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                    FONDAZIONE GUGLIELMO CASTELLI
30
LELLIA RUGGINI
ECONOMIA E SOCIETÀ
NELL’«ITALIA ANNONARIA»
RAPPORTI FRA AGRICOLTURA E COMMERCIO
DAL IV AL VI SECOLO d. C.
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MILANO - DOTT. A. GIUFFRÈ
EDITORE - 1961


Casa Editrice Dott. ANTONINO GIUFpRÈ - Milano =SÇ= COLLANA DELLA "FONDAZIONE G. CASTELLI 1. G. Castelli, Scritti giuridici, a cura di E. Albertario con prefazione di P. Bonfante, 1923, in 8°, pg. XII-265 (esaurito). 2. Nobushige Hozumi, Il culto degli antenati e il diritto giapponese, tra¬ duzione, prefazione e note di G. Castelli, a cura di E. Albertario e P. De Francisci, 1923, in 8°, pg. 131 (esaurito). 3. Inscriptiones gràecae Siciliae et infimae Italiae ad ius pertinentes, edd. et comm. instr. V. Arangio-Ruiz et A. Olivieri, 1925, in 8°, pg. XII-295 cum 9 tab. (esaurito). 4. A. Guabneìu Citati, Indice delle parole frasi e costrutti ritenuti indizio di interpolazione nei testi giuridici romani, 1927, in 8°, pg. XII-92 (esaurito). 5. Opere di Contardo Ferrini : Vol. I, Studi di diritto romano bizantino, a cura di V. Arangio-Ruiz, con prefazione di Pietro Bonfante, 1929, in 8°, pg. XIV-492 (esaurito). Vol. II, Studi sulle fonti del diritto romano, a cura di E. Albertario, 1929, in 8°, pg. 538 (esaurito). Vol. Ili, Studi varii di diritto romano e moderno (Obbligazioni, Negozio giuridico, Presunzioni), a cura di E. Albertario, 1929, in 8°, pg. 501 (esaurito). Vol. IV, Studi varii di diritto romano e moderno (Diritti reali e di succes¬ sione), a cura di P. Ciapessoni, 1930, in 8°, pg. 490 (esaurito). Vol. V, Studi varii di diritto romano e moderno (Diritto pubblico, ecc.), a cura di V. Arangio-Ruiz, 1930, in 8°, pg. 536, con indice analitico e indice delle fonti (esaurito). 6. G. Nicoolini, Il tribunato della plebe, 1932, in 8°, pg. XII1-203 (esaurito). 7. G. Nicoolini, 7 fasti dei tribuni della plebe, 1934, in 8°, pg. XVI-590 con indice delle fonti, L. 1650. 8. G. I. Luzzatto, Per un*ipotesi sulle origini e la natura delle obbligazioni i orna ne, 1934, in 8°, pg. 288, con indice delle fonti, L. 1200. 9. E. Carrelli, L’acquisto della propriété, per « litis aestimatio » nel processo civile romano, 1934, in 8°, pg. 135, con Ìndice delle fonti, L. 1000. (Segue a pag. 3 della copertina)
FONDAZIONE GUGLIELMO CASTELLI 30 LELLIA RUGGINI V ECONOMIA E SOCIETÀ NELL’ « ITALIA ANNONARIA » RAPPORTI FRA AGRICOLTURA E COMMERCIO DAL IV AL VI SECOLO d. C. AG MILANO - DOTT. A. GIUFFRÈ - EDITORE - 1961
* TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI (1961) Soc. Tip. «Multa Paucis» - Varese, Via G. Gozzi, 29
Alla Mamma
SOMMARIO pag. Introduzione . . 1 Parte Prima L’ETÀ* AMBROSIANA Premessa : Interdipendenza del fattore commerciale e del fattore agricolo 19 La pulchritudo iungendi e la vitalità delle campagne 23 Il Vicariato d’Italia e la prestazione -dell’annona vinaria per l’Urbe: segni di difficoltà tributarie 35 L’aggravarsi della crisi negli ultimi anni del IV secolo: oliganthropia nelle campagne e temporaneo declino di alcuni centri urbani nella Cispadana 56 Speculazioni agricole nell’Italia Annonaria : la Corte e il corpus merca¬ torum Mediolanensium 84 I Cisalpini e il mercato frumentario romano: rustici, proprietari o ne¬ gotiatores? Un falso problema 112 Conclusione: Rapporti commerciali fra l’Urbe e l’Italia Annonaria . . 147 Appendice I : Le carestie d’Italia dall’inizio del IV alla metà del V secolo 152 Appendice II : Variazioni di valore e fortuna delle diverse colture nel¬ l’agronomia e nella pratica 176 Appendice III: I presupposti storico-economici delle contese per 1’elezione del successore di Limenio a Vercelli (396 d. C.) 184 Appendice IV : Il pensiero economico dei Padri della Chiesa a proposito dell’usura 190 « Parte Seconda DAI GOTI Al LONGOBARDI Premessa 205 Le difficoltà dell’annona militare in Provenza tra il 508 e il 511 e le coemptiones presso i mercanti 207 Identificazione parziale della categoria dei mercatores con quella dei pos¬ sessores 222 Abusi e speculazioni degli scrinia prefettizi nella prassi della coemptio . 232 Un parallelo di età gregoriana 238 L’apporto delle varie province italiche all’annona provenzale, tra il 508 e il 511 262
vin Economia e società nell’altaiiß Annonaria » pag. L’Italia Settentrionale fra il 507 e il 511, e le speculazioni dei mercatores frumenti nei distretti risparmiati dalle vicende belliche . . . . 276 Le province meridionali d’Italia fra il 523 e il 527: il loro progressivo isolamento economico e la parallela ricomparsa d’altri speculatori provinciali non identificati sul mercato frumentario dell’Urbe . . 296 L’accentuarsi della depressione economica nelle province meridionali : l’annona Urbis fra il 533 e la prima occupazione bizantina . . . 311 Le successive crisi alimentari nella Liguria e nelle Venetiae fra il 534 e il 537 321 La scomparsa degli emptores peregrini di frumento sul mercato istriano nel 537 . . . 341 L’economia d’Italia nella prima metà del VI secolo 349 Considerazioni sul dislivello dei prezzi nei secoli IV, V e VI, in tempi normali e in periodo di annona cara 360 Fra Goti e Longobardi: vicende della proprietà fondiaria e condizioni ge¬ nerali dell’economia e della società 406 Appendice I : Schema geografìco-cronologico delle crisi alimentari in Italia dalla discesa di Attila alla fine della guerra gotica . . . 466 Appendice II : Scorcio della situazione alimentare in Italia dalla fine della guerra gotica ai primi anni del regno longobardo .... 478 Appendice III : Colture, superfìci e prezzi di fondi nelle chartae longobar¬ de riguardanti l’Italia Settentrionale 490 Conclusione ... 511 NOTE COMPLEMENTARI a) Tracce archeologiche di vici in età tarda 527 b) Caratteristiche costruzioni rustiche nella campagna emiliana . . 530 c) Opere tarde di ricostruzione e difesa nelle varie città deU’Italia Set¬ tentrionale (inventario dei principali materiali pubblicati) . . . 533 d) Testimonianze letterarie sulla produzione vinicola dell’Italia Setten¬ trionale in età tarda . . 534 e) Principali vicende politiche e militari che ebbero per teatro l’Italia Settentrionale dall’inizio del IV alla fine del V secolo 536 f) Teorie vecchie e nuove sul prezzo dell’oro nell’Editto di Diocleziano 544 g) La riorganizzazione della flotta teodericiana nel 525-526 .... 548 h) Elenco delle attività artigianali e commerciali controllate dallo Stato durante l’età gotica 552 i) Specchio cronologico delle Variae di Cassiodoro citate .... 553 l) Documenti sulla proprietà fondiaria nelle province centro-meridio¬ nali d’Italia nel V-VI secolo 558 m) Prezzi di schiavi rustici dal I al IV secolo, in rapporto ai prezzi dei terreni 563 Bibliografìa (autori moderni più volte citati) . 567 Indice delle fonti . 617 Indice dei nomi e delle cose notevoli . . 641
INTRODUZIONE * Nel IV secolo d.C. Y Italia Annonaria· — comprendente le cinque province de\V Aemilia et Liguria, Alpes Cottiae, Raetia, Venetia et Histria, Flaminia et Picenum Annonarium1 — venne a trovarsi in una situazione particolare e di grande significato per la storia di tutto l’Occidente: uscita dal precedente, più * Questo studio presenta alcuni risultati di ricerche iniziate nel 1953- 1954 — allorché il Prof. Plinio Fraccaro mi suggerì come tema di laurea una indagine sugli spunti economici e sociali nelle opere di S. Ambrogio — e suc¬ cessivamente sviluppate con intendimenti più larghi e approfonditi nel 1954-1955, come borsista all’Istituto di Studi Storici « Benedetto Croce » di Napoli, nel 1956, come borsista all’Ecole des Hautes Etudes di Parigi, nel 1956-1957 come Fulbright all’Accademia Americana in Roma, nel 1958-1961 come assistente presso l’Istituto di Storia Antica dell’Università di Pavia. È per me un vivo piacere ringraziare tutte queste Istituzioni, che con la loro assistenza mi hanno con¬ sentito di compiere ampie ricerche e di presentarne qui una parte dei risultati. Vorrei inoltre esprimere la mia gratitudine al Centro di Studi Altomedievali di Spoleto, che con tre borse di studio mi ha permesso di partecipare a Setti¬ mane che mi sono state feconde di spunti, di metodi e di contatti con specia¬ listi nelle diverse discipline. Benché non mi sia qui possibile ricordare tutti coloro che mi hanno aiu¬ tata con suggerimenti ed informazioni sui singoli punti del mio lavoro, vorrei particolarmente ringraziare, oltre agli indimenticabili Maestri Plinio Fraccaro e Federico Chabod, da poco scomparsi, i Proff. A. Chastagnol, P. De Francisci, E. Gabba, L. Lenti, G. Lombardi, G. Pugliese Carratelli, G. Susini, G. Tibiletti, C. Molante, G. Vismara. Un vivo ringraziamento vada anche al Geom. P. Risarò di Sartirana Lo- meliina, che mi fu di valido aiuto in alcuni laboriosi calcoli e nel disegno dei grafici ; alla Mamma e alla Zia (Prof. M. Cerini), coraggiose correttrici di bozze, un motivo in più di affetto e di gratitudine. 1 Nella ripartizione geografica ci si è qui basati, per maggiore sempli¬ cità. sulla divisione provinciale prevalente nel IV secolo, poiché troppo lungo sarebbe stato seguire gli innumerevoli rimaneggiamenti amministrativi delle province nel corso del IV, V e VI secolo (sui dati cronologico-geografici di queste ripartizioni successive gli studiosi sono, inoltre, tutt’altro che d’accordo). Benché non si possano ricostruire con assoluta esattezza i confini delle singole province nel nuovo ordinamento dioclezianeo-costantiniano, si sa però con cer- 1. L. Ruggini
2 Economia e società nell’« Italia Annonaria » angusto ambito, nel volgere di pochi decenni fu vista infatti tra¬ sformarsi in uno dei centri di gravità del nuovo Stato burocra¬ tizzato post-dioclezianeo, e divenire per quasi due secoli la resi¬ denza pressoché stabile degli Imperatori e delle truppe palatine e comitatensi al loro seguito. Attorno alla crisi dell’Impero nei secoli IV e V si è trava¬ gliata la riflessione storiografica dall’Umanesimo in poi, per cogliere i modi del processo, attraverso il quale l’antica civiltà cedette a poco a poco il passo alla cultura e alle istituzioni del tezza che, alla fine del III secolo, VAemilia et Liguria comprendeva la IX re¬ gione augustea, nonché tutta la parte deirVIII che non faceva parte della Flaminia et Picenum Annonarium (che arrivava sino a Ravenna e alle foci del Po lungo la costa adriatica), mentre ΓΧΙ regione costituiva la provincia (o regio, nel linguaggio strettamente burocratico) Transpadana (cfr. R. Thom¬ sen, The Italie Regions from Augustus to the Lombard Invasion, Classica et Mediaevalia Dissert., IV, Copenaghen 1947, tav. 4 pag. 336 [nel 275 d. C.]). Ma già agli inizi del IV secolo, e comunque prima del 370, anche la Transpadana entrava a far parte de\V Aemilia et Liguria (cfr. Thomsen, o. c., tav. 5 pag. 337 [nel 375 d. C.]). Verso il 385-391 VAemilia si staccò, costituendo una provincia a sé stante, e tale rimanendo anche sotto gli Ostrogoti (cfr. J. B. Bury, The Provincial List of Verona, J.R.8. XIII [1923], pagg. 127-151 e partie. 149; vd. inoltre Thomsen, o. c., tav. 6 pag. 338 [nel 420 d. C.]). In un’epoca posteriore alla redazione della N.D.O. la provincia della Liguria (che comprendeva ora la IX e XI regione augustee) si divise in due parti: mentre ΓΧΙ regione man¬ teneva il nome di Liguria, la IX si univa con la provincia delle Alpes Cottiae, che diede il nome a questo nuovo nucleo provinciale (cfr. Thomsen, o. c., tav. 7 pag. 339 [nel 560 d. C.]). La provincia della Venetia et Histria corrispose invece sempre alla X regione augustea. Poiché questi mutamenti debbono attribuirsi più a ragioni di carattere burocratico e militare che non economico, e poiché i limiti delle diverse pro¬ vince (pur tendendo a spostarsi sempre più a sud la linea di demarcazione fra Vicariato Urbicario e Vicariato Annonario, con l’aumentare dell’importanza politica di quest’ultimo come sede stabile della Corte, nel corso del IV secolo) continuarono generalmente a coincidere con quelli naturali fissati dall’antica ri- partizione augustea, a buon diritto può dunque dirsi che nulla, in questi secoli, venne sostanzialmente a turbare l’unità etnico-economica deWItalia Annonaria (cfr. C. Juhlian, Les transformations politiques de l’Italie sous les empereurs romains, Paris 1883, pagg. 191 sgg. ; F. Gabotto, Storia dell’Italia Occidentale nel Medio Evo [395-1313], «Bibl. della Soc. Stör. Subalp. » 51-52, Pinerolo 1911, Ii» pagg. 1 sgg.; P. Vaccari, Studi sull’Europa precarolingia e carolingia, Ve¬ rona 1956, pagg. 1-36 ; etc. ; si vedano, inoltre, le osservazioni fatte a pagg. 285- 287, a proposito del termine Italia). Con Vitalia Annonaria è qui considerata Ravenna, che ne fece idealmente parte costante (in senso economico, militare e politico), anche se la città, dopo avere appartenuto alla provincia de\V Aemilia et Liguria almeno fino al 354 (o
Introduzione 3 Medio Evo, mentre la primitiva unità mediterranea si dissolveva con l’approfondirsi della scissione fra Pars Orientis e Pars Oc¬ cidentis dell’Impero, e quest’ultima si trasformava gradatamente in un sistema di regna romano-barbarici. Nella fase culminante di tale evoluzione, fu proprio l’Italia Settentrionale uno dei punti nevralgici di saldatura e, al tempo stesso, di « scontro », fra due mondi che cominciavano allora a dare i primi sintomi di diffe¬ renziazione in entità geograficamente, culturalmente ed econo¬ micamente distinte : da una parte l’Occidente, volto sempre più 356: cfr. C. Th. XI, 1, 6, cit. a pagg. 44-45), passò alla Flaminia et Picenum (dipendenti dal Vicariato di Roma) nella seconda metà del secolo IV, poi alla Aemilia fra il 395 e il 398 (cfr. C.I.L. VI, 1715 = I.L.S. 1274), quindi alla Flaminia nel 398 (cfr. Lat. Pol. Silv. pag. 535 ed. Th. Mommsen, M.G.H., A- A. IX. 2, Berlin 1892: la Flaminia, staccandosi dal Piceno, tornò a far parte delle regioni annonarie, mentre il Piceno, tosto a sua -volta smembratosi in Valeria e Picenum propriamente detto, continuò a fare parte delle regioni suburbicarie), e infine alla Flaminia et Picenum Annonarium dopo il 402 (almeno fino all’epoca di redazione della Notitia Dignitatum, che il Bury, con persuasive argomentazioni, pone fra il 428 e il 430 d. C. : cfr. J. B. Bury, The Notitia Dignitatum, J.R.8. X [1920], pagg. 131-154); più tardi, fra il 565-570, il distretto di Ravenna risulterà tornato sotto il controllo dei magistrati delle regioni suburbicarie (cfr. J. O. Tjader, Die nichtliterarischen lateinischen Papyri Italiens aus der Zeit -445-700, Lund 1954-1955, P. 2, cit. a pag. 446, n. 598 ; resistenza di una distinzione fra Picenum Urbicarium e Picenum Annonarium, in una indizione XI che potrebbe essere quella del 487, del 502 o del 517, è testimoniata anche in un altro papiro ravennate degli inizi del VI secolo: cfr. Marini 139, 1. 6; la Flaminia sembrava allora costituire una provincia indipen¬ dente; cfr. Ibid. 1. 3 e Cass., Var. XI, 12 [ 533-537]). Nel presente studio si è invece praticamente lasciata da parte quella sezione della Tuscia (a nord di Volterra) che, verso la fine dei IV secolo, entrò a far parte delle regioni anno¬ narie (cfr. Thomsen, o. c., pagg. 308-309), e alla quale ancora accenna come Tuscia Annonaria Papa Pelagio I, dopo la guerra gotico-bizantina (cfr. Peu., Ep. 10 [16 apr. 557], pagg. 31-34 ed. P. M. Gassò t - C. Battle, Pelagii I Papae Epi¬ stulae quae supersunt (556-561), Montserrat 1956, « Scripta et documenta » 8 = = P.L. 69, Ep. V, coi. 397) : in verità, essa appartenne infatti sempre a un ambito economico-geografico alquanto diverso da quello ora considerato; questo è pari- menti il motivo per cui la provincia transalpina della Raetia è stata lasciata da parte nella presente ricerca. Sulle ripartizioni provinciali dell’Italia Settentrionale durante l’Impero, e particolarmente da Diocleziano ai Longobardi, oltre ai già citati studi dello Jullian e del Thomsen, cfr. v. « Italia » (Schekling), P. W. Suppl. Ili, coll. 1246- 1302 e partie. 1250-1251 ; v. « Italia » (C. Cardinali), Diz. Ep. IV, 1, Roma 1924-1946, pagg. 92-113; L. Duchesne, Les documents ecclésiastiques sur les divisions de l’empire romain au IVe siècle, Mélanges Graux, Paris 1894, pagg. 133-141 ; Th. Mommsen, Die Libri Coloniarum, Ges. Schriften V, Berlin
4 Economìa a società n et Va Italia Annonaria » alle Gallie, dove le agitazioni a sfondo sociale si susseguivano e dove sorgevano l’un dopo l’altro gli usurpatori, che per l’ap- punto nella Valle Padana scendevano ogni volta a tentare la loro affermazione sugli Imperatori legittimi; e dall’altra questi Imperatori, che per i valichi delle Alpi Giulie marciavano in¬ contro ai ribelli, sempre movendo da quella Pars Orientis del- Plm^ero, che era ormai sul punto di divenire la depositaria ufficiale della tradizione universalistica romana. In questo clima di complessi contrasti ideologici, culturali e politici, il problema economico — lo si è da tempo riconosciu¬ to — ebbe senza dubbio un’importanza di primo piano, tanto che prevalentemente in esso taluni credono di dover ravvisare la causa dei mutamenti radicali e profondi verificatisi nel corso di questi secoli. Può perciò riuscire di particolare attrattiva in¬ dagare quale sia stata allora la parte del Vicariato d’Italia nella 1908, pagg. 146-199; Id., Die italischen Regionen, Ibid. pagg. 268-285; Id., Ver¬ zeichniss der römischen Provinzen aufgesetzt um 297, Ibid. pagg. 561-588; F. Lanzoni, Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII (an. 604), « Studi e Testi » 35, Faenza 1927 ; A. Chastagnol, Notes chronologiques sur l’Histoire Auguste et le Laterculus de Polemius Silvius, IUstoria IV (1955), 2-3, pagg. 173-188; etc. Si noti che, nel presente lavoro, si è fatto talora uso della designazione « Vicariato d’Italia » come equivalente a « Italia Annonaria » per tutto il IV se¬ colo e una parte del V (del resto, anche l’epiteto di annonaria, per designare la parte d’Italia sotto la giurisdizione del Vicarius, pare non s’incontri nei testi prima del 364: cfr. Amm. Marc. XXVII, 3, 1; A. Chastagnol, La Préfecture Urbaine à' Rome sous le Bas-Empire, Paris 1960, «Publications de la fac. des lettres et sciences humaines d’Alger » 34, pag. 27) : la giurisdizione di un Vicarius su tutta Vitalia Annonaria è infatti testimoniata dalla prima metà del IV secolo (in un momento non meglio determinato fra il 306 e il 320, se¬ condo il Mommsen, Die Libri Col. cit., pag. 189) fino all’epoca in cui venne redatta la Notitia Dignitatum: cfr. v. «Vicarius» (K. Schneider), P.W. Vili A*, coll. 2015-2053, e partie. 2027 ; E. Stein, Geschichte des spätrömischen Rei¬ ches I, Vom römischen zum byzantinischen Staate (284-476 n. Chr.), Wien 1928, pagg. 181-182 = ed. fr. a cura di J.-R. Palanque, Bruges 1959, pag. 119. Ben¬ ché in età gotica non compaia pili, in Cassiodoro, la menzione di un Vicarius Italiae accanto a quella del Vicarius Urbis Romae (che in Var. VI, 15 ap¬ pare ormai un semplice magistrato municipale), sembra tuttavia che la distin¬ zione amministrativa e giurisdizionale fra regioni urbicarie e Italia Annonaria abbia continuato a sussistere almeno fino alla prima età bizantina, come dimo¬ strano l’epistola di Pelagio e i papiri ravennati sopracitati; il Mommsen, al contrario, pareva convinto che l’abolizione del Vicarius Italiae, forse avvenuta in età teodericiana, avesse coinciso con l’annullamento di ogni ulteriore distin¬ zione fra le due partes Italiae (cfr. Mommsen, Die Libri Col. cit., pag. 190).
Introduzione 5 catena degli eventi che concorsero a fissare il destino della Pars Occidentis, e quali — nell’ambito specificamente economico- sociale — gli aspetti più salienti della situazione che venne ivi configurandosi nel corso del IV, V e VI secolo, in seguito alle vicende dell’ordine più diverso. I limiti geografico-cronologici prescelti hanno per l’appunto una loro ragione d’essere nel fatto che proprio dal IV al VI secolo (cioè dal riassetto amministra¬ tivo dioclezianeo-costantiniano al sopravvenire dei Longobardi) le regioni a nord della Magra e del Rubicone poterono costituire un’unità economicamente differenziata e di significato non tra¬ scurabile ; soltanto in concomitanza con la profonda depressione conseguente alla guerra gotica, e soprattutto a partire dall’in¬ sediamento longobardo del 568, per la prima volta nell’economia dell’Italia Settentrionale fu effettivamente possibile riscontrare una sostanziale cesura (l’espressione ci sia concessa con tutte le indispensabili riserve del caso) rispetto alle età precedenti. Finora, ben poco di veramente concreto e specifico è stato scritto sulle vicende economiche delle province annonarie fra il IV e il VI secolo d.C. Pressoché costantemente, infatti, gli stu¬ diosi hanno utilizzato con qualche ampiezza le fonti locali per la ricostruzione delle più salienti vicende militari, politiche e re¬ ligiose che interessarono la regione in queste età, rifacendosi poi, per l’inquadramento economico-sociale più generale, a sin¬ tesi ormai classiche come quelle del Rostovzev, Stein, Lot o Pi- ganiol: autori che, peraltro, ebbero quasi sempre sottomano ma¬ teriali riferentisi ad ambiti geografici diversi da quello qui con¬ siderato. Alla base di un tal modo di procedere sta soprattutto un’in¬ discutibile difficoltà nello sfruttare nel senso indicato la mag¬ gior parte del materiale documentario disponibile. Le fonti letterarie ci si presentano in una congerie alquanto lacunosa ed eterogenea di opere per lo più oscure e senz’arte, per molte delle quali manca ancora una buona edizione critica o uno studio adeguatamente approfondito. Ci troviamo di fronte, da una parte, a testimonianze magniloquenti o ispirate da aperte finalità propagandistiche e polemiche, come i poemi di Clau¬ diano, Ausonio, Rutilio Namaziano, Sidonio Apollinare; i libelli di Prudenzio e Lattanzio, le Storie di Orosio, i panegirici gallici e quello, più tardo, di Ennodio a Teoderico. Accanto a questa più vivace produzione letteraria, le scolorite narrazioni di Eu-
G Economia e società nell’» Italia Annonaria » sebio, Rufino, Eutropio, Eunapio, Socrate, Sozomeno, Filostor- gio, Teodoreto, Niceforo, Zosimo, Maiala, Idazio e Marcellino Comes, le Chronicae Gallicae degli anni 452 e 511, Prospero d’A- quitania, lo Pseudo-Prospero, Victor Tonnennensis, Mario Aven- ticense, Giordane, Beda il Venerabile, il Chromcon Paschale, l’Anonimo Valesiano, Agnello Ravennate o il Liber Pontificalis offrono quasi sempre una scelta dei dati troppo scarna o sog¬ gettiva, attingendo — spesso acriticamente — alle fonti prece¬ denti più eterogenee2. Le Vitae dei Santi, sterminate di numero, ma generalmente fantasiose nella sostanza ed estremamente imprecise nel lin¬ guaggio, possono tutt’al più fornire alcuni isolati particolari che interessano l’epoca in cui fu redatta ogni singola opera, attra¬ verso anacronistici cenni sfuggiti del tutto casualmente alla penna del volenteroso agiografo3 4. Le sintesi geografiche, quali YExpositio Totius Mundi et Gentium, il De Moribus Brachma- norum4 o il tardo Anonimo Ravennate, lasciano da parte loro 2 Cfr. in proposito il vecchio, ma solido, lavoro di O. Holder-Egger, Untersuchung über einige annalistische Quellen zur Geschichte des Y. und VI. Jahrhundert, Neues Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde I (187G), pagg. 13-20 e 213-3G8. 8 I metodi mediante i quali è possibile trarre partito dalle fonti agiografi- che più diverse, senza prendere per storia ciò che storia non è, sono stati il¬ lustrati da ultimo, in un lavoro di sintesi molto ben fatto, da R. Aigrain, L’Ha- giographie, ses sources, ses méthodes, son histoire, Paris 1953, passim; cfr. pure il classico lavoro di H. Déléiiaie, Les légendes hagiographiques, Bruxel¬ les 1906; G. Lazzati, Gli sviluppi della letteratura sui martiri nei primi quat¬ tro secoli, Torino 1956; etc. 4 Questa fonte cristiana tarda (edita fra le pseudo-ambrosiane in P.L. 17) viene scarsamente utilizzata anche negli studi specializzati (cfr. ad es. M. Reinaud, Mémoire sur les relations politiques et commerciales de l’Empire romain avec l’Asie orientale (l’Hyrcanie, l’Inde, la Bactriane et la Chine), pen¬ dant les cinq premiers siècles de l’ère chrétienne, d’après les témoignages latins, grecs, arabes, persans, indiens et chinois, Journal Asiatique s. VI, I [1863], pagg. 91-234 e 297-441 ; E. H. Warmington, The Commerce Between the Roman Empire and India, Cambridge 1928; H. G. Rawlinson, Intercourse Between Western World and India from the Earliest Times to the Fall of Rome, Cam¬ bridge 1926a; M. P. Chaklesworth, Le vie commerciali dell’Impero Romano, tr. it., Milano 1940 ; O. Thomson, History of Ancient Geography, Cambridge Univ. Press 1948; R. E. M. Wheeler, Rome Beyond the Imperial Frontiers, London 1954, con la lunga recensione di E. Lepore, La Parola del Passato X [1955], pagg. 140-154, e quella di A. Piganiol alla sua trad. fr. [Paris 1960] in R.E.L. XXXVIII [1961], pagg. 461-462; J. Filliozat, Les échanges de l’Inde et de l’Em-
Introduzione 7 non meno perplessi circa l’età delle fonti più o meno acritica¬ mente e caoticamente utilizzate®. In quanto ai materiali di carattere più propriamente docu¬ mentario quali la Notitia Dignitatum TJtriusque Imperii, il La¬ terculus di Polemius Siimus o Yltinerarium Antonini (i cui pro¬ cessi redazionali sono ancora oggi oggetto di vivaci polemiche), un numero piuttosto esiguo di atti privati (in gran parte lacu¬ nosi) conservatici dai papiri dell’archivio ravennate, i dati topo¬ nomastici di solito assai vaghi, le monete (per lo più non pubblicate, o pubblicate male, spesso di ardua identificazione e interpretazione), le iscrizioni piuttosto rare e non sempre chia¬ ramente databili, i reperti archeologici non sufficientemente de¬ scritti, la ceramica mal classificata e mal classificabile possono, di per sè, fornire elementi di conoscenza nuovi e anche di altis¬ simo interesse, ma difficilmente significativi senza l’appoggio chiarificatore di più complete testimonianze letterarie. Importanza di primissimo piano rivestono certamente le costituzioni imperiali riportate nei Codici Teodosiano e Giusti¬ nianeo, le quali, tuttavia, ci sono state spesso tramandate in for¬ ma incompleta, frammentaria o interpolata, e solitamente in grazia più di un loro interesse generale che di una pertinenza specifica. Inoltre, non è sempre facile stabilire in quale rapporto esatto con la realtà effettuale delle cose stessero queste program¬ matiche decisioni degli Imperatori ; è infine questione a tutt’oggi dibattuta se le leggi emanate in Oriente debbano ritenersi valide anche per l’Occidente e viceversa, oppure se vada postulata una autonomia legislativa pressoché completa fra le due Partes Im¬ perii β. * 6pire Romain aux premiers siècles de Père chrétienne, Rev. Hist. CCI [1949], pagg. 1-29; etc.)· L’opera contiene tuttavia notizie di grande interesse circa la conoscenza dell’India nel IV sec. d. C. ed è oggetto di un nostro studio attual¬ mente in preparazione. 6 In proposito, cfr. in generale L. Canesi, La produzione geografica latina e gli influssi letterari, Historia (di Milano) V (1931), 2, pagg. 145-210; Thomson, o. c., passim. 6 Per la seconda delle due soluzioni sono, ad es., A. Déléage, La capitation du Bas Empire, Paris 1945, passim ; S. J. De Laet, Portorium, Etude sur l’orga¬ nisation douanière chez les Romains, surtout à l’époque du haut-empire, Brugge 1949, pag. 455 n. 1 ; J. Gaudemet, Le partage législatif dans la seconde moitié du IVe siècle, Studi in onore di P. De Francisci, Milano 1956, II, pagg. 319- 354; G. Gualandi, Privilegi imperiali ç Qualità legislativa nel Basso Impero
s Economìa e società nell’« Italia Annonaria » Da alcuni anni l’attenzione degli studiosi è stata giusta¬ mente richiamata sull’importanza delle fonti conciliari, i cui canoni — alla medesima stregua delle leggi civili — sono per loro stessa natura diretti a sistemare e correggere situazioni di fatto ben precise 7. Anche in questo caso, però, si tratta sempre di provvedimenti a carattere generale, che possono servire a caratterizzare, nelle diverse epoche, determinate realtà in campo sociale, economico e di costume, ma che difficilmente lasciano intravedere le particolari realtà economiche delle diverse zone, nell’ambito del vasto mondo cristiano. I testi più importanti continuano dunque a essere le Storie di Ammiano Marcellino e, più tardi, quelle di Procopio e Paolo Diacono; Y Historia Augusta, il De Caesaribus di Aurelio Vit¬ tore, alcuni frammenti di storici greci quali Giovanni Antio¬ cheno, Prisco e Olimpiodoro, il trattato anonimo del De Rebus Bellicis (recentemente rivalutato in pieno dal Mazzarino), gli epistolari di Simmaco e Cassiodoro, alcuni passi del De Philoso¬ phiae Consolatione di Boezio, 1 -Edictum Tlieoderici Regis, un certo numero di Relationes ufficiali di magistrati, alcune lettere d’imperatori e di Papi : gli interessi di questi autori sono infatti eminentemente pratici e si esplicano di preferenza nei quadri alla luce di alcuni testi di Libanio, Arch. Giurid. «Filippo Serafini» CLVI, ser. VI, XXV (1959), pagg. 5-34. Per la prima ipotesi, ancora recentemente si è invece dichiarato P. De Francisci, Le arti nella legislazione del secolo IV. Rendic., Atti della Pont. Ace. Rom. di Arch., s. Ill, XXVIII (1954-1955), 1-2, pagg. 63-73 e in partie. 64 n. 4 (già vd. ad es. B. Biondi, La L. 12 Cod. De aed. priv. 8, 10 e la questione delle relazioni legislative tra le due parti deirimpero, Bull. Ist. Dir. Rom. XLIV [1937], pagg. 363-384). Ultimamente M. A. De Domi¬ nicis, dopo un’accuratissima analisi di tutti i dati di cancelleria che si rinven¬ gono nelle inscriptiones e subscriptiones dei rescritti imperiali, è giunto ad affermare con una certa attendibilità che l’ordinamento burocratico delle due Partes, fin dalla morte di Teodosio, fu improntato a uno spiccato separatismo legislativo, che andò accentuandosi da Teodosio II in poi (cfr. M. A. De Do¬ minicis, Il problema dei rapporti burocratico-legislativi tra « Occidente ed Oriente » nel basso impero romano alla luce delle inscriptiones e subscriptiones delle costituzioni imperiali, Rendic. delVIst. Lomb. di Se. e Lett. LXXXVII [1954], 4, pagg. 283-487 e partie. 332-333, dove viene data tutta la precedente letteratura sulla questione). 7 Cfr. in particolare E. J. Jonkers, Quelques remarques sur les Pères de l’Eglise, les Conciles et les Constitutions des Empereurs Chrétiens, en leurs rap¬ ports réciproques, comme sources pour l’histoire du Bas-Empire, Rev. Int. des Droits de VAnt., II (1949) (Mélanges F. De Visscher I), pagg. 493-509.
/ nt rod uz ione <) della vita statale e pubblica; una volta sfrondati i loro aulici paludamenti retorici e chiarite alcune fondamentali questioni critiche concernenti la redazione dei loro testi, essi sono in gra¬ do di offrire un autentico contributo per la trattazione di pro¬ blemi concreti, facendosi portavoce d’interessi di classe contra¬ stanti e ideologie politico-economiche in conflitto. È però raro (se si eccettuano, riguardo al solo VI secolo, le Variae di Cas- siodoro e le Storie di Procopio, Agathias e Paolo Diacono) che si possa trovare in tutte queste opere più di qualche vago cenno alle questioni peculiari dell ’Italia Annonaria tra il IV e il VI secolo. Non rimane perciò che rivolgersi alla letteratura patristica, oltremodo ricca, ma finora pochissimo sfruttata da questo punto di vista. Nei suoi confronti è infatti d’obbligo il più grande scetticismo, dovendosi tenere conto — e giustamente — di quel presupposto che gli studi del Troeltsch hanno formulato in ma¬ niera ormai definitiva: che, cioè, gli autori cristiani descrivono in generale la società del loro tempo più come dovrebbe essere che come è; e che, anche quando si preoccupano di additare le lacune e le insufficienze della loro età, dall’ansia religiosa sono poi portati a formulare questi problemi in termini etici, piutto¬ sto che politici ed economici 6 * 8. Eppure, una gran parte delle opere patristiche consiste non già in trattati, densi di simboli e di formulazioni teoriche, bensì in omelie e sermoni tenuti dai Vescovi al popolo, con il quale dovevano evidentemente mirare a stabilire un rapporto d’intesa il più possibile immediata su problemi di carattere spirituale e morale, ma che investivano anche la sfera dell’azione e ogni ma¬ nifestazione della personalità umana sui piani più diversi. A quest’epoca, inoltre, non era infrequente che la Chiesa reclutasse i suoi rappresentanti (soprattutto se insigni) con un procedi¬ mento molto semplice e rapido, che consentiva d’immettere di¬ rettamente nei ranghi del clero anche uomini sottratti al pieno delle loro attività e carriere di laici, con tutto un bagaglio, perciò, di esperienze, idee e interessi vivamente partecipi ai problemi del 6 Cfr. E. Troeltsch, Le dottrine sociali delle chiese e dei gruppi cristiani, Firenze 1941, tr. it., passim ; da ultimo, yd, S. Mazzarino, Aspetti sociali del IV secolo, Roma 1951, pagg. 42-43,
10 Economia e società nell’« Italia Annonaria » mondo e della classe sociale dalla quale provenivano® (soltanto in un secondo tempo le carriere ecclesiastiche furono assoggettate a un sempre più disciplinato processo formativo, secondo gli schemi di un cursus honorum che potè influenzare in maniera sensibile, fin dall’età giovanile, la forma mentis degli uomini di Chiesa)9 10 *. Prendiamo ad es. la figura di Ambrogio di Milano, la per¬ sonalità religiosa forse più rappresentativa del suo tempo nel campo dell’azione, accanto a quelle di Agostino e di Gerolamo, grandissime nella sfera speculativa ed erudita. Nato a Treviri da nobile famiglia senatoriale (cristiana, ma legata da amicizia e parentela ai più cospicui rappresentanti del paganesimo ro¬ mano), egli percorse nella prima giovinezza le tappe tradizionali di una brillante carriera politica, vivendo successivamente nei più importanti centri amministrativi della Pars Occidentis fino 9 Cfr. in particolare S. Mochi Onory, Vescovi e città (sec. IV-VI), Bolo¬ gna 1933, « Bibl. della Riv. di St. del Dir. Ital. » 8, pag. 18 n. 39 e pagg. 17-24 passim (con fonti ivi citt.) ; J. Gaudemet, L’Eglise dans l’Empire Romain (I Ve- Ve siècles), Paris [1958] (vol. Ill Hist, du Droit et des Inst, de l’Eglise en Occident, a cura di G. Le Bras), pagg. 149 e 336-337 ; vd. pure F. Ganshof, Note sur l’élection des évêques dans l’empire romain au IVe siècle et pendant la pre¬ mière moitié du Ve, Rev. Int. (les Droits de V Antiquité IV (1950), pag g. 367- 498 (Mél. F. De Visscher III). 10 Se, a partire dal II sec. d. C., di «linguaggio cristiano» si può a buon diritto parlare, si tratta soprattutto di un complesso d’espressioni e di termini caratteristici, spesso (non però necessariamente) legati ad argomenti e concetti d’ordine religioso e liturgico, in uso soprattutto nell’ambito delle comunità cri¬ stiane, ma dei quali ben presto impararono a valersi anche i pagani, data la straordinaria e crescente fortuna del gruppo sociale in cui tale lingua si era dapprima formata: in proposito, cfr. ad es. J. Schrijnen, Charakteristik des altchristlichen Latein, Nijmejen 1932; Id., Le latin chrétien devenu langue commune, R.E.L. XII (1934), pagg. 96-116; G.B. Fighi, Latinità cristiana negli scrittori pagani del IV secolo, Studi dedicati alla memoria di P. Ubaldi, Milano 1937, pagg. 41-72; Chr. Mohrmann, L’étude de la latinité chrétienne. État de question, méthodes, résultats, Paris 1951; Id., Études sur le latin des Chrétiens, Roma 1958. Per converso, anche molti scrittori cristiani fra i più noti — proprio a causa del brusco passaggio dallo stato di laici e catecumeni ai più alti ranghi ecclesiastici — si familiarizzarono solo gradatamente con 11 « latino cristiano », nel senso più tecnico del termine : cfr. Chr. Mohrmann, Le latin commun et le latin des chrétiens, Vigiliae Christianae I (1947), pagg. 1-12; Id., Comment Saint Augustin s’est familiarisé avec le latin des chrétiens, in Augustinus Magister, Congrès Int. Augustinien, Communications I, Paris 1955, pagg. 111-116, e bibl. ivi cit. ; E. Auerbach, Lingua letteraria e pubblico nella tarda antichità latina e nel Medioevo, tr, it„ Milano 1960, pagg. 33 sgg.
Introduzione 11 a divenire, da ultimo, Consularis per YAemiUa et Liguria. Fu soltanto in seguito a circostanze imprevedute d’ordine esterno che, da questa posizione, egli si trovò bruscamente e quasi vio¬ lentemente ordinato a quel soglio episcopale milanese, cui avreb¬ be poi consacrato la vita con pietà ed energia ammirabili “. Quale Vescovo metropolita della capitale effettiva dell’Occidente, egli ebbe a continuare ed arricchire molte esperienze, cui già le sue precedenti attività giurisdizionali lo avevano iniziato, dovendo quotidianamente avere a che fare con Imperatori e funzionari, sol¬ dati, mercanti, schiavi, artigiani, usurai, clarissimi viri, curiali, coloni e mendicanti12. E a tutti rivolse la sua parola in un numero sterminato di sermoni, dei quali spesso le opere pervenuteci an¬ cora riflettono il carattere affrettato e frammentario 13 : il che, se giustifica molte riserve dal punto di vista letterario, rende più immediato il loro valore come testimonianza. L’interesse per u Per una trattazione esauriente della vita e delle opere ambrosiane si rimanda a J.-R. Palanque, Saint Ambroise et l’Empire Romain, Paris 1933; H. Dudden, The Life and Times of St. Ambrose, Oxford 1935, 2 voli., e alla sterminata (e pressoché completa) bibliografia ivi contenuta. 13 Sui doveri e le funzioni di un Vescovo nel IV e V secolo, ed il suo ruolo nella vita sociale, cfr. Gaudemet, ο. c., pagg. 341-356. 18 Cfr. Palanque, o. c., pagg. 435-479 («Recherches sur la génèse des oeuvres de Saint Ambroise ») ; M. Cesabo, Natura e cristianesimo negli « Exa- meron » di San Basilio e di Sant’Ambrogio, Didaskaleion n. s. VII (1929), pagg. 53-123 e partie. 61 n. 5; M. Carpaneto, Le opere oratorie di S. Ambrogio, Ibid. n. s. IX (1930), pagg. 35-136; etc. Per molto tempo, del De Sacramentis fu addirittura messa in dubbio la paternità ambrosiana, a causa della svilup¬ patissima paratassi, dei frequenti anacoluti, dell’incalzare delle interrogative retoriche; è stato invece dimostrato che tutto ciò dev’essere considerato piut¬ tosto come una caratteristica dello « stile orale » ambrosiano, e che, in questo caso, noi ci troviamo di fronte all’eccezionale documentazione d’una serie di sermoni certo autentici, ma direttamente registrati da un tachigrafo: cfr. F. Probst, Die Liturgie des vierten Jahrhunderts und ihre Reform, Münster 1893; G. Morin, Pour l’authenticité du De Sacramentis et de l’Explanatio Symboli de S. Ambroise, Jahrb. für Liturgiewiss. VIII (1928), pagg. 86-106; O. Faller, Ambrosius, der Verfasser von «De Sacramentis», Die inneren Echtheitsgründe, Innsbruck-Leipzig 1940, estr. da Zeitschr. für kathol. Theologie LXIV (1940), pagg. 1-14 e 81-101; Dom B. Botte, Ambroise de Milan, Des Sacraments, Des Mystères, texte établi, traduit et annoté (série «Les sources Chrétiennes»), Paris 1950 ; Chr. Mohrmann, Le style oral du De Sacramentis de Saint Ambroise, Vigiliae Christianae VI (1952), 3, pagg. 168-177 (e bibliogr. ivi cit.) ; G. Lazzati, L’autenticità del De Sacramentis e la valutazione letteraria delle opere di S, Ambrogio, Aevum XXIX (1955), pagg. 17-48.
12 Economìa c società nell’«. J talia Annonaria » lo storico non sta infatti in ciò che l’autore si propone di dire (che è ovviamente l’aspetto più convenzionale della predicazio¬ ne), bensì nei sottintesi e nei riferimenti accidentali che, con la loro casualità stessa, rivelano le forme di vita e di pensiero con le quali l’uditorio del tempo poteva avere maggiore familiarità. Da queste notizie concrete è talora compito arduo sceverare le frequenti citazioni dei classici e dei filosofi (siano essi Virgilio, Orazio, Terenzio, Cicerone, Sallustio, Tacito, Plinio, Seneca, Ma¬ crobio o Plotino14), caratteristiche della migliore cultura del 14 Cfr. ad es. (oltre alle citt opere di sintesi sulla vita e l’opera di S. Ambrogio) J. Dräseke, M. C. Ciceronis et Ambrosii ep. Med. De Officiis libri III inter se comparantur, Riv. di Filol. IV (1875-1876), pagg. 122-164; M. Ihm, Studia Ambrosiana, Leipzig 1890, pagg. 80-94 ; R. Thamin, Saint Ambroise et la morale chrétienne au IVe siècle, Étude comparée des traités « Des devoirs » de Cicéron et de Saint Ambroise, Paris 1895, capp. II-IV ; Th. Schermann, Die griechischen Quellen des hl. Ambrosius in Lib. Ill de Spir. Sancto, München 1902; G. Mamone, La forma delle lettere di S. Ambrogio, Didaskaïeion n. s. II (1924), pagg. 145-164; P. De Labriolle, Le «De officiis ministrorum» de Saint Ambroise et le « De officiis » de Cicéron, Rev. des Cours et Confér. 1908, pagg. 177-188; G. Nosari, Del preteso stoicismo ciceroniano nei libri De officiis di S. Ambrogio, Parma 1911 ; M. D. Diederich, Vergil in the Works of Saint Ambrose, Washington 1931 ; F. Probst, Les éléments cicéroniens dans le De officiis de Saint Ambroise, Paris 1936; P. Courcelle, Nouveaux aspects du pla¬ tonisme chez Saint Ambroise, R.E.L. XXXIV (1956), pagg. 220-239; L. Taor¬ mina, Sant’Ambrogio e Plotino, Mise, di St. di Lett. Crist. Ant. IV (1954), pagg. 41-85; G. Consolo, Risonanze virgiliane nell’Exameron di S. Ambrogio, IMd. V (1955), pagg. 66-77 ; P. Hadot, Platon et Plotin dans trois sermons de Saint Ambroise, R.E.L. XXXIV (1956), pagg. 202-220; A. Solignac, Nouveaux parallèles entre Saint Ambroise et Plotin, Le De Iacob et vita beata et le Περί εύδαιμονίας (Enn. I, 4), Arch, de Philos, n. s. XIX (1956), fase. 3, pagg. 148-156; C. H. Hagendahl, Latin Fathers and the Classics, Göteborg 1958, pagg. 115-117, 347-372 e passim; cfr. inoltre le prefazioni e gli indici di C. Schenkl, M. Petschenig e O. Faller alle opere ambrosiane pubblicate in C.S. E.L. 32 (1, 2, 4), 62, 64 e 73, e le traduzioni commentate di alcune opere ambro¬ siane nelle collane dei « Catholic University of America Patristic Studies » (Μ. D. Mannix, S. Ambrosii Oratio De Obitu Theodosii, Washington 1925; M. R. P. Mc Guire, S. Ambrosii De Nabuthe, Washington 1927 ; J. A. Buck, S. Ambrosii De Helia et Ieiunio, Washington 1929; L. M. Zucker, S. Ambrosii De Tobia, Washington 1933; A. Kelly, S. Ambrosii Liber De Consolatione Valentiniani, Washington 1939) e della « Corona Patrum Salesiana » (E. Pasteris, L’Esame- rone, Torino 1937 ; A. Cavasin, Dei Doveri degli Ecclesiastici, Torino 1938 ; M. Salvati, Scritti sulla Verginità, Torino 1939). Da ultimo, cfr. P. Rollerò, La « Expositio evangel ii secundum Lucan » di Ambrogio come fonte della ese¬ gesi agostiniana, Torino 1958, pagg. 23, 27, 51, 55, 72 e 74.
1 niroduzione 13 tempo secondo i precetti delle scuole di retorica 15. Ma, fortu¬ natamente, questi riecheggiamenti letterari sono per lo più sol¬ tanto formali: è importante infatti chiarire (di contro a tanti studiosi che a varie riprese hanno sostenuto il contrario) che se a quest’epoca gli scrittori — pagani o cristiani che fossero — per dare veste ai loro pensieri disponevano ormai di una lingua per così dire artificiale, fatta di formule svigorite e consunte dal¬ l’uso, ciò non può sostanzialmente invalidare la sincerità e il nucleo concreto dei loro messaggi, di qualsiasi natura essi siano. Più grave, per l’utilizzazione degli scritti patristici come fonte storica, è l’accusa — mossa ad Ambrogio, come a tanti altri Padri che non si distinsero certo per l’originalità del loro pensiero — che anche i passi apparentemente più significativi non facciano che imitare, se non addirittura tradurre, opere di altri Padri della Chiesa, vissuti a volte in età lontane e in regioni comunque diversissime. Per Ambrogio in particolare si è detto — sulle orme del Giet — che egli non solo fu spesso debitore agli esegeti greci del III-IV secolo (da Origene ad Atanasio, Ci¬ rillo Gerosolimitano, Epifanio e via discorrendo), ma, proprio nei suoi quattro trattati più importanti (il De Tobia sull’usura, il De Helia sulle intemperanze nella vita privata, il De Nabu- thae sulle prevaricazioni dei clarissimi e funzionari, e poi quella sorta di enciclopedia che è VEæameron, non fece che tradurre pedissequamente le omelie di un suo contemporaneo, il cappadoce Basilio di Cesarea. Le varianti rispetto al modello prescelto — 1δ Cfr. ad es. T. R. Glover, Life and Letters in the Fourth Century, Cam¬ bridge 1901, passim; Th. Haarhoff, Schools of Gaul, a Study of Pagan and Christian Education in the Last Century of the Western Empire, Oxford 1920 (Johannesburg 1958, 2» ed. fotostatica); G. Bardy, La culture grecque dans l’Occident chrétien au IVe siècle, Reeh. de Science Rei. XXIX (1939), pagg. 41-45; P. Courcelle, Les lettres grecques en Occident de Macrobe à Cassiodore, Paris 1948, passim ; H. I. Marrou, Histoire de l’éducation dans l’antiquité, Paris 1948, cap. IX, pagg. 416 sgg., e passim ; Chr. Mohrmann, Quelques observations sur l’originalité de la littérature latine chrétienne, Riv. di St. della Chiesa in Italia IV (1950), pagg. 153-163; Id., Problèmes stylistiques dans la littérature latine chrétienne, Vigiliae Christianae IX (1955), pagg. 222-246; Id., Il latino nella Chiesa d’Occidente, Atene e Roma n. s. IV (1959), pagg. 1-25 ; M. L. W. Laistner, Christianity and Pagan Culture in the Later Roman Empire, New York 1951, passim; G. Downey, Education in the Christian Roman Empire: Christian and Pagan Theories Under Constantine and His Successors, Speculum XXXII (1957), 1. pagg. 48-61; etc.
14 Economìa e società nell? a Italia Annonaria » sempre secondo il Giet — sarebbero più che altro dovute a cattiva comprensione del testo greco ie. Ora, è innegabile (e anche comprensibile) che Ambrogio — co¬ me altri rappresentanti del clero in condizioni più o meno ana¬ loghe — data proprio l’inesperienza dottrinaria derivata dalla precipitosa elezione al seggio episcopale, e data la fretta che incal¬ zava la stesura dei suoi sermoni, spesso quotidiani, si servisse di un modello già pronto e degno di fiducia, il quale rispondesse, però, alle esigenze dell’uditorio (e già quindi la scelta in se stessa potrebbe essere significativa: avremo infatti occasione di mostrare più avanti, fonti alla mano, che Cappadocia e Italia Annonaria ebbero allora notevoli affinità in più di una vicenda economica). Ma una minuziosa collazione del testo latino am¬ brosiano con quello basiliano greco mette poi in rilievo non soltanto varianti, come quelle implacabilmente riscontrate dal Giet, sul tipo di κάμπη (= crisalide), che in Ambrogio — per probabile confusione con κράμβη (= cavolo) — diviene cau¬ lis 16 17 : sempre, quando passa dalla trattazione dottrinaria e dal¬ l’esposizione di generiche nozioni enciclopediche a più precisi 16 Cfr. S. Giet, De Saint Basile à Saint Ambroise, La condamnation du prêt à intérêt au IVe siècle, Redi, de Science Rei. 1944, pagg. 95-128; Id., La doctrine de l’appropriation des biens chez quelques-uns des Pères, Ibid. 1948, pagg. 55-91, e partie. 66. Cfr. pure Th. Forstes, Ambrosius, Bischof von Mai¬ land, Eine Darstellung seines Lebens und Wirkens, Halle 1884, pagg. 99-123; J. B. Kellner, Ambrosius als Erklärer des alten Testaments, Regensburg 1893, passim ; G. Boissier, La fin du Paganisme, Paris 1903, I, pagg. 394-397 ; L.-Th. Lefort, Athanase, Ambroise et Chenoute « Sur la Virginité », Le Muséon XLVIII (1935), pagg. 55-73; H. Dressler, A Note on the «De Nabuthae» of St. Am¬ brose, Traditio V (1947), pagg. 311-312; C. Lagier, L’Orient chrétien des apôtres jusqu’à Photius, Paris 1950, I, pagg. 151 e 156; L. Dossi, S. Ambrogio e S. Atanasio nel De Virginibus, Acme TV (1951), pagg. 241-262; etc. 17 Cfr. Ambr., Ex. V, 77 e Bas., Εις τήν έξαήμερον Vili, 8, P.G. 29, col. 184 = ed. S. Giet, Homélies sur l’Hexaéméron, Paris 1950, pagg. 472-473 (si può tuttavia notare, a discolpa deU’imperito traduttore, che caulis significa anche, in latino, « fuscello », « virgulto germinante », e che certamente un senso fluttuante tra l’una e l’altra accezione Ambrogio credette di poter rendere, traducendo con caulis l’immagine del greco κάμπη, crisalide). Un altro tipico caso di cattiva comprensione del testo greco si ha per es. là dove Ambrogio confonde χρήστου (gen. di χρήστης, creditore) con χρήστου (gen. di χρηστός, ricco) : cfr. Bas. Εις τόν ιδ’ ψαλμόν II, 4, P.G. 29, col. 276: ΟύδεΙς πύκτης οΰτω τάς πληγάς του άνταγωνιστού ύποφεύγει, ώς ό δανεισάμενος του χρήστου τάς συντυχίας, πρός κίονας καί τοίχους άποσκιάζων τήν κεφαλήν = Ambr., De Tobia 27 : Ipse quoque con- spectus omnium refugit et ut pugil ictus varios concertantium ita iste honesto-
Introduzione 15 riferimenti alla realtà, Ambrogio ora tralascia, ora trasforma radicalmente o aggiunge addirittura di suo rispetto al modello, pur non peritandosi affatto di conservare lo schema basiliano nell’impalcatura del discorso, ove è ancora possibile vedere affio¬ rare qua e là alcune superstiti formule del Vescovo di Cesarea, ormai però scientemente svuotate di ogni loro primitivo signi¬ ficato 18 19. Spesso, dunque, Ambrogio travisa i suoi modelli, non v’è dubbio: ma proprio perchè li legge affrettatamente, e si preoccupa di trovare in essi lo spunto per trattare problemi suoi, con argomenti verisimiglianti alla sua realtà, piutto¬ sto che di ben tradurre l’originale greco a disposizione. Per quanto discutibile in sede di buon gustoie, un sistema del genere rum vitat occursus et sollicitus, uhi in aliquem offenderit, vigilanti exit obtutu. Altrove gli capita di non comprendere l’uso del termine basiliano αρχαία nel sen¬ so tecnico di «capitale» e di tradurlo come «vetustas» (Bas., Εις τον ιδ’ψαλμόν II, 3, P.G. 29, col. 276 ; Amer., De ToMa 45) ; etc. Un abbondante elenco di tali esempi si trova soprattutto in Giet, De Saint Basile à Saint Ambroise cit., ove si intende dimostrare come tutte le varianti ambrosiane rispetto al modello greco siano state introdotte involontariamente; l’Autore stesso rileva tuttavia come Ambrogio, in seguito alla sua cattiva traduzione, aggiunga poi altre mo¬ difiche per rendere il contesto più logico e coerente : ciò che, « mieux que la simple erreur matérielle, trahit un auteur plus soucieux de vraisamblance que d’exactitude textuelle » (1. c., pagg. 113-114). 18 Nel corso del presente lavoro si avrà occasione di segnalare di mano in mano gli esempi più significativi di un tal modo di procedere: cfr. ad es. pagg. 91-92 n. 242, 95 n. 252, 196-199. Del resto, anche il Courcelle, che con precisi raffronti testuali ha dimostrato la diretta dipendenza del De Isaac e De bono mortis ambrosiani dalle Enneadi di Plotino, riconosce come il Vescovo di Mi¬ lano, pur riproducendo interi passi del suo modello, costantemente lo vagli e lo filtri secondo le proprie finalità: cfr. P. Courcelle, Recherches sur les Con¬ fessions de Saint Augustin, Paris 1950, pagg. 106-120. 19 Su questa scarsa abilità di procedimento redazionale da parte di Am¬ brogio già ironizzava con inclemenza il suo contemporaneo Gerolamo: Am· brosius, Mediolanensis episcopus, usque in praesentem diem scribit, de quo, quia superest, meum indicium subtraham, ne in alterutram partem aut adulatio in me reprehendatur, aut veritas (Hieron., De viris ill. CXXIV, P.L. 23, coi. 751 = pag. 53 ed. E. C. Richardson, Leipzig 1896, « Texte und Untersuchungen » XIV, la); secondo G. Bardy (Traducteurs et adaptateurs au IVe siècle, Rech. de Se. Rei. XXX [1940], pagg. 257-306 e partie. 280-281) Gerolamo allu¬ deva certamente ad Ambrogio anche nella sua prefazione al trattato di Didimo Alessandrino sullo Spirito Santo, là dove, criticando le precedenti traduzioni, dichiarava di voler attingere alla fonte diretta (Hieron., De Spir. Sancto, Praef. ad Paulinianum, P.L. 23, col. 108). Rufino di Aquileia, pur ammettendo che nel De Spiritu Sancto Ambrogio si era ampiamente rifatto a Didimo e a Origene
16 Economìa e società nell'« Italia Annonaria » risponde molto bene alla mentalità peculiare del Vescovo di Mi¬ lano, sempre inteso al raggiungimento di finalità pratiche im¬ mediate e precise; ancora una volta, perciò, quella che certa¬ mente è una mancanza dal punto di vista letterario si risolve per lo storico in un elemento altamente positivo. Riscattata la sostanziale validità della fonte ambrosiana — indispensabile allo studio della società e dell’economia cisal¬ pine in tutta la seconda metà del IV secolo — e, di riflesso, rivalutate per molti aspetti anche le opere di altri scrittori ecclesiastici regionali di questi secoli (quali Cromazio di Aqui- leia, Gaudenzio di Brescia, Zeno di Verona, Vigilio di Trento, Valeriano di Cemenelum, Massimo di Torino, Pietro Crisologo di Ravenna, Ennodio di Pavia, e via enumerando), è finalmente possibile, su questo canovaccio ricco e continuo di vive testimo¬ nianze, inserire gli elementi sparsi, ricavabili da tutte le sin¬ crone categorie di fonti precedentemente ricordate (con i di¬ versi metodi e i presupposti critici di volta in volta a esse specifici). Da tale collazione e integrazione reciproca dei materiali più disparati (di per sé certamente non nuovi, ma rinnovati e valorizzati dal punto di vista particolare e unitario donde sono stati vagliati via via), numerosi sono pertanto i problemi che pos¬ sono venire riprospettati in maniera sufficientemente precisa. (Rufin., Apoi. in Hier. II, 23-25. P.L. 21, coll. 602-605), ne prendeva calorosa¬ mente le difese, mettendo appunto in rilievo la finalità eminentemente pratica delle imitazioni-traduzioni ambrosiane: Quod etiamsi secutus est Graecos catho¬ licos nostrorum Scriptares, ct aliquid de eorum scriptis praesumpsit, non continuo haec debuit tua (= Hieronymi) esse summa cura, hic labor, hoc studium, ut pro hac causa interpretareris librum Didymi de Sancto Spiritu, ut furta illius cogno¬ scerentur, qui fortassis etiam necessitatem scribendi passus est, ut insanientibus tunc haereticis responderet... (Ibid. II, 25).
PARTE PRIMA L’ETÀ AMBROSIANA
Premessa: interdipendenza del fattore commerciale k del FATTORE AGRICOLO. Già in altra sede s’è avuto occasione di sottolineare — sulla base soprattutto di testimonianze epigrafiche, archeologiche e letterarie dal IV al VI secolo — in quale misura occorra limi¬ tare per tutta la Pars Occidentis, e per l’Italia Annonaria in particolare, l’importanza dei tanto conclamati commerci dei ge¬ neri di lusso con l’Oriente mediterraneo e asiatico : i quali do¬ vettero in questi secoli rappresentare un aspetto soltanto secon¬ dario dell’economia regionale (né ciò potè costituire un gran danno, dal momento che questi traffici pare fossero caratteriz¬ zati da un’accentuata univocità nella loro direzione, a tutto dan¬ no dell’Occidente importatore)20. È d’altra parte innegabile la progressiva riduzione, in que- 20 Cfr. L. Ruggini, Ebrei e Orientali nell’Italia Settentrionale fra il IV e il VI secolo d. C., 8.D.H.I. XXV (1959), pagg. 186-308; un altro articolo è attualmente in preparazione, sui rapporti commerciali fra l’Italia e la Pars Orientis dell’Impero nei secoli IV, V e VI. In generale, cfr. le riserve già espresse da P. Lambrechts, Le commerce des « Syriens » en Gaule du Haut Empire à l’époque mérovingienne, UAnt. Class. VI (1937), pagg. 35-61 ; J. Maillet, Histoire des faits économiques, des origines au XXc siècle, Paris 1952, pag. 94 ; A. H. M. Jones, Inflation Under the Roman Empire, The Economie History Review, s. II, V (1953), pagg. 293-318 e partie. 293; etc. A tale conclusione giunge anche A. Riising, The Fate of Henry Pirenne’s Theses on the Consequences of the Islamic Expansion, Classica et Mediaevalia XIII (1952), pagg. 87-130, importante e pressoché esauriente rasse¬ gna di tutta la sterminata bibliografia in proposito fino al 1952 (a pag. 87 η. 1 si trova, in particolare, l’elenco di tutti i lavori di H. Pirenne, oltre al classico Mahomet et Charlemagne; cfr. pure il repertorio di H. Laurent, Les travaux de M. Henry Pirenne sur la fin du monde antique et les débuts du moyen âge, Byzantion VII [1932], pagg. 495-509, e la sua continuazione in P. Lambrechts, Les thèses de Henry Pirenne sur la fin du monde antique et les débuts du moyen âge, IMd. XIV [1939], pagg. 513-536); R. S. Lopez, Mohammed and Charlema¬ gne: A Revision, Speculum XVIII (1943), pagg. 14-38; Id., East and West in the Early Middle Ages: Economic Relations, X Congr. Int. di Sc. Stor., Rela¬ zioni III, Firenze 1955, pagg. 112-163; H. L. Adelson, Early Medieval Trade Routes, The Am. Hist. Rev. LXV (1960). pagg. 271-287.
20 Economia e società nell'« Italia Annonaria » sta medesima epoca, anche degli scambi di prodotti manufatti fra l’Italia Superiore da una parte e le restanti province occi¬ dentali dall’altra, per l’avvenuto decentramento delle più impor¬ tanti officine di produzione21; soltanto i manufatti tessili cisal¬ pini d’uso comune pare continuassero a godere di un notevole smercio sui grandi mercati dell’Impero almeno per tutto il IV se¬ colo, in concorrenza coi prodotti dei più famosi centri orientali 22. È lecito perciò domandarsi se, in questi secoli, si possa ad¬ dirittura parlare di attività commerciale che trascenda i limiti del modesto scambio interdistrettuale di generi di prima neces¬ sità (il quale non potè mai, in alcuna età, cessare praticamente di esistere) ; e, qualora la risposta sia affermativa, in qual mi¬ sura sia possibile determinarne non soltanto le caratteristiche qualitative, ma anche i non meno importanti aspetti quantitativi. . Una notevole attività commerciale nell’Ita-Ma Annonaria esi¬ stette di fatto, e si esplicò in forme alquanto peculiari e carat¬ teristiche, secondo la linea di una tradizione economica locale che, pur evolvendosi, perdurò ininterrotta fino alle soglie del¬ l’età longobarda. E le sue basi (secondo quanto il presente lavoro si ripromette di lumeggiare in seguito con ogni possibile abbon¬ danza di particolari) furono essenzialmente agricole. In tutta l’antichità infatti, e specialmente a quest’epoca, l’agricoltura continuò a rappresentare il fondamento di ogni più importante manifestazione della vita economica23; ciò vale poi in maniera 21 Cfr., ad es., G. ëkiiolm, Zur Geschichte des römish-germanischen Handels, Acta Archaeologica VI (1935), pagg. 49-98 (e bibliogr. ivi cit. pag. 52 n. 14) ; O. Brogan, Trade Between the Roman Empire and the Free Germans, J.R.S. XXVI (1936), pagg. 195-222; H. Norjling-Christensen, Danish Imports of Roman and Roman Provincial Objects in Bronze and Glass, The Congress of Roman Frontier Studies 1949, Durham 1952, pagg. 74-79; H. J. Eggers, Der römische Import im freien Germanien, Hamburgisches Museum für Völkerkunde und Vorgeschichte 1951, I, passim ; J. Mertens. Quelques aspects de la Belgique à l’époque romaine, III Congreso Nacional de Arqueologia, Za¬ ragoza 1955, pagg. 196-204 ; etc. ; per uno studio dei rapporti fra le varie province deU’Impero nel IV secolo, attraverso la circolazione monetaria, rimandiamo a un nostro articolo attualmente in preparazione. 22 L’argomento è ampiamente trattato nel nostro articolo sui commerci fra l’Italia e l’Oriente sopracit. 23 Cfr. F. W. Wajlbank, The Decline of the Roman Empire in the West, New York 1953, pagg. 18-21 e 33-37. Tale aspetto della questione è stato sotto- lineato con particolare energia dal Lot nel suo ultimo studio, uscito postumo nei fascicoli della Bibliothèque de l’Ecole des Hautes Etudes (F. Lot, Nouvelles
L’età ambrosiana 21 del tutto particolare per l’Italia Settentrionale, che ancor oggi si distingue — quanto ai tempi di Polibio, di Strabone e di Pli¬ nio24 — per la fertilità del suolo, l’estensione dei terreni colti¬ vabili e la alta percentuale delle aree a grano, vigneto, oliveto, recherches sur l’impôt foncier et la capitation personnelle sous le Bas-Empire, Paris 1955, cap. IX, pagg. 159-179). Egli infatti, confrontando le superfici delle due Partes e la loro rispettiva natura, arriva paradossalmente a dare la palma della superiorità economica all’Occidente, più ricco di aree coltivate; e nella maggiore estensione e popolosità dei centri urbani orientali il Lot scorge un fattore addirittura negativo, dal momento che a quest’epoca la maggior parte della popolazione cittadina sarebbe stata costituita da elementi economicamente passivi (sfaccendati ed assistiti a spese pubbliche). Cfr. pure In., Recherches sur la population et la superficie des cités remontent à l’époque gallo-romaine, 3 voll., Paris 1945-1950-1953, « Bibl. de l’Ec. des Hautes Et.» 284, passim. Recentemente il Jones, in base ad alcuni dati relativi alla Pars Orientis dell’Impero, è arrivato alla conclusione che. anche in una zona notoriamente così ricca di traffici, le entrate fiscali che lo Stato ricavava dalle tasse sul commercio erano soltanto 1/20 circa delle entrate fornite dalle imposte agri¬ cole (cfr. A. H. M. Jones, The Economie Life of the Towns of the Roman Empire, in «La Ville», Parte II [Institutions économiques et sociales], « Recueils de la Soc. J. Bodin » 7, Bruxelles 1955, pagg. 161-194 e partie. 163). Lo stesso Jones ha inoltre fatto notare come le grandi famiglie senatoriali (di proprietari terrieri, naturalmente) sembrino a quest’epoca più numerose e po¬ tenti nell’agitato Occidente che non nella Pars Orientis (A. H. M. Jones, The Decline and Fall of the Roman Empire, History [The Quarterly Journ. of the Hist. Ass., London] 1955, pagg. 209-226) : ciò che trova poi conferma tanto in alcune osservazioni di A. Chastagnol (Observations sur le consulat suffect et la Préture du Bas-Empire, Rev. Hist. CCXIX [1958], pagg. 221-253 e partie. 249-250; cfr. pure P. Petit, Les sénateurs de Constantinople dans l’oeuvre de Libanius, UAnt. Class. XXVI [1957]. pagg. 347-382), quanto negli articoli del Momigliano" sugli Anicii, ove egli dimostra come, ancora nel VI secolo, il ramo costantinopolitano di questa famiglia si sostenesse su quello occidentale (A. Momigliano, ‘Cassiodorus and Italian Culture of His Time, Proc. of the Brit. Acad. XLI [1955], pagg. 207-245 [= Secondo Contributo alla Storia degli Studi Classici, Roma 1960, pagg. 191-229] : Id., Gli Anicii e la storiografia latina del VI sec. d. C., Atti della Acc. Naz. dei Lincei, CCCLIII [1956], Ser. Vili, Rendic. Classe Scienze Mor. Stor. Fil. XI, fase. 11-12, pagg. 279-297 [=« Hi¬ stoire et Historiens dans l’antiquité », Vandoeuvres-Genève 1958, pagg. 247-290] ; Id., recensione a A. E. R. Boak, Manpower Shortage and the Fall of the Roman Empire in the West, The Univ. of Michigan Press, 1955, in Riv. Stor. It al. LXIX [1957], fase. 2, pagg. 280-283). Cfr. Polyb. II, 15; Strab. IV, pag. 202 e V, pag. 218 C. ; Plin., N.H. XVIII, 13, 127 ; D. Gribaudi, Il Piemonte nell’antichità classica, Torino 1928, passim; G, E, F. Chilver, Cisalpine Gaul, Oxford 1941, [>agg. 129 sgg.
Economia e società nell’«. Italia Annonaria » 22 frutteto e ortaggi rispetto alle terre di minor valore, a selve e pasture Non è quindi praticamente possibile scindere lo studio degli scambi commerciali nella Gallia Cisalpina di questi secoli da una parallela indagine su quali siano allora state le condizioni della sua agricoltura, l’estensione e la produttività dei fundi, gli effetti del fiscalismo, la localizzazione, la frequenza e l’im¬ portanza delle crisi frumentarie e vinicole, e tutti gli altri pro¬ blemi che a questi precedenti si riconnettonose. 2525 Occorre però tenere presente che, nell’età antica, il pregio dei terreni in rapporto alle differenti colture fu valutato con criteri alquanto diversi da quelli attuali, dipendendo spesso da possibilità di sfruttamento e di smercio dei prodotti estremamente limitate ; nell’antichità stessa le approssimative statisti¬ che di valore conservateci dagli agronomi subirono sensibili variazioni a se¬ conda delle età e dei diversi tipi di azienda agricola presi di mano in mano a modello dagli autori. Per un breve excursus su tali « graduatorie » (soprat¬ tutto nella tarda antichità) e sul rapporto che esse ebbero con l’effettiva realtà delle colture (sempre nell’ambito geografico da noi prescelto), cfr. Appendice II, «Variazioni di valore e fortuna delle diverse colture nell’agronomia e nella pratica », pagg. 176 sgg. 20 Sulle alterne vicende dell’agricoltura antica in generale, analizzate at¬ traverso l’oi)era degli agronomi delle diverse età. possono essere consultati con qualche profitto soprattutto: W. E. Heitland, Agricola, A Study of Agricolture and Rustie Life in the Graeco-Roman World from the Point of View of Labour, Cambridge 1921 ; A. Oliva, La politica granaria di Roma antica dal 265 a. C. al 410 d. C., Piacenza 1930; M. Whitney, Soil and Civilisation, London 1926, pagg. 221-254 ; G. Acerbo, Studi riassuntivi di agricoltura antica, Roma 1927 ; Id., La marcia storica dell’ulivo nel bacino del Mediterraneo, Roma 1937 ; M. E. Sergeenko, Per la Storia della coltivazione dell’olivo nell’Italia antica (in russo), T.IJ.N.T. Serie I n. 7 (1937), cit. in S. I. Kovaliov, Quarant’anni di Sto¬ riografia sovietica su Roma antica, V.D.I. 51 (1957), 3, pagg. 42-54 (trad, in it. in La Rassegna Sovietica II [marzo-aprile 1958], pagg. 74-91); S. Riccobono, L’agricoltura romana, Messina 1939, estr. (50 pagg.) da Atti della R. Acc. Peloritana, Cl. Sc. Stör, e Filol. XLI (1939) ; R. Grand-R. Delatouciie, L’agri¬ culture au Moyen Âge, de la fin de l’empire romain au XIV siècle, Paris 1950, Collection « L’agriculture à travers les âges » par E. Savoy ; L. Dalmasso, « Agricoltura, zootecnica e pastorizia » in Guida allo studio della civiltà romana antica, diretta da V. Ussani, I, Napoli-Roma-Milano 1952, pagg. 543-570 e bi¬ bliografia a pagg. 569-570. Sulla produzione agricola in Italia dal III secolo all’età dei Carolingi esi¬ ste poi un ampio studio analitico del De Robertis (La produzione agricola in Italia dalla crisi del III secolo all’età dei Carolingi, Annali della Fac. di Econ. della Univ. di Bari, n. s. Vili [1948], pagg. 67-271). Soprattutto nella prima parte («Dalla crisi del HI secolo all’età dei Goti») la ricerca appare
L’età ambrosiana 23 La «pulchritudo iungendi» E la vitalità delle campagne. A proposito del Basso ÏDipero (con riferimento particolare alla Pars Occidentis) s’è molto parlato di crisi della piccola e media proprietà, e di trionfo del latifondo, sia pubblico che pri¬ vato, a coltura estensiva (parallelamente all’indebolirsi della vita urbana), in rapporto con l’insostenibile peso del fiscalismo di Stato, indicato quale cagione prima della fuga dei coltivatori dalle campagne e del venir meno insanabile di ogni vitalità nel¬ l’economia * 27. Anche nell’Italia Superiore la piccola e media proprietà (con la caratteristica tendenza ad affiancare vari tipi di coltura, in vista soprattutto dell’autoconsumo o, al massimo, dello smer¬ cio sul più vicino mercato urbano 28), dopo avere resistito nella però alquanto discutibile, volendo l’Autore presentare il IV-VI secolo in Italia come un periodo di emancipazione economica, di ininterrotto sviluppo agricolo e di progresso demografico mai prima eguagliato. Qui non si vuole negare la possibilità di una visione dell’agricoltura italica nei secoli tardi meno pessimi¬ stica di quella tradizionale, soprattutto in confronto alla situazione di altre regioni, e a quella dell’Italia stessa nelle epoche che immediatamente precedet¬ tero e seguirono il periodo qui considerato (chè, anzi, questa potrebbe essere una ipotesi di lavoro assai feconda, già applicata a diversi aspetti dell’eco¬ nomia tardo-imperiale da alcuni studiosi di primo piano, fra cui il Mazzarino, il Gelzer, lo Heichelheim, etc.). Ma nel De Robertis, là dove la novità delle teorie enunziate (quasi incredibile, date le indiscutibili difficoltà politiche, mi¬ litari e fiscali dell’Italia in questi secoli) avrebbe richiesto una documentazione rigorosamente circostanziata e convincente, le affermazioni restano quasi sem¬ pre gratuite. Molti passi di autori antichi vengono inoltre interpretati erro¬ neamente o distorti nel senso, in quanto citati con incompletezza e senza tenere conto del contesto da cui sono stati tratti; i numerosi dati negativi che po¬ trebbero invece infirmare la validità degli enunciati vengono per lo più taciuti, oppure interpretati con grande arbitrarietà. Sempre sul potenziamento produttivo dell’Italia nei secoli tardi, cfr. pure Id., La crisi del III secolo e l’avvio alla ripresa agricola in Italia, Studi di St. Medioevale e Moderna in on. di E. Rota, Roma 1958, pagg. 1-10. 27 Per una sintesi di tutta la sterminata letteratura in proposito, cfr. so¬ prattutto M. Rostovzev, Storia Economica e Sociale dell’Impero Romano, tr. it., Roma 1933, pagg. 613 e sgg. (= II ed. ingl. [1957] pagg. 535 sgg.), e da ultimo Mazzarino, Asp. Soc., cit. pagg. 7-31. 28 Cfr. ad es. Ambe., Ep. LXXXII, dove, a proposito delle rendite annue d’una tenuta compresa nella sua circoscrizione metropolitica, il Vescovo di Milano parla di un certum numerum frumenti, vini et olei\ cfr. pure Id., Exp.
24 Economìa e società nelVa Italia Annonaria » pianura assai più a lungo che altrove29, alla fine del secolo IV ancora sopravvive30, ma appare ormai prossima a venire rias¬ sorbita dalla grande proprietà anche nei distretti maggiormente produttivi della Valle Padana, ultimando quel processo di con¬ centrazione dei fundi in praedia sempre più vasti, che già nel II see. d.C. aveva raggiunto uno stato discretamente avanzato Ps. CXVIII 16, 7 e 2, 32 ; Sermo XXXIV ; De Virginibus III, 17 ; De Virginitate 34, Ex I, 28; III, 72 e IV, 19; De. Abra II, 40; De Isaac 60; De Exc. Sai. I, 61 ; Ep. XLI, 7 ; Ps.-Ambr., Sermo XXV, 2 e 3, etc. ; cfr. G. Salvigli, Il ca¬ pitalismo antico, Bari 1929, cap. V, pagg. 112-113. 20 Cfr. G. Salvioli, Sullo stato e la popolazione d’Italia prima e dopo le invasioni barbariche, Palermo 1900, pagg. 23-24 ; Id., Il capitalismo cit., pagg. 45 e 156; Th. Mommsen, La distribuzione del suolo italiano e le tabelle alimentari, tr. it. in B.S.E. a cura di V. Pareto, II, 2, Milano 1907, pagg. 709-728 (=Die italische Bodentheilung und die Alimentartafeln, Hermes XIX [1894], pagg. 293-345) ; T. Frank, An Economie Survey of Ancient Rome, V, Baltimore 1940, pagg. 168 sgg. ; Chilver, o. c. pagg. 145 sgg. ; G. Passerini, « Il territorio insubre nell’età romana » Storia di Milano I, Milano 1953, Parte IV, pagg. 113-214 e partie. 189 sgg. ; etc. 30 Secondo gli studi più recenti sulla iugatio-capitatio, le differenti unità fiscali della capitatio terrena, nella riforma di Diocleziano, sarebbero state con¬ cepite in maniera da adattarsi al regime agrario preesistente in ogni singola regione: così per es. in Africa, dove predominava la grande proprietà rurale, si sarebbe adottata un’unità d’imposizione fiscale adeguatamente estesa, la centuria; in Oriente lo iugum, che a seconda delle regioni e della qualità dei terreni oscillava fra i 20-40-60-100 iugeri di superficie arabile; nell’Italia Me¬ ridionale la millena, che corrispondeva invece a un’area di solo 12,5 iugeri (cfr. il catasto di Volcei del 323 d. C., C.I.L. X, 407). Sembra pertanto che anche nel¬ l’Italia Settentrionale lo iugum, come successivamente il lotto del soldato goto e la sors longobarda (12 iugeri), corrispondesse a un’unità di superficie alquanto modesta, proporzionale alla limitata estensione media dei fundi nella regione (cfr. Déléage, La capitation cit., pagg. 219-226 e 258-259; A. H. M. Jones, Census Records of the Later Roman Empire, J.R.S. XLIII [1953], pagg. 49-64; Id., Capitatio and Iugatio, Ibid. XLVII [1957], pagg. 88-94; vd. inoltre avanti, pagg. 51 n. 113 e 406 sgg. Anche se le sottili argomentazioni del Déléage possono lasciare adito a qualche dubbio, le locali fonti letterarie del IV-V secolo fanno spesso allusione ad esempi di piccole proprietà sopravvissute : cfr. Ambr., De Off. I, 149 ; Ennod., Carm. II, 39-45 (= Opp. CLXII-CLXIV, pagg. 147-149 M.G.H., A.A. VII, ed. F. Vogel, Berlin 1885) ; etc. Anche Gerolamo parla delle sue modeste proprietà nella Ep. LXVI, 14 ad Pammachium de dormitione Paulinae (... villulas, ...et parentum communium census ; cineres è lezione variante accettata da I. Hilbebg in C.S.E.L. 54, Wien 1910, pag. 665) ; e queste piccole tenute, se si accetta la tesi alquanto persuasiva del Vallarsi, dovevano trovarsi dalle parti di Aquileia ed Emona, non lungi dall’antico confine tra Dalmazia e Pannonia (cfr. P.L. 22,
L'età ambrosiana nei saltus boscosi e pascolativi delPAppennino Veleiate31 32. Anzi, si direbbe che proprio e soltanto in questo momento nell’Italia Cisalpina esplodano con violenza il gusto della pulchritudo iun- (jeudi32 e la ingens cupido agros continuandi™, che vanno evidentemente messe in relazione con gli intervenuti mutamenti di ordine militare e politico: poiché lo stabilirsi nella regione della Corte, dell’intero organismo burocratico centrale a questa connesso e delPesercito comitatense doveva avere significato, ol¬ tre alPaggravarsi automatico delle esazioni e delle coemptiones, anche un positivo afflusso di nuovi capitali destinati alla eroga¬ zione in loco e un potente sforzo di adattamento alle accresciute esigenze da parte delle strutture economiche locali. Nell’ultimo terzo del IV secolo, una grandissima parte della predicazione di S. Ambrogio è pertanto intesa a descrivere (e naturalmente a deplorare) i continui abusi di quei possessores M, coll. 5-8; tale ipotesi sulla localizzazione di Stridone è stata accettata anche da F. Cavalisera nel suo fondamentale lavoro su S. Gerolamo, Saint Jérôme, sa vie et son oeuvre, Louvain-Paris 1922, « Spicilegium Sacrum Lovaniense », Parte I, Tomo II, n. A., pagg. 67-71. L’identificazione della patria di S. Gero¬ lamo fu pertanto oggetto di appassionate polemiche, fin dal XV secolo ; le varie opinioni si possono riassumere in una tesi dalmata [Stridone localizzata à Grahovopolje in Bosnia : cfr. Mgr. Bulic, Stridone luogo natale di S. Girolamo, Miscellanea Geronimiana, Roma 1920, pagg. 253-330], in una tesi pannonica [che cerca Stridone alla confluenza della Sava e del Danubio, nell’isola di Mur: di tale opinione fu ad es. il Danko], in una tesi istriana [che identifica Stridone con Sdrin o Sdrigna) e in una tesi veneta, qui accettata: un’estesa trattazione del problema si trova in F. M. Appendini, Esame critico della questione intorno alla patria di S. Girolamo, 4 voli., Zara 1833; Cavallera, o. c., 1. c.). È chiaro comunque che le piccole e medie proprietà in nessuna età e regione cessarono mai di esistere, accanto alle proprietà di maggiore estensione. 31 Cfr. Mommsen, La distrib. del suolo ital. cit. ; F. De Pachtère, La Table hypotécaiie de Veleia, Paris 1920 « Bibl. de l’Éc. des Hautes Études» 228; U. Formentoni, « Forma Reipublicae Veleiatum », Boll. stor. piacentino XXV (1930), pagg. 3-20; Frank, An. Ec. Survey cit., V, pagg. 173-174; Studi Veleiati, Piacenza 1955, passim. 32 Plin., Ep. III, 19. 88 Liv. XXXIV, 4. Agros continuare era l’espressione tecnica usata per designare il latifondo : cfr. Cic., De lege agr. ad Rullum III, 4, 14 ; Iul. Frontin., Liber li De controv. agr., pag. 44 ed. K. Lacjimann, Gromatici Veteres (Römische Feldmesser) I, Berlin 1848; Agennius Urbicus, De controv. agr., pagg. 70-71 ed. Lachmann; etc. 84 Sono qui necessarie alcune precisazioni sui termini usati nel secolo IV e seguenti per designare il diritto di proprietà. I più comuni di essi sono: dominium e dominus (e anche dominatio, già nel Digesto) ; potestas (Dig, U.
Economia c società nell’a Italia Annonaria » 2(j per i quali il trwnsferre terminos, fines producere, agros invadere, vicinos excludere erano divenuti una quotidiana pratica di pre¬ potenza E, nella maggioranza dei casi, non si trattava già di usurpazioni violente, ma di cessioni o vendite forzate da parte dei piccoli e medi proprietari locali, sotto la pressione del fisco e attraverso l’indebitamento usuraio con i potiores : Nabuthae historia tempore vetus est, — dice Ambrogio 36 — usu cottidiana. Quis emm divitum non cottidie concupiscit alie¬ na? Quis opulentissimorum (il latifondista) non exturbare con· tendit agellulo suo pauperem (il piccolo proprietario) atque inopem aviti ruris eliminare finibus? ... Cuius non inflammet divitis animum vicina possessio? ... cottidie Nabuthae sternitur, cottidie pauper occiditur. Hoc metu percitum humanum genus cedit iam suis terris, migrat cum parvulis pauper onustus pi¬ gnore suo...37. 17, 59) ; proprietas, proprietarius (termine generalmente usato nel Digesto e nel Codice Giustinianeo in contrapposizione a usus fructus) ; possessio e possessor (termini ormai applicati anche alla piena proprietà, mentre nel diritto più an¬ tico, in senso ristretto, possessio era considerata, ut definit Gallus Aelius, usus quidam agri, aut aedifici, non ipse fundus aut ager : cfr. Festus, De veri), sign. pag. 233 ed. K. O. Müller, Leipzig 1880 = pag. 261 ed. W. M. Lindsay, Leipzig 1913). Su questo uso di possessor nel significato di dominus, cfr. già Plin., Ep. Ili, 19, 6; e poi Dig. L. 16, 115; Ibid. XLVII, 9, 7 (a dominio pos¬ sessionis) ; C. Τη. X, 8, 1, del 313 d. C. (possessionem... donatam... cum adia- centilms et mancipiis et pecoribus et fructibus et omni iure suo); Ibid. XI, 3, 5, del 391 (dove possessor è detto qui dominium consequitur) ; Ibid. VI, 3, 1, del 393 (dove senatoriae possessiones sono considerate sinonimo di praedia sena¬ toria); Ibid. II, 31, 1, del 422 (dominos possessionum); C. I. XI, 48, 23 (pos¬ sessionum domini) ; etc. In quanto alla proprietà fondiaria a quest’epoca, i termini fundus, prae¬ dium, ager, villa, cortis, etc. si possono considerare tutti press’a poco sinonimi. Tutto ciò è già stato a suo tempo magistralmente illustrato da N.-D. Fustel De Coulanges, L’Alleu et le domaine rural pendant l’époque mérovingienne, Hi¬ stoire des Institutions Politiques IV, Paris 1889, pagg. 2 sgg. e 15 sgg. 85 Cfr. Ambr., Exp. Ps. CXVIII, 5, 8 ; Ibid. 6, 20 e 32 ; Ibid. 8, 4 e 5 e 58 ; Ibid. 16, 6 e 7 ; IUd. 20, 47 ; Ep. II, 11 e 30 ; Ep. XXXVII, 43 e 44 ; De Off. I, 63 e 137 e 158 e 243 ; Ibid. II, 69 ; De Noe 102 ; De Iacob I, 10 ; De Viduis 58 ; Ex. V, 14 e VI, 52; De Nabuthae 1-14; Ibid. 40 e 44-45 e passim; In Ps. I en. 29; In Ps. XLVII en. 5 ; In Ps. XLVIII en. 25; De Bono Mortis 16; Ibid, 22-24; De Cain I, 21 ; Ps.-Ambr., Precatio II, 9, P.L. 17, col. 837 ; etc. M De Nab. 1. 37 Cfr. pure De Tobia 80. Spesso i piccoli proprietari erano costretti a venditiones, donationes o transactiones in favore dei potentiores, in cambio
L’età ambrosiana 27 Cenni ed accenti del tutto analoghi a quelli ambrosiani ri¬ scontriamo pure negli altri Vescovi cisalpini del tempo, Zeno di della protezione accordata da costoro contro le esigenze del fisco ; sulla pratica del patronato nella non lontana Aquitania, nel V secolo, si diffonde Salviano in un passo famoso : ... [pauperes] tradunt se ad tuendum protegendumque maio¬ ribus, dediticios se divitum faciunt et quasi in ius eorum dicionemque tra- scendunt... Illud grave ac peracerbum est, quod hac lege tueri pauperes vi¬ dentur (scii, divites), ut spolient... Omnes enim hi, qui defendi videntur, defen¬ soribus suis omnem fere substantiam suam prius quam defendantur addicunt, fio* sic, ut patres habeant defensionem, perdunt filii hereditatem... Ecce quae sunt auxilia ac patrocinia maiorum... Nam illud quale quam non ferendum at¬ que menstriferum... quod plerique pauperculorum atque miserorum spoliati resculis suis et exterminati agellis suis, cum rem amiserint, amissarum tamen rerum tributa patiuntur; cum possessio ab his recesserit, capitatio non recedit... Post mortem patris nati obsequiis iuris sui agellos non habent et agrorum mu- niis enecantur... Itaque nonnulli eorum, de quibus loquimur, qui aut consultio¬ res sunt aut quos consultos necessitas fecit, cum domicilia atque agellos suos aut persuasionibus perdunt aut fugati ab exactoribus deserunt, quia tenere non possunt, fundos maiorum expetunt et coloni divitum fiunt. Ac sicut solent... hi, qui hostium terrore compulsi ad castella se conferunt... ita et isti, quia tueri amplius vel sedem vel dignitatem suorum natalium non queunt, iugo se inquilinae abiectionis addicunt... (Salv., De Gub. Dei V, 8, 38-44; su curiali — cioè pic¬ coli e medi proprietari — che, dopo 30 ο 40 anni di colonato o di inquilinato, acquisivano lo ius originarium e non potevano più essere rivendicati alle curie cittadine, cfr. per l’appunto C. Τη. II, 19, 2, da Milano, legge indirizzata nel 400 da Onorio al ppo. Galliarum Vincentius; sul medesimo fenomeno in Italia, nel VI secolo, cfr. pag. 454, n. 619). Mentre nella Pars Occidentis dell’Impero il patronato veniva esercitato soltanto come protezione individuale, in Oriente esso era talora elargito a intere comunità ; numerose sono pertanto le leggi (tutte di pertinenza orientale) emanate nel IV e Y secolo per arginare il diffondersi di tale pratica: cfr. C. Τη. XI, 24, 1-6 (dal 360 al 415); XII, 1, 146 (395); XIII, 1, 15 e 21 (386 e 418); XIII, 11, 3 (386) (le tre ultime leggi riguardano quei potentiores che aiutavano i loro homines — negotiatiores o coloni — a sfug¬ gire alle imposte) ; etc. Cfr. pure Liban., Or. XLVII Περί των προστασιών; E. Beau¬ doin, Les grands domaines dans l’Empire Romain, d’après les travaux recents, Nouv. Rev. Hist, de Droit fr. et étr. XXI (1897), pagg. 543-599 e 673-720, XII (1898), pagg. 27-115, 194-219, 310-350, 545-584, 694-746 (poi in vol. a sè, Paris 1899), e partie, pagg. 27-115; F. Thibault, Les patrocinia vicorum, Viertel- jahrschr. für Sozial- und Wirtschaftsgesch. II (1904), pagg. 413-420 (con le ri¬ serve sulla tesi fondamentale di questo autore qui fatte a pag. 66, n. 163) ; F. De Zulueta, De Patrociniis Vicorum, A Commentary on C. Th. XI, 24 and C. J. XI, 54, Oxford Studies in Social and Legal History in Honour of P. Vinogradoff, I, Oxford 1909, pagg. 1-78; J. Brissaud, Le régime de la terre dans la société étatiste du Bas-Empire, Paris 1927, pagg. 127-150; F. Martroye, Les patronages d’agriculteurs et de vici au IVe et au Ve siècles, Rev. Hist, du Droit fr. et Hr. VII (1928), pagg. 201-248; G. Mc Lean Harper Jr„ Village Administration
28 Economia c società nell’« Italia· Annonaria » Verona * 38, Gaudenzio di Brescia39 e Massimo di Torino 40. E an¬ che un passo dello stesso biografo del Vescovo di Milano, il dia¬ cono Paolino, ci fa fede che il fenomeno fu allora vivo e circo- stanziato nella realtà dei fatti, e non soltanto un topos letterario, espresso nei clichés consunti della retorica tradizionale: Ingemiscebat (scii. Ambrosius) ... vehementer cum videret radicem omnium malorum avaritiam pullulare, quae neque copia neque inopia minui potest, magis magisque increscere in homi¬ nibus et maxime in iis, qui in potestatibus erant constituti, ita ut intei'veniendi illi apud illos gravissimus labor esset, quia om¬ nia jyretio distrahebantur 41. Quae res primo omne malum invexit Italiae; et exinde omnia verguntur in peius...42. Può riuscire di qualche interesse notare come — benché allusioni a fatti analoghi si trovino tanto nel Codice Teodosiano in the Roman Province of Syria, Yale Class. St. I (1928), pagg. 103-168; G. G. Diligiienskï, Per la questione dei patrocini agrari nel tardo impero romano (in russo), V.D.I. II (1955), 1, pagg. 135-141; L. Habmand, Le patronat sur les collectivités publiques des origines au Bas Empire, Paris 1957, pagg. 421 sgg. (Ille Partie, passim), che però è opera da usarsi con cautela; sul patronato ecclesiastico tardo, cfr. S. Pivano, I contratti agrari in Italia nell’Alto Medio Evo, Torino 1904, pagg. 51 sgg. ; vd. inoltre avanti, pagg. 134, n. 366, e 227 sgg. 38 I, Tract. Ili, 5 ; Tract. IX De Av. I, 2 ; Tract. XV, 6 (P.L. 11). 30 Sermo IV; Vili; XIII (P.L. 20 = C.S.E.L. 68, ed. A. Glück, Wien 1936). 40 Sermo LXXXII ; CI; GII (P.L. 57). 41 A questo passo di Paolino sembra fare preciso riscontro quella legge di Valentiniano I al ppo. Italiae Probo, che fra il 365 e il 373 aveva condan¬ nato le turpes nundinae da parte degli administratores e altiores indices: ... Ve¬ rum si qui ex his medio muneris sui tempore vel privatim aliquid emisse vel publice detegetur ... non modo his, quae per semet ipsos vel per aliam fuerint empta personam, sive agri sint, sive domus sive mancipia seu quaecumque mobilia, sed etiam ea pecuniae taxatione, quam dederint, exuantur... (C. Tu. VIII, 15, 5, 3 ag. 365 ? 368 ? 370? 373? da Sirmium). 42 Paulinus, Vita Ambrosii 41, P.L. 14, coli. 43-44 = ed. J. G. Krabinger, S. Ambrosii... De Officiis Ministrorum libri III cum Paulini libello de Vita S. Ambrosii, Tübingen 1857, pagg. 21-22. Paolino fu discepolo di Ambrogio, ed è fonte storicamente ineccepibile: cfr. J.-R. Palanque, La Vita Ambrosii de Pau¬ lin, Étude critique, Rev. des Sc. Rei. IV (1924), pagg. 26-61 e 401-420; M. S. Kaniecka, Vita Sancti Ambrosii Mediolanensis Episcopi, a Paulino eius notario ad Beatum Augustinum concripta, Washington 1928 («Univ. of Am. Patr. St. ») ; Aigrain, L’hagiographie cit., pagg. 158 e 299-300.
