietro.
Così, quattro anni dopo, Novak giunge a un altro inevitabile bivio.
«Nel 2002, suo padre mi chiese di portarlo a giocare i più importanti
tornei junior in America. So dai tempi di Boro Jovanović e miei che non
sono adatti ai tennisti europei. Le condizioni sono diverse, le palle sono
diverse, il clima è diverso. Novak ha perso al primo turno dell’Eddie Herr,
ma la settimana successiva ha trionfato nella Prince Cup, passando le
qualificazioni. E sempre da qualificato ha raggiunto il terzo turno all’Orange
Bowl, una sorta di campionato del mondo per ragazzi sotto i diciotto anni.
Ha perso 7-5 nel terzo set contro Marcos Baghdatis, allora il miglior junior
del mondo.»
A Monaco, Nole palleggia con il lettone Ernests Gulbis, il principino di
Riga, figlio di un miliardario, Ainars, che si sposta in jet privato, possiede
più o meno metà del paese, e ha battezzato suo figlio in onore di
Hemingway. «Noi eravamo ragazzi» dice Ernests, «invece Nole era già un
professionista ed era convinto che un giorno sarebbe diventato numero
uno.»
Il 2003 è l’anno in cui Djokovic passa al professionismo. Inizia a giocare
i tornei satellite e i Challenger, e il primo lo vince in Serbia, a giugno.
Proprio nella settimana in cui, a Londra, si giocano i Championships.
Un ragazzo di Maiorca
Poi tutto inizia lentamente a intrecciarsi, come in una trama di destini
asimmetrici. Mentre Federer è nel buio di una stanza d’albergo, Nadal bussa
alla porta dell’Atp. Nell’aprile del 2002 ha vinto il primo match, a Maiorca,
davanti alla sua gente. La vittima è Ramón Delgado, da Asunción, miglior
classifica in carriera, numero cinquantadue del mondo. Uno dei tanti
destinati a essere ricordati solo come parte di un contesto. Rafa ha sedici
anni, e in molti hanno già capito che la sua sarà una traiettoria diversa. Nel
2003, a marzo, batte Julien Boutter nei quarti del Challenger di Cagliari,
dove però perde in finale contro Volandri. Il suo primo successo arriva poco
dopo, a Barletta. A Monte Carlo, il niño inizia a guardarsi attorno.
Sconfigge il campione in carica del Roland Garros, Albert Costa, piegandosi
solo alla tigna dell’argentino Guillermo Coria. Niente Roland Garros, però:
la scuola viene prima. In compenso, ad Amburgo avviene un piccolo rito di
passaggio. Dopo aver sconfitto al primo turno Paul-Henri Mathieu, al
secondo si ritrova davanti Carlos Moyá, uno che per Rafa nella vita sarà
molto, quasi tutto: concittadino, idolo, modello, avversario, amico, sparring
in allenamento, compagno di Coppa Davis, consigliere, coach. Un numero
uno.
«Nelle molte partite di allenamento che avevamo giocato nei due anni
precedenti» ricorda Carlos nell’autobiografia dell’amico, «avevo vinto quasi
sempre io: a dire il vero, se volevo vincere sul serio vincevo sempre. Ma in
quell’occasione ero nervoso, mi sentivo incredibilmente sotto pressione. Ero
tra i primi dieci del mondo e lui era un ragazzo, senza dubbio una stella
emergente, ma pur sempre il numero trecento del ranking mondiale. Perdere
sarebbe stato imbarazzante.»
Moyá è investito dalla paura, un sentimento che raramente prima d’ora
ha provato in un campo da tennis. La paura che incute Rafa, che – dicono gli
anziani del gioco – somiglia alla paura che i tennisti di tre generazioni
tennistiche prima avvertivano in presenza di Jimmy Connors, l’Antipatico.
La paura di non essere all’altezza, di perdere ogni singolo punto, di non
capire cosa sta succedendo. Contro Connors, la prima volta, l’incubo erano
le smazzate piatte che viaggiavano veloci nell’aria, senza lasciarti nemmeno
il tempo di pensare. Con Rafa è il contrario: le palle saltano come serpenti
impazziti, farcite di spin, di effetto, tremilacinquecento giri al minuto che si
trasformano in una quantità di moto impressionante. È come colpire una
sfera di quindici chili, e per giunta sopra la spalla, perché i colpi di Rafa si
imbizzarriscono appena dopo il rimbalzo e rischiano di scavalcarti. Nella
migliore delle ipotesi, ti schiacciano contro i cartelloni.
Rafa, poi, è un caso particolare di mancino all’interno della storia
parallela dei mancini del tennis. In realtà è ambidestro, e prevalentemente
destrimano: mangia, firma autografi e apre il frigorifero con la destra, ma
serve e gioca a calcio da mancino. Fu Jofré Porta, un esperto di
biomeccanica che ha lavorato con Nadal fra infanzia e adolescenza,
vedendolo giocare entrambi i colpi a due mani – tecnicamente due rovesci,
visto che sul diritto era la destra la mano dominante –, a suggerirgli di
staccare una mano dal diritto, per non limitarne l’efficacia. Zio Toni lo
incoraggiò a continuare con la mano che sentiva più forte, e Rafa si orientò
spontaneamente sulla sinistra. «Non ho mai pensato seriamente di giocare
con la destra» ha spiegato anni fa Nadal. «Semplicemente perché non mi
sentivo a mio agio.» Niente di imposto, insomma, come invece è avvenuto,
alla rovescia, per alcuni campioni del passato che, pur essendo mancini,
sono stati «convinti» a usare la destra: lo stesso Carlos Moyá, e poi Ken
Rosewall, Margaret Court, Maureen Connolly, tutti fra l’altro fuoriclasse
con molti Slam vinti in carriera. Sarebbe stato più o meno forte, il Nadal
destro che non abbiamo mai visto? Forse non sarebbe cambiato granché.
Per Carlos Costa, il manager di Nadal, trovarsi di fronte Rafa è invece
come camminare al fianco di Tiger Woods sui green tiratissimi dell’Augusta
Masters. Si avverte sottopelle il carisma del maschio alfa, del dominatore
del branco. «Ho giocato contro di lui alla fine della mia carriera, e sì, c’è
stato un momento dell’incontro in cui è subentrata la paura. Sapevo di
essere in presenza di uno nato per vincere. Rafael è mentalmente più forte di
chiunque altro, è fatto di una pasta speciale.»
Ad Amburgo fa freddo, è sera, e né Nadal né Moyá giocano bene, ma
Rafa vince in due set, 7-6 6-4. «Quando Rafa gioca male» riprende Moyá,
«gioca dieci volte meglio di chiunque altro che giochi male. Alla fine del
match ci abbracciammo a rete e lui mi disse: “Mi dispiace.” Ma non ce n’era
bisogno. Presi quella sconfitta con più filosofia di quanto mi sarei aspettato.
Sapevo che sarebbe stata la prima di molte, che Rafa era il futuro e che, per
quanto lentamente, stava cominciando il mio declino.»
Chiglie e prime di servizio
Ernesto Bertarelli è nato a Roma, ma ha un passaporto svizzero. Secondo
Forbes, l’anno scorso il suo patrimonio si aggirava attorno agli otto milioni
e mezzo di dollari – cent più, cent meno. Da giovane ha vissuto
all’Argentario, regatando davanti a Porto Santo Stefano e Porto Sant’Ercole.
Ha fiuto per il vento, ancora di più per gli affari. E il gusto per le sfide.
All’inizio del 2000 vola in Nuova Zelanda e ingaggia Russell Coutts, il
timoniere di New Zealand, la barca che sta per battersi contro Luna Rossa.
Ha in tasca un budget – ufficiale – di sessanta milioni di dollari e in testa
un'idea folle: portare l’America’s Cup in Europa, da dove manca dal 1851.
Vuole farlo con una barca dal nome misterioso, Alinghi, che appartiene a
una nazione senza nessun affaccio sul mare. Alinghi non vuol dire niente,
non è un vento, né il nome di una ninfa greca. Se lo sono inventati Bertarelli
e sua sorella quando giocavano da bambini e non volevano farsi capire dagli
adulti.
Ci sono sogni che nascono da lontano, quando neanche ne siamo
coscienti, e ci restano dentro per anni, a volte per tutta una vita. Fino a
quando arriva qualcosa, un soffio, una congiunzione astrale, un sorriso del
caso, a risvegliarli e a dare loro la forma di un’idea. Di un progetto.
Roger Federer, per esempio, nella sua casetta di Munchestein, da
ragazzino aveva appeso un poster del Centre Court di Wimbledon. Ma
nemmeno Nostradamus aveva previsto che nel 2003 una barca con licenza
svizzera avrebbe vinto la più famosa delle gare sul mare. Che un club di
calcio senza grandi tradizioni come il Basilea avrebbe eliminato dalla
Champions League il Liverpool – dicasi: il Liverpool – e che un tifoso di
quello stesso club, nato a pochi chilometri dallo stadio, avrebbe alzato la
Challenge Cup in un incantato pomeriggio londinese. Hopp, Schwiiz.
Il momento peggiore è stato negli ottavi, con Feliciano. Ci stavamo
scaldando e ho sentito un dolore alla schiena, lancinante. Come se mi
avessero piantato un coltello nella carne. Mio Dio, ma cos’è? Non riuscivo
più a muovermi. Dopo il primo game ho chiamato il fisioterapista, gli ho
detto che avevo paura di dovermi ritirare. Ho pensato: Ecco, adesso
diranno che come al solito mi manca qualcosa. Che magari una partita,
anche due o tre, le so giocare magnificamente. Che posso vincere un torneo
normale, ma che per gli Slam non sono tagliato, proprio no. Li ho letti i
giornali, anche quelli che Mirka mi nasconde. Un campione incompleto,
uno che lascia le cose a metà. Che può battere Pete Sampras ma poi perde
da Tim Henman. Grande talento, ma cuore così così. Stavolta però non è
colpa mia. Forse è davvero la maledizione di questo campo, il numero 2: lo
chiamano il cimitero dei campioni. Il fisio mi ha massaggiato con una
pomata e dato una pillola contro il dolore. Ero lì, steso sull’erba, e
pensavo: Dio, fa’ che venga a piovere, che la prossima nuvola sia quella
giusta. Non mi ha ascoltato. O forse sì, perché quando mi sono alzato
riuscivo almeno a camminare, e poi scambio dopo scambio il dolore si è
calmato. Non è scomparso, perché ai cambi di campo facevo fatica a stare
seduto, ma mi ha dato tregua. Feliciano è uno che gioca in attacco, cerca
sempre la rete, così gli scambi sono stati brevi anche per la media di un
match sull’erba. Ha avuto le sue occasioni, ma non le ha sfruttate. Ho vinto
io, 7-6, 6-4, 6-4, anche se in realtà avrebbe potuto battermi lui con lo stesso
punteggio. Il tennis è strano, ho pensato uscendo dal campo. La vita è
strana.
Slam, dolce Slam
A Wimbledon, Federer e Lundgren alloggiano in Lake Road: un
appartamento come tanti, niente di speciale, molto verde, bowindow, case in
mattoncini e la sera qualche volpe che ti attraversa la strada. Signore inglesi
che portano a spasso cani enormi. Ma è molto comodo, a due passi dall’All
England Club.
Dopo Parigi, Rog ha vinto il suo primo torneo sull’erba a Halle, ha
trovato il ritmo. «Sai, Peter, ho capito cosa è andato storto a Parigi. Mi ero
messo troppa pressione da solo. Ogni volta che vado in campo mi sento
addosso gli occhi di tutti. Ma adesso basta. Hai visto a Halle, no? Se non mi
rovino da solo, posso vincere. Dappertutto. Anche qui.»
Nei primi tre turni il fenomeno non perde un set. Anzi, uno solo: contro
Mardy Fish, l’americano amico di Andy Roddick. Sui campi si aggira,
cercando di non farsi vedere troppo, anche la troupe che sta girando
Wimbledon, un film mieloso e molto dimenticabile con Kirsten Dunst.
Tre match li vince anche Rafa Nadal, che Roger qualche volta va a
vedere. Ha diciassette anni: nessuno era stato capace di fare tanta strada a
Wimbledon, così giovane, dai tempi di Boris Becker. Al primo turno, lui
che ha un tennis apparentemente così legato alla terra rossa, ha battuto
Mario Ančić. Sì, quello che l’anno prima ha buttato fuori dal torneo proprio
Roger. Poi ha dato due schiaffi a Lee Childs e si è fermato contro Paradorn
Srichaphan, il tailandese, tre set secchi. Non sembra, ma il ragazzo ci sa
giocare sull’erba. Si muove bene, sta basso, a rete ha un senso naturale della
posizione. Magari non è elegantissimo, ma raramente sbaglia una volée.
Una mattina, mentre aspetto il mitico pulmino della transportation
davanti all’ingresso del Gloucester Hotel, me lo vedo passare davanti,
preceduto e seguito dai suoi custodi, lo zio Toni, Titín e Francisco Roig.
Saltella come un pugile e non si ferma mai, da quando lo avvisto sugli
Harrington Gardens a quando scompare nella porta dell’albergo. Sfortunato
chi se lo troverà davanti fra un paio di anni sul ring, penso. Sul ring verde di
Wimbledon.
Filippo il greco
Federer, dopo il mezzo coccolone contro Feliciano López, ritrova la
magia. Nei quarti tre set a Sjeng Schalken, l’olandese, in semifinale altri tre
ad Andy Roddick. In finale – a sorpresa – c’è Mark Philippoussis. Lo
chiamano Scud, come uno dei missili che in primavera George Bush ha
spedito su Baghdad, perché le sue prime di servizio viaggiano a
duecentoventi all’ora e fanno male. E lo chiamano anche Hollywood, perché
è bello e ha gusti da divo: macchine da corsa, moto e snowboard, flirt a
ripetizione, anche con Sua Avvenenza Anna Kurnikova. Finirà infatti
protagonista di modesti reality show, caricatura di se stesso – ma anche
questa è una storia che il tipografo taglierebbe dalla pagina, bisogna
rassegnarsi.
Nel 2003, Philippoussis crede ancora nelle favole. È normale che ci
creda, visto che pochi mesi prima girava su una sedia a rotelle, con il
ginocchio sinistro massacrato e ricucito da tre operazioni in poco più di un
anno. Dopo la serie di infortuni che hanno messo a repentaglio la sua
carriera – nel 1999 era numero otto del mondo –, Mark ha cambiato
prospettive e ambizioni. «Perché non dovrei credere alle favole?» sorride,
dopo aver smontato Sébastien Grosjean in semifinale. «Io sono passato
attraverso così tanti dolori e depressione che ormai temevo di non essere più
all’altezza di una grande finale. Ma tutto succede per un motivo. Per ogni
sofferenza c’è una ricompensa.»
Centosessantaquattro ace in sei partite, quarantasei solo contro Agassi.
Goran Ivanišević, il recordman di Wimbledon, nel 2001 ne ha piazzati
duecentododici, in sette incontri. Alla finale, sognata disperatamente, questo
australiano atipico – figlio di un greco e di un'italiana – ci è arrivato spinto
dal servizio devastante, ma non solo. Sa giocare diritti precisissimi anche
nel passante, il rovescio è migliorato, le volée – anche quelle in tuffo, una
splendida esibita contro Popp nei quarti – sono da sollucchero.
Però contro il fato non si può mettere nessuno, a maggior ragione un
mezzo greco che pare uscito dall’assedio di Troia. Minerva sta con Federer,
con il suo genio a tutto tondo. Gli poggia una mano sulla spalla appena
entra in campo e non lo molla più. «Roger oggi vincerà il suo primo Slam e
si renderà conto di essere un vero numero uno, come successe a me nel
1981» vaticina John McEnroe nel prepartita. Mac dall’altra parte della rete
aveva Borg e non, con tutto il rispetto, Philippoussis; ma in fondo il discorso
non cambia troppo. E soprattutto il pronostico è azzeccato. Altri tre set e
Roger guarda l’ultimo rovescio di Scud spegnersi a rete. Si inginocchia,
proprio come faceva Borg, si toglie la bandana, scioglie lo chignon e anche
le lacrime quando Sue Barker lo intervista, accanto al red carpet steso
sull’erba dai ball boys.
Roger non ha paura di piangere, e queste non saranno certo le sue ultime
lacrime. «La parola scritta sta al pensiero come la lacrima sta al
sentimento» ha detto qualcuno. «È una calligrafia dell’emozione.» E qui
siamo ancora al primo capitolo.
Un ginocchio di nome Kermit
Nell’autunno del 2003, due mesi dopo la vittoria di Federer a
Wimbledon, Andy inizia a giocare qualche Futures. A ottobre vince il suo
primo torneo a Glasgow. «Il montepremi era di seicento sterline» ricorda la
madre, «una goccia nell’oceano di quello che spendevamo ogni giorno, ma
per lui hanno rappresentato un grosso cambiamento dal punto di vista
mentale. Stava guadagnando da tennista professionista.»
Ma come in un romanzo di Dickens o Thackeray arriva, inevitabile, il
dramma, sotto forma di un dolore al ginocchio che non se ne vuole proprio
andare. Tre mesi dopo il suo primo successo, Murray è costretto a fermarsi;
seguono esami specialistici che rivelano la preoccupante verità: Andy soffre
di rotula bipartita, una patologia congenita, non dovuta a infortuni. Di che
cosa si tratti, al di là del gergo ortopedico, lo spiega benissimo Judy: «Ogni
volta che Andy si piegava, l’osso sembrava la rana Kermit che sorrideva.»
«Sarei davvero sorpreso se potesse continuare a giocare ancora a tennis a
livello professionistico.» Il primo parere medico arriva come uno schiaffo.
Orrore, sconforto, panico. Andy è distrutto, ma Judy come al solito ha un
piano B. Inizia a consultare amici, parenti, altri medici, e scopre che in
Germania c’è un calciatore che la rotula ce l’ha addirittura tripartita; a
Miami, a un altro tennista, la stessa patologia è stata diagnosticata a nove
anni. Ottiene il nome di un nuovo specialista e stavolta il responso è meno
drammatico. Serve però tempo, molta riabilitazione: bisogna dire addio alla
Spagna, agli allenamenti con le stelle del tennis internazionale. I Murray
decidono di continuare a pagare il coach inglese di Andy, Leon Smith,
mentre dal divano di casa, fra una seduta e l’altra del fisioterapista, Andy
diventa il miglior consulente di se stesso.
«C’era un sacco di tennis in tv, e Andy iniziò a guardarlo con un occhio
più analitico» racconta Judy. «Era sempre stato molto acuto tatticamente,
ma ora aveva la possibilità di affinare il suo istinto. Aveva un piccolo
quaderno in cui segnava appunti a ogni match che guardava, con la parte
davanti per le osservazioni tecniche e gli schemi di gioco, e quella dietro
riservata a una lista delle frasi ridicole che i commentatori tv pronunciavano
ogni giorno.» Riuscì a trasformare una difficoltà in una grande opportunità.
«Era come un uomo d’affari che osserva i propri avversari impegnati in una
discussione di lavoro, mentre se ne sta tranquillo con i piedi sul tavolino,
con un sacco di tempo a disposizione» continua. «Sono sorpresa da quanto
poco, oggi, i giovani più promettenti guardino le partite dei loro rivali in tv.
Quale modo migliore di imparare a giocare, se non osservando ciò che
fanno i migliori tennisti del mondo?»
In primavera Andy può ricominciare a giocare, e ne è felice. Quello che
non sa, quello che nessuno in casa Murray sa, è che Judy, per continuare a
pagare Smith e gli allenamenti, si è riempita di debiti. E non ha la minima
idea di come ripagarli. Di notte fissa angosciata il soffitto. Se vi capiterà
ancora di vederla digrignare i denti in tribuna, alzando il pugno e urlando a
tutta voce, per favore, pensate a cosa ha passato questa donna per fare di suo
figlio un campione. E perdonatela.
Andy torna in campo a Nottingham, e ricomincia a macinare successi in
Spagna e a Roma. A settembre ci sono gli Us Open, il risanato è in
tabellone nell’under 18 e lo vince, superando fra gli altri Juan Martín Del
Potro, Mischa Zverev, Sam Querrey e, in finale, Sergiy Stakhovsky. Judy
inizia a respirare. Il funzionario della Federazione inglese, invece, nel fresco
del suo ufficio con aria condizionata, si rende conto di aver sbagliato la
valutazione più importante della sua vita.
L’era di Federer
La precessione degli equinozi è un fenomeno lento e continuo, che altera
l’orientamento dell’asse di rotazione della Terra. Ogni moto di precessione
occupa circa 25.772 anni, provocando lo spostamento del polo celeste, il
cambiamento delle coordinate e la migrazione delle costellazioni. A ogni
ciclo corrisponde un’era astronomica.
Nel tennis, tra un’epoca e un’altra passa molto meno tempo. L’ultima
precessione tennistica – o la penultima, chissà, perché forse una nuova era si
sta aprendo proprio in questi mesi – si è compiuta fra il 2003 e il 2004. Fra
la fine di una breve glaciazione, seguita al declino di Pete Sampras e al
graduale oscuramento di Andre Agassi, e l’ascesa di Roger Federer.
Che qualcosa nell’armonia del circuito stesse cigolando lo si era capito
nel 2001, ed era diventato evidente a tutti con la vittoria di Federer a
Wimbledon due anni dopo. Ma è nel breve periodo che vede brillare Andy
Roddick che lo zodiaco intero si riposiziona. L’osservatorio ideale è quello
dei tornei americani di fine 2003. Con gli Usa Roger non è mai andato
d’accordo, non fiuta l’aria giusta, si sente a disagio. Infatti, dopo il trionfo
londinese ricomincia subito a perdere dai soliti noti, i demoni che lo
perseguitano fin dall’adolescenza. A Montréal cede in finale a Roddick; a
Cincinnati e agli Us Open si fa incartare dal «tonto» Nalbandian. Nelle
semifinali di Davis, a Melbourne, Lleyton Hewitt lo bulleggia come ha
sempre fatto, infliggendogli un doloroso 6-1 al quinto set. Anche nella
stagione europea indoor continua il rosario delle delusioni: a Parigi-Bercy
contro Tim Henman, a Basilea contro Ivan Ljubičić.
L’inizio della Masters Cup, che nel 2003 si gioca nel pressapochismo
organizzativo di Houston (il patron è Jim McIngvale, detto Mister
Materasso), sembra il ripetersi di un copione stracco. Andre Agassi lo
punisce in tre set nella fase a gironi, 7-6 al terzo, e di Houston non gli piace
quasi niente. E lo dice, rischiando una colluttazione verbale con Jim. Poi
però l’asse inizia a ruotare, e quelle che fino a pochi giorni prima erano
state le eterne bestie nere di Roger migrano altrove, dando forma a nuove
costellazioni. Federer è il motore – mobilissimo – che inaugura il
rivolgimento. Lascia tre game a Nalbandian, quattro a Juan Carlos Ferrero,
otto ad Andy Roddick in semifinale, e sette, in tre set, al vecchio Agassi in
finale. Bang! Un meteorite che si infiamma, una supernova che esplode.
Il 2 febbraio dell’anno seguente, Federer diventa numero uno per la
prima volta in carriera, detronizzando il povero Roddick, che dopo il
successo agli Us Open si era immaginato chissà che cosa. A Melbourne,
inoltre, batte Safin, conquistando l’Australian Open. È l’anno del primo
triplete: dopo lo Slam australiano arrivano il bis a Wimbledon e la prima
vittoria a Flushing Meadows. La sconfitta contro Gustavo Kuerten, al terzo
turno di Parigi, è solo un inciampo. Di nuovo a Houston, Roger cammina sul
cemento come un profeta, mollando sganassoni a Gastón Gaudio, il
campione in carica del Roland Garros, a Safin in semifinale, e per ben due
volte a Hewitt, nel girone e in una finale brutta e brulla a senso unico.
Sono ottanta partite in dodici mesi, con solo sei sconfitte. E un unico,
vero rimpianto. «Il Roland Garros? A Parigi cercherò di vincere, certo»
confessa il campione, «ma non di più rispetto agli altri grandi tornei. Anche
se modificherò leggermente la mia programmazione sulla terra battuta,
questa del Roland Garros non deve diventare un’ossessione.»
Roger è un hapax, un’eccezione. Non solo vince, ma stupisce. Il
federerismo di Bertolucci esce dalla clandestinità, pronto a diventare il
credo mainstream più inclusivo e – sia detto benevolmente – integralista
della storia.
«Mi riempio di orgoglio quando mi si dice che il mio gioco crea nuovi
tifosi di tennis, o riavvicina quelli che se ne erano allontanati» dice. «E mi
fa molto piacere quando i campioni degli anni Sessanta e Settanta mi fanno i
complimenti. Manolo Santana, per esempio, è un mio ammiratore; John
Newcombe e Stan Smith sono venuti negli spogliatoi a congratularsi dopo la
finale dell’Us Open; McEnroe ha sempre speso parole fantastiche su di me.
All’inizio non capivo il perché di tanto entusiasmo, poi mi hanno detto che
è perché il mio stile somiglia molto al loro. Non credo di essere un
fenomeno, ma Wimbledon mi ha sempre dato conferme. Prima la vittoria
nel torneo juniores, poi quella su Sampras alla mia prima apparizione sul
Centre Court, infine il grande successo dello scorso anno.»
Roger piace, piace proprio a tutti.
Uno slogan di successo
Il cantore che trasforma il sentimento popolare in leggenda è lo scrittore
americano David Foster Wallace, con un pezzo pubblicato nel 2006 sul New
York Times. In poco tempo l’articolo diventa un classico, il breviario dei
federeristi più accesi, diversi sia dai federeromani, che per Roger provano un
trasporto erotico, sia dai federerologi, che invece trattengono la libido e
preferiscono osservare il campione dall’esterno.
Stiamo parlando del Tennis come esperienza religiosa, il diario che
Foster Wallace, tennista dilettante in gioventù, estrae con mestiere da
qualche giorno passato a Wimbledon. Il libricino contiene molte banalità,
almeno per chi conosce il tennis da vicino. L’affermazione che «negli sport
maschili nessuno parla mai della bellezza, della grazia, o del corpo» suona
perlomeno bizzarra, se confrontata con una tradizione che scorre veloce nei
secoli da Pindaro a Leni Riefenstahl, passando per Giacomo Leopardi,
Vittorio Sereni, Alfonso Gatto, Pier Paolo Pasolini, Carol Joyce Oates e
tantissimi altri scrittori e poeti. L’autore, del resto, si stupisce per il fatto che
Federer prepari un tiro vincente «quattro o addirittura cinque colpi prima»,
una cosa del tutto normale per un professionista: non c’è certo bisogno di
scomodare teorici del gioco come Bill Tilden o René Lacoste, che lo
sostenevano cent’anni fa. Niente, insomma, che non sia stato già detto.
Wallace però è bravo a scippare a Perry Como, il cantante dei Magic
Moments, un’espressione accattivante, i «Federer Moments», e ad applicarla
con raffinata ingenuità al sentire dell’appassionato comune, del tifoso
addivanato davanti allo schermo.
«Se avete visto il tennis sempre e solo in televisione» scrive Wallace,
«semplicemente non avete idea di quanto forte questi giocatori picchino la
palla, quanto la palla sia veloce, quanto poco tempo abbiano per
raggiungerla e quanto rapidamente riescano a muoversi, voltarsi, colpire e
rientrare. E nessuno è veloce, o vi fa sembrare tutto questo ingannevolmente
naturale, come Roger Federer.»
Wallace scopre la sprezzatura con mezzo millennio di ritardo rispetto a
Baldassarre Castiglione, e la applica alla fame di inedito e di assoluto del
tifoso sportivo casalingo, condendola con un pizzico di spiritualismo new
age. Un’idea geniale, un’intuizione vincente.
Lo stesso Federer mostra sincera sorpresa per il successo del compendio.
«Mi ha intervistato a Wimbledon per mezz’ora» dice Rog, «una delle
interviste più strane che abbia mai fatto. Mentre me ne andavo mi chiedevo
di cosa avessimo parlato. Mi ha molto colpito il suo suicidio.»
Ma è proprio nel momento in cui Federer sembra involarsi in salita,
staccando tutti come Marco Pantani sul Mont Ventoux, che si palesa la sua
nemesi. Il suo Doppelgänger in canottiera, il dioscuro con cui gli toccherà
dividere per il resto della carriera trofei e montepremi. L’epifania avviene
nel febbraio 2004, in Florida, nel paradiso semitropicale di Key Biscayne.
3
Rivalità elette
Sessantanove minuti
A Crandon Park, oggi, ci giochi per cinque dollari l’ora. Parcheggi, entri
nel vecchio centrale, non del tutto abbandonato ma ormai vuoto e un po’
spettrale, con la sala stampa intatta e piena di schedari e targhette di Atp e
Wta ancora incollate ai vetri, e inizi a palleggiare.
I residenti di Key Biscayne, una delle keys – le isole collegate da un
nastro di strada che da Miami portano fino a Key West, il paradiso di
Hemingway –, nel 2019 hanno vinto la battaglia: niente ampliamenti, niente
migliorie, niente più torneo. Che se ne andassero in città quei cafoni del
tennis, a giocare all’Hard Rock Stadium, in un parcheggio uguale a mille
altri. Del piccolo miracolo che un tempo si chiamava Lipton e degli echi dei
colpi di Lendl, Sampras, Agassi e McEnroe non rimane che un ricordo
lontano.
Ma il 28 marzo 2004 Crandon Park è ancora vivo e pulsante. È la
giornata del terzo turno, e tutti vogliono vedere in campo il fenomeno.
Federer ha appena vinto gli Australian Open, esorcizzando finalmente
l’insofferenza nei confronti di Safin. Nei primi due mesi Roger ha perso solo
un match, contro il maestrino Tim Henman, nei quarti di Rotterdam, ma si è
prontamente vendicato a Indian Wells, il vecchio torneo di La Quinta che
Larry Ellison, cofondatore della Oracle Corporation, si è comprato con gli
spiccioli per la colazione e ha in poco tempo trasformato in una dépendance
di Hollywood, dove non si capisce se sono più le star che si divertono a
guardare i tennisti o i tennisti che gongolano a farsi ammirare dalle star.
Roger si sente imbattibile, è pronto a conquistare un altro Masters Series.
Certo, ha già sentito parlare di quel ragazzino infuriato in canotta rossa che
frusta diritti all’impazzata. Ma ha solo diciassette anni, cosa può combinare
contro di lui? L’adolescente, però, entra e lo inchioda, per la prima di molte
volte, nell’angolo sinistro del campo, lontano da tutte le sue certezze.
«Non credo di aver mai servito meglio» dice il niño, una volta concluso
il lavoretto. Ha appena lasciato sei game al numero uno del mondo, su una
superficie senza dubbio più adatta a Federer che a lui. In Florida è l’anno
dei quattro uragani, e Rafa è il quinto.
Per smantellare il suo avversario Nadal ci mette sessantanove minuti, e
Roger se lo ricorderà bene, l’anno dopo, quando risbarcherà a Miami in
cerca di una vendetta che otterrà, ma a caro prezzo. Questa volta, dopo
essere stato sconfitto, Federer lancia una maledizione a Rafa senza
rendersene conto: mai, in tutta la sua carriera zeppa di tornei, il maiorchino
riuscirà ad alzare la coppa a Miami.
Nadal si ferma nei quarti con Fernando González, El Bombardero de la
Reina, e pazienza. Al ritorno in Europa per la stagione sulla terra rossa ha
grandissimi progetti. Ma il suo corpo, il migliore dei suoi alleati e il
peggiore dei suoi avversari, dice basta.
«La mia corsa fu interrotta improvvisamente da una microfrattura a un
osso del piede sinistro, che mi tenne fuori gioco da metà aprile a fine luglio:
niente Roland Garros, niente Wimbledon. Ero salito al numero trentacinque
del ranking mondiale, e riprendere il ritmo dopo una simile frattura – la
prima interruzione della mia carriera provocata da un infortunio, non certo
l’ultimo – non fu per niente facile. In quel momento fu una crudele
delusione ma, ripensandoci a posteriori, forse non fu un male, perché la
fragilità del mio corpo rese la mia mente più forte. E forse anche la mente
aveva bisogno di riposare.»
Gli atleti vivono del loro corpo e ne sono coscienti molto più di noi
pantofolai, sportivi della domenica.
I confini fra mente e corpo sono più sottili in quelle fisiologie
d’eccezione, l’una influenza l’altro in maniera profonda e inafferrabile; e
ogni volta che il corpo si inceppa ascoltando i messaggi che arrivano dalla
mente, o viceversa, si rischiano pause lunghe. A volte definitive. Meglio
allora vivere nel presente, e lavorare per il futuro. Considerare il corpo un
bond a lunga scadenza, sapendo bene che in qualsiasi momento la borsa può
crollare, che nulla è scontato, che può capitare di dover ricominciare da
capo.
«Quel primo, serio infortunio mi rese consapevole, fin da giovanissimo,
di quanto il tempo passi velocemente per un atleta professionista, quindi fu
molto utile. Come dice il mio amico Tomeu Salvá, divenni ben presto un
“giovane vecchio giocatore”.» O se volete un vecchio giovane, che a fine
anno recupera sufficiente forma per trascinare, in coppia con Moyá, la
Spagna alla vittoria della Coppa Davis, nella bolgia giallorossa dell’Estadio
Olímpico di Siviglia, 27.200 spettatori, il pubblico più numeroso nella storia
della manifestazione. Il punto decisivo lo porta Charly, ma è Rafa a
scalpellare il successo battendo, il venerdì, il numero uno degli yankee Andy
Roddick.
Nadal e la sua gente
Girare per il mondo settimana dopo settimana può essere elettrizzante.
Ma chi non conosce la malinconia delle partenze all’alba, degli scali in
aeroporto dopo una sconfitta o dei gomiti sul bancone di una reception, in
attesa che qualcuno ti riprogrammi il volo, non si rende conto che i viaggi di
un atleta professionista possono essere un veleno. Allora serve un antidoto, e
per tutti i tennisti che sono in grado di permetterselo il farmaco ha un nome:
il clan. Il cerchio magico personale, il team, la famiglia. Il gruppo di
persone composto da allenatore, fisioterapista, fidanzata, manager,
preparatore atletico, parenti e amici, che ti vuole bene anche quando vieni
sconfitto, che ti difende dagli urti più pericolosi. Da quei colpi profondi che
nel tennis fanno più male che in altri sport, perché non c’è un compagno di
squadra con cui condividerli. Se perdi, perdi. Ed è solo colpa tua.
Il clan di Nadal è sempre lo stesso, quasi immutato, da vent’anni. Da
circa un anno e mezzo il pezzo più pregiato, lo zio Toni, con cui Rafa è
cresciuto in conflittuale simbiosi, si è allontanato. Zio Toni l’inflessibile, più
rigido con il nipote di quanto lo fosse con se stesso, ma sempre presente e
insostituibile, decisivo negli anni importanti. Calato nel suo personaggio di
sergente di ferro, non si accorge però che i suoi rimbrotti e i suoi continui
richiami all’ordine, una volta che Rafa ha superato l’adolescenza, rischiano
di diventare un elemento di tensione.
Juan Forcades, il preparatore atletico che segue il ragazzo fin dall’inizio,
sta quasi sempre a Maiorca, ma si fa sentire con i suoi consigli a distanza.
Ha come tramite la persona più vicina a Nadal, fisicamente e spiritualmente:
Titín, il suo fisioterapista. Quest’uomo conosce la mappa dei suoi muscoli a
memoria, ma sa comprenderne anche lo stato d’animo e l’umore. «Togliete
Titín dalla mia squadra e sarò un uomo disperato» dice Rafa, precisando che
non sono solo le sue competenze come fisioterapista e la sua abilità di
infilarsi fra un fascio muscolare e l’altro a ridare sollievo al suo corpo, ma
anche la sua capacità di cogliere al volo quando bisogna parlare e quando
tacere, quando è necessario essere sinceri e dire verità difficili e quando
invece è meglio fare un passo indietro e lasciarlo solo con i suoi tormenti.
Nadal è un tipo meticoloso, ama le consuetudini, certi rituali gli danno
fiducia. A New York alloggia sempre nello stesso albergo, e sceglie sempre
fra i quattro o cinque ristoranti che il clan già conosce. A suggerirli spesso è
Benito Pérez Barbadillo, ex tour manager dell’Atp, da molti anni ormai il
suo responsabile della comunicazione, la sua seconda voce, perché spesso
Rafa preferisce parlare senza troppe mediazioni. Benito è andaluso, di Jerez
de la Frontera, e viene da una famiglia nobile. Ha iniziato con i motori, ma è
rapidamente diventato uno dei personaggi più noti del circuito tennistico. È
allegro, ironico, sempre vigile e attento. Non si lascia scappare nulla, non fa
trapelare niente. È la valvola di trasmissione fra il clan e il mondo esterno.
A volte gli capita di polemizzare, anche aspramente, in difesa di Rafa, ma
ha una qualità che tutti i giornalisti apprezzano: se dice sì è sì, se dice no è
no.
Francisco Roig, ex professionista di buon livello, è una figura che rimane
spesso nell’ombra, ma è fondamentale per l’equilibrio che crea con la sua
pacatezza e la sua capacità di analizzare i match, di individuare i correttivi e
di dare suggerimenti senza mai rubare la scena, né a zio Toni né a Carlos
Moyá, quando da avversario si è trasformato in coach di Nadal.
Anche Carlos Costa, dal 2005 manager di Rafa, è stato un ottimo
giocatore, numero dieci del mondo, finalista a Roma. In passato si è
alternato con zio Toni, e ancora oggi è uno dei migliori consiglieri di Nadal.
Ha dimostrato, da agente, di avere a cuore soprattutto gli interessi di Rafa.
Un fratello maggiore cortese ma duro, durissimo quando si arriva a trattare
di soldi e contratti, e a cui è difficile strappare una parola in più.
Á
Ángel Ruiz Cotorro, l’ex medico della Federazione spagnola, è un altro
dei pilastri del clan di Nadal, sebbene non lo segua quasi mai in giro per
tornei. È il medico che ha avuto a che fare con tutto il campionario di
infortuni del niño, che lo ha curato e rassicurato, conquistandosi grande
fama e trasformandosi in un vero e proprio faro per i tennisti, anche per
quelli non spagnoli che vanno da lui per avere un parere.
Se qualche volta vi capita di notare nella cerchia di Rafa un tipo
eccentrico dai capelli gialli, con un paio di vistosi occhiali bianchi e un
abbigliamento che pare uscito da un varietà televisivo, sappiate che il suo
nome è Jordi Roberts, soprannominato Tuts per via dei denti un po’
sporgenti. Lavora per la Nike, gestendo i rapporti tra l’azienda e il tennista,
ma tra lui e Rafa si è fin da subito instaurata una complicità fraterna. È il
compagno sempre pronto a condividere la tavola, che usa la parola giusta al
momento giusto e indossa un sorriso persino nei momenti meno allegri.
Infine, le donne del clan: la madre Ana María, la sorella Maribel, e María
Francisca Perelló, detta Mary, che nel 2019, dopo un lunghissimo
fidanzamento, è diventata la signora Nadal.
Ana María è il baricentro della famiglia, lo è rimasta anche dopo la
separazione dal marito – una separazione amichevole ma pur sempre
dolorosa –, che per un anno ha portato Rafa fuori dalla carreggiata. La
donna non tratta il figlio con condiscendenza, né con rigidità, e a differenza
di altre madri che amano stare in proscenio prima, durante e dopo la partita,
preferisce eclissarsi appena possibile. Ma magari una mattina, a Shanghai,
te la ritrovi accanto, al mercato, che ti suggerisce che maglia acquistare per
fare un regalo alla tua fidanzata o a tua moglie.
Ana María junior, detta Maribel, di cinque anni più giovane del fratello,
è bionda, bella e un po’ misteriosa. Non si conoscono gossip che la
riguardino; per anni, ai tornei la si è vista sottobraccio alla fidanzata di
Nadal, di cui è amica stretta (è stata lei di fatto a presentargliela), nascosta
dietro un paio di occhiali neri sempre molto cool. Ha studiato Scienze
motorie, e fra le altre cose si occupa della fondazione di Rafa.
Anche María Francisca, la señora Nadal, è un personaggio poco
appariscente: la sua è una bellezza bruna e semplice, da ragazza della porta
accanto. È figlia di un costruttore edile e di una dipendente comunale.
Laureata in Economia aziendale, ha lavorato come assicuratrice e, in linea
con il rigore quasi calvinista dei maiorchini e con le sue radici borghesi, non
ha mai voluto diventare un’appendice del fidanzato famoso, una groupie con
il posto in parterre. «Rafa ha bisogno del suo spazio quando è in gara, e la
sola idea di me che vado in giro e lo aspetto tutto il giorno mi stanca» ha
confessato nel 2011 al Telegraph, in una delle sue rarissime interviste. «Mi
soffocherebbe. E poi, il pensiero di lui che si preoccupa per me… no. Se lo
seguissi ovunque, penso che ci sarebbe il rischio di non andare più
d’accordo.»
Sobrietà, discrezione, fedeltà alla consegna di famiglia: la normalità. Al
matrimonio con Rafa, nel seicentesco castello La Fortaleza, i
trecentocinquanta invitati – compresi il re emerito di Spagna Juan Carlos e
la moglie Sofia – non hanno potuto portare i cellulari. Vietati selfie e post
sui social.
Per un periodo, Mary ha lavorato a Londra per la Img, una grande
società americana di management, poi ha preferito tornare a casa, calamitata
dalle sue radici e dall’amore esclusivo, quasi morboso che le Baleari, come
tutte le isole, esercitano sui propri abitanti.
Via dalla pazza folla, dalle luci della ribalta; via dal pozzo rovesciato
della celebrità. «Non è una cosa che mi interessa» conclude. «E non credo
che Rafa avrebbe mai sposato una donna attratta da quell’aspetto della vita.»
Il primo sangue rosso
Fra il 2004 e il 2006, Federer sembra avere in pugno il tennis. Gioca
molto, vince quasi tutto. Solo Nadal è capace di mettergli qualche paletto,
soprattutto sulla terra; gli tiene testa addirittura sull’erba. Djokovic e
Murray sono ancora in incubatrice, gli altri contano il giusto. Nel 2004,
FedEx vince settantaquattro partite e ne perde sei, la più dolorosa contro
Thomáš Berdych ad Atene, al secondo turno del torneo olimpico, la gara
stregata che gli fa piangere di nuovo lacrime di rabbia. L’anno dopo le
vittorie salgono a ottantuno, le sconfitte scendono a quattro, ma la coltellata
al cuore arriva in Francia. Parigi vuole in finale Federer contro Nadal, lo
sanno anche i muri. Alla vigilia del torneo, mentre Rafael si avvia ai campi
di allenamento, un nugolo di raccattapalle gli si stringe attorno, avido di
autografi.
I due si sono incontrati l’ultima volta a Miami, nel marzo 2005, dove
Roger ha vinto faticando molto, poi si sono osservati a distanza per tutta la
stagione terricola. Nadalito è avanzato aggiudicandosi tornei su tornei,
Monte Carlo, Barcellona, Roma: tutto un flettersi di muscoli che gli è valso
il numero cinque Atp e trentuno vittorie su trentatré match sul rosso.
Invece il numero uno del mondo, che dallo scorso agosto ha vinto
quarantasette partite su quarantanove, ha toppato a Monte Carlo contro
Richard Gasquet; si è assentato, ma è ritornato padrone di sé ad Amburgo.
«Rispetto agli altri anni» sostiene John McEnroe, «mi sono accorto che
sulla terra ora Roger viene più spesso a rete, tenta più smorzate, copre di più
il rovescio. Varia di più il gioco. Speriamo che lo faccia anche al Roland
Garros.»
È una maledizione, quella degli attaccanti – ammesso che si possa
inserire Federer nella categoria –, che non vincono a Parigi dai bei tempi di
Yannick Noah nel 1983. Becker, con teutonica testardaggine, si incaponiva a
giocare da fondo, Sampras era troppo vulnerabile e Patrick Rafter
inadeguato. McEnroe e Edberg ci sono arrivati vicini giocando come
sapevano, senza abiure tattiche, ma hanno fallito a un passo dalla vittoria.
Riuscirà Federer a rompere l’incantesimo e a guadagnarsi l’unico Slam che
gli manca? Per farlo dovrà passare sopra Nadal, e se i due si scontreranno lo
faranno in semifinale, perché sono capitati nella stessa parte del tabellone.
A metà della prima settimana si sfiorano negli spogliatoi. Mentre aspetta
di giocare il suo secondo turno contro Nicolás Almagro, Roger avvolge con
cura il tape sulle caviglie; Rafa, un auricolare dell’iPod infilato nell’orecchio
e l’altro penzoloni, saltella come un canguro davanti a un televisore,
controllando il punteggio del match precedente al suo appuntamento con
Xavier Malisse.
«Roger» suggerisce un terzo personaggio, «sai quanti tornei ha vinto
quest’anno Rafael?»
«Cinque» risponde prontamente Federer. «I due in Sudamerica e poi
Monte Carlo, Barcellona e Roma.»
«Eppure» continua con malizia l’anonimo, «lui è convinto di averne vinti
sei.»
Davanti allo sguardo interrogativo del number one, Nadal finalmente
esce dalla trance basculante. «Ho perso contro di te in finale a Miami»
spiega serio serio, «ma tu sei di un altro pianeta, non fai testo. Quindi posso
dire che ho vinto anche quel torneo.»
Tipico esempio di sillogismo nadaliano. A dire il vero, anche su Nadal
ormai gravano sospetti di non-terrestrità. Dopo l’ennesima performance da
alieno nei quarti di finale contro David Ferrer, persino i colleghi spagnoli,
attoniti, si spingono a chiedergli «¿Qué comes, Rafa? Che cosa mangi per
giocare così?»
«Mariscos» è la risposta, e onestamente da uno nato a Manacor non era
difficile aspettarsela.
Resta da vedere chi sarà il pesce più grosso: venerdì pomeriggio, sul
centrale del Roland Garros. Perché sì, siamo quasi arrivati al momento che
tutti aspettavano. Nadal e Federer si sono qualificati per la semifinale alta,
che ha tutto l’aspetto di una finale anticipata, e lo hanno fatto a modo loro.
Federer ha sbaragliato il figlio elegante della banlieue romena, Victor
Hănescu, stropicciandosi un po’ ma riuscendo nell’impresa di arrivare alla
sua prima semifinale parigina senza perdere neppure un set; l’ultimo capace
di tanto fu Sergi Bruguera, nel 1994. Con la mente rivolta alle partite future,
finora è stata una passeggiata, per vincere gli è bastato poco.
Rafa contro Grosjean è parso un po’ fiacco e, come a Roma, David
Ferrer l’ha tenuto impegnato, almeno in avvio di primo set. Ma sul 6-5, 1540, si è esibito in un recupero disumano da destra a sinistra, concluso da
un’artigliata mancina scagliata dalla prima fila dei palchi, che ha
visibilmente contuso il povero David. Il match è morto lì.
Arrivo al Roland Garros e accanto al campo numero dieci ci sono fan
accalcati e sudati, il cellulare o la videocamera in mano a rubare immagini.
