Автор: Collins B. Gowar I.H. Pulley N. Kid J.
Теги: medicina alzheimer candalomedico demenza salute ricerca terapia cura malattia diagnosi trattamento progresso eticamedica
ISBN: 978-88-545-2445-3
Год: 2021
I NARRATORI DELLE TAVOLE
BRIDGET COLLINS
IMOGEN HERMES GOWAR
NATASHA PULLEY
JESS KIDD
LAURA PURCELL
ANDREW MICHAEL HURLEY
KIRAN MILLWOOD HARGRAVE
ELIZABETH MACNEAL
Natale con i fantasmi
traduzione dall’inglese di
Simona Fefè
Titolo originale:
The Haunting Season
Uno studio in bianco e nero © Bridget Collins 2021
L’inquilina di casa Thwaite © Imogen Hermes Gowar 2021
I cantori delle anguille © Natasha Pulley 2021
Lily Wilt. Ovvero, del giglio appassito © Jess Kidd 2021
La sedia di Chillingham © Laura Purcell 2021
Sempreverdi di Natale © Andrew Michael Hurley 2021
Isolamento © Kiran Millwood Hargrave 2021
Mostro © Elizabeth Macneal 2021
First published in Great Britain in 2021 by Sphere, an imprint of Little, Brown Book Group
© 2021 Neri Pozza Editore, Vicenza
ISBN 978-88-545-2445-3
Il nostro indirizzo internet è: www.neripozza.it
Uno studio in bianco e nero
Bridget Collins
Forse, se non si fosse fermato ad asciugarsi la fronte proprio in quel punto,
Morton non avrebbe notato la casa bianca e nera. Di fatto, si era appena
rimesso il berretto ed era tornato a inforcare la bicicletta, che il suo sguardo
fu attratto dal cancello in ferro battuto nel muro, oltre il quale colse
un’apparizione fugace di luci e ombre: talmente fulminea da impedirgli di
capire ciò che aveva visto, ma da costringerlo ad accostare goffamente,
semiappollaiato sul sellino, e a sbirciare da dietro le sbarre di metallo. Tra
nuvole di fiato, scorse una casa come tante, antica, in legno e muratura,
circondata da un sobrio giardino all’italiana. Sembrava uno schizzo a
inchiostro: le travi strette, il vialetto imbiancato dalla brina invernale, la
simmetria tronca dei tassi con le loro ombre allungate… Le case analoghe
in cui si era imbattuto erano diroccate – i timpani sbilenchi o inclinati in
avanti – e sprofondate sotto il peso dei secoli; questa invece stava eretta, le
linee precise e l’inclinazione giusta. Ciò nonostante, non pareva affatto una
costruzione recente.
Morton la osservò a lungo, ne apprezzò l’ordine, il metodo e la
disciplina; quella casa, che non cedeva a compromessi, che mostrava di
dominare la gravità e il tempo, incontrava la sua approvazione. Rimase un
bel po’ a sbirciare da dietro le sbarre del cancello. Vi regnava una quiete
particolare. Quel posto gli ricordava qualcosa, ma fu solo quando –
finalmente – si decise a staccarsi da lì e a riprendere a pedalare lungo la
strada che capì di cosa si trattasse, e questo perché, girandosi a guardarla, la
vide da un’altra prospettiva ed ebbe modo di notare diverse file di figure in
arte topiaria sui due lati di un ampio viale. Erano alberi potati in forme
elaborate e familiari: torri, cavalli, alfieri, re e regine, con davanti i lunghi
ranghi dei pedoni. In un giorno d’estate l’effetto forse sarebbe stato festoso;
in quella fredda immobilità, invece, era funereo, sbalorditivo. Morton e la
sua bicicletta sbandarono, e lui dovette lottare per recuperare l’equilibrio
intanto che svoltava dietro una curva. Sì, era proprio così: la casa gli aveva
fatto venire in mente il gioco degli scacchi. Una scatola di pezzi, una
scacchiera piatta, il disegno monocromo di brina e ombra. Per pura
coincidenza l’idea gli era venuta prima di vedere gli alberi potati – sempre
che il proprietario non fosse stato colto dalla stessa visione e avesse
progettato il giardino di conseguenza. Oppure no, pensò Morton: forse
aveva inconsapevolmente intravisto gli alberi da un’apertura nel muro, e
aveva fatto l’associazione senza rendersene conto. Doveva essere andata
così.
Si piegò sul manubrio e pedalò di foga, lottando contro l’impulso di
tornare indietro. In un primo momento, ebbe la forte consapevolezza della
casa che rimpiccioliva sempre più, e ogni giro di ruota gli richiese uno
sforzo superiore al necessario, ma dopo qualche minuto dovette affrontare
una salita impegnativa e lo sforzo spazzò via ogni altro pensiero. Il sole salì
più in alto, abbagliandolo da sopra gli alberi. Avvertì un calore piacevole, e
poi un certo appetito. Il suo itinerario lo portò a compiere una sorta di otto
per raggiungere il villaggio, dove aveva programmato di fermarsi a pranzo
presso una famosa e antica locanda; ma la strada del ritorno era diversa, e
quando finalmente scese dalla bicicletta davanti allo Swan la sua mente era
concentrata solo su una pinta della birra locale e un piatto di spezzatino di
coniglio o di rognoni alla diavola. Entrò nel locale, si tolse il berretto e i
guanti e si sedette davanti al fuoco.
Fu solo allora, mentre veniva invaso da una piacevole spossatezza, che la
casa gli si riaffacciò alla memoria. Rivide le file di tassi geometrici che si
fronteggiavano dai due lati del viale sbiadito, e con la fantasia spinse
delicatamente in avanti il pedone nell’apertura di regina. Aveva una
passione per gli scacchi; ricordava con gioia le vittorie sui cugini e la
sorella, che, una volta, aveva gettato a terra la scacchiera, rifiutandosi
categoricamente di giocare ancora con lui. La soddisfazione di dichiarare
scacco matto era quasi ineguagliabile, come quella di stare a guardare
l’avversario risentito che con il dito faceva cadere il re, in segno di resa.
Provava ancora il godimento nascosto di una vittoria in una partita in casa:
giocava contro il capitano del Circolo di scacchi, che gli concesse una
debole quanto detestabile stretta di mano prima di filare via, umiliato.
Quanto gli era piaciuto.
Una voce femminile chiese, «Cosa vi porto, signore?»
Morton batté le palpebre e ordinò una pinta di birra e – dopo un’attenta
disamina – una porzione di costolette di montone. Il pasto, quando arrivò, si
rivelò sorprendentemente gustoso, e dopo mezz’ora Morton era ancora
seduto in poltrona, satollo e soddisfatto come si sentiva già da qualche
tempo… Per la precisione, da quando aveva lasciato la precedente
abitazione piuttosto precipitosamente, dopo che era venuto a galla un fatto
vagamente spiacevole. La pensione in cui alloggiava a Ipswich distava circa
quindici miglia, ma lui sprofondò ulteriormente nella poltrona e ordinò
un’altra pinta. Quando la cameriera lo servì, ne approfittò per chiederle,
guardando la luce del fuoco giocare con il liquido ambrato, «Per caso
conoscete una casa verso est, con gli alberi a forma di pezzi di scacchi?»
Lei esitò. Stupito, Morton sollevò lo sguardo, in tempo per cogliere un
lampo di diffidenza sul volto della donna, che rispose, «Quella bianca e
nera, intendete?»
«Esatto». Benché la descrizione si adattasse a un’infinità di abitazioni,
Morton ebbe, chissà come, la certezza che lei sapesse esattamente a quale
casa avesse fatto riferimento.
«Sì» disse la donna. Un attimo di silenzio, poi fece per allontanarsi.
Che impertinenza. «A chi appartiene?» insisté lui, allungando il braccio.
Non che intendesse afferrarla, ovviamente, ma la mano tesa bastò a farla
trasalire, bloccandola nell’atto di andarsene.
«Il proprietario non è di queste parti. Il vecchio è stato l’ultimo».
«Ma di qualcuno dovrà pur essere un posto così». Lei fece spallucce. «E
allora chi ci abita?»
«Nessuno, al momento». Si chinò per pulire il tavolo accanto al suo,
distogliendo lo sguardo.
Una strana scintilla guizzò nel petto di Morton. «Quindi è vuota?»
La donna non rispose, e lui respirò a fondo per reprimere l’irritazione.
Da quelle parti forse non erano abituati alle persone educate;
presumibilmente avevano più a che fare con contadini e villici. Disse, con
voce più stentorea, «Avrei piacere di vedere il giardino. Di visitarlo,
intendo».
«Immagino che i cancelli siano chiusi».
«Sì, ne sono consapevole. Mi chiedevo solo se… oh, lasciate stare».
Tornò a adagiarsi contro lo schienale congedando con un gesto della mano
la donna, che se ne andò senza scusarsi e senza voltarsi indietro.
«È in affitto».
Morton trasalì. La voce – carezzevole e inaridita – saliva da un angolo in
ombra della sala, che in un primo momento gli era parso vuoto; a quel
punto però scorse una sagoma al piccolo tavolo. «Prego?» disse,
protendendosi.
«La casa bianca e nera» ribadì l’uomo, senza muoversi e mantenendo il
volto in ombra. Fu solo allora che Morton si accorse che il sole invernale
non illuminava più la sala, e che il pomeriggio cominciava ad avanzare.
«Perdonatemi» proseguì l’altro, «ma non ho potuto evitare di ascoltare. Una
bella proprietà, vero?»
«Notevole, oserei dire» rispose Morton.
«Se desiderate fare un giro, credo che l’agente immobiliare possa
accompagnarvi. Letterman, sulla piazza». L’uomo compì un gesto: si
muoveva a scatti, goffo, come se fosse azionato da fili. «Vicino al
municipio. Ma dovete affrettarvi, in inverno chiude prima».
«Sì. Sì, certo». Morton balzò in piedi, benché fino a un momento prima
si fosse sentito troppo pieno e insonnolito per muoversi e quasi tutta la birra
fosse ancora nel bicchiere. Era felice di quella notizia, ovvio, e ansioso di
andare a informarsi all’agenzia; una fretta che non aveva niente a che fare
con gli occhi scintillanti dell’uomo, o con il modo in cui le ombre si
addensavano e si disegnavano sulla parete alle sue spalle. «Grazie» disse.
«Non c’è di che».
«Buon pomeriggio». Trafficò con il berretto e i guanti, facendone cadere
uno a terra, e mentre si chinava per raccoglierlo notò che l’uomo sedeva
davanti a una scacchiera. «Ah» disse, consapevole di quanto la fretta di
congedarsi lo avesse reso molesto, «un appassionato come me».
«Sì…» rispose l’altro, «in un certo senso».
Un breve silenzio. In altre circostanze, Morton si sarebbe trattenuto per
immergersi in una conversazione erudita su, per esempio, i pregi e i difetti
dell’apertura di re o di regina. Invece, si limitò a ripetere, «Ebbene, grazie»,
prima di precipitarsi fuori, lieto di sentire la porta chiudersi alle sue spalle e
l’aria fredda sul viso.
L’agente – un ometto occhialuto con il colletto consunto – non riuscì a
dissimulare lo stupore per la sua richiesta, ma dopo aver sgranato un attimo
gli occhi, disse, «Sì, sì, certo, sì» ed esibì una chiave, tutto entusiasta. «La
casa bianca e nera, perbacco, sì. Un affitto assai ragionevole, assai
ragionevole. Avete visto altre proprietà in zona?»
Morton gli spiegò che aveva preso una stanza in una pensione di
Ipswich, e che fino a quel giorno non aveva affatto desiderato – né gli era
passato per la testa – affittare una casa. Si aspettava qualche altra domanda,
visto che, dopotutto, la situazione era abbastanza insensata, ma dopo un
lieve guizzo delle sopracciglia l’agente disse, «Ah, sì, sì, certo» e prese il
cappello. «Immagino vogliate visitarla».
Era più vicina di quanto gli fosse parso, poco fuori dal paese, ma quando
l’agente aprì il cancello il sole era già tramontato dietro gli alberi e il
giardino era in ombra. Nel crepuscolo incipiente, gli alberi potati parevano
massicci e solidi, come di pietra nera. Morton si fermò, voltandosi piano per
guardare i ranghi ai suoi lati. Nero contro il nero, pensò, e avvertì un
brivido alla nuca. «Signor Morton?» lo richiamò l’agente dalla porta.
«Vogliamo entrare?»
Morton si scosse. «Perdonatemi» disse, e si affrettò a raggiungerlo,
poggiando la bicicletta contro il muro.
«Come vedete, è completamente arredata. L’attuale proprietario, a quel
che ne so, non se ne interessa, quindi la casa è esattamente com’era quando
il vecchio… sì, ecco. Un poco antiquata, forse, ma vi potete trasferire anche
subito. Stasera stessa, se preferite!» Si produsse in un raglio di risata. «Da
questa parte, prego…»
All’interno regnava l’oscurità; i soffitti erano bassi e il mobilio –
decisamente parecchio antiquato – era talmente ammassato che Morton fu
costretto a farsi strada zigzagando per stare dietro all’agente. Le stanze
erano lunghe, con ampie bifore che mandavano riflessi azzurrini nel
tramonto. Attraversarono uno stretto corridoio e poi salirono le scale;
l’agente disse, «Qui si trovano le camere da letto», ma ormai pareva
trafelato, impediva a Morton di guardare con attenzione. «Si sta facendo
tardi» spiegò, «e questo posto è un po’ tetro. Non vorrei farvi fretta, ma…»
«C’è il gas?»
«No… ancora lampade, temo. E candele, ovviamente. Ma il gas
rovinerebbe l’atmosfera, non credete?» Il tono contraddiceva le parole; si
girò, oltrepassò Morton e scese rapidamente le scale. «Avete visto
abbastanza?»
Morton tentennò, osservando una camera da letto dalla soglia: un letto a
baldacchino, uno specchio, un tavolo con le gambe a tortiglione, un
candelabro con candele mezzo consumate avvolte nella cera. Ma ad attirare
la sua attenzione fu la vista all’esterno, le file di scacchi ammassati in attesa
sul prato. Difficile distogliere lo sguardo. «Sì, direi» rispose.
«Oh. Bene, vogliamo…?» L’agente gesticolò debolmente con il braccio.
«Capisco che non incontri i gusti di tutti. Queste residenze storiche in
inverno possono risultare opprimenti».
«La prendo».
«E, ovviamente…» si bloccò. «Prego?»
«La prendo» ripeté Morton. Perché la gente del posto faticava tanto a
recepire una semplice frase? «Farò portare qui i miei effetti domani.
Vogliamo tornare in agenzia? Immagino di dover firmare qualcosa».
«Oh… no, no, ci sarà tutto il tempo, quando vi sarete trasferito» balbettò
l’agente. «È… be’… sono lieto che vi piaccia. Definiremo i dettagli
dell’affitto con comodo».
Morton annuì. Seguì un breve silenzio; poi, vagamente incredulo, si rese
conto che l’agente lo stava aspettando, per andare via insieme. «Rimango
qui» disse. «È tardi per tornare alla pensione in bicicletta. Immagino di
poter cenare allo Swan».
«Certo, ma…»
«Avete detto che mi sarei potuto trasferire anche stasera, se l’avessi
desiderato».
«L’ho detto, certo». L’agente tossicchiò. «Sta a voi, naturalmente. Se
siete ansioso di stabilirvi». Gli tese la chiave. «Domattina, allora. Sapete
dove trovarmi. E…» Dondolò sulle gambe, poi aggiunse, «Se cambierete
idea stanotte, non ne parleremo più».
«Sono certo di potermela cavare» disse Morton. «Mi accenderò un bel
fuoco in salotto».
«Sì, be’, allora buonanotte». L’agente lo salutò con un cenno del capo e
si dileguò.
Morton sentì i suoi passi accelerare lungo il corridoio e il portone
chiudersi con un tonfo. Diede all’agente il tempo di percorrere il viale e
uscire in strada. Poi fece un profondo sospiro soddisfatto e attraversò il
corridoio, provando il brivido del possesso. Che cosa inattesa, miracolosa!
Quasi rise al ricordo – era successo solo quella mattina? – della visione
della casa dalla strada. Ora era tutta sua da esplorare e conquistare…
In quegli ultimi istanti era quasi scesa la notte, così prese il candelabro e
andò di stanza in stanza, schivando sedie dalle zampe artigliate e tendaggi
polverosi, prendendo libri dagli scaffali e aprendo credenze e cassetti.
L’agente aveva definito la casa “arredata”, ma era molto di più: dava
l’impressione di essere rimasta esattamente com’era, di essere stata
abbandonata tra un rintocco d’orologio e l’altro. Solo una stanza era
perfettamente in ordine: la camera di un bambino, sul retro, con uno
scaffale di giocattoli disposti per bene, una mazza da cricket in miniatura
appoggiata in un angolo e, sul sedile sotto la finestra, una piccola scacchiera
e una pila di libri. Morton si fermò sulla soglia, prima di chiudere la porta
con più energia del necessario e passare oltre.
In tutte le altre stanze c’erano tracce del vecchio: niente di evidente
come un pasto non consumato o una pipa fumata a metà e abbandonata su
un tavolinetto – ma candele, un sapone sul portacatino, un asciugamano
appeso… Trovò una copia del «Chess Player’s Chronicle» in salotto, a
cavallo del bracciolo del divano, come se il lettore avesse voluto usarla per
occupare il posto. Di fronte al divano, in un angolo della stanza che
cominciava a addensarsi di ombre, c’era una scacchiera con i pezzi disposti,
pronti per una partita. Erano di pietra, o forse di giaietto e avorio? Morton
prese un pedone, avvertendone il peso e la consistenza liscia e untuosa, poi
lo ridispose con cura davanti alla regina. Più tardi magari avrebbe trovato
un problema sul «Chronicle» e l’avrebbe studiato fino a quando non avesse
avuto abbastanza sonno da andare a letto; risolveva meglio i problemi
osservando i pezzi su una vera scacchiera. Raddrizzò il pedone con la punta
del dito, disponendolo con precisione al centro del suo scacco, poi si
allontanò. Uscendo dalla stanza, ebbe l’improvvisa, inspiegabile sensazione
di aver dimenticato qualcosa o di aver commesso un errore, come lasciare
un bicchiere dove un braccio maldestro l’avrebbe urtato di sicuro, o una
finestra chiusa male prima di un temporale. Ma fu solo quando entrò in
cucina per esaminare lo scatolame rimasto nelle credenze che, con un
sorriso ironico, si rese conto della propria superficialità: da giocatore
attento, avrebbe dovuto sussurrare j’adoube1.
Faceva freddissimo. Per prima cosa, bisognava arginare quel gelo
pungente; mentre fissava l’enorme fornello spento, Morton dovette
riconoscere che, tutto sommato, quello non era il posto ideale in cui passare
la notte. Ma gli parve di ricordare che, avvicinandosi alla casa, l’agente
avesse accennato a una domestica a ore – cosa che senza dubbio spiegava
l’assenza di polvere e ragnatele –, e l’indomani avrebbe preso accordi con
la donna per le faccende di casa; nel frattempo, trovava stimolante essere lì
da solo, intento a frugare nelle credenze a caccia di ciò che gli serviva. Una
volta, da bambino – dopo chissà quale marachella –, si era nascosto per ore,
ascoltando con crescente piacere la voce della madre che si faceva sempre
più preoccupata, e infine spaventata. L’aveva lasciata a chiamarlo per un bel
po’ prima di ricomparire, assaporando quel potere. Non seppe spiegare
come mai gli fosse tornato in mente proprio in quel momento, ma si scoprì
in viso un sorrisetto asciutto e insolito mentre rovistava a caccia di vecchi
giornali e ramoscelli, prima di inginocchiarsi per accendere un fuoco nel
grande camino del salotto. Una volta che la fiamma ebbe attecchito, si
rilassò sulle ginocchia e fece un profondo sospiro soddisfatto. Aveva
pensato di cenare alla locanda, ma non aveva fame, e ora che il fuoco era
acceso non aveva nessuna voglia di avventurarsi nel gelo della notte. Si
alzò, si spazzolò la cenere dalle ginocchia dei pantaloni e andò alla finestra
per tirare le tende. Si bloccò a metà, colpito dallo spettacolo del giardino.
Era sorta la luna, tingendo il prato d’argento, mentre gli alberi e le loro
ombre erano di un nero denso; in quel bagliore invernale, il mondo intero si
era trasformato in perla ed ebano. Era spettrale, alieno, e a Morton parve di
non aver mai assistito a un simile incanto.
Ma non era uomo da lasciarsi sedurre da una cosa effimera come la
bellezza. Tirò le tende con tale decisione che una nube di polvere lo fece
tossire, poi si volse verso la stanza. L’occhio gli cadde su una caraffa di
brandy posata sul tavolinetto. L’annusò – dapprima con titubanza, poi con
gioia – e se ne versò una dose abbondante in uno dei bicchieri lì accanto.
Poi si avvicinò al camino, si adagiò sul divano ed espose le suole delle
scarpe alla fiamma. Si compiacque con se stesso: una casa come quella, per
un affitto irrisorio… Il brandy era eccellente, il fuoco stava scaldando
l’ambiente, e, dopo l’attività del mattino e gli eventi inattesi del
pomeriggio, provò un principio di stordimento. Sentì il calore lambirgli le
caviglie e diffondersi nella stanza; i crepitii delle fiamme erano
accompagnati dal ruggito dell’aria nel comignolo e dai gemiti di
assestamento delle mura antiche. Le travi del soffitto mormorarono un poco
quando l’aria calda le raggiunse. Morton cominciava a cedere al sonno,
quando sentì una lunga serie di tonfi sempre più vicini sul pavimento e si
raddrizzò di scatto, il cuore in gola, quasi aspettandosi di vedere qualcuno.
Impiegò qualche istante a mettere a fuoco e, per un attimo, prima di poter
battere le ciglia, gli parve di scorgere un’ombra scura sfrecciare e sparire.
Gli balzò il cuore in gola. Ma ovviamente non c’era nessuno. Doveva essere
stato il legno che si era mosso nelle giunture tra le assi; aveva sentito altre
vecchie case produrre rumori misteriosamente simili a voci o passi. Si
rilassò, sforzandosi di fare una risatina, e abbandonò il capo contro l’angolo
del divano. In quello stesso istante, la poltrona di pelle di fronte a lui,
sull’altro lato della scacchiera, emise un lieve sospiro, come se qualcuno
l’avesse appena occupata.
La spiegazione era semplice, anche più di quella per le assi del
pavimento: l’aria all’interno, assecondando una corrente scaldata dal fuoco,
doveva aver espanso e contratto il cuscino. Ma non riuscì a non fissare la
poltrona strizzando gli occhi e con il cuore che batteva all’impazzata. Tutto
era immobile. La pelle si era piegata sotto il peso di un corpo, maschile, gli
parve, spigoloso e con i fianchi stretti, abituato a puntare i gomiti sui
braccioli imbottiti: per una frazione di secondo Morton riuscì quasi a
vederlo, tra le ombre scavate dalle fiamme. Batté le palpebre per scacciare
quell’immagine e bevve un altro sorso di brandy, che con la sua dolcezza
intensa placò il brivido alla nuca. Buttò giù un altro bel sorso per
scaramanzia e spostò il fondoschiena cercando di ritrovare la comodità che
aveva provato solo qualche secondo prima. Andò con lo sguardo alla
scacchiera.
Il pedone bianco era fuori posto.
Morton rimase pietrificato. Invece di aspettare in riga, il pedone era
avanzato, staccandosi dagli altri: l’apertura di regina. Impossibile. L’aveva
rimesso a posto… non aveva forse detto tra sé j’adoube?
Ma… no. Doveva averlo mosso. L’aveva preso per sentirne il peso, e poi
l’aveva rimesso giù. Doveva aver dimenticato la posizione in cui l’aveva
lasciato, tutto qui. Era la cosa più ovvia del mondo spostare il pedone, dare
automaticamente il via a una partita – quasi senza rendersene conto – per
poi dimenticarsene. E ora, fissandolo, si sentiva assurdamente paralizzato,
con il fiato corto… Allungò la mano, che si bloccò sopra la scacchiera
come se avesse urtato contro un pannello di vetro. Non voleva toccarlo. Ne
ricordava la consistenza sul palmo, e la lieve untuosità che l’aveva indotto a
chiedersi se non fosse d’avorio invece che di pietra.
Si ritrasse. L’istinto lo indusse a spostare lo sguardo sulla poltrona in
ombra: era vuota, e i contorni della pelle erano anonimi. Tutto sommato,
non era che una vecchia poltrona infossata da anni di uso. L’elettricità che
aveva pizzicato la schiena di Morton si spense, lasciando solo spossatezza.
Era l’effetto dell’esercizio e dell’agitazione e – fissò il bicchiere,
accorgendosi di aver bevuto quasi tutto il brandy – degli eccessi. Ne buttò
giù il fondo e posò il calice accanto alla scacchiera. Era ora di andare a
letto.
Dormì male. La stanza era ghiacciata, e lui era stato troppo schizzinoso
per infilarsi sotto le coperte: aveva preferito giacere vestito sulla trapunta,
coprendosi con il cappotto, quindi forse non c’era da stupirsi se sognò di
essere ancora nel dormitorio del collegio, in parte ricordando e in parte
reinventando gli infiniti dispetti e scherzacci inflitti agli altri bambini.
Quando si svegliò – non appena si rese conto di dove fosse, perché i residui
intensi del sogno gli aleggiarono come nebbia davanti agli occhi per
qualche istante – pensò al caffè, all’acqua calda per radersi, al fuoco vivace
nella sala da colazione della sua pensione. Imprecò. Come gli era venuto in
mente di fermarsi lì e, peggio ancora, di prendere in affitto quel posto?
Scese rigidamente dal letto e caracollò lungo il corridoio fino alle scale,
lamentandosi ad alta voce.
Ma quando oltrepassò la finestra in cima ai gradini il suo umore migliorò
di colpo. La giornata era nitida come un diamante; il giardino di un verde
argenteo nell’alba, gli alberi potati un miracolo di simmetria. Dopotutto,
sarebbe bastato poco per rendere quel luogo abitabile. Camini accesi,
lenzuola pulite, spesa a domicilio, i servizi di una vecchia rispettabile e lui
sarebbe diventato – sorrise – il padrone di tutto ciò che stava
contemplando… Scese le scale a precipizio e uscì nell’aria tersa e
corroborante; un minuto dopo volava lungo il vialetto in sella alla bicicletta,
entrando e uscendo dall’ombra degli alberi, fino alla strada che portava al
paese.
E la mattinata fu assai proficua. L’agente dissimulò magistralmente lo
stupore quando lo scoprì ancora impaziente di affittare la casa bianca e nera
e preparò i documenti con tale celerità che Morton fu fuori dall’ufficio nel
giro di un quarto d’ora. L’agente arrivò a dare a Morton l’indirizzo della
domestica a ore che aveva l’incarico di rassettare le stanze più o meno una
volta alla settimana; e lei, con gli occhi che le scintillavano per la cupidigia,
accettò di preparargli dei pasti da riscaldare e di fare il bucato, stirare e
occuparsi di altre faccende necessarie. Morton lasciò la sua casetta e pedalò
per High Street a cuor leggero, fischiettando. Aveva previsto un soggiorno
breve, al massimo qualche mese, fino a quando quell’infausto garbuglio a
casa non si fosse risolto, ma forse sarebbe rimasto più a lungo, se non in
pianta stabile… Fece tappa all’ufficio postale, per mandare alla pensione le
indicazioni su dove inviargli i suoi effetti personali; poi andò a fare
colazione alla locanda. Stavolta sedette intenzionalmente all’altro capo
della sala, provando un’inspiegabile riluttanza a incontrare il gentiluomo
con cui si era intrattenuto la volta precedente; ma era giorno di mercato e la
sala era gremita di contadini e commercianti, e quando la folla si diradò
quanto bastava da permettergli di lanciare uno sguardo all’angolo in ombra
in fondo alla stanza, vide che era vuoto e che persino la sedia e la
scacchiera erano state spostate, presumibilmente allo scopo di accogliere un
maggior numero di persone.
Per tornare a casa fece un giro largo, godendosi l’esercizio e la brezza
pulita sul viso. Una volta arrivato scoprì che, come da accordi, il figlio della
domestica gli aveva lasciato un pasticcio di carne e una pentola contenente
un budino dall’odore dolciastro sui gradini esterni. Morton li portò in
cucina e – dopo una dura lotta – accese il fornello, emettendo un fischio
trionfante quando la vecchia bestia fuligginosa alla fine si piegò al suo
volere. Poco dopo aveva l’acqua calda. Si dedicò alle abluzioni fin troppo a
lungo procrastinate come meglio poté – anche se dovette utilizzare una
vecchia saponetta semipietrificata e fu quasi sul punto di ricorrere al rasoio
di qualcun altro – poi, con la piacevole sensazione di aver compiuto tutte le
sue faccende, si spostò in biblioteca, accese il fuoco e cominciò a spulciare
gli scaffali. Evidentemente il precedente inquilino non era stato un grande
lettore, perché Morton tirò giù un libro dopo l’altro – splendide edizioni di
classici – per scoprire che le pagine non erano state ancora tagliate. Li
rimise a posto e proseguì, fino a quando si imbatté in un volumetto rilegato
in tessuto sulla storia locale, più un opuscolo che un vero e proprio tomo.
Sfogliò le pagine punteggiate di nitidi disegni a linea di edifici importanti: il
municipio, la chiesa e – aha! – la casa bianca e nera.
Edificata nel tardo XVII secolo da Sir Jeremiah Hope (Speranza), di cui si
sa ben poco eccetto che, nel vicinato, in un gioco di parole con il
cognome, era noto come “Abbandona”… In tempi più recenti, la casa è
diventata famosa per il giardino all’italiana e per l’elaborata arte
topiaria, creata dall’attuale proprietario, il signor E.E. Hope, Dottore
(Cambridge) in memoria del figlio, che aveva ereditato la passione del
padre per gli scacchi, rivelandosi un prodigio prima della tragica morte
alla tenera età di…
Morton sbadigliò e sfogliò il librino, ma sulla casa c’erano solo dei cenni
poco interessanti. Si sistemò su un’agrippina e lasciò scivolare il volumetto
a terra. Dopo la notte tormentata, la corsa in bicicletta e le conquiste di
quella giornata, era insonnolito; dormì, sonnecchiò e ripiombò nel sonno.
Infine tornò in sé con la testa sgombra e la voglia di cenare. Si svegliò con
la mente già proiettata sul pasticcio di carne, senza prestare attenzione al
volumetto a terra; uscì in corridoio e chiuse la porta della biblioteca,
dimenticandolo del tutto.
Dopo cena – più sostanziosa che gustosa – si ritirò in salotto. Ripulì
goffamente il camino, sporcandosi i pantaloni di cenere e ripromettendosi di
dire alla domestica, quando si fosse presentata, di preparare il fuoco in tutta
la casa; poi si versò un altro brandy, accese le candele per contrastare il
crepuscolo incipiente e sedette nello stesso posto della sera precedente. Fu
allora che gli tornò in mente il volumetto, e si chiese se avrebbe avuto il
coraggio di affrontare il corridoio pieno di spifferi per andare a recuperarlo;
ma no, c’erano il «Chess Player’s Chronicle» e la scacchiera pronta per
l’uso. Forse, se avesse deciso di restare in quel posto per un certo periodo,
avrebbe potuto organizzare un programma di letture o di corrispondenza per
trascorrere le ore solitarie. Nel frattempo, sul «Chronicle» avrebbe trovato
diversi problemi corposi con cui impiegare il tempo fino a quando si fosse
sentito abbastanza stanco da andare a letto. Prese il periodico: casualmente,
si aprì su una pagina di problemi, con i loro geroglifici netti e le tessere a
scacchi. Di R.B. Wormald, dottore, Londra. Il bianco muove e matta in tre
mosse. Di primo acchito, intravide un attacco promettente – l’alfiere mangia
la torre –, ma sull’ultima traversa della scacchiera c’era un pedone
tentatore, che in un’unica mossa si sarebbe potuto trasformare in regina.
Attirò a sé la scacchiera per spostarlo. Provò un fremito al cuore.
Era stato mosso un altro pezzo.
Morton registrò inconsciamente che si trattava della difesa olandese: il
pedone dell’alfiere era avanzato di due caselle, sbilanciando la scacchiera.
Una mossa aggressiva quanto pericolosa che indeboliva il re… ma la cosa
importava poco. Era impossibile che a muovere il pedone nero fosse stato
lui. La notte precedente aveva trovato la scusa della sventatezza e persino
dell’ebbrezza; ma ora era sicuro – di una sicurezza agghiacciante quanto
nauseabonda – di non aver toccato il pezzo nero. Eppure, eccolo lì. I due
pedoni si fronteggiavano da una schiera all’altra. Una risposta. Quasi che un
avversario invisibile avesse…
Sollevò lo sguardo sulla poltrona. Aveva i muscoli del collo e della testa
contratti, come si stesse preparando a un trauma: ma la poltrona era vuota.
Ovviamente. C’era solo la pelle consunta, con le crepe e le infossature,
ricordo di membra e dita. Un’assenza, che lui fissò senza battere le
palpebre. La luce del camino tremolava e danzava, e le ombre scivolavano
sulle pareti; il legno scintillava, liscio come l’acqua, privo di polvere…
Morton espirò bruscamente. La domestica doveva aver fatto le pulizie. E
aveva mosso il pezzo nero… o magari era stato il figlio, quando era passato
a lasciare il pasto. Sì, più probabile che fosse stato il ragazzo – la domestica
era vecchia e ignorante, inverosimile che sapesse giocare a scacchi –, ma
chiunque fosse stato, era uno sfrontato, un maledetto sfrontato, pensò
Morton. Gli attraversò la mente l’idea che la domestica avesse spostato il
pedone con un piumino. Ma quella era una mossa ponderata – una vera
risposta alla sua apertura –,nient’affatto una coincidenza. Decisamente
voluta, e altrettanto decisamente opera del figlio. Probabile che avesse un
minimo di istruzione. Morton serrò la mascella. Non credette neanche per
un istante che il ragazzo desiderasse giocare una partita onesta: i ragazzi
erano bestioline malefiche. No, voleva indispettirlo. Come osava? Morton
ricordò una simile battaglia a scuola, condotta con successo… anche
troppo. Ebbene, non ci sarebbe cascato.
Studiò la scacchiera ancora un attimo. Poi, con un gesto repentino,
spostò il pedone di re sullo scacco accanto al suo compagno. Il gambetto
Staunton: sacrificare un pedone per lanciare un attacco al re nero. Avrebbe
dimostrato al bastardello che non aveva paura. Si rilassò contro lo
schienale, strofinando le mani sulle cosce, immaginando l’espressione
delusa sul volto del ragazzino quando avrebbe capito che Morton lo aveva
smascherato.
Ma quel lampo di soddisfazione svanì non appena lo ebbe provato e,
dopo qualche secondo, Morton si alzò per andare prima alla credenza poi
alla finestra. Scostò la tenda, ma il giardino era immerso nel buio – le
nuvole nascondevano la luna e le stelle – e gli riuscì di vedere soltanto le
macchie indistinte di un’oscurità più densa dove gli alberi si stagliavano
contro il cielo cupo. Compiere la sua mossa avrebbe solo incoraggiato il
ragazzino, l’ultima cosa che desiderava. Tamburellò con le dita sul vetro,
riflettendo, ma il rumore risuonò in modo strano nella stanza silenziosa e
dopo un attimo lasciò cadere la mano. La cosa più dignitosa da fare era
rimettere a posto i pezzi. O, meglio ancora, nasconderli da qualche parte. Il
ragazzo non avrebbe certo potuto indagare su dove fossero finiti, giusto? E
Morton stesso aveva perso il gusto per i problemi di scacchi; anzi, la
presenza della scacchiera alle sue spalle gli faceva formicolare la schiena,
come uno sguardo ostile. Compì una giravolta per fissarla. Assurdo, ma
rimpianse con tutto il cuore di aver fatto la contromossa.
Le candele si stavano consumando, la più corta a quel punto brillò,
allungando avidamente la fiamma verso l’alto. Morton vide le ombre
nell’angolo avanzare, fameliche; poi la fiamma si ridusse a una bollicina
azzurra e si spense. Per un attimo, mentre gli occhi si abituavano, le
macchie sulla poltrona parvero farsi solide, come un recipiente che si
riempie di fumo, dando a uno sguardo distratto l’idea di una presenza.
Morton si irrigidì e con passo deciso andò alla scacchiera, prese la scatola e
vi gettò i pezzi alla rinfusa. C’erano due scomparti, uno per i neri e uno per
i bianchi, ma li ignorò; spinse con forza il coperchio fino a quando qualcosa
cedette – la testa dell’alfiere, spiccata? – e quello si chiuse. Il suono
riecheggiò contro le pareti. Non aveva mai interrotto una partita a metà
prima di allora, mai implorato la pietà altrui o ammesso la propria
debolezza. Benché fosse solo, fu ciò che provò con precisione in quel
momento: un curioso miscuglio di vergogna e sprezzo, e un sotterraneo,
strisciante disagio. Un’altra candela si affievolì, sul punto di estinguersi.
Trasalì. Inspiegabilmente, il pensiero di rimanere lì, solo davanti al fuoco
guizzante, gli risultò insopportabile. Afferrò convulso lo stelo del
candelabro e imboccò il corridoio; e anche se gli si aggricciò la pelle tra le
scapole, non si concesse di guardarsi indietro.
Faticò moltissimo a prendere sonno. Disprezzava chi indugiava
oziosamente sul passato, ma chissà come si trovò a ripercorrere senza posa i
ricordi della scuola. Vide il bambino che avevano terrorizzato con i loro
scherzacci – Simms Minor, gli pareva, o Simmons? –, gli occhi sgranati la
notte in cui gli aveva chiesto aiuto… E comunque era uno smidollato.
Avrebbe dovuto affrontare le loro angherie come lui aveva trattato gli
scacchi: spazzandole via, sdegnoso. Un gesto virile. E l’incidente… ebbene,
non era certo stata colpa sua. Ciò nonostante, Morton provò un senso di
nausea e di disagio e continuò a rigirarsi sulla trapunta, stringendosi nel
soprabito.
Ma doveva essersi addormentato, perché si ridestò. L’aria era
stranamente immobile – della stessa immobilità che aveva notato quando
aveva visto la casa per la prima volta da dietro il cancello. Come se il
mondo fosse in ascolto. Ebbe l’impressione che a svegliarlo fosse stato un
certo suono, ormai svanito; o un movimento nella stanza, una persona che si
fosse fermata a pochi centimetri dal letto. Escluse la seconda possibilità,
poiché sollevandosi a sedere si avvide con chiarezza di essere solo. Con
chiarezza perché la luna era spuntata da dietro le nuvole e filtrava dai vetri
della finestra in quadrati bianchi e neri.
Si accostò ulteriormente il cappotto alle spalle e tirò giù le gambe dal
letto. Il pavimento era ghiacciato sotto i piedi nudi, ma lui si alzò
ugualmente e raggiunse la finestra a passi felpati. Rimase lì, ad aspettare
che il suono si ripetesse. Non sentì nulla, neanche il verso di un gufo o il
sibilo di uno spiffero che penetrava attraverso le fessure del telaio della
finestra. Forse era stato proprio il silenzio assoluto a farlo svegliare di
soprassalto? Ma no, era certo – quasi – di aver sentito qualcosa. Si sforzò di
descriversi quel suono: uno stridore attutito, uno scricchiolio profondo e
riecheggiante, a metà tra legno e pietra. Abbassò lo sguardo sugli alberi,
avvertendo una vertigine che non era esattamente paura. La luce spettrale –
le sagome scure contro il cielo inondato dalla luna, la purezza dei profili, la
densità delle ombre… Gli parve che lo spazio si contraesse, tanto che per
un attimo nauseabondo i pezzi apparvero enormi e, al contempo, tanto
piccoli da poterli tenere in mano. Chiuse gli occhi, ma fu colto da un
capogiro e si affrettò a riaprirli. Le ombre tremolarono contro il bagliore
pallido della luna, dando l’impressione di spostarsi.
Si aggrappò al telaio della finestra. Per un istante gli parve di scorgere…
No, no, non era cambiato nulla, nulla si era mosso. Vedere gli alberi
allineati in ordine, proprio come dovevano essere, avrebbe dovuto
rassicurarlo: ma la pressione nelle orecchie aumentò, un ronzio. Se ne
avesse visto uno muoversi, il pedone, per esempio, avanzando sulla distesa
argentea dell’erba, avrebbe capito di essere in preda alle allucinazioni e ne
sarebbe stato quasi sollevato. Ma quel senso di attesa, e quella densità
nell’aria, gli alberi immobili, la scacchiera pronta, era insopportabile,
terrificante o peggio ancora; e lui non poteva sottrarsi, prendere le distanze.
Ignorava quanto a lungo fosse rimasto lì, a fissare i pezzi in attesa di
qualcosa che non accadde. Alla fine si rese conto che la luna era tramontata
dietro la casa, che una lieve brezza mormorava nel comignolo e che i suoi
piedi erano intorpiditi dal gelo. Tornò a letto con passo malfermo e,
inaspettatamente, si addormentò di colpo, esausto come se avesse condotto
una dura battaglia.
Fu svegliato da qualcuno che bussava. Scese le scale ancora
imbambolato e attraversò il corridoio strofinandosi gli occhi, prima di
spalancare il portone. Vide un bambino che gli porse bruscamente una
vaschetta di budino e un involto in carta da pacchi.
«…vuoti» borbottò.
«Cosa?»
«Mamma dice che devo prendere i vuoti».
«Domani» rispose Morton, sul punto di chiudere il portone.
«Domani sarete isolato dalla neve».
Morton si bloccò. Insonnolito e nella fretta di aprire al bambino non se
ne era reso conto, ma era vero, il vento si era fatto tagliente, e le nuvole
basse erano piatte e uniformi. «D’accordo» cedette. «Aspetta qui». Tornò
dopo qualche secondo con la pentola vuota e il piatto del pasticcio. Glieli
porse. Il bambino si dondolava sui piedi come se dovesse andare in bagno;
afferrò le stoviglie sporche, le infilò in una sacca di tela e fece per
andarsene senza dire altro. La sua fretta – per quanto non proprio insolente
– lo indispettì: in fin dei conti pagava la madre, giusto?
«Un momento» lo richiamò. «Calma. Hai messo a soqquadro il salotto,
vero? Ebbene, non farlo più».
Il bambino lo fissò. «Mai entrato» disse dopo un attimo di silenzio.
«Allora è stata tua madre. Non sono mica scemo». Morton lo guardò
torvo, ma il bambino sostenne il suo sguardo, il visetto inespressivo. «Dille
di non spostare niente. Cosa che invece ha fatto ieri. Dille di tenere giù le
mani, chiaro?»
«Ieri non è mica venuta» ribatté il piccolo. «Fa le pulizie solo la
domenica. La domenica non si muove niente».
«Come?» Ma il bambino non rispose, limitandosi a fare spallucce.
Morton respirò a fondo. «Allora sarà stato il giardiniere. Perché c’è un
giardiniere, giusto?»
«Non ha le chiavi di casa. Fa solo gli alberi».
«Ebbene, chiunque sia stato» disse Morton, «se lo colgo a riprovarci…»
Il bambino continuava a fissarlo, mordicchiandosi il labbro. Alla fine –
come se Morton avesse perso un’occasione – si girò. Percorse il viale a
occhi bassi, poi, superata l’ultima fila di alberi, si mise a correre.
Morton rimase a guardarlo fino a quando chiuse il cancello con violenza
e scomparve sulla via. Poi rientrò in casa, tremando. Ora che ne aveva
modo, avvertì l’odore metallico della neve. Forse, in fin dei conti, rimanere
lì era una follia; magari una stanza allo Swan sarebbe stata più
confortevole… ma sarebbe stata anche una sorta di resa. Andò in salotto,
sbattendo le braccia contro il corpo per scaldarsi, e si inginocchiò per
accendere il fuoco. Aveva le mani irrigidite e gli doleva la testa. Trafficò a
lungo con i fiammiferi e i fogli di giornale prima che la fiamma prendesse.
Poi sprofondò nel divano. E se si era preso un malanno? Non aveva fame,
né sete, benché guardando l’orologio si fosse accorto di aver dormito fino a
tardi e che mezzogiorno era passato da un pezzo.
Un unico fiocco di neve scese oltre la finestra, pallido contro il cielo
grigio. Batté le palpebre, chiedendosi se non si fosse ingannato, ma al primo
ne seguì un secondo, e un altro ancora, fino a quando un velo vorticoso
offuscò le nuvole basse. Morton si rilassò piano. Era piacevole trovarsi in
casa, accanto a un fuoco scoppiettante, mentre la neve silenziosa turbinava
tutto intorno. Cadde in una sorta di rapimento, perso nella contemplazione
della tempesta, di quelle sagome abbozzate che soffiavano e fluttuavano
contro i vetri. Stavolta – forse perché all’esterno faceva ancora più freddo –
i gemiti e i mormorii intanto che il calore si sprigionava nella stanza erano
più forti e distinti: lo scricchiolio dei cardini, i tonfi ritmati sulle assi del
pavimento che parevano passi, il sospiro della poltrona… Volse il capo,
impensierito, pur sapendo che non c’era nessuno.
I pezzi erano disposti sulla scacchiera.
Sentì il sangue rombargli nelle orecchie. Fece un respiro tremante.
Aveva chiaramente le visioni: ma no, la scacchiera era lì, solida, un alfiere
con il collo spezzato per essere stato spinto con troppa violenza nella
scatola. Quattro pedoni erano fuori posto, due bianchi e due neri. Qualcuno
si era preso la briga di ridisporli e di fare una nuova mossa. Qualcuno che
era stato in casa; qualcuno che non era la domestica, il giardiniere o il
bambino.
E che non c’era quando Morton si era inginocchiato ad accendere il
fuoco.
Sedette rigido. Avrebbe voluto urlare, correre fuori dalla stanza, ma non
gli riuscì. Per un lungo, terribile istante pensò che non sarebbe più stato in
grado di muoversi. Alla fine fu investito da un’ondata di rabbia talmente
forte da spazzare via il terrore che lo aveva paralizzato. Si protese con
veemenza e gettò i pezzi nella scatola, chinandosi a raccogliere un pedone
caduto a terra. Poi si avvicinò al fuoco ginocchioni e gettò la scatola e quel
che conteneva tra le fiamme. Il fuoco si affievolì sotto quel nuovo peso e,
con orrore, lui prese l’attizzatoio; poi il fuoco tornò a divampare, lambendo
la scatola, attecchendo sugli spigoli e ingoiando i pezzi che sporgevano.
Corone, torri scure e teste di cavallo si stagliarono contro il bagliore oro
rosso. Poi scomparvero, avvolte dalle fiamme, e la stanza si riempì di luce
danzante. Morton fu pervaso dal senso di trionfo. Si rilassò, il respiro
affannato. Guardò nell’angolo e rimase senza fiato.
C’era un uomo sulla poltrona.
Un vecchio malvagio, avido, famelico, fatto di ombre e cavità: presente e
al contempo assente, appassito e sottile come un giunco, ma spaventoso, un
uomo che aveva un unico desiderio: vincere…
Morton non seppe mai come riuscì ad alzarsi in piedi, ad andare verso la
porta barcollando e poi lungo il corridoio, a farsi strada alla cieca fino
all’uscio e fuori… non seppe mai come arrancò nella neve, o se chiese aiuto
gridando, o se quel terribile uomo-ombra lo stesse seguendo; ebbe solo la
consapevolezza della propria impotenza, e di un panico tremendo e
disperato. Non ebbe il tempo di chiedersi chi fosse quell’uomo, o di
preoccuparsene. Fu schiacciato dal peso dei propri errori e
dall’impossibilità, ormai, di porvi rimedio.
Il fatto che Morton non fosse rimasto nella casa bianca e nera destò ben
poco stupore; andava sempre così. Da quando il vecchio era morto,
pochissimi forestieri avevano indugiato più di qualche ora sotto quel tetto,
andandosene senza avvertire, per non palesarsi mai più. Tutti ritennero che
Morton, come gli altri, avesse trovato l’atmosfera ostile, avesse fatto i
bagagli e se ne fosse tornato da dove era venuto; la gente del posto, che era
ben lieta di non avere a che fare con la casa, fu altrettanto lieta di non avere
a che fare con Morton. Non fosse stato per la neve, nessuno, neanche
l’agente, ci avrebbe più pensato. Di fatto, solo Robbie, il figlio della
domestica, si chiese cosa gli fosse successo; e raccontò una storia talmente
stravagante che la madre gli impose con durezza di tenere a freno la lingua.
A quanto pareva, la mattina dopo, quando, finita la tempesta, il sole era
tornato nuovamente a splendere, il piccolo Robbie si era avventurato a
giocare fuori. Il mondo era tutto uno scintillio candido, il cielo era azzurro e
dorato dal sole invernale, e il piccolo si era allontanato parecchio, lanciando
di tanto in tanto una palla di neve e arrancando tra i cumuli. Quando si
decise a tornare verso casa, il percorso lo portò a passare davanti al cancello
della casa bianca e nera. Si fermò, tremando, a guardare da dietro le sbarre e
vide… qualcosa. Alla fine la curiosità prevalse sulla sua abituale diffidenza
nei confronti di quel posto, e si addentrò strisciando nello spazio
abbagliante per dare un’occhiata da vicino.
Scorse le orme di un uomo partire dal portone: indistinte per via del
vento e della neve, ma ancora chiaramente riconoscibili. Aveva camminato
– se non corso – in linea retta per un poco, fino a quando si era trovato tra le
file di alberi, e poi… Poi Robbie raccontò che le tracce erano cambiate. Si
interrompevano, irregolari, zigzaganti, come se l’uomo si fosse mosso a
tentoni in un labirinto, fosse caduto in alcuni punti e si fosse rialzato a
fatica. Qualunque cosa lo avesse inseguito, non aveva lasciato segni sulla
neve candida. Ma il fatto più strano, disse Robbie, era che le orme finivano
di colpo ai piedi di uno degli alberi più alti, come se Morton fosse
scomparso del tutto, mangiato dal re nero.
1
. Nel gioco degli scacchi esiste una regola secondo cui se si tocca un pezzo si è costretti a muoverlo,
sempre che non si dica “j’adoube” (letteralmente, “acconcio”) (N.d.T.).
L’inquilina di casa Thwaite
Imogen Hermes Gowar
Arrivammo sotto una pioggia torrenziale, un vero acquazzone, che
spaventò i cavalli. La notte era cupa, e mentre l’acqua scorreva fuori dai
finestrini della carrozza pensai, Questo diluvio si è scatenato per
travolgerci. Mi strinsi più forte al petto Stanley, che dormiva
profondamente, ignaro di tutto. È il giudizio divino contro di me, pensai,
ma evitai di piangere, perché se mio padre se ne fosse accorto si sarebbe
limitato a dire, «Ti stai commiserando?»
Dapprima eravamo avanzati spediti, ma, con l’intensificarsi della
pioggia, la carrozza aveva rallentato, sbandando e slittando. Mio padre
sporgeva la testa dal finestrino con regolarità crescente per parlare al
postiglione, salvo poi ritrarla con la pioggia che gli gocciolava sul naso e
sulla barba. Il postiglione manovrava i cavalli alternando maledizioni e
lusinghe, e io mi spaventai quando la carrozza oscillò e gli animali
scartarono, mentre la testa di Stanley ciondolava contro la mia spalla.
Finimmo col fermarci a un incrocio per non ripartire più.
«Tutto bene?» chiese mio padre, e il postiglione brontolò qualcosa che
non seppi decifrare. «Maledizione» esclamò mio padre e saltò giù, il fango
che gli inghiottiva gli stivali. L’acqua guizzò sotto le ruote, la strada ormai
un torrente, e io rimasi seduta sola con il mio bambino, sostenendogli la
guancia con la mano.
Mio padre tornò per dire, «Niente da fare. Da qui dovremo andare a
piedi».
«Come? Quanto manca?»
Confabulò con il postiglione. «Due miglia, o poco più».
«Ma siamo una donna e un bambino» esclamai, «di sicuro non ci si
aspetterà che…»
«Sciocca! Se proseguiremo i cavalli slitteranno ribaltando la carrozza.
Devo forse pensare che preferisci il pericolo al disagio?»
Se così fosse, fui sul punto di ribattere, sarei ancora a casa. Ma frenai la
lingua e mi occupai di svegliare Stanley. Lui affondò ulteriormente il viso
nel mio mantello e intrecciò le dita con le mie. «Dobbiamo camminare» gli
dissi. «Te la senti?»
«Mamma, no!»
«Lo porto io» intervenne mio padre. «Tu prendi la tua valigia. Il baule
resterà qui». Era fissato al tetto della carrozza, e mi torsi le mani pensando a
tutti quegli oggetti – i miei abiti, le mie forcine, i fazzoletti, i giocattoli e i
libri di Stanley – che venivano sballottati, la pioggia che filtrava dagli
angoli e dalle cuciture imbrattando le cose buone e piacevoli.
Mi strappai Stanley dal grembo e lo passai a mio padre. Lui gridò
impaurito, povera creatura, ma non seppi trovare le parole per
tranquillizzarlo. Nessuna mano mi aiutò a scendere dalla carrozza, così
saltai, come in un burrone, barcollando nell’impatto con la strada. Ebbi la
sensazione di inzupparmi quasi immediatamente, ma fu mentre la carrozza
svaniva nella pioggia e noi ci avviavamo lungo la deviazione – stretta,
bianca, in salita – che scoprii quanto ci si possa bagnare. L’acqua mi
schizzava sotto la cuffietta e tra i capelli; mi scorreva tra le scapole e si
raccoglieva tra le stecche del mio corpetto, creando spesse bolle d’aria che
mi viaggiavano per tutto il corpo. Le sottane pesavano contro le gambe e
ogni passo era un’agonia, perché non ero certa che il terreno che calpestavo
avrebbe tenuto. L’acqua mi inzuppò gli stivaletti e pensai, Ecco, tutto da
buttare.
Cieca, sorda, muta, seguii la sagoma scura di mio padre che arrancava
davanti a me con in braccio il corpicino di Stanley. A quel punto piansi, non
per me, ma per il mio bambino, che non aveva certo chiesto
quell’avventura, che era stato felice a casa sua, con i giocattoli e l’albero
preferito su cui arrampicarsi, il cane Dash e la tata e persino – Dio mi
perdoni! – il suo papà. Con che diritto lo trascinavo lì, quando lui non aveva
nulla a che fare con la nostra lite? Aveva ragione mio padre? Ero
un’egoista?