U g tà am b ) os la na 29 quanto in Salviano e in altri Padri della Chiesa —■ soltanto in Basilio di Cesarea (il modello prediletto di Ambrogio), oltre che nel Vescovo di Milano e negli altri Pastori cisalpini, si pos¬ sano a quest’epoca riscontrare tracce tanto vive e insistenti del fenomeno di concentrazione latifondistica in pieno corso di svol¬ gimento 43 : ora, noi sappiamo da altra fonte che per l’appunto anche in Cappadocia, probabilmente già a partire dal IV secolo d.C., l’estendersi progressivo del latifondo pubblico e privato e le prevaricazioni dei maiores possessores raggiunsero tali pro¬ porzioni da indurre più tardi l’Imperatore d’Oriente ad assumere in proposito provvedimenti speciali44 *. Nel complesso, non si ha però l’impressione che tanto il diffondersi del latifondo quanto l’imposizione della tassa fon¬ diaria (applicata per la prima volta in Italia con Galerio nel 305-306 4δ) in un territorio tradizionalmente fertile come quello cisalpino provocassero la diserzione dei campi e l’abbandono delle colture, quali ce li descrive alquanto tendenziosamente Lat¬ tanzio nel De Mortibus Persecutorum46. E, fatta un’eccezione soltanto per alcuni distretti della Cispadana e, forse, del Pie¬ monte47, da molti indizi si sarebbe indotti piuttosto a credere che proprio l’imposizione della iugatio-capitatio finisse talora con l’incoraggiare lo sfruttamento agricolo delle grandi pro¬ prietà, per far fronte ai nuovi oneri48 : fenomeno vagamente ana- 43 Cfr. Bas. Πρός τους πλουτούντας 37 B-C ; 58 A ; e passim (P.G. 31). 44 Cfr. C.I., Nov. XXX (536), De proconsule Cappadociae, e partie, cap. 5; J. B. Bury, History of the Later Roman Empire, London 19232, II, pagg. 341-342 ; sul trionfo della grande proprietà in Cappadocia nel V sec., cfr. Stein, o. c. I. pag. 420 (=ed. fr. pag. 278). 46 Cfr. Lact. De mort, pers. XXIII; v. «Maximianus» (W. Ensslin), P. W. XIV, coll. 2516-2528; Jullian, Les transf. poi. cit., pag. 191; H. Bott, Die Grundzüge der Diokletianischen Steuerverfassung, Frankfurt 1928, pagg. 14 sgg. e passim ; W. Seston, Dioclétien et la Tétrarchie, Paris 1946, parte III, cap. I («Fiscalité»), pagg. 261-294. 46 Lact. De mort. pers. XXVI ; se ne veda il commento di J. Moreau, Lactance, De la mort des persécuteurs, Paris 1954, 2 voli., introd., testo critico e trad. fr. Sui riflessi negativi del sistema tributario dioclezianeo nell’agricoltura, cfr. in generale H. Peter, Il diritto agrario nel tardo impero romano, Riv. di Dir. Agr. 1954, pagg. 421-436. 47 Cfr. sotto, pagg. 42-84. 48 Nella già citata Ep. LXXXII Ambrogio tratta per es. la compositio di una vertenza, in cui il clarissimus Laetus contestava alla sorella il diritto di possedere una certa proprietà, sostenendo che ella non avrebbe mai saputo am-
30 Economia e società nell’«. Italia Annonaria » logo (ci si perdoni lo sconfinamento sociologico) a quanto avvenne per es. nel 1848 in Ungheria, dove, con la soppressione delle immunità fiscali, si videro in breve tempo i latifondi a pascolo ricoprirsi di frumento coltivato su vasta scala49 * * * * * * * * * *. Se alcuni passi di Ambrogio di Milano e Massimo di Torino sembrano accennare in qualche occasione a terreni coltivati pros- ministrare quella possessio tributaria, per cui era necessario interessarsi alle colture senza lasciarle cadere neU’abbandono, se si voleva far fronte agli oneri fiscali inerenti (Ep. cit., 7): il fatto che Laetus fosse tanto interessato a met¬ tere le mani su detta proprietà, nonostante i suoi gravami tributari, sembra però dimostrare che l’onere fiscale non la rendeva certo meno desiderabile ai suoi occhi. Numerosi sono poi i passi ambrosiani che alludono a un’accurata coltiva¬ zione delle tenute e alla loro feracità, dovuta al lavoro umano, oltre che alla naturale disposizione dei terreni: cfr. ad es. Ex. Ili, 45-46; De Off. Ili, 38-39 cit. a pagg. 96-98; etc. Infine anche il Codice Teodosiano, nella imposizione delle collationes fi¬ scali, non sente quasi mai la necessità di concedere alle regioni annonarie que¬ gli sgravi che i distretti suburbicari richiedevano con crescente frequenza : così, ad es., non ci risulta che l’Italia Settentrionale abbia mai goduto di remissioni di imposte arretrate, come spesso avvenne invece per le regioni meridionali (cfr. C. Tu. XI, 28 de indulgentiis debitorum, e partie, le leggi 2 del 395, 7 del 413 e 12 del 418; Jullian, Les transf. poi. cit., pagg. 191 sgg.) ; e, in una occasione, la legge di C. Τη. XI, 16, 12 (indirizzata nel 380 da Treviri al Comes Rerum Privatarum Theodorus) esonera i soli fundi imperiali della regione urbicaria dalla collatio tironum, mentre dichiara rigorosamente tenute alla prestazione di tirones, cavalli e frumento tutte le proprietà situate neìYItalia Annonaria, ivi comprese quelle della Domus Divina (unico sgravio comune ai due Vicariati è quello dai munera extraordinaria). 40 Cfr. JuxLiAN, Les transf. poi. cit., pagg. 201-202. In questi secoli sarà dunque più esatto parlare, per la Gallia Cisalpina, di trionfo della pro¬ prietà — anziché della coltura — latifondistica. 80 In una occasione {Ex. Ili, 37) Ambrogio parla ad es. dell’olio cotto con assenzio, di cui i contadini usavano cospargere il corpo per difendersi dalle zanzare: il che — esclusa la presenza, allora, delle risaie — fa pensare a zone paludose prossime a quelle sative. Nella campagna gli acquitrini dovevano spesso arrivare molto vicino ai centri abitati, se Ambrogio narra poi l’episodio del santo sacerdote, evangelizzatore delle popolazioni agricole, che durante la sua predicazione fece miracolosamente tacere l’altissimo gracidare delle rane {De Virginibus III, 14: silent igitur paludes...). In De Virginitate 34 Ambrogio accenna inoltre alle foreste che si levavano alte nella pianura ; e In Psal. XXXVI cn. 12 ai cinghiali che, uscendo dai boschi, irrompevano, danneggiandoli, nei prossimi coltivi. Di saltus silvaeque nell’ambito della propria Diocesi fa spesso menzione anche Massimo di Torino : cfr. ad es. 8ermo XXV ; etc. Anche negli autori d’epoca tardo-repubblicana e alto-imperiale, del resto,
L’età ambrosiana 31 simi e frammisti a paludi e foreste60, ciò potrebbe indicare — contrariamente a una prima apparenza — proprio il persi¬ stere del lavoro e della vita anche là dove la natura frapponeva duri ostacoli alla coltivazione. Non vanno infatti dimenticati esempi come quello di Verdesiacum (località fra Albairate e Ci- sliano sulla sponda sinistra, acquitrinosa e boscosa, del Ticino, ricordata in parecchi documenti medievali), di cui fu scoperta nel secolo scorso una necropoli d’una sessantina di tombe, con una suppellettile la quale, benché modesta, sta a testimoniare che anche qui esisteva una popolazione agricola abbastanza nu¬ merosa, cui nel IV secolo e oltre continuavano a giungere i prodotti manufatti dell’artigianato e il comune circolante di moneta enea 61. Analoghe considerazioni potrebbero farsi pertanto su di un grande numero di altri vici e pagi spesso non identificati, le cui necropoli sono state rinvenute un po’ ovunque nell’Italia Set¬ tentrionale: esse (con i soliti corredi funebri alquanto modesti di fittili, vetri, monetine bronzee di età tarda, fibule, armille, anelli, strumenti artigianali e oggetti votivi di carattere agri¬ colo) dai più antichi tempi dell’Impero si riallacciano, senza alcuna soluzione di continuità62, a quelli degli Imperatori più si erano sempre trovate allusioni all’esistenza di paludi, per es. dalle parti di Mutina, Bononia, Altinum, Aquileia, Ravenna, Mantua, Brixia, Comum, etc.: cfr. l’elenco delle testimonianze riportato in De Robeetis, La prod, cit., pag. 91, n. 9) ; sulle estese foreste del Parmense e dei Colli Euganei, cfr. P. Bellemo, Attraverso la Padania Orientale nei tempi antichi (Appunti di geografia eco¬ nomica), « Pubbl. dell’Un. Catt. del Sacro Cuore » V* ser. 4, Milano 1924, pagg. 9 sgg. 51 Cfr. A. Pisani-Dossi, Verdesiacum, Boll, della Soc. Pavese di St. Patria V (1905), pagg. 81-102. 62 Continuità intesa qui, soprattutto, nel senso di continuità di inse¬ diamento. Il dibattuto problema della continuità, affrontato in senso troppo assoluto e unitario, potrebbe rivelarsi un’astrazione, un falso problema: a seconda de¬ gli innumerevoli punti di vista da cui lo si può considerare (e che non si rive¬ lano quasi mai reciprocamente interdipendenti : continuità, ed es., nell’aspetto materiale del paesaggio e degli insediamenti urbani, continuità nelle istitu¬ zioni, nella formazione e nelle manifestazioni della cultura, nei modi della vita economica, nella struttura della società, nella sua composizione demografica, negli atteggiamenti e nella coscienza popolare, e così via), è possibile giungere ai risultati più divergenti, constatando — per uno stesso periodo di tempo e una medesima località — persistenze pressoché immutate di tradizioni in un
32 Economia c -società nell’«. Italia Annonaria » tardi, e talora ai primi insediamenti barbarici5H. Né sempre resistenza e la sopravvivenza di questi agglomerati rurali sem¬ bra doversi mettere in relazione col percorso d’una non lontana strada di grande transito, o di mansiones e castra militari δ4. Abbiamo inoltre traccia — per es. in Emilia, almeno sino al declinare del secolo TV — di ville rustiche e di costruzioni agri¬ cole ancora funzionanti, isolate nelle campagne e lontane dai maggiori centri urbaniδδ. Anche l’ininterrotta rete dei toponimi romani e tardo-romani, che spesso evocano la presenza d’inse¬ diamenti umani in regioni acquitrinose e selvagge* 53 54 * 56 (sia pure campo, cesure radicali e rivoluzionarie in un altro, aspetti misti di nuovo e di antico in un altro ancora. Nella storia si possono inoltre riscontrare effettivi saltus ; e può accadere che anche apparenti sopravvivenze di istituti e di tradizioni in certi luoghi si rivelino poi mutuate per imitazione — dopo una cesura più o meno lunga — dai medesimi istituti conservatisi altrove, attraverso il processo di una con¬ tinuità effettiva: su ciò cfr. da ultimo G. P. Bognetti, Problemi di metodo e oggetti di studio nella storia delle città italiane dell’alto medioevo, VI Sett. Int. di Studi sull’Alto Medioevo (10-16 aprile 1958), « La città nell’Alto Medio¬ evo », Spoleto 1959, pagg. 59-87 ; R. S. Lopez, Epilogo, Ibid., pagg. 731-748. 53 Per un inventario degli esempi più perspicui e cronologicamente sicuri, fondato sullo spoglio dei materiali pubblicati, cfr. Nota Complementare A, pagg. 527 sgg. ; si vedano inoltre in generale i fogli della Carta Archeologica d’Italia al 100.000, pubblicati dall’Ist. Geogr. Militare. 54 II persistere quivi della vita e dei traffici appare infatti assai più ovvio ; potremmo allora ricordare in tal senso anche le ben note epistole di Sidonio Apollinare, in cui — nel corso del suo viaggio da Lione a Roma — egli descrive come formicolanti di vita e di traffici le terre ingrate del Cesenate (Ep. I, 8, 2 a Candidianus, del 468: ... Caesenatis furni potius quam oppidi...), le paludi malariche del Ravennate piene di canne, rane e zanzare (Id., Ibid.: ... te Raven¬ nae felicius exulantem auribus Padano culice perfossis municipalium ranarum loquax turba circumsilit. In qua palude indesinenter rerum omnium lege per¬ versa muri cadunt aquae stant, turres fluunt naves sedent, aegri deambulant medici tacent, algent balnea domicilia conflagrant, sitiunt vivi natant sepulti... Cfr. pure Id. Ep. I, 5, 5-6 a Heronius, dei 467, e 1’Ep. VII, 17, 2, v. 19 a Volusianus : Rura paludicolae temnis populosa Ravennae), le rive boscose e pa¬ lustri dei Ticino, dei Lambro, Adige, Mincio, Adda e Po (Ep. I, 5, 2-5 ad Heronius). 56 Per una descrizione di tali costruzioni (caratteristiche soprattutto della campagna emiliana, e di cui resta oggi una dozzina di esempi), probabilmente torcularii o impianti comunque collegati a qualche industria agricola, cfr. Nota Complementare B, pagg. 530 sgg. 50 Cfr. ad es. G. D. Serba, La storia più antica della provincia di Cuneo alla luce dei suoi nomi locali, Boll, della Soc. per gli Studi Stor. Arch, e Art.
U et à ambrosiana 33 al riparo di una casa colonica che va quasi assumendo il carat¬ tere di una fortezza57 *), è pertanto una testimonianza alquanto significativa di questa sopravvivenza d’una estesa vita agricola nelle campagne, anche nei secoli più oscuri dell’Alto Medio Evo Si ha infatti l’impressione che le prime invasioni barbari¬ che. nel secolo V e nella prima metà del VI, abbiano causato devastazioni e rivolgimenti nei vari centri urbani in cui si con¬ centrò l’eventuale resistenza (lasciando una traccia nell’affret¬ tata costruzione e ricostruzione d’opere di difesa e nel restauro altrettanto frettoloso degli edifici distrutti59), piuttosto che nelle campagne dell’intera Italia Settentrionale. Queste ultime do¬ vettero allora risentire delle varie crisi militari soprattutto dal punto di vista di un moltiplicato sforzo contributivo per approv vigionare gli innumerevoli eserciti di passaggio (romano-barba rici o barbari che essi fossero), sempre però sulla medesima linea delle prestazioni annonarie coatte, comuni anche ai secoli pre¬ cedenti. nella Prov. di Cuneo, n. s. XXXII (1953), pagg. 3-22; E. Galli, Barona (fra¬ zione di Albuzzano, Pavia), Boll, della Soc. Pavese di St. Patria n. s. Ili (1950), pagg. 68-98, e VI (1954), pagg. 45-74. 57 Cfr. G. D. Serra, Appunti di toponomastica, Postille in margine alla Storia di Genova (vol. II) di Ubaldo Formentini, Riv. di Studi Liguri XVII (1951), fase. 3-4, pagg. 225-240 e partie, pagg. 232-233; Galli, art. cit. 1950, pagg. 79-80. 38 Oltre agli studi già citt. del Serra e del Galli, cfr. D. Olivieri, Saggio di una illustrazione generale della toponomastica veneta, Città di Castello 1914 ; Id., Di alcuni nomi locali dell’Emilia e delle province limitrofe, Studi Romanzi XV (1920), pagg. 115-136; Id., Dizionario di toponomastica lombarda, Milano 1931 ; P. S. Pasquali, Un dizionario di toponimi bresciani, Arch. Stor. Loml). ser. VII, LXII (1935), pagg. 449-459; A. Gnaga, Vocabolario topografico-topono- mastico della provincia di Brescia, Brescia 1937; G. Malagoli, Toponimi ro¬ mani coloniali nel Reggiano, « Bibl. della Giovine Montagna» 183, Parma 1943; G. D. Serra, Contributo toponomastico alla teoria della continuità nel Medio¬ evo delle comunità rurali romane e preromane deU’Italia Superiore, Cluj 1931 ; Id., Appunti onomastici sulla storia antica e medioevale di Asti, Riv. di Studi Liguri XVIII (1952), fase. 12, pagg. 72-102 ; F. Violi, Di alcuni nomi locali della Provincia di Reggio Emilia, Atti e Mem. della Dep. di St. Patria per le antiche province modenesi, ser. Vili, X (1958), pagg. 59-72; etc. “ Per un elenco delle opere tarde di ricostruzione e difesa nelle varie città deH’Italia Settentrionale (fondato sui materiali pubblicati), cfr. Nota Comple¬ mentare C, pagg. 533-534. 3. L. Ruggini
34 Economia e società nell’a Jtalia Annonaria » Là dove radicali cambiamenti vi furono (ad es. nell’assetto profondamente mutato delle proprietà fondiarie™, oppure nel¬ l’abbandono definitivo di alcuni centri abitati60 61, o ancora nel loro spostarsi dalla pianura alle più vicine alture per ragioni di salubrità, di sicurezza e così via62 * * * *) tali fenomeni debbono per lo più collocarsi in una posteriore fase longobardo-bizantina, 60 Sul trapasso dal regime della proprietà romana a quello dei regni bar¬ barici nella prima età longobarda, cfr. ad es. la notevole relazione di G. P. Bo- gnetti al Convegno Nazionale di Diritto Agrario del 22-24 ottobre 1955 (La proprietà della terra nel passaggio dal Mondo Antico al Medio Evo Occidentale, Atti del Conv. Naz. di Dir. Agi·., Milano 1958, pagg. 121-141); vd. pure Id., Sto¬ ria, Archeologia e Diritto nel problema dei Longobardi, Atti del I Congr. Int. di Studi Longob. (27-30 sett. 1951), Spoleto 1952, pagg. 71-130; E. Bernareggi, Il sistema economico e la monetazione dei Longobardi neiritalia Superiore, Mi¬ lano 1960. ei Come nel caso di molti fra gU esempi addotti nella Nota Complementare A, pagg. 527 sgg. 62 Tale fu, ad es., il caso di Libarna: questo nobile oppidum della Gallia Cisalpina (Plin., N. H. Ili, 5, 45), prima tappa del commercio che attraverso i Giovi raggiungeva la Postumia o si dirigeva a Roma lungo VAurelia (cfr. Anon. Rav. IV, 33, pag. 71 ed. J. Schnetz, Itineraria Romana II, Leipzig 1940; la compilazione è deirvill secolo, ma si rifà a fonti molto più antiche), scom¬ parve al sopraggiungere dei barbari, mentre la sua popolazione si rifugiava sulle coUine: cfr. P. Barocelli, Scavi nell’area della città di Libarna, Atti della Soc. Piem. di Arch, e Belle Arti, I (1917), pagg. 22-24; Id., Serravalle Scrivia, Nuove ricerche nella città di Libarna, Not. Scavi 1922, pagg. 362-378; Id., Due città liguri romane: Libarna ed Albintimilium, Boll. Storico-Bibliografico Su¬ balpino, XXVII (1925), fase. 2-4, pagg. 129-138; G. Monaco, Libarna (Forma Italiae, Reg. IX, vol. I), Roma 1936; N. Lamboglia, Liguria Romana, 1st. di St. Romani, [Alassio] 1939, pagg. 243-274; M. Guasco, Libarna, Scavi per la si¬ stemazione della zona archeologica dell’anfiteatro (26 maggio-12 luglio 1952), Not. Scavi 1952, pagg. 211-223. Anche ad Albintimilium (Ventimiglia) la vita persistè nell’antico centro durante le prime invasioni, nonostante alcuni segni di decadenza (trasforma¬ zione di alcune aree pubbliche in corti private: cfr. N. Lamboglia, Gli scavi di Albintimilium e la cronologia della ceramica romana, Bordighera 1950, pag. 11); soltanto più tardi (in seguito al pericolo saraceno?) il nucleo abitato si trasferì sulla collina a ponente del Roia: cfr. N. Lamboglia, Primi risultati cronologici e storico-topografici degli scavi di Albintimilium (1948-1956), Riv. di St. Liguri, XXII (1956), fase. 2-4, pagg. 91-152 e partie. 144-152 (nel V-VI secolo la pone però G. Grosso, La ceramica alto-medioevale e medioevale nei recenti scavi di Albingaunnm, Riv. Ing. e Intern., n. s. XIII [1958], pagg. 20-26 e partie. 20). Un fenomeno analogo si riscontra poi anche a Bene Vagienna (cfr. E.
35 IJetà ambrosiana verso cui in molti campi convergono i segni di un effettivo di¬ stacco dalle epoche precedenti. Il Vicariato d’Italia e la prestazione dell’annona vinaria per l’Urbe: segni di difficoltà tributarie. A partire dal IV secolo, è possibile cogliere più d’un indizio di difficoltà nell’andamento della vita economica padana. Ma la quasi totalità di questi sintomi di crisi, che analizzeremo in se¬ guito (declino passeggero di alcuni centri urbani, fuga dei curiali dai loro senati municipali, diserzione delle campagne da parte di coloni e servi rustici, provvedimenti imperiali in favore di sgravi fiscali e stanziamenti d’inquilini barbari nelle campagne incolte, resi necessari dall’insufficienza di mano d’opera), si riferiscono a pochi distretti dell’Italia Occidentale e dell’Annonaria Cispadana (particolarmente dell’Emilia); mentre l’intera regione transpa¬ dana a oriente del Ticino, le Venezie e l’Istria non paiono cono¬ scere alcuna manifestazione analoga di decadenza. Detti fenomeni sembrano comunque doversi connettere so¬ prattutto con difficoltà sviluppatesi nell’ambito della produzione vinicola, che sin dai tempi di Plinio aveva tenuto il primo posto nella vita economica cisalpina63 ; mentre ad es. la produzione frumentaria (la quale, sempre secondo Plinio, seguiva al secondo posto nella Transpadana64) proprio nel IV secolo pare cono¬ scesse in parecchi distretti cisalpini una vigorosa ripresa e un incremento di notevole portata. Né questo deve fare eccessiva meraviglia, qualora si rifletta che ovunque, in questa età, lo Stato tendeva a gravare con le forniture annonarie in specie sui prodotti tradizionalmente più caratteristici di ogni singola pro¬ vincia. E proprio di questi, perciò, veniva facilitata una crisi; mentre la maggiore alcatorietà produttiva in altri settori finiva con l’incoraggiare le speculazioni e la libera iniziativa privata, salvaguardando i proprietari da un’imposizione fiscale sistema¬ tica ed eccessiva. * 68Odello, Augusta Bagiennorum, Atti della Soc. Pieni, di Arch, e Belle Arti, XV [1933], pagg. 283-285), e in molti altri centri dell’Italia Settentrionale, soprat¬ tutto in Liguria (cfr. Lamboglia, artt. citt., passim). 68 Plin. N. H. XVIII, 13, 127. * Pian. 1. c
Economìa e società nell'« Italia Annonaria » Si tratta ora di esaminare le varie testimonianze in tal seuso nelle loro reciproche relazioni geografiche e cronologiche, ponen¬ dole in rapporto con la legislazione fiscale del tempo. L’immunità tributaria era sempre stata un privilegio di fatto, se non di diritto, nelle province dell’Italia Settentriona¬ le w. Ma già nel corso del III secolo, da Caracalla sino alla Te¬ trarchia, tale immunità era andata gradualmente scomparendo, benché la tassazione si mantenesse — a quanto pare — entro limiti relativamente modesti66. È agli albori del IV secolo che le fonti fanno risalire la defi¬ nizione délYItalia Annonaria: e Aurelio Vittore racconta come Massimiano, oltre ai tributi consueti pagati da tutta Italia, im¬ ponesse allora alle regioni settentrionali un nuovo canone fiscale, destinato a provvedere di annona la Corte e l’esercito comitatense, ormai residenti quivi si può dire in continuità : Rine denique parti Italiae 67 invectum tributorum ingens ma¬ lum. Nam cum omnis (scii. Italia) eadem functione moderateque ageret, quo exercitus atque imperator, qui semper aut maxima parte aderant, ali possent, pensionibus inducta lex nova. Quae sane illorum temporum modestia tolerabilis in perniciem proces¬ sit...68. II problema se 1’imposta personale e fondiaria fossero allora state fuse e annullate in quella annonaria 69, oppure se avessero 05 Cfr. Jullian, Les transf. poi. cit., pagg. 180 sgg. ; P. Bonfante, Corso di Diritto Romano, La proprietà, Roma 1928, II, 1, pagg. 235 sgg. w Cfr. Aur. Vict. De Caes. XXXIX, 31, cit. estesamente più sotto (la composizione del De Caesaribus si pone verso il 360-361 : cfr. E. Hohl, Die Hi¬ storia Augusta und die Caesares des Aurelius Victor, Historia IV [1955], pagg. 220-228): ... cum omnis (scii. Italia) eadem functione (scii, tributaria) moderateque ageret... 07 Vi fu chi interpretò Pars Italiae, analogamente a Pars Occidentis, nel senso di « quella parte dell’Impero detta Italia » ; ma qui sembra chiara la contrapposizione all 'omnis Italia che segue immediatamente: cfr. commento del Godefroy a C. Τη. XI, 1, 6 e Jullian, Les transf. poi. cit., pag. 191. 08 Aur. Vict., 1. c. ; cfr. L. Cantarelli, La diocesi italiciana da Diocle¬ ziano alla fine dell’Impero Occidentale, Roma 1901, pagg. 16 sgg. ω Tesi sostenuta ad es. da G. Mickwitz, Geld und Wirtschaft im rö¬ mischen Reich des vierten Jahrhunderts, Leipzig 1932, pagg. 170-173; W. Seston, o. c., pagg. 276-277 ; D. Van Berchem, L’annone militaire, Mém. de la Soc. des Ant. de France LXXX (1937), pagg. 117-202; A. Chastagnol, Un scandale du
L’età ambrosiana 37 continuato a sussisterle accanto come funzione tributaria indi- pendente (ciò che a noi sembra alquanto improbabile* 70), appare qui di un’importanza piuttosto secondaria: poiché è comunque chiaro che il nuovo canone si risolveva allora in un aggravio fiscale effettivo, anche se probabilmente non faceva che consa¬ crare una precedente situazione di fatto71, e anche se Aurelio Vittore dichiara che l’imposizione fu in quei primi tempi mode¬ sta, a paragone dei più tardi abusi in questo campo72. L’annona militare doveva pertanto venire riscossa in natura in tutti i distretti del Vicariato d’Italia73; né sembra che tale forma di esazione avesse sostanzialmente a mutare fino alla adaeratio della prestazione stabilita, circa un cinquantennio più tardi, da Costanzo74, nonostante le successive trasformazioni che il nuovo sistema fiscale andò subendo sotto il regno di Costan¬ tino 75. L’annona militare divenne dunque una competenza speci¬ fica dell’Italia Annonaria. Ma sorge poi il dubbio che l’intera vin à Rome sous le Bas-Empire, Annales (E.8.C.) V (1950) pagg. 16G-183 e partie. 167. 70 Cfr. Lot, Nouv. Rech, cit, cap. II («De l’annone et de l'impôt fon¬ cier »), pagg. 50-59. 71 Rendendo sistematiche le requisizioni straordinarie già praticate, desti¬ nate al mantenimento della Corte e dell’esercito. 72 La testimonianza di questo storico appare di particolare importanza, dato che Aurelio Vittore — un africano di origine contadina — nel corso della sua carriera pubblica ebbe occasione di sostenere alcune fra le più alte ca¬ riche dell’amministrazione civile romana : fu infatti Consularis della Pannonia 8ecunda sotto Giuliano (cfr. Amm. Marc. XXI, 10, 16), e Praefectus Urbi nel 389 d. C., sotto il regno di Teodosio (cfr. F. Pichlmayr, Sexti Aurelii \Tictoris Liber De Caesaribus, Leipzig 1911, pagg. IV-V della prefazione). 73 Cfr. Lact., De mort. pers. XXXI, 3-5; nella sua libellistica requisitoria contro ogni gravame fiscale, Lattanzio dice infatti a un certo punto che il canone annonario esatto in natura sotto Massimiano era tanto gravoso da non lasciare più margine alla libera vendita dei raccolti, per procurarsi il denaro necessario ai vari usi : Qua vexatione generis humani exactio celebrata sit maxime rei annonariae, quis enarrare digne potest? Officiorum omnium milites... sin¬ gulis adhaerebant... Nulla area sine exactore, nulla vindemia sine custode, nihil ad victum laborantibus relictum... Quid aurum? Quid argentum? Nonne haec necesse est ex venditis fructibus comparari? 74 Per cui cfr. G. Th. XI, 1, 6 (354), legge citata e commentata estesa¬ mente più sotto, pagg. 44-45. 75 Per cui cfr. Jullian, Les transf. poi. cit., pagg. 191 sgg.
Economìa e società nell’« Italia Annonaria » 38 regione — giustamente famosa per l’abbondanza della sua pro¬ duzione vinicola, nei tempi tardi quanto nei primi secoli dell’Im¬ pero 76 — fin dagli inizi del IV secolo fosse tenuta a provvedere in certa misura anche all’annona civica dell’Urbe, per quanto riguardava le forniture di vino fiscale. La Vita di Aureliano infatti, riferendo il progetto di questo Imperatore sulle distribuzioni di vino gratuito alla plebe, rac¬ conta come il buon Imperatore avesse pensato di deputare a tale scopo gli agri... fertiles ac silvosi dell’Etruria e della Liguria sino alle Alpi Marittime, stabilendo sulle terre incolte familiae captivae addette alla coltivazione : Statuerat (scii. Aurelianus) et vinum gratuitum populo Ro¬ mano dare, ut, quemadmodum oleum et panis et porcina gratuita praebentur, sic etiam vinum daretur, quod perpetuum hac disposi¬ tione conceperat. Etruriae per Aureliam usque ad Alpes Mariti¬ mas ingentes agri sunt iique fertiles ac silvosi. Statuerat igitur dominis locorum incultorum, qui tamen vellent, pretia dare atque illic familias captivas constituere, vitibus montes conserere atque ex eo opere vinum dare, ut nihil redituum fiscus acciperet, sed totum populo Romano concederet. Facta est ratio dogae, cupa¬ rum, navium et operum. Sed multi dicunt Aurelianum ne id faceret praeventum, alii a praefecto praetorii suo prohibitum, qui dixisse fertur : « Si et vinum populo Romano damus, superest ut et pullos et anseres demus » 77. Il progetto dunque (concepito da Aureliano oppure da qual¬ che suo successore, come alcuni vollero supporre) 78 non venne realizzato, dice VHistoria Augusta: nel senso che mai si verifi¬ 70 Per un inventario delle testimonianze sulla produzione vinicola del¬ l’Italia Settentrionale in età tarda, cfr. Nota Complementare D, pagg. 534 sgg. 77 SS. Hist. Avg. (Flav. Vop.), Vita Aur. XLVIII, 1-2. Sulla Via Aurelia, cfr. G. Bellani, Itinerari romani nella Liguria orientale, Giortiale stor. della Lunigiana n. s. X (1959), pagg. 5-12. 78 Cfr. in proposito L. P. Homo, Essai sur le règne de l’empereur Aurélien (270-275), «Bibi, des Ec. Françaises d’Athènes et de Rome» 89, Paris 1904, pagg. 180-181 ; W. H. Fisher, The Augustan Vita Aureliani, J.R.S. XIX (1929), pagg. 125-149 e partie. 132-133; Chastagnol, Un scandale du vin eit, pag. 167 n. 1 ; Id., La Préfecture eit., pagg. 58-59 ; Mazzarino, o. c., pagg. 69-67.
U età ambrosiana 39 carono in Roma distribuzioni gratuite di vino alla plebe70. Ma soggiunge tosto: Argumento est id vere Aurelianum cogitasse, immo etiam facere disposuisse vel ex aliqua parte fecisse, quod in porticibus templi IS olis fiscalia vina ponuntur, non gratuita populo eroganda, sed pretio8/0. Dal die sembra senz’altro lecito dedurre che, al tempo iu cui la Vita Aureliani venne composta o, meglio, definitivamente rielaborata (cioè, con ogni probabilità, verso la fine del IV se¬ colo 79 80 81 ), si avesse coscienza che il vino fiscale — non già gratuito, ma distribuito a prezzo ridotto alla plebe di Roma — provenisse almeno in parte dalle province della Liguria e della Tuscia An¬ nonaria, e a questa realtà si collegasse perciò il progetto aure- lianeo. 79 Nel 365, ad es., una legge di Valentiniano annunciava che, per spe¬ ciale concessione del principe, il vino fiscale sarebbe stato venduto alla plebe dai mercatores a un prezzo ridotto ben di 1/4 rispetto alla tariffa forense: cfr. C. Th. XI, 2, 2 (23 ott. [?] 365), Impp. Val(entvni)anus et Valens AA. ad Symmachum pu : ... In tantumque populi usibus profutura provisionis nostrae emolumenta porreximus, ut etiam pretio laxamenta tribuantur. Sanximus quippe, ut pei' vini singulas qualitates detracta-quarta pretiorum, quae habentur in foro rerum venalium, eadem species a mercantibus comparetur. 80 La legge costantiniana di C. I. XI, 59, 1 attesta che Aureliano effetti¬ vamente si adoperò con diversi provvedimenti per ovviare al problema delle terre rimaste incolte e senza padrone. Il tempio del Sole, nella VII regione, era stato fondato da Aureliano, e nel IV secolo funzionava come deposito del vino fiscale nonché, almeno dopo il 353, come sede dell’arc» vinaria: cfr. Chasta- gnol, La Préfecture cit., pagg. 58-59. 81 Benché la datazione della Historia Augusta si debba considerare un problema a tutt’oggi aperto, i risultati degli innumerevoli studi in proposito sembrano, nell’insieme, condurre alla conclusione che in definitiva si tratti di un corpus di Vite rielaborato ad opera di redattori diversi, fra gli ultimi anni di Costantino ed i primi decenni del V secolo: così si spiegherebbero le con¬ trastanti datazioni (costantiniana, giuliauea, teodosiana, stiliconiana, etc.) proposte dagli studiosi, in base ai più svariati indizi contenuti nell’una o nel¬ l’altra Vita, rendendo inoltre meglio ragione delle caratteristiche estremamente composite di quest’opera. Fu per primo il Dessau a sconvolgere l’opinione tradizionale, secondo la quale V Historia Augusta era opera di sei differenti autori, vissuti fra il tempo di Diocleziano e quello di Costantino, proponendo una datazione dell’opera al tempo di Teodosio (cfr. H. Dessau, Ueber Zeit und Persönlichkeit der Scriptores
40 Economia e società nell3a Italia Annonaria » Importa qui soprattutto notare (e avremo occasione di ri¬ tornarvi più avanti) come nella opinione dei grandi possessores contribuenti, di cui Y Historia Augusta si fa tanto spesso porta · Historiae Augustae, Hermes XXIV [1889], pagg. 337-392; Id., lieber die Scri¬ ptores Historiae Augustae, Ibid. XXVII [1892], pagg. 561-605; Id., Die Ueberlie- ferung der Scriptores Historiae Augustae, Ibid. XXIX [1894], pagg. 393-416; la tesi tradizionale ancora venne per es. difesa da C. Lécrivain, Études sur l’Histoire Auguste, Paris 1904; L. Homo, Les documents de l’Histoire Auguste et leur valeur historique, Rev. Hist. CLI [1926], pagg. 161-198 e CLII [1926], pagg. 1-31). Il Mommsen corresse la formulazione del Dessau, postulando invece due rielaborazioni successive, una verso il 330 e l’altra alla fine del IV secolo (cfr. Th. Mommsen, Die Scriptores Historiae Augustae, Ges. Sehr. VII, Berlin 1909, pagg. 298-362 = Hermes XXV [1890], pagg. 228-292; questo tentativo di conciliazione fra la tesi del Dessau e quella tradizionale è stato in seguito ri¬ preso da A. Piganiol, Histoire de Rome, Paris 1954, pagg. 302-303, e Id., L’Em¬ pire chrétien, Paris 1947, « Hist. Rom. » par G. Glotz 4, pag. 386). Gli innu¬ merevoli studi successivi si possono raccogliere fondamentalmente in due filoni, l’uno facente capo al Baynes e favorevole alla datazione dell’opera in età giu- lianea (cfr. N. Baynes, The Historia Augusta, Its Date and Purpose, Oxford 1926; P. Lambrechts, Le problème de l’Histoire Auguste, UAnt. Class. Ili [1934], pagg. 503-516; E. Hol, Zur Historia-Augusta-Forschung, Klio XXVII [1934], pagg. 149-164; Id., Die Historia Augusta und die Caesares des Aurelius Victor cit., pagg. 220-228 ; J.-R. Palanque, « Praefectus Illyrici et Galliarum », Contribution au problème de l’Histoire Auguste, R.E.A. XLII [1940], pagg. 494-497 ; W. Seston, Notes critiques sur l’Histoire Auguste, Ibid. XLIV [1942], pagg. 224-233 e XLV [1943], pagg. 49-60; H. Mattingly, The Religious Background of the Historia Augusta, Harvard Theol. Rev. XXIX [1946], pagg. 213-215 [ove, però, non si esclude la possibilità di una datazione anche più tarda] ; etc.) ; l’altro — il più nutrito — che ravvisa nelle Vitae innume¬ revoli spunti e anacronismi riconducibili all’età teodosiana o post-teodosiana, o anche al primo decennio del V secolo (di quest’ultimo avviso già O. Seeck, Echtheitsfrage der Scriptores Historiae Augustae, Rhein. Mus. n.s. XLIX [1894], pagg. 208-224; Id., Politische Tendenzgeschichte im 5. Jahrhundert, Ibid. n.s. LXVII [1912], pagg. 591-608; nuove considerazioni di gran peso in questo senso sono poi state avanzate dal Mazzarino, Asp. soc. cit., pagg. 69-70, 345-370 e passim; Id., La propaganda senatoriale nel tardo Impero, Doxa IV [1951], pagg. 121-148). Per una datazione alla fine del IV secolo sono, fra gli altri, E. Korneman, Enleitung in die Altertumswissenschaft III Band, 2. Heft, 1933a, pagg. 156-157 ; A. Alföldi, Die Ausgestaltung des monarchischen Zeremoniells am römischen Kaiserhofe, Mitteil, des deutsch, archäol. Instituts, Röm. Abt., XLIX (1934), pagg. 1-118 e partie. 109 sgg. ; Id., Der Rechtsstreit zwischen der römischen Kirche und dem Verein der Popinarii (Ein Beitrag zur Beurteilung der «Historia Augusta»), Klio XXXI (1938), pagg. 249-253; Id., Die Kontor- niaten, Budapest-Leipzig 1943 (Festschr. der ungar, numism. Gesellschaft), pag. 65; Id., A Conflict of Ideas in the Late Roman Empire, the Clash Between the Senate and Valentinian I, Oxford 1952, pagg. 126-127; W. Hartke, Geschichte
L'età ambrosiana 11 voce, nella seconda metà del IV secolo fosse vagheggiata una riforma ideale che evitasse le forniture coatte di vino fiscale a prezzo ridotto (ut nihil redituum fiscus acciperet82), e venisse und Politik im spätantiken Rom, Untersuchungen über die Scriptores Historiae Augustae, Klio, 45. Beiheft, Leipzig 1940; Id., Römische Kinderkaiser, eine Strukturalanalyse römischen Denkens und Daseins, Berlin 1951 (ove l’Autore attenua notevolmente la precedente formulazione della sua ipotesi, criticata per es. da W. Ensslin, Gnomon XVIII [1942], pagg. 248-267, e J.A. McGeachy, Quintus Aurelius Symmachus and the Senatorial Aristocracy of the West, Chicago 1942) ; E. Manni, L’Impero di Gallieno, Roma 1949 ; Id., Recenti studi sulla Historia Augusta, La Parola del Passato Vili (1953), pagg. 71-80; J. Straub, Studien zur Historia Augusta, Berna 1952; H. Stern, Date et desti¬ nataire de l’Historie Auguste, Paris 1953 ; E. Demougeot, Flavius Vopiscus est-il Nicomaque Flavien? U Ant. Class. XXII (1953), pagg. 361-382; C. E. Van Sickle, The « Salarium » of Claudius Gothicus (Claudius XIV, 2-15) Viewed as a Histo¬ rical Document, UAnt Class. XXIII (1954), pagg. 47-62; Chastagnol, Notes chronologiques sur l’Histoire Auguste eit, pagg. 180-183 e passim, recensito e criticato da A. Momigliano, Secondo Contributo alla Storia degli Studi Classici, Roma 1960, pagg. 38-39 ; etc.). Ulteriore bibliografia sulla questione si trova nelle penetranti rassegne di E. Hol, Bericht über die Literatur zu den S.H.A. für die Jahre 1906-1915, e 1916-1923, Jahresbericht über die Fortschritte der klassischen Altertumswissenschaft (begründet von C. Bursian) CLXX (1915), pagg. 93-146 e CC (1924), pagg. 167-210; A. Momigliano, An Unsolved Problem of Forgery: The Scriptores Historiae Augustae, Journ. of the Warburg and Courtauld Institutes XVII (1954), pagg. 22-46 (aggiornato in Sec. Contr. alia St. degli St. Class, cit., pagg. 105-143; I. M. Sctaerman, Scriptores Historiae Au¬ gustae comme la source historique, V.D.I. LIX (1957), 1, pagg. 233-245 (in russo = Bibl. Class. Or. V [1960], fase. 2, coll. 93-110, in tedesco), ove sono naturalmente accentuati i motivi sociali dell’opera; A. I. Dovatur, Histoire de l’étude des Scriptores Historiae Augustae, V.D.I. LIX (1957), 1, pagg. 245-256 (in russo = Bibi. Class. Or. V [1960], fase. 2, coll. 162-173, in tedesco), dove tuttavia sono ignorati lavori di grande importanza, come per es. il voi. del Mazzarino sul IV secolo; si annuncia come prossima la pubblicazione dei con¬ tributi di A. Bellezza sulla storia del problema e sulle questioni dei testo (cfr. per ora: Id., Historia Augusta, Parte Prima: Le edizioni, Genova 1959). Anche se, come ha posto particolarmente in evidenza il Momigliano nella sua recente rassegna (An Unsolved Problem cit.), nessuna delle argomentazioni addotte in favore di una datazione giulianea o postgiulianea della Historia Augusta possa finora venire considerata in sè assolutamente probante, a noi sembra comunque che il convergere e l’insistere di tanti indizi in un’unica direzione venga a costituire, nel suo complesso, una prova abbastanza convin¬ cente della redazione definitiva del corpus delle Vitae nella seconda metà del IV secolo o nei primi anni di quello successivo. 82 Tale atteggiamento, da parte delle classi senatoriali, era tradizionale: è per es. noto il caso di Avianius Symmachus, che, qualche anno dopo la sua prefettura urbana (365 d. C.), soffrì l’incendio di una casa in Roma per la
42 Economia c società nell’a i talia Annonaria » istituita una stretta relazione fra dette forniture, le terre incolte e lo stanziamento su di esse delle familiae captivae per una loro messa, o rimessa, a coltura (appare di secondaria importanza che la relazione sia qui capovolta, essendo le coltivazioni viticole conseguenti airincoltura dei campi, anziché viceversa). Circa un cinquantennio dopo il regno di Aureliano e qualche tempo dopo la definizione del Vitalia Annonaria, incontriamo un rescritto di Costantino, indirizzato nel 321 al lunius Rufus, con¬ sularis Aemiliae y inteso a regolare l’appalto (conductio, locatio) e la riscossione dei vectigalia, che evidentemente si svolgevano in quella provincia in maniera poco soddisfacente tanto per lo Stato quanto per i contribuenti, dando luogo a una generale situazione di disagio (i vectigalia erano per es. — come spiega la successiva interpretatio — imposte indirette sul trasporto delle merci, pa¬ gate al fisco sia dai mercatores sia da quei proprietari [= provin¬ ciales] cui fosse cura di trasferire delle specie per terra o per mare) frase attribuitagli, ch’egli non avrebbe mai dato alla plebe vino fiscale a basso prezzo : cfr. Amm. Marc. XXVII, 3, 3-4 : Symmachus Aproniano successit (22 apr. 364-10 marzo 365) ... Quo instante urbe sacratissima otto copiisque abundan¬ tius solito f ruebat ur, et ambitioso ponte exultât atque firmissimo, quem condidit ipse, et magna civium laetitia dedicavit, ingratorum, ut res docuit apertissima. Qui consumptis aliquot annis domum eius in Transtiberino tractu pulcherrimam incenderunt, ea re perciti, quod vilis quidam plebeius finxerat, illum dixisse sine indice ullo vel teste, libenter se vino proprio calcarias ex tincturum, quam id venditurum pretiis quibus spe¬ rabatur. Più tardi (309-406 d. C.) Q. Aurelio Simmaco intervenne presso il Comes Sacrarum Largitionum Longiniano in favore di suo genero Nicomaco Flaviano (allora Praefectus Urbi) il quale aveva tentato di evadere al titulus vinarius (cfr. Symm., Ep. VII, 96). È pertanto sintomatico che — secondo taluni stu¬ diosi — VHistoria Augusta, e in particolare le Vitae che vanno sotto il nome di Flavio Vopisco, si debbano ricondurre proprio all’ambiente senatoriale romano facente capo alla famiglia dei Symmachi (cfr. Hartke, oo. ce. a pagg. 39 sgg., n. 81; Demougeot, Flavius Vopiscus est-il Nicomaque Flavien? cit.). Anche una datazione «baynesiana » della Historia Augusta potrebbe peraltro conve¬ nire assai bene a questo passo, che esprime la preoccupazione dei grandi contri¬ buenti circa l’annona vinaria romana, in quanto vedremo che proprio in età giu- lianea culminò in Italia la crisi vinicola, mentre la derrata raggiungeva sul mercato tariffe altissime (cfr. pagg. 397 sgg.). 40 C. Thj IV, 13, 1 (1° giugno 321 d. C.): Penes illum vectigalia manere opoi'tet, qui superior in li(cit)atione extiterit, ita ut non minus quam triennii
L’età ambrosiana 43 Nel 323 ci imbattiamo poi in una prima legge, che concede Timmunità fiscale dalle contribuzioni straordinarie * 84 ai fundi del patrimonio imperiale (cuius quidem reditus necessitatibus pu¬ blicis frequentissime reputamus, come dirà più tardi Valenti¬ niano III85 ) nelle province annonarie 86 87 : Ab extraordinariis amnibus fundi patrimoniales adque en- fyteuticarii81 per Italiam nostram88 constituti habeantur im¬ munes, ut canonica tantum et consueta dependant ad similitu¬ dinem per Africam possessorum fine locatio (co)ncludatur nec ullo modo interrumpatur tempus exi(ge)ndis vectigalibus praestitutum. Quo peracto tempore licita(tio)num tura conductio¬ numque recreari oportet ac simi(li m)odo aliis coniocari, capitali sententia subiugando, quem (plu)s aliquid, quam statutum est, a provincialibus exegisse cons(tite)rit. Interpretatio: Vectigalia sunt, quae fisco vehiculorum sub¬ vectione praestantur, hoc est aut in litoreis locis navibus aut per diversa vehiculis merces deportant, cuius rei conductelam apud strenuas personas trien¬ nio esse praecipit, et continuo hanc exactionem aliis iterum permittendam, qui maiorem summam praestationis obtulerint. Ex qua conductione aut exactione si qui plus quam praeceptum fuerit exigere temptaverit aut mercatorem vel provincialem sub hac exactione gratare, periculo capitis se noverit esse damnan¬ dum. Cfr. pure il commento dei Godefroy ( = C. Th. IV, 12, 1) ; Stein, o. c. I? pagg. 57-58 (= ed. fr. pag. 42). 84 Dei munera sordida et extraordinaria facevano ad es. parte le presta¬ zioni di veredi e di angariae per il cursus publicus (cfr. pag. 321, n. 328; F. M. De Robertis, Contributi vari alia storia economica e sociale di Roma, Bari, s.d., pagg. 50 sgg.). Sulla regolamentazione del trasporto del foraggio (o delle specie annonarie più in generale) nelYItalia Annonaria, cfr. C. Th. XI, 1, 9 (365 d. C.). al ppo. Italiae Mamertinus, cit. più avanti, pag. 56, n. 128. Contro gli abusi del cursus publicus ai danni dei provinciali nell’Italia Settentrionale, cfr. inoltre Ibid. VI, 29 2 (357 d. C.) al ppo. Italiae Taurus, e le due leggi gemelle del 15 agosto 370 a CatafronUis Vicarius Italiae, Ibid. Vili, 5, 31 e XI, 10, 2. Cfr. pure Déléage, La capitation cit., pagg. 224-226; Mazzarino, Asp. soc. cit., pagg. 169-216. ** Cfr. C. Τη. XI, 1, 36, del 431. da Ravenna, al ppo. It. Flavianus. C. Τη. XI, 16, 2 (21 maggio 323) a Ulpius Flavianus, Consularis Aemi¬ liae et Liguriae. 87 Cioè terre dei patrimonio imperiale concesse in enfiteusi a grandi affit¬ tuari, che ne divenivano quasi domini (cfr. pag. 242, n. 102). 88 Italia è qui nel senso di Italia Annonaria: cfr. commento dei Godefroy ad loc. cit., e più avanti, pagg. 285-287. ω Cfr. C. Τη. XI, 16, 1 (319 d. C.) Imp. Constantin (us) A. ad Catullinum p(ro)o(onsulem) Afric(ae) : Patrimoniales fundos extraordinariis onet'ibus...
44 Economia e società nell’« Italia Annonaria » Questa legge istituisce dunque una sorta di parallelo con le proprietà della Diocesi Africana, cui nel 319 era stata concessa l’immunità da ogni prestazione straordinaria, gravando già su di esse Finterà annona (frumentaria) romana: dal che si sarebbe tentati d’inferire che pure il contributo del Vicariato d’Italia all’annona di Stato (militare, ma forse anche civica, per quanto almeno riguarda la fornitura del vino) dovesse essere alquanto sensibile, e non certo lieve per i maggiori contribuenti, fra i quali l’Imperatore stesso andava annoverato per primo. Lo Stato inoltre, applicando questo alleggerimento fiscale ai fundi ervfy- teuticarii, mostrava di voler favorire sulle terre pubbliche tale forma di affittanza, che tendeva a risolvere il problema delle terre paludose e incolte (se ne faceva dunque sentire la necessità?). Nel 354, ecco una nuova costituzione di Costanzo al senato municipale di Cesena * 90 (comincia ora a colpire il convergere verso l’Emilia dei primi sintomi di difficoltà nella riscossione tributaria) : Vinum, quod ad cellarii usus ministrari solet9 cuncti Italiae possessores91 iuxta statutum Constantii fratris mei conparent (scii, a Caesenatibus : anche secondo il Godefroy, questo è il sot¬ tinteso che sembra doversi dedurre dalla inscriptio, per spiegare come mai in essa venga indirizzata alla sola curia cesenate una legge riferentesi a tutti i possessores del Vicariato Annonario). Quod ut fieri facilius possit, ab omnibus Italis nostris91 confe- fatigari non convenit, cum eosdem et auri speciem et frumenti plurimum modum constet persolvere (la legge si riferisce alle proprietà della Diocesi d’Africa). Tale privilegio venne più tardi esteso da Costanzo e Costante anche alle regioni dell* Italia Orticaria : cfr. Ibid. XI, 16, 9 (23 febbraio 359, da Roma), a Taurus ppo. Italiae : Exemplo Afric(ae) debent fundi patrimoniales et enfyteu- tici per Italiam constituti ab extraordinariis omnibus excusari. Non enim per Italiam tantum (= Italia Annonaria) sed etiam per urbicarias regiones et Sidliam patrimonialium et enfyteuticorum fundorum vires servandas esse perspeximus. 90 Nel 354 d. C. (e nel 346: vd. sotto, pag. 45, n. 92) Cesena faceva ancora parte delVAemilia et Liguria, in quanto proprio la nostra legge ci informa che essa si trovava allora in territorio annonario: cfr. sopra, pag. 1, n. 1, e Chastagnql, Notes chronologiques cit., pagg. 173-188 e partie. 177. 01 Italia e Itali anche qui sono usati in riferimento alla sola Italia Anno¬ naria: cfr. sopra, pag. 43, n. 88.
U età ambrosiana 45 ratur pecuniae quantitas ea, quam Rufini viri clarissimi et in· lustris praefecti praetorio parentis amicique nostri moderatio dandam esse censuerat92 * 94 95. In questa legge ci si rifà a una precedente costituzione (a noi perduta) di Costante03, anch’essa probabilmente indirizzata, nel 346, ai curiali di Cesena. Con essa era stato stabilito che tutti i proprietari del Vicariato d’Italia aderassero la loro presta¬ zione annonaria di vino secondo una pecuniae quantitas stabi¬ lita dal ppö. Italiae allora in carica, Vulcacius Rufinus04 (an¬ ziché, probabilmente, fornirla in specie, come in precedenza), e che soltanto l’agro cesenate procurasse direttamente le derrate di coemptio necessarie alla riconversione in natura della tassa aderata05. La nuova costituzione del 354 venne diramata a rin¬ calzo della precedente, per regolare la pecuniae quantitas da ver¬ sarsi per l’aderazione, che in un primo tempo doveva aver trovato un’applicazione disordinata e sfavorevole. Sappiamo infatti che proprio nel 354 (o nell’anno immediatamente precedente) scop¬ piarono a Roma violenti disordini ob inopiam vini, sotto la prima prefettura urbana di Memmius Vitrasius Orfitus Honorius È evidente che tale riforma nel sistema di esazione era stata dettata dall’esigenza di snellire la procedura dell’approvvigiona¬ mento vinario, riducendo allo stretto necessario le onerose evectio¬ nes. Le contribuzioni di trasporto dovevano infatti riuscire assai 92 C. Th. XI, 1, 6 (22 maggio 354), Impp. Constantius et Constans AA. Ordini Caesenatium. li Seeck ritiene che tale legge vada più correttamente datata al 346 d. C. (cfr. O. Seeck, Regesten der Kaiser und Päpste für die Jahre 311 bis 476 n. Chr., Stuttgart 1919, pagg. 195 e 433) ; vd. però Chastagnol, La Préfecture cit., pag. 322, n. 1 ; tale spostamento cronologico, comunque, non muterebbe in sostanza i termini più generaU del nostro problema. 98 li testo ha Constantii, che tuttavia va certamente corretto in Constantis, essendo Costanzo l’autore stesso della nuova legge (cfr. Godefroy, ad. loc. cit.). 94 Rufino fu ppo. Italiae per la prima volta dall’8 marzo 346 al 28 dicem¬ bre 349, e per la seconda volta dal 26 febbraio 352 almeno sino al 12 maggio dello stesso anno ; nel 354 rivestiva la carica di ppo. Galliarum : cfr. J.-R. Palanque, Essai sur la préfecture du prétoire du Bas-Empire, Paris 1933, pagg. 25-26, 29, 128. 95 Già sostanzialmente in questo senso interpretava il Godefroy (ad loc. cit.). 00 La prima prefettura urbana di Orfito va dal 353 al 356; cfr. Amm. Marc. XIV, 6, 1, per cui vd. avanti, pag. 49, n. 108.
46 Economia e società nell'« Italia Annonaria» ostiche ai proprietari&7 ; e a un certo punto lo Stato ritenne evi¬ dentemente più opportuno deputare alle forniture vinicole dirette soltanto le regioni territorialmente più prossime alla destinazione per il consumo delle specie. Ma di quale destinazione si trattava? La legge dichiara che il vino era riservato ad cellarii usus : vale a dire — commenta il Godefroy — ad usum militarem, expeditionalem, quin imo et Co¬ mitum Rectorumque provinciarum usus 98 ; lo Chastagnol ritiene invece che le collationes cellarienses venissero senz’altro devolute anche all’annona civica dell’Urbe Gli agri cesenati, fin dai 07 0807 Sulle gravosissime spese di trasporto — soprattutto se terrestre — delle derrate, cfr. in generale W. L. Westermann, On Inland Trasportation and Communication in Antiquity, Politicai Science Quarterly XLIII (1928), pagg. 364- 387; Rostovzev, St. ec. e soc. cit., pagg. 166 sgg. e note reti. (= ed. ingl. pagg. 145 sgg.); vd. inoltre avanti, pag. 344, n. 404. Generalmente si ritiene che, nella legge XII, 6, 15 del Codice Teodosiano (7 gennaio 369), proposita a Savaria e indirizzata al ppo. Italiae Probo, Valen¬ tiniano, Valente e Graziano autorizzassero i ricevitori delle imposte (susceptores) a esigere una indennità in epimetris dein % (centesimam) per i cereali (in aridis fructibus) e del 5% per il vino e per il lardo (laridi vero et vini vicesi¬ mam consequatur). L’ammontare di questo risarcimento — esatto, dice la legge, levandi dispendii causa — sembra tuttavia eccessivamente basso per essere considerato una indennità di trasporto (cfr. avanti, pagg. 292, n. 240, e 344, n. 404) ; nè, in questo caso, si comprenderebbe perchè esso dovesse dif¬ ferire per un medesimo peso di cereali e di vino. Sembra pertanto più ragio¬ nevole supporre che la consuetudo — alla quale la legge dice di rifarsi — consi¬ stesse nella corresponsione di un supplemento, esatto per cautelarsi dalla per¬ dita di peso delle diverse derrate (che, nei caso del frumento, è proprio dell’l c/o circa, dopo 7-8 mesi dalla trebbiatura, e del 5 % per il vino dopo la pigiatura : queste sono, ancora oggi, le percentuali ammesse legalmente, benché l’ammon- tare della perdita possa di fatto sensibilmente variare a seconda del grado di purezza nel caso del vino; per il lardo viene ammessa una perdita di peso fino al 7 %, purché esso sia stato sufficientemente salato ; tutti questi dati ufficiali ci sono stati gentilmente forniti dal Consorzio Agrario di Pavia). 08 Ad C. Th., 1. c. Tale interpretazione viene fedelmente ricalcata da C. Pharr, The Theodosian Code, Princeton 1952 (note e traduzione estrema¬ mente letterale del Codice Teodosiano : cfr. recensione di M. G. Fisher in J. R. S. XLIII [1953], pagg. 181-182). 90 Cfr. Chastagnol, Un scandale du vin cit. pag. 168, e Id., La Préfecture cit., pag. 324, dove il cellarium principis di C. Th. XI, 1, 6 è inteso come cellarium publicum. L’Autore dimostra inoltre, con una serie di argomenta¬ zioni assai persuasive (art. cit., pagg. 176-177), che Varca vinaria, amministrata da un.rationalis vinorum e sotto la sovrintendenza del Praefectus Urbi, al pari di quella frumentaria e olearia dipendeva dal fiscus (o aerarium), e non già
L'età ambrosiana 47 tempi di Plinio, andavano in verità famosi per i loro generosissimi viniMa qualora si fosse trattato di rifornire solamente la Corte e Tesercito, quasi sempre residenti a Milano, Brescia, Ve¬ rona o Aquileia * 100 101, potrebbe forse apparire curioso che non ve¬ nissero destinati alla prestazione i più vicini vigneti liguri e soprattutto veneti, celebrati ai tempi di Marziale e di Erodia- no 102, quanto più tardi in quelli del dominio ostrogoto 103. La localizzazione geografica particolare dell’agro cesenate, all’estre¬ mità settentrionale della Via Flaminia, che lo congiungeva di¬ rettamente all’Urbe, indurrebbe piuttosto a credere che proprio dell’annona vinaria romana in particolare dovesse trattarsi in questa occasione (dopo il 354, fino al 395-398 circa, anche da un punto di vista amministrativo questa parte dell’Emilia passò alla provincia Flaminia et Picenum, dipendente dal Vicariato suburbicario104). Inoltre, una nota iscrizione di Roma, probabil¬ mente databile al IV secolo d.C., fornisce interessanti particolari sul trasporto del vino, che i professionarii (proprietari contri¬ buenti) consegnavano in cupae alla corporazione dei susceptores vini di Roma in un luogo detto ad Ciconias nixas, in Campo Marzio (regione IX)105 : e il fatto che le cupae (fusti o botti di dall’arca senatoria, ormai divenuta di competenza municipale (come lia invece sostenuto Ch. Lécrivain, Le Sénat romain depuis Dioclétien, à Rome et à Con¬ stantinople, « Bibl. des Éc. Fr. d’Athènes et de Rome » 52, Paris 1888, pag. 72). 100 Cfr. Plin., N. H. XIV, 5, 67 : Ex reliquis autem a supero mari Praetutia atque Ancone nascentia, et quae a palma una forte enata palmensia appellavere, in ^mediterraneo vero Caesenatia ac Maecenatiana, in Veroniensi item Raetica Falernis tantum postlata a Vergilio, mox ab intimo sinu maris Hadriana... Sull’altissima produzione di vino in tutta VAemilia, già in età traianea, cfr. V. A. Sirago, L’Italia agraria sotto Traiano, Louvain 1958, pag. 241; Var¬ rone, fin dal I secolo a. C., aveva affermato che i vigneti dell’agro faentino e del Piceno erano in grado di produrre 15 cullei di vino per iugero (cifra che Columella, nel I secolo d. C.. riterrà favolosa : cfr. Con., De r.r. Ili, 3, 2-3) : cfr. Varr., De r.r. I, 2, 7. 101 Ciò appare evidente anche soltanto scorrendo gli indici dell’ed. Th. Mommsen-P. Krüger del Codice Teodosiano (Vol. I, 1, Berlin 1905, pagg. CCIX- CCCVI: «Tempora et loci»): la stragrande maggioranza delle leggi emanate dagU Imperatori nel corso del IV secolo risultano infatti datae da Milano. Brescia, Verona, Aquileia, quando il comitatus si trovava in Italia. 102 Cfr. Nota Complementare D, pagg. 534 sgg. 303 Cfr. avanti, pag. 340, n. 391. 104 Cfr. sopra, pag. 1, n. 1. Cfr. l’iscrizione mutila di C.I.L. VI, 1785, ampiamente commentata dallo Chastagnol, Un scandale du vin cit., pagg. 168-169, e la Préfecture cit.,
48 Economia e società nell'« Italia Annonaria » legno) fossero caratteristiche delPItalia Settentrionaleloe, as¬ sieme con la constatazione che proprio nella regione IX del- FUrbe, in Campo Marzio, faceva capo la Via Flaminia, conferi¬ scono alFipotesi una maggiore verosimiglianza 107. pagg. 323-324 (osservazioni di carattere topografico in S. B. Platner - T. Ashby, A Topographical Dictionary of Ancient Home, Oxford 1929, pag. Ill, v. « Cico¬ niae nixae » ; F. Castagnoli, Il Campo Marzio nell’antichità, Atti delVAcc. Naz. dei Lincei CCCXLV, Memorie, Cl. Se. Mor., ser. VII, I [1948], pagg. 93- 193; S. Ferri, Ciconiae Nixae, Rendic. della Pontif. Acc. Rom. di Arch. XXVII [1951-1952], pagg. 28-32; J. Rougé, Ad Ciconias Nixas, R.E.A. LIX [1957], pagg. 320-328). I prof es stonarti effettuavano la consegna del vino ai susceptores, che lo degustavano e poi rilasciavano loro una ricevuta (apocha o securitas), pa¬ gando loro 120 denarii per cupa ( = botte, contenente circa 228 litri, la sua ca¬ pacità aggirandosi sui 26 modii, secondo quanto afferma Ionas Monachus, Vita 8. Columb. 53, P.L. 87, col. 1040: ... vasque magnum, quod vulgo cupam vocant, quod XXVI modios amplius minusve capiebat...) ; non dovrebbe qui trattarsi del prezzo del vino aderato, per quanto basso, dal momento che 120 denarii, all’inizio del IV secolo, erano il prezzo di 15 sestarii soltanto (circa 8 litri) per la qualità corrente (cfr. Edictum II, 10, pag. 322 ed. E. R. Graser, app. a Frank, An Economie Survey cit., V = pag. 10 di A. Blümner, Der Maximalta¬ rif des Diocletian, Berlin 19582: vini rustici, Italicum sext. unum den. octo ; que¬ sta tariffa era poi destinata a crescere vertiginosamente nel corso del IV secolo : vd. avanti, pagg. 397 sgg.) ; lo Chastagnol pensa si tratti di un indennizzo per il trasporto, ma anche a questo titolo la cifra a noi sembra eccessivamente bassa, ammontando a uno scarso 4 % del valore del vino, pur calcolato in base al de¬ pressivo calmiere dioclezianeo (suiraltissimo costo del trasporto terrestre delle derrate cfr. avanti, pag. 344, n. 404) ; si potrebbe forse supporre anche qui — come già nel caso di C. Τη. XII, 6, 15, cit. a pag. 46, n. 97, che stabiliva un indennizzo del 5 % sul vino in favore dei ricevitori delle imposte — doversi riferire tale risarcimento alla perdita di peso della specie tra la pigiatura e la consegna. 106 Cfr. Strab. V, pag. 218 C. :··· του δ’ οΐνου το πλήθος μηνύουσιν οί πίθοι* ξύλινοι γάρ μείζους οίκων είσί*...; Plin., Ν. Η. XIV, 21, 132: Circa Alpes ligneis vasis condunt tectis circulisque cingunt...', Herodian. Vili, 4: ... ύπέβαλόν τινες των τεχνιτών πολλά είναι κενά οίνοφόρα σκεύη περιφερούς ξύλου έν τοις έρήμοις άγροΐς, οΐς έχρώντο μέν πρότερον οί κατοικοΰντες ές υπηρεσίαν έαυτών, ώς παρα- πέμπειν τόν οίνον άσφαλώς τοις δεομένοις* ... Rappresentazioni di fusti vinari non mancano poi sui monumenti figurati anche tardi dell’Italia Settentrionale: per es. sul cippo funerario aquileiese del bottaio L. Cantiti8 Acutus (databile verso la fine del III secolo; per l’iscrizione, cfr. C. I. L. V, 8356) sono raffigurati gli strumenti del mestiere e una tipica botte panciuta: cfr. G. Brusin, Mestieri antichi sulle lapidi di Aquileia, Le Vie WItalia XLIV (1948), pagg. 343-347; due botti sovrapposte figurano anche nella scena di compravendita di vino del sarcofago di Ancona (II-IY sec. d. C.) : cfr. Catalogo del Museo della Civiltà Romana, Roma 1958, pag. 641, n. 11. 1<n Esiste inoltre una legge del 377 d. C., relativa alla colletta e distribu-
L’età ambrosiana 49 Anche nei secoli precedenti il mercato vinario romano — in perpetna crisi di scarsità 108 — era stato uno sbocco alla scvrab* zìooe del vino per l’annona romana, in oui sembra che i provinciales italici con¬ tribuenti vadano in parte distinti dagli abitanti della regione urbicaria: il che dovrebbe senz’altro intendersi come un riferimento ai proprietari dell 'Italia Annonaria, se si fosse certi che l’espressione urbicaria regio stia qui veramente a designare il vicariato suburbicario (come sembra avere dimostrato da ultimo Chastagnol, Un scandale du vin cit., pag. 168, n. 2; Id., La Préfecture cit., pagg. 21-42), e non solo l’agro urbano (secondo, invece, la classica tesi del Gode- fboy, ad loc. cit.) : cfr. C. Th. XI, 2, 3 (17 settembre 377), Imppp. Valens, Gr(ati)anus et Val(entini)anus AAA. ad Probianum pu: Vinum quod sollemnis expressio popularibus commodis ex provincialium (generalmente le leggi dei Codici evitano con cura di usare questo termine nei confronti degli abitanti delle regioni urbicarie) collectione desiderat, ilico suscipiatur advectum, ut erogationis pro tempore cura praestetur et ea vina populi usibus erogentur, quae natura sua processum temporis ferre non possunt. Quod per¬ aeque (nel senso, noi riteniamo, di « parimenti ») i n omni vino, quod ex urbicaria regione confertur, observandum esse c e n- s e m u s . 108 Dalle fonti del tempo si ha l’impressione che l’insufficienza di vino fi¬ scale in Roma provocasse tra la plebe disordini frequenti almeno quanto quelli che si ripetevano in occasione delle crisi frumentarie (per cui cfr. avanti, pagg. 152 sgg.). Così, ad es., Ammiano Marcellino ricorda numerosi tumulti ob inopiam vini nel 353-355, sotto la prefettura urbana del suocero di Simmaco, Memmius Vitrasius Orfitus Honorius (XIV, 6, 1 : Inter haec Orfitus praefecti potestate regebat urbem aeternam [cfr. Cronograpiius Anni CCCLIIII, M.G.H., A.A. IX, Chron. Min., ed. Th. Mommsen, Berlin 1891, pag. 69]... Quo admini¬ strante seditiones sunt concitatae graves ob inopiam vini, cuius avidis usibus vulgus intentum, ad motus asperos excitatur et crebros). Un’altra sedizione scop¬ piò nel 356-357 sotto la prefettura di Leontius (Amm. Marc. XV, 7, 3: ... die- busque paucis secutis cum itidem plebs excita calore quo consuevit, vini cau¬ sando inopiam, ad Septemzodium convenisset...) ; e altri tumulti ancora si verifi¬ carono poco dopo il 365, nel corso dei quali venne dato fuoco a una casa di Avianio Simmaco (Amm. Marc. XXVII, 3, 4, cit. a pagg. 41-42, n. 82). Lo Stato esercitava pertanto un controllo assai rigido sul buon andamento delle forniture vinarie alla plebe (per cui cfr. anche i rescritti dei Codici, ci¬ tati più avanti, pag. 55, n. 126) : tipico per es. il caso di Orfitus, durante la prima prefettura urbana del quale (8 die. 353 - 13 giugno 356), come abbiamo visto, scoppiarono tumulti per lo scarseggiare del vino fiscale ; il medesimo Orfitus pertanto, dopo essersi dovuto giustificare una prima volta per ammanchi nell’arca vinaria proprio durante questa prima prefettura, venne nuovamente dichiarato responsabile di enormi ammanchi (11.446 solidi rappresentavano so¬ lamente una parte della somma chiesta in restituzione) dopo la sua seconda prefettura (28 aprile 357 - 25 marzo 359), in seguito alla denuncia, sporta verso il 364-365, del pistor Terentius (cfr. Amm. Marc. XXVII, 3, 2). Le inchie¬ ste su questo peculato si trascinarono pignolescamente per anni, e ancora nel 4. L. Ruggini
50 Economia e società nell·'» Italia Annonaria » boudante produzione dell'Italia Superiore, tramite il libero com¬ mercio (sia pure organizzato da ultimo in corporazioni control¬ late dallo Stato). Possiamo ricordare in particolare l’epigrafe romana dedicata a L. Scribonio Ianuario / negotianti vitiario, / item naviculario, cur(atori)/corporis maris Hadriatici1M, e l’al¬ tra, pure romana e databile al III secolo d.C., relativa alla cor¬ porazione dei negotiantes vini/ S u p e r n a t ( i s ) et Arimi- n(ensis) m. Non mancano inoltre a Roma frammenti di anfore fittili con bolli diffusi soprattutto nell’Italia Superiore (a Mi¬ lano, a Vercelli, in Istria) e nell’Illirico e Dalmazia (altro sbocco tradizionale del commercio cisalpino ni). 384-385 (dopo la morte dello stesso Orfitus), troviamo Simmaco inteso a scagio¬ nare dall’accusa la memoria del suocero presso Valentiniano II (cfr. Symm., Epp. IX, 150 e X, 34; Γ« affare Orti to » è stato ampiamente illustrato dallo Chastagnoîl, Un scandale du vin cit., pagg. 178-183, e La Préfecture cit., pagg. 195, 342-346, 423-425). Una base mutila di statua con il nome di Vitrarius Orfitus pu al nominativo (l’iscrizione, ancora inedita, verrà prossimamente pubblicata da G. Tibiletti e A. Stenico) si trova al Museo di Archeologia della Università di Pavia, ma sicuramente proviene dal territorio emiliano. Ciò ap¬ pare piuttosto insolito (a meno di non voler supporre, nonostante la notevole mole del blocco marmoreo, una sua originaria provenienza romana), poiché le statue dedicate dai Prefetti Urbani agli Imperatori sogliono trovarsi nel¬ l’Urbe (per dediche di questo genere con il nome di Orfitus al nominativo, cfr. C.I.L. VI, 1159, riferentesi alla sua prima prefettura, e Ibid. 1161-1162, rife- rentisi alla seconda) ; la presenza, d’altronde, del nominativo sembra escludere possa trattarsi d’una di quelle statue che abitanti di città o membri di corpo- razioni (soprattutto annonarie), legati ai Prefetti da vincoli di clientela, sole¬ vano talvolta dedicare loro (per Orfitus cfr. C.I.L. VI, 1739-1742; Chastagnol, La Préfecture cit., pagg. 51-52, 363-368 e 461-462; in tal caso, la nostra iscri¬ zione emiliana avrebbe potuto collegarsi in qualche modo al vincolo economico- fìscale che univa il Praefectus Urbi ai proprietari e corporati dell’Emilia, tenuti alla fornitura del canone vinicolo e al suo trasporto sino all’Urbe). È invece gio¬ coforza pensare — sia pure in via meramente ipotetica — che si trattasse di una statua dedicata da Orfìto come privato (ciò che non esclude l’uso della titolatura ufficiale), in qualche sua domus sita in territorio emiliano. Su nuove contestazioni relative al titulus vUiarius, sotto la prefettura ur¬ bana di Nicomaco Flaviano iunior, genero di Simmaco, cfr. Symm., Ep. VII, 96 (399-400 d. C.), a Longiniano Comes Sacrarum Largitionum. 109 Cfr. C.I.L. VI, 9682. 110 Cfr. C.I.L. VI, 1101. L’espressione nini supernatis richiama il passo di Plinio il Vecchio cit. a pag. 47, n. 100. in cui vengono menzionati i vini del¬ l’alto Adriatico (supero mari). 111 II bollo Cossi, ad es., è comune ad alcune anfore milanesi (cfr. C.I.L. V, 8112, 30; A. Frova, Marche di anfore e altri bolli romani del Milanese, Epigraphica XIV [1952], pagg. 49-93 e partie. 71 n. 14), vercellesi (cfr. E.
Vetà ambrosiana 51 ila le forniture di vino fiscale a titolo gratuito o semigratuito venivano ora a rappresentare per i contribuenti cosa ben diversa dal commercio libero, che aveva consentito loro ampie possibilità di scambi e di guadagni; e, quasi certamente, costituivano un peso supplementare, che si aggiungeva ai già gravosi versamenti per l’annona dell’esercito m. È perciò assai probabile che i pro¬ prietari sottoposti all’onerosissima prestazione preferissero boi¬ cottare la produzione stessa, piuttosto che dedicare ad essa cure assai costose e ormai destituite di qualsiasi incentivo e interesse personale * 113 (più tardi, nel secondo quarto del V secolo, un ser¬ Ferrerò, Vercelli, Scoperta di un deposito di anfore romane presso la città, Not. Scavi 1901, pagg. 313-314) e romane (cfr. C.I.L. XV, 3436). Parimenti il bollo T. H. B. si trova su alcune anfore di Vercelli (cfr. L. Bruzza, Iscrizioni Antiche Vercellesi, Roma 1874, pag. 223; C.I.L. V, 8112, 43), di Tortona (cfr. E. Ferrerò, Tortona, Not. Scavi 1897, pag. 373, n. 11), di Paperiano, Portogruaro, Oderzo, Este, Verona, Bergamo (cfr. Pais, Suppl. Ital. 1077, 8), di Atene (cfr. C.I.L. Ili, Suppl. I, 7309, 9) e di Roma (cfr. E. Dressel, Di un grande deposito di anfore rinvenuto nel nuovo quartiere del Castro Pretorio, Bull, della Comm. Arch. Com. di Roma 1879, pagg. 36-64 e partie. 60 n. 1, dove sono citati esempi di tali bolli su anfore tanto del Castro Pretorio quanto del Testaccio); etc. Spesso le forme delle anfore possono suggerire soltanto genericamente la qualità del loro contenuto (vino, olio, olive, frutta secca, salse, etc.): ma, per es. a Milano, prevalgono i tipi Dressel 1-5, considerati come pertinenti ad anfore vinarie. Benché esistano molte incertezze ed oscurità in proposito, sembra inol¬ tre si possa ritenere per certo che in moltissimi casi la fabbricazione delle anfore fosse legata alla produzione agricola del loro contenuto, dal momento che la distribuzione delle marche di fabbrica corrisponde generalmente alle zone di produzione delle derrate o ai centri di smistamento. Per considerazioni ge¬ nerali di metodo e un’ampia bibliografia in proposito, cfr. in partie, il recente studio sopracit. del Frova sulle marche delle anfore milanesi, pagg. 49-67. 113 Sull’annona militare, che spesso i provinciales tolleravano a stento, cfr. in partie. SS. Hist. Aug. (Flav. Vop.), Vita Probi XXIII, 2, e Anon. De Reb. Bell., c. V. 118 La iugatio-capitatio era assai elevata sulle terre a vigneto; lo iugum infatti (unità d’imposizione fiscale che, com’è noto, variava di superficie a seconda del valore dei terreni e delle loro colture, adattandosi inoltre al regime agrario preesistente nelle diverse regioni) corrispondeva sempre a superfici di vigneti di ben quattro volte più piccole di quelle dei terreni sativi: in Siria, ad es., sappiamo che 1 iugum ricopriva 20 iugeri di terreno arabile di prima qualità, 40 di seconda, 60 di terza, 5 di vigneto, 220 perticae (= 1,1 iugeri) di oliveti antiqui, 450 perticae (=2,25 iugeri) di olivi montani (cfr. G. Baviera, Fontes Iuris Romani Anteiustiniani II, Firenze 19402, pagg. 795-796, Liber Grae- co-Syriacus Iuris Romani 121). In Asia Minore l’iscrizione di Thera ci fa co-
52 Economìa e socielà nell’« Italia Annonaria » mone di Pietro Crisologo, Vescovo di Ravenna, deplorerà che i ricchi occultassero i torrentes dei loro torcularii ad inopiam pau¬ peris 114 115). Un comportamento del genere lo si trova del resto, circa in questa medesima epoca, ad es. anche in Gallia, nei distretti per eccellenza vinicoli della Borgogna fra la Ouche e la Dheune, ove i proprietari, la cui principale ricchezza consisteva proprio nella produzione dei famosi vigneti, descrivono all’Imperatore la ro¬ vina (simulata o effettiva?) delle loro colture, per evadere alla estenuante pressione fiscale 11δ. In modo del tutto analogo, nell’Italia Annonaria non riscon¬ triamo cenni di crisi d’una qualche gravità in tutti i distretti te¬ nuti alFaderazione della prestazione vinaria 116 ; mentre nell’Emi¬ lia (deputata alla coemptio dell’annona, che doveva riuscire particolarmente onerosa per i connessi obblighi di lungo e disa¬ giato trasporto) soprattutto a partire dalla metà del IV secolo non fanno che susseguirsi i riferimenti alla diserzione dei campi da parte dei coltivatori e alla fuga dei curiali responsabili della colletta fiscale dai rispettivi senati municipali. Così, ad es., il 22 maggio del 354 — con la medesima costi¬ tuzione indirizzata al senato di Cesena per meglio regolare la noscere uno iugum alquanto diverso, ma nel quale la proporzione fra le terre sative e queUe a vigneto rimane pressoché invariata : 1 iugum = 100 iugeri di terra arativa = 24 iugeri di vigneto = 480 alberi di olivo (cfr. I. G. XII, III, 343; su tutto ciò, cfr. da ultimo Jones, Census Records cit.). Nel 381, pertanto, Teodosio fu costretto a prendere severe misure contro i proprietari che procu¬ ravano scientemente la sterilità delle loro coltivazioni; cfr. C. Τη. XIII, 11, 1 al ppo. Orientis Eutropio: Si quis sacrilega vitem falce succiderit aut feracium ramorum fetus hebetaverit, quo declinet fidem censuum et mentiatur callide paupertatis ingenium... etc. (= C. I. XI, 58, 2). 114 Cfr. Petr. Chrys. Sermo CXXII, P.L. 52, coi. 535 (Ubi sunt torrentes torcularium tuorum?... Ubi sunt vina ad impiam pauperis annositatibus et ipsa temporum oblivione servata?)] mentre cenni analoghi sono assai frequenti nei confronti del grano (vd. pagg. 96 sgg.), questa è forse Tunica allusione a care¬ stie di vino procurate artificialmente. 115 Cfr. in proposito gli interessanti articoli di R. Dion, Les origines du vignoble bourguignon, Annales (E. S. C.) V (1950), 4, pagg. 433-439, e Id., Métro¬ poles et vignobles en Gaule romaine, L’exemple bourguignon, Ibid. VII (1952), 1, pagg. 1-12 (entrambi gli articoli si fondano soprattutto sul Panegirico a Co¬ stantino del 312) ; più in generale, vd. Id., Histoire de la vigne et du vin en France des origines au XIXe siècle, Paris 1959 ; Y. Renouard, Vignobles, vignes et vins de France au Moyen Age, Le Moyen Age 1960, pagg. 337-349. 116 Cfr. pagg. 179-180.
L'età ambrosiana 53 fornitimi del vino cellariense117 — l’Imperatore stabilisce al¬ cuni drastici provvedimenti atti a rinsanguare la curia locale, che appare in grave crisi di reclute118. Tre anni più tardi, il 30 maggio del 357, è ancora a Duldtius consularis Aemiliae che Costanzo si rivolge, stabilendo che nelle vendite e nelle dona¬ zioni dei praedia su questa provincia non vengano sottratti i co¬ loni ai rispettivi terreni119 (può essere mera coincidenza il fatto che proprio nel 356-357, sotto la prefettura urbana di Flavius Leontius, fossero scoppiati a Roma altri tumulti vini causando inopiam120 121, e che poco più tardi Orfitus, succeduto a Leontius nella Praefectura Urbis dal 357 al 359, venisse accusato di pecu¬ lato per ammanchi nell’arca vinaria121 : ciò che, proprio in questi anni, denota un aggravarsi dei problemi amministrativi e fiscali connessi con il rifornimento del canon vinaritis). Alla legge del 357 si ricollega pertanto l’altra di Valentiniano I, indirizzata 117 Tale legge, nella sezione che si riferisce alla adaeratio, è pubbli¬ cata in C. Τη. XI, 1, 6 sotto il titolo De annona et tributis ; la seconda parte è invece pubblicata Ibid. XII, 1, 42, cit. sotto. ^ C. Τη. XII, 1, 42 (22 maggio 354, da Milano), Imp. Constantius A. ordini Caesenatium salutem dicit : si qui ex praesidibus vel perfectissimatus accessione cumulati esse noscuntur, manentibus dignitatibus, qucLS suffragio meruerunt, nihilo minus in sui ordinis consortio perseverent, fungantur officiis curialibus oc municipalium munerum cura partita vobiscum obsequio capiantur. Si quis autem clarissimae meruerit infulas dignitatis nec indulti muneris gratiam codicillorum allegatione percepit, impetratae fructum dignitatis amit¬ tat. Et cuncti, qui per officia diversa nomina dederunt militiae, si de curialium numero originem trahunt, soluti sacramentis vestris coetibus adgregentur. Con questa costituzione si deputavano pertanto alla Curia di Cesena tre ca¬ tegorie di persone: a) coloro che fruivano di dignità onorarie senza esercizio effettivo (perfectissimi) ; b) tutti i curiali che avevano ottenuta la dignità se¬ natoriale non per mezzo di codicilli (cioè oralmente) ; c) coloro che erano pas¬ sati dalla Curia ai vari ranghi della milizia. 119 Cfr. C. Tu. XIII, 10, 3 (30 maggio 357, da Milano), Imp. Constantius A. ad Dulcitium cons(ularem) Aemiliae: Si quis praedium vendere voluerit vel donare, retinere sibi transferendos ad alia loca colonos privata pactione non possit. Qui enim colonos utiles credunt, aut cum praediis eos tenere debent aut profuturos aliis derelinquere, si ipsi sibi praedia prodesse desperant (= C.I. XI, 48, 2). 120 Cfr. Amm. Marc. XV, 7, 3. 121 Cfr. sopra, pag. 49, n. 108, e Symm., Epp. IX, 150 e X, 34. Questo pro¬ cesso rientra forse nella campagna di ostilità mossa da Valentiniano I al Se¬ nato, dopo il fallimento degli iniziali tentativi di intesa: cfr. C. Schurmans, Valentinien I et le Sénat Romain, UAnt. Class. XVIII (1949), pagg. 25-38.
Ô4 Economia e società nell’« Italia Annonaria » da Milano al Vicarius Italiae Faventius il 31 giugno del 365 (e dunque riguardante Yltalia Annonaria in particolare), con cui si dichiara che qualunque proprietario, anche militaris vir, sia venuto in possesso di schiavi provenienti da terre incolte, rimaste senza padrone, debba pagare la tassa per queste terre, cui la mano d’opera acquisita si riferisce122: che è quasi una sorta di έπιβολή 123 (è poco dopo il 364 che — per coincidenza ricorrente, ma forse ancora una volta causale — viene bruciata a Roma una casa di Avianio Simmaco, durante tumulti per lo scarseggiare del vino 124). Vanno inoltre attribuite al medesimo anno (364-365) altre due leggi di Valentiniano al ppo Italiae, entrambe intese a risol¬ vere il problema delle terre incolte d’Italia mediante Yadiectio o altri sistemi più blandi e incoraggianti; ma ove, nel caso speci¬ fico, appare meno perspicuo se Italia debba intendersi nel senso ristretto di Italia Annonaria, oppure nell’accezione più compren¬ siva riferentesi all’intera penisola12i. Cfr. C. Τη. XI, 1, 12 (31 luglio 365, da Milano), Impp. Val(entini)anus et Valens AA. ad Faventium Vic(arium) Ital(iae) : Quisquis ex desertis agris veluti vagos servos liberalitate nostra fuerit consecutus, pro fiscalibus pensitatio¬ nibus ad integram glebae professionem, ex qua videlicet servi videantur manere, habeatur obnoxius. Id etiam circa eos observait volumus, qui ex huiusmodi fundis servos ad possessiones suas transire permiserint. Etiam si militares viri aliquos ex his pene se retentant, conveniendi primitus sunt, ut aut restituant quos perperam petiverunt, aut sciant pro tributis obnoxios se futuros (= C.I. XI, 48, 3). 128 Sulla έπιβολή o adiectia (vale a dire l’attribuzione per ordine dei fisco di terre abbandonate e incolte ad altre ancora produttive, con l’obbligo da parte dei proprietari di coltivarle e di pagarne le tasse), cfr. C. Τη. XI, 1, 10; XIII, 11, 12-13 e 15, etc.; E. Cuq, Les Institutions Juridiques des Ro¬ mains, II (Le droit classique et le droit du Bas Empire), Paris 1902, pagg. 7-8, n. 8; Heitland, o. c., pagg. 186-187; per una bibliografia aggiornata sulla que¬ stione (ma con speciale riferimento alla parte bizantina dell’Impero), cfr. P. Lemekle, Esquisse pour une histoire agraire de Byzance: les sources et les problèmes, Rev. Hist. CCXIX (1958), pagg. 32-74 e partie. 37-39, n. 3. Cfr. Amm. Marc. XVII, 3, 4. 125 In questo caso la seconda soluzione, anche a detta del Godefroy, appare più probabile; cfr. C. Τη. V, 11, 9 (364-365), Impp. Val(entini)anus et Valens AA. ad Mamertinum ppo. (Italiae) : Per Italiam afanticiae (= squalidioris, ieiunae) iugerationis onere consistentibus patrimoniis superfuso unumquemque tributarium adiectionem alieni debiti baiulare non dubium est; ideoque deserta iugatiOt quae personis caret, hastis subiciaturf ut licitationis conpetitione fu¬ turos dominos sortiatur. Ea enim... (lacuna); C. Τη. V, 11, 8 (6 agosto 365, da
U età ambrosiana OD Comunque, proprio alla fine di quest’anno, in cui i sintomi di stanchezza tributaria si erano andati così sensibilmente ag¬ gravando, Valentiniano I decise di ritornare al sistema della generale e integrale esazione in natura dell’annona vinaria ro¬ mana presso i provinciali, come prima della legislazione di Co¬ stanzo 126. Tale provvedimento antiaderativo rappresentò certa¬ mente uno sforzo da parte dello Stato per ovviare alle specula¬ zioni dei funzionari (cui la nuova forma di esazione offriva il destro), fondate sugli interpretia fra un alto tasso di aderazione e una bassa quota di coemptio delle derrate, nella riscossione della tassa in denaro e nella sua successiva riconversione in specie127. Ma è probabile d'altra parte che questa legge costituisse anche * 128Milano), Idem *1/1. ad Rufinum ppo. Italiae: Quicumque possidere loca ex de¬ sertis voluerint, triennii immunitate potiantur. Qui vero ex desertis nonnihil agrorum sub certa professione perceperunt, si minorem modum professi sunt, quam ratio detentae possessionis postulat, usque ad triennium ex die latae legis in ea tantum possessione permaneant, quam ipsi sponte obtulerunt ; exacto autem hoc tempore sciant ad integrae iugationis pensitationem se esse cogendos. Itaque qui hoc sibi incommodum iudicarit, e vestigio restituat possessionem, cuius in futurum onera declinat. 128 Cfr. C. Th. XI, 2, 2 (23 ottobre [?] 365), Irnpp. Val(entini)anus et Valens A A. ad Symmachum pu.: Commoda cogitantes urbis aeternae vini spe¬ ciem ita provinciales statuimus conportare, ut apochandi (= adaerandi) prae¬ sumptione damnata vina Romam portentur. In tantumque populi usibus profu¬ tura provisionis nostrae emolumenta porreximus, ut etiam pretio laxamenta tribuantur. Sanximus quippe ut per vini singulas qualitates detracta quarta pretiorum, quae habentur in foro rerum venalium, eadem species a mercantibus comparetur. Tale provvedimento venne più tardi ribadito da Graziano, Valentiniano II e Teodosio, il 31 gennaio del 384: cfr. C. Th. XI, 2, 4: Earum rerum, quae in praebitionibus canonicis vel debitis ex more poscuntur, non sunt pretia specie- rum, sed ipsae quae postulantur species inferendae, scilicet ut, quod maxi¬ mum est et unde omnis solet querella procedere, in annonario quoque titulo species annonarias solvant (era dunque l’esazione annonaria a riscuotere la massima querella) neque sub taxationibus pretiorum dispendiosis occasionibus adquiescant. Nam et accipientem et dantem inlicitae transactionis reatus involvet. Un’ulteriore legge antiaderativa in questo senso venne poi emanata nel 389: cfr. C. Th. XI, 2, 5 (18 dicembre 385), Imppp. Valfentini)anus, Theod(osius) et Arcad(ius) AAA. Cynegio pu. (Constantinopolitanae). Su Cynegius, cfr. Ciiastagnol, La Préfecture cit., pag. 350. 127 Questo tipo di speculazioni è stato mirabilmente illustrato per il IV sec. dal Mazzarino, Asp. Soc. cit., pagg. 169-216; per analoghe speculazioni in epoca ostrogotica, cfr. avanti, pagg. 232 sgg.
56 Economia e società nell'« Italia Annonaria » un ritorno, per molti aspetti gravoso, alla situazione che già nella prima parte del IV secolo aveva causato sensibili disagi ai contri¬ buenti dell’intero Vicariato d’Italia 128 * *. La crescente difficoltà nell’approvvigionamento del vino in specie trova pertanto un riflesso nel progressivo aumento del suo costo nel corso del IV secolo, dopo una crisi di sovraproduzione e di vilitas che datava fin dall’età di Columella. Nel 301, infatti, Y E dictum Maximum stabiliva (sia pure con tendenza program¬ maticamente depressiva, ma sempre commisurata all’andamento medio del mercato) un prezzo del vino calcolabile, in oro, a circa 260 anfore e mezzo di vinum rusticum per ogni libbra d’oro ; ma poco più di cinquanta anni più tardi, fra il 359 e il 363, una libbra d’oro non comperava ormai che 32 anfore di vino di qualità co¬ mune : ciò che denuncia un rincaro del vino di oltre otto volte il suo valore all’inizio del secolo 120. L’aggravarsi della crisi negli ultimi anni del iv secolo: « OLIGANTHROPIA » NELLE CAMPAGNE E TEMPORANEO DECLINO DI ALCUNI CENTRI URBANI NELLA CISPADANA. Nel 383 d.C. la legislazione ha ancora un tentativo di rigore, esonerando da tutti i privilegi fiscali precedentemente accorda¬ 128 Per cui cfr. sopra, pagg. 44 sgg. ; proprio in questo medesimo anno Valentiniano indirizza al ppo. Italiae Mamertinus una legge intesa a evitare che i provinciali dell’Italia Settentrionale sentano più del necessario i disagi del trasporto delle annone: cfr. C. Tu. XI, 1, 9 (6 marzo 365, da Treviri) : Tabulariorum fraudes se resecasse per suburbicarias regiones vir clarissimus Anatolius consularis missa relatione testatus est, quod pabula (espressione da taluni intesa nel senso di « foraggio », ma che anche il Godefroy interpreta come species annonariae), quae hactenus ex eorum voluntate atque arbitrio ad mutationes mansionesque singulas animalibus cursui publico deputatis repente atque inprovise solebant convehi, nunc in consilio ratione tractata pro longiquitate vel molestia itineris ab unoquoque oppido certo ac denuntiato tem¬ pore devehi ordinavit. Quod lubemus, ut etiam per omnes Italiae (scii. Anno¬ nariae) regiones pari ratione servetur. (Dove sembra di dover capire che a ogni singola città déìVItalia Annonaria — come già avveniva nelle regioni urbi- carie — dovevano essere preventivate e rese note in anticipo la lunghezza e la difficoltà dei trasporti delle specie annonarie). νΛ Su tutto ciò, cfr. avanti, pagg. 397 sgg.
L'età mnbrosimia 57 ti130 le grandi proprietà italiche, a cominciare da quelle appar¬ tenenti alla donuts divina·131. Ma già nel 395, alla morte di Teodosio, si stava ventilando una annonarum exigendarum relaxatio 132. E la situazione non fece che aggravarsi nel corso del decennio successivo, durante il quale parecchi distretti dell’Italia padana vennero duramente provati — soprattutto in campo annonario — dal soggiornare di numerosi eserciti133 ; nel 408 Onorio ritenne infine necessario esonerare l’intero Vicariato d’Italia non solo dal munus annona¬ riae functionis (dal quale sembra che una precedente costitu¬ zione a noi perduta già l’avesse alleviato), ma anche dalla gle¬ balis pensio, vale a dire (\n\Vaurum glebae pagato dalle terre 180 Come ad es. la già ricordata esenzione da ogni prestazione straordina¬ ria, concessa nel 323 da Costantino ai fundi patrimoniales adque enfyteuticarii dell’Italia Annonaria (cfr. C. Th XI, 16, cit. a pag. 43). iai Cfr. C. Th. XI, 13, 1 (19 gennaio [?] 383, da Milano), Imppp. Gr(ati)a- nus, Val(entini)anus et Theod(osius) AAA. ad Probum ppo. (Italiae Africae et Illyrici) : Privilegia omnia paucis concessa personis in perniciem plurimorum in irritum devocentur omnesque huius modi immunitates qui quacumque am¬ bitione meruerunt, ad aequale provincialium ceterorum consortium reducantur prositque iugatio rei publicae hactenus suspensa. Et quo libentius adquiescant, proprio aequanimitatem docemus exemplo id contemptui haberi, quod immune hactenus habeatur facile persuademus ab omnibus faciendum esse quod fecimus. Igitur sinceritas tua id ipsum per omnem Italiam, tum etiam per urbicarias Africanasque regiones ac per omne Illyricum praelata oraculi huius auctoritate firmabit. 132 Ambr., De Ob. Theod. 4-5 ; il Vescovo di Milano, pronunziando l’ora¬ zione funebre di Teodosio, ne esorta caldamente i figli a compiere la progettata remissione fiscale : ... nihil, inquam, speciosius ei in morte servatum est quam quod — inmane quantis! — promissa annonarum exigendarum relaxatio dum moratur, facta est successio eius indulgentiarum hereditas... In effetti, nel 395 stesso Onorio concesse alcuni sgravi fiscali alle terre rimaste senza coltura, ma limitatamente alle regioni meridionali (cfr. C. Tn. I, 28, 2; Claudian., De IV cons. Hon., vv. 496-499). È probabilmente proprio del 395 la lettera scritta da Simmaco ad Ambrogio di Milano per raccomandare il suo frater Marcianus, vir optimus sed\ invidia tyrannici temporis involutus, ... cuius tenuitas... non pa¬ titur, ut annonarum pretia possit exsolvere, quae iam multis eiusdem temporis iudicibus imperialis clementia relaxavit... (Symm., Ep. III, 33): evidentemente, la ribellione eugeniana aveva lasciato gravi strascichi anche in campo annona¬ rio e fiscale. 133 Per un quadro delle principali vicende politiche e militari, che ebbero per teatro l’Italia Settentrionale dall’inizio del IV alla seconda metà del V se¬ colo, cfr. Nota Complementare E, pagg. 536 sgg.