Da dietro il telone verde giungono sbuffi, ansiti, un rumore di suole. Pare di
sentire un purosangue che sgamba a Longchamp. «È Nadal che si allena!»
spiega tutta eccitata una ragazzina, staccandosi dalle griglie. Il fenomeno è
lì che scaglia drittoni contro i suoi due sparring partner, Sánchez e Costa. E
Federer? Sta su un altro campo, in silenzio, a provare traiettorie mancine
sotto lo sguardo rugoso dell’allenatore Tony Roche. Un messo del campione
si è presentato il giorno prima negli spogliatoi, procurando un mezzo infarto
all’unico junior non destrorso del tabellone, il venezuelano David Navarrete:
«Domani, alle due, avresti voglia di palleggiare con Federer?»
È la vigilia della semifinale che vale il torneo, forse l’intera stagione. A
Miami, Roger ha vinto in un bagno di sudore, cinque set da galera, con
Nadalito una volta a due punti dal match. Ma lì era cemento, qui si scivola
sull’argilla, dove il maiorchino è di casa. Mercoledì Rafa era da Pizza Pino
in compagnia di zio Toni, sugli Champs Élysées; cena e poi gelato da
Häagen-Dazs. Jeans, sneaker e camicia bianca, nei panni dell’adolescente
educato e riservato che è in realtà, non della belva che sembra in campo.
«Lo so, non è una dieta da atleti» mi dice, ma con l’aria di pensare che
chissenefrega, è tutta energia. Roger invece mangia cose diverse ogni sera:
pasta, sushi, entrecôte. A mezzogiorno li hanno voluti fotografare insieme,
prendendo in prestito dalla boxe la cerimonia del peso. Un braccio di ferro,
una finta racchettata in testa.
«Così» sorride Nadal, «il match lo vinco facile.»
«Rafa è mancino» dice Federer, «e oggi non ce ne sono tanti di alto
livello. Ma io non ho paura di nessuno. Dovrei, forse? Sono il numero uno
del mondo. Rispetto tutti, ma sono gli altri a doversi preoccupare.»
«Sulla terra» continua Rafa, «Roger non è il favorito. È una partita
fondamentale, e credo sarà anche divertente. Ma è il Roland Garros, e io
voglio questa finale, quindi preferisco giocare male e vincere che giocare
bene e perdere. Perché se perdo, stavolta perdo qualcosa di importante.»
«Credo di aver imparato molto su Nadal giocandoci contro» dice Roger.
«È lui il favorito? Perché giochiamo sulla terra? Non vedo perché dovrei
essere nervoso. Sulla terra ho giocato meno di lui e di Coria, ma questo non
significa niente. Qui non ho ancora perso un set. Ho risparmiato energie.
Non ho nemmeno intaccato il mio serbatoio di riserva. Sono pronto. Per me
significa stare a un passo dal sogno» aggiunge Rog, «anzi, a due: non è
ancora la finale. Se vincerò a Parigi, avrò vinto tutti e quattro gli Slam. A
ventitré anni non è male, no?»
No, infatti: ci sono riusciti solo altri cinque immortali: Don Budge, Fred
Perry, Roy Emerson, Rod Laver, Andre Agassi. C’est l’histoire, mais oui.
In campo, Nadal sembra non conoscere la paura. In realtà ne avverte la
presenza, ma la scaccia. Quattro pari nel terzo set, dentro un centrale di
Parigi bagnato dalla luce dorata del sole. Federer sembra battuto da un cross
lungo, ma rischiando i dorsali frusta un dritto, lo rimette tagliente sui piedi
di Rafa e vince il punto. Trenta pari. Rafa ha vinto il primo set 6-3, perso il
secondo 6-4, da lì passa uno dei crocevia della partita. Rafa la apre e la
chiude. Vince il game, e in quello dopo, con uno schiaffo al volo e un balzo
che sfiora il seggiolone dell’arbitro, si prende il set e l’anima del suo
avversario. Gliela strappa di dosso, letteralmente, anche se ci vuole un altro
set di salti e di nervi tenuti al guinzaglio per dire che sì, è vero, il campione
è sconfitto: 6-3, 4-6, 6-4, 6-3.
Federer non vincerà Parigi neppure quest’anno. Dopo quella australiana
lasciata a Safin, è la seconda semifinale importante su cui inciampa.
Domenica Nadal si prenderà il primo Slam della sua vita, il sesto torneo
dell’anno, la ventiquattresima vittoria consecutiva. A diciannove anni
appena compiuti – che regalo, davanti alla famiglia al completo in tribuna –
è il più giovane dai tempi di Michael Chang, e il primo dopo Mats Wilander
a farcela all’esordio.
Non è stato un match leggendario. Assediato dai liftoni di Nadalito,
Federer ha sbagliato un intero corredo di diritti, ritrovandosi sotto di due
break in pochissimo tempo. Non si è mai sentito a suo agio. Rafa ha
attraversato invece un solo vero corridoio di vuoto mentale, all’inizio del
secondo set. Un riflusso colato a riempire il momento migliore del suo
avversario, creando forse il sembiante, più che la sostanza, di una rimonta.
«Roger resta il numero uno, e non solo nel tennis» chiarisce Rafa a
sipario chiuso, chiedendo persino scusa al momento della stretta di mano.
Lo attende l’ultimo atto del suo primo trionfo.
Un ragazzo fortunato
Il bello di Nadal è che piace a tutti, anche ai suoi avversari. «Oggi sono
felice» dice Mariano Puerta un secondo dopo aver smarrito la finale della
sua vita al Roland Garros, «perché ho perso contro il più forte che c’è. E
quindi ho vinto un po’ anch’io.»
Piace perché è un Peter Pan saggio, uno che quando colpisce un diritto
vincente salta e urla «Vamos!», ma poi ti abbraccia e ti concede un punto
anche quando l’arbitro è in dubbio. La Nike, con lungimiranza, gli ha
disegnato addosso una tenuta balneare e irriverente – canotta verde acido,
bandana, pantaloni da pescatore –, e lui l’ha resa iconica. È un Don
Chisciotte di diciannove anni che le sue battaglie le vince per davvero, che
non ha bisogno di nessun Sancho; che non confonde mai la realtà con il
sogno: piuttosto prende il sogno per la gola e lo trasforma in realtà.
Nadalito piace agli americani, piace ai vecchi campioni che non
s’ingelosiscono, ai bambini che vogliono diventare come lui. Piace alla sua
gente, che dopo la finale contro Puerta lo accoglie al balcone
dell’ambasciata spagnola a Parigi, in un delirio che si concede solo agli eroi.
A re Juan Carlos, che sul centrale del Roland Garros lo guarda come un
nipotino adottivo, sporca di terra rossa la giacca. «Continuate a trattarlo
come un adolescente» suggerisce Wilander, «fategli portare le borse,
prenotare i taxi.» Ma non c’è pericolo che Rafa si monti la testa. Non c’è
nessuno che firma più autografi e che al tempo stesso risponde sincero che
«sì, so cosa dire, ma non so dirlo in inglese». Del Nadal del primo Slam non
sai se ti impressiona di più il fisico, la mente o il cuore.
Come Valentino Rossi, piazza il sorpasso giusto al momento giusto. «Sì,
anch’io sento la tensione, tutti la sentono, anche i grandi campioni»
confessa. «Ma quando la sento lotto ancora più forte, è il mio modo per
domarla. È vero che c’è gente che crolla sotto la pressione. Ma a me non è
mai capitato, perché io sono un ragazzo che si diverte a fare quello che fa. Il
resto non conta.»
Mejo de Totti
Nel 2006 il Genio vince dodici titoli, in media uno al mese, e arriva a
sfiorare le cento partite – novantadue vinte, cinque lasciate alla concorrenza,
ma ben quattro, di cui tre filate sulla terra, all’unico che si permette di
battere quasi con regolarità l’imbattibile. Federer contro Nadal, ormai è
chiaro, è la sagra del tennis, un luna park di bellezza, un paradosso gioioso.
Uno show che si clona ogni volta più succoso, ghiotto: dopo Dubai e Monte
Carlo, il niño favoloso vince la terza replica a Roma, in assoluto uno dei due
o tre match più belli della loro rivalità. Una montagna russa lunga cinque
set, cinque ore e sei minuti, solo otto in meno della finale da record di
dodici mesi prima. Nel 2005 l’agnello sacrificale era stato Coria, sfiancato
in cinque set, sempre dopo una rimonta. Questa volta tocca al numero uno,
che pure arriva a un soffio dall’impresa. Federer ha due match point sulla
racchetta, e ci si rattrappisce sopra, per una volta pieno anche lui di vertigini
e di miedo.
Per il maiorchino fanno cinquantatré trionfi sporchi di rosso, uno in fila
all’altro, dall’aprile 2005, quando si è lasciato sorprendere a Valencia dal
russo Adrian Andreev. Un pellegrinaggio nell’impossibile, se paragonato al
tennis di oggi, duro e frenetico. Ma non per Rafa, che ha pareggiato il record
di Guillermo Vilas, in vigore dal 1977, e quello più esoterico di Borg,
l’unico altro tennista capace di accaparrarsi sedici titoli prima dei vent’anni;
non per lui, che ha conquistato per due volte Roma, il Foro Italico e il suo
pubblico umorale e sanguigno.
«Parli mejo de Totti!» gli urla una voce nascosta fra i diecimila corpi
stipati nell’orrido Colosseo ligneo, mentre Nadalito incespica felicemente
sulla sintassi italiana: un’incoronazione che viene dal popolo.
Per la prima volta, fra i due rivali corre una scarica negativa. Federer è
infastidito dai continui incitamenti di zio Toni, il clan di Rafa si scalda. Ma
in fondo si tratta di scosse innocue, quasi benefiche, necessarie a
scongiurare una variante tennistica della sindrome di Stoccolma.
Federer contro Nadal è anche un paradosso bello da contemplare: il
numero uno più forte di sempre che perde sistematicamente contro un
numero due. Una coppia, la loro, che evoca quelle di altri miti: BorgMcEnroe, Becker-Edberg, Sampras-Agassi. Due campioni diversi quasi in
tutto, ma non nella leggerezza con cui conquistano grandi vittorie, nella
generosità e nella dedizione al fair play. Non poco, in questo tempo di
bassezze e disillusioni.
Dopo il record di Rafa sul rosso, inevitabile arriva quello di Federer sul
verde. Quarantuno partite di fila sull’erba le aveva vinte Borg fra il 1976 e il
1981, nella sua indimenticabile epopea che lo vide trionfante a Wimbledon
per ben cinque anni, dal 1976 al 1980, consegnando l’ultima finale a
McEnroe solo nel 1981.
A Halle, Federer pareggia il conto annettendosi per la quarta volta
consecutiva la vittoria nel torneo tedesco, una delle anticamere di lusso al
terzo Slam della stagione, che inizia una settimana dopo, allo spalancarsi dei
Doherty Gates, e di cui Roger si è messo in saccoccia le ultime tre edizioni.
Il record fa da balsamo al morale un po’ malconcio del campione, arrivato in
Germania dopo la batosta rimediata in finale a Parigi contro Nadal. L’aver
pareggiato Rafa almeno nel conto delle strisce serve a Roger per recuperare
fiducia e autostima; la controindicazione dei record, però, è un’ansia
profonda, relativamente recente nel mondo del tennis.
«Fino a quando Nadal non mi ha superato» confessa Guillermo Vilas,
«neppure mi ricordavo di aver vinto cinquantatré partite consecutive sulla
terra, nel ’77.»
Anche l’amabilissimo Roy Emerson, con cui ho condiviso anni fa un
brunch a New York, incredibilmente si era dimenticato del numero di Slam
conquistati nella sua lunghissima carriera. «Quanti erano, dodici o tredici?»
mi chiese. «Se Pete Sampras nel 2002 non fosse arrivato a quattordici partite
di fila, non ci avrei neppure pensato. Ai nostri tempi, fra gli anni Sessanta e
Settanta, nessuno badava troppo a queste cose.»
«A resuscitare la “slammite”» spiega Vittorio Selmi, manager dell’Atp e
memoria storica del gioco, «è stato proprio Borg. Nel 1978 Björn vinse in
sequenza Roma, Parigi e Wimbledon, battendo Adriano Panatta al Foro
Italico. Dopo quell’anno, però, non tornò più agli Internazionali sostenendo
che, se si voleva preparare al meglio per Parigi e Wimbledon, doveva saltare
Roma. Una soluzione che nessuno a quei tempi, da Ilie Năstase allo stesso
Panatta, prendeva in considerazione. Allo stesso modo Borg, nei suoi cinque
anni di dominio a Wimbledon, non giocò mai nessun torneo di preparazione
sull’erba. Si allenava, e poi stravinceva ai Championships.»
Sono state proprio le imprese riccamente sponsorizzate e teletrasmesse
dello svedese, il primo tennista-industria della storia, a scavare il fosso che
ancora oggi separa i major dagli altri tornei, riproducendo su nuove basi il
confronto impossibile fra antichi e moderni. Lo scarto è nell’ossessione che
oggi si riserva alle cifre, ai record, al computo dei titoli, relegando la qualità
in secondo piano. L’età dell’ansia, del numerabile, del conteggiabile, che già
aveva imbozzolato sport inclini per natura alla statistica come il baseball e il
football americano, ha finito per avvolgere anche il tennis e la sua arte
contingente, fatta d’aria e di gracile memoria.
La sostanziale differenza tra Rafa e Federer è che il primo vive nel
presente, un punto alla volta, e appena mette piede in campo si dimentica di
tensioni e nervosismi; il secondo subisce la pressione e patisce. Da due anni
e mezzo, ormai, dalla sua prima vittoria londinese, non fanno che rintronare
Roger di elogi smisurati, pronosticandogli un destino ineluttabile, da
prescelto. La fatica di misurarsi ogni giorno con la storia del tennis, insieme
alla comparsa di Nadal, è forse alla radice delle sue stecche.
Il record conquistato sull’erba di Halle, e che strapperà definitivamente a
Borg una settimana dopo, è al tempo stesso un ansiolitico e il primo, piccolo
mattone di un’invisibile prigione.
Oh, Maggie
Per Murray, il 2005 è l’anno del passaggio al professionismo. Dopo aver
mollato Pato Álvarez, il sergente colombiano secondo il quale non era
abbastanza diligente, Andy si affida a un ex pro inglese, Mark Petchey. Il
boom arriva a Wimbledon. Il «gallinaccio scozzese», come lo definiscono i
tabloid, entra all’All England Club con una wild card, e ne esce solo al terzo
turno, battuto 6-1 al quinto dal misconosciuto ma geniale David
Nalbandian. Tim Henman è ancora il migliore dei Brits, un passo fuori dalla
top ten, ma perde al turno precedente, ed è come se gli ingranaggi
pluricentenari del torneo ruotassero su cardini segreti.
Prima di questo, però, appena prima di Natale 2004, Judy ha ricevuto
una lettera misteriosa da una certa Maggie. In un ottimo inglese e con una
grafia d’altri tempi, Maggie spiega di essere «a huge tennis fan», una grande
appassionata di tennis, che vorrebbe contribuire alla carriera di Andy. Judy
sarebbe per caso disposta a incontrarla per parlarne? Segue una telefonata.
Maggie esprime il desiderio di pagare una parte dei costi degli allenatori del
più giovane dei Murray; Judy la ringrazia cortese, convinta che la faccenda
si chiuda lì, fra un convenevole e un nulla di fatto. Qualche settimana dopo,
invece, mentre le peripezie economiche per consentire ad Andy e Jamie di
viaggiare per tornei si fanno sempre più faticose, arriva un assegno per
posta. L’importo è di diecimila sterline, la firma quella di Maggie. «Appena
aprii la busta, trasalii. Non aveva senso, era la stessa cifra che la Rbs
spendeva in un anno per Andy! E quella deliziosa signora la regalava così?»
Prima che riescano a organizzare un incontro passa più di un anno. Andy
è in tabellone al Queen’s e Judy trova finalmente due biglietti. «Non avevo
nessuna idea di quale fosse l’aspetto di Maggie, prima che lei e una sua
amica si presentassero di persona. Quando la vidi mi fu chiaro che era
molto malata. Non me ne aveva dato nessun indizio al telefono, ma appariva
estremamente fragile, si appoggiava di continuo all’amica. Siccome loro
non fecero cenno alla faccenda, decisi di non dire nulla neppure io, non
volevo metterle a disagio.» Niente di meglio, per rompere il ghiaccio, di una
tazza di tè e di qualche dolcetto al cioccolato. «Erano entrambe molto
piacevoli, e mi sembrarono davvero felici di incontrare Andy, che a sua volta
era eccitato per aver vinto la sua partita.»
L’indomani Judy riceve un messaggio dall’amica, nel quale le spiega che
Maggie ha un cancro allo stadio terminale, e che uno dei suoi più grandi
desideri è sempre stato quello di aiutare Andy e di vederlo giocare. Maggie
muore il giorno seguente.
Dopo qualche settimana, Judy riceve una lettera dal marito della
benefattrice, che le racconta di esserle stato vicino fino alla fine, in ospedale,
e che una delle ultime cose che la moglie gli aveva chiesto era stata «di
prendermi cura del ragazzo, perché diventerà una star».
Da allora Judy ha inaugurato l’abitudine – se preferite chiamatelo «rito»
– di incontrare ogni anno l’amica di Maggie. «Ci siamo viste alle Atp Finals
del 2016, dove sia Andy sia Jamie sono diventati numeri uno del mondo
nelle rispettive specialità, e ancora una volta le ho manifestato il rimpianto
che Maggie non abbia potuto vedere cosa erano stati capaci di fare. “Lo
sapeva” mi ha ripetuto come sempre, “Maggie semplicemente lo sapeva.”»
Andy nel frattempo esordisce in Coppa Davis, ma si fa multare di
millecinquecento sterline per una querelle poco civile con il giudice di
sedia, e al momento di ritirare il premio è tanto sbadato da chiudersi in
bagno facendo saltare la cerimonia. Ma scala quattrocentoquarantanove
posti, arrampicandosi come un ragno fino al numero sessantacinque del
ranking. A Bangkok perde in finale solo da Federer, con il quale si rifà, con
gli interessi, nel 2006 al Masters 1000 di Cincinnati, mettendo fine al record
del Genio di cinquantacinque vittorie consecutive sul cemento.
Nell’anno magico di Roger, Andy è l’unico, insieme con Nadal, che
riesce a dargli filo da torcere. Nel 2007 perde regolarmente contro i più
forti. Saluta Petchey e ingaggia Brad Gilbert, da cui però si congeda a fine
stagione, una stagione sfregiata da un serio infortunio al polso che Andy
rimedia ad Amburgo, mentre sta giocando il primo turno contro Filippo
Volandri. Gilbert vorrebbe convincerlo a partecipare comunque a
Wimbledon, ma Andy non è della stessa idea, e si prende due mesi di pausa.
Licenziato Gilbert, lo sostituisce con Miles Maclagan e l’ex campione
spagnolo Álex Corretja, e finalmente a febbraio scalza Henman in classifica.
Ma gli Slam, quelli continuano a sfuggirgli.
4
Match point con la Storia
Vuoti d’aria
«È stato nonno Vladimir a insegnarmi a non mollare mai. Mi ha sempre
trasmesso energia positiva; è lui il mio eroe, un guerriero, un modello sin da
quando ero bambino.»
La famiglia, certo: come per tutti, nel bene e nel male. Poi il senso della
patria – «Heimat» direbbero i tedeschi –, che per i serbi è ancorata a due
pezzi di anima: il Kosovo e la chiesa ortodossa. Una storia intricatissima di
invasioni e migrazioni, di vittorie che si tramutano in sconfitte e di sconfitte
tramandate come vittorie. La vicenda di Novak Djokovic muove da una
frontiera che non è solo sportiva.
Nole gioca il primo torneo da professionista a Umago, nel 2004,
perdendo subito contro Filippo Volandri, 7-6 6-1. Il primo Slam sono gli
Australian Open 2005, e di nuovo arriva una sconfitta all’esordio, stavolta
da Marat Safin, che vincerà il torneo dopo aver battuto Federer in semifinale
e Hewitt in finale. Il 2006, finalmente, è l’anno del boom, quello in cui il
ragazzino di Kapaonic disegna la Serbia sulla mappa del tennis. A Zagabria
arriva in semifinale, fermato solo da Ivan Ljubičić; a Rotterdam e al Roland
Garros ai quarti – i suoi primi quarti di finale Slam –, ma si deve ritirare di
fronte a un tipo con cui si rivedrà spesso negli anni a seguire: Rafael Nadal.
Anche a Wimbledon dà filo da torcere agli avversari, superando Mikhail
Youznhy e Tommy Robredo, prima di portare al quinto set Mario Ančić. Ad
Amersfoort, in Olanda, il primo urrà: sconfigge Coria in semifinale e
Nicolás Massú nel grande match, 7-6 6-4. La tappa successiva è di nuovo
Umago, di nuovo vicino a casa. Ma si verifica un imprevisto poco piacevole.
«Dopo nove vittorie, stavo per trionfare nella finale degli Open di
Croazia» racconta Nole. «La folla sugli spalti tifava per me, il mio team mi
sosteneva a gran voce. Ma io non li sentivo. L’unica cosa che udivo era un
ruggito nella testa. E provavo un gran dolore: qualcosa mi otturava il naso,
mi comprimeva il petto e mi versava cemento liquido nelle gambe.»
Al secondo turno del Croazia Open Novak elimina un italiano, Stefano
Ianni, nei quarti Jiří Vaněk in un match tiratissimo; in semifinale addirittura
Carlos Moyá. Resta un unico ostacolo, il rovescio a una mano di Stan
Wawrinka.
«Guardai il mio avversario al di là della rete» continua, «poi spostai lo
sguardo sugli spalti, dove sedeva mia madre. All’improvviso la gravità mi
risucchiò all’indietro e mi ritrovai sdraiato sulla terra rossa del campo,
ansimante, a guardare il cielo della Croazia. La Maledizione, quella forza
misteriosa che mi prosciugava le forze senza preavviso, si era di nuovo
impadronita di me.»
Sei il nuovo principe serbo, il predestinato a guidare lo sport serbo in
territori mai esplorati fino ad allora, lontano dalle vecchie riserve di caccia
del basket, del calcio, della pallavolo e della pallanuoto, e il tuo corpo si
ribella. La battaglia con il Nemico è diventata una battaglia con te stesso. Le
armate dell’invasore sono i tuoi stessi anticorpi, le mucose, le sinapsi
impazzite, gli alveoli polmonari.
«Mi sforzavo di inspirare, ma l’aria non mi arrivava ai polmoni. Mio
padre Srdjan e un medico mi raggiunsero di corsa, mi sollevarono per le
braccia e mi fecero sedere a bordo campo. Guardai mia madre singhiozzare
sugli spalti e capii che il torneo era finito. E forse anche il mio sogno più
grande.»
Non è la prima volta che viene tradito dal suo stesso fisico. Era già
capitato l’anno precedente, al Roland Garros: un set pari e 3-2 avanti nel
terzo contro Coria, quando era stato costretto a ritirarsi. Agli Us Open era
arrivata la replica, contro Gaël Monfils, in una giornata in cui il Flushing
Meadows sembrava una serra tropicale. «Con ventisei gradi e un’umidità
pazzesca» dice, «mi sdraiai sulla schiena come una balena spiaggiata, con il
fiatone, aspettando che venissero a soccorrermi. Dopo quattro imbarazzanti
time out riuscii a vincere l’incontro, ma all’uscita del campo venni fischiato:
per il resto del torneo non si parlò d’altro che della mia pessima forma
fisica.»
Il Terzo Uomo
Nella migliore delle ipotesi, per il mondo esterno, Novak è uno che si
allena male, nella peggiore uno che non accetta di perdere e si ritira quando
vede che le cose non si stanno mettendo bene, nascondendosi dietro una
montagna di giustificazioni. «Ogni santo giorno sollevavo pesi» ricorda,
«andavo in bicicletta e correvo per ore. Non c’era nessun motivo logico per
cui dovessi essere fuori forma. Cambiai preparatore atletico e programma di
allenamento. E cambiai anche allenatore, pensando che qualche
accorgimento tecnico potesse liberarmi dalla Maledizione. Mi sottoposi
persino a un intervento chirurgico al naso, sperando che mi aiutasse a
respirare meglio.»
Fra un vuoto d’aria e l’altro, il ragazzo comunque non perde quota, anzi,
sale in classifica e guadagna punti anche nell’indice di gradimento generale
grazie alle sue esilaranti imitazioni (di Maria Sharapova, Nadal, Federer),
meritandosi il soprannome di The Djoker. Contro Roger, Nole perde in
Australia e a Dubai, contro Rafa a Indian Wells. Nel 2007, a Miami,
conquista finalmente il suo primo Masters 1000, piegando per la seconda
volta consecutiva il suo carissimo amico Andy Murray, che non nasconde il
desiderio di regalargli un passaporto inglese per formare una grande squadra
di Davis.
La Gran Bretagna gli offre ottime opportunità, ma Nole non ha bisogno
di soldi come in passato. «Avevo iniziato a guadagnare abbastanza da
permettermi di viaggiare con un allenatore, e mi sono detto: Perché diavolo?
Sono serbo, sono orgoglioso di essere serbo, non voglio rovinare tutto solo
perché un altro paese mi offre condizioni migliori. Se avessi giocato per la
Gran Bretagna, avrei giocato esattamente come faccio per il mio paese, ma
nel profondo non avrei mai sentito di farne parte.» Quello del mercenario
non è un ruolo che gli si addice.
All’inizio della stagione sulla terra, Djokovic non arriva del tutto pronto.
A Monte Carlo si ferma al terzo turno contro David Ferrer; vince poi
nell’incanto vintage dell’Estoril, ma la sua corsa si arresta ai quarti sia a
Roma contro Nadal, che festeggia la sua settantacinquesima vittoria
consecutiva sulla terra battuta, sia ad Amburgo contro Moyá. Al Roland
Garros è di nuovo Rafa a batterlo in tre set, ma stavolta in semifinale.
A Wimbledon, sull’erba, inizia il torneo come su una nuvola. Ha
vent’anni ed è il numero tre del mondo. «Ragazzo, diventerai fortissimo»
aveva profetizzato un anno prima agli Us Open Pancho Segura, il vecchio
pigmalione di Jimmy Connors, «porque tú tienes cojones.»
Tutti stanno iniziando a conoscerlo: Nole picchia con coraggio diritto e
rovescio, e non si nasconde dietro le parole. «Voglio diventare numero uno
del mondo e lo dico, che altro dovrei fare? Masticare le solite ipocrisie e
dire che Nadal e Federer sono irraggiungibili? Anch’io fino a poco tempo fa
faticavo a vedermi nei panni di un vincitore di tornei dello Slam, ma sono
proprio quelli che voglio. Anche Wimbledon, perché no.»
Ma quell’anno il clima non è dalla sua parte. Il torneo è massacrato dalla
pioggia, e per sopravvivere Nole deve superare due maratone ravvicinate di
quasi cinque ore contro Hewitt e Baghdatis. In semifinale si trova davanti un
Nadal più riposato e scafato, a cui riesce a strappare il primo set, ma deve
ritirarsi sotto il 4-1 nel terzo, dopo aver perso 6-1 il secondo. «Ho male al
piede» spiega Nole. «Stanotte non sono riuscito a dormire, perché ho una
vescica che ha fatto infezione e continuava a sanguinare. Quando mi sono
alzato non riuscivo quasi a camminare. E poi mi fa male la schiena da due
giorni. Insomma, sono distrutto.»
È con l’arrivo dell’estate americana e del cemento, però, che Djokovic
trova il suo stile. A Montréal diventa il secondo tennista di sempre a battere
Nadal e Federer nello stesso torneo, e i due campioni capiscono che c’è
poco da ridere. Per tre anni se la sono vista fra di loro: ora è entrato in scena
il Terzo Uomo, come certificato dal ranking Atp.
«Roger, non ti arrabbiare, non puoi vincere tutto!» scherza Nole dopo la
finale dei Canadian Open. Come al solito Federer, da gentleman, dissimula
il malcontento e dice che «oggi ha vinto il migliore», poi però, mentre il
serbo alza coppa e assegno, gli lancia uno sguardo obliquo.
Agli Us Open, il Genio si prende la rivincita. È la terza volta che Federer
completa tre quarti di Slam. «Posso battere Roger, devo pensare di poterlo
battere. Se non sono io per primo a credere in me, come posso avere una
chance?» aveva azzardato Novak alla vigilia della sua prima grande finale.
Federer non ha tentato di trasformare la partita in un braccio di ferro sulla
diagonale del diritto. Ha preferito farsi killer freddo e raffinato, alternare gli
schiaffi da destra ad affilatissimi slice di rovescio, infilare lamine di dubbio
nel gioco a tratti ancora sconnesso di Djokovic.
In autunno, Novak si qualifica per la prima volta alla Tennis Masters Cup
– le Atp Finals di oggi –, ma attraversa il torneo come una particella priva di
carica, perdendo sei set consecutivi. L’inverno arriva come un balsamo, e
funge da incubatrice. Quando a fine dicembre si imbarca per l’Australia, ha
ormai la fisiologia dello slammer.
Melbourne luna park
Solleva la coppa, la guarda. Legge i nomi. Gesù, pensa, adesso c’è anche
il mio. È il nome del primo serbo che vince un torneo dello Slam, del
tennista che dopo tre anni di regno quasi indiscusso è stato capace di battere
Federer in semifinale. «Una volta la superpotenza del tennis erano gli Usa,
oggi è la Serbia. Forse è una piccola rivincita per i bombardamenti del
passato» si fa scappare Novak a Parigi. Adesso della guerra non ha più
voglia di parlare. «È un capitolo chiuso, qualcosa che mi sono lasciato alle
spalle.»
Pausa, rewind: nella finale degli Australian Open, nel gennaio 2008,
Djokovic ha sconfitto in tre set Jo-Wilfried Tsonga. A vent’anni, otto mesi e
cinque giorni, contro un avversario di quasi due anni più anziano, conquista
il suo primo Slam. «È stato strano entrare in campo da favorito. Alla vigilia
ho cercato di non pensare al tennis, di rilassarmi ascoltando musica,
guardando video buffi su YouTube. Ma appena sono uscito dal tunnel è
crollato tutto. Ho provato tutto l’orgoglio e l’emozione di essere lì. La
pancia mi diceva: “Devi vincere.”»
Tsonga somiglia in maniera impressionante al giovane Cassius Clay, il
futuro Muhammad Ali. Forte e carismatico, segue a rete il diritto con la
velocità massiccia ed elastica di un grande felino, appoggia i denti sulla rete
e azzanna la volée. Quando vince saltella in campo proprio come un pugile,
le braccia in alto e i pollici rivolti in basso. Fa un po’ di show, si diverte a
stare in campo.
In finale contro Djokovic, per un set rimane lucido: slam dunk da Nba al
posto degli smash; diretti e ganci destri invece di diritti e passanti. Totalino:
6-4. È guerra anche in tribuna. Srdjan e Djiana, i genitori di Novak, e i
fratelli Marko e Djordje fanno il tifo con
N-O-L-E
stampato sulla maglietta.
Didier, il padre di Jo, agita il pugno. Sting, ospite d’onore, si gode lo
spettacolo. Poi all’improvviso Tsonga perde terreno, e si rialza quando è
troppo tardi. Finisce in piedi, applaudito dal pubblico, ma battuto ai punti,
7-2 sul cartellino dell’ultimo round, il tie-break del quarto set.
Djokovic è il prototipo del campione di oggi: potente, completo,
adattabile. Appena alza la coppa al cielo partono inevitabili i paragoni:
Federer è fluido, lui esplosivo. Il suo diritto a sventaglio, più estremo nella
presa rispetto allo schiaffo magico di Roger, è perfezionabile ma già
micidiale negli angoli stretti; il rovescio bimane è sontuoso. Nole è meno
elegante, meno geniale di Roger, ma anche meno incostante e umorale. Il
suo servizio viaggia fisso sui centonovanta, duecento all’ora e arriva
puntualissimo. A rete può migliorare; anche nella smorzata può migliorare
ancora.
Il fisico è da manuale: un metro e ottantotto per settantanove chili,
asciutto e flessibile come un giunco, rapido, quasi ubiquo. È uno dei tre
giocatori in attività (gli altri due sono Federer e Nalbandian) ad aver
raggiunto almeno la semifinale in tutti e quattro gli Slam, su tre superfici
diverse. Il cemento è la sua preferita, quella su cui ha già vinto due volte
contro Federer.
Il nuovo anno, il bisestile 2008, potrebbe inaugurare un progressivo
cambio della guardia, azzarda qualcuno. «Non è mai un torneo solo che fa la
storia» dissente Nole. «Qui a Melbourne ho giocato in maniera eccezionale,
ho meritato di vincere. Roger ha incassato con stile, ma sono sicuro che si
sta già preparando per tornare alla grande. Il migliore è ancora lui, lo
sappiamo. Di Federer vedremo molto altro nei prossimi anni. La Serbia è un
paese piccolo» continua, «non c’è una tradizione tennistica, non ci sono
strutture. Ma eccoci qua: io, Ana Ivanović, Jelena Janković, Janco
Tipsarević, Nenad Zimonjić… Gli unici che ci hanno aiutato sono stati i
nostri genitori. La fame di successo e i momenti difficili che abbiamo
dovuto affrontare ci hanno reso più forti.»
Se un giorno Nole diventerà numero uno, penso mentre butto giù le
ultime righe del mio pezzo nella sala stampa di Melbourne, sarà anche per
questo. Perché Federer si batte contro la storia del tennis, Djokovic contro la
Storia.
5
La partita del secolo
Wimbledon, Maiorca
Al primo turno, contro lo slovacco di Germania Andreas Beck, Nadal di
ace ne piazza diciassette. «Uno in meno del mio record di due anni fa,
diciotto, contro Agassi» dice. «Tutti mi chiedono se sono migliorato
sull’erba. Non lo so. Credo di essere migliorato in generale, no? Miglioro
perché sono giovane, e devo migliorare. Mi alleno per migliorare sempre.
Ogni giorno, ogni mese. Il mio obiettivo è essere un giocatore migliore, per
questo ho migliorato un po’ il mio servizio: il servizio è importante su tutte
le superfici. E sull’erba è very, very important. Ma questo era solo il primo
match. I have to continuing.»
A Wimbledon, nel 2008 – un anno destinato a rimanere inciso nella
storia del tennis –, il present continuous (anche in versioni un po’
spericolate) è il tempo preferito di Rafa, discepolo molto consapevole di
Darwin. I progressi sull’erba sono apparsi al Queen’s, una settimana prima.
Per appropriarsi del primo trofeo verde della sua carriera si è liberato in
successione di Karlović, Roddick e Djokovic, tre che sull’erba, ciascuno a
modo proprio, ci sanno fare.
Ma non è solo una questione di servizio. Negli ultimi dodici mesi, alla
faccia degli infortuni, Nadal ha fatto un tagliando complessivo alla sua
macchina tecnica. Le traiettorie dei colpi si sono abbassate, sono diventate
più veloci e penetranti. Il rovescio lo gioca più in spinta. Sull’erba – anche
quella un po’ eunuchizzata degli ultimi anni, con le foglioline di loglio
tagliate più basse che fanno meno tatch, meno effetto pagliericcio, e
restituiscono un rimbalzo più alto alla palla – servono però altri
aggiustamenti. Non si può scivolare come sull’argilla, i passi vanno calibrati
diversamente, con un compasso meno largo. E infatti Rafa qui gioca un
buon metro e mezzo più avanti, con i piedi quasi sempre piazzati sulla riga
di fondo. Usa spesso il rovescio in back, a una mano, lo blocca davanti al
corpo in risposta; anche il movimento del diritto, sulla ribattuta in allungo, è
più secco, meno svolazzante, meno gravido di spin. La prima di servizio è
più spesso slice – tagliata e sfuggente verso l’esterno, e quindi favorita nelle
traiettorie mancine da sinistra – che kick, ovvero scalciata a rimbalzare alta
da una rotazione composita che rende meno sul vegetale. Dal movimento
del servizio Rafa esce proiettato in avanti, dentro il campo. Ed è prevedibile
che contro avversari meno legnosi e limitati di Beck, per esempio il
giovanetto Gulbis – compagno di allenamenti di Djokovic chez Pilić a
Monaco, che lo attende al prossimo turno –, si vedrà Nadal sprintare spesso
verso rete.
Va detto che, nella sua ricerca del Graal erboso, Nadal è aiutato anche da
una congenita attitudine alla risposta, un colpo che forse sul verde è più
decisivo della botta di servizio. Nelle statistiche dell’anno è primo per punti
fatti rispondendo al primo servizio, secondo in quelli ottenuti sul secondo;
primo, ancora, nei game di risposta conquistati. Quando si vincono l’88 per
cento dei propri servizi e il 38 di quelli altrui – più di uno su tre –, di solito
si vincono anche le partite. Per Manolo Santana, l’unico e ultimo spagnolo
capace di vincere a Wimbledon nel 1966, Rafa «sta giocando un tennis che
non avevo mai visto». Anche Borg, speculando sull’involuzione di Federer,
lo dà per favorito. Le sue due finali londinesi hanno convinto i connazionali,
a lungo ottusamente legati al rosso, che convertirsi all’erba è piacevole e
remunerativo, oltre che lecito.
Lui, Rafa, il verde l’ha sempre avuto in testa, prima che nei colpi. «Non
ho mai fatto calcoli, mi è sempre piaciuto giocare qui.»
Riuscisse a farcela davvero, sarebbe il terzo nell’era Open, dopo Rod
Laver e Björn Borg, a chiudere la doppietta Roland Garros-Wimbledon
nello stesso anno, il decimo in tutta la storia del tennis. Chi si adatta
sopravvive, è la legge. Nel tennis come nella vita.
La notte prima degli esami
È
La seconda è stata la più brutta. È sempre così. La prima, nel 2006, Rafa
la poteva capire, digerire. Un ventenne alla sua prima finale di Wimbledon,
contro uno che ne ha già vinte due, il più forte tennista di sempre, dicono: in
assoluto, ma soprattutto sull’erba.
Ma la seconda no. E comunque non così, non al quinto set, la sua
specialità, facendosi scappare via una partita che al quarto si era sentito già
in mano. Perché per tutti è Nadal il duro, Nadal il coraggioso, quello che sa
sempre cosa fare, che non esita, che non ha paura. Invece la sente anche lui,
la paura. «Caghèscion» la chiama quando parla con i suoi amici, facendo il
gesto della mano che si chiude ripetutamente con le dita in alto. Ecco, sì, nel
2007 si è cagato. Proprio lui. Così nella doccia non ce l’ha fatta: è scoppiato
a piangere, si è seduto sul pavimento, con l’acqua che gli scivolava addosso,
un fiume di lacrime che si mescolavano alle sue. Singhiozzava. Un bambino
a cui hanno rubato il Natale, perché è da quando è piccolo che Toni glielo
ripete: è questo il torneo che bisogna vincere, il più importante di tutti.
Quello che ti spara dentro la storia del tennis, anche se poi non combini più
nulla. Hanno provato a consolarlo, persino zio Toni è diventato quasi tenero.
«Hai fatto del tuo meglio, vedrai che ci saranno altri Wimbledon…» Ma
figurati. Quella era l’occasione. Federer ce l’aveva in pugno. E l’ha fatta
scappare via.
Quindi stavolta no, non può sbagliare. Non credeva di arrivare ancora
una volta in finale, la terza di fila. O forse sì, l’ha sempre saputo che anche
qui aveva delle carte da giocarsi.
Sabato con il clan hanno cenato tutti insieme, pesce alla griglia e pasta
con i gamberi. Un po’ di chiacchiere, mentre la sera si faceva scura, nelle
case di mattoncini attorno all’All England Club si spegnevano le luci, nelle
tende lungo la queue calava formicolando il silenzio e le piccoli volpi si
preparavano ai loro giochi notturni. Ha faticato a dormire, si è visto un film.
Alle nove era già in piedi: «E se poi lo pago, questo poco sonno?»
«Tranquillo, c’è l’adrenalina che ti terrà in piedi» gli ha detto Titín, e
Rafa si è sentito subito rassicurato. Ha pensato anche a quella frase, incisa
sopra gli spogliatoi, che citano tutti: «Se riuscirai ad affrontare quei due
impostori, il trionfo e la sconfitta, allo stesso modo…» Sì, sì, sì. Ma meglio
affrontare la vittoria, no?
Da Parigi Roger se n’è andato con gli occhi cerchiati, un pugile
malmenato con il morale in fondo ai guantoni. Ancora una sconfitta contro
Nadal, e stavolta per k.o. tecnico: 6-1 6-3 6-0. La terza sconfitta dell’anno
contro Rafa, dopo i due set tirati di Monte Carlo e quello strappato nella
finale di Amburgo, che aveva acceso la fiammella. La più terribile, la più
demoralizzante, di quelle che ti lasciano senza risposte in campo e senza
fantasia fuori.
Per Federer, il 2008 è l’anno della mononucleosi – o forse lo era già stato
il 2007, con la sconfitta negli ottavi di Roma contro Volandri e le voci che
avevano iniziato a circolare appena dopo, sfuggite all’omertà elvetica.
A Wimbledon arriva con appena due trofei nella sacca, quelli di Estoril e
di Halle, e l’angoscia dei paragoni con Borg che gli rimbombano nei
pensieri. Sì, Borg si è fermato a cinque titoli a Wimbledon. E allora? Di
McEnroe in giro non se ne vedono, l’assalto di Nadal in versione green l’ha
già respinto due volte. L’erba è casa sua, la superficie che gli trasmette
forza.
Infatti, nei primi tre turni non spende energie (o quasi) per saltare come
paletti Dominik Hrbatý, Robin Söderling e Marc Gicquel. Dagli ottavi in
poi, il tabellone gli propone un giro di danza con gli incubi del passato
antico e recente. Il match ideale, quello che si coccola nei ricordi, è la finale
degli Us Open 2004, 6-0 7-6 6-0 a Lleyton Hewitt: «Perfetto dall’inizio alla
fine.» Anche stavolta, contro il Canguro Mannaro fatica appena un tie-break
su tre set. Poi Roger Federer e il suo cardigan da trecento sterline ne
scucchiaiano un’altra, di meraviglia. Tre set a zero a Mario Ančić, l’ultimo
che l’ha battuto su questi prati, nel 2002. Quaranta colpi vincenti, sei errori,
un solo punto perso sul suo servizio nel primo set. È dall’inizio del torneo
che va migliorando la percentuale alla battuta, la spia, l’indicatore di salute
sull’erba. Ančić dà il meglio del suo serve & volley integralista per un set e
mezzo, poi scivola via, lontano. Federer pare quello dello spot televisivo
della Nike, in cui infila drop shot nel collo dei vasi di cristallo del salotto e
risponde con un sorriso alle mitragliate sparapalle del suo pseudoallenatore.
Intoccabile, incantevole, arcadico. La mononucleosi l’hanno avuta tutti e
due, lui e Mario, ma a occhio Federer deve avere una mutua migliore.
In semifinale, il revival delle sue ex bestie nere gli propone il revenant
Safin, che nel 2005 gli fece male nelle semifinali degli Australian Open, ma
ora è sceso al numero settantacinque e finge di litigare con le pianticelle del
Centre Court.
Diciassette semifinali Slam consecutive, per il fenomeno, e quella gli
duole ancora. «Ho avuto anche un match point» racconta, «e avevo così
tanto male a un piede che alla fine non riuscivo quasi a camminare. L’ho
rivista, quella partita, sia io sia Safin abbiamo giocato al massimo. Ed è per
questo che Marat mi fa sempre paura. Non importa dove sta in classifica.»
La rivincita dell’Invencible Armada
L’altra parte del tabellone la accartoccia Nadal, che dopo Beck fatica un
set in più contro Gulbis, per poi tornare alla solita tariffa – tre set e adios –
licenziando Nicolas Kiefer e Michail Youzhny, e nei quarti il povero
Murray, demolito in ticket con l’orgoglio inglese in un match non meno
impressionante.
«Murray trasuda tutto quello di cui la Gran Bretagna ha bisogno» aveva
detto alla vigilia il vecchio fumista Nick Bollettieri, con più denti che
abbronzatura, intervistato da giornalisti di tabloid in cerca di un virgolettato
a effetto.
«Che sarebbe?» gli hanno chiesto di chiarire.
«Something different in the cojones department.»
Per recuperare dopo la flessione e gli infortuni dello scorso anno, che gli
hanno fatto saltare Wimbledon, Andy si è deciso a faticare in palestra. Nel
secondo lunedì del torneo, il Manic Monday, ha schiantato il povero
Gasquet e si è preso i quarti – come a Church Road nell’era Open è riuscito
solo ad altri due britannici, Tim Henman e Roger Taylor. Trangugiando
bocconi di sushi in conferenza stampa, finalmente ha biascicato: «Batterò
Nadal.»
Sulla carta, lo spagnolo è invencible come l’Armada di Filippo II,
peraltro naufragata nella Manica quattrocentoventi anni prima. Apriti
Albione, la Murray-mania è ripartita. Per seguire il suo match in diretta
(dieci milioni e mezzo di spettatori, 44,7 di share), la Bbc ha sospeso una
fiction attesissima. Il Committee, che tutto può e tutto decide, lo ha messo
cinque volte su cinque sul centrale, come neanche Federer. Per lo scontro
con Nadal, su eBay erano in vendita biglietti a millequattrocento sterline, e
anche le londinesi novantenni hanno sfoderato le canotte con la Union Jack.
Loro che si ricordavano Fred Perry, l’ultimo vincitore inglese a Wimbledon,
nel 1936. E pur di festeggiare ancora erano disposte a tifare persino per quel
dannatissimo moccioso scozzese. La rappresentazione, purtroppo, non è
all’altezza delle attese.
Un ruggito prolungato, un digrignare di servizi e risposte, e Murray fa la
fine di un pudding freddo, di una birra scolata a metà: 6-3 6-2 6-4. Di mezzo
ci sono ancora le semifinali, ma si va apparecchiando un big match enorme.
Federer sull’erba si sente a casa. È pronto a ricevere l’ospite. «A
Wimbledon credo di poter rivincere per i prossimi dieci anni» dichiara,
«non solo domenica prossima.» E sotto il cardigan gli guizzano i muscoli.
I dubbi del campione
Meglio di così non si può giocare. Davvero. Finora è sempre bastato,
perché non dovrebbe bastare ancora? Certo: Rafa. Federer non riesce a
farselo stare antipatico. Gentile, educato, suo zio poi continua a ripetere che
è Roger il più forte di sempre – e allora si vede che il nipote gli storce il
labbro e gli alza il sopracciglio. Ma fa finta di niente, e continua a riempire
l’avversario di complimenti. «Se non dovessi giocarci contro, farei anche io
il tifo per Federer» ha detto in televisione. Rog gli crede, ma non si fida
troppo. Non è che siano amici, ma quando si incontrano parlano
normalmente, chi sta loro vicino sussurra: «Si vede che si stanno simpatici.»