Quando raggiungemmo la casa tremavo. C’era un angusto vialetto
d’accesso oltre le alte mura, e poi dei gradini di pietra irregolari che mi
confusero, facendomi scivolare e barcollare. Mio padre aveva avvolto
Stanley nel suo mantello di cerata, ma vidi ugualmente le manine pallide
che gli si stringevano al collo e la testa bionda che gli ciondolava sulla
spalla. Oh, cos’ho mai fatto?
La vecchia casa Thwaite non era certo nuova a me e mia sorella. Non
l’avevamo mai visitata, al contrario di nostro padre, che vi soggiornava più
spesso del necessario. Capitava che non vi andasse per un anno e più, ma
ogni qual volta menzionava di avere un impegno «dalle parti di Skipton» o
«degli affari da sbrigare a Bradford», Mariana e io ci scambiavamo
un’occhiata, sapendo che casa Thwaite era nella stessa zona. In gioventù era
stato piacente – e lo era ancora – e ci pareva ovvio il motivo che lo portava
fin lì. Me l’ero figurata come un posto di cattivo gusto quanto sfarzoso, con
folti tappeti e tendaggi pesanti, armadietti traboccanti di liquori esotici,
vestaglie fruscianti a malapena indossate… quindi mi si perdonerà se non
seppi contenere un guizzo di curiosità mentre mio padre apriva la porta.
Niente di più lontano da come l’avevo immaginata. Una sola candela
ardeva nello stretto vestibolo con le pareti grigie dipinte a tempera che
emanavano un odore aspro, come se avessero ospitato pochi visitatori; poi
c’era un salotto fosco, arredato senza sfarzo in uno stile orribile e superato.
A nessuna amante sarebbe piaciuto trovarsi lì. Mio padre adagiò Stanley sul
divano mentre io mi attardavo nell’atrio, sgomenta. L’acqua mi gocciolava
dalla cuffietta, dal naso, dai polsi. Mi tolsi il mantello e lo appesi a una
vecchia sedia annerita, intagliata nello stile sgradevole e sghembo di
duecento anni prima.
«Ebbene, signorina» esordì mio padre. Pronunciò quel signorina con il
tono rigido e imperioso di chi avesse trovato un estraneo nel suo
scompartimento di treno preferito. «Ti lascio».
«Non ve ne andate con questo tempo» lo pregai. Ero spaventata a morte
dalla prospettiva di restare sola con Stanley in quel luogo inospitale.
«Rimanete, vi prego. Ci sarà sicuramente una stanza libera».
«Raggiungo la carrozza alla locanda, sempre che sia arrivata fin lì. In
caso contrario, servirà il mio aiuto». Sospirò, e quel sospiro diceva:
ovviamente, Lucinda, tu puoi riposare, ora; ovviamente le tue fatiche per
oggi sono concluse.
«Oh, papà» dissi. Volsi lo sguardo sul pavimento di pietra, sul salone
austero e vuoto, senza neanche un fiore ad accogliermi. C’era una stampa
ammuffita della Zattera della Medusa in una cornice nera. Nient’altro.
«Volete veramente lasciarci qui? Da soli?»
Non rispose.
«Papà» insistetti, sciogliendomi in lacrime. Non aveva mai potuto
sopportare di vedermi piangere e non mi riuscì di trovare altro espediente
per smuoverlo. Tutta la mia oratoria si ridusse a un appello disperato. «Non
mi volete proprio aiutare?»
«Figlia mia, questo è il mio aiuto».
Stanley tremava quando lo sollevai dal divano. I capelli incollati alla testa
emanavano un patetico odore di cucciolo di animale e io ripensai a quando
era un poppante. Se ne stava muto, per niente curioso di esplorare le stanze
come aveva fatto nel bell’albergo di Scarborough in cui l’avevo portato
all’inizio con la scusa di una vacanza, o a casa di Mariana, dove ci eravamo
rifugiati quando avevo finito i soldi. Avevo supposto che la sua indole
esuberante mi avrebbe permesso di portarlo ovunque e che non avrebbe
perso l’allegria, ma ormai in lui era sparita ogni traccia di vivacità. Ci
avventurammo al piano di sopra, dove trovammo due stanze da letto. Una
era grande ma inquietante, rivestita di legno scuro. In un primo momento
mi parve priva di finestre, poi scoprii che un’intelaiatura un tempo di grandi
dimensioni era stata ridotta con delle assi a una stretta fessura in alto.
L’altra camera, in cima alle scale, era più piccola e accogliente.
«Questa sarà la tua stanza» dissi. Si mise il dito in bocca.
L’acqua del catino mi gelò fin nelle ossa, ma non c’era altro modo.
Spogliai Stanley che tremò e piagnucolò, le braccia incrociate sul piccolo
torace pallido mentre lo lavavo con la spugna.
«No, mamma» gridò, scostandosi, ma io insistetti, forse con eccessiva
rudezza nella fretta di finire, e lui mi spinse con forza. «No!»
«Come osi?» strepitai. Mi bruciavano gli occhi, come anche le spalle,
dove lui aveva affondato i palmi.
«Voglio tornare a casa!» Gli si ruppe la voce. Non riuscivo a sopportarlo.
«Cosa ci facciamo qui?»
Lo afferrai per la spalla, ma lui gridò e si divincolò. «Comportati come si
deve!» lo rimproverai. Per tutta risposta gridò di nuovo, battendo i piedini
sulle tavole del pavimento, e se ne stette semiaccucciato, con le braccia e le
gambe spalancate, lanciandomi occhiatacce di sfida furiosa, come un
piccolo selvaggio bianco nudo. Per l’ennesima volta dalla sua nascita tornai
a chiedermi, Che cosa ho generato? Come è potuto accadere? Se non altro,
avevo avuto l’accortezza di mettere in valigia la sua camicia da notte di
calda flanella, che non era troppo umida, ma quando gliela porsi non volle
indossarla, e dovetti rincorrerlo per la stanza fino a quando strillò la sua
rabbia assoluta e acuminata e la candela si spense. «Bene, dormirai così»
gridai, sbattendo la porta. C’era un chiavistello all’esterno, lo tirai
velocemente. Lui prese a dare pugni e io rimasi sul pianerottolo, ad
ascoltare la sua rabbia tramutarsi in paura.
«Mamma!» gridò. Poi «Mamma!», con voce tremante. Stavo per cedere,
ma lui tornò a ruggire furioso e mi allontanai.
Al piano di sotto mi liberai a fatica del vestito e delle sottane, che
caddero in una quantità di pozze paludose sul pavimento del salotto: mi
tolsi con cura il corpetto, perché non ne avevo altri oltre agli effetti nel
baule, forse andati per sempre. Lo posai sul divano, ma anche la sottoveste
che indossavo era fradicia. Le scarpe erano incrostate di fango, che avevo
seminato su e giù per le scale: la gonna aveva stinto sulle calze. Mi
accovacciai davanti al camino, tremando di freddo; la mascella mi batteva
rimbombando nel cranio e le mani trafficavano con i fiammiferi.
«Forza» mormorai alle scintille che si spegnevano sui rametti umidi,
«forza, forza». Ma quel camino era inutilizzato da troppo tempo e le
fiamme che riuscii ad accendere erano deboli e incerte: si arricciarono,
fecero fumo e si estinsero. Imprecai.
Nel buio mi portai le ginocchia al petto. Il mio corpo era sgradevole
senza il corpetto: una parte troppo ossuta, un’altra troppo cedevole, i seni
flosci e freddi che pendevano sul torace, le pieghe umide che si incollavano
alla pelle. Il gelo mi scuoteva il corpo e mi si rizzarono i peli sui polpacci:
guardai truce la stanza, chiedendomi se non stessi cominciando a impazzire
o se la follia non si fosse impossessata di me già da un bel po’. Fino a poco
tempo prima ero stata un gingillo nella casa di mio marito. Non vistoso,
certo, ma raffinato, e avevo considerato quella raffinatezza un mio segno
distintivo, come la felicità lo era per Stanley. Di fatto, erano bastate poche
settimane a ridurmi in una vagabonda smagrita e avvizzita! La bella
Lucinda Lisle, squattrinata e senza amici, che imprecava tutta sola in una
stanzetta sbiadita mentre il figlio piangeva al piano di sopra.
Presi una coperta dallo schienale di una sedia, me la avvolsi intorno alle
spalle e aspettai che il calore si diffondesse. Tra me e me cominciai a
scrivere una lettera a mia sorella, Mariana, ma ogni volta che pensavo a lei
vedevo la sua espressione quando le avevo comunicato di aver abbandonato
mio marito. In un primo momento si era allarmata, poi insospettita… poi di
colpo era divenuta impassibile, come se mi stesse chiudendo una porta in
faccia. Perché mi hai respinta?, volevo scriverle. Come hai potuto, sapendo
ciò che ho passato?
Tump, tump, tump.
Impietrii. Il rumore si ripeté. Tump tump tump. Passi, al piano di sopra!
Pesanti, da uomo, sul pianerottolo.
Nonostante sapessi che era impossibile, pensai, Lisle ci ha trovati. È qui!
Poi, tump tump tump. Balzai in piedi. Oh, Signore, se non era mio
marito, chi poteva essere? Qualcuno – qualcuno – era di sopra, dove il mio
bambino si trovava da solo. Mi precipitai su per le scale con la coperta sulle
spalle come uno scozzese delle Highlands, ma arrivata sul pianerottolo mi
resi conto che non c’era nessuno. Una presenza fisica in uno spazio
condiviso si percepisce. Sapevo di essere sola.
Fui colta da un terrore che non so descrivere. Avvertii un formicolio al
cuoio capelluto; serrai le mani per dominarne il tremore. Bene, pensai, non
c’è più alcun dubbio. Sto uscendo di senno.
Dalla camera di Stanley non proveniva nessun rumore. Forse dormiva.
Feci scivolare il chiavistello e dissi, «Hai corso per la stanza?»
«No, mamma». Era raggomitolato sul pavimento di fronte alla porta, il
pollice in bocca.
«Voglio sperare che tu non mi stia mentendo».
«No. Ero qui. Avevo paura». Tese le braccia e io mi precipitai da lui.
Aveva il viso caldo e umido di lacrime, e presto lo fu anche il mio. Quando
era in fasce lo tenevo tutto il giorno tra le braccia. Gli cantavo canzoni e gli
baciavo il visetto. Fu allora che compresi che dovevo accogliere senza
riserve il mio ruolo di madre, che io e lui costituivamo una piccola
repubblica gentile inaccessibile agli altri. La distanza tra noi arrivò con i
primi calzoncini, quando gli vennero tagliati i bei boccoli e lui divenne
sempre più – come è d’obbligo per i maschi – creatura del padre.
«È tutto a posto» dissi. «Adesso, a letto».
Mi si aggrappò. «Non mi piace questo posto».
Cos’avrebbe detto Lisle? Comportati da uomo, Stanley! C’era stato un
tempo in cui avrei fatto altrettanto, ma ora gli sussurrai, «Di giorno andrà
meglio».
«Ti prego, mamma. Non te ne andare».
«Va bene». Dopotutto ero esausta e scossa da quello che era accaduto.
Non posso impazzire, mi dissi. Non posso e basta.
Indossai la camicia da notte e lo aiutai con la sua. Mi lasciò fare, ormai
docile. Ci sistemammo insieme sul lettino stretto e, per quanto esitassi ad
avvolgerci nelle coperte vischiose, temendo che albergassero chissà quali
parassiti, il freddo ebbe la meglio. Stanley pianse, poi tremò, ma mi si
accoccolò contro e si calmò mentre io giacevo in ascolto del suo cuore,
pensando a quanto fosse meno problematico e più facile da amare un
bambino addormentato.
Ma talvolta i bambini addormentati creano problemi, eccome.
Sognai di essere ancora a Scarborough, seduta in terrazza mentre Stanley
si scatenava sulla sabbia. Il sole stava tramontando e accendeva il mare di
oro rosato fino all’orizzonte. Per quanto la visuale fosse gradevole, la vera
magia stava più nella sensazione che nel luogo: un roseo entusiasmo per il
domani, che avevo creduto dovesse svanire naturalmente alla fine
dell’adolescenza, senza prolungarsi oltre il matrimonio. Quel giorno a
Scarborough provai la splendida sensazione che il mio futuro fosse un
terreno inesplorato: per la prima volta in vita mia mi trovavo davanti una
pagina vuota, e ne ero corroborata. In quelle prime due settimane lontano da
Lisle mi illusi che il peggio fosse già passato, e che dopo la fuga i nostri
giorni sarebbero stati tutti come quelli a Scarborough, lunghi e spensierati,
imporporati dal tramonto. Ma nel sogno tenevo in mano un foglio di carta
rosa, su cui leggevo le parole di mia sorella:
Non puoi ritenerti senza colpa.
Avresti dovuto persistere.
Mi lavo le mani di tutto questo.
Sollevando gli occhi vedevo che il mare si era fatto grigio e che stava
invadendo la riva. Mi guardavo intorno, senza scorgere Stanley da nessuna
parte, e sul punto di precipitarmi a cercarlo venivo raggiunta dall’acqua, che
mi mulinava intorno alle caviglie, spaventosamente gelida, intanto che
saliva mentre io annaspavo e inciampavo, le gonne attorcigliate alle gambe,
fradicia fino alle ossa. Urlavo senza voce, sforzandomi di distinguere la
testolina bionda, consapevole di averlo già perso.
Mi svegliai in un sussulto. Le lenzuola erano bagnate e impregnate di un
odore denso e dolciastro che mi aggredì le narici. Era ancora buio e indugiai
qualche secondo, confusa, muovendo le gambe con l’orrore crescente che
ricordavo dall’infanzia, le coperte che mi aderivano addosso e la trapunta di
una pesantezza strana e mortale. In un primo momento pensai di essere stata
io. Poi ovviamente capii che era opera di Stanley, e saltai fuori dal letto.
Avevo la camicia da notte inzuppata della sua urina.
«Stanley!» Lo scossi. «Stanley! Svegliati! Forza, devi scendere dal
letto».
Faticò ad aprire gli occhi, poi tornò in sé di colpo, gridando sgomento
quando capì cos’era successo.
«Mamma, non l’ho fatto apposta!»
«Non importa». Ero troppo impegnata a tirare via le lenzuola per curarmi
di lui. Poi dovetti cimentarmi con il coprimaterasso di lana ruvida, nella
speranza vana che quel disastro non fosse penetrato fin nel materasso.
Inutile: era rovinato. «Oh, Stanley, come facevi ad averne così tanta?»
esclamai, e lui prese a singhiozzare mentre io sollevavo il materasso dal
telaio del letto. Penso fosse imbottito di crine, fitto e scomodo, e mentre mi
penzolava tra le braccia mi tornò in mente un’immagine vista
sull’«Illustrated News» – “Sepoltura in mare” – in cui i marinai lottavano
con un peso altrettanto informe.
«Perché non hai usato il vaso da notte?» ansimai, lasciando cadere a
terra il materasso.
Il povero bambino si nascose il volto tra le mani, le spalle che
sussultavano. Le gambe gli brillarono nella poca luce proiettata dalla luna.
«Avevo paura» singhiozzò.
«Coraggio, coraggio. Non è successo niente. Dormiremo nell’altra
stanza».
«Non voglio uscire, mamma!»
«Perché?» chiesi bruscamente. Aveva sentito anche lui ciò che avevo
sentito io? Sarebbe stato peggio che avesse o non avesse sentito? Povero
piccolo! L’intruso dietro la porta della camera da letto o la madre al suo
interno: non aveva molta scelta.
«È buio» disse.
«Non c’è motivo di avere paura. Andiamo insieme».
Accesi la candela e lo condussi sul pianerottolo, anche se esitai con la
mano sul pomello. I secondi necessari per raggiungere l’altra stanza furono
tesissimi: a ogni passo temevo che dita invisibili mi afferrassero il braccio,
o che un corpo mi urtasse, ma mi contenni per amore di Stanley,
nascondendogli la paura che provavo.
A una seconda ispezione, la camera mi parve altrettanto sgradevole. I
pannelli antichi assorbivano tutta la luce: gli angoli erano talmente tetri da
confondere lo sguardo e la porzione di finestra libera, troppo elevata per
poter guardare fuori, era a sua volta inquietante. Decisi su due piedi che
avrei lasciato la candela accesa per tutta la notte. Tuttavia fui lieta di trovare
nell’armadio una pila di camicie da notte da donna, riposte da tempo ma
doverosamente lavate. Erano la prima traccia della presenza delle amanti di
mio padre in quella casa, e fu con un senso di nausea che aiutai Stanley a
infilarne una da sopra la testa, ma almeno avevamo entrambi qualcosa da
mettere addosso.
«Visto?» gli sussurrai una volta che fummo a letto. «Alla fine si è risolto
tutto. Siamo al sicuro e al caldo. E tu sei qui con me, quindi non ti potrà
accadere nulla».
Mi mostrai più convinta di quanto non fossi, ma lui parve rassicurato. Lo
abbracciai e lo attirai a me, la sua schiena contro il mio stomaco, il polso
nella mia mano, in modo da controllarne il battito mentre si
riaddormentava. In quel momento provai una gran pena per lui, per averlo
strappato da una casa in cui era felice e al sicuro. Perché, sia chiaro, per
quanto Lisle fosse crudele con me, nostro figlio non era mai stato in
pericolo. La sua era una vita fatta di benessere e svago: era il beniamino di
tutti. Temevo però che la trama della sua esistenza, benché piacevole,
potesse non tenere: prima o poi sarebbe stato contagiato da Lisle, avrebbe
imparato a fare lo spavaldo e il prepotente e a rimproverare, a schernire, a
sminuire e a maltrattare. Come oppormi a tutto ciò? Ero solo sua madre, io;
non avevo il diritto di sindacare sul genere d’uomo che sarebbe diventato.
Perché esiste un solo modello maschile, giusto?
Tump tump tump.
Mi sollevai a sedere di scatto, le mani strette al petto. Quei passi, di
nuovo! Tump tump tump dietro la porta, avanti e indietro per il pianerottolo,
e ora forse i colpi di un bastone sulla ringhiera. Erano i passi di un uomo
arrabbiato, furibondo, che era lì per spaventarmi e che avevo ragione di
temere. Rimasi seduta immobile.
Oh, cosa significa comprendere che peggio della presenza di qualcuno è
la sua assenza. E in effetti lì non c’era nessuno, nessuno in carne e ossa,
nessuno di cui potessi cogliere lo sguardo o i cui colpi potessi schivare. Ed
ero sicura che quel nessuno volesse infierire su di me.
I passi erano insistenti, pesanti stivali irosi che pattugliavano il
pianerottolo oltre la porta, salivano e scendevano le scale quasi in cerca di
qualcosa, infuriavano nella casa come appartenessero a qualcuno che
voleva farsi notare, che non temeva di manifestare il suo cattivo umore.
Uscivano ed entravano dal salotto, andavano dal davanti al retro della casa
per poi tornare alla mia camera.
«Lisle?» sussurrai scioccamente quando si fermarono dietro la porta.
Tump tump tump.
«Vattene» sibilai.
Stanley sbuffò dal naso. Non l’avrei svegliato per niente al mondo: gli
posai la mano sulla schiena per trovare conforto nella sua tranquillità. I
tonfi proseguirono, avanti e indietro, avanti e indietro. Talvolta, quando si
allontanavano verso la sommità delle scale, osavo sperare che il mio
visitatore se ne stesse andando; talvolta si fermavano e io pensavo, Ecco, è
finita! Ma lui tornava sempre.
Lisle irrompeva in casa in quel modo. Quando sentivo i suoi passi farsi
veloci e determinati mi nascondevo, ma lui andava da una stanza all’altra e
alla fine mi scovava, la giacca svolazzante, la camicia mezza fuori dai
pantaloni, dopo aver spalancato le porte e scostato bruscamente le tende. Mi
afferrava per i polsi e avvicinava la faccia alla mia per sputarmi addosso
tutta la sua rabbia. Ritrarmi avrebbe solo peggiorato le cose.
Così rimasi nel letto, ad ascoltare i tragitti del mio strano nuovo vicino.
Com’era possibile che fossi fuggita da un uomo furioso per trovarne un
altro ad aspettarmi? Guardando la piccola fessura della finestra schiarirsi
alle prime luci dell’alba mi chiesi se fosse una penitenza cui non potevo
sottrarmi, un fardello da portare.
Presto sentii il belato di una pecora sul fianco di qualche collina, e il
bubbolio di commiato di un gufo. Poi, come se una balia si fosse avvicinata
al mio letto per placare l’orrore che provavo, lasciai che la mente si
riempisse dell’aurora con le sue immagini rasserenanti: la cenere bianca
tolta dal camino; il latte che si scalda in una pentola; una testa curva su un
messale consunto. Visioni che appartenevano al mondo normale e dolce cui
contavo di poter tornare, e con lo splendore incipiente del giorno finalmente
scivolai in un sonno inquieto. Quando Stanley si agitò, avvolgendomi il
collo in un abbraccio, i passi si erano fermati.
Pregai che nella casa ci fosse del cibo, perché non potevo certo andare in
giro con una camicia da notte presa in prestito, e quella di Stanley era
decisamente troppo grande, con le maniche talmente lunghe da costringerlo
ad agitare le braccia come un mesmerista per trovarsi le mani intanto che
attraversavamo il pianerottolo. Mi ronzava la testa per la mancanza di
riposo, ma alla luce del mattino la casa non pareva affatto maligna: era solo
trascurata e malridotta, molto lontana da una rovina gotica, e al grosso del
suo sfacelo si sarebbe potuto rimediare con qualche rotolo di bella carta da
parati. Scendendo le scale cercai con lo sguardo la piccola sedia nera nel
vestibolo dove avevo lasciato il mantello. Le assi di legno sotto la sedia
erano scurite dall’acqua che aveva gocciolato, ma il mantello era
scomparso.
Afferrai la mano di Stanley, come per impedirgli di inciampare.
«Qualcuno è stato qui» dissi, con finta allegria, anche se il cuore aveva
accelerato i battiti e il sangue mi ruggiva nelle orecchie.
In fondo alle scale sbirciai in salotto e scorsi nuovamente le macchie
scure dove avevo lasciato i miei vestiti… ma anche quelli erano spariti. Fui
pervasa da una strana sensazione, una vampata seguita da un brivido, e
sentii caldo e freddo al contempo, sudando e tremando insieme. C’era stato
qualcuno. Qualcuno aveva girato per le stanze a mia insaputa. Una mano
estranea aveva strizzato le mie calze fradicie; uno sconosciuto aveva
capovolto le mutande di flanella che solo poco prima erano state a contatto
con la mia pelle nuda! I cimeli della notte più cupa che avessi mai vissuto, i
miei pochi effetti personali! Tastati, ispezionati, rimossi!
Avevo dimenticato di respirare, ed ero sul punto di collassare quando la
porta sul retro si aprì e una donna di mezza età fece il suo ingresso con un
secchio, la faccia tonda una tale maschera di sfinita indignazione da non
lasciarmi dubbi sul fatto che fosse stata lei a raccogliere gli indumenti che
avevo sparso in giro. Non mutò espressione nel trovarmi lì impalata, anche
se guardò mio figlio con stupore.
«Buongiorno» salutai. Tenevo Stanley per le spalle, davanti a me, ma a
lei non poteva certo sfuggire il poco che indossavo, il mio corpo informe
sotto la camicia da notte. Posò a terra il secchio senza una parola e rimase a
guardarmi, come se si aspettasse che dicessi qualcosa.
«Quindi siete stata voi a fare questo disastro» grugnì infine.
«Sono la signora Lisle» sottolineai, sorridendo con maggiore
convinzione, «e questo è mio figlio Stanley».
Lei lanciò un’occhiata scaltra in direzione del bambino quando sentì che
portava lo stesso nome di mio padre, e fece un lieve cenno del capo.
«Siete stata di sopra?» chiesi.
«Sì, e ho visto il macello che avete combinato anche lì».
Strinsi più forte le spalle di Stanley. «Non si ripeterà» dichiarai. Lisle mi
aveva raccontato che, quando aveva l’età di nostro figlio e bagnava il letto,
veniva frustato e dileggiato. Cominciavo a pensare che esistessero modi
migliori di raddrizzare un bambino che non farlo vergognare, sempre che lo
si volesse raddrizzare.
«Ebbene, sono la signora Farrar. La domestica a ore. Non vi disturberò
molto».
«Cosa?» farfugliai. «Non c’è una governante? Nessuna cameriera o
istitutrice?»
La signora Farrar parve sul punto di scoppiare a ridere. «Con tutto
questo spazio?»
Ero talmente spiazzata da ammutolire. Mai in vita mia avevo dovuto
ricorrere ai servizi di donne a ore! Erano da mogli di impiegati, da poverette
con mobili e pretese in affitto. Cosa era venuto in mente a mio padre? Non
riuscii a frenare le lacrime, che mi inondarono gli occhi, impressionanti per
la loro abbondanza. Rimasero lì, tremolanti, sul punto di sgorgare, e non mi
riuscì neanche di nascondere il rossore che mi salì dal collo, né il guizzo di
un muscolo sulla guancia mentre tentavo di ricompormi.
«Il signor Stanley ha inviato degli indumenti asciutti» disse lei dopo una
pausa, con tono più urbano. «C’è del pane con del latte per il bambino, e
voi potete bere tutto il tè che volete. Così ha detto».
Annuii, muta, e mi colarono le lacrime. Una mi cadde sul dorso della
mano accanto all’orecchio di Stanley, che non se ne accorse.
«Forza» mi sollecitò la signora Farrar. «Ho da fare. Date da mangiare al
ragazzo».
La cucina era sul retro della casa, un’ennesima stanzetta semplice e
rustica, ma impercettibilmente diversa dalle altre. Se il pianerottolo era
ostile, la cucina era calda e accogliente, e mi sentii pervadere della stessa
pace che mi aveva placata all’alba. Quello doveva essere il regno di
un’amica premurosa, per la quale le padelle, i barattoli e i libri erano
compagni amati, capace di offrire bevande calde e consigli gentili seduta al
grande tavolo sfregiato. Stanley mangiò pane e latte, con me seduta al suo
fianco in silenzio, a fissare la mia tazza di tè e a sforzarmi di ricordare ciò
che sapevo dei Thwaite. Erano parenti di mia nonna, pensai, su di loro si
allungava l’ombra… non tanto della sconvenienza quanto del disonore per
essere caduti in disgrazia. La memoria non mi assistette. Andai a cercare la
signora Farrar.
La trovai sul retro della casa, curva sul materasso rovinato. Le maniche
arrotolate fino ai gomiti, scuoteva il crine con una serie di colpi sordi. Il
vento aveva spinto una nuvola ad avvolgere la collina, quindi alle sue spalle
non c’era nessun paesaggio, nessuna casa, né il cielo, come se la donna si
stagliasse contro uno sfondo su un palcoscenico.
«Avevo un baule» esordii. «Ne sapete qualcosa?»
«È al New Inn». Si raddrizzò, premendosi la mano sulle reni. Le ciocche
corte di crine grigio erano sparse per tutto il cortile. «Il guado però è
allagato. Girarci intorno come ho fatto io è facile. Ma una carrozza non ci
passa».
«Quanto ci vorrà prima di poterlo attraversare?»
Lei strizzò gli occhi verso il cielo, benché non se ne vedesse molto. «Se
il tempo migliora, pochi giorni. Ma se ricomincia a piovere, be’» sbuffò,
«chi lo sa?»
La cosa mi irritò, perché avevo estremo bisogno dei miei articoli da
toletta, ma a quel punto lei si frugò in tasca ed estrasse una scatolina di latta
grande come una tabacchiera. «Immagino vi servano queste» disse.
Allungai la mano senza riflettere. La scatolina tintinnò quando la donna
me la lasciò cadere sul palmo. «Cos’è?» chiesi.
Si guardò intorno con circospezione, come se ci trovassimo nel mezzo di
una via affollata. «Pillole da donne. Mentuccia. Se non funzionano, il signor
Stanley conosce un certo dottore. Non siete ancora troppo avanti, giusto?»
Rimasi nuovamente senza parole. Quasi barcollai e lasciai cadere la
scatolina, che risuonò sul lastricato. Ero stata proprio un’ingenua a pensare
che mio padre tenesse quella casa per le sue conquiste! Lì non c’erano stati
passione o piacere illeciti: quello era il luogo crudele, freddo e desolato in
cui una relazione veniva conclusa, non incominciata. «No!» gracchiai.
«Signora Farrar, avete frainteso. Non è per questo che sono qui. Sono solo
una donna rispettabile in lieve difficoltà».
«Oh, signora» ribatté lei compassionevole. «È quello che dicono tutte».
Passarono i giorni. Stanley e io, vestiti in modo decente, ancorché con
pessimi abiti presi in prestito e che io non avrei mai scelto, trascorrevamo
quasi tutto il tempo nella cucina accogliente, dove il fuoco era affidabile e
la teiera piena. Dalle nostre brevi escursioni fino in fondo al vialetto mi feci
un’idea più chiara di dove ci trovassimo: un luogo davvero fuori mano. La
casa era situata sulla cresta della brughiera, circondata dalla desolazione su
tre lati e spesso avvolta in una nuvola. A est si apriva una vallata che
rivelava – a seconda del tempo – un paesaggio che andava dal fumaiolo di
una miniera di piombo disposto più in alto, fino a un piccolo mulino nel
bacino del fiume, circondato da un villaggio. Lì i campi erano
semisommersi, con i laghi grigi che spuntavano sulle sponde, e valutai che
la strada dovesse farsi insidiosa quando scendeva verso i terreni allagati.
Mi sistemavo in veranda mentre Stanley vagabondava tra il vialetto e il
piccolo giardino, costringendomi con voce lamentosa e acuta a guardare
cos’aveva trovato, ad andare a fare con lui un gioco nuovo, stringendomi
nel cerchio del suo svago fino a quando sedevamo l’uno accanto all’altra
sulla nostra panchina irregolare a guardare scendere la pioggia.
Era sulla veranda che ci trovavamo un pomeriggio cupo una settimana
dopo il nostro arrivo, con Stanley che quasi mi si arrampicava in braccio
benché io fossi con la testa tra le pagine di un libro. «Mamma! Mamma,
cosa facciamo ora?»
«Ce ne stiamo per un po’ seduti tranquilli». I romanzi in quella casa
erano dozzinali e sensazionalistici, faticavo a concentrarmi sulla trama,
anche senza le interruzioni di Stanley; mi chiedevo con troppa insistenza
chi e in quali circostanze li avesse portati fin lì. Qualcuno annoiato come
me? Annoiato e spaventato? Qualcuno che aveva sentito quei passi?
Perché tornavano ogni notte.
Il tonfo del bastone; lo stampo del piede; lo scricchiolio del corrimano.
Ormai identificavo stancamente quel trambusto. Lo chiamavo signor
Thwaite. Battendo e strusciando mi privava della pace, e ogni notte posavo
il capo sui guanciali, non con un senso di sollievo, ma di terrore, certa che
non avrei riposato. Mi bruciavano gli occhi, mi pesava la testa. Ero agitata,
scattosa, troppo compressa per costituire una compagnia adatta per mio
figlio, che a quel punto mi prese il mento tra le mani e lo sollevò per
guardarmi dritto in faccia, le dita che mi affondavano nelle guance. Aveva
gli occhi di un azzurro limpido e brillante. Avvertii il suo respiro sulla pelle.
«Finiscila, Stanley» dissi.
«Giochiamo!» Mi afferrò gli angoli della bocca e li sollevò in un sorriso.
«Smettila». Respinsi le sue mani e lui saltò giù dal mio grembo.
«Mamma cattiva!»
Mi alzai a mia volta, esclamando, «Questo è troppo!» Lui gettò indietro
le braccia e mi lanciò un grido di rabbia pura in faccia. Non vidi un
bambino insofferente, ma suo padre, che mi feriva con furia, e nel quale la
tenerezza poteva sfumare da un momento all’altro in tirannia. Le mie
guance avvamparono. Avevo ancora il libro in mano e, prima di rendermene
conto, afferrai Stanley per il colletto e lo usai per colpirgli il fondo dei
pantaloni una, due volte. Seguì un attimo di silenzio spaventoso. Stanley e
io eravamo stupefatti. Poi lui scoppiò a piangere e io ansimai, «Stanley…
Stanley! Non volevo…»
Si intromise una voce maschile.
«È a questo che ti ha condotto il tuo esperimento?»
Lanciai un urlo e strinsi forte a me Stanley, cercando di capire a chi
appartenesse la voce. Era forse il signor Thwaite? Mi perseguitava anche
fuori dalla camera da letto, adesso?
Ma ovviamente si trattava di mio padre, fermo ai piedi dei gradini, che ci
osservava da sotto la falda del cappello. Lasciai andare mio figlio e rimasi
lì, confusa e arrossita, a torcermi le mani nella gonna. Stanley smise di
piangere: si pulì il naso sulla manica e lo vidi strofinarsi la punta della
scarpa contro il polpaccio.
La vergogna mi fece quasi ammutolire mentre mio padre saliva i gradini.
Raccolse il libro che giaceva aperto a terra e lo porse a Stanley. «Vai dentro
e rimetti questo sul suo scaffale, ometto. Resta con la signora Farrar.
Lucinda, andiamo a fare due passi».
Vedere il mio bambino sparire in casa fu doloroso. Era sbagliato
mandarlo via tutto triste. Avrei voluto richiamarlo, ma mi girai e seguii mio
padre lungo il vialetto. Doveva avere qualche notizia da comunicarmi, un
piano per continuare ad aiutarci.
La strada era appesantita dal fango e dentellata qua e là di pietre, affatto
comoda per una carrozza. Decisamente meglio fare come noi, che
oltrepassammo un cancello e imboccammo un sentiero che costeggiava la
brughiera, le lastre di calcare gettate da uno sforzo eroico e solitario, dove il
vento sbatteva contro l’orlo della mia cuffietta come una mosca
intrappolata. Mi strinsi nello scialle e accelerai per adeguare il passo a
quello di mio padre.
«Non lo picchio mai» balbettai quando fummo a una certa distanza. «È
successo solo stavolta».
«Gli sei troppo affezionata» sentenziò.
Non risposi. Avanzava una nuvola, spessa come lana umida, ma le
goccioline contro il mio viso erano aghi gelidi e acuminati.
«Il tuo è un attaccamento morboso» proseguì lui. «Che genere di uomo
potrà mai sperare di diventare Stanley, con te che gli stai sempre addosso?»
«Un genere migliore del padre».
Mi scrutò, severo. «Ti perdono questa risposta, perché sei sconvolta. Ma
tanto basta a dimostrare quanto tu sia inadatta – quanto qualsiasi donna lo
sia – a guidare un bambino verso la virilità. Sei emotiva, impulsiva,
infantile. Pensa solo a come ti ho trovato oggi».
«Ma finora non sono mai stata sola con lui! Qui si annoia, ed è infelice.
Imparerò, sto già imparando. Migliorerò…»
«No, Lucinda. Il suo posto è accanto a Lisle, come anche il tuo».
«Non permetterò a quell’uomo di avvicinarsi a mio figlio».
«Suo figlio. Non puoi ridurre gli accordi matrimoniali a un capriccio:
non è così che ti ho cresciuta».
Mio padre pronunciava quelle parole davanti alla casa stessa in cui
nascondeva le sue impudicizie. Avvertii un’ondata di disgusto che repressi e
risposi con calma, «Lisle ha infranto quegli accordi. L’adultero è lui; lui il
dissoluto; lui il…» Non riuscii a pronunciare l’ultima parola. Il mio cuore si
ribellava anche solo al pensarla; provai un senso di nausea. Afferrai la mano
guantata di mio padre e mi feci forza. «Mi ha usato violenza» sibilai. «Ha
fatto cose…»
Mio padre guardò la mano che stringeva la sua e poi me. «Era un suo
diritto» disse freddamente.
Le lacrime mi salirono agli occhi, accecandomi come era già successo
con la signora Farrar, e le guance mi si imporporarono di vergogna. Mio
padre proseguì, fingendo di non vedermi. Pensai, Forse resterò qui per
sempre, immobile come la moglie di Lot, immobile come Mirra quando le
spuntarono le radici dalle dita dei piedi e si infilarono nel terreno e la
vergogna e la sofferenza le indurirono la pelle e le paralizzarono gli arti che
finirono col scricchiolare nella brezza. Sarebbe stato piacevole mollare
tutto. Mi sarei eretta nella brughiera e il vento alla fine avrebbe soffiato via
tutta l’umanità, lasciandomi per sempre insensibile come un troncone.
«Ti ho concesso una tregua» disse mio padre da sopra la spalla. «Ma ora
devi tornare a casa».
Tanto bastò a galvanizzarmi. «Voglio il divorzio» osai dire, inseguendolo
nel vento. «È plausibile. Il suo adulterio è cosa nota».
Lui scosse il capo. «Non basta».
«Allora racconterò quello che mi fa».
«È quello che tutti i mariti fanno alle mogli! Vuoi trascinare la tua
famiglia davanti alla corte suprema perché non riesci a sopportare un
decimo di quello che sopportano le altre donne? Sei ben nutrita, giusto?
Non c’è prova che ti maltratti, e se ti tradisce non è certo a tuo danno, visto
che respingi le sue attenzioni. Ti piacciono le comodità, il divertimento, i
bei vestiti». Scosse il capo, compassionevole. «Non hai niente a tuo
sostegno».
«Ma io…»
«E ti rendi conto di aver già perso tutto? Avresti potuto tenere Stanley
con te fino a quando avesse compiuto sette anni, ma dopo questo bello
spettacolo…» Si fermò per pizzicarsi il ponte del naso e strizzare gli occhi.
Quando li riaprì erano pieni di dolore. «Si tratta di rapimento, Lucinda.
Nessun tribunale sarà disposto a definirti una buona madre».
Ero come un’ubriaca, traballante ed enfatica, sballottata nel vortice del
terrore. Mi affannai per aggrapparmi ai fatti, alla razionalità, ma sapevo di
non essere capace di altro che di un’incipiente esplosione emotiva che
avrebbe portato altra acqua al suo mulino. Cedetti, frenando la lingua.
«L’alluvione sta rientrando» disse. «Possiamo tornare a casa in tutta
sicurezza e mettere una pietra su questo infelice episodio. Hai prolungato la
visita a Scarborough, tutto qui».
La luce cominciava ad affievolirsi e il nostro sentiero, che aveva
compiuto un ampio cerchio intorno al retro della casa, ora tornava a
costeggiarla. Gettai un’occhiata alle finestre, sperando di intravedere
Stanley, ma il mio sguardo fu catturato dall’intelaiatura al piano superiore,
bloccata dall’interno. C’era qualcosa di strano. In un primo momento non
capii, ma poi la vidi: una mano bianca, il palmo e le dita premuti contro il
vetro.
Fui attanagliata dal gelo, ma mantenni un passo sicuro; continuai a
camminare intanto che stavo a guardare, non credendo ai miei occhi. Chi
c’era nella mia stanza? Era mai possibile? No, non lo era affatto: non c’era
modo di arrivare al vetro della finestra. Neanche una persona minuta come
Stanley sarebbe riuscita a infilarsi tra le assi e il vetro. Eppure era ancora lì,
una mano diafana, le dita schiacciate contro il vetro come in
un’invocazione. Mio padre continuava a blaterare – Mariana avrebbe tenuto
la bocca chiusa; Lisle aveva già perdonato la mia scempiaggine –, ma io
non risposi. Parlare di fantasmi e superstizioni era folle come parlare di
divorzio e amore materno. Mi dolevano gli occhi: premetti le dita fredde
contro le orbite per allontanare la sofferenza. Non dormivo da troppo
tempo.
«Papà» esordii, «come sei entrato in possesso di questo posto?»
«I Thwaite erano parenti di mia madre. Emily Thwaite – l’ultima signora
Thwaite – era la sorella maggiore. Lei abbandonò il marito».
Ah. Ecco. «Forse ne aveva motivo».
«Lasciò anche i figli» insisté lui, «che furono mandati via; il padre non
sarebbe mai stato in grado di crescerli da solo. Non visse a lungo, e neanche
loro, temo. Forse credi che le mogli siano insignificanti, ma anche una carta
priva di valore sarebbe capace di far crollare un castello».
«E di lei cosa ne è stato?» indagai.
«Chi lo sa? Parigi, forse, o Londra… il genere di posto in cui queste
sventurate vanno a finire. Non mi stupirebbe se fosse stata trovata riversa a
terra sotto le volte dell’Adelphi».
Raggiungemmo l’alta cinta del giardino ed entrammo da un cancelletto.
Tornai con lo sguardo alla finestra, ma non vidi nessuna mano, e al suo
posto distinsi chiaramente i pannelli inchiodati, neri come sempre.
«So cosa succede qui» dissi. «Quelle donne».
Si fermò e mi scrutò a lungo. «E quindi?»
«Se si dovesse risapere…»
Rise. «Non metterti in ridicolo. C’è una certa differenza tra i segreti e i
fatti che nessuno vuole conoscere: sollevare un polverone su questa storia
danneggerebbe più te che me».
Il crepuscolo di quel pomeriggio fu furtivo. Nessuna ombra allungata,
nessun raggio di sole, solo una luce smorzata e il buio penetrante come
l’umidità. Quando raggiungemmo la veranda, mio padre mi strinse la mano.
«So che sei una brava ragazza. Vengo a prendere te e Stanley domani».
Quella sera, come ogni sera, Stanley si assopì sul divano mentre io
leggevo. Non era il caso di farlo dormire da solo al piano di sopra: il
pensiero di qualche entità terrificante che mi impedisse di raggiungerlo mi
era insopportabile. Quanto a me, sedevo lì, afflitta dal dolore. Mi ero illusa
che mio padre avesse voluto proteggermi portandoci in quel posto, ma ora
capivo che la sua lealtà era tutta rivolta verso Lisle. Il divorzio cui mi ero
follemente aggrappata non era praticabile, e anche qualora mio padre mi
avesse permesso di rimanere lì, sarei stata tormentata dal signor Thwaite.
Guardai Stanley, sprofondato al mio fianco sul divano, consapevole del
fatto che sarebbe dovuto tornare da Lisle, e che io lo avrei seguito. Anche
se in questo modo l’avrei reso partecipe della mia disgrazia; anche se a un
certo punto mi avrebbe dileggiata; anche se si sarebbe trasformato in un
uomo da temere: il mio posto era accanto a lui.
Mi alzai senza fare rumore e cominciai a riunire i nostri pochi effetti. Poi
lo presi in braccio. Pesava, e si agitò mentre lo sollevavo, ma quando capì
che ero io mi posò la testa sulla spalla e le sue membra tornarono a
rilassarsi. Avrei potuto restare così per sempre, a inalare il tepore dietro il
suo orecchio e a gioire della fiducia assoluta delle sue dita leggermente
piegate. Invece lo portai di sopra, a letto.
Il signor Thwaite si manfestò a notte fonda, consumando la candela. Mi
sollevai a sedere, ormai esasperata: ora che mi ero decisa a partire, i suoi
passi tirannici mi fecero saltare i nervi. «Lasciami stare» dissi. «Finiscila!»
Inscenò una corsa furiosa sul pianerottolo, i corrimano che vibravano, le
assi del pavimento che scricchiolavano. Sentii uno schiocco e un frastuono
di vetri infranti: un dipinto che si staccava dalla parete, senza dubbio.
«Hai vinto tu» dissi. «Torno a casa. Adesso però lasciami dormire, ti
scongiuro».
Al piano di sotto un altro schianto: La zattera della Medusa che si
infrangeva a terra. Era la prima volta che lo sentivo muoversi con tanta
frenesia. I passi risuonavano sul pavimento: le cortine del letto tremavano e
i bicchieri d’acqua sul cassettone si urtavano, tintinnando.
Mi alzai dal letto e andai a rannicchiarmi dietro la porta, con la candela a
terra. Mi parve di sentirlo dall’altra parte, una presenza crepitante e oscura,
arrabbiata con me. Pensai, Domani, ovunque sarò, potrò dormire, e provai
una gioia cupa e sciocca. «Signor Thwaite» sussurrai.
Una specie di grugnito.
«Non è con me che sei furioso. Non sono tua moglie, io. La signora
Thwaite se ne è andata, e devi andartene anche tu».
Silenzio. Prolungato. Sentivo solo il suono del respiro di Stanley dal
letto, come la risacca in una serata serena: dolce, imperturbabile, durevole.
Non ero stata una buona madre, ma sarei migliorata. Ormai accettavo il
fatto che la liberazione che avevo immaginato per entrambi fosse
impossibile. Se non Lisle, sarebbe stato un altro uomo: uno per tutti e tutti
per uno, un’idra che non avrei potuto mai sconfiggere. Diamine, persino gli
uomini defunti facevano la loro parte! Mi inginocchiai, premendo la fronte
contro la porta. Il sollievo che provai alla prospettiva del benessere fisico,
del riposo, del sonno dopo quel soggiorno fu smorzato dalla sofferenza per
la speranza fugace e rosea sbocciata in me a Scarborough, mentre guardavo
Stanley correre sulla spiaggia. Una speranza svanita. Non potevo vincere,
mi arrendevo.
Poi, come a conferma di ciò, sentii scorrere il chiavistello.
Cosa?! Mi accovacciai e tentai di aprire la porta, prima con delicatezza,
poi con violenza. Era bloccata, non c’era dubbio. Dall’esterno. Mi alzai e
scossi la maniglia, ma non osai forzarla eccessivamente, con Stanley che
dormiva. Quella situazione, già spaventosa, sarebbe peggiorata
ulteriormente se il mio bambino ne fosse venuto a conoscenza!
«Non puoi scappare» disse una voce profonda e stridente. La mia
candela si spense come se lo stoppino fosse stato chiuso tra pollice e indice.
Soffocai un grido. Ce n’era un’altra che continuava ad ardere sul cassettone,
ma in un attimo si spense a sua volta. La stanza era buia come una tomba,
talmente priva di luce che i miei occhi la inventarono, e la mia vista fu
invasa da chiazze rosse e verdi che si ingrandivano e svanivano. Tentai
nuovamente di aprire la porta, ma niente. Avanzai a tastoni lungo i pannelli
delle pareti fino alla finestra, inciampando su oggetti che non mi erano più
familiari. Avevo sperato di far entrare un minimo di luce della luna, sempre
che ci fosse, ma non riuscii a infilare le dita sotto le assi saldamente
inchiodate per raggiungere la finestra. Niente da fare. Il cuore mi batteva
all’impazzata: mi sedetti sul bordo del letto e strinsi le mani in grembo,
torcendo le dita senza posa.
Altri rumori dal piano di sotto – dalla cucina, a quel punto –, vasetti che
si infrangevano sul pavimento di pietra, padelle che cadevano. «Non te ne
andrai!»
Continuò ad andare avanti e indietro sul pianerottolo, come fosse in
gabbia, i passi inframezzati qua e là da altre esplosioni di attività al piano
inferiore. Libri lanciati dagli scaffali, sedie di legno spostate da un punto
all’altro. Non si trattava più di un assalto minaccioso, ma di un giro
d’onore. Era lo sportivo che, vedendo il suo avversario soccombere,
coglieva l’opportunità per infierire, perché avere la meglio su di me non era
sufficiente. Doveva distruggermi.
Giacqui accanto a Stanley, sopra le coperte, e lasciai che la rabbia del
signor Thwaite tornasse a smuovere l’aria intorno alla mia testa. Una
lacrima mi scivolò sul lato del viso e tra i capelli, calda e poi fredda nelle
pieghe dell’orecchio. Mi asciugai gli occhi, ma le lacrime continuarono a
scendere. Pensavo all’obbligo di tornare da Lisle e a quanto più crudele si
sarebbe mostrato lui, ora che avevo tentato e fallito. Prima, se non altro, ero
stata irreprensibile e non gli avevo dato motivo di trattarmi tanto male. Ma
ora… ora l’avevo provocato. Il mio viaggio sarebbe stato l’appiglio per
qualsiasi sua ritorsione nei miei confronti.
Poi fui distratta da qualcosa. Qualcosa di lieve e incerto, niente a che
fare con il signor Thwaite, ma altrettanto innegabile. Non posso dire di aver
visto cosa fosse, o di averlo sentito, o sfiorato. Ma di colpo avvertii un’altra
presenza nella stanza.
Emily.
Non parlò. Mi parve che però l’aria mi accogliesse.
Emily, Emily, pura vaporosità!
Era davanti alla finestra cieca che bloccava la luce della luna, accanto
alla candela spenta. Tuttavia la vedevo, color falena, sfocata, ondeggiante
nel moto del buio. Indossava un abito sbiadito di moda sessanta anni prima,
con le macchie che si sovrapponevano, e il bordo e gli orli delle sottane che
pendevano irregolari dove erano stati lacerati, ed era magra, magra come
qualcuno ridotto al lumicino, con le articolazioni bulbose e le labbra
assottigliate che lottavano per congiungersi sopra i denti, e gli occhi
profondamente infossati nelle cavità.
All’esterno il signor Thwaite continuava a infuriare borbottando, «Mai!
Mai! Non se ne andrà mai, lei».
Mi premetti la mano sulla bocca. La signora Thwaite non era scappata.
Forse aveva minacciato di farlo – forse aveva anche tentato – ma senza
riuscirci. Era stata qui, rannicchiata, ad ascoltare la furia del marito e la
voce attutita dei figli che partivano e il silenzio che li aveva seguiti. Doveva
aver guardato la luce cambiare colore dalla sua fessura di finestra, percepito
le ore e le stagioni che si allungavano e accorciavano, in un’attesa disperata.
E nessuno era venuto a prenderla, se non la morte.
Volse il capo su quel collo di gallina spennata e mi guardò.
Fui colta da una vertigine, ma qualcosa mi sostenne. A dispetto del suo
aspetto spaventoso, emanava dolcezza. E benché non si muovesse, parve
quasi sedersi al mio fianco, come Mariana tanto tempo prima, come
qualsiasi cara amica, per consolarmi nella mia infelicità. Non avvertivo
tanta compassione da troppo tempo e piansi più forte. Si era seduta così, nel
buio, con le altre donne che mio padre aveva portato lì, mentre aspettavano
che la dose che avevano assunto facesse effetto, o dopo che il dottore era
stato pagato. Forse due o tre di loro erano rimaste più a lungo, incinte di
figli che non avrebbero potuto accudire. Le aveva sostenute. Ed era rimasta
sempre lì con me, a trasmettere calore alla cucina e a pervadere i miei
pensieri di sicurezza e dolcezza mentre il marito mi privava del sonno.
Stanley sospirò e si girò. Gli poggiai la mano sulla spalla per avvertire il
suo calore amato, la sua pelle, le sue ossa che si sollevavano e abbassavano.
E ricevetti un muto annuncio:
Te ne puoi andare.
Esitai.
Te ne devi andare.
«Mio padre mi riporta a casa domani» dissi.
Emily Thwaite scosse il capo. No! No! Non seguirlo. Con un grande
sforzo si staccò dalla finestra e raggiunse il centro della stanza, le membra
troppo rigide e i tendini troppo allentati, così sbandò e cedette come una
marionetta. Avvertii la brezza sollevata dai suoi abiti mentre mi
oltrepassava. Aveva i capelli ammatassati; le unghie lunghe e gialle. Indicò
la porta.
Thwaite è il tuo avvertimento, disse. E lo sono anche io.
Vidi Scarborough. La luce rosa e la patina dorata della sabbia. Le mani
di mio figlio arrossate dal freddo e gli occhi strabuzzati per la gioia.
Quando faceva buio, risalivamo la collina insieme contando i passi e io non
mi lamentavo del fatto che non volesse andare a letto, ma guardavo in su,
alle stelle, esprimendo il desiderio che non finisse mai.
Mi svegliai sentendo scuotere la porta. In un primo momento fui troppo
confusa per capire se fossi sveglia o stessi sognando, e urlai quando sentii
scorrere il chiavistello e l’uscio si aprì. La luce grigia del giorno penetrò
all’interno dal pianerottolo, non forte, ma sufficiente per mostrarmi mio
padre, in piedi sulla soglia.
«Cosa significa?» chiese perplesso. «Che è successo di sotto? Com’è
possibile che foste chiusi dentro?»
Mi strofinai gli occhi. Giacevo sopra le coperte, immobile, con indosso i
vestiti della sera prima, e Stanley era acciambellato come un ghiro sotto le
lenzuola al mio fianco. L’ultimo ricordo che avevo era quello della signora
Thwaite, del suo viso smagrito, della sua mano tesa.
«Come è potuto accadere?» insisté mio padre. «Chi è stato?»
«Stanley deve aver sbattuto la porta» dissi. «Ho notato più volte che il
chiavistello è difettoso». Il cuore mi batteva ancora forte: se mi avesse
osservata con attenzione avrebbe visto le pulsazioni alterarmi le piegoline
del busto e agitarmi i polsini. Mi alzai lisciando la gonna e andai alla
toletta. «Fortuna che eravate qui» commentai con leggerezza.
«Se non altro, sei vestita e pronta» disse lui, varcando la soglia con
un’esitazione insolita. Lo fissai dallo specchio, senza catturare il suo
sguardo, che lui preferì volgere, meditabondo, su Stanley che dormiva. Un
gesto deliberato, mentre io mi spazzolavo e raccoglievo i capelli. Poi andò
alla finestra, nel punto in cui Emily Thwaite si era fermata la notte prima, e
ne esaminò i rinforzi.
«Non mi è piaciuto affatto restare chiusa quassù» dissi, sistemandomi i
capelli. Allo specchio scorsi una figura che gli si avvicinava, pallida e
spigolosa, una macchia sul vetro o il riflesso di un raggio di luce. Te ne puoi
andare, mi disse.
Esitai. Premetti le mani sul tavolo per controllarne il tremito, ma non si
fermavano, e i gomiti battevano contro le maniglie dei cassetti. «La signora
Farrar è qui?» chiesi. «Devo congedarmi».
«Le ho detto che oggi non c’era bisogno dei suoi servizi. Ma vedo che
martedì prossimo avrà un bel da fare per mettere in ordine».
Annuii. Infilai l’ultima forcina tra i capelli e gettai uno sguardo al letto,
dove Stanley si era sollevato a sedere, guardandosi intorno. «Sei sveglio!
Forza, bimbo bello. Sei pronto per una nuova avventura?»
Scosse il capo, ricadendo indietro. «Mamma, no».
«È l’ultima» dissi. «Dopo questa la smetteremo di correre in giro». Lo
raggiunsi e lo presi in braccio, cullandolo e premendo il naso contro la sua
nuca, senza vergognarmi, anche se sapevo che mio padre mi stava
osservando. Emily Thwaite osservava lui, e dietro la disapprovazione e la
sofferenza che le si alternavano in volto colsi un’altra emozione: la
risolutezza. Vestii velocemente Stanley, che mi stava aggrappato addosso
intorpidito e con le guance arrossate, e fui nuovamente raggiunta dalla voce
della signora Thwaite: Te ne puoi andare. Te ne puoi andare. Te ne devi
andare.