58 Economia c società iteli'« Italia Annonaria » senatorie, su cui — come è ovvio — finivano col gravare mag¬ giormente le forniture delle derrate su vasta scala134. A questo provvedimento di notevole entità il Governo era stato senza dubbio costretto per ovviare in qualche misura ai disastrosi contraccolpi economici dèlie successive calate di Ala¬ rico dalle Alpi Giulie135. Ma è pure evidente che, quando gli eserciti barbarici presero a scorrere per la Cisalpina con cre¬ scente frequenza, in essa la crisi economico-contributiva di certi settori doveva già essere in atto da un certo tempo. È infatti verso il 374-5 (dopo — si noti — che l’aderazione della prestazione vinaria per l’annona civica di Roma era stata abolita da circa un decennio) che Gerolamo parla per la prima volta della deca¬ denza di Vercelli136 * * * * città anche più tardi nota come centro di acquartieramenti militari, e ancor oggi conosciuta per la qua¬ lità e la ricchezza dei suoi vigneti nella parte montagnosa della provincia 187. È questo tuttavia 1’ u n i c o cenno sicuro di deca¬ denza urbana, nell’Italia Settentrionale del IV secolo, che esca dall’ambito del territorio emiliano-cispadano: e — se non fos¬ 134 Cfr. C. Tu. VI, 28, 4 (13 settembre 408), Impp. Arcad(ius) et Hono- r(iìis) AA. Theodoro ppo. (Italiae) : Ab omni intra Italiani iugatione, quam munere annonariae f unctionis absolvimus, etiam glebalem pensionem iubet sere¬ nitas nostra removeri. 135 Ancora nel 451 Valentiniano III disponeva che in tutta Italia non ve¬ nissero legalmente perseguiti quei curiali che avevano venduto le loro proprietà, destituita atque inculta in seguito alle rovinose campagne di Alarico: cfr. Nov. Val. XXXII, 5-6 : ... Statuo itaque a tempore, quo Italiam Alaricus intravit nullam moveri quaestionem his, quae curiales taliter de facultatibus propriis vendiderunt... Notum est post fatalem hostium ruinam, qua Italia laboravit, ... etc. (già nel 438 l’Imperatore aveva pertanto disposto una remissione fiscale in tutta Italia: cfr. Nov. Val. I, 1). Procopio stesso, circa un secolo più tardi, ancora attribuisce alle invasioni alariciane lo spopolamento d’Italia e le ve¬ stigia di distruzioni di cui restava traccia nelle città al tempo suo, soprattutto lungo le sponde del golfo Ionico (vale a dire la costiera adriatica : cfr. Proc., De bell. Vand. I, 2; sul valore dell’indicazione geografica procopiana, vedasi il passo immediatamente precedente, in cui l’autore indica Ravenna come situata in fondo al golfo Ionico: cfr. Proc.. Ibid. I, 2,; vd. pure Cass., Var. XII, 24, cit. a pag. 550). Cfr. Hieron., Ep. I. 3, ad Innocentium : ...Igitur Vercellae Ligurum ci¬ vitas haud procul a radicibus Alpium sita, olim potens, nunc raro est habitatore semiruta... Per la datazione ai 374-375 di questa epistola (che i Maurini datano invece al 370 circa: cfr. P.L. 22, ad toc. e//.), cfr. Cavallera, Saint Jerome cit., pagg. 13-14. 187 Cfr. V, « Vercelli » (A. Tallone), E.I. 35, pagg. 147-148,
L’età ambrosiana 59 sero eccessive le forzature necessarie a un’interpretazione del passo geronimiano in tal senso — apparirebbe suggestivo iden¬ tificare la Vercellae in questione con un nucleo abitato sull’Ap¬ pennino emiliano non lungi da Piacenza (circa ventanni dopo definita a sua volta da Ambrogio semirutae urbis cadaver), del qnale è testimonianza in Strabone e, più tardi, nelle ripetute menzioni di un pagus Vercellensis nella Tabula Veleiate138 ; oppure (meno bene) con qualche centro situato nella zona del delta padano antico compresa nel triangolo Ferrara-Adria-Ra- venna, dove Silio Italico130, Plutarco140, un’iscrizione di età augustea141, alcuni toponimi medievali e Dante stesso142 ri¬ cordano l’esistenza di località e nuclei abitati denominati Ver¬ cellae 143. 188 Ofr. Stbab. V, 1, 218 C. (··· έπεί καί έν Ούερκέλλοις χρυσωρυχεΐον ήν* κώμη δ’ έστί πλησίον *Ικτουμούλων, καί ταύτης κώμης, άμφω δ’ είσί περί Πλακεντίαν) ; C.I.L. XI, 1147, 2, 80.82; 3, 40.43.45; 4, 44.46.48.',0.52 ; 5, 68.95; 6, 81.89. Cfr. V. « Vercellae » (G. Radke), P.W. Vili A 1, coll. 980-981. Sulla scomparsa di Veleia stessa, probabilmente fra il IV e il V secolo essa pure, cfr. da ultimo A. Credali, Il mistero di Velleia (antiche e recenti congetture suUe sue ruine), Aurea Parma XXXVIII (1954), pagg. 95-99. 130 Cfr. Sil. Ital. Punic. Vili, vv. 588 sgg. 110 Cfr. Plut., Marins XXV, 4. 1,1 Cfr. C.I.L. V, 2385. 142 Inferno, XXVIII, vv. 73-75. 143 Un inventario completo di tutti i « Vercelli » d’Italia (il nome è di probabile origine alto-celtica, e si trova testimoniato fra i Libici del Piemonte, gU Insubri della Lombardia, i Boi del Piacentino e i Lingoni del Delta, nonché tra gli Irpini, i Galli e gli Iberi) si trova in J. Zennari, I Vercelli dei Celti nella Valle Padana e Tinvasione cimbrica della Venezia, Annali della Bibl. Gov. e Libreria di Cremona IV (1951), fase. 3 (Cremona 1956, 2* ed. definitiva), pagg. 7-78 e partie. 46. In questa monografìa l’autore, fondandosi su di una do¬ cumentazione assai ampia e scrupolosamente analizzata, sostiene che il toponimo Vercellae, in binomio con quello di vici-tumuli (Vidimali) è da porsi costante- mente in relazione con i centri minerario-industriali celtici della Valle Padana; e, partendo da tale presupposto, sostiene che il famoso scontro fra Mario e i Cimbri ai Campi Raudii debba ritenersi avvenuto non già in prossimità della Vercelli piemontese, bensì non lontano dalla moderna Ferrara (ciò che appia¬ nerebbe non poche difficoltà e apparenti contraddizioni delle fonti a proposito della celebre campagna del 101 a. C.). Nel nostro caso comunque, nonostante la coincidenza perfetta del nome, numerosi ostacoli si oppongono a una interpretazione del genere : innanzi tutto (nel caso della più probabile localizzazione presso Piacenza) la difficoltà d’iden¬ tificare la civitas geronimiana (benché raro... abitatore semiruta e prossima — pare — a scomparire) con il castellum di un pagus dell’età traianea (sulla
GO Economia e società nell’« Italia Annonaria » Per l’appunto fra il 388 e il 394 Ambrogio — nella ben nota epistola a Faustinus, spesso citata come prova dell’irrimedia¬ bile decadimento di tutta VItalia, Annonaria nei bassi tempi144 — descrive a sua volta l’abbandono dei fiorenti castella emiliani, i terrarum funera... in perpetuum prostrata ac climita, le distese incolte dei campi sulle pendici dell’Appennino e la decadenza dei diversità nella configurazione e nelle funzioni del pagus rispetto all’ambito politico e amministrativo della civitas, cfr. in partie. E. Sereni, Comunità rurali nell’Italia Antica, Roma 1955, pagg. 377 sgg. Sul valore delle designazioni urbs, oppidum, civitas, castellum, castrum, pagus, etc., nell’uso delle fonti tardo- romane e altomedievali, cfr. C. Battisti, La terminologia urbana nel latino dell’Alto Medioevo con particolare riguardo all’Italia, VI Sett. Int. di Studi Altomed. [10-16 aprile 1958], «La città nell’Alto Medioevo», Spoleto 1959, pagg. 647-678). Gerolamo parla inoltre di una Ligurum civitas ; e ciò farebbe più spontaneamente pensare a un nucleo urbano situato nella Liguria vera e propria, benché nel IV secolo (e precisamente fino al 385-391 circa) la Liguria e VAemilia costituissero in effetti una provincia unica dal punto di vista am¬ ministrativo (cfr. Chastagnol, Notes Chronologiques cit., pag. 177). Gerolamo soggiunge infine che la sua Vercellae si trova haud procul a radicibus Alpium sita ; per localizzare la città in Emilia, si dovrebbe dunque pensare che la ge¬ nerica espressione Alpes sia qui usata nel senso specifico di Apennini; l’uso si trova pertanto testimoniato sia nella Tabula Peutingeriana (In Alpe Pennina sull’itinerario Genua-Luna), sia in Cassiodoro (Vor. Vili, 31 [527], dove l’espressione Alpium summa viene chiaramente riferita alla catena degli Ap¬ pennini nell’Italia Meridionale), sia in Paolo Diacono (Hist. Lang. II, 18: ... Emilia... inter Appenninas Alpes et Padi fluenta...) : cfr. le voci « Alpes » e « Alpis » in Forcellini, Ónomasticon Totius Latinitatis. Ma tutte queste difficoltà — più facilmente superabili se incontrate iso¬ latamente — nel caso specifico sembrano rendere assai ardua la localizzazione della civitas geronimiana in Emilia, per seducente che possa apparire l’ipotesi ai fini della nostra ricerca. li4> Cfr. G. Salvioli, Sulla distribuzione della proprietà fondiaria in Italia al tempo dell’Impero Romano, Studi di storia economica, Arch. Giurid. « Filippo Serafini ». n.s. Ili (1899), pagg. 211-246 e 499-539; Id., Sullo stato e la popo¬ lazione d’Italia cit., pagg. 5, 8, 10, 32; Id., La produzione agricola in Italia nell’Epoca Romana, Atti del I Congr. di St. Rom., II, Roma 1929, pagg. 180-188; F. Chaurand de Saint Eustaciie, L’irrigazione della Valle Padana nel Medio Evo, Atti e Memorie del IV Congresso Storico Lombardo, Milano 1940, pagg. 473- 491; etc. Più moderato è invece il Passerini (Il territorio insubre cit.) ; il Poggi, da parte sua, mette in relazione il decadimento dell’Emilia con la diminuita importanza di Roma nel IV secolo e il declino dei commerci in questa dire¬ zione (cfr. G. Poggi, Genova preromana, romana e medioevale, Genova 1914, pag. 230) : benché manchi qualsiasi argomento per giustificare una affermazione del genere, bisogna riconoscere all’Autore il merito di avere intuito l’impor¬ tanza di questo rapporto fra i mercati emiliani e quello di Roma, tramite la Flaminia.
TV età ambrosiana 61 centri urbani lungo la Via Aemilia, fra cui vengono menzionati Claterna, Bononia, Mutina, Rhegium, Brixillum, Placentia14B. L'evidente rapporto fra la decadenza delle città e delle loro curie • precipuamente responsabili, di fronte allo Stato, delle riscos¬ sioni fiscali) e la crisi di spopolamento nelle campagne sottolinea a un tempo la gravità del fenomeno e lo stretto legame di comple¬ mentarietà economica fra vita rurale e vita urbana. Cominciano infatti, parallelamente, anche i provvedimenti governativi intesi a risollevare o, comunque, mettere a più estesa coltura, le campagne mediante lo stanziamento di inquilini bar¬ bari e di familiae laeticae14β. E viene fatto di richiamare qui la già osservata relazione che, probabilmente in questa medesima epoca (sia pur riferendosi ad avvenimenti di circa un secolo ante- 140 * * * * * 146140 Cfr. Ambe. Ep. XXXIX, 3: ... Verum hoc (= mors) nobis commune non solum cum hominibus, sed etiam cum civitatibus, terrisque ipsis est. Nempe de Bononiensi veniens urbe a tergo Claternam, ipsam Bononiam, Mutinam, Rhegium derelinquebas, in dextera erat Brixillum, a fronte occurrebat Placentia, veterem nobilitatem ipso adhuc nomine sonans, ad laevam Apennini inculta miseraUis, et ftorentissimorum quondam populorum castella considerabas, atque affectu relegebas dolenti. Tot igitur semirutarum urbium cadavera, terrarumque sub eodem conspectu exposita funera non te admonent unius, sanctae licet et admirabilis feminae, decessionem consolabiliorem habendam; praesertim cum illa in perpetuum prostrata ac diruta sint: haec autem ad tempus quidem erepta nobis, meliorem illic vitam exigat? In questa epistola consolatoria all’amico Faustinas Ambrogio imita for¬ malmente Servio Sulpicio Rufo che, per confortare Cicerone della morte della figlia Tullia, gli descriveva le città greche in rovina (Cic. Ad fam. IV, 5) ; ed è esempio tipico di stretta imitazione letteraria che non danneggia minimamente il valore storico della testimonianza (su una certa originalità anche dal punto di vista letterario, cfr. tuttavia Ch. Favez, L’inspiration chrétienne dans les Consolations de Saint Ambroise, R.E.L. VIII [1930], pagg. 82-91). Una discreta traduzione in inglese delle epistole ambrosiane si trova in M. M. Beyenka, Saint Ambrose Letters, New York 1954. 146 Cfr. C. Tu. XIII, 31, 10 (5 aprile 399, da Milano), indirizzata al ppo. Italiae Messala da Onorio, per regolare la distribuzione delle terrae laeticae entro la Prefettura d’Italia : Quoniam ex multis gentibus sequentes Romanam felicitatem se ad nostrum imperium contulerunt, quibus terrae laeticae admi¬ nistrandae sunt, nullus ex his agris aliquid nisi ex nostra adnotatione me¬ reatur... etc. Per analoghi stanziamenti di laeti in Gallia, alla fine del III see., cfr. Pan. Constantio dictus XXI, 1 (397 d. C.) ; nel IV-V secolo le praefecturae laeticae si trovavano prevalentemente in Gallia (cfr. N.D.O. XLII, 33-44, ed. O. Seek, Berlin 1876, pagg. 216-217).
Economìa c società nell*a Italia Annonaria » 62 riori), 1’ Historia Augusta — e i grandi proprietari per essa — istituivano tra le forniture coatte di vino per l’annona romana da una parte, le terre incolte e lo stanziamento di famiglie barbare dall’altra147. È pertanto al tempo di Costantino che le fonti più tarde fanno risalire i primi stanziamenti di Limigantes per Italiam (dove, però, non appare chiaro se Italia sia usata nel senso di Diocesi o di Prefettura)148 149. Più tardi comunque, in maniera al¬ quanto più circostanziata, Ammiano Marcellino racconta come i vinti Alamanni venissero nel 370 distribuiti nei fertili pagi circa... Padum, per ordine del generale Teodosio140; mentre nel 377 i Taifali, vinti da Frigeridus in Illirico, vennero a loro volta stabiliti omnes circa Mutinam, Regiumque et Parmam, Italica oppida, rura culturos 150 151 (e si noti che le città qui ricordate sono per l’appunto tre dei semirutarum urbium cadavera menzionati verso il 388 da Ambrogio). È inoltre probabile che i profughi illirici di cittadinanza ro¬ mana, che in seguito al disastro di Adrianopoli (376 d.C.) ave¬ vano cercato rifugio anche al di qua delle Alpi Giulie, e che la miseria aveva spesso ridotto alla condizione di operarii salariati o addirittura di schiavi W1, si stabilissero di preferenza nei di¬ 147 Cfr. Vita Aur. XLVIII, 1-2, cit. a pag. 38. 148 Cfr. An. Val. I, 32: ... Sic cum his (= Gothis) pace firmata, in Sar¬ matas versus est, qui dubiae fidei probabantur. Sed servi Sarmatarum (= Limi¬ gantes) adversum omnes dominos rebellarunt, quos pulsos Constantinus libenter accepit et amplius trecenta milia hominum mixtae aetatis et sexus per Thra¬ ciam, Scythiam, Macedoniam Italia nique divisit. 149 Cfr. Amm. Marc. XXVIII, 5, 15 (369 d. C. e sgg.) : Per hanc occasionem inpendio tempestivam, Alamannos gentis ante dictae ( =Burgundionum) metu dispersos, adgressus per Raetias Theodosius (ea tempestate magister equitum [in Gallia]) pluribus caesis, quoscumque cepit ad Italiam iussu principis misit, ubi fertilibus pagis acceptis, i am tributarii circum¬ colunt Padum. 160 Amm. Marc. XXXI, 9, 4 (377 d. C.) ; pare che il toponimo Taivolo, presso San Giovanni in Persiceto (in Emilia, tra Modena e Bologna, nella cam¬ pagna a nord della Via Aemilia), si debba ricondurre a questi stanziamenti di Taifali: cfr. Olivieri, Di alcuni nomi locali cit., pagg. 132-133; Schneider, Die Entstehung cit., pagg. 134-137 (ree. da E. Stein in Byz. Zeit sehr. XXVII [1927]. pagg. 389-392). 151 Di costoro si occupa, ancora nel 408, una costituzione del Codice Teo- dosiano indirizzata da Onorio al ppo. Italiae Theodorus (C. Tu. X, 10, 25, 10 dicembre 408, da Ravenna) : Cum per Illyrici partes barbaricus speraretur
L’età ambrosiana 03 stretti più spopolati, ove maggiore era la carenza, e quindi la richiesta, di forze lavorative. Ambrogio per l’appunto, scrivendo nella quaresima del 379 a Costantius Vescovo di Forum Cornelii i sempre dunque nella tormentata Emilia), accenna a stanzia¬ menti illirici nei dintorni della città1β2 ; l’epistola è costituita da una serie di consigli pastorali a Costantms, riguardanti le lotte fra i grandi proprietari per una maggiore espansione dei loro latifondi15S, e soprattutto le angherie usate da questi domini nei confronti dei loro operarii, mercenarii e serri, cui negavano la debita mercede 1β4 (si noti qui, per inciso, la testimoniata esi¬ stenza di questi liberi giornalieri impegnati nei lavori agricoli, così mal conosciuti da venire, generalmente, passati sotto silenzio anche negli studi specializzati). Non si direbbe invece che gli stanziamenti di Sarmatae gen¬ tiles, ricordati nella prima metà del V secolo per ben dodici centri dell’Italia Settentrionale dalla Notitia Dignitatum Occi¬ dentis 155 (e di cui altre tracce sopravvivono nella toponomastica incursus, numerosa incolarum manus sedes quaesivit externas, in cuius ingenui¬ tatem adsidua petitorum solet libido grassari eique inlicite iugum servitutis imponere. Igitur praescribtum tua sublimitas recognoscat, ut Illyricianos omnes, quos patria complectitur vel alia quaelibet terra susceperit, petere (scii, in servitutem) non liceat. 162 Cfr. Ambe., Ep. II, 28 : Habes illic Illynos de mala doctrina Arianorum, cave ab eorum zizania... 158 Cfr. Ibid., 30. 104 Cfr. Ibid. 12 e 31 ; l’epistola ambrosiana si può pertanto connettere con la successiva costituzione imperiale cit. sopra, n. 151. Sui mercenarii in generale, cfr. F. M. De Robertis, I lavoratori liberi nelle « Familiae » aziendali romane, .H.I. XXIV (1958), pagg. 269-278. ito Cfr. Ν.Ό.Ο. XLII, 51-59 e 61-63. pagg. 218-219 : 51 Praefectus Sarmatarum gentilium, Foro Fulviensi 52 » » » Opittergii 53 » » » Patavio 54 » » » ... Veronae (?) (add. Gelenius) 55 » » » Cremonae 56 » » » Taurinis 57 » » » Aquis sive Ter tona 58 » » » Novariae 59 » » » Vercellis 61 » » » Bononiae in Aemilia 62 » » » Quadratis et Eporizio 63 » » » (in Liguria) Pollentia
64 Economia e società nell’a Italia Annonaria » piemontese, ligure, lombarda, emiliana e veneta* 156), vadano messi in stretta relazione con la campagna di risollevamento e bonifica delle aree incolte ad opera degli Imperatori. Queste praefecturae di gentiles infatti, nella prima metà del V secolo, appaiono più che altro distribuite lungo la rete delle principali strade di grande transito, nei centri urbani strategicamente più importanti157, i quali solo casualmente sembrano coincidere con Su questi coloni militari, cfr. in generale anche C. Th. Ili, 14, 1 (370? 373?); VII, 15 1, (409); VII, 20, 12 (400); XI, 30, 62 (405); essi non vanno confusi con i Gentiles, cavalieri delle truppe palatine e comitatensi, spesso ri¬ cordati da Ammiano Marcellino assieme con gli scutarii (XIV, 7, 9; XV, 4, I ; XX, 2, 5 ; XX, 4, 3 ; XX, 8, 13) ; sembra pertanto ritenerli un’unica categoria G. Gigli, Forme di reclutamento militare durante il Basso Impero, Atti della Acc. Naz. dei Lincei CCCXLIV (1947), ser. Vili, Rendic. Cl. Se. Mor. Stor. e Filol. II, pagg. 268-289. Sulle scholae gentilium ed i numeri laetorum in Italia, nella più tarda età bizantina, cfr. Tjäder P. 24 (= Marini 110), I pagg. 371- 376; III tavv. 91-92 (chartula usufructuariae donationis in favore della Chiesa Ravennate, della metà circa del VII secolo; fra i testimoni sottoscrittori del documento figura un v(ir) d(evotus), scol(aris) Scole (sic) Gentilium; sotto¬ scrivono il medesimo atto anche due viri clarissimi, domestici 'Numeri Felicium Letorum [o Letonum]). Sulla datazione (da noi accettata) della redazione della N. D. O. fra il 427 e il 437, cfr. Bury, The Notitia Dignitatum cit., pagg. 131-154. 156 Cfr. F. Brandileone, Di una fonte d’informazione sinora trascurata sulle vicende della terra in Italia, Viertel jahrsch. für Sozial- und Wirtschaftsgesch. II (1904), pagg. 421-427 (studio toponomastico sugli stanziamenti barbarici); G. Assandria, Due nuove iscrizioni da aggiungere a quelle di Augusta Bagien- norum, Atti della Soc. Piem. d’Arch. e Belle Arti IX (1918), pagg. 125-128 (iscri¬ zione frammentaria di un Praefectus Sarmatarum gentilium al castello di Monfalcone presso Salmour [ = Samiatorum] ) ; F. Rondolino, Storia di Torino antica dall’origine alla caduta dell’Impero, Atti della Soc. Piem. cit. XII (1930) (tutto il vol.); O. Scarzello, La colonia dei Sarmati nel territorio della provincia di Cuneo, Ibid. XV (1933), pagg. 286-294 (tracce toponomastiche dei Sarmati a Bene Vagienna, Casale, Voghera, Novi Ligure, Piacenza, Marignano, Vicenza, Padova) ; P. Fraccaro, La Via Postumia nella Venezia, Beiträge zur älteren europäischen Kulturgeschichte, Band I, Festschrift für R. Egger, Kla- genfurt 1952, pagg. 251-275, e partie. 254 (= pag. 198 di Opuscula III, 1, Pavia 1957 ; si accenna a Sarmato lungo la Postumia, fra Stradella e Piacenza) ; vd. inoltre Oliveri, oo. cc., vv. « Sarmato », « Sarmadasco », etc. ; Annuario generale del T.C.I., Milano 1951, pagg. 896-897, vv. « Sarmede » (non lontano da Treviso), « Sarmego » e « Sarmeola » (entrambi sulla Padova-Vicenza). 157 Lo Jullian — benché non faccia alcuna sostanziale distinzione fra laeti e gentiles, considerandoli entrambi come corpi barbari arruolati e raggrup¬ pati secondo le loro designazioni etniche, soldati e lavoratori sulle terre fiscali — nota che i laeti appaiono generalmente dispersi nelle campagne, in prossi¬ mità di civitates o villaggi, mentre i gentiles sono distribuiti in colonie lungo
U g tà am b ros imia 65 quelli noti molti decenni prima per un passeggero declino, tosto superato 158 * *. L'epicentro della crisi sembra, in conclusione, essersi tro¬ vato in Aemilia 15<J. Ed effettivamente, anche in campo archeolo¬ gico, pare si debba far risalire alla seconda metà del IV secolo (in base ai reperti monetari rinvenuti fra i ruderi) la distruzione di parecchi impianti agricoli nelle campagne che fiancheggiano la Via A emilia, e in particolare di tutta una serie di probabili torchi vinari, già più sopra ricordatiieo. Questo convergere verso la regione cispadana di tutti i più importanti sintomi di deca¬ denza agricola e urbana tra il IV e il V secolo costituisce certa¬ mente un fenomeno alquanto complesso, che andò variamente at¬ teggiandosi attraverso al tempo : sembra comunque probabile che tale provincia in particolare — ove fin dai primi tempi della co¬ lonizzazione romana la fecondità era stata ottenuta mediante una assidua opera di prosciugamento e di bonifica161 — più di altre regioni dovesse risentire del venir meno o dell’indebolirsi — in seguito a circostanze d’ordine economico-tributario dapprima, e politico-militare più tardi — della continuità nelle colture e nella lotta contro gli elementi naturali meno favorevoli1β2. le grandi strade (cfr. C. Jullian, Histoire de la Gaule, VITI, Paris 1926, pagg. 80-92). Su inquilini, laeti e gentiles (le cui reciproche differenziazioni, da un punto di vista militare, giuridico e sociale, sono alquanto controverse), cfr. pure V. «Gentiles» (G. Humbert), D.A.G.R. II, 2, pagg. 1516-1517, e bibliogr. ivi cit. ; V. «Laeti» (Schönfeld), P. W. XII, coll. 446-448; F. Lot, La fin du monde antique et le début du Moyen Age, Paris 1927, pagg. 122-123 ; F.L. Gans- noF, Le statut personnel du colon au Bas-Empire, Observations en marge d’une théorie nouvelle, L'Ant. Class, XIV (1945), pagg. 261-277. i5$ rpal| a(j eg yerceiii (χ# jy o. xlh, 59; Hieron.. Ep. I, 3) e Bologna (N. D. O. XLII, 61; Ambr., Ep. XXXIX, 3); per il loro risollevamento abba¬ stanza rapido, cfr. pagg. 74 sgg. Soltanto Pollentia, all’epoca della redazione della Notitia, versava forse in condizioni di declino, dopo la famosa, durissima battaglia fra Alarico e Stilicone, combattuta sotto le sue mura nel 402 : cfr. Nota Compì. E, pagg. 534 sgg. iso cfr pure il vecchio C. Calvi, Cenni storici sulla Lomellina, Mortara 1871, pag. 208. “° Cfr. pag. 32, n. 55, e Nota Compì. B, pag. 530 sgg. 101 Cfr. Forbes, Studies in Acient Technology cit., II (Leiden 1955). pagg. 41 sgg. (Cicerone, ad es., ricorda resistenza di vaste zone paludose fra Modena e Bologna: cfr. Cic., Ad. Fam. X, 30). ™2 Sulla facilità e la frequenza, ad es., delle inondazioni nel territorio emiliano, cfr. pagg. 75 n. 189; 77 n. 195; 169; 471; 481-482 nn. 735-741; etc. Numerosi toponimi, di origine presumibilmente romana o, altomedievale, ricor- 5. L. Ruggini
66 Economia e società nell’« Italia Annonaria » La tassazione fondata sulla iugatio e capitatio, come la fissa¬ zione dell’uomo alla terra mediante V origo, senza dubbio era stata adottata dagli Imperatori del IV secolo con l’intento di mettere un freno all’urbanesimo e rimediare in qualche modo al preoccu¬ pante fenomeno dell’abbandono delle campagne da parte dei col¬ tivatori, rendendo nel contempo meno facile ai contribuenti l’eva¬ sione fiscale m. Ma è altrettanto evidente che proprio queste mi- * 168dano inoltre la presenza di zone paludose, abbandonate o boschive, sterpeti, bru¬ ghiere, località invase dalle acque del Po erompente dagli argini (cfr., ad es., Boretto da Bisruptus, dove, cioè, si era verificata una duplice rottura del Po; Carpineto, chiaramente connesso a carpinus ; Correggio, dal latino corrigium, che indica un tratto di paese elevato, cinto intorno dalle acque; Codemondo [Reggio], da caput de mundo, confine del mondo, zona lontana e abbandonata; Paullo [Casina], detto Castrum de paule nel XII see., derivante, come Pa- vullo nel Modenese, da palus, luogo acquitrinoso; Ramiseto, da ramus, desi¬ gnante zona boscosa; Reggiolo, Rasolum nel sec. XI, derivante da raza, voce dialettale per «rovo»; Rubiera, detta anticamente Herbaria; Arceto [Scan¬ diano], probabilmente da ericetum; etc: vd. Violi, Di alcuni nomi locali della provincia di Reggio Emilia cit., passim). Anche in documenti agiografici e nei papiri ravennati del VI secolo si ha talora menzione di praedia incolti e di vastissime paludi; vd. avanti, pag. 338 n. 387, e 458-460. Sugli acquitrini dell’agro modenese, cfr. più tardi C. D. L. 5 (781), 27 (856), 340 (1127), etc. ; G. Salvioli, Studi sulla Storia della Proprietà Fondiaria in Italia, La proprietà fondiaria nell’agro modenese durante il Me¬ dio Evo, Modena 1917, pagg. 1-15; Id., Le nostre origini cit., pagg. 96 sgg. 168 Cfr. F. Thibault, Les clarissimes et la capitatio ou jugatio au Bas- Empire, Viertel]ahrschr. für Sozial- und Wirtschaftsgesch. IX (1911), pagg. 395- 400 (ove però l’Autore, introducendo una opinabile distinzione fra clarissimi e possessores, propugna l’insostenibile tesi che i primi non sarebbero mai stati tenuti a pagare il tributum o imposta fondiaria, nel Basso Impero) ; A. Piganiol, L’impôt de capitation sous le bas-empire romain, Paris 1916; Id., La capitation de Dioclétien, Rev. Hist. CLXXVI (1935), pagg. 1-13; Id., La fiscalité du Bas- Empire, Journal des Savants 1946, pagg. 128-139 (ree. a Déléage, o. c.) ; F. Lot, De l’étendue et de la valeur du « caput » fiscal sous le Bas Empire, Rev. Hist, de Droit fr. et étr., IV sér., IV (1925), pagg. 5-60 e 117-192 ; Id., L’impôt foncier et la capitation personnelle sous le bas-empire et à l’époque franque, Paris 1928 ; Id., Nouvelles Recherches cit., passim ; Bott, Die Grundzüge der Diokletianischen Steuerverfassung cit.; Ch. Saumagne, Du rôle de Vorigo et du census dans la formation du colonat romain, Byzantion XII (1937), pagg. 487-581; Déléage, o. c. ; N. A. Constantinescu, Le but de la réforme agraire et de l’organisation des castes dans le bas-empire, Actes du Vie Congrès Int. d’Et. Byzantines, I, Paris 1950, pagg. 59-70; A. E. R. Boak, Manpower Shortage and the Fall of the Roman Empire in the West, Univ. of Michigan Press 1955 ; Jones, Census Records cit. ; Id., Capitatio and Iugatio cit. ; Id., The Roman Colonate, estr. da Past & Present XIII (1958), 13 pagg.; M. Pal-
L'età ambrosiana (>7 sure finirono col provocare un po’ dappertutto la tendenza a una ulteriore riduzione al minimo della mano d’opera imponibile di tasso, allo spopolamento dei campi e, come conseguenza ultima, a una più grave diserzione delle colture 164. Anche in Ambrogio non mancano infatti numerosi cenni, in cui le necessità fiscali e il problema della mano d’opera agricola vengono presentati come questioni intimamente collegate: e per esempio nell’epistola LXXXII a Marcello, a proposito dell’amministrazione di una certa posses\sio tributaria da affidarsi alla sorella vedova del vir clarissimus Ixietus, egli dice che costui temeva l’ingerenza della donna in quanto, incapace di fronteggiare energicamente prevari¬ cazioni ed altre difficoltà (evidentemente connesse coi tributa), ella non avrebbe saputo evitare alla proprietà i danni derivanti ex incultu agri165. Non è tuttavia facile farsi un’idea esatta della portata che la crisi demografica e lo spopolamento delle campagne — feno- * 10 ilLASSE, La capitation et le problème du Bas Empire, Rev. Hist, de Droit fr. et étr. ser. IV, XXXVI (1958), pagg. 67-77: etc. Sui rapporti fra questo tipo di organizzazione fiscale e la tendenza alla statalizzazione, cfr. in generale G. I. Brätianu, Servage de la glèbe et régime fiscal. Essai d’histoire comparée, Ann. d'hist. éc. et soc. V (1933), pagg. 445-462. 10* In questo senso appaiono altrettanto vere sia la teoria del Jones (Ancient Economie History, London 1948, pagg. 12 sgg. e passim), secondo cui il regresso demografico sarebbe stato provocato dalle esigenze fiscali del governo imperiale a partire dalla fine del III secolo, sia l’opposta tesi sostenuta dal Boak (Manpower Shortage cit., passim), per il quale la crisi demografica non fu già effetto, bensì causa dei provvedimenti adottati da Diocleziano e dai suoi successori. È più che probabile che la situazione si configurasse variamente a seconda delle località (con le loro peculiari vicende). Sullo spopolamento du¬ rante il Basso Impero, cfr. in generale Boissier, La fin du paganisme cit., II. pagg. 416 sgg. ; J. C. Russel, Decline of Population 200-700 A.D. and Its Intel¬ lectual and Social Results, Congrès Int. d’Hist. de Zurich, 1938, Communica¬ tions II, pagg. 352-354 (cui si possono muovere le medesime obiezioni di fondo fatte al Boak per es. da E. Will, UAnt Class. XXV [1956], pagg. 219-221, etc.); Id., Late Ancient and Mediaeval Population, Trans, ά Proc, of the Am. Philos. Society, n. s. XLVIII, Pt. 3 (1958), pag. 37 (l’Autore «affronta i problemi più da specialista di demografia che da storico: cfr. ree. di H. Van Werveke, Le Moyen Age LXVI, ser. IV, XV [1960], pagg. 199-204); Mazzarino, Asp. Soc. cit., pagg. 254-269; etc. (v. Boak, o. c. ; bibliogr. cit. passim). 165 Cfr. Ambe., Ep. LXXXII, 7-8: ...respondit germanus tuus placere sibi oblationem, si metus deteriorandae possessionis decederet. Quemadmodum enim femina, et quod est amplius, vidua, possessionem regeret tributariam? Quid sibi profuturum, quod sibi lura possessio-
Economia e società nell'« Italia Annonaria » 68 meni talora collegati, ma di per sè tutt’altro che identifica¬ bili 1ββ — poterono assumere nell’ambito dell’intera Italia Anno¬ naria (lasciando da parte Y Aemilia, per la quale — come abbiamo veduto — esiste un certo numero di testimonianze sufficiente¬ mente precise e concatenate). Un procedimento senz’altro inaccettabile è quello di volersi fare un’idea della densità demografica antica (per lo meno rela¬ tiva) in base all’abbondanza comparata delle Diocesi ecclesiastiche nelle diverse regioni : nel caso specifico appare cioè assurdo — da una proporzione di 53 a 197 nel numero delle Diocesi dell’Italia Settentrionale e Meridionale — voler inferire, come fa il De Ro- bertis, che del tutto analogo doveva essere anche il rapporto di densità fra gli abitanti delle rispettive regioni m. È noto infatti che, mentre nell’Italia Meridionale l’opera di evangelizzazione ed organizzazione ecclesiastica risaliva ai primi tempi del Cri¬ stianesimo, nell’Italia Settentrionale soltanto con l’episcopato di Ambrogio, nella seconda metà del IV secolo, le Diocesi comin¬ ciarono a moltiplicarsi un po’ dappertutto W8. * 167nis cederes, si maiora ex incultu agri subeunda s ih i da¬ rn n a arbitraretur? ... Itaque, omnium conspirante assensu, placuit ut Laetus v.c. pensitaret. Ergo sanctae germanae tuae non ius, sed sollicitudo decessit: ... non reditus, sed incerti eventus quaedam, ut dicitur vulgo, alea. ... si necessita¬ tes temporum et extraordinariae incubuerint exactiones, germana tua beneficio tuo, ut dispendio Laeti, immunis erit ... Cfr. pure Ps.-Ambr., Sermo I, 5, P.L. 17, coi. 787 in cui, a proposito di colui che abbandona ogni ricchezza mondana, si nota innanzi tutto: Non eum exactio tributaria necessitatis in pul sat, non posses¬ sionis arva squalentia, non arbusta cultorum deser¬ tione deformia ... 1ββ Lo spopolamento delle campagne può infatti essere provocato da un ur¬ banesimo eccessivo, senza che si verifichi necessariamente un declino generale della natalità. In Emilia, tuttavia, è chiaro come crisi agricola e decadenza urbana avessero proceduto di pari passo (vd. sopra, pagg. 60 sgg.). 167 Cfr. De Robertis, La prod, cit., pag. 97. 108 Cfr. F. Lanzoni, Le origini delle diocesi antiche d’Italia, Roma 1923, passim ; Id., Le diocesi d’Italia dalle origini al principio del secolo VII cit., II, pagg. 822, 1959 sgg., etc. ; cfr. inoltre P. Bortolotti, Due antiche epigrafi cri¬ stiane di Fiorenzuola e Piacenza, Opuscoli religiosi letterari e morali di Mo¬ dena s. II, XIV (1869), pagg. 401-433; A. G. Tononi, Iscrizioni cristiane del Piacentino anteriori al sec. X, Strenna Piacentina XXIII-XXIV (1897-1898), pagg. 11-23; A. Ferretto, I primordi e lo sviluppo del Cristianesimo in Liguria e in particolare a Genova, Atti della Soc. Lig. di St. Patria XXXIX (1907), pagg. 171-
L’età ambrosiana, Gì) In connessione con una certa insufficienza di forze lavorative potrebbe piuttosto essere veduto il diffondersi nel Basso Impero di alcune tecniche (come ad es. la semina « a getto largo », che evita le spese della coltivazione a zappa e consente l’uso più ra¬ pido e meno costoso dell’erpice 1β9) e macchine agricole già note — ma poco usate — nell’Alto Impero (quali la serra110 o la mola aquaria170 171), atte a ridurre in notevole misura l’impiego della 856; F. Alessio, Le origini del cristianesimo in Piemonte, specie a Tortona e a Torino, « Bibl. della Soc. Stor. Sub. » 32, Pinerolo 1908, pagg. 3-234 (ove però l’Autore sostiene un’origine molto antica delle prime manifestazioni del Cri¬ stianesimo nella regione; per ulteriore bibliografia dell’Alessio e nostre osser¬ vazioni in proposito, cfr. Ruggini, Ebrei e Orientali cit., n. 87); M. Pavan, Su una presunta comunità cristiana ad Emona intorno al 100 d. C., Riv. di Ardi. Crist. XXXI (1955), pagg. 102-104; R. Cessi, «Da Roma a Bisanzio», Storia di Venezia a cura di P. Marinotti, G. Zille, R. Battaglia, R. Cessi, G. Bru- sin, I, Venezia 1957, pagg. 179-402 e partie. 294-297, con bibliogr. ivi cit. 1ββ Cfr. F. M. De Robertis, L’organizzazione e la tecnica produttiva, Le forze di lavoro ed i salari nel mondo romano, Napoli-Bari 1946, pag. 106 ; Id., La prod, cit., pagg. 144-145. 170 Della serra, apparecchiatura speciale per trebbiare il grano, parla Hieron., In Amos I, 1, v. 3, P.L. 25, col. 994 (... serra est autem genus plaustri, quod rotis subter ferreis atque dentatis volvitur, ut, excussis frumentis stipu¬ lam in areis conterat, et in cibos iumentarum propter ferri sterilitatem paleas comminuat...). 171 Sulla crescente diffusione dei mulino ad acqua nella tarda romanità e e nell’Alto Medioevo (e in particolare modo nella Gallia merovingia e carolingia), cfr. M. Bloch, Avènement et conquêtes du moulin à eau, Annales d’hist. éc. et soc. VII (1935), pagg. 538-563 = Lavoro e tecnica nel Medioevo, Bari 1959, pagg. 48-87 ; J. Sion, Quelques problèmes de transport dans l’Antiquité : le point de vue d’un géographe méditerranéen, Ibid., pagg. 628-633; E. A. Thompson, A Roman Reformer and Inventor, Being a New Text of the Treatise De Rebus Bellicis with a Translation and Introduction, Oxford 1952, pagg. 47-50; etc. Dettagliate descrizioni dei vari tipi di mulino ad acqua — con ulteriore biblio¬ grafia, fonti letterarie e inventario dei reperti archeologici avvenuti in Inghil¬ terra, Francia, Italia, Grecia, Asia Minore, etc. — si trovano in E. C. Curwen, The Problem of Early Water-Mills, Antiquity XVIII (1944), pagg. 130-146; Id., A Vertical Water-Mill Near Salonika, Ibid. XVIII (1945), pagg. 211-212; Forbes, Studies in Ancient Technology cit., II (Leiden 1955), pagg. 88-104; Jaffé, Thompson, etc., A History of Technology cit., II (Oxford 1956), pagg. 68-69, 349, 593-614, 647-648; L. A. Moritz, Grain-Mills and Flour in Classical Antiquity, Oxford 1958, pagg. 131-139; A. C. Crombie, Histoire des Sciences de Saint Augustin à Galilée (400-1650), tr. fr. di G. d’Hermies, Paris 1959, I, pagg. 173 sgg. ; F. Klemm, Storia della tecnica, tr. it. di Ü. Zangrande, Milano 1959, pag. 47. La causa principale che, nella tarda antichità e nell’Alto Medioevo, fece
70 Economia e società nell’«. Italia Annonaria » mano d’opera agricola. Benché, infatti, l’uso di costosi strumenti e perfezionati impianti (quali per es. il vallus testimoniato a Buzenol172 o la serie grandiosa dei molini ad acqua di Barbe¬ gai m) presupponga l’esistenza di proprietari imprenditori assai probabilmente riscoprire l’importanza della forza motrice dell’acqua, dovette pertanto essere la crescente necessità di risparmiare la mano d’opera servile, la quale aveva sempre abbondato nei secoli precedenti, favorendo il disinteresse dei proprietari per le arti meccaniche applicate alla produzione. Nei secoli tardi, inoltre, era anche andata profondamente trasformandosi la mentalità nei con¬ fronti della servitù e del lavoro manuale, sotto l’influsso del Cristianesimo. In¬ fine, il rilassarsi stesso e il recedere di molte manifestazioni di vita civile — come per es. la diminuita navigazione sui fiumi e lo stato di abbandono degli acquedotti, che lo Stato non era vieppiù in condizione di curare — poterono favorire lo sbarramento di molti corsi d’acqua con impianti di mulini su natanti (come sul Tevere al tempo di Belisario, per cui cfr. sotto, n. 173), o la deri¬ vazione di correnti d’acqua dai pubblici condotti (contro tali pratiche illecite a Roma da parte di privati cittadini, ad aquae molas exercendas vel hortos ri¬ gandos, cfr. Cass., Var. III, 31 [507-511], Senatui urhis Romae Theodericus rex ; già nel IV secolo, cfr. C. Tn. XV, 2, 6, dei 305, per Costantinopoli, e C. Th. XIV, 15, 4, dei 398, per Roma). Più tardi, tanto la Lex Visigothorum (VIII, 4, 30 pag. 344 Leges I, 1, Hannover & Leipzig 1902, ed. K. Zeumer) quanto la Lex Salica (ed. con tr. ted. di K. A. Eckhardt, XXIX-XXX, Germanenrechte, Neue Folge, Abt. Westgermanisches Recht, Weimar 1953) si occuparono della tutela dei mulini ad acqua. 172 Una dettagliata raffigurazione del vallus o mietitrice meccanica (il cui uso nei latifondi gallici è testimoniato tanto da Plinio — N. H. XVIII, 30, 296 — quanto da Palladio — De Agric. VII, 2 —) si trova su di un grande rilievo, rin¬ venuto nei 1958, assieme con altro materiale di reimpiego, nelle mura di un castello tardoromano a Buzenol-Montauban (Belgio): cfr. J. Mertens, Sculptu¬ res Romaines de Buzenol (estr. da Le Pays gaumais XIX [1958], pagg. 17-124), Archaeologia Belgica 42, Bruxelles 1958, n. 19 pagg. 30-32 e taw. XIV-XV pagg. 81-82 (la fertilità, la popolosità e la ricchezza di questa zona del Lussem¬ burgo meridionale durante l’alta età imperiale è cosa nota). Altre, più incom¬ plete raffigurazioni del vallus (II-III sec. d. C.) erano già state rinvenute ad Arlon e a Reims: cfr. M. Renard, Technique et agriculture en pays trévire et rémois, Latomus XVIII (1959), pagg. 77-109 e 307-333; J. Kolendo, Techniques rurales: La moissonneuse antique en Gaule romaine, Annales (E.S.C.) XV (1960), pagg. 1099-1114 (e bibliogr. ivi cit.) ; cfr. pure v. «Vallus» (W. Schleiermacher), P. W. VIII, A 1, coll. 291-292 ; Jaffé, Thompson, etc., A Hi¬ story of Technology cit., II, pag. 97. 173 Cfr. oo. cc. sopra, n. 171. Si tratta di un impianto (databile, allo stato attuale, all’età di Costantino), costituito da una serie di ben sedici ruote idrau¬ liche verticali, ciascuna con una capacità produttiva di 240-320 chili di farina all’ora, per un totale di 28 tonnellate circa di macinato in una giornata lavo¬ rativa di 10 ore. Simili quantità di farina (secondo i calcoli della History of Technology cit., II, pagg. 587 sgg.) sarebbero state sufficienti a nutrire una po-
L’età ambrosiana 71 ricchi e interessati a una intensa produzione su vasta scala, il moltiplicarsi improvviso di certe tecniche (destinate poi ad affer¬ marsi proprio nei secoli più oscuri dell’Alto Medioevo, nonostante I’indiscutibile depressione economica e la riluttanza dei proprie¬ tari a spendere denaro per valorizzare la terra m) non può sem¬ plicemente denotare la rinascita di un interesse per le colture cerealicole e per il risparmio del lavoro, in vista di un proporzio¬ nale aumento dell’utile netto 17δ. Nell’Italia Settentrionale comunque, al contrario che in Gal- Isolazione di quasi 80.000 abitanti; e poiché la popolazione di Arles (a 6 miglia dalla quale si trova Barbegai) non doveva contare più di 10.000 anime, è pensabile che questo grandioso impianto di mulini funzionasse anche a beneficio delle circonvicine campagne della Narbonese, nonché per il consumo di eserciti stanziati o di passaggio, e per eventuali invii di annona verso Roma (per cui cfr. pag. 130, n. 353). La serie dei mulini di Barbegai funzionava grazie a una corrente d’acqua derivata dal vicino acquedotto adrianeo di Les Baux ; in rela¬ zione con impianti termali o con acquedotti (che costituivano investimenti di capitale presenti solo presso i grandi centri urbani) sono di solito anche tutti gli altri mulini ad acqua, di cui restano tracce archeologiche nei paesi mediter¬ ranei poveri di fiumi a regime regolare. In Italia, resistenza di mulini ad ac¬ qua è testimoniata a Venafro presso Napoli, dalle parti di Cassino e, soprat¬ tutto, a Roma (alle Terme di Caracalla e sul Gianicolo, dove essi utilizzavano Vaqua Traiana: fu quando, nel 537, i Goti assedianti tagliarono questo acque¬ dotto, che Belisario — applicando il medesimo ma invertito principio, che già si trovava neWAnonymus de rebus bellicis a proposito della nave semovente a pale — escogitò per la prima volta un mulino verticale galleggiante, sfruttante la forza motrice della corrente tiberina: cfr. Proc., De bell. Goth. I, 19; su questo tipo di mulino, montato su barche ancorate, cfr. H. Blümner, Technolo¬ gie und Terminologie der Gewerbe und Künste bei Griechen und Römern, I, Leipzig 19122, pag. 49). Sulle tracce archeologiche dei mulini ad acqua romani — ai quali accennano pure tante fonti antiche, dalla Not. Cur, Reg. XIV alla legge di Onorio del 398 in C. Th. XIV, 15, 4, da Prud., Contra Symm. II, v. 949 (402-403 d. C.) al decreto C.I.L. VI, 1711 de fraudibus molendinariorum del pu. Claudius Iulius Ecclesius Dynamius (console nel 488) — cfr. A. W. Van - Buren-G. Ph. Stevens, The Aqua Traiana and the Mills on the Janiculum, Me¬ moirs of the Am. Ac. in Rome I (1915-1916), pagg. 59-61 e tav. 15; Idd., The Aqua Alsietina on the Janiculum, Ibid. VI (1927), pagg. 137-146 e tav. 52; Idd., Antiquities of the Janiculum, Ibid. XI (1933), pagg. 69-80 e tav. 2; vd. pure O. Richter, Topographie der Stadt Rom, München 1901, pag. 281; S. B. Platner- T. Ashby, A Topographical Dictionary of Ancient Rome, Oxford 1929, v. «Mo¬ linae», pag. 345; T. Ashby, The Acqueducts of Ancient Rome (a cura di I. A. Richmond), Oxford 1935, pag. 46; etc. 174 Cfr. R. Scalais, Les revenus que les Romains attendaient de l’agri¬ culture, Le Musée Belge XXXI (1927), pagg. 93-100. 175 Così ad es. De Robertis, La prqd, cit„ passim.
72 Economia e società nell’« Italia Annonaria » lia, mancano testimonianze specifiche in proposito, forse, in parte, per la presenza di condizioni naturali e umane particolarmente sfavorevoli all’applicazione delle tecniche suddette 17e. Con ogni probabilità, si deve invece al sistema della tassazione personale pro capite e alla generale situazione di miseria la diffusione, nella Diocesi Annonaria, di un fenomeno quale l’esposizione dei fan¬ ciulli appena nati, praticata soprattutto (com’è ovvio) dalle classi meno abbienti e più prolifiche della popolazione. Già una legge del 18 agosto del 329 alludeva al rifiorire di tale costumanza fra gl ’Itali177 ; e, dopo circa un secolo, una legge di Onorio, data a Ravenna, dimostra come ancora nel 412 tale pratica fosse più che mai in vigore 170 * * * * * * 177 178. Numerosi sono infine i passi delle omelie, in cui i Padri cisalpini deplorano aspramente questa barbara consue¬ tudine presso i loro fedeli179 180. È probabile che sempre la volontà di evadere alla capitatio (oltre ai debiti ed alla miseria in generale) incoraggiasse nelle classi rustiche anche la consuetudine di vendere come schiavi i propri figli o altri membri della famiglia : già nel 329 la ricordata costituzione, indirizzata da Costantino Italis suis, consentiva infatti agli indigenti di vendere i propri figli appena nati, propter nimiam paupertatem egestatemque 180 ; e, circa un trentennio più tardi, alcuni passi di Ambrogio testimoniano che numerosi erano 170 Condizioni contrarie all’applicazione dei vari tipi di mulino ad acqua, ad es., potevano essere in certa misura il persistere della navigabilità dei fiumi e l’assenza di acquedotti da cui si potesse derivare una corrente dracqua. Più in generale, poteva poi darsi che, nell’Italia del Nord, persistesse una discreta abbondanza di mano d’opera, per lo meno in rapporto alle locali necessità pro¬ duttive e alla spesa che, per i proprietari, avrebbe rappresentato l’allestimento di più complesse macchine agricole (dall’Editto di Diocleziano sappiamo ad es. che, all’inizio del IV secolo, il mulino ad acqua — μύλος ύδραλετικός — veniva a costare 2.000 denarii, cioè più di 1 aureo; mentre un μύλος καβάλλαρικός έν λίθοις ne richiedeva solo 1.500, quello ύνικός 1.250, e quello a mano — χειρόμυλος — 250: cfr. Ed. XV, 52-55). 177 Cfr. C. Τη. V, 10, 1, Imp. Constantinus A. Italis suis ; sul valore di Italus nel senso di «abitante del Vicariato d’Italia», cfr. pag. 121 n. 323, e pagg. 285-287. 178 Cfr. C. Τη. V, 9, 2 (19 marzo 412), lmpp. Honor (ins) et Theod(osius) A A. Melito ppo. (Italiae). 170 Cfr. ad es., Ambe., Ex. V, 58; vd. pure v: « Expositio » (G. Humbert), D.A.G.R. II, 1, pagg. 930-939. 180 C. Tn. V, 10, 1 (cfr. C.I. IV, 43, 2); vd. pure C. Th. Ili, 3, 1, (391), e Nov. Val. XXXIII (451).
L’età ambrosiana 73 i casi in cui la legge trovava concreta applicazione nella stessa Diocesi ecclesiastica milanese 181. Nella loro predicazione, Ambrogio e gli altri Padri cisalpini combattono infine la limitazione delle nascite, in uso soprattutto presso le classi superiori allo scopo di evitare la dispersione dei patrimoni fra molti eredi182. Ma, mentre le leggi civili si adope¬ ravano con ogni mezzo per incoraggiare le famiglie numerose183, negli apophtegmata Patrum sono invece topiche le esortazioni alla verginità, al celibato, alla vedovanza ed alla vita monastica, con argomentazioni tratte proprio dalla difficoltà di mantenere una famiglia (benché non si possa dire che tali spunti quasi pre- malthusiani si risolvano mai in una condanna del matrimonio in se stesso)184. In una occasione, il Vescovo di Milano si vide ad¬ dirittura costretto a difendere il Cristianesimo dall’accusa di coloro che, già allora, tendevano ad attribuirgli la responsabilità del regresso demografico (là dove ci sono molte vergini, argo¬ menta Ambrogio — con ragionamento in verità non troppo per¬ suasivo, in quanto tende a stabilire una erronea connessione di causa ad effetto — numerosi sono anche gli uomini ; e in Africa come in Oriente foltissima è la popolazione, nonostante il rigo¬ glioso fiorire della vita monastica 185 ). Tutto ciò dimostra pertanto come l’insufficienza demografica, 381 Cfr. Ambr., De Nab. 21-24; Ex. V, 58; etc. In generale, cfr. P. Rous¬ sel, Affranchissement et adoption d’enfant à Calymnos, R.E.A. XLIV (1942), pagg. 217-223; P. Allard, Les esclaves chrétiens depuis les premiers temps de l’église jusqu’à la fin de la domination romaine en Occident, Paris 1904, pagg. 355-380 (= pagg. 300 sgg. ed it., Firenze 1916). 182 Cfr. Ambr., Ex. V, 38 e 61 ; Ibid. VI, 22 ; Sermo XXXIV, 8 ; Zeno Ver., tr. IX de αν. I, 1 ; etc. Vd. inoltre il nostro articolo già cit. sui commerci fra l’Italia e l’Oriente. 183 Cfr. C. Tu. XII, 17, 1 (19 giugno 324); Ibid. XII, 1, 55 (1° marzo 363) ; Ambrogio, in De Viduis XIV, 84, deplora appunto le sanzioni imperiali contro il celibato e la vedovanza. 184 Cfr. ad es. Ambr., De Virginibus I, 33-35; le teorie ambrosiane sul ma¬ trimonio e la verginità sono state illustrate in particolare dal Thamin, o. c., pagg. 343-363; P. De Labriolle, Saint Ambroise, Paris 1908, pag. 243: M. Sal¬ vati, Sant’Ambrogio, Scritti sulla Verginità, tr., introd. e note, Torino 1939 («Corona Patrum Salesiana»), passim. i8s Cfr. Ambr., De Virginitate VII, 35-37; vd. E. Buonaiuti, Sant’Am¬ brogio, Roma 1923, päg. 73. La stessa obiezione ambrosiana — modernamente e criticamente impostata — è stata recentemente ripresa dal Mazzarino, pro¬ prio per difendere il cristianesimo dall’accusa di avere favorito il regresso de¬ mografico: cfr. S. Mazzarino, La fine del mondo antico, Milano 1959, pagg. 144-
74 Economia e società nell’« Italia Annonaria » di cui i contemporanei di Ambrogio cominciavano a preoccuparsi, almeno in certa misura riguardasse anche le province délYItalia Annonaria ; dove tuttavia, ancora per tutto il V e il VI secolo, la situazione dovette conservarsi da questo punto di vista assai migliore che in altre contrade, come per es. la Gallia: vedremo infatti più avanti che le successive razzìe di Franchi e di Burgundi al di qua delle Alpi si risolsero regolarmente in altrettante deportazioni di agricola# italici sulle campagne spo polate della Provenza e della Savoia, senza, sulle prime, che l’agricoltura ne risentisse duraturi contraccolpi18β. Inoltre, le fonti non sempre consentono (per es. là dove si parla di stanzia¬ menti barbarici nelle campagne incolte) di distinguere fino a che punto nell’Italia Settentrionale detta insufficienza di forze lavorative esprimesse una reale diminuzione delle popolazioni rurali (per effettivo declino demografico o in conseguenza del¬ l’inurbamento), o piuttosto uno squilibrio fra domanda e offerta di mano d’opera, determinato da accresciute esigenze di produ¬ zione, e manifestazione dunque di una persistente vitalità eco¬ nomica. Comunque stiano le cose, sembra che tutti i centri urbani dell’Italia Settentrionale, per i quali fra il 370 e il 400 all’incirca si erano notati i più gravi segni di stanchezza, si riprendessero *145. Una accurata antologia (e traduzione) di tutti i passi ambrosiani salienti sul tema della verginità e del matrimonio è in E. Franceschini, Verginità e problema demografico in Sant’Ambrogio, Sant’Ambrogio nel XVI centenario della nascita, Milano 1940, pagg. 209-233. Nonostante quanto scrive Ambrogio sulla popolosità delle Diocesi Africana ed Asiatica, sembra tuttavia che anche quivi si facesse sentire nelle campagne la crisi della mano d’opera agricola, per lo meno in talune regioni: recente¬ mente il Jones, studiando le note iscrizioni di Lesbo e di Magnesia sul Meandro relative alla iugatio, ha infatti calcolato che, quivi, 200 iugeri di terreno sativo non dovessero essere coltivati da più di 3 o 4 persone, mentre — secondo i precetti degli agronomi (cfr. Col., De r. r. II, 12, 7) — ne sareb¬ bero occorse almeno il doppio (la proporzione columelliana sembra invece ri¬ levabile, ancora nel IV secolo, in Egitto : cfr. Jones, Census Records cit., pagg. 49-64 e partie. 56). Il fatto è che non sussiste alcun necessario rapporto fra la diserzione delle campagne (che implica soltanto un mutato equilibrio nella distribuzione delle popolazioni) e declino demografico, da tanti studiosi aprioristicamente indicato quale causa prima della rovina deirimpero Romano (vd. per tutti Boak, Manpower Shortage cit. passim). 18e Cfr. pag. 278, n. 194.
U età ambrosi una 75 nel complesso abbastanza rapidamente : tanto che, da alcuni stu¬ diosi, questo stato di depressione venne collegato esclusivamente a distruzioni belliche (violente, ma più facilmente rimediabili) nel corso della calata di Massimo nella Valle Padana dal 387 al 388 187, oppure alla campagna eugeniana del 393-394188, oppure ancora alle conseguenze di un terremoto verificatosi nel 3941SÖ. Ma in verità, come abbiamo veduto dalle più disparate fonti giu¬ ridiche e letterarie, i primi sintomi di crisi nella regione Cispa¬ dana, connessi a motivi di ordine fiscale, risalivano a parecchi decenni prima che, nel 388, l’epistola ambrosiana lamentasse i terrarum funera ed i semirutarum urbium cadavera lungo la Via Aemilia. Già però negli ultimi anni dell’episcopato di Ambrogio Ver-- celli (se si tratta, come sembra, della geronimiana civitas... raro... habitatore semiruta del 374) appare di nuovo un centro fiorente di vita monastica, ove, all’atto di eleggere un nuovo Vescovo nel 396, sorsero violenti contrasti fra i potenti possessores locali candidati al seggio pastorale e vagheggiati dal popolo, e altri più degni rappresentanti del clero 19°. E successivamente — sem¬ pre a Vercelli, in tutta la prima metà del V secolo — parecchie 157 Cfr. C. Baronio, Annales Ecclesiastici, Lucca 1769 (Tipis Leonardi Ven¬ turini), V, pagg. 632-633, ad a. 387 d. C. 188 Cfr. note dei Maurini ad Ambr., Ep. XXXIX, P.L. 16, col. 897. 188 Cfr. Dudden, o. c. II, pag. 351, n. 2 ; Piganiol, l’Emp. chrét. cit., pag. 7, n. 50. Questi Autori connettono il passo deirepistola ambrosiana con il De oh. Theod. 1, dove il Vescovo di Milano parla dei terremoti verificatisi nel 394 d. C. : Hoc nobis motus terrarum graves, hoc iuges pluviae minabantur, et ultra solitum caligo tenebrosior denuntiabat, quod clementissimus imperator Theo¬ dosius recessurus esset e terris... (alle medesime scosse telluriche nel 394 — che si ripeterono poi nel 398 — accenna anche Marcellinus Comes, Chron. pag. 64 M.G.H., A.A. XI, 1 [Chron. Min.], ed. Th. Mommsen, Berlin 1893; cfr. inoltre avanti, pag. 168, n. 493). Si potrebbe allora pensare anche alle inondazioni gravissime, in seguito alle abbondanti piogge autunnali, cui accenna Ambrogio sempre nel De obitu Theodosii: già infatti nel 349 Modena era stata gravemente minacciata dalla inondazione (cfr. avanti, pag. 169) ; e terribili proprio in Emilia saranno più tardi le conseguenze della grande piena del Po descritta da Paolo Diacono (cfr. pagg. 481-482, nn. 735-741). 180 Cfr. Ambr., Ep. LXIII. Sull’interpretazione di questa lunghissima e non del tutto perspicua lettera ambrosiana, a proposito di un articolo di Ph. Levine (Historical Evidence for Calligraphic Activity in Vercelli from St. Eusebius to Atto, Speculum XXX [1955], 4, pagg. 561-581), cfr. Appendice III, pagg. 184 sgg.
76 Economia e società nell’« Italia Annonaria » epigrafi testimoniano la presenza di importanti guarnigioni di truppe comitatensi191 ; le quali, al dire magniloquente di S. Am¬ brogio, solevano porre le loro mansiones e stativae in urbes aedi¬ ficiis nobiles, refertas et uberes copiarum m, ove la vita fosse intensa e splendida, vivaci i commerci e assicurati i commeatuum subsidia193. Parimenti in Emilia (ove però una debolezza ormai congenita renderà particolarmente aspre le crisi agricole anche nei secoli successivi194) Piacenza, Parma, Bologna, Reggio, Cla- 101 Cfr. C.I.L. V, 6726 (attestante lo stanziamento nell’oppidum di una Schola Armeniorum Prima Equitum Seniorum : vd. Commento in Ruggini, Ebrei e Or. cit., pag. 246, n. 168). Esistono inoltre in Vercelli i poderosi relitti di una cinta muraria tardoromana: cfr. C. Carducci, Vercellae, Fasti Archeol. VII (1954) pag. 298, n. 3803. Vercelli era situata in posizione eminentemente strategica, all’incrocio delle vie per le Alpi; perciò ebbe più tardi a soffrire delle invasioni barbariche, alle quali sembra tuttavia resistesse validamente. Nel 448 abbiamo notizia del restauro della basilica, che venne riconsacrata alla presenza del cadavere di Germano di Auxerre, in viaggio da Ravenna verso le Gallie (cfr. Gabotto, St. dell’It. Occ. cit., I, 1, pagg. 192 sgg.); e ,ancora verso la fine del VI secolo — benché la pestilenza l’avesse colpita più volte nel corso del cinquantennio precedente — la città oppose resistenza ad Alboino, dal quale venne poi devastata (cfr. C. Dionisotti, Memorie storiche della città di Vercelli, Biella 1861-1864, II, pagg. 65-69). Eppure, già nel VII secolo si ha testimonianza di una sua vivace ripresa (cfr. Levine, art. cit., pagg. 567-568). 102 Cfr. Ambr., Exp. Ps. CXVIII, 5, 14. 103 Cfr. Id., Ibid., 5, 2. Ma proprio il trasferirsi degli eserciti in città, con la creazione delle truppe comitatensi sotto Costantino, sarebbe stato secondo Zosimo la principale causa della rovina e dello spopolamento dei molti centri urbani: cfr. Zos. II, 34, pag. 91 ([δ Κωσταντΐνος] ... ταις άνειμέναις των πόλεων την άπδ των στρατιωτών έπέθηκε λύμην, δι’ ήν ήδη πλεΐσται γεγόνασιν έρημοι...) e II, 38, pag. 96 (crisargirio e follis senatoriale quali cause supplementari dello spopolamento e decadenza delle città). 104 Cfr. Gelas., Adv. Andr. sen., P.L. 59, col. 113 = Tract. VI, 5, pag. 601 ed. A. Thiel, Epistolae Romanorum Pontificum genuinae et quae ad eos scri¬ ptae sunt a S. Hilaro usque ad Pelagium II, I, Brunsberg 1868 (riferentesi a epoca anteriore alla conquista ostrogota del 488-9) : Quid Tuscia, quid Aemilia ...in quibus hominum prope nullus exsistit? (cfr. avanti, pag. 276); Cass., Var. II, 28 (536 d. C.), ove si racconta che l’Emilia risentì in modo particolare di un’incursione di Burgundi, cui fece seguito una violenta carestia (cfr. avanti, pagg. 338-339); Proc., De bell. Goth, II, 20 (538-9 d. C.), in cui si dice che i contadini dell’Emilia, in seguito a una carestia che incrudelì in tutta la pe¬ nisola* furono costretti a emigrare verso il Piceno, in cerca di sostentamento ; sulle desolazioni che la campagna gotico-bizantina arrecò soprattutto all’Emi¬ lia e all’Umbria fra il 535 e il 552, cfr. Proc., Ibid. II, 16 e 19, e HI, 3-6; Cont. Marc. Com., Chron., aa. 538-542, pagg. 106-107 (vd. avanti, pag. 338, n. 387).
ÏJ e tà am brosiana 77 terna, Brescello e Cesena — cadavera al tempo ambrosiano — mostrano tracce archeologiche di tarde opere di restauro, ab¬ bellimento e difesae vengono ricordate da Zosimo, da Si- 195 Cfr. ad es., per Piacenza, M. Corradi-Cervi, « Placentia », Arch. Stör, per le Prov. Parmensi, s. Ili, voi. Ili, tomo I (1938), pagg. 45-71. Su Parma, cfr. Id., Nuovi contributi alla topografìa di Parma romana im¬ periale, Ibid., pagg. 5-24; Id., Parma, Mura del tempo di Teodorico su prece¬ denti mura romane, Not. Scavi 1941, pagg. 105-108; Id., Parma, Scoperte nel¬ l’anfiteatro romano durante gli scavi di fognatura nel 1933, Not. Scavi 1942, pag. 1-9; Id., Parma, Resti di strade e tracce di edifici romani venuti alla luce durante gli scavi per la fognatura nel 1937, Not. Scavi 1948, pagg. 17-25; etc. Molti autorevoli studiosi mettono seriamente in dubbio resistenza a Parma di una cinta muraria romana, di cui non rimane in verità alcuna traccia archeo¬ logica sicura ; tale esistenza è stata invece sostenuta vivacemente dal Corradi- Cervi negli articoli citt. Comunque stiano le cose, rimangono ampie tracce delle mura fortificate che furono costruite in epoca teodericiana tutto attorno alla città ; esse coincidono — come già aveva supposto I. Affò nella sua dot¬ tissima Storia della città di Parma, Parma 1792, I, pagg. 99 sgg. — con il trac¬ ciato delle precedenti mura romane (o, se vogliamo, con il limite dell’abitato tardo-romano), salvo che sul lato sud, ove la città subì una maggiore espan¬ sione con il regno ostrogoto. Il Canale Maggiore, pure costruito da Teoderico utilizzando materiali presi alle terme e al teatro, seguiva il tracciato delle nuove mura ampliandosi a sud, in loro corrispondenza, sino al Borgo delle Rane. A differenza del teatro, l’anfiteatro di Parma — il più vasto di tutta l’Emilia, costruito interamente in muratura — rimase in uso fino ad epoca molto tarda. Su costruzioni e restauri di opere pubbliche a Parma, Forlì, Faenza, etc. in età gotica, cfr. inoltre le epistole di Cassiodoro citt, sotto, pag. 82 n. 212. Anche a Reggio Emilia restano tracce di tardissime opere idrauliche (sia pure a struttura lapidea molto rozza e affrettata, in cui vennero reimpiegati materiali sepolcrali della Via Aemilia), per difendere la sponda del Crostolo, che probabilmente scorreva allora da quelle parti. Fra i resti romani e quelli dell’Alto Medioevo, pertanto, si incontra talora a Reggio un potente strato alluvionale, che fa pensare a un periodo di decadenza e di abbandono (forse al tempo ambrosiano, quando la città venne definita semirutae urbis cadaveri): cfr. E. Brizio, Reggio Emilia, Not. Scavi 1889, pag: 145; S. Aurigemma, Reggio Emilia, Opera idraulica medievale apprestata con blocchi architettonici e la¬ stre lapidee iscritte di età romana, in località Villa San Maurizio presso Reg¬ gio Emilia, Not. Scavi 1940, pagg. 255-301. Pure a Bologna sono state rinvenute tracce di mura rafforzate nei bassi tempi con materiali di reimpiego, una massicciata del V-VI secolo per difen¬ dere la Via Aemilia dalle acque del Reno, pozzi e fontane d’epoca tarda: cfr. E. Brizio, Bologna, Prima relazione intorno ai ruderi dell’antico ponte romano sul Reno presso la città, Not. Scavi 1896, pagg. 125-160; Id., Bologna, Iscrizioni provenienti dall’alveo del Reno, Not. Scavi 1898, pagg. 465-486; G. Ghirardini,
78 Economìa c società nell’« Italia Annonaria » donio Apollinare, Procopio e Paolo Diacono quali saldi e ancora vitali centri di resistenza contro i barbari19β. Bologna, Reliquie romane scoperte nella città e nel suburbio, Not. Scavi 1921, pagg. 3-36. Segni di continuità di vita in epoca assai avanzata restano inoltre a Forum Corneli ( = Imola ; cfr. E. Brizio, Imola, Avanzi di un ponte romano sul fiume Santerno e pavimenti in musaico rimessi a luce entro la città, Not. Scavi 1897, pagg. 53-58), a Claterna (cfr. E. Brizio, Quaderna, Scavi nell’area dell’antica Claterna, nei comune di Ozzano dell’Emilia, Not. Scavi 1892, pagg. 134-145), a Brescello (cfr. Brescello, Not. Scavi 1884, pagg. 205-211) ; e poi, sempre nella Cispadana, ad Acqui (cfr. A. D’Andrade-A. Taramelli, Acqui, Edificio romano scoperto presso la fonte detta «la Bollente », Voi. Scavi 1899, pagg. 419-429), a Voghera (cfr. N. Degrassi, Voghera, Iscrizioni funerarie della necropoli della Fornace Servetti, Not. Scavi 1946, pagg. 26-28), e così via. Una descrizione (peraltro alquanto superficiale) delle città dell’Italia Su¬ periore da un punto di vista archeologico si trova in A. L. Frothingham, Ro¬ man Cities in Northern Italy and Dalmatia, London 1910; alcuni cenni pure nei vari contributi del VII Congr. Stor. Lornb. (cfr. Arch. Stor. Lomb. ser. Vili, IX [1959], pagg. 5-133). Mancano, purtropi>o, studi d’insieme degni di fiducia sullo sviluppo dei singoli centri urbani da un punto di vista topografico; sullo stadio ancora embrionale di ricerche sistematiche nel senso indicato, cfr. da ultimo « Cisalpina », I, Atti del Conv. sull’attività archeologica nell’Italia Set¬ tentrionale (Villa Monastero di Varenna, 9-15 giugno 1958), Milano 1959, passim e partie, pagg. 275-292 (G. Bendinelli, Criteri base da servire per la ricostru¬ zione pianimetrica di città romane del Nord-Italia) e 395-397 (S. Panciera, Per un repertorio di bibliografia storico-archeologica disposta topograficamente). 196 Cfr. Zos. Hist. Nova V, 37, pagg. 264-265 ed. L. Mendelssohn, Leipzig 1887 (nel 408 Alarico, assieme con il cognato Ataulfo venuto dalla Pannonia e le sue truppe di Unni e di Goti, si reca ad Aquileia, e di qui a Concordia, Aitino e Cremona; poi passa il Po e raggiunge il castello di Bologna detto Οίκουβαρία; quindi scorre per tutta l’Emilia, puntando su Ravenna e su Rimini) ; Id., VI, 10, pag. 291 (nel 410 Bologna tiene vigorosamente testa a un nuovo assalto di Alarico) ; nel 450-451 Modena è assediata dagli Unni e resiste loro coraggio¬ samente (secondo la tradizione ne verrà poi liberata per miracoloso intervento di San Geminiano, il celebre Vescovo vissuto nel IV see. : cfr. Gabotto, St. del- l’It. Occ. cit., I, 1, pagg. 228-229). Nel 545 Piacenza viene ricordata da Procopio come la città fortificata più importante dell’Emilia {De hell. Goth. Ill, 13) ; e nel 552, negli ultimi anni della guerra gotica, Agnello Ravennate annota che restituta est civitas Foro Cornelii ah Antiocho praefecto (Liber. Pont. Feci. Rav. XXVI, De Sancto Maœimiano 79, pag. 331, M.G.H., SS. Rer. Lang, et Ital. saec. VI-IX, Hannover 1878, ed. O. Holder-Egger) : ancora Paolo Diacono annovererà infatti entrambe le città fra le locupletes urbes dell’Emilia: ...Decima (scil. provincia) porro Emilia a Liguria incipiens, inter Appenninas Alpes et Padi fluenta versus Ravennam pergit. Haec locupletibus urbibus decoratur, Placentia scilicet et Parmaque, Regio et Bononia Corneliique foro, cuius castrum Imolas appellatur... (Paul. Diac., Hist. Lang. II, 18) ; Bologna, in età bizantina, diverrà una importante piazza militare contro i Longobardi, che arrivavano fino a Mo-
L'età wtnbrosiamt 79 È tuttavia soprattutto in Aemilia — e qualcuno potrebbe sottolineare con particolare significato anche questa coinci¬ denza — che si riscontrano in Italia i rari esempi di restringi¬ mento delle cerehie murarie urbane alto-medievali rispetto al tracciato delle precedenti mura romane* 197: questo fenomeno — generalmente interpretato quale indice di decadenza demografica e di depauperamento della vita urbana — si ritrova pertanto a Bologna 198, a Modena199 e a Brescello 200, vale a dire in tre delle città emiliane moribonde al tempo di S. Ambrogio. Ma va pure osservato che le cerehie murarie in questione risalgono a epoca certo alquanto posteriore, e che, nel caso di Modena e Brescello, dena (cfr. Salvigli, Studi sulla propr. fond. cit.). Nel 468 Y oppidum di Cesena viene descritto da Sidonio Apollinare come pieno di vita (Ep. I, 8, 2, a Candi- diano) ; e soltanto un secolo più tardi la città sarà quasi distrutta, assieme con Fano, da uno spaventoso incendio, fra il 565 e il 568 (cfr. Agn., Lib. Pont. Eccl. Rav. XXVII, De Saneto Agnello 90, pag. 336). Brescello a sua volta viene consi¬ derata, tanto da Sidonio Apollinare quanto da Paolo Diacono, luogo forte e non insignificante (cfr. Sid. Ap., Ep. I, 5, 5 a Heronius; Paul. Diac., Hist. Lang. Ill, 18 e IV, 28). Cfr. in generale v. «Bononia» (C. Hülsen), P.W. Ili, coll. 701-702; v. « Brixellum » (C. Hülsen), Ibid. col. 884 ; v. « Claternae », (C. Hülsen), Ibid. col. 2649; v. «Mutina» (H. Philip), Ibid. XVI, 1, coll. 939-946; v. «Parma» (H. Philip), Ibid. XVIII, 4, coll. 1545-1546; v. «Placentia» (R. Hanslik), Ibid. XX, 2, coll. 1897-1910 ; v. « Regium » (Weiss), Ibid., Zweite Reihe I, coll. 486-487 ; etc. 197 Anche a Napoli, sotto Valentiniano III (metà V see.), sembra quasi certo che le mura venissero in parecchi punti arretrate rispetto al tracciato di quelle precedenti : cfr. G. Galasso, Le città campane nell’alto medioevo, Arch, stor. per le prov. napol. LXXVII, n. s. XXXVIII (1959), pagg. 0-42 e partie. 20 sgg. con bibliogr. ivi cit. (cont. Ibid. LXXVIII, n. s. XXXIX [1960], pagg. 9-53); più tardi, Procopio chiamerà Napoli πόλιν ... μικράν: cfr. Proc., De bell. Goth. I, 8. Dopo la guerra gotica pare che anche l’area abitata di Benevento si ri¬ ducesse grandemente (cfr. Galasso, 1. c.). Sui rialzamenti di mura e la costru¬ zione di castelli nel più tardo Medioevo, cfr. G. Fasoli, Le incursioni ungare in Europa nel sec. X, Firenze 1945, pagg. 81-83; Id., Intervento alla discussione sulla relazione di J. Hubert, VI Sett. Int. di Studi sull’Alto Med. cit., pagg. 600- 601 ; C. G. Mor, L’età feudale, Milano 1952, I, pag. 299. 1M Cfr. P. Ducati, Bologna nelle antiche civiltà italica e romana, in Bo¬ logna nella storia d’Italia, Bologna 1933, pagg. 1-17 e partie. 16-17 ; A. Sorbelli, Storia di Bologna II (Dalle origini del Cristianesimo sino agli albori del Co¬ mune), Bologna 1938, cartina a pag. 16; la seconda cerchia di mura, in alcuni punti più stretta di quella romana, pare risalga tuttavia pressapoco al Mille. 190 Cfr. M. Corradi-Cervi, Mutina, St. e Doc. della R. Dep. di St. Patria per VEmilia e la Romagna I (1937), fase. 3, pagg. 137-164. 200 Cfr. A. Solari, Brixellum, Athenaeum XIX (1931), pagg. 420-425.
80 Economia e società nell'« Italia Annonaria » la decadenza dovette cominciare soprattutto dopo il 589, anno in cui una spaventosa piena del Po le sommerse quasi completamen¬ te 201. Ancora in epoca teodericiana, néìYAemilia stessa, abbiamo piuttosto esempi del tutto opposti d’un allargamento di dette cerehie murarie, come ad es. nel già ricordato caso di Parma202. È in verità estremamente pericoloso interpretare questo fenomeno del restringimento murario urbano in senso univoco per tutte le regioni e per tutte le epoche, adottandolo quale indice di declino demografico nei vari centri cittadini. Il restringimento delle cerehie murarie — am¬ piamente testimoniato in Gallia sin dalla fine del III secolo203, e suc¬ cessivamente anche nella Spagna visigota204 — va certamente veduto in relazione ai sopravvenuti pericoli bellici e alle condizioni d’insicurezza costante sotto la minaccia dei barbari. Ma, anche prescindendo dalla considerazione che non è sempre facile datare con sufficiente approssi¬ mazione queste cinte murarie, sembra che esse dovessero limitare la sola cittadella urbana, al di fuori della quale poteva svilupparsi liberamente il quartiere abitato dai commercianti e dai trafficanti tanto indigeni che avventizi205. Questo fu certamente vero, nel secolo IV, per l’Italia Settentrionale (nel caso di Genova, Milano e Aquileia206), e probabil¬ mente anche per le ricche città commerciali della Provenza 207. Più tardi, 301 Cfr. pagg. 481-482; più tardi (Vili see.) Modena venne ricostruita dal re longobardo Cuniberto (cfr. Carmen de synodo Ticinensi, pag. 190, M.G.H, SS. Rer. Lang, et Ital. saec. VI-IX, Hannover 1878, ed. L. Betiimann-G. Waitz : semidiruta nuncupata Motina / urbe pristino decore restituit). 202 Cfr. sopra, n. 195. Parma è un altro cadaver del tempo ambrosiano. 203 Cfr. A. Blanciiet, Les enceintes romaines de la Gaule, Paris 1907, pagg. 282-285 e passim ; F. Vercauteren, Étude sur les civitates de la Belgique Seconde, Contribution à l’histoire urbaine du nord de la France de la fin du Ille à la fin du IXe siècle, Mémoires de VAcad. Royale de Belgique, Cl. des Lettres et des Sciences Mor. et Politiques, ser. II, XXXIII (1934), pagg. 353 sgg. ; A. Dupont, Les cités de la Narbonnaise Seconde, Nîmes 1942, passim ; F. L. Ganshof, Étude sur le développement des villes entre la Loire et Rhin au Moyen Age, Paris & Bruxelles 1943, passim; Lot, Recherches sur la pop. et la sup. des cités, cit., passim ; J. Lestocquoi, De l’unité à la pluralité : le paysage urbain en Gaule du Ve au IXe siècle, Annales (E.S.C.) VIII (1953), pagg. 159- 172; M. Lombard, L’évolution urbaine pendant le haut moyen-âge, Ibid. XII (1957), pagg. 7-28; J. Hubert, Évolution de la topographie et de l’aspect des villes de Gaule du Ye au Xe siècle, VI Sett. Int. di Studi sull’Alto Med. oit., pagg. 529-558. 204 Cfr. l’intervento di J. M. Lacarra nella discussione sulla relazione di J. Hubert cit., Ibid., pagg. 598-600. 205 Cfr. M. Roblin, Cités ou citadelles? R.E.A. LUI (1951), pagg. 301-311; R. Lantier, Recherches archéologiques en Gaule en 1951, Gallia 1953, pagg. 167-204 e 327-362. 200 Cfr. pag. 110, n. 287. 307 Cfr. L. A. Constans, Arles Antique, Paris 1921, pag. 221.
L} e tà am b rosia/na Si col mutare delle situazioni politiche e militari, a seconda che si trattò di regioni più o meno esposte alla minaccia delle incursioni esterne, le città sopravvissero più o meno floridamente, esplicando funzioni di carattere prevalentemente militare, o religioso, o economico-amministra- tivo: e i quartieri esterni poterono, a seconda dei casi, pullulare di vita e di mercati, oppure avere il carattere di solitarie distese di orti e di pascoli, popolate soltanto da oratori e cimiteri. A questa conclusione sembra di poter giungere soprattutto dopo che le discussioni della VI Settimana Spoletina su « La città nell’Alto Medioevo » hanno mostrato come i diversi specialisti possano giungere in proposito (basandosi sulla concreta documentazione delle fonti più diverse) a risultati con¬ trastanti, ma certo egualmente veri, a seconda della regione e dell’epoca storica da essi particolarmente presa in considerazione208. Tra la metà e la fine del IV secolo all’incirca comincia però a introdursi nella legislazione imperiale un progressivo e gene¬ rale mutamento d’intendimenti nelle misure emanate per salva¬ guardare dal decadimento i centri urbani d’Italia. Mentre in¬ fatti nel 365 Valentiniano I proibiva ancora severamente di tra¬ sferire gli ornamenti architettonici e monumentali dalle piccole città ai centri urbani maggiori209, sforzandosi nel contempo di trovare nuovi capitali per il restauro degli edifici in rovina210, già nel 390 Valentiniano II decideva di sacrificare a vantaggio 208 Cfr. soprattutto Hubert, art. cit., 1. ç., e G. Duby, Les villes du sud-est de la Gaule du Ville au IXe siècle, Ibid., pagg. 231-258. 200 Cfr. C. Tu. XV, 1, 14 (365 d. C., da Milano, a Mamertinus ppo. Ita¬ liae) : Praesumptionem iudicum ulterius prohibemus, qui in eversione m abditorum oppidorum metropoles vel splendidissimas civitates ornare se fingunt transferendorum signorum vel mar¬ morum vel columnarum materiam requirentes... 210 Viene ad es. proibito d’iniziare nuovi edifici (magari dispendiosi e superflui) prima di avere restaurato quelli già esistenti, vietando inoltre il reimpiego dei materiali architettonici: cfr. C. Th. XV, 1, 16 (data a Senigallia il 15 marzo 365 e indirizzata al ppo. Italiae Mamertinus) ; Ibid. XV, 1, 28 (data a Milano il 4 aprile 390 al ppo. Illyrici et Italiae Polcmius) ; Ibid. XV, 1, 37 (data a Milano il 1° gennaio 398 al ppo. Italiae Theodorus)', Ibid. XV, 1, 43 (data a Ravenna il 24 settembre 405 al ppo. Italiae Hadrianus). Vengono inoltre devoluti alle opere pubbliche i canones rei publicae delle varie città (G. Tu. XV, 1, 18, proposita a Sirmium nel 374, e indirizzata al ppo. Italiae Probus) e 1/3 dei redditi delle terre cittadine (fundorum iuris rei publicae: cfr. C. Th. XV, 1, 32, data a Milano il 21 giugno 395 al Comes Sacrarum Largitionum Eusebius: sull’interpretazione di queste leggi, cfr. G. I. Cassandro, Storia delle terre comuni e degli usi civici nell’Italia Meridionale, Bari 1913, pag. 32). Cfr. pure C. Th. XV. 1, 41 (data il 22 giugno 401 da Milano al ppo. Italiae Ha¬ drianus) ; etc. 6. L. Ruggini
82 Economia e sooietà nell·« Italia Annonaria » delle clariores urbes le risorse dei centri cittadini di secondaria importanza 2U. Più tardi poi, in epoca teodericiana, le Variae con¬ servano parecchie costituzioni che ordinavano senz’altro di reim¬ piegare in novelle opere di costruzione i marmorum quadratos qui passim diruti negliguntur ed i saxa iacentia post ruinas 211 212. Tutto ciò concorre pertanto a rendere più evidente — nella sua applicazione alle città italiche 213 — la recente formulazione del Mazzarino, secondo cui la teoria del Rostovzev (che prospetta per il Basso Impero un contrasto città-campagna dal quale que- st’ultima esce nel IV secolo vincitrice 214) va limitata nel senso che solamente i centri urbani minori cominciano talvolta a segnare una certa decadenza, in favore di un ancora intenso urbanesimo in tutte le maggiori città del tempo 215. Ricca, popolosa e bruli¬ cante di attività e di traffici appare infatti Milano in tutte le 211 Cfr. C. Th. XV, 1, 26 (16 gennaio 390, da Milano, al ppo. Illyrici et Italiae Polemius) : Quotiens clariores urbes per singulas quasque provincias expensis propriis et vectigalibus maiorem pecuniam absolvendi cuiuslibet operis necessitate deposcunt, id ex minorum (scii, urbium) viribus vindicetur... 212 Cass., Var. I, 28; II, 7; VII, 15 etc. Sull’opera di ricostruzione e re¬ stauro compiuta in epoca gotica nelle città dell’Italia Settentrionale (soprat¬ tutto per mura, acquedotti, terme e opere idrauliche, di cui ci restano anche ampie tracce archeologiche: cfr. sopra, n. 195), cfr. Cass., Var. I, 28; II, 29 (restauro dell’acquedotto a Padova); V, 28 (restauro dell’acquedotto a Ra¬ venna) ; Vili, 29 e 30 (restauro dell’acquedotto a Parma) ; V, 8 (Faventia) ; V, 9 (Feltria e regione tridentina); III, 9, 10 e 19; V, 38; XII, 17 (Ravenna); II, 35 e 36 (Como) ; IV, 8 (Forum Livii) ; II, 39 (Abano) ; etc. Sugli abbellimenti teodericiani a Ticinum, Verona e Ravenna, cfr. An. Val., II, 71. Alquanto più esigua dovette essere l’opera di ricostruzione nelle città meridionali di Italia (ne resta testimonianza soltanto per Siracusa e per Roma: cfr. Cass., Var. IX, 14 e X, 30), benché proprio in esse si riscontrino a quest’epoca i più gravi segni di abbattimento (cfr. Cass., Var. Vili, 31, sullo spopolamento delle città dei Bruzii, etc. : vd. avanti, pagg. 303 sgg.). 213 In altre province la situazione si presenta talora assai diversamente. In Gallia, ad es., la decadenza di molti centri urbani era già avanzatissima agli inizi del IV secolo, in seguito ad eventi di carattere militare : cfr. l’ab¬ bondante raccolta di testimonianze elencate dallo Jullian, Hist, de la Gaule cit., VII, pagg. 13-19; E. Salin, La civilisation mérovingienne d’après les textes, les sépultures et le laboratoire, I, Paris 1950, pagg. 429 sgg. 214 Rostovzev, St. ec. e soc. cit., pag. 611 e passim (= ed. ingl. pagg. 532 sgg.). 215 Mazzarino, Asp. soc. cit., pagg. 252 sgg. ; cfr. pure A. Von Pölmann, Die Übervölkerung der antiken Grosstädte im Zusammenhänge mit der Gesammtentwicklung städtischen Civilisation dargestellt, Leipzig 1884, pagg. 58- 60, e passim.