Be’, dopo quella volta a Roma possiamo dire di sì. A Federer danno fastidio
quei suggerimenti urlati, quei pugni, quei vamos che gli grandinano addosso
a ogni punto. Fino adesso è andata bene perché se lo sono spartiti, il mondo:
a Federer l’erba, a Nadal la terra. Sul cemento ci si è messo Djokovic a
rompere l’equilibrio, e anche Murray rischia di diventare un problema, ma
l’importante per Roger è continuare a restare padrone del Giardino. La sesta
volta, e sarebbe già record. Oddio: Williams Renshaw è arrivato fino a sette,
ma era il 1887, c’era la regina Vittoria, il club aveva ancora sede a Worple
Road e poi il campione in carica giocava solo un match, il Challenge Round,
contro il vincitore del torneo degli sfidanti. Mica faticavano come adesso.
Rafa a Madrid gli ha chiesto di giocare il doppio con lui, e magari un
giorno succederà anche, chi lo sa. Certo, ha la fastidiosa abitudine di
batterlo più spesso di quanto lo batta Federer. Per il momento è a quota
undici, Rog a sei: insomma, imbarazzante, considerato che il numero uno
del mondo è lo svizzero. Li sente, i suoi amici, che quando pensano che non
li stia ascoltando si parlano sottovoce, come spie. «Certo che Rafa…» «Che
combattente.» «In effetti il punto debole di Roger è proprio…»
Mirka ne ha beccato uno, qualche giorno fa, e lo ha incenerito con uno
sguardo. Ecco, per tornare al nostro discorso, Federer meglio di così
sull’erba non può giocare. La domanda è: quanto può migliorare ancora,
Rafa?
Safin si inchina
«Poteva andare diversamente?» si interroga Marat Safin dopo aver fatto
da agnello sacrificale in semifinale a un Federer tanto perfetto e lineare da
sembrare banale. Eppure, Marat sembrava tornato quello dei giorni buoni:
tre set a Djokovic al secondo turno, quattro a Seppi, Wawrinka e Feliciano
López. Poteva esserci una finale diversa ai Championships, la terza di fila
fra i due? La risposta è no.
«Rafa gioca frontale diritto e rovescio, è velocissimo, raccatta tutto, non
lo metti in crisi. A Roger non puoi giocare sul diritto, perché inizia a
sbatterti di qua e di là. Quando è sotto pressione taglia il rovescio per farti
venire a rete e ti passa in lungolinea. Chi ha un buon rovescio tenta di
caricarlo troppo di effetto, e stecca o prende il nastro. Al tie-break, Roger
piazza sempre l’ace. È tutto molto semplice. Ma non ci puoi fare niente.»
Beato Marat, che è stato numero uno ma a cui il tennis importa il giusto,
e che con le magnifiche ossessioni altrui chiude i conti in due mosse.
«Grandissimi, sarò fiero di dire ai miei figli che ho giocato contro di loro.
Perché per me, come per loro, conta l’adrenalina della gara, non i soldi.»
A Nadal in semifinale è capitato il cerino lungo, quello che dà diritto alla
missione più comoda, e ha strigliato Rainer Schuettler, il tedesco arrivato lì
un po’ per caso, da numero novantaquattro del mondo che non assomiglia
molto, anzi per niente, a Boris Becker. Uscendo dal campo ha deliziato una
fan imbranata, aiutandola a scattare la foto ricordo sul Centre Court. Si è
allenato con McEnroe – fra mancini, si sa… – e ci crede.
«Se vincerò domenica la mia carriera cambierà. Ma Roger resta il
numero uno, il migliore di sempre, e qui ha vinto sei… ops, cinque volte.
Sei, speriamo di no.» Gentile, ma onesto.
I pronostici li azzecca solo chi li fa
Sul terrazzo, sotto il gate numero 13, i tecnici di Sky preparano le luci e
provano l’audio. C’è il solito viavai di giocatori-allenatori-giornalisti-amiciparenti-addetti ai lavori. Un po’ meno, perché ormai il torneo è finito. Oggi
c’è la finale femminile, domani quella maschile, poi si sbaracca.
«Mi puoi dire “uno, due, tre”, per favore?»
«Uno, due…»
«Grazie, a posto.»
La faccia sorridente di Stefano Meloccaro, l’inviato di Sky, entra
nell’inquadratura. «Sei pronto, Steve?»
Gli faccio cenno di sì, aggiustandomi con aria colpevole la camicia sotto
la giacca, perché Stefano è in forma perfetta come sempre, un fisico da
mezzofondista, mentre io, mannaggia all’english breakfast che servono al
ristorante della stampa… Anche il regista gli fa cenno di sì, che possiamo
registrare.
Al solito i campi dal 14 al 10, stesi dietro la spalla di Meloccaro, sono
bellissimi. Un canone luminoso in fuga verso il verde assoluto. Il cielo è
azzurro, Wimbledon un incanto. Chissà se è poi così importante azzeccare
chi vincerà la partita di domani. Magari sarà bruttissima, tre set e via, a
scrivere il solito pezzo su Sua Maestà.
«… Quindi lo chiediamo anche a Stefano Semeraro, inviato della
Stampa: chi vince la finale di domani, Federer o Nadal? Finora i tuoi
colleghi sono tutti d’accordo, non hanno avuto dubbi…»
Fisso l’occhio concentrico e assente della telecamera, poi quello azzurro
di Melo, in attesa dietro il microfono proteso. In mezzo secondo rivedo i set
di Nadal, quelli di Federer, soppeso i pro e i contro. Be’, mi dico ascoltando
una vocina che mi parla dentro e ripete un nome, in fondo che cosa mi
costa? Al massimo sbaglio. E come dice Rino Tommasi, i pronostici li
sbaglia solo chi li fa.
«Guarda, secondo me stavolta vince Nadal. Perché…»
Già, perché?
La sera dei miracoli
A Wimbledon si può giocare fino a sera. Nelle giornate limpide il sole
tarda a spegnersi e il Centre Court, prima che gli montassero sopra il roof –
la coulisse di vetro e acciaio che dal 2011, alla bisogna, lo rende un campo
indoor simile a una vecchia, intima sala da ballo –, al tramonto era uno
splendore. Il buio che si addensava nelle file più alte, il verde che si incupiva
mentre le linee di gesso brillavano ancora di più, quasi fosforescenti; e le
nuvole leggere, dipinte da un Constable in buona giornata, scivolavano via
come un gregge in cerca di un ricovero per la sera.
La questione si complica se iniziano a essere le nove passate, i due in
campo non hanno intenzione di sbrigarsi, il referee guarda alternativamente
l’azzurro del cielo che trascolora e l’orologio, e in Italia, che è sessanta
minuti avanti, i caporedattori dei quotidiani iniziano a spazientirsi facendo
squillare il telefono ogni cinque secondi: «Ma insomma, quando finisce?
Devo mandare via la pagina.»
L’unica domanda da non fare, quando si guarda un match di tennis.
Specie se in campo ci sono Rafa Nadal e Roger Federer, e stanno giocando
la partita del secolo.
Quante sono state le partite che hanno fatto la storia del tennis? Alcune
le abbiamo viste, se ne parla anche in queste pagine; di sicuro, chi segue
questo sport e ha più di cinquant’anni anni ricorda il tie-break fra Borg e
McEnroe a Wimbledon, nel 1980. Ne hanno ricavato anche un film, molto
svedese, che sembra girato da un nipotino di Bergman e avrebbe dovuto
intitolarsi Il posto delle fragole con panna. Oppure la sconfitta di McEnroe
a Parigi contro Lendl, nel 1984, o magari l’apparizione del Boris Becker
diciassettenne sul Centre Court, un anno dopo.
I testimoni del primo incontro di Coppa Davis al Longwood Cricket
Club, o della prima vittoria a Wimbledon della divina Suzanne Lenglen, nel
1919, contro la matronale Dorothea Lambert Chambers, invece, sono tutti
scomparsi; come pure quelli che hanno assistito al primo successo di Bill
Tilden agli Us Championships, o alla sua sconfitta in Coppa Davis nel 1927
contro i moschettieri francesi.
Sul match fra Don Budge e il barone von Cramm – ritardato da una
telefonata del Führer che, negli spogliatoi dell’All England Club, gli
ordinava di sottomettere lo yankee – è stato scritto un bellissimo libro
(Terribile splendore, di Marshall Jon Fisher), e molto si è raccontato
sull’unico incontro fra Lenglen e Helen Wills Moody, la fuoriclasse
americana a cui il marito di Frida Kahlo, Diego Rivera, ha dedicato uno dei
più bei ritratti che potete ammirare alla Tate Modern di Londra.
I più anziani possono ricordare la finale di Forest Hills del 1962 – Laver
che batte Emerson e chiude il primo Slam –, o la prima partita del torneo di
Bournemouth del 1968, che ha celebrato la nascita del tennis Open. Un altro
film, qualche anno fa, è stato dedicato alla battaglia dei sessi, la sfida del
1973 all’Astrodome di Houston fra Billie Jean King e quella vecchia lenza
di Bobby Riggs, e si possono facilmente individuare altri dieci – o venti –
match storici, fino a scavallare il millennio e approdare alla finale 2001 di
Wimbledon – è lì, bene o male, che si è scritta la parte più memorabile del
grande libro del tennis – fra Goran Ivanišević e Pat Rafter.
Il 7 luglio 2008, però, si incontrano forse i due più grandi tennisti di
sempre. Gli altri candidati? Tilden, Laver, Borg, forse Djokovic… Ed è il
match più importante della stagione, sul campo sacro dello sport. Per giunta,
quei due decidono di giocare una partita di bellezza feroce e incertezza
assoluta.
La partita delle partite
Il match inizia con mezz’ora di ritardo, per il più classico e prevedibile
degli imprevisti londinesi: la pioggia. Rafa parte meglio, si salva da qualche
palla break, ma conquista il primo set 6-4. Fa freddo, c’è vento, cade una
polvere d’acqua che ogni tanto si mischia agli scambi. Federer va avanti 4-1
nel secondo, ma si fa riacchiappare dal niño che, come azzarda qualcuno,
«vola sul campo come un derviscio rotante, semplicemente rifiutando di
sbagliare un colpo».
Federer è nervoso, non sente bene la palla, accarezza volée troppo
morbide. Sul 3-3 va sotto 0-40, e il match pare estinto; in qualche modo
riesce a salvarsi e due game dopo, quando è avanti 5-4 e a servizio, torna la
pioggia.
Quel diritto, quel maledetto diritto in rete. Una seconda di servizio, non
una cannonata – quante ne avrò colpite, di risposte del genere? Invece no.
Due set a zero, e sarei andato a servire sul 4-3 anche nel terzo. «Nadal
distrugge Federer in tre set» avrebbero titolato i giornali. Invece ho
tremato. Sì: ho tremato. E adesso eccolo lì, Roger, dall’altra parte dello
spogliatoio, tranquillo come uno che aspetta il treno dopo aver staccato dal
lavoro, che ride e scherza con i suoi. Io sono in vantaggio di due set a zero,
ma lui comunque è e si sente a casa sua. Lo so cosa sta pensando: Rafa
crollerà, come ha fatto nelle ultime due finali. Controllo Titín che mi
aggiusta le bende, lancio uno sguardo a Toni. Mi cambio la canottiera
bianca. Ci chiamano, è tempo di tornare in campo.
È passata un’ora e mezza, il cielo resta di un grigio livido che dà i brividi
solo a guardarlo. Quanto può reggere il tempo?
Rafa e Roger tengono il servizio, si va al tie-break. Il vento è calato,
Roger piazza quattro ace e chiude il terzo set. «Nadal leads two sets to one»
recita Philippe Maria, issato sul seggiolone, con il suo garbato ma deciso
accento francese.
Il quarto set è la Grande Galerie del Louvre, la sala del Battesimo di
Piero della Francesca alla National Gallery, una collezione di capolavori.
Lunghi scambi chiusi da vincenti, quasi nessun errore gratuito. Nessuno
cede il servizio, e si arriva di nuovo al tie-break.
Sul 5-2 per Rafa, onestamente ho creduto che fosse finita. L’ho
guardato: una maschera impenetrabile. Tutto avrei pensato, tranne che
facesse doppio fallo. Be’, anche tu te la fai sotto, allora, mi sono detto.
Davvero vuoi farmi un regalo del genere? Così sul servizio successivo mi
sono buttato avanti, gli ho tolto il tempo, ho chiuso il punto: 5-4, poi 5-5,
poi 6-5, set point per me. Rafa mi ha messo in castigo nell’angolo del
rovescio. Appena ho visto la possibilità di picchiare il diritto, l’ho fatto, ma
è uscito… Abbiamo cambiato campo e non sapevo bene come sentirmi. Ho
sbagliato di nuovo, mi sono anche arrabbiato con l’arbitro, ma l’occhio di
falco, il replay elettronico, ha mostrato che la palla era fuori, e Rafa ha
avuto il primo match point. L’ho cancellato con un servizio esterno che gli è
rimasto sulle corde, in allungo.
Sette pari. Scendo a rete e penso di avercela quasi fatta, ma lui piazza un
passante lungolinea di diritto che neanche con il goniometro. Altro match
point, e stavolta Rafa lo gioca sul suo servizio. Lo vedo: sente di aver già
vinto, e scende a rete seguendo un diritto in top dei suoi. Ma è un filo troppo
corto, anche se mi sbatte fuori dal campo. E soprattutto li so tirare anch’io
i passanti, pure di rovescio. Era troppo sicuro di aver già la coppa in mano
per coprire anche quel pezzettino di campo: quando l’ho infilato, lo stadio è
esploso. «I due passanti migliori di tutto il torneo, uno dopo l’altro!»
strepita il commentatore della Bbc, che però io non posso sentire. Sento
solo il boato e guardo Mirka che si alza in piedi, proprio davanti a zio Toni,
Costa e Maymó, perché a Wimbledon è così: il box dei due clan è lo stesso,
solo le file sono diverse.
Otto pari.
È sempre più buio, qui attorno; ormai il sole brucia solo una fettina
delle tribune dietro di me. Ma la gente sta impazzendo. «Roger, Roger!»
gridano, e anche «Rafa, Rafa!» – ma più spesso «Roger, Roger!». O almeno
mi sembra. Vogliono vedermi vincere ancora. O forse vogliono solo vedere
il quinto set. Vogliono il sangue, vogliono le nostre anime distese sull’erba.
Meglio di così, difficile giocare. Anzi, lo scambio con cui mi guadagno il set
point sul 9-8 è strepitoso, lo chiudo con un cross di diritto che Rafa si vede
passare lontano, senza neppure provare ad arrivarci, e vi assicuro che non
gli capita spesso. Poi sbaglia una risposta quasi banale, sulla mia seconda
di servizio. Siamo due set a due, ho pensato. Adesso non la perdo più.
Centre Court in the dark
Fa sempre più buio nel tempio del tennis e, come se non bastasse, sul 2-2
torna la pioggia. In tribuna stampa ci si guarda: finirà mai questa partita? La
dovranno interrompere? Qualcuno prende penna e taccuino e scatta a
consultarsi con la redazione. Stavolta, per fortuna, l’interruzione dura solo
un quarto d’ora, ma quando Federer e Nadal tornano in campo sono
comunque le otto e mezza di sera. La visibilità è al limite e, nel giardino che
perde colori, gli spettatori che non sono vicinissimi al rettangolo di gioco
iniziano a smarrire la sfera. Rafa concede una palla break su 3-4 30-40, ma
la cancella con uno smash, poi tocca a Federer salvarne due sul 5 pari.
«Perdere quel tie-break avrebbe distrutto chiunque» dice Bud Collins,
battendo una mano sui suoi famosi pantaloni variopinti. «Ma non Rafa.
Gesù, se è tosto.»
La Bbc tiene una nazione intera incollata alla tv; anche nel resto del
mondo il collegamento, che dura ormai da ore, sta facendo ascolti record.
Sul divano di casa, nessuno vuole perdersi il finale. In campo, nessuno
vuole perdere una finale che – è chiaro – passerà alla storia.
Sette pari.
Nadal prende in contropiede Rog con un diritto in cross, Federer manda
in rete un rovescio. Gwen Stefani, ospite del box di Federer, si morde il
rossetto accanto a Mirka, che da ex tennista e da moglie fiuta il pericolo. Il
niño si procura due palle break con un rovescio di nuovo in contropiede;
Federer le annulla entrambe, ma ne concede altre due. Borg, seduto nel
Royal Box con un impeccabile completo grigio, si lascia scappare un mezzo
sorriso quando il Genio manda lungo un diritto e cede il servizio.
Li sentite? Urlano «Rafa, Rafa!». Guardate tutti i flash che scattano sul
campo, ormai denso di aria scura. Mi sembra di stare a Manacor, quando
ci si allenava da piccoli fino a tardi insieme a Tomeu e agli altri, perché non
volevamo smettere, non volevamo che la giornata finisse. Cosa devo fare
adesso? Guardo mio padre che si alza nel suo gessato blu, mia madre che
mi dice di andare avanti così, che è quasi fatta. Il primo 15 lo vince Roger,
ma non ho paura, non sento tensione; in un amen sono 30-15. Mi butto e
paro un paio di saette passanti di Roger, ma l’ultima volée, spalle alla rete,
finisce lunga: 30 pari. Mi guarda, Roger. Non è più così tanto sicuro di
farcela, infatti stecca un rovescio incrociato. Sono le nove e sedici di sera,
ed è match point. Me lo annulla con una rasoiata di rovescio in risposta che
taglia tutto il campo, una roba che solo lui poteva inventarsi, ma con il
servizio successivo sono di nuovo a un punto dalla vittoria. Metto la prima:
diritta al corpo, per non dargli angoli. Roger prova ad attaccarmi con uno
dei suoi diritti incrociati, ma è nervoso, lo chiude troppo, lo mette in rete. E
di colpo c’è l’erba sulla mia schiena e solo il cielo sopra di me.
Improvvisamente è notte, nel cuore di Federer. Rafa si tuffa nel grumo di
commozione del suo clan, Nadal senior piange, mamma pure, e con loro il
dottor Cotorro, Maymó, Benito. Poi il ragazzo che è appena diventato
leggenda trova il sentiero giusto fra le tribune, salta sulla tettoia verde e
cammina fino al Royal Box con la bandiera spagnola in pugno, leggero
come un Peter Pan che ha ritrovato l’ombra, per stringere la mano al
principe Filippo e alla principessa consorte.
Roger lo guarda da lontano, chiuso nel suo cardigan color panna con le
iniziali ricamate sul risvolto, prima di raccogliere il piatto del finalista. È
un’ombra sfocata, chiara contro il crepuscolo che ha avvolto gli ultimi
scambi.
Al microfono, Rafa gli rende omaggio. «Impossibile descrivere cosa
provo in questo momento, no? È un sogno giocare su questo campo, e un
sogno ancora più grande per uno spagnolo, ma non avrei mai immaginato
una cosa come questa.»
«È il più grande match che hai giocato?» gli chiede Sue Barker.
«Il più emozionante. Non so se il migliore. Forse sì. Nel quinto set ero
seduto lì e mi dicevo: Stai giocando bene, stai facendo tutto bene contro il
giocatore più forte di tutti i tempi, un certo Roger Federer. Quindi continua
così e vediamo cosa succede. È vero, ho avuto chance per chiudere prima il
match, ma batterlo è sempre difficile, farlo qui ancora di più.»
«Alla fine hai temuto l’interruzione per il buio?»
«A dire il vero sì. Era così buio che non vedevo nulla. Sull’8-7, quando
mi sono preparato a servire, mi sono detto: È incredibile, non vedo proprio
nulla.»
«Non ti senti, adesso, il più forte del mondo?»
«Certo, battere Roger che qui vinceva da cinque anni, e dopo aver perso
le ultime due finali, per giunta molto combattute, è qualcosa di speciale. Ma
Roger è sempre il numero uno. È sempre lui il migliore. È ancora uno che su
questi campi ha vinto per cinque anni. Per il momento io sono riuscito a
vincerne solo uno. Però per me resta un giorno davvero particolare. Alla
fine gli ho detto: “Scusami.” Perché anche se non possiamo essere veri
amici ho un grande rispetto per lui, lo ammiro, e so quanto è dura perdere
una finale del genere. Per lui è stata più dura che per me l’anno scorso. E
l’anno scorso per me era stata durissima.»
Come diceva il grande Rod Laver, antenato segreto di entrambi? «Mi
sento sempre umile, quando batto un uomo.»
Sull’ultimo match point, zio Toni è quasi sceso in campo. È uscito dal
box, non si teneva più: una vita a bordo campo a insistere, ripetere e
raccomandarsi che gli passava davanti agli occhi. «Per noi Wimbledon è un
sogno, ma nel profondo del cuore ho temuto che fosse irrealizzabile. Ho
sempre spronato Rafa a porsi obiettivi ogni volta più ambiziosi, ma
sinceramente non credevo che potesse arrivare così in alto. Quando ha vinto,
è stata la prima volta che ho pianto su un campo da tennis.»
Ma il regicidio non è concluso. Perché si compia definitivamente manca
ancora l’ultimo tassello, un’altra scalata, ma stavolta solo virtuale: quella al
numero uno della classifica mondiale.
6
Sovvertimento dei giochi
Number One
Prima i lampi, poi il tuono. Il niño si annuncia con i modi e
l’inevitabilità del tornado. Al luogo dove da mesi era scritto che arrivasse, in
cima alla classifica, si avvicina mulinando diritti e grondando sudore e
umiltà nell’occhio del ciclone. È il ventiquattresimo numero uno da quando
le classifiche le detta il computer, l’uomo che resterà nella storia per aver
sradicato Roger Federer. Un uragano fuori sincrono, perché così funzionano
le logiche del computer, la partita doppia dei punti guadagnati e persi. Ha
vinto Wimbledon, ma per salire sul trono deve aspettare. Dopo
centosessantacinque settimane di governo ombra, il giorno
dell’incoronazione è però fissato negli astri: il 18 agosto, dopo l’ennesima
vittoria alle Olimpiadi di Pechino.
È dall’inizio della stagione sul rosso che fra lui e Federer si è alzato uno
spartiacque. Nadal – che in autunno era sembrato fragile, minacciato dagli
infortuni – ha saputo ripetersi sulla terra battuta, addirittura migliorando la
finale di Wimbledon, strappando senza pietà a Roger l’ultima certezza.
Dopo la coltellata di Londra, Federer ha continuato a perdere. Contro
Gilles Simon a Toronto e contro Ivo Karlović a Cincinnati, dopo aver
rischiato grosso con Ginepri. Tutti match quasi vinti. Trattasi di paura, di
crisi nera e cronica, non più di nadalite acuta.
Rafa, invece, con la vittoria su Nicolás Lapentti ha allungato la striscia di
successi a trentadue partite, e su tutte le superfici. «È un traguardo difficile
da paragonare ad altri» commenta a notizia certa. «Ma quando ho vinto il
Roland Garros avevo già capito che sarebbe potuto succedere. Sono
emozionato, certo, e so che questo è il frutto del lavoro fatto in passato. Ora
si tratta di restarci, lassù. E l’unico modo per farlo è continuare a vincere
Wimbledon, Parigi, gli altri Slam. Il prossimo sono gli Us Open, e prima ci
sono le Olimpiadi. Non è questo il momento di festeggiare.»
Scroscio dopo scroscio. Il niño è fatto così: non si ferma mai se non per
esaurimento naturale, come i cicloni veri. Gli altri due numeri uno spagnoli
che lo hanno preceduto, Carlos Moyá e Juan Carlos Ferrero, sono stati
sovrani di passaggio: due settimane uno, otto l’altro. Campioni, certo; ma
non di quelli destinati a durare. Due cardinali promossi pontefici in
un’epoca di incertezze – Moyá addirittura nell’anno dei cinque numeri uno,
il 1999.
Rafa no, come dice Bud Collins. Lui è sempre stato un numero uno bis,
l’alter ego del più grande, la sua nemesi. L’implacabilità sulla terra battuta
lo ha messo accanto e poi un filo più su di Kuerten, di Muster, di quel Vilas
che pure numero uno non è mai stato, ma che sul mattone tritato non
perdonava. La vittoria sull’erba e gli ultimi exploit sul «duro» lo hanno
sollevato a un cielo superiore. Dopo Borg, mai nessuno era stato capace di
incatenare Parigi e Londra nello stesso anno, e lui ci ha aggiunto, sull’erba
apparentemente ostile al suo top-spin, anche il Queen’s. Solo i geni sanno
smentire così le previsioni.
Jump, Jimmy, jump!
Jaume Marquet i Cot di mestiere fa l’immobiliarista a Sabadell, una
cittadina vicino a Barcellona, ma la sua vera vocazione è quella dello
streaker, dell’invasore di campo solitario e seriale. Un’occupazione che, un
tempo, era ispirata da ingenui sentimenti libertari e praticata perlopiù sui
campi da rugby, da buontemponi barbuti o da incantevoli performer bionde
– in entrambi i casi rigorosamente ignudi – che attraversavano la pelouse
prima che un bobby riuscisse a placcarli e a coprire, con il voluminoso
elmetto d’ordinanza, quello che mia nonna avrebbe definito «la vergogna».
Ora fare lo streaker, più o meno vestito, è diventato un secondo lavoro,
retribuito da sponsor occasionali, e Jaume – in arte Jimmy Jump, per la sua
abilità di saltare dentro i campi da gioco beffando la security – è il numero
uno del ramo. Non è creativo come Mark Robert, che nel 1995 si presentò
sul green completamente nudo, al solito, e con una scritta sulla schiena –
DICIANNOVESIMA BUCA
– completata da una freccia che puntava
inequivocabilmente al coccige; ma di sicuro è prolifico. Ha pacificamente
sfregiato la finale degli Europei 2004 – lanciando una bandiera del Barça a
Luis Figo –, la finale di Champions League del 2007 fra Milan e Liverpool,
quella dei Mondiali di rugby dello stesso anno, e anche il Gran Premio di
Spagna di Formula 1 del 2004 – quella volta, però, rischiando di far male a
se stesso e ai piloti. È riuscito a infilare il suo classico copricapo, la berretta
catalana, sul busto di Goya durante la serata dell’omonimo premio
cinematografico spagnolo. Si è mischiato ai ballerini nel corso di
un’esibizione del cantante Daniel Diges all’Eurofestival, improvvisando
anche una coreografia.
Nel 2009, dopo la clamorosa sconfitta di Rafa Nadal, decide che bisogna
fare qualcosa. A fermare Federer al Roland Garros ci ha sempre pensato il
niño, tre volte in finale e una in semifinale; ora bisogna trovare
un’alternativa. Oppure Federer si prenderà il banco.
Il 2009, almeno all’inizio, fino a Parigi, era sembrato un proseguimento
del 2008: magnifico per Nadal, storico per Djokovic, molto incoraggiante
per Murray. Così così per Federer, che dopo anni di scorpacciate aveva
dovuto accontentarsi del dessert, vincendo «solo» gli Us Open.
In Australia arriva al quarto turno senza perdere un set; si fa portare al
quinto da Tomáš Berdych, il Robocop praghese, poi ricomincia a triturare
gli avversari lasciando appena tre game a Del Potro – a cui rifila un doppio
6-0 – nei quarti, regolando in tre set anche Roddick in semifinale.
A Melbourne, in una domenica che sa di storia, dall’altra parte della rete
c’è Nadal; in tribuna Rod Laver, il grande, l’immenso Rod. Sarà lui a
premiare il vincitore, di fronte a un grumo di gloria made in Australia che
mette i brividi. E premierà lui, Roger ne è convinto. Perché il cemento è
casa sua e perché, in semifinale, Rafa ha dovuto soffrire cinque set al limite
della sopportazione contro un altro mancino spagnolo, Fernando Verdasco.
Cinque ore e quattordici minuti, un caldo soffocante, i due che a ogni
cambio campo si buttavano all’ombra, con gli asciugamani pieni di ghiaccio
arrotolati sul collo, poi tornavano a scarnificarsi. Tre tie-break e Rafa che la
spunta 6-4 al quinto – solo perché Verdasco, persino più stanco di lui, esala
un fatale doppio fallo –, uscendo però dallo stadio a pezzi.
«Per buona parte del giorno e mezzo che mi aspettava prima della finale»
racconta Rafa, «pensai di non avere una sola possibilità di batterlo. Era il
mio corpo a ribellarsi, supplicandomi di fare una pausa. L’idea di ritirarmi
non mi sfiorò mai, neanche un attimo, ma il risultato che avevo previsto e
per cui mi ero sforzato di prepararmi mentalmente era una sconfitta per 6-1
6-2 6-2.»
Il giorno della semifinale è andato a letto alle tre, dopo massaggi e bagni
di ghiaccio. Poi di nuovo sveglia, cyclette e un po’ di allenamento con
Carlos Costa, che scuote la testa dall’altra parte della rete, e un ultimo
bagno ghiacciato prima di infilarsi a letto. Alle cinque e mezza del
pomeriggio di domenica, con la finale a meno di due ore, Rafa il guerriero è
pronto alla resa. O quasi.
«Non ce la faccio, Toni. Mi dispiace, proprio non ce la faccio.»
«Non dire che non ce la fai. Ricorda la frase di Barak Obama: “Yes, we
can!” A ogni cambio ripetila a te stesso. Perché sai una cosa? La verità è che
tu puoi farcela.»
La verità è che, incredibilmente, ha ragione Toni. Rafa si fa una doccia e
torna in campo con il solito piede che gli dà fastidio, ma il corpo è di nuovo
pronto; va avanti due set a uno, perde il quarto, vince 6-2 il quinto dopo
quattro ore e ventitré minuti. Sul 3-1 dell’ultimo set, Federer smette quasi di
giocare, intontito dalla grinta superiore del niño e smagliato dai suoi lift
mancini, dai passanti piazzati con il goniometro che gli sibilano accanto
quando scende a rete. È la dialettica del Mostro: «Se resti a fondocampo ti
frullo, se mi attacchi ti perforo.»
Prima della premiazione, il Genio resta a capo chino per cinque minuti.
Quando gli passano il microfono scoppia a piangere: «It’s killing me» dice,
«questa sconfitta mi sta uccidendo», e subito la frase entra nel repertorio
delle più storiche del tennis.
A ventidue anni, Federer non aveva ancora vinto uno Slam; nella saletta
dei trofei di Manacor Rafa ne ha già sei, ma non vuole sentirsi re, anche se è
più che mai il numero uno. «Le lacrime di Roger mi hanno commosso.
Quando un campione mostra così le sue emozioni, è una grande lezione di
sport. Io non mi sono mai vergognato di piangere; mentre guardavo Roger,
ho pensato che un giorno potrebbe toccare a me provare le sue stesse
sensazioni. E in una giornata come questa, sapere che la tua vittoria fa
soffrire tanto uno che consideri un amico, oltre che un rivale, rende la gioia
un po’ meno forte.» Un Kipling iberico, che riparte da Melbourne con il
sogno di poter essere lui, e non Mister Nice, il vero erede di Laver.
A Parigi sembra scontato che il torneo lo vincerà il niño. Che nel
frattempo ha pasteggiato anche a Indian Wells contro Murray, a Monte
Carlo contro Djokovic e a Barcellona contro Ferrer. Si è dovuto inchinare al
Djoker a Roma, è vero, e a Federer a Madrid – ma lì si gioca in altitudine, a
700 metri sul livello del mare, e le palline viaggiano più veloci. Sconfitte
comprensibili.
In Francia invece Rafa non può perdere, se non altro per un’ottima
ragione: non l’ha mai fatto. Quattro partecipazioni, quattro trionfi: un altro e
staccherà Borg per vittorie consecutive al Bois de Boulogne.
Anche stavolta sembra ben avviato – tre match e neanche un set perso –,
invece agli ottavi va a sbattere contro l’imprevisto. Meglio, contro una serie
di imprevisti: una giornata diaccia e ventosa, una condizione non perfetta, il
dolore alle ginocchia che lo tormenta dal torneo di Miami, a febbraio. E il
cuore ferito dalla separazione dei suoi genitori. Il colpo che non aveva
previsto, il fuoco amico che da mesi lo ha piegato in due. Le nuove regole
antidoping non aiutano («Ci trattano come criminali. Mi sono venuti a
svegliare la mattina alle otto, mi cercano anche quando sono in vacanza, e se
non mi trovano rischio una sanzione. Non credo sia legale»). E poi, certo,
c’è anche Robin Söderling.
Il numero ventitré del mondo da Timbro (Svezia), che mai in un torneo
dello Slam è andato oltre il terzo turno. Il killer che viene dal nulla. Non un
mostro di simpatia, fra l’altro.
Tre settimane prima, a Roma, ha rimediato un game stentato contro
Nadal, 6-0 6-1. A Wimbledon, nel 2007, ci aveva anche litigato: lo aveva
sfottuto facendogli il culito, cioè imitando il gesto con cui Rafa si pizzica lo
slip prima di servire. Rafa aveva preso cappello, Söderling non gliel’aveva
mandata a dire: «Nadal non mi piace affatto.»
E stavolta glielo dimostra. Prime palle a duecentoventi all’ora, colpi
impressionanti di diritto, passanti di rovescio che lacerano l’aria scossa del
centrale. Fuori tutto, a tavoletta. Attaccare Nadal è come correre dentro una
foresta: devi disboscare usando il machete, non il bisturi. Robin continua ad
aprire il gas e nel secondo tie-break mette k.o. un avversario già groggy,
mentre i francesi – che non hanno mai perdonato a Nadal i troppi sgarbi al
divino Federer – ritmano il nome del deicida: «Sö-der-ling, Sö-der-ling, Söder-ling!» Sillabe di sangue.
Il rumore della caduta è lo stesso del pugno di Buster Douglas che stende
Mike Tyson a Tokyo nel 1990, delle pedate di Alcides Ghiggia e Juan
Alberto Schiaffino che uccidono il Brasile nella finale dei Mondiali nel
1950, del canestro di Aleksandr Belov che toglie la medaglia d’oro dal collo
degli americani alle Olimpiadi di Monaco nel 1972. Qualcosa che non ti
aspetti, che fatichi a riconoscere, una scossa a 220 volt, una botta dal lato
cieco.
Qualche sera prima, a cena, un Nadal ombroso ma realista lo aveva quasi
previsto, parlando con un vecchio amico: «Nessuno è eterno. Se non vincerò
io quest’anno ci sono Murray, Verdasco, Del Potro. Ma il mio favorito è
Federer. Per lui sarebbe lo Slam in carriera. Dopo tre finali perse contro di
me, se lo merita.»
Il diritto del più forte
Gli dèi beffardi del tennis ci provano anche, a smentirlo. Negli ottavi,
Federer si ritrova sotto di due set a zero contro Tommy Haas, il tennista più
bello del circuito – e molto spesso anche uno dei più pericolosi. Sul 4-3 per
Haas, Roger concede una palla break: se perde il punto, Tommy andrà a
servire per il match sul 5-3. E addio Career Grand Slam, addio sogno di
vincere Parigi.
Roger serve esterno, Haas gli risponde cercando il rovescio, ma lui gira
attorno alla traiettoria con la scioltezza di un ballerino, mette i piedi in asse
e percuote un diritto anomalo: Inside out, da dentro a fuori, come dicono
quelli bravi.
A Parigi, la tribuna stampa è ancora nella vecchia posizione sul lato
lungo del campo, dietro il seggiolone dell’arbitro. Vedo arrivare la palla,
fulminea e lentissima, indirizzata verso l’out sinistro. È fuori, penso insieme
a un altro migliaio di spettatori. L’ha sbagliata. Ha rischiato troppo.
Invece no: è sulla riga. Un colpo perfetto, uno dei più importanti che
Federer abbia mai giocato nella sua carriera. Il giudice di sedia chiama il
quaranta pari, e si sentono i pensieri di Haas che guaiscono e si
accartocciano. Nel tennis è così: i punti non si sommano, si pesano, e questo
pesa come l’Hotel Ritz. Federer vince il suo game, brecca Tommy in quello
successivo, chiude in cinque set. In semifinale, è Del Potro a spaventarlo
ancora un po’ – in una sorta di preview di quello che accadrà agli Us Open.
La finale – come da previsioni – non esiste o quasi. Federer se la prende in
tre set, Agassi lo premia in campo.
L’unica possibilità che qualcosa vada storto la fornisce la nostra
conoscenza Jimmy Jump, che entra in campo impugnando una bandiera del
solito Barcellona: si dirige verso Federer, cerca di infilargli il berretto e
prova ad avvolgerlo nel drappo, lottando contro tre goffi gorilla che tentano
invano di bloccarlo.
«Non è la prima volta che mi capita; di solito questa gente lo fa per
mestiere, mi chiede scusa e io dico: “Okay, ma non toccarmi.” Stavolta ci ho
messo un po’ di più a riprendermi.»
Neanche troppo, in fondo. È il quattordicesimo Slam del fenomeno, il
primo sulla terra rossa. «Se è la vittoria più bella della mia carriera? Da
piccolo sognavo Wimbledon, ma da quando ho visto Rafa vincere qui, ho
voluto imitarlo. È la mia più grande soddisfazione e arriva al momento
giusto, quando mia moglie è incinta e io sto per diventare padre.» Puntuale,
arriva anche un messaggio di congratulazioni: «Sono contento, questa
vittoria te la meritavi.» Il numero che compare sul display è quello di Nadal.
A Wimbledon, però, il niño non c’è. Il 19 giugno ha fatto sapere che non
avrebbe difeso il titolo, che non sarebbe sceso in campo per primo sul
Centre Court, alle quattordici del lunedì inaugurale dei Championships. I
tendini di entrambe le ginocchia urlano, minacciando uno sciopero
prolungato: meglio venire a patti con il presente che rischiare il futuro.
Così il torneo diventa un’autostrada per Federer, che prima della finale
cede un set solo a Philipp Kohlschreiber, il tedesco de Roma, ribattendo
Söderling e Haas e schivando fra l’uno e l’altro i servizi di Ivo Karlović.
Il casello arriva in finale, dove Roger rischia grossissimo contro Paperoga
Roddick. Andy se lo meriterebbe anche di vincere, ma la chance più grande,
nel lungo pomeriggio che finisce 16-14 al quinto (dopo quattro ore e sedici
minuti), se la divora da solo: spreca una volée apparentemente facile, specie
per un volleatore come lui, sul 6-5 del secondo set, dopo aver vinto il primo.
Di mezzo ci si mette qualcosa – un refolo di vento, la manina di una piccola
divinità, il caso, la iella o il destino –, che grazia Roger e condanna Roddick
al rimorso definitivo.
Sotto di due set, contro un avversario in grande spolvero, sarebbe stato
difficile anche per Federer, che invece nega la gioia verde a Roddick per la
terza volta, dopo il 2004 e il 2005, e sorpassa Sampras catturando il suo
quindicesimo Slam. Pete si è fatto undici ore di volo da Los Angeles per
sedersi in tribuna, accanto a Borg e Laver, e ora applaude con la sua solita
aria da Joker dimesso. Gli rimane il record dei sette trionfi a Wimbledon,
ma persino lui ha già capito che difficilmente riuscirà a conservarlo.
«Ti capisco, Andy, anch’io l’anno scorso ho perso un match del genere
contro Nadal» prova a consolarlo Roger durante la premiazione.
«Sì, però tu ne avevi già vinti cinque» replica fulmineo Roddick,
dimostrando per l’ennesima volta che, se gli fosse andata male con il tennis,
avrebbe potuto guadagnarsi la vita come stand-up comedian a Broadway e
dintorni. È la migliore risposta della giornata, e in tribuna fa spellare le
mani anche a Russell Crowe, uno che di gladiatori e frasi celebri se ne
intende.
Per Roger è l’estate perfetta: primo Roland Garros, sesto Wimbledon,
quindicesimo Slam, il numero uno ritrovato. Il 29 luglio, poi, eccolo
bipadre: nascono Myla Rose e Charlene Riva – no, inutile chiedersi perché
le celebrità non possano dare nomi normali ai figli… –, prime gemelle di un
campione unico che ama la serialità.
Delpo Time
«Scusate se ho battuto Rafa, ma questo è il giorno più bello della mia
vita» dice Juan Martín Del Potro a New York, nel 2009.
Lo intervisto la prima settimana degli Us Open, aiutato dal suo manager
Ugo Colombini. Mi racconta del suo tifo per la Juventus e dell’amicizia con
il suo concittadino di Tandil, Mauro Germán Camoranesi, che tre anni
prima ha contribuito al Mondiale dell’Italia di Lippi.
A tredici anni anche Delpo giocava a calcio, nelle giovanili
dell’Independiente – suo papà, invece, è stato un rugbista –, poi ha scelto il
tennis, come il coetaneo Murray. Fra i quattordici e i diciassette anni è
cresciuto di trentacinque centimetri; a Milano ha vinto l’Avvenire, uno dei
più importanti tornei under 16 del mondo, e da allora anche noi conosciamo
il suo diritto. Il colpo più terrificante del circuito, che da solo vale il
biglietto.
Il pubblico, come al circo, viene apposta per vederglielo tirare,
trattenendo il respiro; anzi, per non vederlo, perché – come può testimoniare
il sottoscritto – quando Delpo decide di sparare un diritto vincente dei suoi,
la pallina la vedi giusto prima dell’impatto e solo dopo che è rimbalzata
nell’altra metà del campo, lontana dall’avversario, uscita da un orlo
dell’iperspazio. Allora, come capita con i jet, arriva il rumore: crack!
È con quel colpo che la Torre di Tandil – capelli rossi e sguardo
trasparente abituato a orizzonti lontani –, dopo aver smantellato Nadal in
semifinale, batte anche Federer in finale.
Roger si sente già in tasca il sesto Us Open di fila, ma se lo fa scappare –
un po’ di colpa è sua, molto merito è di Juan Martín –, ed è la prima volta in
sei anni che qualcuno diverso da Rafa lo stende nella finale di un major.
Ecco, ci diciamo tutti, scavalcando seggiolini e balaustre per andare a
raccogliere uno straccio di virgolettato da Guillermo Vilas, l’ultimo gaucho
maschio capace di timbrare gli Us Open nel paleolitico 1977. Ecco il nuovo
incomodo, il tipaccio che rovinerà il sonno a Rafa e Roger nei prossimi dieci
anni. Ma quattro operazioni ai polsi e tre al ginocchio – mischiate a
grandissime partite, a faticose rinascite e a un lancinante senso di ingiustizia
– smentiranno noi e Guillermo, che ci risponde con gli occhi lucidi sotto il
basco nero da vecchio poeta.
«Juan Martín può vincere altri Slam. Lo conosco bene, perché oltre che a
Tandil si allena al mio club, a Buenos Aires, e mi chiede sempre consigli.
Fra me e lui c’è continuità. Il mio vecchio maestro, Locicero, ha insegnato
tutto a Raúl Pérez Roldán, e Raúl ha creato la scuola di Tandil, da dove
vengono il primo maestro di Del Potro, Marcelo Gómez, e Franco Davin, il
suo attuale coach.»
Delpo sembra l’Usain Bolt della racchetta: un metro e novantotto – il
vincitore più alto nella storia dello Slam – e, oltre al diritto, un servizio che
circola a duecentoventi all’ora. Appena vede l’ultimo colpo di Federer finire
lungo, crolla a terra. In lacrime. «Non ho capito più nulla. Ho dovuto
rivedere il match point in televisione, non ci credevo. E al momento di fare
il discorso ho chiesto a Roger se poteva farlo al posto mio, tanto ero
confuso.»
Dopo il trionfo, in Argentina si scatenano i festeggiamenti, e persino
Diego Armando Maradona e il presidente della Repubblica (in ordine di
importanza) vogliono congratularsi con Delpo. Lui passa la notte in bianco,
prima a cena e poi in discoteca, all’Avenue di New York, dove incontra (in
ordine sparso) LeBron James, Jessica Alba, Justin Timberlake, Mickey
Rourke e persino Bobo Vieri, che si dichiara «pazzo per Juan Martín».
Roger, Rafa, Nole e Andy masticano amaro, e continuano a farlo anche
alle Atp Finals, che per la prima volta si giocano alla O2 Arena di Londra:
tutti si aspettano che vinca uno di loro quattro, invece sbuca il maestrino
russo Nikolaj Davydenko. Mai dare nulla per scontato, nel tennis.
La riva fatale
Nel 2010 Murray ci arriva molto vicino, alla vittoria. Tanto così. Batte
John Isner, Nadal – okay, perché si è ritirato – e Marin Čilić in semifinale;
poi – come dice la madre Judy, felicissima e quasi incredula per le gesta del
secondogenito nonostante la sconfitta – si schianta contro «Roger bloody
Federer», nella finale degli Australian Open.
La prima finale Slam di Andy, e anche il primo dei cinque big match che
gli toccherà perdere a Melbourne, una riva per lui tanto prolifica quanto
fatale.
Roger gongola. È il suo quarto successo in Australia, e a ventott’anni la
vita gli sorride. Da lì in poi però le cose peggiorano, gradualmente ma
velocemente, e un anno partito benissimo finisce per trasformarsi –
agonisticamente parlando – in un mezzo incubo. Il responsabile è Rafa
Nadal, che inizia a vincere a Monte Carlo e non la smette più. Roma,
Madrid – dove schianta proprio Ruggero – e il Roland Garros – dove si
vendica in tre set dell’odiato Söderling –, e poi ancora Wimbledon – dove
scherza Berdych, che in precedenza gli ha tolto di mezzo Federer. E in
settembre, per la prima volta, anche New York.
Showtime
A Flushing, il Genio – che ha deciso di ingaggiare come nuovo allenatore
Paul Annacone, l’ex guru di Pete Sampras – ci arriva con lo spirito giusto.
Si diverte e dà spettacolo, soprattutto in notturna dentro l’enorme Arthur
Ashe, che accende le sue mille luci e diventa una succursale di Broadway.
Al primo turno, quando l’orologio del centrale segna le ventitré e dodici, il
povero Bryan Dabul alza un gocciolone difensivo in apnea, quasi in asfissia
per le giocate di Federer. Roger scivola indietro sprintando sui muscoli
setosi, spalle alla rete, et voilà, frusta con lo scafoide un passante incrociato
da sotto l’inguine, che fila via secco e crocifigge a fondocampo il povero
gaucho, le ginocchia flesse, le sopracciglia sollevate a significare «Madre de
Dios». Boato del pubblico, estasi dell’autore. Un colpo che vale il biglietto.
L’anno scorso, Federer si era conservato un tweener quasi identico per
guadagnarsi un match point in semifinale contro Djokovic – il Joker serbo
che pochi scambi prima, dopo l’ennesima magia dell’avversario, gli aveva
mostrato il retro dei pantaloncini con sorridente sdegno.
«Rispetto all’anno scorso ho dovuto correre di più» racconta dopo la
vittoria contro Dabul, «sentivo di essere in ritardo e ho dovuto dargli una
spinta all’ultimo. Mi sono voltato e non volevo credere neppure io che mi
fosse riuscito. È stato più difficile, anche se quello contro Djokovic era più
importante per il punteggio.»
Di gesti borderline, nei quali l’arte tennistica struscia su quella circense,
Rog in passato ne ha tentati altri. Il più famoso è quello del 2002 a Basilea,
un controsmash in salto stile Matrix contro Roddick: prima gli ha scagliato
dietro la racchetta, poi è andato a stringergli la mano.
Pochi giorni prima, fra l’altro, lo svizzero si era esibito in un video in
cui, con una prima di servizio, faceva saltare una bottiglietta sulla testa di un
tecnico in stile Guglielmo Tell. Un falso, quasi per tutti.