Restava accostata alla parete, e si spostava curva e lenta, gli occhi fissi
su mio padre, come una pantera in cattività che, per quanto flebile ed
emaciata, senta ancora l’istinto bruciare. Cominciai ad avere paura.
Sarò il suo avvertimento, sussurrò lei. Saprà quel che ha fatto. Mio
padre stava scorrendo i libri sul davanzale, romanzi dozzinali che gli fecero
arricciare il labbro.
«Viaggeremo sulla carrozza di nonno» dissi allegramente a Stanley.
«L’altra volta non mi è piaciuto» rispose lui, nascondendo il visetto nella
mia gonna.
«Ma sarà diverso».
Nella stanza l’atmosfera si diffondeva come un profumo: era il profumo
del dolore dolce e paziente. Emily Thwaite sedeva in un angolo, la fronte
premuta contro le mani unite, e per un attimo pensai che mio padre la
vedesse, perché indugiò davanti allo specchio un secondo, strizzando gli
occhi per guardare la stanza che vi era riflessa. Ma forse aveva visto molte
cose, e molte l’avevano turbato. «Venite?» gli chiesi prendendo la mia borsa
e spingendo Stanley fuori dalla stanza.
Lui parve meditabondo, come colto da un pensiero che non lo aveva mai
sfiorato prima. «Tra un attimo» rispose.
Stanley stava già caracollando giù per le scale. Aspettai che mio padre
mi desse le spalle prima di chiudere la porta della camera da letto. Piano,
senza fare rumore, feci scorrere il chiavistello.
L’atrio era cosparso di vetri rotti e libri spalancati, la cucina era a
soqquadro. Il pastrano di mio padre era poggiato sulla sedia dell’atrio e io
frugai nelle tasche fino a trovare un borsellino pieno di soldi e poi,
nell’imbottitura, un rotolo di banconote sufficienti per garantirci un minimo
di sopravvivenza.
Stanley mi fissava, la fronte aggrottata.
«È tutto a posto. Nonno ci raggiunge più tardi. Mettiti il cappello».
Lo presi per mano e uscimmo. La carrozza aspettava in fondo ai gradini,
i cavalli che agitavano le teste, e quando spuntò il sole, la vallata ci si
rivelò, finalmente: bruma madreperlacea; luccichii sulle finestre delle
fattorie e delle casette; il comignolo del mulino che si stagliava simile a un
miraggio. I campi, i ruscelli, i muretti sghembi e le siepi di biancospino
erano soffusi di una foschia rosata. Avvolsi Stanley tra le braccia e lo strinsi
forte. Lo aiutai a salire in carrozza e mi girai a guardare la casa. Le finestre
erano vuote.
«Partite» dissi. «Portateci a Scarborough».
I cantori delle anguille
Natasha Pulley
Keita Mori ricordava il futuro e, a voler essere sincero – cosa che gli
accadeva di rado –, non gli piaceva.
Fortunatamente era un pessimo attore, quindi la sincerità non gli era
necessaria. Thaniel aveva preso in affitto la stanza libera nel suo
appartamento già da un po’, e ormai capiva quando era infelice.
Quella sera stavano passeggiando per il mercatino di Natale del villaggio
giapponese di Knightsbridge. Un paio di anni prima, quando Thaniel si era
trasferito a Knightsbridge, il villaggio era un piccolo evento, allestito in una
spaziosa sala da esposizioni; ma aveva avuto un tale successo che, dopo
l’incendio che lo aveva raso al suolo, i proprietari l’avevano ricostruito
apportando diverse migliorie, corredandolo all’esterno di bellissimi ponti e
pagode, e di templi vivaci con le campane da preghiera. I residenti, tutti
artigiani, avevano messo i prodotti in esposizione per il Natale. C’erano
bancarelle e luci ovunque, che si riflettevano sui gioielli smaltati, i parasole,
le pezze di seta da kimono. La donna che gestiva la sala da tè aveva assunto
del personale extra che mandava in giro con dei vassoi di tè matcha
bollente, di un verde talmente intenso da ricordare a Thaniel il muschio
sgargiante che cresceva solo nei boschi più folti. Lo si poteva comprare
corretto al sakè o al whisky e, unito al fumo che usciva dalle pipe di tutti, il
vapore dolce e caldo saliva in spire nell’aria serotina, colorato d’arancio
dalle lanterne. Il brusio della folla era un misto di inglese e giapponese.
L’aria era pervasa da un’allegria frizzante, come quando si mettono i
polpastrelli sopra lo champagne appena versato.
Mori appariva fragile al punto da rischiare che le voci dei bambini che li
circondavano lo mandassero in frantumi.
«Cosa ti passa per la testa?» buttò lì Thaniel sollevando il bavero del
cappotto contro il freddo.
Più avanti, Six era immersa in trattative con il venditore di fuochi
d’artificio, che pareva annaspare.
«Dovremmo correre in suo soccorso» disse Mori, indicandolo con un
cenno del capo. «Prima che lei lo tramortisca di statistiche».
«Cos’altro c’è?» insisté Thaniel, ormai abituato a certe manovre
diversive.
«Niente, niente… tutto a posto» rispose Mori, ma si stavano avvicinando
alla bancarella dei fuochi d’artificio, e il bagliore sfrigolante delle stelle
filanti lo investì con crudezza, trasformandogli occhi e capelli in vetro nero.
Trasalì e tese la mano di piatto sotto al vassoio di matcha e whisky di un
ragazzo, un secondo prima che lui lo lasciasse cadere, dopo essere stato
urtato da un cane che passava. Mori glielo restituì.
Thaniel rimuginò su quel vassoio, sentendosi in colpa. Forse non era
tanto dignitoso pensarlo, ma Mori proveniva da una delle più antiche case
di samurai giapponesi, che da mille anni allevava dame delicate alte meno
di un metro e cinquanta e cavalieri cristallini. Una tazza di quel tè e in un
lampo sarebbe diventato ubriaco e sincero.
Mori distolse e abbassò lo sguardo un attimo prima che Six li
raggiungesse trafelata, con un sacchetto di carta che molto probabilmente
conteneva più fuochi d’artificio di quanti il bottegaio ne avrebbe venduti a
una bambina di otto anni. Come al solito, non prese la mano di nessuno dei
due. Invece, rubò gli orologi dal taschino di Mori e di Thaniel, in modo da
poter camminare tra loro alla breve distanza della catenella.1
Thaniel le diede di gomito. «Come mai tutti questi fuochi, fiorellino?»
«Così il giorno di Natale possiamo accenderli, e a Mori sembrerà
capodanno e non una festività pagana legata a un’effrazione e a un maniaco
inquietante» spiegò lei.
«Ecco» disse Thaniel. «Perfetto. Statemi a sentire, per la quattordicesima
volta: la storia della natività non ha niente a che fare con un’effrazione e un
maniaco inquietante. L’Arcangelo Gabriele compare alla Vergine Maria per
annunciarle la visita dello Spirito Santo, tutto qui!»
«Tu però fammi un favore» mormorò Mori, «e scappa se qualche pazzo
forsennato cerca di saltarti addosso con il suo spirito santo».
Thaniel gli agitò contro il pugno.
Erano usciti dal mercato e Thaniel quasi non si accorse che Mori era
rimasto impietrito sul ciglio del marciapiede. Stavano per attraversare la
strada, che rombava di carrozze e cavalli, e di gente che andava e veniva dal
mercato. Un omnibus con la pubblicità del tè Lipton sulla fiancata slittò sul
ghiaccio e si sollevò su due ruote per un attimo prima di ricadere
rumorosamente sul selciato. Alcune ragazze fecero un applauso al
conducente.
«Kei?» lo richiamò Thaniel.
Mori fece un sorrisetto. «Scusate. Parecchio movimentato, eh?»
Thaniel tardò a capire e quando lo fece si irritò con se stesso per non
averci pensato prima. Certo, se eri un chiaroveggente una via trafficata e
ricoperta di ghiaccio doveva trasformarsi in una baraonda di potenziali
ricordi di persone investite da ruote o zoccoli.2
Era inutile chiedere a Mori se volesse fermarsi e aspettare di sentirsi
meglio; per lui la sollecitudine altrui equivaleva a un’offesa.
«Six» disse invece Thaniel, «compriamo della cioccolata calda a quella
bancarella?» C’era la fila, e nel frattempo la folla sulla via si sarebbe
diradata.
Six si girò a guardare, senza troppo entusiasmo. La bancarella di
cioccolata calda esulava dal programma del rientro a casa, e lei tendeva a
scoraggiare deviazioni improvvise. Potendo, li avrebbe messi tutti su un
binario ferroviario con un orario definito e nessuna fermata facoltativa.
Thaniel le strinse la spalla, cercando di comunicarle che non le aveva
fatto quella proposta con l’intento di infastidirla. La vide osservare Mori.
«Credo proprio» disse tutta seria, «che sarebbe grandioso».
Nella casa su Filigree Street il laboratorio di Mori era chiuso per Natale.
Quando entrarono, Thaniel fu colto da un’ondata di sollievo colpevole.
Adorava il laboratorio e i meccanismi degli orologi luccicanti, ma era bello
sapere che nessuno stava per entrare e suonare il campanello sul bancone.
Fino al nuovo anno, la casa apparteneva solo a loro, con il fuoco acceso in
tutti i caminetti e le lampadine scintillanti in mezzo all’agrifoglio
attorcigliato intorno al mancorrente delle scale. Era stato Mori stesso a
fabbricare le luci, e all’interno di ogni bulbo i filamenti erano ripiegati in
forme diverse: alberi, stelle, un castello giapponese. La luce era color miele,
accogliente.
Thaniel si infilò nel letto verso mezzanotte, dopo che Mori aveva fatto
bere a Six del vin brûlé, e si addormentò quasi all’istante. Gli dolevano le
costole per le risate. Normalmente Six era una persona tranquilla, ma, un
po’ alticcia com’era, gli aveva dato una bella strigliata. Trovava davvero
sconvolgente che lui indossasse un cappotto diverso senza preavviso, e gli
sarebbe costato poi così tanto appuntarlo sul grafico delle Cose Importanti
Che Potrebbero Capitare Oggi che avevano appeso in cucina?3
Non aveva idea di che ora fosse quando qualcosa lo svegliò. Si sollevò a
sedere sul letto. Pensò vagamente a un botto, ma aveva la mente annebbiata
dal sonno. Sussultò quando bussarono alla porta.
«Six, tutto bene?» chiese nel buio. Forse aveva sentito calare la scala
dalla soffitta. «È aperto, fiorellino».
«Sono io» disse la voce impastata di brandy di Mori. Sembrava scosso.
«Posso?»
«Certo» gracchiò Thaniel.
Vivevano insieme da tre anni e Mori non aveva mai bussato alla sua
porta. Era più frequente il contrario, e Thaniel si tormentava ogni volta, nel
timore di non essere il benvenuto. Mori lo accoglieva sempre, ma Mori era
Mori. Non era inglese, né cristiano: era cresciuto in un luogo in cui bussare
alla porta di un amico era normale. Non significava che fosse innamorato,
ma solo cortese. Thaniel non osava approfondire. Era da vigliacchi, ma non
sapere gli permetteva di continuare a sperare.
Mori entrò senza far rumore, chiuse la porta e poi si rannicchiò sul lato
più vicino del letto, la schiena contro la parete e le braccia intorno alle
ginocchia. «Grazie. Scusa. Incubi piuttosto nitidi».
«Sulla strada?» chiese Thaniel con delicatezza. Spostò la coperta, in
modo che potessero condividerla. La luna e il freddo penetrarono dalla
finestra, gettando ombre romboidali sul letto.
Mori annuì. «È quel periodo dell’anno. Troppa confusione, non riesco a
mettere ordine». Si passò le mani tra i capelli. «E ogni anno è peggio. Non
voglio neanche uscire. Voglio solo… non faccio che ricordare di venire
investito o di cadere, o che Six finisce sotto una carrozza o magari tu, e poi
ospedali e funerali e…»
«Allora non uscire. Ci penso io» disse Thaniel, lieto di rendersi utile. In
genere non lo era. Lavorava al ministero degli Affari esteri. «Posso
occuparmi della spesa e di tutto il resto».
Mori gli lanciò un’occhiata mesta. «Ma significherebbe gettare la
spugna».
«Piantala. Se io mi ostinassi a compiere un gesto autolesionista, tu
saresti il primo a darmi uno schiaffo e a ordinarmi di stare buono».
Mori rise. «Vero».
Thaniel gli passò un braccio esitante attorno alle spalle, attirandolo a sé.
Provò un fremito di insulsa esaltazione quando Mori lo lasciò fare. «Come
risolvere? Andando in un posto più tranquillo, magari?»
«Non possiamo portare Six in vacanza senza preavviso, darebbe i
numeri».
«Ma deve anche vivere in questo mondo. E… dammi pure del bastardo,
ma non credo che si debba sacrificare la salute per i figli. Si finisce con
l’odiarli».
Mori tacque per qualche secondo. Quando tornò a parlare, lo fece con
circospezione, come se stesse saggiando il ghiaccio sulla sponda di un lago.
«C’è un posto dove non funziona».
«Non funziona cosa?»
«Questo» disse Mori, sfiorandosi le tempie. «Non ho idea del perché».
«Come fai a saperlo?» chiese Thaniel, faticando a comprendere.
«Perché ricordo che andiamo lì e nient’altro». Mori esitò. «Il resto mi
sfugge. Di solito invece so tutto. È come un buco nell’intreccio generale».
«Dove?»
«Le Fens. Verso… Peterborough».
«Pensavo stessi per dire in Mongolia» ribatté Thaniel, incredulo.
«Peterborough è a poche ore di treno. Cosa aspettiamo a partire? Six la
convinco io».
Mori gli lanciò uno sguardo che era un misto di gratitudine e vergogna, e
Thaniel si sentì felice di aver fatto qualcosa di utile, ma anche
spaventosamente giovane e inconsistente.
La palude si estendeva ovunque, grigia e scintillante. Il cielo cominciava a
imbrunire, vasto come Thaniel non l’aveva mai visto, color malva e peltro,
da un estremo all’altro dell’orizzonte al di sopra delle sagome increspate dei
giunchi. La stazione era priva di nome: solo una banchina di legno, senza
un ufficio o un guardiano, e c’era un sentiero che si dipanava su un lato, nel
pantano.
Thaniel non ci fece caso. Era solo felice di essere sceso dal treno.
La banchina era la struttura più elevata visibile per miglia. Non scorse un
solo edificio, tranne forse un mezzo rudere in lontananza. Dovevano aver
sbagliato fermata. Quel posto sembrava disabitato da secoli.
«No, è proprio qui» disse Mori. Pareva in ascolto. La custode della
pensione avrebbe dovuto essere lì ad accoglierli, ma non c’era anima viva.
Thaniel stava per chiedere a Mori cosa fare quando vide una lanterna,
seminascosta tra i giunchi, più alti di quanto gli fosse parso, e dietro una
donna e un uomo con indosso scialli e cappelli. Salutarono con la mano.
«Buonasera!» dissero in coro.
«Buonasera» rispose Thaniel, sollevato.
Six, che diffidava degli sconosciuti, prese l’orologio di Mori e si avvolse
la catena intorno alla mano, impedendogli così di allontanarsi più di
quindici centimetri. Thaniel si affrettò ad andare loro incontro scendendo i
gradini, per non apparire scortese. Dovette battere due volte le palpebre,
perché erano più vicini di quanto avesse calcolato. Qualcosa in quella
pianura infinita rendeva difficile misurare le distanze.
«Salve… siete la custode?»
«Esatto» rispose la donna. «E voi siete i signori Steepleton e Mori? Per
di qua».
«Per di qua» le fece eco l’uomo, tutto allegro. «Vi porto il bagaglio?»
«No, ci pensiamo noi» rispose Thaniel, che era stato un facchino. Odiava
chi si sbarazzava delle valigie appena poteva.
«C’è parecchio da camminare» lo avvertì l’altro.
«Da camminare» gli si accodò la donna.
«Ottimo» intervenne Mori. «Un po’ di esercizio ci farà bene. Da Londra
sono cinque ore».
Lo fissarono entrambi con un’attenzione improvvisa e penetrante che
mise a disagio Thaniel. In un posto del genere dovevano essere poco
avvezzi ai forestieri. Ma poi i due sorrisero. «Benvenuti nella giuncacqua!»
«Cosa significa?» chiese Thaniel, curioso e sollevato. Era del
Lincolnshire, non troppo lontano da lì, ma le Fens erano un posto a parte,
con gente tutta diversa. Anche nell’aspetto, con i capelli scuri acquosi e gli
occhi azzurri acquosi. Probabilmente non si spostavano dai tempi del
Danelaw. Confinati dal pantano, che aveva confinato anche la loro lingua.
«Oh…» Si scambiarono un’occhiata, poi risero. Dovevano conoscersi da
anni, perché lo fecero all’unisono, e nello stesso modo. «È questo posto!»
Thaniel guardò istintivamente Mori, che era un dizionario internazionale
ambulante. Ma Mori stava scuotendo il capo. Thaniel non lo aveva mai
visto così felice. Incontrandolo in quel momento, fuori contesto, l’avrebbe
preso per un uomo che si era appena liberato di un’emicrania che lo
affliggeva da anni.
«Mi sfugge il senso» disse Mori. Scoppiò a ridere, e a lui si unirono la
custode e il marito. Thaniel sorrise a sua volta, lieto che la cosa stesse
funzionando. Six, invece, li scrutò tutti con un’aria strana. Senza parlare,
tirò la linguetta di carta di una delle Stelle Filanti di Lunga Durata ad
Accensione Autonoma del signor Tanaka e li precedette lungo il minuscolo
sentiero, la sua ombra che volteggiava.
Per un quarto di miglio non videro altro che fango e giunchi. Rispetto a
Londra, l’aria aveva un sentore dolce… Thaniel l’aveva sempre liquidato
come un luogo comune, ma era vero, e se fosse stato bendato avrebbe detto
che qualcuno aveva appena sparso in giro dello zucchero a velo. Dolce,
terroso e freddo. Di tanto in tanto scorgeva dei punti bianchi nel pantano,
senza capire cosa fossero, fino a quando uno sollevò il collo flessuoso.
Cigni, a decine. Il suo senso della prospettiva vacillò. Gli erano parsi molto
più piccoli e vicini. Una sensazione misteriosa, ma anche elettrizzante.
Poi l’equilibrio tra acqua e terra variò. Il sentiero si interruppe e divenne
una sopraelevata di legno, i piloni affondati in una distesa di acqua nera.
C’era un’isola, e su quell’isola, inaspettata e spoglia, la casa. Da lì, le sue
luci parevano incorporee, e a Thaniel venne in mente l’alchimia. Guardò
Mori e sorrise. Non aveva mai visto un luogo simile, né vi aveva abitato. Si
sorprese a sperare in qualche fantasma.
La custode fece strada sulla sopraelevata. La palude giocò loro un altro
scherzetto e il cammino si rivelò assai più lungo del previsto. I passi
risuonavano cupi al di sotto del legno, talmente vecchio che la superficie
aveva acquisito un che di spugnoso. Il muschio cresceva sulle colonnine
della ringhiera. Il buio era più fitto, ormai, e la lanterna della custode
illuminava solo un breve tratto davanti a loro, proiettando righe nere
sull’orlo della sua gonna.
Forse la palude qualche volta era straripata, perché all’ingresso della
casa si accedeva da una scalinata di legno rialzata. Sui lati c’era un giardino
adibito a orto per le verdure e le erbe, ma ormai era quasi completamente
allagato e soffocato dai giunchi. Persino alla calda luce della lanterna la
casa appariva tetra, con gli alti muri lisci, le punte acuminate e le finestre a
fessura. Ma quando la custode spalancò il portone, il calore si riversò fuori.
Dentro, sul grande tavolo di cucina, c’erano un cesto di vivande e le
istruzioni per l’uso del forno (non sempre i gentiluomini sanno come fare).
La stufa era già accesa, come tutte le lampade.
«Il cesto vi dovrebbe bastare, ma il villaggio è a due miglia, da quella
parte» disse la custode. Alla luce giusta era talmente acquosa da sembrare
sul punto di evaporare. Lei e il marito indicarono al contempo oltre il
camino, ancora una volta stranamente all’unisono. «Le cartine sono lì di
lato».
«Di lato» ripeté il marito.
«Bene» disse lei, e ancora una volta i due sorrisero a Mori. «Vi lasciamo
alle vostre cose».
Thaniel li ringraziò e li accompagnò alla porta. Six era ancora in
giardino, intenta a tracciare il proprio nome nell’aria con la stella filante. La
custode e il marito si ridussero presto al globo della loro lanterna, prima di
svanire verso il molo. Una volta raggiunta la barca, si misero a cantare: era
una canzone strana, inquietante, che intonarono in perfetto unisono. Thaniel
riconobbe inconsciamente la lingua, anche se non la capiva. Sembrava
antica.
Lanciò un’occhiata a Mori. «Cordiali. Del tipo probabilmente-rinchiusiin-una-cantina-per-anni».
Mori rise, e Thaniel provò una stretta al cuore, perché Mori di solito non
rideva tanto facilmente. «Allegri, però».
Thaniel andò a recuperare Six, perché il freddo era sempre più intenso e
cominciava a scendere una neve cinerea. Quando la riportò in cucina, trovò
Mori fermo davanti alla stufa aperta, che fissava le fiamme danzare sul
carbone, come ipnotizzato.
«Tutto a posto?» chiese, subito preoccupato.
«Guarda qui, niente crisi isterica». Avvicinò la mano al fuoco. «Forse fa
scintille, forse no, e cosa me ne importa? Niente. È per questo che la gente
sfida il mare, no? Se va male, non ci si ricorda di essere affogati. Cristo,
bisogna proprio sperimentarlo per accorgersene… davvero ci si sente
immortali tutto il tempo?»
Thaniel rise e mise su il bollitore. «Come mai qui non funziona?»
«Non lo so. È come se…» Mori inclinò il capo. «Come se questo posto
fosse isolato. Ce ne sono altri. Sparsi in giro, sempre minuscoli, poche
miglia quadrate. Uno in Russia, alcuni sull’Himalaya. Non so perché».
Thaniel lo osservò, incantato, perché senza ricordi del futuro Mori aveva
un accento. Ovvio: era in Inghilterra da pochi anni e non si arrivava a
parlare un inglese o un giapponese corrente prima di almeno dieci. Thaniel
ne aveva la dolorosa certezza. Non appena aveva la sensazione di
cominciare a migliorare, qualcuno attaccava con una tirata sulla politica e il
suo cervello riusciva solo a formulare l’idea che gli piacevano i polpi.
Six aveva frugato nel camino, lasciato spento perché la stufa scaldava a
sufficienza. La neve cominciava già a scendere dal comignolo e a
depositarsi sul focolare. «Qui c’è un gatto morto» annunciò. «Posso
punzecchiarlo?»
Thaniel si aspettava una visione orribile, ma si trattava solo di uno
scheletro raggomitolato tra le ceneri nel braciere. «Ah, lascialo in pace,
fiorellino. L’avranno messo lì per qualche motivo. Da queste parti un tempo
la gente lo faceva per tenere alla larga le streghe».
«Un tempo nel senso di un paio di settimane fa?» chiese Six.
«No, tantissimi anni fa».
«Ma se si trattasse di tantissimi anni fa le fiamme lo avrebbero
consumato».
Aveva ragione. Pensò alla custode, con la sua canzone dagli accenti
antichi. Forse in quel posto resistevano altre tradizioni ataviche. «Magari
lasciarlo in pace è solo la cosa più gentile da fare».
Nevicò per tutta la notte. Thaniel lo sapeva bene perché alle due si risvegliò
in giardino.
Era fermo al cancello che dava sul lago nero, scalzo nella neve.
Forse era stato il freddo a scuoterlo. Non indossava neanche il cappotto,
solo gli indumenti da notte, e il vento che sibilava tra i giunchi era
pungente. Guardò a terra, le sue mani, lo scintillio dell’acqua, cercando di
capire se si trattasse di un sogno particolarmente vivido o se stesse tutto
accadendo davvero: si diede un forte schiaffo sul polso.
Dolore. Era sveglio.
Nei pochi secondi necessari per capire che era veramente uscito, forse in
preda al sonnambulismo, e che la casa era alle sue spalle, qualcosa nel petto
gli si era aggomitolato sempre più stretto; a quel punto però si dipanò di
colpo nel panico. Tremava.
Corse verso casa e spalancò la porta con veemenza, poi ricordò che gli
altri dormivano e la chiuse con accortezza. Vi poggiò la testa contro,
cercando di capire perché fosse tanto spaventato. Il sonnambulismo non era
espressione di malessere, ma di turbamento.
Dopo la neve, le lastre di pietra del pavimento sembravano roventi.
«Tutto bene?» Mori era sulle scale. Prese la spessa coperta ripiegata sul
corrimano e gliela tese, confuso. Indossava un kimono nero con la fusciacca
bianca sugli indumenti da notte. Sembrava essere stato appena investito
degli ordini sacri.
Thaniel avrebbe voluto ridere e dire, Certo, mi è appena successa una
cosa strana. Invece disse, «No, mi sono appena svegliato al cancello e
adesso mi pare di avere un attacco di cuore».
Mori gli andò incontro, gli posò il palmo sul petto e aspettò. «No. È
quello che succedeva a me quando i miei fratelli andavano in guerra. Ti
passerà». Gli massaggiò un braccio. «Sonnambulismo… una novità, direi».
«Mai capitato prima».
«Ci vuole un bel bicchiere di vino» sentenziò Mori, illuminandosi. «Se
fai fatica a dormire, allora forse sei diventato di colpo adulto. Un passaggio
epocale».
«Ah, quanto sei vecchio e rancoroso» ribatté Thaniel, fiaccato dalla
gratitudine.
«E ora lo sei anche tu. Forza. Vino». Mori lo trascinò in cucina, dove lo
fece sedere su una sedia accanto alla stufa. Prese la pala per il carbone,
grattò le braci ancora ardenti e le mise in una tazza che spinse tra le mani di
Thaniel, prima di passargli un bicchiere del vino rosso preso dal cesto della
custode. Infine, lo scrutò a fondo. «Direi che stai un tantino meglio. O
sbaglio?»
Thaniel annuì. «Grazie» disse piano. Tenne la tazza con le braci sul
cuore. Il sangue gli fece formicolare le dita.
Mori lo baciò in fronte. Thaniel gli si accasciò contro il petto e si sentì
nuovamente al sicuro, pur provando vergogna. Era il genere di bacio che si
elargisce a un bambino che si è spaventato alla vista di un ragno.
Al mattino era tutto imbiancato. Six si precipitò giù dalle scale con già
indosso cappotto e stivali, e aspettò tutta fremente che Mori le aprisse la
porta.
Thaniel aveva incamerato troppo freddo e se ne stava seduto accanto alla
stufa con una tazza di tè, ben contento di trovarsi dentro e per niente
intenzionato a uscire, anche se Mori guardava il paesaggio fuori come se
fosse magico.
A Thaniel venne in mente che se Mori non era in grado di prevedere da
dove arrivavano, lui avrebbe potuto vincere una battaglia a palle di neve.
«Sarebbe un peccato se non andassimo anche noi a fare una passeggiata»
disse, tutto allegro.
Alla luce del giorno, la palude era diversa. Si estendeva all’infinito, muta
sotto una bruma di mussola. Il lago era limpidissimo e si riusciva a vederne
il fondo, che dava una strana impressione di movimento, forse erano distese
di alghe scure. Ma c’era anche dell’altro, che scintillava intorno ai piloni
della sopraelevata. Monete, e sagome più grandi, chiavi o gioielli, e ossa.
Riuscì anche a distinguere i denti di quella che quasi certamente era la
mandibola di un cavallo.
Lo detestò immediatamente. Non gli piacque neanche attraversarlo sulla
sopraelevata. Mori stava raccontando a Six che qualche volta, in luoghi
antichi, la gente lasciava delle offerte nell’acqua – nessuno ricordava più
per quale motivo –, ma Thaniel li ascoltava a malapena. Per quanto bella,
l’acqua sembrava morta. Avvertì nelle ossa il bisogno di andare via di lì.
Che sciocchezza. In vita sua, non aveva mai stabilito che un posto fosse
malefico; fino a quel momento, avrebbe detto che chi affermava cose del
genere avesse anche una predilezione per i lustrini e le gare di compitazione
con l’Aldilà. Colpa della notte agitata.
Non appena raggiunsero la sponda, Six schizzò via da sola, ma era
impossibile perderla di vista: il suo cappotto era di un rosso brillante. Non
c’erano alberi, siepi, niente: solo il prato, i giunchi incurvati sotto la neve, le
pozze nere e brandelli di bruma impigliati tra l’erba puntuta del pantano.
Thaniel aveva pensato che allontanarsi dall’acqua l’avrebbe fatto sentire
meglio, ma dovette ricredersi. In quel posto svettava. E si sentiva
assolutamente vulnerabile.
La neve era intatta, e scricchiolava sotto gli stivali. Thaniel non smetteva
di tenere d’occhio Six, e presto si accorse di non capire quanto fosse
distante. Il disagio tornò ad annodargli lo stomaco. Le gridò di stare attenta,
che non tutte le pozzanghere che sembravano solide in realtà lo erano. Ma
lei si era già procurata un bastone con cui saggiarle. Lo usò per volteggiare
sopra una pozza.
Mori gli sfiorò il braccio, gli lanciò un’occhiata innocente, lo colpì con
una palla di neve e corse via. Thaniel lo inseguì, il cuore nuovamente
sollevato, ma l’impresa fu più difficile del previsto, perché Mori era veloce
come una volpe e parecchio spregiudicato nel tendere agguati da dietro i
giunchi ammassati.
Rallentarono quando sentirono la canzone.
Una stazione di pesca, grigia nella bruma.
Era costituita da poche barche e da una manciata di persone sistemate su
un molo di legno da cui pendevano delle vetuste ruote foderate di feltro per
attutire gli urti delle barche ormeggiate. C’erano delle alte strutture di legno
all’interno di un capanno parzialmente coperto, dove affumicavano o
salavano il pesce – o facevano entrambe le cose –, e una fila di ragazzini era
intenta a tranciare il pesce fresco. I coltelli facevano un rumore scivoloso. A
cantare erano i bambini: la stessa canzone della custode e del marito.
Tutti notarono Thaniel e Mori nello stesso momento, e tutti si girarono a
guardarli contemporaneamente. Thaniel tornò ad avvertire la morsa del
panico premere contro la gabbia toracica, come la notte prima. Gli era
capitato altre due volte, quando qualcuno aveva aggredito Mori per la
strada. Lui4 ne era uscito indenne, ma il fatto si era avvitato nello sterno di
Thaniel.
Tutti sorrisero.
«Buondì» dissero in un coro perfetto.
«Alloggiate alla pensione?» chiese uno.
«Solo per questa settimana» rispose Thaniel, stupendosi di se stesso,
perché finalmente capiva la diffidenza di Mori nei confronti di chi si
mostrava troppo gentile. Ebbe la sensazione che quella gente volesse
qualcosa. Si impose di darsi una calmata. «Buon Natale».
«Buon Natale» ribatterono tutti insieme. Forse era per via della bruma,
ma sembravano sbiaditi, come la custode. I capelli erano neri, ma di un nero
slavato, non come quelli di Mori.
Six gli si materializzò accanto. Spostata un poco in avanti, notò lui. La
trattenne per la spalla, nel tentativo di rassicurarla: andava tutto bene.
«Venite ad assaggiare la nostra famosa acqua» disse una delle donne,
sempre sorridendo. Quando si avvicinò, da quel suo sorriso trapelò un che
di famelico. «Fa bene alla salute».
«Non ci penso neanche, io» rispose Six, e tornò indietro.
Thaniel fece una smorfia. «Six, non essere maleducata, vieni subito qui»
ordinò, per fare scena. Six puntualizzò che lei non si offendeva per le cose
che offendevano gli altri, e che senza quel quadro di riferimento doveva
tirare a indovinare, e che non intendeva sprecare buona parte della vita a
provarci. Thaniel concordò.
La donna si limitò a una risata.
«Noi invece gradiremmo un assaggio» disse Mori, attirando ancora una
volta i loro sguardi rapiti.
Mentre la donna faceva strada sul molo, Mori esaminò i barili di pesce
sotto sale, altrettanto affascinato di quanto lo era dalla neve. I coltelli
luccicarono mentre gli altri riprendevano a lavorare. Erano tutti mancini.
Thaniel deglutì. Lo scatto dei coltelli cominciava a fargli dolere le radici dei
denti, come lo schiocco umido delle interiora gettate sulla pila nelle ceste. E
il modo in cui tutti guardavano Mori… da affamati.
A quel punto vide che non catturavano solo il pesce. Le reti vibravano,
cariche di anguille. Una si fece strada sul braccio di una bambina.
La donna immerse una brocca nell’acqua che poi versò in due tazze
sbeccate.
«A voi, ragazzi. Brindiamo al vostro soggiorno».
Il corpo di Thaniel reagì come se la donna gli avesse offerto una tazza di
vermi. Non se lo era aspettato e probabilmente non riuscì a dissimularlo,
perché Mori gli lanciò un’occhiata interrogativa. Scosse il capo.
Stupefacente quello che una notte agitata poteva fare.
L’acqua era ghiacciata e amara. Non era cattiva, ma Thaniel quasi si
strozzò mandandola giù.
Dichiararono entrambi che era ottima, ringraziarono la donna e si
congedarono con la scusa di tenere d’occhio Six.
Quando furono immersi nella bruma Thaniel afferrò d’impulso il braccio
di Mori, con il desiderio di sentire la vicinanza di qualcuno che non avesse
quello sguardo famelico. «Sono strani. Il modo in cui tutti… erano tutti
mancini, hai visto?»
Mori annuì. «Forse è un marchio di famiglia. In un posto come questo si
sposano tra parenti».
Thaniel si sforzò di analizzare il motivo per cui si era sentito – e ancora
si sentiva – tanto diffidente. Avrebbe voluto dire a Mori che la palude non
gli piaceva, che aveva un sentore di morte, ma non sapeva spiegare quella
sensazione, e anche se ci fosse riuscito, Mori l’avrebbe interpretata come
una richiesta di tornare a casa. E a quel punto, qualsiasi cosa Thaniel avesse
detto, avrebbero ripreso il treno l’indomani stesso. Non aveva intenzione di
riportare Mori a Londra solo sulla scorta di un’impressione.
Era rimasto in silenzio troppo a lungo. Mori lo stava scrutando.
Afferrò il primo pensiero che gli passò per la mente e gli diede voce. «O
forse non sono abituato a quei sorrisi da matti».
«Sono lieto che lo abbia detto tu» ribatté Mori. «Avevo evitato di fare
commenti: tutti i bianchi sembrano un tantino dei troll albini e pazzi, quindi
si fa fatica a capire quando lo sono effettivamente».
Thaniel gli diede una spinta, consapevole del fatto che Mori lo stava
canzonando per distrarlo da certi pensieri, e gliene fu grato, perché la cosa
stava funzionando. La neve prese a fioccare intorno a loro.
Si svegliò nel cuore della notte sulla sponda dell’isola.
Si girò e vide che il cancello era all’incirca cinquanta metri più indietro
e, ancora una volta, fu quasi certo che a scuoterlo fosse stato il freddo. La
neve era densa e il buio fitto; vedeva a malapena la barca lì accanto. Londra
era sempre illuminata: i lampioni, le luci elettriche lungo Knightsbridge, le
lanterne e le candele alle finestre e, nei giorni densi e strani che
precedevano la stagione della nebbia, di notte l’intera città tingeva
d’arancio la pancia delle nuvole. Ma lì, niente del genere. Lì regnava
un’atmosfera selvatica. Le stelle erano enormi e scintillanti, limpide come
non le aveva mai viste, come le monete e le ossa sott’acqua.
Non indossava il cappotto, ma le scarpe sì, stavolta. Gli sfuggì una risata.
Se non altro il suo subconscio, o qualunque cosa lo spingesse a fare
passeggiate notturne, aveva mostrato un po’ di buonsenso. Si premette un
pugno sul cuore, spingendo forte mentre tornava a casa, nel tentativo di
allentare il nodo di panico.
Non ci fu verso.
Si scoprì a chiedersi dove sarebbe finito se la sua mente addormentata
avesse avuto la meglio. Forse era stato un tentativo di fuga.
Si passò la mano sul viso. Fu costretto a domandarsi se la sua condizione
non dipendesse dalla pressione dei tanti anni di ansia costante su quel
momento di tranquillità. Amava casa sua, amava Filigree Street, ma in testa
aveva sempre una voce putrescente che gli gracchiava di stare attento, di
non toccare Mori davanti agli altri, di non guardarlo con insistenza e di non
parlargli con troppa dolcezza. Non aveva mai visto l’interno di un
manicomio, né desiderava farlo, ma il manicomio lo aspettava in fondo alla
via, con il cancello di ferro spalancato.
E ora, per la prima volta da anni, a dispetto di quell’enorme vastità, non
c’era nessuno da sorvegliare.
Questo, il sonnambulismo e la stupida angoscia che gli provocava il lago
somigliavano al mal di testa che ci assale al ritorno a casa dopo una
giornata di duro lavoro.
Da qualche parte nella palude, qualcuno stava cantando la canzone della
custode.
Il giorno dopo era la vigilia. In salotto c’era un pianoforte cui al mattino
Thaniel si sedette a suonare le carole, mentre Mori e Six preparavano una
piccola torta di Natale. Discutevano sull’opportunità per gli umani di
ingerire soldi (lui le aveva appena chiesto se volesse mettere la monetina
nell’impasto). Thaniel stava sperimentando una nuova, meditabonda
condizione mentale che gli permetteva di ascoltarli e di suonare al
contempo. Ebbe la sensazione che i suoi pensieri stessero finalmente
trovando un equilibrio tra le due cose. Aveva evitato di dire a Mori del
nuovo episodio di sonnambulismo, e ne fu contento. Già passava troppo
tempo a gettarlo inutilmente nel panico, facendolo sentire più un padre che
un amico.
Un silenzio. Poi, «Papà» lo chiamò Six con voce piatta e strana.
«Dimmi, fiorellino».
«Cosa stai suonando?»
«Una carola».
«Nient’affatto».
Non capiva, ma poi, come risvegliandosi, la sentì: stava suonando la
canzone della custode e del foraggiere la notte prima. A mente, stava
cantando anche il testo. Parlava di una ragazza la cui sorella si era
trasformata in un’anguilla. Non aveva idea di come lo sapesse. La lingua
era troppo estranea per poter tirare a indovinare. «Devo averla
memorizzata» disse, sapendo di mentire. Impossibile memorizzarla tanto
bene.
Six lo fissò a lungo, inespressiva, poi se ne andò senza dare spiegazioni.
Mori si sporse di lato per vedere dove fosse diretta. Il portone si aprì e
richiuse.
«L’ho sconvolta?» chiese Thaniel, disarmato.
«Forse desidera solo evitare che la canzone le si fissi in testa» disse
Mori. Fece un sorrisino. «Deve stare attenta a quello che ci fa entrare,
giusto? Una volta lì dentro, tutto diventa frastuono».
Stabilito che Six sarebbe tornata da loro quando ne avesse avuto voglia,
infornarono la torta e andarono a lavarsi. Mori tenne la mano sotto il
rubinetto mentre l’acqua calda arrivava dalla stufa, in attesa di sentire la
differenza, come se si trattasse di una magia. Ovvio che, di solito, sapesse
esattamente quando si sarebbe scaldata. Thaniel rimase a guardarlo e ancora
una volta constatò che appariva felice e meno fragile.
Stava persino canticchiando. Era la canzone della custode. Di nuovo.
«Cosa significa, secondo te?» gli chiese dopo un po’. «Mi viene da dire
che parla di una bambina e di un’anguilla, ma non capisco come faccio a
saperlo».
«Eh?»
«Il testo della canzone».
«Quale canzone?»
«Quella che stavi cantando un attimo fa».
Mori parve turbato. «Non… me ne sono reso conto. Scusa». Batté le
palpebre due volte per l’acqua saponata, poi si ritrasse dal lavandino, le
ossa delle spalle aguzze. E infine tornò a essere se stesso, fragile come
cristallo. «Da quanto sei qui?»
Thaniel lo fissò troppo a lungo e si ricompose troppo tardi. «Un po’.
Sei…?»
«Spiacente, sono spiacente. È che mi sento… annebbiato». Mori si passò
la manica sugli occhi come se fossero coperti di ovatta. «Forse è questo
tepore. Mi rende un vegetale».
Thaniel continuava ad avvertire un formicolio lungo la schiena. «Dài,
usciamo».
Mori dovette accorgersi del suo turbamento, perché eclissò
magistralmente il proprio disagio, mostrandosi allegro. Thaniel si rese conto
di quanto fosse bravo a dissimulare. «Direi che è giunto il momento di fare
un pupazzo di neve».
Ne modellarono uno accanto all’orto dove la neve si era depositata in alti
cumuli contro il muro del giardino, oltre il quale le orme di Six si
allontanavano verso la sopraelevata. Mori lo vide guardare in quella
direzione e gli sfiorò la spalla.
«Sta bene».
«Lo so». Scosse il capo. Provò ancora una volta l’impulso di dire che il
lago aveva qualcosa di strano, che non gli piaceva l’idea che Six ci giocasse
vicino, ma sapeva che Mori l’avrebbe riportato dritto a casa, facendolo
sentire sciocco e mortificato. «Ecco… non ho dormito, sono uscito di
nuovo».
Mori fece un lieve cenno col capo, privo di compassione stucchevole,
ma carico di comprensione. Non volle interrompere il silenzio. Stava
amichevolmente appoggiato con la spalla contro il pupazzo di neve.
«Ho idea di essere più pantofolaio di quanto credessi» disse Thaniel,
sforzandosi di ridere. «Direi che partire mi ha provocato un profondo
trauma psichico. Una cosa imbarazzante». Mise un’altra manciata di neve
sul pupazzo per livellare un’ammaccatura.
Mori gli diede un calcetto sulla caviglia. «Thaniel, sappiamo che questo
posto è strano. Non ho idea da cosa dipenda. So solo che mi spegne parte
del cervello. E forse sta facendo qualcosa anche a te. Tanto grave da indurti
il sonnambulismo. Se le cose stanno così, allora al diavolo! Vuoi tornare a
Londra?»
«No! No, non dirlo neanche. Sono solo agitato. E poi non ci saranno più
treni. Domani è Natale».
«È tornata Six» disse Mori, al di sopra del pupazzo.
Come ogni cucciolo, andava a un trotto veloce. Invece di aprire il
cancello, lo scavalcò con un volteggio, poi li vide e si immobilizzò.
«Bel salto» osservò Thaniel, in caso la bambina temesse la loro
disapprovazione.5
«Perché l’avete fatto?» chiese lei. Fissava il pupazzo alle loro spalle.
«È la tradizione, fiorellino». Davvero non ne avevano mai fatto uno
insieme?
«Certo» concordò lei. «Ma quello non è un pupazzo normale».
Thaniel si girò a guardare.
Aveva ragione. Non era un pupazzo normale. Era qualcosa che non
aveva mai visto prima. Un grosso ragno si protendeva verso di loro, una
figura che gli era ignota e al contempo familiare, lì, nella stessa regione
della mente che conosceva la canzone della custode.
Sapeva di non essere un codardo. Ma non gli era mai capitato di dover
affrontare qualcosa che non capiva, e un terrore tutto nuovo lo ghermì,
stritolandolo con una violenza inaspettata.
Mori tagliò con il braccio la zampa più vicina e il ragno crollò a terra.
Alcune parti però mantennero una forma spaventosa. La neve si produsse in
una sorta di nitrito mentre si assestava, schioccante e viva.
Six li trascinò entrambi in casa.
Trovò un opuscolo con gli orari dei treni nello studio, ma ne passava solo
uno al giorno, alle nove del mattino. Convinto di non voler trascorrere
un’altra notte in quel posto, recuperò la cartina e cercò una casa nelle
vicinanze. Quanto era esteso l’effetto di quel luogo, a detta di Mori? Poche
miglia quadrate… non sarebbero dovuti andare tanto lontano, per
liberarsene.
C’era un villaggio, segnalato poco oltre la stazione di pesca, decisamente
all’interno delle poche miglia quadrate.
L’unica altra abitazione sulla cartina era un puntino nella palude; il
casotto di un cacciatore o di un carbonaio. Ma distava sei miglia, nella neve
alta, e non c’erano strade o pietre miliari. La cartina non segnalava i
pantani. Forse non erano abbastanza estesi.
Piano, si accorse che qualcuno stava canticchiando; poi capì che era lui.
Ancora la canzone delle anguille. Ormai sapeva quale parola significasse
anguilla e quale bosco, anche se non aveva mai sentito quella lingua prima
di arrivare lì. E sapeva anche di che lingua si trattava. Era l’inglese parlato
al tempo dell’arrivo dei vichinghi.
Portò la cartina in cucina, dove Mori e Six se ne stavano accanto alla
stufa aperta.
«Credo che dovremmo fare un tentativo» disse, dopo aver mostrato loro
la casa. «È lontano, ma c’è ancora luce».
Mori scosse il capo. «Nella neve, oltre la palude, senza una strada; come
faremo a trovarla? Non ricorderò dov’è fino a quando non saremo
abbastanza lontani da qui».
«Ma c’è qualcosa che non va, in questo posto. Che non va proprio».
«Concordo, però nessuno ci ha fatto del male. Sempre che non ci
perdiamo, sei miglia con questo tempo sono sconsigliabili. Non so quanta
strada possa fare Six, e metti che oltrepassiamo la casa… ormai fa buio
prima delle quattro. Ed è già l’una. Mi sembra più sicuro passare la notte
qui e partire domattina. Avremo molte più ore di luce». Guardò Thaniel. «A
meno che tu non creda…»
Thaniel si accasciò su una sedia. «No. No, hai ragione. Nessuno ci ha
fatto del male».
Passarono la serata nella stessa stanza. Giocarono a carte fino al pomeriggio
inoltrato, con le lampade accese e il fuoco vivace, tutti seduti sul letto di
Thaniel, Six avvolta in una coperta. Le piacque tantissimo: di solito non si
poteva giocare a carte con Mori, perché prevedeva sempre quella che
sarebbe stata calata e si annoiava a morte. Anche Thaniel si rilassò. Aveva
ragione Mori: non era accaduto nulla di pericoloso e, a dispetto degli
sbandamenti, della canzone, del ragno di neve, era ancora piacevole sentirlo
ridere mentre giocava e perdeva davanti a una Six trionfante.
Si addormentò con una mano chiusa su quella di Mori. La serata era stata
tranquilla e tutti avevano sincronizzato le sveglie per le sette del mattino.
Mentre si abbandonava al sonno, una parte di sé ancora vigile gli chiese
perché mai non avesse legato il polso a qualcosa per scongiurare il
sonnambulismo, ma la logica dei sogni aveva già preso il sopravvento, e lui
non riuscì a ricordare come mai il sonnambulismo lo avesse preoccupato
tanto.
Si svegliò con l’acqua ghiacciata del lago fino alle spalle.
Era talmente fredda da bruciare, l’aria al di sopra del lago calda come
una sauna, e ogni sua cellula si irrigidì per lo shock. La superficie era una
lastra gelata, spessa più di due centimetri: era immerso in una pozza
frastagliata. Si aggrappò ai bordi e si tirò fuori, cosa più ardua di quanto
non avesse creduto, perché aveva perso forza nelle braccia. Rimase sdraiato
sul ghiaccio, nel tentativo di respirare. E il ghiaccio, chissà come, sembrava
caldo. Quando si sollevò carponi, il cuore gli martellava nel petto.
Qualcosa, qualunque fosse, stava tentando di annegarlo. Era stato a
pochi centimetri dall’andare sotto.
Si alzò in piedi, barcollò e dovette fermarsi, perché il ghiaccio
scricchiolava. Impiegò un’eternità a raggiungere la sponda, e ancora di più
per arrivare a casa nel buio. I vestiti avevano cominciato a congelarsi, le
pieghe che si solidificavano sopra i gomiti.
Il portone era spalancato.
Corse dentro e quasi andò a sbattere contro Mori che, rapido anche
quando non ricordava in anticipo, lo schivò. La lanterna che teneva in mano
oscillò.
«Thaniel! Stavamo venendo a cercarti» disse, rilassandosi. «Cristo, sei
zuppo… Cosa…?»
«Il lago, mi sono svegliato nel maledett… Salve» aggiunse rigidamente,
vedendo uscire la custode dalla cucina, con un’altra lanterna.
«È venuta a controllare come stavamo» disse Mori. «Al momento
giusto».
«Nel cuore della notte?» indagò Thaniel, che sentì la propria voce
trasformarsi in vapore.
«È quando il sonnambulismo ti prende» rispose lei con dolcezza. «Sarei
venuta ieri, ma me ne sono dimenticata. Dovresti metterti al caldo».
Thaniel si lavò, si cambiò i vestiti e li raggiunse. Era ancora congelato, ma
la voglia di sentire cosa avesse da dire la donna superava il bisogno di
scaldarsi. Mori però aveva appeso una coperta vicino alla stufa e gliela
porse quando lui sedette sull’unica sedia libera accanto al tavolo.
«È la solita storia» esordì la custode, come se la cosa non la scalfisse.
Teneva in mano una tazza di tè. Mori ne diede una anche a Thaniel.
«Questo posto ha uno strano effetto sulle persone. Avrei dovuto lasciarvi un
appunto, ma non volevo spaventarvi. Non c’è motivo di preoccuparsi. Ha a
che fare con l’acqua, sapete?»
Thaniel fissò la sua tazza. «Non è solo sonnambulismo. Noi, ah…»
Guardò Mori, a corto di parole.
«Dimentichiamo un sacco di cose» intervenne Mori.
«Oh, certo, ma non siete qui per questo? La gente viene qui per
dimenticare». Gli occhi di un azzurro acquoso si posarono su Thaniel. «Ma
tu no, vero? Meglio non presentarsi da queste parti, se non si desidera
lasciare in regalo qualche ricordo». Il tono della donna era severo.
Lui non seppe cosa dire.
«Tutti i ricordi di questo qua, invece! Un vero banchetto». Sorrise a
Mori. «C’è più futuro che passato. Un miracolo che entri tutto in una testa.
Non vedevamo uno come te da… oh, da almeno mille anni». Sorrideva
ancora, lo stesso sorriso famelico della donna delle anguille. Ma solo a
Mori. «Da quando venne il santo».
Thaniel si alzò di colpo ed esitò nel vedere che Mori non si era alzato.
Mori se ne stava ancora seduto immobile, a guardare la donna come se
parlasse normalmente.
«Noi riteniamo» disse lei, rivolgendosi a Thaniel, «che tu dovresti
riaddormentarti e rinunciare all’idea di portarcelo via». Inclinò il capo nella
sua direzione. «Pensiamo che dovresti riaddormentarti e annegare nel lago».
Thaniel inspirò per dirle che era pazza, ma qualunque cosa lei fosse,
qualunque fosse la storia, le parole pesavano. Aveva sonno. Era stanco da
morire e ora, dopo quello che aveva detto la donna, riaddormentarsi gli
parve una splendida idea.
Tonfi: Six che scendeva le scale.
La custode le sorrise.
«Pensiamo che anche tu dovresti rimanere, piccolina. Hai una bella
memoria, giusto? Chiara e tagliente. Ricordi con cui trafiggere un uomo».
Aveva qualcosa di strano nella voce, e gradualmente, come se un tuorlo
d’uovo gli scorresse lungo la schiena, Thaniel si rese conto che la donna
parlava in perfetto unisono con Mori. Guardavano entrambi Six.
Six li studiò tutti. Thaniel era paralizzato, anche se dentro di sé sapeva
che avrebbe dovuto muoversi, correre a prendere Mori e Six per portarli via
subito. Solo che non poteva. Una pesantezza enorme cominciava a
intorpidirgli la mente. Si sentiva sul punto di addormentarsi, lì in cucina, e
poi, Dio mio, poi… poi quella cosa l’avrebbe indotto a tornare al lago.
«Non faremo niente del genere. Mettiti il cappotto» disse Six a Thaniel.
«E prendi Mori».
«No» dissero all’unisono la custode e Mori. «Dovreste rimanere con
noi».
«Nient’affatto» replicò Six, solenne. «Questi due sono miei, e tu non li
avrai mai, quindi sparisci».
Thaniel avvertì un’esitazione nella cosa che lo teneva prigioniero. Tanto
bastò per permettergli di scuotersi e di appoggiare la mano sul lato del
bollitore. L’ustione lo risvegliò del tutto, e mentre lui sibilava per il dolore,
la custode guaì e serrò la mano a sua volta.
Mori tornò in sé. Thaniel assistette alla trasformazione. Tornò nei suoi
occhi.
Six gli mise in mano il cappotto e trascinò Mori alla porta. La custode
rimase seduta a guardarli, canticchiando.
Avevano visto giusto: camminare nella neve era un’impresa, persino coperti
di tutto punto. La neve li tratteneva, come la cosa del lago. La custode non
li seguì fuori di casa: non ne aveva bisogno. L’entità, qualunque fosse, era
nella neve e nell’acqua. Thaniel aveva la sensazione di avere i pensieri
invischiati nella melassa. Quando ne emerse, non riuscì a ricordare cosa ci
facesse lì fuori, al buio. Six gli mise in mano una stella filante accesa.
«Concentrati, se non vuoi che ti bruci» gli disse.
Lui fissò la fiamma scoppiettante. «Six, come mai tu non…» chiese,
sembrando intontito anche a se stesso.
«Io sono stata assemblata male» rispose lei. Fu la cosa più adulta che
avesse mai detto, e non era orgogliosa, ma triste. Thaniel sentì il cuore
andargli in pezzi. «Al ricovero qualcosa è andato fuori posto».
«A me sembri a postissimo, Six» le disse Mori. Tremava.
«Se non ci sbrighiamo a trovare un riparo al caldo…» sussurrò Thaniel.
Non si sentiva più le mani. Un residuo di cenere bollente della stella filante
gli si depositò sul polso e, ancora una volta, la minuscola bruciatura gli
diede una scossa.
«Non appena tornerò a ricordare come si deve, saremo al sicuro» disse
Mori, ma sembrava spaventato, e nessuno di loro osò dare voce
all’evidenza: stavano girando a vuoto. Ormai la palude era disseminata di
individui che cantavano, perfettamente a tempo. Alcuni molto vicini.