L’età (imbrosmna 83 fonti contemporanee 216 ; splendida per divertimenti Torino, quale nel secolo successivo la descrive il Vescovo Massimo, nella sua in¬ tensa <e secondo lui biasimevole) vita urbana217; ricca e pacifica Verona, della cui popolazione agiata e liberale perfino il Vescovo Cfr. Auson., Ordo noi), urbium V, Mediolanum: la città è detta la se¬ conda in Italia per ordine d’importanza, dopo Roma (sul fiorirvi della vita ur¬ bana nel IV secolo, cfr. in particolare le testimonianze ambrosiane elencate .sotto, pagg. 85 sgg.); circa due secoli più tardi Procopio ancora la definirà la prima città dell’Occidente, per grandezza e per popolosità (De bell. Goth. II, 7 e 21 : Μεδιόλανος ... πόλεων των έν ’Ιταλία πασών μάλιστα μεγέθει τε καί πολυαν¬ θρωπία καί τη άλλη εύδαιμονία παρά πολύ προυχουσα... ). Nel lasso di tempo che va dalla fine del IV alla metà del VI secolo, nu¬ merose sono le testimonianze che fanno pensare a una continuità di fiori¬ tura nella vita civile della città. Durante la stessa occupazione attilana un noto aneddoto della Suida (riguardante il soggiorno di Attila nel palazzo im¬ periale di Milano) allude alla presenza di artisti in città (cfr. Suidae Lexicon, ed. A. Adler, Leipzig 1928-1988, Lexicographi Graeci I, III, pag. 346). Nume¬ rosi passi di Ennodio testimoniano poi una notevole vitalità culturale e arti¬ stica milanese sul finire del secolo V, con il fiorire delle scuole di rettorica (cfr. Ennod., Dictiones, Opp. CCXX-CCXXIII, CCXXXIX, CCXLIII, CCLXI, CDLXVI, CDLXVII ; per qualcosa di analogo a Como, in questa stessa epoca, cfr. riscrizione di Eioubianos rctos [— retor], in C.I.L. V, 5408) e di tachigrafia (non solo a Mediolanum, ma anche a Ticinum : Ennod., Vita Ep. 85 e 99) : il fatto acquista maggior rilievo se si pensa che per es. in Gallia, dopo il 474, non è più possibile provare la sopravvivenza di alcuna scuola pubblica (cfr. P. Riché, La survivence des écoles publiques en Gaule au Ve siècle, Le Moyen Age, IV ser., XII .[1957], fase. 4, pagg. 421-436; sul rapporto fra scuola e fioritura della vita urbana, cfr. M. Pavan, La crisi della scuola nel IV secolo d. C., Bari 1952, pagg. 96-103). A un artigianato di un certo livello artistico fa inoltre rife¬ rimento Ennodio nelle sue descrizioni di scutellae argentee cesellate con la rappresentazione di scene mitologiche (Op. CCXXXII = Carni. 2, 101 de scu¬ tellis), e di altre sculture in legno (Op. CCXXXIII = Carm. 2, 103; cfr., circa in questa medesima epoca, l’iscrizione ticinese di Marcellus pinctor, C.I.L. V, 6466). Su Ennodio e l’ambiente culturale del tempo suo, cfr. l’erudita oi>era di P. F. Magani, Ennodio, Pavia, 1886, I, pagg. 18-23; cfr. pure B. Hasenstab, Ennodius, Progr. d. Liutpold Gymnas., München 1890; K. F. Stroheker. Der senatorische Adel im spätantiken Gallien, Tübingen 1948, pagg. 166-167 e 238. Anche il fenomeno d’inurbamento dai centri minori e dalle campagne verso la grande città continua con intensità notevole nel corso del secolo Y e VI. Già la Now Val. XXXII, 7, del 451, aveva lamentato che in diversis provinciis vacuas curias derelinquunt, qui certatim ad privilegia causidicis inlustris prae¬ torianae sedis atque urbanae delata festinant; e più tardi Ennodio torna a ricordare l’abbondanza in Milano degli avvocati che aspiravano alle cariche pubbliche (Op. CLXXV = Epist. 5, 2, pag. 154). In epoca gotica un tribunus voluptatum (per cui cfr. già C. Tu. XV, 7, 13, dell’8 febbraio [?] 413) ancora regolava in Milano le feste e gli spettacoli,
84 Economia e società nell’« Italia Annonaria » Zeno si mostra costantemente compiaciuto * 217 218 ; e parimenti floride per industrie, commerci e vivacità costruttiva tutte le altre prin¬ cipali città del Veneto, da Aquileia a Grado, Parenzo, Pola, Vi¬ cenza e così via 219. Speculazioni agricole nell’« Italia Annonaria » : la Corte e IL « CORPUS MERCATORUM MEDIOLANENSIUM ». In rapporto con questo tardo urbanesimo cisalpino, anche la figura del grande proprietario locale che Ambrogio, Zeno, Mas¬ simo e, più tardi, ancora Cassiodoro ci presentano ha ben poco a che vedere con il tipico possessor tardo-imperiale, quale già sul finire del III secolo viene ad es. descritto dal Carli o dal Doren per la stessa Italia 22°, dal Rostovzev per l’Africa 221, dal secondo la testimonianza di Cassiodoro (Var. V, 25, del 523-526, Bacaudae v.s. e VII, 10, Formula Tribuni Voluptatum). L’alto livello di urbanesimo in Milano (sempre — com’è ovvio — in rap¬ porto agli altri centri d’Italia in quel medesimo tempo) è infine messo in ri¬ lievo da Procopio, pur dopo parecchi anni di guerra gotico-bizantina (De bell, Goth. II, 7 e 21) : egli racconta infatti che quando nel 539 Milano cedette per fame a Uraia dopo circa un anno di assedio, 300.000 furono i cittadini uccisi, mentre le donne vennero deportate sui campi della Savoia e del Vallese dai Burgundi alleati dei Goti (sul fatto, cfr. pag. 475). Stando a queste cifre (peraltro certo eccessive) Milano avrebbe dunque avuto allora circa mezzo mi¬ lione di abitanti. Risale tuttavia proprio alla strage di Uraia l’inizio per Mi¬ lano di un lungo periodo di decadimento, benché non mancassero abbastanza per tempo i tentativi di restauro della città da parte dello stesso Narsete (nel 568: cfr. Mar. Avent., Chron., pag. 238); da tale stato di profonda de¬ pressione la città si sarebbe risollevata dopo alcuni secoli soltanto (cfr. G. P. Bognetti, «Milano sotto il regno dei Goti», Storia di Milano II, Milano 1954, pagg. 3-54 e partie. 37). 217 Cfr. Max. Taur., Opera, P.L. 57, passim. 218 Cfr. ad es. Zeno Ver., 1. I, Tract. X, 5 : ... Vos, fratres, quorum largitas prox:inciis omnibus nota est... ; etc. 2,0 Per le testimonianze relative alla presenza di artigiani e mercanti nelle diverse città delle Venetiae e delle altre province annonarie, cfr. Ruggini, Ebrei e Orientali cit., passim. Anche il Boak (o. c., pag. 63) ritiene che le città dell’Italia Settentrionale fossero particolarmente fiorenti nel Basso Impero, benché più piccole che nel Medio Evo avanzato (cfr. J. Beloch, Die Bevölkerung Italiens im Altertum, Beiträge zur alten Geschichte III [1903], pagg. 471-490, e partie. 486-487 = La popolazione dell’Italia nell’Antichità, B.S.E. IV, Milano 1909, pagg. 566-589) ; Id., Bevölkerungsgeschichte Italiens, Berlin 1937-1939- 1961, II, pagg. 238 sgg. e III, passim. 220 A. Doren (Storia economica dell’Italia nel Medio Evo, tr. it., Padova 1937, pag. 28) sostiene un lento scomparire del commercio interno in Italia sin
L’età ambrosiana 85 Piganiol per le Gallie 221 222 o dal Collingwood per l’Inghilterra 223 224 225 : un dominus con caratteri accentuatamente medievali e pre-feu- dali, che vive insediato sulle proprie terre come in piccoli regna, ove prevale un’economia naturale ed autosufficiente e ove, go¬ dendo di privilegi e di immunità, egli trascorre ormai la maggior parte dell’anno ricevendo i tributi dai propri homines e fungendo loro da patrono e da giudice. Al contrario, la città è la cornice naturale di quei grandi possessores cisalpini che, dirigendo da lontano l’amministrazione e le speculazioni sui prodotti delle loro terre con l’aiuto di villici e di actores 224, oppure arricchendosi con l’usura 225, si recano poi dal Basso Impero ; e il Carli, a sua volta, già a partire dal IV secolo concepisce l’economia italica come un insieme di « orizzonti locali », limitati per lo più ai singoli latifondi (cfr. F. Carli, Il mercato nell’Alto Medio Evo, Padova 1934, I, pagg. 43 sgg.). 221 Cfr. Rostovzev, o. c. pagg. 609-610 (= ed. ingl., pagg. 530-531); cfr. inoltre J. Mandoul, De Synesio Ptolemensi episcopo et Pentapoleos defen¬ sore, Thèse, Paris 1899, pagg. 46-51; da ultimo, P. Romanelli, Storia delle Province Romane dell’Africa, Roma 1959, pag. 556. 222 Cfr. Piganiol, L’empire chrétien cit., pagg. 361 sgg. ; Jullian, Hist, de la Gaule cit., Vili, pag. 183, n. 2; Grand-Delatouciie, o. c., pagg. 53 sgg.; E. Demougeot, De l’unité à la division de l’empire romain, Paris 1951, pag. 38 ; etc. 223 Cfr. R. G. Collingwood, Roman Britain and the English Settlements, Oxford 1936, pagg. 209-220 ; Id., The Cambridge Ancient History XII, Cambridge 1939, cap. VIII, pag. 282 sgg. ; Boak, Manpower Shortage cit., pag. 37 ; etc. ; in generale, cfr. inoltre H. St. L. B. Moss, The Birth of the Middle Ages, Oxford 1935, pag. 244; G. J. Brxtianu, Une nouvelle histoire de l’Europe au Moyen Âge: la fin du monde antique et le triomphe de l’Orient, Rev. Belge di Phil, et d'Hist. XVIII (1939), pagg. 252-266. 224 Cfr. Ambr., De Abra I, 13, in cui, parlando delle divisioni fra eredi delle proprietà con il loro corredo di servi, il Vescovo di Milano osserva che vi è chi suole badare all’utile, scegliendo i campi produttivi, con i villici e gli actores che glieli amministrino mentitegli risiede in città, e altri invece, di gusti più frivoli, che preferiscono le ville amene, con le loro dotazioni di cuochi e cantori. A villici, curatores e actores Ambrogio allude pure in Exp. Ev. Lue. VII, 245; Ep. LXXV, 4; De Exc. 8at. I, 17-19, 24, etc. (ove si parla dell’in¬ tendente Prospero, amministratore dei beni di Ambrogio e Satiro in Africa, che tentò di frodare i padroni per una grossa somma, in occasione dell’elezione episcopale di Ambrogio, costringendo Satiro ad affrontare il suo fortunoso viaggio in Africa nel 377-378: cfr. [F. Savio], L’anno della morte di S. Satiro, La Civ. Catt. ser. XVIII, Vili [1902], fase. 1259, pagg. 529-540, e IX [1903], fase. 1262, pagg. 195-210; Dudden, o. c. I, pag. 177, che colloca invece il viaggio nel 374-375). 225 Cfr. in partie. Ambe,, De Tobia, passim (opera, interamente dedicata
86 Economìa e società nell’a Italia Annonaria » in lettiga o a cavallo alle funzioni sacre, ostentando vesti seriche, gioielli e codazzi di servi e stipatores, convinti di avere esaurito il proprio dovere di carità nell’ambiziosa elemosina offerta ai men¬ dicanti accalcati sotto i portici delle basiliche cittadine226. I Vescovi tuonano dai loro pulpiti deplorando che molti di questi divites, risiedendo in città (ove talora sostengono cariche ed uffici nei ranghi più elevati della burocrazia imperiale227), pro¬ fondano le loro sostanze in propagandistiche liberalità per gua¬ dagnarsi il popularis favor*28, spesso improvvidamente dimenti¬ a combattere la pratica dell’usura) ; da essa risulta che erano allora i grandi possessores (spesso cristiani), e non i Syri o gli Iudaei (come si suole gene¬ ralmente considerare acquisito : cfr. ad es. J. Lestocquoy, Les usuriers au début du Moyen Âge, Studi in on. di G. Luzzatto, I, Città di Castello 1950, pagg. 67- 77), a esercitare per lo più il prestito di denaro a usura : vd. avanti, pagg. 190 sgg. *“ Cfr. Zeno Ver., 1. I. Tract. Ili, 6 ; Tract. V, 1 ; Tract. IX de αν. I, 2 ; Tract. XII, 5 ; Gaud. Brix., Sermo XIII ; Ps.-Ambr., Sermo I, 2 ed Exp. VII vis. Apocal. IV ; Ambe., De Viduis 28 (Quid tu, dives, egeni comparatione te tactas? Et cum tota onereris auro, pretiosam per humum trahens vestem, quasi inferior tuis et parva divitiis, honorari desideras, quia inopem collatione vicisti?); Exp. Ev. Luc. Vili. 76 e 78; De Abra I, 89; etc. Sulle vesti di seta purpurea o di broccato intessuto d’oro (spesso con lunghi strascichi e incrostate di pietre preziose), i gioielli di ogni specie (brac¬ ciali, anelli, collane, diademi, cinture, calzature preziose, etc.), i costosi unguenti importati dall’Oriente, e così via, oltre ai passi di Ambrogio, Zeno e Gaudenzio testé citati, cfr. ancora Ambr., De Nab. 3 e 26; De Tobia 17, 19 e 23: Exp. Ev. Luc. V. 107; De Virginitate 66 e 68; De Virginibus I, 56; Exhort. Virg. 9; De Viduis 28 ; Exp. Ps. C XV III, 20, 17-18 ; De Poenit. II, 88 ; De Fide II, prol. 10; Exp. Ev. Luc. VI, 27 e Vili, 14; De Ilei.. 36; De Cain I, 14; Ps-Ambr., De Poenit. I. unus XIII; Petr. Chrysol., Sermo CXX1I e CXXIV, P.L. 52, coll. 535 e 541 ; etc. Sul prezzo di una pietra preziosa, che poteva arrivare an¬ che a 300 solidi, cfr. ad es. Ioan. Moscus, Prat. Spirit. 185, P.G. 87 (3), col. 3002 (trad, in fr. da M.-J. Rouët de Journet., Jean Moschus, Le pré spi¬ rituel, « Sources chrétiennes» 12, Paris 1946, pagg. 244-247). 227 Cfr. Ambr., Ex. Ili, 30 (Alius avis atavisque nobilis et maiorum honestatus infulis, prosapiae veteris clarus insignibus, amicis abundans. stipatus clientibus et utrumque latus tectus... ubertate affluens copiarum, liberalitatis fama per ora volitans singulorum, clarus honoribus, praeminens potestatibus, tribunalibus celsus, solio sublimis...). 288 Cfr. Ambr., De Off. II, 109-110: Prodigum est popularis favoris gratia exinanire proprias opes; quod faciunt qui ludis circensibus, vel etiam theatra¬ libus, et muneribus gladiatoriis, vel etiam venationibus, patrimonium dilapidant suum, ut vincant superiorum celebritates... hoc est decorum: non superfluas aedificationes aggredi, nec praetei-mitterc necessarias... (suile insulae altissime in cui viveva la plebe miserabile, che crollavano con grande frequenza a causa della loro trascurata costruzione, cfr. Ambr,, Ex. VI, 33),
L’età ambrosiana S7 chi dei rustici e degli homines che muoiono di fame sulle loro terre o che sono mantenuti a spese della carità ecclesiastica829 ; sono questi potiores che, col pretesto della lontananza, tollerano o fingono di ignorare i fana e i delubra pagani ancora dissemi¬ nati nei loro latifundia 330, e trascorrono la giornata al foro, alle terme, banchettando, giocando d’azzardo e godendo di tutti i piaceri che la civilitas urbana può ancora offrire 228 * * 231, compiaciuti del fasto raffinato delle proprie dimore 292, degli amici e dei clienti 228 Cfr. Gaud. Brix., Sermo XIII, C.S.E.L. 68, pagg. 120-121 : Pudet dicere... quantus numerus rusticorum de possessionibus praedicta pompa viventium vel fame sit mortuus, vel elemosina ecclesiae sustentatus... Mortui sunt homines, in quibus omnis census est possidentis ; ita nec praesentis temporis utilitatibus consulunt, dum nimia cupiditate caecati sunt. A nostris ergo incipientes... bene¬ faciamus egenis... Cfr. pure Max. Taur. (?). App. Sermo 26, P.L. 57, coi. 902 (...et quanti pauperes in locis ubi ipse [= dives] habitat, ille decimas non dante fame mortui fuerint...). 280 Cfr. Max. Taur., Sermo CII; l’idolatria era ancora profondamente radicata nelle campagne, e per es. nel 387 nella regione Anaunia a poche mi¬ glia da Trento, non lungi dal valium e dai castella undique posita in coronam, vennero selvaggiamente uccisi tre sacerdoti che avevano tentato di opporsi alle processioni agricole nelle calende di gennaio (cfr. Vigil, di Trento, Epp. I e II a Simpliciano di Milano e Crisostomo, P.L. 13, coll. 549-558); sui festeggia¬ menti alle calende di gennaio, cfr. pure Max., Horn. XVI de hai. ian.; Sermm. 81-82; Horn. CHI de kal. ian. gentilium; Sermo 6 de hai. ian.’, Ps.-Ambr. Comm. in ep. ad Galat. IV (v. 10) ; Sermo VII de kal. ian. ; Sermo XXXIV, 6 e 7 ; vd. pure Id., Ep. II, 12, ove si racconta come la madre dei Santi Gervaso e Protaso, Valeria, nel corso del suo viaggio per via di terra da Ravenna a Mi¬ lano, si fosse imbattuta in una riunione di idolatri che sacrificavano a Silvano in un sacello lungo la via, e fosse stata da costoro percossa a morte, avendo rifiutato di partecipare ai festeggiamenti. Sul paganesimo cisalpino nel IV secolo, cfr. in generale Lanzoni, Le diocesi d’Italia cit., II, pag. 1046; Passerini, « Il territorio insubre » cit., pagg. 203 sgg. Tali culti idolatrici erano destinati a sopravvivere ancora a lungo nel Medioevo (alla fine dell’Vili secolo si con¬ tinuava ad adorare Saturno nell’alta Val Camonica, in curte H edulio, secondo Rod. Not. Historiola, cit. in C. Cattaneo, Lombardia antica e moderna, Fi¬ renze 1943, pag. 42). 231 Sulle transmarinae deliciae, le ostriche, la cacciagione, i vini pregiati e drogati e le altre leccornie che venivano servite durante i banchetti, cfr. ad es. Ambr., De Hel. 22, 24-25, 31, 32 e passim (l’intero trattato è dedicato alle intemperanze della vita privata); De Nab. 13 e 20; De Tobia 17, 19, 26, 50; Ex. V, 6 e 27; Ibid, VI, 5; De Cain I, 14; Exp. Εν. Luc. proh 6; In Ps. XXXVII en. 30; Ep. LXIII, 19; etc.; Gaud. Brix. Sermo XV; etc. Sul gioco d’azzardo, Ambr., De Tobia 25 e 38 e passim. 202 Ambrogio indugia spesso a descrivere le fastose dimore di questi po- tentiores, adorne di grandi atrii e preziosi colonnati (De Cain I, 19; De Nab.
88 Economia e società nell’a Italia Annonaria » die ne affollano gli atrii dei costosi servi d’apparato che al¬ lietano le comessationes 234, degli allevamenti di cani e cavalli 56), con pareti fregiate di pitture (Exp. Ps. CXVIII, 2, 32) e rivestite di esotici marmi colorati {Ibid., 1. c. ; De Nab. 56; De Cain I, 14; Ep. XXX, 4), tappez¬ zerie di porpora e cortine preziose {Ex. Ili, 4), soffitti di cedro e cipresso {Ex. Ili, 53; Exp. Ps. CXVIII, 22, 38), lacunari spesso dorati {Ex. VI, 52; De Nab. 54; cfr. Zeno Ver., Tract. IX), pavimenti di marmo o mosaico {De Nab. 56; De Ilei. 24) ; impianti di riscaldamento mediante hypocausta {Ex. VI, 52), ta¬ vole rotonde di porfido {De Nab. 54), letti d’oro o d’argento con piedi di avorio {De Nab. 25; Ex. VI, 52), coperte di seta purpurea {De Nab. 25), lucerne dorate {Ex. VI, 52), calici incrostati di gemme e vasellame d’argento finemente cesel¬ lato {De Nab. 25; De Tobia 10; Exp. Ev. Luc. V, 107; Ep. XXX, 4), etc. Tali notizie, che a tutta prima parrebbero l’eco e la coloritura retorica di splendori ormai passati, concordano in linea di massima con i risultati degli scavi (pe¬ raltro assai scarsi) delle sontuose villae, che dovettero moltiplicarsi nel IV see. soprattutto sui colli intorno a Milano, ad opera dei nuovi capitali quivi affluiti con i funzionari e gli alti ufficiali della Corte. Sono infatti venuti alla luce pa¬ vimenti a mosaico a Robbiano (in Brianza: cfr. R. Beretta, I De Robiano e il loro avello in S. Lorenzo, Arch. Stor. Lomb. XLIX [1922], pagg. 350- 360 e partie. 351, n. 2 ; A. Giussani, Nuove iscrizioni romane, Riv. Arch, di Como, fase. 99-101 [1930], pagg. 136-148 e partie. 147; Bertolone, Lomb. rom. cit., pagg. 65-67), statue bronzee ad Agrate (in Brianza : cfr. An¬ tichità rinvenutesi in Agrate Brianza, Arch. Stor. Lomb. Vili [1881], pag. 25), frammenti marmorei, suspensurae e praefurnia, cioè resti di impianti termici e balneari annessi a ville tarde, a Vergiate ed Oriano Ticino (cfr. G. Nicodemi, Appunti e notiziette a proposito dell’iscrizione lepontina di Vergiate, Rendic. del R. 1st. Lomb. di Sc. e Lett. XLVI [1913], pagg. 420-423; M. Bertolone, Scoperte archeologiche nella provincia di Varese, Riv. Arch, di Como, fase. 105-107 [1932- 1933], pagg. 141-157 e partie. 153 e 156; Id., Nuove scoperte di antichità nella provincia di Varese, Ibid., fase. 115-116 [1937-1938], pagg. 11-42 e partie. 32-34; In., Lomb. rom. cit., pagg. 145-146), ipocausti del II sec. d. C. a Mornago (cfr. Villa romana a Mornago [Varese], Sibrium V [1960], pagg. 263-264), pavi¬ menti a mosaico policromo a Meldola presso Forlì (resti di una villa della fine del IV secolo: cfr. G. A .Mansuelli, La villa romana nell’Italia Settentrionale, La Par. del Pass. XII [1957], pagg. 444-458 e partie. 458 n. 3; Id., Le ville del mondo romano, Milano 1958, pag. 105) ; etc. 283 Cfr. Ambr., De Nab., 56; De Tobia 17; Ex. Ili, 30; In Ps. XLVII1 en. 25; etc. 234 Mentre, per quanto riguarda il lavoro agricolo, la mano d’opera ser¬ vile sembrava cedere sempre di più il passo a quella dei coloni e dei liberi braccianti salariati, assai forte doveva ancora essere la richiesta, da parte delle famiglie più abbienti, di servi specializzati o d’apparato destinati ad accrescere la familia urbana (benché si abbia per es. menzione anche di nutrici ingenuae : cfr. Ambr., Ep. V a Siagrio di Verona, a proposito della vergine lapsa Indicia, per cui cfr. F. Martroye, L’affaire Indicia, Une sentence de Saint Ambroise, Mélanges P. Fournier, Paris 1929, pagg. 503-510). Ambrogio descrive spesso i pincernae che affollavano le cucine, i dispensatores ed obsonatores che curavamo
l/età ambrosiana 89 di razza per le venationes campestri o suburbane* 235. Anche le matrona*, che Ambrogio tratteggia mentre si adornano, escono in lettiga, si scambiano visite e pettegolezzi236 *, non sono certo le dominae che vivono in relativa solitudine nel cuore delle loro vaste proprietà, quali ce le raffigurano i grandi mosaici africani del III-IV secolo, sullo sfondo di ville residenziali che vanno a poco a poco assumendo l’aspetto di castelli fortificati737. I prodi¬ toria che Ambrogio e, più tardi, ancora Cassiodoro descrivo¬ no 238 sono ville suburbane o marittime, tutte cittadine nel lusso dell’architettura e della suppellettile, ove è di moda trascorrere ogni anno un breve periodo di svago e di otia (generalmente le il rifornimento delle dispense (De Hel. 24-25; De Abra II, 13), le legioni di servi che pulivano i pavimenti di marmo e servivano a mensa (De Hel. 25; De Tobia 19), gli stipatores, i valletti e i portatori di lettighe che accompagna¬ vano i padroni per via (Ex. Ili, 30 ; Ibid. VI, 52 e 57 ; In Ps. I en. 46), i co¬ stosissimi efebi (spesso barbari) adorni di vesti preziose, che allietavano i ban¬ chetti, i mimi, i vocales, gli iocorum ministri, le saltatrices tonsae (De Tobia 19; De Hel. 45-46, 54, 63; De Abra II, 13; De Cain I, 14; In Ps. I en. 46; Ep. XXVII, 13; LVIII, 5 e LXIII, 19; De Virginibus II, 25 e 27 ; De Poenit. II, 43; cfr. Gaud. Brix. Sermo Vili), i pedagoghi (De Tobia 16-23), le nu¬ trici (Ex. V, 58; Ep. LUI, 108), etc. Sugli schiavi urbani e rustici in età più tarda, cfr. avanti, pagg. 307 e 563 sgg. 235 Cfr. Ambe., De Off. Ili, 46 ; De Noe 90-91 ; In Ps. I en. 46 ; De Nab. 54 (Soletis et canum vestrorum origines sicut divitum recensere, soletis et equorum vestrorum nobilitatem sicut consulum praedicare...) ; Ibid. 56 (ove si ricorda l’uso di adornare i cavalli con finimenti d’oro: cfr. Gaud. Brix., Sermo XIII) ; i cavalli italici dovevano essere assai apprezzati, ed occasionalmente esportati perfino in Africa e in Oriente: cfr. Syn., Ep. 132, P.G. 66, coll. 1518- 1522 ; i cavalli veneti e istriani rimasero famosi dal tempo di Strabone a quello di Paolo Diacono: cfr. Strab. V, 1, 4 e 8-9, pagg. 212 e 214-215 C; Mamert., Gratiarum actio Iuliano IX ; Ennod., Op. CCXXXV, pag. 183 (lettera a Ormisda, ove è questione di certi cavalli inviati da Pavia a Roma) ; Pauu. Diac., Hist. Lang. II, 9; etc. Sui vasti parchi cintati per venationes, cfr. Ambr., De Nab. 12; Exp. Ps. CXVIII, 8, 5; Sozom., II. E. VII, 25, pag. 340; etc. Una descrizione del dives, che si reca a cacciare per saltus silvasque circondato dai suoi cani e dai suoi servi, si trova in Max. Taur., Sermo XXV, e ha riscontro in tante rappre¬ sentazioni cinegetiche sui mosaici delle ville tarde, non solamente africane, ma anche cisalpine (cfr. ad es. F. Zava, Oderzo, Di un pavimento in mosaico poli¬ cromo, rappresentante scene di caccia. Not. Scavi 1891, pag. 143; B. Forlàti Tamaro, Guida del Museo Civico di Oderzo, Milano [1958]); su tutto ciò, cfr. in generale J. Aymard, Essai sur les chasses romaines, Paris 1951, passim. 236 Cfr. Ambr., De Virginibus III, 8 e passim. 287 Cfr. R. Paribeni, Le dimore dei Pontetiores nel Basso Impero. Rom. Mitt. LV (1910), pagg. 131-148. 288 Cfr. Ambr,, De Tobia 24; Cass., Far. XII, 22, cit. a pag. 341, n, 393,
90 Economia e sooietà nell’« Italia Annonaria » feriae vindemiales)239 ; soltanto nel corso del VI secolo e in età longobarda si comincerà ad avere traccia sicura nell’Italia Su¬ periore di ville residenziali extramurane, con le caratteristiche di veri e propri castra 24°. 289 Cfr. Ambr., De Off. Ili, 6; tale doveva essere la villa di Verecundus a Ca8Siciaoum, non lungi da Milano, ove S. Agostino si rifugiò con i suoi amici più intimi durante la crisi interiore che lo portò alla conversione (cfr. Aug.. Confess. IX, 3-6; De Ordine I, 5-8, in cui egli accenna all’esistenza di bagni, fontane, pergolati, etc.; sulla localizzazione di Cassiciacum, cfr. la bibliogr. cit. a pag. 183, n. 560) ; tale probabilmente era anche la villa suburbana del claris¬ simus Leontius, in cui Ambrogio fuggì al tempo della sua drammatica elezione episcopale (cfr. Paitl. Vita Ambr. 9), e quella in cui egli soleva cercare riposo dalle diuturne fatiche del proprio ufficio (Ambe., De Bono Mortis 11). Sui resti archeologici di ville a nord di Milano, cfr. sopra, n. 232; Ambrogio accenna spesso alle lussuose deliciae di queste villae, fornite di hypogea per godersi la frescura estiva, allevamenti di ostriche, vivai di pesce, riserve di pesca e di caccia, etc. (Ep. XXX, 1-4 ad Ireneo ; Ex. V, 27 ; De Nab. 12 ; Exp. Ps. CXVIII, 8, 5) ; sulle antiche ville della costa veneta e istriana, ancora esistenti al tempo di Cassiodoro, cfr. Cass., Var. XII, 22 e 24, citt. a pag. 341, n. 393. 240 Finora, nell’Italia Settentrionale, tutti gli esempi testimoniati di ville- fortezze tarde risultano proprietà di membri (solitamente autorevoli) del clero; poiché, tuttavia, non è dato scorgere in tali costruzioni una finalità diretta- mente connessa con la religione, la costruzione di questi castra deve essere messa in relazione con la qualità di grandi proprietari terrieri dei loro posses¬ sori : tale ad es. il castello che il Vescovo di Novara Onorato fece costruire come rifugio contro i barbari all’inizio del sec. VI e che Ennodio così descrive: Pon¬ tificis castrum spes est fidissima vitae. / Cui tutor sanctus, quae nocitura pe- tantf / Hic clipeus votum est: prociil hinc, Bellona, recede. / Quod meritis constat, proelia nulla gravant. / Conditor hinc muros solidat, munimina factor. / Nil metuat quisquis huc properat metuens (Ennod., Op. CCLX = Carm. 2, 110). Nel 556 l’iscrizione di un certo Marcellianus, suddiacono della Chiesa Mi¬ lanese, celebra a sua volta la edificazione di un castrum a Laino, in Val d’In- telvi (cfr. C.I.L. V, 5418; U. Monneret de Villard, Iscrizioni cristiane della provincia di Como anteriori al sec. XI, Riv. arch, di Como, fase. 65-66 [1912], pagg. 5-176 e partie. 21, n. 4; Bognetti, Storia di Milano cit. II, pag. 21). Assai più tardi, anche in Emilia si ha notizia della villa fortificata a S. Cassiano del Vescovo di Imola (cfr. Intervento di G. Fasoli alla discussione sulla rei. di J. Hubert cit., pag. 602 e bibliogr. ivi cit.) ; etc. Se tuttavia, come ritiene il Battisti (La terminologia urbana cit., pagg. 654, 657, 688-689), le tracce toponomastiche del termine palatium, già anterior¬ mente al NI secolo (dal momento che ne parla Sidonio Apollinare) e soprat¬ tutto nella zona alpina, come per es. in Val Pusteria, stanno a indicare la pre¬ senza di una dimora signorile difendibile, in opposizione alla villa aperta, noi troveremmo una testimonianza in tal senso già nel 356 circa d. C., nella let¬ tera che Eusebio di Vercelli scrisse dal suo esilio a Scitopoli in Palestina al clero di Vercelli e alle plebes dipendenti di Novara, Ivrea, Tortona, Aosta, In-
U età ambrosiana 91 Nel IY-V secolo la vita del dominus cisalpino si svolgeva dnnqne principalmente entro le mura del suo palazzo urbano, la cui economia si fondava in larga misura sul lavoro del libero. Xon solo i mercatores diversarum specierum fornivano sete, tap¬ peti, cortine, gioielli, vini stranieri, unguenti, profumi, marmi rari, manufatti e schiavi esotici alle ricche dimore* 241; ma leg¬ giamo ad es. che, per allestire un pranzo, i servi solevano nor¬ malmente recarsi al mercato cittadino (macellum) o nelle bot¬ teghe di caupones, lanii, piscatores e venatores di professione, che si rifornivano giornalmente di pesce, molluschi, vulva di maiale, vino, selvaggina, frutta e così via 242. Questi umili qua¬ dustria e Agaminis ad Palatium (probabilmente corrispondente a Ghemrne tra Novara e Borgomanero, la Sesia e la Agogna, che il Lanzoni ritenne invece centro ignoto, ormai scomparso) : cfr. Lanzoni, Le diocesi d’Italia cit. II, pag. 822 (anche se il nome della località, come taluno opina, venne interpolato successi¬ vamente nella inscriptio della lettera eusebiana, dovette in ogni caso trattarsi di aggiunta assai antica). Su questo valore del toponimo palatium, cfr. tuttavia le riserve avanzate dal Gansiiof nella sua discussione alla relazione Battisti, Ibid. pag. 683. 241 Cfr. Hiebon., Contra Rufin. Ill, 10 (401 d. C.), P.L. 23, coll. 485-486 (... ut negotiator orientalium mercium, qui et hinc deportata vendere necesse habebat, et ibi emere, quae hoc rursus adveheret, biduum tantum Aqüileiae fuerit... ; sull’importazione ad Aquileia di papiro (charta) dall’Egitto e di per¬ gamena (membranae, pelles) da Pergamo, cfr. invece In., Ep. VII, 2, a Cro- mazio, Giovino ed Eusebio, del 374, P.L. 22. col. 339) ; Ambe., Eæp. Ps. CXVIII, 16, 41-42 (sul commercio dei topazi); De Nab. 26 (importazione di pietre pre¬ ziose); Eæ. V, 77 (importazione della seta); Eæp. Εν. Luc. Prol. 6; etc.; vd. inoltre i passi citt. a pagg. 86 n. 226, 87-88 nn. 231 e 232. Nel Basso Impero i grandi proprietari (assieme con la Chiesa) diventano i committenti presso¬ ché esclusivi delle opere d’arte, mentre, nelle età precedenti, il patronato del lavoro artistico era stato esercitato anche da semplici ingenui o liberti (cfr. I. Calabi Limentani, Studi sulla società romana: il lavoro artistico, Milano- Varese 1958, pagg. 13 sgg.). 242 Cfr. Ambb., De Tobia 17; Ibid. 50: Si quis instaurandum convivium putat, ad negotiatorem mittit, ut absentiati cupellam sibi... deferat: ad, caupo- nem dirigit, ut Picenum vinum aut Tyriacum requirat, ad lanium, ut vulvam sibi procuret, ad alium, ut poma adornet... (sembra che, negli autori di que¬ st’epoca, aggettivi come Falernum, Picenum, Tyriacum, etc. fossero per lo più ancora concretamente indicativi circa la provenienza del prodotto: cfr. E. Brouette, « Vinum Falernum », Contribution à l’étude de la sémantique latine au Haut Moyen Âge, Classica et Mediaevalia X [1949], pagg. 267-273). È inte¬ ressante notare come, a detta di Ambrogio, tali negozianti fossero spesso asser¬ viti per mezzo di scripturae ai potiores, che mandavano a prendere gratuita¬ mente le merci in luogo degli interessi usurai di loro spettanza (a questo pro-
92 Economia e società nell’«. Italia Annonaria » dretti di quotidiana vita « borghese », che con tanto gusto Am¬ brogio talora ci abbozza nel suo vivace e ancor pastoso latino argenteo, sono pertanto elementi di giudizio ben più significativi delle molte rappresentazioni di vita lussuosa e sfrenata, sulle quali il rigorismo impaziente e la magniloquente retorica dei Padri della Chiesa sogliono di preferenza indugiare, ma che ri¬ flettono soltanto le abitudini d’una ristretta cerchia di grandi signori, il cui tenore di vita aveva seguito il rinnovarsi delle con¬ suetudini nella neo-capitale cisalpina con quell’amore per l’in¬ vestimento spettacolare e improduttivo, che caratterizza il modo di vivere delle classi più elevate in tutte le società economica- posito, cfr. pagg. 190 sgg.) : cfr. De Tobia 49-50: ... pleriquc, ... cum dederint pecuniam negotiatoribus, non in pecunia usuras exigunt, sed de mercibus eorum tamquam usurarum emolumenta percipiunt... Inde ille (= negotiator) fraudem facit in mercium pretio, unde tibi solvit usuram... Quod peius est, hoc vitium plurimorum est, et maxime divitum, quibus hoc nomine instruuntur cellaria ; De Hei. 24-25: ...Ferietur aliquando coquorum mastigiarum machaera, requie¬ scat obsonator, qui antequam luceat fores pulsat alienas et tamquam bellum aliquod immineat excitat dormientes. Turbatum vides, anhelantem advertis. Interrogas quae causa perturbationis. Pascit, inquit, dominus meus, ubi vinum melius veneat quaerit, ubi durior vulva curetur, ubi iecur mollius, ubi fasianus pinguior, ubi piscis rccentior. Cursitat per diversa, et cum invenerit summo cursu properat, inquietat dominum somnolentum, auctionatur pretia. Si pretium moverit piscis, nusquam meliores adserit inveniri, immo deesse. Heri, inquit, tempestas, hodie procella; vix istum potui latentem deprehendere. Multi con¬ cursant in macello. Si tu reddideris, alter plus dabit, et qiiid exhibebis in prandio? Istius vini ille natalis est, haec ex illo lacu lecta ostrea. Talis fit' de singulis licitatio; hasta quaedam agitatur inter obsonatorem et pastorem. Turbatus addicit patrimonium, rogat adhuc per quos suorum bonorum iura minuantur. Curritur ad coquinam, fit ingens strepitus, fit tumultus. Tota exagi¬ tatur familia, maledicunt omnes, quod nulla his requies detur ... Sileat ali¬ quando domus a multis perturbationibus huc atque illuc discurrentium, a sono immolatorum animalium, vacet fumo et semiu stola torum nidore... Un confronto con Bas., Περί νηστείας I, 7, P.G. 31, col. 176, al quale il passo si ispira, mostra in maniera alquanto tipica come l’imitazione ambrosiana si limiti allo spunto, all’insegnamento morale e a qualche formale espressione, aggiungendo di suo i particolari più concreti riguardanti il mercato, le preoccupazioni dei prezzi, la confusione delle cucine, etc : Πέπαυται μαγείρων ή μάχαιρα* ή τράπεζα άρκειται τοϊς αύτομάτοις. Τό Σάββατον έδόθη τοις Ίουδαίοις, ίνα άναπαύσηται, φησί (Exod. XX, 10), το ύποζύγιόν σου καί ό παΐς σου... Άνάπαυσόν σου τόν μάγειρον, δός άδειαν τω τραπεζοποιω .Στησον τήν χείρα τω οίνοχόω... Ήσυχασάτω ποτέ καί ό οίκος άπο των μυρίων θορύβων, καί του καπνού, καί της κνίσσης, καί των άνω καί κάτω διατρε- χόντων, καί οίονεί άπαραιτήτω δεσποίνη τη γαστρί λειτουργούντων...
L'età ambrosiana 93 meute povere 243. Nè può essere di gran momento il constatare per tal via la persistenza d’importazioni di spezie e altri articoli voluttuari in cambio di oro, trattandosi d’una forma di com¬ mercio che in certa misura non cessò mai di sussistere, e che continuò poi attraverso le più Ariolente burrasche dell’Alto Me¬ dioevo proprio in grazia della sua alcatorietà e tenuità effettiva, facendo circolare oro su grandi distanze anche là dove la capil¬ lare compra-vendita dei generi di consumo più necessari si era ormai da tempo sclerotizzata, per l’impossibilità di rifornire re¬ golarmente il mercato. Vivunt rustici epulis urbanorum} scriverà un secolo e mezzo più tardi Cassiodoro, preoccupato per la fuga verso la campagna dei grandi possessores meridionali fino allora residenti in città 244 245 * * * ; e per l’appunto nel IV secolo ci è dato con¬ statare, attraverso le poche pennellate di alcune « scenette di genere », il persistere di una vivace economia di mercato nei prin¬ cipali centri urbani dell’Italia Settentrionale. Già il fatto che i divites residenti in città solessero comune¬ mente rivolgersi ai piccoli negozianti locali per le necessità dei propri quotidiani consumi potrebbe di per sè avviare a supporre che le loro non lontane 249 tenute fornissero soprattutto affitti in denaro, oppure in prodotti di un unico tipo. E di fatto — se da una parte la piccola proprietà fondiaria, con i suoi tipici sistemi di colture affiancate e la sua produttività limitata e autarchica, benché riassorbita dal latifondo doveva aver continuato a sussi¬ stere quasi immutata per struttura e per andamento delle colti¬ vazioni sotto la nuova forma giuridica dei lotti gestiti da affit¬ 248 In Ambrogio si incontrano spesso vivide e minute descrizioni dell’eser¬ cito comitatense e degli alti ufficiali, con le loro consuetudini, banchetti, abbi¬ gliamento, etc. : cfr. ad es. De Hel. 46-50, 62 e passim ; Exp. Ps. CXVIII, 5, 2 e 14; Ex. V, 50, 52-53 e 66-68; etc. Le medesime abitudini ci sono descritte da altre fonti per Roma, l’antica capitale decaduta: cfr. in generale S. Dill, Roman Society in the Last Century of the Western Empire, London 19252, passim. 244 Cfr. Cass., Var. VIII, 31 (527 d. C.), cit. a pagg. 303-304. 245 Cfr. ad es. Ambr., De Nab. 18, ove si descrive il proprietario che parte dalla città per ispezionare le proprie terre, portando con sè il vitto sufficiente per alcuni giorni (Novi ego divitem in agrum proficiscentem panes breviores urbe delatos numerare solere, ut pro numero panis aestimaretur quot dies in agrum futurus esset...).
94 Economia e società nell’« Italia Annonaria » tuari, coloni e inquilini246 — nella Cisalpina è anche possibile constatare, in più di un’occasione, l’esistenza di una diffusa colti¬ vazione frumentaria, intensiva quanto lo consentivano i sistemi dell’agricoltura antica247, su quelle proprietà o parti di grandi a4° Grosshesitz und Kleinpächter, secondo la nota definizione che iJ Mommsen applicava all’Africa del I sec. d. C. Per l’Italia, cfr. Mommsen, La distrib. del suolo it. cit., pagg. 723 sgg. ; Oliva, La politica granaria cit., pag. 60 ; De Robertis, La organizzazione e la tecnica prod, cit., pag. 35; G. Luzzatto, Storia economica d’Italia, I, Roma 1049, pagg. 97-110; etc. Il frazionamento della proprietà fondiaria, connesso con un’economia tendenzialmente chiusa, può essere sintomo di involuzione economica: tipico, in questo senso, è per es. il caso di Aitava in Algeria, illustrato da P. Pothiers, Évolution municipale d’Altava au Ille et IVe siècles ap. J. C., Mèi. d'arch. et d'hist. LXVIII (1956), pagg. 205-245. 247 Sui limiti della tecnica agricola nell’antichità e le effettive possibilità di rendimento dei terreni, cfr. Oliva, o. c., pagg. 40 sgg. e passim (l’opera pre¬ senta un interesse particolare, in quanto i dati di tutta la letteratura agrono¬ mica antica vengono vagliati al lume di un’approfondita conoscenza tecnica e pratica deU’agricoltura al giorno d’oggi) ; vd. pure Salvioli, Il Capitalismo cit., pagg. 89-119 (ove però si riscontra, come al solito, l’uso indiscriminato delle fonti cronologicamente e geograficamente più disparate per illustrare un unico e circostanziato fenomeno, nonché la sistematica inesattezza di ogni cita¬ zione) ; M. E. Sergeenko, La concimazione dei campi di cereali nell’Italia An¬ tica (in russo), T.I.I.N.T., Serie I, n. 4 (1934), cit. in Kovaliov, Quarant’anni di storiografia sovietica cit. ; Id., Ogerki po sei’ skomu choziajstvu drevnej Italii (Quadro dell’agricoltura nell’Italia antica), Moskva-Leningrad 1958 (in russo); G. Mickwitz, Economie Rationalism in Graeco-Roman Agriculture, The English Hist. Rev. LU (1937), pagg. 577-589; De Robertis, La organizzazione e la tecnica prod, cit., pagg. 102 sgg. Nel Tardo Impero si diffusero alcuni muta¬ menti nella tecnica agricola (quali, ad es., la pratica della semina a getto largo e l’impiego di certe macchine come la serra, il vallus e la mola aquaria) ; tutto ciò costituì certamente un progresso dal punto di vista tecnico, anche se l’incentivo derivava dalla crisi demografica o, comunque, da una certa insuffi¬ cienza della mano d’opera agricola (cfr. sopra, pagg. 69-71 ; sulla grande perfe¬ zione tecnica raggiunta proprio nei cosiddetti «bassi secoli», cfr., in generale, per es. A. Alföldi, La grande crise du Monde Romain au IIIc siècle, UAnt. Class. VII [1938], pagg. 5-18). Non è comunque possibile parlare, per il Tardo Impero, di esaurimento del suolo, come fanno ad es. V. G. Simkovitch, Rome’s Fall Reconsidered, Political Scienee Quarterly, XXXI (1916), pagg. 201-243, e N. A. Vasseliev, Le problème de la chute de l’empire romain d’occident et-de la civilisation antique, Kazan 1921. È curioso come Ambrogio, pur nella sua ingenuità, esponga contro le teorie dell’esaurimento del suolo (delle quali già al suo tempo si discorreva) argomentazioni non dissimili da quelle usate dagli agronomi moderni (cfr. Oliva, o. c., pagg. 117 sgg.) : che — cioè — la terra conserva la sua fecondità soltanto se aiutata da una solerte opera di coltivazione da parte dell’uomo:
L’età ambrosiana 95 proprietà che i domini gestivano in conduzione diretta, mediante Topera di servi rustici * 248 o di liberi braccianti salariati 249 (nei fondi affidati ai piccoli affittuari e ai coloni, come pure nelle mi¬ nori proprietà sopravvissute250, sembra invece fosse general¬ mente preferita la coltivazione della vite, cui gli altri prodotti dovevano affiancarsi solo per quel tanto che poteva bastare al quotidiano consumo dei coltivatori o poco più 251 ; allorché, ad es., Ambrogio allude al pauper — cioè al colono o, meglio, al piccolo affittuario libero, dal momento che i suoi figli possono venire de- ducti in auctionem — incapace di pagare al padrone il suo con¬ sueto canone in specie, egli si riferisce a una contribuzione consi¬ stente esclusivamente in vino 252). ... Faeneratum terra restituit quod acceperit et usurarum cumulo multipli¬ catum... terra fidelis manet et si quando non solverit, si forte adversata fuerit frigoris inclementia aut nimia siccitas aut immensa vis inbrium, alio anno su¬ perioris anni damna conpensat... (Eæ. III, 35) ; inarata tamen opimis messibus redundabat ( = la terra, nei primi tempi della creazione), et haud dubito an ma¬ iore proventu, siquidem nec cultoris desidia terrarum destituere poterat uberta¬ tem. Fune enim fecunditas unicuique pro merito laboris adquiritur, ubi cultus spectatur agrorum... Denique hodieque fecunditas terrae veterem affluentiam spontaneae usu fertilitatis operatur... (Ibid. Ill, 45-46); cfr. pure Ibid. I, 28; De Poenit. II, 96: etc.; esaltazioni più letterarie e generiche della fecondità della terra s.i trovano in Ambr., De Off. Ili, 40; De Isaac 60; Exp. Ps. CXVIII 13, 26; De Exc. Sat. II, 45; Ibid. II, 61; De Abra II, 40; etc. 248 Cfr. ad es. Ambe., De Nab. 20, dove il Vescovo di Milano descrive, la¬ mentando con accenti « socialistici » gli « infortuni sul lavoro », l’affaccendarsi dei servi nella villa di un dives (... Ille [scii, servus] de summis culminibus ruit, ut frumentis ampla vestris receptacula praeparet. Ille de sublimi cacumine altae arboris decidit, dum genera explorat uvarum, quas deferat, quibus digna convivio tuo vina fundantur. Ille mari mersus est, dum veretur, ne piscis mensae tuae desit, aut ostrea. Ille brumali frigore, dum lepores investigare aut laqueis studet aves captare, diriguit...). 248 Cfr. ad es. Gaud. Bbix., Sermo XIII. 360 Cfr. ad es. Ambr., Ep. LXXXII, 8; Ex. III, 72 e IV, 19; Exp. Ps. CXVIII 2, 32; Ps.-Ambr. Sermo XXXIV; etc. 261 Sulla convenienza della coltura viticola, soprattutto nel caso del pic¬ colo lotto gestito direttamente, cfr. Aymard, art. cit., e pagg. 176 sgg. 252 Cfr. Ambe., De Nab. 21: Vidi ego pauperem duci, dum cogeretur sol¬ vere quod non habebat, trahi ad carcerem, quia vinum deesset ad mensam potentis, deducere in auctionem filios suos, ut ad tempus poenam differre pos¬ set... (segue la descrizione retoricamente fiorita del dolore paterno, tradotta pressoché alla lettera da Bas., Horn. Εις τό ^ητόν του κατά Λουκαν 4» P.G., 31, coll. 268-269; Basilio di Cesarea parla però semplicemente del ricco egoista, che ignora le quotidiane miserie che si svolgono sotto i suoi occhi ; come si vede.
96 Economìa e società nelVa Italia Annonaria » Ambrogio racconta pertanto come i grandi possessores indi¬ geni, che già in precedenza avevamo visti affamati di terre sempre nuove, solessero accumulare ingenti scorte frumentarie al tempo del raccolto sulle loro ben coltivate e sfruttate proprietà, sot¬ traendolo così al mercato corrente e provocando autentiche ca¬ restie artificiali, con conseguente, crescente sostenutezza dei prezzi forensi nelPavanzare della stagione e della richiesta. Co¬ storo si avvantaggiavano per tale via delle crisi frumentarie ovun¬ que esse si verificassero, e approfittavano della fame pubblica per realizzare sollemnia lucra mediante gli interpretia fra un basso costo di produzione e un’alta tariffa di vendita delle derrate. Essi vengono precisamente definiti da Ambrogio come possessores ne¬ gotiantes : Non vincat igitur honestatem utilitas, sed honestas utilità* tem... Sanctus in negotiationem introisse se negat; quia pretiorum captare incrementa non simplicitatis, sed versutiae est, Et alius ait: Captans pretia frumenti, maledictus in plebe est (Prov. XI, 26). Definita est sententia,... cum alius allegat agri¬ culturam laudabilem apud omnes haberi, fructus terrae simplices esse, plus qui seminaverit eo probatiorem foi'e, uberiores reditus industriae non fraudari, negligentiam magis et incuriam ruris inculti reprehendi solere. « Aravi, inquit, studiosius, ube¬ rius seminavi, diligentius excolui, b ο η o s collegi proventus, sollicitius recondidi, ser¬ vavi fideliter, provide custodivi. Nunc in tempore famis vendo, subvenio esurientibus: vendo frumentum non alienum, sed meu m; non pluris quam ceteri, immo etiam l’imitazione ambrosiana si limita alla parte più sentenziosa e generica dell’ome¬ lia greca assunta a modello, e caratterizza invece di suo la situazione, nei particolari più concreti: cfr. pure pagg. 12-16 e 190 sgg.). Il pagamento della quota d’affitto in frutti sembra fosse in se stesso — per lo meno all’origine — segno di condizione giuridicamente inferiore ( = colono gravato da debito) : cfr. Plin., Ep. IX, 37; P. Vaccari, L’affrancazione dei servi della gleba nell’Emilia e nella Toscana, Bologna 1926, pagg. 25-29; sul colonato parziario, cfr. avanti, pag. 251, nn. 128-129. Per quanto riguarda il canone d’affitto corrisposto prefe¬ ribilmente in vino, si noti qui marginalmente che anche nell’Alto Medioevo i coloni e i servi casati della Valle Padana, nella corresponsione dei loro canoni in natura, dovevano di solito fornire la metà dei loro prodotti, salvo il versa¬ mento di una quota più forte di vino (2/3) : cfr. Salvioli, Studi sulla Storia della Propr. Fond, cit., pag. 15; C. Violante, La società milanese nell’età pre¬ comunale. Bari 1953, pagg. 76-77.
U età ambrosiana 97 mi fiorì pretio. Quid hic fraudis est, cura multi possent periclitari, si non haberent quod emerent? Num industria in crimen voca- tur?... Xuni vis adhibetur emptori?... ». Ilis igitur quantum cuius¬ que fert ingenium disputatis, exurgit alius, dicens: «Bona qui¬ dem agricultura, quae fructus ministrat omnibus, quae simplici industria accumulat terrarum fecunditatem, nihil doli, nihil fraudis interserens. Denique si quid vitii fuerit, plus dispendii est; quia, si bene aliquis seminaverit, melius metet: si sincerum tritici granum severit, puriorem ac sinceram messem colligit. Fecunda tetra multiplicatum reddit quod acceperit: fidelis ager feneratos solet restituere proventus ». De reditibus igitur uberis glebae expectare debes tui mercedem laboris, de fertilitate pin¬ guis soli iusta sperare compendia. Cur ad fraudem convertis na¬ turae industriam? Cur invides usibus hominum publicos partus? Cur populis minuis abundantiam? Cur affectas inopiam 253 254? Cur optari fads a pauperibus sterilitatem? Cum enim non sentiunt beneficia fecunditatis, te aucti on an t e pretium, te condente frumen¬ tum, optant potius nihil nasci, quam te de fame publica negotiari. Ambis frumentorum indigen¬ tiam, alimentorum penuriam, uberes soli partus ingemiscis, fles publicam fertilitatem, horrea: frugum plena deploras, exploras quando sterilior proventus sit, quando exilior partus. Votis tuis gaudes arrisisse maledictum, ut nihil cuiquam nasceretur. Tunc messem tuam venisse laetaris, Ume tibi de omnium miseria conge¬ ris opes: et hanc tu industriam vocas, hanc diligentiam nominas, quae calliditatis versutia, quae astutia fraudis est?...2**. Latroci- 258 «Perchè desideri la carestia? traduce il Cavasin (o. c., ad loc. cit.). Ma il concetto si trova già espresso immediatamente sotto (... Ambis frumento- rum indigentiam...), e perciò sembrerebbe da preferirsi l’interpretazione di A. Aureli (De Officiis, tr. it., vol. IV de « La Voce dei SS. Padri », Milano 1937, pag. 366), che traduce: «Perchè ti fingi povero?». 254 Colpisce in questo passo ambrosiano la corrispondenza quasi letterale — non riscontrabile con tanta evidenza in alcun altro testo del tempo — con il proemio che apre VEdictum Maximum dioclezianeo, là dove, proclamando il calmiere rerum venalium, si introduce la requisitoria contro coloro che specu¬ lano sul rialzo, provocando carestie artificiali (e anche nell’Editto — che pure riguarda ogni genere commerciabile — sono i grandi proprietari terrieri che appaiono particolarmente presi di mira) : cfr. Edictum, ed. Graser, pagg. 312-313 (= ed. Blümner, pagg. 6-9): ... Quis enim opiumsi pectorifs et a sensu Humanität)is extorris est qui ignorare possit, immo non senserit, 7. L. Ruggini
98 Economia e sooietà nell*« Italia Annonaria » ninni hoc, an fenus appellem?... Angetur pretium tamquam sorte cumulatum fenoris, quo periculum capitis acervatur. Tibi condi¬ tae frugis multiplicatur usura: tu frumentum quasi fenerator occultas, quasi venditor auctionaris. Quid imprecaris male omni¬ bus, quia maior futura sit fames, quasi nihil frugum supersit, quasi infecundior annus sequatur? Lucrum tuum publicum dam¬ num est 255. in venalibus r(e)bus, quae vel in (mercim)oniis ‘aguritur vel diurna urbium conversatione tractantur, in tantum se licentiam’ d‘i’ffusisse pretiorum ut effre¬ nata livido rapiendi nec rerum copia nec ‘annoru’m ubertatibus mitigaretur ; ut plane eiusmodi homines, qtios haec ‘officia exe*rdtos habent, (dubium non si)t senper pendere animis etiam de ‘siderum motVbus auras ipsas tempestatesque captare neque iniquitate sua perpe‘ti posse ad sp*cm frugum futurarum (inun¬ dari superis inbr)ibus arva felicia, ut qu‘i detriment9nm sui existiment caeli ip(sius temperamentis ab)undantiam re“bus prov‘e’'nVr‘e\ Et quibus senper studium est (“in questum V’rahere etia)m beneficia divin“a ac publicae fel”id- tatis afiuentiam s(tring“ere rursusqu”e an)ni (st)erili[tate ] “ s tactibus adqy9ue institorum (offidis nundinari — qui sing)u”li maximis divitis diffluen¬ tes quae etiam po”pulos (adfatim explere po“tuissent con) spectentur peculia et lacera“trices centensi”mas perse(quantur — eorum “avaritiae m)od”nm statui, provinciales no“ stri, communis” humaniftatis ratio per sua“ det)... ” etc. Ambrogio considera questi guadagni vere e proprie speculazioni preven¬ tive, più che semplici avaritia, turpe lucrum o latrocinium determinati da con¬ giunture naturali: e pertanto li condanna come fenora e usurae (per cui cfr. avanti, pagg. 190 sgg. ; sulla medesima distinzione, a proposito della venditio ad terminum nell’avanzato Medio Evo, cfr. O. Capitani, La venditio ad termi¬ num nella valutazione morale di San Tommaso d’Aquino e di Remigio de’ Gi- rolami, Bull. delVIst. Stor. Ital. per il Medio Evo e Archiv. Muratoriano, LXX [1958], pagg. 298-355). 255 De Off. Ili, 37-41 ; cfr. pure De Nab. 35-39 : ... Conficitur avarus semper ubertate proventuum, dum vilitatem alimoniae calculatur. Fecunditas enim uni¬ versorum est, sterilitas soli avaro est quaestuosa. Delectatur magis enormitate pretiorum, quam abundantia copiarum et mavult habere quod solus quam quod cum omnibus vendat. Vide timentem, ne superfluat cumulus frumentorum... Quid cottidie metiris et numeras et obsignas? Quid aurum trutinas, argentum ponderasi... Quantum tibi prodesset ad gratiam multorum pupillorum patrem nominari quam innumeras stateras in sacculo obsignatas habere!', De Cain I, 21 : Nam quid de avaritia dicam, insatiabili pecuniae cupidate et quadam aeris libidine...? ...caelum votis fatigat, nec sereno grata nec nubilo condemnat proventus annuos fetusque terrarum arguit...; De Nab. 29; Zeno Ver., 1. I, Tract. IX De Αν. I, 4, dove si elencano le forme illecite di guadagno più frequentemente praticate, vale a dire l’impadronirsi delle terre dei vicini, l’usura e le specula¬ zioni frumentarie: Alius inde rerum omnium captat annonam, aucupatur di¬ strahendi tempus, minor in mensura, maior in pretio: negat se habere, quod distrahat, ut rogetur, ut iugulet: atque utinam incorrupta species venderetur
L’età ambrosiana 99 Le circostanze erano infatti tali da favorire le speculazioni a pili largo raggiò di questi maiores possessores : mentre in tutta PItalia peninsulare, e particolarmente a Roma, le crisi frumen¬ tarie si susseguivano a distanza di pochi anni, la Valle Padana non conobbe vere carestie generali se non in circostanze del tutto eccezionali : dal 310 al 460 circa, ad es., su una ventina di fames testimoniate per Roma e la penisola italica in generale, soltanto in cinque occasioni si sa con certezza che la carestia colpì anche FItalia Settentrionale, sempre in connessione con eventi mili¬ tari di notevole gravità 256. E i proprietari cisalpini, nella locale letteratura patristica (da Ambrogio di Milano a Zeno di Verona, Pietro Crisologo di Ravenna e Massimo di Torino), appaiono costantemente preoccupati da eventuali rischi di sovraproduzione, deterioramento delle scorte e ribasso dei prezzi forensi, piutto¬ sto che da una possibile insufficienza dei raccolti 257. È logico tuttavia che costoro tendessero a realizzare i propri guadagni al di fuori del controllo di Stato, e si adoperassero con ogni po¬ tere per limitare al minimo Fammontare delle contribuzioni fi¬ scali258: gli stessi lamenti continui delle fonti — topici per (cfr. Ambr., De Nah. 37 : ...curculio consummat, corrumpat vetustas...). Inge¬ miscit praeterea, si annus est sterilis, multo magis, si fertilis fuerit: illic, quia parum distrahit, heic quia non solus... (sugli spunti economico-sociali in Zeno di Verona, cfr. alcune note di N. Tamassia, Postille storiche e giuridiche alle opere di Zenone Vescovo di Verona, Studi Stor. e Giurid. offerti a F. Cicca- glione, I, Catania 1909, pagg. 1-14) ; Max. Taur., Sermo LXXVII : Quisquis messes recondit... ; Peter. Chrysol., Sermo CXXII, P.L. 52, col. 535 : Quid est dives? Ab aestu byssus non defendit? Purpura non resistit inferno?... Ubi sunt torrentes torcularium tuorum? Ubi sunt horrea ad famem pauperis non minus cupiditatibus dilatata quam copiis? Ubi sunt vina ad inopiam pauperis anno¬ sitatibus et ipsa temporum oblivione servata? (il passo è citato senza alcun commento in N. Tamassia, I Sermoni di Pietro Crisologo, Note per la Storia delle condizioni giuridiche e sociali del secolo quinto, Studi Senesi in on. di L. Moriani, I, Torino 1906, pagg. 43-66 e partie. 60). Pietro e Massimo scrivono un po’ più tardi, nella prima metà del secolo V. Sulle speculazioni frumentarie di questo genere da parte del potentiores nei secoli precedenti, cfr. Rostovzev, St. Ec. e Soc. eit., pag. 243, n. 20 (= ed. ingl.. pag. 700, n. 21) ; Id., v. « Frumentum », P.W. VII, coll. 126-187. 256 Cfr. avanti, pagg. 152 sgg. 257 Cfr. i passi citt. sopra, n. 255. 218 Cfr. ad es. C. Tu. I, 2, 9 (24 sett. 385, da Aquileia), Imppp. Grat(ianus), Valent in (ianus) et Theod(osius) AAA. Principio ppo. (Italiae) : In fraudem annonariae rei ac devotionis publicae elicitum damnabili subreptione rescriptum, manifestum est vires non posse sortiri. Circa omnes igitur par atque aequalis
100 Economia e società nell’a, Italia Annonaria » l’Italia Cisalpina 259 quanto per le altre regioni260 — potrebbero talora interpretarsi come un segno di relativa vitalità econo¬ mica, di disabitudine ed insofferenza ai crescenti impacci che venivano intralciando la libera iniziativa negli affari, la scelta dei mercati e degli acquirenti e la fissazione dei prezzi (le cui elevate aliquote dovevano essere, almeno in parte, determinate dalle stesse congiunture di rapida espansione economica), fa¬ cendo sì che le entrate fossero inferiori alle aspettative. Vedremo infatti come, di pari passo con raggravarsi della situazione ali¬ mentare e fiscale d’Italia nel corso dei secoli V e VI, l’atteggia¬ mento delle classi contribuenti vada facendosi più sommesso e passivo, e le agitazioni della plebe urbana per lo scarseggiare del frumento e del vino scompaiono proprio allorché le carestie cominciano ad accavallarsi sempre più drammaticamente. Il medesimo fenomeno di speculazione sul rialzo dei prezzi del grano, oltre che nell’Italia Superiore attraverso Ambrogio di Milano, Zeno di Verona e Massimo di Torino, si trova at¬ testato con pari evidenza soltanto in Africa da Agostino (e più tardi da Quodvultdeus)261, in Cappadocia da S. Ba- * 281inlationis forma teneatur (dove si vieta severamente a chiunque di sottrarsi alle prestazioni fiscali dell’annona). I più renitenti al versamento delle contri¬ buzioni dovevano pertanto essere quei proprietari insigniti di alte dignità che vivevano suUe loro terre, ed erano quindi più da vicino interessati all’ammini¬ strazione delle proprie tenute: cfr. C. Th. VI, 4, 27 (1° novembre 395, da Brescia). Impp. Arcad(ius) et Honor(ius) AA. Dextro ppo. (Italiae) : Cunctos quaestores et praetores, qui in a g ris degunt, susceptum et promissum munus pro notitia officii censualis pro eorum dignitate, vel quod spontanea voluntate pro¬ fessi suntt dare praecepimus. Tale spunto è pertanto topico di tutta la letteratura del tempo, e della legislazione in particolare : cfr. in generale Heitland, o. c., pagg. 406-407 ; Dill, Roman Society cit., pag. 246 e 1. Ill, cap. II ; Dudden, o. c., I, pagg. 103- 106 ; A Paredi, Santambrogio e la sua età, Milano I960*, pagg. 105 sgg. ; etc. 850 Cfr. Ambe., Ep. LXXXII, 7-8; Ps.-Ambr., Sermo I, 5 e XL, 5; Gaud, Brix., Sermo XIII ; etc. 200 Cfr. Mazzarino, Asp. soc. cit., passim. 281 Cfr. Aug., En. in Psal. LXX, Sermo I, 17, P.L. 36, coll. 886-887 ; Quod- vult., Sermo de tempore barbarico 6 e 8, ed. G. Morin, Sancti Aureli Augustini Tractatus sive Sermones inediti, ex cod. Guelferbytano 4096, Kempten-München 1917, pagg. 205-206, 184 e 227. Benché si tratti probabilmente di una mera coincidenza, è curioso notare come Quodvultdeus, parlando dei mercanti di frumento che affamavano il popolo, facendo salire il costo della vita (al tempo deU’invasione vandala in Africa), abbia assunto come modello proprio Ambrogio, nel passo dell’Esame-
L’età ambrosiana 101 silio 262 e in Siria da Giuliano, Libanio e il Crisostomo 263 : vale a dire sempre in regioni ad alta produzione granaria, in gran parte destinata all’esportazione1264. Pure nelle province tipicamente esportatrici di frumento quali l’Africa e l’Egitto, tuttavia, poteva avvenire che un cattivo raccolto ne rendesse in qualche occasione necessaria l’importazione dai distretti vicini, oppure da più lon¬ tani paesi265. Non vi è dunque motivo di stupirsi se, anche per 282 283 * 285rone in cui egli deplora le prepotenze dei possessores desiderosi di sempre nuove terre e nuovi guadagni (cfr. Ambe., Ex. V, 14 : Quid interest inter divitem inprobae cupiditatis ingluvie al·sorbentem infirmorum patrimonia et silurum [= pesce del Danubio] minorum piscium viscertàus alvum repletum?... Captus est silurus et inutilis praeda detecta est. Quanti in eo repperiuntur, qui alios devoraverant! Et tu dives hal·es in sinu tuo alterius praedatorem. Ille hal·el·at facultates pauperis, quas invaserat: tu eum opprimens duo patrimonia tuis fa¬ cultati addidisti...). L’opera di Quodvultdeus si data probabilmente al 439 d. C. ; cfr. P. Cour- celle, Histoire littéraire des Grandes Invasions Germaniques, Paris, 1948, pagg. 107-108 e 226-227. 282 Cfr. Bas., Εις τό ρητόν του κατά Λουκάν 2 e 4, P.G. 31, coll. 264-265 e 268-269. 283 IULiAN., Misopogon 368 C - 370 C; Amm. Marc. XX, 13,'4-5 e 14, 1; Liban., Or. XVIII, 195; XV, 20-30; I, 126; cfr. L. C. West, Commercial Syria under the Roman Empire, T.A.P.A. LV (1924), pagg. 159-189 e partie, tav. VII, pag. 179; P. De Jonge, Scarcity of Com and Cornprices in Ammianus Marcel¬ linus, Mnemosyne ser. IV, I (1948), pagg. 238-245; P. Petit, Libanius et la vie municipale à Antioche au IVe siècle après J. Chr., Paris 1955, pagg. 107 sgg. (vd. ree. di A. F. Norman in J.R.S. XLVII [1957], pagg. 236-240). 264 L’Africa, dopo che il frumento egiziano venne devoluto all’annona di Costantinopoli, a partire dal 330 (cfr. Exp. Tot. Mundi 36, pag. 520 ed. C. Mül¬ ler, G.G.M. II, Paris 1882; G. I. Brätianu, La question de l’approvisionnement de Constantinople à l’époque byzantine et ottomane, Byzantion V [1929-1930], pagg. 83-107, e Id., Nouvelles contributions à l’étude de l’approvisionnement de Constantinople sous les Paléologues et les empereurs ottomans, Il·id. VI [1931], pagg. 641-656), rappresentò per circa un secolo la principale sorgente di grano fiscale per Roma: cfr. avanti, pag. 128, n. 347. Sulle colture frumentarie nella Siria anche oggi, cfr. G. Tciialenco, La Syrie du Nord, Étude économique, Actes du Vie Congrès Int. d’ét. byz., II, Paris 1951, pagg. 389-396 (dove tuttavia, per l’antichità, l’Autore giunge a conclusioni in qualche caso discutibili). In quanto alla Cappadocia (nella quale, ancora oggi, il frumento rappresenta uno dei principali generi di esportazione), cfr. E. Banse, Die Türkei, Braunschweig 1919, pag. 100; M. Cary, The Geographic Background of Greek and Roman History, Oxford 1949, pagg. 153-154. 285 Una carestia nel 164 d. C. è per es. ricordata dall’iscrizione di Rusgu- ììiee (Cap Matifou) (cfr. A.E. 1928, n. 23, e nota senza titolo di E. Albertini, Bull. Arehéol. du Comité 1927, pagg. 265-268); verso il 368 (o 366? o 371-372?
102 Economia e società nell’« Italia Annonaria » la Gallia Cisalpina, le fonti accennino sporadicamente a qualche invectio straordinaria di cereali. Così, per es., una sentenza di Scevola conservata nel Digesto ricorda il grano che in una occasione avrebbe dovuto essere portato per mare da Cirene ad Aquileia (ma si tratta di testimonianza anteriore di molti se¬ coli al periodo da noi considerato)389 ; e Ambrogio a sua volta, nell’Esamerone, definisce il Po maritimorum commeatuum Ita¬ licis subsidiis fidus invector 267 (ma anche in questo caso la testi¬ monianza, per quanto chiaramente riferibile alla Valle Padana nel IV secolo d.C., riguarda esclusivamente le forniture d’annona militare, e potrebbe inoltre alludere a un trasporto solo interdistrettuale delle derrate). È comunque probabile che, a quest’epoca, il maggior volume del traffico frumentario cisalpino tanto d’importazione quanto di esportazione, convogliato all’Adriatico lungo la rete fluviale padana, dovesse svolgersi di preferenza per altri porti (fra cui Cfr. pag. 374, n. 450) una carestia è ricordata a Cartagine da Ammiano Mar¬ cellino (cfr. Amm. Marc. XXVIII, 1, 17-18; l’episodio è ampiamente commentato in H. Renault, Le prix du blé à Carthage à la fin du IVe siècle, Rev. Tuni¬ sienne XX [1913], pagg. 612-622; P. De Jonge, A Curious Place in Ammianus Marcellinus, Dealing with Scarcity of Corn and Cornprices, Mnemosyne, ser. IV, I [1948], pagg. 73-80); altre difficoltà frumentarie nella Diocesi Afri¬ cana sono ricordate nel 832 da Simmaco (cfr. Ep. IV, 74 a Eusignius, cit. a pag. 159, n. 453) e nel 410 da Zosimo (VI, 11, pag. 292). Altre carestie ancora sono testimoniate da Procopio (De bell. Vand. I, 3, 34, nel 431 d. C.), da Vittore di Vita (Hist. pere. Afr. prov. Ili, 55 sgg., pagg. 54 sgg., M.G.H., A.A. Ili, 1, Ber¬ lin 1879, ed. C. Halm, nel 484 d. C.), da Corippo (Iohan. Ili, vv. 343 sgg. M.G.H., A.A., III, 2, Berlin 1879, ed. J. Partsch, pag. 35, nel 543: cfr. Ibid. Ill, V. 290, pag. 34), etc. Per i primi secoli dell’Impero, cfr. fonti (soprattutto epigrafiche) e bibliogr. in Rostovzev, St. ec. e soc. cit., pagg. 167 sgg. (= ed. ingl., pagg. 598-600). Per tutto il III secolo d. C. l’importazione dalla Siria di grano (assieme con olio, vino, stoffe ed altri prodotti) è attestata anche per l’Egitto in più di un’occasione, attraverso la documentazione dei papiri: cfr. G. Vaggi, Siria e Siri nei documenti dell’Egitto greco-romano, Aegyptus 1937, fase. 1-2, pagg. 29- 51; A. H. M. Jones, The Greek City from Alexander to Justinian, Oxford 1940, pagg. 160-161 (già Plinio il Giovane raccontava che, in occasione di una ca¬ restia, l’Imperatore Traiano aveva dovuto convogliare verso l’Egitto grandi quantitativi di grano da altre province: cfr. Plin., Pan. 30). Cfr. in generale J. Vandier, La famine dans l’Egypte ancienne, Le Caire 1936. 286 Cfr. Dig. XIX, 2, 61, 1, Scaevola libro septimo digestorum: Navem conduxit, ut de provincia Cyrenensi Aquileiam navigaret olei metretis tribus milibus impositis et frumenti modiis octo milibus certa mercede... 387 Amrr., Ex. II, 12.
L’età ambrosiana 103 quelli di Grado, e poi Classe-Ravenna) che non fossero quello tradizionale di Aquileia, per cui restano tracce archeologiche tarde di un parziale annullamento delle banchine portuali fian¬ cheggianti il Natisone, lungo le quali sorgevano le antiche in¬ stallazioni degli horrea 268. Benché le argomentazioni ex silentio vadano sempre accolte con ogni possibile cautela, noi non troviamo mai, nei Padri cisalpini del IY e V Aquileia — benché il suo agro andasse famoso soprattutto per i fiorenti vigneti e pometi (cfr. Herod. Vili, 4, 5) — era considerata anche uno dei tra¬ dizionali horrea Romani Imperii (come la designano una tessera e un meda¬ glione descritti da H. Maionica, Jahr, des öst. arch. Inst, in Wien, II [1899], pagg. 105-106; sembra, però, che del bronzo del Museo di Udine possa essere messa in dubbio l’autenticità); infatti la città era sempre stata un centro di raccolta e smistamento dell’annona militare per la Corte e per le truppe acquar¬ tierate nella Valle Padana e sul Times danubiano (Ravenna erediterà in parte questa funzione nei due secoli successivi). Numerose in Aquileia sono pertanto le tracce epigrafiche di horrea: cfr. ad es. Y\_ho]rreum Maronian\uni\ di una iscrizione inedita del Museo aquileiese, cui accenna il Calderini, Aquileia Ro¬ mana cit., pagg. 297 sgg. ; l’iscrizione aquileiese di C.I.L. V, 941 ricorda invece un certo Lucius Valerius Calinus, frumentarius della legione VII Gemina; etc. Ma, a partire almeno dal IV secolo, sembra che il porto fluviale di Aquileia restringesse notevolmente il volume dei propri traffici, benché le fonti del III e prima metà del IV secolo ancora ricordino la copia dei viveri che soccorre¬ vano la città dal mare durante gli assedi di cui allora fu oggetto: cfr. Herod. Vili, 6 (al tempo di Massimino) ; Amm. Marc. XXI, 11-12 (al tempo di Giu¬ liano) ; etc. Dagli scavi iniziati nel 1926 è infatti emersa la soppressione, al¬ meno parziale, del porto fluviale sul Natisone in favore della difesa militare (o forse esso già si stava interrando?), con la sovrapposizione di mura tarde alla banchina d’attracco che costeggiava il fiume e lungo la quale erano allineati i magazzini. Si è constatato che queste mura tarde si interrompono solamente in corrispondenza delle varie scale di approdo, che pare quindi fossero le sole a rimanere ancora libere e funzionanti: cfr. G. Brusin, Aquileia, Guida storico¬ artistica, Udine 1929, pag. 82; Id., Comunicazione sui più recenti scavi di Aquileia romana e cristiana, Aquileia Nostra I (1930), coll. 53-64 e partie. 53 sg. ; Id., Scavi dell’Associazione, Ibid. II (1931), coll. 55-84; Id., Dei più re¬ centi scavi di Aquileia romana, Atti del Secondo Congresso Nazionale di Studi Romani, Roma 1931, I, pagg. 92-102, e partie. 93; Id., Gli scavi di Aquileia, Udine 1934, pagg. 16 sgg.; Id., Aquileia e Grado, Guida storico-arti¬ stica, Padova, 1956, pag. 98; Id., Strutture murarie della romana Aquileia, « Carnuntina », Vorträge beim intern. Kongress der Altertumsforscher, Graz- Köln 1956, pagg. 34-39. Sul declino economico che comincia a registrarsi in Aquileia già a partire dal III secolo, cfr. la diligente monografia di S. Panciera, Vita economica di Aquileia in età romana, Venezia [1957], pagg. 106-109; sul vicus portuensis e scalo di Grado, cfr. P< L. Zovatto, Grado, la Ravenna del Nord, Corsi di cult, sull’arte rav. e biz. IV, 1, Ravenna 8-20 marzo 1959,
104 Economia e società nell’« Italia Annonaria » secolo, alcun cenno a importazioni di frumento o di altre derrate ali¬ mentari dalle proprietà che le loro Chiese pur possedevano in Sicilia e in Africa 299. Èl soltanto verso la metà del Y secolo (445-446) che si trova per la prima volta — in certe lettere d’istruzione scritte ai propri ado¬ res e conductores dal Praepositus Sacri Cubiculi Lauricius — l’allusione a eventuali importazioni di frumento dalle proprietà private di costui in Sicilia verso Ravenna (tali possessiones dovettero poi passare alla Chiesa Ravennate per donazione, dal momento che gli atti amministra¬ tivi in questione entrarono a un certo punto a far parte del locale ar¬ chivio vescovile* 270). Dal documento risulta però anche la relativa ecce¬ zionalità che doveva allora rivestire un provvedimento del genere, poiché soltanto con notevole difficoltà pare si potesse trovare una nave oneraria per il trasporto delle derrate dalla Sicilia a Ravenna prima dell’inverno (tanto che Lauricius, nel caso l’operazione fosse risultata impossibile, stabiliva che il frumento venisse senz’altro trasferito nei propri horrea di Roma, città con la quale evidentemente i rapporti marittimi erano assai più facili e frequenti)271. pagg. 89-105 e partie. 91. Comunque, è sempre estremamente arduo giungere a conclusioni di carattere economico sufficientemente sicure sulla sola scorta di dati archeologici variamente interpretabili e spesso cronologicamente flut¬ tuanti. 289 È noto come Ambrogio (al pari dei suoi fratelli Satiro e Marcellina) lasciasse in eredità alla Chiesa Milanese i propri beni, una parte dei quali si trovava in Africa e, con tutta probabilità, anche in Sicilia: cfr. Ambe., De exc. Sat. I, 24 e 54; Paul., Vita Ambr. 38. Sulle proprietà della Chiesa Mila¬ nese in Sicilia in epoca più tarda, cfr. Cass., Var. II, 29 (507-511) al Comes Adita; Graeg., Reg. Ep. I, 80 (591 d. C.) al Vescovo di Milano Lorenzo II; Id., Ibid. XI, 6 (600) Presbyteris, diaconibus et clero Mediolanensi, M.G.H., Epistolarum I, 1, Berlin 1887, ed. P. Ewald; F. Savio, Gli antichi vescovi d’Ita¬ lia dalle origini al 1300 descritti per regioni, La Lombardia, I (Milano), Firenze 1913, pagg. 896-901. In quanto alle proprietà della Chiesa Milanese in Africa, cfr. anche Praedestinatus 88, P.L. 53, col. 617 ; Paul., Vita Ambr. 51. Il der ecus Superianus, proveniente da Aquileia, morto a Siracusa e men¬ zionato in tre epigrafi tarde delle catacombe di San Giovanni, potrebbe a sua volta far pensare — benché l’indizio sia in verità assai tenue — a rapporti ecclesiastico-amministrativi fra la sede vescovile aquileiese e sue eventuali pro¬ prietà in Sicilia : cfr. A. Ferrua, Un Aquileiese in tre iscrizioni delle catacombe di S. Giovanni a Siracusa, Rw. di Arch. Crist. 1940, pagg. 43-81. 270 Lauricius fu noto, ai suoi tempi, come buon cristiano e generoso costruttore di chiese: cfr. Agn. Rav., Lib. Pont. Eccl. Rav. XX, De Sancto Iohanne 34, pag. 298 (Ipsius temporibus [= Iohannis pontificis, 418-420?] ecclesia beati Laurentii martiris, quae sita est in Caesarea, constructa ab Lauricio maior cubiculi Honorii imperatoris, cum summa diligentia compta esse cernimus mirae magnitudinis haedificiorum) ; Tjäder, o. c., I, pagg. 168-171. m Cfr. Tjäder, Ρ. 1 (= Marini 73), I pagg. 168-178, III tavv. 1-3, sett, 445-sett. 446: Vide ergo, ne rursus aut tarditas aut desideria / f [aut de]-
L’età ambrosiana 105 Soltanto in epoca bizantina divenne invece consuetudinario per la Chiesa ravennate (ormai tagliata fuori dalle fonti veneto-istriane di ri- fornimento ancora comuni nell’età gotica272 273 *) far venire dalle sue pro¬ prietà siciliane le navi onerarie cariche di frumento. Agnello Raven¬ nate ad es., riferendosi alla seconda metà del VII secolo, racconta come il diacono Benedetto, allora rector del patrimonio della chiesa raven¬ nate in Sicilia, facesse ritorno alla città con dromones carichi di tritico (ben 50.000 modii) e alia legumina et aristae, oltre a pelli d’ariete rubricate, vesti (in parte importate dall’Oriente: pluviales syrias exornatas), vasi d’argento e di oricalco, e 31.000 solidi aurei (di cui 15.000 destinati al fìsco); si specifica che tali quantità di frumento e di denaro venivano importate dalla Sicilia ogni anno275. Rimane ora da chiarire un triplice problema : da una parte, quali furono i rapporti del libero commercio cisalpino di derrate cerealicole con l’annona di Stato; secondariamente, quali furono gli intermediari attraverso i quali detti traffici vennero attuan¬ dosi, indagando inoltre sino a che punto questi intermediari pos¬ sano in concreto distinguersi dai già veduti produttori-speculatori indigeni di derrate frumentarie; e, da ultimo, se tale genere di s[i]deria j intercedat, et novitate nos excogitare ipse facias spec(ia)l(ite)r per / [id quodj domui nostrae nccessatur. Si navis fuerit inventa, quae ad Ra- ve[nnat]c[m] / \portu\m feliciter oportuno tempore disponat, transmitte, et ne forte / [non irw]enias, qui Ravenna veniat, ad urbem mittatur et in horreo nostro / [c]onsignetur. ... (1. c., pag. 174, 11.30-35). 273 Cfr. Cass., Var. XII, 22. 278 Cfr. Agn. Rav., Lib. Pont. XXXIV, De Sancto Mauro 111, pagg. 350-352 : Tunc praedictus Benedictus Diaconus venit iterum in Siciliam, exinde honeratis dromonibus quinquaginta milia modiorum tritici, sine quavis aliis aristis aut legumina, pelles arietum rubricatas et iacintinas casulas et pluviales syrias exornatas, laenas et cetera indumenta, vasa de auricalco et argentea, solidorum aureorum triginta unum milia. Ex his quindecim milia in palatio Constantinopo- titano et sedecim milia in archivo ecclesia (sic) deportavit. Haec pensio omni anno solvebatur, triticum vero semper ad mensa (sic) unde pontifex vesce¬ batur... L'esistenza di un patrimonium Siciliae della Chiesa ravennate sembra testimoniata sin dalla prima metà del V secolo, al tempo di Orso : cfr. A. Testi- Rasponi, La Chiesa di Ravenna da Onorio a Teodorico, Felix Ravenna, 1925, fase. 30, pagg. 5-22; .il Ferrai ne sostiene invece un'origine più recente: cfr. L. A. Ferrai, I patrimoni delle Chiese ravennate e ambrosiana in Sicilia, Aiti della R. Acc. Peloritana, X (1895-1896), pagg. 211-232; Id., I patrimoni delle Chiese di Ravenna e di Milano, Messina 1895; Id., A proposito dei patrimoni delle Chiese di Ravenna e di Milano in Sicilia, Studi Storici (Crivellucci-Pais), IV (1895), pagg. 552-556.
106 Economìa e società nell’«. Italia Annonaria » intraprese abbia usufruito di uno sbocco anche extra-regionale costante, e quale eventualmente esso sia stato. Una prima menzione specifica al corpus mercatorum Medio¬ lanensium nel IV secolo la si incontra in tre epistole di S. Am¬ brogio, databili fra la Settimana Santa del 385 e la primavera del 386 274. Allorché l’Imperatrice Giustina, non riuscendo a farsi ce¬ dere dal Vescovo di Milano una chiesa per il culto delle mino¬ ranze ariane della Corte, fece requisire la Basilica Vetus dalle milizie palatine gote, scoppiarono tra il popolo violenti tumul¬ ti275 276. L’Imperatore Valentiniano II, da parte sua, reagì allora in maniera alquanto curiosa: ordinò, cioè, l’incarcerazione di tutti i negotiatores milanesi (vale a dire dei più potenti fra i mercatores locali275 ), esigendo dall’intero corpus un’ammenda di 274 Ambe., Ep. XX Marcellinae sorori ; Ep. XXI Valentinicmo Imperatori ; Sermo contra Auxentium. Sulla datazione della cosiddetta « persecuzione delle Basiliche » e la sua distinzione in una o due fasi a seconda degli autori, cfr. O. Seeck, Geschichte des Untergangs der antiken Welt V, Berlin 1913, pagg. 201- 202, 515; G. Mamone, Le Epistole di S. Ambrogio, Didaskaleion n.s. II (1924), pagg. 3-143; Palanque, Saint Ambroise cit., pagg. 511-514; Dudden, o. ç., I, pagg. 271 sgg. ; Storia di Milano cit., I, pagg. 337-346; etc. 275 Benché, sino alla fine del 373, il seggio episcopale milanese fosse stato occupato dall’ariano Aussenzio (cfr. Dudden, o. c., I, pag. 68), non sembra che nel 385-386 fossero ancora numerosi fra il popolo i simpatizzanti con l’eresia professata da Giustina e dagli elementi illirici dei comitatus imperiale e del¬ l’esercito. Ambrogio, anzi, tiene a sottolineare : ... quia nec quisquam de civibus erat, pauci de familia regia, nonnulli etiam Gothi... (Ep. XX, 9). Per il fatto, oltre alle epistole ambrosiane citt. sopra, cfr. Ano., Confess. IX, 7 ; Paul., Vita Ambr. 12, 13, 20; Rufin., H. E. XI, 10 e 15-16, P.L. 21 coll. 523-524 (= C.B. IX, Eusebius Werke, II, ed. E. Schwartz, Leipzig 1908, pagg. 1017-1018 e 1020- 1022); Socr., Π.Ε. V, 11, P.G. 67, coll. 593-596; Sozom., H.E. VII, 13 P.G. 67, coll. 1447-1450 (=pagg. 211-212 ed. J. Bidez t-G. Ch. Hansen, Sozomenus Kirchengeschichte, Berlin 1960) ; Theod., H.E. V, 13, P.G. 82, coll. 1225-1228 (=pagg. 303-304 ed. L. Parmentier-F. Sciieidweiler, Theodoret Kirchengeschich¬ te, Berlin 19542). 276 Negotiator, propriamente, parrebbe indicare un mercator di grado più elevato, colui che investe il capitale nell’impresa commerciale (= fenerator: cfr. J. P. Waltzing, Étude historique sur les corporations professionelles des Romains, Louvain 1895-1900, II, pagg. 101-103 ; Salvioli, Il capitalismo cit., pag. 136). Bisogna tuttavia ammettere che, assai spesso, i due termini appaiono nei testi come all’incirca equivalenti: cfr. C.I.L. X, 1797 (Mercatores qui Alexandr(iae) Asiai Syriai negotiantu[r] ;Cic., II in Verr. II, 6 e 17; J. Hat¬ zfeld, Les trafiquants italiens dans l’Órient hellénique, Paris 1919 « Bibl. des éc. fr. d’Athènes et de Rome» 115, pag. 195; v. «Negotiator» (R. Cagnat), D.A.G.R.
L’età ambrosiana 107 200 libbre d’oro, pari a 14.400 solidi * 277 : somma invero enorme, se si pensa che le multe massime del Codice Teodosiano in questo ventennio, comminate a intere comunità per i reati più gravi, non superano in nessun caso le 20-30 libbre d’oro, vale a dire un massimo di 1.440-2.160 solidi 278. Leggiamo poi ad es. in una fonte tarda che 50 libbre d’oro già rappresentavano un capitale sufficiente per mettere in piedi un’impresa di commerci transma¬ rini in una città come Alessandria279, e che nel IV secolo la li¬ IV, 1, pagg. 41-74; etc. Sull’ulteriore evoluzione dei termini «mercator» e « negotiators nell’Alto Medioevo (con tendenza a indicare, con il primo ter¬ mine, preferibilmente chi commerciava in generi di lusso), efr. Ph. Grierson, Commerce in the Dark Ages: A Critique of the Evidence, Trans, of the Royal Hist. Society, ser. V, IX (1954), pagg. 123-140 e partie. 125-129. 277 Cfr. Ambr., Ep. XX, 6: ...Condemnationes illico gravissimae decernun¬ tur: primo in corpus omne mercatorum. Itaque... exiguntur ducenta pondo auri infra totum triduum. Respondent aliud se tantum aut duplum, si peterentur, daturos, dummodo servarent fidem. Erant pleni carceres negotiatoribus... Se¬ condo il Waltzing (o. c. II, pagg. 139-140) in questo passo il termine corpus, anziché nel senso più tecnico di associazione d’uomini legati ereditariamente a un pubblico servizio, sarebbe usato nel suo significato più generico di universi¬ tas di tutti i mercanti milanesi nel loro complesso; cfr. pure V. Bandini, Ap¬ punti sulle corporazioni romane, Milano 1937, pag. Ill, n. 1, in cui vengono dati ulteriori esempi di quest’uso nelle leggi dei Codici. Sulla distinzione fra corpus e collegium, cfr. in partie. G. Bovini, La proprietà ecclesiastica e la condizione giuridica della Chiesa in età precostantiniana, « Pubbl. dell’Ist. di Dir. Rom. » 28, Milano 1949, pagg. 35 sgg. 278 Cfr. C. Th. XI, 36, 26 (379 d. C.) e XII, 1, 85 (381 d. C.) : 20 libbre ; Ibid. XII, 1, 110 (385 (d. C.), XI, 36, 31 (392 d. C.) e XII, 1, 176 (413 d. C.) : 30 libbre. Le ammende comminate ai violatori di sepolcri nelle epigrafi del sepolcreto militare di Iulia Concordia Sagittaria arrivano alle 8 libbre d’oro solo nell’iscrizione di Flavius Ziperga (cfr. D. Bertolini, Concordia Sagittaria, Nuove scoperte nel sepolcreto dei militi, Not. Scavi 1890, pagg. 339-344 e partie, n. 5, pag. 340; per la prima settantina di iscrizioni greche e latine, rinvenute fino al 1877, cfr. C.I.L. V, 8658, 8662-8663, 8673-8674, 8677, 8680-8681, 8684- 8691, 8693-8694, 8697, 8721-8781, 8988 c, 8989, e ampio commento Ibid. pagg. 1058- 1060; altre 31 epigrafi sono pubblicate dal Pais, Suppl. It. 408 e 427, e da D. Bertolini nelle annate delle Not. Scavi dal 1884 al 1893: per ulteriore bi¬ bliografia in proposito, cfr. Ruggini, Ebrei e Or. cit., pag. 258 n. 216). Non sembra d’altra parte verosimile che la cifra di 200 libbre sia stata enfatica¬ mente esagerata da Ambrogio; poiché egli riferisce l’episodio alla sorella Mar- cellina mentre gli eventi erano ancora in corso di svolgimento, e quindi sotto l’impressione diretta di fatti ben concreti. 270 Cfr. Ioan. Moscus, Prat. Spirit. 193, P.G. 87 (3), coll. 3071-3075 (il Patriarca di Alessandria Apollinare, con il dono di 50 libbre d’oro, salva la situazione di un grande mercante di rango senatoriale [γεγονώς των πρώτων της πόλεως], completamente rovinato da naufragi ed altre circostanze avverse).
108 Economia e società nel/’« Italia Annonaria » quidazione di un intero deposito di merci poteva fruttare, nella medesima città, un totale di 275 libbre d’oro (19.700 solidi) 280; in un caso di eredità, sappiamo che la ricchezza liquida di un mercanta alessandrino trafficante con la Spagna ammontava a 5.000 solidi in tutto (quasi 70 libbre d’oro)281. La disponibilità aurea immediata dei mercanti corporati milanesi parrebbe dun¬ que superiore perfino a quella, ben altrimenti nota, dei mercanti di Alessandria d’Egitto; e fa intravvedere rendite che si avvi¬ cinano piuttosto a quelle, di alcune migliaia di libbre d’oro annue, che un celebre frammento di Olimpiodoro attribuisce ai grandi possessores di rango senatoriale282. 280 Cfr. Rufin., Hist. Monae. XVI, P.L. 21, col. 438 (= Pallad., Hist. Laus. 65, P.L. 73, coll. 1172-1173 : vi si racconta che un mercante alessandrino, dopo un ultimo viaggio con la sua flotta dalla Tebaide (cfr. J. Schwartz, L’em¬ pire romain, l’Égypte, et le commerce oriental, Annales (E.8.C.) XV [1960], pagg. 18-44), vendette tutte le sue merci (consistenti nella maggior parte, a quanto pare, in sacchi di legumina, per il carico di tre navi) e diede il ricavato di 20.000 solidi ai poveri: cfr. Jones, The Economie Life cit., pagg. 161-194. 381 Cfr. Pallad., Hist. Laus. 15, P.L. 73, coll. 1105-1106. 282 Cfr. Olymp., fr. 44, F.H.G. IV, pagg. 67-68, ove si dice che molte famiglie senatoriali, a Roma, godevano di rendite annue di circa 40 centenari d’oro (= 4.000 libbre = 288.000 solidi), oltre a entrate in frumento, vino ed altre specie per un valore di circa 96.000 solidi, mentre altri meno ricchi vantavano pur sempre rendite di 10 o 15 centenari ( = 1.000 e 1.500 libbre d’oro, cioè 72.000 e 108.000 solidi) ; la famiglia di Simmaco era considerata di medio censo : 'Ότι πολλοί οίκοι 'Ρωμαίων προσόδους κατ’ ενιαυτόν έδέχοντο άπό των κτημάτων αύτών άνά τεσσαράκοντα χρυσοΰ κεντηνάρια, χωρίς του σίτου καί του οίνου καί των άλλων άπάντων είδών, ά είς τρίτον συνέτεινεν, εί έπιπράσκετο, του είσφερομένου χρυ¬ σίου. Των δέ μετά τούς πρώτους δευτέρων οΐκων της 'Ρώμης πεντεκαίδεκα καί δέκα κεντηναρίων ή πρόσοδος ήν. Καί δτι Πρόβος ό παΐς Όλυμπίου (Όλυβρίου, conget¬ turano alcuni), τελέσας τήν οίκείαν πραιτοΰραν κατά τόν καιρόν της Τωάννου τυραννίδος, δώδεκα κεντηνάρια χρυσοΰ άνήλωσε. Σύμμαχος δέ ό λογογράφος, συγ¬ κλητικός ών των μέτριων, πριν ή τήν 'Ρώμην άλώναι, του παιδός Συμμάχου πραι- τοΰραν τελοΰντος, εϊκοσι κεντηνάρια έδαπάνησε. Μάξιμος δέ, εις των εύπόρων,είς τήν του υίοΰ πραιτοΰραν τεσσαράκοντα κατεβάλετο κεντηνάρια... Sappiamo poi ad es. che il reddito di Melania Iuniore (a parte quello del marito Piniano, ed extra mobilem substantiam) ammontava a 120.000 libbre d’oro annue (=8.640.000 solidi: cfr. Vita S. Mel. [B.H.L. 5885] 15; vero è che si trattò d’una fortuna di proporzioni del tutto eccezionali : vd. pag. 137, n. 373) ; la sostanza di Giovanni Elemosinarlo, che passò alla Chiesa di Alessandria allorché egli fu consacrato Vescovo, ammontava a 80 centenari d’oro (=8.000 libbre = 576.000 solidi) : cfr. Leont., Vita 8. Iohan. Elem. 49, P.G. 93, col. 1655 ; etc. Sui redditi delle grandi famiglie senatoriali in generale, cfr. J. Sundwall, Weströmische Studien, Berliu 1915, pagg. 150-161 ; da ultimo, Chastagnol,
L’età ambrosiana 100 Ma ciò che nell’episodio colpisce maggiormente è come nes¬ suno dei provvedimenti imperiali riguardi direttamente o indi¬ rettamente Ambrogio e il suo clero, in questa lotta essenzial¬ mente religiosa e di prestigio politico283. Perchè mai, dunque, la Corte spostò proprio sui mercanti l’obiettivo delle proprie rappresaglie? È evidente che costoro, oltre ad essere presi di mira assieme agli honorati e ai curiali 284 come uno degli orga¬ nismi più influenti e rappresentativi della città, secondo la prassi coercitiva ormai consacrata nel IY secolo 285, dovettero allora essere considerati fra i maggiori responsabili dei disordini popo¬ lari : e non è forse una mera coincidenza il fatto che la Basilica Vetus, presso la quale Ambrogio dice che scoppiarono i tumulti, si trovasse nel suburbio extramurano della città 28e, che proprio in quest’epoca si sviluppa generalmente come il quartiere com- Observations sur le consulat suffect cit., pagg. 221-253. È invece sintomatico che per es. in Libanio, alla fine del IV secolo, i mercanti di Antiochia — uno dei principali centri di ridistribuzione delle merci indiane e cinesi verso l’Occi¬ dente (cfr. M. G. Gossens, Hiérapolis de Syrie, Essai de monographie historique, Louvain 1943, pag. 123) — appaiano una classe alquanto modesta, mentre le grandi ricchezze — di carattere spiccatamente agricolo — risultano concentrate nelle mani dei maggiori proprietari terrieri locali (cfr. Petit, Libanius cit., pagg. 159 sgg.). 283 Data la rivalità personale fra Ambrogio e Giustina nel contendersi il primato d’influenza sull’animo del giovane Valentiniano II. 284 Cfr. Ambe., Ep. XX, 7: ... Honoratis multa minabantur gravissima, nisi basilicam traderent... ; Senn, contra Aux. 16 : ... iubentur... curiales proscribi omnes, nisi mandatum impleverint... (il titolo di honoratus veniva attribuito a quei possessores che avevano già espletato le loro cariche e, in particolare, ai decurioni in pensione : cfr. C. Τη. XII, 1, 138 e 150, del 395, etc. ; Piganiol, L’Empire chrétien cit., pagg. 320 e 354 n. 58). A quest’epoca, quando si tratta di affari della città, collegiati e curiali sono quasi sempre nominati assieme: cfr. C.I.L. IX, 2998 (ad Anxanum, oggi Lanciano) ; C. Tu. VII, 20, 12 (400 d. C.) ; Ibid. XII, 1, 156 (397 d. C.) ; Ibid. XII, 19, 2 (400 d. C.) ; etc. 285 Cfr. C. Ferrini, Postille giuridiche all’epistola XX di S. Ambrogio diretta alla sorella Marcellina, Ambrosiana, VI, Milano 1897, pagg. 6-7 ; cfr. inoltre, ad es., Collectio Avellana, 14, 2 (ed. O. Günter, C.S.E.L. 35, Wien 1895, pag. 59) : nella relazione all’Imperatore sui disordini romani del 418-419, il Prefetto Urbano Aurelius Anicius Symmachus dice a un certo punto: ... Admo¬ nui etiam corpwatos... ne quis quietem urbis vestrae perturbare temptaret... 296 Sulla identificazione dela Basilica Vetus o Portiana con l’attuale S. Eustorgio, cfr. I. Schuster, L’attività edilizia di S. Ambrogio a Milano, Rendic. del R. 1st. Lomb. di Sc, e Lett. LXXV (1942), ser. Ill, VI, fase. 1, pagg. 76- 90 ; la questione è tuttavia assai controversa : cfr. A. Montrasio, Le Basiliche Preambrosiane, I, Sepocri dei SS. Vittore e Satiro, Milano [1940], passim; R.