«La sola cosa che vi posso dire» dichiara a fine match, «è che fare un
colpo come quello di oggi, davanti a ventiduemila spettatori sul centrale, è
stato molto più difficile che girare quel video. Ma non vi dirò se il colpo del
filmato è vero. Gli illusionisti non svelano mai i loro trucchi.»
Molti continuano a ripetere che il copyright del colpo subinguinale spetta
a Yannick Noah, ma il giocoliere Mansour Bahrami ne rivendica da anni la
paternità, e del resto due argentine di talento, Gabriela Sabatini e Patricia
Tarabini, sapevano eseguirlo con perfezione seriale molto prima di Federer
(peraltro rischiando meno). Ma come ha spiegato molti anni fa un altro
gaucho di fama, i geni creano sempre i loro precursori.
La ricerca della perfezione
«Forse la perfezione non esiste» mi spiega Roger in un’intervista, «ma
qualche volta in campo ho avuto la sensazione di andarci vicino: per
esempio, durante la finale degli Us Open 2004. Oppure, a volte mi riesce un
colpo che in allenamento non ho mai provato. Allora ci ripenso, guardo il
replay sullo schermo e mi viene da ridere. Ripenso a quanto ho vinto finora,
e mi chiedo: Ma come diavolo sono riuscito a fare tutto questo? Potrei
essere più spettacolare. Mi piace molto giocare per il pubblico, ma se lo
facessi sempre finirei per perdere più spesso. La lezione che ho imparato
negli ultimi anni è che è meglio giocare cinque belle partite e vincerle,
piuttosto che tre straordinarie ma perdendo le altre due. Non perdere mai è
impossibile, ma io sono un po’ come un pugile che, quando sale sul ring,
non pensa di poter andare al tappeto.»
In semifinale, però, k.o. ci si manda da solo. Si procura due match point
contro Djokovic, ma si fa beffare dall’Uomo Allungabile e saluta
mestamente il Queen’s. Nadal, invece, di perdere non vuole proprio saperne.
E non solo a tennis.
Tifoso sfegatato del Real Madrid, dopo Wimbledon è volato in Sudafrica
per festeggiare il Mondiale vinto dalle furie rosse, ma è anche
vicepresidente del consiglio di amministrazione del Real Mallorca, la
squadra della sua città – esclusa durante l’estate, per eccesso di debiti (circa
ottantacinque milioni di euro), dalle competizioni europee della futura
stagione. E il Cannibale se l’è presa anche con la Uefa: «Io sono un tifoso
del Mallorca» ha detto il niño alle telecamere di IB3, «e questa esclusione è
una delusione terribile, perché giocare in Europa riempie tutti di
eccitazione, e i giocatori del Mallorca si sono guadagnati sul campo il
diritto di farlo.» Del resto, per lui il calcio è una passione assoluta e il
Mallorca è il club di casa, visto che Miguel Ángel detiene il record di
presenze (249) nella squadra isolana.
In campo, invece, al niño multitasking del 2010 i conti tornano alla
perfezione.
Prima di Flushing, ma in realtà già dall’inizio della stagione, ha lavorato
di cesello sul movimento del servizio insieme allo specialista Oscar Borrás,
proprio per avere un’arma in più sul cemento di New York – l’unico Slam
che ancora gli manca. I frutti della manutenzione, fatta di tanti piccoli
dettagli – dalla posizione più distaccata dei piedi al movimento di
caricamento della racchetta per non affaticare il malandatissimo scafoide,
fino a un’impugnatura più rilassata per non sforzare il polso –, si notano fin
dal primo match. Rafa serve mediamente più veloce del solito – in
allenamento arriva a duecentoventi all’ora, negli ottavi tocca i
duecentodiciassette contro l’amico Feliciano López –, e anche per questo
arriva in finale senza perdere un set, cedendo appena cinque volte il
servizio. Nel big match si trova davanti Djokovic, che sul «duro» in teoria sa
muoversi molto meglio, ma la differenza rispetto alle due settimane
precedenti è di appena un set. Nadal vince 6-4 5-7 6-4 6-2, in una delle
migliori imitazioni di un match di pugilato mai giocate su un campo da
tennis: si chiude un cerchio e si apre un orizzonte.
A soli ventiquattro anni e tre mesi, Rafa è il settimo tennista della storia
(e il terzo più giovane) a vincere almeno una volta tutti e quattro i tornei
dello Slam, a cui vanno aggiunti Coppa Davis e oro olimpico. Gli americani,
che hanno una passione segreta per le definizioni burocratiche ed enfatiche
insieme, lo chiamano «Career Grand Slam». Era dal magico 1969 di Rod
Laver che nessuno riusciva a vincere tre Slam di fila; in più, il niño se li
prende su tre superfici diverse – mentre ai tempi di The Rocket (il Razzo)
anche gli Us Open si giocavano sull’erba – e concedendo appena sei set in
tre tornei.
Non è un trionfo low cost, peraltro. Tra la fine del 2009 e l’inizio del
2010, Rafa ha dovuto reinventarsi e migliorarsi in tutto, non solo nel
servizio. Nel fisico, curando le ginocchia malandate con l’innovativa
«pulizia» del liquido sinoviale (copiata dal basket). Nella tecnologia e nella
tattica, grazie alle nuove corde, le Rpm Blast, che gli permettono di arrotare
di più con meno fatica. Insistendo sul rovescio tagliato, per guadagnare
campo e opzioni tattiche. Il risultato è l’upgrade totale del fenomeno, il
Nadal 2.0, che comunque può sempre contare sull’arma di distruzione
tennistica più efficace del secolo, forse della storia: il diritto in topspin con
cui imprime tremilacinquecento giri al minuto alla sferetta gialla, facendola
rimbalzare mediamente a centosessantadue centimetri. Un’altezza sgradita
anche a uno stangone elastico come il Djoker, costretto a colpirla a livello
spalla senza poter utilizzare la leva più efficace. Un colpo che Rafa sa
eseguire con un movimento da discobolo, partendo con il peso che grava
tutto sul piede sinistro, il ginocchio flesso e la mano aderente al fianco. «Un
cowboy che si prepara a estrarre la sua Colt», come ha detto un nostalgico
degli spaghetti western.
Nell’esecuzione ideale, Rafa arriva in accelerazione sulla palla; al
momento dell’impatto frontale, il bicipite sinistro esplode verso l’alto,
frustando la racchetta e imprimendole un movimento a elicottero. La
sferetta, spinta sia in avanti sia in alto e brutalizzata dall’effetto Magnus – lo
stesso che curva le punizioni di Del Piero –, supera la rete e si trasforma in
un cobra impazzito. Bye bye, punto.
Un calcio alla storia
Il capolavoro di Flushing è agevolato da un tabellone benevolo,
illuminato da una finale perfetta. «Finalmente ho giocato una grande partita
agli Us Open, e nel momento più importante. Sul cemento avevo già vinto
in Australia, nel 2009, ma lì i rimbalzi più alti mi aiutano. A Wimbledon
conta muoversi bene, e lo so fare. Per me qui ci sono le condizioni peggiori,
i rimbalzi veloci, le palle leggere. Aver vinto mi sembra un sogno. Il merito
è molto del nuovo servizio. Contro Djokovic, sul 5-4 nel terzo set, 15-30, ho
fatto una cosa che non avevo mai fatto: tre servizi vincenti di fila.»
Scattano inevitabili i soliti paragoni con Federer e con la Storia – ora
sostenuti da più elementi, considerando che il Genio, alla sua età, di Slam
ne aveva vinti sei, e invece lui è già a nove –, sempre poco graditi a Rafa:
«Chiedersi se sono meglio io o Roger è stupido, a questo punto: lui ha vinto
tanti Slam di più. Io ne ho nove, e ne sono felice; forse sedici sono troppi.
Credo che Roger rimarrà il migliore, un modello. Da lui ho copiato la voglia
di migliorare sempre, non sono certo il giocatore perfetto. Ma migliorare,
attenti, non vuole dire vincere di più. Alla mia età Federer aveva vinto
meno, ma chissà come sarò io a ventinove anni: non ho la sfera di cristallo e
comunque mi ritengo già un privilegiato, nella vita mi è andato quasi tutto
bene. La mia forza? La mentalità, l’intensità, il fatto che in campo non mi
arrendo mai. Poi so ascoltare il mio coach, e non ho paura di cambiare.
Ogni vittoria è speciale. È stato emozionantissimo rivincere a Monte Carlo,
dopo undici mesi senza un titolo, l’infortunio, la paura di non poter più
tornare lo stesso. Ma ho pianto anche per la Spagna ai Mondiali: voi italiani
l’avete rimosso» dice, alzando il gomito a evocare il fallaccio di Tassotti su
Luis Enrique, «ma già qui, ai Mondiali del 1994, meritavamo la coppa.» Ha
anche una memoria estesa, il Nadal 2.0.
Come al solito, dopo la scorpacciata il Masters gli sfugge, ma in molti
sono convinti che a gennaio arriverà il Rafa Slam: quattro tornei vinti
consecutivamente, anche se non nello stesso anno solare.
Laureus Awards
Gioca a ping-pong sul palcoscenico con Kevin Spacey, tentando
disperatamente di fargli fare punto. «Non un momento di grande sport»
ridacchia Rafael Nadal, premiato ad Abu Dhabi con il Laureus Award. «Ma
divertente, no?» Del resto le coppe le vince con il tennis, non con il tennis
tavolo, il numero uno del mondo che ha battuto la concorrenza dei soliti
sospetti: Kobe Bryant, Andrés Iniesta, Lionel Messi, Manny Pacquiao e
Sebastian Vettel. Sorridente, elegantissimo nel suo completo Armani, il niño
di mezza età tennistica sta recuperando dall’infortunio rimediato a
Melbourne a inizio 2011.
Durante la serata, quando ho incontrato lui e Benito Pérez Barbadillo,
come sempre è stato Rafa il primo ad allungarsi per stringermi la mano: un
concentrato di energia e buona educazione. Con Benito c’è un accordo, e
come al solito lo rispetta. Al momento giusto, dopo la cerimonia,
abbandono una chiacchierata fra la stampa tedesca e un Boris Becker
dolorante alla caviglia, spiaggiato su una sedia come un Filottete rossiccio.
Semino la concorrenza nazionale e mi infilo nella stanza dove Nadal dà
udienza a un gruppetto di happy few della stampa internazionale. «Fra pochi
giorni potrò tornare in campo» spiega. «Per fortuna era in un muscolo poco
importante, e meno grave del previsto.»
«Però ti è costato il Rafa Slam, la vittoria in quattro grandi tornei
consecutivi.»
«Era il nome che gli avevano dato gli altri, non io. Ma ormai non vale
più. Io non credo alla sorte, però stavolta è stata proprio sfortuna: dopo una
preparazione perfetta, prima un virus che mi faceva sudare come un pazzo,
poi, quando ho iniziato a stare meglio, il dolore all’inizio del secondo match
con Ferrer: sfortuna.»
«Non ti sei ritirato: perché?»
«Odio farlo. Devi dare il massimo anche quando credi di non avere
chance. Ho fatto quello che mi sembrava giusto per i tifosi, per il mio
avversario e per me stesso, anche se qualcuno non la pensa così.»
«In questo periodo di stop hai avuto modo di occuparti del Mallorca, la
squadra di calcio in cui hai investito?»
«Be’, mi sono preso cura soprattutto di me stesso, ma mi piace andare
allo stadio. Ora la squadra è in buona posizione. Un po’ di sfortuna con lo
Sporting Gijón, ma un grande pareggio in trasferta con l’Osasuna, su un
campo difficile. Una buona stagione.»
«Che ruolo hai esattamente? Decidi il mercato?»
«Nessun ruolo: sostengo la squadra, i giocatori e mio zio, che è
viceallenatore. Ma non ho una scrivania, e non voglio averla. Per adesso. In
futuro, può darsi… Per ora il tennis basta e avanza.»
«Non sarà che giochi troppo?»
«Una volta sì, ora non più. Però la stagione è intensa, e io sto
invecchiando… Scherzo, ho solo ventiquattro anni e mezzo. Ma è vero che
adesso gioco meno tornei, per vincere di più. Il tennis non è il calcio:
quando vado a un torneo, non so quanti match giocherò. Più tornei vinco,
meno ne devo giocare.»
«Non hai mai paura sul campo?»
«Se ti emozioni molto per una vittoria, vuol dire che soffri tanto per una
sconfitta. La tensione e la paura prima di una grande partita sono un punto
importante, fanno parte del gioco. Nella mia vita ci sono tante altre cose, ma
certi brividi te li sa dare solo lo sport.»
«Hai vinto tutto e sei il numero uno del mondo: quanta voglia ti rimane?
Dopo la sconfitta di Federer e il tuo infortunio, si è iniziato a parlare di
cambio della guardia.»
«A Melbourne, Djokovic ha giocato un torneo perfetto, ma lui e Murray
non sono una novità. Io, dopo la sconfitta in Australia, ho pianto negli
spogliatoi. Lo avrei fatto, se non fossi affamato di altri successi? Sono una
persona giovane, non più un giovane tennista, ma all’inizio di gennaio mi
sentivo meglio di sempre. In Coppa Davis, o a Indian Wells, conto di tornare
a sentirmi così.»
«Nove anni da professionista, a correre e recuperare più palle di tutti.
Non sei stanco?»
«Tutti devono correre, se non corri non vinci. Ma il mio tennis non è più
solo corsa e difesa. Sono migliorato, gioco più dentro il campo, con
maggiore aggressività. Non devo impazzire dietro ogni palla, come facevo
nel 2005 o nel 2006. Era un’evoluzione necessaria, se volevo rimanere al
vertice e non limitarmi a vincere solo sulla terra. Sul cemento e sull’erba
devi avere il controllo dello scambio: non puoi aspettare l’errore
dell’avversario, grinta e pazienza non bastano. Per questo dico sempre che il
mio vero obiettivo è migliorare ogni giorno.»
«Giorgio Armani ti ha scelto come nuovo testimonial: ti senti un sex
symbol?»
«Sicuramente no. È un’esperienza nuova, e a me piacciono le cose
nuove. Per me la moda è un mondo estraneo, ma spero di conoscerlo sempre
di più. E di migliorarmi anche in questo.»
«Un futuro da modello?»
«Non esageriamo.»
Nel futuro, quello a breve termine dell’annata che è appena cominciata,
per Nadal ci sono più incubi che passerelle. Ma questo, ad Abu Dhabi,
ancora non lo sa.
Nole l’Imbattibile
«Che sia davvero arrivato l’anno del Djoker?» ci si chiede a Indian
Wells, dove Djokovic vince il primo Masters Series della stagione,
frantumando i comprimari e sfiancando Roger Federer e Rafa Nadal. A
Montréal, Nole era stato il primo a scalpare i due fenomeni nello stesso
torneo, nel 2007, quand’era ancora un fiammiferino di campione dall’aria
sgherra che accendeva rovesci impossibili e urlava al mondo: «Sarò il
numero uno!» Gli ci sono voluti quattro anni per completare il gioco di
prestigio, per trasformarsi da Joker in Asso pigliatutto, ma ora quella
profezia un po’ bulla non sembra troppo lontana dall’avverarsi.
Novak è il campione in carica degli Australian Open: non perde un
match dal Masters dello scorso novembre. Quest’anno ne ha già infilati
venti: diciotto nei tre tornei Atp e due in Coppa Davis. Battendo Federer in
semifinale a Indian Wells, l’ha di nuovo scavalcato al numero due del
ranking – e forse si tratta dell’allungo decisivo.
È anche la prima volta in cui riesce a battere Nadal in una finale. «Novak
è nella posizione migliore per finire il 2011 da numero uno del mondo»
profetizza Nadal stesso. In questi mesi il Fiorello del tennis si è
normalizzato, stabilizzato. Concentrato. Scherza un po’ meno, vince molto
di più.
Negli ultimi due o tre anni, a incepparlo erano stati anche il cambio di
racchetta e il raddoppio di allenatore. Al coach di sempre, il ceco Marián
Vajda, aveva aggiunto Todd Martin, detto il Predicatore, ex numero quattro
del mondo. La mission era migliorare il servizio, ma alla fine la cura
americana ha prodotto soltanto un groviglio tecnico nel supersonico
meccanismo di Nole. Restaurato Vajda – e toltasi dalla spalla la scimmia
della vittoria in Coppa Davis per l’amatissima Serbia –, al momento Novak
pare imbattibile, complici anche il bradisismo mentale di Murray e le rughe
di babbo Federer. Il nuovo, vero duellante da opporre a Nadal, in un cambio
della guardia soft ma ormai evidente.
«Nessuno è imbattibile» smorza Nole, con improbabile modestia. «Ho
semplicemente superato i troppi problemi che mi facevo nella vita privata, e
ora sto vivendo il periodo migliore della mia carriera.»
L’eccezione francese
E non sa ancora quanto ha ragione, perché nel 2011, con l’eccezione di
Parigi – dove Rafa fa valere la sua rendita di posizione e di qualche briciola
qua e là –, il padrone sarà lui.
Oltre al Roland Garros, Nadal riesce a spuntarla anche a Monte Carlo,
dove rompe un antico tabù vincendo lo stesso torneo per la settima volta
consecutiva – numero cabalistico. L’ultimo che c’era riuscito era un mezzo
dandy che entrava in campo indossando una clamorosa giacca a righe,
berretto e cravattino in stile, un paio di baffetti irridenti, una racchetta lignea
e pentagonale in pugno. Si chiamava Richard Sears, era americano e viveva
nel Diciannovesimo secolo.
Non immaginava, quando si ritirò dopo aver vinto sette volte di fila gli
US National Championships (i futuri Us Open) fra il 1881 e il 1887, che il
tennis avrebbe dovuto aspettare due secoli e un uomo decisamente d’altri
tempi come Rafa Nadal, inguainato in un’abbagliante t-shirt gialla in
microfibra e munito di barbarica bandana, per assistere a un’impresa simile
alla sua.
Sears, peraltro, palleggiava sull’erba in compagnia di ricchi dilettanti,
attaccando appena possibile la rete con volée che i contemporanei
definivano – con un gergo da deejay di periferia – «crisp», croccanti. E
beneficiò quattro volte del Challenge Round, la regola che consentiva ai
detentori di affrontare gli sfidanti direttamente in finale.
Nadal, invece, stretta nella presa bimane una leggera ma sofisticatissima
arma in carbonio, sgranocchia avversari very professional, preferibilmente
sulla terra battuta, abbandonando di rado la linea di fondocampo e
sudandosi ogni turno. Altri gesti, insomma, altri ritmi.
Prima di ritirarsi nella sua Fort Knox del Bois de Boulogne, però, il niño
deve arrendersi a Djokovic sia a Madrid sia a Roma. Che la sua intangibilità
sulla terra rossa finisca così sciaguratamente a pezzi è faccenda che scuote il
tennis. È un Djokovic trasfigurato quello che dà l’assalto al Palazzo d’estate
del tennis, e dietro la sua rinascita c’è un signore serbo, amico di suo padre,
che l’ha visto perdere in tv e si è detto che forse poteva essergli utile.
Dimmi cosa mangi e ti dirò quanti ne vincerai
Nel gennaio del 2010, Igor Četojević è l’unico ad accorgersi che il
problema che fa crollare Novak in Australia, nei quarti di finale contro
Tsonga, non è legato all’asma ma all’alimentazione. «Una diagnosi niente
male per avermi visto solo in tv, a quattordicimila chilometri di distanza.»
Fin dall’inizio della sua carriera pro, Djokovic ha sofferto sprofondi
simili. Nel 2005, durante il suo primo match al Roland Garros, si è sentito
«le gambe di pietra», faticava a respirare ed è stato costretto a ritirarsi. Tre
mesi più tardi, all’esordio a Flushing Meadows, è arrivato il bis contro Gaël
Monfils: Novak si è addirittura sdraiato sul campo. Nel 2009, in Australia,
stessa storia contro Andy Roddick che, credendo il giusto ai malanni
dell’avversario, ha azzardato un’anamnesi fra il serio e l’inacidito dei mali
ricorrenti di Nole: «Crampi, influenza aviaria, antrace, Sars, tosse e
raffreddore comune.»
«Molti credevano di sapere cosa mi stava succedendo» racconta
Djokovic. «“Gli è tornata l’asma” dicevano. Ma quel giorno del 2010,
mentre commettevo un doppio fallo e non riuscivo a respirare, non potevo
sapere che mi stava accadendo qualcosa di molto diverso. Da quando avevo
tredici anni mi sentivo sempre appesantito, soprattutto di notte. Mi svegliavo
frastornato e ci mettevo parecchio a mettermi in moto per la giornata. Ero
perennemente stanco e mi sentivo gonfio, anche quando mi allenavo tre
volte al giorno.»
Come tutti i presunti allergici, Nole soffriva al momento
dell’impollinazione e nelle giornate molto umide. Solo che i sintomi non si
presentavano dall’inizio dell’allenamento – come sarebbe normale in chi
soffre di allergie –, ma dopo tre ore passate in campo. Risultato: «Negli
incontri importanti, contro i giocatori migliori, resistevo per i primi set e poi
crollavo.»
«Ora, Nole, devi opporti alla pressione.» Siamo in Serbia, a Belgrado; è
maggio, e Djokovic si è appena ritirato al secondo turno. Davanti ha il
dottor Četojević, che gli spinge il braccio destro verso il basso. «Ecco, vedi,
è così che deve reagire il tuo corpo» spiega, poi gli offre una fetta di pane.
Non deve mangiarla, ma semplicemente tenerla premuta sullo stomaco.
Četojević spinge di nuovo in basso il braccio, e Nole lo sente cedere con più
facilità.
«Mi sembrava una pazzia. Eppure, la differenza era evidente. Con la fetta
di pane sullo stomaco, il mio braccio faticava a opporsi alla pressione. Ero
visibilmente più debole.»
Quel giorno, Novak impara che quello a cui è stato sottoposto è un test
kinesiologico, e che il verdetto è semplice e spietato: intolleranza al glutine.
Con un esame più raffinato, chiamato Elisa, scoprirà poi che il suo corpo
non tollera cereali e latticini, e che non ha in simpatia i pomodori. Non
male, per un bambino che è cresciuto in una pizzeria.
In tre mesi, battagliando con la voglia di pane e la nostalgia per la
mozzarella, Djokovic perde cinque chili, passando da ottantadue a
settantotto – apparentemente pochini, visto che è alto un metro e ottantotto.
I vantaggi sono nettamente superiori ai sacrifici, o almeno, lo sono per uno
determinato a fare qualsiasi cosa pur di ottenere ciò che desidera. Addio
sonnolenza, stanchezza e mancanza di fiato. Adesso Nole è un segugio
capace di riportare ogni pallina: smette di ammalarsi – antrace, Sars,
raffreddore eccetera – e sente crescere l’autostima. Non riesce ancora a
spaccare il circuito, visto che al Roland Garros esce nei quarti contro Jürgen
Melzer, a Wimbledon in semifinale contro Berdych, e a New York, dopo
aver vinto un match folle contro Federer, si deve nuovamente piegare a
Nadal, chiudendo il 2010 con appena due titoli. Ma ha messo le basi per
uno degli anni più straordinari che gli statistici del tennis ricordino. E la
perla del suo incredibile 2011 è sicuramente quella verde che coglie a
Wimbledon.
E per pasto un filo d’erba
Un morso alla Storia. Un boccone dell’erba più verde che c’è. «Mi sono
sentito un animale. Volevo sentire che sapore aveva.» Mastica, Nole,
mastica. Dopo aver mangiato tanta polvere e calpestato tanto cemento,
finalmente Novak pranza nel ristorante più chic del tennis, il Centre Court
dell’All England Club. Uno dei tanti pasti da vegetariano (quasi vegano), il
primo da erbivoro diplomato.
Quando entra in campo per la finale è passato poco più di un anno dal
buffo test del dottor Četojević, e Djokovic è un tennista diverso. Prima era
forte, fortissimo, il numero tre del mondo. Adesso è salito dove l’aria è
rarefatta e sanno respirarla in pochi. Venerdì, battendo Tsonga in semifinale,
ha la certezza matematica che, comunque vada, da lunedì sarà il numero
uno del mondo: il primo serbo maschio a riuscirci dopo i regni rosa di
Monica Seles, Ana Ivanović e Jelena Janković. Il venticinquesimo re della
serie da quando il rudimentale computerone dell’Atp ha sputato fuori il
primo ranking della storia, nel 1973, con in testa Ilie Năstase. Fra Bucarest e
Belgrado ci sono poco più di quattrocento chilometri in linea d’aria; fra Ilie
e Nole passano due o tre mondi e cinque o sei generazioni tennistiche. E poi
Nasty ha giocato due finali a Wimbledon, perdendole entrambe, contro Stan
Smith e Björn Borg. Il Djoker, invece, non contempla la possibilità della
sconfitta. Anche se il suo avversario è il numero uno del mondo – ancora
per poco –, l’uomo che su quei campi ha vinto le ultime due edizioni dei
Championships: Rafa Nadal.
Da gennaio, Nole è stato un ninja: quarantanove partite giocate, una sola
persa – contro Federer, nei quarti del Roland Garros. Per il resto, una strage.
Ha vinto sette tornei, ma quello che conta è anche come li ha vinti. In
Australia ha battuto Berdych, Federer e Murray, poi di nuovo Berdych e
Federer a Dubai. A Indian Wells ha messo in riga Federer e Nadal, a Miami
ancora Nadal in finale. A Belgrado si è quasi riposato con Feliciano López,
ma a Madrid e Roma è tornato la bestia nera di Rafa, soffiandogli
l’argenteria di casa. Se non fosse stato per la semifinale di Parigi, lasciata a
Roger in quattro set, la sua sarebbe ancora una perfect season, una stagione
senza sconfitte.
Sitting in an English garden, waiting for the sun
Il giorno della finale, sopra Wimbledon il cielo è grigio e gonfio di
nuvole antiche, ma l’osservatorio di Greenwich, che diffonde bollettini
brevi, dettagliati e poetici che andrebbero tradotti in endecasillabi
meteorologici, non prevede showers, e neppure light.
È tutto pronto, la sacra rappresentazione può cominciare.
Il Centre Court di Wimbledon è la radura dell’Essere tennistico, un
luogo dove si svelano gli dèi, una sindone verde che appare in tutto il suo
irradiante misticismo dopo la fine delle partite, quando lo stadio è deserto,
la rete è stata tolta e i giardinieri, fingendo di riassettare una zolla,
contemplano le righe bianche che pulsano nell’ombra della sera, chiamando
a raccolta i campioni del passato. Di notte, racconta la leggenda, fra le
tribune risuonano i colpi di match invisibili, giocati da fantasmi in pantaloni
di flanella bianca.
Prima di tutto, però, il Centre Court è un prato, un lawn – da cui il vero
nome dello sport nella sua accezione moderna, lawn tennis –, e i prati sono
una cosa intimamente inglese. Qualcuno, addirittura, sostiene che i prati
verdi, scintillanti, vivi e compatti sono l’Inghilterra. Le onde verdi dove
Francis Drake giocava a palla aspettando l’arrivo dell’Invencible Armada –
quando Nadal non c’era ancora, per fortuna della regina. I rettangoli di pace
e perfezione che nel Medioevo facevano sospirare Alberto Magno – «Niente
riposa meglio lo sguardo di un piccolo prato chiuso e tagliato basso» – e
secernere invidia al parigino Antoine D’Argentville: «Questi tappeti di
velluto verde e uniforme, che in Francia tentiamo inutilmente di imitare.»
Non è un caso, forse, che al Roland Garros si giochi da sempre sulla
terra battuta. Qui i top spin arrabbiati di Nadal sono bolidi rotanti, girandole
indomabili che arrivano a pesare quindici chili nel momento in cui si
schiantano sulle corde, e ti sbattono sulle tribune come un diretto di Tyson.
Sull’erba rimbalzano un po’ meno; in più, il Djokovic 2011 Edition è una
perfetta macchina biomeccanica. Magro, elastico, un supereroe di fosforo e
caucciù: forse è l’unico al mondo che può sfidare il niño piazzandosi appena
dietro la riga di fondo, per poi giocarsi da lì tutto un match in controtempo.
E vincerlo.
Quattro set (6-4 6-1 1-6 6-3) rifilati al defending champion che ha
disputato cinque finali in sette anni a Church Road, e che ha buttato Federer
fuori dal Giardino.
Un successo simbolico. La rivincita di Djokovic sul suo passato da Terzo
Uomo. Una partita quasi perfetta, messa giù alla Rafa, contro un Nadal forse
non al cento per cento, con il piede sinistro imbottito di antidolorifici e che
per una volta, davanti alla rumba del Djoker, si sente come Federer si è
sempre sentito contro di lui. Soffocato dal fondo, sovrastato nel ritmo,
incapace di sbagliare meno del suo avversario.
Due set ingoiati in appena un’ora, un solo passaggio a vuoto nel terzo set,
un calo di concentrazione che permette a Rafa, il Cannibale ingastrito, di
allungare il numero delle portate. Poi l’accelerata finale, con il rovescio di
Nadal che spedisce la palla oltre la riga e Djoko dentro la leggenda.
«Con lui ormai perdo sempre» dice il Cannibale, improvvisamente
inappetente. «Ed è una questione mentale, non fisica o tecnica. Ho bisogno
di scaricarmi, sono stanco nella testa.»
È la quinta vittoria di Djokovic su cinque partite contro Nadal, una
manita serba per il madridista, mentre Federer arranca come un gregario in
difficoltà sul Tourmalet. Il tennis, al momento, è proprietà di Djokovic.
Il clan di Novak – il padre Srdjan, lo zio Goran, la madre Dijana, la
fidanzata Jelena e il presidente serbo Boris Tadić, un aggregato di lusso –
danza in tribuna. I tifosi lo imitano nei vialetti di Wimbledon,
improvvisando una torcida balcanica sotto gli sguardi divertiti dei British,
mentre Belgrado sussulta in diretta tv. «Un’altra vittoria, un’altra vittoria, il
campione adesso sei tu» cantano mentre Nole, dal ponticello fra gli
spogliatoi e il pratone, lancia baci, cappelli, palline, persino un paio di
scarpe, dopo aver regalato al pubblico del Centre Court tutte le racchette.
«Negli spogliatoi ho rivisto il film della mia vita. Gli allenamenti in
Germania e in Serbia, i sogni che avevo a sei, otto, dieci anni, la guerra e
tutto il resto. Quello che abbiamo fatto non solo io, ma anche Ana, Jelena,
Tipsarević e Zimonjić, è straordinario. Il nostro paese ne aveva bisogno.»
Per Goran, il punto di svolta è stato la Davis vinta a dicembre. Secondo
Dijana, la vittoria di squadra che ha acceso una nazione intera «ha insegnato
a mio figlio come si gioca senza paura». Senza il timore di essere un
predestinato a metà, un Teseo incapace di uccidere il Minotauro che gli sta
davanti.
«Ho sempre saputo che avevo il gioco per battere Federer e Nadal»
spiega Nole, «ma per anni nei grandi tornei non mi è riuscito, e mi sentivo
frustrato. Dopo aver vinto il mio primo Slam a ventun anni ho dovuto
affrontare le aspettative di tutti, e le ho pagate con tanti alti e bassi. Se
dicessi che non ho avuto dubbi su me stesso, mentirei. Ma vincere la Davis
mi ha regalato un pieno di energia. Quest’anno, in Australia ho giocato alla
grande perché ho capito di aver perso le mie ansie. E ora Wimbledon. Ma ne
vincerò altri, ve lo prometto. Perché io sono nato per questo.»
Il dottor Četojević, seduto da qualche parte nel pianeta Djokovic, si
concede un sorriso di moderata soddisfazione.
Ogni mattina
Diventare numero uno del mondo, secondo Djokovic, è soprattutto una
questione di disciplina: «Ogni mattina, quando mi sveglio, bevo un
bicchiere d’acqua e faccio stretching per venti minuti, a volte anche un po’
di yoga o tai chi. Poi faccio colazione, quasi sempre la stessa, perfettamente
calibrata per nutrire il mio corpo in vista della giornata che mi aspetta.
Intorno alle otto e mezza raggiungo il mio allenatore e il fisioterapista, che
restano al mio fianco per tutto il giorno, controllando ogni movimento e
tutto ciò che mangio e bevo. Queste due persone sono con me per tutto
l’anno, a maggio a Parigi, ad agosto a New York, a gennaio in Australia e
così via. Ogni mattina mi alleno con un partner per un’ora e mezza,
reidratandomi con acqua tiepida. Bevo una speciale bibita energetica
preparata dalla mia squadra, con il giusto equilibrio di vitamine, sali
minerali ed elettroliti in base alle mie esigenze quotidiane. Faccio un altro
stretching, mi sottopongo a un massaggio sportivo e poi pranzo, evitando
zuccheri e proteine e mangiando solo i carboidrati che rientrano nel mio
regime alimentare, senza glutine e senza latticini. Dopodiché si inizia a fare
sul serio: mi alleno con i pesi e le fasce elastiche per circa un’ora,
eseguendo fino a venti esercizi diversi, con pesi piccoli e molte ripetizioni
per ciascuno dei movimenti del tennis. A metà pomeriggio bevo un
integratore preparato dal mio fisioterapista, che contiene proteine derivate
dai piselli. Altro stretching e poi una nuova sessione di allenamento, ovvero
altri novanta minuti a colpire la pallina, in cerca di ogni minimo difetto o
deviazione del servizio e della risposta. Infine, una quarta sessione di
stretching e magari un altro massaggio. Arrivato a questo punto, mi sto
allenando da quasi otto ore consecutive, quindi mi prendo una pausa per
occuparmi degli aspetti pubblici della mia carriera: una conferenza stampa o
un evento di beneficenza. Dopodiché ceno: molte proteine, insalata, niente
carboidrati, niente dolce. A volte leggo per un’oretta, di solito libri sulle
prestazioni sportive o sulla meditazione, oppure scrivo il mio diario. Poi
finalmente vado a dormire.» Facile, no?
Sì, il 2011 è decisamente l’anno di Mr Fantastic, il campione che rifugge
dal glutine ma deglutisce gli avversari come pizzette. Alla fine, il conto è
impressionante: settanta vittorie su settantasei partite, dieci tornei, tre slam,
cinque Masters Series, il 78,9 per cento di match vinti. Meglio del
leggendario e orwelliano 1984 di John McEnroe, e anche
dell’indimenticabile 2006 di Federer. Dopo gli Australian Open e
Wimbledon, il numero uno del mondo si prende per la prima volta anche gli
Us Open, battendo Rafa Nadal nella rivincita del 2010 (6-2 6-4 6-7 6-1).
Fanno quattro Slam in carriera, tre in un solo anno solare: il triplete della
racchetta, un’impresa che nella storia del tennis è riuscita solo tredici volte a
undici giocatori, se non si contano i tre Slam di Don Budge (1938) e Rod
Laver (1962 e 1969).
Nella semifinale di New York, Nole è evaso da un paio di match point
contro grazie a un diritto sventolato a occhi chiusi al quinto set, davanti a un
Federer già convinto di averlo matado. Nel big match di lunedì ha
tentennato solo nel terzo set contro Nadal, l’avversario che nel 2011 ha
seccato sei volte di fila in sei finali, su tre superfici diverse: 6-0, cappotto,
kaputt. E se non ce n’è per Rafa, non ce n’è per nessuno.
Lo spagnolo ci prova, a vendere cara la vita. Ringhia e difende
l’indifendibile. Una grande partita, con scambi da leggenda, game lunghi
come cortometraggi (sedici e quattordici minuti quelli da record), colpi che
sembrano copiati da Matrix.
Del resto, Djokovic pare progettato al computer. Curva lo spazio-tempo
con il rovescio, martella con il diritto, giustizia con la smorzata. Il campo
dei suoi avversari diventa sconfinato, rapidissimo: lo stesso effetto speciale
che procurava Rafa fino all’anno prima. Ma adesso Nole anticipa di più,
corre più veloce, pensa più in fretta. Un avatar in completino Tacchini.
Dopo il quinto gioco del terzo set, persino Nadal sorride incredulo
guardando l’ennesimo videorovescio, e va a sedersi scuotendo il crapone
fradicio di impotenza. Djokovic si presenta alla premiazione con il
cappellino dei vigili del fuoco di New York: «Giocare a tennis è bello, ma la
vita è più importante.» È l’11 settembre, nella Grande Mela hanno inciso la
data persino sul centrale. Scrosciano applausi. «Per imparare come si fa a
essere il numero uno, ho spiato Nadal e Federer; il resto lo devo ai sacrifici
della mia famiglia. Per festeggiare mi abbufferò di glutine e alcol, per una
sera basta con riso e proteine. Poi aspetterò il Roland Garros. È l’unico
Slam che mi manca, e io voglio vincerli tutti.»
Il nuovo Cannibale è celiaco. Ma non fa meno paura.
De Sade Tennis
Trentuno colpi. La palla salta da una parte all’altra dello schermo,
inseguita dai corpi di due arcangeli sudati che, cercando in ogni modo di
punirsi e inseguirsi in un videogioco diabolico, provocano estasi e dolore
negli occhi di chi guarda. Lo schermo, però, è quello reale del campo: il
videogioco lo vivo in diretta, sotto il tetto chiuso della Rod Laver Arena,
seduto in tribuna stampa per la prima finale Slam della stagione, e capisco
che siamo di fronte a una nuova svolta nel lungo passaggio dal paleotennis
al neotennis. Dopo questa finale, mi dico, niente sarà più uguale.
Federer contro Nadal è stato – ed è ancora – un confronto di stili, il crash
di due filosofie diverse, a tratti opposte. Dalla crepa che le divide nasce la
bellezza.
Da quando nel duello si è inserito il Djoker, però, la dialettica dei Mostri
è cambiata: adesso sono due estremi della stessa idea a toccarsi, provocando
scintille. Non si tratta più di battere, circuire, ingannare, sedurre e poi
abbandonare l’avversario sconfitto. No, qui si tratta di schiantarlo, di
portarlo fisicamente al punto di rottura. Dove lo sport diventa quasi un fatto
mistico, un rituale sadomaso, una lotta a chi soffre di più.
Lo scambio che decide la partita è già accaduto, anche se in molti ancora
non lo sanno. Quello che va in scena nel primo punto del nono game del
quinto set è qualcosa di diverso, un oltretennis, un bisticcio fra sciamani.
Quando Djokovic lo vince e si butta a terra, mi torna in mente un vecchio
film di Sydney Pollack sulle gare di resistenza al ballo, durante la Grande
Depressione, con Michael Sarrazin e Jane Fonda. Qui i concorrenti non
hanno bisogno di qualche dollaro di premio, anzi, potrebbero comprarsi
l’intero impianto (compreso il pubblico). Quello che li spinge al martirio,
quasi all’autolesionismo, è una forza segreta che si fatica a comprendere.
Non si uccidono così anche i tennisti?, mi chiedo, mentre un applauso quasi
sconcertato piove addosso ai due folli che, una decina di metri più in là,
stanno cercando di farsi scoppiare i muscoli.
La finale degli Australian Open 2012 è un match prima banale, poi
infernale. Uno stornello rauco che diventa un frammento dell’Iliade, una
passeggiata di salute che si trasforma in un viaggio nelle terre estreme del
corpo e della mente. La finale più lunga nella storia dello Slam – cinque ore
e cinquantatré minuti –, vinta da Djokovic su Nadal dopo un quinto set
giocato in equilibrio fra mistica e spettacolo, fra sport e teatrino della
crudeltà. Sul match point, Nole si fa il segno della croce e invoca aiutini dal
dio dei serbi; Rafa pare una versione muscolata di Santa Teresa d’Avila, una
Justine sportiva crocefissa dall’ultima palla break: «È bello portare al limite
il tuo corpo, è bello godere di questa sofferenza.»
Una partita smisurata, a cavallo di due giorni. Iniziata all’ora di cena,
con i vecchi campioni australiani – da Sedgman a Laver – schierati dentro
l’emozione densa dello stadio, e finita all’una e mezza di mattina, con
Djokovic che si strappa la maglietta in campo e urla come un Freddy
Krueger tornato da un inferno con racchette. Cominciata a cielo aperto e
conclusa indoor, interrotta per dieci minuti dopo quattro ore esatte di gioco
per far scorrere il tetto mobile della Rod Laver Arena, sotto la pioggia che
aveva iniziato a cadere negli opprimenti trentatré gradi di Melbourne.
In campo ci sono i numeri uno e due del mondo: il favorito è Djokovic,
che l’anno scorso ha stropicciato tecnicamente e mentalmente Nadal in sei
finali. Ma Novak parte male, teso e torpido insieme, con il diritto e il
rovescio fuori registro. Il primo, bruttissimo set va al niño; nel secondo e nel
terzo il Djoker torna a pescare le carte vincenti, a dominare con la risposta
la seconda di servizio di Nadal, cambiando marcia come un pilota di
Formula 1 dopo una chicane. Rafa pare sfiatato, spuntato, senza armi. Nel
settimo game del quarto set arriva la trasfigurazione. Sotto 0-40, lo spagnolo
ritrova se stesso, annullando tre palle break e tornando a ruggire come ai bei
tempi. Allunga il match al quinto set, approfittando di un diritto da matita
blu di Novak nel tie-break, e mentre lo stadio impazzisce scatta avanti 4-2,
30-15.
Ma stavolta tocca a lui mettere in corridoio un passante di rovescio
facilino, e restituire il servizio. Nel game successivo, lo scambio terrificante
dei trentuno colpi toglie aria a entrambi. Nole, riemerso dall’apnea, trova
però la forza di breccare Nadal all’undicesimo gioco, e di tagliare la storia
infinita con un diritto vincente in quello successivo. I due sono talmente
stanchi che durante la cerimonia li fanno sedere a centrocampo.
«Abbiamo fatto la storia. Rafa, stasera meritavi di vincere anche tu»
butta lì Nole, raccogliendo la coppa dalle mani di Laver. Negli spogliatoi
abbraccia il suo manager, Dodo Artaldi. «Cuore italiano» gli soffia
all’orecchio, prima di tuffarsi nei capelli di Jelena.
«Se penso che è stata la finale Slam più lunga della storia, mi viene da
piangere. Sono orgoglioso di averla vinta davanti a tanti campioni, dopo
Wimbledon è il successo più importante della mia carriera. Per prendermela
ho sopportato l’impossibile, tutti e due abbiamo usato fino all’ultima goccia
di energia. Nel quinto set sentivo che il mio corpo stava cedendo, ma ho
pensato che lui non stava meglio. È stato atroce, ma sono d’accordo con
Rafa: arrivi a un punto in cui godi persino del dolore.»
Nel 2009 Rafa, campione ribattuto ma forse risanato, qui aveva vinto una
semifinale di cinque ore e sedici contro Verdasco; l’anno prima, invece,
aveva stremato Federer a Wimbledon in quattro ore e quarantotto. Stavolta
ha perso la maratona, ma ha ritrovato il morale: «Perdere fa male, ma ho
combattuto alla pari con il numero uno del mondo: nel 2011 non c’ero mai
riuscito, Novak lo avevo sofferto mentalmente. Oggi ho reagito come ai bei
tempi: con il cuore e con la testa. Se riguarderò la partita? No, è troppo
lunga, ma quando ci ripenserò, in futuro, sarò più contento di averne fatto
parte che dispiaciuto di averla persa.» Nobile bugia.
Lunedì mattina, a Melbourne
«Vi spiace se rimango a sedere qui? Non credo di essere in grado di
alzarmi…»
Dieci ore dopo aver steso Nadal, Novak Djokovic avrebbe ancora
bisogno di un letto. I serbi sono famosi per i loro party scatenati, ma Nole
scuote la testa: «Sono arrivato in hotel alle cinque meno un quarto di
mattina e non avevo un grammo di energia per festeggiare, anche se non
sono riuscito a prendere sonno fino alle otto. La mia fidanzata dormiva già
da un pezzo, io ho letto un po’ e poi mi sono messo a guardare gli highlight
della partita: roba da non crederci, vero? Però va bene così. Un conto è
quello che senti tu sul campo, dal punto di vista dei giocatori, un altro è
quello che vedono gli spettatori. Adesso posso dirlo: è stato proprio un gran
bel match.»
«Molti si chiedono come tu abbia fatto a recuperare dopo i cinque set
con Murray, con un giorno di riposo in meno rispetto a Nadal, e a vincere lo
stesso una maratona del genere…»
«Andando al giardino botanico. Ho passato un sacco di tempo al parco,
perché amo la natura. E poi sonno, stretching, massaggi.»
«Hai vinto tre Slam di fila: quest’anno riuscirai a vincerli tutti e quattro,
compreso il Roland Garros che ancora ti manca, e a chiudere il Grande
Slam? O Nadal, almeno sulla terra, rimane più forte?»
«Il Grande Slam è l’obiettivo più alto che puoi chiedere a te stesso.
Dipende da quanto ci credi. Nell’ultimo anno e mezzo ho avuto tanti
momenti straordinari: sto giocando il miglior tennis di sempre, e l’anno
scorso sulla terra sono riuscito a battere Rafa, anche a Roma. La finale di
Parigi è alla mia portata, allo Slam ci sto pensando, non è un segreto. Ma la
strada è ancora lunga.»
«E gli impegni sono tanti: la Coppa Davis, gli Slam, le Olimpiadi…»
«Gli Slam sono la mia priorità. È una questione di programmazione:
devi studiare le “onde” del tuo rendimento in base agli obiettivi. Seguirò la
strategia delle onde anche quest’anno, anche se per me sarà difficile
sacrificare qualche torneo. Non giocherò in Davis, ma forse tornerò a Monte
Carlo.»
«Quando hai capito, classifica a parte, che ormai eri diventato l’uomo da
battere?»
«Dopo gli Us Open dell’anno scorso. In nove mesi ho vinto tre Slam e
perso appena un paio di match. Anche in passato mi concentravo soprattutto
sugli Slam; per due o tre anni sono stato il numero tre, ma quando arrivavo
ai turni decisivi non riuscivo mai a dare il meglio, a giocare il mio tennis di
serie A. Specialmente contro Federer e Nadal: perché non avevo la loro
forza mentale. Ora credo di più in me, so cosa devo fare nei grandi tornei e
nei grandi match. Ho imparato da Rafa e Roger a mantenere la calma e a
tirare i colpi migliori al momento giusto. Sono stati loro a insegnarmi come
batterli, come vincere gli Slam.»
«Domenica notte, in campo, ti sei reso conto del livello che hai
raggiunto?»
«Ci sono momenti in cui ti sembra di giocare senza fare nessuno sforzo.
Tutti i grandi tennisti conoscono la sensazione, noi diciamo “essere nella
Zona”. Senti di non avere altra scelta che giocare tutti i colpi al massimo. E
ci riesci.»
«La fede ha qualcosa a che fare con la tua forza interiore? Tu sei molto
religioso, il patriarca Ireneo ti ha insignito della più alta onorificenza della
chiesa ortodossa serba, la croce di San Sava, e anche prima del torneo sei
andato a messa.»
«È il premio più importante che ho ricevuto. Da atleta e da persona
religiosa, non so spiegare quanto sia importante per me la fiducia che mi
trasmette il Sinodo. I miei successi sono frutto di un duro lavoro, della
fiducia in me stesso, e dell’amore verso i miei cari e verso Dio.»