Thaniel non avrebbe saputo dire quanto lontano si fossero spinti alla fine.
Sbucarono su una strada coperta da mezzo metro di neve, e lui sentì di non
poter fare un altro passo – sensazione che in realtà provava da quelle che gli
parevano ore –, quando Mori ricordò dove andare. C’era una casetta in
fondo al viottolo successivo. Non l’avrebbero mai scorta dalla strada,
perché era buia e disabitata. Mori sbloccò la serratura, spinse Thaniel e Six
all’interno e nel giro di pochi minuti c’erano due bollitori sui fornelli accesi.
«Non mi sono mai sentito tanto stupido» disse Mori quando si furono
tutti seduti con le mani nell’acqua calda.
«Ci seguiranno?»
«Non possono» rispose lui con una risata acidula. «Andandosene si
renderebbero conto di aver perso i ricordi. E scapperebbero. E quella cosa
non potrebbe più nutrirsi».
«È come un richiamo» disse Thaniel piano. Il calore gli stava facendo
recuperare il tatto e il buonsenso. «La dimenticanza. Per… persone come te.
Come mai non hai ricordato tutto questo, prima? Quando ancora potevi…?»
«Non lo so. Mi dispiace tanto». Mori guardò Six. «Grazie. Sei stata
magnifica».
Lei dondolò le gambe, calciò i talloni contro la traversa della sedia e fece
spallucce, felice. Mori le diede il suo orologio. Six lo strinse a sé, raggiante.
La casa era come l’avevano lasciata. L’agrifoglio sempre lì, con le
lampadine, e appuntato sulla porta d’ingresso c’era un messaggio sdegnato
della signora Haverly, che li informava del fatto che il polpo di Mori era
passato un’altra volta dalla sua gattaiola e le aveva rubato tutti i cucchiaini
da tè. Convinto di non voler più uscire, Thaniel se ne rimase in casa fino al
primo dell’anno, ma poi, riluttante, dovette tornare al lavoro. Dopo
l’amichevole inclinazione delle travi medievali in casa, Whitehall gli parve
tetra e fredda.
«Un buon Natale?» gli chiese sorridendo il capo dipartimento quando lo
vide entrare.
Thaniel dovette rifletterci un attimo. Era stato sul punto di dire
movimentato, ma, a pensarci bene, non ricordava perché. Era stato tutto
l’opposto. Di fatto non riusciva a mettere a fuoco un solo ricordo di quel
Natale. Le giornate in casa si erano susseguite in un tepore diffuso tra vin
brûlé e camini accesi. Avvertì la strana eco del ricordo di un treno e di un
lungo viaggio, ma forse lo stava confondendo con un altro Natale.
«Piacevole» rispose. «Ce ne siamo stati in panciolle».
1
. Erano una famiglia messa insieme per caso. Mori aveva trovato Six nel ricovero per poveri
parrocchiale e l’aveva presa a lavorare con sé, ma un bel giorno non l’aveva riportata indietro e ora la
bambina viveva nella loro soffitta. Si era dichiarata felice di adottarli a tempo indeterminato, sempre
che fossero rimasti gentili e tranquilli.
2
. Mori ricordava dei futuri possibili. Dapprima a Thaniel era parso rassicurante, perché la semplice
alternativa di futuri possibili significava che nulla era scritto nella pietra. Se Mori ricordava di essere
stato urtato da una carrozza, non era detto che poi l’evento si sarebbe verificato di sicuro: sussisteva
solo la forte possibilità che il fatto avvenisse. Ma Mori era dell’idea che se si doveva vivere
ricordando cosa si provava nell’istante esatto in cui si cadeva dalle scale, si veniva assassinati o
infastiditi in qualsiasi altro modo, era un miracolo non precipitare in uno stato di ansia assoluta nel
giro di una settimana. Mori non tendeva alla disperazione, e di solito era impossibile capire se
qualcosa di terribile gli aveva attraversato la memoria; aveva un’anima corazzata, assai più simile a
un inaffondabile transatlantico di lusso che alle fragili golette su cui gli altri restavano intrappolati,
ma lui commentava amaramente che c’erano sempre gli iceberg.
3
. Il grafico delle Cose Importanti era uno dei vantaggi della convivenza con un chiaroveggente. Mori
appuntava gli eventi man mano che li ricordava: un possibile suicidio sulla metropolitana il mattino
successivo, un acquazzone. C’era una colonna dedicata unicamente alle preoccupazioni di Six.
Martedì: la maestra Jenkins potrebbe annunciare una gita scolastica fuori programma al vivaio.
Six si era fatta persuasa che la maestra Jenkins avrebbe meritato la morte per quella gita fuori
programma. Mori impiegò un’eternità per convincerla a ripiegare su una vendetta basata su uno
scherzaccio con dello zucchero a velo. Thaniel avrebbe forse dovuto puntualizzare che normalmente
non si insegna ai bambini a costruire una bomba rudimentale, ma gli esperimenti in giardino gli erano
piaciuti troppo.
4
. Che aveva organizzato il futuro dell’aggressore in modo da farlo immediatamente precipitare nel
Tamigi.
5
. La maestra Jenkins pareva credere che l’esercizio fisico non si addicesse a una signora. Cosa che
sconcertava Mori, la cui madre era stata in battaglia con le sorelle e ne aveva decapitata una piuttosto
che consegnarla al nemico. Thaniel nutriva il sospetto che se Six avesse decapitato la maestra Jenkins
Mori ne sarebbe stato segretamente orgoglioso.
Lily Wilt.
Ovvero, del giglio appassito
Jess Kidd
Il giovane Walter Pemble, fotografo commemorativo di prim’ordine
attualmente impiegato presso Sturge & Sons (Studio fotografico, ritratti di
altissima qualità in ogni stagione, cartoline, su cartoncino, in bianco e nero
o colorate nelle forme più elevate d’arte. Fotografie resistenti e garantite per
durare nel tempo, compagnie teatrali, invalidi, cari estinti, bambini,
magioni, equestri ecc. ecc., Maestri di tutte le innovazioni note e ignote nel
modo e nel metodo), si presenta nella residenza di città in Hanover Square
all’ora stabilita.
Viene condotto al cospetto del padrone di casa.
Il signor Wilt lo guarda accigliato da dietro la scrivania. Pemble fa un
inchino e sorride sfrontato. Il signor Wilt lo fissa, gelido.
«Niente stranezze» gli impone. «Niente sfioramenti, sguardi vogliosi o
sfregamenti contro il feretro. La signora Wilt può anche credere che la
nostra diletta figlia defunta sia oggetto di casta venerazione, ma io so bene
quale effetto la mia adorata Lily faccia agli altri. Soprattutto a giovani
infoiati come voi».
Pemble inorridisce. Si imporpora fino alla radice alla barba.
Il signor Wilt pare soddisfatto. «E fatene alcune alla folla di visitatori,
per i posteri».
«Folla di visitatori, signore?»
«Apriamo alle nove. Animo, animo».
Sulla porta del salotto, disposta su un cavalletto e incorniciata in oro,
Pemble vede la pagina del necrologio di Lily Wilt pubblicata nell’edizione
della sera prima. Vergata da un autore illustrissimo, nonché assiduo
frequentatore delle cene del signor Rumold Wilt e consorte. L’autore
illustrissimo divulga, in toni evocativi, gli slanci meravigliati provati alla
vista della defunta. Da viva, la signorina Lily Wilt era un tesorino. Da morta
è poco meno di un miracolo. Di bellezza austera e sublime. Di volto
enigmatico. Le sue spoglie mortali mirabili e inalterate dal naturale
decadimento.
L’autore illustrissimo dichiara che la defunta signorina Wilt è
un’ispirazione: la perfezione, anche nella morte, è dunque possibile! La
poesia destinata alle stampe paragona Lily a un bucaneve ondeggiante, a
una colomba nel suo nido, a un agnello trasognato.
Insomma, uno spettacolo da non perdere.
Pemble la vede e piange. Non ha mai pianto in vita sua, neanche da
bambino, neanche appena nato.
Non è la tristezza a provocare le lacrime nel giovane, non la paura, né la
pietà. Pemble ha all’attivo diverse salme. Piccoli in bare rivestite di
merletto. Vegliardi nel riposo composto, pilastri retti e giusti della
comunità. Tirati a lucido e accoccolati, i morti sono come le posate
migliori, sfoderate solo di domenica.
No, Pemble versa le sue lacrime pieno di meraviglia.
Gli si annebbia la vista e l’apparizione che ha davanti ondeggia,
risplende, addirittura. Pemble sistema alcuni congegni complicati sulla
macchina fotografica e torna a sbirciare. Impiega un paio di secondi per
capire che la sua attrezzatura è a posto, mentre lui non lo è affatto.
Torna a guardare il soggetto, non da dietro la lente ma a occhio nudo.
L’aureola di capelli d’oro filato, il corpo sottile nella veste bianca. I
palmi uniti come fosse una martire. Il viso: una santa nella sua quiete! Be’,
non proprio una santa. Perché sulla bocca le aleggia la traccia di un sorriso
complice, e le labbra piene serbano una certa voluttuosità (le anime sante in
genere hanno le labbra sottili, tendenzialmente all’ingiù).
Nan Hooley, la domestica, sta accanto alla finestra e osserva. Aspetta che
il fotografo finisca per poter tirare le tende di velluto (di uno scarlatto
intenso, decorate con le nappe, otto volte il suo peso) e riportare la sala
nella penombra. Poi deve ridistendere il tappeto, prendere posizione e fare
un cenno con il capo mentre il pubblico di guardoni le passa davanti per
andare a sbirciare nella bara. Se qualcuno è sopraffatto, deve chiamare il
valletto. Poi si deve occupare di accendere i caminetti, di preparare la tavola
per il pranzo della servitù, di ascoltare le carole e di buttar giù qualcosa da
bere e un boccone di pudding, con il Natale alle porte e tutto il resto.
Pemble estrae il fazzoletto dalla tasca e si asciuga il viso. Suda, anche se
nella stanza fa freddo. Un freddo artico, a dispetto del taglio mielato di sole
invernale che filtra dai vetri della finestra nuda e della conflagrazione di un
centinaio di sottili candele bianche.
L’aria è densa e nauseabonda, carica del profumo dei gigli. Moltitudini
di gigli. Arrivano ogni mattina a mazzi, abbondanti, sulla porta della
cantina, dalle serre di tutto il paese. Gigli nel cuore dell’inverno! Con la
brina a terra e il ghiaccio alle finestre! I fiori suoi omonimi compiono la
stessa magia inebriante della defunta Lily, unica figlia di Rumold e
Guinevere Wilt, che risiedono in una splendida casa in Hanover Square, a
Londra. Una casa sprofondata nel lutto. Specchi oscurati e orologi fermi. Le
persiane alle finestre chiuse e il batacchio trattenuto con del crespo. La
famiglia parla sottovoce e i domestici si esprimono a occhiate sbieche.
Pemble armeggia e si dilunga con la macchina fotografica, va avanti e
indietro, si ferma a guardare. A guardare. A guardare.
La domestica tossicchia educatamente. Pemble sbatte le palpebre e si
rimette al lavoro.
Nan non ha mai visto niente del genere: lo strano balletto del signor
Pemble intorno al suo marchingegno. Lo sfiora con dita incerte, quasi
quello dovesse morderlo o sgattaiolare fuori dal salotto. Con un’aria di
scuse, fruga nel drappo, qualche volta sparendovi sotto. E poi riemerge
accigliato, sposta un fiore, un tavolo. Non è certo affar suo sapere che il
signor Pemble è un artista e un alchimista. Questo giovane è capace di
cogliere l’essenza dei defunti. L’atteggiamento nell’attimo in cui veleggiano
verso l’ultima impresa. Ecco un giovane che si batte in un corpo a corpo
quotidiano con le lastre di vetro e la luce sempre più tenue, con la chimica e
la polvere. Per creare immagini miracolose in cui i morti tornano a vivere,
nella quiete e circonfusi di benessere, catturati in uno stato di freschezza e
pienezza, nel fiore della vita (qualsiasi età avessero prima della dipartita).
Pemble saprebbe cogliere l’ultimo fremito dell’anima e preservarlo per i
posteri.
Oggi però no. Oggi gli tremano le mani e gli gira la testa e ha il respiro
affannoso.
«Sareste tanto cortese» dice alla domestica appostata accanto alle tende,
«da portarmi un bicchiere d’acqua?»
Persino con la domestica altrove e con la stanza perfettamente vuota,
l’avverte: l’inquietante sensazione di essere osservato.
Nan Hooley percorre carponi il pavimento del salotto, spazzando le foglie
di tè usate. Cose che capitano: una cornice si capovolge, la fiamma della
candela tremola, un soffio di vento invernale le investe le ginocchia. Nan si
accovaccia, la spazzola in mano. Guarda corrucciata la bara infagottata di
crespo nero. Il legno lucido si annebbia, come per il fiato di qualcuno.
Compaiono delle lettere, che sembrano tracciate da un dito.
L.I.L.Y.
Nan si alza e lancia un’occhiataccia alla salma. Luminosa, le mani giunte,
oh, pare una santa. Solo che la signorina Wilt non lo è stata mai, non con
quella bocca: le sconcezze che le uscivano di lì! Nan coglie uno sguardo
malizioso sotto le palpebre serrate.
«Ora comportatevi bene, signorina» la rimprovera. «Non vi salti in testa
di andare a zonzo».
Fuori la luce lascia la scena con enfasi. I tetti si stagliano contro il cielo
color arancio sporco. Le vie sono un glorioso scompiglio festivo,
caldarroste, venditori di arance, botteghe illuminate dalla luce a gas, il
traffico inarrestabile di carrozze e omnibus, carretti e barrocci.
La pensione della signora Peach, tuttavia, è tetra come al solito.
Una casa alta, stretta, esausta, con i timpani accigliati e le finestre piene
di spifferi. L’atrio è al buio e più freddo che all’esterno.
Pemble arriva con un balzo alle scale, l’attrezzatura in spalla per
facilitare la salita. L’intenzione è quella di evitare la signora Peach, stasera.
La porta della camera della donna si spalanca, e i suoi piedi scalpicciano
fino all’atrio.
«Signor Pemble, una parola…»
Pemble parte al galoppo, raggiunge la sua stanza e chiude a chiave la
porta.
Ha in testa una domanda incendiaria, appiccata nel momento in cui si è
staccato dalla giovane donna, e che ora divampa in un inferno.
Come sperare di renderle giustizia? Con i bagni di albume e il nitrato
d’argento.
Riuscirà a catturare la bellezza soprannaturale di Lily Wilt?
Il regno di Pemble, un abbaino di due stanze, è infestato dall’odore di
trippa e cipolle e afflitto dalle inclinazioni casuali del soffitto. In casa adotta
una postura curva, perché batte spesso la testa, incapace di abituarsi ai bordi
e alle pendenze delle travi, così come alle increspature da mal di mare delle
assi del pavimento. La stanza più piccola ospita la sua camera oscura.
È qui che lavora.
La carta si annebbia. Le sostanze chimiche si addensano.
Infine, alle prime luci, una sembianza!
Pemble sbircia la fotografia. I gigli si curvano nei vasi. Le candele si
assottigliano. L’amabile salma riposa…
Ma, un attimo!
Pemble afferra una lente d’ingrandimento, aumenta la luce della
lampada, esamina l’immagine.
Appoggiata alla mensola sopra il camino, intenta a fissare nell’obiettivo
con un sorrisetto storto, c’è…
Uno scherzo di luce, senz’altro? Un inspiegabile errore chimico?
Ma è lei. Il nasino all’insù, perfetto, le labbra piene, l’aureola di capelli
biondi!
Lily Wilt.
E non esattamente Lily Wilt.
Pemble respira piano. La lente di ingrandimento gli trema nella mano.
Vede un bel viso. Vede un corpo aggraziato. E vede anche un orologio di
bronzo dorato e un vaso traboccante di fiori attraverso quel viso e quel
corpo.
Pemble torna nella casa in Hanover Square. Sgomita tra la folla lì raccolta e
guadagna i gradini d’ingresso, dove spiega al maggiordomo che, per via
delle tortuosità e delle sfide legate al procedimento fotografico, non è stato
in grado di cogliere degnamente le sembianze della signorina Wilt.
Pemble viene condotto al cospetto del padrone di casa.
Fa un inchino e sorride incerto. Il signor Wilt lo guarda accigliato da
dietro la scrivania. Ascolta le sue scuse. È tale la reputazione di Sturge &
Sons (Al servizio di nobili e personalità assortite) che un’altra seduta viene
concessa.
«È la vostra ultima occasione, Pemble. Non intendo interrompere le
visite. Ci sono persone eminenti che vengono da ogni dove per posare gli
occhi sulla salma della nostra cara Lily».
Pemble ringrazia sentitamente il signor Wilt.
Il signor Wilt torna ai suoi conti con un ringhio.
Com’è cresciuta la fama di Lily!
Una fila compatta di persone passa davanti alla bara. Nan sta di
sentinella, pronta a pungolare i dolenti che si fanno troppo entusiasti.
Persino Nan, con la sua saggezza grossolana, è disposta a riconoscere
che la signorina Wilt ha del miracoloso. Nel senso che nessuno dei processi
naturali cui ci si aspetterebbe di assistere davanti a un cadavere è in atto. Il
pallore incipiente, l’addensarsi tempestoso e il relativo rilascio di gas
intestinali, gli occhi fuori dalle orbite, la lingua sporgente e tutti gli orrori
connessi che il tristo mietitore porta con sé.
Un’anziana indugia davanti alla bara. «Dio la benedica! È una piccola
santa, altroché!»
Dietro di lei, la gente sgomita e allunga il collo per vedere. La vegliarda
si protende brandendo un paio di forbici dentellate, intenzionata a ritagliarsi
una reliquia. Nan chiama il valletto.
Il salotto è deserto. Il pubblico è stato allontanato allo scopo di permettere a
Pemble di realizzare l’ultimo ritratto. Nan ha cambiato le candele,
risistemato i fiori e ridisteso le nappe del tappeto turco. Il signor Pemble
allestisce il suo marchingegno, Nan si dispone accanto alla finestra.
Pemble tossicchia. «Sareste tanto cortese da portarmi un bicchiere
d’acqua?»
Pemble aspetta. Lo sguardo incollato al caminetto. Ma il fantasma di
Lily Wilt non si palesa. Copre la breve distanza fino alla bara e sbircia
all’interno. Sfiora il bordo della copertina, poi le mani, giunte in preghiera
come quelle di una bambina. Sono di ghiaccio. Si china a baciarle la fronte,
stregato dalla sua bellezza artica. Al contatto, gli tremano le labbra.
Cose che capitano: una cornice si schianta sul tavolo, la fiamma delle
candele diventa azzurra, una risata fredda e cristallina come l’inizio di
primavera riecheggia nella stanza.
E una voce mielosa all’orecchio: «Guarda dal tuo marchingegno».
Pemble si dispone dietro la macchina fotografica, aggrovigliandosi con il
drappo, lottando con la messa a fuoco, sul punto di svenire per la paura e il
desiderio.
Pemble non può indugiare sui se, i perché e i percome, non con uno
spettro tanto adorabile che gli si manifesta oltre la lente.
Oh, e che manifestazione!
Stavolta non è vicina al camino: si sporge scostumata dal bordo della
bara lanciandogli un bacio, come la modella di una réclame di saponi. Non
fosse che Lily Wilt è perfettamente traslucida e bella.
Pemble si precipita a catturare un’immagine dopo l’altra.
Il fantasma di Lily Wilt adagiato diafano su un divanetto.
Il fantasma di Lily Wilt raggiante accanto alla palma del salotto.
Il fantasma di Lily Wilt tanto vicino da far appannare l’obiettivo, se
avesse fiato.
Il fantasma di Lily Wilt nel buio ristretto, dietro l’obiettivo, al suo
fianco. Una gelida esplosione di minerali, e lui prova un brivido di piacere.
«Pare proprio che tu sappia come manovrare questo marchingegno»
sussurra lei. «Devi essere un uomo di scienza e di cultura».
Pemble è lusingato. «Anche la fotografia è un’arte, signorina Wilt. Il
termine stesso deriva dalle parole greche per luce e rappresentazione per
mezzo di…»
«Sì, certo. Senti, ho da farti una proposta. Se mi rimetti lo spirito nel
corpo, sono tua».
Pemble geme nel buio. «Lily, cara!»
«Sono stufa di dare spettacolo». Una lieve esitazione nella voce. «Ci
sono ancora tante cose che voglio fare». La voce si fa schiva. «Come essere
una moglie».
Gli occhi di Pemble sono inondati di lacrime, stavolta di gioia.
Ma poi l’enormità della richiesta lo travolge. «E come?»
«Qualche trucchetto con i fulmini, qualche viaggetto al cimitero, roba
così, saprai come arrangiarti. Giura che mi salverai, caro, ehm…»
«Walter».
«Caro Walter».
Pemble annuisce. «Giuro».
Ha cominciato a nevicare. Grandi fiocchi paffuti illuminati dalla luce a gas,
che danzano e vorticano. La neve scivola sui vetri delle finestre. La neve si
deposita sui tetti. La neve si ferma sulle ciglia e sui nasi dei bambini felici.
Pemble solleva la faccia al cielo e riceve la benedizione di lievi baci gelati,
come quelli che gli elargiscono le labbra della sua diletta, cara estinta! Si fa
strada leggiadro tra la calca nelle vie di Londra. Come tutti i giovani
innamorati, si sente al contempo beato e dannato, galvanizzato e atterrito. Si
gode le vetrine decorate con palline e rami. Si gode l’eccitazione dei
monelli di strada che rubano torte appena sfornate. Si gode la processione
arborea di abeti trasportati sui carretti nelle vie gremite. Si gode i passanti,
carichi di pacchi e pacchetti.
Manca una settimana a Natale.
Natale con Lily Wilt.
A passeggio, a chiacchierare, a condividere un’arancia, a viaggiare
sull’omnibus, a fare le capriole come cuccioli sul letto (e come arrossisce
Pemble, al pensiero!).
Resta solo la piccola, e probabilmente profana, questione di come riunire
il corpo e lo spirito di Lily.
Il mattino dopo, di buon’ora, fa tappa alla biblioteca Mudie. Guidato
dall’impulso di salvare la sua diletta, non si lascia intimidire dalla grande
sala simile a un santuario, né dagli impiegati della biblioteca, superciliosi e
tracotanti. Freme a ogni ticchettio dell’orologio. Si irrita per ogni zitella
titubante. Nutre istinti omicidi nei confronti di ogni valletto sfaccendato che
traghetta i tomi prenotati verso le carrozze in attesa.
Finalmente, prende possesso del libro.
Come resuscitare i morti.
In un vicolo adiacente Pemble strappa l’involucro di carta marrone e
rimane sconcertato. Non è affatto una guida pratica, ma la storia del ritorno
a casa di un comandante di nave e di una impavida quanto solitaria vedova,
ambientato perlopiù a Portsmouth.
A Pemble viene da piangere per la frustrazione. Poi… epifania! Si dirige
verso Seven Dials.
Ordina un grog bollente a una cameriera lasciva, accenna nervosamente
un saluto ai frequentatori abituali e si avvia verso un séparé. Gira voce che
in questo pub (il cui nome non riveleremo) si possa trovare qualsiasi cosa,
pagando il giusto prezzo. Qualsiasi.
Immediatamente, un losco e parecchio sudicio figuro scivola sul sedile
di fronte al suo, sfiorandosi il berretto.
A voce bassa, Pemble cerca di spiegare la sua impresa innaturale. Viene
indirizzato verso Camden Town.
In un vicolo buio, in fondo a un viottolo buio, in un anfratto buio, ecco la
facciata di una tetra libreria. L’insegna sopra la porta recita:
Narcissus P. Thooms
Libraio
Scienza ed Esoterismo
Tassonomia e Tassidermia
Pemble ha una lieve esitazione e strizza gli occhi per richiamare alla mente
le amate sembianze di Lily Wilt. Confortato, entra.
La campanella sulla porta suona. Il pulviscolo danza nell’improvvisa
corrente d’aria.
A prima vista, la bottega pare deserta. Pile di libri antichi coperti di
ragnatele rivestono tutte le superfici disponibili. Scaffali si inerpicano
polverosi dal pavimento al soffitto. Dietro al bancone sta appollaiata una
civetta impagliata con un monocolo.
Pemble tossicchia a ripetizione.
Da un angolo in ombra si intravede un movimento, e da una vera e
propria montagna di libri spunta un uomo nudo, dotato di una barba
imponente.
«I vostri abiti, signore!» esclama Pemble.
«Sto assorbendo conoscenza» dice quello, serafico. «Cercate qualcosa in
particolare?»
Pemble formula la sua poco invidiabile richiesta. Il signor Thooms lo
ascolta con uno scintillio malsano negli occhi scuri. Avvolto a quel punto in
un kimono di seta, si gratta distrattamente la pelliccia selvatica che gli
cresce sul petto. Di tanto in tanto, annuisce, incoraggiante.
Quando Pemble finisce di parlare, il signor Thooms gli stringe la mano
in una morsa punitiva.
«Mio caro ragazzo!» sospira. «Avete abbandonato il sentiero ben
illuminato per addentrarvi in un mondo di ladri e robivecchi, di puttane e
operai, di artisti, visionari e rivendite di gin. Olezzanti persino in pieno
inverno. Chiassosi a tutte le ore, tra richiami, sberleffi, risse e
amoreggiamenti».
«Camden, sì».
«Avete inseguito la conoscenza fin qui. Con il desiderio di frugare i
segreti reconditi della natura, di palpeggiare i misteri della vita e della
morte; invero, di impersonare Dio. Volete mettere le mani tremanti su tomi
antichi e oscuri!»
«Se non è troppo disturbo».
Thooms pare meditare a fondo. Infine, parla con tono severo. «Un
metodo c’è. Un metodo estremamente malvagio e pericoloso. Che cozza
con le leggi del decoro, della rettitudine e della natura».
Pemble è estatico.
«Un metodo che» prosegue Thooms, «combinato con qualche trucchetto
chirurgico, riporterà quel cadaverino adorabile a respirare, sospirare,
arrossire e suonare il pianoforte per la gioia del vostro cuore».
«È davvero possibile?» azzarda Pemble.
«Assolutamente possibile, mio caro ragazzo, riportare Lily Wilt in vita».
Mentre cerca l’edizione esatta del libro che custodisce i segreti della vita e
della morte, il signor Thooms racconta a Pemble la sua triste, tragica storia.
Un tempo il signor Thooms aveva tutt’altra carriera davanti a sé. Il
prozio, Thaddeus Thooms, detto “il Rosso”, era capace di amputare una
gamba in meno di due minuti; suo padre, Theodore, estirpava un tumore in
uno. Tale e tanto era il talento di questa illustre schiatta medica che se
aveste messo un coltello da burro in mano alla nonnina di Thooms, quella
vi avrebbe tolto i calcoli alla cistifellea prima che fosse servito il tè. La
promettente carriera da chirurgo di Thooms fu troncata da una tragica
questione di cuore.
Si innamorò sul tavolo anatomico.
Qui Thooms abbandona un attimo i ricordi e getta uno sguardo turbato al
suo interlocutore. La tristezza, l’orrore e il supplizio che ha dipinti in volto
sono tali da far rabbrividire Pemble.
«Era un cadavere di rara bellezza. Io ero un giovane coraggioso e
sprezzante». Gli si riempiono gli occhi di lacrime. «Certe visioni non vi
lasciano più, Pemble. A certe azioni non si può rimediare».
Una volta rinvenuto il tomo, i due condividono una caraffa di dignitoso
bordeaux. Thooms avvolge in carta nera il monumentale libro rilegato in
pelle e glielo consegna.
Respinge il denaro che Pemble vorrebbe offrirgli in pagamento.
«Un’ultima domanda, prima che ve ne andiate». Thooms stringe la
cintura del kimono e lo guarda dritto in faccia. «Ciò che state per compiere
non è per deboli di cuore, di questo siate certo. È lei la donna che volete?»
Pemble culla tra le braccia il pesantissimo libro che contiene i segreti
della vita e della morte.
Lily Wilt. Lily Wilt. Lily Wilt.
La magia nel suo nome e in tutto il suo essere!
Lily Wilt è ammaliante.
Pemble ne rammenta il corpo disteso nel dolce riposo. I capelli d’oro, il
nasino all’insù, il busto snello sotto il pizzo bianco. Le braccia morbide, le
ciglia spesse e le piccole unghie perlacee.
Rammenta la voce, dolce, mielosa e infantile.
Rammenta lo spirito, scintillante e vivace.
Pemble è improvvisamente colpito dalla sensazione indescrivibile di
amare Lily Wilt da sempre, di averla sempre venerata! È stata creata per lui,
e lui per lei.
«Sì» risponde. «Lily è la sola e unica».
È un lavoro lungo ed estenuante. L’antico tomo giace aperto sulla sua
scrivania; Pemble insegue i segreti spaventosi tra le pagine ingiallite. Le
intuizioni che cerca sono ninfe d’inchiostro, che svaniscono in un battito
d’ali quando è sul punto di afferrarle.
Pemble rimane chiuso nella sua stanza per giorni e giorni, tralasciando
persino le sedute fotografiche. Quando dorme, è perseguitato dallo stesso
sogno.
Non un bel sogno.
Si trova in un luogo gremito di gente, pigiato tra giovani ignobili. C’è
chiasso, tra urla, sberleffi e derisioni. C’è un puzzo di alcol stantio, di
tabacco ristagnante e di brillantina scadente. Pemble comincia a
comprendere vagamente ciò a cui sta assistendo: gli uomini che lo
circondano sono studenti di medicina e questo è un teatro anatomico.
Cala il silenzio.
Si spalancano le doppie porte e due portantini corpulenti spingono
all’interno una barella con sopra un corpo. Sulla lettiga c’è Lily Wilt. Le
gambe nude, i piedi scalzi, il busto coperto da un lenzuolo, il viso scavato e
i capelli ammassati come dopo una lunga malattia.
Un chirurgo a capo chino e con la falda del cappello a cilindro abbassata
sugli occhi segue la barella, a tempo. Gli studenti di medicina mormorano
un requiem.
Lily viene trasferita sul tavolo, un braccio candido scivola, i capelli
d’oro si spargono. Gli ignobili giovani gentiluomini sospirano e si
protendono all’unisono.
Il chirurgo fa un gesto col capo all’assistente, che avanza e gli arrotola le
maniche. Un grembiule da macellaio, indurito dal sangue rappreso e
spaventoso alla vista, viene solennemente prodotto e legato.
Il chirurgo si toglie il cilindro. Narcissus P. Thooms sorride benevolo,
soppesando il pubblico riunito.
Si gira per esaminare il tavolo carico di strumenti, su cui scorre le dita
fino a scegliere una lunga sega dentellata. Con un ammiccamento salace il
signor Thooms si avvicina al tavolo operatorio e posa la mano sulla guancia
di Lily.
Lei apre gli occhi…
Nella casa in Hanover Square è notte. Il signor Wilt dorme profondamente,
i baffoni che svolazzano a ogni ronfo sonoro. La signora Wilt, con la
cuffietta da notte, sta graziosamente accoccolata e parlotta, sognando carlini
e teiere d’argento. Santa Lily è ancora esposta nel salotto al piano di sotto,
premurosamente avvolta in mussola, pizzo e seta, le mani giunte in eterna
preghiera. La cuoca, il maggiordomo, il valletto, i topi nella dispensa, i cani
nella cuccia, tutti riposano. Solo Nan Hooley è sveglia. Accende una
candela e attraversa la casa immersa nella quiete.
Chiude piano la porta del salotto e accende le lampade a gas. L’aria nella
stanza è ancora fresca e la bara ben lucidata, ma aleggia un odore dolciastro
di decomposizione. I gigli si stanno incurvando, le corolle si piegano, i
petali si arricciano.
Nan sistema una sedia accanto alla bara. Il volto di Lily appare uguale al
mattino della sua morte. Nan socchiude gli occhi e la studia da vicino. Dopo
un po’ si accorge che Lily di fatto è cambiata. La sua bellezza vacilla. Le
labbra piene si stanno assottigliando, e gli occhi sembrano lievemente
strizzati, conferendo al cadavere un’espressione aspra, stizzosa. La pelle è
di un pallore verdastro e i capelli intorno alle tempie sono scomposti.
Lily forse potrà gettare un incantesimo innaturale sul mondo, ma
nessuno può prendersi gioco della morte.
«Cosa vi passa per la testa, signorina?» le sussurra Nan.
Cose che capitano: la cornice salta sul tavolo, l’orologio fermo sulla
mensola ricomincia a ticchettare, le nappe sul tappeto turco si arruffano.
Nan aspetta. Il legno lucido sul lato della bara si annebbia, compaiono
delle lettere.
L.I.L.Y.V.I.V.E
«Non ci provate neanche» la sgrida Nan. «Ciò di cui avete bisogno,
signorina, è una bella sepoltura tranquilla. Non sta bene mettervi in mostra
davanti alle facce sbalordite di mezza Londra. Non è naturale!»
Nan ha l’impressione di scorgere un’ombra di fastidio sulle fattezze
delicate e immobili di Lily.
Riflette un attimo, gli occhi fissi sul viso addormentato di Lily Wilt.
Poco a poco, giunge alla risoluzione di chiedere consiglio a un certo autore
illustrissimo nonché assiduo frequentatore delle cene dei signori Wilt.
Dopotutto, è stato il suo necrologio a scatenare questo trambusto. Nan è
convinta di poter ottenere udienza dal celebre gentiluomo: in fin dei conti,
non si è forse ispirato a lei per uno dei personaggi dei suoi racconti di
successo?
«Scambierò due parole con il signor D., altroché. Indurrà alla ragione i
vostri amati genitori».
Cose che capitano: le lampade a gas divampano, i gigli appassiscono nei
vasi e un vento artico fischia nelle orecchie di Nan.
Nan, per niente intimorita, chiude il coperchio della bara con aria
liquidatoria.
Pemble si sveglia sentendo bussare insistentemente alla porta. Apre gli
occhi. Le pagine del libro della vita e della morte giacciono stropicciate
sotto la sua guancia.
Il lieve bussare viene sostituito da colpi violenti. Solleva il capo dalla
scrivania.
Qualcuno abbassa la maniglia. Poi la scuote. Una voce lo chiama: un
insidioso piagnucolio nasale.
«Signor Pemble, ci siete?»
Pemble chiude il libro, lo nasconde e riesce a infilarsi i pantaloni prima
che la signora Peach vinca una breve lotta con la serratura ed entri.
L’affittacamere gli si para davanti, una donna spaventosa, sottile come un
giunco, tutta gomiti e clavicole, con un’allarmante criniera di capelli corvini
(non suoi).
«Perdonate la mia intrusione, signor Pemble». Gli elargisce un sorriso
aspro. «Non vi vedo da tutta la settimana e sarebbe giorno di riscossione
dell’affitto». Lancia un’occhiata alla stanza, al letto intatto, agli avanzi di
pasti consumati a metà.
«Avete intenzione di richiamare i ratti nella mia pensione, signor
Pemble?»
«No, vi chiedo perdono».
«Scendo subito a portarvi il denaro» dichiara poi, con tutta la cortesia
che gli riesce di racimolare.
La signora Peach attraversa la stanza. Solleva la tenda che nasconde la
camera oscura di Pemble e sbircia all’interno. «Signor Pemble, mi pareva
avessimo stabilito che questa dovesse essere la vostra camera da letto!»
«Sì, vi chiedo perdono».
La signora Peach rivolge la sua attenzione alle stampe appese alle pareti.
Pemble è travolto da un impeto di rabbia alla vista della signora Peach
che osserva e indaga le gloriose sembianze del cadavere di Lily Wilt.
«Morta?»
«Ahimè».
«Povera bambolina. Dodici anni?»
«Diciassette».
«Consunzione, giusto? Il grande flagello delle giovani graziose».
«No. Non consunzione».
Lei strizza gli occhi davanti alla fotografia. «Un incidente, allora? La
forma della testa è strana, c’è una specie di ammaccatura, lì, sulla tempia».
«La sua testa è perfetta. Lily Wilt è spirata nel sonno».
«Questa è Lily Wilt?»
«Sì».
«La famosa Lily Wilt?»
Pemble lo ammette.
«“La bella addormentata per sempre”. I giornali la definiscono “Il
migliore spettacolo di Natale di Londra”!» La signora Peach gli lancia
un’occhiata maliziosa. «Ma non per molto, a quanto pare».
Pemble ha un brutto presentimento. «Cosa intendete?»
«È stata venduta a un intrattenitore. Lily Wilt solcherà gli oceani. Fino in
America, nientemeno».
Pemble ha un sussulto.
«Pensate!» starnazza la signora Peach. «A quella cosina da niente è stato
persino dedicato un sapone!»
Pemble afferra il cappello e il pastrano e si precipita alla porta.
«Signor Pemble, l’affitto, se non vi dispiace!»
Pemble corre a casa Wilt in Hanover Square. Sui gradini d’ingresso il
maggiordomo prende nota di quanto segue: aspetto arruffato, sguardo
spiritato, evidente tremore di mani e labbra. Il maggiordomo informa
Pemble che in sua assenza i suoi datori di lavoro, Sturge & Sons, hanno
inviato il signor Stickles, secondo miglior fotografo commemorativo in
ordine di bravura. Il signor Stickles si è presentato con sollecitudine, ha
condotto la sessione con discrezione e ha fornito ai signori Wilt una
selezione di ritratti da cui sono rimasti assolutamente incantati.
«Potrei solo…? Vi prego, un momento con la signorina Wilt…»
«Temo di no, signore» risponde il maggiordomo prima di chiudere la
porta con decisione.
Pemble si incammina. Neanche si accorge che è la vigilia di Natale. La
folla festosa e la neve che fiocca, i monelli lieti e i venditori d’arance, le
caldarroste e le vetrine decorate dei negozi… niente ha più senso, per lui.
Ma poi, oh, una lama di sole squarcia il grigiore. Viene colpito dal ricordo
della sua diletta. Con la memoria ne invoca lo spettro elegante, la salma
sublime e santa.
Sente di nuovo la voce amata.
«Datti una mossa, caro Walter. Sono qui che aspetto».
Con rinnovato vigore Pemble prende la direzione di Seven Dials.
Ordina un grog bollente alla cameriera lasciva, accenna nervosamente un
saluto ai frequentatori abituali e si avvia verso un séparé. Immediatamente,
il losco e parecchio sudicio figuro scivola sul sedile di fronte al suo,
sfiorandosi il berretto.
A voce bassa, Pemble cerca di spiegare la sua richiesta criminale.
Losco Figuro inspira rumorosamente l’aria tra i denti. «Vi costerà molto.
Tariffa doppia, con la vigilia di Natale e tutto».
«Assicuratevi solo che venga maneggiata con delicatezza». Pemble
ricorda le regole dello scambio con i reietti. «Un incentivo se la consegna
avviene senza incidenti».
Losco Figuro sorride e si sfiora il cappello. «La tratteremo come un
fiocco di neve».
Mezzanotte. Un fagotto viene issato con cautela su per le scale della
pensione della signora Peach e nell’abbaino di Pemble. La consegna è
avvenuta senza imprevisti, visto che l’affittacamere dopo un gin corretto ha
perso i sensi.
Pemble fa portare il fagotto nella camera oscura. Il luogo che ha allestito
per il ricongiungimento di corpo e spirito di Lily Wilt. Gli manca il respiro
per la frenesia mentre aspetta che gli uomini mascherati se ne vadano.
Blocca la porta alle loro spalle.
Le mani di Pemble tremano nell’aprire l’involto. Rapito, non osa
contemplare le forme della sua diletta in un’unica soluzione. Invece,
procede a piccoli passi. Le delicate punte dei piedi, gli incantevoli stinchi,
le sopracciglia splendidamente arcuate, la cara guancia marmorea…
«Walter, caro» dice una vocetta collerica. «Ne ho abbastanza di stare in
mostra. Che ne diresti di riportarmi in vita una volta per tutte?»
Pemble consulta il tomo sulla vita e la morte di Thooms. Controlla
l’attrezzatura necessaria e ripassa a mente la procedura. Cerca di dominare
il battito del cuore.
Lo spirito di Lily Wilt svolazza per la stanza, scintillante nel sudario
attillato, e studia i suoi ritratti. «Sono fotogenica, no?»
Pemble si tampona la fronte. «Sì, mia adorata». Esita. «Potremmo
lasciare le cose come sono. Non mi importa che tu sia un po’, come dire,
eterea».
Lily gli scocca un’occhiata glaciale. «Importa a me! Hai fatto un
giuramento, Walter. Voglio mangiare cioccolatini e andare a ballare». Una
nota lasciva si insinua nella sua voce. «Voglio tornare ad assaporare le
pieghe carnali della vita».
Walter arrossisce e distoglie lo sguardo. «Farò del mio meglio, mia
adorata».
Le spoglie mortali di Lily Wilt giacciono su una panca robusta. Tutto
intorno, lanterne accese. Accanto alla panca c’è un tavolo – Pemble trema
al solo guardarlo – carico di strumenti chirurgici. Sotto la panca, una
tinozza di latta e diverse damigiane. Segatura cosparsa sul pavimento. In un
angolo, il catino con una misteriosa varietà di oggetti. Tra questi, un’ala di
fanello, uno specchio, una ciotola di gesso e un calice.
Passano le ore. Le campane della chiesa suonano a festa. È Natale.
Lily Wilt, spirito e corpo riuniti, siede accanto alla finestra. Ha una tazza
riempita fino all’orlo di gin alla sua destra, e si preme un tampone
sull’orecchio. Indossa la camicia da notte di Pemble. Pemble distoglie lo
sguardo dalle suture brutali che le attraversano il décolleté.
La camera oscura è un caos. La tinozza di latta è piena di sangue
rappreso, la segatura è raggrumata in mucchietti sul pavimento. Gli
strumenti chirurgici sono avvolti nel sudario di Lily e l’ala di fanello è
attaccata alla parete.
Gli occhi di Lily Wilt ruotano e si fissano su Pemble. «Voglio del gelato»
dice, con la lacrimosa irritabilità di una bimbetta.
A Lily piace sedere alla finestra a guardare i passanti sulla via di sotto.
È quasi sempre apatica. Passa la giornata a sgranocchiare noci e a
sputare i gusci. Di tanto in tanto, intona canzonacce.
Pemble è sfinito, le procura tutto quello che lei chiede: libri, nastri, una
trottola, un uccellino in gabbia e un mandolino.
«Voglio andare a ballare» piagnucola Lily.
«Devi prima rimetterti, cara».
«Ma invece di migliorare peggioro! Che accidenti mi hai fatto?»
Pemble si pone la stessa domanda.
Lily è cambiata e continua a cambiare ogni giorno che passa. Ha perso la
carnagione d’alabastro che aveva da morta. La pelle è floscia e i denti
ballano, gli occhi si infossano e l’oro dei capelli sbiadisce.
Pemble arriva al fiume e lo contempla. La neve fiocca e si riduce in
poltiglia nera sulle carreggiate battute di Londra. Ai chioschi dei giornali gli
strilloni diffondono la notizia della scomparsa di Lily Wilt. La pena dei
premurosi genitori è straziante. La ricompensa per il suo ritrovamento
vertiginosa. Pemble li oltrepassa barcollando, calando la falda del cappello
sugli occhi. Fa troppo freddo per sedere al parco, così trova rifugio nelle
taverne. Comincia a bere forte. Ha paura di dormire, di svegliarsi e,
soprattutto, di tornare a casa.
Lily si fa spostare il letto vicino alla finestra, per poter guardare fuori
durante la convalescenza. Incide figure nella brina all’interno del vetro con
le unghie. Le piace il suono.
Con il recupero, arrivano le voglie. Le costolette d’agnello cedono il
posto al fegato di vitello. Il fegato di vitello alla carne per gatti. La carne
per gatti alla carne di gatto. Pemble vaga per le vie di notte a caccia di
felini. Trema nel porgerle il sacco che si contorce. Lily fa un sorrisetto e tira
le cortine del letto. Dopo poco, Pemble sente sgranocchiare e trangugiare in
modo abominevole. Poi raccoglie le pellicce residue e le getta nel fuoco.
Nelle stanze aleggia il tanfo di pelo bruciato. Un giorno i piedi stanchi di
Pemble lo conducono a Camden Town. In un vicolo buio, in fondo a un
viottolo buio, in un anfratto buio. Si ferma davanti alla facciata di una
libreria in disarmo. L’insegna sopra la porta è consumata e illeggibile. Gli
scaffali vuoti si inerpicano polverosi dal pavimento al soffitto.
I gatti si fanno furbi, Pemble è costretto ad ampliare il terreno di caccia.
Torna tardi alla pensione. Si arrampica stancamente in cima alle scale, un
sacco sibilante in spalla. La porta dell’abbaino è spalancata. La signora
Peach, gli occhi sbarrati, staziona farfugliante accanto al letto di Pemble.
Pemble non ha bisogno di fare le presentazioni, le cortine sono già state
scostate.
Per fortuna, ha ancora la tinozza di latta e gli strumenti chirurgici.
Nan Hooley piantona la via della pensione della signora Peach. Si rifugia
sotto la tettoia di un negozio di fronte, tenendo stretta la cesta per la spesa e
fissando accigliata le finestre dell’abbaino. Lo spazzino ha preso nota dei
movimenti del signor Pemble. Nan depone una moneta nel palmo del
ragazzo e lui le riferisce fatti strani. Certe volte il signor Pemble esce a
comprare cose. Un carillon, un ananas, un canarino in gabbia. Altre volte
passa fuori metà della notte e torna con un sacco che si contorce.
E a questo punto, ecco il signor Pemble in persona. Esce in strada con
sguardo furtivo, si solleva il bavero del pastrano e si avvia di buon passo.
Nan è sconvolta dal cambiamento subìto dall’uomo. Ha gli occhi vitrei e
iniettati di sangue, la barba incolta, gli abiti macchiati, gli stivali sudici.
Si affretta a seguirlo.
In una taverna malfamata di Seven Dials, Nan guarda Pemble ordinare da
bere, sedersi in un séparé e fissare il bicchiere. In volto ha l’espressione dei
dannati.
Nan gli si siede di fronte e poggia a terra la cesta.
Pemble solleva gli occhi e si acciglia. Conosce quella faccia ma non
riesce a inquadrarla.
«Signor Pemble, per caso sapete dove si trova la signorina Wilt?»
Ora ricorda, e gli si illumina lo sguardo. «Siete la domestica».
«Sì, signore».
Pemble estrae una fotografia dalla tasca del pastrano. La depone sul
tavolo.
«Ieri ho fatto questo ritratto a Lily. Vi prego, ditemi cosa vedete
esattamente».
Nan offre il braccio a Pemble sulla via del ritorno alla pensione. Dapprima
lui barcolla, ma l’aria fredda e la presenza forte e tranquilla di Nan paiono
rinfrancarlo. Sulla porta, sorride mesto.
«Sapete come comportarvi a questo punto, signore?» gli sussurra Nan.
Pemble annuisce.
«Fatevi forza, allora».
Pemble entra con passo pesante.
Nan rimane per un po’ a guardare la finestra dell’abbaino, poi stringe il
nodo dello scialle e si avvia verso casa.
Il giorno del funerale di Lily Wilt il freddo è pungente e il cielo azzurro. I
becchini hanno faticato ore a scavare il terreno ghiacciato. Il carro funebre
avanza lento. Oltre i vetri della carrozza, si intravede la bara, coperta da un
cuscino di fiori. Sei splendidi cavalli neri zoccolano penetrando le nuvole
del loro fiato caldo. I dolenti camminano in corteo, infagottati in
bambagina, crespo e pesanti merletti neri.
Il carro raccoglie seguaci mentre attraversa Londra, al punto che, quando
arriva al cimitero, il corteo si è ingrossato di molto. Lily Wilt continua ad
affascinare. Sulla storia di questa Bella addormentata aleggia un mistero
finale. Il suo corpo è ricomparso nel salotto di Hanover Square in
circostanze altrettanto sconcertanti di quelle della scomparsa. Per il sollievo
del pubblico. Fino a quando non si è saputo che Lily Wilt non sarebbe stata
più esposta. Si sono sparse le voci più inquietanti. È finita in mano a un
pervertito. È stata sinistramente sfigurata. La polizia ha mantenuto il
riserbo. La famiglia non ha fatto commenti.
Al cimitero, c’è un estraneo che ascolta il suono del carro in
avvicinamento. Il cuore gli batte a precipizio quando vede i cavalli, che
scuotono le piume nere e lo oltrepassano con andatura costante. Dietro al
carro, la scia della folla che tira su col naso e geme. Sugli alberi i corvi,
sempre irriverenti, imprecano e disturbano.
E così, Lily viene consegnata al luogo dell’estremo riposo, un notevole
lotto di famiglia sul viale principale. In un secondo tempo arriverà un
angelo inciso, a rivaleggiare persino con la bellezza marmorea di Lily. I
dolenti si disperdono, sfiorandosi la falda del cappello, avvolti nelle
mantelle e ripiegati sui manicotti, lasciando i becchini al loro lavoro.
Nan Hooley rimane fino all’ultimo. Per sicurezza.
Scende il crepuscolo e Walter Pemble si inginocchia davanti alla tomba
della sua diletta.
Attende. E presto sente una voce. Un tantino irritata.
«Non era certo questa la fine che avevo programmato, Walter».
Pemble solleva lo sguardo. Lily Wilt gli si staglia di fronte, la sua
bellezza glaciale ricomposta.
«Adorata Lily».
Lei gli elargisce un sorriso di nevischio. «Immagino esista un modo per
tornare insieme».
Pemble annuisce, tamponandosi gli occhi. Esce dal cimitero e si
consegna al primo rappresentante della legge in cui si imbatte.
È mattina nella casa in Hanover Square. In cucina il maggiordomo legge
il giornale a voce alta e la governante imburra una fetta di pane tostato. Nan
porta a tavola la teiera.
«Ecco qua» dice il maggiordomo.
«Era un demonio». La governante spalma un velo di marmellata.
«Un demonio, altroché».
Nan aggiusta i posti a tavola e raccoglie le briciole.
«Walter Pemble, impiegato come fotografo» legge il maggiordomo, «è
stato condannato per il trafugamento delle spoglie mortali della signorina
Lily Wilt, “La bella addormentata per sempre”, dalla casa di famiglia in
Hanover Square. Il signor Pemble si è inoltre dichiarato colpevole
dell’efferato omicidio della affittacamere che aveva scoperto il delitto».
La governante si produce in un verso di disapprovazione.
Il maggiordomo sorseggia il tè. «Depravazione e dissoluzione».
«Ormai è all’ordine del giorno» commenta la governante. «La
dissoluzione».
«Il tizio doveva aver perso la testa» dice il maggiordomo, con un tono
che sottintende una certa sbadataggine da parte del signor Pemble.
La governante si acciglia. «Il che non lo giustifica».
«Certo che no».
La folla è assiepata all’esterno della prigione di Newgate. Non che
l’impiccagione sia pubblica, ma il tempo è mite per gennaio e una gita vale
sempre la pena. C’è anche Nan Hooley. Quando arriva il momento, versa
qualche lacrima per il signor Pemble.
Più tardi nel pomeriggio, estrae la vecchia scatola di sigari che tiene
sotto il letto. Dentro ci sono un ditale d’argento, una ciocca di capelli grigi,
qualche fiore appassito e una fotografia.
Contempla a lungo la fotografia. Poi accende un fiammifero e glielo
avvicina. La carta si arriccia e prende fuoco, e con lei il sorriso di Lily Wilt.
Nan la lascia cadere nel caminetto. Resta per un po’ a meditare sulla vita e
la morte e quella cosa orrenda che sta nel mezzo. Poco dopo, trangugia
mezzo pasticcio di coniglio.
La sedia di Chillingham
Laura Purcell
La prima sensazione fu un pizzicore sulla guancia. Poi Evelyn prese
coscienza delle proprie orecchie: ronzavano, pungevano. Le membra erano
intorpidite.
Le parve di trovarsi in un posto umido e freddissimo. Quando tentò di
muoversi, le esplose un dolore nella gamba che la fece boccheggiare. Le
palpebre si aprirono sbattendo, per rivelare… il nulla. Una immensa distesa
incolore.
Forse era morta, era in purgatorio, e gli aghi che le correvano lungo la
schiena erano il castigo per i suoi peccati.
Il pensiero non fece in tempo ad attraversarle la mente che il silenzio che
la circondava fu interrotto. Un ansito animale, nelle vicinanze. Evelyn si
irrigidì, incapace di sollevare la testa per guardare. La creatura aveva il
respiro pesante, le zampe che si avvicinavano scricchiolando sulla neve.
Non poteva fare altro che piagnucolare e serrare gli occhi. L’animale
annusava sempre più vicino, grufolandole accanto all’orecchio. Le assaggiò
la fronte con la lingua calda e viscosa.
«Vattene» gemette lei.
Invece la bestia pelosa le si allungò sul torace, sorvegliandola,
impossessandosi della sua preda. Lei espirò d’istinto quando nell’aria
fredda riecheggiò un ululato spaventoso.
Tonfi e crepitii in lontananza. Qualcuno la stava chiamando.
«Brava ragazza!» disse un uomo. «Brava cagnolina».
Lentamente, Evelyn si azzardò ad aprire gli occhi e tutto si fece chiaro.
La distesa sopra di lei non era la perdizione, ma il cielo, carico di neve, e
sul torace non le giaceva nessun mostro: era solo un bracchetto, che
avvertiva il padrone.
Le facce affollarono il suo campo visivo: gentiluomini che riconosceva
vagamente e le fattezze amate della sorella, Susan.
«Evelyn!» gridò lei. «Evelyn, ti sei fatta male?»
«Temo… di sì» gracchiò lei. «Non riesco a ricordare… cos’è accaduto».
«La neve è caduta da un ramo e il vostro cavallo si è spaventato» spiegò
un affascinante gentiluomo. «È corso verso le stalle con la sella penzolante
dalla pancia».
Giusto, stavano cacciando. Non a casa, in un’altra tenuta: Chillingham
Grange. L’uomo che le stava parlando era Victor Chillingham in persona.
Era chino su di lei. Le esaminava il corpo con sguardo gentile e premuroso,
in cerca di ferite.
A Evelyn quasi mancava il respiro, oppressa com’era dalla vergogna.
Non solo aveva fatto una caduta plateale, ma le era successo da invitata
nella casa di quel gentiluomo.
Il gentiluomo di cui aveva respinto con fermezza la proposta di
matrimonio.
«Dobbiamo portarti dentro prima che ti prenda un malanno» si agitò
Susan. «Pensi di riuscire a stare in piedi?»