Ëconomia c società nell’« Italia Annonaria, » 110 merciale per eccellenza, precorritore, nella sua funzione, del me¬ dievale burgus civitatis * 287. In questa occasione il corpus mercatorum appare inoltre costituito fondamentalmente da elementi non già peregrini, ma prevalentemente indigeni, che Ambrogio contrappone, quali cat¬ tolici e quali cittadini, alla sparuta minoranza dei miscredenti d’importazione 288 (un secolo e mezzo più tardi, in epoca teoderi- ciana, ancora ritroveremo, con caratteristiche pressoché immu¬ tate, il corpus universum dei mercanti milanesi strettamente le¬ gato alla Chiesa, e disposto a prestarle i suoi servigi 289). L’im¬ portanza di costoro doveva inoltre essere grande se Ambrogio, sia pure con enfasi, dice che la loro rovina avrebbe significato quella non soltanto della città290, ma dell’intera Italia Anno- Bagnoli, S. Lorenzo Maggiore in Milano, Milano 1950, pag. 9; P. Lemeble, L’archéologie paléochrétienne en Italie, Milan et Castelseprio, « Orient ou Rome», Byzantion XXII (1952), pagg. 165-206 e partie. 172. Vd. inoltre E. Vella, Il Vescovo Ambrogio « Sapiens Architectus », Ambrosius XXV (1949), fase. 9-12, pagg. 116-137. 287 Anche per Genova (che nel III-IV secolo raggiunse l’apice della sua fioritura commerciale: cfr. già Eustath., Comm. ad Dion. Per. 297, pag. 268, ed. C. Müluer, G.G.M. II, Paris 1882: ... τήν Γένουαν, ήτις έστί Λιγύων έμπό- ptov...) tutte le testimonianze di vita civile, politica e religiosa riferibili a questo tempo ci vengono dalla zona del suburbio: cfr. U. Formentini, Genova nel Basso Impero e nell’Alto Medio Evo, Storia di Genova dalle Origini al Tempo Nostro, II, Milano 1941, pagg. 40-43. La stessa cosa può dirsi a quest’epoca an¬ che per Aries: cfr. Constans, Arles Antique cit., pag. 221. Per Aquileia, cfr. Ruggini, Ebrei e Orientali cit., pagg. 192 sgg. SuUa funzione del « borgo » nel Medioevo, cfr. ad es. S. B. Clough, Grandeur et décadence des civilisations, Paris 1954, pag. 165. 288 Cfr. Ambr., Ep. XXI, 8: Quod si de aliquorum peregrinorum assenta¬ tione se iactat (scil. Mercurinus Auxentius), ibi sit episcopus... Sembra che il partito di Giustina avesse trovato qualche appoggio nella sopravvissuta parte pagana della cittadinanza e delle milizie barbare (cfr. Ambr., Ep. XX, 16: Videtis quanta subito moveantur, Gothi, arma, gentiles, muleta mercato- rum, poena sanctorum...). Si ha inoltre un vago cenno a elementi ebraici sim¬ patizzanti con Aussenzio, limitatamente tuttavia al solo ambito dogmatico (cfr. Ambr., Ep. XXI, 43; vd. inoltre Ruggini, Ebrei e Orientali cit., pag. 203 e passim). 268 Cfr. Cass., Var. II, 30 (507-511 d. C.). 200 Per un concetto analogo, cfr. C.I.L. IX, 1596; in questa iscrizione il popolo di Benevento, elevando una statua a un ricco cittadino che aveva gene¬ rosamente contribuito alla ricostruzione della città e al ripristino dei collegi distrutti dopo l’invasione alariciana, lo designa reparator collegiorum... totius prope civitatis... restitutor.
L’età ambrosiana 111 ■noria· e delle stesse truppe gote quivi stanziate20\ Leggiamo pertanto che l’Imperatore Valentiniano II, dopo avere inutil¬ mente tentato di guadagnare al suo partito i mercanti con le minacce, in un secondo tempo si dovette risolvere a scarcerarli e a restituire loro l’intera somma estorta 291 292 * : indice, questo, del peso che veniva ad assumere il favore di costoro tanto presso l’opinione pubblica quanto nel più concreto campo delle forni¬ ture annonarie 203. Qui cogliamo dunque una prima connessione fra i più grandi negotiatores indigeni ùe\VItalia Annonaria e le forni¬ ture di species fiscali. Nello stesso tempo ci si rivela subito una opposizione (sia pure questa volta a sfondo religioso, almeno nell’occasione immediata) fra costoro da una parte e la Corte dall’altra, alla quale appaiono invece solidali gli scarsi elementi ebraici della città294: è ovvio infatti che la presenza del comi¬ tatus imperiale, se giovava agli avventurieri peregrini ed ai pantapolae (che fra i suoi componenti trovavano i loro acqui¬ renti principali) non poteva riuscire altrettanto gradita a quei trafficanti locali di generi annonari, che si vedevano più del consueto sottoposti a prestazioni coatte e a prezzi di calmiere: una situazione del tutto analoga ancora ci presenteranno Cas- siodoro e l’Anonimo Valesiano, a oltre un secolo di distanza 295. 291 Cfr. Ambe., Ep. XX, 9: Orabam ne tantae urbis vel totius Italiae busto superviverem... Le truppe gote, soggiunge Ambrogio, non avrebbero più avuto modo di venire approvvigionate: Quo transibitis, si kaee deleta fuerint? (Ibid. 9). li Waltzing nota infatti che, nei testi, il termine negotiator è usato col valore di mercator applicato particolarmente ai negozianti di frumento (o. c. II, pagg. 103-115). 292 Cfr. Ambe., Ep. XX, 26: ... [Imperator iussit ut] negotiatoribus quoque, quod exacti de condemnatione fuerant, redderetur. 299 Viene qui fatto di ricordare quanto, molto più tardi, racconta Gregorio di Tours di un certo Pelagiust il quale poteva permettersi ogni sorta dì pre¬ potenze, nullum iudicem metuens, pro eo quod iumentorum fiscalium custodes sub eius potestate consisterent (Graeg. Tue., Hist. Franc. Vili, 40 [586 d. C.], pag. 406 M.G.H., SS. Rer. Mer. I, Hannover 1884, ed. W. Arndt - B. Keusch). 294 Cfr. sopra n. 288. 899 Cfr. avanti, pag. 352. n. 419.
112 Economìa e società nell’« Italia Annonaria » I CISALPINI E IL MERCATO FRUMENTARIO ROMANO: «RUSTICI», PROPRIETARI O « NEGOTIATORES »? UN FALSO PROBLEMA. Questi mercanti frumentari svolgevano dunque le loro in¬ traprese nel solo ambito regionale, o potevano spingersi su più lontani mercati? Anche in passato, non troviamo nelle fonti alcun cenno spe¬ cifico a una esportazione di frumento dalla Cisalpina verso i suoi più abituali mercati, cioè le terre illirico-danubiane, che sembra però continuassero a importare olio e vino in cambio di greggi, pelli e schiavi, secondo quanto già attestavano Stra¬ bone ed Erodiano ***. Nel III secolo Erodiano aveva appunto messo in luce l’importanza di Aquileia come emporio degli Itali verso gli Illiri che abitavano lungo il Danubio 296 297. La città — egli dice — convogliava verso le terre del Nord, a clima più rigido, quei prodotti che, come il vino, abbondavano soltanto nelle terre meridionali: Μεγίστη πόλις, ίδίου δήμου πολυάνθρωπος ήν καί ώσπέρ τι έμπόριον Ιταλίας έπί θαλάττη προκειμένη, καί πρό των Ιλλυρικών εθνών πάντων ιδρυμένη, τά τε άπο της ήπείρου διά γης ή ποταμών κατακομιζόμεν» παρεΐχεν έμπορεύεσθαι τοΐς πλέουσι* τά τε άπό θαλάττης τοΐς ήπειρώταις άναγκαΐα, ών ή παρ’ έκείνοις χώρα διά χειμώνος ούκ ήν εύφορος, άνέπεμπεν είς την άνω γην* πρός οίνόν τε μάλιστα πολύγονον χώραν γεωργοΰντες, άφθονίαν ποτοΰ παρεΐχον τοΐς άμπελον μή γεωργοΰσιν... In altro luogo Erodiano descrive le numerose botti di legno che nel Veneto servivano al trasporto del vino nei paesi alpini, 296 Strab. V, pag. 214 C ; Herod. Vili, 2, 3 ; cfr. Chilver, o. c., pagg. 135 sgg. 297 Cfr. pure Eustath., Comm. ad Dion. Per. 378, pagg. 286-287, G.G.M. II : Πόλις δέ ή Άκυληία μεγίστη, ... πλησιάζουσα μέν μάλιστα τώ ένδοτάτω μυχφ του Άδρίου κόλπου, έξωθεν δέ ούσα τών Ένετικών ορών, καί, ώς τινές φασι, από θα¬ λάσσης ρν' μίλια κειμένη, ‘Ρωμαίων κτίσμα. Άναπλέεται δέ όλκάσι κατά τινα πο¬ ταμόν, καί άνεΐται είς έμπόριον τοΐς περί τον ’Ίστρον Ίλλυριοΐς... ; Iuxian., Orat. II, 71 D : έστι δέ ’Ιταλών έμπόριον πρός θαλάττη μάλα εύδαιμον καί πλούτω βρύον. Φέρουσι γάρ έντεΰθεν φορτία Μυσοί καί Παίονες καί τών ’Ιταλών όπόσοι την μεσό- γαιαν κατοικουσιν, Ενετοί δέ οίμαι τό πρόσθεν ώνομάζοντο. Vi è chi opina che Μυσοί e Παίονες indichino qui i Misi ed i Peoni; ma sembra provato che negU scrittori tardi prevalga l’uso dei due vocaboli per designare i popoli illirici, e nello stesso Giuliano non mancano esempi sicuri di tale im¬ piego: cfr. W. C. Wright, The Works of the Emperor Julian with an English Translation, III, London 1923, pag. 254, n. 1 ; B. Geroff, Sul problema della col¬ tivazione della vite nella Mesia Inferiore in età romana (in bulgaro), Bàlgurska Akademija na naukite, Izvestia na Archeologióeskija Institut XIX (1955), pagg. 187-183 (cfr. Bibl. Class. Or. Ili [1958], fase. 3. col. 145).
U età ambrosiana 113 e di cui Massimino si servì per costruire un ponte galleggiante sul- risonzo 295 * * 298 *. Non molto tempo dopo (280 d.C.), l’Imperatore Probo abolì le mi¬ sure protezionistiche istituite da Domiziano quasi due secoli prima per tutelare la produzione e l’esportazione vinicola d’Italia290. Non sembra comunque che, per le ragioni climatiche già sottolineate da Erodiano, le terre danubiane fossero mai in grado di produrre vino in misura suf¬ ficiente alla richiesta: e, ancora sul declinare del secolo XV, Ambrogio ricorda l’importazione di vino da parte delle popolazioni translimi¬ tane300 (benché, in teoria, l’esportazione di vino presso i barbari fosse stata vietata dalle leggi301). 'NelYEpistola XVIII, 20-22, poi, Ambrogio allude chiaramente a una esportazione di vino dalla Valle del Po verso la Pannonia, in cambio di derrate frumentarie302. Per quanto riguarda l’esportazione di olio verso il Nord, Eugippo accenna in una occasione all’importazione di questo prodotto nel Norico, e noi sappiamo che la più vicina sorgente di produzione olearia era per l’appunto l’Italia Settentrionale, e le regioni istriane in particolare: ... quam speciem (= olei) in illis locis (= intorno a Lauriacum) difficil¬ limam negotiatorum tantum deferebat evectio...303. All’esportazione di 295 Herod. Vili, 2 e 4. 209 Cfr. Svet., Vita Dom. 7 (Ad summam quondam ubertatem vini, fru¬ menti vero inopiam existimans nimio vinearum studio neglegi arva, edixit, ne quis in Italia novellaret, utque in provinciis vineta succiderentur, relicta ubi plurimum dimidia parte; nec exequi rem perseveravit... : donde sembra risultare che Domiziano stesso non avesse poi curato l’esecuzione delle misure in que¬ stione); SS. Hist. Aug. (Flaw Vop.), Vita Probi XVIII; Eutrop., IX, 17; Aur. Vict., De Caes. XXXVII, 2; S. Reinach, La mévente des vins sous le Haut- Empire romain, Rev. Archéol., ser. Ill, XXXIX (1901), pagg. 350-374; M. Pavan, La provincia romana della Pannonia Superior, Atti della Acc. Naz. dei Lincei, Memorie, Cl. Sc. Mor. Stor. Filol., ser. Vili, VI (1955), pagg. 373-574. 800 Ambr., De Helia 53: ... Habent ergo vinum et barbari: libenter his Romani indulgent, ut et ipsi solvantur in potus et enervati ebrietate vincantur... (per un giudizio su questo atteggiamento morale del cristiano Ambrogio, in¬ quadrato nel suo lealismo politico, cfr. Palanque, o. c., pagg. 325-354 e partie. 332 ; più in generale A. Alföldi, The Moral Barrier on Rhine and Danube, The Congress of Roman Frontier Studies [Durham 1949], Durham 1952, pagg. 1-16). 301 Cfr. C.I. IV, 41, 1: Ad barbaricum transferendi vini et liquaminis nul¬ lam quisquam habeat facultatem... ; ma dovette trattarsi di un provvedimento passeggero, che più che altro sta a testimoniare come tale esportazione conti¬ nuasse a sussistere attivamente, a somiglianza di quella — parimenti vietata (cfr. C.I. IV, 41, 1, e Dig. XXXIX, 4, 11) — dell’olio e del frumento (cfr. Amm. Marc. XXVII, 5, 7). Cfr. in generale G. Vismara, Limitazioni al commercio in¬ ternazionale nell’Impero romano e nella comunità cristiana medioevale. Scritti in onore di C. Ferrini, I, Milano 1947, pagg. 443-470. 302 Cfr. pag. 115, n. 311. 803 Eugippus, Vita beverini XXVIII, 2. pag, 45, ed. P. Knöll, C.S.E.L. 9, 2, Wien 1886. 8. L. Ruggini
114 Economia e società nell’« Italia Annonaria » olio da Aquileia verso le terre illiriche in età augustea già accennava pertanto Strabone nei suoi Geographica90*; e i bolli delle anfore dimo¬ strano, almeno sino alla metà del II secolo d.C., che l’olio e le olive istriane giungevano, oltre che ad Aquileia (la principale importatrice e stazione di transito), anche nel Veneto, nella Lombardia, nel Piemonte, nell’Emilia, nell’Alto Adige, a Roma, nel Norico e nella Pannonia 305. Un passo di Gregorio di Tours potrebbe poi far pensare che anche l’esportazione di olio dall’Italia Settentrionale verso le Gallie, parimenti ricordata da Strabone cinque secoli prima306, avesse continuato — sia pure saltuariamente — a sussistere. Non sarebbe infatti impossibile che le naves transmarinae di cui parla Gregorio, arrivate al porto di Mar¬ siglia cariche di olio e di liquamen, provenissero dall’Istria, dalla quale all’inizio del VI secolo sono attestate anche esportazioni straordinarie di frumento verso la Provenza907) e che, ancora a quest’epoca, andava famosa tanto per il suo garum308 quanto per il suo olio 309 : ... advenien¬ tibus ad cataplum Massiliensim navibus transmarinis, — scrive Grego¬ rio — Vigili archidiaconis (sic) homines septuaginta vasa quas vulgo orcas vocant olei liquaminisque furati sunt, nesciente domino. Negotiator autem cum cognovisset... etc.910. Le naves transmarinae potrebbero però altrettanto bene provenire dalla Spagna. In quanto alle esportazioni frumentarie, invece, Ambrogio stesso rende noto che la Pannonia, il Norico e le Rezie, ai suoi tempi, si erano fatti a loro volta produttori ed esportatori di 804 Strab., V, pag. 214 C. 805 Cfr. in particolare A. Degrassi, Aquileia e l’Istria in età romana, Studi Aquileiesi offerti a G. Brusin, Aquileia 1953, pagg. 51-65; Id., L’esportazione di olio e olive istriane nell’età romana, Atti e Mem. della Soc. Istr. di Arch, e St. Patria LVI, n. s. IV (1956, pagg. 104-112. 808 Le.. 307 Cfr. Cass., Var. Ili, 41 (507-511), per cui cfr. avanti, pagg. 267 sgg. 808 Sulla discussa natura del garum cfr. da ultimo P. Grimai. - Th. Monod, Sur la véritable nature du «garum», R.E.A. LIV (1952), pagg. 27-38. 800 Cfr. Cass., Var. XII, 22 (537-538). 310 Graeg. Turon. Hist. Franc. IV, 43, pagg. 177-178. Evidentemente, di pari passo con l’industria olearia, anche l’industria pe¬ schiera doveva ormai essere in declino nella Provenza, che nei secoli dell’Impero l’aveva avuta fiorentissima : cfr. le tracce archeologiche dei bacini e vivai de¬ scritti in F. Benoit, L’archéologie sous-marine en Provence, Riv. di St. Lig. XVIII (1952), 3-4, pagg. 237-307, e partie. 290 sgg. Una larga importazione di ostriche dalla costa verso l’interno, nel IV see., hanno ad es. mostrato gli scavi della villa romana di Montmaurin: cfr. M. Labrousse, Recherches sur l’ali¬ mentation des populations gallo-romaines, Escargots, huîtres et « fruits de mer» à Montmaurin, Pallas Vili (1959), pagg. 57-84.
Vetà ambrosiana 115 grano311. Una importante quanto oscura digressione del Ve¬ scovo di Milano sulle carestie romane (finora trascurata dagli studiosi) sembra piuttosto indicare l’Urbe quale meta di alcuni fra i mercatores cisalpini; e la notizia appare tanto più inso¬ lita in quanto (basandosi soltanto su argomenti ex silentio) si era sempre escluso qualsiasi rapporto tra Yltalia Annonaria e il mercato frumentario romano, legato per tradizione alle for¬ niture fiscali d’Africa e d’Egitto. Il passo che ora verrà esaminato consente anche un’altra osservazione: in esso non sembra cioè possibile cogliere una netta distinzione fra i proprietari terrieri di livello più o meno elevato (fra i quali vanno annoverati quegli speculatori contro cui tanto spesso si accanisce la predicazione ambrosiana), ed i negotiatores corporati regionali di derrate agricole. Esso costi¬ tuisce quindi, per così dire, un anello di congiunzione fra tutti quei passi di Ambrogio che presentano la figura dello speculatore sotto la specie prevalente del proprietario-produttore (in quanto, a quest’epoca, egli è ancora sentito psicologicamente come tale, essendo le sue transazioni fondate soprattutto sul margine so- 811 Cfr. Ambe., Ep. XVIII, 20-22 : quando, nel 383 d. C., una violentissima carestia desolò tutti i paesi del bacino mediterraneo (per cui cfr. avanti, pagg. 159-161) la Valle Padana ne risentì soltanto una pallida eco, mentre le Pannonie addirittura esportarono il frumento che era cresciuto in abbondanza. Siccome il Vescovo di Milano soggiunge tosto che la Cisalpina, pur essendo costretta in queH’occasione a importare grano, compensò i debiti contratti esportando a sua volta vino su vasta scala, non sarebbe irragionevoìe-pensare a uno scambio vino- frumento tra la Valle del Po e quella del Danubio, ove la vite — benché col¬ tivata — non dovette mai dare raccolti eccessivamente abbondanti: Frumentum Pannoniae quod non severant vendiderunt; et Secunda Rhetia fertilitatis suae novit invidiam, nam quae solebat tutior esse ieiunio, fecunditate hostem in se excitavit; Liguriam Venetiasque autumni frumenta paverunt... Negent etiam quod largo fetu vineae redundaverint. Itaque et messem feneratam recepimus, et liberalioris vindemiae beneficia possidemus. Sulla campagna della Pannonia, dives... fructibus, cfr. pure Exp. Tot. Mundi 57 ; vd. pure SS. Hist. Aug. (Treb. Poix.) Tyr. Trig. XVIII (Ballista), 7-8 (frumentis... plenum Illyricum) ; sui campi del Norico coltivati a frumento, cfr. invece Eug., Vita Sev. XVIII, 1; sull’importazione di frumento nel Norico dalla Rezia, attraverso Y Henne e il Danubio, in caso di annata cattiva, cfr. Id., Ibid. Ill, 2-3. Sull’economia della provìncia pannonica nel Basso Impero, cfr. Pavan, art. cit., pagg. 434-480 ; P. Oli\7a, Pannonie a Poòàtky Krize ftimského Imperia, Praha 1959, passim; sul Norico, cfr. F. Kapiian, Zwischen Antike und Mittelalter, Das Donau-Alpenland im Zeitalter St. Severins, Mün¬ chen, s. d., passim.
HG Economia e società nell’« Italia Annonaria » vrabbondante dei propri prodotti agricoli, sia pure incrementati ad arte in vista di particolari guadagni), e quell’altra serie di passi in cui costoro — in quanto visti nel loro rapporto con lo Stato, controllati e inquadrati come corpus — sono designati pre¬ feribilmente secondo la loro funzione di mercatores. Ambrogio nel De Officiis*12 (proprio dopo avere deplorato in una lunga requisitoria coloro che accaparrano il frumento in tempo di carestia, per rivenderlo poi a prezzo maggiorato313 ) passa tosto, quasi per contrapposizione, a condannare anche co¬ loro che a Roma, al sopravvenire delle crisi frumentarie, scac¬ ciano i peregrini quivi residenti con i loro commerci : § 44 ... Vides ergo quod largitorem frumenti esse deceat, non pretii captatorem. Non est igitur ista utilitas, in qua plus hone¬ stati detrahitur, quam utilitati adiungitur. 45 — Sed et illi qui peregrinos urbe prohibent, nequaquam probandi: expellere eo tempore quo debent iuvare, separare a commerciis communis parentis, fusos omnibus partus negare, inita iam consortia vi¬ vendi averruncare; cum qmbus fuerint communia iura, cum his nolle in tempore necessitatis subsidia partiri. Ferae non expellunt feras, et homo excludit hominem. Ferae ac bestiae communem putant omnibus victum, quem terra ministrat... 46 — Quanto ille rectius, qui cum iam provecta processisset aetate, et famem toleraret civitas, atque (ut in talibus solet) peterent vulgo ut peregrini urbe prohiberentur; pritvfecturae urbanae curam ceteris maiorem sustinens, convocavit honoratos et locu¬ pletiores viros, poposcit ut in medium consulerent, dicens quam immane esset peregrinos eiici, quam hominem ab homine exui, qui cibum morienti negaret! Canes ante mensam impastos esse non patimur et homines excludimus: quam inutile quoque tot populos mundo perire, quos dira conficiebat tabes: quantos urbi suae perire, qui solerent adiumento esse, vel in conferendis subsidiis, vel in celebrandis commerciis: neminem famem alienam iuvare: protrahere ut plurimum diem posse, non inopiam repel¬ lere; immo tot cultoribus extinctis, tot agricolis occidentibus, occasura in perpetuum subisidia frumentaria. Hos igitur exclu¬ dimus, qui victum nobis inferre consuerunt: hos nolumus in tem- 818 Ambr., De Off. Ill, 44-52. Cfr. Id., IUd. Ill, 37-41, cit. a pagg. 96-98.
L’età ambrosiana 117 pore necessitatis pascere, qui nos omni aetate paverunt? Quanta sunt quae ab ipsis nobis hoc ipso tempore ministrantur?... No¬ stra illic familia, plerique etiam nostri parentes sunt. Reddamus quod accepimus. 47 — Sed veremur ne cumulemus inopiam. Pri¬ mum omnium misericordia nunquam destituitur, sed adiuvatur. Deinde subsidia annonae, quae his impartienda sunt, collatione redimamus, reparemus auro. Numquid his deficientibus, non alii nobis redimendi cultores videntur? Quanto vilius est pascere, quam emere cultorem! Ubi etiam repares, ubi invenias quem re¬ formes? Adde si invenias, quod ignarum, et alieni usus, numero possis substituere, non cultui. 48 — Quid plura? Collato auro, coacta frumenta sunt. Ita nec abundantiam urbis minuit, et pere¬ grinis alimoniam subministravit. Quantae hoc commendationis apud Deum fuit sanctissimo seni, quantae apud homines gloriae! Hio magnus vere probatus, qui vere potuit Imperatori dicere, de¬ monstrans provinciale totius populos: Hos tibi omnes reservavi, hi vivunt beneficio tui Senatus, hos tua Curia morti abstulit. 49 — Quanto hoc utilius, quam illud quod proxime Romae factum est, eiectos esse urbe amplissima, qui iam plurimam illic aetatem transegerant, flentes cum filiis abiisse, quibus velut civibus amo¬ liendum exsilium deplorarent, interruptas complurium necessi¬ tudines, diremptas affinitates! Et certe arriserat anni fecunditas, invectitio urbs sola egebat frumento: potuisset iuvari, si pete¬ retur ab Italis frumentum, quorum filii expellebantur. Nihil hoc turpius, excludere quasi alienum et exigere quasi suum. Quid illum eiicis, qui de suo pascitur? Quid illum eiicis, qui te pascit? Servum retines, trudis parentem? Frumentum suscipis, nec af¬ fectum impertis? Victum extorques, nec rependis gratiam? 50 — Quam deforme hoc, quam inutile! Quomodo enim potest utile esse quod non decet? Quantis corporatorum subsidiis dudum Roma fraudata est! Potuit et illos non amittere, et evadere fa¬ mem, expectatis ventorum opportunis flatibus 314? et speratarum commeatu narium. 51 — Quam vero illud superius honestum atque utile! Quid enim tam decorum atque honestum quam col¬ latione locupletum iuvari egentes, ministrari victum esurienti- 814 Sul panico della plebe romana anche nel 359 (ο 360), allorché, sotto la prefettura urbana di Tertullus, i soliti venti sfavorevoli impedivano alle navi cariche di frumento di entrare nel Portus Augusti, cfr. Amm. Marc. XIX, 10, 1-4, cit. a pag. 156, n. 444.
118 Economia e società nell’« Italia Annonaria » bus, nulli cibum defore? Quid tam utile, quam cultores agro reservari, non interire plebem rusticanorum? 52 — Quod hone¬ stum igitur, et utile est; et quod utile, honestum... Si fa qui allusione, come ben s’è avveduto il Palanque, a due crisi frumentarie differenti31®: nel corso della prima (§§ 46-48), databile probabilmente all’estate del 376, durante la prefettura urbana di Aradius Rufinus, oppure di Maecius Gracchus 31β, una collatio auri da parte del senato permise di evitare l’odiosa mi¬ sura di espulsione dei peregrini, che il popolo romano reclamava 815 Cfr. J.-R. Palanque, Famines à Rome à la fin du IVc siècle, R.E.A. 1931, pagg. 346-356. 816 Già il Baronio (Annales Ecclesiastici cit., V, ad a. 383) aveva pensato che il sanctissimus senex... praefecturae urbanae... curam sustinens di cui paria Ambrogio andasse identificato con il Praefectus Urbi Furius Maecius Gracchus (attestato in carica dal 1° dicembre del 376 al 4 gennaio del 377 : cfr. Seeck, Regesten cit., pagg. 474 sgg.), noto per avere combattuto il culto di Mitra (cfr. Hieron., Ep. CVII, 2 ad Laetam, del 403 d. C., P.L. 22, col. 869 = pag. 292 C.S.E.L. 55, ed. I. Hilberg, Wien 1912 : ... Graecus nobilitatem patriciam nomine sonans, cum praefecturam regeret urbanam, nonne specu Mithrae et omnia portentuosa simulacra... subvertit, fregit, exussit... ; cfr. Prud., Contra Symm. I, V. 562). Secondo il Palanque, però, questa identificazione sarebbe contraddetta dal cenno ambrosiano alla visita dell’Imperatore a Roma, che avvenne nell’estate del 376, durante la prefettura urbana di Aradius Rufinus, cui nel luglio dello stesso 376 sarebbe poi stata indirizzata la legge del Codice Teodosiano I, 6, 7, con la quale il Prefetto Urbano veniva reso responsabile della distribuzione di panis popularis. L’allusione di Ambrogio alla visita imperiale sarebbe nella frase seguente (De Off. Ili, 48): ... qui (= Praefectus) vere potuit Imperatori dicere, demonstrans provinciae totius populos: Hos tibi omnes servavi... Ma, in verità, non sembra che questo passo si debba riferire con sicurezza alla visita di Graziano a Roma ; è noto infatti che il Praefectus Urbi doveva indirizzare obbligatoriamente ogni mese alla Cancelleria imperiale (ad Scrinia /Sacra) gli acta Senatus, cioè i processi verbali ufficiali delle deliberazioni di questa as¬ semblea (e qui si trattava per l’appunto di una deliberazione del Praefectus di concerto con i Senatori), nonché gli acta populi o accia diurna, che rivelavano all’Imperatore i desideri della plebe (cfr. Chastagnol, La Préfecture cit., pag. 80); inoltre, in occasione d’incidenti politici o amministrativi straordinari, il Prefetto soleva far pervenire immediatamente all’Imperatore una scrupolosa Relatio, di cui le Relationes di Simmaco sul caro prezzo dei viveri, i deficit annonari, le difficoltà delle corporazioni e via discorrendo sono un tipico esem¬ pio. Anche in questo caso, dunque, la frase ambrosiana potrebbe riferirsi non già a un discorso tenuto dal Prefetto direttamente all’Imperatore, bensì a uno
L'età ambrosiana 119 insistentemente, come d’abitudine417. Nel 384 invece, sotto la prefettura urbana di Q. Aurelius Symmachus, il provvedimento venne deciso e applicato senza indugio, benché non si trattasse di un vero defectus annonae, ma soltanto di un ritardo accidentale nell’arrivo delle navi onerarie cariche di frumento *18. * 317di tali rapporti periodici o ad una Relatio sul tipo di quelle a noi note in Simmaco. Altre identificazioni del sactissimus senex con vari personaggi del tempo sono state proposte dagli studiosi; ma, per un motivo o per l’altro, sembrano tutte da escludersi senz’altro (l’Hermant pensò ad es. al giovane pagano Sallustius Aventius, Praefectus Urbi nel 384 d. C. : cfr. Godefroy Hermant, La Vie de Saint Ambroise..., Paris 1678, pag. 159; lo Ihm pensò invece a Aemilius Magnus Arborius, Prefetto Urbano nel 379-380: cfr. Itim, o. c., pag. 6; etc.). Nessun altro Prefetto, fra quelli a noi noti in questi anni (per cui cfr. Seeck, Kegesten cit., pagg. 475-476, e Chastagnol, La Préfecture cit., passim), presenta pertanto caratteri tali da poter essere qui preso in considerazione. 317 lJt in talibus solet, dice Ambrogio stesso {De off. Ili, 46). Cfr. pure Amm. Marc. XXI, 12, 24: Hoc administrante (=il pu. Valerius Maximus, nel 361-362 d. C.) alimentaria res abundavit et querellae plebis excitari crebro solitae cessaverunt... ; cfr. pure Id., XIV, 6, 19 e XXVIII, 4, 32, citt. a pag. 121, n. 321, e a pag. 125, n. 334 ; Symm., Ep. II, 6, Flaviano fratri (383 d. C.) : Frequens enim sermo est, tenui victu in turbas plebem moveri, nec ulla spes datur, praesentibus angustiis copiam posse succedere. Annus ubique ad famem proxi¬ mus; classis in alios conversa cursus; aestas prope decessit autumno. Diis me hercule, ut praefatus sum, deleganda est huius incerti administratio; hominum autem remedia diu dissimulata iam sera sunt... ; cfr. Id., Ep. II, 7, cit. più sotto η. 318; Themist., Or. XVIII, pag. 222 A ed. W. Dindorf, Leipzig 1932 : 6κουν δει ήμΐν ξενηλασίας συνεχούς, καθάπερ τη μητροπόλει... ; Liban., Or. XI, Άντιό- χικος 174 (ed. Förster I, 2, pag. 495): καίτοι τό παράδειγμα της 'Ρώμης 8χοντες, ή την των αναγκαίων σπάνιν, ήνίκα άν τούτο συμπέση, τη των ξένων έλάσει πρός άφθονίαν μεΟίστησιν (l’orazione è del 356 d. C., e si riferisce probabilmente ai tumulti verificatisi in Koma fra il 353 e il 356, sotto la prefettura urbana di Orfito : cfr. pag. 156 n. 441 ; Sid. Ap., Ep. I, 10, 2 a Campanianus (468 d. C.), cit. a pag. 147, n. 409; etc. 818 Cfr. Ambr., De Off. Ili, 49-50. Le argomentazioni con cui il Palanque (art. cit.) data al 384 d. C. questa carestia, nel testo ambrosiano indicata sol¬ tanto come recente (quod proxime Romae factum est: 1. c. 49), appaiono del tutto persuasive. Due ordini di fatti concorrono pertanto a suffragare l’ipo¬ tesi : a) la notizia del De Officiis, secondo la quale l’anno sarebbe stato fecondo (et certe arriserat anni fecunditas: 1. c. 49) combacia con quella dell’epistola ambrosiana XVIII, 20 (del 384 d. C.), in cui pure si conferma la bontà dell’an¬ nata {iam enim usurarios nobis reddit terra proventus...), b) L’epistola II. 7, 2-3 di Simmaco a Flaviano concorda perfettamente con le indicazioni del De Of¬ ficiis, facendo menzione a sua volta non già di una carestia vera e propria, ma di un defectus annonae cui si sarebbe potuto ovviare «con un po’ di fortuna»
120 Economia e società nell’« Italia Annonaria » Ma chi erano più precisamente questi peregrini, che in tempo di crisi venivano espulsi dall’Urbe? Si trattava di provinciales autorizzati in tempi normali a risiedere liberamente in Roma, in quanto esercitanti un mestiere utile alla intera comunità. Questi peregrini pare non godessero di alcun diritto alle distribuzioni di panis popularis, caro por- cina e vinum fiscale 319, e la loro autorizzazione di soggiorno nel· * 310e cioè col sopraggiungere dei venti favorevoli, come suggerisce appunto Ambro¬ gio da parte sua (De Off. Ili, 51 : cfr. inoltre avanti, pag. 161, n. 461) : ... praesens status non sapientiam sed fortunam requirit. Defectum timemus annonae pulsis omnibus, quos exerto et pleno ubere Roma susceperat... Quanto nobis odio pro¬ vinciarum constat ista securitas?... Quamprimum revocet urbs nostra, quos invita dimisit! In questa epistola — datata dal Seeck al 383 (Q. Aureli Sym¬ machi Opera, M.G.H., A.A. VI, Berlin 1883, pagg. CXIX-CXX dell’Introd.) — il Palanque vede invece riflessa in più di un’allusione la disincantata amarezza del Praefectus pagano, di fronte al successo del partito cristiano e al falli¬ mento della petizione senatoriale a Valentiniano II per la restituzione dell’al¬ tare della Vittoria (verso la fine del 384 d. C.). Identificando con Simmaco il Prefetto del De Offlciis, che nella seconda carestia autorizza l’espulsione dei peregrini, meglio si comprende perchè Am¬ brogio, pur disapprovandone la condotta, non si sia abbandonato a troppo vio¬ lenti attacchi personali, dati i suoi rapporti cortesi di amicizia e parentela con il senatore romano (cfr. Ambr., Ep. LVII, 2, in cui parla con ammirazione e ri¬ spetto di Simmaco; Symm., Ep. I, 63, in cui raccomanda a Celsinus Titianus, suo germano, il fratello di Ambrogio, Satiro, chiamandolo frater communis; cfr. Ambr., De exc. Sat. I, 32: ...Symmacho tuo parente [= di Satiro]; per la questione, cfr. Seeck, Symm. Op. pag. CXXVIII dell’Introd. Ci restano inoltre ben otto lettere di Simmaco al Vescovo di Milano, con richieste di favori e di raccomandazioni : cfr. Symm., Epp. Ili, 30-37 ; Dill, Roman Society cit., pagg. 22-23 ; Me Geaciiy, Aurelius Symmachus cit., ree. da N. H. Baynes in J.R.S. XXXVI [1946], pagg. 173-177 = Byzantine Studies and Other Essays, London 1955, pagg. 361-366; D. Romano, Simmaco, Palermo 1955; etc.). 310 Cfr. C.I.L. VI, 31893-31900, e partie. 31893er, 31894 e 31899: si tratta dei frammenti dell’editto con cui Tarraœius Bassus, Praefectus Urbi nel 375-376 (per cui cfr. Amm. Marc. XXVIII, 1, 27), addita al pubblico biasimo i nomi di quei tabernarii corporati, qui sibi pecun[iam] / spectaculis et panem populi contra disciplinam / Romanam de re ... (11) ... vindicare consueverant (se¬ guiamo qui lettura del testo della Via Appia proposta dallo Chastagnol, La Préfecture cit., pagg. 273-275, e convalidante quella giù proposta da O. Hirsch¬ feld, Kleine Schriften, Berlin 1913, pagg. 584-585) ; la serie dei frammenti, contenenti un elenco di nominativi (molti dei quali di origine ebraica, orien¬ tale e sira: vd. per es. Felix Tineosus Iudaeus, Tzintina [fr. e], Chosmus ves(tiarius), Syrus antiquari lus), Sabbatius [fr. <Z], etc.; fra i personaggi men¬ zionati compaiono inoltre fullones, olitores, piumarii, cerasarii, lanarii, lupi- nani, etc.), pare si debba invece almeno in parte riferire, secondo il recente
L’età ambrosiana 121 l’Urbe serbò sempre un carattere di estrema provvisorietà* 320. Per quanto riguarda poi la qualità di costoro, le altre fonti del tempo ricordano di volta in volta fra di essi histriones, salta¬ trices, sectatores disciplinarum· liberalium, e così via321 *; e nel 440 la Novella Y di Valentiniano III menziona una categoria particolare di mercanti greci, detti pantapolae, che fanno con¬ correnza alla corporazione dei tabernarii romani sul libero mer¬ cato, acquistando e rivendendo al minuto merci di varia natura (come dice il loro stesso nome) 32a. Ma S. Ambrogio, nel passo ora in questione, allude a un’al¬ tra categoria ancora di peregrini, che sembrano provenire nella maggior parte dall’Italia Settentrionale323 * * * * 328. Secondo lo Chasta- esame dello Chastagnol (o. c., pag. 275), a un altro editto dell’età di Teodosio I (379-395) o II (dopo il 401), analogo ma più generale, destinato a ogni ca¬ tegoria di corporati (è tuttavia probabile che, qui, il termine tabernarii tosse usato nella sua più generica accezione, designante ogni categoria di bottegai, piuttosto che riferentesi ai soli detentori di tabernae diversoriae : cfr. v. « Ta¬ berna » [ V. Chapot], D.A.G.R. V, pagg. 8-11 e v. «Taberna» [K. Schneider], P.W. IV A, coli. 1863-1872). 320 Utilizziamo qui alcune osservazioni di M. André Chastagnol, che con estrema gentilezza ha voluto a suo tempo discutere il problema con noi (cfr. ora Id., La Préfecture cit., pagg. 267-268) ; cogliamo l’occasione per esprimergli un particolare ringraziamento. 321 Cfr. Amm. Marc. XIV, 6, 19: Postremo ad id indignitatis est ventum, ut cum peregrini oh formidatam haud ita dudum alimentorum inopiam pelle¬ rentur ab urbe praecipites, sectatoribus disciplinarum libera¬ lium (per cui cfr. pure C. Τη. XIV, 9, 1 [370 d. C.], e Atjg., Confess. IV, 14), inpendio paucis, sine respiratione ulla extrusis, tenerentur mimarum adseculae veri, quique id simularunt ad tempus, et tria milia saltatricum, ne interpellata quidem, cum choris totidemque remanerent magistris... II passo è inserito in una digressione sugli avvenimenti del 353 d. C., ma si tratta forse della me¬ desima carestia del 384, cui si riferisce Ambrogio nel citato passo del De Of¬ ficiis', cfr. J. C. Rolfe, Ammianus Marcellinus, London 1950, pag. XIII dell’In- trod. (che però data erroneamente questa crisi frumentaria al 383 d. C.). Sem¬ bra che Ammiano stesso facesse allora parte degli espulsi : cfr. E. A. Thomp¬ son, The Historical Work of Ammianus Marcellinus, Oxford 1947, pag. 14. 823 Graecos itaque negotiatores, quos pantapolas dicunt, in quibus mani¬ festum est maximam inesse multitudinem magnamque in emendis vendendis- que mercibus diligentiam, ulterius non patimur sacrae urbis habitatione se¬ cludi, licet eos dissensio et maxima invidia tabernaHorum quam venerabilis urbis Romae utilitas a negotiatione submoverit. Vd. inoltre sopra, η. 319. 328 Essi vengono infatti designati come Itali', e Italia, in Ambrogio, ha sempre il senso di Italia Annonaria : cfr. Ep. LXIII, 1 (396 d. C., al Clero e al popolo di Vercelli) : Conficior dolore quia Ecclesia Domini, quae est in vobis,
122 Economia e società uell’n Italia Annonaria » gnol, costoro erano persone, « qui contribuaient modestement à l’approvisionnement de la Ville en vendant des produits (et même du blé) qu ils cultivaient eux-mêmes dans des jardins de banlieue appartenant aux sénateurs et entretenus par eux selon un contrat de métayage ». Questa soluzione — benché forse effetti¬ vamente rispondente alla situazione così oscuramente accennata dal Vescovo di Milano — sembra tuttavia urtare in più di una difficoltà. Innanzi tutto questi Itali (che in Ambrogio sembrano costi¬ tuire la parte preponderante dei peregrini espulsi) appaiono come soggiornanti nell’Urbe per lunghi periodi di tempo®24, pur an¬ dando probabilmente distinti dalla categoria degli incolae, vale a dire degli stranieri quivi residenti in maniera stabile 326 : Koma appare cioè la loro città di adozione, scacciati dalla quale essi si trovano improvvisamente sradicati e dispersi, correndo il rischio * 324sacerdotem adhuc non habet, ac sola nunc eno omnibus Liguriae atque Aemiliae Venetiarumque vel ceteris finitimis Italiae partibus huiusmodi eget officio... ; Eæ. II, 12 : Padus maritimorum commeatuum Italicis subsidiis fidus invector... ; cfr. pure Ps.-Ambr., Ep. Ili, 10 P.L. 17, coi. 827 (Dilectissimis fratribus et universis plebibus per Italiam): ... passi sunt (scii. Vitalis et Agricola) ... in civitate Bononiensi provinciae Italiae... Per questo particolare valore del termine Italia nelle fonti tardo-imperiali in generale, cfr. avanti, pagg. 285-287. 324 Cfr. Ambr., De Off. Ill, 49 (... qui iam plurimum illic aetatem transe¬ gerant, flentes cum filiis abiisse, quibus velut civibus amoliendum exsilium de¬ plorarent, interruptas complurium necessitudines, diremptas affinitates...); cfr. pure Ibid. 45 (... inita iam consortia vivendi averruncare...). 825 Incola est — dice Pomponio (Dig. L, 16, 239, 2) — qui aliqua regione dotnicilium suum contulit: quem Graeci πάροικον appellant. Sulla distinzione fra incolae e peregrini, cfr. Cic., De Off. I, 34, 125: Peregrini autem atque incolae officium est nihil praeter suum negotvum agere... Tuttavia, dopo che la Constitutio Antoniniana ebbe esteso la cittadinanza romana a una larghissima parte dei sudditi dell’Impero (212 d. C. ; sui limiti da porsi alla universalità di questa concessione, cfr. da ultimo il notevole studio di E. Condurachi, La Co¬ stituzione Antoniniana e la sua applicazione nell’Impero Romano, Dacia n. s. II [1958], pagg. 281-316; bibliografia sullo stato della questione pure in M. Hammond, The Antonine Monarchy, Am. Academy in Rome 1959, pagg. 164-165, n. 114), il termine peregrinus dovette probabilmente acquistare un significato più generico, in semplice contrapposizione al civis abitante a Roma (cfr. C. Tu. I, 34 [35], 1; VI, 37, 1; IX, 1, 10; XVI, 2, 5; etc.), o, talvolta, nel senso di alienus (cfr. Ibid. IV, 6, 3) ; il Kübler, ad es., ritiene che peregrinus indicasse anche Vincola, in età dioclezianeo-teodosiana : cfr. v. « Peregrinus » (B. Kü¬ bler), P.W. XIX. 1, coll, 639-655 e partie, 655; vd, inoltre avanti, pag. 288, IL 229.
L’età ambrosiana 123 di morire di fame Diversa sarebbe stata probabilmente la loro situazione, se essi fossero vissuti in qualità di mezzadri-affittuari nel vicino contado (secondo quanto prospetta lo Chastagnol), e si fossero recati regolarmente in città soltanto per vendere sul libero mercato locale il modesto margine dei prodotti da loro stessi coltivati: poiché, in questo caso, l’espulsione non avrebbe praticamente potuto neppur essere considerata tale, ed avrebbe in ogni caso significato per costoro solamente un ritorno sulle proprie terre, ove con facilità avrebbero trovato di che vivere (dal momento che certe arriserat anni fecunditasy invectitio u/rbs sola egebat frumento32rr), anche se il Praefectus Urbi poteva avere ordinato requisizioni straordinarie di derrate nelle cam¬ pagne circonvicine per fronteggiare la situazione di emergen¬ za 328. Inoltre, un fenomeno come remigrazione di piccoli e medi 820 Cfr. Ambr., De Off. Ili, 46 : morientes... quos dira conficiebat tabes... ; cfr. Ibid. 51 : esurientes... egentes... 827 Ambr., De Off. Ill, 48. Sui culta ad pomeria intorno a Roma, nel IV sec. d. C., cfr. Prüd., Perist. XI, 155. Il viaggio da Roma all’Italia Settentrio¬ nale, nonostante le buone comunicazioni, richiedeva al contrario un numero di giorni non trascurabile: secondo 1 'Historia Augusta, ad es., la notizia della morte di Massimino ad Aquileia, nel 238, impiegò quattro giorni per giun¬ gere a Roma (SS. Hist. Aug. [Iul. Capit.], Max. duo XXV): Erodiano precisa a sua volta che la testa di Massimino fu mandata a Roma per via lagunare da Aitino fino a Ravenna, e poi per terra (Herod. Vili, 6, 5; si trattò, in ogni caso, di una velocità record. Alcuni dati un po’ più vaghi sulle comunicazioni stradali e postali fra Roma e Milano, tra la fine del IV ed i primi anni del V secolo, si trovano in Symm., Epp. Ili, 52 ; IV, 20, 31 e 36, e partie. I, 102. Alla fine del sec. V, da Roma a Ticinum per via di terra (ma pure qui con la mas¬ sima celerità consentita dal cursus publicus, in circostanze politiche d’ecce¬ zione), Epifanio impiegò circa tre giorni : cfr. Ennod., Vita Ep. 72, M.G.H., A.A. VII, ed. F. Vogel, Berlin 1885 pag. 93 : ... discessit (seil. Epiphanias) festinans ad Liguriam reverti... Vicesimo a se cum Romam egressus est, futurum pascha dies promittebat. Tanta tamen iter celeritate confecit ut quarto decimo die inprovisus et famam praeveniens Ticinum ingrederetur... domi positum videre, quem nondum Romam egressum fuisse cognoverant... Sui trasporti nell’antichità, cfr. in generale A. M. Ramsay, The Speed of the Roman Imperial Post, J. R. S. XV (1925), pagg. 60-74; D. Gorce, Les voya¬ ges, l’hospitalité et le port des lettres dans le monde chrétien des IVe et Yc siècles, Paris 1925 ; Westermann, On Inland Transportation cit. ; J. Van Ooteghem, Le service postal de Rome, Êt. Class. XXVII (1959), fase. 2, pagg. 187-197 ; etc. Vd. pure pag. 322, n. 328. 828 Come avvenne ad es. più tardi, nel 536, allorché Belisario si disponeva a sostenere l’assedio gotico : cfr. Proc., De bell. Goth. I, 14 (536 d. C.) t.. 'Ρωμαίους άπαντας, καίπερ δεινά ποιουμένους, ήνάγκαζεν (scii, Belisario) άπαντά
124 Economia e società nell’« Italia Annonaria » proprietari cisalpini nella campagna romana (analogo a quello dei Transpadani che nelFVIII secolo, dalle carte del Codice Di¬ plomatico Longobardo, risultano acquistare nel Lazio, nella Campania e nella Toscana terreni incolti da bonificare, trapian- tandovisi con le loro famiglie 329) appare per lo meno assurdo nel IV secolo, allorché ogni tipo di mano d’opera agricola è legata al suolo di origine, e anche nell’Italia Settentrionale comincia a farsi sentire il problema dello spopolamento e dell’abbandono delle coltivazioni 330. I peregrini in questione appaiono strettamente connessi con il mercato frumentario: qui solerent adiumento esse vel in con¬ ferendis subsidiis vel in celebrandis commerciis, dice Ambro¬ gio 331 * ; essi procuravano victum 332 e subsidia frumentaria333 σφίσι τά έπιτήδεια έκ των άγρών έσκομίζεσθαι... ; cfr. pure Id., Ibid., II, 3, dove si racconta come i soldati bizantini assediati vendessero a peso d’oro ai citta¬ dini di Roma il grano che riuscivano a mietere nei campi suburbani durante le loro sortite. 820 Cfr. i documenti citt. in Carli, Il mercato nell’alto med. cit., I, pag. 198; cfr. pure Serra, Appunti di toponom. cit., pagg. 226-228. La questione è stata ripresa dal medesimo Studioso nella discussione sulla relazione di G. Fa- soli, Aspetti di vita economica e sociale nell’Italia del secolo VII, V Sett. Int. di Studi sull’Alto Med. (23-29 aprile 1957), « Caratteri del VII secolo », Spoleto 1958, I, pagg. 179-181. Data la caratterizzazione che dà Ambrogio di questi Itali, e la loro fun¬ zione sul mercato frumentario romano, sembra poi da escludere si tratti di quei liberi braccianti salariati, che solevano migrare stagionalmente da una provin¬ cia all’altra per coltivare i campi (cfr. Svet., Vesp. 1, ove racconta come, se¬ condo alcuni, il nonno di Vespasiano fosse stato un ingaggiatore di tali operarii : ...e regione Transpadana fuisse mancipem operarum, quae ex Umbria in Sabi¬ nos ad culturam agrorum quotannis commeare soleant... ; agli inizi del V secolo, Paolino da Nola testimonia un’analoga migrazione di braccianti rustici dalla Campania in Apulia : cfr. pagg. 208-209, n. 9). 880 Cfr. indietro, pagg. 56 sgg. Sulla scarsa floridezza della campagna ro¬ mana nel IV secolo, cfr. ad. es. le parole che Simmaco, verso il 375-376, scriveva al padre residente in una sua villa dell’agro prenestino : ... hic usus in nostram venit aetatem, ut rus, quod solebatur alere, nunc alatur... (Ep. I, 5) ; cfr. Id., Ep. VI, 81 Nicomachis filiis : ... Nobis Tiburis aura blanditur, sed contra exasperat animum male gesta ratio vilicorum. Neque ager cultura nitet, et fructuum pars magna debetur, nihilque iam colonis superest facultatum, quod aut rationi opi¬ tuletur aut cultui.... Cfr. pure G. Tomassetti, La campagna romana, Roma 1910, I, pagg. 105-107. 881 De Off. Ili, 46. 382 Ibid, 49. 338 Ibid. 46 e 47. Essi sono quei frugis battili che anche Simmaco ricorda
L’età ambrosiana 125 alla città in omni aetate334; e — notazione che non può non stupirci — anche nel tempo presente di crisi avevano continuato ad essere di aiuto : quanta sunt quae ab ipsis nobis hoc ipso tempore ministranturf335. Costoro risultano inoltre appar¬ tenere a tutte le classi sociali; e vengono di volta in volta desi¬ gnati quali rusticani 336, agricolae 337, cultores 338, oppure come fra i corporati negotiatores, membra aeternae urbis (Relat. XIV, 384-385, d. C.)· 884 Ambe., De Off. Ili, 46; cfr. Amm. Marc. XXVIII, 4, 32: Onde si ad theatralem ventum fuerit vilitatem... ad imitationem Tauricae gentis (che, se¬ condo il mito, sacrificava gli stranieri sull’altare di Diana: cfr. Id. XXII, 8, 33) peregrinos vociferantur pelli debere, quorum subsidiis semper nisi sunt ac steterunt... Questo passo di Ammiano è inserito nella digressione De vitiis Senatus (Ibid. XXVIII, 4, 6-27) populique Romani (Ibid., XXVIII; 4, 28-34), a proposito degli eventi dei 368-72 (prefettura urbana di Olybrvus e Ampelius). 885 Ambr., De Off. Ill, 46. 888 Ibid. 51. 887 Ibid. 46. 338 Ibid. 46, 47, 51. Essi sono ingenui, ma sembra che in qualche caso pos¬ sano venire sostituiti da una mano d’opera servile acquistata sul mercato degli schiavi: Numquid his deficientibus — dice il Praefectus TJrbi ai Senatori — non alii nobis redimendi cultores videnturf Quanto vilius est pascere, quam emere cultorem! Ubi etiam repares, ubi invenias quem reformes? Adde si inve¬ nias, quod ignarum ed alieni usus, numero possis substituere, non cultui... (Vale a dire che gli schiavi acquistati per sostituire i coloni specializzati nelle opere agricole, in quanto qualitativamente inferiori, avrebbero fatto rendere le terre assai di meno). È difficile valutare quanto potesse effettivamente costare il man¬ tenimento di un operarius rusticus; certamente meno di 4 solidi all’anno (va¬ lore teorico di circa 120 modii di frumento: cfr. pagg. 360 sgg.), dal momento che questo era l’ammontare, in aderazione, dell’annona di un soldato, mante¬ nuto senza dubbio assai più lautamente (cfr. pagg. 549-550); comprare uno schiavo — che andava poi egualmente mantenuto — veniva invece a costare fra i 20 e i 30 solidi, a quest’epoca (cfr. pagg. 563 sgg.). Nel nostro caso Ambrogio non intende comunque riferirsi a liberi coltivatori salariati, dal momento che accenna al mantenimento, ma non alla paga; e dall’Editto di Diocleziano sap¬ piamo che, all’inizio del IV secolo, il compenso giornaliero di un operarius rusti¬ cus pastus (al quale veniva, cioè, provveduto il vitto in sovrappiù: su tale con¬ suetudine, cfr. anche Petr. Chrys. di Ravenna, Sermo CLXX, P.L. 52, col. 646) era di 25 denarii, che è come dire 9.425 denarii all’anno, pari a circa 1/10 di libbra d’oro (cfr. Ed. VII, 1). Supponendo che il mantenimento venisse a co¬ stare annualmente quanto circa un’altra metà di tale somma (per un valore teo¬ rico, cioè, di 90 modii di grano a 50 denarii circa per modio italico, sempre se¬ condo il tariffario dioclezianeo), un operarius rusticus giornaliero avrebbe ri¬ chiesto al proprietario una spesa complessiva di 1/7 di libbra d’oro all’anno (equivalente un po’ più tardi a circa 10 solidi): tutto ciò ammettendo — ma
126 Economia e società nell*« Italia Annonaria » appartenenti a un più elevato livello sociale, amici e parenti degli honorati e locupletiores viri della città: nostra illic fa¬ milia, plerique etiam nostri parentes sunt, dice Aradius Rufinus ai senatori convocati3®9. I peregrini cisalpini, legati al mercato frumentario e colti¬ vatori di terre al tempo stesso, sono detti infine corporati ^ Anche questo fatto sembra porti a escludere che si trattasse per lo più di modesti coltivatori speculanti sul margine dei propri raccolti, dal momento che a quest’epoca, in Italia, è ignoto il fenomeno associativo tra le classi rustiche, quale, invece, si ri¬ scontrerà più tardi nel Medioevo341: corporati, in quanto nego¬ tiatores, potevano infatti essere considerati soltanto coloro che pagavano al fisco la Itistralis collutio 342. E proprio nel 384 (l’anno non concedendo — che il giornaliero in questione lavorasse tutto Tanno, invece di un certo numero di mesi soltanto; eppure, anche così (lo si noti qui per inciso), il suo guadagno risulta inferiore di oltre la metà rispetto a quello di un salariato giornaliero al tempo di Cicerone, una volta conteggiato in oro (cfr. Cic., Pro. Q. Roscio comoedo X, 28: 12 assi al giorno, cioè 4.380 assi all’anno, equivalenti a 273 denarii circa — essendo Tasse la sedicesima parte del de¬ nario — pari a quasi 11 aurei — essendo 1 aureo = 25 denarii — e cioè 1/4 di libbra d’oro, occorrendo 40 aurei per fare una libbra). Ma da 3 a 5 volte inferiore rispetto al IV see. appare a sua volta la paga di un libero salariato agli inizi del VII see. in Alessandria, anche se il prezzo del frumento era rimasto, nel frattempo, invariato (cfr. Leont., Vita S. Iohan. Elem. 1, P.G. 93, col. 1617; egli parla di compensi oscillanti fra i 6 e i 12 tremissi d’oro all’anno [= 2-4 solidi], vale a dire fra 1/36 e 1/18 di libbra d’oro). 889 Ambe., De Off. Ili, 46. Familia, qui, è evidentemente usato nel senso di « parentela » ; più avanti, infatti, costoro vengono contrapposti ai servi : servum retines, trudis parentem? (Ibid. 49). 840 Quantis corporatorum subsidiis dudum Roma fraudata est! (Ambe., De Off. Ill, 50). 841 Cfr. P. Rasi, Le corporazioni fra gli agricoltori, Milano 1940, passim; Id., Le corporazioni agricole ed il Liber Consuetudinum Mediolani, Scritti Stör, e Giurid. in meni, di A. Visconti, Milano 1955, pagg. 351-358. Sui consortia di liberi coltivatori in Illirico, Siria, Egitto e Palestina, vere corporazioni respon¬ sabili di fronte allo Stato già nel IV e V secolo, cfr. Maeteòye, Les patronages d’agriculteurs et de vici cit., pagg. 288 sgg. 842 Cfr. Ch. Léceivain, L’origine de l’impôt dit lustralis collatio ou chrysar- gyre, Mélanges G. Boissier, Paris 1903, pagg. 331-334. Sulle corporazioni in ge¬ nerale, oltre al fondamentale lavoro del Waltzing già citato, cfr. L. M. Haet- mann, Zur Wirtschaftsgeschichte Italiens im frühen Mittelalter, Analekten, Gotha 1904, pagg. 16-41 («Zur Geschichte der Zünfte im frühen Mittelalter», già in Zeitschrift für Sozial· und Wirtschaftsgesch., III [1894], I. Heft); F.
L’età ambrosiana 127 della seconda crisi frumentaria ambrosiana, in cui gli agricoltori corporati italici venivano espulsi da Roma) alcune leggi avevano ribadito la distinzione fra gli αύτοπώλαι, che limitavano le loro transazioni all’esito dei prodotti sovrabbondanti, e quella parte invece della rusticana plebs (si noti la corrispondenza con l’am¬ brosiana plebs rusticanorum343), che produceva in vista del commercio vero e proprio, huc illueque discurrens ed in exercitio tabernarum usuque versans344 ; soltanto questi άλλοτριοπώλαι erano pertanto tenuti a pagare la tassa quinquennale del cri- sargirio, come già avevano stabilito tre costituzioni del 361, 361, 370 349 e, in particolare, una legge del 374, indirizzata da Milano al Vicarius dell’Annonaria, Italicus : M. De Robertis, Contributi alla storia delle corporazioni in Roma, Bari 1934, estr. da An«, del Sem. Giurid. Econ. della R. Univ. di Bari VII (1932), Parte I, pagg. 55-140; Ibid. Vili (1933), Parte I, pagg. 101-183, e Parte II, pagg. 3-55; Id., Il corpus naviculariorum nella stratificazione sociale del Basso Impero, Riv. del Dir. della Navigazione III (1937), Pa,rte I, pagg. 189-215; Id., Il diritto associativo romano, Bari 1938, pagg. 418 sgg. ; Id., Il fenomeno associativo nel mondo romano, Dai collegi della repubblica alle corporazioni del basso impero, Napoli 1955 ; P. S. Leicht, Ricerche sulle corporazioni professionali in Italia dal secolo V all’XI, Rendic. della R. Acc. dei Lincei, CI. Sc. Mor., Ser. VI, XII (1936), pagg. 195-241 (= Scritti vari di St. del Dir. Ital., Milano 1943, pagg. 368 sgg.) ; Id., Corporazioni romane e arti medievali, Torino 1937 ; Ch. P. Sherman, The Roman Administrative Marine, St. in on. di S. Riccobono II, Palermo 1936, pagg. 65-76; G. Mickwitz, Die Kartellfunktionen der Zünfte und ihre Bedeutung bei der Entstehung des Zunftwesens, « Soc. Sc. Fennica, Comm. human, litter. » Vili, 3, Helsingfors 1936, pagg. 174-175; Bandini, Appunti sulle corporazioni romane cit. ; J. Gaudemet, Constantin et le recrutement des corporations, Atti del Congr. Int. di Dir. Rom. e di St. del Dir. Ili, Milano 1951, pagg. 17-25 ; K. Kurz, Methodische Bemerkungen zum Studium der Kollegien im Donau¬ gebiet, Acta Antiqua VIII (1960) fase. 1-2, pagg. 133-144 e bibliogr. ivi cit. ; etc. 818 Ambr., De Off. III, 51. r,+ Cfr. C. Tir. XIII, 1, 12 (13 marzo 384), Ad Atticum ppo., da Milano: Nemo negotiator muneribus publicis eximatur exceptis his dumtaxat, qui inno¬ centi industria fructus domesticos suis possessionibus innatos simpliciter ven¬ dunt...; Ibid. XIII, 1, 13 (= Brev. XIII, 1, 1), a Postumiano (8 novembre 384) : Singuli quique, si per eos veimacula quaeque vendantur, functione auraria non teneantur: si vero emendi vendendive conpendiis ultro citroque quaesitis familiaris rei amplitudo cumuletur, ... memoratae praestationi nectantur (In¬ terpretatio: Si quicumque rem, quae ei nata est aut quam non emit, vendat, ad solutionem aurariam minime teneatur. Si vero emendi vendendique studio probabitur hic illueque discurrere, ... ad solutionem teneatur aurariam). 345 Cfr. C. Th. XIII, 1, 3, ad Senatum (3 maggio 361) : Rusticanos colo¬ nosque vestros inter negotiatores describi non oportet, scilicet si nequaquam
128 Economia e società nellItalia Annonaria » Colonos rei privatae vel ceteros rusticanos pro speciebus, quae in eorum agris gigni solent, inquietari non oportet. Eos etiam, qui manu victum rimantur aut tolerant, figulos videlicet aut fabros, alienos esse a praestationis eius molestia decernimus, ut hi tantum, qui pro mercimonio et substan¬ tia mercis ex rusticana plebe inter negotia¬ tores sunt, sortem negotiationis agnoscant, quos in exercendis agris ingenitum iam pridem studium non reti¬ net sed mercandis distrahendisque rebus institutum vitae et vo¬ luntatis inplicuit ***. Nel IV secolo, Roma si approvvigionava di grano a una tri¬ plice fonte: a) Annona civica dall’Africa 347 e, in via eccezio- exercent negotiationis industriam, siquidem in eo negotiationem et mercimonia non oporteat aestimari, si ea homines vestri ac rusticani etiam in vestris pos¬ sessionibus commorantes distrahant, quae in his temis quas incolunt adque in eodem rure gignuntur ; Ibid. XIII, 1, 6, ad Florentium C(omitem) S(aerarum) L(argitionum) (8 settembre 364): Aurum mercatoribus adque argentum, quo erogatio publica iuvetur, indiximus... Exceptio autem eos tantummodo in hac communi fere sorte defendet, qui proprio rure per se aut homines suos qui evidentissime cognoscuntur negotiantes non tam mercatorum loco haberi debent quam sollertium strenuorumque dominorum; Ibid. XIII, 1, 8, ad Claudium Proc(onsulem) Afric(ae) (26 aprile 370): Hi tantum ad auri argentique deti¬ neantur oblationem merces emendo adque vendendo commutantes, qui in exer¬ citio tabernarum usuque versantur, non etiam coloni rei nostrae, qui ea di¬ strahunt, quae in dominicis possessionibus annus tulerit. 840 C. Τη. XIII, 1, 10 (5 febbraio 374, da Milano), Imppp. Val(entini)anus, Valens et Gr(ati)anus AAA. ad Italicum Vic(arium) Italiae. Sembra tuttavia che, neirapplicazione pratica della legge, venissero commessi abusi nella di¬ stribuzione degli oneri fiscali: Libanio (Or. XLVI in Florentium) dice che, nel- l’assegnare la collatio quinquennale del crisargirio, non venivano risparmiate neppure le persone più misere. 847 Cfr. Symm., Epp. Ili, 55 e 82, citt. più sotto, n. 354; Ibid. VI, 54 e 74; Ibid. VII, 38 e 68; Relat. XVIII; Claudian., De cons. Stille. II, v. 392, cit. più sotto, n. 353; Aug., Sermo CCLXXVIII, 12; Prud., Contra Symm. II, vv. 937-939, cit. a pag. 161, n. 458; Salv., De gub. Dei VI, 12, 68 e VII, 14, 60; Rut. Nam., De red. suo I, v. 147, cit. più sotto, n. 348; etc. Sull’importanza del ruolo dell’Africa nei confronti dell’annona romana, cfr. A. Leoocq, Le com¬ merce de l’Afrique romaine, Bull, de la Soc. de Gèogr. et d'Arch. d’Oran XXXII (1912), pagg. 371 sgg. ; G. Calza, L’Africa fornitrice dell’annona di Roma, Roma XVII (1939), pagg. 522-533; B. H. Warmington, The North African Provinces from Diocletian to the Vandal Conquest, Cambridge 1954, passim; Romanelli, o. c., passim; etc.
L'età ambrosiana 129 naie o secondaria, dall’Egitto 348, dalla Spagna 349, dalla Sarde¬ gna350, dalla Sicilia351, dalle province meridionali d’Italia352, 348 Cfr. Ambe., Ep. XVIII, 19 : ... nec assueto cursu Nilus intumuit, ut Urbicorum sacerdotum dispendia vindicaret... ; Rut. Nam., De red. suo I, vv. 145-147: Aeternum tibi (= Romae) Rhenus aret, tibi Nilus inundet, / altricem suam fertilis orbis alat; / quin et fecundas tibi conferat Africa messes... ; Symm., Relat. IX : ... venerabimur tamquam sacras puppes, quae felicia onera Aegyptiae frugis invexerint... ; Id., Relat. XXXV e XXXVII ; SS. Hist. Aug. (Flav. Vop.), Vita Aur. XLV, 1 e XLVII, 1 (vectigal ex Aegypto). Alla σιτηγία (vale a dire a una particolare sorta di servizio di Stato per il trasporto del frumento fiscale da Alessandria a Roma e a Costantinopoli) fa riferimento Libanio, Or. LIV, 47, Προς Εύστάθιον περί των τιμών; cfr. pure Petit, Libanius et la vie municipale à Antioche cit, pagg. 159 sgg. Anche tra i papiri del Fayùm sono conservate lettere di egiziani che, nel III e IV secolo, si trovavano a Roma per commerciare frumento ed altri cereali: cfr. in particolare B. G. U. (= Aegyptische Urkunden aus d. kgl. Museen zu Berlin - Griechischen Urkunden), I, Berlin 1904, n. 27, e P. Amh. (=The Amherst Papyri... of the... Lord Amherst at Didlington Hall, Norfolk), I, London 1900, n. 3; G. Ghedini, Lettere cristiane dai papiri greci del III e IV secolo, Milano 1923, pagg. 47 sgg. e 65 sgg. ; M. T. Cavassini, Lettere cristiane nei papiri greci d’Egitto, Aegyptus 1954, fase. 2, pagg. 266-282 (aggiornamento dell’opera del Ghedini). "4® Cfr. Claudi an., In Eutrop. I, vv. 399-409 cit. a n. 353; Symm., Relat. XXXVII (384-385 d. C.) : ... commeatus Hispaniensis atque Alexandrinus... ; Cass., Var. V, 35, cit. più avanti, pagg. 291-292 ; C. Tu. XIII, 5, 4 (324) e XIII, 5, 8 (336), dove si accenna ai navicularii che facevano servizio fra VHispaniae litore e Porto. Il lavoro del Bovini sui sarcofagi spagnoli, affrontando sistematicamente il problema delle importazioni e della produzione locale, ha mostrato come la maggior parte dei sarcofagi spagnoli del IV sec. d. C. sia di origine italica, e soprattutto romana (G. Bovini, I sarcofagi paleocristiani della Spagna, Città del Vaticano 1954, « Amici delle Catacombe » 22, pagg. 251-265 ; Id., Sarcofagi paleocristiani e paleobizantini della Spagna, Corsi di cult, sull’arte rav. e biz. Ili, 1, Ravenna 16-29 marzo 1958, pagg. 5-39 e partie. 29-39) : ed è appunto pensabile che molti di questi sarcofagi siano migrati in Spagna come zavorra delle navi che erano giunte a Roma cariche di frumento (un fenomeno del tutto analogo si riscontra anche per la Sardegna : cfr. sotto, n. 350). 350 Cfr. Prud., Contra Symm. (del 402-403 d. C.), II, vv. 942-943, cit. a pag. 161, n. 458 ; Symm., Epp. IX, 32 (ove si parla degli horrea sardi devoluti al¬ l’annona romana) e IX, 42 (dove si dice che l’onesto Benignius, rei frumentariae negotium pervigili animo et puris manibus exccutus, ... de Sardinia ... horreis [= scii. Romanis] tantum frugis invexit, quantum illi provinciae anni fortuna contulerat...) ; Salvian., De gub. Dei VI, 68 (...et eversis [dai Vandali] Sardinia ac Sicilia, id est fiscalibus horreis abscissis velut vitalibus venis...) ; Paul. Nol., Ep. XLIX, 1, pag. 390 ed. W. Hartel, C.S.E.L. 29, Wien 1894 (Paolino paria di un amico miracolosamente scampato a un naufragio : ... Hieme supc- 9. L. Ruggini
130 Economia e società nell’«. Italia Annonaria » dalla Gallia353, dalla Macedonia364. 6) Importazioni dei grandi riore conpulsus in Sardinia cum ceteris quippe naviculariis invehendas fiscalibus horreis fruges ministerio propriae navis accipere, non expectato tempore soliti commeatus ante aestivam temperiem onustum navigium vi publica urgente di¬ misit...); Graeg., Reg. Ep. IX, 2 (598) ad defensorem Calaris; etc. Già nel 173 d. C., pertanto, i domini navium Sardorum, assieme con quelli africani, avevano dedicato un monumento in onore di un mercante di grano, magistrato a Ostia (cfr. C.I.L. XIV, 4142) ; e pure ad Ostia furono rinvenute le iscrizioni dei navicularii Turritani (cfr. C.I.L. XIV, 4549, 19) e dei navicularii et negotiantes Karalitani (cfr. C.I.L. XIV, 4549, 21): cfr. P. Meloni, Turris Libisonis alla luce delle iscrizioni, Epigraphica, XI (1949), pagg. 88-101 e partie. 99-100. Secondo G. Pesce (Sarcofagi romani di Sardegna, Roma 1957, pagg. 12-13) la maggior parte dei sarcofagi sardi, dal tempo di Adriano in avanti, sarebbero di provenienza romana, giunti quivi come zavorra delle navi che nel viaggio di andata erano state invece onerate di frumento. Per un inventario delle fonti più antiche riguardanti la ricchezza fru¬ mentaria della Sardegna cfr. S. Grande, Corporazioni professionali in Sardegna nell’età romana, Riv. di St. Ant. X (1906), pagg. 287-304 e 437-446; E. Pais, Storia della Sardegna e della Corsica durante il dominio romano, II, Roma, 1923, pagg. 506 sgg. ; H. I. Marrou, Un historien en Sardaigne, Études Rhoda¬ niennes XXVI (1951), pagg. 141-146. 861 Cfr. Prud., Contra Symm. II, vv. 940-941, cit. a pag. 161, n. 458; Salv., De gub. Dei VI, 68 e Pauu. Nol., Ep. XLIX, 1, citt. sopra, n. 350; Iordanv Romana 381 (... Indeque hortatus [scii. Belesarius\ exercitus regreditur Sici¬ liam. quatenus et Romae annonae faceret cupiam et vicinus ad fretum Totila- nem turbaret in Campania commorantem...); Proc., De bello Goth. I, 14 (Beli¬ sario fa venire a Roma il frumento dalla Sicilia, quando aspetta l’assedio di Vitige nel 536) ; Id., Ibid., Ill, 16 (Totila rammenta l’abbondanza di ogni frutto in Sicilia, tanto che Roma soleva da tempo trarne annua e abbondante provvi¬ gione); Graeg., Reg. Ep. I, 2; etc. 852 Per la Campania, cfr. Symm., Relat. XL, 4, cit. a pag. 153, n. 430; per VApulia et Calabria, cfr. Sid. Ap. Ep. I, 10, 2, cit. a pag. 147, n. 409. 888 Cfr. Rut. Nam., De red. suo I, v. 145, cit. sopra, n. 348; Cuaudian., De Cons. Stilic. II, vv. 391-396 : ... Quirites / et populus quem ductor amas: quibus Africa per te / nec prius auditas Rhodanus iam donat aristas, / ut mihi vel Massyla Ceres vel Gallica prosit / fertilitas messesque vehat nunc umidus Auster, / nunc Aquilo, cunctis ditescat horrea ventis... (il fatto av¬ venne al tempo della guerra gildonica) ; Id., In Eutrop. I, vv. 399-409 : Gildonis taceo magna cum laude receptam J perfidiam et fretos Eoo robore Mauros. / Quae suscepta fames, quantum discriminis, urbi, / ni tua vel soceri numquam non provida virtus / Australem Arctois pensasset frugibus annum. / Invectae Rhodani Tiberina per ostia classes / Cinyphiisque ferax Araris successit aristis. / Teutonicus vomer Pyrenaeique iuvenci / sudavere mihi; segetes mirantur Hiberas / horrea; nec Libyae senserunt damma rebellis / iam transalpina contenti messe Quirites.
L’età ambrosiana 131. proprietari dalle loro terre 3δδ. c) Commercio privato. Il Waltzing ha dimostrato come nel IY secolo i mercanti di grano avessero continuato a sussistere sul forum rerum vena¬ lium accanto ai navicularii * 355 356, dai quali occorre accuratamente 851 Cfr. Symm., Ep. Ili, 55, Ricomeri: ... Ager autem, qui me interim tenet, Tiberim nostrum iuncto aquis latere prospectat. Hinc libens video, quid aeter¬ nae urbi indies frugis accedat, quid Romawis horreis Macedonicus adioiat com¬ meatus. Nam paene, ut recordaris, cessante Africa fames in limine erat, quam clementissimus... imperator praevenit indebitis alieni soli copiis .../ Id., Ep. III, 82: ... Tantum de ripa Tiberis — nam per fines meos fluvius elabitur — onusta specto navigia non iam sollicitus, ut ante, de fame civium. Versus est namque in gaudia publicus ex inopia metus, postquam venerabilis pater patriae Macedo¬ nicis commeatibus Africae damma pensavit... Sulla controversa datazione di queste lettere, cfr. più avanti, pag. 161, n. 459. 355 A un’importazione di frumento dalle sue proprietà apule a quelle campane, e di qui probabilmente a Roma nel 396, in occasione di una crisi frumentaria, parla ad es. Simmaco in una lettera ai figli Nicomachi : ... De le¬ gatione mittenda ob angustias frumentariae rei usque ad reditum viri excellen¬ tissimi comitis tractatus publicus differtur. Consilium sanctitatis tuae salubre mihi visum est; itaque datis ad homines meos litteris statim tussi ex re nostra Apula ad Campaniam frumenta deferri... (Ep. VI, 12) ; sull’interpretazione di questa epistola, cfr. Heitland, o. c., pag. 406 ; J.A. Mac Geachy, Quintus Aurelius Symmachus and the Senatorial Aristocracy of the West, Chicago 1942, pag. 70. Più tardi, verso la fine del VI secolo, Gregorio parla spesso dell’importazione di frumento a Roma dalle proprietà ecclesiastiche siciliane (Reg. Ep. I, 42 e 70; Ibid. IX, 114). O. c. II, 3a parte, pagg. 103-115. Di parere opposto — ma con argo¬ mentazioni a nostro giudizio assai meno persuasive — si dimostrano ad es. G. Cardinali, v. « Frumentatio », Diz. Ep. di Ant. Rom. a cura di E. De Ruggiero, vol. Ili, Roma 1942, pagg. 225-315 e partie. 311-312, e L. Homo, Rome impériale et l’urbanisme dans l’Antiquité, Paris 1951, pag. 230. Solo in circostanze d’ec¬ cezione venne infatti vietato l’acquisto di frumento per il libero commercio, come ad es. nel 409 a Costantinopoli, certo per evitare un eccessivo rialzo dei prezzi (cfr. C. Τη. XIV, 16, 1). Sull’annona romana e l’organizzazione dell’ap¬ provvigionamento nel Basso Impero in generale, cfr. inoltre: O. Hirschfeld, Annona, Philologus XXXIX (1870), pagg. 1-96; H. Pigeonneau, De convectione urbanae annonae et publicis naviculariorum corporibus apud Romanos, Saint- Cloud 1876; Id., L’annone romaine et les corps des naviculaires particulière¬ ment en Afrique, Rev. de VAfr. Franc, et des Ant. Afr. IV (1886), pagg. 220-237; G. Salvioli, Sulla esportazione di grano e di olio dall’Africa nell’epoca romana, Atti delVAcc. Pontan. XLII (1912), pagg. 1-22; R. Cagnat, L’annone d’Afrique, Mém. de Vinsi. Nat. de France, Acad, des Inscr. et Belles Lettres XL (1916), pagg. 248-277 ; P. Huvelin, Études d’histoire du droit commercial romain, Pa¬ ris 1929, pagg. 72 sgg. ; O. W. Reinmuth, The Prefect of Egypt from Augustus to Diocletian, Leipzig 1935, Klio, 21. Beiheft, pagg. 39-40; D. Van Berchem, Les
IS2 Economia e società nell’a Italia Annonaria » distinguerli357. Questi negotiatores provinciali erano riuniti in corporazioni che lo Stato controllava e incoraggiava, in quanto utili all’intera comunità, pur senza devolvere regolarmente al¬ l’annona le loro prestazioni, come avveniva invece per i na¬ vicularii. Essi godevano dunque di vari privilegi 358; e VHistoria Au¬ gusta dice che Alessandro Severo (sotto il quale tutti gli arti¬ giani e commercianti che servivano il mercato di Roma sarebbero stati definitivamente organizzati in corpi ufficiali 359) accordò le più ampie immunità ai negotiatores provinciali, per attirarli nell’Urbe a colmare i vuoti che le follie di Eliogabalo avevano ope¬ rato nei magazzini frumentari di Roma 3β0. È noto pertanto come VHistoria* Augusta spesso rifletta situazioni ed istanze dell’avan¬ zato IV secolo 331 ; ed è possibile che anche i communia iura di cui distributions de blé et d’argent à la plèbe romaine, Genève 1939; L. Wengers, Canon in den römischen Rechtsquellen und in den Papyri, Sitzungsberichte der Akademie der Wissenschaften in Wien, phil.-hist. Klasse, CCXX, 2. Abh. (1942), 194 pagg. ; Id., Canon in den römischen Rechtsquellen, Z.S.S., Kan. Abt. XXXII (1943), pagg. 495-506; v. «Annona» (F. öhler), P.W. I, coli. 2316-2321; v. «Canon frumentarius» (W. Kubitsciiek), Ibid. Ill, 2, coll. 1487-1488; etc. 857 Già sotto Settimio Severo Callistrato li contrapponeva formalmente ai navicularii, benché fossero accomunati a questi ultimi nel godimento di certi privilegi : ... negotiatores, qui annonam Urbis adiuvant, item navicularii, qui annonae Urbis serviunt... (Dig. L, 6, 6 [5], 3). Nel 380 Graziano menziona i mercanti che tentavano di passare per navicularii al fine di goderne i privi¬ legi (cfr. C. Th. XIII, 5, 16; Ibid. XIII, 5, 23 [393 d. C.]). Sempre a questi negotiatores privati, distinti dai navicularii, fanno riferimento anche le leggi del Codice Teodosiano XIV, 22, 1 (8 giugno del 364: Omnia, quaecumque ad¬ vexerint privati ad Portum urbis aeternae...) e del Codice Giustiniaeo IV, 61, 6 (365 d. C. : ...ab omnibus, qui negotiationis seu transferendarum mercium habent curam... exceptis naviculariis, cum sibi rem gerere probabuntur). 858 Per alcuni di questi privilegi, già al tempo di Nerone, cfr. Tac., Ann. XIII, 51 ; sotto Settimio Severo Paolo (Dig. L, 5, 9, 1) e Callistrato (Ibid. L, 6, 6 [5], 3), ci dicono che i mercanti di grano furono esonerati, al pari dei navicularii, dagli oneri pubblici. Cfr. inoltre v. «Mercator» (R. Cagnat), D.A.G.R. Ili, 2, pagg. 1731-1743; v. «Mercatura» (R. Cagnat -M. Besnier), Ibid., pagg. 1743-1783. 859 Cfr. SS. Hist. Aug. (Lamprid.), Vita Al. Sev. XXXIII (222-235 d. C.). 800 Ibid. XXI-XXII : Commeatum populi Romani sic adiuvit, ut, cum fru¬ menta Heliogabalus evertisset, hic empta de propria pecunia loco suo repone¬ ret. Negotiatoribus, ut Romam volentes concurrerent, maximam inmunitatem dedit... aei Cfr. pag. 39, n. 81.
ΙΑ età ambrosiana 133 i Cisalpini avrebbero goduto — secondo il Vescovo di Milano 362 — alla pari con i cittadini urbani di pieno diritto, vadano intesi come concessioni e privilegi di tipo analogo 363. Da quanto siamo andati di mano in mano annotando sembra dunque che, sulla natura e Fattività in Roma degli Itali rusticani corporati ricordati nel De Officiis, si possa avanzare almeno una ipotesi, verosimile, se non documentabile con assoluta certezza. Tali peregrini italici si potrebbero cioè interpretare in parte come affittuari, mezzadri o coloni dei clarissimi stessi, provenienti con i subsidia frumentaria dalle proprietà di costoro neW Italia, Annonaria, per speculare sul libero mercato tanto per proprio conto quanto a nome dei loro padroni ; altri sarebbero invece mer¬ canti frumentari veri e propri, di rango più elevato, parenti ed amici degli honorati e clarissimi. A questo proposito si può in¬ fatti ricordare quella legge del 364 in cui, proprio fra i nego¬ tiantes tenuti alla lustralis collatio, vengono annoverati non sol¬ tanto i chierici dediti alla mercandi sollertia 301, ma anche i ne¬ gotiatores pertinentes alla domus divina (nei quali non si de¬ vono vedere i palatini36δ, bensì gli homines dei praedia impe¬ riali, o forse i grandi conductores stessi, data la larghissima au- * 384302 Cfr. Ambr., De Off. Ili, 45. .•»e Qfr avanti, pag. 138; lo stesso valore potrebbe inoltre attribuirsi alla frase di Simmaco : ... pulsis omnibus, quos exerto et plen o u b e r e Roma susceperat... (Symm., Ep. II, 7 a Flaviano). 384 Erano immuni della lustralis collatio, qualora si fossero dedicati alla mercatura, soltanto i clerici copiatae (seppellitori di cadaveri : cfr. C. Th. XIII, 1, 1, del 356, accepta a Roma) ; più tardi, Graziano e Valentiniano ema¬ narono da Aquileia una legge, con la quale veniva concessa ai chierici la im¬ munità dalla lustralis depensio fino a un mercimonium di dieci solidi in Italia e nell’Illirico, quindici solidi nelle Gallie (cfr. C. Τη. XIII, 1, 11, del 379). Quin¬ dici solidi (corrispondenti ad es. a 375 modii di frumento, a 25 modii il solido: cfr. pagg. 360 sgg.) fu, nel 385, il limite di immunità dalla tassa dei mercanti con¬ cesso anche a quei milites che fossero stati promossi al rango di protectores o avessero ottenuto la honesta vel causaria missio (cfr. C. Tu. XIII, 1, 14, da Verona ; tutti gli altri soldati sottostavano invece alla legge comune : cfr. ad es. C. Τη. XIII, 1, 13, del 384). Non è chiaro il motivo che suggerì agli Imperatori di stabilire una differenza nel livello d’immunità fra i chierici negotiantes gal¬ lici da una parte e quelli italici èd illiriciani dall’altra : la maggior severità nei confronti di questi ultimi potrebbe forse significare che, in Italia, più forte era il numero di coloro che si dedicavano a tale usum conversationis. 865 Cfr. Godefroy, ad. loc. cit.
134 Economia c società nell’« Italia Annonaria » tonomia di cui godevano 8ββ), nonché i potion um homines367 ed i potiores ipsi esercitanti la mercatura : si tratta evidentemente di quattro categorie di persone che, appoggiandosi alla grande proprietà privata, imperiale o ecclesiastica, tentavano appunto di evadere alla tassazione che colpiva i mercanti, equivocando 307866 Quattro potevano essere le principali forme di affitto: a) locatio-con- ductio (forma classica dell’Alto Impero), locazione a breve termine, la cui sca¬ denza ordinaria era il lustrum (quinto anno) ; b) ius perpetuum, godimento per¬ petuo ed ereditario di un fondo dietro pagamento di un affitto annuale; c) ius privatum salvo canone, assai simile al precedente, ma che, giuridicamente, si configurava come un’alienazione vera e propria ; d) ius emphyteuticarium, con¬ cessione d’un diritto di godimento (generalmente ereditario) su di una terra, dietro la corresponsione di un affitto e l’impegno a coltivare e migliorare la pos¬ sessio. Queste ultime tre forme vennero in uso soprattutto nel Basso Impero, e trovarono comune applicazione sulle terre del patrimonium e della rcs privata degli Imperatori; esse rendevano gli affittuari (perpetuarli ed emphyteuticarii) praticamente quasi domini sulle terre in loro gestione. Su tutto ciò, cfr. in partie. Beaudoin, Les grandes domaines dans l’Empire Romain cit. ; G. Cicogna, Dei possedimenti denominati « saltus », Arch. Giurid. LXXV, n.s. Ill (1905), pagg. 273-289 e 382-442, n.s. IV (1905), pagg. 59-87; etc.; vd. pure avanti, pagg. 209 n. 10, 238 sgg. e 301-302. Il patronato di cui godevano i mercatores per sfuggire alla auri eonlatio, all’ombra della grande proprietà imperiale e privata, è illustrato in parti¬ colare, oltre che dalla costituzione C. Τη. XIII, 1, 5 del 364 attualmente in esame, anche da altre due leggi emanate nella Pars Orientis dell’Impero: cfr. C. Tu. XIII, 1, 15 (386) : Si quis potentior negotiatorem quempiam, quominus aurum debitum inferat, contra fisci nostri commoditates putaverit defendendum, ipse defensor negotiationis adseribtam ei quem defenderit summam cogatur expen¬ dere; Ibid. XIII, 1, 21 (418): Hemo mercator vel possessor rerum, quae lu¬ stralis auri conlationi tenentur obnoxiae, patrociniorum fiducia vel nomine cu¬ iuslibet altissimae dignitatis a praedicta se functione aestimet subtrahendum, nec si ad domum dominae ac venerabilis Augustae Pulcheriae germanae nostrae seu nobilissimarum sororum pietatis nostrae pertineat (cfr. le osservazioni a pagg. 227 sgg. 307 Homines è detto generalmente di operarli, ma soprattutto di agri¬ colae (cfr. V. « Homo » in Thes. Linguae Lat.) ; anche nelle leggi precedente- mente citate (pag. 127, n. 345) il termine è usato come perfetto sinonimo di colonus, rusticus, rusticanus (cfr. pure Symm., Epp. I, 70 e 73; II, 31 e 54; VI, 12, etc. ; Paul. Nol., Ep. Ili, 1, pag. 13 ; etc.) : ciò vale a sottolineare ulte¬ riormente lo stretto rapporto e, in numerosi casi, l’identificazione fra rusticani e possessores da una parte e negotiantes dall’altra. Il termine homo, espres¬ sione ordinaria usata per indicare un rapporto giuridico di dipendenza perso¬ nale, diverrà poi assai comune nel Medioevo: cfr. G. Romano-A. Soumi, Le do¬ minazioni barbariche in Italia (395-888), Milano 1940, pag. 10; M. Bloch, La società feudale, tr. it., Torino 1953, pagg. 235-236.
L’età ambrosiana, 135 sulla loro qualità di possessores (domini o affittuari quasi do¬ mimi) e di coloni : Negotiatores, si qui ad domum, nostram pertinent, si modo mercandi videantur exercere sollertiam et Christianos (= cleri¬ cos), quibus verus est cultus, adiuvare pauperes et positos in necessitatibus volunt, potior um quoque homines vel p otior e s ipsos, si tamen his mercandi cura est, ad necessitatem pensitationis ( = lu¬ stralis collatio) adhibeas, praesertim cum potiorum quisque aut miscere se negotiationum non debeat aut pensitationem de¬ beat, quod honestas postulat, primus agnoscere 3β8. Questa legge mette per l’appunto l’accento su uno dei tratti che più fortemente caratterizzano la nuova sistemazione assunta dalla società tardo-imperiale rispettò a quella della Repubblica e dell’Alto Impero : in essa, cioè, distinzione sociale e distinzione economica ormai sono arrivate pressoché a coincidere, nè esistono praticamente più le antiche remore contro l’attività commer¬ ciale da parte dei senatori e clarissimi3*9. La terra, anzi, rap¬ presenta la fonte prima dei capitali investiti nei traffici370; e per esempio la functio navicularia appare legata a fundi navi- ce8 C. Τη. XIII, 1, 5 (17 aprile del 364 d. C.), Impp. Val(entini)anu8 et Valens A A. Secundo ppo. (la legge è ripresa, ma con senso tutt’affatto distorto, in C. I., I, 4, 1 e IV, 63, 1) ; cfr. pure Ibid. XIII, 1, 4 (362), che dichiara te¬ nuti al crisargirio anche i decurioni (proprietari terrieri pure essi) esercitanti la mercatura. Sui grandi proprietari che frodavano il fisco, rifiutando di pagare la tassa sulle loro operazioni commerciali, cfr. Lot, La fin du monde antique cit., pag. 148. 808 Su questo profondo mutamento di mentalità e sulla nobilitazione del lavoro manuale perfino presso la categoria dei clarissimi, cfr. soprattutto Allard, Les esclaves chrétiens cit., pagg. 444-460 (= ed. it. pagg. 385 sgg.) ; F. M. De Robertis, Sulla considerazione sociale del lavoro nel mondo romano, in Problemi Economici dall’Antichità ad oggi, Milano 1959, pagg. 54-70; etc. Inoltre, la qualità stessa dei commerci collegati con l’esercizio dell’agricoltura (tradizionale retaggio delle classi nobiliari) doveva fare sì chOssi sfuggissero al disprezzo tributato alle altre attività di scambio, considerate vilia commer¬ cia per eccellenza. 370 Con ciò va fortemente limitata l’interpretazione rodbertusiana della economia antica, fondata sulla contrapposizione e polarità fra possessores ur¬ bani e rustici da una parte e negotiatores dall’altra : cfr. C. Rodbertus, Per la storia dell’evoluzione agraria di Roma sotto gli imperatori, B.S.E. a cura di V. Pareto, II, 2, Milano 1907, pagg. 457-508.
130 Economia c società nell’« Italia Annonaria » culariae functioni adscribti, con i quali doveva eventualmente passare a nuovi proprietari371. 371 Cfr. C. Τη. XIII, 6, 8 (del 399 d. C., da Milano), al ppo. Italiae. Al corpus naviculariorum (società di grandi ricchi, che conobbero — almeno al¬ l’inizio — momenti assai prosperi, come dimostra la conoscenza di vaste ope¬ razioni bancarie e la loro pratica di tratte e girate) appartenevano pertanto grandi proprietari, senatori, cavalieri, funzionari imperiali, decurioni e plebei ricchi: cfr. C. Τη. XIII, 5, 14 (11 febbraio del 371 d. C.) : ... Et sunt corpora, de quibus navicularii... constituendi surit iuxta sacram iussionem ita: ex admi¬ nistratoribus ceterisque honorariis viris praeter eos, qui intra palatium sacrum versati sunt, de coetibus curialibus et de veteribus idoneis naviculariis et de ordine primipilario. Et de senatoria dignitate ut, si qui voluerint freti facultatibus, consortio naviculario¬ rum congregentur. Cfr. pure C. Τη. XIII, 5, 3 (314 d. C.) ; XV, 14, 4 (326 d. C.) ; Ibid. XIII, 5, 5 (326 d. C.) ; Ibid. XIII, 5, 16 (380 d. C.) ; Ibid. VI, 2, 24 (417 d. C.) ; etc.: secondo Ch. Saumagne (Un tarif fiscal au IVe siècle de notre ère, Karthago I [1950], pagg. 159-179) i navicularü sarebbero stati, almeno in parte (e a partire dal 314), i grandi proprietari africani medesimi, tenuti alla fornitura del canon frumentarius; cfr. pure Cnastagnol., La Pré¬ fecture cit., pag. 305. Di particolare interesse per noi è la legge di C. Th. XIII, 5, 14 del 371, con la quale Valente, riconoscendo insufficiente il compenso elargito ai navicularii orientali dalle precedenti leggi (cfr. C. Th. XIII, 5, 7 del 334), concede loro, a scopo d’incoraggiamento, l’immunità fiscale (excu¬ satio) di 50 iuga per ogni loro nave da 10.000 modii (=100 t., vale a dire una nave piuttosto modesta : vd. pag. 293, n. 243) : il che presuppone resistenza di assai vaste proprietà terriere dei beneficiati (nella Pars Orientis — alla quale la legge precisamente si applica — oscillando lo iugum fra i 20, 40, 60, 100 iugeri di terreno sativo, a seconda della qualità, l’immunità avrebbe do¬ vuto coinvolgere dai 1.000 ai 5.000 iugeri di terre arabili, cioè dai 250 ai 1.250 ettari di superficie; nell’Italia meridionale, dove lo iugum — detto localmente millena — aveva una superficie di 12,5 iugeri, l’immunità avrebbe riguar¬ dato invece un’area di 625 iugeri [h. 156, 25], pari a quella di una delie massae italiche più estese: cfr. pagg. 24 n. 30, 51 n. 113 e pagg. 418 sgg., 490 sgg., 558 sgg.). Per converso, i liberi negotiatores possedevano terre, e in esse solevano generalmente investire quanto guadagnavano con i loro traffici su scala più o meno modesta : del mercante che, avendo raggiunto come proprietario ter¬ riero la fortuna di un curialis, è tenuto a soddisfare agli obblighi della cate¬ goria, è questione ad es. in C. Th. XII, 1, 72 (5 maggio del 370 d. C., da Tre- viri), Val(entini)anus, Valens et Gr(ati)anus ad Olybrium cons(ularem) Tu- sc(iae): Si quis negotiator fundos comparaverit et ut aliquorum possessor praediorum vocetur ad curiam, ei necessitatis umbra non adsit, quod propterea pecunia, quam habet in conversatione, mercatoribus indictum aurum argentum¬ que agnoscit, sed nominatione facta eius pareat functionibus, cui se sponté dedit, pecuniae usum in glebae commodum conferendo. Da questa costituzione i curiali appaiono l’unica categoria di proprietari terrieri che, qualora esercitanti
L ' e t a am b i os i a na 137 Innumerevoli sono gli esempi di grandi famiglie senatoriali romane ehe possedevano fundi in ogni parte d’Italia e d’Europa, ivi compresa la Diocesi Annonaria* 372. Basti ricordare il numero sterminato dei fundi di Santa Melania Iuniore, disseminati in tutte le province dell’Occidente, fra le ouali è menzionata anche l’Italia Settentrionale: ... in diversis ... provinciis, Hispania, Italia (nel senso consueto di Italia Annonaria), Apulia, Campania, Sicilia et Africa et Mauretania vel Numidia seu Bri¬ tannia, aut procul in reliquis regionibus...373. Parimenti, gli atti del martirio, dei Santi Cantius, Cantianus, Cantianilla e del loro pedagogo Protus (dalla tradizione falsamente attribuiti a S. Ambrogio o a Maxi¬ mus di Torino, ma comunque di redazione assai antica) raccontano come, al tempo della persecuzione di Diocleziano, questa famiglia di nobili romani avesse affrancato i servi, venduto le case che possedeva in Roma e le proprietà del suburbio, e si fosse trasferita ad Aquileia, in qua civitate tunc temporis non parva rura possidebant 374. D’interesse mag¬ giore in riferimento a quanto stiamo trattando è infine la menzione da parte di Simmaco degli horrea in Aquileiensi sita, appartenenti a una clarissima femina romana sua parente e sui quali un conductor poco onesto si era arricchito, difeso poi dai patroni provinciales: Etiamsi petitio domestica et amica cessaret, publicus vigor insto desiderio deesse non posset. Quid enim tam familiare iustitiae, quam ut circumscriptor clarissimae et laudabilis feminae parentis meae astutiae suae privetur effectu, ne commodis inludat alienis provincialium patronorum fretus auxilio? Quorum inpotentia conpulit, ut matrona litium fugitans ad indi¬ cium praetoriani culminis convolaret. Res autem, qua de agitur, eiusmodi est: ante paucissimos menses ille a parente mea horrea in Aquileiensi sita et clarissimae feminae propter longiquitatem itineris incognita tenui la mercatura, vengono esonerati dal pagamento del crisargirio, dato il già gra¬ voso onere della prima delle due functiones; tutti gli altri possessores, modesti e no, in questi stessi anni e dai medesimi Imperatori sono invece perseguiti legalmente quando tentano di sottrarsi alla lustralis collatio : cfr. C. Τη. XIII, 1. 10 (374), cit. a pag. 128, e Ibid. XIII, 1, 5 (364), eit. a pag. 135. Pili tardi, nell’avanzato V secolo, Sidonio Apollinare raccomanderà a Graecus, Vescovo di Marsiglia, un suo protetto che esercitava la mercatura, ma che versava in gravi difficoltà economiche in quanto pauperem vitam sola mercandi actione sustentat; non illi est... cultura compendio... ( Sid. Αρ., Ep. VI, 8, 1-2, 472 d. C. : dove l’espressione cultura compendio è usata nel senso di « proventi della terra »). 372 Per una bibliografia sulla proprietà fondiaria, cfr. avanti, pag. 228, n. 71. 373 Vita S. Mel. 10 : se ne veda la dottissima edizione, corredata da abbondanti note di carattere storico ed archeologico, in R. Rampolla, Santa Melania Giuniore Senatrice Romana, Documenti contemporanei e note, Roma 1905; cfr. pure P. Allard, Une grande fortune romaine au cinquième siècle, 3908; E. Da Persico, Die hi. Melania die Jüngere, Berlin 1912; etc. n"4 AA, SS. Mah VII, pag. 427 sgg.