«Hai vinto dappertutto: quale consideri la tua superficie migliore?»
«Il cemento: è lì che ho ottenuto i miei successi più importanti. In Serbia
sono cresciuto sulla terra, ma dall’anno scorso ho iniziato a pensare che la
mia seconda superficie preferita sia l’erba…»
«Qualcuno dice che il tuo è un tennis da videogame. Sei d’accordo?»
«Lo prendo come un complimento. Mi sono già scusato con Rod Laver
perché non gioco mai serve & volley, ma contro tipi come Murray o Nadal
non c’è tempo e modo di farlo, rispondono in maniera pazzesca. Mi spiace,
gente, ma il nostro è un tennis da fondocampo.»
I’m a legal alien
Andy Murray è un britannico a cui piace l’America, come a John Lennon
e a Sting: a legal alien, un «alieno legalizzato», an Englishman in New York.
Negli Usa ha vinto l’Orange Bowl, girando la Florida con Judy e Jamie; lo
confortano le dimensioni del paese e l’informalità di molte situazioni, ma
soprattutto il particolare non trascurabile che negli States puoi girare senza
trovarti un cronista da tabloid perennemente attaccato alle labbra, che ti
chiede conto di ogni frase e scuote la testa se neanche quest’anno riuscirai a
vincere Wimbledon.
«Oggi, per strada, chiedi a un inglese chi vincerà la Coppa del Mondo o
Wimbledon» mi dice una collega molto britannica e molto disincantata
come Eleanor Preston, «e ti risponderà: “Noi!” Che si tratti di Beckham &
Co. nel calcio o di Henman e Murray nel tennis, ci comportiamo sempre
nello stesso modo. Prima carichiamo i nostri di aspettative ridicolmente alte.
Quindi tifiamo per loro con una passione che confina con la psicosi. Infine,
quando inevitabilmente falliscono, commentiamo disgustati: “Cosa ti avevo
detto?” E poi ci stupiamo se un tennista inglese non vince a Wimbledon da
sessant’anni.»
Negli Usa, Andy respira a pieni polmoni. Lì tifano per l’underdog, per lo
sfavorito, e lo applaudono pure se perde – a patto che si batta bene. Lo
fanno anche in semifinale, quando Murray si libera dal tabù Nadal.
Da quando è apparso, a Wimbledon 2005, con il suo tennis ricco,
apparentemente banale ma incantevole – un tennis che piace molto ai
tennisti –, i Brits hanno iniziato a blandirlo e biasimarlo come da antico
copione. A illudersi e ricredersi, per poi illudersi ancora. Nel 2006, sono
inorriditi al bacetto in diretta tv che Andy – appena diciannovenne – ha
schioccato sulle labbra della fidanzatina Kim Sears, dopo la vittoria su
Roddick a San José. Gli hanno perdonato a denti stretti le stagioni passate in
Spagna, snobbando i coach indigeni, poi gli hanno pagato un allenatore
trendy, costosissimo (un milione di euro all’anno) e per giunta yankee, come
Brad Gilbert, che Andy ha mollato dopo pochi mesi. L’hanno riempito di
salamelecchi quando è entrato nella top ten, e linciato quando ha rinunciato
a difendere la sua non tanto amata patria («Sono scozzese, perché diavolo
devo giocare per l’Inghilterra?») in Coppa Davis. O quando ha bestemmiato
– salvo ricredersi – che il suo Slam preferito non era Wimbledon, ma gli Us
Open. Una bugia bianca escogitata per difendersi, o forse una mezza verità.
Nel 2008, a New York, si è presentato con la madre Judy e il padre
Willy, separati nella vita ma uniti nel tifo, più nonni, fidanzata, coach, due
fisioterapisti, agente e manager. Un codazzo da mediterraneo, più che da
anglosassone, difficile da digerire per la tradizionale sobrietà isolana.
Dicevano che si allenasse poco, e lui ha di nuovo preso in contropiede la
public opinion assumendo ben due preparatori, Matt Little e soprattutto Jez
Green, che gli ha imposto un regime ginnico-alimentare fatto di Bikram
Yoga – ventisei fra posture ed esercizi da eseguire a quaranta gradi di
temperatura – e sushi. I suoi colleghi, per primi, si sono stupiti di trovarlo in
palestra la mattina presto, i bicipiti sempre più gonfi esibiti in campo dopo
le vittorie, gli addominali in crescita sul torso un tempo al limite del
macilento. È la Gran Bretagna del tennis che, dopo quasi un secolo, mostra i
muscoli.
Che Andy avrebbe vinto il suo primo Slam nella Grande Mela, insomma,
era scritto negli astri, ma per riuscirci dovrà aspettare il 2012, anno di
grandi gioie e di un’immensa delusione.
Per tentare di interrompere la lunga carestia britannica a Wimbledon, a
fine 2011 ha ingaggiato, fra la sorpresa generale, Ivan Lendl, il più grande
campione degli anni Ottanta: l’Ivan Drago che minacciava di spiezzare in
due, spesso riuscendoci, Borg, McEnroe e Connors. All’inizio sembrano
una coppia mal assortita: il Terribile e lo Stropicciato, l’Amerikano e lo
Scozzese. Il vecchio – si fa per dire: cinquantun anni – e il bambino che non
vuole maturare. Ma il loro è un rapporto che funziona.
Nella sua prima uscita agonistica dell’anno, Murray fa subito centro,
vincendo a Brisbane in finale contro l’elfo Aleksandr Dolhopolov, e si
affretta a renderne merito al nuovo coach: «Ivan è un campione, uno dei più
grandi che abbiano mai giocato. La sua esperienza mi è molto utile. Sa
come preparare i tornei, sia fisicamente sia mentalmente. È un grande
lavoratore, e credo che quest’anno riuscirà a farmi dare il meglio di me
stesso.»
Lendl è alla sua prima esperienza da coach. Dopo il ritiro dai tornei,
distratto dalle sue quattro figlie golfiste, dai suoi sette cani lupo e dalla sua
bella villa nel Connecticut, e molestato da seri problemi alla schiena, l’ex
Terribile è rimasto lontano dal tennis per anni. Ci è tornato come
organizzatore di esibizioni di lusso fra veterani (memorabile la sua battuta al
vecchio rivale McEnroe: «John, ho sempre saputo che un giorno avresti
lavorato per me…»). Poi, un filo appesantito, ha anche provato a giocare
qualche match da «over», ma nessuno lo avrebbe visto nei panni del coach.
In realtà, però, l’occhio clinico per capire pregi e difetti dei colleghi non
gli è mai mancato. Nel 1989, ha convocato nel Connecticut Pete Sampras –
che ancora non era Sampras – per una settimana di training intensivo.
Footing, bicicletta, ore e ore sul campo, dieta ferrea a tavola. Sampras ne è
uscito con i riccioloni spettinati e la lingua più fuori del solito, ma ha
imparato la lezione: il talento da solo non basta a guadagnarsi l’immortalità.
Ora il progetto di Lendl è di togliere dal bozzolo un altro campione,
dando a Murray una regolata fisica e mentale e aiutandolo ad acchiappare
finalmente uno Slam. Da giocatore, ha impiegato quattro finali Slam prima
di rompere l’incantesimo – nel 1984 a Parigi, contro McEnroe, in una
leggendaria finale che tutti gli ultracinquentenni/quasi sessantenni
ricordano. Murray è a quota tre.
«Quando giocava, Ivan pareva sempre uno in crisi d’astinenza da eroina
che avesse passato la notte ad ammazzare prostitute» ironizza macabro il
columnist inglese Simon Matthews, «quindi dovrebbe poter aggiungere
qualcosa al modo di giocare di Murray.» Ovvero la determinazione, il killer
instinct che l’Ivan fanciullo ha imparato a sviluppare nei lunghi pomeriggi
passati a Ostrava, legato al paletto del tennis club da Olga, altra famosa (e
terribile) tennis mom. In attesa che, sotto le cure di Lendl, l’impaziente
scozzese – il giocatore «più disordinato dello spogliatoio», secondo Marcos
Baghdatis – si trasformi in una versione tennistica di Jack lo Squartatore, va
registrato che maestro e allievo si piacciono. Sarà che l’età e la pelata
l’hanno reso simile a un Buster Keaton made in Moravia, ma Murray lo
trova addirittura divertente: «Per molti versi, Ivan ha un sense of humour
molto simile al mio. È un tipo buffo, con un sacco di storie divertenti dei
tempi in cui giocava.»
Lendl era famoso per gelare lo spogliatoio con le sue freddure sottozero:
dietro l’apparenza da babau nasconde un leggero spirito politicamente
oltranzista, ma decisamente cordiale.
Grazie all’amico comune Vittorio Selmi, che dell’Ivan ragazzino subiva
con pazienza gli scherzi non sempre divertenti («Mi veniva a prendere in
macchina e poi, sapendo che in auto sono un po’ apprensivo, si scatenava a
tutta velocità nel traffico…»), dopo il suo rientro nel Tour ho amabilmente
chiacchierato con lui al telefono in diverse occasioni. Nel 2012, quand’ero a
Ostrava per la Coppa Davis, mi ha teleguidato verso la sua vecchia casa e,
appena gli ho inviato via WhatsApp la foto di un caseggiato decisamente
triste, molto cortina di ferro, mi ha risposto in tempo reale: «Sì, quella al
terzo piano all’angolo era una delle finestre dell’appartamento dove sono
cresciuto.»
Il re della terra
«Per come ha vinto Parigi quest’anno» sostiene Mats Wilander,
«perdendo un solo set in finale e dominando proprio come faceva Borg, si
può dire che Rafa è davvero il più grande di sempre sulla terra.» Wilander
se ne intende: dei tanti vikinghi post-Borg è stato il più vincente, soprattutto
sulla terra. Ha visto il niño superare il record dell’Orso, sette titoli al Bois
De Boulogne contro i sei previsti – un numero difficile anche solo da
pensare, visto che il Roland Garros è l’equivalente tennistico del Tour de
France –, e ha emesso il verdetto. E Rafa stacca il record battendo
addirittura il numero uno del mondo, Novak Djokovic: l’uomo che gli ha
sottratto le tre precedenti finali dello Slam, da Wimbledon 2011 agli
Australian Open 2012, e che sull’argilla fradicia del Philippe Chatrier
cercava un Grande Slam su misura, cucito da quattro centri consecutivi
anche se non ottenuti nello stesso anno solare.
L’unico match dell’anno su terra Rafa lo ha perso sul blu: a Madrid, dove
Ion Ţiriac, il vecchio Vampiro, ha imposto quest’eresia cromatica – che
peraltro durerà solo un anno. A Parigi, invece, Rafa non si fa spaventare
nemmeno dall’acqua, che costringe a spezzettare la finale in due giorni.
Domenica il primo stop, sul 6-4 5-3 Nadal, favorisce Nole; il secondo,
invece, che arriva dopo un parziale di otto game a uno per un Djokovic
formato Matrix, salva Nadal. Che non a caso lunedì entra in campo
tesissimo, ma poi brecca subito il rivale e pareggia il conto. Dopo altri otto
game di lotta, l’insolubile Nadal approfitta dello stesso bradisismo mentale
che è costato a Nole la finale di Roma: un incredibile, umanissimo doppio
fallo sul match point. E Novak, onesto, riconosce che «Rafa è il più grande,
sono i risultati a dirlo».
Dopo la vittoria arrivano le lacrime, la scalata alla tribuna, l’abbraccio
travolgente al suo clan e all’amico Pau Gasol: «Perdere la quarta finale di
fila contro Nole sarebbe stato terribile. Ieri notte ero molto nervoso, mi sono
addormentato tardissimo guardando Goku, l’eroe di Dragon Ball.»
Nemmeno i protagonisti dei cartoni animati, però, possono salvarlo a
Wimbledon contro Lukáš Rosol, un altro della lunga serie di comprimari
che passano alla storia per aver spento un cero ai campioni. Rafa perde in
cinque set al secondo turno, e l’onda d’urto rimarrà impressa in eterno nelle
statistiche e nella memoria, come una gelata inaspettata nei cerchi degli
alberi.
A Church Road, fra l’altro, nel 2012 si gioca due volte, una per i
Championships veri e propri e l’altra per il torneo olimpico, tanto che
qualcuno azzarda che stavolta Wimbledon durerà quaranta giorni, da fine
giugno al 5 agosto. Ma i finalisti – Federer e Murray, toh – sono gli stessi.
Il torneo «vero» lo vince lo svizzero, per la settima volta, e dentro ci
stanno gli ultimi record strappati allo yankee Sampras e a Williams
Renshaw, l’uomo che diede fama al tennis quando regnava Vittoria. Ma
anche le lacrime mature di Roger e i singhiozzi inarrestabili di Murray, che
dopo la premiazione commuovono i quindicimila del Centre Court e i venti
milioni teleconnessi via Bbc. Il discorso del re mancato, non più scozzese
scontroso ma fidanzato di una nazione, in the darkest hour.
«Mi avevano parlato di quanto è difficile giocare una finale di
Wimbledon» balbetta, «ma voi lo avete reso più facile.» God save Andy,
comunque.
Federer l’aveva detto quando a qualcuno sembrava già un prepensionato
di lusso: «Continuerò a giocare, perché voglio che le mie figlie vedano il
padre vincere in campo.» Sembrava un desiderio un po’ frollo, ma in realtà
era una profezia, compiutasi sotto il tetto che da tre anni copre il Centre
Court, con le gemelline Myla Rose e Charlene Riva aggettanti e festanti in
braccio alla madre Mirka e alla nonna Lynette. Prima che tirassero su la
capote, Andy era parso lanciatissimo: aveva vinto il primo set e rischiato di
servire per il secondo. Sul 2-1 del terzo, però, la pioggia ha costretto a
chiudere il roof e quando il centrale, dopo quaranta minuti, si è ripopolato
frusciando come una sala da ballo a inizio serata, in un match diventato
indoor e quindi ancora più adatto ai suoi tocchi purissimi, Roger è
definitivamente tornato se stesso.
Judy, dalla tribuna, non smette di struggersi. Durante la premiazione
avrebbe voluto «saltare giù dal box dei giocatori e abbracciarlo, per dirgli
che era stato straordinario, che lo amavano, che ero orgogliosa di lui e che
ce l’avrebbe fatta la prossima volta». Quando Judy ha scritto queste righe
nella sua autobiografia, però, un po’ barava. Lei sapeva già come sarebbe
andata a finire.
Purple Games
Entro dal cancello numero 1, quello riservato ai giornalisti, e quasi mi
gira la testa. Questo non è Wimbledon, mi dico. In effetti: l’All England
Club è stato sequestrato dal Locog, che non è un mostro biblico, anche se ne
porta il nome, ma l’acronimo che indica il comitato organizzatore delle
Olimpiadi di Londra. Al posto del verde c’è molto viola – teatranti, alla
larga! –, con i cinque cerchi e l’orrendo logo di London 2012: la
rappresentazione visiva di un crampo. E poi un’orgia di marchi solitamente
proibiti, addirittura McDonald’s – McDonald’s nel Tempio, capite? Il
cheeseburger al posto delle fragole con la panna… –, e un formato molto
diverso.
I Championships durano due settimane e hanno tabelloni a centoventotto
posti, a cui si accede esclusivamente per diritto di classifica. Per le
Olimpiadi, che nel tennis durano nove giorni, di posti ce ne sono solo
cinquantasei. I match sono al meglio dei tre set, tranne la finale, e ciascuna
nazione può contare al massimo su quattro rappresentanti. Le Olimpiadi,
con la loro vicinanza temporale ai Championships, pongono poi un
problema serio al vero dominus, al genius loci del Club: il giardiniere. Ogni
anno, alla fine delle due settimane del torneo, le tenere radici sono stremate
dalle suole dei competitors. Come fare a ripristinare la sindone verde in
altrettanti giorni? Innanzitutto con la rotazione dei campi, poi con una sorta
di inseminazione artificiale.
«Abbiamo usato l’erba pregerminata» spiega Eddie Seward, il gentile
sciamano dei prati che, per colpa delle Olimpiadi, ha dovuto rimandare di
un anno la pensione. «Abbiamo fatto alcuni test, e ha funzionato. In
sostanza abbiamo piantato erba già cresciuta: nel giro di tre giorni siamo
stati in grado di ripristinare il manto sulle linee di fondo, almeno per quanto
riguarda i campi principali. Di solito, dopo la fine del torneo allaghiamo i
campi per una settimana, per farli riposare – e ci riposiamo anche noi,
perché dopo due settimane di lavoro intenso siamo esausti. Stavolta non
possiamo permettercelo…»
È la seconda volta che i Giochi vengono ospitati dall’All England Club,
ma è la prima nella sede di Church Road. Nel 1908, in piena epoca
edoardiana, il lawn tennis era ancora uno sport giovane, le Olimpiadi della
modernità uno spettacolo bambino, se non neonato, spalmato nell’arco di
quasi sei mesi, da aprile a ottobre. Il tennis, che sarebbe uscito dal
programma olimpico dopo il 1924 per un esilio durato fino al 1988,
prevedeva due tornei: il primo indoor – ospitato al Queen’s, dove si
presentarono solo inglesi e svedesi, vinto dallo stesso Arthur Gore che poi
avrebbe trionfato a Wimbledon – e il secondo all’aperto, che si giocò nella
vecchia sede dell’All England Club, a Worple Road, una settimana dopo la
fine dei Championships. Più aristocratico, prestigioso ed elitario il (doppio)
torneo «vero». Più vive, alternative, giovani e spontanee le Olimpiadi, tanto
da attirare atleti di nazioni che allora non avevano molto da spartire con il
tennis.
«Wimbledon renderà le Olimpiadi speciali, ma non più importanti:
perché le Olimpiadi sono già l’evento più importante dello sport mondiale»
sostiene Rafa Nadal, l’oro di Pechino.
«Wimbledon non può essere la prova generale del tennis ai Giochi,
perché nel tennis non c’è niente che sia più importante di Wimbledon» lo
smentisce Djokovic, il numero uno del mondo. «Però, per una volta, è bello
vedere i Championships a colori.»
Per i giornalisti, le Olimpiadi sono un frullatore. Stavolta al Club non ci
passo settimane intere, ma brandelli di giornata sparsi qua e là, fra un match
di judo, il tiro con l’arco ai Lord’s e le partite della nazionale di pallamano a
Earl’s Court. A Pechino mi ero goduto i 100 metri di Bolt sul traguardo;
stavolta invece me li perdo, perché mi mandano – inutilmente, vista la
giornata di bonaccia – fino a Portland a seguire la vela. Uno dei match
destinati a fare la storia, la semifinale infinita fra Federer e Del Potro
(quattro ore e ventisei minuti, un terzo set finito 19-17), lo vedo in tv, nella
sala stampa del sollevamento pesi, a un’ora e passa di metro da Wimbledon.
Ma guai a tenermi lontano dalla finale. A Portobello mi sono comprato un
paio di mutande con la Union Jack e ho deciso che le indosserò come
portafortuna. Perché stavolta – lo so, non si dovrebbe dire – tiferò per
Murray. Niente contro l’immenso Roger, ma Andy, povero figlio, se lo
merita.
Lo Straniero
A inizio luglio, prima della finale dei Championships, hanno chiesto a
Murray se si ricordava cosa stesse facendo settantasei anni prima, il giorno
in cui Fred Perry alzò l’ultima coppa di un inglese maschio negli Slam
(l’ultima britannica è stata Virginia Wade nel 1977).
«Niente di particolare» ha risposto lui, con il solito humour molto cool.
L’ultimo finalista british in assoluto, due anni dopo Perry, è stato il dandy
Harry Wilfred «Bunny» Austin, ex alunno di Cambridge, il primo che osò
indossare gli short sul Centre Court – ed è passato alla storia soprattutto per
quello. Austin perse contro Donald Budge, che quell’anno era destinato a
completare il primo Grande Slam di sempre. Nessuno immaginava che,
dopo aver evitato l’orrendo fallimento – era a quota tre semifinali perse ai
Championships, una in meno del record di Tim Henman –, a Murray l’onore
sarebbe toccato due volte nello stesso anno.
Un paio di settimane prima i biglietti per la finale dei Championships
erano arrivati a costare migliaia di sterline; la regina stessa aveva fatto
sapere che l’avrebbe vista.
Alla cerimonia inaugurale di Wembley, l’ottantaseienne Lisbeth si è fatta
addirittura paracadutare sui Giochi insieme a James Bond – una
simulazione ben riuscita, un onore infinito per Daniel Craig –, e ora attende
il riscatto. Fino a un mese prima, poi, i media ironizzavano sulla presenza di
Lendl, l’Uomo che Voleva Disperatamente Vincere Wimbledon e Fallì
Sempre («Ivan insegnerà ad Andy come si fa a perdere sull’erba?»). Ora è
tutto dimenticato. Andy è il national hero, il campione di tutti. Forse il
segreto del suo successo sta proprio nella sua nascita scozzese. Nel suo
essere cresciuto altrove, nel suo essere un «nowhere man», come direbbe
John Lennon.
«Da piccolo, tutti i tornei si giocavano a minimo sei ore da casa mia. Ero
sempre l’outsider, quello in trasferta. E così sono cresciuto, insieme al mio
team.» Insomma, per riportare in finale a Wimbledon un tennista di casa e
per cancellare un imbarazzo lungo un secolo, gli inventori del tennis hanno
avuto bisogno di uno straniero.
Dopo la delusione dei Championships, Andy passa qualche giorno a casa
con la fidanzata Kim e gli adorati cani, che si divertono a mordere i calzini
sporchi nella sua sacca da tennis. Si sarebbe anche addivanato volentieri per
un po’, a leccarsi le ferite davanti alla tv, ma Judy, Kim, Jamie e il resto
della famiglia non glielo permettono. Ci sono le Olimpiadi, e Andy deve
giocare singolo e doppio insieme al fratello. Dalla famiglia alla nazione –
Commonwealth incluso –, tutti gli ricordano che ha un altro appuntamento
con la Storia.
Ovviamente, Andy arriva in finale e si ritrova davanti Federer, vestito di
un rosso molto elvetico – per una volta, all’All England Club non vale la
regola del «bianco predominante» – ma decisamente svuotato. La partita
non c’è, o quasi: 6-2 6-1 6-4, e Federer arraffa comunque l’argento, la prima
medaglia olimpica in singolare della sua carriera.
«Andy ha giocato benissimo, sono molto contento per lui» dice, un po’
fané. «Ha vissuto momenti difficili. Oggi non so se lo avrei battuto anche se
fossi stato al massimo, però non mi sento sconfitto. L’argento che ho vinto
per la Svizzera era il meglio che potevo fare, e ne sono orgoglioso.»
Murray, invece, sale sul podio a ricevere l’oro avvolto nella Union Jack.
Dopo l’ultimo ace piazzato a duecentoquindici all’ora in faccia a Federer,
per la prima volta gli ho letto nello sguardo una gioia pura, incondizionata.
Scala la tribuna del Centre Court e delizia piccoli e grandi fan abbracciando
in mondovisione Kim e Judy, poi rimbalza in campo per mettersi al collo
anche l’argento in doppio misto con Laura Robson.
«In questi anni ho incassato sconfitte dolorose, ma questa è la vittoria più
bella della mia vita. Non ho uno Slam ma ho un oro alle Olimpiadi, e la
sensazione è meravigliosa, anche perché in gara c’erano tutti i migliori. Il
pubblico dei Giochi è fantastico: oggi mi ha regalato qualche miglio all’ora
in più sugli ultimi tre servizi, ma una spinta me l’ha data anche vedere Mo
Farah vincere i 10.000 metri nell’atletica.» Alla fine, pare che la corona
conti davvero qualcosa: Virgina Wade ha vinto nell’anno del Silver Jubilee
di Elisabetta, mentre Andy trionfa in quello dei cinquant’anni di regno.
Happy and glorious.
Times Square
Un po’ com’è successo con la vittoria in Davis per Djokovic, placare la
fame d’oro della patria sblocca anche Murray. La cura Lendl sta
funzionando, e la prova del nove arriva proprio a New York. Flushing,
peraltro, capita al momento giusto, e per più di un motivo: Nadal, una delle
sue nemesi più costanti, è a Majorca a curarsi il ginocchio, colpito dalla
sindrome di Hoffa; il pericolo pubblico numero uno, Roger Federer, si fa
estirpare nei quarti da Tomas Berdych. È la prima volta, da Parigi 2004, che
Rafa e Roger sono entrambi assenti dalle semifinali di uno Slam. In finale
arriva un Djokovic apparentemente ritrovato, che nei quarti ha consumato la
sua vendetta olimpica contro Del Potro. L’occasione però è ghiotta, e Andy
non se la fa sfuggire: strappa al campione uscente cinque set lunghi,
instabili e ventosi come una tempesta scozzese.
Le mani nella zazzera, due lacrimucce e un sorriso striminzito ma
epocale scambiato con la sfinge Lendl in tribuna: alla fine anche Murray, il
tweed umano, cede alla commozione. «Cosa ho provato? Sollievo. Ero
abituato a perdere; mi sono chiesto: Sta succedendo davvero?» Lo
abbracciano due miti in kilt come Sean Connery e Alex Ferguson, che
spesso gli hanno offerto sostegno e consigli nel corso degli anni. La diretta
tv della Bbc tiene svegli milioni di connazionali, non ancora disintossicati
dalle ebbrezze olimpiche. Il premier David Cameron si compiace, e forse
anche Elisabetta II, a Buckingham Palace, agita il pugnetto con in braccio
uno dei suoi corgi.
Ci sono voluti duecentottantasette Slam per interrompere la carestia, tre
quarti di secolo. «Gli inglesi non vincono uno Slam da centocinquantamila
anni» aveva ironizzato tempo prima Roger Federer, e Andy aveva abbozzato
di malavoglia. Ma ora è tutto finito.
«Persino dopo le Olimpiadi, la gente continuava a chiedermi: quando
vincerai uno Slam? Adesso la smetteranno. Sono sicuro che anche Fred
Perry sta sorridendo da lassù, vedendo che finalmente un britannico ce l’ha
fatta.»
Lendl ha traslocato l’ossessivo amore di Judy qualche fila più in alto, e
ha spiegato a Murray che c’era bisogno di una svolta: «Con lui ho capito che
dovevo dare il centodieci per cento, uscire dal campo senza rimpianti. In
passato non è successo sempre. A volte ero molto immaturo.»
Andy è stato il Ringo Starr del tennis per cinque anni, il Fab Four senza
grandi titoli che faceva i cori e teneva il ritmo. Fra Championships e
Olimpiadi, però, qualcosa ha fatto clic. Contro Djokovic è stato bravo a
prendersi due set di vantaggio, navigando meglio di Nole nella bufera, e poi
a salire di ritmo nel quinto, fiaccando la strepitosa rimonta del serbo dopo
due set in cui i vecchi fantasmi avevano ricominciato a ululare.
«In spogliatoio, prima del match, mi chiedevo: Sarò capace di farcela,
stavolta? Perdere con due set di vantaggio sarebbe stato tremendo.» Andy è
il quarto vincitore di Slam dell’anno – non accadeva dal 2003 –, il secondo
dopo Del Potro a intaccare il dominio della trimurti negli ultimi trenta Slam.
È tornato numero tre, scavalcando Nadal. Negli spogliatoi, Lendl l’ha
abbracciato per un minuto, poi ha iniziato a spiegargli gli allenamenti per il
prossimo torneo. Ora l’obiettivo è «diventare numero uno e vedere un altro
britannico vincere uno Slam».
La sera il clan Murray – ventinove persone – festeggia il titolo al
ristorante Hakkasan di New York. Alla fine, il conto è importante: 7737,60
dollari, millequattrocento solo per i drink. Ma non è certo un problema, per
uno che ne ha appena vinti 1,9 milioni. Ad Andy poi va di lusso: il
ristorante offre la cena, e a lui restano da pagare solo i 1289,60 dollari di
mancia. È decisamente il suo anno.
E adesso i Fab Four iniziano a esistere anche per le statistiche.
Grande Slam
Il Grande Slam è il Graal del tennis, e cedendo a un’enfasi
medievaleggiante si può dire che finora solo due cavalieri e tre dame sono
riusciti a compiere l’impresa, ovvero a vincere i quattro grandi tornei della
stagione – Australian Open, Roland Garros, Wimbledon e Us Open – nello
stesso anno solare.
Poi c’è il Career Grand Slam, che prevede gli stessi tornei, ma vinti
almeno una volta nel corso dell’intera carriera. Sempre difficile, ma non
impossibile.
Rod Laver è stato il secondo e ultimo nella storia, dopo Don Budge, a
conquistare il Grande Slam propriamente detto. Oltre a Budge e Laver, solo
Bill Tilden, Fred Perry, Roy Emerson, Andre Agassi, Roger Federer, Rafa
Nadal e Novak Djokovic hanno vinto almeno una volta tutti e quattro i
major – ma non nell’arco di nove mesi. Il fatto che i primi sei siano spalmati
nell’arco di sessantasei anni – dal 1933, in cui Perry vinse il suo primo
Slam, al 1999 in cui Agassi ha finalmente conquistato, a Parigi, l’unico che
gli mancava – mentre gli ultimi tre siano compresi nella miseria di tredici
stagioni – dal primo Wimbledon di Federer nel 2003 al primo Roland
Garros di Djokovic nel 2016 – dice qualcosa di statisticamente enorme sulla
grandezza di tre dei quattro Fab Four. E non dimentichiamoci che Andy di
Slam ne ha vinti solo tre, è vero, ma ha giocato la finale almeno una volta in
tutti e quattro.
Ma torniamo al Grande Slam propriamente detto: una sorta di crociata
lunga nove mesi, stesa su tre continenti e quattro superfici. Laver è stato
l’unico a metterci le mani per due volte, da dilettante nel 1962 e da
professionista nel 1969. Un mostro. Anche considerando che dal 1963 fino a
metà 1968, dopo essere passato professionista e prima che il tennis
diventasse open, agli Slam non ha neppure potuto partecipare.
L’invenzione dello Slam risale agli anni Trenta: prima i quattro major
erano isole nobili, non un arcipelago legato da un filo di gloria. Wimbledon
è stato il primo a nascere, nel 1877, seguito dai Campionati degli Stati Uniti
nel 1894, dai Campionati d’Australia nel 1905 e infine dal Roland Garros,
che da torneo solo indigeno, riservato ai tennisti francesi, è diventato
internazionale nel 1925. Proprio in quel periodo, a cavallo fra gli anni Venti
e gli anni Trenta, il tennis ha conosciuto la sua prima età dell’oro, grazie ai
moschettieri francesi Henri Cochet, René Lacoste, Jean Borotra e Jacques
Brugnon; al genio ambiguo di Bill Tilden, all’irriverenza di Fred Perry,
all’imbattibilità della divina Suzanne Lenglen. Fino ad allora gli americani
si erano presentati con parsimonia in Europa – il viaggio era lungo e costoso
–; per le stesse ragioni, gli europei disertavano spesso gli States, e tutti
insieme continuavano a snobbare la remota Australia.
Ma, per ironia della sorte, è toccato proprio a un aussie imbastire il
disegno dello Slam. Jack Crawford, gentleman assoluto, tutto candide
flanelle e orecchione a sventola e amatissimo dalla regina Mary
d’Inghilterra, nel 1933 si presenta al West Side Tennis Club di Forest Hills
dopo aver vinto sedici tornei, compresi i tre che contano. Strappata a
Ellsworth Vines una leggendaria finale di Wimbledon, gentleman Jack si
imbarca per gli Stati Uniti. Nessuno è mai arrivato così vicino a chiudere
un’annata perfetta. Sofferente d’asma e ansioso di carattere, l’australiano
avanza nel torneo nonostante una debilitante insonnia, e in finale si trova
davanti l’inglese maledetto, Fred Perry. Per diluire l’affanno, proprio come
la Lenglen, Jack utilizza generose dosi di brandy, e anche il giorno del big
match decide di allungare con il liquore le consuete tazze di tè. Quella stessa
mattina John Kieran, pensando al bridge e alle tre grandi vittorie ottenute da
Crawford nei mesi precedenti, scrive sul New York Times: «Se Crawford
oggi vincerà, avrà realizzato su un campo da tennis l’equivalente di un
Grande Slam, “in zona e contrato”», ovvero la formula che definisce, nel
bridge, il massimo punteggio possibile.
Jack perde il primo set e vince i due seguenti, ma nell’intervallo previsto
dopo il terzo rimane in campo, sudato e illuso, a farsi un paio di cicchetti.
Perry, invece, va negli spogliatoi a docciarsi, e rivestito di panni puliti e di
idee fresche, con la scriminatura dei capelli tirata con il righello, si
ripresenta in campo et voilà, gli scippa la finale.
Il giorno dopo, Allison Danzig scrive ancora sul New York Times che «il
sogno di Crawford di realizzare il Grande Slam è svanito». Il mito dello
Slam è nato, ma Crawford, probabilmente, non se n’è neppure accorto.
Il primo a compiere l’impresa – anzi, a progettarla – è Donald Budge.
Figlio di un ex calciatore scozzese emigrato in California, nel 1937 distilla
un’annata da fenomeno, arricchita dalle lotte piene di fair play con il suo
principale avversario, il barone Gottfried von Cramm. Nell’inverno del 1938
si imbarca per l’Australia, la valigia piena di dischi dell’amatissimo jazz,
deciso a portare a termine la missione, e da lì inizia una campagna
clamorosa. Nelle quattro finali dello Slam perde appena un set, a Forest
Hills, ma viene agevolato dal dramma di von Cramm: la Seconda guerra
mondiale è alle porte e il barone, omosessuale e imprudentemente
antinazista, finisce prima in galera, poi sul fronte orientale. Ne torna da
eroe, ma non più da campione.
Il tennis deve attendere il 1953 per vedere la riuscita di una nuova
crociata, questa volta a opera di una ragazza, la grande e sfortunata Maureen
Connolly. In campo maschile arriva a sfiorarla un altro australiano, il
fantastico Lew Hoad – beffato nel 1956 a New York, nell’ultima delle
quattro finali, proprio dal «gemello» Ken Rosewall, suo coetaneo e nato a
nove miglia di distanza da lui, a Sydney.
Perché si ripeta l’incantesimo bisogna aspettare il 1962: con i suoi
perfidi lift mancini e la sua straordinaria capacità di uscire dalle situazioni
più torride, il ventitreenne Laver inizia la sua corsa da Slam al White City di
Sydney, superando Roy Emerson in finale. A Parigi, nei quarti, si trova 6-4
3-6 2-6 4-5, 30-40 e seconda di servizio contro Martin Mulligan,
l’australiano-italiano: l’unico match point che The Rocket deve annullare
nei tornei dello Slam di quell’anno. A Wimbledon ritrova Mulligan, a cui
lascia cinque game in una finale giocata da supereroe. Arriva così tesissimo
a Forest Hills, con l’impresa di Budge e il flop di Hoad scolpiti nell’anima.
Invece di gufare o di sentirsi insediato nella sua unicità, Don porta il Razzo
in ritiro in campagna: lo allena, lo consiglia, lo benedice. E Rod è tanto
bravo ad ascoltare che lascia per strada appena tre set in tutto il torneo, di
cui uno in finale contro Emerson.
Il giorno dopo arriva un telegramma da Charlie Hollis, il tecnico
australiano che l’aveva scoperto da bambino su un campo ricavato da un
termitaio, a Rockhampton, nel Queensland: «Congratulazioni. Adesso fallo
di nuovo.»
Il fenomeno è un ragazzo perbene, molto educato, e obbedisce, ma deve
aspettare sette anni. Nel 1969, quando il tennis è diventato Open da qualche
mese, Rod esce dall’esilio a cui era stato condannato passando fra i «pro».
Pieno di acciacchi, costretto a girare per tornei con l’hydroculator, un panno
termico da far bollire e da avvolgere sul gomito dolorante prima di giocare,
Laver completa di nuovo la giostra. E questa volta lottando contro tutti i più
forti, senza divisione fra amateur e professional – uscendo fra l’altro dal
tombino contro Roche a Brisbane, contro Stan Smith a New York, contro
l’indiano Premijt Lall a Wimbledon e contro Dick Crealy a Parigi.
Per completare un Grande Slam serve tutto, anche la fortuna. Dopo di lui
ci riescono solo due Wonder Women: Margaret Smith, nel 1970, e Steffi
Graf, nel 1988.
Va detto che, ai tempi di Laver, tre Slam su quattro si giocavano
sull’erba, mentre oggi le superfici sono tutte diverse e occorrono doti
universali e rarissime: una capacità camaleontica di adattarsi ad ambienti
sempre diversi e una resilienza al limite del disumano. Perché ormai la
concorrenza è spietata fin dai primi turni, e l’evoluzione dei materiali e
l’esasperazione tecnica hanno reso gli infortuni merce quasi quotidiana.
In epoca moderna, dopo Jimmy Connors nel 1974 (quando Jimbo fu
bandito da Parigi) e Mats Wilander nel 1988 (battuto nei quarti a
Wimbledon), solo i soliti Roger, Rafa e Nole hanno conquistato tre Slam in
un anno. Björn Borg e John McEnroe non sono mai andati vicini al Grande
Slam, anche perché a quell’epoca l’Australian Open era in decadenza.
Sampras, invece, ha vinto tre Slam di fila, ma in due anni diversi. Quattro
Slam consecutivi, ma non nello stesso anno solare, li hanno arraffati anche
Martina Navrátilová fra il 1984 e il 1985, Serena Williams fra il 2002 e il
2003, e Djokovic fra il 2015 e il 2016, beffato nella prima stagione solo da
Wawrinka a Parigi, quando sembrava davvero imbattibile.
7
Finale di partita?
Fragole con rabbia
Fino a quando non sei ubriaco perso, dopo una bottiglia di vino e sei o
sette vodke in un bar di Mosca, non credi che sia davvero possibile mancare
la porta di un hotel come succede nelle vignette della Settimana
Enigmistica, con due amici che ti prendono di peso e ti buttano sul letto.
Fino a quando non ti trovi a un passo dal vincere Wimbledon, non credi che
ti possano letteralmente tremare le mani. Anche se sei uno degli sportivi più
famosi al mondo, uno che ha già vinto uno Slam agli Us Open di qualche
mese prima e che ha donato alla patria, su questo stesso campo e contro il
più forte di tutti, l’oro olimpico. E invece è così: Andy si guarda la mano
sinistra e la vede muoversi da sola, incapace di trovare un minimo di
compostezza britannica. Alza gli occhi e dall’altra parte della rete c’è un
vecchio amico, Novak Djokovic. Intorno, quindicimila estranei che lo
fissano fra il preoccupato e l’infuriato.
Be’, non proprio tutti sono estranei: per esempio lassù, nel box dei
giocatori, a sinistra rispetto al tabellone elettronico, c’è la madre Judy, che
lo guarda e gli fa cenno che va tutto bene, che deve continuare così. Ma
Andy lo sa che non è vero, che sta mentendo. Che ha una paura fottuta,
proprio come lui. Così evita di guardarla, e si trattiene anche dallo spiare la
maschera da dipinto espressionista di Ivan Lendl, che siede più in basso. Il
problema è che Andy con l’alcol ha smesso anni fa, a Barcellona, dopo una
notte di cui preferisce non parlare, e che due amici capaci di aiutarlo non ce
li ha. La cosa più simile a un amico è il ragazzo con la testa a fiammifero
che lo fissa dall’altra parte del campo. Si conoscono da dieci anni, quando
lui era un filo meno famoso e Andy aveva persino provato a convincerlo a
prendere il passaporto inglese. «Insieme faremmo una squadra fenomenale,
potremmo vincere la Coppa Davis…»
L’altro gli aveva sorriso: l’idea un po’ lo tentava, considerate le difficoltà
che doveva affrontare ogni giorno in Serbia. Gli aveva sorriso, ma in cuor
suo sapeva già che avrebbe detto di no. E adesso lo fissa con occhi strani.
Di match point ne ha già annullati diversi, e sa benissimo che una partita,
anche quella che sembra la più scontata al mondo, può rovesciarsi in un
attimo. Basta un colpo sbagliato, un po’ di acido lattico nelle gambe, una
nuvola che ti attraversa i pensieri. Oh, ecco, finalmente è tornato l’udito:
merito del silenzio. La mano, invece, trema ancora.
Fred!
La storia che porta Andy Murray sul Centre Court il 7 luglio 2013 inizia
molti decenni prima, per la precisione a metà degli anni Trenta, quando
Fred Perry – sì, quello delle magliette, ma molto prima che esistessero le
magliette: la stessa storia di René Lacoste e di Stan Smith… –, l’inglese che
fa innamorare il mondo, vince i Championships per tre anni di fila.
Dal 1877 al 1906, i Brits hanno monopolizzato il torneo, iniziando con il
mitico Spencer Gore e continuando con Frank Hadow, il baffuto signore
vittoriano che ha inventato il pallonetto (o il lob, se preferite), lasciando con
la mascella scesa tutti i suoi avversari in pantaloni di flanella. Hadow ha
giocato il torneo solo nel 1878, mentre era in vacanza dalla sua piantagione
di tè a Ceylon. Non ha perso nemmeno un set, non ha mai difeso il suo titolo
e si è rifatto vivo a Wimbledon solo mezzo secolo più tardi, per ricevere una
medaglia dalla regina Mary come campione più anziano ancora vivente.
La storia si è poi dipanata attraverso le vicende fin de siècle dei fratelli
William ed Ernest Renshaw, del reverendo John Thorneycroft Hartley –
l’unico prelato vincitore del torneo –, dello scozzese Herbert Fortescue
Lawford – attenzione: il primo scozzese… – e dei languidi ma spietati
fratelli Doherty – i ragazzi in candide flanelle che hanno dato il nome ai
Doherty Gates, i cancelli che aprono le porte del Tempio ai fedeli.
Un andante mosso interrotto nel fatale 1907, quando Norman Brookes,
lo stregone australiano, rompe l’egemonia insulare. Arthur Gore – nessuna
parentela con Spencer – risolleva gli entusiasmi casalinghi nel 1908 e nel
1909, ma è un fuoco di paglia. Poi niente, niet, nisba. Fino al 1934, nessun
tennista britannico riesce più a mostrare il coppone dorato al cielo sopra
Londra.
Fred è arrogante, furbetto, estroverso, più a suo agio sul Sunset
Boulevard che a Piccadilly. Un figo comunque, very cool, sciallato ma
sgherro. Nel 1931 lo troviamo in vacanza a Los Angeles con Jean Harlow –
fate conto: Charlize Theron o Angelina Jolie, ma molto, molto, molto più
glamour –, nel 1935, invece, rifiuta una parte accanto a Fred Astaire e
Ginger Rogers, in un film che poco dopo avrebbe avuto un discreto
successo: Cappello a cilindro di Mark Sandrich. Due anni dopo, sotto
contratto con la Rko Pictures, accetta di buon grado di giocare in doppio
con il collega Ellsworth Vines, Groucho Marx e Charlie Chaplin. La pipa
che tiene infilata nel sorriso da prendingiro, sotto il nasone da segugio, è
sempre spenta: fa parte del look.
Dan Maskell, la voce del tennis della Bbc per oltre quarant’anni, quasi
coetaneo e grande amico di Perry, lo definisce «il più anti-inglese degli
inglesi». E lo è davvero, anche nella disinvoltura con cui abbatte le
fondamenta della British way of life, ovvero del rispetto delle regole.
«Mostratemi uno che sia capace di accettare con classe la sconfitta»
sostiene, «e io vi mostrerò qualcuno che non vincerà mai.»
Perry vuole vincere, sempre e comunque, e per riuscirci è disposto a
tutto. A Parigi, per la Coppa Davis del 1931, ingaggia la modella Helene
Raillaire solo per farsi baciare dopo un punto spettacolare e mandare ai
matti il suo avversario Jean Borotra, gelosissimo del tifo casalingo. I
responsabili della Federazione inglese, imbarazzati, vanno a lamentarsi con
Perry: «Risposi loro che non era nel mio stile entrare in campo per arrivare
secondo, neppure quando si trattava di inventare scorrettezze.»
Del resto, Perry è «uno del Nord», nato a Stockport, un sobborgo di
Manchester, nel 1909; è figlio di un operaio tessile e sindacalista del Labour
Party, entrato poi da parlamentare a Westminster. Da giovane ha snobbato il
tennis, gioco troppo borghese per signorini in ghingheri a bordo di auto
dalle cromature scintillanti, preferendo i rimbalzi isterici e cavi del pingpong. Solo dopo aver vinto il titolo mondiale di tennis tavolo nel 1928 e ’29,
decide di trovarsi un campo adeguato alle sue crescenti ambizioni. Nel 1933
riporta la Coppa Davis in Gran Bretagna, e proprio da un telegramma di
congratulazioni di re Giorgio V parte la sua campagna triennale a Church
Road. Nel 1934 umilia in finale gentleman Jack, l’australiano Jack
Crawford, ma la vittoria gli finisce in acido negli spogliatoi: «Ero in bagno e
ho sentito una voce. Era quella di un membro del Committee [Brame
Hillyard, N.d.A.]. Lo conoscevo. Era il tipo di persona che noi del Nord non
apprezziamo molto. Si è rivolto a Jack e gli ha detto: “Ci dispiace che tu
abbia perso, c’è una bottiglia di champagne pronta per te. Questa volta non è
stato il migliore a vincere…”» L’Evening Standard esce con una sola parola
in prima pagina, a caratteri cubitali: «Fred!» Ma il velo di risentimento fra
Perry e la dirigenza inglese ormai è un muro.
Nel 1935, Perry imbriglia una prima volta lo splendido barone von
Cramm, e vince anche il misto in coppia con Dorothy Round. Nel 1936 fa il
tris, approfittando nel big match del dramma del solito von Cramm, che
all’inizio del primo set si rompe il tendine d’Achille e poi non fa altro che
trascinarsi con eroismo prussiano fino al 6-1 6-1 6-0 finale, lo scarto più
netto nella storia dei Championships. E, per oltre tre quarti di secolo,
l’ultima vittoria di un maschio britannico a Church Road.
A imitare Fred ci prova Bunny Austin; poi, molti anni dopo, è la volta di
Roger Taylor e John Lloyd, ma nessuno si avvicina neppure lontanamente al
red carpet, ai complimenti del duca di Kent o alla cotonatura instabile della
duchessa.
L’unica a farcela fra i sudditi dei Windsor è una donna, Virginia Wade,
nel cabalistico 1977, in cui coincisero il centenario del torneo e il Silver
Jubilee di Sua Altezza Reale Elisabetta II. Per l’occasione, nonostante il suo
disinteresse per uno sport invece molto amato dal padre – che a Wimbledon,
sotto falso nome, ha giocato anche in doppio –, la regina decide di fare una
delle sue rare apparizioni, e premia la ragazza dagli occhi verdi come il
prato del Centre Court.
Se dunque vi capita di chiedervi perché mai l’autobiografia di Andy
Murray e la sua società di management si chiamino 77 (Seventy-Seven),
limitatevi a fare una sottrazione fra le due date che segnano i confini di
un’estesa carestia e di una lunghissima marcia.