Evelyn sollevò la mano per allontanare il bracchetto. Persino quel
semplice gesto le procurava dolore.
«Sono spiacente di recare tanto disturbo, ma… non credo di farcela».
Il dottore le esaminò gli occhi con attenzione. Odorava di laudano e
sanguisughe. «Un brutto colpo, senza dubbio. Nessuna ferita alla testa, ma
avrà i sintomi della commozione cerebrale. Nausea, stordimento. Meglio
evitare di spostarla».
Mamma si portò il fazzoletto alla bocca. «Come hai fatto, Evelyn? Non
sei mai caduta in vita tua. E adesso, nella sola occasione in cui tutto doveva
essere perfetto…»
Evelyn si sistemò meglio sull’agrippina. Il piede fratturato era stato
sollevato, avvolto nei bendaggi e steccato. Le prudeva come un letto
infestato di pulci. «Mi dispiace, Mamma. Non è stata colpa mia.
Quicksilver si è imbizzarrito».
Il dottore aprì la borsa e cominciò a scrivere una ricetta per il farmacista.
«Prendete questo due volte al giorno. Tornerò a controllare i vostri
progressi. Nel frattempo, vi ordino di rimanere a letto. Pochi movimenti e
niente agitazione».
«Impossibile!» esplose Mamma. «La sorella si sposa alla vigilia
dell’Epifania e Evelyn è la sua damigella».
«Mi duole, signora, ma non c’è alternativa. La salute viene prima di
tutto. Mi preoccupo di impedire a vostra figlia di contrarre un’encefalite».
Evidentemente, Mamma non se ne preoccupava affatto. Le scoccò
un’occhiata di furia assoluta.
«Devo inviare la parcella al signor Chillingham, signora, oppure…?»
«Per carità, no!» esclamò Mamma. «L’abbiamo importunato anche
troppo, per oggi. Andate da mio marito, è nella sala da biliardo».
Il dottore fece un inchino e si congedò, chiudendosi la porta alle spalle.
Mamma inspirò a fondo e si aggiustò la cuffietta di pizzo. «Mi rendo
conto di quanto sia penosa la tua situazione, Evelyn» esordì, secca. «La
sorella minore che si sposa prima della maggiore è un’esperienza in qualche
modo umiliante. Ma avevi l’opportunità di essere tu la sposa. A questo
punto sarebbe disdicevole che ti rammaricassi per la decisione che hai
preso».
«Prego?»
«Respingere il signor Chillingham è stata una vera follia, e i tuoi
ripensamenti non mi stupiscono affatto. Ma invidiare tua sorella per questa
unione non è da te. Tieni a mente che, quando Susan sarà la signora
Chillingham, elevandosi nella scala sociale, potrà trovarti un altro
pretendente. Che avrai il buonsenso di accettare». Fece il broncio,
occhieggiando il piede ferito. «Sempre se sarai ancora in grado di danzare a
un ballo».
Evelyn dovette fare ricorso a tutta la propria compostezza per non
prendere il cuscino e lanciarlo contro la madre. «Quindi… pensate che
l’abbia fatto apposta? Per rovinare il matrimonio di Susan? Mamma! Come
potete tacciarmi di una simile bassezza?»
La neve scese dal comignolo. Il fuoco scoppiettò nel camino.
«Comunque non ha importanza» insisté Mamma. «Non sei riuscita nel
tuo intento. Il matrimonio si farà, con o senza di te».
Un bussare lieve alla porta. Evelyn sussultò, e mille frecce arroventate le
trafissero la gamba.
«Avanti» disse Mamma, con tono decisamente più soave.
Erano Susan e il signor Chillingham. Evelyn arrossì, sperando che non
avessero sentito, ma loro avevano stampato in volto il sorriso zelante e
vagamente sgradevole di chi ha a che fare con un invalido.
«Povera Evie!» cantilenò Susan. «Chissà che delusione essere costretta a
letto in questo modo! Ma non temere, ti abbiamo portato una sorpresa.
Merito di Victor, è stata una sua idea».
Con fare plateale, i due si separarono e alle loro spalle apparve Biddy, la
cameriera, che spingeva uno strano trabiccolo oltre la soglia.
Era una grande poltrona imbottita, di quelle che si trovano in qualsiasi
salotto, solo che nei braccioli erano piantate alcune barre verticali in ottone.
Era sospinta da tre ruote, due davanti e una dietro, che gemevano come un
animale ferito.
«Era di mio padre» disse il signor Chillingham, mentre Biddy accostava
la poltrona all’agrippina. Abbassò la pedana con uno schiocco che fece
trasalire Evelyn. «Vi ho raccontato di quanto la sua salute fosse
compromessa negli ultimi anni di vita?»
Evelyn osservò quel pezzo di arredamento con disgusto. Non c’era
anima viva in tutto il paese che avesse bisogno di sentirsi raccontare
dell’incorreggibile vegliardo: circolavano tante storie. Il suo caratteraccio,
unito ai modi meschini, aveva fatto guadagnare al Vecchio Chillingham una
certa nomea. C’era un suo ritratto appeso nel corridoio: un uomo dall’aria
viscida con due occhietti crudeli.
Ma Victor, il figlio, la stava guardando con tenerezza, al contrario del
padre.
«Certo» rispose Evelyn. «Avete detto che vostro padre era ormai muto e
aveva perso l’uso delle gambe?»
«Esatto. Così gli ho comprato questa sedia».
«Non una sedia qualunque, Evie». Susan si fece avanti e girò una delle
leve che spuntavano fuori dai braccioli. Uno scatto metallico e le ruote
girarono. «Guarda, puoi sterzare. E la macchina è semovente!»
«La chiamano “La sedia meccanica del signor Merlin”» le spiegò il
signor Chillingham. «Un’invenzione recentissima. Non ho badato a spese».
«Quale consolazione deve essere stata per vostro padre avere un figlio
tanto coscienzioso» sospirò Mamma.
«Desidero sappiate, signorina Lennox» proseguì il signor Chillingham,
«che farò tutto il possibile per assistere anche voi nel vostro infortunio.
Ormai siete parte della mia famiglia, come un tempo lo era mio padre.
Sfortunatamente, la sua sedia non vi sarà utile all’esterno, ma vi permetterà
di spostarvi in casa».
«Così alla fine non ti perderai quasi nulla!» disse Susan, raggiante.
Evelyn tentò di sorridere a sua volta, ma l’idea di sedersi su quel
trabiccolo era respingente. Persino da quella distanza, avvertì l’odore
stantio e aspro dell’imbottitura e intravide una chiazza scura sul sedile.
Fortunatamente, la gratitudine di Mamma era sconfinata. «Quale
immensa gentilezza! Mia figlia vi è enormemente debitrice, signor
Chillingham. Come vedete, è ammutolita per l’onore che le fate. È stata
molto sbadata. Dovrà imparare a cavalcare con maggior contegno, in
futuro».
«Vi prego, signora, non la rimproverate. La colpa non è della signorina
Lennox, ma dei miei stallieri. Quella sella da amazzone non era stata tenuta
in ordine, e il sottopancia non era assicurato a dovere. Errori inammissibili.
Siate certa che il responsabile verrà immediatamente licenziato».
Mamma e Susan annuirono, mostrandosi d’accordo. Solo Biddy sussultò
da dietro la sedia.
Ovvio che una cameriera parteggiasse per un altro servitore. In verità era
crudele congedare uno stalliere per un solo errore, soprattutto quando la
mensola sopra il camino era ancora decorata con l’agrifoglio, l’edera e il
vischio.
«Oh, vi prego, non lo private del suo impiego, signore» disse Evelyn.
«Non a causa mia. Non riuscirei più a dormire se un uomo dovesse perdere
il lavoro in questo periodo dell’anno. Perdoniamolo, in virtù dello spirito
natalizio».
Il signor Chillingham chinò il capo. «Il vostro buon cuore vi fa onore,
signorina Lennox. Siete quasi altrettanto benevola di vostra sorella». Prese
la mano di Susan. «D’accordo, allora. Farò come desiderate».
Susan lo gratificò di un sorriso mieloso. Erano il ritratto della coppia
rispettabile. Evelyn avvertì un vuoto allo stomaco. Avrebbe dovuto esserci
lei, al posto della sorella.
Perché mai aveva dato ascolto alle chiacchiere sul signor Chillingham?
Quel mite castellano non somigliava affatto all’accanito giocatore di dadi e
di carte di cui sussurravano le sue amicizie. Le voci erano palesemente
infondate: Victor Chillingham era un brav’uomo, e lei l’aveva respinto.
«Questa ottima sedia non ti porterà su e giù per le scale» puntualizzò
Mamma. «Sinceramente, Evelyn, sarebbe meno fastidioso per tutti se
dormissi qui sotto. Biddy ti porterà i bauli e si sistemerà con te su un lettino
pieghevole, per le tue esigenze. Vi sembra una soluzione ragionevole,
signor Chillingham? Non vorrei mai che mia figlia causasse trambusto…»
«Assolutamente» si affrettò a concordare lui. «Non ci sono impedimenti.
Questo salottino viene usato di rado… spero che la signorina Lennox voglia
considerarlo suo per il tempo necessario».
Tutto Chillingham Grange avrebbe potuto essere suo. La riserva di cervi,
i boschi, il lago specchiato, l’orto che raccoglieva erbe di ogni tipo.
Avrebbe potuto essere la signora di quell’imponente maniero con la grande
scalinata che saliva fino all’ingresso principale, ma ormai quell’onore
toccava alla sua sorellina.
Susan si fece avanti, solerte. «Proviamo la sedia! Muoio dalla voglia di
vederla in azione». Evelyn non ebbe modo di rifiutare. Biddy la spostò
dall’agrippina al trabiccolo. I cuscini la accolsero con un sospiro. La coscia
affondò in un avvallamento del sedile: il Vecchio Chillingham doveva
avervi scavato la sua impronta quando vi si era insediato.
«Gira le leve verso l’esterno per andare avanti» la sollecitò Susan.
Evelyn spinse con cautela entrambe le impugnature di ottone ossidato.
Uno scatto che fece tremare tutta la struttura: lo avvertì in fondo alla
schiena. La sedia si mosse piano, con uno stridio acuto.
Susan applaudì, deliziata. «Ma guarda come vai!»
Procedeva a passo di lumaca. Con tutto ciò, Evelyn si chiese come
avrebbe fatto a fermarla. Avanzava lentamente e inesorabilmente verso le
fiamme nel camino.
Cercò di non farsi cogliere dal panico, ma sentiva già il calore sulla
pelle. «Come faccio a…» belò. Per pura fortuna urtò con la mano una leva
sul bracciolo destro, che azionò la barra di bloccaggio delle ruote. Lo stridio
mise a dura prova i suoi nervi.
Il piede bendato pulsò, a un soffio dal camino.
Gli altri applaudirono.
«Quale cortesia! Quale utilità!» tubò Mamma con affettazione
rivolgendosi al loro ospite. «Dunque, Evelyn, non hai nulla da dire?»
La mascella di Evelyn si serrò in un sorriso rigido. Lo aveva già deluso
abbastanza; il minimo che potesse fare era mostrarsi riconoscente. «Vi
ringrazio, signor Chillingham» si sforzò di mormorare.
Quella notte Evelyn si agitò sull’agrippina, incapace di prendere sonno. Il
dolore al piede pulsava con la regolarità del battito cardiaco.
Non era solo il malessere a tenerla sveglia; lì sotto, il mondo all’esterno
era più rumoroso. Sentiva il vento ululare intorno alla casa, scuotere le
finestre, e il costante gocciolio dei ghiaccioli che si scioglievano nelle
gronde.
Non c’era altro da fare che giacere a occhi aperti e rimuginare sui propri
rimpianti.
Era uscita di senno quando aveva respinto Victor Chillingham? Gli amici
le avevano riferito che era un giocatore, ma ora si rendeva conto di quanto
fosse improbabile. Aveva intrattenuto gli invitati alle nozze con grande
sfarzo per tutti i dodici giorni delle feste natalizie. Doveva possedere una
rendita.
Non l’aveva respinto solo per ragioni venali. C’erano stati anche i crucci
legati alla famiglia. Si era preoccupata che con il tempo lui potesse
cambiare e diventare crudele come il padre. E poi c’era il fratello maggiore,
che non aveva mai conosciuto. Si diceva che fosse deforme, debosciato, e
che fosse stato escluso dal testamento. Ma non avrebbe dovuto giudicare
Victor dalle pecche dei suoi parenti. Dopotutto, non desiderava certo che gli
altri valutassero lei in base ai comportamenti di Mamma.
L’unica consolazione era che la cara Susan sarebbe stata felice. La
sorella avrebbe posseduto una bella casa e avrebbe avuto un marito
affascinante tutto per sé. Tuttavia, Mamma non esagerava nel sottolineare
l’anomalia legata al fatto che la prima a sposarsi fosse la sorella minore.
Questo avrebbe messo Evelyn in cattiva luce, facendola apparire strana,
poco desiderabile… soprattutto se a quel punto fosse stata costretta a
claudicare.
Girò il capo sul guanciale, sconsolata. La sedia orribile stava acquattata
al suo fianco, a ricordarle la sua goffaggine. Aveva bisogno del pitale, ma
sarebbe stata costretta a chiedere aiuto a Biddy, e preferì trattenersi. Per
quel giorno aveva già subìto fin troppe umiliazioni.
Curioso che Biddy nel sonno fosse tanto silenziosa, e che non si sentisse
nessun movimento degli invitati al piano di sopra. Mentre fuori infuriava il
vento, l’atmosfera dentro casa era di un’immobilità opprimente.
Evelyn tentò di appisolarsi come tutti gli altri. Dietro le palpebre le
affiorarono immagini scollegate: alberi stagliati contro il bianco, zoccoli
che battevano per liberarsi della neve, cani che fiutavano con le code dritte.
Rivisse frammenti confusi della giornata. Il lago ghiacciato in una lastra di
marzapane. Susan che le raccontava di come da qualche parte sui terreni
della proprietà venisse coltivato un giardino dei veleni. Immaginò tutte
quelle piante letali sepolte sotto un sudario di neve, quando sentì un cigolio
improvviso.
Il rumore la fece trasalire, procurandole fitte di dolore alla gamba. Una
follia: non poteva che essere stata Biddy, che si rigirava nel lettino. Liquidò
l’episodio, sforzandosi di trovare una posizione più comoda per il piede, ma
il cigolio si ripeté, più forte, accanto al suo orecchio.
Era un assestamento, uno sbuffo: il suono prodotto da un mobile che
sosteneva il peso di qualcuno. Ma si rese conto che non poteva venire dal
lettino di Biddy, all’altro capo della stanza: era ben più vicino.
Il rumore veniva dalla sedia.
Evelyn socchiuse gli occhi e scrutò lo spazio ridotto tra il suo guanciale
e la massa scura del trabiccolo. Sembrava tutto a posto. La fiamma
baluginava sulle giunzioni di ottone. Persino al buio le riusciva di
intravedere le infossature nei cuscini: i solchi scavati da un’occupazione
ininterrotta.
Be’, era un arnese decrepito, incline ai gemiti e agli assestamenti. Si
aggrappò a quel pensiero, mentre l’imbottitura scricchiolava, proprio come
se qualcuno si stesse sistemando meglio sulla seduta.
Qualcosa non andava: si tirò le coperte sopra la testa, nascondendosi.
«Biddy» sussurrò. «Biddy, dormi?»
Nessuna risposta.
Qualcosa si produsse in un gemito acuto come quello del bracchetto,
solo che stavolta non si trattava di un animale: era un ruvido girare di ruote.
Di sicuro, di sicuro Biddy le avrebbe sentite… Un rumore del genere
l’avrebbe svegliata.
Evelyn dovette raccogliere fino all’ultimo briciolo di coraggio per
abbassare le coperte e sbirciare l’altro capo del salotto, dove la cameriera
aveva sistemato il lettino.
Era intatto. Non c’era nessuno sotto le coperte e lei era tutta sola.
O forse no.
Un altro scricchiolio dalla sedia meccanica. Sopraffatta dal terrore,
Evelyn spostò lo sguardo in quella direzione. Il trabiccolo era ancora alla
sua sinistra, accanto all’agrippina, ma non era più girato di lato. Ora le stava
di fronte.
«No» ansimò lei, «non è possibile».
Fissò i braccioli, come se potesse costringerli a tornare al loro posto. In
qualche modo, senza che nessuno l’avesse mosso, il trabiccolo si era girato
di novanta gradi.
Il panico le serrò la gola. Doveva resistere. Stava chiaramente sognando.
Il dottore le aveva somministrato il laudano, medicina che provocava
sempre gli incubi.
Questo però era straordinariamente vivido. Avvertiva le fitte al piede
rotto e vedeva le fiamme danzare. Quando premette su un livido al braccio
provò dolore.
«Svegliati» si disse.
La sedia rispose. Evelyn rimase a guardare in preda all’orrore mentre la
manovella sul bracciolo destro cominciava lentamente a girare.
«No» gridò, «questo è troppo».
Disperata, cercò qualcosa, qualunque cosa che ponesse fine a quel
sogno. C’era un solo rimedio a portata di mano. Si fece coraggio, tirò giù le
gambe dall’agrippina e si sollevò sui piedi malconci.
La sofferenza fu peggiore di quanto si fosse aspettata: le gridò nella testa
fino a sovrastare lo scatto della sedia. Se quel dolore non l’avesse svegliata,
niente altro avrebbe potuto.
Ma non riuscì a riprendere coscienza, anzi, la sua coscienza cominciò a
ritrarsi. Il salotto, il fuoco e persino la sedia si allontanavano sempre più…
Tutto fu inghiottito dal buio.
Evelyn si svegliò sentendo bussare insistentemente alla porta.
«Fatemi entrare!» Era la voce di Biddy, smorzata ma in preda al panico.
«Vi prego, signorina, aprite la porta».
Disorientata, sollevò il capo. Una luce pallida inondava il salotto. Il
fuoco era da tempo ridotto in cenere, ma le tende erano scostate su un’altra
giornata pittoresca e gelida. Giaceva nel punto in cui era caduta, accasciata
ai piedi dell’agrippina.
La sedia era accanto alla porta.
Era posizionata in modo da impedire l’accesso alla stanza. Biddy
continuava a scuotere la maniglia, che però era incastrata contro lo spesso
bracciolo meccanico della sedia.
«Signorina Lennox!»
Il dolore era quasi del tutto scomparso. Di fatto, Evelyn non si sentiva i
piedi: cosa poco incoraggiante. Digrignò i denti e si trascinò sul tappeto,
artigliandolo con le mani fino a raggiungere la sedia.
Non aveva mai provato un odio tanto violento per un oggetto. Da quella
prospettiva vedeva le ruote, logore e consunte. Come erano riuscite a girare
da sole, attraversando tutto il salotto? Si sostenne con un braccio e spinse il
miserabile trabiccolo con tutta la forza che aveva in corpo. Si mosse
indietro.
Biddy per poco non finì a terra. «Signorina! Come avete fatto… siete
ferita?»
Evelyn non sapeva cosa rispondere. Raccontare gli accadimenti della
notte appena trascorsa sarebbe stato assurdo.
In silenzio, permise alla cameriera di aiutarla ad alzarsi e a sedersi sulla
sedia. Avrebbe preferito l’agrippina, ma era troppo lontana, e a ben
guardare forse era meglio così. Se a occupare la seduta era lei, nessuno, o
nient’altro poteva farlo.
«Dov’eri?» chiese alla cameriera, ricordando il letto vuoto nel cuore
della notte. «Come mai non eri qui?»
Le guance di Biddy si imporporarono. «Ero a fare colazione negli alloggi
della servitù, signorina». Cominciò a darsi da fare con i bauli che i valletti
avevano portato di sotto. «Ed è ora che vi vestiate per farla anche voi».
Evelyn non si lasciò abbindolare. «No. Intendevo dire dov’eri prima? Mi
sono svegliata in piena notte e non eri da nessuna parte! Ho tentato di
alzarmi… il dolore deve avermi fatto svenire».
Biddy aprì la bocca. «Io… sono spiacente, signorina».
Mentre la cameriera annaspava, Evelyn intravide un ciuffo di paglia
nella cuffietta; ricordò che il giorno prima era sobbalzata quando il signor
Chillingham aveva minacciato di licenziare uno degli stallieri. Non ci
voleva una gran mente per fare due più due.
«Ebbene, Biddy!» ansimò. «Ti sei trovata un fidanzato?»
Biddy arrossì ancora di più. «Santo cielo, signorina!» si schermì, il capo
chino sopra un baule. «Sapete bene che nella mia posizione non mi è
permesso avere dei corteggiatori».
Il che non era una vera e propria smentita.
Biddy poteva tenersi i suoi segreti; anche Evelyn ne custodiva alcuni.
Per tutta la lunga ordalia della vestizione, valutò la possibilità di mettere la
cameriera a parte degli accadimenti della notte, ma non le riuscì di trovare
le parole. Il dottore non aveva forse detto che il colpo alla testa era stato
violento? Probabile che lo stato confusionale le avesse provocato delle
allucinazioni. Una spiegazione affatto soddisfacente, ma preferibile
all’alternativa: il Vecchio Chillingham non era disposto a privarsi della
sedia.
Alla fine Biddy si accovacciò per sistemare la pedana. La caviglia ferita
di Evelyn si era gonfiata diventando quasi il doppio.
«Non intendo sgridarti, Biddy. Né raccontare di aver avuto un incidente
in tua assenza. Ma stanotte devi rimanere con me». Biddy annuì.
«Giuramelo» le ordinò Evelyn, la voce strozzata dalla paura. «Qualunque
cosa accada, non lasciarmi sola dopo il tramonto».
Biddy sgranò gli occhi. «Lo prometto, signorina».
Gli invitati erano riuniti per la colazione nel grande atrio spazioso
tappezzato di arazzi. Le finestre ad arco davano sui campi, scintillanti sotto
la neve fresca. Evelyn vide gli orticelli cinti da muretti dove la servitù
coltivava le erbe: alcune per cucinare, altre per medicare, altre ancora per
uccidere i parassiti, come le aveva spiegato Susan.
«Signorina Lennox!» Il signor Chillingham interruppe la conversazione
che stava intrattenendo e si precipitò ad accoglierla. «Come vi sentite oggi?
Meglio? Spero abbiate riposato».
Evelyn fu talmente stupita da dare una risposta vaga e menzognera. Si
era resa conto solo allora che il gentiluomo le tributava una premura
disinteressata. Fu lui a spingere la sedia e ad aiutarla a prendere posto a
tavola, mentre la sua famiglia l’aveva platealmente ignorata.
Incontrarono qualche difficoltà a incastrare i braccioli meccanizzati della
sedia sotto il tavolo da pranzo. Il signor Chillingham cominciò ad agitarsi.
«Posso far portare un vassoio in camera vostra» propose. «Volete che vi
spinga in salotto?»
«Oh, no, non vi scomodate, signore. Me la caverò alla perfezione,
grazie». Abbassò lo sguardo sulla tovaglia, sul piatto e sulle posate, per
nascondere il rossore. Il signor Chillingham parlava in modo troppo diretto
con quella che nel giro di pochi giorni sarebbe diventata sua cognata.
Finalmente, Papà si avvicinò con tutta calma per chiederle come stesse.
«Ebbene, Evelyn, mia cara, è una fortuna che tu ti sia rotto un piede e non il
collo» disse giulivo. «Saremmo stati costretti a rimandare il matrimonio. E
tua madre non ti avrebbe mai perdonata».
Lei si sforzò di ridere, ma le pareva che la testa le galleggiasse, e non
solo per il trauma. Perché il signor Chillingham la fissava in quel modo?
«Susan invece ti avrebbe ricordata con più affetto» aggiunse Papà
ammiccando. «Avrebbe perso una damigella, ma oserei dire che non se ne
sarebbe fatta un cruccio, vedendo raddoppiare la sua dote».
Era una battuta inopportuna, ma si sforzò di sorridere. Il padre non aveva
cattive intenzioni: era fatto così. Tuttavia, notò che il signor Chillingham si
incupiva di biasimo, prima di tornare agli altri invitati.
La compagnia aveva organizzato una pattinata sul lago dopo la
colazione. Ovviamente Evelyn non sarebbe stata della partita. In verità, ne
era lieta: le traversie della notte precedente l’avevano sfinita.
Susan parve contrariata, mentre le accarezzava i capelli. «Detesto
lasciarti qui, Evie. Come farò a stare in equilibrio sul ghiaccio, se non ci
sarai tu a tenermi la mano?»
«È un compito che ormai spetta al signor Chillingham».
Ma il signor Chillingham sembrava più preoccupato per lei. Si
accovacciò all’altezza della sedia. «Ordinerò ai domestici di portarvi tutte le
nostre collezioni per svagarvi. Ci sono le medaglie, le conchiglie… e
persino un bel libro di incisioni. Vado a prenderlo io stesso. Tutto al Grange
è a vostra disposizione, signorina Lennox. Se avrete bisogno di qualsiasi
altra cosa, non dovrete fare altro che chiedere».
Evelyn era allibita. Dopo il modo in cui l’aveva respinto, questa sua
cortesia le parve quasi opprimente. Aveva forse intuito che nutriva dei
rimpianti? Sperava ardentemente di no. Era troppo tardi: ormai dovevano
pensare a Susan.
La povera Susan continuava a sorridere, l’unica ignara del brivido corso
tra la sorella e il suo fidanzato. Mamma, d’altro canto, li stava trafiggendo
entrambi con un’occhiata letale.
Le fiamme ardevano vivaci in tutti i camini. Un delizioso profumo di
cannella e carne arrosto saliva dalle cucine, e tutte le finestre erano
merlettate di brina. Impossibile credere che quella casa, quella stessa sedia
fossero parse tanto minacciose la notte prima.
«Penso che prenderò della corteccia di china per il mal di testa» disse
Evelyn a Biddy mentre giocavano a backgammon in biblioteca. «Ho un
dolore sordo alle tempie, che mi ha fatto fare strani sogni… cosa che non
voglio si ripeta stanotte».
Forse il trauma le aveva davvero scombussolato i pensieri. Era stato per
quello che aveva visto la sedia muoversi e che nutriva dei sentimenti nuovi
per il signor Chillingham. Si trattava di un malessere passeggero, come un
raffreddore.
Biddy si alzò dalla sedia. «Vado a prendervi la polvere, signorina. Gli
altri staranno per tornare dalla pattinata».
Non appena Biddy uscì dalla stanza, Evelyn scorse sulla parete all’altro
capo della sala un dipinto con la cornice dorata che non aveva mai visto.
Era il ritratto di un giovane con gli occhi dolenti e socchiusi. I colori sulla
tela erano cupi, ulteriormente scuriti dalla pessima collocazione del quadro.
Si avvicinò sul trabiccolo e abbassò la barra di bloccaggio delle ruote per
poter analizzare meglio il dipinto. L’artista aveva smussato, ma non
omesso, la spalla decisamente alzata del suo modello. Sulla cornice c’era
un’incisione: Alfred Chillingham.
Biddy tornò con la corteccia di china. «Ah» disse, «l’avete trovato,
signorina. Il figliol prodigo. Speriamo per amore della signorina Susan che
non torni mai».
«Quindi è lui! Il fratello maggiore che si è dato alla macchia tanti anni
fa. Non sapevo che fosse afflitto da…»
«Che fosse gobbo» terminò la frase Biddy, senza mezzi termini. «Come
il perfido re Riccardo».
Evelyn scosse il capo davanti a quelle parole scortesi. Alfred non era
bello come Victor Chillingham, certo, ma questo non aveva niente a che
fare con la sua schiena deforme. «Mi chiedo come mai sia scomparso, così
all’improvviso. Cosa ne sarà stato di lui?»
Biddy le si accostò e scrutò il ritratto. «Immagino che quel che si dice sia
vero, signorina. Guardatelo. È malvagio. Glielo si legge negli occhi».
«Cosa si dice, Biddy?»
«Ecco, che abbia aggredito il Vecchio Chillingham. Per vendetta, dopo
tutte le angherie subite per anni».
«Cosa? Io non ne so niente. Chi ti riferisce certe voci assurde?»
«Non sono solo voci» ribatté Biddy, infervorandosi. «Guardate dove
siete seduta, signorina. Perché pensate che abbiano dovuto mettere il
vecchio su quella sedia? Il crollo è stato repentino. La settimana prima era
sano come un pesce, la successiva faticava a muoversi».
Evelyn si rannicchiò tutta. Di colpo voleva evitare il contatto con lo
schienale della sedia. «Sciocchezze. Il vecchio signor Chillingham ha avuto
un colpo apoplettico».
«E allora perché il suo erede se l’è data a gambe, a distanza di pochi
giorni? Non ha senso. Il colpo è una storia inventata dalla famiglia per
salvare le apparenze. Ma di fatto il gobbo ha aggredito il padre e ha fatto
fagotto. Questo dicono i domestici».
Evelyn socchiuse gli occhi. «A raccontarti questa storia è stato un
membro della servitù? Di sicuro non avrebbe confidato i segreti di famiglia
a una quasi sconosciuta!» Biddy fece spallucce e si girò verso il tavolo da
backgammon. «Avanti, Biddy, ammettilo. Hai un fidanzatino… che lavora
qui, nelle stalle, giusto?»
«Non so proprio cosa intendiate, signorina».
Evelyn si guardò la mano, poggiata sul bracciolo della sedia. Non
avrebbe dovuto prestare ascolto ai pettegolezzi della servitù, ma non
riusciva a cacciare dalla mente la notte precedente e il modo raccapricciante
in cui la leva si era messa a girare. Se il Vecchio Chillingham fosse stato
veramente ucciso dal primogenito… non avrebbe trovato pace.
Si diceva che i morti ammazzati vagassero come spettri fino a quando
giustizia non veniva fatta. Ma siccome il gentiluomo in questione non era
stato in grado di usare le gambe, era possibile che le leggi degli inferi
fossero state aggiustate per favorirlo.
Forse lo spirito del Vecchio Chillingham viaggiava su rotelle.
Con Biddy al suo fianco in salotto Evelyn finalmente riuscì a scivolare nel
sonno verso l’una del mattino. In ogni caso, la sua mente afflitta non riuscì
a riposare. Sognò.
Sognò il Vecchio Chillingham con gli occhietti pungenti che contava le
monete da lasciare in eredità ai figli. Un mucchietto di soldi si riduceva, e
l’altro aumentava, in un costante din, din.
Poi sognò Alfred, il cattivo, che fuggiva col favore delle tenebre. Senza
bagagli, senza cappotto; neanche un cavallo su cui viaggiare. I movimenti
erano quelli di un pazzo. Avanzava nel bosco in cui lei era caduta, che
sprigionava esalazioni umide e verdi dal sottosuolo. Le mani raspavano e
artigliavano, lacerate dai rovi. Se non avesse saputo come stavano le cose,
Evelyn avrebbe pensato che fosse in pericolo di vita.
Lentamente, gli aromi del bosco si addensavano in un odore dolciastro,
quasi nauseabondo. E nel frattempo gli alberi riecheggiavano incessanti:
din, din.
«Signorina? Signorina!» La voce di Biddy, incerta e lontana. Evelyn le si
aggrappò… nel tentativo di strappare la mente dai movimenti scomposti di
Alfred. «Signorina, non vi muovete!»
Si levò una folata che le scosse i riccioli corti sulla fronte. O erano le
mani insanguinate di Alfred ad accarezzarle il viso?
«Fermo. No!» Si contorse nel sonno. Dal piede rotto partì una vampata
di dolore che la risvegliò di colpo.
Era all’esterno, davanti a un’aiuola di rametti congelati. Foglie sottili e
aguzze scintillavano qua e là: appartenevano a fiori che non conosceva. Più
avanti, un muretto di pietra con in cima un’inferriata nera e, forse era la sua
immaginazione terrorizzata, ma sembrava che le punte fossero
incappucciate con dei piccoli teschi di metallo.
«Signorina Lennox!» Provò un grande sollievo nel vedere comparire
Biddy che si precipitava verso di lei lungo un sentiero, rossa in viso. «Che
cosa state facendo?»
«Io…» esordì Evelyn. Abbassò lo sguardo e vide la sua figuretta snella
avvolta nella camicia da notte, rattrappita tra i braccioli della sedia
meccanica.
Recuperò confusamente la memoria: gli odori avvertiti nel sogno e il
tintinnio costante delle monete… solo che non si trattava affatto di monete.
Erano le ruote, che avanzavano a fatica sul sentiero.
Rabbrividì. La gente cammina nel sonno, ma come aveva fatto lei a
sistemarsi sulla sedia e a spingerla lungo i corridoi e oltre le porte senza
rendersene conto? E se ne era stata capace… doveva aver picchiato la testa
più forte di quanto avesse pensato.
Biddy le esaminò le mani. «Avete toccato niente?» la incalzò. «Sicura?»
«Non mi pare. Perché?»
«Non sapete cos’è quello?» Biddy indicò con il pollice le aiuole
intricate. «Napello. Danneggia i nervi, intorpidisce e atrofizza. E quella là
sembra cicuta: paralizza da capo a piedi. Cosa mai vi è saltato in mente di
venire qui? Non siete neanche vestita!»
«Io… non l’ho fatto, Biddy. Non capisco come…»
La cameriera parve provare il suo stesso terrore. «Meglio rientrare prima
che si sveglino gli altri invitati».
Il signor Chillingham era nel giusto, la sedia non era progettata per
l’esterno. Le ruote si incastravano e rifiutavano di girare sui sentieri
ghiacciati. Come avevano fatto a trasportarla dalla casa fin nei campi?
Biddy riuscì a metterle in movimento solo facendo appello a tutta la forza
che aveva in corpo.
La sedia oltrepassò a balzelloni un cancello aperto. Il lucchetto con cui
era stato assicurato giaceva sull’erba. Evelyn lesse un cartello e finalmente
comprese da cosa Biddy l’avesse salvata.
La sedia l’aveva portata nel giardino dei veleni.
Evelyn non era dell’umore adatto per prendere parte ai giochi, neanche
come spettatrice. Pilotò la sedia verso la serra, dove una stufa scaldava le
palme, le felci e le succulente delicate. Tuttavia, non riuscì a sciogliere il
gelo che provava fin dentro le ossa.
Esistevano due sole spiegazioni per i fatti di quella mattina: la caduta le
aveva danneggiato la mente, oppure lo spirito del Vecchio Chillingham
assassinato era ancora lì, a manovrare la sua sedia.
Il vecchio era stato tutto sommato un uomo orribile, ma cosa mai poteva
avere contro di lei? Perché farle quegli scherzi terrificanti e spingerla verso
le piante velenose?
Evelyn ispezionò barre e leve, batté sui braccioli di legno graffiato.
«Dove ti nascondi?» mormorò. «Cosa vuoi da me?» Si rilassò contro lo
schienale e cominciò a dondolare sulla seduta, cercando di adattarla alle sue
forme e di cancellare quelle del vecchio. Niente da fare. Riuscì solo a far
impigliare le sottane nelle ruote.
Mentre si chinava faticosamente per liberarle, con la coda dell’occhio
vide un punto lento sporgere dalla seduta imbottita. Con cautela, fece
scorrere la mano sotto la struttura. Sentì qualcosa: una protuberanza.
Tastò con le dita, trovando uno strappo nel tessuto, lungo neanche tre
centimetri e perfettamente lineare. Quando vi infilò il pollice comprese che
non si trattava di una lacerazione casuale ma di un taglio, praticato con il
proposito di nascondervi qualcosa.
Estrasse un foglio ingiallito e ripiegato che sapeva di putrido, come un
nido di topi. Lo aprì con cura infinita: all’interno c’erano dei fiori essiccati.
Un bocciolo viola a forma di campana e poi una composizione variegata
di piante diverse. Inoltre, seppellite tra le pieghe della carta, c’erano delle
erbe che parevano essere state raccolte con un cucchiaio da una scodella di
minestra.
Evelyn si accigliò, andando con lo sguardo da una lolla all’altra. Perché
nasconderle? Con grafia incerta, il Vecchio Chillingham aveva scritto a
matita una sola parola sulla carta: Prova.
Era evidente che scrivere gli era costato moltissimo. Aveva usato tutta la
forza che aveva in corpo per proclamare che quella era una testimonianza,
ma di cosa?
Le tornarono in mente le parole di Biddy: “Intorpidisce e atrofizza…
paralizza da capo a piedi”. L’apoplessia del Vecchio Chillingham era stata
indotta! Ma certo questo non significava…
Tornò a osservare le piante. Le foglie erano appuntite, proprio come
quelle che aveva visto nel giardino dei veleni.
«Me le stavi mostrando» ansimò. «Alfred non ti ha aggredito prima di
fuggire… ti ha avvelenato!»
«Signorina Lennox?» La voce del signor Chillingham la distrasse dai
suoi pensieri. Era sulla porta della serra, e sbirciava all’interno, sollecito.
«Non vi sentite bene?»
Lei lo guardò stupefatta. Era troppo tardi per nascondere i fiori: li aveva
sparsi in grembo. «Sono… un poco turbata» riconobbe.
Il signor Chillingham entrò lentamente, chiudendosi la porta alle spalle
per non disperdere il calore. Si avvicinò e, ancora una volta, si accovacciò
accanto alla sedia. Sul volto aveva dipinta la preoccupazione. «Vostra
madre vi sta cercando, signorina Lennox. Il giardiniere mi ha detto di avervi
vista vagare delirante sui terreni, stamattina. È mai possibile?»
Evelyn esitò. L’ultima cosa che desiderava era mettere in agitazione il
signor Chillingham alla vigilia delle nozze, ma non poteva nascondere ciò
che aveva appena scoperto. «Ero in giardino, signore. Ma non deliravo
affatto… non so come spiegarvelo. La verità è che qualcuno mi ha portata lì
di proposito per mostrarmi una cosa».
Lui si accigliò. «Chi mai…»
Lei gli porse il piccolo involto di erbe e carta. «Dapprima anch’io ero
incredula. Ma poi ho trovato questo, nascosto nella sedia di vostro padre».
Si umettò le labbra. «Ho visto queste piante, signor Chillingham. Fuori,
stamattina, nel giardino dei veleni».
Lui occhieggiò l’involto come se lei gli avesse offerto un uccello morto.
Al bagliore della stufa i suoi occhi parevano più infossati, sprofondati nelle
orbite. «Veleni?» ripeté confuso. «Il giardino dei veleni è sempre chiuso.
Per sicurezza».
«Ne sono certa, ma oggi era aperto. Ho trovato…»
«Santo cielo!» esclamò lui. «Ho capito bene? State cercando di dirmi che
qualcuno vi ha spinto fuori di proposito nel tentativo di avvelenarvi,
signorina Lennox?»
«No! Non si tratta di me. Vedete…» Si stava spiegando male, ma come
si faceva a raccontare a un gentiluomo di essere stati visitati dallo spettro
del di lui padre? «Non so come esprimermi, ma mi riferisco al signor
Chillingham, vostro padre. Questa era la sua sedia, giusto? Ebbene, vi ho
trovato nascoste queste erbe, e come vedete ha scritto Prova sul foglio… Vi
prego di non credere che voglia curiosare nei vostri affari di famiglia. Non
lo dirò a nessuno. Ma ho ritenuto giusto mettervi a parte della mia scoperta.
Prendete questa testimonianza e usatela come meglio ritenete».
«Siete confusa, signorina Lennox».
Vero. Si sentiva fiacca, inconsistente: l’unico oggetto solido era la sedia
su cui sedeva. «Sì. Fatico a spiegarmi. Volevo solo dire che vostro padre ha
nascosto queste piante nella sedia. E che lui forse ha creduto che qualcuno
lo stesse avvelenando». L’uomo la fissò e lei si affrettò ad aggiungere, «Ma
gli anziani si perdono in strane fantasie. Verso la fine, le loro menti
vagano…»
Il signor Chillingham accartocciò l’involto e lo gettò nella stufa.
«Povera signorina Lennox» sussurrò. «Il trauma alla testa deve essere
stato più grave di quanto avessimo supposto».
«Ma è ridicolo, Mamma! Almeno lasciatemi vedere Susan! Non separateci
proprio oggi!»
Mamma si stagliava sulla porta con una chiave in mano. Indossava
l’abito migliore e sull’orlo della cuffietta aveva appuntato dei fiori
d’arancio. «Susan è già abbastanza sconvolta. Mi sono consultata con tuo
padre e il signor Chillingham sul da farsi, e abbiamo concordato che la cosa
migliore fosse lasciarti qui».
«Ma sono le nozze di mia sorella!»
«Esatto!» esclamò Mamma, un accenno di pianto nella voce. «Sa il cielo
se potevamo immaginare che finisse così! Ma assistere alla cerimonia ti
farebbe agitare troppo. È per il tuo bene, Evelyn. Non posso rischiare che ti
venga un’encefalite».
Evelyn tremava. Il fremito le provocava dolore al piede e faceva
scricchiolare la sedia. Rimpianse con tutto il cuore di non aver tenuto la
bocca chiusa. Perché aveva parlato con il signor Chillingham? Il vecchio
era morto e Alfred sparito: gli errori commessi in passato non avevano più
importanza.
«Vi prego, Mamma! Vi scongiuro. Mi comporterò bene».
«Spiacente, cara. Non c’è altro da fare. Devo prendermi cura di te e
proteggere Susan dallo scandalo… Qui nella biblioteca troverai tanti
svaghi. Una domestica resterà a farti compagnia e ad accogliere il medico».
«Mamma… almeno aiutami a spostarmi. Non voglio restare intrappolata
su questa sedia meccanica!»
Mamma distolse lo sguardo. «Arrivederci, Evelyn. Riguardati, cara».
Uscì chiudendosi la porta alle spalle.
Evelyn soffocò un singhiozzo. Non riusciva a credere a quello che stava
succedendo. Era andato tutto terribilmente, spaventosamente storto.
Sul punto di dare sfogo al dolore si rese conto che Mamma non aveva
chiuso a chiave. Qualcuno all’esterno glielo aveva impedito.
«Biddy! Vestiti subito per la cerimonia! Gli invitati sono già in chiesa…
Santa pazienza, puzzi di stalla, ragazza!»
«Devo dirvi una cosa importante, signora». Biddy pareva tesa. «Vi
prego, ascoltatemi».
«Non mi seccare, proprio oggi…»
«Si tratta dell’incidente della signorina Evelyn, signora. La sua sella da
amazzone. Ho chiesto a uno degli stallieri di darle un’occhiata e lui ritiene
che sia stata manomessa, rotta di proposito!»
«Sì, il signor Chillingham ci ha detto che sarebbe stato meglio non usare
quella sella. Ora muoviti. Il cocchio di Susan sarà quasi pronto».
«Ma signora, aspettate!»
Le loro voci si affievolirono. Evelyn fu lasciata a dibattersi nella
confusione e nell’apprensione. Cos’aveva scoperto Biddy?
Sarebbe stata in grado di chiederlo lei stessa alla cameriera, se non
avesse sprecato il tempo a tentare di placare il fantasma del Vecchio
Chillingham. Non si sarebbe trovata sola in una stanza, sul punto di perdersi
le nozze della sorella. E perché? Perché il vecchio voleva raccontarle la sua
storia!
Batté sul bracciolo della sedia. «Ti odio» sibilò. «Hai rovinato tutto.
Perché hai voluto mettermi nei guai? Non mi interessa come sei morto!»
La barra di bloccaggio delle ruote si sganciò. Evelyn ebbe solo il tempo
di sussultare prima di cominciare ad andare indietro. Cercò di riabbassare la
barra, ma era incastrata. Spinse le leve con le mani, inutilmente. Erano
allentate e leggere, come se qualcuno avesse tagliato i fili.
«No!» farfugliò lei. «Ti chiedo scusa, non avrei dovuto dirlo. Ti prego,
fermati!»
La sedia non si fermò. Anzi, guadagnò velocità, andando all’indietro
fino a quando lei non urtò uno scaffale con la nuca. Un momento di
tensione, di raccoglimento: come un cavallo che si prepari a un salto. Poi fu
proiettata in avanti.
Evelyn gridò e si aggrappò ai braccioli per salvarsi la vita. Un attimo
prima di raggiungere il ritratto di Alfred ci fu uno scatto e le ruote
sterzarono a sinistra. La sedia urtò la porta, si catapultò fuori dalla
biblioteca e proseguì.
Era peggio di quando Quicksilver si era imbizzarrito. Se non altro, a un
cavallo si poteva parlare, lo si poteva ammansire. La sedia, invece, era
inarrestabile. Le ruote giravano sempre più veloci, superando il loro limite.
Sentiva scricchiolii e strappi, come se tutto il trabiccolo fosse sul punto di
andare in pezzi.
Accelerava sempre più, prendendo slancio. Mentre la casa le scorreva
davanti agli occhi in un lampo, Evelyn capì dove erano dirette. La sedia
stava correndo dritta verso il salotto dove lei dormiva. Ricordò che il primo
giorno era strisciata verso il camino e fu colta da una premonizione
terribile.
«Fermati! Sono spiacente!»
La porta era aperta. Le ruote quasi si staccarono da terra urtando sulla
soglia, ma non diedero segno di voler rallentare. Il suo primo timore fu
confermato: il Vecchio Chillingham puntava il camino.
Di colpo, la sedia parve impennarsi. Evelyn venne sbalzata fuori e
atterrò dolorosamente, lanciando l’urlo che le montava dentro da tutto il
giorno.
Un grande frastuono. Il trabiccolo andò in pezzi, il legno e il metallo che
volavano ovunque. Si era schiantato contro il battiscopa al lato del camino,
lasciandovi un buco delle dimensioni di un piatto.
Biddy si precipitò nella stanza. «Signorina!» Corse a inginocchiarsi
accanto a Evelyn, prendendole la testa in grembo. «Che cosa vi è accaduto?
È stato lui?»
La vista di Evelyn era offuscata da macchie nere. Intravide gli stivali
incrostati di neve di Biddy e una chiazza di fango sulla sua guancia.
«Cosa… Lui? Di chi parli?»
Biddy si morse le labbra. «Signorina, qualcuno sta cercando di farvi del
male. È tutto il giorno che cerco di dirlo a vostra madre, ma lei non vuole
ascoltare. Il sottopancia della vostra sella è stato tagliato, e la neve che ha
spaventato il vostro cavallo non è caduta per caso. Un mozzo di stalla è
stato pagato per terrorizzare l’animale!»
Evelyn fu colta da un capogiro. Lei aveva una scusa per avere le
allucinazioni, ma Biddy? «Non può essere vero! Chi mai potrebbe volermi
morta?»
Biddy inarcò le sopracciglia. «Indovinate? Chi vorrebbe che i soldi
destinati alla signorina Lennox andassero alla sorella?»
La schiena di Evelyn fu percorsa da dita gelide. Ricordò la battuta del
padre sulla dote. Se fosse morta nell’incidente, sarebbe stato il marito di
Susan ad arricchirsi.
Le voci sul vizio per il gioco di Victor Chillingham ripresero a strepitare.
I giocatori incalliti potevano toccare il fondo…
Si sforzò di sollevarsi a sedere. «No» proclamò. «No, non mi farebbe
mai una cosa simile. Ci tiene, a me. Siamo una famiglia». Qualcosa alle
loro spalle si ruppe. Evelyn volse goffamente il capo per vedere la malta
sgretolarsi nel punto in cui la sedia aveva provocato il buco.
«Puah!» esclamò Biddy. «Cos’è questa puzza?»
All’improvviso, un cedimento. L’intonaco si sgretolò, ci fu un rumore di
ferraglia e i detriti fluirono dal buco come placenta. La marea di polvere e
macerie portò con sé una quantità di ossa umane.
Biddy strillò.
Il pezzo più lungo e grigiastro era una colonna vertebrale che si curvava
dolcemente in una falce.
«È Alfred» ansimò Evelyn.
Ma com’era possibile?
Se Alfred era morto… allora non era stato lui a fare del male al Vecchio
Chillingham. Non era neanche scappato. Il suo corpo era stato occultato, e
c’era una sola persona che poteva trarre vantaggio dalla sua scomparsa: la
stessa che aveva gettato la prova dell’avvelenamento nella stufa.
Finalmente Evelyn capì perché il Vecchio Chillingham avesse insistito
tanto per farsi ascoltare. Victor Chillingham era un assassino… e stava per
sposare una giovane innocente.
«Dio del cielo! Dov’è Susan?»
«Era già sul cocchio» gemette Biddy. «I vostri parenti saranno tutti fuori,
altrimenti sarebbero accorsi, come me, quando avete urlato».
Evelyn non riusciva a dominare il tremore. Più tardi avrebbe avuto tutto
il tempo di assorbire il trauma e l’orrore… ora doveva occuparsi di Susan.
Cercò di muovere la gamba, ma sapeva che non avrebbe mai avuto la forza
di tenersi in piedi. «Biddy, devi fermare quel cocchio! Non può sposarlo.
Corri, Biddy, corri!»
Con un singhiozzo, la cameriera si precipitò fuori dalla stanza.
Evelyn sedette tremante, a contemplare i resti di Alfred e della sedia.
Aveva fatto un torto a entrambi. Non era stato l’odio a muovere i
Chillingham defunti, ma la gentilezza. Avevano tentato di metterla in
guardia.
Sentì il portone spalancarsi di foga. L’urlo strozzato di Biddy riecheggiò
in giardino, ma nessuna voce si levò in risposta.
Invece, una frusta schioccò nell’aria gelida. Il cuoio scricchiolò, gli
zoccoli pestarono il terreno, e Evelyn si rese conto che il cocchio era già
partito, trascinando la sorella sempre più lontano.
Sempreverdi di Natale
Andrew Michael Hurley
Quest’anno il peccio e l’agrifoglio sono comparsi alle finestre parecchio
prima del solito, e all’inizio di dicembre ogni casa del villaggio era già
decorata di sempreverdi. Tranne la mia.
Quasi tutti i miei vicini mi conoscono da tempo, ma ciò non toglie che
trovino strano che io non addobbi un albero. Magari credono che io
abbracci qualche forma di protesta puritana contro la mercificazione del
periodo natalizio. Non è così. È solo che non vedo l’ora che passi.
Sono settimane che evito i negozi che vendono ghirlande di vischio e ho
declinato ogni invito per un caffè o uno sherry serale per non dover
ammirare qualche albero di Natale.
A infastidirmi è l’odore di quei sempreverdi. O meglio, ciò che
quell’odore mi ricorda persino ora, a distanza di anni e a chilometri di
distanza da Salter Farm.
Non era il caso di raccontarlo a David, ieri sera, quando è tornato alticcio
dalla festa in ufficio, con una ghirlanda per il soggiorno e un mazzetto di
agrifoglio colto nel parco. Una premura cui io ho tentato di non reagire in
modo troppo violento, ma lui si è reso conto lo stesso che quella sua
delicatezza mi aveva sconvolto. E poi ho passato la serata a schivare i suoi
tentativi di indurmi a parlare.
Sono rimasto sulle mie, ma penso che alla fine abbia capito di aver
risvegliato un ricordo vecchio e sgradevole e mi ha fatto la cortesia di
lasciar cadere la cosa. So già che tornerà alla carica.
Non posso rivelare il mio passato come David fa con il suo. Ci sono cose
che non mi fa bene rievocare. Come gli eventi di Salter Farm.
Il problema è che più io dissimulerò, più lui vorrà conoscere il mio
segreto. Penserà di aver sfiorato il nervo che mi rende come sono: diffidente
e distante, talvolta inquieto, dice.
Tenterà di convincermi che parlarne mi libererà dalla presa che quel
ricordo ha su di me. E che non dovrei preoccuparmi di cosa ne penseranno
gli altri, incluso lui.
Tira fuori questa storia, Ed, dirà.
E quindi…
Accadde più di una mezza vita fa, quando avevo ventisette anni e mi
sforzavo ancora di compiacere Dio, della cui esistenza ero certo come
dell’aria che respiravo. Ero insopportabilmente ambizioso, retto come un
missionario, e fingevo che a rendermi infelice fossero le decisioni astute o i
sacrifici deliberati.
Oh, certo, avevo scelto di non ciondolare intorno a un’amichetta (o a
qualsiasi amico, considerati i fatti), di non socializzare con i miei coetanei,
di continuare a vivere con i miei, perché in questo modo mi sarei reso
indispensabile alla parrocchia, assecondando il volere di Dio.
Allora consideravo un atto di devozione riempire le mie giornate fino
all’orlo. E, come se il venerdì pomeriggio non ci fosse abbastanza da fare –
tra una riunione di comitato e l’altra e la disposizione delle sedie per il
circolo folk nell’atrio della parrocchia –, avevo inaugurato un gruppo
d’ascolto chiamato “Parlane con me” che si incontrava nella cappella
laterale, accanto al fonte battesimale.
Sei o sette persone frequentarono con assiduità, all’inizio, e io mi facevo
un punto d’orgoglio di aiutarle ad affrontare le loro difficoltà con il dibattito
e la preghiera. Tanto che arrivata l’estate non ebbero più bisogno di me.
Il gruppo era stato vittima del suo stesso successo, dichiarò il reverendo
Alistair. Un modo garbato, capisco ora, per addolcire la verità, e cioè che lo
avevo disperso io, determinato com’ero a fornire tutte le risposte.
Sfiorandomi il braccio con mano compassionevole, mi consigliò di avviare
un altro gruppo in prossimità dell’Avvento, quando la gente tendeva a
rimuginare sui dispiaceri dell’anno trascorso.
Lo presi in parola (del resto, perché mai l’avrebbe dovuto dire, se non ci
avesse creduto?) e passai diversi venerdì ad aspettare per tutta l’ora nella
chiesa fredda che qualcuno si manifestasse. Ma era ormai quasi metà
dicembre quando finalmente una persona si fece avanti.
Si chiamava Joe Gull, era un omino con gli occhi acquosi che quel primo
pomeriggio si presentò vestito a festa, ispirandomi tenerezza, perché gli era
parso un segno di rispetto, visto che, per sua stessa ammissione, non
metteva piede in chiesa da anni. Poiché pareva continuare a chiedere il
permesso di stare lì, mi feci l’idea che si ritenesse un caso eccezionale. Ma
per i sofferenti riavvicinarsi a Dio non era affatto un’eccezione.
E lui soffriva. Era lampante. Il movimento gli provocava un dolore che
non riusciva a nascondere e aveva il pallore di chi è malato da tempo senza
speranza di miglioramento. Non disse da cosa fosse affetto – cancro,
ipotizzai –, ma era chiaro che pensava non gli rimanesse molto da vivere.
Cosa che spiegava il motivo per cui mi chiese di rivederci prima del
previsto.
Con lui come unico interlocutore del gruppo da mesi, e nel desiderio di
trarre il meglio dal suo entusiasmo, fui fin troppo lieto di accettare. Tornò
due giorni dopo, poi dopo altri due, in uno schema che presto divenne
abituale.