138 Economia e società nell’« Italia Annonaria » mercede conduxit, atque his ita abusus est, ut parvo licet tempore iisdem locis labem consulto intulisse dicatur. Hunc ubi saepe convenit, ut con¬ ductione decederet, contemptu hominis et interventu quorundam frequen¬ ter elusa est. Nunc opis indiga geminum beneficium vestri favoris exoptat: primo ut inprobissimus inquilinus locorum detentione pellatur; dehinc ut habita deterioratae rei aestimatione sumptum iustae instaurationis agnoscat...37ιδ. Nel I secolo d.C. i più ricchi cisalpini si erano dati all’acquisto di terre in Toscana, nel Lazio, in Campania e soprattutto attorno a Roma, in concomitanza col loro infliltrarsi nella vita politica 376 ; nel IV secolo, essendosi ormai praticamente spostata la residenza del comitatus impe¬ riale da Roma a Milano, è probabile si verificasse — almeno in certa misura — un fenomeno di gravitazione nel senso contrario. Ora, è probabile che i mercanti cisalpini, sorpresi in Roma dall’aggravarsi della crisi frumentaria, fossero stati costretti dallo Stato, in quanto corporati, a vendere il loro frumento a prezzo fiscale377 *, venendo poi espulsi a furore di popolo, per il timore di dover dividere con essi i subsidia annonae*1*. Queste esplosioni popolari di odio xenofobo potrebbero far pensare che i communia iura, di cui i peregrini in questione godevano assieme ai cittadini romani379, potessero comprendere anche distribu¬ zioni di panis popularis (oltre ad altri diritti già noti, come ad es. quello, comune a stranieri e populares, di assistere agli spet¬ tacoli). Benché infatti l’annona civica romana ancora nel IV secolo conservasse il carattere di ristretto privilegio politico 38°, 875 Symm., Ep. IV, 68 ad Eusignium (ppo. Italiae), del 386-387 d. C. 876 Su questo fenomeno, cfr. Sirago, L’Italia agraria cit., pagg. 5 sgg. e passim. 877 Cfr. Ambr., De Off. Ili, 46: quanta sunt quae ab ipsis nobis hoc ipso tempore ministrantur? 878 Cfr. Id., Ibid. Ill, 45 : ... cum his nolle in tempore necessitatis subsidia partiri... ; Ibid. 46 : ... qui cibum morienti negaret... ; Ibid. 47 : Deinde subsidia annonae y quae his impartienda sunt, collatione redimamus... ; Ibid. 48: Ita nec abundantiam Urbis minuit, et peregrinis alimoniam subministravit (scii. Praefectus Urbi) ; Ibid. 49 : Nihil hoc turpius, excludere quasi alienum et exi¬ gere quasi suum. Quid illum eiicis, qui de suo pascitur? Quid illum eiicis, qui te pascit? Servum retines, trudis parentem? Frumentum suscipis, nec affectum impertis? Victum extorques, nec rependis gratiam? a?» Per cui cfr. indietro, pag. 132. 880 Cfr. indietro, pag. 120, n. 319, e Mazzarino, Asp. Soc. cit., pag. 234, dove viene confutata l’opinione del Van Berchem secondo la quale le frumentationes del IV secolo avrebbero ormai avuto il carattere di assistenza sociale a tutti i poveri (Van £e$chem, Les distributions de blé cit., pag. 104).
L'età ambrosiana 139 lo Stato avrebbe potuto in via eccezionale assegnare a costoro alcune razioni annonarie per la durata del loro soggiorno ef¬ fettivo nell’Urbe, quale riconoscimento dell’utilità pubblica della loro funzione: distribuzioni straordinarie proprio di questo ge¬ nere sono ad es. quelle ricordate nel 372 a Costantinopoli da una legge del Codice Teodosiano, che le designa con il nome di ca¬ duca381. È questa tuttavia soltanto un’ipotesi, alla quale non è possibile fornire alcun ulteriore appoggio concreto. Anzi, al dire dello stesso Ambrogio sembra che, normalmente, questi stranieri provvedessero da sè al proprio mantenimento 382. Comunque, la scarsa simpatia popolare nei confronti dei mercanti cisalpini, se in parte può attribuirsi a motivi di con¬ correnza e d’invidia da parte dei locali negotiatores 383, appare ampiamente giustificata soprattutto ove si consideri che costoro dovevano essere ritenuti (come Ambrogio stesso sottolinea in più di un’occasione384 * * *) gli speculatori o gli agenti di specula¬ tori sulle pubbliche calamità, nel corso delle crisi annonarie che si succedevano nell’Urbe a intervalli brevissimi38δ. Ed era pro¬ prio in tempo di carestia che ad essi si offrivano le migliori oc¬ casioni di guadagno, come racconta ad es. anche Zosimo, rife¬ rendosi alle difficoltà dell’approvvigionamento nel 409: allorché infatti, dopo la morte di Stilicone, Eracliano si dichiarò indipen¬ dente in Africa 388 e sospese l’invio del frumento, dell’olio e delle altre merci abitualmente convogliate verso Roma, l’Urbe cadde 881 Cfr. C. Τη. XIV, 9, 2 (8 maggio del 372 d. C.), Imppp. Val(entini)anus, Valens et Gr(ati)anus AAA. Clearcho pu. (Constantinopolitanae) : Antiquarios ad bibliothecae codices componendos vel pro vetustate reparandos quattuor Graecos et tres Latinos scribendi peritos legi iubemus. Q u ibus de cadu¬ cis popularibus, et ipsi enim videntur e populo, conpe- tentes inpertiantur annonae... Cfr. il relativo commento dei Godefroy, ad loc. cit., e alle leggi C. Tu. XIV, 17, 7 de annonis civicis e VI, 4, 20 de praetoribus (sui divertimenti popolari), le quali fanno parte del medesimo rescritto indi¬ rizzato dall’Imperatore a Clearco nei 372 d. C. ; Chastagnoe, La Préfecture cit., pag. 315. 882 Cfr. Ambe., De Off. Ili, 49: Quid illum eiicis, qui de suo pascitur? 888 Come avvenne ad es. nel 440 d. C. : cfr. la Nov. V di Valentiniano IH, cit. a pag. 121, n. 322. 884 Cfr. indietro, pagg. 96 sgg. 885 Cfr. pagg. 99 e 152 sgg. 888 Durante l’usurpazione di Attalo, mentre Alarico si trovava in Italia: cfr. Lot, La fin du monde antique cit.; pag. 237 ; Courcelle, Hist. litt, des grandes invasions cit., pag. 34.
140 Economia c società nell’« Italia Annonaria » in preda a una delle consuete crisi annonarie. E i liberi mer¬ canti (οί έπ’ άγορα τά ώνια προτιθ-έντες, come dice espressamente Zosimo; e rilevarlo ha la sua importanza 387) fecero sparire dal forum rerum venalium le merci di cui disponevano, per poterle rivendere poi a prezzo il più possibile elevato, adeguandosi alla crescente richiesta da parte della popolazione indigena388. Leggendo tanto Ambrogio quanto gli altri autori del tempo, viene però fatto di domandarsi fino a che punto in queste circo¬ stanze le classi senatoriali di Roma rimanessero estranee al¬ l’effettiva responsabilità delle speculazioni frumentarie prima, e della estradizione dei peregrini più tardi. Secondo Ambrogio infatti, almeno nella crisi frumentaria del 384, non si trattò di carestia vera e propria, bensì soltanto di un ritardo accidentale nella importazione dell’annona: egli rimprovera al Praefectus Urbi e al Senato di non avere voluto, mediante una collatio auri (come invece nel 376), acquistare il grano che abbondava sul libero mercato dell’Italia Annonaria, i cui figli venivano proprio allora scacciati 389. Ciò era stato pos- 387 Come abbiamo veduto, infatti, vi fu chi negò che un libero commercio di derrate alimentari fosse sopravvissuto in Roma accanto ai servizi dell’an- nona civica (cfr. pag. 131, n. 356) ; nè il passo di Zosimo, che concorda con tante altre testimonianze contemporanee, autorizza ad attribuire il fenomeno a cir¬ costanze d’eccezione, come invece vorrebbe ad es. G. Krakauer, Das Verpflegungs¬ wesen der Stadt Rom in der späteren Kaiserzeit, Berlin 1874, pag. 38 n. 5. 888 Cfr. Zos., VI, 11, pag. 292: ... Ήρακλειανοΰ δέ τούς έν Λιβύη πάντας λιμένας φυλακή παντοίςι καταλαβόντος, καϊ μήτε σίτου μήτε έλαίου μήτε άλλου τίνος των έπιτηδείων είς τον της 'Ρώμης κομιζομένου, λιμένα, λιμός ένέσκηψε τη πόλει χαλεπώτερος του προτέρου, των έπ’ άγορφ τά ώνια προτιθέντων, δσα ήν αύτοΐς, άποκρυπτόντων έλπίδι του τά πάντων οίκειώσασθαι χρήματα, της κατ’ έξουσίαν όριζομένης τιμής αύτοΐς διδομένης. ... Sugli speculatori frumentari, cfr. pure Symm., Ep. II, 55 Flaviano fratri (385-386 d.C.) : ... Urbanis negotiis, ut insi¬ nuare âignatus es, inquies monitor securus inludit. Alieno enim periculo in (lac.) efficax et copiae nocitura temptatur, ut cum vilitatis metus in atigustias coegerit civitatem, tunc opum validis quaestum augeat avara venditio. Hoscine homines arbitreris, qui plus amicis consilio nocent, quam inimicis odio obesse potuissent? Sed nos publico dudum opere perfuncti, aliena sileamus. Dii meliora procurent! if eque enim gaudere dignum est, si qua mihi laus alterius errore proveniat. 888 Ambr., De Off. Ill, 49: potuissent iuvari, si peteretur ab Italis fru¬ mentum, quorum filii expellebantur. È probabile che Ambrogio faccia riferimento ai Cisalpini anche nel pre¬ cedente § 48, là dove il Praefectus Urbi (nel 376 d. C.) si vanta presso l’Im-
L'età ambrosiana 141 sibile ai tempi di Aradius Rufinus (che quattordici anni prima della sua Prefettura Urbana era stato Consularis della Venetia et Histria), e lo sarebbe stato anche più tardi, al tempo della guerra gildonica 39°. Anche nel 384 si sarebbe potuto ricorrere a un provvedimento del genere (altrimenti il rimprovero di Am¬ brogio perderebbe ogni significato391 ) : ma è evidente che i se¬ natori non si sentivano particolarmente stimolati ad acquistare il frumento necessario ad alto prezzo sul mercato libero cisalpino (ove i proprietari erano pronti ad offrirlo e ad esportarlo, come peratore di avere salvato la vita alla popolazione di un’intera provincia: Hos tibi omnes reservavi, hi vivunt beneficio tui Senatus, hos tua Curia morti abstulit. Si è qui generalmente inteso (anche da parte del Palanque, nel ricordato studio sulle carestie romane) che il termine provincia stia a designare la circo- scrizione di 100 milia intorno a Roma sotto la giurisdizione del Praefectus Urbi; ma, come è stato messo in rilievo da P. E. Vigneaux (Essai sur l’histoire de la Praefectura Urbis à Rome, Paris 1896, pag. 158), benché tutta la Diocesi urbica ricevesse, nello stile amministrativo del tempo, varie denominazioni particolari, « on évitait soigneusement de lui infliger le titre de province ». Non vi è dunque motivo di ritenere che Ambrogio (solitamente rispettosissimo della terminologia amministrativa, quale ex-funzionario dell’Impero) abbia in questo caso deviato dalle sue consuetudini, usando il termine nella sua più lata accezione di « regione » in generale. Più coerente con il senso complessivo di tutto l’episodio appare pertanto l’interpretazione di provincia riferita al¬ l’Italia Annonaria, una parte dei cui figli era stata allora salvata da morte sicura (cfr. Ambr., De Off. Ili, 46; sulla designazione dell’Italia Settentrio¬ nale come provincia, cfr. ad es. Symm., Ep. VI, 52, dove la pressione del cisal¬ pino vir inlustris Theodorus affinchè l’Imperatore tornasse a risiedere a Milano viene definita provinciale desiderium ; Id., Ep. IV, 68 cit. a pag. 137, dove i giudici di Aquileia sono detti provinciales patroni). Nè il fatto che il Prefetto sembri riferirsi a popolazioni vicine all’Imperatore (che solitamente risiedeva a Mi¬ lano) deve implicare di necessità una visita di Graziano a Roma, come ritiene il Palanque; cfr. pag. 118, n. 316. 890 Cfr. Symm., Ep. VI, 12 e 26, citt. a pag. 165, n. 479; per un’iscrizione africana (Cap Matifou) del 164 d. C., in onore di L. Decius... ob / inerita aere collato quod / annonam frumenti passus / non sit increscere, cfr. A.E. 1928, n. 23. 801 II De Robertis (La prod, cit., pagg. 79, 124 e 134) cita questo passo del De Officiis, interpretandolo assai curiosamente come «una testimonianza fondamentale di S. Ambrogio che, presentandoci la produzione cerealicola ita¬ liana come sovrabbondante, sollecita l’abbandono dei rifornimenti africani alla città di Roma, allo scopo di incoraggiare i produttori italiani e di aiutarli a esitare iì prodotto » (1. e., pag. 79) : altrimenti — si chiarisce ulteriormente — la crisi di sovraproduzione frumentaria avrebbe portato i rusticani italici all’estrema rovina. Come s’è visto, nulla però in Ambrogio autorizza a una in¬ terpretazione del genere.
142 Economia e società nelVa Italia Annonaria » dice il Vescovo di Milano), per poi ridistribuirlo gratuitamente a Roma. E proprio supponendo che la carestia in questione sia quella del 384 e il Praefectus Urbi Q. Aurelius Symmachus, ripotesi viene ad acquistare nuova verosimiglianza: poiché è noto come anche il padre di costui — Praefectus Urbi nel 364- 365 — fosse stato uno dei maiores possessores che più acer¬ bamente si erano opposti alla vilitas per editto statale392. Non a caso dunque anche Ammiano Marcellino, trattando della medesima carestia del 384 393, inserisce il suo discorso sulla cacciata degli stranieri in quella serie di capitoli 394 in cui parla con disapprovazione e sarcasmo degli instituta nobilium; e, al pari di Ambrogio, sembra attribuire la responsabilità prima delle estradizioni ai rappresentanti della classe dirigente 395. Lo stesso Simmaco, riferendosi alla carestia delPanno precedente (383), allude a una certa trascuratezza e mancanza di buona vo¬ lontà da parte degli organi responsabili; e ammette che essi, intervenendo tempestivamente, avrebbero forse potuto rendere meno disperata la situazione annonaria ; remedia din dissi¬ mulata iam sera sunt, egli scrive infatti al fratello Flavia¬ no396. Più tardi (385-386) accennerà a vere e proprie carestie ar¬ 882 Cfr. Amm. Marc. XXVII, 3, 3-4, cit. a pag. 41, n. 82. 803 Cfr. Id., XIV, 6, 19. 884 Cfr. Id., XIV, 6, 9-23. 880 II fatto che Ammiano, parlando in altra occasione dei sentimenti xeno¬ fobi della plebe romana (XVIII, 4, 32), attribuisca chiaramente a quest’ultima la responsabilità delle estradizioni, più che contraddire al passo qui consi¬ derato (che mette in luce la causa prima, e più profonda, del fenomeno), sottolinea invece quello che indiscutibilmente ne fu il pretesto più immediato e una delle cause concomitanti, come si legge nello stesso Ambrogio (De Off. Ili, 46: cum... peterent vulgo ut peregrini Urbe prohiberentur...). Vedremo più avanti (pagg. 164-170) come, nel corso delle successive carestie provocate dalla guerra gildonica (395-398 d. C.), la plebe romana andasse facendosi sempre più minacciosa proprio nei confronti dei senatori, ritenuti i maggiori responsabili della crisi annonaria ; tanto che molti di essi giudicarono più prudente in quel¬ l’occasione fuggire sulle loro proprietà di campagna : e ciò nonostante la oblatio — tardiva e svogliata quanto si vuole — con la quale il Senato era venuto incontro alla pubblica fame. Anche nel 384 pertanto — come racconta lo stesso Simmaco (Relat. IX, cit., a pag. 162, n. 464) — il Senato aveva sperato fino all’ultimo in una importazione gratuita di grano fiscale dall’Egitto, ad opera degU Imperatori. 888 Cfr. Symm., Ep. Π, 6, Flaviano fratri (383 d. C.).
L’età ambrosiana 143 tificiali, procurate da opum validi... homines per timore della vilitas 397. Un passo della Vita Commodi appare infine particolarmente illuminante. In esso Fautore del IV secolo — probabilmente pre¬ sentando in proiezione anacronistica la situazione di un più re¬ cente passato — racconta come nei primi anni del regno di Com¬ modo le più alte autorità dell’amministrazione statale, appro¬ fittando della trascuratezza dell’Imperatore, solessero realizzare grandi speculazioni sull’annona romana, vuotando artificiosa¬ mente il mercato anche quando i raccolti erano stati abbondan¬ ti 398 : ... Per hanc autem neglegentiam, eum et annonam vastarent hi, qui tunc rem publicam gere* baut, etiam inopia ingens Romae eæorta est, cum fruges non dees sent. Et eos quidem, qui omnia vastabant, postea Commodus occidit atque proscripsit. Ipse vero saeculum aureum Commodianum nomine adsirmilans vilitatem proposuit, ex qua maiorem penuriam fecit. L’Historia Augusta, che, come è noto, si fa spesso portavoce dei circoli senatoriali, nel cui ambito venne probabilmente ela¬ borata399, presenta la violenta reazione di Commodo contro tale comportamento delle massime autorità statali come un atto par¬ ticolarmente crudele del « cattivo Imperatore » ; il quale — a rendere ancora più turpe la propria condotta — avrebbe imposto un calmiere maximum dei prezzi forensi sulle derrate anno¬ narie (destinato naturalmente a fallire, come ogni provvedi¬ mento di questo genere 40°) : caratterizza infatti l’intera Historia Augusta l’opposizione costante alla vilitas di Stato, che contra¬ stava con gli interessi dei maiores possessores401. 897 Cfr. Symm., Ep. II, 55, cit. a pag. 162, n. 465. 808 Cfr. SS. Hist. Aug. (Lamprid.), Vita Commodi XIV. 399 Cfr. pagg. 39-42, nn. 81 e 82. 400 Cfr. avanti, pagg. 269 sgg. 401 Cfr. in particolare Mazzarino, Asp. Soc. cit., pagg. 345-370 (Cap. VII: « I fenomeni economico-sociali del quarto secolo e il problema della Histw'ia Augusta»). I grandi proprietari erano talora pronti a venire incontro alle neces¬ sità della plebe mediante contribuzioni straordinarie (cfr. i già ricordati passi di Simmaco e Ambrogio ; esistono inoltre parecchie epigrafi, alcune delle quali piuttosto tarde, in onore di personaggi che posero rimedio alle necessità urgentis annonae con distribuzioni di frumento, olio e altre derrate alimentari, oppure
Economia c società nell'« Italia Annonaria » 144 Ora, proprio questo passo della Vita Commodi, se da una parte descrive in termini quasi « ambrosiani » i guadagni illeciti sulla carestia e sul rialzo in tempo di annona cara, d’altra parte sottolinea anche (e questo è il punto più importante) l’identità di almeno una parte dei proprietari-speculatori con i massimi rappresentanti delle famiglie senatoriali, qui tune rem publicam gerebant4Û2. Il fatto che le più alte cariche amministrative e il controllo del complesso organismo burocratico fossero in Occi¬ dente praticamente in mano alla classe dei grandi possidenti e clarissimi (portati, ovviamente, a tutelare innanzi tutto i propri interessi, in contrasto con quelli dello Stato) fu infatti probabil¬ mente uno dei principali fattori che condussero al collasso dell’Impero Occidentale, ove anche le costituzioni dei Codici, so¬ prattutto dall’età di Onorio in avanti, sembrano testimoniare un esasperarsi dell’evasione fiscale e un rincrudire degli abusi dei burocrati più accentuati che non nella Pars Orientis (dove la energica azione imperiale — in particolare con Anastasio e Giu¬ stiniano — reclutando il nerbo del corpo amministrativo fra per¬ sone di umile rango, potè ottenere che gli alti burocrati più attiva¬ mente tutelassero gli interessi delle finanze statali, oltre, com’è ovvio, ai propri : che però non coincidevano affatto, come in Oc¬ cidente, con quelli del tutto contrastanti della classe dei grandi proprietari terrieri 4<)3). 402 403con somme in denaro: cfr. C.I.L. V 8664, 7007, 7376, 7881, 7906, etc.; cfr. A. Lussana, Osservazioni sulle testimonianze di munificenza privata della Gallia Cisalpina nelle iscrizioni latine, Epigraphica 1950, pagg. 116-123; Chilver, o. c., pag. 154). Ma si trattava di munificenze si>oradiche, con moventi precipuamente propagandistici. E mentre ad es. Q. Aurelius Symmachus si sarebbe più tardi mostrato disposto a sborsare ben 200 libbre d’oro per la plebe, in occasione della pretura del figlio (cfr. Olymp, fr. 1, 44, F.H.G. IV, pag. 67-68, cit. a pag. 108, n. 282), qualche decennio prima Avianius Symmachus si era opposto acerbamente alla vilitas, quando si era trattato di contribuire sistematicamente al mercato dell’Urbe con il vino delle proprie tenute (cfr. pag. 41, n. 82). Sul¬ l’opposizione al ribasso da parte dei possessores siriani, cfr. Iulian., Misop. 350; cfr. inoltre Mazzarino, o. c., pagg. 57-58. 402 SS. Hist. Aug. (Lamprid.), Vita Commodi XIV cit. 403 Questa conclusione, già formulata da A. H. M. Jones, The Roman Civil Service (Clerical and Sub-Clerical Grades), J.R.S. XXXIX (1949), pagg. 38- 55 e partie. 53, è stata poi sviluppata e comprovata con l’analisi di ulteriori testimonianze da G. R. Monks, The Administration of the Privy Purse: An Inquiry into Official Corruption and the Fall of the Roman Empire, Speculum XXXII (1957), pagg. 748-779, e partie, pag. 768 n. 129. Essa è stata da ultimo
Vetà ambrosiana 145 Ritornando dunque al De Officiis, è alquanto probabile che anche nel 384 i locupletiores virir dopo avere speculato fino al- rultimo sul rialzo vendendo al libero mercato di Roma il fru¬ mento importato dalle loro proprietà provinciali tramite i propri ripresa da A. Bernardi in un ampio lavoro, di prossima pubblicazione, la cui tesi fondamentale circa le cause del collasso economico dell’Impero Occidentale riposa sull’idea che appunto la crescente evasione fiscale sottraesse progressi¬ vamente allo Stato, in concomitanza con altri fattori, i mezzi necessari per sostenere il proprio bilancio. Assai numerosi sono pertanto i rescritti del Codice Teodosiano che, ora concedendo esenzioni ed ora confermando le imposizioni fiscali nella maniera più rigida, dimostrano come gli officiales d’ogni rango fossero molto spesso proprietari sottoposti agli oneri inerenti al possesso terriero : cfr. C. Th. XII, 1, 42 (354 d. C.) al senato di Cesena, con cui vengono restituiti alla curia municipale quei proprietari-curiali qui per officia diversa nomina dederunt militiae ; Ibid. Vili, 4, 7 (361) al ppo. Italiae Taurus, con cui viene stabilito che gU officiales rationales, qualora desiderino entrare nel clero, al pari dei curiali debbano cedere agli eredi 2/3 della loro proprietà; Ibid. XI, 1, 12 (365) al Vicarius Italiae Faventius, in cui si stabilisce che debbano pagare la tassa per le terre incolte, rimaste senza padrone, tutti quei proprietari, anche mili¬ tares viri, che abbiano accolto presso di sè gli schiavi provenienti da dette terre (cfr. pag. 54, n. 122) ; Ibid. VI, 26, 3 (382) al ppo. Italiae, con cui vengono esonerati dalla equorum oblatio e da altre contribuzioni gli obsecundatores sacrorum scriniorum ; Ibid. XI, 16, 15 (382) al ppo. Italiae, con cui sono eso¬ nerati dai munera sordida et extraordinaria i consistoriani, comites, notarii, cubicularii e ceteros... palatina vel militaris intra palatium praerogativa muni- tos (salvo che per le provvigioni al limes retico-danubiano) ; Ibid. I, 5, 13 (400) al ppo. Italiae Messala, con cui Onorio minaccia di rivendicare alle curie (... si est idoneus, curiae vindicetur) i palatini che osassero immischiarsi nella riscossione delle esazioni fiscali delle province, dalle quali erano stati da poco esclusi (cfr. Ibid. I, 5, 12, del 399, con cui i palatini vengono estromessi anche dalla riscossione dei tituli largitionales, e Ibid. I, 10, 8, con cui tale provve¬ dimento viene ribadito nel 428) ; benché, dunque, i palatini fossero per la mag¬ gior parte idonei a entrare nelle curie — e fossero quindi proprietari di almeno 25 iugeri di terra, secondo C. Tu. XI, 1, 33 del 342 — essi erano normalmente immuni da tale onere fin dai tempi di Costantino : cfr. pure Ibid. VI, 35, passim (De privilegiis eorum qui in sacro palatio militant), e partie. VI, 35, 4 del 421, al Vicarius Italiae ; Ibid. VI, 27, 13 (403) al ppo. Italiae, con cui sono esonerati dalla collatio iuniorum gli honorati che sono stati agentes in rebus; Ibid. VI, 26, 15 (410) al ppo. Italiae, con cui i militantes in sacris scriniis sono esonerati dalla equorum aliarumque rerum... indictio ; Ibid. VI, 30, 20 (413) al ppo. Italiae, con cui i palatini, come già gli agentes in rebus, vengono esonerati dalla tironum praebitio ceteraque onera; Ibid. VI, 23, 2 (423) e 3 (432) al ppo. Italiae, con le quali i decurioni e i silentiarii sono esonerati dalla tironum et equorum praestatio e da altri munera; etc. 10. lu. Ruggini
146 Economia e società nell*« Italia Annonaria » homines40*, nel momento culminante della crisi, allorché — in luogo di realizzare nuovi guadagni sugli interpretia — sarebbe toccato loro procurare svantaggiosamente altro frumento da di¬ stribuire tanto ai coloni quanto agli altri peregrini, li avessero tosto abbandonati alla propria sorte, andando perfino contro a un loro interesse meno immediato, come fa rilevare lo stesso Am¬ brogio 40e. Che, poi, fra gli stranieri venissero espulsi anche i mer¬ catores frumentarii (ad es. cisalpini) di rango più elevato, hono¬ rati e clarissimi essi stessi, la cosa non poteva riuscire che gra¬ dita ai potiores dell’Urbe, per ovvii motivi di concorrenza 40e. Si spiega così più chiaramente come mai anche Ambrogio — che pur doveva parlare con conoscenza di causa, essendo stato con¬ sularis di provincia egli stesso e intrattenendo relazioni di ami¬ cizia e parentela con le maggiori famiglie senatoriali romane — tendesse ad attribuire la responsabilità prima delle espulsioni dei peregrini all’egoismo e alla cupidigia del Praefectus Urbi e degli alti funzionari che lo circondavano, piuttosto che al panico inco¬ sciente della plebe : in questo schierandosi dalla stessa parte del popolo, che — confusamente intuendo il complesso gioco d’inte¬ ressi cui l’andamento dell’annona era condizionato — soleva si¬ stematicamente (e spesso a torto) incolpare di ogni irregolarità nei rifornimenti il Prefetto Urbano allora in carica 40T. 404 * 406 407404 Fenomeno che già abbiamo visto confermato da C. Th. XIII, 1, 5, cit a pag. 135. 406 Cfr. Ambe., De Off. Ili, 47. Di trascurare l’indispensabile alimenta¬ zione dei propri homines rimprovera i potiores anche Gaudenzio di Brescia (Sermo XIII): ...Pudet dicere... quantus numerus rusticorum de possessionibus praedicta pompa viventium, vel fame sit mortuus, vel elemosina ecclesiae sustentatus... Mortui sunt homines, in quibus omnis census est possidentis ; ita nec praesentis temporis utilitatibus consulunt, dum nimia cupiditate caecati sunt... 408 Cfr. Nov. Val. V, cit. a pag. 121, n. 322. 407 Cfr. avanti, pagg. 156-137 e 164 sgg. Sulle responsabilità del Praefectus Urbi neirapprovvigionamento di Roma, proprio a partire dal 376, cfr. sopra, pag. 118, n. 316, e Chastagnol, La Préfecture cit., pagg. 43-63 e 296-334 (a pagg. 316-320 è in partie, trattato il caso di Anicius Auchenius Bassus, pu. nel 382).
L’età ambrosiana 147 Conclusione: Rapporti commerciali fra l’Urbe e l’« Italia Annonaria ». Già da principio s’è accennato come, basandosi soltanto su argomenti ex silentio, si sia generalmente sostenuto che mai Ro¬ ma rappresentò un mercato per il frumento italico, in quanto tra¬ dizionalmente legata alle forniture d’Africa e d’Egitto. Possiamo ora concludere che questo fu senz’altro vero per l’annona civica frumentaria, alla quale è ovvio che si riferiscano di preferenza tutte le fonti « ufficiali » del IV secolo, siano esse il Codice Teo- dosiano o le Relationes dei Prefetti Urbani408. Ma, per quanto riguarda il libero mercato, il passo ambrosiano del De Officiis testimonia in chiari termini la presenza nell’Urbe di mercanti cisalpini di cereali come cosa del tutto consuetudinaria; accenna inoltre a possibili acquisti di grano nell’Italia Settentrionale, per provvedere in via d’eccezione all’annona civica deficitaria. In questo senso potrebbe forse interpretarsi anche uivepi stola di Sidonio Apollinare, indirizzata nel 468 d.C. all’amico Oampanianus. In essa Sidonio — parlando di un’altra crisi fru¬ mentaria verificatasi al tempo della sua prefettura urbana, al¬ lorché l’Africa era in mano a Genserico — racconta che i tumulti popolari si placarono soltanto quando giunse la notizia che cin¬ que navi avevano già lasciato il porto di Brindisi, dirette verso Porto 409 ; se si esaminano le rotte del tempo 41°, sembra possibile * 400403 Un’abbondantissima serie di testimonianze prova infatti che, nel IV se¬ colo, l’annona civica romana soleva normalmente provenire dall’Africa (cfr. pag. 128, n. 347) ; e quando il frumento fiscale africano non giungeva regolar¬ mente nell’Urbe, le fonti di solito sottolineano l’eccezionaiità dei contributi da parte di altre province (cfr. ad es. Symm., Ep. Ili, 55 [383?] : ...cessante Africa fames in limine crai, quam ... imperator praevenit indebitis alienis solis copiis). È perciò inammissibile quanto ha sostenuto il De Robertis proprio fondandosi sulla testimonianza di Simmaco: che, cioè, le forniture di frumento africano erano a quest’epoca soltanto « invii eccezionali e in momenti di eccezione » (La prod, eit., pag. 149, n. 3). 400 Cfr. Sid. Ap., Ep. I, 10, 2 all’amico Campaniamis: Vereor antem, ne famem populi Romani theatralis caveae fragor insonet et infortunio meo pu¬ blica deputetur esuries. Sane hunc ipsum e vestigio ad portum mittere paro, quia conperi naves quinque Brundisio profectas cum speciebus tritici ac mellis ostia Tiberina tetigisse, quarum onera expectationi plebis, si quid strenue gerit, raptim faciet offerri, commendaturus se mihi, me populo... Sulla questione, cfr. in particolare Th, Mommsen, Apollinaris Sidonius und seine Zeit (1885),
148 Economìa e società nell'« Italia, Annonaria » che anche in questa occasione le navi avessero ridisceso l’Adria¬ tico, piuttosto che provenire dall’Egitto, come vorrebbe il Walt¬ zing 4n. Non è infatti illogico che, tramite i medesimi itinerari che fin dal tempo di Strabone, Varrone e Polibio avevano fornito Roma di caro porcina 412 e che più tardi continuarono a impor¬ tarvi le merci più svariate (vino * 410 411 412 413, olio 414, vesti di lana 415, ani¬ Reden und Aufsätze, Berlin 1905; M. Dalton, The Letters of Sidonius, Oxford 1915, 2 voli., ad loc. cit.; C. E. Stevens, Sidonius Apollinaris and His Age, Oxford 1933, pagg. 101-102. Ostia, che per tutto il IV secolo aveva continuato ad avere una importanza commerciale non trascurabile (cfr. C. Hülsen, Ostia, die Hafenstadt von Rom, estr. da Internationale Monatschr. f. Wiss. Kunst u. Technik, sett. 1913), nel V secolo è ormai in pieno declino, sostituita da Porto in ogni sua funzione eco¬ nomica (e il ruolo di Porto in questo senso continuerà almeno fino al VII se¬ colo) : cfr. P. A. Février, Ostia et Porto à la fin de l’Antiquité : topographie religieuse et vie sociale, Mèi. d'Arch. et d'Hist. de VÉc. Fr. de Rome LXX (1958), pagg. 295-330. 410 Cfr. Romani, La distrib. geogr. cit., pag. 67; G. H. R. von Königswald- J. Schröder, Grosser historischer Weltatlas, München 1953, II, carta 37 ; L. Breglia. Le antiche rotte del Mediterraneo documentate da monete e pesi, Na¬ poli 1957, passim; cfr. inoltre v. «Brundisium» (C. Hülsen), P.W. Ili, coll. 902-906. 411 O. c., II, 3* Parte, pagg. 38-40. La Valle del Po era inoltre nota nel¬ l’antichità proprio per il suo miele (qui ricordato assieme con il frumento come derrata d’esportazione): cfr. v. «Biene» (Olk). P.W. Ili, coll. 431-450; v. «Mel» (G. Lafaye) D.A.G.R. Ili, 2, pagg. 1701-1706. Non è tuttavia da esclu¬ dersi l’eventualità che il frumento in questione provenisse dall Apulia et Ca¬ labria stessa, che nel IV-V secolo fu una provincia produttrice di grano, e talora persino esportatrice (cfr. pag. 153). 412 Cfr. Strab. V, pag. 218 C ; Varr., De r.r. II, praef. 6 ; Polyb. II, 15 ; Déléage, o. c., pagg. 225-226; non è inoltre escluso che, ancora nel IV e V secolo, a una parte del canone fiscale di caro porcina destinato all’Urbe con¬ corressero alcune province dell 'Italia Annonaria: cfr. avanti, pag. 315, n. 306. 418 Cfr. indietro, pagg. 46 sgg. 414 Sulle caratteristiche comuni alle iscrizioni di certe anfore olearie milanesi, vercellesi e romane (tutte però anteriori alla metà del II sec. d. C.), cfr. N. Degrassi, Milano, Scoperte varie nella città, Not. Scavi 1951, pagg. 34-52 e partie. 49-50; su alcuni esempi di anfore olearie istriane a Roma nei primi secoli dell’Impero, cfr. Degrassi, Aquileia e l’Istria cit.. pagg. 57-59 : In., L’espor¬ tazione di olio e olive istriane cit. 415 Cfr. già Strab. V, pag. 213 C parlava dei manufatti (vesti ed altre merci) che da Padova si convogliavano verso Roma, per via fluviale prima e marittima poi: ...Δήλοι δέ καί το πλήθος τής πεμπομένης κατασκευής εις τήν * Ρώμην κατ’ εμπορίαν των τε άλλων καί έσθήτος παντοδαπής, τήν εύανδρίαν τής πόλεως καί τήν εύτεχνίαν. Έχει δε θαλάττης άνάπλουν ποταμω διά των έλών φερο- μένω σταδίων πεντήκοντα καί διακοσίων έκ λιμένος μεγάλου* καλείται δ’ ό λιμήν Μεδόακος όμωνύμως τω ποταμω...; cfr. inoltre Chilver, ο. c.. pagg. 163-167.
L’età am b/osiana 149 mali selvaggi del Nord per i pubblici spettacoli416 417, e così via), si convogliasse verso Fantica capitale italica anche una parte del frumento cisalpino, eccedente quando i raccolti erano stati particolarmente abbondanti. A rincalzo della fonte letteraria si possono poi ricordare le numerose iscrizioni di navicularii, di armatori e di commer¬ cianti, che con ogni probabilità esercitarono il cabotaggio lungo le coste italiche, riuniti in collegia e corpora municipali; tali testimonianze epigrafiche non soltanto si trovano disseminate nelle varie città costiere delFAdriatico 41T, ma si spingono sino ai principali porti tirrenici : meritano appunto una particolare menzione un’iscrizione di Ostia, in cui sono ricordati i navicu¬ larii maris Hadriatici418, e un’altra rinvenuta a Roma e dedi¬ cata a un certo L. Scribonio Iarmario, / negotianti vinario, / item naviculario, car (adori) / corporis maris Hadriatici41θ. Nell’Italia Cisalpina, dunque, la produzione frumentaria annuale non raggiunse certamente mai quell’alto livello medio che potesse assicurare una sistematica e sufficiente fornitura di 418 Cfr. l’epistola inviata da Simmaco ad Alexander, nella quale egli si giustifica per avere trascurato l’amico, occupato com’era nell’acquisto di ferae ad Aquileia, in occasione dei giochi pretoriani del proprio figlio (Ep. IX, 27, del 399-401 d. C.) ; cfr. Seeck, Symmachi Opera cit., pag. XLVI ; Dill, o. c., pagg. 150-151). 417 A Pisaurum (C.I.L. XI, 6362 e 6369); ad Aternum (Pescara), ma relativa a un nauclerus di Salona (C.I.L. IX, 3337 = C.I.L. Ili, 6106; cfr. pure M. Pavan, Ricerche sulla provincia romana di Dalmazia, Mem. dell11st. Ven. di Sc. Lett, cd Arti, Cl. Sc. Mor. e Lett. XXXII [1958], 300 pagg., e partie, pag. 233); a Ravenna (C.I.L. XI, 135 e 138); etc. Cfr. Waltzing, o. c. Il, pagg. 103-115; I)er le iscrizioni di naucleri in Dalmazia, cfr. G. Novak, Pogled na prilike radnih slojeva u rimskoj provineiji Dalmaciji, Archäol. Zeitschr. I (1948), fase. 1-4, pagg. 129-152 (studio di tutte le classi lavoratrici nella Dalmazia romana). 418 C.I.L. XIV, 409, del II sec. d. C. 410 C.I.L. VI, 9682 ; cfr. inoltre C.I.L. VI, 1101 : l’epigrafe, datata circa alla metà del III secolo (251 d. C.), è relativa alle corporazioni dei negotiantes vini / Supernat(is) et Ariminfensis). In una recente raccolta di iscrizioni riguardanti la storia economica e sociale dell’Impero — uscita nel 1955-1956 nei fascicoli della Vestnik Drevnei Istorii — l’abbreviazione della designazione topografica nell’iscrizione testé citata è sciolta invece in Supèmatr(es) et Arimin(enses) ; come, cioè, se la patria d’origine precisata non fosse quella del vino, ma quella dei negotiantes: cfr. Choix d’inscriptions latines concernant l’histoire sociale et économique du Haut Empire Romain (in russo), V.DJ, LV (1956) I, n, 866, pag. 263,
ΙδΟ Economia ο società nell’e Italia Annonaria » derrate all’annona civica romana, il cui trasporto sarebbe stato inoltre reso difficile dalle comunicazioni marittime meno dirette, rispetto a quelle fra Ostia e i porti africani, siciliani, sardi, gallici o spagnuoli. Inoltre, il canone fiscale della Diocesi An¬ nonaria, probabilmente fin dal tempo di Massimiano, era stato devoluto al già gravoso mantenimento della Corte e dell’esercito comitatense430, nonché a frequenti forniture annonarie convo¬ gliate verso il limes retico-danubiano 420 421. Tuttavia nel IV secolo, come abbiamo veduto, l’Italia Su¬ periore fu certamente legata a Roma da un commercio di derrate agricole di una certa importanza, trovando nell’Urbe uno degli sbocchi sistematici alle proprie esportazioni extraregionali (fre¬ quenti, se non annualmente regolari, a seconda della più o meno abbondante produzione stagionale). Il nuovo ordinamento fiscale infatti — se da una parte segnava l’irrigidimento e la sistema¬ tizzazione delle forme contributive straordinarie del secolo pre¬ cedente — doveva d’altro canto avere certamente introdotto anche un certo ordine e moderazione nelle esazioni, consentendo ai proprietari di meglio calcolare in anticipo i loro doveri verso lo Stato, commisurandoli alle proprie capacità produttive. Ed essi potevano per tal via organizzare speculazioni e intraprese commerciali a raggio più ampio, sui margini consentiti dalla 420 Cfr. Aitr. Vier. XXXIX, 31, eil. a pag. 36; cfr. inoltre Van Berchem, L’annone militaiie cit., pagg. 117-202. 421 Cfr. C. Τη. XI, 16, 15 (382 d. C.) al ppö. Italiae, sulle forniture del limes retico-illirico. Con una probabile (e forse occasionale) esportazione di frumento dairitalia Settentrionale è in relazione il cippo bolognese (peraltro di età augustea) con riscrizione metrica (riportata in C.I.L. XI, 6841) di un negotiator di origine forastiera (externis natus terris) e la rappresentazione del modio e del rutellum per livellare il grano: cfr. Brizio, Bologna, Iscrizioni provenienti dall’alveo del Reno cit.. pagg. 477-478 ; Dall’Olio, Iscrizioni sepolcrali romane scoperte nell’alveo del Reno cit., pagg. 118-121, n. 58, fig. 26; G. Susini, Il lapidario classico, «Le collezioni del Museo Civico di Bologna », I, Il lapidario, Bologna 1957, li. 4 ; Id., Culta Bononia, Ricerche sulla storia della cultura e del costume bolognesi nell’età romana. Stren¬ na Storica Bolognese, VII (1957), pagg. 109-133, e partie. 120; In., Il lapidario greco e romano di Bologna, Bologna 1960, n. 4, pagg. 9-12, dove però l’Autore ritiene che il rilievo possa riferirsi piuttosto all’industria degli insac¬ cati (una rappresentazione analoga di modio e rutellum si trova peraltro su di un rilievo sepolcrale cristiano in Vaticano : cfr. O. Jahn, über die Darstellungen antiker Reliefs, welche sich auf Handwerk und Handelsverkeher beziehen, Berichte der phil.-hist. Classe der k. Sächs.-Gesell. der Wiss. XIII [1861], pagg. 291-374 e partie. 346, tav, XII, 3).
L’età ambrosiana 151 produttività delle proprie tenute. Parallelamente poi alle cir¬ costanze che, come abbiamo veduto422, contribuivano a un al¬ largamento delle strutture economiche cisalpine, assistiamo nel corso del IY e Y secolo a un aggravarsi progressivo del problema annonario romano, per la crescente aleatorietà dei tributi afri¬ cani; finché la conquista vandala dell’Africa sottrasse definiti¬ vamente all’Urbe tanto questa sorgente tradizionale delle forni¬ ture frumentarie quanto — poco più tardi — la stessa Sicilia e la Sardegna. Nel medesimo tempo, tra la fine del IV e gli inizi del V secolo (già prima dunque delle devastazioni alariciane), la de¬ pressione delle province cerealicole del Meridione sembra che si accentui : nel 395 Onorio è infatti costretto a concedere sensibili sgravii fiscali alle campagne disertate e incolte della Campa¬ nia 423 424 ; e nella Expositio Totius Mundi 424 la Sicilia, di cui ven¬ gono ricordati i giumenti, le lane ed altre peculiarità, è invece ignorata nella sua ben nota produzione granaria 425 (sono però 422 Cfr. indietro, pagg. 23 sgg. 423 Cfr. C. Tu. XI, 28, 2 (24 marzo del 395, da Milano), Impp. Arcad(ius) et Ilonor(ius) AA. Dextro p(raefecto) p(raetori)o : Quingenta viginti octo milia quadraginta duo iugera, quae Campania provincia iuxta inspectorum relationem et veterum monumenta chartarum in desertis et squalidis locis habere dinosci- tur, isdem provincialibus concessimus et chartas superfluae describtionis cre¬ mari censemus. Da questa costituzione risulta che, sul finire del IV secolo, circa 132.000 ettari di terreni abbandonati e incolti beneficiarono in Campania dello sgravio onoriano. Il De Robertis interpreta questa cifra rapportandola alla superficie complessiva deirintera provincia (calcolata airincirca 13.000-16.000 Kmq.): soltanto dunque 1/10-1/12 della sua area, egli conclude, era rimasto al¬ lora incolto, là dove ancora oggi i terreni improduttivi occupano il 4, 5 % della regione, e quelli a bosco e pascolo il 35 °/c (cfr. De Robertis, La prod, cit., pagg. 89 e 176). Ma, dalle stesse cifre riferite dal De Robertis, sembra piuttosto doversi inferire che le aree della costituzione onoriana divenute deserte e in¬ colte siano da rapportarsi non già alla superficie totale della provincia, bensì alle sole terre produttive sottoposte allora alla normale tassazione. 424 Redazione latina posteriore al 412 d. C. di un originale greco della se¬ conda metà del IV secolo: cfr. A. Riese, G.L.M. Heilbronn 1878, Prol. pagg. XXIX-XXXIII ; Müller, G.G.M. cit., I, Prol, pagg. XLIV-LI ; vd. pure A. Romano, Ricerche sulla Anonymi Totius Orbis Descriptio, Riv. di St. Ant. n.s. VIII (1904), pag. 12; A.A. Vasiliev, ExpositioTotius Mundi, An Anony¬ mous Geographic Treatise of the Fourth Century A.D., Semmarium Kondakovia- nnm VIII (1936), pagg. 1-39, e bibliogr. ivi cit. 425 Exp. Tot. Mundi 65; è tuttavia possibile che il silenzio di questa fonte non abbia un particolare significato, trattandosi dell’adattamento latino di una fonte greca, spesso assai lacunosa e male informata per quanto riguarda la Pars Occidentis, Sulla ripresa, comunque, delle colture frumentarie in Si-
152 Economia e società nell'« Italia Annonaria » ancora menzionate come frwmentiferae e ditissimae fructibus la Sardegna426, la Calabria e la Campania427). Tutte queste circostanze, com’è ovvio, non dovevano che incoraggiare i produttori negotiatores italici a intensificare rinvio delle loro derrate frumentarie verso il libero mercato dell’Urbe, ove sempre maggiori, in relazione alle crescenti difficoltà con¬ giunturali, si facevano per essi le possibilità di forti guadagni. Appendice I : le carestie d’Italia dall’inizio del iv alla metà DEL V SECOLO. Diamo qui, in appendice alle osservazioni fatte sul commercio di derrate agricole fra l’Italia Settentrionale e il mercato di Roma, un elenco delle crisi annonarie che colpirono rispettiva¬ mente l’Urbe e la Diocesi Annonaria nel corso di circa un secolo e mezzo, secondo quanto può ricavarsi dallo spoglio sistematico delle fonti sincrone 428. Ciò varrà a sottolineare ulteriormente come le circostanze — che risparmiarono quasi sempre la Gallia Cisalpina mentre l’Urbe era afflitta da crisi annonarie violen¬ tissime, succedentesi a brevi intervalli di tempo — poterono fa¬ vorire le speculazioni dei mercanti cisalpini sul libero mercato di Roma. È tuttavia indubbio che, accanto a questi mercanti delPItalia Set¬ tentrionale, prosperassero i negotiatores anche di altre province tra¬ dizionalmente frumentarie; fra esse la Sicilia, di cui già si è veduta cilia e in tutte le province meridionali dalla metà del V a circa la metà del VI secolo, cfr. subito sotto, pagg. 152-154. 426 Ibid. 66. 427 Ibid. 53-54. 428 Già esiste in proposito l’articolo più volte citato del Palanque (Famines à Rome, etc.): in esso, tuttavia, l’Autore ha preso in considerazione soltanto parzialmente le carestie che afflissero l’Italia nella seconda metà del IV secolo, limitandosi allo studio di quelle crisi frumentarie che consentivano di proporre varianti alla cronologia seeekiana delle epistole di Simmaco. Nes¬ sun interesse per la nostra trattazione presenta poi il lavoro di A. Calderini, Panem Nostrum Quotidianum, La questione del pane nell’Antichità, Milano 1917. Una nutrita « cronaca » degli anni piovosi, anni asciutti, terremoti e grandi freddi dall’antichità ai suoi tempi si trova in G. Toaldo Vicentino, Della vera influenza degli astri sulle stagioni e mutazioni di tempo, Saggio Meteoro¬ logico, Padova 17973, pagg. 183-189: egli non cita tuttavia le fonti donde trae le sue notizie, che a noi non è sempre stato possibile rintracciare,
L’età anibroskina 153 Timportauza nei confronti del mercato romano429; la Campania, che YExpositio Totius Muntiti chiama cellarium regnanti Romae 43°, benché la remissione fiscale di Onorio del 395 segnali, come s’è detto, lo stato di preoccupante abbandono di molte sue terre proprio verso la fine del IV secolo431 432; VApulia et Calabria, che sempre Ia Expositio Totius Mundi caratterizza come distretti per eccellenza frumentiferi 432 e che sono men¬ zionate anche più tardi da Sidonio Apollinare, accanto all’Egitto e al¬ 429 Cfr. pagg. 129-130 mi. 350 e 351, e pag. 264 n. 164. 430 Exp. Tot. Mundi 54; di fatto, nel 328, sotto la prefettura annonaria di Cerealis, era stato istituito un contributo di 38.000 modii annui di frumento in favore dell’annona di Roma, da parte della Campania ; la fornitura di questi contingenti supplementari venne più tardi soppressa da Graziano (cfr. Symm., Relat. XL 4 e XXXVII, 2, del 384-385) ; si trattava comunque di un canone piuttosto modesto, corrispondente alla razione annua di frumento di circa 630 persone (cfr. pag. 295). Ancora nel 537-538 la Campania sarà in grado di rifor¬ nire Belisario, assediato in Roma da Vitige, con abbondanti invii di frumento e di altre derrate per via terrestre e marittima : cfr. Proc., De bell. Goth. II, 4 (... Προκόπιος 8ε, έπεί έν Καμπανία έγένετο, ...νεών πολύ τι χρήμα σίτου έμπλησάμενος έν παρασκευή είχε... ) ; cfr. pure Ibid. Il, 5; Cont. Marc. Com. pag. 105, a. 538. 431 Cfr. C. Τη. XI, 28, 2, cit., a pag. 151, n. 423; Simmaco, inoltre, ricorda l’importazione di frumento sulle proprietà campane da parte dei grandi pos¬ sidenti, in occasione di carestie: cfr. Symm., Ep. VI, 12 del 396 d. C., cit. a pag. 131, n. 355. Più tardi, dopo le devastazioni alariciane, si imporrà la conces¬ sione di nuovi sgravii fiscali (nella misura dei 4/5 dell’imposta per 5 anni), non solo in Campania, ma anche nella Tuscia, Picenum, Samnium, Apulia et Calabria, Lucania et Bruttii (cfr. C. Τη. XI, 28, 7, dell’8 maggio 413 [412?] al Prefetto del Pretorio Iohannes: Campaniae Tusciae Piceno Samnio Apuliae Calabriae, sed et Brittiis et Lucaniae ex omni praestationis modo, quem antiqua sollemnitas detinebat, quattuor partes iubemus auferri, ita ut ex indictione de¬ cima quinque annorum indulgentia contributa partem solvant publicae fun¬ ctionis. Ad reparationem sane cursus intra indulgentiae tempus quidquid fuerit postulatum, id solum conferri censuimus). Solamente due anni dopo che lo sgravio quinquennale del 413 aveva finito di funzionare (dal 1° sett. 411 al 31 ag. 416), già si faceva sentire la necessità di nuove concessioni: cfr. C. Tn. XI, 28, 12, del 15 nov. 418 (Praeter censuales functiones Campania, quam et vetu¬ statis gramor onerat adscribtio et post hostium vastavit incursio, peraequatis territoriis nonam partem tantummodo praeteriti assis publicarum toleret func¬ tionum. Picenum vero et Tusciam suburbicarias regiones septimam tributorum ad supputationem professionis antiquae per universos titulos iubemus agno¬ scere, ut reciso antiqui census onere is tantum modus, quem superius conprehen- dimus, chartis publicis inseratur, hac condicione, ut omnis super desertorum nomine querella in posterum conquiescat). Dopo il 454, poi, cominciarono anche in Campania le incursioni dei Vandali: cfr. Ch. Courtois, Les Vandales et l’Afrique, Paris 1955, pagg. 191-196 (vd. ree. di H. G. Pflaum, Rev. Africaine CI [1957], pagg. 147-151). 432 Exp. Tot, Mundi 53,
154 Economia c società nell'« Italia Annonaria » l’Africa, fra i centri cerealicoli più cospicui, esportatori talvolta di grano nelle Gallie433; la Lucania e i Bruttii, già paragonati da Seneca a un deserto, ma ritornati a uno stato di discreta floridezza nella seconda metà del IV secolo434; la Tuscia, terra d’immensi latifondi imperiali e privati435, i cui campi incolti e deserti d’uomini vengono spesso ricordati dalle fonti del IV, Y e VI secolo, ma che ancora in età gotica rifornirà in qualche misura l’Urbe di derrate433. In questo senso è senz’altro accettabile — soprattutto a par rire dalla metà circa del Y secolo — la tesi sostenuta dal De Robertis nel suo nu¬ trito articolo sull’agricoltura italica nei secoli tardi: che, cioè, l’intera penisola — in conseguenza della crescente alcatorietà e contrazione degli scambi con le più lontane province — per sopravvivere fu costretta a tentare di produrre gran parte di quanto prima aveva importato; e che tale esigenza dovette segnare un incremento notevole della vita agricola rispetto al III secolo (e anche al IY, aggiungiamo noi), mentre le col¬ ture, soprattutto frumentarie, andavano prendendo il sopravvento (esse, in quanto annuali, erano inoltre in grado di riprendersi dai danni delle incursioni e delle guerre assai più facilmente di quelle olearie e viticole). Ciò non significa però sostenere con il De Robertis (chè, il materiale do¬ cumentario posseduto non consente illazioni del genere) un progresso inin¬ terrotto dell’agricoltura in Italia dal IY al VII secolo, il quale avrebbe segnato rispetto all’Alto Impero un incremento « enorme » e « sovrabbon¬ dante» della produzione, un aumento cospicuo della popolazione agri¬ 483 Sid. Apoll., Carni. VII, vv. 146-148 e Carni. XXII, vv. 171-173 ; durante la guerra gotica Procopio ancora ricorderà le vettovaglie fornite dalla Calabria e dalla Sicilia agli eserciti bizantini asserragliati in Ancona : Proc., De hell. Goth. II, 24; sui gravi sintomi di depressione della provincia alla fine del IV secolo, come più tardi in epoca gotica, cfr. tuttavia pagg. 301-302. 434 Cfr. Sen., De tranquill. animi 2, ed. E. Hermes, Leipzig 1905, I, 1, pag. 250 ; cfr. invece Exp. Tot. Mundi 53 ; Eutrop., X, 2, 3. 435 Cfr. Proc., De hell. Goth. I, 3-4. 486 Sullo spopolamento della Tuscia nel V-YI secolo, cfr. i passi di Ge¬ lasio, Procopio e Gregorio Magno citt. a pagg. 276, 338 n. 387 e 475 n. 709; per le remissioni fiscali che si resero necessarie nel 411-416 e nel 418, cfr. sopra, n. 431. Nel IV secolo, tuttavia, YHistoria Augusta accenna a un progetto di risollevamento dei loci in culti dell’Etruria mediante stanziamenti barbarici e impianti di nuove colture viticole (cfr. SS. Hist. Aug. [Flav. Vop.], Vita Aur. XLVIII, 1-2, cit. a pag. 38) ; e, più tardi, Procopio racconta come nel 544-545, avendo Totila presa Tivoli, i romani non potessero più far venire le vettovaglie dalla Tuscia, discendendo il corso del Tevere: cfr. Proc., De bell. Goth. Ili, 10 (... ‘Ρωμαίοι δέ ούκέτι ήδύναντο έκ Τούσκων τά έπιτήδεια διά του Τιβέριδος έσκομίζεσθαι...). Sulla recessione economica delle province centro-me¬ ridionali d’Italia, soprattutto dal IV al VI see. e oltre, cfr. in generale anche le testimonianze raccolte (sia pure in forma piuttosto superficiale e aneddottica) da N. TamAssia, Condizioni politiche e sociali dell’Italia Meridionale prima della conquista dei Longobardi, estr. da Atti del R. 1st. Veneto di Se, Lettere ed Arti LXVIII (1908-1909), pagg. 209-228.
U età ambrosiana 155 cola (?), un perfezionarsi stupefacente delle tecniche di coltivazione: là dove sovrabbondante, stupefacente e sempre più ottimistica va facen¬ dosi soltanto l’aggettivazione nelle fonti letterarie a nostra disposizione, assai più ampollose e retoriche rispetto a quelle della Repubblica e dell’Alto Impero* 437. 309-310 (o 308-311?) d.C. : La rivolta di L. Domizio Alessandro in Africa contro Massenzio438 * dovette certamente ar¬ restare quivi rinvio dei rifornimenti granari destinati all’Urbe; la quale, dopo un primo momento di crisi, si rivolse probabilmente alPEgitto per le sue forniture annonarie (la Spagna, fin dal 310, doveva essere stata incorporata nel dominio di Costantino). Il Maurice ne vede appunto una conferma nel fatto che le mo¬ nete coniate in questi anni dalla zecca di Ostia per Massenzio portano le lettere numerali delle officine ora in latino e ora in greco43^, ciò che non sarebbe più avvenuto dopo la fine di Alessandro ; le monete con let¬ 487 Cfr. De Robertis, La prod, cit., passim ; del tutto accettabile invece la formulazione del Kahrstedt, che nella sua recente indagine, rigorosamente documentata, arriva a correggere il diffuso luogo comune sul decadimento della Magna Grecia in età imperiale, nel senso che la testimonianza delle fonti an¬ tiche sul profondo decadimento di tali regioni (Magna Graecia, quae nunc qui¬ dem deleta est : Cic., Lael. de amie. IV, 13) va riferita a un periodo intercor¬ rente fra l’età di Annibaie e quella di Cicerone; più tardi, invece, le province meridionali conobbero, sino alle soglie della tarda antichità, una ripresa non trascurabile (unica, triste eccezione: la Lucania orientale); cfr. U. Kahrstedt. Die wirtschaftliche Lage Grossgriechendlands in der Kaiserzeit, Historia, Ein¬ zelschriften Heft 4, Wiesbaden 1960, pagg. 1-2, 121-124 e passim. 488 Per cui cfr. Zos. II, 12 e 14, pagg. 69-72; Aur. Vict., De Caes. XL, 17-19; Id., Epit. 40; la ribellione durò dal 308 al 311 secondo R. Cagnat, L’armée romaine d’Afrique et l’occupation militaire de l’Afrique sous les empereurs, Pa¬ ris 1912a, pagg. 71 sgg. (che si appoggia al Maurice); il Seeck, sulla base di altri argomenti, fa pure iniziare la rivolta nel 308 (cfr. Seeck, Gesch. des Untergangs cit., I. pagg. 94 sgg., e v. «Alexander», P.W. I, col. 1445, n. 71). Il Laffranchi e il Salama ritengono invece che essa durasse pochi mesi e ne as¬ segnano l’inizio al 309 d. C. (cfr. L. Laffranchi, L’usurpazione di Domizio Ales¬ sandro nei documenti numismatici di Aquileia e delle altre zecche massenziane, Numismatica XIII (1947), pagg. 17-20; P. Salama, A propos de l’usurpateur africain L. Domitius Alexander, Bull, van Vereeniging tot bevor dering der Kennis van de Antiche Beschaving te’s — Gravenhage XXIX [1954], pagg. 67-74). 438 II Laffranchi ritiene tuttavia che ciò sia dovuto al fatto che la zecca di Ostia va considerata una continuazione di quella cartaginese, chiusasi nel 307 (art. cit.).
156 Economia c società nell’a Italia Annonaria » tere greche sarebbero state dunque destinate al com¬ mercio con l’Oriente, e in particolare all’acquisto di grano in Egitto. La vittoria di Massenzio su Alessandro dovette co¬ munque ridare sicurezza ai rifornimenti frumentari : ne sono anche questa volta testimonianza due rari bronzi coniati dalla zecca di Ostia, nei quali, davanti a Mas¬ senzio che riceve da Marte l’omaggio di un globo sor¬ montato dalla Vittoria, compare una figura inginoc¬ chiata nell’atto di porgere due spighe; essa è ornata delle spoglie di un elefante, e rappresenta quindi l’Afri¬ ca ; la leggenda saluta l’Imperatore come victor omnium gentium 44°. 353-355 : A Roma, sotto la prefettura urbana di Memmius Vitra- sius Orfitus Honorius, scoppiano numerosi tumulti ob inopiam vini ed i peregrini vengono espulsi dalla cit¬ tà440 441. 356-357 : Sotto la prefettura urbana di Leontius si verifica in Roma un’altra sedizione, vini causando inopiam442 443, 359 o 360 : Ammiano Marcellino racconta come, sotto la prefettu¬ ra urbana di Tertullus 443, un grande panico s’impadro¬ nisse della plebe di Roma, perchè il vento contrario im¬ pediva alle navi cariche di frumento di entrare nel Portus A ugusti 444. 440 Cfr. Laffranchi. art. cit. ; Romanelli, St. delle Prov. Rom. dell’Africa cit., pagg. 534-540 e partie. 540. 441 Amm. Marc. XIV, 6, 1, cit. a pag. 49, n. 108; Liban., Or. XI, 174 (356 d. C.), pag. 495 ed. Förster, I, 2. 442 Amm. Marc. XV, 7, 3, cit. a pag. 49, n. 108. 443 Per cui cfr. L.P. Homo, Problèmes sociaux de jadis et d’à présent, Paris 1922, pag. 115; Ciiastagnol, La Préfecture, pagg. XVIII e 139. Ui Cfr. Amm. Marc., XIX, 10, 1-4 : Dum haec per varios turbines in Orien¬ tis extimo festinantur, difficultatem adventantis inopiae frumentorum urbs ve¬ rebatur aeterna, vique minacissimae plebis, famem' ultimum malorum omnium cxspectantiSy subinde Tertullus vexabatur, ea tempestate praefectus, inratio- nabiliter plane; nec enim per eum steterat quo minus tempore congruo alimenta navibus veherentur, quas maris casus asperiores solitis ventorumque procellae reflantium, delatas in proximos sinus, introire portum Augusti discriminum ma¬ gnitudine perterrebant. Quocirca idem saepe praefectus seditionibus agitatus, ac plebe iam saeviente inmanius, quoniam verebatur inpendens exitium, ab omni spe tuendae salutis exclusus... lacrimans ” En” inquit... etc. Qua miseratione vulgus... lenitum conticuit, aequanimiter venturam operiens sortem, Moxque
157 L’età ambrosiana 361 : L’Africa si schiera dalla parte di Costanzo contro Giu¬ liano, e il grano fiscale viene dirottato verso Costanti¬ nopoli, provocando una gravissima fames neìVUrbs an¬ nonae vacua, prima che Giuliano riesca ad effettuare coemptiones di frumento in varie regioni, a spese del fìsco e del patrimonio privato 44δ. Dopo il 365 : A Roma scoppiano altri tumulti per la scarsità del vino, nel corso dei quali viene incendiata la casa dell’ex Prefetto Urbano Avianius Symmachus 445 446. 368-370: Ai tumulti dei cristiani — che in quegli anni agitavano Roma con aspre contese fra i partigiani di Ursicino e quelli di Damaso, in occasione di una nuova elezione papale 447 — si dovettero aggiungere ad un certo punto anche preoccupazioni annonarie di carattere generale, tosto ovviate alla meglio da Olybrius, il Prefetto Ur¬ bano allora in carica: ne serba per l’appunto memoria una lettera degli Imperatori Valentiniano, Valente e Graziano al medesimo, con la quale essi si congratulano per la restaurata tranquillità 448. 376: Sotto la prefettura urbana di Aradius Rufinus (o di Maecius Gracchus) Roma cade nuovamente in preda divini arbitrio numinis, ... dum Tertullus apud Ostia in aede sacrificat Casto¬ rum, tranquillitas mare mollivit, mutatoque in austrum placidum vento, velifi¬ catione plena portum naves ingressae, frumentis horrea referserunt. 445 Cfr. Mam., Orat, actio Iui. XIV, 5; Amm. Marc. XXI, 7, 2-5. 446 Amm. Marc. XXVII, 3, 4, cit. a pag. 41, n. 82. 447 Per cui cfr. Amm. Marc. XXVII, 3, 12; Eus.-Hier. Chron. II, P.L. 27, coli. 505-506 (= pag. 104 ed. Schöne); Rufin., H.E. XI, 21, P.L. 21, col. 495 (= C.B. pagg. 1024-1025); Sulp. Sev., Chron. II, 39, P.L. 20, coli. 150-151; Socr., II.E. IV, 29, P.G. 67, coli. 541-544; Sozom., H.E. IV, 11 e 15, VI, 23, P.G. 67, coli. 1135-1140, 1149-1154, 1347-1354 = ed. Bidez-Hansen. pag. 152-154, 158 e 265-268); Coll. Avell., Ep. I (Quae gesta sunt inter Libe¬ rtum et Felicem episcopos [355-368], scritta da un luciferiano, ed. W. Meyer, Epistulae imperatorum romanorum ex collectione canonum Avellana, Göttingen 1888, pagg. 12-14 = C.S.E.L. 35, pagg. 1-4) ed Epp. II-XIII (Ibid., passim). 44β Cfr. Coll. Avell. Ep. X, pag. 51, Valentinianus Valens et Gratianus ad Olybrium pu.: Ctim nihil possit esse iocundius vel abundantia vel quiete ac summa felicitas sit, quotiens duo ista iunguntur, procul dubio sublimitas tua perspicit, quam gratae nobis litterae tuae fuerint, cum et eos esse compressos, qui sanctissimam legem tumulta et seditione miscuerant, et annonam com¬ munis omnium patriae p aula tim in statum pristinum redire coepisse testatae sunt...
158 Economia e società nell*a Italia Annonaria » alla carestia, alla quale reca però sollievo una generosa contribuzione da parte dei senatori. Di essa, come ab¬ biamo già veduto, discorre ampiamente Ambrogio in un passo del De Officiis ***. È possibile che Roma risen¬ tisse allora, di riflesso, della lunga campagna condotta contro Firmo dal generale Teodosio (conclusasi nel 375), la quale doveva avere provato assai duramente anche in campo annonario molte province africane, per il sog giornare di numerosi eserciti Già, infatti, poco prima (fine 375-inizi 376) il pu. Tarracius Bassus era stato costretto, con un editto, a pubblicare i nomi di quei tabernarii corporati (almeno in parte peregrini) che sibi pecun[iam] / spectaculis et panem populi contra disciplinam / Romanam... vindicare consueverant451. 378-379: La carestia e una violentissima pestilenza d’uomini e di animali colpiscono anche la Valle del Po, in rela¬ zione con l’imperversare dei Goti in Illirico, dopo la tragica sconfitta di Adrianopoli : ce ne parla Ambrogio, con accenti di grande sconforto 452. * I, * * 441β Ambr., De Off. Ili, 46-48, cit. a pagg. 116-118; cfr. pure Symm., Ep. I, 5, cit. a pag. 124, n. 330. 460 Cfr. Amm. Marc. XXIX, 5; un’esauriente trattazione di tutti i pro¬ blemi riguardanti la rivolta di Firmo si trova in Romanelli, St. delle Prov. Rom. dell’Africa cit., pagg. 578-595. 451 Cfr. C.I.L. VI, 31893-31900, cit., a pag. 120, n. 319. 4M Ambr., Exp. Er. Luc. X, 10 : Chuni in Halanos, Halani in Gothos, Gothi in Taifalos et Sarmatas insurrexerunt... Quae omnium fames, lues pa- r i ter boum a tque hominum ce terique pecoris, ut etiam qui bellum non pertulimus, debellatis tamen pares nos fecerit pestilential Ergo ... in occasu saeculi sumus... (da questo passo il Sal violi — Le nostre origini cit., pag. 54 — ha arbitrariamente inferito lo spopolamento di tutta Italia nel Basso Impero [ !]) ;In., Ep. XV, 7 (del 378, sulla saeviente lue et ardenti pestilentia che decimava allora l’esercito goto). L’epicentro della carestia, dell’epidemia e del¬ l’epizoozia si trovò allora in Tracia, Pannonia, Macedonia, omnemque terram quae a Propontide et Bosphoro usque ad Alpes Iulias tenditur (Hieron., In Os. I, 4, P.L. 25, col. 847), dove le incursioni e le razzie dei barbari continuarono per oltre un ventennio (cfr. Id., Ep. ad Heliodorum LX, 16, P.L. 22, col. 600 = C.S.E.L. 54, ed. I. Hilbero, Wien 1910, pag. 570, del 396 circa), e dove ancora nel 405-406 ne erano visibili le conseguenze (cfr. Id., In Os. I, 4, P.L. 25, col. 847 ; ... cernat Illyricum, et probabit cum hominibus et animantia cuncta deficere...). Ma negli anni immediatamente successivi alla sconfitta di Adriano- poU i barbari avevano dovuto sconfinare anche al di qua delle Alpi Giulie, se ancora nel 397 Gerolamo parla di fattorie appartenenti alla sua famiglia (nel¬ l’agro fra Emona ed Aquileia : cfr. pag. 24, n. 30), danneggiate dal nemico, ma
L’età ambrosiana 159 382: In Africa insorge la carestia, e cominciano a serpeg¬ giare fra i senatori inquietudini per l’annona di Borna 453. 383: La carestia si fa generale in tutti i paesi del bacino mediterraneo, in seguito a un’eccessiva siccità e a una piena insufficiente del Nilo in Egitto: ne parlano, va¬ lendosene quale argomentazione polemica e perciò, con le loro posizioni antitetiche, completandosi ed equi¬ librandosi a vicenda, Simmaco e Ambrogio 4δ4. Nel ce- * 454non -completamente distrutte (semirutas villulas, quae barbarorum effugerunt manus... : Ep. ad Pammachium de dormitione Paulinae LXVI, 14, P.L. 22, col. 647 = C.S.E.L. 54, pag. 665). E ancora nel 391-392 nelle campagne istriane do¬ vevano essere visibili le tracce della terribile epizoozia che vi aveva infierito (cfr. Id., Comment, in Sophon., P.L. 25, col. 1341 : ... vastatis urbibus, homini¬ busque interfectis, solitudinem et raritatem bestiarum quoque fieri et volatilium pisciumque, testis Illyricum est, testis Thracia, testis in quo ortus sum solum...). Ofr. E. Coueiro, The Decady of the Empire and Fall of Rome in Saint Jerome’s Letters and Lives of Heremits, Journal of the Faculty of Arts, I (1957), fase. 1, pagg. 48-57; vd. pure J.-R. Pauanque, St. Jerome and the Barbarians, in G. Bardy - E. Burke - F. Cavallera - L.N. Hartmann - M.L.W. Laistner - F.X. Murphy - J.-R. Pauanque - E.A. Quain - P.W. Skehan, A Monument to Saint Jerome, New York 1952, pagg. 173-199. Sulla scarsa impor¬ tanza delle razzìe e degli sconfinamenti barbarici in territorio romano prima della migrazione gotica in Illirico, cfr. Ch. Dubois, Observations sur l’état et le nombre des populations germaniques dans la seconde moitié du IV e siècle, d’après Ammien Marcellin, Mélanges R. Cagnat, Paris 1912, pagg. 247-267. 488 Cfr. Symm., Ep. IV, 74 ad Eusignvum: ...Magna igitur necessitate fu¬ turi anni inopiam protestatus est. Quid enim spei reliquum est, cum provinciis Africanis nec ad victum tenuem frugum tritura responderit et adportata ex aliis terris semina vicinus annus expectett... 454 La celebre polemica rappresenta uno degli episodi più significativi in cui si configurò la lotta fra il Cristianesimo, ormai promosso a religione di Stato, e le ultime resistenze del Paganesimo declinante, che ancora legava a sè — ba¬ luardo e simbolo di tutto un mondo culturale, sociale e politico prossimo a scomparire — molti gruppi conservatori della società senatoriale romana: cfr. ad es. (oltre agli studi generali del Palanque, Dill e Mazzarino più volte citati) J. Wytzes, Der Streit um den Altar der Viktoria, Die betreffenden Schriften des Symmachus und Ambrosius, Amsterdam-Paris 1936; L. Mauunowics, De ara Victoriae in curia Romana quo modo certatum sit, Rozprawy i MaterjaVu i Towarzystwa PrzyjacoV Nauk w Wilnie, Tom IX, Zeszyt 2, Wilno 1937 (dove, a pagg. 108 sgg., vengono messi in rilievo gli interessi soprattutto economici della resistenza pagana); A. Alföldi, A Festival of Isis in Rome under the Christian Emperors of the IVth Century, Leipzig 1937, Dissertationes Panno¬ nicae ser. II, fase. 7 (ove il problema della propaganda pagana a Roma allo spirare del IV secolo si arricchisce di tutta una serie di importanti testimonianze
160 Economìa e società nell'« Italia Annonaria » lebre rapporto, con cui nel 384 Simmaco domanda a Valentiniano II la restituzione dell’altare della Vitto¬ ria, egli ricorda come manifestazione di collera divina la terribile carestia che l’anno precedente aveva deso¬ lato tutto l’Impero, e durante la quale la rusticana plébs aveva dovuto nutrirsi di ghiande e radici45δ. Am¬ brogio, nella sua replica non meno famosa, non smenti¬ sce la carestia per i paesi del bacino mediterraneo, e, an¬ zi, l’ammette espressamente per l’Egitto ; la limita inve¬ ce fortemente nella Diocesi Annonaria, e sottolinea l’ab¬ bondanza dei raccolti nelle province transalpine, so¬ prattutto in Gallia, nelle Pannonie e nella Rhetia Se¬ cunda; fa inoltre presente che l’anno successivo era stato ovunque particolarmente fecondo45e. 455numismatiche) ; Id., Die Kontorniaten cit. ; Id., Römische Kaiserzeit, Historia Mundi IV (Römisches Weltreich und Christentum), Bern 1956, pagg. 190-297 e partie. 214-215 ; Mazzarino, La propaganda senatoriale cit. ; F. Hochreiter, Die Relation des Symmachus für die Wiedererrichtung des Altares der Viktoria und die Gegenschiften des Ambrosius und Prudentius, Diss. Innsbruck 1951; Romano, o. c., pagg. 40-52; Id., Carattere e significato del Contra Symmachum, Palermo 1955; J. Gaudemet, Société religieuse et Monde laïc au Bas-Empire, Iura X (1959), pagg. 86-102. 455 Symm., Relat. III, 15-17: Nemo me putet tueri solam causam religio¬ numex huiusmodi facinoribus orta sunt cuncta Romani generis incommoda... Secuta est hoc factum (la soppressione da parte di Graziano dei privilegi delle vestali) fames publica et spem provinciarum omnium messis aegra decepit. Non sunt haec vitia terrarum, nihil inputernus austris, nec rubigo segetibus obfuit, nec avena fruges necavit: sacrilegio annus exaruit. Necesse enim fuit perire omnibus, quod religionibus negabatur. Certe si est huius mali aliquod exemplum, inputemus tantam famem vicibus annorum: gravis hanc sterilitatem causa contraxit. Silvestribus arbustis vita producitur et rursus ad Dodonaeas arbores plebis rusticae inopia convolavit. Quid tale provinciae pertulerunt, cum reli¬ gionum ministros honor publicus pasceret? Quando in usum hominum concussa quercus, quando vulsae sunt herbarum radices, quando alternos regionum de¬ fectus deseruit fecunditas mutua, cum populo et virginibus sacris communis esset annona?... 406 Ambr., Ep. XVIII, 20^21 : Esto tamen si superiore anno (383 d. C.) deorum suorum iniurias vindicatas putant, cur praesenti anno contemptui fuere? Iam enim nec herbarum vulsis radicibus rusticana plebs pascitur, nec baccae silvestris explorat solatia; nec cibum de sentibus rapit: sed operum laeta felicium... etc. Et tamen etiam superiore anno plerasque novimus provincias redundasse fructibus. De Gallis quid loquar solito ditioribus? Frumentum Pan¬ noniae, quod non severant, vendiderunt; et Secunda Rhetia fertilitatis suae novit invidiam, nam quae solebat tutior esse ieiunio, fecunditate hostem in se exci-
L}età ambrosiana 101 Alla medesima carestia fanno pure allusione una epistola di Simmaco al fratello Flaviano 487 e un passo di Prudenzio 488. Ed è forse a questa occasione che vanno riferite anche le importazioni straordinarie di grano dalla Macedonia, di cui parla Simmaco nelle epistole III, 55 a Ricomero e III, 82 a Rufino, varia¬ mente datate dai differenti studiosi* 457 458 459 460 461 *. 384: Si verifica un ritardo nell’importazione del frumento a Roma, sotto la prefettura urbana di Q. Aurelius Sym¬ machus ; e il panico fra la plebe è tale, che viene chiesta e ottenuta l’espulsione di tutti i peregrini residenti nella capitale 4β0. Sembra pertanto che la responsabilità di questo defectus annonae dovesse attribuirsi alla scar¬ sa collaborazione degli indices e notarii della Diocesi Africana 4β1, poiché l’annata era stata ovunque feconda, tavit; Liguriam Venetiasque autumni frumenta paverunt. Ergo nec ille sacri¬ legio annus exaruit, et iste fidei annus effloruit. Negent etiam quod largo fetu vineae redundaverint... 457 Symm., Ep. II, 6 : ... Frequens enim sermo est, tenui victu in turbas plebem moveri, nec ulla spes datur, praesentibus angustiis copiaan posse suc¬ cedere. Annus ubique ad famem proximus; classis in alios conversa cursus (probabilmente in seguito ai turbamenti per la morte improvvisa di Graziano, ii 25 agosto del 383); aestas prope decessit autumno. Diis me hercule, ut praefatus sum, deleganda est huius incerti administratio; hominum autem remedia iam sera 'sunt... 458 Prud., Contra Symm. II, vv. 920-954 (in cui descrive la carestia ge¬ nerale che imperversò in Africa, in Egitto per la piena insufficiente del Nilo, in Sardegna, etc.), e partie, vv. 937-943: Respice, num Libyci desistat ruris arator / frumentis onerare rates et ad ostia Thybris / mittere triticeos in pastum plebis acervos, / numme Leontini sulcator solvere campi / cesset frugiferas Lilybeo ex litore cumbas / nec det vela fretis Romana nec harr ea rumpat, / Sardorum congesta vehens granaria classis... 468 Cfr. Symm., Epp. III, 55 e 82, citt. a pag. 131, n. 354. II Seeck (Symma¬ chi Opera cit.) pone genericamente queste due lettere fra il 382 e il 391; è invece certamente in errore lo Heitland, nel riferire le due epistole alla carestia che seguì la ribellione di Gildone in Africa, nel 397-398 (Heitland, o. c., pagg. 402-406) : poiché, essendo Gildone spalleggiato in quell’occasione dalla Corte di Bisanzio, appare improbabile che questa disponesse un’esportazione di frumento dalla Macedonia, a sollievo di una carestia che essa stessa aveva voluto provocare. 460 Cfr. Ambe., De Off. Ili, 43-51, cit. a pagg. 116-118. 461 Cfr. Symm., Relat. XVIII (384-385 d. C.) : Felicitas quidem vestra aeteniae urbi sollemnis alimoniae copiam pollicetur..., sed re magis quam spe tuti esse debemus. ... Nam aestate provecta cum ex Africanis portibus 11. _L. Ruggini
162 Economia c società nell’« Italia Annonaria » soprattutto nella Cisalpina4®2. Di questa carestia, oltre al passo ambrosiano del De Officiis, le Storie di Ammiano Marcellino e l’epi¬ stola II, 7 di Simmaco a Flaviano già citate parlano pure diffusamente ben tre Relationes ufficiali di Sim¬ maco all’Imperatore Valentiniano II4®4. 385-386 : Simmaco era appena uscito di carica come Prefetto Ur¬ bano, che Koma conobbe daccapo le angustiae della avara venditio di frumento sotto la prefettura di Va¬ lerius Pinianus, questa volta per colpa di ricchi specu¬ latori (opum validi... homines) che procuravano sul mer¬ cato una sorta di carestia artificiale mirante al rialzo; sembra che queste nuove difficoltà facessero rimpian¬ gere presso l’opinione pubblica i tempi della pur non facile prefettura di Simmaco, nel corso della quale non si era verificato un tale ordine di incidenti4βδ. * 464minimum devehatur, non inani tangimur metu, ne res annonaria in graves cogatur angustias, et ideo oro... perennitatis vestrae salubre praesidium, ut iudices Africanos et notarium, cui aeternitas vestra mandavit frumentarios commeatus, severiora scripta destimulent, missis in hoc negotium strenuis, qui onera consueta, dum tractabilis navigatio est, victui urbis exhibeant... Questo ritardo neirimportazione dovette far sì che, quando le navi giunsero alle foci del Tevere con il frumento egiziano e spagnolo (cfr. Symm., Relat. XXXVII, datata dal Seeck al 384-385, in cui viene sollecitato all’Imperatore rinvio di commeatus — evidentemente di rincalzo — dalla Spagna e dall’Egitto), la stagione ormai troppo avanzata impedisse, con l’inclemenza dei suoi venti, l’entrata delle navi nel Portus Augusti (cfr. Ambr., De Off. Ili, 51, e pagg. 119, n. 318). 4e2 Cfr. Ambe., Ep. XVIII, 20-21, cit. sopra, n. 456. J08 Cfr. pagg. 117-118 e 119-121 nn. 318 e 321. 464 Symm., Relat. IX (datata dal Seeck al 384-385, ma senz’altro riferi¬ bile al 384, in una stagione in cui si sperava ancora di ovviare alla carestia imminente) : in essa il pu. invoca una importazione straordinaria di grano dall’Egitto, per intervento di Teodosio: ... mittetis etiam regiam classem, quae annonariis copiis augeat devotae plebis alimoniam. Hanc vero in Tiberinis ostiis mixtus populo senatus excipiet; venerabimur tamquam sacras puppes, quae felicia onera Aegyptiae frugis invexerint... Cfr. inoltre Relationes XVIII e XXXVII (citt. sopra, n. 461), entrambe datate dal Seeck al 384-385, ma sen¬ z’altro riferibili al 384. La Relatio XXXV (datata dal Seeck sempre al 384-385, ma da collocarsi questa volta nel 385) fa invece presente agli Imperatori che l’importazione del frumento era stata quell’anno normale (frumenti cotidianus usus in facili est), ma aveva scarseggiato quella di olio fiscale dall’Africa, sem¬ pre per colpa degli iudices locali. 44,5 Cfr. Symm., Ep., II, 55 (385-386) Flaviano fratri: Urbanis negotiis,
L'età ambrosiana 163 388: L’importazione del grano a Roma è insufficiente, e Tan¬ nata sembra essere stata sterile un po’ ovunque, secondo quanto scrive Simmaco a Flaviano4ββ. Anche l’Italia Annonaria cade in preda a una forte carestia, dovuta soprattutto (sembra di capire da Ambrogio) allo spreco e alle razzìe dell’esercito di Maximus·, l’usurpatore era infatti calato in Italia dalle Gallie fin dall’autunno del 387, dopo un’annata di raccolti abbondanti4βτ. 389 : Nell’estate di quest’anno grando crepitans per biduum continuum pro plu via cecidit, pecudum arborumque per¬ nicies 468 : non è però chiara la localizzazione geogra¬ fica, ed è possibile che il fenomeno abbia riguardato solamente la Pars Orientis, la fonte essendo Mareelli- nus Comes. In questi anni si deve probabilmente collo¬ care anche un’inondazione del Po che, secondo la leg¬ genda, sarebbe stata arrestata nel Piacentino dal miracoloso intervento di S. Sabino4β9. 466 467 *ut insinuare dignatus es, inquies monitor securus inludit. Alieno enim periculo in [perniciem re«] (integr. Mommsen) efficax et copiae nocitura temptatur, ut cum vilitatis metus in angustias coegerit civitatem, tunc opum validis quaestum augeat avara venditio. Hoscine homines arbitreris, qui plus amicis consilio nocent, quam inimicis odio abesse potuissentf Sed nos publico dudum opere perfuncti; aliena sileamus. Dii meliora procurent! Neque enim gaudere dignum est, si qua mihi laus ex alterius errore proveniat. Vale (cfr. l’interpretazione del passo in G. A. Tedeschi, Lettere di Q. Aurelio Simmaco fatte di Latine Vol¬ gari, Roma 1724). 466 Symm., Ep. II, 52 Flaviano fratri : ... rem frumentariam nostrae Urbis nulla auget invectio... cum sterilis annus ne semina quidem terris commissa reddi¬ derit... 467 Cfr. Ambr., De loseph 38 (databile all’autunno del 388: cfr. Paeanque, Saint Ambroise eit, pag. 522): Posterioribus priora consumpta sunt et ubi erat ante ubertatis copia, ibi rerum omnium facta est indigentia. ... Sed inmo¬ dica aevi superioris effusio etiam posteriora destituit, et homines diripientes universa... clamabam... fore tempus, quo his famis dura succederet... Cfr. inoltre Nota Complementare E, pagg. 536 sgg. 408 Cfr. Marc. Comes, Chron. pag. 62. Marcellino fu un magistrato bizan¬ tino illiriciano, vissuto nella prima metà del VI sec. (cfr. P.L. 51, coll. 913-918). 4ββ Cfr. Graeg., Dial. Ili, 10 (composto nel 593-594), P.L. 77, coll. 235- 238 = « Fonti per la St. d’It. » 57 ed. U. Moricca, Roma 1924, pagg. 154- 156. Egli racconta come a Piacenza, dum die quadam... cursus sui Padus alveum egressus aecclesiae agros occupassit, totaque illic loca nutriendis homi¬ nibus profutura aqua eiusdem fluminis tenerit, il santo Vescovo Sabino avesse ingiunto al fiume di ritirarsi, e questo lo avesse obbedito (sembra un po’
Economia e società nell’e Italia Annonaria » 104 394 : Si verificano anche nell’Italia Settentrionale motus ter¬ rarum graves, piogge ininterrotte e ultra solitum caligo tenebrosior (probabilmente però in autunno dopo il raccolto), fenomeni che più tardi Ambrogio interpre¬ terà come segni premonitori della imminente morte di Teodosio 47<). 395-396 : Il Comes Africae Gildone, che già negli ultimi anni di Teodosio era andato assumendo atteggiamenti da prin¬ cipe indipendente, intensifica sotto Onorio questa sua condotta. Finché Eugenio era stato al potere (settem¬ bre del 394) il frumento non era venuto meno a Roma, poiché Gildone spalleggiava l’usurpatore* 470 471. Ma subito dopo la sconfitta di questi al Frigido cominciano a farsi sentire i primi sensibili ritardi nell’importazione del¬ l’annona, che la plebe sembra irragionevolmente attri¬ buire a cattiva volontà da parte dei Prefetti Urbani in carica 472 (ed è probabilmente per questo motivo che azzardato vedere nell’episodio il ricordo di un’opera di arginatura del fiume da parte del Vescovo di Piacenza, traendone poi importanti illazioni, come fa il Mochi Onory, Vescovi e città cit., pagg» 143-144: vd. avanti, pag. 331, n. 354). Gregorio dice die l’episodio gli era stato narrato, fra gli altri, dal vir veracis¬ simus Iohannis, nato e cresciuto in Piacenza, e attualmente in hac... Romana civitate locum praefectorum servans ; Sabino fu Vescovo di Piacenza proba¬ bilmente a partire dal 381 (cfr. Lanzoni, Le origini delle ant. diocesi d’Italia cit., pagg. 815-816). I Dialoghi gregoriani, essendo stati scritti a scopo preci¬ puamente edificatorio, hanno un valore storico assai discutibile: cfr. W. F. Bolton, The Supra-Historical Sense in the Dialogues of Gregory I, Aevum XXXIII (1954), fase. 3, pagg. 206-213. 470 Cfr. Ambr., De ob. Theod. 1 ; vd. inoltre sopra, pag. 75, n. 189. II 20 novembre dell’anno precedente (393) si era verificata una eclissi totale di sole: cfr. V. « Finsternisse » (Boll), P.W. VI, coll. 2329-2364 e partie. 2363. m Cfr. Warmington, The North African Provinces from Diocletian to the Vandal Conquest cit. pagg. 11-12. 472 Nell’inverno del 394-395 Simmaco scrive infatti ai figli Nicomachi: ... in tenui patriae victu superioris providentiae laudem refotam non ex ore multitudinis sed ex ratione humani ingenii colligamus. Recesse est enim seros aestimatores beneficiorum, cum succedant angustiae copiis, dissimulatam gra¬ tiam conlatione sentire. Et plebes quidem nostra paucorum studiis antehac in odium tanti civis (= Flavianus minor) subacta testatur propalam paenitendi correctionem... (Ep. VI, 1). Forse il popolo sospettava una certa connivenza fra gli alti magistrati responsabili del suo benessere e i navicularii (che, come ab¬ biamo visto, appartenevano per la maggior parte alla grande aristocrazia ter¬ riera : vd. pagg. 135-136), i quali, proprio in questo torno di tempo, approfittavano
1/età ambrosiana 1G5 essi si succedono l’un l’altro a brevissimi intervalli47i * 473 474). I senatori si dispongono pertanto, sebbene con scarso entusiasmo, a una collatio per sopperire all’annona, come già nel 376 474 ; si prepara nel contempo una de¬ legazione da inviare a Onorio, con richieste di aiuto 475. Mentre il secondo inverno di crisi frumentaria si avvicina, la plebe romana continua a rumoreggiare e minaccia ormai una sedizione : tanto che, secondo quanto scrive Simmaco ai figli Nicomachi, per i senatori il soggiorno in città sta diventando pericoloso476. Molti sono i nobili che fuggono in campagna 477 478; e Simmaco stesso è sul punto di mandare il figlio giovinetto sulle sue proprietà campane, allorché la distribuzione della carne fiscale e una oblatio frumentaria d’una ventina di giorni da parte del Senato, poi ripetuta, riportano in città una notevole distensione47s. Quando Simmaco, quello stesso anno, si reca finalmente in Campania, la della confusa situazione e della possibilità di alti guadagni, data la crescente richiesta di frumento, per vendere al libero mercato il grano fiscale destinato all’annona della plebe romana (cfr. C. Th. XIII, 5, 26 = C. I. XI, 2, 2 [4], del 396, data da Onorio a Milano: Comperimns navicularios susceptas species in negotiationis emolumenta convertere...). 473 Così a Basilius, pu. nella primavera del 395, dopo circa un mese è già succeduto Andromachus, cui nell’estate dello stesso anno viene sostituito Flo¬ rentinus : cfr. Seeck, Regesten cit., pagg. 474 sgg. ; Ciiastagnoe, La Préfecture cit., pag. XIX. 474 Cfr. Symm., Ep. VII, 68 (395 d. C.) ad Alypium: ...Nobis tardior Africanarum navium commeatus incutit curas et sterilitas conditorum. Qua¬ propter ad conlationem vocati remedia patriae usitata promisimus. Sed votis opus est, ut voluntariae sponsioni solutio prompta respondeat. 475 Cfr. Id., Ep. VI, 22, del novembre del 395. 476 Id., Ep. VI, 18 (inverno 395-396) Nicomachis filiis : ... statum... patriae, quam defectu alimentorum graviter laborantem periculosum est inhabitare, impium et crudele deserere. 477 Cfr. Id., Ep. VI, 21, dei 395-396. 478 Cfr. Id., Ep. VI, 26 (396) Nicomachis filiis : Diu mecum ipse contendi, ut ad vos pignus commune dimitterem, sed vicit adfectio maxime adsurgente specula sufficientium conditorum. Nam viginti dies urbis alimoniis parca inte¬ rim promittit expensio. Praeterea amplissimi ordinis secunda conlatio accessu¬ rum securitati aliquid pollicetur. Nihilo minus etiam carnis ohlatio animos Romanae plebis erexit... Cfr. pure Id., Ep. VI, 12 (396 d. C.) Nicomachis filiis. cit. più ampiamente a pag. 131, η. 355, dove si dice che, in attesa delle decisioni deirimperatore, subsidia annonae in dies viginti oblatio prorogavit ; Id., Ep. VI, 14 (396 d. C.) Nicomachis filiis: ...utinam tanto gaudio (=la publicatio
106 Economia e società nell’« Italia Annonaria » tranquillità in Roma si è perfettamente ristabilita * 479, e sussiste soltanto qualche inquietudine per la penuria di olio fiscale 48°. A Milano intanto (396-397) Onorio celebra in gran pompa il suo terzo consolato (e il quarto del fratello Arcadio) : se a Roma mancano il frumento e l’olio d’A- frica, a Milano non sono venute meno le fiere libiche481. 397-398: Ma nell’inverno del 397 Gildone insorge apertamente contro l’Imperatore d’Occidente, spalleggiato dalla Cor¬ te di Bisanzio482; e l’invio del grano dall’Africa viene sospeso di colpo, probabilmente con il pretesto d’un raccolto insufficiente. Pascimur arbitrio Mauri, scrive Claudiano 483 ; e anche Simmaco accenna alle nuove difficoltà annonarie, scrivendo quello stesso anno al facultatum di Rufino) non obstreperet defectus annonae, quem nulla producit novae frugis accessio. Praeterea ipsius cibi qualitas gignit horrorem... Sola¬ tur inter haec populum spes frumenti a patribus oblati, et religiosa optimatium voluntas tenet concordiam civitatis. Nunc votis opus est, ut divina opitulatio invehat commeatus, dum salus civium privata conlatione producitur. 479 Cfr. Id., Ep. IV, 21 (396 d. C.) ad Protadium: Post urbis nostrae exitiabilem famem re frumentaria in tranquillum redacta oram Campaniae regionis accesseram... 480 Cfr. Id., Ep. IV, 18 ad Protadium (396 d. C.) : ... Conperisti haud dudum frumentarias magnae urbis querellas; successit huic olei penuria, et adhuc manet de fruge causatio... Sull’esportazione di olio dall’Africa a Roma nel IV sec., cfr. H. Camps-Fabrer, L’olivier et l’huile dans l’Afrique romaine, Alger 1953, passim. 481 Cfr. Paul., Vita Ambr. 34: Per idem tempus cum consulatus sui tem¬ pore imperator Honorius in urbe Mediolanensium, Libycarum ferarum exhiberet munus, illuc populo concurrente... 482 Cfr. in generale Seeck, Gesch. cit., V, pagg. 282 sgg. ; Id., v. « Gildo », P.W. VII, coll. 1360-1363; S. Mazzarino, Stilicone, La crisi imperiale dopo Teodosio, Roma 1942, pagg. 264 sgg.; Romanelli, o. c., pagg. 603 sgg. 488 Claudian., De bell. Gild. v. 70; cfr. Id., Ibid., vv. 17 sgg. (Exitium iam Roma timens, et fessa negatis / frugibus...), e vv. 62 sgg. (... spes unica nobis / restabat Libyae, quae vix aegreque fovebat. / Solo ducta Noto, num- quam secura futuri, / semper inops ventique fidem poscebat et anni. / Hanc quoque nunc Gildo rapuit sub fine cadentis / autumni...) ; Chron. Gall. a. CCCCLII, 36, pag. 650. Con tale deficienza di grani africani si devono collegare alcuni provvedimenti imperiali di questi anni, intesi a favorire i navicularii che provvedevano al trasporto delle derrate ; in particolare, il 15 aprile del 397 (an¬ cora quindi prima della ribellione aperta di Gildone) un decreto diretto da Milano al Senato, assieme con altre norme relative all’approvvigionamento del-
L’età ambrosiana 167 Pra-efectus Urbi FlorentinusStilicone convoglia al¬ lora verso l’Urbe derrate di grano dalla Sardegna 488, dalla Gallia e dalla Spagna 480. Nel frattempo, proprio dietro consiglio di Sim¬ maco, il Senato dichiara Gildone hostis publicus* * * 484 485 486 487 488 ; e nel 398 si giunge al conflitto armato, che anche l’am¬ biente cattolico tendenzialmente antistiliconiano del¬ l’Italia Cisalpina considera, una volta tanto in accordo con i circoli filopagani dell’Urbe, una vera e propria crociata 488. Gildone viene sconfitto 489 ; ma la vittoria l’Urbe stabiliva che, se la fortuna o la ratto avessero reso inevitabile una sosta del frumento sulle coste dell’Africa, non sarebbe però stato lecito dirottare questo grano per destinazioni diverse da quella di Roma (C. Th. XIV, 15, 3). 484 Symm., Ep. IV, 54 (autunno 397) ad Florentinum : ... Scd quid mihi insusurras frugis Africanae tenues commeatus? Absit, ut praesens annus (397) imitetur fortunam superiorum (395 e 396) / ... Fee spem dies obstruit; nam mare adhuc iustis cursibus patet et nondum in hiemem praecipitat autumnus... Quello stesso autunno, scrivendo dalla campagna all’amico Patruinus, Simmaco ac¬ cenna ai cattivi raccolti di grano e di vino, e alla fame in agris dominante (Ep. Vili, 19) ; non si capisce assolutamente perchè il De Robertis (La prod, cit.) menzioni proprio questa epistola a riprova della fertilità delle campagne attorno a Roma sul finire del IV secolo. 485 Symm., Ep. IX, 42, cit. a pag. 129, n. 350; cfr. in proposito P. Meloni, L’amministrazione della Sardegna da Augusto all’invasione vandalica, Roma 1958, pagg. 164-165. 486 Cfr. Claudian., De Cons. Stil. I, vv. 307-309 : ... duplices disponere clas¬ ses, / quae fruges aut bella ferant; aulaeque tumultum / et Romae lenire famem... ; Id., De Cons. Stil. Ill, vv. 91-105, e in partie. 91-94 : ... Quis Gallica rura, / quis meminit Latio Senonum servisse Ligones? / Aut quibus exemplis fecunda Thybris ab Arcto / vexit Lingonico sudatas vomere messes?... ; cfr. inoltre Ibid., II, v. 392, e In Eu trop. I, vv. 399-409, citt. a pag. 130 n. 353; E. Nischer-Falkenhof, Stilicho, Wien 1947, pag. 73. 487 Cfr. Seeck, Symmachi Opera cit., pag. LXIX dell’Introd. 488 Secondo la tradizione contemporanea, raccolta poi anche dagli storici cristiani più tardi, il generale Mascezel, che nella primavera del 398 marciò con gli eserciti onoriani contro il proprio fratello Gildone e lo vinse presso il fiume Ardalio fra Theveste e Ammaedara (in Numidia), prima della spedizione avrebbe soggiornato presso i monaci della Capraia per invocare la protezione celeste (cfr. Oros., Hist. adv. Pag. VII, 36, 2-13), e la notte prima della battaglia avrebbe sognato il Vescovo di Milano Ambrogio, morto poco tempo prima (cfr. Oros., 1. c. ; Paul., Vita Ambr. 51; Land., Add. Pauli Hist. Rom. XIII, pagg. 355-356; Orosio, quando scriveva, si trovava in Africa presso Agostino, che nel 387 era stato battezzato a Milano da Ambrogio: cfr. Aug., Confess. IX, 6; Paolino, subito dopo la morte di Ambrogio nell’aprile del 397, si era a sua volta
168 Economia e società nell’« Italia Annonaria » non sembra migliorare affatto (o per lo meno non ab¬ bastanza prontamente) la situazione annonaria del¬ l’Urbe 4W. Sicché ancora una volta la plebe romana ru¬ moreggia contro i senatori e contro Simmaco in par¬ ticolare, che tanto aveva contribuito a far dichiarare Gildone nemico dello Stato 4il. Mentre a Milano Onorio festeggia solennemente il quarto consolato e le sue nozze con Maria4V2, strani praesagia, prodigia e terre¬ moti si verificano in tutto l’Impero, tramandando ai posteri la memoria di questo annus monstrifer* 400 401 402 403. recato in Africa, per amministrare i beni della Chiesa Milanese in quella pro¬ vincia). Non è pertanto escluso (benché sia tentazione facile a questo genere di studi quella d’interpretare ogni evento d’ordine militare, politico o spiri¬ tuale sub speda oeconomiae) che alla solidarietà contro Gildone, allora espressa ai circoli senatoriali e paganeggianti di Roma (preoccupati dalle complicanze annonarie della rivolta) da parte delle classi superiori cisalpine, gravitanti attorno alla fortissima corrente cattolica, concorresse in qualche misura — oltre all’antipatia contro chi già aveva spalleggiato i filopagani usurpatori Massimo ed Eugenio, e trovava ora appoggio nel movimento donatista africano — anche l’irritazione dei proprietari dell'Italia Annonaria per dover provvedere, in via straordinaria e pochissimo redditizia, alle contribuzioni coatte per l’annona di Roma, che Gildone aveva privato dei consueti contributi africani (sul favore accordato da Gildone al Donatismo, cfr. Aug., Contra ep. Parmeniani II, 4, 8, P.L. 43, col. 56; Id., Contra litt. Petiliani I, 24, 26, P.L. 43, col. 257). Claudiano {De cons. Stil. I, vv. 307-309), nel 400 d. C., ricorderà fra le benemerenze di Stilicone quella di avere riorganizzato i servizi annonari fra l’Urbe e le province transmarine (... disponere classes, / quae fruges... ferant; aulaeque tumultum / et Romae lenire famem...). 400 Cfr. Symm., Ep. VII, 38 (398 d. C.) Symmachus Dedo: Caret Appia tota militibus transvectis omnibust qui pacato Africae statu in obsequium divini prindpis reverterunt. Quid quod etiam patria in rebus angustis vel opem bono¬ rum vel sodetatem requirit?... Sed iam spes melior urbis nostrae vultum serenat et alimonia interim proviso fulta subsidio frugis Libycae stipulatur adventum. 401 Cfr. Seeck, o. c., pagg. LXX-LXXI dell’Introd. 402 Cfr. Claudian., De IV cons. Hon., vv. 3 sgg. ; Id., De nuptiis Hon. et Mariae. 403 Cfr. Claudian., ln Eutrop. II, vv. 1-8 e 24 sgg. ; Phelost., H. E. XI, 6 e 7, pag. 137 ed. J. Bidez, C.B. 21, Berlin 1913 (e relativo commento a pag. CXIV, n. 1); Aug., Sermo de Urbis exddio 7-8, P.L. 40, coi. 722; proba¬ bilmente ai medesimi prodigia si riferisce anche Marc. Comes, Chron. pag. 64, collocandoli però per errore nel 396: cfr. Seeck, Gesch. des Untergangs cit. V, pag. 305, e Anhang pag. 563; L. Herrmann, Le premier séjour de Saint Pierre à Rome, Mélanges G. Heuten, Latomus Y (1946), pagg. 303-310; J. Hubaux, L’enfant d’un an, Hommages à J. Bidez-F. Cumont, Collection Latomus II,
L'età ambrosiana 169 Si potrebbe forse attribuire a tale anno anche la grande piena di tutti i fiumi dell’Italia Settentrio¬ nale, nel corso della quale Modena, secondo una tradi¬ zione peraltro tarda, si salvò miracolosamente per in¬ tervento del suo Vescovo Geminiano, da poco defunto; il fatto sarebbe avvenuto sotto l’episcopato del succes¬ sore Teodulo, dunque non prima del 396 e non oltre il 422 494. Mentre l’eccessiva siccità era la causa meteoro¬ Bruxelles 1948, pagg. 143-158; Id., La crise de la trois cent soixante cinquième année, UAnt. Glass. XVII (1948), pagg. 343-354. 404 Cfr. P. Bortolotti, Antiche Vite di S. Geminiano Vescovo e protet¬ tore di Modena, « Monumenti di Storia Patria delle province modenesi » 14, Modena 1886, pagg. 74 e 100 (Vita composta, nelle sue varie redazioni, fra l’VIII e il X secolo = B.H.L. 3296) ; è questa probabilmente la fonte su cui si basa A. Mori, Cronaca delle inondazioni del Po, Arch. Stor. per le prov. parmensi, s. Ill, II (1937), pagg. 19-48 e partie. 22, per collocare una grande inondazione di Modena nel 349 (l’articolo elenca tutte le inondazioni testimo¬ niate dall’antichità al 1917, ma trascura, lamentabilmente, di citare i testi cui attinge) : alcuni vecchi autori, infatti, pongono la morte di Geminiano nel 349 circa (vd. per es. C. Cavedoni, Cenni storici intorno alla vita, ai miracoli ed al culto del glorioso San Geminiano, Vescovo e protettore principale della Chiesa Modenese, Modena 1856, pagg. 20-21) ; ma un passo di Paolino ( Vita Ambr. 35) accenna al successore di Geminiano, Teodulo, come ancora notarius della Chiesa Milanese verso la fine del 394 o gli inizi del 395 (la Vita Ambrosii venne composta verso il 422) : cfr. Lanzoni, Le diocesi d’Italia cit., II, pagg. 792- 793 ; V. « Geminiano » (P. Galavotti), Enc. Catt. V, coll. 1990-1992. Sulle vicende del Po nell’antichità, cfr. inoltre: E. Lombardini, Studi idro¬ logici e storici sopra il grande estuario adriatico, i fiumi che vi confluiscono, e principalmente gli ultimi tronchi del Po, susseguiti da considerazioni intorno ai progetti per la regolazione delle acque alla destra di questi, Memoria, Gior¬ nale dell’ingegnere-architetto civile e meccanico XVI (1868), pagg. 395-427 = Mem. del R. 1st. Lomb. di Sc. e Lett., Cl. Sc. Mat. e Nat., ser. II, XI (1869), fase. 2, pagg. 31-73; A. Anfossi, Cenni storici sul fiume Po e il suo delta, Parma 1913; O. Marinelli, Considerazioni sui delta dei fiumi italiani, Recueil de travaux offert à M. Iovan Cvijic par ses amis et collaborateurs à l’occasion de ses trentecinq ans de travail scientifique, Belgrado 1924, pagg. 151-165; Id., Le curiose vicende del delta del Po, Le vie d’Italia XXX (1924), pagg. 353-362; T. Montanari, Sunto della storia del Po, Il Politecnico, a. LXXIV, ser. II, XVIII (1926), pagg. 1-51 dell’estr. ; G. Maciga, Cenni idrografici e storici sull’antico delta padano, Ferrara 1925; M. Visentini, Ricerche idrologiche nel delta del Po («Pubbl. dell’Uff. Idr. del Po» 14), Parma 1940; L. Gambi, Cosa era la Padusa, Faenza 1950; N. Alfieri - M. Ortolani, Contributo alle ricerche sul¬ l’antico delta padano, Atti del XV Congr. Geogr. It. (Torino 11-16 aprile 1950), Torino 1952, II, pagg. 855-860; N. Alfieri - P. E. Arias, Spina, Firenze 1958, pagg. 11-28 (« Premessa storico-topografica ») e bìbliogr. ivi cit. (vd. inoltre la ricostruzione delle fasi dell’antico delta a tav. B).