Fred lo conosco nel 1990, a Mosca, l’anno prima che cada Gorbačëv e al
potere salga Boris El’cin, grande appassionato di tennis. In sala stampa e a
Mosca in generale non c’è molto da mangiare: ci sfamano a caviale rosso e
formaggio. Ogni tanto si presenta un politico alticcio, che brinda
all’amicizia fra Italia e Russia sfidandomi a svuotare un bicchiere di brandy
con un solo sorso. La ragazza al suo fianco sorride allegra.
Sono stato invitato per la Kremlin Cup, il primo torneo pro che si
organizza in Russia: scopro la bellezza della Piazza Rossa di notte, Gor’kij
Park, faccio in tempo a vedere l’ultima sfilata che celebra la Rivoluzione
d’ottobre – l’ultima prima che Putin la ripristini, anni dopo – e ovviamente
faccio la coda per vedere la mummia ingiallita che un giorno fu Lenin.
Fred è un signore alto – molto più alto, mi dico, di quanto sembra nelle
foto in bianco e nero dei suoi trionfi – dall’aria gioviale, con una bella
signora al fianco. Ha ottantun anni e gliene mancano cinque da vivere,
prima che se lo porti via un attacco di cuore in Australia, dopo essere caduto
nella vasca da bagno rompendosi una costola.
A Mosca passeggiamo sull’Arbat, ci incontriamo a cena, nelle visite
guidate, persino in una cerimonia dentro il Cremlino – dove, non credendo
alle mie orecchie, sento uno degli organizzatori ringraziare gli sponsor. Fred
allarga un sorriso dei suoi, maliardo, da attore mancato, e io rifletto sul fatto
che davvero la Storia, a volte, sa sorridere in maniera beffarda.
Va tutto bene, Andy
«Puoi anche dirti che stai servendo per vincere Wimbledon, ma cosa
succede se sbagli la prima di servizio?» Andy Murray ha tre match point,
anzi, tre Fred Perry point, e il Centre Court sembra un concerto dei Beatles,
con ragazzine urlanti e fan anziani che si strappano i capelli e il pacemaker.
Quindicimila anime – un po’ meno, contando i tifosi slavi e il presidente
della Serbia, Tomislav Nikolić – e un solo respiro. È da quando ha quindici
anni che si allena per questo momento: ci è arrivato meritandosi ogni punto,
ogni impronta lasciata sull’erba dell’All England Club. Al primo turno ha
battuto Benjamin Becker, poi è toccato a Lu Yen-Hsun, Tommy Robredo e
Mikhail Youžhny; contro Fernando Verdasco ha rimontato di due set,
facendo saltare le coronarie a mezza Gran Bretagna, mentre Jerzy Janowicz
– eroe di un pomeriggio – è riuscito a strappargliene uno in semifinale. In
finale sta sbranando Djokovic: 6-4 7-5 5-4, 40 a 0. E fin qui nessuna
sorpresa: Nole non è quello delle giornate di gloria e Andy gioca come
spinto dal vento della Storia. Manca un quindici. Un solo quindici. Il più
difficile di tutta la sua carriera. Ma uno Slam lo ha già vinto, sa come si fa.
Al cambio campo percepisce un rumore infernale, poi è come se non
sentisse più niente, va a servire quasi in trance. 15 a 0, 30 a 0. Sul 40 a 0
guarda la mano destra, e si accorge che sta tremando. Anche tanto, fra
l’altro.
La prima di servizio la mette in campo, ma Novak riesce a rispondere e
ad arrampicarsi sul 40 a 15. Andy sbaglia altri due servizi, e in un amen
siamo 40 pari. Anzi, dopo un diritto di Murray che sbatte sul nastro,
Djokovic va in vantaggio. È in quel momento che la Bbc riprende il labiale
di Judy Murray, in tribuna: «It’s all right, Andy», va tutto bene. In realtà sta
per andare tutto male: la Storia sta per srotolarsi dalla parte sbagliata per i
discendenti di Fred Perry, lui compreso. Il match potrebbe andare al quarto
set, magari al quinto, e allora…
Altre due parità, altre due palle break per Djokovic, e Murray si ripete:
«Non guardare in alto, non guardare il tuo box, stai concentrato, giocatela
come sai.» Si è allenato per mesi a gestire situazioni simili, a picchiare con
fiducia quando il mondo attorno sembra fatto di gelatina. E il lavoro paga,
alla lunga: vantaggio per Murray.
Persino sul viso di Ivan Lendl, per la prima volta da quando è coach di
Andy, compare un’espressione. Il quarto Fred Perry point.
Andy piazza una buona prima, ma Novak ci mette la racchetta e la palla
torna dalla sua parte del campo. Murray lo attacca sul rovescio con un
diritto non eccezionale, Djokovic ci si avventa con il suo colpo migliore, il
rovescio lungolinea. E lo mette in rete.
Sono in tribuna stampa nel mio posto, il K 196, e non ce la faccio a
trattenermi. Mentre Andy si volta proprio verso di noi agitando i pugni, e
tutto attorno scoppia l’inferno, io guardo in alto, nel cielo sopra il Centre
Court. Per vedere se per caso non stia passando una nuvola con il profilo del
vecchio Fred.
Le ragioni del corpo
«Basta la salute.» Il più trito dei luoghi comuni, la più banale delle
verità, anche per gli sportivi professionisti. Perché se ti molla il tuo socio
più importante, il corpo, la ditta va in crisi e quasi sempre fallisce. Ne sa
qualcosa Juan Martín Del Potro: senza le quattro operazioni ai polsi – una al
destro, tre al sinistro – e le tre al ginocchio destro, questo libro forse si
intitolerebbe I Magnifici Cinque.
Roger Federer è uno dei giocatori meno colpiti dagli infortuni nella
storia del tennis, anche contando la lunghezza della sua carriera: una fascite
plantare e la mononucleosi durante gli anni ruggenti, e solo a partire dal
2016 il problema ricorrente ai menischi, che tra il 2020 e il 2021 l’ha
costretto a tre interventi al ginocchio destro.
Djokovic ha patito a lungo, soprattutto fra il 2016 e il 2018, un dolore al
gomito, e dopo molti ripensamenti si è dovuto rassegnare a passare in sala
operatoria.
Con Andy Murray le cose iniziano a diventare serie. La rotula bipartita
lo ha fatto molto soffrire da ragazzino, e nel settembre 2013, poco più di due
mesi dopo il primo trionfo a Wimbledon, finisce sotto i ferri per curare una
patologia a uno dei dischi lombari. Ancora più grave è il problema all’anca
destra: per risolverlo avrà bisogno di ben due operazioni, la prima nel
gennaio 2018, la seconda esattamente un anno dopo; una sorta di
incapsulamento dell’articolazione con un materiale metallico che ha preso il
nome di Birmingham Hip Resurfacing (Bhr), dalla città dov’è stato
inventato e utilizzato con successo dal chirurgo Derek McMinn.
Ma è con Rafael Nadal che l’arte di sopravvivere agli infortuni raggiunge
il suo vertice. «La cosa più importante non è vincere, è stare bene» sostiene
da sempre Rafa, ribadendo che la strada per il successo è fatta sì di
adrenalina e assegni a sei zeri, ma anche di cicatrici, di muscoli che si
allungano e cedono e di tendini che fanno crac.
Nadal si è fatto male ovunque: ai piedi, alla coscia, alla spalla, ai muscoli
addominali, all’anca, al polso, alle ginocchia. A diciassette anni, nel 2003,
lo spagnolo salta il suo primo Slam da adulto: una spalla dolorante lo
cancella dal Roland Garros, il torneo che finirà per vincere tredici volte, ma
a cui deve rinunciare anche l’anno successivo – insieme a Wimbledon – per
una frattura da stress alla caviglia sinistra. Nel 2005, il fastidio alla pianta
del piede lo priva del Masters e dell’Australian Open dell’anno seguente; ad
agosto 2006, invece, rinuncia al torneo di Cincinnati per colpa del polso
sinistro. Nel 2008 deve saltare le Atp Finals per una tendinite; nel 2009,
dopo la sconfitta contro Söderling a Parigi, non si presenta a Wimbledon per
lo stesso motivo; nel 2010 si ritira da Melbourne e Miami. Nel 2012 ha
l’infortunio più grave della sua carriera, provocato dalla ricorrente tendinite
e dalla sindrome di Hoffa (che gli infiamma un cuscinetto dietro il ginocchio
sinistro), che gli costa sette mesi di lontananza dal tennis.
Nel 2012, dopo la sconfitta contro Lukáš Rosol a Wimbledon, il niño ha
saltato il resto della stagione ed è rientrato solo l’anno successivo, a
febbraio. In molti si chiedono se tornerà mai ai livelli precedenti
l’infortunio. Alla prima uscita perde in finale a Viña del Mar contro Horacio
Zeballos – non sforzatevi: se non seguite il tennis, non avete idea di chi sia
–, poi vince San Paolo, Acapulco, Indian Wells, Barcellona, Madrid, Roma
(in finale su un Federer ridotto alla Gibaud dalla lombalgia) e Parigi,
mettendo in fila Stan Wawrinka, Novak Djokovic e David Ferrer e
conquistando il suo ottavo Roland Garros. In estate si prende anche gli Open
del Canada, Cincinnati, e gli Us Open per la seconda volta in carriera,
domando Djokovic in quattro set. Torna il numero due del mondo, e anche
alle Atp Finals, dove di solito non gioca al meglio, arriva in finale.
Ma torniamo a Parigi, dove vincendo la cinquantanovesima partita
supera uno degli ultimi record di Borg. «Eppure, Borg in campo mi
sembrava imbattibile» si interroga zio Toni, «mentre Rafa no, non ho mai la
sensazione che non possa perdere.» Nessun grand’uomo, insomma, è tale
per il proprio coach. Però Toni sa anche fornire una visione meno scontata
sul fenomenale nipote: «Tutti parlano della testa e del cuore di Rafael, ma
secondo me la sua qualità più grande sta nella mano. Guardate quanti colpi
riesce a piazzare dove vuole, nonostante i rimbalzi incerti e la tecnica
particolare del suo diritto. Senza una grande sensibilità sarebbe
impossibile.»
Il resto di quello che conta, la parte benedetta, arriva con le parole di
Nadal, che navigando nelle difficoltà per mesi ha dovuto cambiare le
abitudini, modificare gli allenamenti, combattere i dubbi. È il sermone
definitivo, un laico discorso della montagna: «Se non ci fosse uno scopo,
una meta, lo sport sarebbe una cosa stupida. Perché sono un agonista così
forte? Perché riesco a vincere tanto? Perché amo lo sport. Perché amo
trovare soluzioni ai problemi. Chi sostiene che sono più in forma adesso che
prima dell’infortunio non sa quello che dice. Il ginocchio mi fa male, ci
sono settimane migliori e altre peggiori. Non è vero che non ho mai paura,
che non ho mai dubbi: solo gli arroganti non li hanno. Tutto nella vita è
pieno di incertezza. Ma se non credessi di poter migliorare, di questa vita
che ho avuto in dono non avrei capito proprio nulla.»
Ma Rafa sembra non aver diritto a una tregua e, dopo la lunga pausa del
2012, nel 2014 al guaio al ginocchio si aggiungono l’appendicite (tre mesi
di stop) e uno strappo al muscolo cubitale del polso destro, che gli nega gli
Us Open. Nel 2016 è di nuovo il polso che lo convince a ritirarsi dal Roland
Garros in corso, e poi a interrompere definitivamente la stagione a ottobre,
dopo il Masters 1000 di Shangai. A gennaio 2018 è il turno dell’anca, con
conseguente ritiro al quinto set contro Marin Čilić; a ottobre è un problema
agli addominali a toglierlo di scena a Parigi-Bercy.
Insomma, una lunga sfilza di patimenti che lo accompagna
dall’adolescenza, e che continua a mandare echi infiniti, tanto che Rafa si è
più volte detto preoccupato di cosa lo aspetterà dopo il ritiro. Non a caso,
dopo la sconfitta in semifinale al Roland Garros del 2021, ha annunciato il
suo ritiro da Wimbledon e dai Giochi di Tokyo, proprio per preservare un
fisico già messo a dura prova da vent’anni di tennis ad altissimi livelli.
Anni fa Alfio Caronti, il chiropratico che da molto tempo collabora con
l’allenatore Riccardo Piatti, mi disse che secondo lui i mali di Rafa derivano
da un incidente di gioventù, un herpes simplex trattato per errore con
l’acido solforico, cosa che gli avrebbe lasciato una ferita sulla schiena e che
potrebbe essere la fonte dei suoi mille tic e dei suoi tanti infortuni. «Rafa
non sta volentieri neanche seduto. Fa sempre qualcosa» spiega Caronti.
«Quando al cambio campo lavora con le sue bottigliette, inconsciamente
fugge da chi lo ha curato con l’acido.» Il corpo soffre, il corpo ricorda.
Per riparare la cartilagine al ginocchio, in passato Rafa si è sottoposto a
una terapia denominata Epi, che consente di rigenerare i tessuti danneggiati,
e per recuperare più in fretta si è allenato con speciali macchinari studiati
dalla Nasa, che permettono di correre senza caricare le articolazioni; da
sempre, poi, utilizza plantari che riducono il dolore derivante da una
patologia congenita al metatarso sinistro.
Sa che se vuole continuare a giocare deve convivere con la sofferenza,
perché il dolore si attenua, ma resta. È il più vecchio e fedele degli
avversari.
La Davis, finalmente
Il 2013 è stato l’annus horribilis di Federer. Tormentato dalla lombalgia
per buona parte della stagione, ha vinto un solo torneo, a Halle. Per il resto,
una via crucis, anche e soprattutto negli Slam. In Australia non è andata
neppure male, con la semifinale lasciata in cinque set a Murray. Al Roland
Garros è uscito di scena nei quarti, contro Tsonga, ma soprattutto a
Wimbledon è rotolato via al secondo turno, da campione uscente, contro il
numero centosedici del mondo, l’ucraino Serhij Stachovs’kyj, una delle
sconfitte più pesanti della sua carriera. Neanche a New York ha combinato
molto di più: out negli ottavi contro il numero ventidue Atp Tommy
Robredo. Anche nel resto della stagione ha rimediato sconfitte sconcertanti,
contro avversari che di solito non lo facevano nemmeno spettinare. Passi per
quella contro Benneteau – uno che non gli è mai piaciuto troppo affrontare –
a Rotterdam, ma gli schiaffi di Federico Delbonis ad Amburgo e di Daniel
Brands a Gstaad – al primo turno! – gli hanno fatto male davvero.
Accelerando anche la decisione di cambiare modello di racchetta, passando
a un ovale più grande. Due batoste dolorose le ha rimediate anche contro
Nadal: in finale a Roma, 6-1 6-3 con un bustino, una specie di mini Gibaud,
che occhieggiava da sotto la maglietta; e alle Finals di Londra, in semifinale,
altri due set che bruciano in una delle sue tane tradizionali.
Ed è proprio alla O2 Arena, il colossale impianto in riva al Tamigi, che
l’anno seguente parte, apparentemente in maniera disastrosa, la corsa verso
uno dei pochi trofei che mancano alla sua collezione. Inizia tutto in una
serata di novembre.
Lui e l’amico-rivale Stan Wawrinka si stanno preparando a lottare, fianco
a fianco, da compagni di strada, per conquistare la Coppa Davis contro la
Francia a Lille, ma nella semifinale del Masters si ringhiano addosso ai due
cantoni opposti del campo. Vince Federer – salvando quattro match point –,
però ci rimette la schiena e sarà poi costretto a rinunciare alla finale.
«Scusatemi, ma alla mia età e con la finale di Coppa Davis la prossima
settimana, giocare sarebbe stato troppo rischioso.»
«Alla mia età» vuol dire trentatré anni, che si sono fatti sentire
nell’interminabile semifinale-derby contro Stan, durata quasi tre ore. Nole è
già certo di finire l’anno da numero uno: sfidarlo in quelle condizioni
sarebbe autolesionismo. Una prece per il povero Stan, che la semifinale l’ha
davvero buttata, sprecando anche quattro match point. Federer, del resto, in
quindici stagioni da professionista si è ritirato appena tre volte, e sempre
prima di scendere in campo.
Si chiude così, dunque – letteralmente con un gemito, e non con un bang
– il 2014 vissuto molto intensamente da Djokovic, maestro per la quarta
volta e per la terza di fila, come in passato era riuscito solo a Năstase (197173) e Lendl (1985-87). Iniziato con una delusione in Australia, rimesso in
sesto dai successi a Indian Wells, Miami e Roma, poi di nuovo inasprito
dalla finale persa al Roland Garros – l’unico Slam che continua a sfuggirgli
–, ma redento con il secondo trionfo a Wimbledon, il matrimonio con
l’amata Jelena – nell’atmosfera incantata del monastero di Sveti Stefan – e
la nascita a ottobre di Stefan, il primogenito del re.
Facciamo un passo indietro. A Wimbledon, Federer è tornato in una
finale di Slam, due anni dopo la vittoria su Murray, sfruttando un economy
run di appena dieci ore passate in campo durante il torneo. Ha lottato per
cinque set, mancando nel finale una palla break che lo avrebbe issato a un
passo dall’impensabile. Poi gli è finito il carburante. Peccato per le
gemelline, che dalla tribuna hanno continuato teneramente a fargli il segno
della vittoria.
«No, si rendono conto anche loro di quello che è successo» scherza il
Genio, passati i cinque minuti di malinconia. «Io quasi non mi capacito di
come ho fatto ad arrivare al quinto set con un atleta come Nole, e c’è stato
persino un momento in cui ho pensato di potercela fare. Ma è stato
comunque bello sentire l’amore del pubblico. Ci vediamo l’anno prossimo.»
Nessun padre di quattro gemelli (Leo e Lenny sono nati a maggio) ha mai
vinto uno Slam, appena quattro tennisti sono riusciti a prendersene uno
dopo i trentadue anni, ma il quasi trentatreenne Roger non ha intenzione di
mollare. E non per tutti è una buona notizia.
«Io invece devo accettare che la gente ami Federer più di me» ragiona
Novak. «Perché è una persona splendida, non solo il più grande tennista di
sempre. Mi ha reso le cose difficili perché batte e scende, ti toglie il tempo,
cioè il pane di uno che gioca a fondocampo. Ha più talento di me e Murray,
può tenere il suo servizio in trenta secondi.» Nemmeno lui, però, può
trattenere il tempo.
A ottobre, nel giorno del referendum sull’indipendenza della Scozia, il
problema di Andy Murray è l’incontinenza da social. Dopo mesi di silenzio
forzato, poche ore prima che scatti il voto, getta la maschera neutrale e svela
il suo volto di secessionista con un tweet: «Let’s do it!», facciamolo. Una
mossa coraggiosa, avventata per chi pensa che prima vengano gli affari, poi
le idee. Una volta fallito il referendum, Andy non si rimangia nulla, ma
rimpiange di non essersi trattenuto. «Non mi farò più coinvolgere in
qualcosa di simile in futuro.»
Il ritiro di Federer a Londra ha privato il tennis dell’ordalia di fine anno,
ma nessuno merita il trono come Djokovic, per la terza volta in carriera
numero uno del mondo a fine anno, quindi la prende con filosofia: «Noi
tennisti diamo sempre il cento per cento. Se Roger avesse potuto giocare, lo
avrebbe fatto.»
Wawrinka, invece, a Londra la prende malissimo. Soprattutto per via di
Mirka, la moglie di Roger, colpevole secondo lui di tifare troppo
rumorosamente per il maritino in difficoltà. La signora Federer, in effetti,
esagera un filo. «Cry, baby, cry!» gli grida dietro – piangi, bambino, piangi
–, e il piccolo Stan, quasi a darle ragione, va a lamentarsi dal giudice di
sedia Cedric Mourier. Negli spogliatoi, dopo, i due si mettono a discutere:
questioni non risolte che risalgono all’ultimo Wimbledon, sempre con al
centro Mirka, e alle accuse di scarso patriottismo lanciate apertamente da
Stanimal al Genio qualche tempo fa.
Il ripetersi di un altro cliché del tennis, che in questo caso imita la
Formula 1 e altri sport: Vilas e Clerc, idoli della Davis argentina, non si
potevano vedere; in Spagna, una lunga faida ha diviso il clan Bruguera e
quello dei Sánchez; in Australia non c’è mai stato amore fraterno fra Hewitt
e Tomic, mentre alla Grand Slam Cup del 1990 Brad Gilbert e David
Wheaton, entrambi americani, rischiarono la scazzottata in campo. Bob
Hewitt e Frew McMillan, uno dei doppi più forti di sempre, non si
parlavano prima e dopo la partita, e persino Sara Errani e Roberta Vinci, un
tempo amiche per la pelle, hanno finito per rompere una ditta ottimamente
avviata dopo aver vinto ben cinque Slam insieme. Agassi è arrivato a dare
del taccagno a Sampras a mezzo stampa – e Pistol Pete non ha gradito;
Becker e Stich si sono più volte beccati, mentre la pioggia di consigli del
coach Toni a Rafa Nadal fece imbufalire Federer al Foro Italico, nel 2006.
Fra i due clan serpeggiò la tensione, poi sciolta da una cena di gruppo nel
ristorante dei Nadal a Maiorca. I discorsi sporchi, insomma, si lavano in
famiglia, quindi non stupisce che Wawrinka definisca il fattaccio della 02
Arena come «un piccolo episodio durante un match molto teso, e già
risolto».
Al Pierre Mauroy di Lille, il primo giorno Federer rischia di trascinare
giù la squadra, ma risorge in doppio e completa l’opera nel singolare di
domenica contro Gasquet. 3-1 per la Svizzera, e resta da capire se è più la
Davis ad aver arricchito, quasi completato, il palmarès di un Federer
infinito, o più la sua firma che nobilita la vecchia Zuppiera. Tutti i più
grandi l’hanno conquistata, e ora sul piedistallo c’è anche il suo nome. La
botta emotiva arriva dopo il magnifico dropshot con cui Rog chiude la
faccenda; il discorso di celebrazione, invece, è molto contenuto, e dietro le
apparenze forse un po’ troppo autoreferenziale: «Sono fiero di aver dato il
mio contributo» dice il Genio, che per anni ha marcato visita apparendo
solo all’ultimo, e neppure sempre, per salvare la squadra dalla retrocessione.
«È un momento storico per la Svizzera, ma la vittoria è di tutta la squadra.
Io ho vinto abbastanza nella mia carriera, non avevo bisogno di questo per
riempire una casella.»
Money, money, money
Certo, la gloria: gli Slam, la patria da difendere in Davis, l’affetto dei
tifosi, gli articoli pieni di superlativi il giorno dopo l’impresa. Ma lo sport
professionistico è un mondo adulto, dove si ragiona anche con il conto in
banca. Prendete Djokovic: era un Djoker in cerca di una corte, è diventato il
re di denari. Quattordici milioni di euro in una sola stagione non li ha mai
vinti nessuno – al massimo, Rafael Nadal si è spinto a quota 12,8 nel 2013
–, e il 2015 di Novak Djokovic è il caveau delle meraviglie. Tre Slam su
quattro, con l’unica finale persa a Parigi contro Wawrinka, nove tornei vinti
e più del doppio di punti sul secondo in classifica. E anche una massa di
soldi in soli montepremi. È dal 2011, altra annata magica, che Nole sfonda
regolarmente i dieci milioni di euro; nel 2016 arriverà un altro traguardo
storico: con i circa trecentoventottomila verdoni guadagnati battendo lo
spagnolo Bautista Agut al Roland Garros – un piccolo passo per Novak, un
momento storico per il suo commercialista –, diventerà il primo tennista di
sempre a mettere insieme cento milioni di dollari – sì, sempre in soli
montepremi.
Nole, peraltro, non è uno spendaccione. Abita a Monte Carlo («Perché è
comodo per gli allenamenti»), ha un debole per i bei vestiti e le ovvie
vacanze in mari tropicali; in garage tiene una Peugeot (il suo sponsor) e altre
chicche a quattro ruote, ma da quando è diventato papà ha chiuso con le
auto sportive. Si era concesso uno yacht, un Manhattan 60 da 2,2 milioni di
euro, ma l’ha rivenduto; in compenso ama gli investimenti mirati. In Serbia
possiede una catena di ristoranti, Novak Cafe & Restaurant, che sfruttano
l’esperienza della famiglia nel settore. Ha investito in una società che
organizza eventi sportivi e fornisce catering (Family Sports), e gestisce a
varie riprese il torneo Atp di Belgrado insieme allo zio. Ha lanciato una
linea di prodotti per un’alimentazione sana (Djokerlife), sfruttando la fama
di salutista che si è costruito con la sua dieta priva di glutine; ha quote
anche nella PlaySight, azienda che utilizza tecnologie avanzatissime per la
videoanalisi sui campi da tennis: il software in 3D (SmatCourt Live) è stato
ideato da tre ex militari israeliani a partire da quello che utilizzano i
simulatori di volo dei caccia.
Non è certo l’unico tennista che pensa al futuro: Rafael Nadal possiede
un hotel a Maiorca e ha investito una ventina di milioni di euro nella sua
Academy, quella principale di Manacor e le filiali in Messico, Grecia e
Kuwait.
Roger Federer – secondo Forbes l’atleta più pagato al mondo nel 2020,
con centosei milioni di dollari – ha firmato un decennale (dicasi: dieci anni)
con la ditta di abbigliamento giapponese Uniqlo, che gli frutterà trecento
milioni di dollari. Ha creato una sua azienda di management sportivo
(Team8), proprio come Andy Murray (77), che oltre a possedere un albergo
di lusso in Scozia (Cromlix House) e a pubblicare libri per bambini, ha
puntato su tre start up britanniche attraverso il marchio di crowdfunding
Seedrs: Tossed (ristorazione), Trillennium (shopping virtuale) e Fuel
Ventures (capitali), e prima sul cibo per sportivi MiTonix. Tutti i big del
tennis sono attivissimi nella beneficenza: Djokovic, per esempio, con la sua
fondazione per l’educazione dei bambini ha già raccolto tre milioni di euro,
e ha versato tutto il montepremi vinto a Roma (seicentosessantamila euro) a
favore degli alluvionati in Serbia. Ricchi sì, ma non taccagni.
Stan l’intruso
Forse un giorno capiremo perché la Svizzera, a cavallo di due millenni, è
diventata la patria della Grande Bellezza del tennis: dopo le geometrie
cristalline della signorina Hingis e gli affreschi mobili di Roger Federer,
tocca al rovescio mozzafiato di Stan Wawrinka. L’uomo che a forza di fallire
ancora, di fallire meglio – come raccomanda il mantra di Samuel Beckett,
che porta tatuato sull’avambraccio –, a trent’anni, e nonostante un paio di
bermuda che non si sa più se sia da notte o da spiaggia, ha imparato a
vincere i tornei nello Slam. Nel 2014 c’è riuscito in Australia, contro un
Nadal un po’ malconcio; nel 2015 tocca a Parigi, quattro set e oltre tre ore
che rinnovano la macumba francese di Djokovic, il numero uno arrivato al
Bois de Boulogne per prendersi mezzo Slam e che invece si ritrova a
piangere caldi lacrimoni sulla terza finale persa da quelle parti. Nel primo
set, che mette di fronte i due rovesci più micidiali del circuito – bimane di
Djokovic, per mano sola di Stan – il numero uno si illude di chiudere la
faccenda sul piano tattico. Ma Stan non è più l’amico fragile di un tempo,
forte con i deboli e debole con i forti: il successo australiano lo ha liberato
dell’inferiority complex, non ha più paura di sfigurare in società. Sfida a
braccio di ferro il Djoker, e inesorabilmente, game dopo game, set dopo set,
lo piega. Rubandogli campo e difendendo come un ossesso per poi
fulminarlo con il diritto, e soprattutto con il rovescio: incrociato, lungolinea,
piatto, tagliato e liftato. Una gioia per gli occhi. «Credo di aver giocato la
partita della vita» ammette alla fine, stupendosi lui stesso di tanta
meraviglia.
Nole prima si è innervosito, fracassando una racchetta e beccandosi un
warning, poi si è dovuto inchinare, finendo scudisciato anche nell’ultimo
game da due o tre gesti regali di Wawrinka. «Il suo rovescio a una mano è il
più bello che abbia mai visto» confessa, «ma ormai Stan è un giocatore
completo, potente e coraggioso, difficile da battere su qualsiasi superficie.
Merita questa vittoria.» L’ex sparring partner di Federer, che a fianco del
Genio ha vinto una Coppa Davis e un oro olimpico in doppio, è diventato
grande. E spiritoso a sufficienza da presentarsi in conferenza stampa
brandendo i famosi short, che finiranno la loro carriera nel museo del
Roland Garros. «A me piacciono» sorride, «ma tutti ne hanno parlato così
tanto che mi è sembrato giusto portarli qui. Perché la cosa più buffa è che
anche loro hanno vinto il Roland Garros, oggi.» La vita, a volte, la si sconta
indossandola.
Sparta, New York
Djokovic si rifà in riva all’Hudson, battendo in quattro set un Federer
che non vuole saperne di arrendersi e ricacciando l’urlo in bocca a
venticinquemila newyorchesi, che per tre ore gli hanno tifato contro come se
Flushing Meadows fosse un cantone svizzero. Poi scala le tribune per
abbracciare il suo clan e, quando si trova davanti l’amico Gerard Butler,
protagonista del colossal storico 300, lo abbraccia gridando: «Questa è
Sparta!» O meglio, questo è Novak Djokovic, il numero uno del mondo che,
dopo un rinvio di tre ore per pioggia, si prende il secondo Us Open e il
decimo Slam alla sua maniera: combattendo. Non arretrando mai. Perché
nessuno sa giocare a tennis meglio del miracoloso trentaquattrenne Roger
Federer, ma nessuno nel tennis è più forte di Novak Djokovic. «Nole è
impressionante» riconosce il Genio, che paga l’età, un primo set scarso al
servizio, troppi errori di diritto e qualche occasione buttata al vento.
«Vedrete, vincerà altri Slam.»
Profezia facile e condivisibile. Già nel 2011, il Djoker era riuscito a
prendersene tre su quattro. Con la differenza che stavolta il serbo ha giocato
tutte e quattro le finali. Un’impresona che solo Federer (nel 2006, 2007 e
2009) e Rod Laver (nel 1969) erano riusciti a firmare. Nel conto degli Slam
ha raggiunto il mitico Tilden ed è a un passo dall’acciuffare Borg e Laver;
tutti si chiedono se a ventotto anni abbia tempo a sufficienza per
raggiungere i quattordici di Nadal o i diciassette di Federer. «Rispetto al
2011 sono un uomo diverso, la paternità mi ha arricchito» dice Djokovic, «e
un atleta più forte sia fisicamente sia mentalmente.» Per arrivare da uno a
dieci Slam ha impiegato otto anni (uno in meno di Nadal, tre in più di
Federer): gliene restano molti altri ad altissimo livello, con una concorrenza
in calo. Altro che Termopili. Questo Djokovic, iniziamo a dirci, può
riscrivere la storia.
Rafa Nadal, invece, in autunno si ferma: «Devo tristemente annunciare
che, dopo essere rientrato da Shanghai e aver consultato il mio medico, ho
deciso di non partecipare al torneo di Basilea» spiega il numero uno del
mondo sui suoi profili social. «Soffro di uno stress al ginocchio destro.
Dopo due grandi settimane in Cina, il titolo a Pechino e la finale a
Shanghai, è tempo di riposare. Voglio inviare un messaggio speciale ai miei
tifosi in Svizzera, che mi hanno sempre sostenuto molto e hanno dimostrato
rispetto anche durante i match con Roger. Spero di vedervi l’anno
prossimo.»
Salta quindi uno dei due possibili incroci fra Nadal e Federer prima delle
Atp Finals, ma aumentano, anche se non di molto, le chance dello svizzero
di tornare in cima alle classifiche, dato che a Basilea, dove ha vinto sei volte
in carriera, avrà a disposizione fino a 500 punti (il suo distacco è di 1960).
Un papà per Maestro
Novak Djokovic, invece, non scende in campo da Wimbledon, ma in
un’intervista a Novosti fornisce qualche notizia sui tempi e i modi del suo
rientro nel circuito e sui motivi del suo stop. «Mi manca la racchetta»
ammette dopo essersi mostrato in allenamento atletico a Monte Carlo, in
alcune foto postate su internet. «Quando il gomito ha iniziato a farmi male
ho modificato il servizio, e non potevo allenarmi come volevo. Pensavo
bastasse, quindi non mi sono operato, ma non è andata come speravo. Alla
fine, mi sono convinto a prendere una pausa e a cambiare qualcosa nel mio
staff. Spero di essere al massimo della forma a metà della prossima stagione,
ma se capitasse prima non mi dispiacerebbe.»
Djokovic ha anche ingaggiato un nuovo preparatore atletico, l’italiano
Marco Panichi, e il fisioterapista argentino Ulises Badio. Per il momento,
però, la priorità dell’ex numero uno serbo è passare del tempo con la moglie
Jelena, il primogenito Stefan e la nuova arrivata Tara. «Quando mi sveglio
non vado subito ad allenarmi, ma per prima cosa gioco con i miei figli. È
un’esperienza che non ha prezzo.»
Chi crede, però, che la paternità abbia tolto a Djokovic la voglia di
competere – Enzo Ferrari sosteneva che a ogni figlio i piloti perdono un
secondo – è destinato a ricredersi. Nel girone di qualificazione delle Atp
Finals, Federer riesce a fermare un Djokovic sciroccato, ma in finale, con il
numero uno di nuovo sul pezzo, c’è poco da fare. Il Djoker firma il registro
del Masters per la quarta volta consecutiva. È il fuoriclasse inattaccabile, il
re del ranking per distacco, il Maestro senza glutine e senza difetti che ha
messo il mondo del tennis sotto scacco.
C’è qualcuno, oltre Wawrinka, che riesce a piazzare una zampata anche
nell’anno governato da Nole: Murray, il maledetto scozzese dei giorni di
magra, è definitivamente un eroe nazionale. Un eroe britannico, spettinato
ma immortale, che battendo David Goffin a Gand (6-3 7-5 6-3) vince il
terzo punto della finale di Coppa Davis contro il Belgio, riportandola in
patria dopo settantanove anni – ed è la decima. It’s coming home, sta
tornando a casa, canterebbero gli ultra del calcio. L’ultimo British a lucidare
la Zuppiera, nel 1936, era stato inevitabilmente Fred Perry, prima di
diventare professionista e trasformarsi in un marchio di magliette; con
questo trionfo, che fa filotto con l’oro a Londra nel 2012 e il successo a
Wimbledon nel 2013, Murray l’ha senz’altro raggiunto nel pantheon. Sì,
perché il Coppone sarà pure anzianotto (centoquindici anni di storia) e
ammaccato dalle assenze di molti big, ma il suo luccichio continua a far
sognare.
«Non riesco a credere che abbiamo vinto la Davis» urlacchia Andy, dopo
essersi rotolato in lacrime sul terriccio belga. «Non ho mai provato
un’emozione del genere.» Un’emozione di famiglia, fra l’altro, visto che
l’unico punto che non poteva confezionare da solo, il doppio, l’ha portato a
casa in coppia con Jamie, il fratello. Considerato che anche il capitano,
Leon Smith, è scozzese, per un po’ a Londra dovranno risparmiarsi le
battutine su quelli del Nord. Rule, Britannia, ma soprattutto rule, Murray, il
terzo britannico a fare centro in un anno gramo per il calcio e il rugby, dopo
il «rapper» nero Lewis Hamilton in Formula 1 e il keniota (di nascita) Chris
Froome al Tour de France.
Andy ha ventotto anni, a febbraio diventerà papà. Secondo Forbes vale
ventuno milioni di euro all’anno; nel 2015 ne ha incassati 7,5 solo in
montepremi, pur non vincendo nulla di grosso. A eccezione, ovviamente,
della Davis, dove ha divorato undici match su undici (solo McEnroe e
Wilander hanno fatto meglio, dodici su dodici) trascinando tutta la squadra
da vero leader. «Mi rimangono molti trofei da vincere, a partire dagli
Australian Open, dove ho fatto quattro finali a gennaio. Ora, però, lasciatemi
godere.»
La fine di un tabù
«È iniziato tutto durante la premiazione dello scorso anno: avevo perso
contro Wawrinka, eppure ho sentito una forte emozione, l’amore del
pubblico. Quando sono arrivato a Parigi, due settimane fa, ho capito che
questa sarebbe stata la volta buona.»
Il Djokovic del 2011 sembrava imbattibile. Quello che si divora il mondo
fra il 2015 e Wimbledon 2016 lo è. Rivince Wimbledon, poi si prende
anche gli Us Open e gli Australian Open. A Melbourne distrugge Federer –
giocando, fra l’altro, quelli che ritiene «i due set migliori della mia vita» – e
si presenta a Parigi con i canini sguainati. A Roma lo ha fermato l’amico
Murray, per la prima volta a suo agio sulla terra quasi come sull’erba; a
Parigi, il Djoker non ha pietà e si vendica. La finale, in verità, è bruttina.
Murray regge un set, fino a quando Nole non si snebbia e inizia a giocare il
tennis che sa – o, in altre parole, quello che nessuno sa come affrontare. I
piedi dentro la riga di fondo, i colpi che volano via copiando i confini del
campo. L’arte di non sbagliare (quasi) mai. «Dall’inizio del secondo set mi
sono liberato, poi nel quarto, fra il 5-2 e il 5-4, quando Andy ha recuperato
il break, è successa una cosa strana. Ho iniziato a ridere: ho sentito prima
una grande gioia, poi una grande leggerezza.»
Dentro una Parigi finalmente sua ci stanno anche i match festeggiati con
i raccattapalle e l’incontro con Gustavo Kuerten. «Guga che disegna il cuore
sul campo e ci si sdraia in mezzo è l’immagine che ho sempre avuto di
Parigi. È stato lui a dirmi che, se avessi vinto, avrei potuto farlo anch’io.»
C’è un disegno, forse, che si sta compiendo.
Nole si è infilato in una nicchia del tempo che inizia ad allargarsi, a
diventare comoda. È l’ottavo nella storia a vincere almeno una volta tutti e
quattro i tornei dello Slam. Non è mai stato considerato il più forte tra i Fab
Four – i primi quattro del ranking nel 2008, i primi quattro anche a dieci
anni di distanza, solo con qualche posizione scambiata –, ma vuole
diventarlo. «All’inizio, far parte dell’era di Federer e Nadal non mi piaceva»
dice. «Ma è grazie a loro se sono migliorato tanto. Del resto, niente succede
per caso nella vita.» Specie se la vita sai disegnartela su misura.
Provaci ancora, Andy
La Brexit ha diviso la Gran Bretagna; Andy Murray riesce, almeno per
un pomeriggio, nel miracolo di rimetterla insieme. Non manca nessuno a
Wimbledon, verde sacrario della tradizione British, nel giorno della finale.
Il (dimissionario) premier inglese David Cameron con la madre Mary al
seguito, la prima ministra scozzese Nicola Sturgeon, il sindaco di Londra
Sadiq Khan, il principe William e la moglie Kate, più una manciata di
nobiltà tennistica, da Borg a Becker: sono tutti riuniti appassionatamente
nel Royal Box ad applaudire il secondo successo di Andy che, come da
previsione, schianta in tre set la buona volontà di Miloš Raonić, il primo
canadese ad affacciarsi alla finale maschile di uno Slam.
«C’è tutto il paese qui» sillaba Andy, l’ex ribelle scozzese, reggendo il
Coppone dorato. Il giorno dopo aver annunciato il suo appoggio al
referendum secessionista della Scozia, si era beccato una selva di atrocità
via internet («Vederti avvolto nell’Union Jack mi fa vomitare», tra le più
gentili); stavolta, invece, da perfetto maestro di cerimonie salva Cameron
dai fischi, che piovono addosso all’ex leader dei Tory molto più numerosi
degli ace di Raonic sul Centre Court. «Giocare una finale di Wimbledon è
dura, ma non vorrei mai fare il primo ministro, è un mestiere quasi
impossibile.»
A piazzarlo nella sua undicesima finale Slam – la terza dell’anno, dopo
quelle perse contro Rog e l’amicone Djokovic (in Australia e a Parigi) –
contribuiscono gli scivoloni, veri e figurati, proprio di Nole e Federer.
L’Imbattibile, che negli Slam non perde un match da Parigi 2015, inciampa
in una radice californiana alta un metro e novantotto di nome Sam Querrey,
il numero quarantuno del mondo. Anche senza spingere a tavoletta, pareva
una spanna sopra la concorrenza, invece…
Un malanno di cui non vuole ancora parlare («Non voglio togliere nulla
al mio avversario») lo infastidisce. Il resto lo fanno i servizi di Querrey e
l’ansia di confermarsi all’altezza di se stesso e di portarsi a un passo dal
Grande Slam, che lo avrebbe traslocato nell’immortalità tennistica. Il suo
flop si piazza direttamente fra i più clamorosi della storia: Sampras battuto a
Wimbledon da Bastl, Söderling che cancella Nadal e Roger Vasselin che
sorprende Connors a Parigi, il passo falso di Federer contro Stachovs’kyj,
sempre a Wimbledon. La ricetta per dimenticarlo è semplice, e Nole la
conosce: «Starmene un po’ lontano dal tennis.»
Federer invece, come vedremo, crolla letteralmente in semifinale contro
Raonić, tradito dal menisco.
A Murray non resta che rispettare il comandamento che la Corona
predica da sempre, e chiede ai suoi sudditi: «Keep calm and carry on.»
Stare calmi e portare a casa il bottino. La terza finale sul Centre Court è
quella della maturità, giocata da favorito e vinta con solidità impressionante:
appena due palle break concesse, la miseria di dodici errori gratuiti. Una
prestazione sovrana, in tutti i sensi. Il primo successo lo doveva al Regno
Unito, il secondo è roba sua. «Nel 2013 non me l’ero goduta, mi ero solo
sentito sollevato per avercela fatta. Oggi sono più felice, ho vinto per me
stesso: festeggerò soltanto con la mia famiglia e il mio team.» Team in cui,
da circa un mese, è riapparso Ivan Lendl – il guru dei primi successi di
Andy autosiluratosi nel 2014 –, persino sorridente con Judy appesa al collo.
«Un uomo fortunato, Ivan» scherza Murray.
La prima sera di un vincitore di Wimbledon è sempre molto complicata:
mille interviste da fare; le tv, la stampa e le radio che reclamano un
pezzettino del campione; mani da stringere, anche importanti; le foto di rito
da concedere ai fotografi; mille messaggi che intasano la memoria del
cellulare. «In mezzo al baccano e al marasma di quelle ore» racconta Judy,
«sono riuscita a farmi strada fino ad Andy e a fare due brevi chiacchiere
solo con lui, e ovviamente una foto con il trofeo, che si rifiutava di
abbandonare anche solo per un secondo.»
Ci sono poi le cerimonie, la cena e il ballo dei vincitori. Nel corso degli
anni si sono tenuti al Savoy, all’Hotel Intercontinental in Park Lane e alla
Royal Opera House, ma nel 2016 sono programmati alla Guildhall, la sala
più prestigiosa del municipio di Londra, nella City. Il corteo del vincitori,
guidato proprio da Murray al volante della sua macchina, parte dall’All
England Club alle nove e mezza passate, ma l’autista della vettura che
segue, con a bordo Judy e la nonna di Andy, nota subito che c’è qualcosa di
strano. «Non so dove stia andando, non ho mai fatto questa strada per
andare alla Guildhall.»
Judy, invece, ci mette poco a capirlo. «All’improvviso, mi sono resa
conto che sapevo dove stava puntando. Ho visto gli archi dorati: era il drivein di McDonald’s.» Quando Andy era un ragazzino, ogni volta che vinceva
un torneo era questa la ricompensa, la fine ideale della giornata: abbuffarsi
di patatine fritte e hamburger. «Siamo tutti il risultato del nostro passato, e
questo per Andy significava un passaggio da McDonald’s sulla via di casa.»
Eccolo lì, dunque, in smoking, che abbassa il finestrino e ordina «una
quantità enorme di cibo» con un sorriso a trentadue denti. Appena
l’inserviente se ne accorge urla di sorpresa, chiama a raccolta i colleghi e
scatta la foto ricordo. Andy può finalmente godersi il suo momento di
intima, privata, fanciullesca felicità.
In campo, a Murray è spesso scappata qualche parola di troppo nei
confronti degli arbitri, ma dopo l’estate del 2016 deve stare molto più
attento. Da numero uno del mondo e soprattutto da cavaliere – il titolo che
la regina Elisabetta gli ha concesso a fine anno, dopo il secondo Wimbledon
e il secondo oro olimpico (nel 2013 era stato nominato Obe, Officer of the
Order of the British Empire, un’onorificenza che non comporta il titolo) –,
le sue responsabilità sono aumentate. Difficile immaginare un giudice di
sedia che annuncia al pubblico: «Abuso di linguaggio, warning, Sir
Murray.» Poi ci sono i lati più goliardici della faccenda. «Sì, negli spogliatoi
mi hanno preso in giro in parecchi» ammette a Doha. «Però non mi aspetto
che qualcuno mi chiami Sir in maniera seria. Non usa più. Io chiamavo così
i miei insegnanti e le persone molto più anziane di me. È il riconoscimento
di qualcosa che hai fatto. E ovviamente è molto, molto bello. Ma Andy va
benissimo.»
Da scozzese ribelle, insomma, a lealista disincantato: il tragitto della
maturità. Del resto, il 2016 non gli porta solo il trono del tennis e la
riconoscenza della corona britannica, ma anche un bel po’ di quattrini.
Federer e Djokovic gli sono davanti nelle varie liste dei tennisti più
danarosi, ma Andy si sta facendo sotto. Il Sunday Times, per esempio,
calcola che a inizio 2017 il ventinovenne di Dumblane vale cinquantotto
milioni di sterline (68,1 milioni di euro). Nel conto finiscono varie fonti di
reddito, non solo quelle derivate dai montepremi dei tornei (58,7 milioni di
dollari in carriera, 13,2 solo nel 2017): contratti pubblicitari, partecipazioni
agli utili, investimenti. Sì, perché Sir Andrew Murray non è solo un grande
campione, ma anche un imprenditore accorto. Riceve sponsorizzazioni
ricchissime da Standard Life, Head, Rado e Jaguar; ma soprattutto, può
contare su un contratto quadriennale da quindici milioni di sterline (17,6 in
euro) con la ditta di abbigliamento tecnico Under Armour. Per Marcel
Knobil, esperto dell’azienda di marketing VeryFirstTo – che lavora, fra gli
altri, per Coca-Cola, Yamaha e Toyota –, «se sarà in grado di mantenersi a
questo livello, Murray potrà arrivare a un valore commerciale di cento
milioni di sterline nel giro di due anni».
Questo non solo perché, da quando ha smesso gli abiti del monellaccio e
indossato quelli del family man, marito di Kim Sears e padre di tre figli, la
sua personalità è diventata molto più appetibile per i marchi di prestigio
(che ovviamente preferiscono evitare di legarsi a personaggi controversi).
Ma anche perché a fare il salto di qualità è stata tutta la sua famiglia: la
madre Judy, ormai famosa al di fuori del tennis per aver partecipato alla
versione inglese di Ballando con le stelle, e il fratello Jamie, che ha
raggiunto il numero uno del ranking di doppio, guadagnandosi anche lui un
Obe da Buckingham Palace. Un effetto moltiplicante già sperimento dai
Beckham, ovvero l’ex calciatore David, sua moglie Victoria, ex Spice Girl, e
i loro figli: una «ditta» che, dopo l’addio al calcio del padre, ha raggiunto un
capitale valutato duecentoquarantacinque milioni di sterline (287,6 milioni
di euro).