Fu una fatica, dato che avevo mille altri impegni con il Natale alle porte,
ma per lui trovavo sempre tempo perché sentivo (nel profondo,
incondizionatamente) che Dio aveva condotto Joe a me e che io avevo un
ruolo da svolgere, preparandolo alla dipartita.
A riprova assoluta di questo, lui cominciò a rivelarmi certe afflizioni che
diceva di non poter condividere con nessun altro.
Era sempre stato un debole, disse. Sempre funestato da spiriti maligni
che il più delle volte non era stato capace di tenere alla larga. Anzi, era
capitato che fosse stato lui a invocarli.
Per questo, era giunto ad accettare la condanna che gli era toccata, come
la chiamava lui. Ma perché a così breve termine, senza concedergli il tempo
di riparare al danno fatto in vita?
Puntualizzai che era ancora qui, e che quindi Dio in effetti gli stava
offrendo l’opportunità di fare ammenda. Ma non lo convinsi.
Né aiutava che insistesse nel pensarla in termini di punizione. Non è
così, gli dicevo. Dio non ci punisce durante la nostra vita terrena. Anzi,
prima del giudizio finale ci offre l’opportunità di riconoscerci mortali e
fallibili, e di correggere gli errori derivati da entrambi questi difetti. E non è
mai troppo tardi per incontrare la grazia di Dio, dicevo. Pensa ai due ladroni
crocifissi insieme a Gesù.
Si tranquillizzò, poco e per poco. L’avevo già notato in quelli come Joe,
che avevano vagato nel deserto per anni. Non avendo mai cercato il
perdono di Dio, tendevano a moltiplicare e ingigantire oltremisura i loro
peccati.
Era stato un alcolizzato, sì, e per quanto conoscessi gli effetti devastanti
di quel vizio per averli letti su un opuscolo che mi era capitato di sfogliare
dal dottore e dai racconti di Joe, trovavo difficile credere che bere lo avesse
portato a compiere le nefandezze che il suo rimorso suggeriva. E quanto
agli spiriti cattivi, ero certo che l’unico che lo aveva posseduto fosse quello
contenuto in una bottiglia.
Era palese che avesse avuto una vita dura. La prima volta che si presentò
a St Peter, notai subito che aveva le mani ricoperte di pomfi. Anche la
faccia aveva degli sfregi. L’orecchio destro era mozzato come quello di un
gatto randagio.
Somigliava ai tanti uomini che avevo imparato a conoscere nelle riunioni
di gruppo del venerdì pomeriggio. In perenne equilibrio sul ciglio di una
nuova sconfitta.
Tuttavia, con l’approssimarsi del Natale era bello vedere la disperazione
di Joe mutare nella volontà di sfruttare al meglio la vita che gli restava.
Portai fogli e buste, aiutandolo a dare forma alle lettere che voleva scrivere
agli amici che sentiva di aver tradito e ai parenti cui, a quanto pareva, aveva
fatto torto.
E poiché all’epoca ero tanto presuntuoso da credere che Dio mi avesse
scelto come suo tramite e che quindi fossi diventato essenziale, acconsentii
senza fare domande quando Joe mi chiese di andare a trovare gli Oxbarrow.
La loro amicizia si era interrotta in modo sgradevole qualche tempo
prima, disse, e lui provava un atroce senso di colpa. Nonostante tutto quello
che avevano fatto per tenerlo lontano dalla bottiglia, lui aveva ripreso a
bere, danneggiando più loro che se stesso. Aveva inferto una ferita profonda
a Helen e contribuito al peggioramento delle condizioni di salute di Murray,
già precarie.
Ovviamente non di proposito, disse, ma avevano il sacrosanto diritto di
detestarlo. Erano stati tanto gentili e lui non lo aveva saputo apprezzare,
visto che all’epoca era posseduto da quella cosa maligna, che lo aveva reso
incapace di accettare la gentilezza. Se c’era da rappacificarsi con qualcuno
prima della fine, quelli erano loro.
Ma disse che bisognava farlo come si deve. Una lettera era troppo poco.
Per raddrizzare il torto bisognava andare direttamente a Salter Farm. E
dovevo andarci io, da solo. Perché era certo che avrei saputo spiegare
meglio di lui come si sentiva a Helen e Murray. Le scuse sarebbero arrivate
più autentiche.
Gli Oxbarrow vivevano a Blakeley Cross, ai piedi delle colline di Bowland
– uno di quei posti che non si possono definire dei veri e propri villaggi,
trattandosi di case sparpagliate tra i pascoli. Sulla cartina, i viottoli
seguivano gli antichi confini dei campi, e benché Joe avesse cerchiato la
casa degli Oxbarrow, riuscii comunque a perdermi in quel labirinto. La neve
non faceva che accrescere la mia confusione, con gli incroci che
sembravano tutti uguali.
Fu per puro caso che trovai la casetta: una struttura in arenaria, rientrata
rispetto alla strada, in fondo a un sentiero fiancheggiato da faggi. La via su
cui guidai fino alla casa era fitta di una vegetazione che pareva regnare
indisturbata dall’autunno.
Erosa e scrostata, Salter Farm era stata edificata in una strana
angolazione rispetto al viottolo, come per opporre eternamente le spalle alle
intemperie. E pareva ancora più intimidita con la neve che si raccoglieva
negli angoli delle tegole di ardesia del tetto e delle finestre buie; che si
distendeva in una coltre sul cortile e il campo spoglio davanti alla casa; che
cadeva sul furgone parcheggiato accanto alla legnaia, gli pneumatici sgonfi,
il muso demolito.
Non fosse stato per il fumo che saliva dal comignolo, il posto mi sarebbe
parso disabitato.
Il maltempo era quasi degenerato in una tormenta mentre scendevo dalla
macchina e andavo alla veranda sul davanti della casa. Appeso a una corda
c’era un campanaccio di quelli da mucche tirolesi. Tenendo le mani in tasca,
lo feci suonare con il gomito.
Erano le tre del pomeriggio, una manciata di giorni prima di Natale, e
nevicava forte, ma sospettai che quel posto fosse desolato tutto l’anno. Non
c’erano altre case nelle vicinanze – non ne avevo vista nessuna da quando
avevo oltrepassato il fiume – e Salter Farm era una fattoria solo di nome.
Non c’erano stalle, recinti per cavalli o pollai. Rimanevano la casa e quello
che immaginai fosse il laboratorio di Murray, con dietro un campo incolto
che saliva fino a un vecchio vivaio sul fianco della collina. Qualche ettaro
di pini stentati, infestati di agrifoglio, cipressi e tassi. In quel silenzio, sentii
delle voci tra gli alberi. Voci e il suono della vegetazione che veniva
tagliata. Forestali, immaginai, che abbattevano i pecci per soddisfare la
richiesta in città.
Non volevo essere inopportuno, ma ero certo che se avessi potuto
sedermi con gli Oxbarrow, anche solo per pochi minuti, sarei stato capace
di perorare la causa di Joe, ponendo le basi di una riconciliazione.
Suonai ancora il campanaccio, senza ottenere risposta, così provai a
bussare alla finestra del salotto guarnita da una tenda, chiamando Helen,
con l’idea che probabilmente sarebbe venuta lei ad aprire, visto che, a detta
di Joe, Murray era parecchio malandato, con il cuore debole e il sangue
annacquato.
Nessuno dei due rispose e pensai che mi stessero ignorando. Non li
biasimavo, visto dove vivevano. Era il consiglio che davo sempre agli
anziani che andavo a trovare. A meno che non aspettiate visite, non aprite a
nessuno.
L’ultima cosa che desideravo era compiere un’intrusione, ma non volevo
neanche andarmene senza aver fatto almeno un tentativo di parlare con gli
Oxbarrow, così oltrepassai il cancelletto sul lato della casa, pensando di
provare dal retro.
Ancora voci dal vivaio, che riecheggiarono talmente forte da far volare
via dai pini un paio di colombacci. A quanto pareva, chiunque fosse laggiù
era partito da Salter Farm. Una fila di orme correva sulla neve da un
cancello aperto fino al limitare degli alberi.
Mi chiesi se il vivaio appartenesse agli Oxbarrow. Sarebbe stato logico.
Joe mi aveva raccontato che Murray si guadagnava da vivere costruendo e
restaurando mobili, e avere la materia prima a portata di mano di sicuro
favoriva l’attività. Forse ora che stava troppo male per lavorare racimolava
qualcosa vendendo la legna… o gli abeti in quel periodo dell’anno.
Magari affittava anche il laboratorio: passandoci davanti notai le porte
aperte. All’interno, alcuni uccellini svolazzavano intorno all’enorme sega
circolare e si posavano sui mobili che evidentemente Murray aveva
cominciato a riparare prima che la malattia prendesse il sopravvento. La
grande struttura di un letto, una credenza con alzata, un tavolo di quercia,
un pendolo con appoggiata contro una bicicletta con la ruota anteriore
ritorta: quella menzionata da Joe, quella su cui pedalava la notte in cui era
stato trovato da Murray.
Ancora in attesa di riparazione.
Era andato a sbattere uscendo fuori strada, mi disse, mentre tornava dal
John Barleycorn, un pub in piena campagna dove poteva bere indisturbato.
Era una schifosa notte di dicembre e lui era senza i fari, aveva i freni
difettosi e aveva buttato giù una gran quantità di scotch e brandy, che lo
avevano fatto sbandare e spedito in un fosso su una discesa ripida.
Non avrebbe saputo dire quanto fosse rimasto lì disteso – cinque minuti?
Cinque ore? –, ma quando riprese conoscenza era zuppo di pioggia.
Ebbe la vaga consapevolezza di due fari e di un motore acceso, poi di
venir riportato sulla strada. Immaginò che fosse la polizia e, non essendo in
condizioni di opporre resistenza, si lasciò condurre verso il furgone, dove fu
assicurato con la cintura, mentre l’uomo che lo aveva salvato recuperava la
bicicletta e una scarpa.
Dapprima Murray si era a malapena presentato e aveva offerto a Joe lo
straccio che usava per pulire il parabrezza affinché se lo premesse contro la
testa. A quel punto, pensando che l’altro fosse un medico, e di essere a
bordo di un’ambulanza, Joe chiese se fossero diretti in ospedale. Ma
Murray indicò un posto più vicino, sempre che lui non preferisse morire
dissanguato.
Era inevitabile, disse Joe, che prima o poi si ferisse. Beveva con più
decisione da quando era stato buttato fuori dal dormitorio un paio di mesi
prima, ed era stato costretto a far ricorso alla carità di amici e parenti.
Quelli cui poi aveva scritto con il mio aiuto. Quelli che l’avevano rimesso
in piedi, solo perché lui potesse deluderli, presentandosi imbufalito a tutte le
ore, approfittando del loro cibo e rubando i loro soldi e una bicicletta.
Ci era voluto poco perché cadesse in disgrazia e sprecasse anche le
ultime occasioni, e, prima che Murray lo recuperasse a qualche settimana
dal Natale, aveva dormito due notti in un porcile che aveva scovato a poche
pedalate dal pub.
Alla luce di questo e del fatto che era rimasto privo di sensi nel fango e
sotto la pioggia per chissà quanto tempo, quella notte doveva aver appestato
la cucina di Salter Farm. Ma Helen non aveva fiatato mentre gli puliva i
tagli sulla fronte, e Murray si era limitato a preparargli un bagno e a offrirgli
dei vestiti puliti, prima di prendere i suoi e bruciarli intanto che Joe si dava
una bella lavata.
Come il dottore che lo visitò il giorno dopo, gli Oxbarrow non
rimproverarono Joe per il modo in cui viveva o per lo stato in cui era ridotto
quando Murray l’aveva trovato. Ma al contempo, non finsero di non vedere
i suoi problemi.
Consapevoli più di lui che Salter Farm sarebbe stata la sua occasione di
recupero, lo costrinsero a rimanere, dandogli ciò di cui aveva più bisogno:
un tetto sulla testa, del cibo in tavola, premure e affetto. Ma non pietà, disse
Joe. Murray e Helen erano tanto svegli da sapere che quelli come lui – che
ospitavano certi spiriti infidi – approfittavano della pietà. Erano tanto
intelligenti da farlo lavorare per guadagnarsi il letto e il pane. Tanto
intelligenti da far sì che l’unico impiego possibile fosse quello di autista per
le consegne, sottintendendo che avrebbero permesso a Joe di mettersi al
volante solo da sobrio.
Così, come gli uccelli che volavano nel laboratorio e che qualche volta
Murray era costretto a catturare con la rete per impedire loro di avvicinarsi
troppo alle macchine, anche lui era finito in trappola, per il suo bene, disse
Joe, e nel modo più gentile.
Era evidente che un tempo gli Oxbarrow avevano provato compassione
per lui e, a dispetto di quanto era poi accaduto, ero convinto che quella
compassione non si fosse esaurita del tutto. C’era la possibilità che non
fossero davvero arrabbiati con Joe ma che in qualche modo si
rimproverassero per la sua ricaduta. Era un pensiero assurdo – erano stati
dei perfetti samaritani –, ma se davvero provavano un simile sentimento,
probabilmente era perché cercavano un modo di allontanare il fantasma
della colpa. A loro volta forse avrebbero accolto con favore l’intenzione di
Joe di addossarsi tutta la responsabilità: un primo passo per arrivare ad
accettare le sue scuse.
Cose che sarei stato in grado di cogliere non appena li avessi indotti a
parlare, pensai, e mi fermai sotto le finestre sul lato del timpano della casa,
sperando che Helen o Murray si affacciassero a guardarmi, anche solo per
curiosità. Ma nessuno si affacciò e io mi addentrai nel relitto di giardino sul
retro.
Nella neve, tra i rovi e gli scarti brinati di panace, c’erano una meridiana
rotta e diversi capanni di legno ripiegati su se stessi. Alle loro spalle, un
pergolato marcito e, in fondo, una cuccia.
Aspettandomi di veder sbucare un cane – di sicuro imponente e ostile, in
una casa isolata come quella –, esitai un attimo prima di salire i gradini
della porta sul retro per bussare sui vetri.
All’interno ardeva una stufa a legna, e notai che la cucina era stata
addobbata con una gran quantità di sempreverdi, e c’erano tre o quattro
abeti appoggiati alla parete.
Non vedendo comparire nessuno, percorsi il sentiero alle spalle della
casa, bussai piano alla finestra di un’altra stanza, e poi alla successiva,
entrambe con le tende tirate.
Nell’eventualità che uno degli Oxbarrow fosse in casa, mi avvicinai
ulteriormente alla finestra e dissi, «Vengo dalla chiesa di St Peter. In città.
Vorrei scambiare due parole, non vi ruberò troppo tempo».
Il che era vero, tutto sommato. Prima o poi dovevo rimettermi in
cammino. Riprendere la strada che avevo percorso in quella ragnatela di
viottoli stretti non sarebbe stato uno scherzo, visto che non avevo idea di
come fossi arrivato lì. E il buio non avrebbe aiutato.
Bussai ancora senza ottenere risposta e cominciai a rassegnarmi all’idea
di dover tornare da Joe praticamente a mani vuote.
Sarebbe stato deluso, persino preoccupato, nel timore di non vivere
abbastanza da poter avere un’altra occasione per riconciliarsi, ma io mi
sentivo perfettamente in grado di convincerlo che se ricucire i rapporti con
gli Oxbarrow era tanto importante, allora Dio gli avrebbe concesso il tempo
per farlo. Inutile essere precipitosi. Se il volere di Dio era che Joe si
mostrasse paziente nel recuperare la loro fiducia, non c’era altro da fare. E
gli avrei assicurato che il momento, quando fosse giunto, sarebbe stato
ancora più prezioso.
Tornai alla porta della cucina per bussare sul vetro un’ultima volta, e
sbirciai il corridoio in fondo alla stanza, sperando di cogliere un movimento
di Helen o Murray nella casa.
Nella luce marroncina che filtrava dalla finestra sopra la porta vidi una
scala a libretto riversa a terra e il pavimento cosparso di sempreverdi.
Battei con più decisione sul vetro, alzando la voce, e poi, dato che
probabilmente Murray o Helen erano caduti, ritenni giusto, giacché ero lì,
accertarmi che non fossero feriti.
Per fortuna (o almeno così pensai allora), la porta non era chiusa a
chiave, e, una volta dentro, vidi la grande quantità di decorazioni appese
dagli Oxbarrow. Le travi basse erano state rivestite di agrifoglio e rami di
pino, le finestre incorniciate di tralci d’edera intrecciati in cui erano state
inserite decine di candeline. Gli alberi che avevo visto da dietro la finestra
erano accatastati, le punte incurvate dal soffitto. Al calore della stufa
l’odore resinoso di agrume era potente e stomachevole.
Salutai e, non ottenendo risposta, andai nell’atrio, scavalcando la scala e
raccogliendo un po’ di piante. Il corridoio era disseminato di vischio e
peccio, e di ghirlande rotte di tasso e abete, che probabilmente erano state
strappate dalle pareti. L’edera che era stata avvolta intorno alle colonnine
della tromba delle scale giaceva a terra in brandelli insieme alle candele
legate agli steli, ormai inservibili.
La porta del salotto era spalancata, ma poiché era freddo e buio, mi
limitai a lanciare un’occhiata al suo interno, senza aspettarmi di trovarvi
Murray o Helen. Dall’odore intuii che era stato allestito come la cucina e,
accendendo la luce, vidi mazzi di abete e cipresso sopra il camino, la
mensola, il pianoforte chiuso accostato alla parete. Le foto di Helen e
Murray sulla credenza erano quasi soffocate da viluppi di agrifoglio.
Uscii dalla stanza e mi fermai in fondo alle scale, per manifestare la mia
presenza a chiunque fosse al piano di sopra.
«Mi scuso se sono entrato senza permesso» dissi. «È tutto a posto?
Vengo dalla chiesa di St Peter. In città. Sono Edward Clarke».
Non ottenendo risposta, salii i gradini di legno, continuando a parlare
affinché mi sentissero arrivare e non si allarmassero.
«Joe Gull mi ha chiesto di passare» dissi, controllando le stanze che
incrociai sul pianerottolo: il bagno, un vestibolo che dava sulle scale che
salivano all’ultimo piano. «Visto che ero in zona» dissi, socchiudendo la
porta della stanza successiva per scoprire che era illuminata.
«Posso? Va bene se entro? Vengo dalla chiesa di St Peter».
Murray giaceva a pancia in giù sul letto matrimoniale, una mano girata e
poggiata alla base della schiena, l’altro braccio penzoloni dal bordo del
materasso, le nocche che sfioravano il pavimento. Le tende erano tirate e la
luce della lampada sul tavolo lì vicino investiva un bicchiere d’acqua il cui
fondo era denso del sedimento di compresse sciolte; lì accanto, una
sigaretta giaceva come un tassello di cenere in un piattino.
La stanza era fredda, e forse proprio per questo non vi aleggiava l’odore
che pensavo dovesse emanare da un cadavere. Murray probabilmente era
morto da poco. E non c’era dubbio che lo fosse, morto. Era tale e quale a
mio nonno, sul suo letto a casa: si era scolorato allo stesso modo.
Ipotizzai che Murray fosse caduto dalla scala mentre appendeva i
sempreverdi, trascinando con sé ciò che aveva già fissato al binario per i
quadri nel tentativo di trovare un appiglio. Poi era salito di sopra per
calmare i nervi con le pillole e una sigaretta ed era stato colto da un malore
o magari da un infarto.
Era proprio malato come l’aveva descritto Joe. Come qualcuno che abbia
perso moltissimo peso, rapidamente e da poco. I vestiti gli andavano larghi
e la pelle floscia sulle guance dava l’impressione che la faccia stesse
lentamente scivolando sul cuscino.
Qualunque cosa fosse accaduta al povero Murray, l’aveva affrontata da
solo. Helen non c’era. E al suo ritorno a casa avrebbe ricevuto la peggiore
delle notizie.
Poiché Natale era alle porte, la spiegazione più logica era che fosse
andata in visita da qualche parente (anche se non riuscivo a immaginare con
quale mezzo: a piedi, per caso?) e non c’era modo di prevedere quanto
sarebbe stata via. Pensai di chiamare la stazione di polizia di Clitheroe, ma
non volli aggiungere pena alla pena di Helen, e preferii evitare di farle
trovare una macchina bianca e nera e un’ambulanza in cortile. Inoltre,
ovviamente, si sarebbero chiesti perché fossi entrato in casa senza
permesso.
A un certo punto ovviamente avrei dovuto ammettere di essermi
intrufolato, ma confidavo nel fatto che Helen, se non la polizia, avrebbe
compreso che la mia intrusione era giustificata. Alla fine forse mi avrebbe
persino ringraziato per la mia decisione, pensai, e così scesi di sotto a
studiare la rubrica accanto al telefono nell’atrio. Un fratello, una sorella,
sempre che fossi riuscito a individuarli e indipendentemente dal fatto che lei
fosse da loro, sarebbero riusciti a farle arrivare la notizia.
Certo, non avevo idea di cosa avrei detto, e mentre componevo il primo
numero sulla rubrica cercai di formulare una spiegazione che riducesse al
minimo la confusione o il panico.
Ma non trovai le parole giuste, persino la verità appariva
compromettente, e provai sollievo quando sentii suonare il campanaccio sul
portico e potei riabbassare la cornetta.
Impiegai talmente tanto a togliere i catenacci che, chiunque fosse stato
fuori ad attendere, quando aprii la porta aveva ormai rinunciato. Le orme
conducevano sul lato della casa, fino al cancelletto, e fu da lì che mi misi a
chiamare. Il campanaccio suonò di nuovo.
Quando tornai alla porta, chi aveva suonato per la seconda volta se ne
era già andato. Non c’era nessuno.
E la mia macchina era sparita.
Impossibile che fosse stata rubata: avrei sentito avviare il motore, tanto
per cominciare, e non poteva essersi dileguata in un lampo. In giro però non
c’era nessuno per chilometri, fatta eccezione per le persone nel bosco. A
meno che non fossero state proprio loro a suonare, pensai, per chiedermi di
spostare la macchina per qualche motivo, salvo poi farlo loro stesse quando
non avevo risposto. Ma ero stato via solo un minuto e avevo parcheggiato
in modo da non intralciare. Non c’erano altri veicoli in vista, a parte il
rottame del furgone per le consegne di Murray. La macchina non era stata
spostata, ecco. Non c’erano le tracce degli pneumatici che uscivano dal
cortile.
Di fatto, non c’erano neanche le orme che avevo lasciato nella neve al
mio arrivo.
Mi chiesi se chi aveva suonato fosse entrato in casa e, dando
un’occhiata, mi accorsi che doveva essere così perché le tende nella camera
da letto degli Oxbarrow erano state scostate. Rientrando dalla porta
d’ingresso sentii delle voci in cucina e trovai la scala in piedi e i
sempreverdi nuovamente appesi alle pareti, più lussureggianti e odorosi di
prima.
Scendevano dall’architrave della porta della cucina in mazzi tanto folti
che dovetti scostarli per passare, impiegando più di quanto avrei dovuto a
varcare la soglia – come se stessi avanzando a fatica in un punto
particolarmente incolto del vivaio.
Me la presi con il fogliame impenetrabile, ma quando tentai di farmi
notare, quando chiesi della macchina, la voce risuonò solo dentro la mia
testa, come se stessi pensando invece di parlare. E fu come se fossi uno
spettatore e non un attore, quando uscendo tutto graffiato dagli aghi di
agrifoglio e pino, scoprii di essere trasparente per le tre persone nella
stanza.
Murray, Helen e Joe, seduti accanto alla stufa a legna, non mi
guardarono neanche. Joe era avvolto in una coperta e c’era una tazza di
caffè appoggiata a terra. Il cane, un dobermann dall’aria sveglia, invece di
venirmi incontro giaceva nel quadrato di calore, attento alle raffiche di
pioggia fitta contro le finestre e al quieto monologo consolatorio di Helen
che tamponava le ferite sulla fronte di Joe.
«Grazie al cielo l’hai trovato» disse.
Murray sollevò lo sguardo prima di tornare alla minestra che aveva
messo a scaldare.
«Fortuna che sono quasi passato sopra la bicicletta» commentò.
«Altrimenti avrei tirato dritto».
Helen estrasse un altro batuffolo di cotone dal contenitore e lo immerse
nella ciotola d’acqua che teneva in grembo.
«Pensi che qualcuno al Barleycorn lo conosca?»
«Ne sono sicuro. Se siano preoccupati per lui è tutto un altro paio di
maniche».
«Perché gli hanno permesso di sbronzarsi in questo modo?»
«Non è mica compito loro dirgli quando fermarsi, ti pare?»
«Certo, ma guarda com’è ridotto, Murray. Mi pare evidente che non ha
soldi da buttare in alcol. Cazzo, è immorale spillarglieli così».
Lasciò cadere il batuffolo insanguinato nella pattumiera e afferrò la testa
di Joe che ciondolava.
«Dovrai sorreggerlo» disse, e Murray si avvicinò e tenne ferma la testa
di Joe, che cominciava a tremare.
«Non si è ancora scaldato, poveraccio» disse Helen prendendo un’altra
coperta da una delle sedie accanto al fuoco e aprendola.
Solo che si spiegò in una grande tovaglia, candida e fresca di bucato, che
andò a deporsi sul tavolo della cucina dove Helen la spianò.
Chissà come, era mattina. La stanza era inondata dal brillante sole
invernale. Sul davanzale, dei bucaneve in un piccolo vaso.
Joe comparve sulla porta, paonazzo in volto e con il cappotto, e rimase lì
incerto fino a quando Helen lo vide e lo invitò a entrare.
«Non ti preoccupare, non ci vorrà molto» disse, scostando una sedia per
farlo accomodare. Lui si tolse i guanti da lavoro, se li sistemò in grembo
con cura e accarezzò il cane che gli annusava le gambe. Era più in salute di
come lo ricordavo e il suo sorriso mi era del tutto nuovo. C’era anche
qualcos’altro di diverso, che non colsi fino a quando ebbi un’illuminazione:
non aveva le cicatrici.
«È pronto» disse Helen, alle spalle di Joe, coprendogli gli occhi con le
mani, mentre Murray entrava cercando di non fare rumore e posava sul
tavolo un pan di spagna con scritto sulla glassa Sobrio da un mese.
Svelata la sorpresa, Joe si lasciò stringere la mano da Murray e baciare
da Helen e poi soffiò sulla candelina, facendo piombare la stanza nel buio…
un buio granuloso, difficile da inspirare e di colpo pieno di suoni feroci.
Quando il rumore si smorzò, e con esso la polvere, scoprii di essere nel
laboratorio.
Non era un sogno. Non c’era nessun elemento assurdo. E c’era un
orientamento. Come se mi venissero mostrate cose che non potevo evitare
di vedere.
Ricordo di non aver provato paura – quella è arrivata dopo –, ma ero
intorpidito. Forse una specie di paralisi. Non so come definirla. Riesco solo
a paragonarla a come si deve sentire chi si risveglia dall’anestesia: cosciente
ma immobile; un osservatore muto.
Vidi Joe e Murray sollevare la trave che avevano tagliato e caricarla su
un carrello già pieno di altre assi di legno di pino. La ruota della sega si
fermò, fumando lievemente. Murray spalancò le porte, togliendosi la
mascherina per accendersi una sigaretta. Gli alberi all’esterno erano
gocciolanti di pioggia e di boccioli sotto il sole. Era metà primavera,
brulicante e bagnata di luce. Comparve il cane, lucido come una lontra, che
si scosse il manto e poi accompagnò Joe e Murray che spingevano il
carrello fino al furgone.
Andati via loro, gli uccelli volarono all’interno, posandosi sui mobili e
sui denti della ruota della sega.
Ne arrivarono altri e altri ancora, fringuelli e capinere, che trasformarono
il laboratorio in una voliera, fino a quando un guizzo di rondoni davanti alle
porte aperte li attirò fuori, come se rispondessero a un richiamo.
Li seguii – no, fui trascinato – all’esterno del laboratorio e nelle braci di
una sera di tarda estate. Nel tripudio del tramonto, i rondoni sfrecciavano
bassi sui campi davanti alla casa, l’erba lussureggiante come pelliccia, le
creste e i solchi antichi della terra sotto il prato raggiunti dalle ombre
allungate dei faggi. Fitti e rigogliosi, oscurarono completamente il furgone
che avanzava sul sentiero che partiva dalla strada.
Joe guidava a torso nudo e senza fretta, un gomito fuori dal finestrino.
Nel cortile, girò il volante con la mano e fece retromarcia davanti al
laboratorio, dove Murray stava spazzando.
I mesi di lavoro, l’astinenza e la gentilezza lo avevano trasformato.
Scese dalla cabina snello e abbronzato. Più giovane di quanto avessi
creduto.
Il canto degli uccelli mi impedì di sentire la battuta con cui strappò una
risata a Murray prima di prendere un’altra scopa e raccogliere insieme a lui
la segatura in un mucchio accanto alla porta.
Nel tepore della sera si levò e si sparse come foschia. Una foschia che si
addensò in pioggerella. Pioggerella che si tramutò nella pioggia di un
giorno d’autunno.
Ora quasi tutte le foglie dei faggi erano cadute a stendere un tappeto
fradicio sul cortile, dove Murray stava accovacciato accanto al furgone, a
esaminare il danno al muso. Il lato sinistro era stato schiacciato, il faro
distrutto, il cofano abbozzato come se qualcuno l’avesse preso a pugni con
violenza da dentro.
Murray crollò il capo, poi, rialzandosi e scuotendo le mani bagnate, andò
alla finestra del salotto.
Lo vidi dall’interno della casa, che sillabava qualcosa da dietro il vetro a
Helen, inginocchiata accanto al divano dove Joe giaceva cadaverico per la
sbronza, un secchio vicino alla testa.
E poi fu un altro giorno, e lo vidi giacere nella stessa posizione, il
secchio pieno.
E un altro giorno.
E un altro giorno.
Ed eccolo lì, a frugare nelle credenze in cucina, nella borsetta di Helen.
Eccolo, a pedalare sulla bici scassata lungo il sentiero sotto i faggi.
Poi tornò, furtivo, le tasche del cappotto gonfie e pesanti.
Ecco Helen che svuota una bottiglia di gin scadente nel lavandino.
Joe che cerca di aprire il tubo a gomito.
Il cane che gli abbaia contro.
Che gli mostra i denti.
Joe che posa la chiave inglese e prende un martello.
Il cane che attraversa il giardino fino alla cuccia zoppicando.
Murray che ingaggia una lotta con Joe per strappargli il martello.
Joe che si precipita su per le scale fino in camera sua.
La casa che si riempie delle sue grida.
Mi imposi di andare verso di lui, ma il tempo balzò in avanti, riportandomi
al laboratorio. C’era Murray che piallava riccioli di legno di pino da una
porta, un occhio nero e livido. Senza contare la ferita, stava chiaramente
male. Aveva un colorito grigiastro, era magro e prosciugato: come quando
l’avevo trovato sul letto.
Si aprì la porta e Helen fece il suo ingresso, sfregandosi le braccia per il
freddo.
«È qui» disse. «Crawland».
«Di già?» si stupì Murray. «Non pensavo che fosse per oggi».
«Gli hai chiesto tu di venire al più presto».
Murray posò la pialla e si pulì le mani impolverate sulla tuta da lavoro.
«Non mi guardare così, Helen. Sa il fatto suo. Te l’ho detto. Ha aiutato
quell’amico di Tommy Bell e la figlia di Sandy Huggan».
«Che problema aveva?»
«Non mangiava».
Helen si infilò le mani in tasca. «Cos’è, un prete? Ne ha tutta l’aria».
«Ha una specie di chiesa, credo. Comunque la gente va a sentirlo
parlare».
«Gente di che tipo?»
«Non saprei. Mi è stato detto, tutto qui».
«E quindi cosa farà? Dirà una preghiera? Penso che a Joe serva ben altro.
E lo sai anche tu».
Lo aiutò a infilare il cappotto, tirandogli su la cerniera e sollevandogli il
bavero.
«Visto che è qui, sentiamo almeno cos’ha da dirci» insisté lui.
Fuori era un pomeriggio invernale, con una nebbia ghiacciata sospesa sul
cortile e sul campo. Helen e Murray tornarono a casa e io li seguii oltre la
porta d’ingresso e fino in cucina, dove un uomo alto e scarno – il Crawland
che Murray aveva invitato – sedeva a tavola. Strinse la mano a entrambi e
poi, inforcando gli occhiali, esaminò l’occhio livido di Murray.
«Una bella ecchimosi» sentenziò.
«Sarebbe andata anche peggio, se Joe avesse voluto» rispose Helen.
«Oh, ma non si discute sul fatto che questo sia stato intenzionale» ribatté
Crawland.
«Continuo a pensare che dipenda da qualcosa che abbiamo fatto» disse
Murray. «O non fatto».
Crawland scosse il capo e fece sedere Murray.
«No» rispose. «Come ti ho detto al telefono, l’unico vostro errore è stato
tentare di ragionarci».
«Ragionare con chi?» indagò Helen.
«Con lo spirito che si è impossessato di Joe» disse Crawland.
Helen sbuffò, scettica, e Murray le lanciò un’occhiataccia.
«Ti prego, Helen, ascoltalo».
Crawland guardò il dobermann che se ne stava tutto triste, sdraiato
accanto al fuoco con la zampa posteriore fasciata.
«Pensi che sia stato Joe a ridurre così il cane, Helen? Pensi che ne sia
capace?»
«Non il Joe che conosco».
«È esattamente quello che sto dicendo».
«Ma questo non significa che sia posseduto» protestò Helen. «Significa
solo che è malato».
Crawland sorrise senza dissimulare la boria.
«Liberi di non credermi e cercare qualche altra spiegazione. Ma non
farete che complicare l’esistenza di Joe, ed è lui che stiamo tentando di
aiutare. La verità gli servirà molto più di qualsiasi alternativa possiate
trovare, ve lo assicuro».
«Andava così bene» osservò Murray accendendosi una sigaretta. «È
passato quasi un anno. Non riesco a credere che ci sia ricaduto dopo tanto
tempo».
«Perché? Per tutte le torte che gli avete sfornato premiando la sua
bontà?» lo rintuzzò Crawland.
«Perché non faceva che dirci quanto si sentisse meglio da quando era
sobrio» rispose Helen. «Com’è possibile che di punto in bianco abbia
deciso di tornare a bere?»
«È lo spirito a volerlo, non lui. Joe lo ignora e quello lotta per farsi
sentire».
«Ma perché dargli ascolto, allora?» chiese Murray.
Crawland si tolse gli occhiali e li posò sul tavolo. Notai che, come il Joe
che era venuto da me a St Peter, aveva le mani e la faccia punteggiate di
vecchie cicatrici.
«Dobbiamo pensare a lui come a un bambino» spiegò. «Un bambino
sotto una cattiva influenza. Non vi darà più retta, non cercherà più di
compiacervi, per quante ricompense gli promettiate».
«Quindi cosa facciamo?» chiese Helen.
«Semplice. Estirpiamo la cattiva influenza».
«Come?» intervenne Murray.
Crawland li osservò entrambi.
«Nel bosco crescono certe piante che in questo periodo dell’anno
risultano indigeste allo spirito che tormenta Joe. Noi potremmo portarle in
casa e cacciarlo via».
«Noi chi?» chiese Helen.
«Ci sono persone disposte ad aiutare. Persone che sanno cosa state
passando».
Al piano di sopra, Joe lanciò un urlo per il dolore o per un incubo.
«Chiamali, se non c’è altro da fare» decise Murray.
«No, non c’è» rispose Crawland alzandosi e stringendogli la spalla.
Uscì e Murray e Helen si misero a litigare.
Litigarono ancora a colazione in un mattino cupo e umido, arrivando
talmente ai ferri corti che Murray si chiuse in laboratorio per tutto il giorno,
e Helen in cucina.
Un nuovo scarto temporale e ora Joe siede a tavola con Helen che gli
porta una scodella di minestra.
Ma lui non vuole mangiare.
Rifiuta il cibo come il bambino che Crawland ritiene sia.
Ora la minestra è sul pavimento. La scodella in frantumi.
La porta sul retro aperta.
E c’è Joe che scavalca la staccionata e scappa.
Joe un po’ più tardi, gelato, in cortile.
Helen che lo aiuta ad alzarsi.
Murray che gli tiene la testa sotto il rubinetto della cucina.
Joe costretto a tornare in camera sua.
Il dobermann che abbaia davanti alla porta, sempre più forte.
E poi guaisce.
Ed ecco Helen che chiama Murray a gran voce.
Il dobermann con la gola tagliata.
Joe che agita il coltello mentre Helen cerca di disarmarlo.
Helen che avvolge quel che rimane della sua mano in un asciugamano.
Murray che assicura la porta di Joe. Joe disperato che vuole uscire per
chiedere scusa.
Murray che inchioda la porta.
Il braccio di Helen coperto di sangue.
Murray che la accompagna in ospedale. Il furgone che ondeggia sul
sentiero, l’unico faro funzionante che sobbalza tra gli alberi.
Li guardai immettersi sulla strada mentre l’ultima luce del giorno veniva
spazzata via dalla neve che scendeva fitta e cinerea, ammonticchiandosi
dove cadeva e coprendo rapidamente ciò che toccava.
Al piano di sopra, Joe chiamò Murray scuotendo la maniglia della porta
prima di rovesciare i mobili per la frustrazione. Rabbia, pentimento,
deferenza: passò dall’uno all’altra fino a che non si addormentò, sfinito.
Non si mosse quando Murray tornò solo, chiuse la porta piano, accese una
sigaretta e telefonò a Crawland.
Il giorno dopo: cumuli di neve e silenzio. Un cielo color carta.
Le porte del laboratorio erano spalancate e dopo un attimo vidi Murray
uscirne con una scala. Mentre tornava a casa si fermò ad aspettare tre
uomini che scendevano dalla collina, provenienti dal vivaio. Crawland e
altri due, forse i suoi figli.
Capii di aver sentito le loro voci quando ero arrivato a Salter Farm. E
quando oltrepassarono il cancello vidi che ognuno di loro portava un grosso
mazzo di agrifoglio.
Giunsero delle voci anche da un’altra direzione e osservai una decina di
persone abbandonare la strada e imboccare il viottolo verso la casa. Erano
vestite come me, sepolte sotto cappelli e sciarpe, i cappotti incrostati di
neve, uguali alle pecore che avevo incrociato arrivando fin lì. Anche loro
varcarono la soglia con le braccia cariche di sempreverdi, che avevano colto
dalle siepi e dai boschi dei dintorni, forse persino dai loro giardini.
Ghirlande che avevano confezionato, creando facce e animali con gli steli
intrecciati.
Murray bloccò Crawland sulla porta.
«Deve proprio essere oggi?» chiese.
«Assurdo tenere Joe segregato in camera» rispose Crawland. «Ha
sofferto abbastanza».
«Certo. Ma non possiamo aspettare almeno che Helen venga dimessa?
Vorrebbe esserci anche lei».
«Credo che per Joe sia meglio che Helen rimanga dov’è. Se qualcuno tra
noi nutrisse dei dubbi su quello che stiamo facendo, lo spirito ne trarrebbe
forza. Hai qualche dubbio, Murray?»
Una breve pausa, poi Murray scosse il capo e posò la scala nell’atrio.
Al piano di sopra, Joe batteva sulla porta alternando promesse di
violenza e di contrizione. Gli uomini di Crawland non gli prestarono
ascolto: uscivano e rientravano in casa con una quieta operosità, salivano
fino al vivaio e tornavano con altri arbusti. Ai piccoli appariva altrettanto
divertente di qualsiasi altra tradizione natalizia e, benché intralciassero, i
grandi permisero loro di aiutare a trascinare dentro i pecci da sistemare in
cucina.
Solo Murray pareva distratto dalle minacce di Joe, e continuava ad alzare
lo sguardo al soffitto mentre saliva sulla scala.
«Con il tempo capirà la cortesia di questo gesto» disse Crawland
porgendogli l’ennesima ghirlanda da appendere. «È stato quello che alla
fine è servito a me: liberarmi dello spirito. Ne ero schiavo, proprio come
Joe».
Guardò i figli, che avvolgevano l’edera intorno alle colonnine delle
scale, e loro annuirono concordi.
Sopra le loro teste, Joe urlava e imprecava.
Crawland sfiorò il braccio di Murray.
«Non può rimanere, guarda come ha ridotto Helen. Non passerà molto
tempo prima che faccia del male anche a te e uccida Joe. Svuoterà questa
casa. Non desidera altro».
Murray prese la ghirlanda che Crawland gli porgeva e la appese alla
parete. Tutto intorno, Salter Farm si stava lentamente saturando dell’odore
dolce e stucchevole di resina. Era come se mi rivestisse l’interno della
bocca e del naso a ogni respiro.
Quando la casa fu allestita e Joe ebbe smesso di gridare e cominciato a
negoziare, Crawland e gli altri inserirono delle candeline tra steli e rami, poi
le accesero. La luce soffusa fece risaltare la lucentezza delle foglie, le
bacche e gli occhi dei bambini, rapiti come davanti a un villaggio di Natale.
Un piccolino con un berretto di lana rossa fu sollevato dal padre e accese
alcune delle candele tra i tralci d’edera sulle scale.
Una volta finito il lavoro, tutti si disposero in attesa trepidante come in
chiesa, con Murray che guardava la neve che si accumulava sulla finestra
sopra la porta di ingresso, sforzandosi di ignorare le suppliche di Joe.
Da qualche parte, un orologio batté l’ora e Crawland andò da una
persona all’altra, mise la mano su ogni testa e mormorò quella che pareva
una breve preghiera, prima di porgere cinque o sei rami di agrifoglio a
ognuno. I figli lo seguivano, distribuendo dello spago da avvolgere intorno
ai rami per farne dei fasci e creare un’impugnatura.
Poi Crawland fece cenno alla persona più vicina alla porta d’ingresso di
spalancarla, lasciando entrare il freddo. Fuori era praticamente buio e la
neve si depositava in piume d’oca nel cortile e sul terreno.
Uno dei figli di Crawland porse a Murray il martello che aveva usato per
appendere i sempreverdi e lo invitò a salire di sopra per primo. Lui si
mostrò riluttante e Crawland gli afferrò il capo con dolcezza e gli parlò
all’orecchio, solo a lui, fino a quando Murray cominciò ad annuire e
cedette. Poi, asciugandosi gli occhi, fece strada di sopra a Crawland e ai
figli, ognuno con un fascio di agrifoglio.
Joe li sentì arrivare e alzò la voce, ringraziando senza posa Murray che
sfilava i chiodi dalla cornice della porta, convinto che lo stessero liberando.
In quel momento desiderai solo di riuscire ad allontanarmi da Salter
Farm. Ma mi sentii obbligato a rimanere con gli altri, in attesa e in ascolto
delle urla e dei passi sempre più vicini, dal piano di sopra al pianerottolo,
dal pianerottolo alla cima delle scale, dove ci fu una specie di colluttazione,
con Murray che implorava Crawland di smettere.
Poi la ringhiera subì uno scossone e Joe scivolò e ruzzolò per le scale,
tirando via l’edera cui si era aggrappato. Le candele si sparsero ovunque e
si spensero, con i bambini che correvano a prenderle mentre i genitori si
facevano avanti con l’agrifoglio e picchiavano Joe, lì dove era caduto.
Uno cercò di trascinarlo verso la porta aperta, ma lui si divincolò e corse
in cucina, allontanando con un pugno l’uomo che tentò di fermarlo, mentre
i bambini si precipitavano tra le braccia dei genitori. Tenendosi la mascella,
l’anziano barcollò e urtò la scala a libretto, che cadde a terra spazzando via
le ghirlande e il vischio che Murray aveva appeso alla parete.
Guidati da Crawland, i più coraggiosi inseguirono Joe, e io fui
risucchiato nella loro scia, spinto tra i rami di pino e peccio appesi sulla
porta della cucina.
A quel punto Joe strattonò la maniglia, nel tentativo di uscire in giardino,
mentre Crawland e i figli gli frustavano la schiena. Quando gli altri li
imitarono, Joe perse la presa e cadde sul pavimento proteggendosi con le
braccia e chiamando Murray, che fece del suo meglio per allontanarli,
riuscendo solo ad afferrare spalle, colletti e gomiti. Erano in troppi, e lui fu
neutralizzato senza fatica e frustato a sua volta con l’agrifoglio fino a
quando Crawland non lo prese da parte e gli altri riportarono di peso Joe
nell’atrio, abbattendo altri sempreverdi mentre passavano.
Credo di non aver mai visto prima una persona altrettanto terrorizzata di
Joe, che si fece piccolo davanti alle facce verdi che lo sbirciavano maligne
dalle pareti. Si gettò a terra raggomitolandosi e qualcuno gli si lanciò
addosso con una testa di cervo ricavata dai rami di un biancospino.
Lo afferrarono di nuovo. Liberando un braccio, Joe riuscì a lanciarsi in
una corsa goffa e fu inseguito fuori di casa da quelli in attesa accanto alla
porta. Guadagnò pochi metri in cortile, ma alla fine inciampò nella neve
alta e non fu in grado di alzarsi abbastanza in fretta da sfuggire ai suoi
inseguitori. Crawland e i figli ora incitavano gli altri e i genitori portavano i
bambini sulle spalle per avanzare più velocemente nella neve. Sul ciglio di
quella folla di braccia agitate, il piccolino con il berretto rosso fu posato a
terra e spinto avanti: dapprima si mostrò incerto, poi prese a fustigare Joe
sulla testa con più cattiveria degli altri, strappandogli un brandello di
orecchio e cercando di infilargli i gambi dell’agrifoglio tra le dita e negli
occhi.
Alla fine, a un comando di Crawland, Joe fu sollevato in piedi e spinto
tra applausi e fischi verso il sentiero sotto i faggi. Ogni volta che
inciampava veniva frustato con l’agrifoglio.
Murray li seguiva, pregandoli di smetterla e chiamando Joe. Feci
altrettanto, ma quando arrivai in fondo al sentiero erano tutti spariti, si
sentivano solo delle voci sulla strada.
Cantavano.
Un coro gioioso e trionfante che si levava al di sopra di grida che non
avevano più nulla di umano. Somigliavano più a quelle del cane preso a
coltellate.
Le voci si affievolirono, ma io fui spinto a seguirle. Per un po’ seguii le
orme nella neve, i rami di agrifoglio gettati a terra, la scia di sangue, fino a
quando la neve coprì le tracce e avanzai alla cieca. O almeno così mi parve.
Ma ovviamente venivo guidato a ogni incrocio, costretto a svoltare dietro
ogni angolo, incapace di tornare sui miei passi o di risparmiarmi il finale.
Una pista che deviava dal viottolo. Un ponte su un torrente gelato. Un
cancello aperto. Un campo al buio. Tre cavalli malandati e agitati contro un
muro. Spaventati dalla cosa sul ciglio dello stagno bianco e levigato. Un
morto, già coperto a metà dalla neve che continuava a cadere.
Ecco. È tutto. È successo tanto tempo fa, ormai, e dovrebbe essermi più
facile diffidare dei ricordi di quel pomeriggio, ma continuano a visitarmi
più vividi che mai, soprattutto a Natale.
Se racconterò a David questa storia, sono certo che lui tenterà di
smantellarla a colpi di logica, e che si divertirà a separare i miei sentimenti
e le mie congetture dai fatti.
Correrà a collegarsi in rete e scoprirà che è realmente esistito un posto
chiamato Salter Farm, dove un uomo di nome Murray Oxbarrow è stato
trovato morto dalla moglie; che non si è riusciti a stabilire se avesse ingerito
tutte quelle pillole di proposito. Leggerà delle voci che collegano Murray
alla morte di un certo Joe Gull, il cui cadavere è stato rinvenuto nelle
vicinanze… solo voci, però.
David non metterà in discussione che io mi sia recato a Salter Farm, ma
dirà che i miei ricordi sono fasulli, costruiti su quello che ho letto del posto.
È la sola conclusione razionale, dirà. Ma Crawland? Di lui non si parla da
nessuna parte. Helen deve aver mantenuto il silenzio per il proprio bene.
Quindi come faccio a sapere di Crawland?
David dirà che l’ho estrapolato da qualche altra storia che mi è stata
raccontata. La mente è una gazza ladra, Ed.
Ma il problema è che io so che nulla di questa vicenda è inventato. Tutti
i dettagli che David liquiderà come inverosimili e non plausibili per me
sono fatti, puri e semplici. Il principale è che Joe Gull era già morto da
diversi anni quando si è presentato con il vestito della festa a St Peter per
chiedere il mio aiuto.
Nei giorni successivi al mio ritorno da Salter Farm, incapace di
distinguere la realtà, terrorizzato all’idea di essere sul punto di impazzire,
l’unica cosa che per me aveva un senso era pensare a tutta la vicenda come
a una enorme parabola di umiltà. O onestà. Perché, a voler essere sincero
con me stesso, avevo preteso che Joe credesse in me, non in Dio. Questo
significava che non avevo mai ricevuto la chiamata e che mi ero limitato ad
ascoltare la mia stessa voce. Quindi ero stato spedito a Salter Farm per
imparare quale fosse il mio posto, per capire che ero solo un testimone
oculare del disegno divino.
In altre occasioni mi sono chiesto se, vagando in chissà quale purgatorio,
Joe non mi avesse visto come suo emissario, come un’occasione di riscatto.
Forse il suo rammarico era stato talmente forte da riportarlo indietro, a
caccia dell’ultima fuggevole opportunità di chiedere perdono agli
Oxbarrow, senza sapere che Murray era morto e Helen aveva lasciato Salter
Farm.
O forse voleva solo che qualcuno sapesse cosa gli era capitato, cioè che
Crawland e gli altri l’avevano ucciso, magari non intenzionalmente.
Ogni anno, in questo periodo, sono costretto a cercare di capire senza
arrivare a nessuna conclusione. So solo che è successo.
È successo. Non c’è altro da dire. Ma non basta, ovvio. Dire è successo
non chiude la questione.
Immaginate come ci si possa sentire a non avere più nessuna certezza?
Racconterò la storia.
Ma David non ne coglierà il senso.
E Dio non sarà d’aiuto. Non lo è mai stato. Ha fatto di me un ragazzino
sciocco che ha tentato di infilare il cielo in una scatola di fiammiferi.
Isolamento
Kiran Millwood Hargrave
Scrivo questo resoconto come una testimonianza resa davanti a Dio, una
preghiera riversata negli orecchi degli angeli, perché ormai posso fidarmi
solo di me stessa: del mio cuore, della mia penna. Non ho l’abitudine di
tenere un diario, quindi confesso che ciò che segue è una ricostruzione: ma
giuro sulla mia anima che riporta i fatti per come sono accaduti. Per come
stanno accadendo.
È bene che si comprenda con estrema chiarezza che io, Catherine
Elizabeth Mary Blake, in data odierna, il 24 dicembre del 1898, sono in
pieno possesso delle mie facoltà mentali, indipendentemente da ciò che si
dirà.
So di essere la figlia di Sophie Mary Winsome e John Albert Winsome,
deceduti, e moglie da un anno di Richard Arthur Charles Blake. So di
vivere a Blake Manor, a pochi passi da Tenbury Wells, nella campagna
dello Shropshire. Posso recitare i nomi della regina, del Primo ministro,
delle colonie, e dei territori dell’impero. Conosco i dieci comandamenti.
Scriverò ogni cosa con dovizia di dettagli evocando fedelmente per voi i
ricordi e i fatti.
Vi dico questo per dimostrare che dovrete credere alla verità: che per
quanto il mio fisico sia debole e la mia mente molto provata, non sono
pazza. Anche se quando sentirete ciò che segue, capirete perché io possa
desiderare di esserlo.
Fui isolata nella stanza carminio. Pronta da quando smisi di avere il ciclo.
Un posto scialbo era, che portava i segni del tempo, con la carta da parati di
seta gialla devastata dalle tarme e le tende di pesante velluto verde che
ospitavano le loro uova, e che mi facevano starnutire ogni volta che le
scostavo. Ma l’amavo comunque, quella stanza, per il panorama.
Blake Manor sorge nell’intersezione tra la foresta e il fiume, in cima a
una collina che offre una veduta dolce e piacevole di entrambi. Andando
alla finestra e chiudendo un occhio – ma se, come me, non siete capaci di
ammiccare dovrete coprire l’occhio con il palmo della mano –, si scoprono
due mondi molto diversi. Il primo, che mi è familiare sin dalle gite di
bambina sulle colline di Mussoorie, fatto di fitta vegetazione ondeggiante,
con il fiume che incide d’argento le loro basi. Poi chiudete l’altro occhio e
compare il secondo mondo: ecco la valle con la foresta fitta, selvaggia,
marrone e ombreggiata, una sorta di luogo da favola.
A dispetto della sua attrattiva, la casa, come una bambina sgarbata, volta
le spalle alla vallata. L’accesso, i bei cancelli e la facciata danno su un
giardino all’italiana piuttosto banale, disposto come una scacchiera su cui
non si gioca, fatta di riquadrati di rose in estate e di altre rose in autunno.
Questa composizione, profumata ancorché fredda, è gelosamente custodita
da Noakes, che, a quanto mi ha raccontato Richard, è nella casa da sempre.
Come accade nelle vecchie tenute, lui e la moglie, la signora Noakes, cioè
la governante, fanno parte di Blake Manor come il pianoforte a coda di
famiglia.
Forse è per questo che la natura selvaggia e il retro della casa sono stati
lasciati a se stessi, privilegiando invece i fiori ordinati di Noakes. Quel
terreno non appartiene ai Blake, malgrado i ripetuti tentativi di rilevarlo. Il
proprietario è un agricoltore, il vedovo Bright, che non intende coltivarlo né
venderlo. Appartiene alla sua famiglia dai tempi del grande censimento
voluto da Guglielmo il Conquistatore. Ma non è il caso di dilungarsi qui sui
Bright. Per ora, importa parlare della stanza, della veduta che mi portò qui,
e della mia insistenza affinché venisse dipinta di rosso.
Il dottor Harman si dichiarò contrario sin dal primo momento. Gli era
stato insegnato che la stanza del travaglio deve essere bianca, o comunque
di un colore tenue: azzurrina come neve sciolta, verde come il muschio. Ma
insistetti con Richard affinché fosse rossa, perché quello era stato il colore
della stanza del travaglio di mia madre a Bombay, dove ero nata. Mi agitai
molto, perché mamma era morta da neanche due anni e mi pareva
importante che fosse con me, in qualche modo. Richard mi baciò la fronte,
un gesto che mi tranquillizza sempre, e mi chiese solo se preferivo il rosso
sala di lettura o il carminio. Scelsi il secondo, perché sulle labbra aveva un
sapore migliore, come il cilindro pastoso del mio rossetto preferito.