170 Economia, e società nell’« Italia Annonaria » logica più frequente delle carestie in tutte le province frumentarie mediterranee, nella Valle Padana un pe¬ ricolo forse maggiore era rappresentato dalle piogge eccessive e dalle inondazioni che ne derivavano49δ. 399-400: A Roma, durante la prefettura urbana del genero di Simmaco, Nicomaco Flaviano iunior, dovettero verifi¬ carsi alcune difficoltà nell’andamento dell’arca- vinaria, che ne resero più intransigenti i controlli49°. 405-406: In seguito alla calata di Radagaiso dalle Rezie la Li¬ guria soffrì probabilmente una violenta carestia495 * 497: più che dalle devastazioni dell’invasore (le quali dovet¬ tero colpire soprattutto le città 498 499) essa venne provo¬ cata con ogni verosimiglianza dalla necessità di approv¬ vigionare tanto gli eserciti stiliconiano-onoriani quanto la numerosa armata di Radagaiso 4". 408 : Morto Stilicone, Alarico cala su Roma percorrendo le Venezie, l’Emilia e la Flaminia®00. I traffici sul Tevere 495 Cfr. ad es. Ex. II, 12, dove Ambrogio contrappone la ubertas aquarum delle regioni settentrionali ricche di fiumi — di cui in excursus segue l’elenco — alla secchezza delle meridianae plagae : crebro itaque aut inundationibus mun¬ dus hic quatitur aut nimio aestu et ariditate vexatur... Cfr. pure, nel Corpus Ambrosiano, l’Inno II Ad serenitatem poscendam, che allude alla piena di un grande fiume, probabilmente il Po: Terrarum medio fluctuat unda, / errabunda secat arva carina. / ... / Messes nauta super navigat hospes, / flentes agricolae culta relinquunt, / spectant naufragium triste laboris, / messis laeta na¬ tat , semina, census: / nati, tecta, pecus arvaque migrant / Cernas alta domus culmina ferri, mutatisque locis culmina poni... (P.L. 17, coi. 1213, vv. 11-22). 4ββ Cfr. Symm., Ep. VII, 96. 497 Cfr. Max. Taub., Homm. 86-93 (con le riserve espresse, però, a pagg. 538-539). Cfr. pagg. 538 sgg. 499 Le notizie degli autori in proposito peccano certamente d’esagera¬ zione: secondo Agostino, comunque, i barbari sarebbero stati più di 100.000 (De civ. Dei V, 23, pag. 259 C.S.E.L. 40, Wien 1899, ed. K. Hoffmann) ; circa 200.000 secondo Orosio {Adv. Pag. VII, 37, 4) e Paolo Diacono (Hist. Rom. XII. 20, pag. 193); circa 400.000 secondo Zosimo (V, 26, pag. 249). 600 Cfr. Zos V, 37 e VI, 10, pagg. 264-265 e 291 ; su questa spedizione ala- riciana, cfr. N. I. Golubtsova, L’Italia all’inizio del V secolo e la conquista di Roma da parte di Alarico, V.D.I. 30 (1949), 4, pagg. 62-74 (in russo). Sulle circostanze della caduta di Stilicone, cfr. (oltre al lavoro del Mazzarino già cit.) il vecchio studio di V. Costanzi, La rivolta di Pavia e la catastrofe di Stilicone, Boll, della Soc. Pav. di St. Patria IV (1904), pagg. 481-523.
L’età ambrosiana 171 vengono interrotti; la carestia e la pestilenza sono di nuovo in agguato, il pane viene razionato sempre più severamente, e la vedova dell’Imperatore Graziano si distingue per le sue distribuzioni di viveri agli affa¬ mati 501. Alarico, per cessare l’assedio, esige 5.000 libbre d’oro, 30.000 libbre d’argento, 4.000 tuniche di seta, 3.000 pelli tinte di porpora, 3.000 libbre di spezie 502; ma la nobiltà impoverita nasconde le ricchezze rima¬ stele, e il Prefetto Pompeiaims, che tenta di sequestrare le proprietà di Melania e di Piniano già destinate ai poveri, è lapidato dal popolo affamato 503. Vengono al¬ lora sacrificati ad Alarico gli ornamenti dei templi pa gani. 409: Verso la fine di quest’anno, secondo il racconto di Zo- simo, Alarico assedia per la seconda volta l’Urbe, si impadronisce di Porto ed esige dal Senato di Roma, sotto la pressione della fame, che venga destituito Ono¬ rio ed eletto Imperatore Attalo 504. Dopo che Roma ha riconosciuto l’usurpatore Attalo, il Comes Africae Era- cliano sospende l’invio di olio e frumento fiscali, e la carestia di nuovo incrudelisce nell’Urbe, mentre i nego¬ tiatores si arricchiscono con le speculazioni 505. * 802 * * * 806601 Cfr. Zos., V, 39, pagg. 267-268: ... αύτός (= Άλλάριχος) μέν κύκλω πε¬ ριείχε τήν πόλιν καί τάς πύλας άπάσας, καταλαβών δέ τόν Θύβριν ποταμόν τήν δια του λιμένος των επιτηδείων έκώλυε χορηγίαν. ... *Ως δέ ούδενός άφικνουμένου (in aiuto, da Ravenna)j^ç έλπίδος άπεσφάλησαν, έδόκει τό μέτρον έλαττωθήναι του σίτου καί τό ήμισυ πέττεσθαι μόνον του πρότερον έκάστης ήμέρας δαπανωμέ- νου, είτα της ένδείας έπιτεινομένης τό τρίτον. Καί έπειδή μηδεμία της του κακού θεραπείας ήν μηχανή, τά δέ τη γαστρί βοηθουντα πάντα έπέλιπε, λιμω κατά τό είκός έπήει λοιμός καί πάντα ήν νεκρών σωμάτων μεστά. ... Έπήρκουν δέ πολλοις είς το μεταδιδόναι των άναγκαίων Λαϊτα ή Γρατιανου του βασιλεύσαντος γαμετή καί Τισα- μενή ή μήτηρ ταύτης* ... ούκ ολίγοι δια τήν των γυναικών φιλανθρωπίαν τον λιμόν έκ της αυτών οικίας παρεμυθοΰντο. ... Cfr. pure Chron. Gall. a. CCOCLII, M.G.H., A.A. IX, 2, ed. Th. Mommsen, Berlin 1892 (Chron. Min.), pag. 652, 61, XVI: Hac tempestate (=408) prae valetudine Romanonorum (sic) vires funditus attenuatae... 802 Cfr. Zos. V, 41, 4, pag. 270; Courcelle, Hist, littér. des grandes in¬ vasions cit., pag. 32. 508 Cfr. Vita S. Mel. 34. 604 Cfr. Zos. VI, 10, pag. 291. 806 Cfr. Zos. VI, 11, cit. a pag. 101, n. 265 ; Oros., Adv. Pag. VII, 42, 12-13, pagg. 557-558 ; secondo Orosio, ben 3,700 furono le navi trattenute da Eracliano
172 Economia o società, nell’« Italia Annonaria » 410: Nell’agosto Alarico assedia Roma per la terza volta, e una parte della popolazione muore di fame 506 ; S. Ge¬ rolamo ricorda che in questa occasione si verificarono perfino casi di cannibalismo 807 808 809. 411 : La fame è generale, e anche la Valle Padana (a lungo provata dal soggiornare di numerosi eserciti 508) soffre di una terribile carestia509. Quando gli eserciti visigoti lasciano alfine l’Italia per la Gallia e la Spagna, dove li coglieranno fame e pestilenza d’uomini e di animali (412 d.C.), la popolazione delle campagne ricomincia con sollievo a sperare nelle buone messi e nei raccolti nei porti africani: e la cifra appare affatto incredibile, se si riflette che essa — aggirandosi la stazza di una nave frumentaria nel Basso Impero fra i 10.000 e i 20.000 modii (cfr. pag. 293, n. 243) — corrispondeva a un carico di 37.000.000-74.000.000 di modii, mentre l’ammontare dell’intero canone frumenta¬ rio africano, inviato a Roma in tre tempi, non doveva in nessun caso superare i 6.000.000-7.000.000 di modii (cfr. pag. 295, n. 252). La cifra di Orosio va dunque ridotta di almeno uno zero. 500 Cfr. Aug., De Civ. Dei I, 10: Multos... etiam Christianos fames diu¬ turna vastavit... 807 Cfr. Hieron., Ep. CXXVII, 12-13 ad Principium (412 d. C.), P.L. 22, coi. 1094 (= C.S.E.L. 56, ed. I. Hilberg, Wien 1918, pag. 154): ... terribilis de oc¬ cidente rumor adfertur obsideri Romam et auro salutem civium redimi... Capitur urbs, ... immo fame perit ante quam gladio... Ad nefandos cibos erupit esurien¬ tium rabies et sua invicem membra laniarunt, dum mater non parcit lactanti infantiae... Cfr. Coleiro, art. cit., pagg. 50 e 52. L’immensa impressione susci¬ tata da questi avvenimenti trovò una eco anche nelle più lontane province della Pars Orientis: il Courcelle, infatti, segnala un passo poco noto della Cronaca detta di Denis de Tellmahré, in cui si allude a certe odi liriche sul sacco di Roma, composte dal monaco Isacco di Amita, fiorito verso la metà del V see.: cfr. Courcelle, Sur quelques textes littéraires cit., pag. 24; K. Ahrens-G. Krüger, Die sogenannte Kirchengeschichte des Zacharias Retor, Leipzig 1899, pag. 296. 808 Cfr. avanti, pag. 534 sgg. In particolare nel 410 Costantino III, con il pretesto di appoggiare Onorio contro Alarico, era penetrato in Liguria dalle Alpi Cozie, arrivando fino a Libarna; se ne ritirò soltanto alla notizia della morte di Alarico (cfr. Sozom., H.E. IX, 2; Lamboglia, Liguria Romana cit., pag. 264). 809 Cfr. Chron. Gall. a. CCCCLII, pag. 654: Ingens in Gallis fames... Il Gabotto riferisce questo passo tanto ai Galli transalpini che a quelli cisalpini (St. dell’It. Occ. cit. I, 1, pag. 146); di quattuor plagis ferri famis pestilentiae bestiarum ubique in toto orbe saevientibus fra il 410 e il 411 parla pure Idazio (Cont. Chron. Hieronym. 48, M.G.H., A.A. XI, 1 [Chron. Min.l ed. Th. Mommsen, Berlin 1893, pagg. 17-18).
L’età ambrosiana 1.73 favorevoli610. 413 611 : Tre anni dopo la morte di Alarico una nuova rivolta mette l’Africa contro Roma, e protagonista ne è ancora una volta il Comes Eracliano 612 : nel ribellarsi all’Im¬ pero, egli ricorre pertanto all’arma comune a tutti i dissidenti africani, vale a dire la sospensione degli invii frumentari. Ma nella tarda estate di quello stesso 413, dopo il tentativo fallito, da parte di Eracliano, di por¬ tare la guerra nell’Italia stessa, la sommossa ha termine con la uccisione del ribelle per mano dei sicari di Onorio. 418 : Il 19 luglio si verifica un’eclissi di sole, seguita da una terribile siccità813. È probabile che a questa seguisse a sua volta la carestia: ed è per l’appunto nel 419, in occasione di una fames recente, che in una costituzione indirizzata a Proiectus, Consularis di non si sa quale * 511 512 513610 Cfr. riscrizione della basilica di Nola, che commemora l’esultanza de¬ gli abitanti nel vedere i barbari allontanarsi (O. Fiebiger - L. Schmidt, Inschriftensammlung zur Geschichte der Ostgermanen, Denkschr. der k. Akad. der Wiss. in Wien, phil.-hist. Klasse, LX [1917], Abh. 3, pag. 119 n. 245): O Rex, p(rae)celso p[o]ll[es qui] culmine, magne, / iam tua sublectos so- l[etur] gratia servos. / Hostibus extinctis cont[entus] frugibus aptis / nunc populus repet[at] su\p]lex felicia rura / basilicisq(ue) pi[e] tundamus pectora s(an)c(t)is. In questi anni Roma dovette rifornirsi di annona soprattutto nelle regioni italiche più o meno prossime: pare infatti che il Comes Africae Heraclianus avesse sospeso gli invii di frumento per tutta la durata del soggiorno delle truppe visigote in Italia; negli Additamenta di Landolfo Sagace alla Storia Romana di Paolo Diacono, ancora nel 412 (= 1165 ab Urbe condita) viene infatti registrata una aliquandiu Africanam annonam extra ordinem detentam da parte di Heraclianus (XIV, 196, pag. 357 A.A. II, Berlin 1879, ed H. Droysen). Sulla carestia e pestilenza spagnole, cfr. Hydat. 48, pagg. 17-18. 511 Per la preferenza da accordarsi a questa data, anziché al 412, cfr. Ro¬ manelli, o. c., pagg. 634. 512 Cfr. Oros., Adv. Pag., VII, 42, 10-13, pagg. 557-558; Hydat, Coni. Chron. Hieron. 51, ad a. 412, pag. 18 ; Prosp., Epit. cliron., ad. a. 413, pag. 467 ; Marc. Com., Chron. ad a. 413, pag. 71 ; Zos. VI, 11, cit. 513 Su questo fenomeno scrive ad Agostino Esichio Vescovo di Salona, do¬ mandandogli se vada interpretato quale segno celeste deH’imminente fine del mondo: cfr. Hesych., Ep. ad Aug. CXCVIII, 5, P.L. 33, col. 903; suH’eclissi, seguita da siccità, terremoti e mortalità di uomini e di animali, cfr. pure Hie¬ ron., Comm. in Ierem. Ili, 14, P.L. 24, col. 800; Philost., H.E. XII, 8, ed. Bidez, pag. 145, 16 = P.G. 65, coll. 015-618): Marc. Com., Chron. pag. 74. Vd. V. « Finsternisse » (Boll), P.W. cit., col. 2363.
174 Economia e società nell’e Italia Annonaria » provincia, Onorio dichiara illegali le rivendicazioni di certi domini e patroni sugli homines da loro venduti in tempo di strettezze per non doverli mantenere; essi appartenevano ormai di buon diritto ai nuovi padroni, a meno che gli antichi proprietari non li riacquistassero per il prezzo doppio di quando li avevano venduti614. 423 : Il Chronicon di Marcellinus Comes registra un terre¬ moto, seguito in parecchie regioni da una frugum ino¬ pia ; non ne risulta però affatto chiara la localizzazione geografica'* 515 516 517. Potrebbe forse riferirsi a questa carestia anche il passo delle Quaestiones pseudo-agostiniane che ricorda una fames sopravvenuta contemporaneamente in tutte le più importanti regioni frumentarie dell’Oc¬ cidente, fra cui Vitalia fuel senso di Diocesi Annona¬ ria?), la Sicilia, la Sardegna e l’Africa51*. 432 : In Gallia e forse anche al di qua delle Alpi si riaffaccia la carestia, in seguito (pare) a un inverno eccezional¬ mente rigido ; ma anche questa volta l’indicazione della Chronica Gallica a. CCCCLII è estremamente impre¬ cisa circa la estensione e la portata del flagello 51T. 442: In Gallia si verificano alcuni prodigi accompagnati da una violenta pestilenza, la quale tosto fere in foto orbe diffusa est518. 443 : Inverno rigidissimo, che provoca morìe d’uomini e d’a¬ nimali (forse però solo nella Pars Orientis dell’Impero, dato che è Marcellinus Comes ad accennarvi819). 614 Cfr. Const. Sirm. 5 (ed. Th. Mommsen, Theodosiani Libri XVI cum Constitutionibus Sirmondianis, Berlin 1905, vol. II), 18 maggio del 419. 515 Cfr. Marc. Comes, Chron. pag. 76: Terraemotus multis in locis fuit et frugum inedia subsecuta... 516 Ps.-Aug., Quaestiones, CXV, 49, C.S.E.L. 50, Wien 1908, ed. A. Souter, pag. 334 (=P.L. 35, col. 2358): Ecce scimus fame laborasse Italiam et Afri¬ cani, Siciliam et Sardiniam... Ma la datazione delle Questiones è alquanto incerta, e v’è chi le ritiene posteriori alla conquista della Pannonia da parte di Attila (440), poiché in esse si accenna a questa provincia come compieta- mente erasa (è probabilmente per tale motivo che il De Robertis pone la carestia in questione intorno al 440, mettendola perciò in relazione con la conquista delPAfrica da parte vandala : cfr. La prod. cit.). 517 Cfr. Chron. Gatx. a. CCCCLII, pag. 658 : Asperitas nimii frigoris etiam saluti plurimorum perniciosa extitit. 518 Hydat., Cont. Chron. Hieron., 126, pag. 24. 618 Marc. Comes, Chron., pag. 81.
L’età ambrosiana 175 450: Una obscaenissima fames imperversa in tutta l’Italia, e il 31 gennaio dell’anno seguente (451: Attila sta per irrompere in Italia) Valentiniano III legifera affinchè possano essere riscattati, risarcendo il compratore con un prezzo aumentato del 20 %, coloro che durante la re¬ cente carestia erano stati venduti dai parenti come schiavi 52°. 451: Attila irrompe nell’Italia Settentrionale, disseminan¬ dola di rovine 521 ; ma, trovando la regione già estenuata dalla recente carestia, i suoi eserciti affamati e torinen tati dalla pestilenza se ne ritirano tosto ^ l’anno se¬ guente ®22. V 455-462 : Nel 455 la flotta di Genserico veleggia su Porto, e Mauri e Vandali assediano Roma, dove entrano alfine, sac¬ cheggiandola523. In questo periodo l’Urbe ebbe certa¬ mente a patire la fame (fra i motivi d’impopolarità di Avito, che portarono alla sua deposizione da parte del Senato nel 456, vi era l’accusa di aggravare la già pre¬ caria situazione annonaria della città con la presenza delle sue truppe gallo-barbariche) : tanto più che già da alcuni lustri i Vandali avevano preso piede in Si¬ cilia (né se ne sarebbero allontanati prima del 476) e compivano frequenti razzìe nelle province meridionali d’Italia, ove Roma attingeva ormai la maggior parte della sua annona524; nel Carme V Sidonio Apollinare descrive, forse un po’ troppo fantasiosamente, una di queste incursioni vandale in Campania nel 458, trion¬ falmente respinta da Maioriano al Volturno525. Morto 820 * * * 824820 Cfr. Nov. Val. XXXIII (31 gennaio 451, da Roma, al Patrizio Aetius) De parentibus qui filios distraxerunt et ne ingenui barbaris venundentur neque ad transmarina ducantur : Notum est proxime ob se a e n i s simam fa¬ mem per totam Italiam desaevissc coactosque homines filios et parentes vendere... 321 Cfr. pagg. 538-539. 50 Cfr. Hydat., Coni. Chron. Hier on. 154, pagg. 26-27. 528 Cfr. Proc., De bell. Vand. I, 5 e II, 9; Paul. Diac., Hist. Rom. XIV, 17, pagg. 206-207 ; Evagr., H.E. II, 7, P.G. 86, 2, coli. 2517-2518 ; Courcelle, Hist. Litt, des grandes invasions cit., pagg. 152-153. 824 Cfr. Prosp. Epit. Chron., pag. 478 ; Hydat., Cont. Chron. Hieron. 120, pag. 23; Cars., Chron. 1235, pag. 156. Sulla caduta di Avito, cfr. fonti citt. a pag. 540. ** Cfr. Sid. Ap., Carni. V, vv. 388-424 (cfr. A. Loyen, Recherches histo-
ITC Economìa c società nel Va Italia Annonaria » Maioriano, le razzìe vandale si ripeterono nell’Italia Meridionale e Sicilia nel 461-462 e nel 463 δ2β. Le carestie documentate nella seconda metà del V secolo, e successivamente nel VI e VII secolo, verranno esaminate nella Parte II, che ha per oggetto l’economia d’Italia sino alla calata dei Longobardi. Appendice II: variazioni di valore e fortuna delle diverse COLTURE NELL’AGRONOMIA E NELLA PRATICA. Negli autori latini (e negli agronomi in particolare) si in¬ contra talora una sorta di graduatoria di valore delle differenti colture, in cui i primi posti vengono assegnati a quelle fra esse ritenute di volta in volta più consigliabili e redditizie dal punto di vista dei proprietari-produttori. L’ordine delle preferenze ac¬ cordate, in tali classifiche, varia attraverso al tempo non sol¬ tanto, com’è ovvio, in rapporto al particolare tipo di azienda agricola presa di mano in mano a modello, ma, soprattutto, in relazione alle più generali condizioni economiche dell’età e della regione in cui visse ogni singolo autore. Il pregio di una colti¬ vazione, infatti, è sempre strettamente legato alla possibilità di sfruttamento e di smercio del prodotto ricavatoneδ27. Non sembra però che le preferenze dei teorici dell’agrono¬ mia trovassero sempre riscontro nella pratica dell’agricoltura; in essa, semmai, il loro influsso si fece solitamente sentire a de¬ cenni, e talora anche a secoli, di distanza. riques sur les panégiriques de Sidoine Apollinaire, Paris 1942, passim). Sulle devastazioni di Genserico nelle campagne campane fin dal 455 e sulla deporta¬ zione in Africa di parte delle loro popolazioni rustiche (poi riscattate per in¬ tercessione di Paolino da Nola), cfr. Paul. Diac., Hist. Rom. XIV, 17, pag. 207 : ... Nolam nihilo minus urbem ditissimam aliasque quam plures pari ruina pro¬ sternunt. Neapolim praterea quasque ob firmitatem capere non poterant re¬ bus agrariis ex s inanitas relinquunt, quicumque gladio superfuerant captivitatis iugo subiciuntur.... etc. Per un elenco delle terre devastate da Gen¬ serico in questi anni, cfr. pure Vict. Vit., Hist. pers. Afr. prov. I, 51, pag. 13 (Campania, Lucania, Bruzii, Calabria e Apulia, oltre alle isole) : Ch. Cour¬ tois, Victor de Vita et son oeuvre, Alger 1954, pag. 30; vd. inoltre A. Gitti, Ricerche sui rapporti tra i Vandali e l’impero romano, Bari 1953, passim. 628 Cfr. Priscus, fr. 29 e 30, F.H.G. cit. IV, pagg. 103-104. 627 SuU’importanza di un fiume navigabile nelle vicinanze, per l’esito dei prodotti di un fundus, cfr. ad es. Col., De r.r. I, 2, 3.
U età ambrosiana 177 Seguire questo vario atteggiarsi degli agronomi e degli agri¬ coltori nei confronti di alcune fra le più importanti coltivazioni, entro un ben delimitato ambito cronologico e geografico, può pertanto concorrere a completare il quadro di una determinata situazione economica. Al tempo di Catone (Il see. a.C.), in un fondo agricolo di proporzioni piuttosto modeste (100 iugeri), le terre a vigneto erano considerate di gran lunga le migliori, seguite dall'hortus inriguus, dal saliceto, l’oliveto, il prato, il campo a frumento, la selva cedua, la piantagione d’alberi, il bosco di querce528. Nel I see. a.C. Varrone, ricordando la classificazione cato¬ niana, obiettava che, secondo alcuni suoi contemporanei, la vite finiva con l’assorbire tutti i guadagni dei coltivatori con le ine¬ vitabili spese di manutenzione, e che perciò erano forse prefe¬ ribili i buoni pascoli, i quali davano il massimo rendimento per un minimo di spesa529 530. E già un trentennio prima (63 a.C.) an¬ che Cicerone sembrava sottintendere che, al tempo suo, il vigneto poteva rappresentare un investimento di capitale poco sicuro, se non il peggiore, al quale le silvae stesse (ultime nella classi¬ ficazione catoniana) erano senz’altro da preferirsi 590. Questo 528 Cfr. Cat., De Agrie. I, 7 : Praedium quod primum siet, si me rogabis, sic dicam: de omnibus agris optimoque loco iugera agri centum, vinea est prima [vel] si vino < bono et > multo est, secundo loco hortus inriguus, ter- tio salictum, quarto oletum, quinto pratum, sexto campus frumentarius, septimo silva caedua, octavo arbustum, nono glandaria silva. Cfr. G. Curcio, La primi¬ tiva civiltà latina agricola e il libro dell’agricoltura di M. Porcio Catone, Fi¬ renze 1920, pagg. 35-36; E. Brehault, Cato the Censor on Farming (tr. ingl. e comm.), New York 1933, pag. 4 ; M.E. Sergeenko, La coltivazione dei campi in Catone, V.D.I. 26 (1948), 4, pagg. 206-208 (in russo), e Id., La «scala della rendita» catoniana dei diversi appezzamenti terrieri, Ibid. 27 (1949), 1, pagg. 86-91 (in russo). r>29 Cfr. Varr., De r.r. I, 7, 10 e 8, 1: ...de hoc non consentiunt omnes, quod alii dant primatum bonis pratis, ut ego... Contra vineam sunt qui putent sumptu fructum devorare... (Varrone, dei resto, fu un sostenitore delle col¬ ture specializzate per ogni tipo di terreno, secondo i precetti mutuati alla scienza agraria greca : cfr. Id., Ibid. I, 7, 5) ; cfr. Cic., De off. II, 25, 89 ; Plin., N.II. XVIII, 5, 30. 530 Cfr. Cic., De lege agr. II, 18, 48: attaccando Rullo, che vendeva le terre dello Stato, fra cui certe silvae, Cicerone lo paragona ironicamente al luxuriosus ... nepos (erede scialacquatore), qui prius silvas vendat quam vi· neas... ; cfr. Aymard, Les capitalistes romains et la viticulture italienne cit., pagg. 257-265. 12. L. Ruggini
178 Economia e società nell’« Italia Annonaria » cambiamento di punto di vista si spiega con la maggiore esten¬ sione delle tenute cui Cicerone e Varrone fanno riferimento, ma, soprattutto, in rapporto con una latente crisi di sovraproduzione vinicola, i cui primi indizi in Italia debbono dunque farsi risa¬ lire già al I secolo a.C. : molto prima, cioè, di quanto general¬ mente non si creda831. Nell’età dei Claudii, un secolo circa dopo Varrone, Colu¬ mella (ricco proprietario di terre in varie parti d’Italia) afferma con maggiore nettezza che molti, al tempo suo, fidavano più in un pascolo o in una silva caedua (entrambi agli ultimi posti nella graduatoria catoniana di due secoli prima) che in un vi¬ gneto 532 : e di fatto, mentre le coltivazioni a frumento (che a quest’epoca dovevano essersi ridotte sui terreni peggiori) non rendevano che uno scarso 4 % rispetto al valore del capitale investito nella terra, i prati, i boschi e i pascoli fruttavano al¬ lora normalmente il 10 %, richiedendo, per di più, manutenzione assai ridotta 6S®. Columella tuttavia, pur ritenendo ideale il fundus autarchico, fornito di svariate colture 534, ancora propa¬ ganda vigorosamente la coltivazione della vite, che — nonostante le fortissime spese d’impianto — era secondo lui in condizione di rendere dal 26 % al 71 % circa (Varrone, da parte sua, aveva sostenuto che si poteva arrivare alla rendita favolosa di 15 cullei di vino per iugero, e cioè del 133 % approssimativamente) 535. Columella aveva comunque le sue buone ragioni per porsi seria¬ mente in questo ordine di problemi; e una riprova ce ne viene dalla curva dei prezzi del vino dall’età repubblicana (allorché le colture cerealicole ancora prevalevano largamente in Italia) a quella dei Claudii : un’anfora di vino infatti, che in una annata eccezionalmente feconda al tempo dei Gracchi valeva 1/40 di libbra d’oro, non ne valeva più che 1/280 ài tempo di Columella, * 584681 In generale si collocano le prime manifestazioni di sovraproduzione vinicola al tempo di Plinio il Giovane: cfr. Nota Compì. D, pagg. 534 sgg. Cfr. Col., De r.r. Ili, 3, 1-4: ... studiosi agricolationis hoc primum docendi sunt, uberrimum esse reditum vinearum. ... idque adeo plurimi dubi¬ tant, ut multi refugiant et reformident talem positionem ruris atque optabiliorem pratorum possessionem pascuorumque vel silvae caeduae indicent. 588 Cfr. avanti, pagg. 422-424. 584 Cfr. Col., De r.r. I, 2, 3-5; su tutto ciò, sia pure con qualche riserva, vd. Sirago, o. c., pagg. 189-216 (Parte III, cap. I : « Il fondo ideale e gli aspetti agricoli dell’Italia traianea »). 685 Cfr. avanti, pag. 417, n. 541.
179 L’età ambrosiana avendo subito una diminuzione di prezzo di sette volte circa; una testimonianza di Marziale non fa che confermare questo stato di cose586. All’occhio esperto di un Catone, di un Varrone e di un Columella la coltivazione della vite in Italia si era già dunque rivelata — data la crescente concorrenza di altre province — nel complesso più redditizia per i piccoli proprietari e coltiva¬ tori diretti che non per i grandi possessores. Ma, nella pratica, il vigneto continuò ancora a lungo a rappresentare la coltura più importante di parecchie contrade, fra cui la Transpadana (che qui c’interessa particolarmente) * 637 * * 640 ; finché, sul finire del I se¬ colo (92 d.C.), la crisi di sovraproduzione vinicola, ulteriormente intensificandosi, indusse Domiziano a formulare i ben noti prov¬ vedimenti protezionistici (anche se poi, al dire di Svetonio, essi rimasero in pratica sulla carta 538). Soltanto nel III secolo tali misure vennero comunque ufficialmente abrogate da Probo 539, e soltanto nella prima metà del IV secolo i prezzi del vino, in se¬ guito a una peculiare crisi fiscale, conobbero di nuovo un sensibile rialzo; verso la metà del V secolo, tuttavia, essi erano già tor¬ nati al livello dell’età di Columella, e nel sessantennio successivo continuarono progressivamente a discendere 540. Della crisi sovraproduttiva del II-III secolo, in ogni caso, l’Italia Settentrionale dovette risentire un danno più limitato di altre province, dal momento che continuò ad esserle assicu¬ rato — tanto per il vino quanto per il suo olio — lo sbocco com¬ merciale verso le terre illirico-danubiane, ove scarsissima, per ragioni climatiche, ne era la produzione641 * *. Nel IV, V e VI secolo riincontriamo pertanto la vite al posto d’onore nelle georgiche esaltazioni letterarie degli autori cisalpini 542. E, anche concreta¬ mente, sembra che essa conservasse un ruolo non trascurabile ·“ Cfr. pag. 399, n. 504. 637 Cfr. Plin., N.H. XVIII, 13, 127, ove si dice che il vino rappresentava il primo prodotto dei Transpadani, seguito dal frumento e dalle rape. 688 Cfr. Svet., Vita Dom. 7, cit. a pag. 113, n. 299. Cfr. SS. Hist. Aug. (Flav. Vop.), Vita Probi XVIII. 640 Cfr. pagg. 364 e 400. W1 Cfr. sopra, pagg. 112-114. 042 Cfr. ad es. Ambe., Exp. Ps. CXVIII, 16, 7; Ex. I, 28; Ibid., Ili, 52; De Virginibus I, 45; Exhort. Virg. 29; De Isaac 60; etc.
180 Economia e società nell’« Italia Annonaria » nelle colture e nelle esportazioni padane 643 ; tanto che Ambrogio nota — sia pure con una certa meraviglia — che v’era chi con¬ tinuava a preferirla al tritico e all’orzo nella coltivazione dei suoi campi *44. Ma è proprio negli scrittori dei IV-V secolo che si delineano con una certa insistenza i segni di un progressivo scadimento qualitativo nella produzione vinicola di tutta la Valle Padana. V’è chi ricorda la spregevole qualità dei suoi vini54*, e chi, in¬ direttamente, ne pone in rilievo il basso costo, sottolineandone il vasto consumo anche presso le classi sociali meno abbienti 546 ; Ambrogio, proprio nel passo testé menzionato, sembra stupire della preferenza talvolta accordata alla coltivazione della vite rispetto al tritico e all’orzo, cereali vili sì, ma necessari alla quotidiana alimentazione ®47. Altrove, il Vescovo di Milano mette poi in rilievo il gravosissimo peso delle vindemiae expensae sul bilancio del colono548; e benché, da molti suoi cenni, sembri di capire che la vite prosperava ormai soprattutto nelle piccole pro¬ prietà o nei lotti gestiti da affittuari e coloni 549, anche in questi casi Ambrogio insiste sempre sul concetto che migliori debbano essere considerati i campi a coltivazioni molto variate di fru¬ mento, viti, olivi, rose, foraggio, etc. (in vista dunque più del con¬ sumo interno che dell’esportazione o, comunque, dell’assorbimento sul mercato locale 55°). * * * 647 648Cfr. pag. 95, n. 252; sui vini liguri, veneti e istriani nel IV, V e VI see., cfr. in partie, pagg. 534 sgg. M Cfr. Ambe., De Noe 109. 640 Cfr. Ennod., Opp. CCCLXV e CCCLXV1I, citi, a pag: 535. 640 Cfr. i passi di Ambrogio e Sidonio Apollinare citati e commentati a pagg. 534 sgg. 647 De Noe 109. 648 Cfr. Ambr., Ex., IV, 19. we Cfr. pag. 95, n. 252. 550 Cfr. Ambe., De Virginibus I, 45; Ibid. Ill, 17; De Virginitate 34; etc. L’imitazione virgiliana, che è stata rilevata in molti passi ambrosiani, è in verità soltanto formale, mentre la sostanza di tutte queste opere — che trag¬ gono ispirazione da omelie tenute in varie occasioni al popolo — rispecchia fe¬ delmente le opinioni correnti del tempo e dell’ambiente in cui visse il Vescovo di Milano. Quando poi Ambrogio — nelle numerose allegorie mutuate dalla vita agri¬ cola e nelle più concrete controversie su testamenti e su decime che gli capita di dover dirimere — parla delle colture più importanti che sogliono affiancarsi in un fundus, menziona sempre per prima cosa le messi, il vigneto e l’oliveto ; e
L'età ambrosiana 181 Quando, invece, negli autori dal IV al VI secolo s’incontra qualche riferimento alle cure più amorevoli tributate a una certa coltura dai grandi possessores della Valle Padana, intesi a speculare sul traffico delle derrate agricole, si tratta sempre e costantemente di frumento e di altri cereali utili alla alimentazione : ma, di ciò, s’è già discorso a lungo a suo luogo 5δ1. Dagli scritti ambrosiani risulta che nella Gallia Cisalpina del IV secolo una certa importanza veniva attribuita anche alla coltivazione degli alberi da frutto, assai diffusi soprattutto nel- l’agro veneto-aquileiese fin dal tempo di Erodiano W2. In gran¬ dissimo spregio presso gli stessi contadini erano invece gli olerum plantaria (= colture di legumi), considerati una sorgente di cibo vile, poco nutriente e facilmente deperibile * 551 552 553 ; estesa dovette peraltro esserne la coltivazione (soprattutto di certe specie, come per es. fave, ceci, piselli, etc.) e importante il ruolo nell’alimen¬ tazione comune, se Paolo Diacono — con etimologia erronea ma significativa — fece derivare il nome di Liguria a legendis, id est colligendis, leguminibus 554. Più scarse sono le notizie che riguardano la coltivazione del¬ l’olivo e l’importanza attribuita al consumo dell’olio nell’Italia Superiore dal IV al VI secolo. Una più esauriente informazione nell’enumerazione è ora in testa la vite, ora il frumento: sembra però assai dubbio che, nei diversi casi, si tratti di una graduatoria di valore data di volta in volta a ragion veduta: cfr. Ambr., Exp. Ps. CXVIII, 16, 7; Ex. I, 28; Ibid. Ili, 72; De Isaac 60; Sermo XXVIII, 3; Sermo XXXIV, 3; Ep. LXXX, 8; etc. Le colture miste prevarranno anche più tardi sui piccoU fondi veneto-emi¬ liani dell’età gotico-bizantina (cfr. pagg. 407 sgg.). 551 Cfr. pagg. 93 sgg. e 95, n. 252. 552 Cfr. Ambr., Ex. Ili, 53-56; De Abra II, 63; De Isaac 60; Herod. Vili, 4, 5; suirimportanza della frutticoltura (oltre che della cerealicoltura) nel Veronese, cfr. già Pein., N.H. XV, 14, 48. Anche in epoca assai tarda la frutta veniva talora esportata per mare in larghe quantità, ben imballata nella pa¬ glia (cfr. Graeg., Moral. IX, 31, P.L. 74, col. 884: Naves cum poma portant, haec paleis admiscent, ut ad terras illaesa perducant...). 553 Cfr. Ambr., Exhort. Virg. 29; De Noe 91. 554 Paul. Diac., Hist. Lang. II, 15: Tanto Paolo (Hist. Lang. V, 15) quanto il Libei' Pontificalis (LXXXVIIH, Vita Adeodati Papae, pag. 347 ed. Duchesne, I), ricordano inoltre come un prodigium assai lieto la rifio¬ ritura dei legumina in Liguria, in una annata in cui il raccolto pareva ir¬ rimediabilmente compromesso: cfr. pagg. 485-486. Del resto già Plinio (N.H. XVIII, 13, 127) diceva che, al tempo suo, le rape rappresentavano il terzo prodotto dei Transpadani, dopo il vino e il frumento.
182 Economia e società nell’« Italia Annonaria » in proposito avrebbe presentato un certo interesse, in relazione a un fenomeno che poco più tardi (a partire cioè dal VII secolo) si sarebbe verificato tanto nell’Italia Settentrionale quanto in tutto l’Occidente e nello stesso Impero Bizantino : il rapido de¬ clino della fortuna dell’olio, in gran parte sostituito ovunque da altri prodotti, nelle sue varie applicazioni di condimento, deter¬ gente e combustibile 655. Sappiamo comunque che, nella seconda metà del IV secolo, l’olivo era coltivato dai rustici in quasi tutti i fundi dell’Italia Superiore, probabilmente per quel tanto che poteva bastare al dirètto consumo locale o, al massimo, regionale656. E l’olio, se¬ condo l’uso tipicamente romano, veniva ancora impiegato tanto nell’alimentazione delle classi superiori857, quanto nelle sue ap¬ plicazioni di detergente e d’illuminante 558. Un curioso passo di S. Agostino c’informa però, proprio allo spirare del secolo IV, che anche presso le classi più abbienti l’olio scarseggiava nella Valle Padana (almeno a paragone dell’Africa, grande produt¬ trice e tradizionale esportatrice di olio sul mercato di Roma fino al tempo dell’occupazione araba669). Egli racconta infatti come, * 653555 Cfr. Lopez, East and West in the Early Middle Ages cit., pagg. 141- 142; Forbes, Studies in Ancient Technology cil., VI (Leiden 1958), pagg. 118 sgg. e 131 sgg. 850 Cfr. i passi ambrosiani cit. a pag. 180, n. 550. m In epoca longobarda prenderà invece il sopravvento il lardo, nell’ali¬ mentazione comune: cfr. C.D.L. dello Schiaparelli, n. 293 ( 744 d. C., Bergamo) e Memoratorium Grimoaldi sive Liutprandi de mercedibus Commacinorum, M.G.H., Leges IV, ed. F. Bluhme, Hannover 1868, c. V, pag. 178. 653 Cfr. Ambr., De Noe 67; Cass., Var. Ili, 7 (507-511), ove si racconta come il Vescovo di Salona Ianuarius avesse acquistato da un certo Iohannes sexapinta orcas olei ad implenda luminaria ; l’olio come illuminante per le lam¬ pade delle chiese rimaste in uso anche in epoca longobarda: cfr. Paul. Diac., Hist. Lang. II, 13. Sull’illuminazione nell’antichità in generale, cfr. J.M. Miller, Die Beleuchtung im Altertum, Würzburg 1886. 680 Cfr. pag. 166, n. 480 (nonostante l’importanza assunta dalle espor¬ tazioni olearie spagnole, a partire dal III sec. : cfr. R. Étienne, Les amphores du Testaccio au Ille siècle, Mèi. d'arch. et d’hist. LXI Γ1949], pagg. 151-181). L’Amari ricorda poi l’episodio del capitano arabo Abd Allàh Ibn Sà‘d, che nel 647, avendo chiesto ai vinti Africani donde traessero tanto oro, si sentì rispondere: «I Rùm (= Romani) non hanno ulivi, e comperano l’olio nostro con questo oro» (cfr. M. Amari, Storia dei Musulmani di Sicilia, Catania 1933-19492, I, pagg. 224-225 e 331). Già Landolfo Sagace raccontava come nel 533, allorché i Vandali vennero sconfìtti dagli eserciti di Giustiniano, i Bizan-
L’età ambrosiana 183 durante il suo ritiro a Cassiciacum fra il 386 e il 387, nella villa del ricco amico Verecundus *·* egli e i suoi compagni Trigezio e Licenzio — tutti e tre africani — fossero costretti a dormire al buio : erant enim tenebrale; quod in Italia etiam pecuniosis (scii. oleum) prope necesse estmi. Altrove Agostino accenna all’uso, sempre nell’Italia Settentrionale, di alimentare le lucerne con grasso animale 562 ; ed è appunto in relazione con questa scarsità d’olio anche quel passo del Digesto che ricorda, sia pure in epoca assai anteriore, un’importazione del prodotto dall’Africa verso la Gallia Cisalpina (ma non è possibile stabilire se si sia allora trattato di un fenomeno sporadico, oppure consuetudinario)5β3. Soltanto l’Istria — particolarmente risparmiata dalle vi- * 500 501 * * * * * * * * * * * * * * * * *tini e le popolazioni romane avessero trovato in Libia grandi quantità di oro, frutto dei capitali un tempo razziati ai Romani e riinvestiti poi in redditizie imprese agricole: Preterea (sic) tot pecunias multido repperit, quod in nullo loco umquam esse contigerat. Denique Romanorum principatum depopulantes pe¬ cunias multas in Lybiam transtulerunt. Et cum ipsa regio optima et fecunda esset, pecuniarum reditus eis effecti sunt multi... (Land., Add. Pauli Hist. Rom. XVIII, 221, pag. 371). 500 Cassiciacum si ritiene corrispondente all’odierna Cassago, in Brianza, a 35 Km. da Milano: cfr. I. Cantù, Le vicende della Brianza, Milano 1836, pag. 16; Olivieri, Diz. di Top. Lomb. cit., pagg. 167 sg. ; per altri si trat¬ terebbe invece di Casciago, a 65 Km. da Milano; sulla controversia, cfr. G. Mo¬ rin, Où en est la question de Cassiciacum? Scuola Cattolica 1927, pagg. 51-56; F. Meda, Ancora il Cassiciacum di S. Agostino, Ibid., pagg. 198-202; Passerini, Il territorio insubre cit., pag. 200, n. 6. 501 Aug., De Ordine I, 3, 6. Il secondo termine di paragone sottinteso sembra essere l’Africa (cfr. E. Albertini, Un témoignage de Saint Augustin sur la prospérité rélative de l’Afrique au IVe siècle, Mélanges P. Thomas, Bruges 1930, pagg. 1-5) ; ma potrebbe anche supporsi che, essendo l’espressione Italia qui impiegata nel consueto significato di Italia Annonaria, il tacito para¬ gone fosse stabilito con Roma, ultima tappa di Agostino prima del suo arrivo a Milano e ancora regolarmente rifornita dalle abbondanti importazioni olearie africane (sull’illuminazione notturna delle strade cittadine a Roma, Pompei, etc., cfr. Forbes, Studies in Ancient Technology cit. II [Leiden 1955], pagg. 165 sgg.). so« £fr a\ug 7)β 3/0/-# Eccl. Cath. et de Mor. Man. II, 42, P.L. 32, col. 1363: ...quid'de adipe respondebitis, qui prope omnes Italas lucernas illuminatt Cfr. Dig. XIX, 2, 61, 1. Anche un passo della Historia Angusta, riflet¬ tendo una situazione soprattutto dell’epoca della sua redazione (e cioè del IV secolo), dichiara insufficiente la produzione d’olio in tutta Italia: ... (scil. mo¬ rtene Sever us reliquit) olei vero tantum, ut per quinquennium non solum urbis usibus, sed et totius Italiae, quae oleo eget, sufficeret. ... (SS. Hist. Aug., [Ael. Spart.], Vita Severi XXIII, 2).
181 Economia a società nell’« Italia Annonaria » cende belliche — a quanto pare abbondò sempre di olio, al tempo di Plinio5®4 come in quello di S. Severino e di Cassiodoro (per lo meno a paragone d’altre province dell’Italia Annonaria e al di là delle Alpi, verso il limes danubiano) : ancora nel Y-YI se¬ colo, infatti, abbiamo alcuni indizi di una esportazione olearia verso il Norico ed altre province566 * 568. E fu probabilmente questa possibilità di un certo smercio extra-regionale (senza l’influsso negativo di un onere fiscale troppo gravoso, come fu quello che, con ogni verisimiglianza, dovette colpire e scoraggiare a fondo la ben più nota produzione vinicola cisalpina, nel corso del IV secolo5ββ) a far perdurare anche in epoca così avanzata una este¬ sa coltura dell’olivo nei distretti istriani più favoriti dal clima 56T. Appendice III : i presupposti storico-economici delle contese PER LA ELEZIONE DEL SUCCESSORE DI LlMENIO A VERCELLI (396 d.C.). Alcuni anni or sono Philip Levine, in un lungo articolo ap¬ parso su Speculum5™, si propose di ambientare storicamente l’ipotetica scuola calligrafica vercellese dal 371 al 960 circa: e — basandosi soprattutto sull’epistola LXIII di S. Ambrogio — riuscì a dimostrare in maniera sufficientemente persuasiva che, al tempo del Vescovo Eusebio (t371.), non esisteva in realtà in Vercelli uno scriptorium vero e proprio (come si era in prece¬ denza sostenuto 569 * *), bensì soltanto un vivace centro di cultura monastica576. Ma, giunto a questo punto, abbastanza arbitraria¬ mente il Levine mette in relazione l’epistola ambrosiana LXIII al clero e al popolo di Vercelli (396 d.C.) con quella geronimiana Cfr. Plin., N.H. XV, 2, 8. ** Cfr. pagg. 113-114. *“ Cfr. pagg. 35 sgg. 307 Soltanto l’irruzione degli Avari e Slavi al principio del secolo VII segnerà il definitivo declino della ricchezza agricola istriana : cfr. Degrassi. L’esportazione di olio cit., pag. 111. 568 Cit. a pag. 75, n. 190. "* Cfr. 0. Battui.ì.i. Lezioni di Paleografia, Città del Vaticano 1949. pag. 119. Cfr., infatti, Ambb., Ep. LXIII, 82-83.
L’età ambrosiana 185 ad Innocentium (374 d.C.)371; e ne deduce un decadimento pro¬ fondo e duraturo della comunità civile e religiosa della città dopo la morte di S. Eusebio. In verità, l’Autore non sembra avere compreso appieno il filo conduttore e il significato di questa lunghissima ma ser¬ rata lettera ambrosiana, che egli definisce « a rather digressive epistle » ®72. Al contrario, un’analisi delle varie argomentazioni ambrosiane pone subito in tutta evidenza il nesso con cui esse saldamente si concatenano, presupponendo una particolare si¬ tuazione spirituale, sociale ed economica della comunità in quel torno di tempo: espressione, comunque, di una vivacità di vita urbana che male si accorda con quanto aveva scritto molti anni prima Gerolamo su questa civitas olim potens, nunc raro ...habi¬ tatore semiruta·, è pertanto probabile che, nel ventennio suc¬ cessivo al 374, Vercelli si fosse nel complesso risollevata dalla sua crisi673. Ambrogio scrive dunque al clero e al popolo di Vercelli (Vercellensi Ecclesiae et iis qui invocant nomen Domini nostri Iesu Christi, dice 1 ’inscriptio), per dirimere le contese sorte nel¬ l’elezione di un nuovo Vescovo, in seguito alla morte di Limenio (396 d.O.). Dopo avere deplorato amaramente queste discordie intestine, Ambrogio sottolinea l’indegnità del fatto che una co¬ munità così fiorente (piena... congregatio571 572 573 S74) si trovasse allora sprovvista di pastore. Si inserisce a questo punto 575 la polemica contro Sarmatione e Barbaziano, « novelli seguaci di Epicuro », la cui predicazione sembra avesse trovato in Vercelli un ter¬ reno alquanto favorevole (Sarmatio e Barbatianus erano due Giovinianisti ; Gioviniano — scomunicato come manicheo da Si- ricio nel 392 a Roma, e successivamente da Ambrogio a Milano nel 393 — al pari di alcuni fra i suoi seguaci era stato monaco nel cenobio milanese fondato da Ambrogio stesso e, più che un vero eretico, pare fosse un conservatore cattolico, fattosi inter¬ prete di un modo di sentire tipicamente occidentale, nel tenta¬ tivo di opporsi agli eccessi dell’ascetismo di importazione orien¬ 571 Cfr. Hieron., Ep. I, 3, cit. a pag. 58, n. 136. 572 Art. cit., pag. 565. 573 Sulla decadenza e successiva ripresa di Vercelli, cfr. pure pagg. 58-59 e 75-76. 674 Ambr., Ep. cit., 3. 575 Id., 1. c., 7-45.
186 Economia c società nell’« Italia Annonaria » tale576); non molti decenni più tardi (403 d.C.) una predicazione analoga — che evidentemente incontrava terreno favorevole in una situazione spirituale e sociale non dissimile — sarebbe poi stata ripresa con un certo successo nella Valle Padana anche da Vigilanzio577. Nella sua epistola ai Vercellesi Ambrogio elenca quindi le doti necessarie a un Vescovo578, e insiste soprattutto sul fatto che debbono essere i sacerdoti a eleggere i sacerdoti, affinchè Fumana cupidigia non abbia il sopravvento: Ideo et Aaron sacerdotem ipse elegit, ut non humana cupiditas in eligendo sacerdote praeponderaret, sed gratia Dei; non voluntaria obla¬ tio, nec propria assumptio, sed coelestis vocatio... Tanquam sine patre et sine matre sacerdos esse debeat; in quo non ge¬ neris nobilitas, sed morum eligatur gratia... 579. Dopo un panegirico del santo Presule Eusebio e della sua eletta opera pastorale580, Ambrogio torna quindi a esortare i Vercellesi alla concordia e al vero spirito cristiano581: Nemo praesumat — ribadisce il Vescovo di Milano 582 * — quia dives est, plus sibi deferendum; nella Chiesa dev’essere preferito colui qui fide dives est, e non già chi possiede distese di prati, fore¬ ste e campi coltivati, chi ha stalle piene di buoi, asini, pecore e cavalli, e tiene legati a sé molti debitori mediante i chyro- g rapita dell’usura δ83. E qui s’inserisce un’altra digressione, sulla legittimità ed il buon uso delle ricchezze 584. 878 Su tutta la questione, cfr. Ambr., Ep. XLII ; Hieron., Epp. XLVIII-L e Adversus Iovimanum ; Aug., De liaer. 82 ; Id., Retract. II, 22 e De Bono co- niug. ; F. Valli, Un eretico del secolo IV : Gioviniano, Didaskaleion n. s. II (1924), pagg. 1-66 e bibliogr. ivi cit. ; Palanque, Saint Ambroise cit., pagg. 545 ; Dudden, o. c. I, pagg. 127 e 393-398 ; J. G. Nolan, Jerome and Jovinian, « The Cath. Unir, of America Pati*. St. » 97, Washington 1956, passim. 877 Cfr. Hieron., Ep. C; Id., Ep. CX a Riparius, e In Vigil. 13; Gabotto, ο. e., I, 1, pagg. 101 sgg. 578 Ambr., Ep. LXIII, 46-64. 579 Id., Ibid. 48-49. 580 Id., Ibid. 66-81. 581 Id., Ibid. 83-85 e 95-113. 582 Id., Ibid. 86. 883 Id., Ibid. 86-96. 684 Per un’analisi delle teorie ambrosiane in proposito, cfr. A.O. Lovejoy, The Communism of St. Ambrose, Journ. of the Hist, of Ideas 1942, pagg. 458- 468; P.M. Arcari, Le due tradizioni, Como 1943; G. Squitieri, Il preteso comu¬ niSmo di S. Ambrogio, Sarno 1946: Giet, La doctrine de l’appropriation des biens cit.. pagg. 55-91 ; Dudden, o. c., II, pagg. 545-550 ; S. Calafato, La pro-
L’età am brosiana 187 Dai successivi sviluppi delle argomentazioni ambrosiane sembra dunque d’intuire che, in occasione dell’elezione vesco¬ vile, si fosse allora determinato in Vercelli un contrasto fra il clero (che aveva i suoi candidati da proporre, secondo gli inten¬ dimenti eusebiano-ambrosiani) e le plebes fomentate dalla pro¬ paganda anti-ascetica giovinianista che, invece, dovevano ap¬ poggiare l’elezione di qualche potente latifondista locale (troppo insistenti e precise sono infatti le esortazioni ambrosiane a non preferire chi si fa forte soprattutto della propria nobiltà, in¬ fluenza e ricchezza mondana 585). Con questo non si vuol dire affatto che le dottrine giovinianiste nascessero da un’istanza sociale (come spesso — e inesattamente — si suol ripetere per tante altre eresie di questi secoli, prima fra tutte quella dona¬ tista in Africa586), bensì porre semplicemente in rilievo come * 885prietà privata in S. Ambrogio, Torino 1958 ; L. Orabona, 17« Usurpatio » in un passo di S. Ambrogio (De Off., I, 28) parallelo a Cicerone (De Off., I, 7) su «lus commune» e «Ius privatum», Aevum XXXIII (1959), pagg. 495-504. Il « comuniSmo » ambrosiano è stato invece sostenuto da A. Amati, S. Ambrogio : La proprietà, Renàio, dell'1st. Lomb. di Se. e Lett. 1897, pagg. 781-782; Id., S. Ambrogio: Il diritto penale, Ibid., pagg. 892-911; G. Walter, Les origines du communisme judaïques, chrétiennes, grecques, latines, Paris 1931, pagg. 238 sgg. ; I. K. Zonewski, Le idee sociali dei Padri della Chiesa, IV ( S. Ambrogio e il beato Agostino), Godisnik na Duchovnata Akademija, Sofija 4 (30), 1955, pagg. 339-383 (in bulgaro; cfr. Bibl. Class. Or. V [1960], fase. 1, coll. 52-56). Più in generale, cfr. pure U. Benigni, Storia sociale della Chiesa, II, 2, Milano 1915, pagg. 275-316; H. Lermann, Christliche Wirtschaftsethik in der spatrimi. Antike, Berlin 1936, passim ; Troeltsch, o. c., pagg. 146-152 ; J. Leipoldt, Der soziale Gedanke in der altchristlichen Kirche, Leipzig 1952; G. Barbieri, Pro¬ blemi della ricchezza nei primi scrittori cristiani, Economia e Storia II (1954), fase. 2, pagg. 126-141 ; E. Barker, From Alexander to Constantine, Passages and Documents Illustrating the History of Social and Political Ideas, 336 B.C.- A.D. 337, Oxford 1956, Parte V, passim; B. Biondi, Influssi cristiani sulla le¬ gislazione agraria romana, Bull, dell'1st. di Dir. Rom. « Vittorio Scialo ja » n.s. XX (1958), pagg. 81-102; un’ampia bibliografìa delle opere meno recenti sul¬ l’argomento è inoltre contenuta in Palanque, Saint Ambroise cit., pagg. 336-343, e Gaudemet, L’Église dans l’empire romain cit., pagg. 569-581 e partie. 569, n. 3. 885 Cfr. pure AA. SS. Ian. II, 22 genn., pag. 419, Vita Gaud, (composta però neirVHI see.), dove si descrive il passaggio, forse leggendario, di Ambro¬ gio da Novara, diretto a Vercelli pro quadam plebium dissemione (cfr. F. CoGNAsso, « Novara nella sua storia », Novara e il suo territorio, Novara, 1952, pagg. 1-531 e partie. 36-37). Il nuovo Vescovo eletto, alla fine del 396, sarebbe stato Onorato (cfr. F. Savio, Gli Antichi Vescovi d’Italia: il Piemonte, Torino 1899, pag. 421). 586 Per cui cfr. ad es. F, Martroye, Un tentative de révolution sociale en
188 Economia o società nell’« Italia Annonaria » nel nostro caso — per molti aspetti esemplare del complesso intrecciarsi di motivi etici ed economico-pratici in ogni feno¬ meno di massa — una dottrina di per sé nata da contrasti essen¬ zialmente religiosi (che forse avevano trovato in Vercelli una particolare fortuna proprio in reazione all’ascetismo imperante nel suo centro monastico) potè a un certo punto fornire buoni argomenti sul piano della dottrina proprio a coloro che, da un punto di vista extra-religioso, vedevano nell’elezione vescovile soprattutto un evento di primaria importanza pratica (sociale, economica, politica, civile). È infatti tendenza caratteristica di questi secoli, da parte delle plebi urbane e rustiche più oppresse 0 inquiete, quella di caldeggiare la scelta dei propri Vescovi nei ranghi dell’aristocrazia terriera locale, la sola — ai loro oc¬ chi — in grado di poter efficacemente garantire un patronato Afrique, Rev. des. guest, hist. LXXVI (1904), pagg. 353-416 e LXXVII (1905), pagg. 1-53 (ove il Donatismo è visto come rivoluzione sociale dei poveri contro 1 ricchi) ; E. L. Woodward, Christianity and Nationalism in the Later Roman Empire, London 1916, passim; Courtois, Les Vandales cit., pagg. 147 sg. (ove è particolarmente accentuato il carattere di « mouvement national » e di « parti d’opposition politique » del Donatismo) ; Warmington, North African Provin¬ ces cit., pagg. 76-102 (ove, al contrario, viene sottolineata soprattutto la com¬ ponente sociale del movimento) ; J. P. Brisson, Autonomisme et Christianisme dans l’Afrique Romaine de Septime Sévère à l’invasion vandale, Paris 1958 (su analoghi autonomismi in Egitto, al tempo di Teodosio II, cfr. J. Leipoldt, Sche- nute von Atripe und die Entstehung des nationalägyptischen Christentums, Leipzig 1903) ; vd. in proposito A. Η. M. Jones, Were Ancient Heresies National or Social Movements in Disguise? The Journ. of Theol. St. X, Part 2 (1959), pagg. 280-298 (ove egli mostra come la linea di demarcazione fra eresia e ortodossia non abbia mai corrisposto — salvo che nel caso dei Germani e degli Alamanni — a divisioni che potessero legittimamente chiamarsi nazionali, e come certe dottrine ereticali nascessero non già da « coscienze di classe » a quel tempo difficilmente concepibili, ma avessero fortuna in determinate re¬ gioni e classi semplicemente perchè trovavano particolare risonanza in determinate mentalità, caratteri, spiritualità, tradizioni ed esigenze, non sol¬ tanto di carattere sociale, economico o politico). Sulla resistenza linguistica al latino da parte delle molte popolazioni scarsamente romanizzate dell’Impero, cfr. S. Mazzarino, La democratizzazione della cultura nel « Basso Impero », Rap¬ ports du Xle Congrès Int. des Sciences Historiques (Stockholm 21-28 agosto 1960), Uppsala 1960, pagg, 35-54 e part. 41-49; sulle rivoluzioni sociali verifica- tesi nell’Impero Romano del IV-V secolo (nonostante l’assenza di una ideolo¬ gia e di una coscienza rivoluzionaria), cfr. Id., Si può parlare di rivoluzione so¬ ciale nel mondo antico? Atti della IX Settimana Int. di St. Altomedievali, «Il passaggio dall’antichità al Medioevo in Occidente» (Spoleto, 5-12 aprile 1961). di prossima pubblicazione.
L’età ambrosiana, 189 contro le violenze e le prevaricazioni di ogni genere: tale atteg¬ giamento esprime quel contrasto-simbiosi fra potentiores e hu¬ miliores, che gli storici marxisti hanno definito la « rivoluzione feudale» di questi secoli, e denota l’importanza di primissimo piano che la ricchezza fondiaria andava ormai assumendo an¬ che per la Chiesa, nella sua funzione di mediatrice fra l’autorità statale ed i ceti più umili della popolazione. Non è forse soltanto un caso che gli esempi più noti e famosi di Vescovi scelti fra i membri della grande aristocrazia fondiaria (Sidonio Apollinare a Clermont, Nizier a Treviri, Germano ad Auxerre, Eucherio a Lione, Felice a Nantes, e così via587) ci vengano tutti dalle Gallie, dove già il patronato laico aveva incontrato una parti¬ colare diffusione 588 e dove il disagio sociale — più che altrove avvertito in questi secoli — improntava di sé le manifestazioni più diverse589; e non va dimenticato che era per l’appunto la 887 Cfr. Grand-Delatouciie, o. c., pagg. 36; Gaudemet, L’Église dans l’em¬ pire romain eit, pagg. 337; vd. pure la Vita Beati Maurilii Andecavensis, XIII, pag. 90 M.G.H., A.A. IV, 2, ed. B. Keusch, Berlin 1885 (riferentesi alla seconda metà del IV secolo, ma scritta all’inizio del VII e rielaborata nel X), dove, a proposito della elezione del nuovo Vescovo di Angers, si accenna alla plebs urbana vel rustica che, aut ventoso nobilitatis favore aut pecuniis sub¬ rogata, ad tanti culminis dignitatem ... alios praeferebat... (e anche qui Martino di Tours, come Ambrogio a Vercelli, intervenne secondo la tradi¬ zione per ristabilire l’ordine e la concordia). Quali ulteriori esempi di potentiores ascesi al soglio vescovile, si potrebbero citare lo stesso Ambrogio di Milano, Pao¬ lino da Nola, etc.; sconfìtto, l’Imperatore Avito accettò di divenire Vescovo di Piacenza nel 456, e parimenti Glicerio fu fatto Vescovo di Salona nel 474; cfr. C. Magni, Ricerche sopra le elezioni episcopali in Italia durante l’Alto Medio Evo, Roma 1928-1930, « Bibl. della Riv. di St. del Dir. Ital. » 1, I, pagg. 21-136 (Cap. I: «Da Costantino a Giustiniano e Gregorio Magno») e partie. 85-89. 688 Cfr. pag. 26, n. 37. 588 Sul movimento della Bagauda in Spagna, in Gallia e sulle Alpi (sotto Diocleziano, Onorio e Valentiniano III), cfr. in partie, le testimonianze rac¬ colte in E. A. Thompson, Peasant Revolts in Late Roman Gaul and Spain, Past ά Present II (1952), pagg. 11-23; B. Czùth, S. Szadeczky-Kardoss, A ba¬ gauda mozgalmak Hispaniàban (Il movimento della Bagauda in Spagna, in un¬ gherese), Antik tanulmânyok - Studia Antiqua III (1956), pagg. 175-180, 134 (cfr. Bibl. Class. Or. Ili [1958], fase. 3, col. 140); Idd., Bagaudàk az Alpokban (I Bagaudi sulle Alpi), Ibid. IV (1957), pagg. 116-122 (cfr. Bibl. Class. Or. IV [1959], fase. 5, coll. 280-281); A. R. Korsunski, Mouvements des Bagaudes, V.D.I. 42 (1957), 4, pagg. 71-87 (in russo; cfr. Bibl. Class. Or. VI [1961], fase. 2, coll. 82-89). Secondo C. A. Bauducci (Aspetti religiosi e politici del Concilio di Rimini, Rimini 1959, pagg. 5-9), furono proprio i Vescovi gallici che
190 Economia c società nell’« Italia Annonaria » Gallia il paese nella cui sfera culturale, religiosa ed economica le province occidentali d’Italia allora più strettamente gravita¬ vano (Vercelli, in particolare, si trovava sulla strada che con¬ giungeva Mediolanum ai valichi del Piccolo e Gran San Ber¬ nardo, passando per Eporedia ed Augusta Praetoria)59°. Appendice IV : il pensiero economico dei Padri della Chiesa A PROPOSITO DELL’USURA. Sulla scorta della precettistica testamentaria, l’atteggia¬ mento dei Padri della Chiesa occidentale nei confronti di qual¬ siasi forma di usura fu sempre di aperta e recisa condanna591. Fra essi, Ambrogio si distinse per l’ampiezza e l’insistenza con cui si occupò di tale problema sotto l’aspetto etico-religioso, de¬ dicandovi in particolare due lunghe omelie (più tardi riunite col titolo di De Tobia), sul modello di trattazioni analoghe in voga nella patristica greca592. In tale opera il Vescovo di Mi- * 690 691nel Concilio di Rimini del 359, mostrandosi fra i più attivi assertori dell'orto¬ dossia, fecero pure avanti pretese di carattere economico (immunità dalla tuga- tio: cfr. C. Th. XVI, 15, 2, del 360; G. Gunnelli-S. Mazzarino, Trattato di Storia Romana, Roma 1953-1956, II, pag. 459). Per quanto riguarda i secoli precedenti, cfr. N. N. Belova, Moti sociali in Gallia nel I-II secolo (in russo), V.D.I. 42 (1952), 4, pagg. 45-55. 690 Cfr. Ruggini, Ebrei e Orientali cit., pagg. 219-220. 691 Cfr. ad es. Tertull., Adv. Marcionem IV, 17, P.L. 2, coll. 428 sgg. = = C.S.E.L. 47, Wien 1906, ed. E. Kroymann, pagg. 473 sgg. ; Cyprian., Testini. Ili, 48, P.L. 4, col. 789 = C.S.E.L. 3, Wien 1868, ed. G. Hartel, pag. 153; Lact., Div. Inst. VI, 18, P.L. 6, coll. 698 sgg. = C.S.E.L. n.s. 4, Wien 1890, ed. S. Brandt, pagg. 547 sgg. ; Hilar. Pictav., Tract, in Ps. XIV, 15, P.L. 9, col. 307 = C.S.E.L. n.s. 7, Wien 1891, ed. A. Zingerle, pag. 94 ; Zeno Ver., 1. I, Tr. IX, de av. I, 4, P.L. 11, col. 330; Hieron., Comm. in Ezech. VI, 18, P.L. 25, col 176; Leo Magnus, Ep. IV, 3 e 4, P.L. 54, coll. 613-614; etc. Per una espo¬ sizione sistematica del punto di vista dei Padri sull’usura, cfr. v. « Usure » (H. Du Passage), Diet, de Théol. Cath. 30, coll. 2316-2390 ; J. Seipel, Die Wirtschafts¬ ethischen Lehren der Kirchenväter, Wien 1907, pagg. 167 sgg. e passim ; Be¬ nigni, o. c., II, 2, pagg. 313-314; Lestocquoy, Les usuriers cit. passim ; etc. 592 Cfr. in partie. Bas., Είς τόν ιδ’ ψαλμόν I e II, P.G. 29, colL 249-280; Graeg. Nyss., Είς τόν Εκκλησιαστήν, P.G. 44, coll. 663-680, e Κατά των τοκιζόντων, P.G. 46, coll. 433-452 (Basilio di Cesarea e il suo fratello minore Gregorio, Vescovo di Nissa, furono all’incirca contemporanei di S. Ambrogio). Le invettive contro Tusura ebbero un posto importante nella predicazione dei Padri orientali di tutti i secoli: cfr. ad es. Clem. Aless., Stromata, II, 18, P.G. 8, col. 1024·= pag. 100 ed. P. Th. Camelot-C1. Mondésert, Clément d’Alexandrie, Les Stromates, «Sources chrétiennes» 38, Paris 1954; Graeg. Nat., Or, XVI,
L'età ambrosiana 191 lano si sofferma a illustrare i principi anticristiani del prestito a interesse, affiancando considerazioni pratiche e utilitarie ai precetti d’ordine più propriamente morale, per dimostrare come questo crimen si presentasse con i caratteri di una vera e pro¬ pria piaga sociale: Populi saepe conciderunt in fenore et ea publici exitii causa extitit, aveva scritto già nel 3S5 a Vigilio di Trento 593 ; e ora, con maggior lealismo politico che con cri¬ stiano spirito di carità, ribadiva la liceità dell’usura nei con¬ fronti dei nemici dello Stato, quale mezzo per combatterli e condurli alla rovina594. Tale incapacità di apprezzare la funzione sociale della ric¬ chezza e di distinguere fra prestito di consumo e prestito d’in¬ vestimento, se da una parte deve attribuirsi a una scarsa pene- trazione del fenomeno economico, si spiega soprattutto con la realtà delle condizioni economiche e sociali cui tali precetti si commisuravano, non offrendosi alla comune esperienza se non una casistica di fenoi~a a scopi prevalentemente improduttivi o, comunque, altamente rischiosi 595. Gli usurai prestavano infatti P.G. 35, col. 957; Iohan. Chrys., Horn. XLI, 2 sul cap. XVIII della Genesi, P.G. 53, coll. 376-377 ; etc. Sulle omelie di Basilio e Gregorio, cfr. in partie. F. Marconcini, La illegittimità del prestito di moneta a interesse in due Omelie del secolo IV, Raccolta di Scritti in mem. di G. Toniolo nel decennio della sua morte, Milano 1929, pagg. 287-325; Y. Courtonne, Saint Basile, Homélie sur la richesse, Thèse, Paris 1935; etc. "· Cfr. Ambr., Ep. XIX, 5. Cfr. Ambr., De Tobia 51 : Cui merita nocere desideras, cui iure infe¬ runtur arma, huic legitime indicuntur usurae. Quem bello non potes facile vin¬ cere, de hoc cito te pates centesima vindicare. Ab hoc usuram exige, quem non sit crimen occidere. Sine ferro dimicat qui usuram flagitat... Ergo ubi ius belU, ibi etiam ius usurae... (per un inquadramento di questo passo nella morale am¬ brosiana e nel suo lealismo politico, cfr. Palanque, Saint Ambroise cit., pag. 332 ; circa la datazione — piuttosto controversa — del De Tobia al 389, cfr. Id., Ibid., pag. 445). Sui rapporti di lealtà fra Romani e barbari, cfr. in generale Axföldi, The Moral Barrier cit., passim. 305 Cfr. E. J. Jonkers, Economische en sociale toestanden in het Romeinsche Rijk blijkende uit het Corpus Iuris (La situation économique et sociale dans l’empire romain d’après le Corpus luris), Thèse, Utrecht 1933, pagg. 75 sgg. ; Id., Enkele opmerkingen over de houding van de Oude Kerk als aardsche instel- ling ten opzichte van het geldschieten, Tijdschrift vaor Geschiedenis (Quelques réflexions sur l’attitude de l’Église primitive en sa qualité d’institution tempo¬ relle concernant le prêt d’argent, Revue d1 Histoire), 1943, pagg. 136-140; Id., Quelques remarques sur les Pères de l’Eglise cit., pagg. 493-509; S. Giet, Les idées et Taction sociales de Saint Basile, Paris 1941, pagg. 96-151 e partie. 115 sgg.; Id., De Saint Basile à Saint Ambroise cit., pagg. 95-128; etc. Su
192 Economia e società nell’« Italia Annonaria » denaro — dice Ambrogio — a piccoli proprietari in difficoltà 506, a giuocatori indebitati5tì7, a coloro che versavano in qualche ne¬ cessità straordinaria, come per es. quella di redimere i propri parenti caduti in mano ai barbari * 597 598 *, ai tenuiores bisognosi per vivere di piccole somme in moneta d’argento e di rame ew. Gran¬ dissimo era poi il numero degli scialacquatori amanti del bel vivere, spinti da leggerezza e vanità a impegnarsi in chyrogra- pha e scripturae600 ; i feneratores solevano in particolare ade- analogo atteggiamento da parte, più tardi, dei sovrani carolingi, cfr. S. Loisel, Essai sur la législation économique des Carolingiens d’après les Capitulaires, Caen 1904, pagg. 92 sgg. 696 Cfr. Ambr., De Tobia 80-84: Quam indignum, ut cum victum tuum su¬ stentare non queas, cum adime nihil debeas, putes quod et victum tuum possis et debitum sustinere! Ante cogita unde dissolvas, et sic mutuum sume. Fructus, inquit, agrorum capio. Sed qui non abundant usui, quomodo abundabunt con¬ tracti fenoris incremento? Sed possessionem meam vendo. Et unde fmetus, quibus utaris ad sumptum? Fenus non pecunia sua solvitur, sed augetur... 597 Cfr. Ibid. 38-39; i feneratores solevano a bella posta frequentarne le riunioni. 598 Cfr. Ibid. 9-10 : Multi dispendii metu non fenerant, dum fraudem ve¬ rentur... Simul ut aliqui (sic) necessitate constrictus, aut pro suorum redemptione sollicitus, quos captivos barbarus vendat, rogare coeperit, statim dives vultum avertit... At ubi usurarum mentio facta fuerit, aut pignoris, tunc detecto superci¬ lio fenerator adrisit, et quem ante sibi cognitum denegabat, eundem tamquam paternam amicitiam recordatus osculo suscipit, hereditariae pignus caritatis appellat, flere prohibet. Quaeremus, inquit, domi si quid nobis pecuniae est, frangam propter te argentum paternum quod fabrefacti est. Plurimum damni erit. Quae usurae conpensabunt emblematorum? Sed pro amico dispendium non reformidabo, cum reddideris, reficiam. Itaque antequam det, recipere festinat, et qui in summa subvenire se dicit, usuras exigit. Calendis, inquit, usuras dabis, fenus interim, si non habueris unde restituas, non requiro. Ita ut semel det, fre¬ quenter exagitat, et semper sibi debere efficit... La fine dei § 9 e l’inizio dei § 10 (qui parzialmente tralasciati, in quanto più sentenziosi e generici) rappresentano uno dei caratteristici riecheggiamenti ambrosiani di S. Basilio (per cui vd. già a pagg. 12-16 e subito sotto, pagg. 196-199) ; nell’Omelia basiliana II, 2 sul Salmo XIV, tuttavia, manca l’allusione ai parenti prigionieri dei barbari, ai vasi di argento cesellato che vengono convertiti in moneta, alla scadenza degli inte¬ ressi al 1° di ogni mese (per cui cfr. pure Ibid. 42), etc. 699 Cfr. Ambr., Exp. Ev. Luc. VI, 24 e IX. 18; Id., De Tobia 10 cit. 600 Cfr. De Tobia 19-22 : ... Revertamur tamen ad convivium, non ut eius degustemus epulas, sed cavendas aliis demonstremus. Oneratur mensa peregri¬ nis et exquisitis cibis, adhibentur nitentes ministri, magno empti pretio, sumptu maiore pascendi, bibitur in noctem, dies convivio clauditur, ebrietati deficit. Surgit ille vini plenus, vacuus opum, dormit in lucem, evigilans somnium putat. Etenim, ut in somnis sibi videtur subito dives ex paupere, sic etiam egenus
193 L’età am brasi ana scare con ogni astuzia gli inesperti « figli di famiglia » 601 : e che ex divite. Dum defluit interim pecunia, usura superfluit; tempus minuitur, fenus augetur; thensaurus exinanitur, sors accumulatur. Paulatim convivae se sub¬ trahunt, sponsores conveniunt ; mane fenerator pulsat ad ianuas, queritur dies solutionis transisse praescriptus, iniuriis vigilantem adoritur, in somnis dor¬ mientem excitat. Non noctes quietae, non dies suavis est, non sol iucundtus. Detrahuntur paulatim auratae ac sericae vestes et veneunt dimidio minoris. Ponit cum lacrimis ornamenta coniux iam tristior, empta carius, vendenda vilius. In auctione pueri constituuntur mensae ministri et male adsueti empto¬ rem avertunt. Offertur pecunia creditori: vix, inquit, l\aec solvit usuram, caput debes... Non oportuit aliena quaerere... Erant domi vasa minutiora, melius erat ministerium deesse, quam cibum... Melius fuerat in principio tenuare sumptum, et necessitatem debiti rei familiaris angustiis ablevare... (anche questo passo riecheggia la Horn. II, 2 e 4 di Basilio sul Salmo XIV, ma sempre con l’ag¬ giunta di numerosi dettagli personali). Cfr. inoltre Ambr., De Hel. 31 ; etc. 0)1 Cfr. De Tobia 23-25: Aucupantur (sell, feneratores) haeredes novos, adulescentulos divites explorant per suos (scii, homines), adiungunt se, simu¬ lantes paternam atque avitam amicitiam. volunt domesticas eorum cognoscere necessitates. Si quam causam invenerint, accusant verecundiam, pudorem arguunt, quod non ante de se speratum fuerit atque praesumptum ; sin vero nullos laqueos alicuius necessitatis offenderint, intexunt fabulas, aiunt nobile praedium esse venalem, amplam domum, accumulant proventus fructuum, an¬ nuos reditus exaggerant, hortantur ut coemant. Similiter faciunt pretiosas vestes, et monilia nobilia praedicantes. Neganti se habere pecuniam, wgerunt suam dicentes: Utere ut tua; de fructibus emptae possessionis pretium multi¬ plicabis, debitum reddes. Praetendunt alienos fundos adulescenti, ut eum expo¬ lient suis: tendunt retia, simul ut indagine cincta spatia fuerit ingressus, cogunt eum in retia cautionum, laqueos usurarum ; petu nt obligari sibi avitum praeto¬ rium, paternum sepulchrum. Praestituitur dies solutioni, dissimulatur conventio, quando potest solutio sustineri. Ubi satis securum reddiderint, repente ingruunt, et instant vehementius, causanti incumbunt dicentes: tu possides tua praedia, nos nostram pecuniam non habemus: aurum dedimus, lignum (cioè la tavola cerata su cui si scriveva la cauzione del debito) tenemus: tibi fructuum emolumenta procedunt, nobis nihil accrescit pecuniae. Otiosa causatio est: saltem renovetur chirographum. Itaque, dum primo adulescens nihil putat de vestibus suis, aut etiam possessionibus esse vendendum, aut ad haec facienda poscit dilationem, usurae adplicantur ad sortem, adcumulatur centesima. Iam suspirare incipit, iam malum suum agnoscere. Die ac nocte usuram cogitat, ... quicquid crepuerit, vocem sibi videtur feneratoris audire... Ille (= fenerator) gressus debitoris singulos numerat, aucupatur deflexus; iste continuo post columnas caput obumbrat; nul¬ lam habet enim debitor auctoritatem. Ambobus in digitis usurarum repetitur sae¬ pius calculatio. Par cura, sed dispar affectus: alter laetatur incremento fenoris, alter cumulo debitionis ad fligitur... (le ultime righe, con la descrizione dei timori del debitore e dell’esultanza del creditore, sono tradotte — per la verità con più di un errore — da Bas., Είσ τόν ιδ’ ψαλμόν II, 4: come si vede, l’imitazione si limita alle notazioni generiche, non alle circostanze particolari). Trattando 1313. L. Ruggini
194 Economia e società nell’« Italia Annonaria » non si trattasse di casi isolati, che la predicazione cristiana ge¬ neralizzasse, è mostrato dal fatto che già il Senatus Consultum Macedonianum aveva proibito di prestare denaro a un filius fa¬ miliae 302 (benché, a quanto pare, la legge fosse rimasta lettera morta e i creditori continuassero a nascondere questa attività, teoricamente illegale, facendosi passare per premurosi amici di famiglia603). Ai prestatori di denaro solevano talora rivolgersi anche i piccoli artigiani e negozianti, da cui questi divites pre¬ ferivano poi esigere gli interessi mensili sul capitale in merce spicciola per i loro quotidiani consumi, facendo sì che costoro si rivalessero della perdita frodando nel prezzo altri acquirenti meno ricchi * 003 004 : e se di « investimento produttivo » in questo caso si può parlare, siamo tuttavia anche in grado di apprez¬ zarne la estrema limitatezza e modestia. Un altro isolato cenno a prestiti di carattere commerciale si trova nel contemporaneo Gregorio di Mssa, riferentesi al ναυτικόν δάνεισμα di chi af¬ fronta l’avventura commerciale senza disporre di capitali pro¬ pri: intrapresa che, a detta del Vescovo cappadoce, presentava però ben scarse possibilità di successo (μηδέ βιάζου πενίαν τά των dell’usura, Ambrogio impiega tutto un vocabolario legale e tecnico appropriato : oltre agli esempi già citt., cfr. De Tobia 40: Nummus datur, fenus appellatur; sors dicitur, caput vocatur: aes alienum scribitur... syngrapham nuncupat, chi¬ rographum nominat, hypothecas flagitat: pignus usurpat, fiducias vocat: obliga¬ tionem adserit, usuras praedicat, centesimas laudat... ; Ibid. 13, 29, etc. (l’elenco completo della terminologia legale usata da Ambrogio si trova in Zucker, o. c., pagg. 19-20 dell’Introd.). Fenus, sors, caput = capitale prestato ; usura, cente¬ sima = interesse ; chirographum, syngrapha, tabula = cambiale, scrittura di obbligazione ; hypotheca, pignus, fiducia, obligatio = garanzia, ipoteca : cfr. v. «Fenus» (F. Kuingmüller), P.W. VI, icoll. 2187-2205; v. « Foenus » (F. Baudry), D.A.G.R. II, 2, pagg. 1214-1226. 608 Cfr. Dig. XIV, tit. 6 ; Ibid. XLVI, 1, 11 ; Ibid. XLVI, 2, 19. 003 Cfr. appunto Ambr., De Tobia 23-25, cit. sopra, n. 601. 004 Cfr. De Tobia 49-50 : ... plerique, ... cum dederint pecuniam negotia¬ toribus, non in pecunia usuras exigunt, sed de mercibus eorum tamquam usu¬ rarum emolumenta percipiunt... Et putas te pie facere, quia a negotiatore velut mutuum suscipisf Inde ille fraudem facit in mercium pretio, unde tibi solvit usuram. Fraudis illius tu auctor, tu particeps, tibi proficit quidquid ille frau¬ daverit. Et esca usura est, et vestis usura est... Quod peius est, hoc vitium plurimorum est, et maxime divitum, quibus hoc nomine instruuntur cellaria. Si quis instaurandum conmvium putat, ad negotiatorem mittit, ut absentiati cupellam sibi gratis deferat: ad cauponem dirigit, ut Picenum vinum, aut Tyriacum requirat, ad lanium, ut vulvam sibi procuret, ad alium, ut poma adornet...