«La famiglia di Andy l’ha aiutato a svilupparsi in maniera positiva sotto
il profilo del marketing» spiega Knobil. «Ora è molto più bravo nel trattare
con la gente, le sue interviste sono più interessanti e trasmette l’idea di
essere una persona più facile e amichevole da avvicinare.» Un meritato
successo di Sir Andy, insomma, ma anche di quella che è diventata, con il
permesso di Elisabetta, l’autentica Royal Family dello sport britannico.
Un re sotto scacco
Lo scivolone in semifinale a Wimbledon non è stato una cosa da Federer.
Il ginocchio che cede, mandandolo lungo disteso sull’erba. Il pubblico che
all’unisono emette un «Oooh» fra il raccapricciato e lo straziato – ed è un
«Oooh» che non si era mai sentito prima. Perché Federer non scivola, non
inciampa, non cade, come non cadono i re. Altrimenti, gli scacchi
insegnano, finisce il gioco.
Che qualcosa non funziona lo capisce lui per primo. «È stata una caduta
strana» dice dopo la sconfitta contro Miloš Raonić. «Adesso il ginocchio è
okay, ma per sapere come sto devo aspettare domani.» Invece il domani non
c’è: il 26 luglio, il Genio annuncia via Facebook che salterà le Olimpiadi e il
resto della stagione 2016 per curarsi il ginocchio, evidentemente non del
tutto guarito dopo l’operazione di febbraio.
«Sono molto dispiaciuto di annunciare che non rappresenterò la Svizzera
alle Olimpiadi e che non parteciperò al resto della stagione. Sentiti i medici,
ho preso questa decisione difficile perché ho bisogno di una riabilitazione
più lunga in seguito alla mia operazione. I dottori mi hanno spiegato che se
voglio giocare sul circuito senza infortuni per qualche altro anno, come è
mia intenzione, devo dare sia al mio corpo sia al mio ginocchio il tempo
necessario per recuperare. Sono più motivato che mai e penso già di
impiegare tutte le mie energie per ricominciare a giocare un tennis d’attacco
in piena salute, nel 2017.» Ha appena presentato la sua nuova racchetta –
l’ultimo modello della carriera, hanno fatto sapere dalla Wilson –, fra l’altro
dipinta in un total black elegante ma un po’ funereo. La Coppa Davis è
riuscito ad afferrarla in extremis, montando da capotreno sull’ultimo
vagone; le Olimpiadi sono una stazione che si allontana.
Federer compie trentacinque anni l’8 agosto, proprio durante il torneo di
Rio. Oltre al problema al ginocchio, che si era procurato sguazzando nella
vasca con una delle gemelline e che gli era già costato due mesi di stop, nel
2016 ha dovuto combattere contro un virus che lo ha debilitato prima di
Miami, e soprattutto con la lombalgia che lo ha tormentato a Roma e lo ha
obbligato a rinunciare al Roland Garros. Alla fine, anche il suo fisico quasi
alieno inizia a perdere colpi.
Lontano dalle telecamere e dai taccuini, dagli occhi dei fan che si
mordono le unghie temendo che sia finita, all’inizio Federer si gode la vita
privata. Prima nello chalet di montagna a Valbella, poi a Wollerau, sul lago
di Zurigo, nel villone dove riceve gli amici e lavora da papà. Giocare a
tennis è la cosa che gli piace di più, che sa fare meglio, e i medici lo
rassicurano: «Tornerai quello di prima.» Ma Roger ha bisogno di sentirselo
dire dalla persona a cui crede di più. Una sera a cena, in una conversazione
che potrebbe essere andata così…
«Qual è il programma con i bambini, domani?»
«Le ragazze devono fare un po’ di compiti, Lenny e Leo potresti portarli
a fare una passeggiata.»
«Okay, certo, sai che adoro stare con loro. Piuttosto…»
«Dimmi.»
«La cena era buona, no?»
«Sì. Ma non è questo che volevi chiedermi.»
«Hai ragione. Sai, stavo pensando al tennis… Che ne dici? Secondo te
dovrei smettere?»
«Perché? Il ginocchio è messo così male?»
«No, anzi. Daniel dice che sta procedendo bene. Ma ho trentasei anni, e
sei mesi sono un sacco di tempo. Non ho idea di come sarà, quando tornerò
in campo.»
«Ma ne hai voglia, tesoro?»
«Be’, sì. Ero un po’ stanco di tutti quei viaggi, ma adesso il tennis inizia
a mancarmi.»
«A me e ai bambini piace viaggiare, anzi, l’altro giorno le bimbe mi
hanno chiesto come mai non lo facciamo più. Quindi, se ne hai voglia e stai
bene, non vedo proprio perché non dovresti ricominciare.»
«Credi davvero che sarò ancora capace di vincere?»
«Non vedo perché non dovesti vincere altri Slam. In fin dei conti sei
Roger Federer, tesoro.»
La fisioterapia non è una faccenda divertente, te ne accorgi quando sei
costretto a farla. Ti prescrivono un sacco di esercizi ripetitivi e noiosi,
spesso anche molto dolorosi. I progressi sono lenti, incerti; la paura di rifarti
male sempre in agguato. Con il suo fisio, Daniel Troxler, Roger fissa un
programma, e lo segue con scrupolo. All’inizio lo attirava l’idea di starsene
un po’ in pace, senza allenamenti, match da preparare o conferenze stampa.
Poi comincia il periodo dell’astinenza. Il 24 agosto Federer prende l’aereo
per andare a New York a promuovere la Laver Cup – la nuova gara a
squadre, ispirata alla Ryder Cup del golf, di cui è anche organizzatore. Una
volta rientrato in Svizzera, si mette nelle mani di Pierre Paganini. Piccoli
passi, molta cautela. «Adesso che abbiamo tempo a disposizione» dice
Paganini, «tanto vale usarlo.» Un po’ di pesi, esercizi a corpo libero, palloni,
tutto l’armamentario di Paganini, che si comporta come un allenatore di
ippica alle prese con un purosangue. Durante una gita in montagna che ha
proposto suo padre, arriva il primo test importante. I Federer prendono la
funivia a Ebenalp, tra il Liechtenstein e San Gallo, poi raggiungono il
rifugio Beggastaus Ascher. Una meraviglia di paesaggio, una Gasthaus
scavata nella roccia e premiata anche come ristorante più cool del pianeta, a
1454 metri di altitudine, con tanto di vista mozzafiato sul paesaggio
circostante. Il problema è che, per tornare a valle, la comitiva decide di
scendere a piedi. Sono ottocento metri di dislivello, ore e ore di discesa. «Il
giorno dopo, tutti gli altri avevano i muscoli indolenziti, comprese Mirka e
le bambine, mentre io stavo bene» racconta Federer al suo biografo Stauffer.
«Dopo essere sopravvissuto a una cosa del genere, mi sono detto: Per il mio
ginocchio non può esserci nulla di peggio.»
Interludio a Maiorca
Tutti e due con il vestito, camicia bianca per Rafa, a quadretti per Roger,
scarpe di ottima fattura, fra il casual e l’elegante. Due bei signori sopra i
trent’anni, molto stilosi, che si sorridono davanti al pubblico. Hanno l’aria
di due top manager, invece sono i tennisti più forti del pianeta, forse della
Storia. Il luogo è l’accademia di Rafa Nadal a Manacor, il giorno è il 19
ottobre 2016, l’inaugurazione del centro. Ecco dov’è finito Roger: a casa del
suo miglior nemico.
Tutti e due mancano dai campi da un po’, e vedendoli così agghindati,
con qualche ruga sul viso, è inevitabile pensare: Ma giocheranno ancora? Il
loro tempo è scaduto?
Federer è volato a Manacor per fare da testimonial al centro dell’amico.
«È molto importante per tutti noi che tu sia qui oggi» spiega Nadal, «perché
rappresenti i valori e l’esempio per tutti i ragazzi dell’Accademia.»
Roger, dal canto suo, ha promesso di diventare cliente del collega. «Be’,
adesso so dove mandare i miei figli, se vorrò che imparino a giocare a
tennis.» Qualcuno gli chiede se sta pensando di prepararsi l’ultima
inquadratura, prima di uscire di scena. «No, la vita può essere divertente
anche senza tennis, ma io ho ancora qualcosa da dare a questo sport, lo
sento.»
Lì vicino Rafa lo guarda, lo ascolta, e non sa se augurarsi o temere che
sia vero quello che Federer sta dicendo.
Ancora tu?
«Se non pensassi di poter alzare il trofeo, non sarei qui.» Gennaio 2017,
Melbourne, interviste di rito prima dell’inizio degli Australian Open.
L’ultimo Slam di Nadal risale al Roland Garros del 2014: dopo ci sono le
stagioni piagate dagli infortuni – l’ultimo quello al polso, che lo ha costretto
a saltare Wimbledon. Per la prima volta dal 2004, Rafa ha chiuso una
stagione senza arrivare almeno nei quarti di finale in uno Slam; in Australia
ha addirittura perso al primo turno, contro Fernando Verdasco. Ma a Rio,
dove ha vinto l’oro in doppio e sfiorato il bronzo in singolare, ha dimostrato
di essere ancora pronto a lottare, anche contro il dolore. «Dall’infortunio
sono guarito» spiega, «ma l’ultima volta che ho giocato senza dolore è stato
tanti anni fa.» Piedi, ginocchio, polso, schiena. A trent’anni, Rafa ha
collezionato quasi più cicatrici che trofei, ma vuole tornare protagonista. Per
riuscirci ha assunto come consigliere Carlos Moyá. «Appena ho sentito che
Carlos non avrebbe più lavorato con Raonić, ho pensato a lui. Prima ho
dovuto parlarne con mio zio Toni, perché lui è sempre stato il mio coach, la
persona decisiva nella mia carriera, quindi non avrei mai potuto prendere
una decisione del genere se non fosse stato d’accordo. Con Carlos, del resto,
mi sono allenato sin da quando avevo quindici anni: ci conosciamo alla
perfezione, vive anche lui a Maiorca. Non è una grande novità, no?» Vero.
Più un amico che un supercoach, sul modello di quello che sono Lendl per
Murray o Becker per Djokovic.
Charly esordisce promettendo che sarà comunque «molto severo» con
Nadal, ma qualche giorno dopo si ricrede. «Rafa è sin troppo duro con se
stesso: deve rilassarsi un po’.» Il suo primo avversario è un’ex promessa del
tennis, imprevedibile ma poco continuo: Florian Mayer. «Se non fossi
competitivo, e per competitivo intendo battermi come ho fatto negli ultimi
dieci anni per le cose che mi motivano veramente, vi assicuro che me ne
sarei rimasto a Maiorca, a pescare o a giocare a golf.»
«Nel primo volume dei Parerga e paralipomena (di Schopenhauer)
rilessi che tutti i fatti che possono accadere a un uomo, dall’istante della sua
nascita a quello della sua morte, sono stati preordinati da lui. Così, ogni
negligenza è deliberata, ogni incontro casuale un appuntamento, ogni
umiliazione una penitenza, ogni insuccesso una misteriosa vittoria, ogni
morte un suicidio.»
Quando si parla di tempo e di destino, difficile farlo meglio di Jorge Luis
Borges. Tutta la carriera di Federer e Nadal sembra una serie di capitoli
scritti in anticipo, con uno svolgimento segreto e un destino
imperscrutabile: il giardino dei sentieri che si biforcano.
Per mesi, con i Dioscuri lontani dai campi a leccarsi le ferite, il mondo
non ha fatto che immaginare il loro futuro, vaticinare una data per il loro
ritiro, almanaccare sulle ragioni che li avrebbero spinti a smettere o
perseverare. Quindi è abbastanza ovvio, anche se inimmaginabile alla
vigilia, che i due, alcune settimane dopo essersi incontrati a Manacor,
finiscano per darsi appuntamento in finale agli Australian Open. Che poi i
primi a stupirsene sono loro.
Federer ci arriva battendo tre top ten – nell’ordine Berdych, Nishikori e
Wawrinka in semifinale; dopo Floryan Mayer, Nadal fa fuori anche
Baghdatis, Alexander Zverev – Sascha, quello forte – Monfils, Raonić e
Dimitrov.
Così si riannoda un filo, riappare un ricordo, un sogno trova la notte
giusta per materializzarsi. È dal 2011 che non sono insieme dentro una
partita così importante: nessuno dei due sospetta, ma tutto il mondo spera,
che possa trasformarsi in un clásico che rivaleggi con Wimbledon 2008.
Ivan Ljubičić gliel’ha ripetuto alla vigilia: «Si può fare, a patto che tu ti
senta libero.» Non più soggiogato dalla balistica del Cannibale. Va bene
perdere, ma non in catene. Roger lo ascolta. Si avvia in un territorio nuovo,
attaccando l’attaccabile, rifiutando la comoda ma fatale soluzione del
rovescio tagliato per abbassare i palloni frenanti di Nadal e anticipando le
giocate. Costringendo Rafa a correre e a rimandargli palle meno profonde,
più facili da maneggiare. Lo aiutano la racchetta, finalmente di un ovale più
grande, e la rinnovata superficie della Rod Laver – il Plexicushion, più
veloce che in passato. Lo sostiene la fede in se stesso.
Prima del match, Nadal lo aveva detto: «Giocare un’altra finale con
Roger mi sembra irreale.» In campo se ne accorgono anche gli altri. Per
replicare alla tattica guerrigliera dell’avversario prova a snaturarsi anche lui:
va sotto nel primo e nel terzo set, ma usando un rovescio quasi piatto sfida il
diritto del Genio. Nel quinto, per Rafa sembra fatta: è avanti 3-1, sfiora il 42. In tutta la città sono stati piazzati dei megaschermi, per consentire a chi
non ha un biglietto di gustarsi la partita, ed è come se Melbourne trattenesse
il fiato.
Al servizio, sulla prima parità Rafa mira al corpo di Federer, che gli
rimanda una risposta non impossibile, eppure Nadal colpisce fuori. È una
palla break, e Roger la trasforma con un fantastico rovescio incrociato.
Trattasi del controbreak decisivo, quello che fa girare per l’ennesima volta, e
definitivamente, la partita.
Federer vince il suo ottantanovesimo torneo, il diciottesimo Slam, e
ricuce uno strappo che durava dall’ultimo trionfo a Wimbledon nel 2012. In
altre parole, fa quello che molti non credevano possibile: torna se stesso. E
non per la ragione che tutti pensano di conoscere.
«No, non è il numero di Slam che conta, quella è la parte più piccola. Per
me sta tutto nel giocare di nuovo un match epico con Rafa, e farlo in
Australia, dove mi sento riconoscente per quello che hanno fatto per me
Peter Carter, Tony Roche e la gente in generale. Credo che sia per la mia
popolarità qui, per il loro sostegno, che posso ancora farcela alla mia età, e
dopo cinque anni che non vincevo uno Slam. Io la vedo così. L’ultimo dei
problemi è il numero degli Slam. Onestamente, non me ne importa
proprio.» Mai, però, sottovalutare l’ego di uno sportivo.
Due lustri dopo le loro più grandi battaglie, il 2017 è di nuovo un anno
«Fedal», diviso equamente fra Rog e Rafa, il quarto dopo il 2006, il 2007 e
il 2010. A Parigi, Rafa chiude la «Decima» con un torneo impressionante:
non un set perso, appena trentadue game lasciati per strada – solo Borg ne
aveva persi di meno, nel 1978. In finale sbrana Wawrinka, e l’unico
momento in cui rischia veramente di perdere la coppa è quando per poco
non gli scivola nell’abbraccio fradicio di commozione maiorchina con zio
Toni, che è stato chiamato a consegnargliela in mezzo al centrale, sotto gli
occhi di Nicole Kidman e del re emerito Juan Carlos. Per il resto non ce n’è
per nessuno, nemmeno per Stan Wawrinka che pure, dopo una strepitosa
semifinale contro Murray, pareva possedere le giuste contrarie per
deragliarlo. È il terzo Roland Garros che Rafa vince senza perdere un set –
solo Năstase e Borg c’erano riusciti prima. E nessuno, né uomo né donna,
ha mai vinto lo stesso torneo per dieci volte.
Non solo in tre mesi ha chiuso un triplete leggendario – decimo titolo a
Monte Carlo, a Barcellona e a Parigi –, ma nel conto totale degli Slam vinti
stacca Sampras salendo a quindici, ufficializzando anche per le statistiche il
suo ruolo di sfidante storico di Federer. Lasciati alle spalle «dos años de
dudas», come dice zio Toni, due anni vuoti di Slam e pieni di dubbi, Nadal
sembra davvero tornato quello dei tempi d’oro. Superati l’infortunio al polso
e i dolori alle ginocchia, la mente si è snebbiata e il diritto ha ricominciato a
funzionare. «È dall’inizio del 2017 che Rafa gioca il suo miglior tennis di
sempre» butta lì Wawrinka, indotto dalla sconfitta a una malinconia quasi
pascaliana. «È più aggressivo, sta più vicino al campo di una volta. La palla
che ti rimanda indietro è diversa da quella di tutti gli altri. Lui e Federer ti
sanno instillare quelle piccole incertezze, provocarti quei piccoli pensieri
[petites pensées] che ti fanno perdere uno o due secondi prima di colpire la
palla. E a quel punto sei finito.»
Il segreto sta nell’effetto che fa. O meglio, che produce sulla pallina,
ovviamente con il suo diritto mancino. Il Rafa ragazzo riusciva a far
compiere alla sferetta gialla fino a cinquemilaseicento giri al minuto – dicasi
cinquemilaseicento – e tremilaseicento di media, rendendo i suoi colpi
difficilissimi da domare. Gli infortuni, con conseguente crisi psicologica,
nelle stagioni più buie hanno però inceppato la sua formidabile catena
biomeccanica, incardinata sulla potenza delle gambe, l’apertura estrema –
braccio piegato ad angolo retto con la «faccia» della racchetta puntata a
terra – e la frustata del polso sinistro al momento dell’impatto. Patrick
Mouratoglou, il Mourinho del tennis, coach di Serena Williams e analista di
Eurosport, grazie alle misurazioni rese possibili dalle nuove tecnologie
applicate al tennis calcola che, nell’agosto del 2016, la rotazione del diritto
era calata al 22 per cento su una media ideale di tremila giri al minuto
(quindi sotto i settecento). Durante l’ultimo Roland Garros, quando si è
ritirato prima di giocare il terzo turno, Nadal aveva giocato, incredibilmente,
meno diritti (49 per cento) che rovesci (51 per cento). Superati i problemi
fisici e recuperata l’autostima, nel radioso maggio 2017 la rotazione è
risalita al 77 per cento (quindi attorno ai duemilatrecento). Palle rotanti,
Nadal vincente.
A luglio, Roger maramaldeggia a Wimbledon, batte il record di match
vinti nel torneo che apparteneva a Connors e, mentre Djokovic e Murray si
sciolgono al tiepido sole inglese – e Nadal a sorpresa si inchina a Gilles
Müller –, si vendica anche di Raonić, e in finale infierisce su un Čilić
dolorante a un piede.
Ad agosto, Rafa si riprende il numero uno e colonizza anche gli Us
Open, battendo in una scialba finale Kevin Anderson, poi i due si ritrovano
insieme per la prima edizione della Laver Cup, a Praga. Ma stavolta
dividono lo stesso campo.
Sotto la guida di Björn Borg, capitano dell’Europa nella Ryder Cup del
tennis, vincono insieme il loro primo trofeo – anche se non ufficiale, visto
che il torneo è a inviti: una riuscitissima esibizione. Il fatto avviene il
sabato, le vittime sono Sam Querrey e Jack Sock. Non sempre due grandi
singolaristi – in questo caso i due più grandi singolaristi in circolazione, e
due dei più grandi della storia – fanno un buon doppio; poi ci sono la
tensione, l’emozione, l’attesa per l’evento, di tutto il mondo del tennis,
compresi Rafa e Roger. «Non era facile, perché chi non capisce tanto di
questo sport si aspettava soltanto che vincessimo» commenta Federer. «Ma
è stato bellissimo stare al fianco di Rafa, vedere come si impegnava nello
scambio. Noi non ci alleniamo quasi mai insieme, non vogliamo svelare i
nostri colpi all’altro, ma è stato bellissimo.» Sensazione condivisa da Nadal,
dal capitano Björn Borg e da tutta la squadra. «Con tutta la storia che
abbiamo alle spalle» dice Rafa, «se c’era un giorno in cui era giusto che
accadesse, era questo, tutto è stato perfetto.»
Il 2017, tanto per dirne una, è l’esemplificazione della teoria più famosa
di Vince Lombardi – grande allenatore di football americano –, quella del
secondo sforzo. Quello che fai quando credi di aver dato il massimo, e
invece riesci a scavarti dentro un altro centimetro, un altro secondo, un altro
15: ed è quello che fa la differenza fra vincere o perdere. Fra essere
semplicemente bravi o decisamente speciali.
Avrebbero potuto ritirarsi entrambi a fine 2016, e chiunque li avrebbe
comunque piazzati fra i monumenti dello sport mondiale. Invece, come il
running-back tirato giù dal difensore a una iarda dalla meta, hanno spinto,
hanno usato tutto quello che avevano dentro per arrivare all’ultimo
traguardo. Che non è stato tanto e solo vincere altri due Slam, ma aver
saputo dare una dimensione diversa, ulteriore, inedita, alla loro rivalità. A
quattordici anni dalla prima volta, sono sempre il numero uno e il numero
due del mondo, nonostante i cinque anni di età che li separano. Non due
vecchi arnesi alle ultime uscite, non un matusa e uno sbarbato che si
confrontano in condizioni troppo sfasate: i due migliori giocatori del
momento. I più fighi in circolazione, ancora in lotta a questo punto della
stagione per il numero uno di fine anno, che alla fine Rafa riesce a tenere.
«Se non ti accontenti di niente di meno che del tuo massimo» diceva Vince
Lombardi, «sarai sorpreso di scoprire quanti traguardi puoi raggiungere
nella vita.»
La storia si ripete
I fan del Genio esultano quando, a febbraio, lo sentono annunciare che
giocherà a Rotterdam. Federer ha sempre affettato distacco dall’idea di
tornare numero uno, ma dopo la nuova vittoria a Melbourne intravede la
chance e si fionda in Olanda. La prima volta è stata quattordici anni prima;
lo strumento con cui risale sul trono è l’aurea mediocritas di Robin Haase,
trent’anni, numero quarantadue del mondo. Per sorpassare il carissimo
nemico Rafa Nadal gli bastavano 155 punti; la promozione alle semifinali
gliene frutta 180, et voilà: a trentasei anni, sei mesi e quindici giorni
l’ennesimo record è cucinato. Nessuno era mai salito o risalito in vetta al
ranking in età così tennisticamente geriatrica. Il più anziano era il
trentatreenne Agassi nel 2003, e nell’era precomputerizzata, ante-1973,
qualche storico si spinge a citare i trentasette anni di Bill Tilden – vincitore
a Wimbledon e finalista a Parigi nel 1930 – o i trentotto di William Larned
nel 1910 – ma insomma, era un altro tennis e Hitler, tanto per dire, non era
nemmeno cancelliere del Reich. In un colpo solo, Federer si prende anche i
record per il più lungo periodo trascorso dalla prima (quattordici anni) e
dall’ultima (cinque abbondanti) volta in cima al ranking. E stavolta lo fa
solo soletto, senza famiglia al seguito, più da single che da patriarca. Anche
a Rotterdam, un torneo che ha vinto due volte ma che non frequentava da un
lustro, in realtà lo massacrano d’affetto: viene celebrato come una reliquia
vivente, una madonna pellegrina, la personificazione del tennis. L’Équipe lo
ha già eletto «Atleta del secolo» per acclamazione, il record di longevità
agevolerà ulteriormente la santificazione; il museo comunque è lontano.
«Tornare numero uno è stato importante più per quelli che mi stanno
accanto che per me» dice. «Dopo il Masters dello scorso anno, arrivarci
pareva impossibile. Ora le mie due gemelline saranno molto contente del
loro papà, ma io non mi sveglio la mattina pensando che sono il migliore del
mondo.»
E dire che a gennaio, appena sbarcato a Melbourne, aveva messo le mani
avanti: «Non tutto è sotto controllo.» Invece, a dodici mesi di distanza, si
prende la sesta coppa intitolata a Norman Brookes, che lui affettuosamente
chiama Norman. Nadal, il suo avversario nel fantastico show del 2017 a
Wimbledon, è stato costretto al ritiro nei quarti di finale, per un
risentimento alla gamba destra contro il croato Marin Čilić. E una volta, in
conferenza stampa, ha lanciato un’accusa ben chiara: «Forse per me non è il
momento giusto di dirlo, ma chi governa il circuito mondiale dovrebbe
riflettere su quello che sta accadendo. Ci sono troppi tennisti che si
infortunano. C’è una vita oltre al tennis, e io non so cosa ci capiterà, se
continuiamo a giocare su queste superfici estremamente dure.»
Una preoccupazione non solo rivolta al presente, ma anche a ciò che può
succedere dopo il ritiro – e che del resto ha già afflitto diversi atleti, e non
solo nel tennis. Il bomber argentino Gabriel Batistuta ha avuto grossi
problemi di deambulazione, Boris Becker fatica a muoversi per un problema
cronico alla caviglia. «Ho lavorato duro per essere qui, ho fatto tutte le cose
che credevo giuste per essere pronto a giocare [compreso rinunciare ad
alcune esibizioni per allungare il riposo agonistico e la preparazione,
N.d.A.]. Ho sentito la gamba un po’ stanca nel terzo set, ma ho continuato a
giocare; nel quarto ho sentito un dolore su una smorzata, ancora non so
bene di cosa si tratta. Io sono una persona positiva, ma sono momenti duri,
ho perso la chance di giocare una semifinale Slam e di vincere un altro titolo
importante.»
Djokovic returns
E Djokovic, che fine ha fatto? Dove ce lo siamo perso, esattamente? Un
po’ nel momento in cui, nel 2016, è finalmente riuscito a espugnare il
Roland Garros, diventando il primo giocatore a detenere
contemporaneamente tutti e quattro i titoli dello Slam dopo Rod Laver nel
1969. «Ricordo quanto sia stato difficile arrivare a quel traguardo» spiega
alla Cnn. «Le ore, l’impegno, l’allenamento. Tanti anni senza riuscire a fare
l’ultimo passo. E poi, alla fine, poterlo condividere con le persone più care.
È stato un momento indimenticabile. Ma dopo aver raggiunto il mio
obiettivo, mi sono sentito vuoto.»
A Wimbledon, ricorderete, tutti si aspettavano una passeggiata, invece
Nole si era fatto sorprendere da Querrey. A Rio, per le Olimpiadi, ha
incespicato nel diritto ritrovato e nel corazón immenso di Juan Martín Del
Potro; agli Us Open ha emesso l’ultimo lampo, issandosi in finale contro
Nadal. Poi sono iniziati – o sono diventati evidenti – i guai veri. A fine
anno, ha dovuto cedere il numero uno a Murray. È uscito dai top ten della
classifica Atp per la prima volta in undici anni, e con una mossa spiazzante
si è separato da tutto il suo vecchio team, compreso coach Vajda. Una specie
di divorzio amichevole, ma pieno di brividi, lacrime e abbracci veri e
figurati, che avevano tanto l’aria di un arrivederci. La seconda parte, quella
construens, di questa sorta di terapia d’urto è stata ingaggiare, dopo una
parentesi con l’ex pro Radek Štěpánek, Andre Agassi come spalla tecnica.
Ma i loro sono mondi troppo lontani, la mentalità yankee di Andre è troppo
diversa da quella slava di Nole: tempo pochi mesi, l’avventura comune è
finita – ancora in una separazione consensuale.
Nel frattempo, nell’entourage del campione è comparso un altro
elemento: il guru spagnolo Pepe Imaz, ex tennista (scarso) riconvertitosi in
motivatore-mental coach, che organizza gruppi in cui ci si scambiano
abbracci. Amor y paz, pace e amore, è lo slogan di Imaz, a cui Novak si è
avvicinato attraverso il fratello minore Marco. Boris Becker, consigliere
tecnico del biennio più produttivo di Djokovic, disapprovava fortemente il
passo, e infatti ha salutato la compagnia, invitando Nole «a tornare ad
allenarsi seriamente». Il fenomeno, come al solito, dà retta soprattutto a se
stesso, e si farà anche filmare durante alcuni degli incontri dei gruppi di
Imaz. Sostiene di avere in mente altri traguardi, di volersi occupare di più
della famiglia; più o meno esposto, il guru iberico continuerà a far parte
della squadra. Che Djokovic sia diventato un tipo pacifico, tutto proclami
sdolcinati, però, non lo crede nessuno.
Il suo avversario più tosto sulla strada della rinascita è il malanno al
gomito che lo tormentava da un anno e mezzo, tenuto a bada dagli
antidolorifici e dall’orgoglio del fuoriclasse. Quello più fastidioso, le voci su
un suo presunto, ma mai confermato, flirt con la modella e attrice indiana
Deepika Padukone. Le foto, innocentissime, di una serata passata insieme a
fine 2016 esplodono sui social, e i tabloid si scatenano subito, razzolando
poi a lungo nell’ipotesi di una crisi familiare che sarebbe stata il vero motivo
del deragliamento esistenziale di Novak. Di sicuro c’è che il 2017, per l’ex
numero uno, è stato un calvario. Agli Australian Open ha perso al secondo
turno dalla wild card Denis Istomin, a Roma si è fatto bastonare da Zverev, a
Madrid da Nadal. Parigi e Wimbledon finiscono con due sconfitte nei quarti,
dopo l’unico centro dell’anno, sull’erba nobile ma un po’ laterale di
Eastbourne. Il 26 luglio l’annuncio: non giocherà più per tutto l’anno, per
dare un po’ di sollievo al gomito dolorante.
Quando si ripresenta agli Australian Open, a gennaio, Djokovic esibisce
ottimismo, spento però rapidamente dalla sconfitta negli ottavi contro il
teenager coreano Hyeung Chung. Novak deve rassegnarsi: un intervento al
gomito ormai è inevitabile, e a fine mese finisce sotto i ferri.
Il vero rientro, dopo due disfatte non da Djokovic – a Indian Wells
contro Taro Daniels e a Miami contro Benoit Paire –, è programmato per
Monte Carlo; al Country Club, per vincere il suo primo turno, il Djoker dei
misteri (ma cosa gli è successo veramente? Tornerà grande? E se sì,
quando?) impiega due set e cinquantasei minuti, il tempo di un long drink
sulla terrazza. Come quando prenoti un’oretta al circolo e, dopo il suono
della campanella, fai tirare lo straccio al compare scarso: nella fattispecie
Dušan Lajović, numero novantatré del mondo. Nole la prende così
seriamente che, dopo aver giochicchiato una ventina di minuti per intascarsi
il primo set, sull’unico punto da applausi del concittadino fa scendere il
giudice dalla sedia perché certifichi un out millimetrico. Senza pietà.
Ah: nel frattempo, anche l’Infallibile ha riconosciuto l’errore,
ricongiungendosi al suo coach storico Marián Vajda e al resto del team. Nel
Principato, però, il suo cammino si ferma nei quarti contro il rampante
Thiem, mentre il torneo se lo divora per l’undicesima volta il solito Nadal,
tornato in possesso del numero uno il 2 aprile. Murray è alle prese con un
laboriosissimo tagliando all’anca, che lo ha già costretto a un primo
intervento a gennaio; Federer ha appena annunciato che a Parigi, questa
volta, non ci sarà. Il suo obiettivo è un rettangolino verde a SW19 – South
West 19, il codice postale di Wimbledon –, e non vuole rischiare di farsi
ancora la bua al ginocchio.
«Mi aveva detto che voleva giocare contro di me un’altra grande finale,
ma due giorni dopo ha annunciato che avrebbe saltato il Roland Garros»
butta lì Rafa, raccontando delle lunghe settimane passate a tirare sera a
Maiorca con gli amici, senza potersi neppure allenare dopo il forfait di
Melbourne contro Čilić. «Mi sembra un po’ una contraddizione, no?»
Il punto più basso, in classifica, Djokovic lo tocca a fine giugno. Nadal a
Parigi aggiunge l’ennesima tacca, Novak invece le busca nei quarti da
Marco Cecchinato – un match storico per l’Italia, a quarant’anni dall’ultima
semifinale in un torneo dello Slam di Barazzutti, e a suo modo anche per
Novak. Che sotto una vernice di vulnerabilità sta covando un grande ritorno.
Chiamate il signor Wimbledon!
Mi siedo sul nuovo campo numero uno e mi godo il momento. Sta per
iniziare il quarto di finale fra Federer e il pivot sudafricano Kevin Anderson
– due metri e un servizio terrificante. Wimbledon è al suo meglio. Anche il
Court Number One è un giardino incantevole, con il cielo di un azzurro
morbidissimo delimitato dall’ovale verde scuro del tetto. Da queste parti
vengo dal 1988, quando il circolo era ancora un villaggio, il luogo eletto di
una sagra sportiva d’altri tempi, non la megalopoli del tennis di oggi. Molto
è cambiato, anzi, quasi tutto, non però l’esperienza base, il core business, il
nucleo fondamentale. Guardare il tennis su erba è un piacere anche per
l’orecchio, perché i passi e il rimbalzo delle palline hanno un suono soffice
ma compatto, l’equivalente di un colpo di spazzola di una batteria jazz. Se
poi in campo c’è Federer, il piacere è assoluto. È una giornata piena, ma
decido di concedermi l’intero match. Tanto, mi dico a metà del terzo set,
non durerà moltissimo. Errore. Il match in effetti lo guardo tutto, inchiodato
sui seggiolini della stampa, ma va avanti per cinque set. Federer sembra in
controllo, tutto fila liscio fino a quando ha a disposizione un match point,
sul 5-4 e servizio Anderson. Sulla prima del Gigante non può fare più di
tanto, ma è proprio da lì che la partita inizia a scivolargli via. Man mano che
si diffonde la notizia di un Federer in crisi, anzi, a un passo dalla sconfitta,
la tribuna stampa inizia a popolarsi di colleghi. Il resto dello stadio
ammutolisce, e dopo quattro ore e un quarto mette il lutto. Roger è fuori,
sconfitto in cinque set. È la ventesima volta in carriera che perde dopo aver
avuto un match point. Non giocava un long set al quinto dalla finale vinta
qui contro Roddick nel 2009; semplicemente, stavolta non è riuscito a
cavarsela. «In campo non ho faticato mentalmente, ma adesso sì, mi sento
malissimo. A Wimbledon non vorrei mai stare dalla parte del perdente. Ma
l’anno prossimo mi rivedrete.»
In semifinale si prepara un match fra cestisti: l’avversario di Anderson è
John Isner, due metri e sette, mentre dall’altra parte tocca di nuovo a Nadal
– che, dopo un match incredibile in cui è stato costretto a tuffarsi più volte
«alla Becker», è riuscito a domare Del Potro – e a Djokovic – che ha battuto
Nishikori.
È
«Disculpe, usted è dell’organizzazione?» È ormai sera, sul Centre Court,
quando una signora bionda e occhialuta, che ormai da un’oretta sta dando
segnali di insofferenza, si volta verso i banchi dei giornalisti e scruta il mio
pass. Sono le sei passate e Isner e Anderson, incapaci di rompere un
equilibrio fatto soprattutto di prime di servizio, continuano a scambiarsi
botte terrificanti. Qui Long John, fra l’altro, nel 2010 ha giocato e vinto la
partita più lunga della storia: tre giorni, undici ore e cinque minuti, 70-68 lo
score dell’ultimo set, durato da solo otto ore, strappato a Nicolas Mahut, e il
precedente inquieta. A Wimbledon non c’è ancora il tie-break, che sarà
introdotto nel 2019, quindi teoricamente un match può durare all’infinito.
«Per favore, chiami il signor Wimbledon, faccia qualcosa: io sono qui per
vedere Rafa Nadal, di questi due non mi interessa nada, devono farli
smettere…»
Alla fine, Anderson impiega sei ore e trentasei minuti per battere John
Isner, e il giorno dopo il Daily Mail si prende lo sfizio di calcolare cos’altro
uno spettatore avrebbe potuto fare nello stesso tempo: andare o tornare da
Corfù, ascoltare centotrentadue volte That’s Life di Frank Sinatra, o rivedere
tre volte Inghilterra-Croazia degli Europei. Negli occhi mi resta la sagoma
dinoccolata di Isner che, dopo una sconfitta devastante per il corpo e per il
morale, si ferma a firmare autografi ai fan, mentre sul Centre Court ormai si
addensano le ombre della sera e inizia a chiudersi il tetto. Non una cosa da
tutti.
L’inattesa tracimazione del match manda in campo Djokovic e Nadal alle
venti passate, sotto il roof e con le luci, per la gioia della señora. Ma alle
ventitré, come prevede il civilissimo gentlemen’s agreement fra il torneo e i
residenti, cala il sipario, dopo due ore e cinquantatré di partita, con
Djokovic avanti 6-4 3-6 7-6 e Rafa imbufalito per un tie-break sprecato.
È un’estate molto calda, a Londra. La notte si dorme con le finestre
aperte, basta una lucina accesa e le falene colonizzano il soffitto. Sabato,
alla ripresa del match, una farfallina bianca sorpresa alla matinée sotto il
tetto del Centre Court, flirta per un po’ con Nadal impegnato al servizio,
suscitando risatine sommesse molto British. Rafa però non si fa distrarre,
anzi, è bravo a cogliere le occasioni nel quarto set. Nel quinto il tennis
diventa stellato, degno di un pranzo da Cracco – o da Locatelli, visto che
siamo a Londra. Gioca i punti più belli, diritti e rovesci lungolinea, un drop
shot da delirio sul primo match point per Djokovic nel sedicesimo game, e
ha cinque palle break per portarsi a casa la partita. Ma Djokovic non arretra
di un centimetro e, quando sul 7 pari Rafa si butta a rete, convinto di avere il
break in mano, lo trafigge con un passante decisivo. Morale: 10-8 al quinto
set, dopo cinque ore e un quarto abbondanti. Rieccolo, il Nole che avevamo
perso di vista.
«Sì, sono stati quindici mesi difficili» ammette il Risanato. «Ci sono stati
dubbi, rabbia, frustrazione, momenti in cui mi sono chiesto se sarei mai
tornato quello che ero. Siamo tutti esseri umani, non conosco nessuno che
sia sempre sicuro di se stesso. Per fortuna, nella vita avevo già vinto
abbastanza: alla fine nel tennis, in tutti gli sport, è questione di testa. Però,
se volete avere un’idea di cosa significa giocare contro Nadal, guardate i
miei piedi…»
La finale, il giorno dopo, è un anticlimax. Né le vesciche né i servizi del
simpatico Kevin riescono a infastidire più di tanto il più grande ribattitore
del mondo, che trionfa 6-2 6-2 7-6 in meno di due ore e mezza. Il caldo –
ventotto gradi e non una nuvola in cielo – sicuramente contribuisce a
smosciare lo spettacolo. Una spettatrice addirittura sviene, in tribuna, forse
pensando a quanto ha pagato il biglietto.
A Flushing Meadows, invece, la finale si gioca con il tetto chiuso, in una
giornata improvvisamente fredda (quindici gradi) e piovosa, completamente
diversa da quelle soffocanti della prima settimana. Dopo Londra, Djokovic
si riprende anche New York, spegnendo la favola di Del Potro, in finale nove
anni e quattro operazioni dopo il trionfo contro Federer e sostenuto in
tribuna persino da Meryl Streep. È l’ennesima bocciatura della nuova
generazione, un altro trofeo che si aggiunge alla sterminata bacheca dei Fab
Four, che a questo punto si sono aggiudicati quarantanove degli ultimi
cinquantaquattro Slam.
In tutto il torneo, Djokovic perde appena due set. Con Nadal di nuovo
infortunato, Federer che mostra le crepe dell’età e Murray ancora
lontanissimo dalla forma migliore, è proprio Nole a lasciare il segno sulla
seconda parte della stagione. Il legame ritrovato con Marián Vajda lo ha
rigenerato, e a trentun anni sembra intenzionato a recuperare il tempo
perduto: il fine di stagione è tutto una madeleine. La lotta spalla a spalla con
Nadal per il numero uno finisce a ottobre, a Parigi-Bercy, quando Rafa
decide di ritirarsi lasciando aritmeticamente via libera al rivale. E dire che il
Djoker, numero ventidue Atp, a inizio anno sembrava chiuso nelle retrovie,
come un mezzofondista senza troppo fiato arrivato all’ultimo giro di pista.
È la prima volta dal 1973, quando sono state introdotte le classifiche
computerizzate, che un tennista nello stesso anno riesce ad arrivare al
vertice partendo da così in basso, in così poco tempo. Nel 2000 il ventenne
Marat Safin riuscì a scalare più posti – da numero trentotto a numero uno –,
ma impiegò otto mesi; al trentunenne Djoker ne sono bastati la metà. Merito
di un’accelerazione bruciante nella seconda parte della stagione. Ha vinto
trentuno delle sue ultime trentatré partite, non perde da diciotto.
«Non voglio sembrare arrogante» aveva messo le mani avanti alla vigilia
del torneo, annusando il primato, «ma dopo l’intervento al gomito ho
sempre pensato e creduto di poter tornare a questi livelli. Ho avuto quattro
mesi per rodarmi in vista dell’erba, è da lì che è partito tutto. Agli Us Open
e a Shanghai ho giocato come ai bei tempi, adesso credo di essere al meglio.
Ci ho messo poco? Be’, il concetto di velocità è molto relativo, dipende da
chi giudica. Per me non è stato veloce.»
Un paio di settimane più tardi, alle Atp Finals di Londra, il capolavoro
non gli riesce: arriva svuotato al big match e consegna la cattedra di maestro
a Sascha Zverev, ma chiude comunque l’anno da sovrano. Non un record,
perché a Sampras è riuscito per sei volte di fila, ma è comunque un gran
Djokovic.
«È come se tutto intorno fosse rosa. Sei felice di stare lì, ti godi l’affetto
del pubblico. Colpisci la palla e senti che non puoi sbagliarne nemmeno
una: tiri un vincente, poi un altro, e un altro ancora. Credo sia la sensazione
più bella che puoi provare, se sei un tennista.»
Per chi è curioso di sapere cosa si prova a essere Roger Federer a
Wimbledon, be’, questa è la risposta: un’estasi rosa, sprofondata nel verde.
Federer la fornisce alla vigilia del match contro Nishikori, che diventerà
la sua centesima vittoria a Wimbledon. Le litanie dei miscredenti, che per
anni lo invitavano a considerare un dignitoso addio, si sono spente prima
che si aprissero i Doherty Gates. Molto prima.
Il 2019 si avvia a diventare un anno decisamente particolare. L’ultimo
prima della pandemia, per esempio, ma questo non lo sa nessuno. E quello
dove tutti noi suiveurs del circuito rischiamo di scrivere la storia più bella
degli ultimi cinquant’anni. Ci arriviamo a un soffio, a un passo. Anzi, a due
match point. E il thriller ovviamente si compie a Church Road.
In Australia, come al solito, ha vinto Djokovic. È la settima volta, e
ormai Nole è talmente parte del luogo che si azzarda a intrattenere i suoi
connazionali acquisiti con il loro slang: «Perché vinco tanto qui? I dunno,
mate [Non lo so, compare, N.d.A.]» ha detto dopo i quarti, aggiungendo poi:
«Good on ya», e cioè: «Ben fatto, bel lavoro». E ha concluso con: «Che
altro? Fair dinkum [Sono onesto, N.d.A.]. E mi fermo qui…» Ilarità
generale, come ai tempi in cui il Djoker si esibiva nelle imitazioni dei suoi
colleghi. Federer ha già perso negli ottavi da Stefanos Tsitsipas, l’erede
designato, e John McEnroe si è sgolato al microfono: «State assistendo in
diretta a un cambio della guardia.» Non sa quanto si sbaglia.
A Stef ci pensa Rafa in semifinale, tre secchi, prima di inchinarsi a
Djokovic, mentre il thriller lo fornisce il quarto socio.
«Vorrei smettere di giocare a Wimbledon» dice Andy Murray dopo il
primo turno, la voce rotta dall’emozione «Ma non so se riuscirò ad andare
avanti per altri cinque o sei mesi.» Sembra l’ultimo atto, la resa, il capitolo
finale di un calvario iniziato il 9 luglio di due anni fa, quando Andy,
dolorante e claudicante, se n’era uscito dal Centre Court di Wimbledon
dopo aver perso in cinque set il suo quarto di finale contro Sam Querrey.
L’anca destra ormai è un giacimento di sofferenza. A Wimbledon aveva
già dovuto rinunciare a luglio, dopo essere tornato in campo al Queen’s –
scontati trecentoquarantasei giorni di stop e l’intervento chirurgico a lungo
rimandato, e poi accettato come un calice amaro (e inutile) dodici mesi fa,
proprio a Melbourne. Poi uno stillicidio di match giocati e tornei rifiutati,
fino alla scelta finale. Che in realtà finale non sarà, perché poco dopo aver
ufficializzato il suo ritiro – proprio per non rinunciare a un ultimo
Wimbledon da leone –, Andy tornerà sui suoi passi e deciderà di sottoporsi
a un nuovo, rivoluzionario intervento all’anca.
A Parigi, Federer riesce sorprendentemente a restare in gara fino alle
semifinali, sconfitto dall’ex niño – che finisce per imbarcare come bagaglio
in stiva l’ennesima Coppa dei Moschettieri. A Wimbledon, invece, sembra
che la vita vera abbia deciso di seguire un copione scritto a Hollywood.
Roger batte uno in fila all’altro Lloyd Harris, Jay Clarke, Lucas Pouille,
Matteo Berrettini – che sul Centre Court, opposto al genius loci, si blocca
sbagliando lo sbagliabile e rimediando appena cinque game –, poi Nishikori
e persino Nadal in semifinale. Un mese prima Nadal lo ha quasi umiliato a
Parigi e Federer si prende la rivincita nel suo giardino. «Sono esausto e
felice, ma non posso festeggiare: ora spero di portare Djokovic al limite.»
A quasi trentotto anni, è il secondo finalista più anziano dell’era Open
dopo il trentanovenne Ken Rosewall. Dall’altra parte il cammino di
Djokovic è sicuro, e si arriva così al duello decisivo.
Due finali le ha già perse contro il Djoker, nel 2014 e nel 2015, e ci era
sembrato coraggioso e incantevole come un tempo, ma ormai un filo fané.
Invece, quando sono passate quattro ore di una partita già immensa,
labirintica e shakespeariana, 8-7 al quinto set, Federer si trova sulla
racchetta due occasioni per attingere a un’immortalità ulteriore, definitiva,
quasi irreale. Nove titoli a Wimbledon, l’ultimo a sedici anni dal primo. Un
cerchio che si chiude con un piano sequenza da Oscar: Roger che allarga le
braccia, si inginocchia, i figli che lo applaudono impazziti, come l’intero
Centre Court. Lo pensano tutti, mentre Federer va a servire sul 40-15. Mi
volto verso l’alto e vedo solo sorrisi estatici, volti che annuiscono convinti e
ripetono che sì, dai, è fatta. E mi corre un brivido lungo la schiena.