Ne inviarono un grande mastello da Hull, i pigmenti ricavati dalle ali di
insetti provenienti non dall’India ma dal Perù, e mescolati con l’acido sulla
banchina. Quando il garzone sollevò il coperchio, Richard tornò a
chiedermi se fossi sicura.
A dire il vero, no. Il colore non somigliava affatto a quello che mi aveva
descritto mamma, caldo, speziato e riposante, come un sorso di latte di
cardamomo. Ma la signora Noakes era lì, con l’espressione di biasimo
stampata sul volto grigiastro, così mi produssi in un gran sorriso e dissi di
sì.
Sotto lo sguardo della signora Noakes ho fatto spesso il contrario di ciò
che pensavo. Nei primi cinque mesi ero esausta, con le caviglie gonfie e il
corsetto che pareva stringersi sempre più quando lo indossavo, ma non le
diedi a vedere quanto desiderassi riposare, quanto a disagio mi sentissi. Era
una sorta di competizione tra noi, perché lei è una donna spiccia, mentre io
amo le attenzioni. e̴s̴c̴l̴u̴s̴i̴v̴a̴ ̴d̴e̴l̴ ̴s̴i̴t̴o̴ ̴e̴u̴r̴e̴k̴a̴d̴d̴l̴. Ma ero scioccamente
orgogliosa e desideravo solo stupirla. Perché? Una governante con la faccia
allungata e ottusa simile a una cazzuola o a un terrier. Il pensiero mi farebbe
ridere, se non avvertissi il forte desiderio di urlare.
Avrei dovuto dire no il giorno in cui sollevarono il coperchio e mi
mostrarono il colore, di sicuro mescolato sotto l’occhio vigile del diavolo.
Un colore che mi faceva pensare alle ferite, alle viscere dei maiali sventrati.
Pensai che non avrebbe avuto importanza, che in fin dei conti avevo il
panorama. Persino quando arrivarono con le tende di velluto di un rosso
purpureo più cupe e pesanti di quelle verdi, non compresi fino in fondo ciò
che mi aspettava. Neanche quando aggiustarono il bottone collegato a una
campanella in cucina. Né quando la serratura d’ottone più spessa del mio
pollice fu montata sulla pesante porta di quercia, e la chiave, massiccia,
elaborata e in copia unica, comparve sull’anello che la signora Noakes
portava appeso alla vita sottile.
Chiunque abbia cognizione di queste cose, capirà perché detesti condividere
i dettagli della nascita, o meglio, quelli che ricordo. Ma le circostanze in cui
il travaglio ebbe inizio sono, a mio avviso, di rilievo.
Da queste parti è costume andare in chiesa ogni giorno dell’Avvento. È
anche costume che nevichi per quasi tutto l’inverno. Avevo sentito parlare
della neve, ovviamente, l’avevo anche vista sulle cartoline che papà mi
mandava dalla sua missione religiosa nel Ladakh, con le montagne
imbiancate grandi come nuvole. Ma sapere cosa sia la neve è una cosa,
tutt’altra cosa è invece comprenderlo. Vederla coprire il mondo nel giro di
una notte, sentirla attutire i tuoi passi, strisciarti sugli stivali e inondarti le
calze con il suo morso gelido. Il modo in cui gioca con il suono
sballottandolo in giro come fa il gatto con il topo, e il suo spaventoso
scricchiolio, come di ossicini sotto i piedi.
Ero già traballante, con il ventre talmente grande da non poterlo
abbracciare, che mi intralciava le ore di sonno e anche quelle di veglia. Ma
la tradizione voleva che si compisse a piedi il miglio fino alla chiesa,
noncuranti del tempo, precisò la signora Noakes, e in qualità di nuova
signora Blake, o quasi, ero costretta a mantenerla.
Le volte precedenti avevamo completato il tragitto senza grandi
problemi, ma quel giorno era diverso. Come al solito, Noakes aveva spalato
il sentiero che si immette sul lungo vialetto curato e poi sulla strada di
campagna che si snoda intorno alle mura di cinta di Blake Manor. Ma
faceva un gran freddo – il nostro fiato mutò in fumo appena uscì dalle
labbra quando ci affacciammo sulla porta di ingresso – e il ghiaccio si era
già solidificato in una lastra. Richard insistette affinché prendessimo la
scorciatoia dal retro della casa, sulla neve fresca. La signora Noakes tentò
di obiettare, ma fu ridotta al silenzio da una risposta brusca di mio marito.
Gongolai per la sua rabbia, mentre venivo adeguatamente avvolta in diversi
strati di calze di lana e in una sciarpa disdicevole che odorava di naftalina.
Uscimmo dalle porte della serra nella neve che arrivava ai polpacci. La
lana che mi copriva le gambe servì solo a inzupparsi di fanghiglia gelida,
ma la signora Noakes mi seguiva da vicino ed evitai di lamentarmene.
Richard mi offrì il braccio cui mi aggrappai, godendomi il suo calore, la sua
solidità, mentre le gambe si facevano pesanti e più ingombranti di quanto
non fossero già. Davanti a noi, ravvicinato, si dispiegava il panorama che
avevo imparato ad amare: la foresta tinta di bianco e nero dall’aria limpida
e fredda, il fiume che scintillava come una lama e a malapena udibile al di
sotto della sua lastra di ghiaccio cristallino. La neve era cartilagine sotto gli
stivali mentre percorrevamo la discesa lieve che ci avrebbe portati alla
strada principale strappata a fatica alla fattoria di Bright, che correva tra la
loro terra e la nostra fino alla chiesa.
Ora mi chiedo se non avessi immaginato l’esitazione di mio marito
davanti al cancello che proteggeva la proprietà del vedovo Bright. È sicuro
che qualcosa successe: un respiro brusco, o un tremito sull’avambraccio
teso di Richard. Tanto bastò a distrarmi dall’attenzione feroce sui miei piedi
zuppi e a farmi sollevare lo sguardo sul suo volto. È un bel viso, forse con il
mento un poco sfuggente, che lui camuffa alla perfezione con i baffi. Gli
occhi, normalmente sgranati e allegri come quelli di un cherubino, erano
socchiusi. I baffi vibrarono. Sembrava una volpe che subodori un
cacciatore. Sembrava spaventato.
Ma poi percepì il mio sguardo e aprì il cancello, attraversandolo deciso e
tenendolo aperto per me e per i Noakes, che ci seguivano. Ciò che so con
certezza di non aver immaginato è che, prima di oltrepassare il cancello, si
fecero entrambi il segno della croce.
Richard lasciò che ci precedessero, curvi – persino la signora Noakes, in
genere dritta come un fuso – e lesti come non credevo fosse possibile per
due persone della loro età.
«Cosa gli prende?» chiesi a Richard.
Lui ridacchiò, un tantino troppo stridulo. «Sai quanto sono superstiziosi i
campagnoli».
Già, Richard si dà arie da cittadino.
«Superstiziosi?» chiesi, intanto che impedivo ai denti di battere, ormai
del tutto distratta dalle gambe intorpidite e malferme.
Richard gesticolò con il braccio libero. Seguii il punto che indicava tra
gli alberi scintillanti e il fiume avvolto dalle colline candide. «Il maleficio
di Bright».
«Un maleficio? Il vedovo è uno stregone?»
«No, la strega è la moglie».
«Ma è morta!»
«E questo fa di lui un vedovo».
«Ma perché la temono?»
«Non è opportuno raccontare una storia simile a una donna nelle tue
condizioni. Anzi, non lo è mai».
«In tal caso, tanto vale che tu lo faccia» insistetti.
«Come vuoi». Ostentò noncuranza, ma accelerò lievemente il passo,
costringendomi a caracollare per stargli dietro. «Circolano diverse voci sul
suo conto. Ma tutte concordano sul fatto che il marito, un tempo forte e
virile, sia stato fiaccato dal matrimonio».
«Non è ciò di cui si lamentano tutti gli uomini?» lo stuzzicai, ma Richard
non accennò neanche a sorridere della mia arguzia.
«Intendo letteralmente. Io personalmente non l’ho mai visto, ma la
signora Noakes dice che l’ultima volta che lo ha incontrato era…» Arricciò
il naso. «Non è una bella parola».
«Non ti preoccupare».
«Avvizzito, mi pare abbia detto. Il corpo rattrappito e le guance scavate,
le gambe emaciate. E ancora oggi è così».
«Sembrerebbe polio. A Bombay abbiamo visto diversi casi».
«Non si tratta di polio né di altre cose di questo mondo».
Avrei voluto stuzzicarlo facendogli notare quanto anche lui sembrasse
superstizioso, ma a quel punto avevo il fiato corto ed ero ben lieta che mi
intrattenesse fino alla chiesa.
«Uno degli effetti deleteri fu che il suo declino lo privò della possibilità
di procreare. Mio padre stesso gli offrì l’aiuto del nostro medico di famiglia,
ma lui rifiutò».
Confesso di non esserne affatto stupita. Il dottor Harman è un uomo
brusco, con le mani gelate.
«O meglio» aggiunse Richard, abbassando la voce anche se i Noakes ci
precedevano di molto e nessuno poteva sentirci, tranne gli alberi, «fu la
signora Bright a imporglielo. Noi… loro credono che lei lo tenesse in
pugno. Non per amore o per un’infatuazione. Catturato e dominato, corpo e
anima. Posseduto».
Sbuffai, un suono che non si addiceva a una dama, e Richard sussultò.
Trovai fiato a sufficienza per scusarmi, e lui mi batté sul guanto. «Tutto a
posto, mia cara. Il dottor Harman aveva previsto questi eccessi. In ogni
caso, decisero di crescere, cioè prendere in custodia, dei bambini».
La mia mente fu subito invasa da una visione di testoline paffute
allineate come rape su un campo increspato.
«Hai presente? Comprare bambini da individui indegni che non sono
neanche capaci di trovare ricetto in un ospizio per poveri. All’inizio non se
ne accorse nessuno, la fattoria è molto isolata, ma presto la polizia venne a
sapere che i Bright avevano comprato una dozzina di bambini».
«Un atto di misericordia» commentai, massaggiandomi delicatamente il
ventre.
Lui ebbe un fremito. «Non fosse che quando un investigatore condusse
un’indagine, non trovò traccia dei piccoli in casa».
La gola mi si serrò subito per la nausea. Avrei voluto impedirgli di
proseguire, ma, come quando si è nelle grinfie di un incubo, non riuscii a
fermarlo.
«Li aveva uccisi lei» disse Richard, brusco. «E li aveva sepolti nel
bosco, li ritrovarono quasi tutti. Fu impiccata per omicidio, ma molti la
credono una strega, perché il signor Bright, costretto a letto, non sapeva
nulla dei bambini. E dopo aver visto la sua fotografia sui giornali, tenderei
ad avere la stessa impressione. Aveva gli occhi neri, come il cuore».
Volsi nuovamente lo sguardo verso il bosco alla mia destra, vicino e
brulicante. Notai che Richard mi aveva messo tra sé e la terra dei Bright. La
neve sul sentiero era candida, ma i rami del bosco erano talmente fitti che la
nevicata si fermava repentinamente sul loro limitare, come se fosse stato
tracciato un margine e i colori fossero stati divisi tra bianco e nero.
Ho sempre amato l’odore delle foreste. Nei nostri viaggi in India c’erano
gli aromi dolci e pungenti di caucciù e fiori, e tutto era affumicato nel caldo,
con le tigri in agguato. Sapevo che le foreste inglesi avevano un altro
sentore, e che la gravidanza mi aveva modificato l’olfatto, trasformando le
mele in marciume e il carbone in dolcetti appena sfornati.
Ma questo bosco, al di sopra dell’esalazione di naftalina dalla sciarpa
che mi avvolgeva il collo, aveva un odore profondo e opaco. Terra, certo,
ma anche aria, l’aria notturna rarefatta sulle creste delle montagne, qualcosa
di metallico, di fresco, emanato dalle nuvole o dalle pietre. Odorava, mi
imbarazza dirlo, come me, nel posto da cui sanguinavo e da cui presto avrei
generato la vita, dove Richard entrava e da dove sarebbe uscito il mio
bambino. Un afrore familiare e al contempo selvatico che mi fece
rimescolare il sangue.
Le ombre sotto gli alberi sembravano dense e spesse. Gli occhi
vacillarono, incapaci di posarsi su un oggetto in particolare, l’oscurità che
scavava gallerie tra le cose vicine e lontane: affaticati dalla neve, presero a
dolermi. Li chiusi per un istante, girandomi verso la casa. Eccola lì, nella
sua sacca perfetta sulla collina. Ecco la serra filtrata attraverso la neve, e la
brina che scintillava sulle tegole del tetto. E lì, alla finestra della stanza
carminio, le pesanti tende color porpora si mossero.
«Tutto bene?»
Aguzzai la vista. Le tende erano tornate immobili. Era stato un
movimento lieve, come se qualcuno le avesse scostate un secondo per
vedere che tempo facesse. Un gesto abituale. Ma nella stanza carminio non
c’era nessuno. Lo sapevo bene, perché la signora Noakes la chiudeva
sempre a chiave per tenere lontano terra e polvere, così quando il travaglio
fosse cominciato avrebbe dovuto solo scostare il copriletto. E lasciava
anche la finestra socchiusa, per far entrare l’aria fresca. A increspare il
tessuto doveva essere stata la brezza.
Una conclusione sensata, che mi confortò a sufficienza e mi permise di
ignorare la sua parente più silenziosa. Per appendere ognuna di quelle tende
c’erano voluti due uomini, e nuovi bastoni di ferro fissati con le staffe alla
parete. Erano talmente pesanti che dovevo usare entrambe le mani per
scostarle. Scrutai gli alberi. Non un alito di vento ad agitare la spolverata di
neve in cima ai rami più alti.
Poi, sotto, nelle ombre alla mia destra, un movimento.
Mi fermai, e Richard mi si rivolse con impazienza.
«Non avrei dovuto raccontarti dei Bright. Sei turbata?»
Non trovai il fiato per rispondergli. Il terrore mi aveva afferrato alla gola.
C’era qualcuno nella foresta. Qualcuno che ci stava osservando.
Il bianco di due occhi. Lo scintillio di una bocca aperta e poi chiusa. Lo
schiocco umido della deglutizione.
Le narici mi si riempirono immediatamente dell’odore selvatico, misto a
qualcos’altro, un fiato tiepido, anche se nessuno mi stava tanto vicino da
alitarmi in faccia.
«Catherine?»
La voce di Richard era lontanissima, come il braccio che mi sosteneva.
Era come se il mio corpo fosse svanito, e io avessi solo gli occhi, fissi sulla
foresta ombrosa, e un cuore che batteva tanto forte da farmi vacillare la
vista. Nella foresta, la bocca si spalancò di nuovo, e ora riuscii a scorgere la
faccia intorno a quella bocca come se fosse illuminata dall’interno, le ossa
scure contro la pelle. Dal fondo della gola salì, improvviso e affilato, un
verso simile a quello di una volpe in trappola. Era la mia voce, la mia
faccia.
Poi Richard mi stava scuotendo, e avvertii un rilassamento. Tornai di
colpo nel mio corpo, e il mio corpo era in fiamme, il ventre contratto in una
morsa.
«Signora Noakes!» lo sentii urlare. «Ci siamo! Signora Noakes!»
Riaffondai nella neve, e mentre Richard si chinava su di me, l’odore
selvatico mi riempì il naso, la gola. Le fitte al ventre si fecero più violente,
e ne fui travolta. Non riuscii neanche ad avvertire Richard, a dirgli di girarsi
per vederla, in piedi alle sue spalle. Una donna, con gli occhi neri.
Il primo giorno
Mi risvegliai annaspando e gridando in preda a un’ondata di dolore. Avevo
le mandibole strette tra due dita fredde, e sentii del metallo in bocca, poi il
sapore bianco e aspro dell’amla, ma sapevo che non era amla, bensì
laudano, e sapevo che se lo avessi ingoiato sarei nuovamente affondata
senza poterli avvertire. Ma la mano fredda, la mano del dottor Harman, mi
chiuse le labbra, e io quasi soffocai e non potei più oppormi.
Il laudano mi ustionò la gola, e il corpo si appesantì come velluto
porpora, percosso da invisibili ondate di un dolore talmente lontano che
riuscivo a percepirlo solo a tratti. C’erano delle dita che mi strisciavano nel
cranio, che tastavano la parte inferiore della mia mente. In quel momento di
confusione abbagliante, lei era entrata, occhi neri, cuore nero. La sentivo,
ne avvertivo l’odore. Subito dopo le dita frugarono dentro e intorno, sopra il
cranio, tirandomi forte i capelli. Tentai di sottrarmi, ma le dita erano
insistenti.
«Avanti, signora Blake. Dobbiamo tenerli in ordine, o i nodi non si
scioglieranno più».
La signora Noakes. Le mani che sistemavano l’acconciatura da parto. In
uno stile che avevo scelto io stessa, due trecce ben fatte, da avvolgere
intorno al capo. Ma erano strette, e le forcine tanto aguzze da trafiggermi la
pelle. Avevo la testa pesante come un’àncora in fondo all’inutile catena del
mio collo, ma riuscii a girarmi verso la sua voce. No, pensai, l’orrore
enorme e devastante come un macigno. No.
Gli occhi della signora Noakes erano due buchi neri.
Lottai come chi sta affogando, ormai più acqua che fiato. Di nuovo,
l’amaro dell’amla sulla lingua, e la seconda dose di laudano mi fece
sprofondare negli abissi.
A Bombay il caldo era una coltre, la leccata di una lingua tiepida. Il
latrato dei cani ci svegliava ogni mattina, il tuc-tuc dei ventilatori ci faceva
addormentare. La mia bambinaia scaldava il latte e lo zuccherava.
Zuccherava anche l’amla, addolcendo ogni cosa. Se stavo male cantava per
me, anche se mamma e papà pensavano che fossi troppo grande per cose
del genere. Quando ebbi la varicella mi fece il bagno nello yogurt. E ora
volevo la sua tenerezza, il suo calore, il suo latte e i rimedi a base di dahi.
Sentivo la pelle della testa strapparsi, e anche tra le gambe mi stavo
strappando. Le mani del dottor Harman erano fredde come la neve. Gridavo
incessantemente senza emettere suoni, e alla fine il grido uscì, acuto e
penetrante. Un pianto ininterrotto. Ma non dalla mia bocca.
Il terzo giorno
La stanza era rossa e cupa come l’interno delle palpebre. Giacevo immobile
e tutto era avvolto nel silenzio. Per un lungo istante faticai a capire se fossi
sveglia o addormentata. Il laudano mi stava lentamente rilassando le
membra, la lingua, e provai dolore ovunque appena mi mossi. Poi arrivò il
male tra le gambe, e ancor più la pressione sul cranio, e capii che non stavo
dormendo, e che il mondo era cambiato. Ero diventata madre.
«Vi siete svegliata!» La signora Noakes sedeva sulla poltrona accanto al
letto, illuminata dalla lampada a gas. Gli occhi erano i suoi, e teneva tra le
braccia un fagotto di tessuto bianco e crespo. «Avete dormito per due giorni
interi. Il dottor Harman ha ritenuto meglio così».
«Il mio bambino?» Avevo la gola talmente secca che gracchiai.
«È una bambina».
«Una bambina?» Avvertii le lacrime agli occhi, e tesi le braccia per
accoglierla.
La signora Noakes si alzò e mi consegnò il fagotto. Un viso roseo, un
nasino all’insù, palpebre di madreperla, labbra disegnate e rosa come un
bocciolo, un odore di pane fresco e lavanda. E l’amore, tanto acuto e
ardente da bruciare. Mia figlia. La gioia e il turbamento mi tolsero il
respiro.
«Avanti, signora» disse la signora Noakes, con voce più dolce del solito,
il latrato da terrier ammansito. «Non possiamo permettere che vi agitiate».
Mi prese la bambina dalle braccia e io tentai di riafferrarla. «Ma…»
«C’è tutto il tempo» disse. «È stato un parto difficile, e voi lo sapete
meglio di chiunque altro. Il dottor Harman ha prescritto riposo assoluto per
tutto l’isolamento». La signora Noakes schioccò la lingua davanti alla mia
espressione confusa. «È l’usanza, e il dottor Harman concorda sul fatto che
sia la cosa migliore».
«Non ne ho mai…»
«Venite da fuori, non potete sapere. Ma è una pratica abbastanza diffusa»
disse lei, curvandosi per deporre la mia bambina nella culla che Richard
aveva ordinato in città. «Nove giorni di riposo».
«Nove?»
«Dovete bere questo». Sollevò una tazza fumante dal comodino. Ingoiai
il brodo tiepido. «Bene. Niente agitazione, nessuna conversazione.
Tranquillità assoluta».
«Richard…»
«Tra qualche giorno. Voi e la bambina dovete riposare fino a quando il
dottore vi dichiarerà guarita».
Tirò fuori una camicia da notte nuova dalla cassettiera. Sollevai le
braccia, obbediente come una bambina, e lei mi tolse quella vecchia,
imbevuta di sudore e sangue, e mi infilò il cotone pulito da sopra la testa.
«Le trecce hanno retto splendidamente» disse, soddisfatta. «Le terremo
per tutto il periodo. Nel frattempo, dovete suonare il campanello se
desiderate allattarla, o usare il pitale».
Indicò il pulsante che era stato riparato durante la ristrutturazione.
«Pitale?» ripetei debolmente.
«E per fronteggiare il dolore c’è il laudano». Diede dei colpetti su un
flacone di vetro sopra la cassettiera. «È l’ora della vostra razione».
«Vi prego, posso solo tenerla…»
«Dorme» tagliò corto la signora Noakes. «E se dorme lei, dovete farlo
anche voi. Sdraiatevi».
Scossi il capo. «Vi prego, posso parlare con Richard?»
«No, signora. Ordini del dottore. Se desiderate, lo faccio venire e vi
spiega tutto lui direttamente».
Ma io desideravo solo vedere la mia bambina e Richard. Sconfitta dalla
risolutezza della signora Noakes, mi adagiai sui guanciali. Lei aprì il
flacone e versò la medicina su un cucchiaio poco incavato. La mandai giù
senza un fiato, accogliendo la spossatezza, l’immediata rilassatezza che il
laudano mi diffondeva in corpo. La mia bambina era nata, e io ero viva. Ero
più fortunata di tante altre donne.
La signora Noakes sistemò le tende pesanti con un rumore simile a un
fruscio di foglie. Un brivido di paura mi salì lungo il collo, ma era troppo
tardi. Ormai ero in balia del laudano. La chiave girò nella toppa. Mentre
sprofondavo in un oblio attutito, ricordai le tende che si agitavano per una
brezza inesistente, il fiato caldo sul viso. Gli occhi neri nelle ombre scure.
Lo scatto umido di una bocca che si spalancava.
Il quarto giorno
Mi sollevai a sedere, il ventre e le gambe molli come nodi allentati. Ai piedi
del letto, un essere stava acquattato sopra la culla. Mi mancò il respiro.
L’essere era curvo e basso, come inginocchiato, e io cercai un oggetto
appuntito con cui trafiggerlo, pungergli – pungerle – la schiena inarcata.
Muovendomi piano, mi portai la mano ai capelli e sfilai una forcina dalle
trecce strette raccolte dalla signora Noakes. La tensione tra le gambe mi
disse che la sutura tirava, confermando i timori del dottor Harman, e fui
costretta a strisciare come un bambino fino in fondo al letto. Sollevai la
forcina al di sopra della donna accovacciata.
Sull’arco della schiena le si spalancarono due occhi.
Mi ritrassi, gridando, e di colpo la stanza si riempì di una luce talmente
intensa che parve vibrarmi intorno.
«Catherine!» Braccia che mi avvolgevano, che mi riportavano al centro
del letto. Richard. «Catherine, non ti devi alzare».
«Signore, non dovreste essere qui». Il dottor Harman prese il posto di
mio marito, mi posò le mani fredde sulle spalle, mi sollevò le palpebre.
Avvicinò la faccia baffuta alla mia, mentre dietro di lui Richard misurava la
stanza a lenti passi. «Signora Blake, calmatevi. È il dolore?»
«No!» gridai, indicando i piedi del letto. «Lì!»
I due uomini si girarono a guardare, e Richard scoppiò a ridere. Si spostò
sull’altro lato del letto, si sedette con il candore che adoravo, e mi prese la
mano tremante. «È la nostra bambina, Catherine. O non te la ricordi?»
«Non la bambina» scattai. Mi bruciavano gli occhi per la troppa luce,
come tra la neve e le ombre. «Lei! È qui!»
«La signora Noakes è di sotto. Basta premere il campanello…»
«Lì!» insistetti, ma stavolta non fu necessario che Richard mi
interrompesse. Nella luce intensa che si riversava all’interno dalla porta
aperta vedevo, vedevo chiaramente. Non c’era nessuna donna curva sulla
culla della mia bambina. Era solo l’ombra della cappottina, sollevata per
proteggerle il viso. La signora Noakes doveva averla tirata su per farla
dormire. E gli occhi, quindi, erano gli occhi della nostra bambina. Fremetti
per quello che per poco non era accaduto, e lasciai cadere la forcina.
Un debole vagito si levò dalla culla, e Richard si alzò, prese nostra figlia
e me la portò.
«Signore, non è…»
«Solo per un attimo» ribatté lui, impaziente. «Non vedete che è
angosciata?»
«Ecco perché la stanza deve essere mantenuta al buio, signore» ribatté il
dottor Harman. Presero a battibeccare, ma non me ne curai, perché lei era
tra le mie braccia, e io ero ubriaca d’amore. Si accoccolò subito, muovendo
appena i piccoli gusci delle palpebre.
Richard sbuffò, uscendo palesemente sconfitto dalla discussione. «Forza,
Catherine». Mi stampò un bacio baffuto sulla fronte e mi tolse dolcemente
la bambina dalle braccia. «Ancora una settimana e sarà Natale e tu starai
bene».
«Potresti avvicinarmela di più?»
Richard guardò il dottor Harman, che socchiuse gli occhi. «Questo vi
impedirà di alzarvi per guardarla?»
«Certamente» risposi. «Desidero solo averla accanto a me».
Il dottor Harman annuì, contrariato. Richard sollevò la culla e la sistemò
con delicatezza vicino al letto. Io mi ridistesi con un sospiro e il dottor
Harman si fece avanti con lo spaventoso cucchiaio. Inghiottii, rievocando la
mia ayah e le bacche di amla, la guancia della mia bambina appena visibile,
il torace che si sollevava e abbassava lieve mentre la porta veniva
nuovamente chiusa e la stanza ripiombava nell’oscurità rossa e nera.
Il quinto giorno
Nella stanza carminio non si aveva la percezione del giorno e della notte.
Le tende porpora erano bordate di un tessuto impenetrabile, e fu solo il
quinto giorno, risvegliata dalla vescica piena, che raccolsi le forze
necessarie per andare alla finestra.
Mi girai con cautela su un fianco, per guardare la piccola. Dormiva,
come pareva fare sempre, fasciata talmente stretta che si vedeva solo la
testa, perfettamente rotonda, le ciglia che le sfioravano la guancia. Dominai
l’impulso di portarmela al seno e mi sollevai a fatica. Ero stata costretta a
suonare il campanello e a ricorrere alla signora Noakes per ogni piccola
esigenza, ma quel giorno il dolore era un poco diminuito, e non volevo
ancora riaffondare nella nebbia del laudano.
Mi accucciai sul pitale, sorreggendomi alla struttura del letto, soffiando
per le suture che tiravano e la pelle che bruciava. Era troppo buio per vedere
il contenuto del vaso, ma ultimamente le mie urine erano tinte di sangue,
cosa normale secondo il dottor Harman.
Spinsi nuovamente il pitale sotto il letto, per nasconderlo alla vista, e mi
raddrizzai a forza. Era la prima volta che mi alzavo da giorni, e quasi
svenni, la testa leggera per il laudano e i brodini. Un effetto collaterale della
medicina era la perdita dell’appetito, ulteriore motivo per sentire la
mancanza della mia ayah, che mi curava con paratha fritta nel ghee e dahl
talmente denso da incollarsi alla gola, condito con l’aglio. Qui invece era
come se venissi punita, ridotta quasi alla fame e drogata, senza nessuna
compagnia e al buio. A questo però potevo porre rimedio.
Sentivo le gambe gonfie e rigide, e camminavo come se stessi avanzando
nella neve che mi aveva indotto le doglie, facendomi strada alla cieca
nell’oscurità torbida, fino a quando avvertii il tessuto soffice delle tende
contro i palmi. Le afferrai e avvicinai il corpo, premendolo contro la loro
lunghezza e ansimando lievemente per lo sforzo di quella breve traversata.
Dietro di me, mia figlia sospirò e succhiò nel sonno. Sospirai in risposta,
la lancia affilata dell’amore che mi trafiggeva il petto mentre scostavo un
drappo pesante, l’anello di ferro che strideva contro il bastone.
Dall’apertura filtrò un chiarore incerto, fioco, l’inequivocabile tenue luce
del primo mattino, e io mi inserii nello spazio tra la finestra e la tenda, per
impedire alla luce di colpire il viso di mia figlia.
Mantenni gli occhi socchiusi per dar loro il tempo di adattarsi e allungai
i palmi, appoggiandoli contro il vetro. Dalle lastre sottili giunse
immediatamente la spinta del freddo, i telai pitturati di fresco incapaci di
opporre resistenza all’inverno inglese.
Scostai ancora un poco le palpebre, e scoprii una nebbia grigia che
premeva forte contro il vetro. La notte indugiava sul limitare del giorno e
appoggiai la fronte sulla superficie gelida, che si appannò con il mio
respiro. Mi vidi riflessa nello specchio fatto di vetro e nebbia. Oltre non
scorgevo nulla, e mi sforzai di rievocare l’amato panorama: il fiume, le
colline, la foresta…
Il mio viso si offuscò. Sollevai la mano per ripulire il vetro dal mio fiato,
ma il riflesso a quel punto si divise, si separò. Posai nuovamente la mano
sulla finestra, per sostenermi, temendo di essere sul punto di svenire, ma il
corpo era fermo, immobile e intrappolato, come se mani e testa fossero
legate. Davanti a me, il mio viso si ritrasse sempre più, anche se avevo
ancora la fronte premuta contro il vetro.
Non ero più padrona di me.
I capelli erano sciolti e arruffati, anche se avvertivo la presa salda delle
trecce della signora Noakes. Gli occhi erano enormi e senza cornea. Sotto le
mani, oltre il vetro sottile, avvertii l’improvviso risucchio di un calore
feroce.
C’era un’altra mano, schiacciata contro la parte esterna della finestra.
Cominciò a premere, con una lentezza insostenibile. Sentii il vetro
scricchiolare, e la faccia con i capelli sciolti e gli occhi neri che si era
staccata dalla mia si aprì in un grande sorriso. I denti erano bianchi e
regolari, e l’espressione talmente malvagia che il cuore quasi mi si fermò in
petto. Era lì per farmi del male, per fare del male alla mia bambina.
Premetti il palmo a mia volta, e il suo sorriso si allargò. Protese la fronte
per farla combaciare con la mia: era calda e febbricitante. Avvertii l’odore
selvatico che avevo sentito nella foresta, di metallo e pacciame, e sotto le
mani il vetro cominciò a rompersi, fratture sottili che si diramavano in
ragnatele.
Stava per entrare. Stava per prendere mia figlia.
Ero debole per il parto e i giorni passati a letto, soffocata da un terrore
assoluto che quasi mi toglieva il respiro, ma spinsi, contrastando la sua
forza. Il suo sorriso si allargò all’inverosimile, come sul punto di ingoiarmi
tutta intera, gli occhi due pozzi profondi, il suo olezzo soffocante, e io
spingevo e spingevo, e urlavo per lo sforzo. Incontrai il suo sguardo e
caricai tutto il peso sulle mani.
La finestra andò in frantumi, e lei rinculò all’indietro, dissolvendosi nel
grigio. La nebbia inondò la stanza e io barcollai, i piedi aggrovigliati nelle
tende, il bastone di ferro che si staccava dalla parete e rovinava sulle assi di
legno al mio fianco. Ma non me ne curai, volevo solo raggiungere la mia
bambina che ora piangeva nella culla.
A malapena mi accorsi della porta che veniva spalancata, dell’urlo
allarmato della signora Noakes; a malapena sentii la stanza riempirsi di un
freddo gelido; a malapena notai che i miei palmi erano tagliati e sforacchiati
dal vetro. Avvicinai mia figlia al petto, strappando la camicia da notte per
sentire la sua pelle contro la mia, e ci vollero il dottor Harman e Richard
insieme per togliermela dalle braccia.
Il sesto giorno
«Impossibile» sentenziò il dottor Harman, sollevando la voce in risposta al
sibilo di Richard. «Nel migliore dei casi è dissennato, nel peggiore
pericoloso per madre e figlia».
«Non permetterò che vengano separate» ribatté Richard, usando lo stesso
tono. «Perché poi? Per un incidente?»
«Ritenete che si sia trattato di un incidente, signore?»
«È quello che afferma lei, e io le credo».
«Questa per voi è una novità, signore. Il matrimonio, i figli. Io invece vi
ho assistito infinite volte. È un’esperienza che cambia una donna, che altera
irreparabilmente il suo stato mentale. Vostra moglie mostra i segni di un
disturbo grave».
«E come intendete porvi rimedio, voi?» urlò Richard, tanto forte da
permettermi di staccare l’orecchio dalla parete. «Ancora laudano? Altro
buio?»
«È provato scientificamente» rispose il dottor Harman. «E lo sostiene la
tradizione. Anche vostra madre…»
«Separare una madre dal proprio figlio: è scienza, questa?»
La voce del dottore si ridusse nuovamente a un sussurro indistinto. Io mi
girai per tornare a adagiarmi sui cuscini. Avevo le mani in grembo, rese
irriconoscibili dalle fasciature, la tintura di iodio con cui il dottor Harman le
aveva disinfettate che macchiava di giallo il tessuto, e che bruciava più dei
tagli.
Ero oppressa dal senso di colpa, mentre ascoltavo Richard che mi
difendeva in quel modo. Ma non c’era verso di dirgli la verità. Sapevo cosa
sarebbe sembrato, sapevo che mi avrebbero tolto la bambina e mi avrebbero
imbottita di laudano o, peggio ancora, mi avrebbero allontanata, come mia
madre.
Ma sapevo anche ciò che avevo visto, percepito, odorato. E la verità, per
quanto improbabile, era che la strega Bright era venuta a prendere mia
figlia, e che a impedirglielo ero stata io. Avevo ingaggiato una battaglia per
salvare l’anima stessa della mia bambina. La guardai giacere satolla di latte
nella culla, e le garantii per l’ennesima volta che con me sarebbe stata al
sicuro. Era fondamentale che rimanessimo unite.
Così propinai a Richard una spiegazione che apparisse sensata. Mi ero
svegliata confusa per il laudano, e avevo cercato di aprire la finestra,
urtandola con tanta forza da rompere il vetro.
La signora Noakes raccolse i frammenti caduti a terra, il suono
tintinnante che mi dava ai nervi, e Noakes inchiodò delle assi spesse
sull’intelaiatura. Si parlò di spostarci dalla stanza carminio, ma si ritenne
che sarebbe servito solo ad aumentare la mia afflizione. E ora il caro
Richard aveva alzato la voce affinché non fossimo separate e perché la cura
con il laudano venisse interrotta. Bene così. Se necessario, avrei sopportato
il dolore, ma avevo bisogno di mantenere la lucidità in caso la strega Bright
fosse tornata alla finestra.
Il dottor Harman fu allontanato da casa con disonore, ma la signora
Noakes e Richard concordarono sul fatto che l’isolamento dovesse
continuare. Richard mi concesse un’altra lampada a gas, e quando mi
lamentai della noia accettò di portarmi carta e penna in modo da registrare i
fatti con tutta la chiarezza possibile.
L’unico cambiamento che non chiesi fu che si smettesse di chiudere a
chiave la porta. Il terrore mi confondeva la mente. Mi pareva che la
serratura fosse una protezione valida dagli assalti della strega Bright. Ora so
che fu un errore fatale. Non esiste altra difesa dal male se non il bene.
Nessuno può resistere al diavolo, tranne Dio.
Il settimo giorno
Per impedirmi di dormire mi spostai sul ciglio del dolore. Ritrovai tra le
lenzuola la forcina che avevo scartato e me la incastrai alla base della
schiena, così se avessi cominciato a adagiarmi tra i guanciali mi avrebbe
punta, svegliandomi. Tenevo le lampade a gas al massimo, e non suonavo
mai il campanello: preferivo il disagio quando dovevo allattare la bambina
o quando dovevo usare il pitale, per impedire alla signora Noakes di aprire
la porta.
Non so se vi sia mai capitato di non dormire per tutto un giorno, ma è la
cosa più vicina alla tortura cui io possa pensare. La testa si fece presto
febbricitante, mentre l’urina continuava a essere calda, pungente e rossastra.
Scovai dei vecchi sali nella cassettiera e mi misi ad annusarli fino a farmi
sanguinare il naso, macchiando le fasciature. La signora Noakes, quando
venne a portarmi il brodo, pensò che il sangue provenisse dai tagli e mi
medicò con delle garze pulite. Stavo imparando che una donna è fatta di
sangue, dal mestruo al parto, senza posa. La mia ayah me lo aveva spiegato,
ma fino a quel momento non le avevo dato credito.
Tuttavia, l’incontro con la strega Bright aveva rafforzato anche me.
L’avevo respinta. Ero arrivata al settimo giorno di isolamento e, se fossi
riuscita a restare sveglia per altri due giorni, io e la mia bambina saremmo
state benedette, salve e al sicuro.
Ovviamente, rimanere svegli non è cosa facile. Soprattutto quando si è
indeboliti dalla perdita di sangue, dal sostentamento a base di brodo e dal
buio… si tende ad appassire come un fiore deperito. Quindi, la forcina, i
sali, la determinazione e la cognizione di registrare gli eventi, di ricordare a
me stessa che non si tratta di un sogno spaventoso, ma della mia spaventosa
realtà.
L’ottavo giorno
Erano quasi le sei e Richard mi aveva appena spiegato da dietro la porta
chiusa a chiave che lui e il signor Noakes erano costretti ad andare in
chiesa, visto che erano mancati a diverse funzioni dell’Avvento. Gli chiesi
per l’ennesima volta se non potessi accompagnarlo, ma rispose che era fuori
discussione, e che la signora Noakes era in cucina, se avevo bisogno. Mi
appoggiai lievemente alla forcina, e dissi con voce sicura che ero a posto.
Nostra figlia guardava la luce della lampada a gas tremolare sul soffitto, e io
guardavo lei, lo scintillio umido dei suoi occhi, le lunghe ciglia, quando di
colpo le lampade si spensero.
Tra l’ora tarda, la porta serrata e la finestra chiusa con le assi, l’oscurità
era assoluta. Mia figlia piagnucolò e io la sollevai delicatamente, trovando
con sollievo la guancia tenera, il profumo di lavanda delle sue fasce. Me la
poggiai sul morbido rigonfiamento del ventre, cullandola piano con una
mano, mentre con l’altra cercavo la lampada.
Mi accorsi di un sibilo, e fui immediatamente travolta dalla paura. Un
soffio lungo, costante e forte, tra denti serrati.
Piroettai su me stessa, alla cieca.
«C’è qualcuno?»
Nessuna risposta. Solo quel sibilo orribile e innaturale.
Tastai le lenzuola a caccia della forcina, senza trovarla. Spalancai gli
occhi, per cogliere anche solo un briciolo di luce, sicura che avrei visto la
faccia terribile della strega Bright, i suoi capelli lisci, gli occhi neri… poi
sentii un odore. Non l’afrore della foresta, non il mio sudore pungente o la
pelle fresca della mia bambina. Era aspro e familiare. Gas, rilasciato dalle
lampade spente.
Quasi piansi per il sollievo, tenendo ancora mia figlia stretta al petto, e
girai piano intorno al letto fino al comodino dove si trovavano le lampade.
Persino attraverso le bende percepii il calore residuo, mentre il vetro
diffondeva tepore nell’aria. Mi ricordò i suoi palmi contro i miei alla
finestra e ritrassi la mano con un sussulto, stringendo la bambina tra le
braccia. L’odore di gas era sempre più forte, e sapevo di dover spegnere le
lampade per impedirgli di riempirci i polmoni.
Ancora quasi cieca, deposi mia figlia sul letto e con le mani impacciate
cercai a tentoni le viti di metallo. Ne trovai una e la girai, sollevata: il sibilo
si attenuò. Cominciava a girarmi la testa, e mi costrinsi a non cedere al
panico. Tastando l’altra lampada le mie dita urtarono il vetro bollente, la
pelle sfrigolò, ma sentii la mente annebbiarsi e cercai la vite.
La trovai, la girai bruscamente e il sibilo cessò.
«Ecco» dissi per placare il cuore impazzito. «Ecco».
Mentre mi giravo per sollevare la bambina, sentii un altro suono. Un
respiro. Proveniva dall’angolo opposto della stanza, accanto alla finestra
sbarrata. Mi irrigidii, curva sulla mia bambina, e il respiro si avvicinò.
Cominciai a battere i denti. L’odore di terra soppiantò quello del gas, e il
respiro avanzò ancora. Niente passi, nessun altro suono eccetto quell’ansito,
pesante e cauto, inconfondibile, spaventoso.
Poi avvertii un tepore sul collo, la mia bambina piagnucolò e io mi
riebbi. Sollevai mia figlia e la tenni stretta.
«Vattene!» gridai. «Vattene!»
Con l’altra mano premetti il campanello, ripetutamente. Il suono del
respiro, il tanfo di cose sepolte da tempo mi riempirono orecchie e bocca, e
io indietreggiai verso l’uscio, scalciando. Battei con la schiena e i piedi
contro la porta chiusa a chiave, gridando e piangendo. La strega Bright mi
si parò davanti, invisibile al buio, e appoggiò la fronte contro la mia, la
bambina schiacciata tra di noi.
La porta si aprì e io quasi caddi all’indietro. La signora Noakes gridò e
mi raddrizzò, ma io mi ritrassi.
«Signora?»
Sembrava provare lo stesso mio terrore, con gli occhi sgranati, la bocca
spalancata per il turbamento. Tese le mani per prendere la bambina, ma alle
sue spalle, nella stanza carminio in penombra, le tende si agitarono. La
strega Bright stava arrivando.
Scansai la signora Noakes e chiusi di schianto la porta.
«Serratela!» urlai al di sopra delle grida della bambina. «Serratela!»
«Datemi la piccola» disse lei, con voce scossa.
La strinsi più forte. «Per l’amor di Dio, serrate la porta!»
Mi allungai verso le chiavi che la signora Noakes teneva legate in vita, e
lei urlò e si ritrasse urtando l’uscio. I cardini cedettero e la porta rimbalzò
contro la cornice, spalancandosi, nera come una bocca.
La strega Bright era uscita.
Corsi.
Avevo i seni pesanti e indolenziti per il latte. Tra le gambe avvertivo il
bruciore e la tensione. I piedi erano gonfi, intorpiditi per l’immobilità, ma
corsi con la bambina tra le braccia perché da quello dipendevano entrambe
le nostre vite e le nostre anime.
«Signora Blake!»
Alle mie spalle, la signora Noakes si stava rialzando, ma era piegata in
due e contusa, mentre io, per quanto debole, ero ancora giovane. Ero
impazzita per la paura e la furia: nessuno avrebbe fatto del male alla mia
bambina fintanto che avessi avuto fiato nei polmoni.
Mi precipitai giù per le scale, i piedi nudi che risuonavano sul legno, e
mi lanciai fuori di casa, verso la serra. Vidi che Noakes e Richard erano
passati da lì: le orme erano ancora impresse sulla neve fresca.
Non c’era tempo per prendere un cappotto, da sopra arrivava un rumore
di passi troppo attenti e rapidi per essere della signora Noakes. La mente mi
vorticava. E se fosse stata posseduta? E se in quel momento fosse nelle
grinfie della strega Bright? C’era un solo posto dove saremmo state al
sicuro.
Avanzai barcollando nella notte fredda e bianca. I piedi mi bruciavano
mentre attraversavo il fuoco e mi catapultavo nel breve tratto fino al
cancello.
«Signora Blake, fermatevi!»
La sagoma della signora Noakes si stagliò sulla soglia. Sembrava
enorme, i capelli sciolti intorno al viso, e con una velocità inverosimile mi
inseguì nella notte. Mi precipitai oltre il cancello. Le orme di mio marito
brillavano alla luce delle stelle: il sentiero verso la salvezza.
Continuai ad arrancare, senza il fiato per tranquillizzare mia figlia, senza
riuscire a farle capire che era per lei che correvo nella notte gelida, così
dovetti sopportare le sue grida, i suoi lamenti, che mi straziavano il cuore.
«Ferma!»
La strega Bright non si preoccupava neanche più di camuffare la voce.
Era una voce profonda e orribile, un muggito. Ma non intendevo obbedire,
fermarmi; avrei salvato l’anima di mia figlia, a costo di ridurre il mio corpo
a un rottame. Osai guardarmi indietro, e lei era vicinissima. Alla mia destra,
la foresta era increspata di malvagità, le ombre piene di anime sepolte,
perdute e vaganti.
«Non l’avrai» gridai. «Non la prenderai!»
Davanti a me, l’ultimo tratto fino alla chiesa era bordeggiato di candele.
Un albero di Natale carico di neve e con in cima una stella argentata
sovrastava la struttura di pietra. Ma eccola: la croce. La salvezza. Il
santuario.
La messa era finita, la porta spalancata riversava luce dorata sulla neve.
Le ombre rasentavano i gradini, ma io le respinsi, mandandole gambe
all’aria, e mi precipitai oltre la soglia.
Affannata, caddi in ginocchio davanti all’altare. Vidi il volto del prete
paralizzato dal turbamento, sentii Richard che mi chiamava, avvertii il
tepore di due mani spaventosamente roventi sulla mia pelle congelata, che
cercavano di strapparmi la bambina.
«Vi prego» dissi, resistendo con la forza che mi restava. «Beneditela. Vi
prego».
Il prete mi si inginocchiò davanti, il volto segnato e gentile. Tutto il mio
corpo fu scosso da un brivido di sollievo e di freddo. Posò la mano sulla
testa della bambina e mormorò una benedizione.
Le grida della piccola si attutirono e il visino contratto si rilassò. Le
asciugai le lacrime sulle guance tenere e la baciai sul naso.
«Salva, finalmente» sussurrai. «Salva».
Sollevò le palpebre perfette e rosate. Nella luce consacrata, gli occhi
della mia bambina scintillarono, neri.
Questo resoconto è conservato negli archivi del manicomio del municipio
dello Shropshire e Wenlock.
Nota dell’autrice
Il personaggio della signora Bright è ispirato al caso di Amelia Dyer,
l’assassina di bambini vittoriana. I sintomi di paracusia di Catherine Blake
derivano dalla mia esperienza personale di depressione psicotica e dalle
ricerche sulla psicosi post partum, una condizione ancora oggi bistrattata,
misconosciuta e criticata. Per approfondimenti su questa malattia si
consiglia la lettura di What Have I Done? di Laura Lee Dockrill.
Mostro
Elizabeth Macneal
Lyme Regis, settembre 1838
Tutta l’Inghiterra, pensa Victor, viene riesumata. A Londra, le unghie del
fratello sono incrostate di terra, le sue serre piene di minuscoli germogli che
daranno vita all’arboreto di un nuovo cimitero a Stoke Newington. Il padre
aveva supervisionato lo scavo dei nuovi canali – rette chirurgiche che
bisecavano la città – accumulando, come amava ripetere, tanto denaro da
riempire tutto il Regent’s Canal di sovrane d’oro. Ed ecco Victor, il figlio un
tempo geniale, a tremare nel cappotto di tela cerata in questa abietta città
del Dorset, mentre un ragazzino rosso di capelli saltella sulla spiaggia
sforzandosi di indicare gemme del serpente e unghie del diavolo. Sopra di
loro, le scogliere sono alte come montagne dalle creste frastagliate.
«Eccone una» dice il bambino, tastando un mucchio di sabbia ingiallita.
Victor lo scruta da vicino. Vede solo sassi e una vecchia vite. Forse
dopotutto questo è un lavoro da donne: individuano i fossili con i loro
occhietti saettanti, mentre a uomini come lui spettano l’estrazione e la
catalogazione.
Il bambino ripete, «Qui, qui» e una vampata di rabbia assale Victor, che
fa oscillare il bastone e lo abbatte sul piccolo nido.
«Non c’è niente, qui» ruggisce, e il bambino si ritrae, spaventato.
Procedono veloci, la pioggia quasi orizzontale, le nuvole talmente basse
e cupe da far pensare al crepuscolo. Potrebbe essere alla locanda con sua
moglie, curvo su una bella focaccina guarnita di panna, i calzettoni che
fumano accanto al camino. Potrebbe essere a casa, nella civilizzata Londra.
Detesta questa piaga infernale di città. Le case sbilenche come ubriaconi in
fila, le colline tanto ripide da togliere il fiato anche all’uomo più agile. La
pioggia è caduta incessante ogni singolo giorno, fitta come un muro,
arrivando a inumidirgli persino la biancheria.
Lyme Regis è stata una sua idea, una promessa sussurrata nei primi giorni
di corteggiamento, quando Mabel aveva detto che desiderava tanto vedere
l’oceano. Gli era tornato in mente un articolo che aveva scorso da White’s,
in cui si parlava di Gideon Mantell e del suo iguanodonte. C’era una lingua
di costa, aveva ricordato, in cui erano state rinvenute diverse strane
creature. Si era aggiustato la cravatta. «Ebbene, mia cara, sarete soddisfatta.
Un giorno vi condurrò in un certo piccolo villaggio sulla costa del Dorset».
Poi aveva aggiunto, con plateale affettazione, «E laggiù, mentre voi
ammirerete il mare, io troverò la fama, riportando alla luce qualche bestia
rara, che chiamerò Prodigium Mabelius».
Mabel aveva sorriso tutta ritrosa, senza scoprire i denti, e lui si era
convinto che fosse l’emblema della compostezza femminile, una persona su
cui gli sarebbe stato facile fare colpo. Ecco, aveva intuito, una ragazza che
credeva in lui, e con un simile incoraggiamento… perbacco, nulla lo
avrebbe fermato!
Poi lei lo aveva guardato, gli occhioni slavati. «Ho letto che vostro
fratello ha di recente scoperto un nuovo tipo di orchidea. Questo mostro vi
renderà altrettanto famoso».
Di certo non aveva voluto ferirlo, si era detto Victor, ma lui si era
sfiorato la fronte come se lei l’avesse colpito.
Da bambino era geniale. Da bambino era benedetto, più che promettente:
eccelleva in tutto ciò in cui si cimentava. Cricket, latino, matematica. I
maestri e gli altri alunni lo riverivano e temevano al contempo. Accanto a
lui, il fratello sbiadiva come un arbusto avvizzito, con quel chiodo fisso per
i maledetti fiori. Li pressava, li catalogava, li coltivava a partire dai bulbi
minuscoli. Victor lo chiamava “Margherita” e coglieva le sue pregiate
orchidee per metterle all’occhiello. «Sono solo fiori» ribatteva quando il
fratello scoppiava in lacrime. Ma poi gli anni erano passati e Victor, la
meraviglia assoluta, il primo della classe, aveva scoperto che la sua mente
era un uccello in gabbia, mai soddisfatta. Svolazzava contro le sbarre della
finanza, della politica, del commercio, senza fermarsi abbastanza a lungo da
trovare stabilità.
Un giorno aveva alzato lo sguardo e si era accorto che il fratello aveva
passato i decenni a perfezionare la propria passione, trasformandosi in un
rinomato orticoltore. Le sue consulenze sulla progettazione di giardini
erano richieste ovunque, da Buckingham Palace ai cimiteri tanto alla moda.
Margherita aveva una magione a Mayfair e una tenuta a Richmond, con
una serra privata. Margherita era sulla bocca di tutti in città. Nel petto di
Victor si era insediata una fredda certezza: era stato commesso un grave
errore, e il mondo celebrava il fratello sbagliato.
Poi lui e Mabel si erano sposati ed erano partiti alla volta di Lyme Regis,
in un turbine di bauli e cappelliere. Mabel stringeva a sé l’album dei collage
di spaniel e le affilate forbici d’argento. Il raschio delle lame e il fruscio del
barattolino di colla lo irritavano giusto un’oncia. Le sorrise, senza parlare.
Era un nuovo inizio, si disse, mentre sfrecciavano oltre paesini e caselli, la
campagna che cominciava a imbrunire nel primo autunno. Cinque giorni di
viaggio, di soste in locande diroccate. Quattro notti prima di trovare il
coraggio di toccarla, finalmente, di sottometterla al suo corpo.
Mentre la carrozza procedeva a balzi, cercò di leggere i libri sui
plesiosauri e gli iguanodonti che aveva acquistato. Le parole danzavano e si
rimescolavano a piacere, ma ce ne erano due che spiccavano, una pagina
dopo l’altra. Royal Society. Un’istituzione magnifica, che tramutava in oro
tutto ciò che si immetteva nella sua orbita. L’esperimento con l’aquilone di
Benjamin Franklin, il viaggio di James Cook fino a Tahiti per seguire il
transito di Venere. I Principia Mathematica di Isaac Newton. Tutti saggi
pubblicati tra le sue mura, tutti uomini illustri passati sotto il suo grande
arco di pietra. Presto, pensò, sarebbe inciampato su qualche creatura
fossilizzata, su spiagge cosparse di costole e colonne vertebrali e teschi
lunghi e lisci. Si figurò il plauso che avrebbe accolto la sua scoperta,
insieme alla consapevolezza che lui, Victor Crisp, era un uomo di scienza,
di fama, di grandezza assolute…
Cadde in avanti mentre si inerpicavano su una collina ripida e il libro si
aprì a terra.
«Tutto bene» disse, ricomponendosi, anche se Mabel non aveva fiatato.
Imprecò, pulendosi le mani sui pantaloni. «Tutto bene» ripeté.
Snip, snip, snip. Un barboncino con un fiocco rosa veniva lentamente
ritagliato da un libro illustrato per bambini.
Guardò fuori dal finestrino. «Ecco il mare, proprio come volevi.
Dovremmo esserci quasi».
Mabel non sollevò neanche lo sguardo. Le tremavano i polsi. Si chiese
per un attimo se non lo temesse. Il ricordo della notte precedente – le cosce
lattiginose, il corpo serrato che aveva ceduto a malapena, quel sorprendente
nido di peli scuri (ma aveva perseverato, comunque) – gli procurò una
breve fitta di rimorso. Si sforzò di sorridere. «Arrivati» disse.