Per carità: niente contro Djokovic, che è un fuoriclasse assoluto e in
futuro, oltre i limiti di questo libro, probabilmente diventerà il Fab Four con
più Slam di tutti. Da anni, tranne che per questioni di bandiera, fatico a
tifare davvero per chiunque, se non per le storie belle da raccontare. E
questa lo è. Anzi, lo sarebbe.
Il primo match point Roger lo manca con un diritto appena largo. Il
secondo, il cuore congelato da un presentimento, se lo vede sfilare accanto a
rete, una coltellata di diritto uscita dalla racchetta di Nole e destinata
all’ultimo lembo utile di campo.
Ma perché è andato a rete, perché ha attaccato così corto sul diritto?, mi
chiedo, mentre in un déjà-vu vedo le cose ripetersi prima ancora che
accadano.
Il Centre Court, un paradiso in controluce, trattiene il respiro sotto un
cielo insieme livido e dorato, l’occasione passa. La finale, la più lunga
(quattro ore e cinquantasette minuti) della storia dei Championships, finisce
quasi un’ora e mille palpiti più tardi, 13-12 per Nole, che sull’11 pari salva
altre due palle break da infarto. Un diritto steccato del Genio, Djokovic che
si inchina sull’erba e indica il cielo. È il primo a vincere Wimbledon con il
nuovo tie-break sul 12 pari del quinto set (7-6 1-6 7-6 4-6 13-12).
Finita la premiazione, la coppa sotto il braccio, Nole prende per mano il
primogenito Stefan come un re straniero e va a ricevere i complimenti di
tutti quelli che in tribuna, per due settimane e un pomeriggio intero, il
giorno più lungo di Wimbledon, avevano sperato in una favola diversa.
Anche in sala stampa, negli sguardi, c’è come la sensazione che stavolta
sia davvero finita un’epoca, che qualcosa si sia concluso. Ci sono vittorie
che aprono una storia, e sconfitte che la chiudono.
Djokovic non ha rubato nulla, anzi. È il suo sedicesimo Slam, il quinto
Wimbledon – come Borg –, il terzo che strappa in finale a Federer. Ha vinto
tre tie-break, si è risollevato dallo sprofondo di un 6-1, ha raccattato dagli
angoli del campo palle che noi umani nemmeno sapremmo vedere. Ha perso
uno scambio da trentacinque colpi, tenuto a bada un Federer superbo che la
prima palla break l’ha concessa dopo due ore e quarantasette. Ringhiandogli
addosso anche in una giornata in cui la risposta non sembrava l’arancia
meccanica di sempre; disinnescando, quando ha potuto, le infinite magie del
Genio. Il centimetro che gli mancava lo ha aggiunto il destino.
Federer ha provato a confonderlo, variando angoli ed effetti, affettando e
percuotendo, ma non è riuscito a scrollarselo di dosso. O meglio: c’era
riuscito, ma certe partite cadono da una parte o dall’altra della rete per una
questione di millimetri, di rimbalzi che sull’erba sono sempre vivi,
imprevedibili. Di un braccio, anche quello di un campione, che trema quanto
basta a un soffio dalla leggenda. È la ventiduesima partita in carriera che
Federer perde sprecando un match point, di sicuro la più amara. «Proverò a
dimenticarmela» scherza, con il piatto triste del finalista in mano e un pezzo
di sera che già gli scurisce il sorriso.
Festa d’addio
Il mio cinquantaseiesimo compleanno, a fine 2019, lo passo a Zhuhai,
una delle città della Pearl Bay, il golfo su cui si affacciano anche Hong Kong
e Macao – collegate da un avveniristico ponte marino lungo quarantadue
chilometri. Mentre lo attraverso ripenso a come mi aveva impressionato,
undici anni prima, la cerimonia di apertura dei Giochi di Pechino, con
quell’accendersi improvviso, nella vista e nell’udito, di centinaia di tamburi
luminosi. Il segnale di una guerra pacifica, una dimostrazione di potenza.
Da anni a Zhuhai si tengono due tornei, uno femminile e uno maschile
che quest’anno è finalmente riuscito a entrare nel circuito maggiore. È
l’occasione per incontrare Murray, che sta facendo l’ennesimo tentativo di
rientrare nel tour. Andy è il solito: cortese, sorridente, ironico. Dopo la
seconda operazione – una complicata ricostruzione dell’anca con una
piastra metallica a cui si è sottoposto a Birmingham – ha dovuto saltare
ancora Parigi, Wimbledon e gli Us Open, dove Djokovic si è ritirato per un
infortunio alla spalla nei quarti e la coppa l’ha sollevata per la quarta volta
Rafa Nadal – ma non era un terraiolo, Rafa? – contro il primo dei veri next
gen ad affacciarsi a una finale Slam, Daniil Medvedev, che l’ha impegnato
fino al quinto set.
Murray ha in mente solo Wimbledon del 2020, ma intanto vince un
match a Zhuhai e ad Anversa, poco dopo, riuscirà anche ad aggiudicarsi il
torneo. Le cartilagini si deteriorano, lo spirito da Fab Four è inossidabile.
In una saletta dello stadio, gli chiedo se vedere che Federer, Nadal e
Djokovic sono ancora i primi tre del mondo gli ha dato una spinta in più per
tentare un ritorno così difficile.
«No. Loro non hanno dovuto subire un’operazione come la mia, non sto
pensando di battermi a quel livello. Ho rischiato di non giocare mai più, ora
sto cercando di sentirmi sempre meglio per capire dove posso arrivare.» Ma
alle sue due figlie, Sophia Olivia e Edie, piacerebbe vedere papà vincere.
«Sarebbe bello: iniziano ad avere un’età in cui capiscono quello che faccio.
Sophia un giorno ha detto: “Papà sulla terra fa schifo!” Non so come le sia
uscita questa frase, deve averla sentita da mia moglie o da mia suocera,
mentre io non c’ero. Il bello dei bambini è che assorbono tutto… Ma è
anche vero che, dopo quello che è successo, il tennis non è più la mia
priorità assoluta.»
Torno in Italia i primi di ottobre e, quando passo dal medico per
vaccinarmi contro l’influenza, mi chiede dove sono stato nell’ultimo
periodo, sapendo che viaggio spesso. «Be’, in Cina…» Di colpo, alza la
testa dalla scrivania e mi fissa negli occhi. «Allora sarà meglio che faccia
anche il vaccino contro la polmonite. Non si sa mai cosa succede in certe
zone…»
Fra dicembre e gennaio diventa chiaro che quel «cosa succede» è molto
serio, minaccioso. Il tennis fa appena in tempo ad applaudire la vittoria di
Djokovic – che respinge l’attacco quasi riuscito di Dominik Thiem a
Melbourne –, poi il Covid blocca tutto, esattamente il giorno prima che inizi
il torneo a Indian Wells.
L’ultimo lampo è la sesta edizione di Match for Africa, l’esibizione che
serve a raccogliere fondi per l’associazione di Roger: stavolta si gioca in
Sudafrica, e in campo ci sono proprio Federer e Nadal.
Roger si scalda indossando la maglia numero 8 degli Springboks, la
nazionale sudafricana campione del mondo di rugby, consegnatagli in
campo da Siya Kolisi, il capitano dei Bokke. Quasi tutti i 51.954 posti del
Cape Town Stadium sono occupati, fissando un nuovo record per un match
di tennis. Impossibile non sovrapporre, per un attimo, l’immagine di
François Pienaar che porge il jersey numero 6 a Mandela, dopo la finale del
Mondiale ovale del 1995 a Johannesburg.
Federer, sudafricano a metà, ha molto a cuore il futuro della nazione
arcobaleno. In quindici anni con la sua fondazione ha aiutato un milione di
bambini ad avere accesso a un’educazione decente (del resto, la beneficenza
è una causa comune dei Fab Four).
Né i viaggi di Ashe negli anni Settanta, né le lotte di Yannick Noah o le
visite di Serena Williams e Jo-Wilfried Tsonga sono riuscite a risvegliare
sportivamente il continente, che al netto dell’ottima tradizione sudafricana e
di quella di buoni professionisti egiziani e del Maghreb, non ha ancora avuto
un grande campione o un grande torneo.
«Non avevo mai giocato in Sudafrica in vent’anni di carriera» ammette
Federer. «Se non l’avessi fatto, non me lo sarei mai perdonato.» Nadal
invece ha gareggiato da ragazzino a Sun City, «e mi ero divertito anche
molto. Ma è passato tanto tempo».
I due giocano anche in doppio – dopo la Laver Cup ci hanno preso gusto:
Federer a fianco di Bill Gates, contro Nadal e l’attore ed entertainer
sudafricano Trevor Noah. Il match di singolare è il solito cocktail di colpi
spettacolari e siparietti – inevitabile quello con la raccattapalle –, ma il
pubblico gradisce. È qualcosa di più e di meno di un torneo: una festa sulla
soglia di una tragedia.
Del resto, il circuito parallelo delle esibizioni accompagna da sempre il
tennis «vero», e in qualche occasione ne ha segnato la storia. Basta ricordare
la già citata battaglia dei sessi fra Bobby Riggs e Billie Jean King – che ha
ispirato anche un film: nel 1973 raccolse 30.472 spettatori all’Astrodome di
Houston, incollandone novanta milioni alla tv e producendo fortunate
repliche e tentativi di imitazione. Negli anni Novanta la Grand Slam Cup,
esibizione di lusso, ha fatto concorrenza al Masters; più recentemente, a
inizio stagione, i tornei-esibizione di Abu Dhabi e Kooyong, a cui si è
aggiunta nel 2019 anche la Diriyah Cup in Arabia Saudita, sono diventati un
classico. E da tre anni la Laver Cup, organizzata proprio da Federer, è un
successone di pubblico. Perché Roger, ovviamente, è il re delle esibizioni. A
novembre, nel suo tour sudafricano insieme a Zverev a Città del Capo, di
paganti ne aveva fatti 42.517; a dicembre si è esibito anche in Cina.
Con Nadal ha giocato otto volte in totale, compresa la battle of surfaces
del 2007, quando i due si sono sfidati in un campo metà in erba metà in
terra, cambiandosi le scarpe ogni due giochi. Con il primo dei Match for
Africa, nel 2010, sono entrati in cassa quattro milioni di dollari; gli
spettatori sono arrivati anche dai paesi confinanti per ammirare i due divi
del tennis, inseguiti dalle tv e dall’interesse di mezzo mondo. Chissà che
qualcosa non parta proprio da qui.
Lockdown tennis
Seguono i mesi di incertezza e scoramento, di paura, che tutti
ricordiamo. Il Roland Garros si sposta unilateralmente a fine settembre,
Roma copia la mossa piazzandosi qualche settimana prima, Wimbledon –
l’unico degli Slam così lungimirante da coprirsi con un’assicurazione anche
contro le epidemie – decide che per la prima volta in settantacinque anni,
dalla fine della Seconda guerra mondiale, a Church Road i Championships
non si terranno. Gli Us Open restano saldi nella loro data, nonostante a
marzo Flushing venga trasformato in un Covid hospital, e sono il secondo
Slam che si disputa nella bolla, a porte chiuse e praticamente senza nessuno
dei Fab Four. Federer ha già annunciato che non giocherà per tutto l’anno: il
ginocchio destro, dopo quello sinistro, ha iniziato a fargli male;
interromperà le cure e la riabilitazione solo per fare una sorpresa a Carola e
Vittoria, le due ragazze di Finale Ligure che hanno fatto impazzire il web
palleggiando da un terrazzo all’altro durante il lockdown. Nadal non se la
sente di viaggiare negli Usa, Murray è fuori gioco e Djokovic ci si mette da
solo, tirando una pallata – involontaria ma imperdonabile – a una giudice di
sedia durante il match contro Carreño Busta. Il torneo, il primo dal golpe di
Stan Wawrinka agli Us Open del 2016, finisce quindi con una finale priva
dei Fab Four.
Al Roland Garros, che per una volta apre i battenti da terzo Slam
dell’anno, fra settembre e ottobre, Nadal rimette le cose a posto, superando
in finale un Djokovic incapace di sabotargli gli ingranaggi. E ora sono
tredici le Coppe dei Moschettieri che arredano la sala dei trofei a Manacor.
La presa del Roland Garros
«On ne s’en ira pas, on ne s’en ira pas!» Sono le dieci e venti di sera, e
il centrale del Roland Garros è in mano a Robespierre. Un pubblico di
giacobini è in piedi, saltella, batte le mani, sventola fazzoletti e intona cori
di rivolta, perché da tre ore in campo c’è la festa del tennis e nessuno se ne
vuole andare.
Nadal e Djokovic stanno mettendo in scena l’ennesima partita da brividi,
la cinquantottesima della loro infinità rivalità, la semifinale. Colpi folli,
passanti sulle righe, palle da infarto, salvataggi impossibili. Anche qualche
sbavatura, certo, qualche errore che dieci anni fa non avrebbero commesso,
ma con un’intensità di gioco impressionante per un trentaquattrenne e un
trentacinquenne che dal tennis hanno già avuto tutto. Un campionario che
non si è mai visto – a parte Federer, ça va sans dire – e che forse non si
rivedrà mai. «Noi tennisti normali sappiamo che certe velocità e certi rischi
possiamo sostenerli solo per brevi tratti, durante una partita» dice Gilles
Simon, che pure è stato numero sei del mondo. «Loro ci riescono per
quattro ore.» Osservarli è una gioia per gli occhi, un attentato al cuore, ma
siamo al tie-break del terzo set, i Mostri si sono spartiti i primi due e alle
ventitré scatta il coprifuoco: bisognerà sgomberare. Lo impongono le misure
anti-Covid. È già successo più di una volta, anche nel quarto di finale fra
Matteo Berrettini e lo stesso Djokovic, costretti a finire il match davanti alla
cavea deserta del Philippe Chatrier.
«Se li fanno uscire anche stavolta» azzarda Frank Ramella, il collega
dell’Équipe, «qui scoppia davvero la rivoluzione.»
Dopo la picconata tirata da Thiem e Zverev, in assenza dei grandi, agli
Us Open del 2020, il 2021 doveva essere l’anno della definitiva presa di
potere per i giovani del circuito. Invece soffia aria di restaurazione.
In Australia ha iniziato Djokovic a fare la voce grossa, dominando
mentalmente e tatticamente Medvedev in tre set. Daniil, che sembra uscito
da un romanzo di Gogol’ o Dostoevskij, con il suo tennis scaleno e perfido
ha maramaldeggiato per due settimane, malmenando in semifinale anche
l’altro pretendente, Tsitsipas, che a sua volta aveva eliminato Nadal. All’atto
finale, però, è evaporato.
Federer, invece, non si è neppure visto. A trentanove anni giocare gli
piace ancora da matti, ma preferisce vivere; non se l’è proprio sentita di
passare quindici giorni di quarantena nella bolla, senza moglie e figli. Così,
dopo poco più di un anno di lontananza dai campi, decide di rientrare a
Doha, che si gioca straordinariamente a marzo. Qui batte Daniel Evans, ma
al secondo turno finisce la benzina contro Nikoloz Basilašvili. Il grande
popolo federeriano, angosciato, sospira.
Prima di Parigi, la stagione sulla terra è un cocktail di Ancien Régime e
meglio gioventù. Nadal a Monte Carlo deve abdicare in favore di Andrej
Rublëv, poi sconfitto da Tsitsipas, bello e incostante come al solito, mentre
Djokovic crolla malamente contro Daniel Evans. A Barcellona Rafa si
prende con gli interessi la rivincita su Tsitsipas, mentre a Madrid – dove
l’altitudine e le palle veloci non lo favoriscono – perde con Zverev, a sua
volta vincitore contro Berrettini in finale.
A Roma, però, il rodaggio sul rosso si conclude con la sesta finale fra i
due consoli indiscussi del Foro, Djokovic e Nadal. Tutti e due tremano
almeno per un giorno: Nole deve salvarsi dal solito Tsitsipas, Rafa annulla
due match point a Denis Shapovalov. Ma alla fine se la giocano sempre fra
di loro.
«E chi li ammazza, a questi» commenta un appassionato che sfioro
avviandomi al centrale. Il borsino degli addetti ai lavori dà in salita
Djokovic, ma viene brutalmente smentito da Nadal, che supera il grande
rivale in tre set. Durante la premiazione, è il Djoker a riassumere il torneo in
una battuta: «I next gen siamo noi» dichiara indicando Nadal, con l’aria
scocciata di chi non solo ha appena perso la finale di un Masters 1000, ma
che per giunta, al momento dei saluti, si sente ripetere la stessa, irritante
domanda di sempre.
Rafa ride sotto la mascherina. A Roma ha vinto per la prima volta nel
2005, quando era un diciannovenne senza nulla da perdere; ora si pettina
con la riga da una parte per coprire la stempiatura, ma il risultato non
cambia di molto. È la sua decima coppa: un record incredibile, considerato
che è in doppia cifra anche al Roland Garros (13), a Barcellona (12) e a
Monte Carlo (11). Il più seriale dei plurivincitori, neppure Federer gli sta
dietro. A Parigi gli dedicano persino una statua: l’opera, che lo raffigura
nell’esecuzione di un diritto, è alta quattro metri e ottantanove centimetri e
larga due, realizzata in acciaio inox e sostenuta da un intreccio di cavi che la
fa levitare al di sopra degli spettatori, del terreno e – idealmente – dei rivali,
presenti, passati e futuri.
Federer, che ha deciso di non giocare a Roma, ci riprova sulla terra a
Ginevra, nel torneo del cantone accanto e senza troppo stress, rimediando
una sconfortante sconfitta contro il veterano spagnolo Pablo Andújar. Un
Federer assai crepuscolare, che fa spargere qualche lacrima di rabbia ai fan e
recitare le solite litanie – «Ma perché non si ritira?» – a chi non capisce
modi, tempi e soprattutto filosofia di vita di Roger. A Parigi, a sorpresa,
vince tre partite, poi rinuncia ad affrontare Berrettini per non rimanere a
secco di energie in vista di Wimbledon.
Così il palcoscenico se lo prendono Rafa e Nole che, con Murray
impegnato in un problematico tentativo di rientro ma esiliato dai riflettori e
dalla Ville Lumière, ormai sono gli unici due Fab rimasti. Il sorteggio li ha
voluti nella stessa parte del tabellone, condannati quindi a incontrarsi non in
finale, come sarebbe più giusto, ma in semifinale. Una semifinale, però,
destinata a restare nella Storia, e non solo in quella dello sport, come tutti
iniziamo a sospettare alle ventidue e trenta, mentre il centrale continua a
rimbombare delle urla e degli inni ribelli dei giacobini.
Quello che non sappiamo, né noi giornalisti né il pubblico, è che nel
frattempo, fra la vicepresidentessa della Federtennis francese Amélie
Oudéa-Castéra, già in predicato di diventare ministro dello Sport, e l’Hôtel
de Matignon, la residenza del primo ministro francese, si è acceso un filo
diretto.
«Alle ventidue, tenuto conto dello scenario eccezionale e vedendo che
sarebbe stato impossibile chiedere al pubblico di uscire prima della fine»
racconterà Oudéa-Castéra all’Équipe, «ho inviato un’email al direttore di
gabinetto del primo ministro.» È con lui, Nicolas Revel, che la Fft ha
sempre concordato tempi e modi del coprifuoco per il pubblico. E fino a
stasera Revel è stato inflessibile nel farli rispettare. «Ma stavolta, alle
ventidue e venti» continua, «abbiamo raggiunto un accordo con Matignon:
non per una deroga, ma per un atto di tolleranza.»
Non si può interrompere un’emozione, figuriamoci sospendere la Storia
rischiando incidenti al Bois de Boulogne. Così, appena Djoko si intasca il
terzo set, alle ventidue e quaranta, lo speaker annuncia che la partita
continuerà «con la vostra presenza».
«Merci, Macron, merci!» esplode il pubblico, ignaro che stavolta il
presidente non è stato affatto sfiorato dalla questione. Il miracolo comunque
è avvenuto, i due fenomeni hanno sconfitto anche il coprifuoco: è la presa
della Bastiglia dello sport.
All’inizio del quarto set, Rafa ruggisce di grinta, di garra, di classe
sovrumana: strappa un break, ma stremato lo restituisce subito, e convoca il
fisioterapista. È il preludio del finale: Djokovic – che sul 5-0 del primo set
sembrava fané – risorge, piazza un altro break e chiude 6-3 davanti a un
Nadal che ha finito la benzina ma non l’orgoglio. Per il padrone della terra
sfuma il sogno della quattordicesima vittoria a Parigi e del ventunesimo
Slam, che gli avrebbe consentito di staccare Federer.
Il cuore dice che la vera finale era questa; infatti, la domenica del big
match anche Tsitsipas, nonostante un vantaggio di due set, dovrà arrendersi
a Djokovic. Un campione assoluto, Nole, che vincendo il suo secondo
Roland Garros è ormai a un passo dal numero di Slam di Nadal e Federer: è
diventato il terzo tennista della Storia, dopo Rod Laver e Roy Emerson, ad
aver vinto tutti e quattro i major almeno due volte in carriera. Nei pensieri
di molti, se non di tutti, si affaccia, inevitabile, la domanda: e se fosse
Djokovic, il più grande di sempre?
La domanda rimbomba per tutta l’estate. Passa per Wimbledon, dove il
Djoker si intasca i Championships per la sesta volta – una più di Borg, solo
a pensarlo sembra strano –, battendo in finale Matteo Berrettini e
pareggiando il conto degli Slam con i suoi grandi rivali. Per noi italiani, che
ci precipitiamo fra mille difficoltà a Londra per seguire un evento che mai
avremmo pensato possibile, la (relativa) delusione per la sconfitta si
intreccia all’ammirazione per un campione che sembra adattarsi a ogni
superficie e a ogni avversario, con il talento di uno Zelig e l’ineluttabilità di
un software di successo.
L’interrogativo si rinnova poi a Tokyo, per i Giochi, dove però per la
prima volta Djokovic perde un colpo, manca una battuta nello spartito,
cedendo a Zverev in semifinale e toppando anche la finale per il terzo posto
con Carreño Busta, che comunque valeva un bronzo olimpico.
I dubbi di chi pensa che il flop possa influire sul resto della stagione
sembrano dissolversi poche settimane dopo, a New York. Federer e Nadal
marcano visita, entrambi per infortunio, annunciando che ritorneranno solo
nel 2022; Murray lotta come un leone, ma perde – con qualche polemica –
contro Tsitsipas al primo turno.
Il Djoker dunque è rimasto solo con la sua Mission, che sembra sempre
meno Impossible: chiudere il Grande Slam, approdare a quota ventuno Slam
e guadagnarsi il timbro ufficiale di «più grande di sempre».
Nei primi turni Nole sembra un ossimoro agonistico: è vulnerabile, tanto
che perde quasi sempre il set d’apertura, ma poi imbattibile e scoraggiante
per la concorrenza, quando il match si inoltra e il suo gioco riprende
profondità e determinazione. Nei quarti batte ancora Berrettini, poi Zverev,
in cinque set thriller. Resta solo Daniil Medvedev, il numero due del mondo,
in una finale che si annuncia storica – e per una volta l’aggettivo non è
sprecato.
Domenica 12 settembre 2021 Rod Laver è in tribuna, pronto a premiare
il primo Grand Slammer dopo cinquantadue anni, ma in pochi hanno fatto i
calcoli con Medvedev, e soprattutto con l’improvvisa fragilità di Novak. Che
per una volta ha i nervi a fior di pelle, «sente» l’occasione unica, il destino
che bussa alla porta. E si blocca.
Finisce per perdere 6-4 6-4 6-4, spaccando anche una racchetta per la
frustrazione e sciogliendosi in lacrime durante la premiazione. Dentro la
sconfitta bruciante, inattesa, Djokovic però trova un regalo: tutto l’Arthur
Ashe Stadium – compresi la sua vecchia amica Maria Sharapova, riapparsa
per l’occasione, e un manipolo di vip, da Brad Pitt a Spike Lee – tifa per lui.
È la prima volta che Novak, l’ex antipatico, oggi Venerato Maestro, gioca
una finale Slam con il pubblico nettamente a suo favore.
È
Roger, Rafa e Andy, i vecchi compagni di strada, stavolta non ci sono. È
lui l’unico dei Fab Four in campo. «Oggi mi avete toccato l’anima» riesce a
dire, con in mano l’unico trofeo che non avrebbe mai voluto, quello del
finalista degli Us Open, quando gli si scioglie il groppo in gola. «Non mi ero
mai sentito così a New York. Vi voglio bene, ci rivedremo presto.»
Ed è così, con un doppio colpo di scena, sportivo ed emotivo, che si
chiude – almeno per ora – questa lunga storia.
Epilogo
Di epoche d’oro il tennis ne ha conosciute tante, ma è fatale, come
avviene in qualsiasi vicenda umana, che il tempo divori la memoria.
Quando non era ancora lawn tennis ma jeu de paume, pallacorda, racket o
real tennis, lo giocavano addirittura i re: nel suo immortale 500 anni di
tennis, Gianni Clerici ne individua almeno una dozzina, di «Fabulous» con
la corona degni di stare in una classifica decisamente all time. Esempi?
Alfonso X il Saggio, Carlo d’Orléans – che, imprigionato nel carcere di
Wingfield, scriveva poemi sul gioco – e Luigi X di Francia, morto proprio
per una polmonite rimediata giocando a tennis. Francesco I era capace di
divertirsi racchetta in mano anche sul battello con cui risaliva la Loira.
Enrico VII giocava tantissimo per scommessa – e oggi la Itia, l’agenzia che
sorveglia e punisce le combine, non avrebbe pietà e lo sospenderebbe a vita,
visto che sfidava gli ostaggi francesi. Di sicuro, scese in campo in doppio
con Carlo V almeno una volta. C’è persino la data: 6 giugno 1522 – dunque,
in pieno Roland Garros – e potrebbe anche aver sfidato Francesco I a
Orléans, nel 1530. Galeazzo Sforza, poi, era un «frequentatore assiduo della
sala della Bala al Castello di Milano» scrive Clerici, dove infliggeva sonore
batoste a zio Ludovico il Moro. Alfonso II d’Este aveva due allenatori
professionisti: un primo esempio di team allargato come quelli che usano
oggi.
Lasciando da parte le teste di serie coronate, il lawn tennis moderno ha
iniziato a produrre rivalità auree con i fratelli Doherty e i loro avversari
americani di Coppa Davis, William Larned e Robert Wrenn, già a inizio
Novecento, per poi continuare con gli stregoni dell’emisfero Sud, Norman
Brookes e Anthony Wilding, fino ad arrivare al primo vero quartetto – anzi,
un quintetto: i moschettieri francesi Lacoste, Cochet, Borotra e Brugnon,
divisi fra loro ma uniti per combattere il favoloso Bill Tilden, a cavallo degli
anni Venti.
Un altro periodo strepitoso è stato quello degli anni Trenta, con le sfide
incrociate fra Jack Crawford, Fred Perry, il barone Gottfried von Cramm e
Don Budge. Un australiano, un inglese, un tedesco e un americano che sono
davvero la prefigurazione, geograficamente più allargata, dei Fab Four
odierni.
Gli anni del secondo dopoguerra sono stati dominati da Jack Kramer e
Pancho Gonzales, poi è arrivato il diluvio australiano: Frank Sedgman e
Ken McGregor, Lew Hoad e Ken Rosewall, Roy Emerson e Rod Laver, John
Newcombe e Tony Roche… Si potrebbero comporre poker a volontà,
assortiti per stili di gioco e appartenenza generazionale.
Fra gli anni Settanta e Ottanta abbiamo vissuto il primo vero boom del
tennis professionistico, e i Fab Four di questa stagione sono stati, a loro
modo, Björn Borg, Jimmy Connors, John McEnroe e Ivan Lendl, divi
mediatici oltre che sportivi, capaci di cavalcare il fenomeno delle
sponsorizzazioni e di stappare un’epoca di grandi guadagni.
Tutto questo per dire che Roger, Rafa, Andy e Nole non sono spuntati dal
nulla: non costituiscono un’eccezione strutturale, una pianta carnivora
estranea alla flora del bicentenario giardino del tennis. Straordinari però lo
sono – soprattutto Federer, Nadal e Djokovic – sia per la durata della loro
carriera, sia per la qualità e la quantità dei loro scontri diretti. Nel periodo
compreso fra il primo successo di Federer a Wimbledon, nel 2003, e l’inizio
della pandemia, solo sei giocatori sono riusciti a sottrarre loro almeno un
torneo dello Slam: Andy Roddick, Gastón Gaudio, Marat Safin, Juan Martín
Del Potro, Stan Wawrinka – per tre volte –, e infine Marin Čilić, a New
York, nel 2014. Otto sui sessantasei giocati. Negli ultimi tre anni dello
scorso decennio, poi, i Big Three – cioè Federer, Djokovic e Nadal – si sono
accaparrati tutti e dodici i major, come peraltro era già successo fra il 2006
e il 2008. Un dominio quasi disumano, unico in uno sport così diffuso e
praticato a livello globale, con un intrico di match da club privato altrettanto
impressionante.
È prematuro stilare i bilanci dei loro duelli intrecciati: sono ancora tutti e
quattro in attività, e comunque vada non possono essere i numeri, da soli, a
definirli, né a stabilire una graduatoria. «Quando sono arrivato nel circuito,
gli Slam non contavano così tanto» ha detto una volta Federer, e il
ragionamento vale ancora di più per il passato. L’apartheid fra dilettanti e
professionisti, durato fino al 1968, ha privato campionissimi come Laver e
Rosewall rispettivamente di cinque e undici anni di Slam: quanti ne
avrebbero potuti vincere? Per decenni, molti dei migliori non sono neppure
andati in Australia, e negli anni Ottanta quella australe era ancora la gamba
zoppa dello Slam. Borg, per esempio, lo ha giocato solo una volta in
carriera. Certo, le statistiche e i record hanno un peso, ma non possono
essere l’ago della bilancia nel decidere chi è stato il più grande. Anche
perché, me ne convinco sempre più, l’ago della bilancia non può esistere.
Se vogliamo invece divertirci a paragonare i Fab Four originali, quelli di
Liverpool ai quattro del tennis, è chiaro che a Federer e Nadal spettano i
ruoli di John Lennon e Paul McCartney (che fra l’altro è mancino), a
Djokovic quello di George Harrison e a Murray quello glorioso, ma minore,
di Ringo Starr. Gli scarafaggi di Liv’pool sono durati otto anni – Starr si
aggregò al gruppo nel 1962 – o, stiracchiando le date, dal 1958, anno in cui
erano già insieme i tre quarti della formazione base, al 1970.
Di Fab Four nel tennis si parla ormai da tredici anni, che diventano sedici
se ci limitiamo al «Fedal», la creatura dotata di due teste e quaranta Slam
equamente divisi fra Federer e Nadal.
L’alchimia che li governa è fatta di somiglianze e differenze, in una
trama di rimandi che ha a che fare con lo stile di gioco, ma anche con la loro
origine e la traiettoria che hanno preso le rispettive carriere.
Federer, in qualche modo, riassume e annulla il carattere della band, e
non solo perché è il più anziano e, almeno per il momento, il più carico di
argenteria raccattata in centotré tornei sparsi in quattro continenti. È di gran
lunga il più popolare: il pubblico ama la sua eleganza e la sua acquisita
sportività da manuale vittoriano, le sue invenzioni tecniche, l’universalità e
l’adattabilità del suo gioco. Il suo Slam più forte è stato Wimbledon, che è
anche il più tradizionale dei quattro, il caveau verde dove si conserva la
pietra filosofale del tennis.
Altra caratteristica fondamentale, spesso trascurata: Federer è nato in
Svizzera, il paese neutrale per eccellenza, ma ha radici sudafricane. Parla
fluentemente tre lingue, ne capisce quattro o cinque, italiano compreso, ed è
il prototipo, l’esemplare zero, il metro di paragone dello sportivo
internazionale e globalizzabile. Un italiano o un tedesco difficilmente
tiferebbero per un francese, e viceversa; spagnoli e inglesi sono storicamente
incompatibili fra loro, i russi con tutti. Da svizzero, Federer è come se fosse
connazionale di tutti e di nessuno, un neutrino geopolitico. Infatti tifano per
lui ovunque: spesso anche contro i campioni locali.
Oltre che la gara con i colleghi tennisti, Rog gioca poi un campionato a
parte con i grandi protagonisti dello sport degli ultimi cinquant’ anni.
Muhammad Ali è stato probabilmente il più grande, ma anche un
personaggio molto divisivo; Tiger Woods ha rivoluzionato il golf, ma poi si
è fatto travolgere da molti, troppi scandali; Michael Phelps ha fatto cose
strabilianti, ma non è mai davvero entrato nel cuore della gente; Maradona è
stato immenso, ma poco gradito a molti per via delle sue infinite magagne
nella vita privata; Jordan è indiscutibile, ma molto americano e
innegabilmente poco empatico; Schumacher è mitico, ma soprattutto per i
ferraristi; Pelé è ormai antico. Roger, invece, è il campione adottabile da
chiunque. L’atleta perfetto, senza macchia e senza peccato, quasi un
cavaliere medievale lanciato alla ricerca del suo personalissimo sacro Graal:
il Grande Slam. Non lo conquisterà mai, ahilui, e questo lo rende umano,
fragile quanto basta, addirittura coccolabile.
Rafa Nadal, che gli è gemello per estrazione sociale – la media borghesia
farmaceutica di Basilea da un lato e quella imprenditoriale di Maiorca
dall’altro –, gli è invece opposto nel look e nell’immagine. Specie al tempo
della sua prima apparizione, con i capelli lunghi da apache, la canotta da
body builder e i calzoncini a pinocchietto, era anche visivamente la
Kryptonite del pretty boy Federer, l’anticristo fanciullo giunto a
minacciarne il regno. I due nella vita privata sono simili, molto più simili di
quanto si possa immaginare – attaccati alla famiglia, alle tradizioni,
insofferenti il giusto ma pazienti oltre ogni limite rispetto al lato glamour
della professione –, ma sul campo incarnano stereotipi agli antipodi. Rafa è
il toro che carica e svelle, che non dubita mai, che sulla base della potenza
del fisico e sull’anomalia dell’impugnatura mancina si è costruito un tennis
apparentemente muscolare e inscalfibile, il Fort Knox del top spin.
Ma Nadal è anche un raffinato conoscitore del gioco, così raffinato da
saperlo scomporre e ricomporre negli elementi di base più facili da
utilizzare: la sua volée è ritenuta da molti esperti superiore a quella di
Federer stesso e la sensibilità della sua mano, ricoperta di cerotti
antivesciche, non è purtroppo moneta corrente. Anzi, è un’evidenza negata
da molti «no-Rafa». Nessuno invece mette in dubbio la sua tempra di
lottatore, di agonista come se ne sono visti pochi, forse nessuno, nell’intera
storia dello sport mondiale. La sua, letta in filigrana, è la storia di tutta una
nazione sportiva, la Spagna, che per decenni ha reso meno di quanto poteva,
ma che con la scossa impressa dalle Olimpiadi del 1992 si è mutata in paese
guida, in superpotenza globale capace di dominare nel calcio con
Barcellona, Real Madrid e la nazionale, nel tennis con Nadal,
nell’automobilismo con Alonso e nel golf con Ballesteros e Sergio García. E
«Vamos, Rafa!» è diventato uno slogan conosciuto e imitato da tutti.
Djokovic, il Terzo Uomo, aggiunge una nota diversa, un retrogusto
particolare, che oscilla fra il mistico e il pragmatico, fra la cura maniacale
del fisico e la potenza della mente. Accanto all’eleganza a volte un po’
frigida di Federer e alla forza smodata di Nadal, Nole incarna il ritmo,
l’implacabilità del metronomo umano, la determinazione di chi sente di
avere una missione da compiere. Il suo tennis è incalzante, soffocante, un
progressivo strangolamento che induce anossia nell’avversario. Il suo corpo
narra già da solo una storia. Lungo, snodabile, persino allungabile – Reed
Richards, l’uomo di gomma di un altro celebre quartetto, è il più azzeccato
dei suoi soprannomi –, Djokovic ha fatto leva sull’alimentazione
controllatissima, vegana o quasi, per arrivare alla massima efficacia, alla
pura economia di rendimento, come il suo antenato Lendl. Non solo non ha
mai un capello fuori posto, non ha mai un etto di troppo sotto la t-shirt, ma
possiede una deriva ascetica e una mente prensile che nascondono un
temperamento paradossalmente scisso. Da una parte il Djokovic eroe
nazionale, depositario del revanscismo serbo, devoto al patriarca ortodosso
e alla sua guida spirituale. Dall’altra il Djoker, il ragazzo sveglio,
intelligente, abilissimo nelle imitazioni, amico di Fiorello, pronto allo
scherzo, intrattenitore nato. Il burlone capace di entrare in campo a
Halloween con la maschera di Darth Vader, ma anche di impartire ordini e
gelare chiunque con uno sguardo da capobranco. O di urlare come un
guerriero dopo una vittoria, i muscoli tesi e gli occhi fuori dalle orbite.
«Novak è un inviato di Dio, un miracolo invisibile» sostiene messianico
il padre Srdjan. «È apparso nel momento peggiore per la Serbia e per il
popolo serbo, che ha affrontato bombardamenti, sanzioni, umiliazioni e
oppressioni. Immaginate di vedere venti dei paesi più ricchi del mondo
bombardare la piccola Serbia. Nonostante tutti questi problemi, Novak è
apparso, come se Dio lo avesse mandato per mostrare che non siamo un
popolo genocida, che non siamo i peggiori del mondo; anzi, che facciamo
parte della civiltà europea e non abbiamo nulla di cui vergognarci.»
Una vocazione profetica che si scontra con la diffidenza, o se volete il
preconcetto, di chi guarda con sospetto sia le sue uscite cabarettistiche, oggi
sempre più rare, sia il gesto delle tri prsta – le tre dita alzate al cielo dopo
ogni vittoria –, che simboleggiano l’orgoglio etnico e nazionalistico dei
serbi. Un garbuglio molto slavo, che si porta dietro la memoria delle guerre
balcaniche e che non aiuta il Djoker a conquistarsi la simpatia del pubblico.
Perché Novak, molto più di Nadal, è considerato il cattivone che ha
ucciso Bambi Federer. L’intruso, il convitato di gomma che vorrebbe essere
amato e invece viene spesso fischiato o male interpretato. Soprattutto da chi
tende a trascurarne la dimensione da campione assoluto e l’impegno con cui
si è speso in iniziative sociali. Un profeta rovesciato rispetto al proverbio
nemo propheta in patria: snobbato all’estero, amatissimo in Serbia.
«Novak non è affatto infastidito dalle critiche» dice Srdjan. «La
testardaggine serba è ben nota e penso che, quando la gente si inventa cose
su di lui che non hanno nulla a che fare con la realtà, gioca persino meglio.
Novak vuole dimostrare che il tennis non è solo uno sport, è anche vita, una
vita possibile per migliaia di giovani che stanno lottando.»
Uno contro tutti, tutti contro uno. Una personalità che polarizza, e certo
le uscite no-vax durante il primo lockdown – con il focolaio acceso dalla
sua esibizione, organizzata ignorando gli appelli a rispettare le norme di
sicurezza – e quelle imbarazzanti a proposito del pensiero positivo che
sarebbe capace di purificare l’acqua contaminata, non hanno aiutato la sua
causa. «Miliardi di persone nel mondo sanno che lui è il migliore di tutti i
tempi e il miglior tennista degli ultimi anni. Se la pensano diversamente, che
lo pensino pure, ma la stragrande maggioranza del mondo lo sa. Il 97 per
cento dei serbi crede che Djokovic sia un successo, e chi non lo crede, che
resti pure nel fango in cui si trova.» La percentuale citata da Djokovic senior
non è casuale. Coincide con quella di alcuni sondaggi condotti ai tempi del
primo boom di Nole, nel 2011, dopo la vittoria a Wimbledon e la conquista
del numero uno. Secondo i sondaggisti, Novak non avrebbe nessun
problema a essere eletto presidente della Serbia – e con percentuali più
bulgare che serbe –, se decidesse di darsi alla politica e presentarsi alle
elezioni.
«Sono sondaggi circolati qualche tempo fa» mi ha spiegato un collega
serbo. «E sono verosimili, ma non credo che Nole si darà mai alla politica.
La sua vera ambizione, il suo sogno, è fare l’attore. Ogni tanto ha recitato in
qualche commedia, in piccoli teatri, e la gente lo apprezzava.»
L’aver sofferto da giovane e l’essere al centro delle aspettative di una
nazione sono tratti che avvicinano la carriera di Djokovic a quella di Andy
Murray. I due, fra l’altro, sono nati ad appena una settimana di distanza e
sono amici da decenni. Pure come stile di gioco sono simili, con gli stessi
punti forti – rovescio e risposta –, anche se Andy è decisamente più forte al
volo.
Gli echi degli spari nella Dunblane Primary School non si sono mai
spenti nella memoria di Murray, proprio come il fragore dei bombardamenti
su Belgrado occupa ancora l’hard disk mentale di Djokovic. E se Novak ha
portato sulle spalle per anni, da solo, il peso di un paese poco tennistico –
anzi, quasi per niente –, trasformandolo insieme ad Ana Ivanović, Viktor
Troicky e Janko Tipsarević in una superpotenza della racchetta, Murray ha
dovuto smentire quasi ottant’anni di flop britannici a Wimbledon. Una
tensione talmente forte da provocargli afte a ripetizione ogni volta che si
avvicinava la quindicina del torneo.
«Arrivavano il martedì o il mercoledì prima dei Championships, ogni
anno: il segno che, nonostante io cercassi di bloccare tutto quello che il
torneo significava per me e per chiunque altro nel paese, il mio corpo
rispondeva allo stress in una maniera che non potevo controllare.»
L’altro effetto collaterale sono le smorfie di disgusto alla McEnroe, le
incazzature con il suo clan e i bestemmioni a microfoni aperti: insomma,
tutto il vasto repertorio di pessime abitudini che gli hanno cucito addosso
l’immagine di atleta bizzoso e maleducato, oltre che lamentoso.
Ma il Murray fuori dal campo e lontano dalle luci delle telecamere è
tutt’altro che un selvaggio delle Highlands. Gentile, riflessivo, misurato,
dotato di un raffinato sense of humour, assomiglia decisamente più a John
Cleese che a un bullo da pub. Con Federer condivide il desiderio di
costruire una famiglia numerosa – è a quota tre, per ora, contro i quattro
gemelli di Roger – e il bisogno di difenderla dalla curiosità dei fan. Ad
accostarlo a Nadal è la consuetudine con gli infortuni, più o meno gravi, con
cui ha iniziato a battagliare da giovane e che hanno rischiato di
compromettere la sua carriera – e continuano a tormentarlo ancora oggi:
due operazioni all’anca, anche da ultratrentenne.
Com’è accaduto prima di lui a Greg Rusedski, canadese naturalizzato
britannico, all’inizio della carriera veniva celebrato come salvatore della
patria nei giorni di vittoria, ma alla prima sconfitta tornava puntualmente a
essere un mezzo estraneo. Si è ironizzato a lungo sul «barometro» di
Murray, che dal britannico si spostava addirittura verso l’inglese quand’era
in buona, per ripassare al «maledetto scozzese» appena perdeva. Ma ormai i
due centri a Church Road e il titolo di baronetto ne hanno fatto, oltre che un
membro a pieno titolo dei Fab Four, anche una sorta di appendice sportiva
della Royal Family.
Alla fine la soluzione, credo, è semplice: a ciascuno il suo. Tenendo
presente la supremazia innegabile di Federer, Nadal e Djokovic – in rigoroso
ordine d’età –, scegliamoci il campione che più ci piace, ci rappresenta, ci
emoziona. E continuiamo a seguirlo fino a quando questa straordinaria
epoca non diventerà, il più tardi possibile, un ricordo.
Nota bibliografica
Fabrice Abgrall e Francois Thomazeu, La saga des Mousquetaires. 1923-1933: La Belle Époque du
Tennis Français, Calmann-Lévy, Paris 2008.
Gianni Clerici, 500 anni di tennis, Mondadori, Milano 1974.
Novak Djokovic, Il punto vincente, traduzione di Ilaria Katerinov, Sperling & Kupfer, Milano 2014.
Alan Little, Tennis and the Olympic Games, Wimbledon Lawn Tennis Museum, London 2009.
Luca Marianantoni, 150 volte Slam. Storie del grande tennis: le imprese dei campioni che hanno
trionfato nei quattro tornei più prestigiosi del mondo, Pendragon, Bologna 2019.
Andy Murray, Seventy-Seven. My Road to Wimbledon Glory, Headline Publishing Group, London
2013.
Judy Murray, Knowing the Score. My Family and Our Tennis Story, Penguin Random House, London
2017.
Rafael Nadal e John Carlin, Rafa. La mia storia, traduzione di Marilisa Santarone e Chiara Tixi,
Sperling & Kupfer, Milano 2011.
Fred J. Perry, Perry Wins! Expert Advice for All on Lawn Tennis, Hutchinson, London 1936.
Stefano Semeraro, Il codice Federer, Pendragon, Bologna 2018.
René Stauffer, Roger Federer. La biografia definitiva, traduzione di Anna Maria Foli, Sperling &
Kupfer, Milano 2020.
David Foster Wallace, Roger Federer come esperienza religiosa, traduzione di Matteo Campagnoli,
Casagrande, Bellinzona 2010.
Ringraziamenti
Voglio ringraziare innanzitutto mia moglie Roberta, che ha avuto la
pazienza di sopportarmi e consigliarmi durante lunghi mesi di ricerche e
notti insonni.
Come sempre, devo riconoscenza a tutti coloro con cui ho condiviso
settimane ai tornei, cene, chiacchierate, telefonate, passeggiate, e
ultimamente anche chat sul tennis, e in particolare a Luca Marianantoni,
Vittorio Selmi, Gianni Clerici, Rino Tommasi, Alessandro Merli, Claudio
Giua, Stefano Massari, Carlo Annovazzi, Leo Bassi, Fabio della Vida,
Beatrice Manzari, Daniele Azzolini, Mario Viggiani, Dario Torromeo,
Benito Pérez Barbadillo, Nicola Arzani, Cecilia Ghe, Ray Giubilo, Paul
Zimmer, Angelo Tonelli, Estela Radwanska (per l’ospitalità londinese),
Milena Naldi, Massimo Grilli, Riccardo Piatti, Max Sartori, Vincenzo
Santopadre, Massimo D’Adamo e a tutti gli amici del «Colombaccio».
Un grazie a Roberto Lombardi e a Viviano Vespignani, che sono sempre
nel mio cuore.
Grazie a Roger, Rafa, Novak e Andy per le emozioni che mi hanno
regalato in questi anni. Qualche volta in questo libro mi sono permesso di
immaginare e mettere nero su bianco i loro pensieri, e spero non me ne
vogliano.
Grazie infine a Ester Mazzoni e Beatrice Serra, che mi hanno aiutato,
con pazienza e cortesia, a migliorare il testo lottando contro la mia
testardaggine.