Cominciò a piovere da subito. Grosse gocce che si abbattevano sul
marciapiede come macchie di unto. Nuvole dense come lana. I gabbiani
stridettero. Victor scese dalla carrozza e si guardò intorno. La locanda era
più modesta di quanto era stato indotto a credere – il dorso sottile e curvo
che correva lungo il centro dell’edificio, dove stava cedendo lentamente – e
controllò il volto di Mabel, per scorgervi segni di delusione. «Speriamo che
il soffitto non ci crolli sulla testa durante la notte» disse, sperando di farla
almeno sorridere, ma lei tenne lo sguardo a terra.
Il locandiere li accolse con due bambini rossi di capelli che giocavano ai
suoi piedi. Il maschio faceva rotolare dei fossili oltre l’uscio. La femmina
stringeva a sé uno stinco di manzo fasciato come una bambola, cercando di
tranquillizzarlo. «Non piangere» mormorò.
«Benvenuti» disse l’uomo, facendo loro strada all’interno. Candele di
sego gocciolavano dalle pareti, l’aria era densa del puzzo di carne cruda.
Tagliole e falci ornamentali pendevano dal soffitto, le ganasce arrugginite.
Il locandiere si rivolse a Victor con un’aria enigmatica e gli occhi socchiusi.
«Devo avvertirvi, prima che sia troppo tardi».
«Prego?»
«Si dice che la locanda sia infestata».
Victor rise, e Mabel fece «Ooh».
«Come nei romanzi che ami leggere» disse Victor. «Tale e quale: tombe
che si spalancano, monaci in catene e sciocchezze del genere».
«No» ribatté l’uomo, guidandoli lungo un corridoio angusto fino alla
loro stanza. Victor si inchinò sotto una lama bassa e spuntata. «È che le
cose tendono a essere diverse da come appaiono. Si trasformano. Avete
presente la storia delle selkie scozzesi?»
Victor scosse il capo.
«Foche che diventano donne. Donne che diventano foche. Siamo spesso
visitati dallo spettro di una foca catturata in una rete su queste spiagge e
uccisa a colpi di mazza da un gruppo di marinai. Il giorno dopo, il corpo
martoriato di una donna fu ritrovato nel punto in cui era stata lasciata la
creatura marina».
L’uomo sfiorò il polso di Mabel con le dita e Victor si accorse di quanto
fosse vicino alla moglie, la testa china sul suo collo. Mabel, notò, non si era
scostata. Ridacchiò; una locanda infestata, un proprietario depravato.
Cos’altro aspettarsi? Una schiera di monelli che intonavano carole?
«La sera le candele si spengono da sole» proseguì l’uomo. «A smorzarle
è l’ansito lieve della foca».
Victor fece un altro sorrisetto.
«Dopo la mezzanotte spesso si sente un rumore di passi» aggiunse il
ragazzino, seguendoli nella stanza.
Era piccola, con le assi del pavimento disposte in diagonale, la finestra
stretta come un occhio strizzato. Victor avrebbe preferito un letto
matrimoniale, ma vide che Mabel avrebbe alloggiato in una cameretta
accanto alla sua, oltre una porta di comunicazione.
«Ascoltate lo schiocco delle pinne» insistette il ragazzino. Si produsse in
un verso acuto, ha, ha, curiosamente simile al gemito di piacere femminile.
«E melma ritrovata sulle lenzuola».
«Letti gementi».
Molto bene, pensò Victor. Persino Mabel comprese di cosa si trattasse, le
gote imporporate.
In quell’istante, il letto parve crescere a dismisura, riempire la stanza.
Tendaggi di un viola lucido simili a tagli di interiora. Un avvallamento sul
guanciale, come se fosse stato già infossato dal cranio di un estraneo. Tutti i
fantasmi di chi aveva scopato lì prima di loro. Victor trafficò con la pipa,
augurandosi che l’uomo e il bambino se ne andassero.
«Eccola qui» disse l’uomo, indicando un piccolo dipinto appeso sopra il
cassettone. «Non bella come voi, ovviamente» aggiunse, e Victor vide che
posava la mano sulla spalla di Mabel. Tossicchiò, fingendo di esaminare il
dipinto.
Artisticamente grezzo, poco più dell’opera di un bambino. Ma dovette
ammettere che l’immagine lo turbò. Un corpo di foca con la faccia passiva
di una ragazza, la pelle che si sfaldava dalle spalle, netta come una
clementina sbucciata a metà. Tutta quella carne. Gli ricordò le xilografie
che teneva pressate tra le pagine della sua Bibbia – le donne con i seni
stretti, le pudenda marmoree, lisce e amorfe.
«Santo cielo!» esclamò Mabel. «È assai spaventosa».
«Tutte sciocchezze, cara» disse Victor, tentando di allontanarla dal
quadro.
Ma Mabel non lo seguì. Si chinò all’altezza del bambino. «Sono
fossili?» gli chiese. «Mio marito troverà una creatura fantastica che ci farà
diventare ricchi. La chiamerà Prodigium Mabelius».
Il locandiere emise un verso che somigliava in modo sospetto a una
risata. La mortificazione costrinse Victor ad abbassare lo sguardo. Se
chiunque altro all’infuori di Mabel avesse fatto un’affermazione del genere,
avrebbe pensato a una beffa. Ma sua moglie… desiderò soltanto che capisse
la differenza tra cosa divulgare e cosa tenere per sé.
«Mio nipote potrebbe condurvi sulle scogliere di Black Ven» disse
l’uomo, indicando il bambino rosso di capelli. «Ha fiuto per queste cose,
come un maiale per le ciliegie. Anche se sono anni che qui non si fanno
ritrovamenti spettacolari».
«Ne sarò ben lieto, appena smetterà di piovere» rispose Victor.
«Ma è più facile vedere i fossili quando è bagnato. Brillano neri nel
fango» disse il bambino, con la pronuncia blesa. Gli mancavano due denti
davanti e faceva dondolare l’incisivo inferiore con la lingua.
Mabel piegò la testa verso Victor. «Un po’ di pioggerella non ti sarà
certo d’impedimento, caro» disse. «Sono sicura che avventurandoti a caccia
ogni giorno troverai una bestia meravigliosa tutta per me».
«Ma…»
«Ritengo» proseguì lei, facendo volteggiare le forbicine d’argento nella
mano, «di ammirare la tua dedizione al di sopra di tutte le tue qualità. So
che ce la farai».
Gli sorrise, e aggiunse che non le sarebbe stato possibile accompagnarlo,
visto che i suoi polmoni si erano tanto indeboliti da quando, tre anni prima,
aveva avuto un attacco di influenza.
Svaniti i sogni di gloria, di dissotterrare una creatura mitologica. Svanito
qualsiasi sogno, tranne quello di un pranzo a base di sgombro innaffiato di
vino bianco, ma in ogni caso Victor teme la delusione di Mabel quando si
presenterà, ancora una volta, a mani vuote. Otto giorni, e nient’altro che
pioggia! È troppo sfinito persino per partecipare ai balli nelle sale
pubbliche. Una goccia d’acqua gli scivola lungo la schiena. Comincia a
battere i denti, i pantaloni sono fradici fino al ginocchio. Il ragazzino è
parecchio più avanti e Victor lo distingue a malapena nella foschia. Si ferma
a guardare tre gabbiani che si contendono una preda, i becchi aguzzi che
piluccano la polpa di qualcosa di soffice. Una medusa arenata, che sanguina
nella sabbia.
Poi lo sente. Il raschio di una gola schiarita e subito dopo la lunga,
profonda frattura di un elemento primario che si apre in due. E vede
confusamente, come da dietro una finestra con il vetro appannato, le
scogliere che cedono, tonnellate di terra nera che precipitano.
«Ti prego» grida, come per fronteggiare qualcuno… o qualcosa? Le
rocce stesse, Dio? Scopre quanto molli possano essere le sue gambe, quanto
ottenebrata la sua vista. Si rende conto di poco altro che non sia un dolore al
petto, un sapore aspro di monetine. Prova a correre ma scivola, cade
all’indietro su qualcosa di soffice e umido. Si rende conto che è la medusa,
la sua vischiosità morbida e fredda che gli avvolge le mani. È paralizzato,
incollato al terreno, le gambe pesanti come tronchi, mentre aspetta che la
terra lo inghiottisca. Strano, si stupisce, come non mi venga in mente niente
di particolarmente importante… tranne Mabel, la sera prima, seduta di
fronte a lui a cena. Quel benessere. Era intenta a dissezionare una sardina
con un coltello d’argento, ripulendo le spine sottilissime. È mia, ha pensato.
Ci apparteniamo.
Come reagirà alla notizia? Si figura lacrime che scendono dolcemente,
poi anni di devozione inalterabile per il defunto. Ma chi altro lo piangerà? Il
suo sarà un funerale tranquillo, dimesso, non il grande corteo che aveva
immaginato un tempo. Trent’anni su questa terra, e niente di cui andare
fiero. Non la ricchezza e la fama presagite dai suoi maestri. È da un pezzo
che nessuno dice più, «Se c’è qualcuno che lo può fare, quello è Victor!» Il
suo nome, un tempo fonte d’orgoglio, ormai ha il sapore di uno sberleffo.
Il tanfo delle calcare sopra la città, di cordite, di terra appena smossa.
Percepisce vagamente delle grida, ma non distingue le parole. Solo un
lamento prolungato e profondo, il suono di un cardine poco oliato. Poi, i
rumori si smorzano. Si tocca le gambe, il fianco, le braccia. Nessun dolore,
niente. Si alza, tremante, togliendosi la sabbia dal cappotto, pulendosi le
mani sui pantaloni. Si sente ottuso, sciocco. La frana si è arrestata. Uno
spesso lumacone di terra è avanzato verso il mare. Le scogliere si sono
sbriciolate. Dovrebbe andarsene, scappare. Potrebbero ancora smottare.
Tutta la costa potrebbe ridursi in detriti. Ma si ritrova ad avanzare verso la
frana. Il cielo è argenteo come l’interno di una conchiglia, la pioggia una
lieve spruzzata. È come se fosse solo al mondo…
Il bambino, pensa. Il bambino senza i due denti davanti di cui non
ricorda il nome. Era più avanti, i capelli rossi inghiottiti dalla nebbia,
proprio quando la scogliera è venuta giù.
«Figliolo» chiama, ma sa che è praticamente inutile. Il bambino è morto
di sicuro.
E poi la vede, nera e lucida. In cima al cumulo di terra, scintillante nella
luce bigia del pomeriggio. Una sagoma simile a un teschio. Victor batte le
palpebre, fa un passo avanti, poi un altro. Corre, il dolore alla caviglia quasi
scomparso. L’entusiasmo canta in lui. Studia questo momento come se lo
stesse già trasformando in aneddoto, in leggenda. Il momento della
scoperta, lo scompiglio dell’epifania. Un uomo alto e fradicio che si
inerpica sulla frana, precipitandosi verso il progresso scientifico. Il fango,
tanto vischioso! Si attacca alle cosce, gorgoglia sotto ogni passo.
L’ho capito non appena l’ho visto. Ecco cosa dirà davanti all’immensa
platea alla Royal Society. Oserei definirlo un istinto per la scoperta.
Le dita ghermiscono la roccia. Chissà che aria trionfante deve avere! Le
mani gli dolgono dal freddo, è sporco di terra fino ai gomiti. Il tuono romba
come un applauso. Un lampo biforcuto illumina il pomeriggio. Una cassa
toracica. Una pinna. Un mostro intatto. Ha riposato per secoli, aspettando
che lui lo riportasse alla luce.
Tutti a scavare, pensa di nuovo, la gioia che si manifesta in lui in brevi
guaiti felici. Il padre i canali. Il fratello le piante e i cimiteri. E lui, Victor,
una creatura magnifica che di sicuro lo renderà famoso.
È quasi buio quando arrivano i carri tirati da cavalli. Ne percepisce
l’odore prima ancora di sentirli, il tanfo di pesce marcio delle lampade a
olio di balena. Si sbraccia scompostamente. Ecco il locandiere e la bambina
con la bambola di stinco che corrono sulla spiaggia. La marea sale piano,
annaspando mentre si riversa sulle rocce.
«Qui!» urla, dalla cima del cumulo. «Qui! Ho bisogno di corde. Vanghe.
Martelli. Dobbiamo muoverci in fretta se vogliamo salvarlo».
«Grazie al cielo» grida il locandiere, mentre si arrampicano sul terreno
per raggiungerlo. L’uomo si guarda intorno, strizzando gli occhi nel buio.
«Ma dov’è?»
«Eccolo» risponde Victor. «Guardate!» Il teschio allungato. Le pinne
nere. Si aspetta lo stupore, l’invidia.
L’uomo continua a guardarsi intorno, agitato. «Ma Wilbur, dov’è
Wilbur?»
Victor si morde il labbro. Aveva dimenticato del tutto il ragazzino;
dimenticato che da qualche parte sotto questa massa di terra puzzolente
giace il corpo di un bambino. «Sono desolato…» balbetta. «Non ha avuto
scampo… avreste dovuto vedere… è venuto giù di colpo…»
Il locandiere fa un passo avanti. Per un attimo, Victor pensa che voglia
picchiarlo. Ma le mani sono rilassate lungo i fianchi, la mascella allentata, e
sul viso ha dipinto il dolore. Victor si fa da parte e li osserva, l’uomo e la
bambina, mentre gattonano sul terreno, chiamando il piccolo, sondando il
suolo, tastandolo, infilandoci dei bastoncini. Vorrebbe dire loro che è
inutile, che il ragazzino è morto di sicuro. Si guarda intorno, nota l’avanzata
strisciante della marea. Quanto tempo gli rimane? Se nessuno lo aiuterà, la
sua scoperta verrà trascinata via dal mare, andrà perduta per sempre. Gli
sfugge un gridolino. La sua occasione di fama e gloria sta già svanendo.
Si fruga nella tasca a caccia di penna e foglio, sventola la promessa di
dieci, venti sterline sotto il naso di due omaccioni nerboruti. Quelli si
dondolano sulle gambe e alla fine accettano e lo seguono. I martelli
scheggiano la pietra, le corde scricchiolano e tirano. Mentre la pioggia lava
via lo sporco, Victor vede che la creatura è perfetta, intatta come non
avrebbe mai creduto: costole, colonna vertebrale, pinne. Piantano paletti,
legano altre corde, anche se Victor schizza qua e là, agitato, temendo che
possano spezzarla in due. I cavalli calciano grosse zolle di argilla, le vene
tese, le teste orribilmente ombreggiate dalle lampade. Un lamento, non
saprebbe dire se umano o animale. Le onde che rombano, si schiantano.
«Dobbiamo rinunciare. La marea» gridano gli uomini con l’acqua che
arriva già alle caviglie. Il locandiere e la figlia tornano in città, le mani
vuote, le teste chine. Guarda le loro lampade ridursi in punte di spillo.
Ma Victor non cede, e agguanta uno degli uomini mentre cerca di
aggiogare i cavalli. Estrae nuovamente il portafoglio, scarabocchia cifre
esorbitanti, e gli uomini schioccano le fruste incitando i cavalli, finché…
finché con uno schianto feroce la creatura viene liberata. Victor saltella sui
piedi intanto che la assicurano al carro, il legno che cede sotto il peso.
«Presto» sussurra. Poi più forte, «Presto!» La marea gli lambisce le cosce,
la corrente quasi lo strattona di lato. La spuma gli vortica intorno alla
cintola.
«La lego io» dice agli uomini, accorgendosi solo ora di quanto siano
spaventati, di quanto siano irrequieti i cavalli, che mostrano il bianco
scintillante degli occhi.
Arrancano tra le onde che si infrangono, e Victor siede sul carro, l’acqua
che gorgoglia contro le assi. La notte è nera e fredda. Trema, il corpo in
preda alle convulsioni per l’acqua gelata. Ha il fango tra i capelli, nelle
orecchie. China il capo e culla la sua creatura come una madre farebbe con
un figlio.
Le posate stridono sulla porcellana. Il pasticcio di pesce è tiepido, pieno di
spine. Victor si toglie dai denti una minuscola scaglia traslucida e la depone
sul bordo del piatto. Mabel evita di guardarlo e rimane in silenzio. Da
quando è tornato, fradicio fino al midollo e gocciolando fango, gli ha a
malapena rivolto la parola. Aveva sperato che lo avrebbe accompagnato a
vedere la bestia depositata a casa di un bottegaio in fondo alla fila di negozi,
ma lei si è ritratta, ha scosso il capo. È stato lui a transitare nelle vie umide,
a mercanteggiare con il proprietario, a istruire dieci uomini affinché la
trasportassero in cantina scendendo i gradini ammuffiti. Se avesse potuto,
l’avrebbe fatta portare in camera sua, o avrebbe dormito accanto a lei
nell’interrato.
Il ginocchio gli balla. «Non è incredibile?» sussurra. «Il mio mostro!
Aspetta solo di vederlo. È magnifico. Forse il ritrovamento più importante
dal Plesiosauro di William Conybeare».
«Mary Anning» ribatte lei.
«Prego?»
«È stata Mary Anning a trovare il Plesiosauro».
«Cavilli. L’ha catalogato Conybeare, giusto?» Le afferra le mani. «In
pochi giorni, forse domani stesso, arriverà la stampa. Gli uomini di scienza!
I paleontologi». Respira a fondo. «La Royal Society! Oh, quando lo
sapranno!»
«Cavolo?» chiede il locandiere, stringendo una zuppiera di molli verdure
gialle.
Victor si batte la fronte. «E se in quella cantina non è al sicuro? E se lo
vendono?»
«Cavolo?» ripete il locandiere. Ha gli occhi arrossati, le guance scavate.
«Grazie, James» dice Mabel, guardandolo con un’espressione quasi
affettuosa. Quando lui si avvicina per servirle il cavolo, le sfiora le dita con
le sue. È di una bellezza straordinaria, scopre Victor con stupore.
«Non ce la faccio proprio, James» dice, battendosi il ventre. «Sono
pieno».
Con un inchino l’uomo si gira ed esce. Victor nota come Mabel ne segua
con lo sguardo i movimenti nella stanza. È una creatura dal cuore tenero, si
dice; è solo pietà per la perdita del nipote.
«Ritengo sia una nuova specie della famiglia del Plesiosauro. Se ho
ragione, lo chiamerò Plesiosaurus V. Crispus».
Aspetta. Sua moglie continua a sminuzzare il cibo. Niente, non fa una
piega.
«So che avevo promesso di chiamarlo…»
«Perché gli uomini devono sempre scavare?» lo interrompe lei.
Non l’aveva mai sentita usare quel tono.
«Prego, mia cara?»
«Perché gli uomini non riescono a lasciare le cose al loro posto? Perché
devono sempre estrarle e…»
Victor si tampona le labbra. «Si tratta del bambino, giusto?»
Lei depone le posate con violenza. Lo stupisce scorgerle le lacrime agli
occhi.
«Un fatto spiacevole. Lo riconosco. Ho deciso di farmi carico di un
funerale sontuoso, degno di un gentiluomo. Dolenti a pagamento, un carro
funebre nero…»
«Servirà a riportarlo indietro?»
Lui si allenta la cravatta. «Non sono stato io a provocare la frana. Mi
guardi come se fossi una specie di assassino». Fa spallucce. «Una sfortuna
che il ragazzino sia stato travolto. Ma quando si comincia a capire la vita, ci
si rende conto che gli esseri umani vengono spesso sacrificati in nome del
progresso. Gli uomini muoiono mentre costruiscono grandi ponti, mentre
colonizzano nuove terre. Succede».
Lei stringe le labbra, il sangue che si raccoglie agli angoli.
Lui viene folgorato da un pensiero e reprime l’irresistibile impulso di
ridere. «Non ti sembra appropriato» dice, camuffando l’ilarità con un colpo
di tosse, «che il cacciatore di fossili si sia trasformato in fossile a sua volta?
Eccolo lì, sepolto sotto tutta quella terra». Il mondo galleggia, quel soffitto
assurdo fatto di falci e boccali e trappole, e lui se ne sente separato, travolto
da un’esplosione di risa. «Il ragazzino» ansima, gesticolando per chiedere
un bicchiere d’acqua, «si è… fossilizzato… anche lui! Lo… estrarranno…
e…»
L’acqua gelida gli esplode in faccia. «Che diamine…» esclama, e poi
vede il bicchiere vuoto nella mano di Mabel. Ha gli occhi talmente stretti e
freddi da fargli spavento.
Quella sera Victor si presenta nelle sale comuni da solo. Mabel dice di
avere un’emicrania e lui la lascia al suo album di ritagli, le forbici che
sminuzzano in scatti netti e rapidi.
Arrivato in cima alla collina si accorge di avere il fiatone, la vista
annebbiata, un dolore acuto al fianco. Le strade sono buie e lui inciampa sui
rifiuti – una vecchia rete, un guscio di ostrica –, rimpiangendo di non aver
preso una lanterna. È ancora nuvoloso, senza luna, un gufo volteggia basso
sulla città. Rapido, vivace, il suono dei violini si disperde nelle vie.
Laggiù, davanti a lui, la sala riluce. Civiltà, pensa, quasi correndo,
chiedendosi perché mai non ci sia andato prima. Sarà piena di vacanzieri,
persone alla moda e di buon gusto. E al chiarore di mille candele, i gusci di
tartaruga saranno pettinini scintillanti. Gli ossi di balena stringeranno i
busti. Le ammoniti scintilleranno agli orecchi e al collo, senza nessuna
traccia del terreno nero e aspro da cui sono state raccolte.
Dapprima nessuno nota il suo ingresso. Poi un uomo gli afferra la mano
e gliela stringe. Comincia tutto un darsi di gomito, accompagnato da
mormorii tra una danza e l’altra.
«Siete stato voi, giusto?» gli chiede un gentiluomo. «Victor Crisp, vero?
Lo scopritore di quella magnifica creatura».
China il capo, annuisce. Diversi calici vengono sollevati in suo onore.
Un uomo gli porge un bicchiere traboccante di punch. Lo accetta, lo
sorseggia.
«La Royal Society sarà lieta della notizia» dice un gentiluomo.
«Scommetto che è il più grande ritrovamento di questi ultimi anni».
Victor annuisce. «La Royal Society» gli fa eco, con voce stranamente
distante. Si rende conto di avere freddo, ma anche troppo caldo; un caldo
che lo costringe a tamponarsi il sudore dalla fronte. «La Royal Society»
ripete, con più convinzione ed enfasi.
L’uomo lo scruta.
Victor dondola sulle punte dei piedi, cercando di frenare il tremore che si
è impossessato di lui. Qualcuno gli batte sulla spalla. Dovrebbe sorridere,
accettare i ringraziamenti, magari fare un discorso.
Tuttavia, perché si sente così… così svuotato, così solo? Avverte un
rimescolio nel ventre, come se dovesse svuotarsi le viscere. Fuori, il vento
si rafforza, fa vibrare le finestre. Si dà un colpetto sull’orecchio. L’ululato
aumenta, come il suono che ha sentito sulla spiaggia quando la terra è
franata. La creatura, si chiede, sarà la creatura che urla o, peggio ancora, il
bambino?
Ma nessun altro si guarda intorno. Nessuno sembra allarmarsi in questa
sala elegante, tranne lui. Il suono, a quanto pare, romba solo nelle orecchie
di Victor. Cerca di controllare il tremito delle mani, annuendo in segno di
apprezzamento in direzione della sala. Cento denti ricambiano il sorriso. Un
brindisi cavernoso e il bicchiere gli scivola dalle mani cadendo a terra.
Oltre il salotto con le falci pendenti, su per le scale. Non gli hanno lasciato
neanche una candela accesa. Le mani cercano a tentoni il mancorrente, le
gambe sono incerte, inciampa sul legno. In camera chiude la porta di
schianto, affannato. Il dipinto lo osserva, la ragazza foca per metà che
sguscia dalla pelle. Gli occhi azzurri sgranati. Un racconto sciocco, pensa:
impossibile che una creatura muti in un’altra. Afferra il quadro e lo poggia a
terra, faccia al muro. Spalanca la porta della cameretta della moglie.
«Gattina mia» sussurra, «tesoro».
Dapprima tenta di convincerla, la blandisce, la implora, compiaciuto
della sua ritrosia, della vergogna che le imporpora le guance, delle
ginocchia raccolte. Un tempo andava a trovare una ragazza su Jermyn
Street, spesso richiamato dalla forza della lussuria verso il suo piccolo nido
squallido: quanto lo eccitava e quanto lo disgustava! Babette si chiamava.
Una parigina, del Marais. Si precipitava in camera sua, la trovava con le
gambe spalancate nella voluttà smodata, le dita che accarezzavano quella
cosina bollente, i fianchi che si sollevavano per incontrare i suoi. Come la
ragazza si preparava ad accogliere il peso del suo piacere… il suo bisogno
che cedeva il posto all’odio, fino a quando lui la immaginava in un pozzo,
nuda e fremente, la lingua felpata che implorava di leccare, succhiare e
inghiottire.
Quale sollievo, dunque, scoprire che la moglie era di tutt’altra pasta. Ma
quanto è asciutta e contratta, quanto deve spingere per farsi strada! Non
riesce a guardarla, convinto, contro ogni logica, di farle un torto. Prova
l’improvviso bisogno di fermarsi, di dichiararle di non aver mai amato
nessuno come ama lei; di dirle ricominciamo. Ma poi si ricorda del padre,
che lo scuoteva quando piangeva per un ginocchio sbucciato. Un uomo che
perde il rispetto una volta lo perde per sempre.
Fa sogni intermittenti e turbati tutta la notte. Mostri che si tramutano in
bambini, bambini in mostri. Le coperte gli si aggrovigliano addosso. La
luce da sotto la porta della moglie lo infastidisce, lo schiocco delle forbici,
il fruscio della colla sulla carta. Si alza prima dell’alba, sente il suono
metallico delle lanterne, i paesani che corrono alla frana, ora che si è
abbassata la marea.
Quando il clangore è ormai svanito, si siede alla scrivania. Comincia la
lettera che ha già elaborato mille volte tra sé, sforzandosi di controllare il
tremito delle dita. Verga prima di tutto l’indirizzo, beandosi della R
arrotondata, del ricciolo con cui compone la S di Society su due righe.
Egregi Signori, scrivo questa mia per dare comunicazione di una
magnifica scoperta, cui, ne sono certo, la Vostra Società sarà sommamente
interessata…
Una volta scritta e sigillata la lettera, si dedica all’unica missiva ricevuta
in tutta la settimana. Come sempre, è farcita delle sciocchezze vegetali del
fratello: tutto un ciarlare di arbusti e germogli, e dell’arboreto dell’Abney
Cemetery che verrà piantato in ordine alfabetico. Margherita ha persino
elencato gli alberi, come se a Victor importasse un fico secco: per ultimo, lo
Zanthoxilum. Sapevi che viene volgarmente chiamato “albero americano
del mal di denti”?
Prende un foglio bianco con il desiderio di scrivere le semplici
gongolanti parole, Ormai sono un grand’uomo, Margherita! La Royal
Society manderà un esperto per ratificare la mia scoperta, e poi comparirà
su tutti i libri di storia. Dei fratelli Crisp, sarò io quello il cui nome
riecheggerà nei secoli a venire! Ma sa che il fratello non se ne curerebbe; la
competizione e il risentimento sono tutti da una parte. L’unica
preoccupazione di Margherita è la sua serra, il vivaio di alberelli ben
catalogati.
Bussano alla porta. Victor apre, aspettandosi per un attimo di vedere il
bambino rosso di capelli. Poi, sotto lo sguardo accigliato di una ragazzina
bruna, ricorda che il piccolo è morto. Batte le palpebre, si sostiene alla
cornice. Ha la testa ovattata, come se una sottile membrana lo separasse dal
resto del mondo.
«Ah, di nuovo aringhe affumicate» esclama con giovialità fasulla,
occhieggiando il vassoio d’argento ammaccato. Le carni sono flosce, con
un’ombra di cancrena, e tre occhi lattiginosi lo fissano. Indica la scrivania.
«Appoggialo lì, per favore».
La ragazzina è sul punto di svignarsela quando lui tende la mano.
«Aspetta» dice, prendendo il portafoglio. Le allunga una mazzetta spessa.
«Il ragazzino che è morto…»
«Wilbur. Mio cugino. L’hanno trovato stamattina». La bambina china il
capo.
«Fantastico!» Si chiede dove l’abbiano deposto. Nella luce del primo
mattino devono averlo trasportato sullo stesso carro, devono avergli grattato
via il fango dal naso e dalle orecchie.
Gli occhi della bambina, già ridotti a fessure e gonfi per il pianto,
sembrano stringersi ancora di più.
«È sicuramente un bene» si affretta a dire lui, «avere un corpo da
seppellire». Tossicchia, premendole le banconote nella mano. «Vorrei
contribuire alle spese. Qualunque cifra. Assoldate dei dolenti che stiano
davanti alla porta. Un funerale grandioso. Dategli un addio degno di un
duca!»
La bambina lo fissa, proteggendo il denaro come fosse una creatura
preziosa. Stringe le dita in un pugno, si ritrae. Victor sente i suoi passi
allontanarsi, dapprima regolari, poi accelerati, martellanti, mentre
attraversano la piccola locanda.
Victor si veste in fretta e percorre la via di furia per andare a trovare la sua
creatura. È una giornata luminosa, gabbiani sparpagliati in giro come
scampoli di merletto. Aleggia un tanfo di meduse in decomposizione, di
alghe rastrellate e lasciate a marcire, i mucchi infestati di mosche ronzanti.
Le bambine scuotono i cestini di unghie del diavolo e vertebre. «Un penny
l’una» gridano, ma Victor le spinge via e prosegue, beffandosi delle loro
inezie. Non avrebbe mai immaginato di dissotterrare quel mostro, la fama
che avrebbe raggiunto. Plesiosaurus V. Crispus. Solleva il batacchio, batte
tre volte. Silenzio. Di colpo è attanagliato dal panico: qualcuno potrebbe
aver rubato la sua bestia, per poi venderla rivendicandone la scoperta. Batte
più forte, il pugno contro il legno. Un fruscio.
«Un po’ di pazienza, amico mio» dice l’uomo. Poi lo guarda. «Vi sentite
bene, signore?»
Victor annuisce, quasi precipitandosi in cantina. Non vede l’ora di
esserle accanto, di toccarle il fianco freddo, di posare il capo sulla sua cassa
toracica scura. Nella penombra distingue poco – le persiane sono chiuse, c’è
una sola candela accesa in un angolo. Caracolla giù per le scale, le mani che
sfiorano i cristalli bianchi. L’acqua gocciola dal soffitto.
«Eccola» ansima. Il bottegaio lo segue con una candela.
Il tipo ha accettato di conservare la creatura in cantina fino… fino a
quando? In alta stagione, ci sarebbero drappelli di illustri scienziati pronti a
dirgli cosa fare, capaci persino di verificare che la sua creatura sia autentica.
Ma Victor non conosce i passi da compiere… può solo aspettare la risposta
della Royal Society e i gentiluomini che verranno sicuramente inviati. Poi,
di questo è certo, sarà organizzato il trasferimento a Londra, dove avrà
inizio il vero lavoro.
Chiede un secchio e una spazzola e, seduto in quella cantina gelida e
asfissiante, comincia a pulire la sua creatura. A strappare il limo antico
dagli spazi tra i denti, a lavare via la sporcizia dal margine rotto del suo
teschio. Prende un martello e stacca dalla colonna vertebrale inutili pezzi di
pietra. L’odore di cordite riempie la stanza, lo scheletro esposto per la prima
volta da migliaia di anni. Le ossa sono scure e lucide, ma lui si ostina a
immergere uno straccio nell’olio e a strofinarle con lenti movimenti
circolari. Non ha mai toccato nessuno con tanta tenerezza e delicatezza.
Ricorda come era rimasto sdraiato accanto a Mabel quella prima notte, il
respiro di lei regolare nel sonno, simile a un ticchettio di orologio. Non
riusciva a credere che gli appartenesse, che fossero uniti per sempre. Aveva
sollevato una mano sopra la sua spalla desiderando attirarla a sé, inalarla e
abbracciarla. Ma conosceva solo la lussuria brutale. Al mattino, la
possedette ancora, sbattendo il proprio corpo nel suo con la forza di un
pistone. Quando finì, si rilassò contro il materasso, cercando di dominare la
vergogna che gli tamburellava dentro.
Nell’arco della giornata, diversi gentiluomini gli fanno visita in cantina.
Scienziati dilettanti, un ragazzo da un giornale locale e un altro da un
periodico di società. Portano calibri e righelli, misurano denti, costole e
pinne. Un uomo concorda sul fatto che si tratti di un tipo di plesiosauro, ma
di una specie mai vista prima. E tutti insieme lo trovano apprezzabilmente
completo. «Quasi» azzarda uno, «come se fosse morto solo da un anno.
Come se si fosse appena scheletrizzato».
Victor annuisce. Per la prima volta in vita sua è a corto di parole.
«Santo cielo, avete freddo?» chiede l’uomo. «State tremando».
«È sufficientemente al caldo» risponde lui, il sudore che gli gocciola
dalla punta del naso.
Una risata. «Divertente». Poi, «Signore? Signor Crisp? I vostri denti.
Battono».
Lui sobbalza. Non stava affatto scherzando: aveva veramente creduto
che l’uomo si riferisse alla sua creatura. A quel punto si rende conto che il
clic ripetuto proviene dai suoi denti, che gli duole la gola. Prova l’impulso
irresistibile di strisciare sul tavolo e rannicchiarsi accanto alla sua bestia.
«Signore?»
Le voci si affievoliscono. Lui torna a contemplarlo. A contemplare il suo
Plesiosaurus V. Crispus. Il nome gli pare troppo generico. Ci vuole
qualcosa per personalizzarlo, un nomignolo. Gli viene da dire Wilbur, ma
non ricorda dove lo abbia già sentito. Poi Victor sobbalza, portandosi la
mano alla bocca. Come ha fatto a non accorgersene prima? Il teschio è
piccolo come quello di un bambino, con sopra dei filamenti di ferro sparsi
come capelli rossi… ha le mani, le dita minuscole di un bambino! La pelle,
rosa pallido e…
«Che succede mai?» L’uomo gli sfiora la manica. «Signor Crisp…»
«Il teschio» mormora lui, «è come quello di un bambino…»
Vede che l’uomo si ritrae, lisciandosi il vestito. Raccoglie i calibri e gli si
rivolge con cautela. «Il teschio» dice, con voce sorprendentemente
monocorde, «ha la forma di quello di un coccodrillo. La parte anteriore è
triangolare e smussata. Le finestre temporali sono più strette in questo
esemplare che negli altri già scoperti, e le ossa palatine sono spesse. C’è
ben poco» tossicchia, «si potrebbe dire nulla, che ricordi anche vagamente
il cranio di un giovane homo sapiens».
Victor annuisce. Il fiato gli si blocca nei polmoni mentre si sforza di non
cadere in avanti. «Sì. Ora me ne rendo conto» ansima. «Mi sono sbagliato».
Si sente come uno scolaretto che abbia ricevuto un rimprovero. Passa le dita
sulla forma scavata, cercando di allontanare l’immagine dei due incisivi
mancanti, dei denti permanenti posti subito sopra, in attesa di spuntare.
«Arriveranno presto?» mormora Victor.
«Chi?»
Non riconosce la voce.
«La Royal… Society». Viene interrotto da un accesso di tosse, rantoli
brevi dragati dal profondo. È imprigionato al chiuso, schiacciato dal peso di
spesse coperte e tendaggi del colore della carne. Ricorda vagamente gli
uomini che lo hanno riportato dalla bottega, le braccia spigolose sotto le sue
ascelle. Si sente intrappolato sott’acqua, le membra di piombo, come quelle
di un marinaio che annega. Ogni boccata d’aria è uno sforzo. Le braccia
sono pesanti come pagaie.
«Riposate». Di nuovo quella voce. Apre gli occhi. La ragazzina bruna si
sofferma un attimo e se ne va.
«Aspetta…» balbetta lui, troppo tardi.
Pensa alla voce di Mabel a cena, gli occhi che evitavano i suoi.
Perché gli uomini non riescono a lasciare le cose al loro posto? Perché
devono sempre estrarle e…
Questo dovrebbe essere il momento in cui lui emerge alla luce del sole,
con Mabel al braccio. Il momento in cui viene invitato nelle case
importanti, alle cene, ai pranzi, ai picnic sulla costa. La vista gli si annebbia
e le lacrime gli inondano gli occhi. «Mabel» mormora, ma non incontra il
tepore di una mano, nessuna spugna gli tampona la fronte. Dov’è? Perché
non è al suo capezzale? La porta della stanzetta adiacente è aperta. Gli
manca persino lo scatto delle forbici.
Quando il sole splende terso, viene svegliato da un forte lamento e si
sforza di sollevarsi a sedere. Non sopporta di stare ai margini della vita:
deve vedere cosa succede. Il mondo chiama. Invece, si concentra su una
brocca di metallo scintillante sul comodino. È liscia e fredda al tatto, una
mosca morta galleggia sull’acqua. Fa una smorfia, ne beve un gran sorso,
poi ricomincia a tossire. Qualcuno ha riappeso alla parete il dipinto della
selkie.
In un primo momento teme che alzandosi sverrà, ma poi riesce a
barcollare fino alla scrivania davanti alla finestra. Di sotto, un grande carro
funebre attraversa la città. Piume di struzzo ondeggiano sulla testa dei
cavalli neri. La carrozza è addobbata di crespo nero arricciato e nastri. Poi
un corteo di paesani. Pescivendole con le mani squamose e brillanti.
Cuoche con le guance rubizze e i grembiuli macchiati di minestra.
Maggiordomi e valletti con le livree lise. Tutta la città segue il funerale del
bambino.
Ci sono anche i dolenti, come ha disposto lui, le bocche atteggiate in
espressioni di austera compassione, abiti scuri e ben abbottonati. Ognuno
tiene in mano una bacchetta. Un’immagine stridente: in una magione di
Mayfair sarebbero stati adeguati. Ma qui, in questa via sbilenca, sono
decisamente fuori luogo.
Quanto tempo è passato, si chiede, dal ritrovamento del bambino? Un
giorno? Due, tre? Si figura un gentiluomo della Royal Society che arrivasse
in città e assistesse a un simile corteo. Cosa penserebbe? Questo spettacolo
– questo circo – non potrebbe che distrarre dalla sua creatura. Il sospetto si
trasforma in fredda certezza. Vogliono collegare il ragazzino al mostro,
elucubra, fino a quando non si potrà pensare alla sua grande scoperta senza
ricordare tristemente la morte di un bambino, con il vivo dolore di una città
in lutto. Se ne sta lì, gli sbuffi rabbiosi che appannano il vetro, dimentico
del fatto che questo funerale è stato una sua idea: pensa solo al suo
plesiosauro che riposa nella cantina umida, sentendosi sempre più eclissato.
E allora Victor capisce che lui e la sua creatura devono andarsene da questa
città. Non può più aspettare la lettera della Royal Society o un gentiluomo
che non si sa se arriverà mai. Porterà loro il mostro: si organizzerà affinché
venga trasferito a bordo della Unity quel pomeriggio stesso, depositato nella
stiva della nave, assicurato con delle corde. E se cercheranno di
impedirglielo – se chiederanno che la creatura venga ripulita, lucidata, e che
ne sia fatto uno stampo in argilla prima di spostarla –, ebbene è roba sua e
lui può farne ciò che vuole.
In strada, il sudore gli gronda lungo la schiena, sulle guance. Il mondo
beccheggia da mal di mare. Attorno a lui, sente dei mormorii. Una donna si
ritira in un androne. La bambina che vende fossili scappa appena lo vede.
Lui tossisce catarro denso nel fazzoletto.
Nessuno lo guarda, tutti fingono di non vederlo, come se fosse un
assassino, un mostro, come se la morte del bambino fosse dipesa da lui!
Mentre inciampa su un ciottolo irregolare e recupera l’equilibrio, gli pare di
scorgere un ciuffo di capelli rossi alle sue spalle. Compie una giravolta. La
bambina con la bambola di stinco di manzo lo fissa con occhi scuri e vuoti.
Domani, si dice, accelerando il passo, sarà partito. Domani sarà in
carrozza con Mabel, le redini che schioccano, i cavalli che nitriscono, la
distanza tra lui e quel posto dimenticato da Dio sempre più grande. Mentre
aspetta che il bottegaio gli apra, si gira a guardare il mare, le onde che
danzano tra minuscoli spilli di luce. Le cabine da bagno vengono spinte
dentro e fuori dall’acqua. Scorge il locandiere che pagaia vicino alla riva
nel tentativo di indurre una donna a scendere i gradini. La schizza mentre
lei si immerge, e ride. La attira a sé e la bacia, segni lievi e dolci sulla
spalla. Victor sorride. Per un attimo, l’ha colpito la somiglianza tra la
ragazza e sua moglie: i capelli castani lucidi, le movenze aggraziate.
«Ditemi?» fa il bottegaio.
Victor si gira. «Ho bisogno che facciate dei preparativi con una certa
urgenza. La creatura salperà con la Unity di oggi».
«Oggi?»
«Vi pagherò profumatamente».
In cantina, abbaia ordini con una sicurezza che non prova. Vengono
assoldati altri operai, uomini rozzi, capaci di sollevare e trasportare. Si
stringono la mano, si scambiano occhiate, ma obbediscono. Lui osserva
tutto, troppo sfinito per essere d’aiuto, maledicendoli quando maneggiano
bruscamente la sua creatura. Si figura l’insorgenza di ematomi dove le loro
dita afferrano e stringono, il mostro che trattiene il respiro quando gli
fratturano le costole. Il sudario è di lino nuovo, la bara una cassa di legno.
A quell’ora ormai il bambino sarà stato sepolto nel cimitero della chiesa.
A Londra, non permetterà a nessuno di aprire la cassa prima del suo
arrivo. Sfilerà ogni chiodo, solleverà le assi di legno. Toglierà il tessuto
soffice. La stanza in cui opererà sarà decorata, avrà un soffitto a volta, al
suo fianco ci saranno dei gentiluomini. In alto lo sfavillio di un lampadario.
Saranno lontanissimi da questa cantina umida; lontanissimi da questa
piccola città sbilenca, dalla morte del bambino che si annida in ogni
anfratto. Il suo mostro sarà incivilito. Catalogato, classificato, controllato.
Tutto sarà nuovamente domato, come un toro selvaggio tagliuzzato in
cotolette rosa.
Dicono che è troppo debole per partire, che la febbre è ancora troppo alta.
Che sarebbe una follia intraprendere un lungo viaggio quando è ancora
tanto malato. Dicono che ha bisogno di una settimana a letto, forse di più,
che spesso è in preda al delirio, benché nei momenti di lucidità lui non ne
sia consapevole. Liquida i medici con un gesto della mano. La tosse lo
scuote per tutta la notte. Si acciambella tra le lenzuola umide come un
gambero, come un bambino in preghiera. Il sonno è furtivo, gli striscia
addosso, si ritrae di scatto. Quando l’orologio del villaggio batte le due,
Victor è sicuro di sentire dei passi vicini: piedi nudi che calpestano le tavole
di legno. Allontana la sensazione dalla mente e cerca di dormire. Al
mattino, si dice, lui e Mabel saranno in carrozza. Saranno partiti. Londra
sarà il loro nuovo inizio.
Uno schianto improvviso. Respiri affannati. Scricchiolii.
Victor si solleva a sedere. I brividi gli fanno battere i denti. Ricorda il
bambino rosso di capelli il giorno del loro arrivo, l’espressione austera
mentre parlava dei fantasmi.
Gli ansiti lievi della foca. Lo schiocco delle pinne.
Ed eccolo, ha, ha, il suono di cui era stato avvisato. Quando guarda il
dipinto della selkie, Victor giurerebbe di vederle uno scintillio negli occhi,
la pelle della gola che comincia a squamarsi.
Si alza in piedi a fatica. Il suono pare arrivare dalla stanza adiacente. La
camicia da notte gli fruscia contro le gambe. Il fuoco è ancora acceso e lui
afferra l’attizzatoio e si dirige verso la camera di Mabel. I cardini sono
oliati, la porta non cigola.
In un primo momento non capisce ciò che scorge dallo spiraglio. Una
candela tremola. La bocca aperta della moglie, luccicante, gli occhi serrati.
Le sfugge un lieve lamento. E poi la vede: una creatura che si muove
all’altezza dei suoi fianchi. Le gambe di lei spalancate. Una bocca che
banchetta, le dita di lei che ghermiscono la pelliccia scura. Si rende conto
che si tratta del locandiere, con la testa premuta contro la cosa della moglie,
intento a leccare. Le donne diaboliche che volteggiano nelle xilografie…
Babette dal corpo serico e fremente…
Ricorda la prima volta in cui ha sfiorato la mano di Mabel – minuta,
pallida, infantile! – e l’ansito di lei, apparentemente turbata da tanta
intimità.
Questa non può essere sua moglie, si dice, ma conosce la fossetta sul
mento, la bocca morbida e imbronciata. Sa cosa vede e sa anche ciò che ha
visto prima – sua moglie in mare che rideva con questa… questa creatura.
Un altro uomo irromperebbe nella stanza, afferrerebbe il locandiere per il
collo, getterebbe la moglie in strada. Ma Victor si sente schiacciato,
derelitto. È quasi strozzato dall’improvviso bisogno di piangere. Barcolla
indietro, sul punto di inciampare. Sulla scrivania trova l’album. Con quale
orgoglio lei glieli mostrava! Quei cagnolini da grembo, e gli spaniel che
amava ritagliare! Lui le mandava infinite cartoline con terrier e levrieri
irlandesi, sapendo di farle piacere.
Accende una candela, sfoglia le pagine spesse. Verso la fine dell’album
vede delle creature ibride, animali tagliuzzati. Mostri. Batte le palpebre,
convinto che la vista lo stia ingannando. La zampa di un gattino, il becco di
un pollo, la coda di un cane, le estremità palmate di un’anatra. Tutti
incollati insieme. Chiude l’album di schianto, il respiro affannato. Com’è
possibile che sia tanto diversa da quel che credeva, tanto squilibrata? È
questa città umida e abietta che le si sta lentamente insinuando dentro,
facendola ammalare?
I suoni si fanno più forti, l’inconfondibile tonfo di due corpi che sbattono
l’uno contro l’altro. Fottono, senza preoccuparsi di chi possa sentirli! Lo ha,
ha di lei aumenta: un suono che non avrebbe mai pensato potesse uscire da
quella gola delicata. Victor afferra il dipinto e lo lancia all’altro capo della
stanza, restando a guardare il vetro che si infrange, il piede che gli
sanguina, colpito da una scheggia. Indietreggia, comincia a correre. Fuori,
giù per le scale, oltre il retrocucina con le falci appese. I piedi nudi
picchiano sul marciapiede. Finalmente sente fresco. La camicia da notte gli
sfrega addosso. Le strade sono deserte. Sopra di lui, la luna si fa tagliente.
Uscito di senno, pensa; tuttavia, questa sembra la cosa giusta, la sola che lui
possa fare.
La chiesa è piccola, il cimitero poco più grande di un giardino. Pensa ai
grandi Valhalla in cui il fratello pianterà alberi: Highgate, Abney Park e
Brompton; i viali egizi, le cripte, le tombe intagliate sui pendii, i sentieri
larghi su cui girano le carrozze.
Vede che il terreno è fresco, raccolto in un cumulo. Non c’è ancora la
lapide. Si inginocchia come un cane, la terra che gli vola alle spalle, e
scava, scava, scava. È guidato dall’istinto, dalla certezza della necessità del
suo gesto, della sua adeguatezza. Le mani sono tagliate e doloranti,
un’unghia quasi staccata. I minuti passano in fretta, le lapidi lo circondano
come file di denti marci. Solo il suono della terra setacciata.
Poi la mano lo urta. Nessuna cassa. A malapena coperto da un lenzuolo
sporco. Quando tocca il piede morbido del bambino, sente una pinna dura.
Tra quelle fasce, la clavicola del bambino è un osso liscio. Victor comincia
a gemere, a dipanare, a lottare. È sicuro che nella stiva della nave che
costeggia il Sud del paese ci sia il corpo di un bambino. Arriverà a Londra
in pompa magna; la cassa verrà aperta e al suo interno troveranno un
ragazzino rosso di capelli. Tutta la città riderà di lui. La Royal Society lo
metterà alla berlina. Verrà schernito su «Punch», la sua vita ridotta a una
barzelletta…
Il mondo si offusca attraverso le lacrime. La moglie trasformata in
demonio. La grande scoperta rovinata. L’unica cosa rimasta tale e quale è la
sua vita patetica e meschina. Raccoglie la creatura, la stringe tra le mani.
Bacia la testa del bambino (il teschio allungato, pensa), le sue mani (le
piccole pinne). È così minuto tra le sue braccia, così umido, sporco di terra:
non si spiega come la pietra possa essere tanto soffice, tanto leggera. Per la
mente non gli passano altre possibilità. Barcolla verso la scogliera, verso il
suono sciabordante delle onde. I piedi si squarciano sui rovi. Le ortiche gli
graffiano le gambe. Procede zoppicando, sa solo che deve tornare in mare,
che solo in mare quegli ultimi giorni verranno cancellati.
Perché gli uomini non riescono a lasciare le cose al loro posto?
Foche che diventano donne. Donne che diventano foche.
Non ha amato mai nessuno come ama Mabel. Tutta la sua vita, tutti i
suoi affetti sono stati recisi sul nascere. Il padre che lo schiaffeggiava
quando lui cercava di abbracciarlo a quattro anni. La madre che lo
allontanava con la bocca stretta e corrugata. Lo scherno e la derisione, le
uniche vie che conoscesse per comunicare con il fratello. Caro Margherita,
perso tra i fiori.
In cima alla scogliera il vento è feroce, gli morde la pelle delle guance, le
gambe nude. Sotto di lui, le fauci dell’oceano aspettano, la lingua che
schiocca avanti e indietro sulle rocce. Victor si lancia in avanti, scivolando
e slittando sulla terra bagnata, le dita strette ai soffici capelli rossi della
creatura, le sue labbra livide e fredde. Una pietra ruzzola sotto i suoi piedi e
lui vola, le braccia spalancate. Le gambe che pedalano nel vuoto. Negli
attimi che precedono l’impatto con la spiaggia di ciottoli, lui e il bambino
morto si librano e Victor prova un’euforia assoluta, la sensazione che debba
finire proprio così.
Gli autori
Bridget Collins, autrice premiata per i numerosi romanzi per ragazzi e i due per adulti, The Binding,
pubblicato in Italia da Garzanti con il titolo di Il rilegatore, e The Betrayals. The Binding è entrato
nella classifica dei dieci libri più letti del Sunday Times, è stato candidato a diversi premi, tra i quali il
Waterstones Book of the Year, ed è stata in testa alla classifica delle opere prime del 2019.
Imogen Hermes Gowar è l’autrice di The Mermaid and Mrs Hancock, pubblicato in Italia da Einaudi
con il titolo di La sirena e Mrs Hancock, incoronato best seller dal Sunday Times e vincitore del Betty
Trask Award, nonché, tra gli altri premi, candidato al Women’s Prize e al MsLexia First Novel Prize.
Vive e scrive a Bristol.
Natasha Pulley è l’autrice di quattro romanzi inseriti nella classifica dei libri più venduti del Sunday
Times: The Watchmaker of Filigree Street, pubblicato in Italia da Bompiani con il titolo di
L’orologiaio di Filigree Street, The Bedlam Stacks, pubblicato in Italia da Bompiani con il titolo di
Le torri di vetro, The Lost Future of Pepperharrow e The Kingdoms. Il suo romanzo d’esordio ha
vinto il Betty Trask Award ed è stato un successo internazionale. Vive a Bristol, dove insegna
scrittura creativa.
Jess Kidd è cresciuta a Londra in una famiglia numerosa proveniente dalla contea di Mayo ed è
l’autrice di tre romanzi premiati: Himself, pubblicato in Italia da Bompiani con il titolo di Lascia dire
alle ombre, The Hoarder, pubblicato in Italia da Bompiani con il titolo di La follia dei Flood, e
Things in Jars. Nel 2016 ha vinto il Costa Short Story Award e nel 2021 ha pubblicato il suo primo
libro per bambini, Everyday Magic. Il suo quarto romanzo uscirà nel 2022.
Laura Purcell, ex libraia, è autrice di successo di romanzi gotici. La sua opera prima, The Silent
Companions, pubblicato in Italia da DEA Planeta Libri con il titolo di Gli amici silenziosi, è stato
selezionato da Zoe Ball e dal BBC Radio 2 Book Club; inoltre, ha vinto il WHSmith Thumping
Good Read Award. Vive a Colchester con il marito e i suoi porcellini d’India.
Andrew Michael Hurley è l’autore di successo di tre romanzi: The Loney, pubblicato in Italia da
Bompiani con il titolo di Loney, Devil’s Day, pubblicato in Italia da Bompiani con il titolo di Il
giorno del diavolo, e Starve Acre. The Loney ha vinto il Costa First Novel Award, è stato Book of the
Year per i British Book Awards nel 2016 ed è stato definito un classico moderno dal Sunday
Telegraph. Vive e scrive nel Lancashire.
Kiran Millwood Hargrave è una poetessa, drammaturga e autrice di diversi libri di successo per
bambini e per ragazzi. Il suo primo romanzo per adulti, The Mercies, pubblicato in Italia da Neri
Pozza con il titolo di Vardø. Dopo la tempesta, è stato tra i libri più venduti secondo la classifica del
Sunday Times e ha ricevuto il Betty Trask Award. Vive a Oxford con il marito, il pittore Tom de
Freston, e le loro gatte adottate, Luna e Marly.
Elizabeth Macneal è autrice di due romanzi inseriti nella classifica dei libri più venduti del Sunday
Times: The Doll Factory, pubblicato in Italia da Einaudi con il titolo di La fabbrica delle bambole,
vincitore nel 2018 del Caledonia Novel Award e tradotto in ventinove lingue, e Circus of Wonders. È
anche ceramista e vive a Londra con la famiglia.
Indice
Uno studio in bianco e nero – Bridget Collins
L’inquilina di casa Thwaite – Imogen Hermes Gowar
I cantori delle anguille – Natasha Pulley
Lily Wilt. Ovvero, del giglio appassito – Jess Kidd
La sedia di Chillingham – Laura Purcell
Sempreverdi di Natale – Andrew Michael Hurley
Isolamento – Kiran Millwood Hargrave
Mostro – Elizabeth Macneal
Se vi è piaciuto Natale con i fantasmi di Aa.Vv.,
vi consigliamo di non perdere
Claire Evans
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