195 L’età ambrosiana πλουτούντων ποιεΐν) E lo stesso Basilio di Cesarea, sem¬ pre a proposito del prestito a interesse, ammetteva di avere co¬ nosciuto in Alessandria (non dunque in Cappadocia, ma in uno dei gangli commerciali più attivi e fiorenti di tutta la Pars Orien¬ tis dell’Impero) uomini che ricevevano denaro e lo facevano fruttare: ma il carattere medesimo dell’osservazione mette in luce la relativa eccezionalità di esiti siffatti secondo la comune valutazione 606 Chi ricorre al prestito usuraio, sembra dunque concludere in sostanza Ambrogio, o è il dives improvvido e scialacquatore, che non sa proporzionare alle entrate il suo modo di spendere il denaro in investimenti spettacolari e improduttivi; oppure il pauper in difficoltà, sia esso il piccolo proprietario, l’artigiano o il modesto negoziante. Nell’un caso e nell’altro, se da una parte il presule condanna la cupidigia del creditore e lo invita al prestito gratuito come beneficenza nei confronti di chi ha bisogno, egli sembra però in primo luogo perseguire una finalità assai più immediata ed empirica, cercando con ogni mezzo di dissuadere l’eventuale debitore dall’adire a impegni insolvibili: né il reddito della proprietà fondiaria (qualora sia Vagellus del pauper o il nobile praedium del sectator deliciarum), né quello della modesta negotiatio sono infatti in grado, afferma perentoriamente Ambrogio, di garantire l’estinzione del debito e degli elevatissimi interessi che si vanno accumulando 607. L’i¬ spiratrice di questi precetti doveva essere pertanto la sua diretta esperienza di molti casi pietosi 608, cui si sforzava quotidiana- * 808006 Cfr. Graeg. Nyss., Κατά των τοκιζόντων, P.G. 46, col. 441: ... Παρά πένητος ζητείς προσόδους καί προσθήκας πλούτου, παραπλήσιον ποιων ώς εϊ τις άπό χώρας αύχμω θερμοτάτφ ξηρανθείσης λαβεΐν θελήσειε σίτου θημωνιάς... Σύ δέ χαλκού καί χρυσου, των άγόνων υλών, μή ζήτει τόκον, μηδέ βιάζου πενίαν τά των πλουτούντων ποιειν... (non costringere il povero a fare ciò che è proprio dei ricchi, dice cioè Gregorio; pretendendo di cavare guadagni dall’indigente me¬ diante i commerci tu fai come chi s’illude di ottenere mucchi di frumento da un campo disseccato dalla calura). 808 Cfr. Bas., ’Όροι κατά έπιτομήν 254, P.G. 31, col. 1252: ... 'Ώσπερ οδν τό άργύριον άκολουθίαν έχει τοις τραπεζίταις δίδοσθαι εις πορισμόν (είσΐ γάρ, ώς έν * Αλεξανδρείοι έγνων, οί υποδεχόμενοι καί τούτο ποιοΰντες)... 887 L’interesse legale massimo nel IV secolo era del 12 %, ma in pratica esso poteva essere doppio, triplo, o anche più: cfr. pag. 421, n. 547. 608 Cfr· ad es. De Tobia 29 (Vidi ego miserabile spectaculum, liberos pro paterno debito in auctionem deduci...) ; in una occasione, il Vescovo seppe agire
196 Economia e società nell’« Italia Annonaria, » mente di porre rimedio con l’oculata erogazione delle riserve auree della Chiesa®09. Nella valutazione della polemica ambrosiana contro l’usura entra però in gioco un elemento di grandissimo peso, e cioè la sua imitazione assai stretta di due analoghe omelie di Basilio di Cesarea sul Salmo NIV ®10. Le molte, incontestabili somi¬ glianze furono dapprima messe in luce dagli editori Maurini e, più tardi, dallo Schenkl, dalla Zucker e da altri studiosi611 ; ma non meno importanti appaiono le sostanziali differenze fra il trattato latino e quello greco. Nell’insieme, la posizione di Ba¬ silio (come del resto quella, di poco posteriore e per molti aspetti analoga, del suo fratello minore Gregorio di Nissa612) appare molto energicamente nei confronti degli usurai milanesi, che proclamavano il diritto legale di sequestrare il cadavere del debitore deceduto, finché il debito non fosse stato riscattato dagli eredi : Quotiens vidi a feneratoribus teneri de¬ functos pro pignore, et negari tumulum, dum fenus exposcitur? Quibus ego adquievi libenter, ut suum constringerent debitorem, ut electo eo, fideiussor eva¬ deret; haec sunt enim fenoris leges. Dixi itaque: tenete reum vestrum, et ne vobis possit elabi domum ducite, claudite in cubiculo vestro, carnificibus durio¬ res, quoniam quem vos tenetis career non suscipit, exactor absolvit. Peccatorum reos post mortem career emittit, vos clauditis... lussi igitur levari corpus, et ad feneratoris domum exsequiarum ordinem duci; sed etiam inde clausorum mugitu talia personabant. Ibi quoque funus esse crederes, ibi mortuos plangi putares, nec fallebat sententia, nisi quod plures constabat illic esse morituros. Victus religionis consuetudine fenerator (nam alibi suscipi pignora etiam ista dicuntur) rogat ut ad tumuli locum reliquiae deferantur. Tunc tantum vidi humanos feneratores gravari me: tamen ego eorum humanitatem memorabam prospicere, ne postea se quererentur esse fraudatos, donec feretro colla subtecti, ipsi de¬ functum ad sepulchra deducerent, graviore maerore deflentes pecuniae suae funus... (De Tobia 36-37) ; sembra pertanto che tale energica condotta servisse a frenare in qualche misura l’attività usuraia in Milano, almeno finché Am¬ brogio rimase in vita (cfr. Amati, S. Ambrogio: il diritto penale cit.). ** Cfr. Ambe., De Off. II, 143, ove egli dà al clero le norme per spezzare e coniare in moneta aurea, da erogare in piccole quantità ai poveri, i vasi pre¬ ziosi della Chiesa : Opus est ut de Ecclesia mystici poculi forma non exeat, ne ad usus nefarios sacri calicis ministerium transferatur. Ideo intra Ecclesiam primum quaesita sunt vasa quae initiata non essent; deinde comminuta, postre¬ mo conflata, per minutias erogationis dispensata egentibus, captivorum quoque pretiis profecerunt. Quod si desunt nova, et quae nequaquam initiata videantur, in huiusmodi usus, quos supra diximus, arbitror omnia pie posse converti... 610 P.G. 29, coli. 249-280. 611 Cfr. oo. cc. a pagg. 12-14, nn. 14-16. 6,3 Cfr. pag. 190, n. 592; Basilio (come poi S. Ambrogio) trattando del-
U età ambrosiana 197 assai più cauta e sfumata, limitandosi alla condanna del prestito in denaro contenuta nel Salmo XIV,δ, ripresa dal XVII canone del Concilio di Nicea contro i chierici usurai613; ciò che il Ve¬ scovo di Cesarea rifiutava di ammettere era dunque soltanto la forma più evidente e forse, a suo giudizio, meno lucrativa di usura (la concezione aristotelica dell’infecondità del denaro non è chiaramente espressa nelle sue omelie, pur ispirando molte im¬ magini e paragoni614). Nei \Tangeli essa non era più stata l’og¬ getto di una espressa condanna, come nelle Scritture; e forse Basilio, vivendo in Asia Minore, era meglio portato ad avvertire quanto di caduco e di contingente poteva esservi in certi pre¬ cetti testamentari, quasi intravvedesse maggiori possibilità, nella sua terra ricca di agricoltura e di traffici, di veder frut¬ tare adeguatamente una ricchezza ottenuta a titolo di mutuo e15. Ma, secondo il Giet, tutte le varianti ambrosiane rispetto al mo¬ dello ispiratore non sarebbero affatto dovute a disparità di tem¬ peramento e di ambiente, bensì soltanto a una involontaria incomprensione del testo greco, superficialmente studiato e im¬ perfettamente tradotto: la ulteriore «série d’ajustements par lesquels saint Ambroise se montre préoccupé de rendre accepta¬ ble la pensée qu’il emprunte sans l’avoir bien comprise — con¬ clude l’Autore dopo aver addotto un abbondante numero di citazioni — trahit, mieux que la simple erreur matérielle, un auteur plus soucieux de vraisemblance que d’exactitude textuel¬ le » 616. E questo è per l’appunto il nocciolo della questione, come già si è accennato in altro luogo 617 : Ambrogio non si poneva affatto il problema filologico di una buona traduzione, bensì la finalità eminentemente pratica di attingere, nella stesura dei suoi sermoni quasi quotidiani, all’esperienza dottrinaria di un modello che facesse al caso suo (proprio questo già obiettava * 814 815 * 817l’usura si occupa soprattutto del debitore; Gregorio, invece, mette piuttosto a fuoco la figura del creditore. 818 Cfr. J. D. Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima collectio II, Firenze 1759, col. 675 (325 d. C.) ; H. J. Hefele - H. Leclercq, Histoire des Conciles I, 1, Paris 1907, pag. 605. 814 Cfr. Giet, Les idées et l’action sociales de Saint Basile cit., pagg. 118· 119. Sulle teorie aristoteliche, cfr. in partie. L. Robin, Aristote, Paris 1944, pag. 277 ; A. Piettre, Les trois âges de l’économie, Paris 1955, pagg. 67-68. 815 Cfr. Marconcini, o. c., pag. 307. 818 Cfr. Giet, De Saint Basile à Saint Ambroise cit., pagg. 113-114. 817 Cfr. pagg. 12-16.
198 Economia e società nell'« Italia Annonaria » Rufino alle accuse di Gerolamo 61S) ; e se egli non si peritava di mutuare al testo basiliano lo schema della trattazione e un lar¬ ghissimo numero di interpretazioni, sentenze e immagini (più 0 meno ben comprese e adeguatamente tradotte), non v’è ombra di dubbio che egli si valesse del proprio modello solo entro i limiti in cui ciò si addiceva alla sua realtà e alle esigenze del suo uditorio. Non meno istruttivo riuscirebbe pertanto l’elenco di ciò che, nelle omelie basiliane, Ambrogio non imita affatto : del resto, non vi è traccia in Basilio di quanto il Vescovo di Milano racconta a proposito dei giuocatori d’azzardo indebi¬ tati* 619, dei filii familiae insidiati dai feneratores*20, dei piccoli negozianti di vesti e cibarie asserviti al potentior mediante chyrographa021, del modesto possessor i cui redditi fondiari non bastano a estinguere il debito622, della liceità dell’usura nei confronti dei nemici023, dei mutui contratti per riscattare i pro¬ pri parenti ai barbari624 *, della consuetudine di molti divites di convertire ciclicamente l’oro e l’argento monetato in riserve di vasellame fabrefactum e viceversa 626 ; tutti particolari fra 1 più circostanziati e per noi significativi, che chiaramente ri¬ specchiano condizioni peculiari alla neo-capitale cisalpina in quel torno di tempo. Si trattava infatti di una città florida e cosmopolita, ove anche il prestito usuraio aveva perciò cono¬ sciuto un eccezionale sviluppo (non per nulla Ambrogio è l’u¬ eis Cfr. pag. 15, n. 19. 018 Cfr. pag. 192, n. 597. 620 Cfr. pag. 193, n. 601. 621 Cfr. pag. 194, n. 604. 623 Cfr. pag. 192, n. 596. 633 Cfr. pag. 191, n. 594. 634 Cfr. pag. 192, n. 598. 025 Cfr. fonti citt. a pag. 192, n. 598; s’è visto che nella stessa Chiesa Milanese vigeva spesso tale consuetudine (cfr. pag. 196, n. 609; cfr. inoltre ad es. Pelagius, Ep. 82 [5611 Severo Episcopo Camerino, pagg. 200-202 ed. Gassò = Ep. XXXIX, pagg. 20-21 ed. S. Löwenfeld, Epistolae Pontificum Ro¬ manorum ineditae, Leipzig 1885) : essa si affermerà poi sempre di più nel Me¬ dioevo, poiché è tendenza caratteristica delle società in cui il tasso d’interesse è molto elevato, quella di voler conservare la moneta in una forma che elimini la perdita di tali interessi negli intervalli di stasi, convertendola in og¬ getti di pratica utilizzazione. Sul ruolo economico dell’oreficeria, concepita nel¬ l’Alto Medioevo come vero e proprio salvadanaio, già attirava l’attenzione M. Bloch, Le problème de l’or au moyen âge, Ann. didst éc. et soc. V (1933), pagg. 1-34 = Lavoro e tecnica nel Medioevo cit., pagg. 88-138.
L’età ambrosiana 19’J nico fra i Padri occidentali a occuparsene con tanta ampiezza, scegliendo i suoi modelli proprio fra i predicatori dell’Asia Mi¬ nore) ; ma nello stesso campo del prestito di denaro, a differenza che in un qualsiasi emporio orientale, le caratteristiche tende¬ vano a essere quelle che la presenza di soldatesche e di elementi collegati alla Corte e all’alta burocrazia solevano particolar¬ mente accentuare (largo spreco di ricchezze in divertimenti, pia¬ ceri e liberalità esibizionistiche); l’agricoltura era fiorente, ma forse meno ricca di quella cappadoce; i piccoli negozianti e bot¬ tegai prosperavano all’ombra dei divites, ma non sognavano, come a Nissa o a Cesarea, facili guadagni correndo l’alea del fenus nauticum; la minaccia barbarica cominciava ormai ad allungare la sua ombra al di qua delle. Alpi ancora inviolate ; i detentori di grandi capitali erano numerosi e desiderosi di farli fruttare, ma minore che in Oriente — o forse diversa — doveva essere la possibilità di investire le riserve auree in maniera fa¬ cilmente lucrativa eae. * il058 L’oro sembrava allora abbondare nell’Italia Settentrionale : a) Co¬ me specie monetata: cfr. ad es. Ambe., Ep. XX, 6, cit. a pagg. 106 sgg., da cui risulta che i mercanti corporati milanesi, nel 386, sborsarono pronta¬ mente all’Imperatore una somma pari a 200 libbre d’oro, dichiarandosi inoltre disposti a versarne ancora altrettante; Id., De Off. II, 143 cit., in cui la Chiesa trasforma in moneta aurea i suoi vasi di riserva; Id., Exp. Ps. CXVIII, 13, 7, Exp. Ev. Luc. VI, 24 e IX, 18, in cui si parla di riserve di capitale-moneta da parte dell’avaro (cfr. pure Petr. Chbysol. Sermo XXIII, P.L. 52, coll. 265-266) ; De Cain I, 21, ove si specifica chiaramente che gli speculatori frumentari realiz¬ zavano i loro guadagni in moneta aurea (cfr. pagg. 96 sgg.) ; etc. Il risparmio in forma pecuniaria era diffuso anche presso le classi modeste, che solevano spesso affidare i propri depositi (abbastanza considerevoli, se potevano talora attirare l’attenzione dei funzionari e della Corte) in custodia alla Chiesa: cfr. Ambe., De Off. II, 150-151, in cui Ambrogio racconta come, per suo intervento, il Vescovo di Pavia fosse riuscito a salvare il deposito di una vedova dalla cupidigia dei Sovrano (per un’ampia illustrazione dell’episodio, databile al 386 o al 388, cfr. Palanque, Saint Ambroise cit., pagg. 192 e 526 sgg.; Dudden, The Life and Times cit., I, pagg. 119-120); Id., Ibid. II, 154 e 253, etc. b) Come specie metallica (manca del resto a quest’epoca, da un punto di vista eco¬ nomico, una netta distinzione fra oro-metallo e oro-moneta: cfr. Mazzarino, Asp. Soc. cit., pagg. 176-177 e passim) : ad aurum accumulato dal dives accenna Ambrogio in numerosissimi passi (De Iacoì> II, 23 ; In Ps. I en. 38 ; De Virgini¬ bus I, 1 ; De Nab. 39 ; etc.) ; il Vescovo di Milano parla poi, descrivendo i festini dei soldati, di baltei, collane, cinture, guaine d’oro {De Hel. 13, del 385 d. C.); e s’è vista la profusione del metallo prezioso presso i potentiores, nelle vesti intessute d’oro, nei gioielli di ogni specie, nei finimenti dei cavalli, nella sup-
200 Economia e società nell’« Italia Annonaria » Come che sia, la pratica creditizia, presentata da Ambro¬ gio solamente nella proiezione negativa di chi si pone dal punto di vista del debitore, doveva allora godere di uno sviluppo note¬ volissimo anche nell’Italia Annonaria (per la generalità del mondo romano ciò è confermato, oltre che dalle fonti letterarie, legislative e papirologiche, dal susseguirsi delle condanne con¬ ciliari all’attività usuraia dei chierici e degli stessi làici627). E ciò parrebbe sollevare nuove incertezze sulla possibilità di rica¬ vare dalla fonte ecclesiastica un’immagine men che approssima¬ tiva di come le cose stessero nella realtà. Ma Ambrogio insiste pellettile delle dimore (lucerne, letti, soffitti, pareti, etc. : cfr. pagg. 85-89) ; perfino nelle tabernae più lussuose di Milano pare che il vasellame fosse di metallo prezioso (cfr. Ambe., De Hel. 25) : per un’ampia citazione di fonti del IV secolo, a questo medesimo proposito, cfr. A. Piganioe, Le problème de l’or au IVe siècle, Annales d’hist. soc. I (1945), pagg. 47-53; Id., L’empire chrétien cit., pagg. 294-300. Grande sviluppo dovevano pertanto avere a quest’epoca le miniere private, anche di metalli preziosi: cenni se ne trovano per es. in Ambe., De Interpoli. lob. Ili, 22, De Cain I. 21, Exhort. Virg. 9, De Eab. 16 ; Zeno Vee., L I, Tr. X de av. II, 2; cfr. in generale J. B. Mispoulet, Le régime des mines à l’époque romaine et au Moyen Âge, d’après les Tables d'Aljustrel, Nouv. Rev. Hist, de droit fr. et étr. XXXV (1907), pagg. 345-391 e 491-537; O. Davies, Roman Mines in Europe, Oxford 1935, pagg. 63-75. Da tutta la serie delle testimonianze testé citate, si ricava comunque l’im¬ pressione complessiva che, nell’Italia Settentrionale, molte riserve auree gia¬ cessero immobili e infeconde, anche se una parte doveva senza dubbio alimen¬ tare il commercio delle derrate agricole (cfr. pagg. 96 sgg.) ; Ambrogio, consi¬ gliando di trasfondere aurum in pauperes, sottolineava appunto l’aspetto tipi¬ camente improduttivo di tali ricchezze (per una bibliografia sul pensiero am¬ brosiano a proposito della ricchezza, cfr. pag. 186, n. 584). Nei contemporanei Padri orientali, invece, prevale una diversa figura di «avaro» e fenerator: co¬ lui che, nei confronti delle proprie scorte auree, si comporta come il contadino, che sempre attinge nuova semente all 'acervum del proprio frumento, per farlo fruttare (cfr. Gbaeg. Nyss., Κατά των τοκιζόντων, P.G. 46, col. 437: μιμείται τούς γεωργούς τούς άπο των σωρών άεΐ σπέρματα αίτοΰντας... ),e, pur essendo ricchissimo, si trova quasi sempre a non disporre di denaro liquido, bensì di ricevute (Id., Ibid. : βλέπεις γοΰν τύν πλούσιον καί πολύχρυσον πολλάκις μηδέ έν νόμισμα έχοντα έπί της οικίας, άλλ’ έν χάρταις τάς έλπίδας, έν όμολογίαις τήν ύπόστασιν... ). 627 Cfr. Concilio di Elvira (305 d. C.), c. 20 (Mansi, o. c., II, col. 9) ; concilio di Arles (314), c. 12 (Mansi II, col. 472) ; concilio di Nicea (325), c. 17 (Mansi II, col. 675); concilio di Laodicea (di datazione discussa: cfr. v. «Laodicée» [E. Amann], Diet, de Théol. Cath. 16, coll. 2611-2615), c. 4 (Mansi II, col. 565): 1° concilio di Cartagine (349), c. 13 (Mansi III, col. 149); concilio di Ippona (393), c. 22 (Mansi III, col. 922); 2° concilio d’Arles (fra il 441 e il 452), c. 14 (Mansi VII, col. 880) ; concilio di Orléans (538), c. 27 (Mansi IX, col. 1879); etc.
L’età ambrosiana 201 particolarmente sul fatto che il dives fenerator « sfruttava » il pauper per impinguare le sue ricchezze, spesso ricercandone egli stesso l’occasione: non si parla, appunto, di investimento pro¬ duttivo da parte del debitore, in quanto il creditore medesimo sembra già in partenza convinto circa l’esito negativo del suo prestito, e calcola soprattutto sulla possibilità di rivalersi con i beni ipotecati, siano essi vasellame prezioso, vesti, servi o — ciò che più conta — terre. Non è dunque che Ambrogio — né, a mag¬ gior ragione, Basilio o Gregorio Nisseno — neghino in generale la possibilità di un buon esito agli investimenti di ricchezza nel¬ l’agricoltura o nei commerci ; essi escludono bensì la probabilità di successo a intraprese del genere, qualora chi le affronti non possieda grandi capitali e beni in proprio (i Padri orientali sem¬ brano tuttavia conoscere anche qualche eccezione a questa re¬ gola®28, e non paiono in tal caso condannare per principio la percezione di un interesse, come del resto lo stesso occidentale Agnello di Ravenna più tardi, in un caso del tutto analogo e2#). Ciò significa in sostanza che, per solito, l’investimento specula¬ tivo di carattere o agricolo, o commerciale, o agricolo-commer- ciale, poteva venire realizzato con successo (mancando una sufficiente garanzia di reddito immediato pari a quello di even¬ tuali interessi feneratizi, legalmente limitati al 12 %, ma in pra- * 9028 Cfr. sopra, pag. 195, n. 606 (testimonianza di Basilio a proposito dei mercanti di Alessandria) ; più tardi, Giovanni Mosco ricorda a sua volta il caso di un grande mercante (appartenente a una delle maggiori famiglie della città, già proprietaria di terre e riserve auree, per tradizione dedita anche alla mercatura), che riuscì a rimettersi in piedi dopo il fallimento grazie al dono (non però prestito, è il caso di notarlo) di 50 libbre d’oro da parte del Pa¬ triarca di Alessandria (cfr. pag. 107, n. 279) ; del resto, nel Pratum Spirituale è frequentissima la menzione di mercanti (di Tiro, di Costantinopoli, di Ales¬ sandria, etc.), imprigionati per fallimento e per debiti : cfr. ad es. Iohan. Mo- scus, Prat. Spir. 186, P.G. 87 (3), coll. 3061-3064; Ibid. 189, coll. 3067-3070; Ibid. 193, coll. 3071-3075 ; etc. ; cfr. pure Leontios Neap., Vita S. Iohan. Elem. 9, 28, etc., P.G. 93, coll. 1622-1623, 1641, etc. (VII see.), ove si menzionano a varie riprese prestiti di 2, 5, 10 libbre d’oro, da parte del Patriarca di Alessan¬ dria. a navicularii mercanti di grano, di vesti, etc., falliti per naufragio. 620 Cfr. Aon. Rav., Lib. Pont. Eccl. Rav. XVIII, De Sancto Neone 30, pagg. 293-295, cit. a pag. 463, n. 642 (riferentesi a circa la metà del see. Vili), dove si accenna senza riprovazione a un interesse del 33,3 %, per un fenus nauticum che aveva consentito a un mercante ravennate di realizzare lauti guadagni a Costantinopoli e in altri porti dell’Impero Bizantino.
202 Economia e società nell’«. Italia Annonaria » tica almeno doppi o tripli rispetto a tale cifra) soltanto dai grandi detentori stessi di beni mobiliari e immobiliari, alla cui accumu¬ lazione contribuiva lo sterile drenaggio delle risorse dei pauperes : « non costringere il povero a fare ciò che è proprio dei ricchi », ammoniva infatti Gregorio di Nissa a proposito del fenus nau- ticum630 ; e Basilio di Cesarea vedeva a sua volta la sorgente delle riserve auree del dives nell’esplicazione di una triplice attività: la produzione del frumento, del vino e della lana, la mercatura e il prestito del denaro®31. Già nelle pagine precedenti si è avuta pertanto occasione di illustrare quale fosse allora il carattere dei più importanti investimenti speculativi dei maiores possessores, nei distretti del¬ l’Italia Settentrionale maggiormente favoriti dalle condizioni naturali e dalle congiunture militari e politiche e32. * 681 * 683630 Cfr. pag. 194, n. 605. 681 Cfr. Bas., Είς τό £ητόν του κατά Λουκάν5, P.G. 31, col. 269: Ποίαν γάρ μηχανήν διά χρυσόν ού κινείς; Ό σίτος χρυσός σοι γίνεται, ό οίνος είς χρυσόν μεταπή- γνυται, τά Ιριά σοι άποχρυσοΰνται. Πασα έμπορία, πασα έπίνοια χρυσόν σοι προσάγει. Αύτός έαυτόν ό χρυσός άπογεννα πολυπλασιαζόμενος έν δανείσμασι... Nei secoli precedenti, la mercatura non veniva annoverata fra le sorgenti di .guadagno del possessor, e ricco era considerato chi, come diceva Seneca (Ep. IV, 41, 7) familiam formonsam habet et domum pulchram, multum seritt multum fenerat. 683 Cfr. pagg. 84 sgg. e passim. Nel IV, V e VI secolo, per lo meno in Occidente, le maggiori quantità di oro si ricavavano dal possesso fondiario e dalle speculazioni sui generi di prima necessità a questo collegate: significativa a questo proposito è YEp. VI, 8, 1-2, del 472, di Sidonio Apollinare, in cui egli raccomanda a Graecus, Vescovo di Marsiglia, un suo protetto che eser¬ citava la mercatura e versava in gravi difficoltà economiche, in quanto paupe¬ rem vitam sola mercandi actione sustentat; non illi est... cultura compendio... (dove il termine cultura è usato nel senso di «proventi deUa terra»); sui mercanti indebitati con la Chiesa al tempo di Gregorio il Grande, cfr. pag. 230 n. 73, e pagg. 311-312.
PARTE SECONDA DAI GOTI AI LONGOBARDI
Premessa. Istituendo un confronto tra la situazione dell’economia ita¬ lica nel IV e V secolo (quale si è venuta fin qui delineando) e quella del VI secolo d.C., al tempo della felicitas Italiae teode- riciana1 e del successivo collasso economico conseguente alla guerra gotica2 3 * * * * * * * Il, pur rendendoci conto dei mutamenti profondi intervenuti in questo campo nel corso di poco più di un secolo, siamo anche in grado di constatare in quale misura i vecchi 1 L’espressione è stata scelta da W. Ensslin quale titolo al capitolo Vili del suo lavoro su Teoderico il Grande (Theoderich der Grosse, München [1947], pagg. 244 sgg. : « Eine goldene Zeit, Felicitas Italiae »). 3 Sulle vicende e i problemi di questo periodo in generale, cfr. : F. Daiin, über Cassiodorus Variarum XII, Gesammelte kleine Schriften, Bausteine zweite Reihe, Berlin 1880; A. Gaudenzi, Sui rapporti tra ritalia e l’Impero d’Oriente fra gli anni 476 e 554, Bologna 1884 ; G. Can. Minasi, M.A. Cassiodoro Senatore, nato a Squillace in Calabria nel quinto secolo, Ricerche storico-critiche, Napoli 1895 (sulle epistole cassiodoriane riferentisi a carestie, cfr. in partie, pagg. 96 sgg.) ; Th. Mommsen, Ostgothische Studien, Gesammelte Schriften VI, Histo¬ rische Schriften III, Berlin 1910, pagg. 362-484 (= Neues Archiv der Gesellschaft für ältere deutsche Geschichtskunde XIV [1888-1889], pagg. 225-249 e 453-544); Th. Hodking, Theodoric the Goth, the Barbarian Campion of Qivilization, New York-London 1891 ; Id., Italy and her Invaders, Oxford 1892-1895 ; G. Pfeil- schifter, Der Ostgotenkönig Theoderich der Grosse und die katholische Kir¬ che, Münster 1896; L. Ginetti, Il Governo di Amalasunta e la Chiesa di Roma, Siena 1901 ; Gabotto, Storia dell’It. Occ. cit. ; L.M. Hartmann, Zur Wirtschafts¬ geschichte Italiens cit. ; Id., Geschichte Italiens im Mittelalter. I. Stuttgart- Gotha 19232; E. Mayer, Italienische Verfassungsgeschichte von der Gotenzeit bis zur Zunftherrschaft, 2 voll. Leipzig 1909; J. Sundwall, Abhandlungen zur Geschichte des ausgehenden Römertums, Helsingfors 1919; Bury, History of the Later Roman Empire cit. ; F. Lot - Ch. Pfister - F.L. Gansiiof, Histoire du Moyen Âge, I : Les destinées de l’Empire en Occident de 395 à 888, Paris 1928; H. Grisar, Roma alla fine del mondo antico secondo le fonti scritte e i monumenti, II, Roma 1930; G. B. Picotti, v. «Teodorico», E.L 33 [1937], pagg. 511-512; Romano-Solmi, Le dominazioni barbariche in Italia cit.; O. Ber- TOiriNi, Roma di fronte a Bisanzio e ai Longobardi, Bologna 1941; A. Solari, Il Rinnovamento dell’Impero Romano, Genova- Napoli- etc. 1943; Ensslin, ο. c. ; E. Stein, Histoire du Bas Empire, II (476-565), Paris-Bruxelles-Amsterdam 1949; Μ. V. Levtchenko, Byzance des origines à 1453, tr. fr.. Paris 1949.
206 Economia c società nell’« Italia Annonaria » problemi e gli antichi contrasti ancora si proponessero, sugge¬ riti da immutate esigenze economiche locali3. Le notizie che ci interessano, fornite nella maggior parte dalle Variae di Cassiodoro, si possono pertanto distinguere cro¬ nologicamente in tre gruppi: dal 507 al 511, dal 523 al 527 e dal 533 al 537 d.C. 4. * 3 *pagg. 59-112; J. J. Van Den Besselaar, Cassiodorus Senator, Haarlem 1949 (in olandese); A. A. Vasiliev, Justin the First, An Introduction to the Epoch of Justinian the Great, Harvard 1950; Id., History of the Byzantine Empire 324-1453, I, Madison 1952 (ultima ed. aggiornata) ; P. Lamma, Teoder rico, Brescia 1951 ; E. Sestan, Stato e Nazione nell’Alto Medioevo, Napoli 1952 ; A. Fanfani, Storia Economica, Dalla crisi dell’Impero Romano al principio del secolo XVIII, Milano 1956*; I Goti in Occidente, Problemi (III Setti¬ mana Int. di Studi sull’Alto Medioevo, 29 marzo-5 aprile 1955), Spoleto 1956; cfr. inoltre i tre articoli del Momigliano citt. a pag. 21, n. 23 (con la ricca bibliografia ivi cit.). 3 Sull’economia d’Italia nell’età gotica già esistono tre trattazioni specifi¬ che (è appena il caso di accennare al breve saggio di G. Salvioli, L’Italia agri¬ cola nelle lettere di Cassiodoro, Studi di Storia Napoletana in onore di M. Schipa, Napoli 1926, pagg. 1-4) ; quella di A. Punzi (L’Italia del VI secolo nelle «Variae» di Cassiodoro, L’Aquila 1927) consiste in un elenco — piuttosto su¬ perficiale ed acritico — dei vari passi cassiodoriani distribuiti per soggetto. Il recente lavoro di M. Lecce (La vita economica dell’Italia durante la domina¬ zione dei Goti nelle « Variae » di Cassiodoro, Economia e Storia, Riv. Ital. di St. Econ. e 8oc., Ili, [1956], fase. 4, pagg. 354-408) rappresenta a sua volta una diligente esposizione del contenuto economico delle Variae : ma l’Autore — che è un economista — non mostra eccessiva familiarità con i più specifici problemi della storia tardo-imperiale e proto-barbarica (il solo autore citato in proposito, per quanto fondamentale, è il Rostovzev, la cui indagine si arresta, com’è noto, alle soglie del IV secolo) ; di conseguenza, non è stato possibile al Lecce appro¬ fondire gli aspetti più significativi e controversi dell’epistolario cassiodoriano ; ed anche la sua elegante traduzione di molte lettere (egli dice per l’appunto di avere in preparazione la versione integrale della raccolta in lingua italiana) ha talora risentito non poco di tale lacuna informativa, dal punto di vista di una corretta interpretazione del contesto. Per quanto riguarda, infine, la parte relativa all’età gotica del lungo studio del De Robertis già citato, si vedano le eventuali riserve a pag. 22, n. 26. La presente sezione del nostro lavoro non è che un tentativo d’inserire l’epi¬ stolario cassiodoriano nella intricatissima problematica che la storia econo¬ mica di questi secoli presenta, tenendo conto non tanto di ciò che l’Autore pro¬ grammaticamente intende dire, nella sua veste ufficiale di portavoce governa¬ tivo (e su cui ogni riserva, nonché giustificata, è doverosa), bensì assumendo a valore documentario soprattutto quelle scarse notizie e realtà più concrete che è possibile enucleare quale presupposto scontato delle Variae, al di là di ogni ulteriore e tendenziosa manipolazione propagandistica. * Sulla cronologia delle Variae, cfr. in partie. Th. Hooking, The Letters
Dai Goti ai Longobardi 207 Le difficoltà dell’annona militare in Provenza tra il 508 E IL 511 E LE « COEMPTIONES » PRESSO I MERCANTI. 50S-511 : sono gli anni in cui il regno visigoto crolla, attac¬ cato in Gallia dai Franchi di Clodoveo ; Teoderico, pur simpatiz¬ zando con la stirpe sorella, nel 508 si vede costretto ad attaccare a sua volta il regno visigoto contro Franchi e Burgundi, per sottrarre ad essi una parte almeno del bottino e impedire che il loro dominio si estenda fino al Mediterraneo. Questa campagna teodericiana, coronata militarmente dal successo, ma che si andò tuttavia trascinando per ben quattro anni, era destinata a portare con sè i consueti problemi logistici di approvvigionamento per l’esercito ostrogoto in un paese che — benché sufficientemente florido in condizioni normali8 — non si dimostrava ora in grado di sostenere da solo l’intero onere dell’annona militare: ben presto, anzi, Teoderico si vide co¬ stretto a limitare la functio tributaria per la quarta indizione (1° settembre 510-29 agosto 511) a quella sola parte della Gallia gotica che non era stata direttamente toccata dalla guerra®. * 5 6of Cassiodorus, A Condensed Translation of the Variae Epistolae of Magnus Aurelius Cassiodorus Senator, London 1886; C. Tanzi, Studio sulla cronologia dei libri « Variarum » di Cassiodoro Senatore, Arch. Tr., n.s. XIII, fase. 1 (gen¬ naio 1887), pagg. 1-36; Cassiodori Senatoris Variae, ed. Th. Mommsen, M.G.H., A.A. XII, Berlin 1894. Tanto per la cronologia quanto per il testo il presente lavoro si è fondato sull’edizione mommseniana delle Variae : i rari passi in cui se ne è discostato sono stati segnalati di mano in mano (cfr. inoltre la tavola cronologica nella Nota Complementare I, pagg. 553 sgg.). 5 Cfr. Claudian., De Cons. Stil. II, vv. 391-396, cit. a pag. 130 n. 353, dove è fatta menzione del grano esportato a Roma dalla Provenza; cfr. pure Heit- land, o. c., LX: «Apollinaris Sidonius», pagg. 426-432. 6 Cfr. Cass., Var. Ili, 40 (510 d. C., prima del 1° settembre), Universis provincialibus in Galliis constitutis Theodoricus rex : ... Vobis itaque hostili feritate vastatis pro qualitate laesionis per indictionem quartam relaxatam agnoscite tributariam functionem, quia non gratulamur exigere, quod tristis no- scitur solutor offerre. Ita tamen ut de illis, quae constat intacta, exercituales iuventur expensae... Invalidus est siquidem ieiunus defensor... Cfr. pure Var. III, 42 (probabilmente databile alla fine di quello stesso 510: ... Nuper ... tusse- ramus, ut pars aliqua illaesa provinciae Gothis nostris alimonia reperta prae¬ staret...) e Var. III, 32 (510 d. C., prima dei 1° settembre), indirizzata al Vicarius Praefectorum della Gallia gotica Gemellus, con la quale l’imposta fon¬ diaria per la medesima IV indizione viene rimessa ai possessores di Arles parti¬ colarmente provati dalla guerra (si promette loro anche un’importazione di
208 Economia c società nell’« Italia Annonaria » Ma invalidità est... ieiunus defensor} commenta Cassiodoro* 7: assistiamo dunque agli sforzi, da parte deli-autorità statale, per venire incontro alla situazione gallica, convogliando verso i porti della Provenza il frumento di altre province. Ma quali? Fin dagli inizi dell’azione ostrogotica nella Provenza meri¬ dionale, i Bizantini avevano fatto incursioni devastatrici nel- YApulia e Calabria 8, con lo scopo evidente di sabotare l’approv- vigionamento gallico proprio nelle province alla Gallia più vi¬ cine per via marittima, e tradizionalmente fornitrici di species frumentariae%. In seguito a una aditio presentata a Teoderico victualia, non appena il tempo avesse consentito alle navi di rimettersi in mare: cfr. Var. Ili, 44, Universis possessoribus Arelatensibns Theodericus rex, datata dal Mommsen all’inverno 508-509, subito dopo la conquista da parte gota, ma più probabilmente collegabile a Var. Ili, 32 sopracit. e concepita a suo rincalzo, neU’inverno 510-511). Cfr. infine Var. IV, 26, Universis Massilia constitutis Theodericus rex, con la quale vengono concessi sgravii fiscali ai provinciali di Marsiglia (datata dal Mommsen al 508-511, questa epistola può con maggior precisione attribuirsi o al 508-509, vale a dire alla crisi che certo seguì alla occupazione armata della città da parte gota, oppure alla critica annata del 510-511). 7 Cfr. Cass., Var. Ili, 40 cit. Come dirà poco più tardi Procopio a pro¬ posito della guerra gotica, l’esito della guerra molto dipendeva dall’approvvi- gionamento (πολλή τις έπί ταϊς δαπάναις άπόκειται του πολέμου ροπή: Proc., De bell. Goth. IT, 23) ; e, a quei tempi, il problema delle vettovaglie (complicato dalle difficoltà dei trasporti e della conservazione delle derrate) era tale da su¬ bordinare a se la strategia e la condotta delle guerre. Proprio durante la campa¬ gna gotico-bizantina rassicurarsi favorevoli punti di appoggio e concentramento delle provvigioni fu spesso l’unico movente di assedi lunghissimi ; mentre città strategicamente di prim’ordine dovettero talora venire abbandonate soltanto perchè vettovagliabili con difficoltà (cfr. appunto Proc., De bell. Gotti., passim). 8 Cfr. Marc. Comes, Chron. pag. 97 (ad. a. 508): Romanus comes dome¬ sticorum et Rustichus comes scholariorum cum centum armatis navibus toti- denique dromonibus octo milia militum armatorum secum ferentibus ad deva¬ standa Italiae litora processerunt et usque ad Tarentum antiquissimam civita¬ tem adgressi sunt... I Bizantini simpatizzavano con i Franchi e — almeno teo¬ ricamente — si trovavano allora in un ininterrotto stato di guerra nei con¬ fronti degli Ostrogoti fin dal 505, aUorchè il Comes Pitzia era intervenuto in aiuto di Mundus, sconfiggendo alla Morava il Magister Militum per Illyricum bizantino Sabinianus: cfr. Stein, o. c. II, pagg. 145-146. ® Sull’esportazione (pare non occasionale) di frumento apulo e calabrese fino a Burgum sulla Gironda nel V see., cfr. Sid. Apoll., Carni. XXII, vv. 171- 173, cit. più avanti a pag. 264, n. 163. I distretti per eccellenza agricoli dell9Apulia e della Calabria (che sin dai tempi di Augusto avevano sempre costituito un’unica circoscrizione ammini¬ strativa: cfr. A. Bouché-Leclercq, Manuel des Institutions Romaines, Paris
Dai Doti ai Longobardi 209 dai conductores delle proprietà del patrimonio regio in Apulia, ne era derivata pertanto la sottrazione, dalla integra- praestatio arretrata dell’indizione prima (1° settembre 507-29 agosto 508), di una somma proporzionale al danno subito 10 ; da questa epi- 1886, pagg. 191-194) avevano conosciuto un lungo periodo di squallore e di abbandono a partire dagli ultimi tempi della Repubblica, da quando, cioè, ì tributi di frumento importati in Italia dalle province transmarine avevano cominciato a indebolire l’incentivo alla produzione locale, che doveva invece lottare contro non indifferenti difficoltà d’ordine fisico e ambientale (siccità, ma¬ laria, etc. ; Cicerone, al tempo suo, parlava delV Apulia come inanissima pars Italiae [Ad Att. Vili, 3] e ricordava la Sipontina siccitas e i Salapinarum pestilentiae fines [De lege agr. II, 27, 71] ; cfr. inoltre Sirago, o. c. pag. 15). Nei secoli più tardi, in relazione con la crescente aleatorietà delle importa¬ zioni frumentarie dall’Africa e dall’Egitto, sembra di poter constatare in¬ vece una certa ripresa delle colture cerealicole in parecchie province italiche (per una analisi delle testimonianze relative all 'Apulia e Calabria, della loro portata e dei loro limiti, cfr. pagg. 152-154). Un curioso e poco noto passo di Pao¬ lino da Nola ricorda pertanto, tra la fine del IV e l’inizio del V secolo, un’emi¬ grazione di contadini verso 1’Apulia dalle regioni circonvicine: agricolae qui¬ dam de nostris (= Campanis) longius oris / Apula trans urbem Beneventum rura colentes... {Carni. XX, vv. 312-313, pag. 153). Tale processo dovette poi intensificarsi soprattutto dopo che i Vandali di Genserico si impadronirono delle province d’Africa e Mauretania (429-439 d. C. : cfr. Lot, La fin du monde antique cit., pagg. 240 e 282; sul frumento che Roma ancora importava dal¬ l’Africa ai tempi di Rutilio Namaziano, cfr. Rut. Nam., De Red. Suo I, vv. 147-154). Nella seconda metà appunto del Y secolo Sidonio Anollinare accenna probabilmente a un’importazione di grano a Roma dalla Calabria, in occasione di una crisi annonaria (Ep. I, 10, 2, del 468 d. C.). 10 Cfr. Cass., Var. I, 16 (508, dopo il 1° settembre), Iuliano corniti patri¬ moni Theodericus rex: ... pietatis nostrae remedio surgant qui fortunae suae acerbitate corruerant. Dudum siquidem conductores Apuli (cioè gli affittuari delle proprietà imperiali in Apulia, come possiamo dedurre dal fatto che l’epi¬ stola è diretta al Comes Patrimonii ; l’intera Sicilia e la Dalmazia, dopo la ri¬ conquista di Odoacre, non furono reintegrate nella Prefettura d’Italia, e, ve¬ nendo considerate quale proprietà privata del re, furono affidate al Comes pa¬ trimonii: cfr. Stein, o. c. II, pag. 51) deplorata nobis aditione conquesti sunt frumenta sibi inimicorum subreptionibus concremata, postulantes ne cogantur ad integram praestationem, quibus commerciorum sunt commoda deminuta. ... Et ideo hanc causam sublimitatem tuam iubemus diligenter inquirere ut, quantum eos minus vendidisse constiterit, de reliquis primae indictionis habita moderatione detrahatis... Con il termine praestatio si intende probabilmente tanto il canone dovuto allo Stato dai conductores a titolo di affitto, quanto i ver¬ samenti fiscali (i fundi patrimoniales pagavano infatti regolarmente la tassa fondiaria, e solo in qualche occasione godettero dell’esonero dai munera sordida et extra or dinaria: cfr. pag. 43). Entrambe le riscossioni avvenivano infatti qua¬ drimestralmente e. lier la cosiddetta « unificazione degli oneri fondiari » (per l i. L. Ruggì xi
210 Economia e società nell'« Italia Annonaria » stola risulta che la pernio dovuta dai eonductores delle terre fiscali allo Stato veniva allora corrisposta in denaro, che essi guadagnavano principalmente vendendo sul mercato le derrate frumentarie di loro produzione (e fra gli acquirenti poteva even¬ tualmente esserci anche lo Stato, mediante coemptiones) u. * 11cui cfr. R. His. Die Domänen der römischen Kaiserzeit, Leipzig 1886, pag. 104), il canone veniva computato neirimposta, formando con essa un tutto, partico¬ larmente sulle terre fiscali a condizione ereditaria (cfr. Cicogna, Dei possedi¬ menti denominati « saltus » cit., pagg. 67-68 ; A. Segrè, An Essay on the Nature of Real Property, New York 1943, pagg. 119 sgg.) ; il canone stesso tendeva dunque ad acquistare il carattere di imposta fondiaria. Il sistema del grande affìtto a capitalisti imprenditori — che generalmente aveva incontrato scarsa fortuna in Italia — con l’andare del tempo sembra avesse trovato una certa diffusione nelle province meridionali, dove Cassio- doro ricorda più di una volta questi cpnductores, spesso prepotenti e renitenti alle esigenze del fisco quanto i più influenti fra i possessores: cfr. Cass., Var. Il, 24; II, 25; I, 16; Y, 6-7; etc. (vd. inoltre pagg. 134 n. 366, e 301-302); sui conductores di un grande patrimonio siculo privato (non ecclesiastico, come afferma invece il Beaudoin, o. c., pagg. 673 sgg.), verso la metà del V secolo, cfr. Marini 73 = Tjäder P. 1 cit. a pagg. 558-560). Il fatto è pertanto da met¬ tere in relazione con resistenza, in queste ultime regioni, di latifondi contigui (massae; nell’Italia Settentrionale, invece, il latifondo si formò generalmente attraverso un secolare processo di aggregazione e concentrazione di fondi, che rese di solito impossibile la contiguità territoriale). Accanto alle massae senato¬ riali, una parte importantissima avevano i demani imperiali e i patrimoni eccle¬ siastici (sui quali, però, predominavano di solito gli enfiteuti, anziché i condu¬ ctores comunemente detti : vd. pagg. 241 sgg.) ; sulle proprietà della domus divina in Apulia, Lucania, Bruttii, cfr. ad es. Cass., Var. I, 16; Y, 6-7; XII. 5; etc.; sull’estensione, in epoca tarda, delle terre demaniali in Italia e particolarmente nelle province meridionali, attraverso le notizie fornite dalla N.D.O., il mate¬ riale epigrafico, le leggi dei Codici, il Liier Pontificalis ed altre fonti ecclesia¬ stiche, cfr., oltre all’inventario di O. Hirschfeld, Untersuchungen auf dem Ge¬ biete der römischen Verwaltungsgeschichte, Berlin 1877, pagg. 24-26, la bibliogr. cit. a pag. 228, n. 71). 11 Cfr. H. Geiss, Geld- und naturalwirtschaftliche Erscheinungsformen im staatlichen Aufbau Italiens während der Gotenzeit, Stuttgart 1931 (Beiheft 27 zur Vierteljahrschrift für sozial- und Wirtschaftsgeschichte), passim e pagg. 11- 43 (per chi si occupi del fenomeno della coemptio nel Tardo Impero e in epoca gotica questo studio del Geiss è d’importanza fondamentale) ; cfr. inoltre Mickwitz, Geld und Wirtschaft cit., passim ; Ensslin, Theod. der Grosse cit., pagg. 207 e 249; Stein, o. c. II, pagg. 198-203, 211, 440, 516, 614, 763, 765. La coemptio, che nel IV secolo era stata fonte di sollemnia lucra da parte dei milites e delle autorità prefettizie e presidali. speculanti sulla differenza (interpretium) fra l’alto prezzo di aderazione (adaeratio era per l’appunto la corresponsione in denaro di una prestazione in natura) e il basso tasso di requisizione (o coemptio) delle derrate (per cui cfr. soprattutto Mazzarino,
Dai Goti ai Longobardi 211 Sono da riferire per l’appunto alle medesime circostanze anche i provvedimenti di quegli anni intesi a limitare e a disci¬ plinare nella provincia dell’Apulia, et Calabria (odierna Pu¬ glia * 12) la prassi della coemptio (vale a dire della fornitura di derrate alimentari a prezzo di calmiere, imposta dallo Stato ai contribuenti per soddisfare tanto alle esigenze dell’annona, or¬ mai quasi ovunque aderata, quanto a supplementari prestazioni che si rendessero necessarie) : ... Urbis itaque Sipontinae (= Siponto, città deWApulia presso il Gargano) negotiatores hostium se asserunt depopula¬ tione vastatos: et quia egentium levamina nostras potius divitias aestimamus, illustris magnificentia vestra per hoc iuge biennium nuncupatos nulla faciat coemptione vexari. Sed quoniam lapsos relevasse nihil proficit, si onus aliud solutionis accedit, qui me¬ moratis negotiatoribus noscuntur mutuasse pecuniam, celsitudo tua> faciat ammoneri, ne in hoc biennii spatio quicquam de cre¬ dita summa existiment postulandum, quatenus sub induciis su- pradictis et datam possint reparare pecuniam et aliquatenus debitorum valeat respirare substantia...13. Evidentemente, date le distruzioni delle scorte e dei rac¬ colti operate dalle razzìe nemiche nell’estate del 508, era allora Aspetti soc. del IV sec. cit., cap. IV : « Adorazione e politica tributaria nel IV secolo », pagg. 169-216), subì nel corso del V e VI secolo una sensibile evo¬ luzione, finendo con l’assumere una figura giuridica totalmente differente da quella iniziale. Dal tempo di Giuliano in poi, infatti, la maggior parte dei provvedimenti imperiali intesi a eliminare gli abusi degli interpretia persegui¬ rono il conguaglio graduale, sulla base dei prezzi forensi, della adaeratio da una parte e della coemptio dall’altra (cfr. Geiss, o. o., pag. 18. n. 1), sicché quest’ultima — nella costituzione di Anastasio e. contemporaneamente, anche in Italia, con evoluzione pressoché parallela — arrivò a non rappresentare più che una specie di normale tassa in natura per le regioni in cui veniva percepita (anche se la legislazione continuava teoricamente a considerarla una libera emptio-venditio). Verso la fine del VII secolo la coemptio (o publica comparatio, ο συνωνή) nell’Impero Bizantino si trasformò in una imposta fondiaria vera e propria, che si sostituì — assieme con la capitatio — alla annona dei secoli pre¬ cedenti (così Stein, o. c., II, pag. 200). 12 Cfr. Cary, The Geographic Background cit.. pagg. 140-142. 13 Cass., Var. II, 38, Fausto ppo. Theodericus rc.r; l’epistola è datata dal Mommsen al 507-511, ma si può forse arrischiare ad attribuirla più esattamente all’indizione II (autunno 508 - estate 509), ritenendo che la hostium depopula¬ tione cui essa accenna sia la medesima razzìa bizantina dell’estate del 508, di cui parla Marcellinus Comes (cfr. pag. 208, n. 8).
212 Economìa e società nell’«. Italia Annonaria » assai arduo trovare frumento sul mercato locale; e i negotia¬ tores di Siponto, per fornire le derrate di coemptio nella misura pattuita, avrebbero dovuto farle venire, con grande dispendio, da regioni più o meno lontane. Ma, come ci informa la lettera stessa, già i mercanti sipontini versavano in grandi difficoltà, non sapendo come pagare i mutui in cui sperano impegnati per racquieto del frumento poi andato distrutto ; ed è pertanto evi¬ dente come, in tali condizioni, sarebbe riuscito ad essi impos¬ sibile procurarsi nuovi capitali, da impegnare nella compera di ulteriori partite di cereali. Lo Stato perciò — come già l’au¬ torità imperiale in Oriente in circostanze analoghe — preferì rinunciare senz’altro all’imposizione delle coemptiones 14. Il secondo provvedimento teodericiano relativo alla coem¬ ptio in Apulia et Calabria, invece, sembra riferirsi piuttosto a difficoltà causate ai negotiatores dal modo con cui Yofficium del Prefetto esigeva da essi la riconversione in natura dell’annona aderata : ... illustrem magnificentiam tuam, negotiatorum Apuliae sive Calabriae supplicatione permoti, duximus instruendam, ut frumenta15, quae per supra dictos negotiatores publico compa¬ rantur, non iterum ab eisdem interpretii nomine solidorum quan¬ titas exigatur. Nam si coemptam speciem expensis publicis necessariam non habetis, ab officio vestro suscepta modiatio fideliter distrahatur: eventum rei ratio fiscalis habitura, quae iniuste videtur imposuisse quod respuit. Nimis enim iniquum est, ut ille patiatur dispendium, qui imperium fecit alienum. Pari condicione censentes de sextario quoque, quem negotiator 14 Cfr. Stein, o. c. II, pagg. 202-203. Su analoghe, ancora più gravi spe¬ culazioni nella Pars Orientis dell’Impero, soprattutto al tempo di Giustiniano e del suo Prefetto del Pretorio Giovanni di Cappadocia, cfr. Proc., Anecd. 23, 11-14; Lydus, De Mag. Ili, 69-70: Geiss, o. c., pagg. 25-26; Stein, o. c. II, pagg. 439-441 e 516 (Giovanni l’Africano, tra il 557 e il 560, imponeva addi¬ rittura coemptiones di generi che già sapeva non posseduti, per esigerne poi un riscatto in denaro a prezzi altissimi ; qualcosa di analogo avverrà per es. nei Bruzii, al tempo di Vitige: cfr. pag. 318: a noi sembra addirittura assurda questa aderazione della coemptio, che avrebbe per l’appunto dovuto rappre¬ sentare la riconversione in natura di un’imposta già aderata!). 15 Frumenta sta qui certamente per propter frumenta o qualche cosa di simile, come già notava il Mommsen nella sua edizione delle Variae (ad loc. cit.).
Dai Goti ai Longobardi 213 eius provinciae videtur inferre, ne quis audeat damnata semper pretia protervus exigere16. Et ut validius retundamus excessus, poenam triginta librarum auri sedis vestrae praefectis imponi¬ mus, si quis contra haec saluberrima constituta ausu temerario venire temptaveHt. Officium vero decem librarum auri dispendio se noverit esse feriendum, si inhibita$ praesumpserit exsequi iussiones. In illa quoque parte fessis clementia nostra se porri¬ git, ut, si pensionem huius tituli siliquatario praestat, mono¬ polium quoque negotiator exerceat17 *. Si vero siliquatarius hunc titulum negotiatoribus iudicat abrogandum, nullam ab eis exigat pensionem, quia satis absurdum est, ut affligatur damnis, qui commoda sua non habet actionis. In aurariis denique priscus ordo servetur et ad eos tantum functio ipsa respiciat, quos huic titulo servire .voluit antiquita tis auctoritas1S. Quapropter beneficia no¬ stra erga negotiatores, qui vestris titulis necessarii comproban¬ tur, omnimodis facite custodiri, ne genus hominum, quod vivit lucris, ad necem possit pervenire dispendiis 19. 16 Vale a dire la soprattassa di 1/16 per modio (6,5 %), esatta sulle forniture a titolo d’indennizzo (cfr. sotto, pagg. 257-258). Sembra tuttavia che il suo ammontare effettivo superasse di gran lunga detta percentuale, oscillando dai 2 ai 9 sestarii per modio (12,5 % - 56,5 %): cfr. sotto, pag. 217. 17 II siliquaticum (introdotto per la prima volta nella Pars Occidentis da Teodosio e Valentiniano per aumentare gli introiti delle esaurite finanze sta¬ tali) consisteva in una leggera tassa sulle compra-vendite, ammontante a una siliqua per solido (=1/24 di solido) sul prezzo della merce (=4,1/6%, in luogo dei tradizionale 1 %), pagata metà dal venditore e metà dall’acquirente (cfr. Nov. Val. XV, databile fra 1Ί1 settembre 444 e il 18 gennaio 445; G. Millet, L’octava, impôt sur les ventes dans le bas-empire, Mélanges G. Glotz, Paris 1932, II, pagg. 614-643 e partie. 629). Il monopolium era a sua volta una tassa tipica dei mercanti, che derivava dal privilegio di vendere in dati luoghi una data merce, oppure di esercitare una data industria (cfr. Lecce, art. cit., pag. 396). 1S Dato il contesto dell’epistola (dedicata da cima a fondo ai problemi dei mercanti) sembra alquanto improbabile l’interpretazione del termine aurarii nel senso di « orefici », adottata a proposito del passo citato tanto dal Porcel¬ lini, Lexicon Tot. Lat., v. « Aurarius », quanto dal Lecce (art. cit., pag. 396) ; sembra piuttosto che aurarii debbano essere coloro che pagano Vauraria pensio, vale a dire il crisargirio ( l’imposta più tipica dei mercanti, fin dai tempi del Basso Impero, per cui cfr. C. Tn. XIII tit. 1, de lustrali conlatione, passim) : vd. anche Hodking, The Letters cit., ad toc. cit. 19 Cass., Var. II, 26 (507-511), Fausto ppo. Theodericus rex; con ogni evidenza fra i negotiatores Apuli e Calabri vessati dalle coemptiones non vanno annoverati quelli di Siponto, che — probabilmente fin 'dall'autunno del 508 —
214 Economia e società nell·'« Italia Annonaria » Ciò che più importa notare nelle due epistole sopracitate è che, mentre di solito per realizzare la coemptio lo Stato ricorreva quasi esclusivamente ai proprietari terrieri (ciò che rendeva pos¬ sibile lo stretto rapporto fra coemptio e imposta agricola)20, in queste circostanze e in queste province appare invece predomi¬ nante la prassi di valersi del commercio privato quale interme¬ diario fra i singoli proprietari (o affittuari) produttori e gli organi burocratici deputati alla fornitura delle species. Precedentemente (491 d.C.) soltanto in Tracia, a differenza delle altre Diocesi, la coemptio era stata imposta non solo ai con¬ tribuenti dell’annona, ma anche ai mercanti: e Anastasio aveva addotto a sua giustificazione il fatto che le incursioni barbare in Illirico, diminuendo il numero dei contadini contribuenti (e, quindi, il rendimento dell’imposta, quivi esatta in natuna) ave¬ vano ormai reso indispensabili continue coemptiones extraprovin¬ ciali di derrate, per le truppe di stanza nella regione21 22. Nel 537-538, poi, ritroveremo anche in Istria analoghe forme di coemptio, praticate tam a negotiatoribus quam a possessori- bus 22 : ma pure qui, come in Tracia, le prestazioni si affianche¬ ranno semplicemente a quelle dei proprietari terrieri, benché sia da escludersi nel modo più assoluto una motivazione analoga a quella addotta da Anastasio per la Tracia23; è inoltre possibile che, nel caso specifico, si trattasse d’una prassi soltanto occasio¬ nale 24. Circa in questi medesimi anni, pertanto, sembra che anche erano stati esonerati per un biennio da questa prestazione (cfr. Var. II, 38 cit.). 30 Procopio, ad es., sembra conoscere soltanto la coemptio applicata alla proprietà fondiaria : cfr. Geiss, o. c., pag. 30 n. 2. 21 Cfr. C. I. X, 27, 2; Malal., pag. 394 B (ed. L. Dindorf, Bonn 1831, C.S.H.B.); Geiss, o. c.; pag. 33; Stein, o. c., II, pagg. 201-203; Lemerle, Esquisse pour une histoire agraire de Byzance cit., pag. 36. 22 Cass., Var. XII, 23, cit. più avanti a pag. 343, n. 395. 38 In epoca tardo-gotica l’Istria, nonché importare frumento, assieme con le Venezie ebbe spesso occasione di esportarne su scala discretamente vasta (cfr. Cass., Var. XII, 22, cit. a pagg. 342-343), e veniva ormai considerata l’abi¬ tuale granaio della Corte ravennate (quae non immerito dicitur Ravennae Cam¬ pania·, urbis regiae cella penaria: Cass., Far., XII, 22): ciò che non autorizza peraltro a ipostatizzare una chimerica floridezza della provincia, bensì solamente una situazione economica meno precaria rispetto ad altre province, e destinata perciò tanto ad attrarre l’attenzione del fisco, quanto a incoraggiare l’iniziativa del libero commercio. 24 Questo ha sostenuto ad es. il Geiss (o. e., pag. 33), basandosi però so¬ prattutto su fragili argomentazioni ex silentio.
Dai Goti ai Longobardi 215 a Ravenna le coemptiones per i consumi della Corte e delle mi¬ lizie si esercitassero a carico dei queruli negotiatores 25 ; e non è escluso ch’essi fossero gli stessi mercanti veneto-istriani (la cui provincia, allora particolarmente florida, per l’appunto veniva considerata Ravennae... cella penaria 20), presenti nella città per rifornirla di derrate. In Apulia et Calabria (come pure in Sicilia, lo vedremo piti avanti25 * 27 28) sappiamo comunque con certezza che in epoca teode- riciana la coemptio venne integralmente attuata presso i mer¬ canti; ed è pensabile che i possessores, i quali almeno dalla metà del V secolo pagavano in aderazione la loro imposta fon¬ diaria, fossero da parte loro ben lieti di sottostare a un titulus superindicticius per ogni millena 2f>, pur di venire esonerati dalle coemptiones e dalle relative liturgie (ovvero soprattasse) di tra¬ sporto29, che anche in passato avevano rappresentato per essi uno degli aspetti più gravosi delle prestazioni in natura30. L’onere della coemptio, che ora ricadeva interamente sulle spalle dei mercanti frumentari, ne cagionò tuttavia un indeboli¬ mento tale da indurre lo Stato — al quale, come abbiamo ve¬ duto, nel 507-511 essi rivolgevano i loro lamenti con particolare 25 Cfr. Cass., Var. XI. 11, cit. a pag. 321. 28 Cfr. Cass., Far., XII, 22, cit. più avanti. 27 Pag. 266. 28 Cfr. la successiva legislazione giustinianea, che consacra un ritorno alla prassi d’epoca teodericiana dopo la parentesi degli sconvolgimenti bellici, abrogando i provvedimenti degli ultimi sovrani goti: Sanct. Pragm. 26 (C.I. Nov. App. 7), 554 d. C., Ut per negotiatores coemptiones fiant: Super haec cognovimus, Calabriae vel Apuliae provinciae possessoribus pro coemptionibus non inferendis superindicticium titulum impositum esse pro unaquaque millena; unde coemptiones per negotiatores annis singulis exerceri, in praesenti vero negotiatoribus specierum coemptiones recusare temptantibus tam superindicti¬ cium titulum quam coemptionis onus provinciae possessoribus imminere; cum abunde mercatores sint, per quos possit exerceri coemptio, sancimus, magni¬ tudine tua haec examinante, si possible sit per negotiatores species comparatas inferri, collatores provinciae nullatenus praegravari, cum superindicticio titulo semel eis imposito coemptionis etiam onus inferre sit impossibile. 20 Per il modius maior in relazione alla coemptio, cfr. pag. 213, n. 16, e pagg. 238-261. 80 Cfr. in particolare C. Th. Vili, tit. 5 (De cursu publico), passim; sul- 1’obbligo, da parte dei contribuenti, di trasportare le imposte in natura fino ai singoli centri di raccolta, cfr. Seeck, Geschichte des Untergangs cit., II, 2, Stutt¬ gart 1921, pagg. 288 sgg. e 557 : cfr. inoltre avanti, pagg. 344-348.
210 Keonotaia e società nell'« Italia Annonaria » insistenza — a preoccuparsi di salvare dall’indebitamento e dal¬ l’estrema rovina questa categoria di contribuenti31, sulla quale si fondava allora interamente la colletta delle derrate fiscali32. Nella supplica dei negotiatores si constata per l’appunto che, al gravoso onere della prestazione in se stessa, si aggiun¬ gevano poi, a loro danno, varie specie di abusi da parte degli uffici governativi. Teoricamente, com’è noto, i prezzi di coemptio avrebbero do¬ vuto essere adeguati a quelli forensi (e la loro fissazione, in circostanze normali, era affidata al curator civitatis 33). In quan¬ to alle spese di trasporto, sembra provato che lo Stato corrispon¬ desse ai naucleri ( — navicularii), maritimi o prosecutores fru¬ mentorum (come di volta in volta essi vengono designati nelle Variae) un determinato aeris compendium per le loro evectiones, certamente mai superiore al 24 % del valore della merce fiscale trasportata, ma di solito presumibilmente assai più tenue34. Lo Stato riusciva però a rifondersi facilmente di questi compensi versati per il trasporto delle derrate, o abbassando il prezzo di coemptio 35, oppure esigendo l’applicazione del cosiddetto modius maior (modio maggiorato) nella riscossione delle species: e se in teoria questo aggravio (all’origine probabilmente concepito soltanto quale indennizzo per le perdite di peso durante il tra¬ sporto, per stagionatura e per manipolazione, ma poi passato via via a coprire anche rischi di altro genere3e) avrebbe dovuto li- 81 * * 84 85 * * * * 9081 Ne... ad necem possit pervenire dispendiis : Var. II, 26 cit. Benché la questione non sia del tutto chiara, sembra che i mercatores non avessero allora avuto nessuna garanzia da parte del Governo, e fossero stati costretti a rea¬ lizzare le loro compere coatte in pura perdita (cfr. Geiss, o. c., pag. 32). 32 Qui... necessarii comprobantur : Var. II, 26. 88 Cfr. Cass., Var. VII, 12, Formula curatoris civitatis. 84 Cfr. pag. 344, n. 404. In pratica, è probabile che tali compensi venis¬ sero scalati dalle tasse proprie della categoria, che i mercanti dovevano pagare al fìsco (cfr. C.I. X, 27, 1; Stein, o. c., pag. 203). 85 Cfr. Cass., Var. XII, 22 (537-538), cit., a pagg. 342-343, dove si fa presente ai provinciales Histriae tenuti alla coemptio (sia possessores che negotiantes : cfr. Var. XII, 23 cit. a pag. 343, n. 395) che i prezzi sarebbero stati in quel¬ l’occasione particolarmente moderati nei loro confronti, in quanto lo Stato non era allora gravato dalle naulorum praebitiones. 90 Nel IV secolo, i susceptores dell’imposta in natura erano autorizzati a percepire un versamento supplementare dein % in aridis fructibus (cereali) e del 5 % per il vino e per il lardo, proporzionalmente alla esatta perdita di peso di tali derrate col trascorrere del tempo (cfr. C. Tu. XII, 6, 15 del 369, cit, a
217 Dai Goti ai Longobardi mitaisi, in epoca gotica, a un sestario per modio (= 1/16 di modio, costituendo quindi un supplemento del 6,5 %), in pra¬ tica si sa che gli abusi in questo settore raggiungevano talvolta proporzioni incredibili (il modius maior richiesto poteva essere anche di 25 sestarii in luogo di 16, con un aggravio ben del 56 % * 37). Mentre, pertanto, nella normale prassi di esazione della coemptio presso i proprietari fondiari l’applicazione del modius maior risultava a tutto svantaggio dei possessores-produttori38, e ai mercanti padroni di navi non rimaneva che il vantaggio (grande o piccolo che fosse) di ricevere il compenso per il tra¬ sporto delle derrate, quando a un certo punto l’onere della coem¬ ptio passò ai negotiatores fu invece a costoro che, per la prima volta, venne richiesto il modio maggiorato con tutti i connessi abusi, come risulta appunto dalla lettera II, 26 testé citata (... de sextario quoque, quem negotiator eius provinciae videtur inferre, ne quis audeat damnata sempre pretia protervus exigere...). Per quanto, poi, rimanga estremamente oscura la relazione che allora intercorreva fra i prezzi fissati dallo Stato per l’ac¬ quisto delle derrate presso i negotiatores e quelli effettivamente versati da costoro ai vari proprietari-produttori, sembra comun¬ que assai discutibile l’affermazione del Geiss, che probabilmente i mercanti comprassero le forniture per conto dello Stato a una tariffa stabilita dagli uffici governativi competenti39 (essi, evi¬ dentemente, pagavano di tasca propria le derrate, come risulta dalle epistole II, 38 e IV, 7 40 ; e l’ammontare del prezzo totale doveva venir loro pagato all’atto della consegna soltanto nella misura in cui esso poteva eventualmente superare la auraria pag. 46. n. 97) ; è pertanto probabile che la consuetudine del modius maior risa¬ lisse per l’appunto a questo medesimo principio, estesosi col tempo a cautelare i perceptores contro altri rischi (di trasporto, di oscillazioni di mercato, etc.): esso si aggirava infatti consuetudinariamente intorno al 12,5 % ma poteva ar¬ rivare anche al 56 % e oltre (vd. pag. 258). 37 Cfr. pag. 258. 38 Cfr. Cass., Var. XII, 22, cit. a pagg. 341-342, e, più tardi, Graeg., Reg. Ep. I, 42 cit. a pag. 240-241. * Cfr. Geiss, o. c., pag. 31 ; l’interpretazione dell’Autore si fonda sulla espressione qui imperium fecit alienum della cit. Var. II, 26: ove, tuttavia, l’avere eseguito gli ordini governativi sembra riferirsi — nel contesto — non tanto ai « modi » dell’acquisto presso i produttori, quanto alla modiatio (vale a dire alla quantità) delle derrate fornite. 40 Var. II, 38, cit. a pag. 211, e Var. IV, 7, cit. a pag. 267,
218 Economia e società nell’a Italia Annonaria » pensio, dovuta dai mercanti allo Stato come contribuzione fiscale canonica 41 ). Ammettendo infatti l’ipotesi del Geiss, parrebbe al¬ lora logico che a lamentarsi dovessero essere ancora una volta i proprietari terrieri, sui quali avrebbe finito col ricadere tutto il danno di un calmiere certamente depressivo e artificiosamente fissato una volta per tutte, e non già i negotiatores, che ne sareb¬ bero usciti completamente indenni. Ma nulla, in Cassiodoro, auto¬ rizza a una interpretazione del genere ; e si sarebbe piuttosto in¬ dotti a credere che, per quanto li riguardava, i possessores soles¬ sero vendere liberamente le loro derrate sul mercato locale, dopo avere pagato in solidi allo Stato le loro contribuzioni fiscali ca¬ noniche42 43. È invece possibile che, circa un cinquantennio più tardi, i negotiatoì'es tendessero effettivamente a imporre ai pro¬ prietari il calmiere di Stato, in modo da far ricadere su di essi 41 Così, per lo meno, era stata regolata la coemptio per la Pars Orientis dell’Impero, nella costituzione di Anastasio già più volte citata. 43 II Geiss e lo Stein fanno risalire al tempo di Odoacre la generale appli¬ cazione delPaderazione nella riscossione, in Italia, delle annonae e del terzo delle rendite delle terre che non erano state effettivamente divise fra Romani e barbari (cfr. Geiss, o. c. pag. 7-10, e Stein, o. c. II, pagg. 42 e 199). Un documento del 445-446, riguardante le rendite annue del patrimonio siciliano del Praepositus Sacri Cubiculi Lauricius, ci informa invece che un certo fondo Anniana sive Myrtus, facente parte della proprietà negli anni precedenti al¬ l’indizione XII del 443-444, aveva corrisposto orzo e tritico per un valore di 75 solidi annui a un fiscus barbaricus (quod ante barbarico fisco praest(a- bantur)); detta prestazione, quando il documento venne redatto, o era stata abolita, o era stata aderata: cfr. TjXder, P. 1, vol. I pagg. 168-178 (= Marini 73), voi. Ili tavv. 1-3 (su questo papiro, vd. meglio avanti, pagg. 554-556). La frase quod ante barbarico fisco praestabantur è stata peraltro assai varia¬ mente intesa dagli studiosi : il Marini (ad. toc. cit.), notando che barbaricum equivaleva allora a barbaricum tempus, interpretava : « (prestazione) che si pagava al fisco prima delle guerre»; assai più verisimilmente, quasi tutti gli altri studiosi hanno invece ritenuto si trattasse di un fisco barbarico, vale a dire di una cassa destinata al mantenimento di milizie barbare, alla quale confluiva 1/3 delle rendite della res privata, per lo meno in Sicilia (tali truppe sarebbero state quelle dei Germani stanziati in Italia, Sarmatae Gentiles, Laeti Alamanni, Suebi, Taifali, etc.: cfr. H. Brunner, Zur Rechtsgeschichte der römischen und germanischen Urkunde, Berlin 1880, pag. 58; Mommsen, Ost. Studien V cit., pag. 440; Stein, o. c., II, pag. 42; W. Ensslin, Zur Verwaltung Siziliens vom Ende des weströmischen Reiches bis zum Beginn der Themenverfassung, Atti deU’VIII Congr. Int. dl St. Biz. I, « Studi Bizantini e Neoellenici » 7, Roma 1953, pagg. 355-364 e partie. 355; etc. Il Pace, invece (Arte e Civiltà cit., IV, pagg. 94-95), riferisce il termine barbaricus ai Vandali, e fonda su questa in¬
Dai Goti ai Longobardi 219 l’intero coemptionis onus: ed è forse in questo senso che va interpretata la legge 26 della Sanctio Pragmatica, ove Giusti¬ niano tenta di ritornare, in Apulia et Calabria, alla pratica teo- dericiana della coemptio.integrale presso i mercanti43. Comunque stiano le cose, è certo che la deliberazione gover¬ nativa di addossare la coemptio ai negotiatores, dopo essere stata probabilmente applicata per la prima volta in Apulia et Calabria nei primi anni del VI secolo (dal momento che le lettere II, 26 e 38 sopra citate già la presuppongono in atto), dovette poi essere ulteriormente riconfermata nel 554 d.C. da Giusti¬ niano : poiché nel frattempo, approfittando degli sconvolgimenti apportati dalla campagna gotico-bizantina, i mercanti erano riu¬ sciti in un modo o nell’altro a liberarsi dal peso delle coemptio¬ nes, addossandole ai proprietari terrieri d’ogni categoria, che però ancora pagavano il titulus superindicticius proprio per es¬ serne esonerati. L’Imperatore bizantino ingiunge pertanto (ma solo si possibile sit, ed è riserva alquanto significativa) che si ri¬ torni al sistema già applicato ai tempi del regno ostrogoto. Ma se al momento la misura potè anche dimostrarsi di qualche efficacia, vi è pure ragione di credere che dovette trattarsi di un successo passeggero: poiché già nel febbraio del 599 Gregorio Magno, scrivendo al curator sitonici Cyridanus44, lamentava che in quell’occasione la Chiesa, in qualità di proprietaria terriera con¬ tribuente, fosse costretta a procurare fuori stagione (e dunque a terpretazione la prova che la dominazione vandalica aveva avuto in Sicilia un carattere di legittimità burocraticamente organizzata. SulUaderazione delle funzioni tributarie in Italia al tempo di Giustiniano, cfr. ad es., Sanct. Pragm. 18 (C.I. Nov. App. 7), 554 d. C., Ne per compa¬ rationes specierum collatores graventur {collator era per eccellenza il pro¬ prietario fondiario) : ... Commerciis videlicet navium nullo modo prohibendis, ut... et collatores aurarias functiones ex abundantium specierum com¬ mercio infundere valeant... 48 Cfr. Sanct. Pragm. 26 (C.I. Nov. App. 7), dei 554 d. C., cit. a pag. 215, n. 28. 44 Sitonicum, parola di evidente derivazione greca, significava propria¬ mente horreum ; la sitonia o cura sitonici {munus consistente nell’acquisto mu¬ nicipale di derrate, tramite per l’appunto la coemptio) sin dalla fine del V se¬ colo era stata affidata dall’Imperatore Anastasio a officiales scelti dai Vescovi e dai primates {maiores possessores) locali: cfr. C. I. X, 27, 3 (491-505); J. Keil- A. Wilhelm, Monumenta Asiae Minoris Antiqua (Publications of the Am. Soc. for Arehaeol. Res. in Asia Minor) III (W. M. Calder), Manchester 1931, 197 A e 197 B. pagg. 123-127: Stein, o. c.. II. pag. 212,
220 Economìa e società nell’« Italia Annonaria » prezzo alto) forti quantità di frumento in specie, con suo ingente danno finanziario45. E un secolo più tardi, verso il 680 d.C., i patrimoni papali della Sicilia risulteranno ancora sottostare non 45 Cfr. Graeg., Reg. Ep. IX, 115, Cyridano (febbraio 599) : Gloriae vestrae dudum scripta suscepimus, in quibus indicastis sollicitudini vestrae serenissi¬ morum principum iussione curam sitonici fuisse mandatam atque praeceptum esse, ut omnis tritici quantitas, quae in horreis ecclesiae nostrae suscepta fuerat, vobis tradi per omnia debuisset, et scripsistis, ut hoc ipsum parari in specie faceremus. Quod quidem quia vestrum, cuius ad nos tanta quippe bona perlata sunt, non fuerit, novimus. At quamquam durum ac erat omnino difficile, ut res, quae nec servari nec eo tempore ad emendum poterat inveniri, in specie restitui peteretur, verumtamen ut exui ab huius rei sollicitudine valeremus, studii nostri fuit, etsi cum maiori omnino dispendio, frumenta ipsa, sicut voluistis, in specie facere praeparari. Post vero per latorem praesentium Eutychum virum magnifi¬ cum, qui se inlustrem praefecturium (= prafectura functum) esse memorat, aliam nobis epistolam transmisistis ut, quae summa eiusdem sitonici ab horrea¬ riis ecclesiae sit suscepta, prodi inter acta publica debuisset. Et ideo ne per occa¬ sionem ecclesiae quaedam cuiquam nasci excusatio potuisset, et quantitatem, sicut scripsistis, defensores ecclesiae prodiderunt et quae putaverunt utilia peteretur, verumtamen et exui ab huius rei sollicitudine valeremus, studii nostri non neglegat. Nam quicquid post hoc in praedicta sitonici specie damni conti¬ gerit, amplius iam ad ecclesiae dispendium sciatis nullo modo pertinere, quia nec habitatores civitatis istius, afflicti revera homines, ac praedicti (scii, hor¬ rearii vel defensores ecclesiae) sitonicum ipsum in suum se asserunt detrimen¬ tum posse suscipere. Haec igitur omnia gloHa vestra cognoscens ita de his quae sibi sunt commissa studeat cogitare, ut et utilitatem publicam faciat et huius oneris curae ecclesiae nostrae denuo ad gravamen pauperum non incumbant. Da questa lettera gregoriana risulta che il frumento fiscale, sulle pro¬ prietà della Chiesa, veniva allora susceptum (mediante coemptiones) dai condu¬ ctores facenti capo all’iifficio del rector (vd. avanti, pagg. 256 sgg.), e riposto negli horrea ecclesiae provinciali ed urbici assieme con quello di competenza fiscale. Esso era di norma destinato all’aUmentazione della capitale; ma poteva anche succedere (come nel caso presente) che lo Stato chiedesse d’improvviso, l>er altre sue insorte necessità, tutto o parte del grano che gli spettava, riti¬ randolo presso gli horrearii ecclesiastici dietro rilascio di cautiones. Se, però, la richiesta avveniva fuori stagione, quando le scorte erano già state parzial¬ mente devolute ai consueti consumi, riusciva assai gravoso per la Chiesa tro¬ vare ed acquistare a caro prezzo altre partite supplementari di derrate per soddisfare agli ordini del curator sitonici e dei serenissimi principes. Nel caso specifico, poiché si era soltanto nel mese di febbraio e la summa sitonici ri¬ chiesta era totale, la Chiesa eseguì regolarmente le consegne, ma notificò anche la quantità di frumento che le sarebbe stata indispensabile (... et quantitatem... defensores ecclesiae prodiderunt et quae putaverunt utilia petiverunt...)', il Papa stesso chiese inoltre a Ciridano che, per quell’anno, alla Chiesa venisse risparmiata qualsiasi altra preoccupazione relativa alla coemptio : dal momento che, con l’atto della consegna delle specie, essa ne declinava ormai completa-
221 Dai Goti ai Longobardi solo alla annonocapita, ma pure alla coemptio da parte dello Stato 4β. Il punto più oscuro sul quale anche il Geiss si accanisce, pur senza giungere a una risposta soddisfacente, rimane però sempre il motivo che a un certo punto indusse lo Stato a decretare in alcune province la mediazione del commercio privato nella prassi della coemptio. Allorché le due forme di coemptio si affiancano (come in Tracia o in Istria), si può pensare semplicemente che in circo¬ stanze d’eccezione lo Stato se ne valesse complementarmente, al fine di avere a sua disposizione tutte le derrate possibili, comprese quelle importate da altre province (per il consumo regionale o per una ulteriore esportazione) tramite i negozianti locali. Ma la spiegazione non può valere per Y Apulia, la Calabria o la Sicilia, dove si tratta di un puro e semplice passaggio dell’onere dai piccoli e grandi proprietari ai mercatores provinciali di derrate agricole. Parimenti inadeguata appare la tesi del Dopsch, secondo cui lo Stato, con tale misura, volle favorire sia l’agricoltura, sia il commercio * 46 47 : poiché, come abbiamo veduto, da una misura del genere i mercanti non potevano derivare che danno. Dire poi con il Geiss che la causa debba ricercarsi nel cam¬ biamento di direttive del Governo con il mutare dei governanti48 può mettere a fuoco una circostanza esteriormente anche determi¬ nante del fenomeno, ma finisce in ultima analisi con l’essere una tautologia, non chiarendo affatto la realtà storica più profonda che, a un certo punto, fece sentire la necessità di assumere questo mutamento di direttive. Cerchiamo dunque di esaminare più da vicino la situazione. mente la responsabilità (forse temeva che, in caso di naufragio o di altre per¬ dite durante il trasporto, le venissero poi domandate ulteriori derrate), e dal momento che nè gli horrearii, nè i defensoi'cs ecclesiae, nè gli habitatores di Roma amplius iam... sitonicum ipsum in siitim se asserunt detrimentum posse suscipere. 46 Cfr. Lib. Pont., Vita Iohannis V Papae, LXXXIIII (685-686 d. C.), pag. 366; Geiss, o. c., pag. 35. 47 Cfr. A. Dopsch, Wirtschaftliche und soziale Grundlagen der europäi¬ schen Kulturentwicklung aus der Zeit von Cäsar bis auf Karl den Grossen, Wien 1923-19242, II, pagg. 439 sgg. (= Economic and Social Foundations of European CiviUzation, London 1937, pagg. 340-342). " Cfr. Geiss, o. c., pag. 32.
222 Economia e società nell’«. Italia Annonaria » Identificazione parziale della categoria dei « mercatores » CON QUELLA DEI « POSSESSORES ». Chi sono questi negotiatores (come ripetutamente li designa Cassiodoro), che acquistano e trasportano frumento per conto dello Stato4®? Si tratta, senza possibilità di dubbio, di un gruppo sociale che vive precipuamente di scambi ®°, realizza le sue tran¬ sazioni e guadagni nei quadri dell’economia monetaria61 e paga agli scrinia prefettizi le imposte — dirette e indirette— dei mer¬ canti49 * 51 52 * * * * * 58. In altri luoghi Cassiodoro parla di navicularii63, nau¬ cleri6*, prosecutores frumentorum66, mercatores padroni di na- 49 Frumenta, quae per supra dictos negotiatores publico comparantur: Cass., Var. II, 26 cit. ; dove publico, più che « presso il pubblico » (come inter¬ preta lo Hodking, o. c., ad loc. cit.)t sembra significhi piuttosto « per conto del fisco », come altre volte in Cassiodoro (cfr. Var. V, 16 [525-526] : ... accepto pretio rationabili publico [= ad uso del fisco] cedat sua iura dominii... ; Var. V, 20 [526]: ...Non exquiratur aliquid a domino, quod postea publico [= a nome del fisco] non dicatur acceptum...) ; cfr. pure Graeg., Reg. Ep. I, 42, e pag. 241, n. 100; C.I. X, 27, 2; etc. 80 Oenus hominum, quod vivit lucris : Cass., Var. II, 26 cit. 51 Qui memoratis negotiatoribus noscuntur mutuasse pecuniam... etc.: Cass., Var. II, 38 cit. 02 Cfr. Cass., Var. II, 26 cit. (In illa quoque parte fessis clementia nostra se porrigit, ut, si pensionem huius tituli siliquatario praestat, monopolium quo- que negotiator exerceat. Si vero siliquatarius... etc.), dove si allude al wiono- polium (= imposta sul monopolio) e al siliquaticum (= tassa sulle compra- vendite). Più avanti, nella medesima epistola, viene fatto riferimento anche aWauraria pensio o crisargirio (In aurariis denique priscus ordo servetur... ; v<h indietro, pag. 213, nn. 17-18). Cfr. pure Cass., Var. II, 30 (507-511) Fausto ppo. Theodericus rex, con la qtréile la Chiesa Milanese, come già quella Raven¬ nate, viene autorizzata a eleggere unum ex negotiatoribus urbis suae per ese¬ guire le compere e le vendite pro expensis pauperum ; dette transazioni sareb¬ bero state esonerate eccezionalmente da ogni tassa (monopolium, siliquaticum e auraria pensio), salva in aliis negotiationibus commoditate publica, quae a b universo corpore consuevit inferri (è probabile che corpus, più che come termine tecnico, sia qui usato nel generico significato di universitas : vd. pag. 107, n. 277). 58 Cfr. Var. IV, 5 (510-511), cit. a pagg. 273-274: si tratta di navicularii della Campania, Lucania e Tuscia. 64 Cfr. Var. V, 35 (526), cit. a pagg. 291-292 : si tratta di naucleri spagnoli. Non sembra si possa cogliere in Cassiodoro alcuna differenza neiruso dei due ter¬ mini nauclerus e navicularius, quale crede invece di ravvisare il De Robertis (Il Corpus Naviculariorum cit.) nel linguaggio giuridico dei secoli IV-VI (dando al primo il significato più generale di « padrone di nave », ma con riferimento spe-
Dai Goti ai Longobardi 223 vi5β, tutti di volta in volta asserviti allo Stato, ma evidentemente anche esercitanti per loro conto acquisti di frumento nella pro¬ pria provincia per rivenderlo altrove, o viceversa: anche qui si tratta dunque del solito genus hominum quod vivit lucris, che paga le regolari tasse dei mercanti57. Se una distinzione si può fare, è probabilmente nel senso che — almeno nelle Variae — il termine negotiator si direbbe più comprensivo, designando tutti coloro che esercitano in misura sufficientemente considerevole mercimonia a scopo di lucro ; mentre tutte le altre espressioni sta¬ rebbero piuttosto a indicare quelli, fra codesti negotiatores, che possedevano navi e con esse solevano trasferire le proprie (ed eventualmente anche le altrui) merci da una regione all’alt ^a. Tutti costoro, in ogni caso, nel VI secolo appaiono in condizioni assai diverse da quelle dei grandi namcularii del IV secolo (pa¬ droni di navi e proprietari terrieri ragguardevolissimi al tempo stesso, riuniti in corporazioni che lo Stato aveva ereditariamente asservito alla functio in cambio di privilegi e di esenzioni fisca¬ li δ8). La loro situazione sembra avvicinarsi piuttosto a quella dei mercatores corporati del Basso Impero, i quali, pur essendo sog¬ getti a un certo controllo e a eventuali prestazioni straordinarie da parte dello Stato (in quanto esercitanti un’attività di pubblico interesse) avevano tuttavia goduto sempre d’un considerevole mar¬ gine di libertà d’azione. Durante le disordinate vicende del V secolo, infatti, l’effi¬ cienza dell’ingranaggio tributario ed il rigido sistema vincoli¬ stico dovevano essersi fortemente rilassati, di pari passo con il * 58ciale al mercante libero, in contrapposizione con quello addetto al servizio pub¬ blico). “ Cfr. Var. IV, 7 (509-510), cit. a pag. 267: si tratta di prosecutores sici¬ liani; cfr. C. Τη. XIII, 9, 4 (391), dove il termine prosecutor viene chiara¬ mente riferito ai namcularii. “ Cfr. Var. XII, 22 (537-538), cit. a pagg. 342-343: si tratta di peregrini presenti nei porti della Venetia et Histria per fare acquisti. 5T Cfr. Var. IV, 19 (510-531), cit. a pag. 275, dove si dichiara di esonerare eccezionalmente dal siliquaticum quei navicularii che si fossero recati a com¬ merciare liberamente le loro derrate nella Provenza afflitta dalla carestia. 58 Cfr. Waltzing, o. e., II, 3* parte, pagg. 103-113; vd. sopra, pag. 136, n. 371 ; l’onere della functio era collegato ereditariamente al patrimonio terriero dei navicularii corporati, che ne garantiva la solidità economica : cfr. G. Sa- vagnone, Le corporazioni-fondazioni, Bull. delVIst. di Dir. Rom. «Vittorio Scialo ja » n.s. XVIII-XIX (1956), pagg. 93-124.
224 Economia c società nell·'« Italia Annonaria » prevalere, suirindebolito potere imperiale, della classe senatoriale dei grandi proprietari terrieri (naturalmente interessati all’ap¬ plicazione di sempre più ampi privilegi, esenzioni, remissioni fi¬ scali), mentre nel contempo venivano meno alle pubbliche entrate i tributi di province un tempo floride, che gli eserciti imperiali erano costretti a poco a poco a evacuare. E se, da un lato, le peculiari caratteristiche dell’insediamento gotico in Italia dovet¬ tero, più tardi, certamente diminuire l’ammontare globale delle spese necessarie al mantenimento dell’esercito, è tuttavia proba¬ bile che ciò contribuisse soltanto in limitata misura a risolvere i problemi del provato bilancio. A Teoderico dunque, che, dopo tanti anni di sbandamenti politici ed economici, si sforzava pro¬ prio allora di restaurare un po’ di ordine nell’amministrazione statale, doveva proporsi con rinnovata urgenza la necessità di riorganizzare nella forma più semplice ed efficiente anche le coemptiones, divenute vieppiù necessarie ai consumi dell’esercito, della burocrazia e della plebe di Roma, nella misura in cui la tassazione era ormai quasi interamente aderata. È pertanto pro¬ babile che in queste condizioni lo Stato, nelle province d’Italia allora più note per la loro produzione frumentaria (quali, per l’appunto, VApulia et Calabria, la Sicilia e la Venetia et Histria) venisse a trovarsi di fronte a un ceto di negotiatores frumentarii spontaneamente precostituito — date le favorevoli circostanze — in una sorta di « organizzazione d’ammasso » delle derrate, in vista di libere esportazioni sui mercati più convenienti. Ed è logico e naturale che il Governo pensasse di utilizzare per le coemptiones questa organizzazione già pronta (che disponeva ad¬ dirittura anche dei mezzi di trasporto necessari), anziché rivol¬ gersi a produttori piccoli e grandi d’ogni categoria, tramite un laborioso e complesso sistema di esazioni dirette. Risulta tuttavia ancora un poco ambiguo il carattere di questa eccezionale coem¬ ptio (normalmente tanto collegata al possesso fondiario da evol¬ versi, più tardi, in una vera e propria imposta agricola), che in alcune province d’Italia viene per circa un secolo palleggiata fra proprietari e negotiatores. Ma a questo punto ci si potrebbe anche domandare in che modo le speculazioni e il commercio dei cereali su vasta scala — che nel IV secolo erano stati gestiti direttamente da un gruppo di proprietari terrieri e grandi affittuari (per lo più chiamati tali, benché organizzati in corpora che pagavano il crisargirio
Dai Goti ai Longobardi 225 dei mercanti, e distinti dai domini e affittuari qui innocenti in¬ dustria fructus domesticos suis possessionibus innatos simpli¬ citer vendunt, in quanto producevano e acquistavano derrate anche da altri proprietari in vista del commercio, hue ilhtcque discurrentes ed in exercitio tabernarum versantes 5tì) — nel corso di circa un secolo fossero divenuti monopolio esclusivo di una classe di negotiatores, che gli Autori moderni sogliono generalmente contrapporre di netto ai proprietari terrieri veri e propri. Ciò che invece colpisce, indagando sulla qualità di detti ne¬ gotiatores, è il fatto che essi sembrino talora diffìcilmente distin¬ guibili dai proprietari fondiari medesimi ed i loro homines (le fonti più diverse non accennano mai al fatto apertamente, ma paiono insistentemente presupporlo). Sono infatti negotiatores quelli che a Siponto hostium se asserunt depopulatione vasta¬ tos*°, al pari dei conductores apuli del patrimonio regio, che lamentano i frumenta sibi inimicorum subreptionibus concre¬ mata e i commerciorum commoda... deminuta * 60 61. E viene spon¬ taneo accostarli a quei domini provinciali (forse veneto-istria¬ ni62) che nel 527, come già al tempo di S. Ambrogio63, acqui¬ stano frumento su vasta scala dai mediocres possessores (tale contrapposizione fa pertanto supporre ch’essi appartengano alla categoria dei maiores), per poi rivenderlo a prezzo maggiorato, assieme con quello di produzione propria, sul libero mercato artificialmente sprovvisto di derrate64. Ma soprattutto il fatto che, nel nostro caso, gli scrinia prefettizi si mostrino talora in dubbio se considerarli mercanti o meno, e come tali esigere da essi le imposte e le prestazioni tipiche della categoria (al che 69 Cfr. indietro, pagg. 126 sgg. Lo stesso Editto di Diocleziano — che elen¬ cava prezzi unici per ogni articolo e derrata (anche agricola), senza stabilire distinzione alcuna fra un eventuale costo all’ingrosso alla sorgente di produ¬ zione e un costo di vendita più elevato presso i mercanti rivenditori ed espor¬ tatori — sembra suggerire che, nella maggioranza dei casi, i produttori stessi si incaricassero allora di smerciare ed esportare direttamente i vari tipi di merce. 60 Cass., Var. II, 38 cit. ei Cass., Var. I, 16 cit. 62 Cfr. avanti, pagg. 296 sgg. ω Cfr. indietro, pagg. 84 sgg. 94 Cfr. Cass., Var. IX, 5 (527 d. C.), Episcopis et honoratis Athalaricus rex, cit. a pagg. 309-310. 13. L. Ruggini
226 Economia e società nell’«. Italia Annonaria » il Governo reagisce appellandosi alla antiquitatis auctoritas, cioè alla precedente legislazione imperiale)β5, richiama per l’appunto quei rescritti del Codice Teodosiano che — in casi pa¬ rimenti controversi — alla fine del IV secolo dichiaravano tenuti al crisargirio (tassa della mercatura) tutti quei potior um ho¬ mines vel potiores ipsi (nel senso di « grandi proprietàri ») i quali pro mercimonio et substantia mercis... inter negotiatores sunt, nonché coloro che, ex rusticana plebe, in exercendis agris ingenitum iam pridem studium non retinet, sed mercandis di- strahendisque rebus institutum vitae et voluntatis inplictdtee. Non ha quindi senso, in queste età e in queste circostanze, opporre mercatores di specie agricole da una parte a proprietari terrieri dall’altra, quasi si trattasse di due categorie sempre nettamente distinte per interessi e per qualità dei componenti, trincerate entrambe ai poli d’una legislazione economica che, senza apparente giustificazione, avrebbe attribuito ora agli uni ora agli altri l’ingrato compito di rifornire direttamente in viveri l’esercito, l’Urbe e la Corte. Nelle province ove la situazione geografica e le congiunture storico-economiche del tempo favorirono un certo sviluppo del¬ l’agricoltura e l’afflusso di derrate anche da altre regioni circon¬ vicine in vista dell’esportazione, i negozianti dovevano spesso identificarsi con i grandi proprietari terrieri che acquistavano fru¬ mento presso i minores possessores a fini speculativi, esercitando una sorta di monopolio sul mercato cerealicolo 97 (è noto come in questi secoli i piccoli proprietari, particolarmente oberati da 05 Cfr. Cass., Var. II, 26 cit. : ... Si vero siliquatarius hunc titulum nego¬ tiatoribus iudicat abrogandum, nullam ab eis exigat pensionem... In aurariis demque priscus ordo servetur et ad eos tantum functio ipsa respiciat, quos huic titulo servire voluit antiquitatis auctoritas... (dove, nella menzione del priscus ordo e della antiquitatis auctoritas, sembra di poter vedere una diretta allu¬ sione alle leggi del Codice Teodosiano citate nella nota seguente). 00 Cfr. C. Τη. XIII, 1, 10 (374 d. C.) al Vicarius Italiae Italicus, cit. a pag. 128, e C. Τη. XIII, 1, 5 (364 d. C.) al ppoTltaliae Secundus, cit. a pag. 135. 07 Ciò avveniva per l'appunto in Apulia et Calabria (cfr. Var. II, 26 e 38 citt.), in Sicilia (cfr. Var. IV, 7r cit. a pag. 267) e nella Venetia et Histria (cfr. Var. XII, 23, cit., a pag. 343, n. 395). Ma ad es. nei Bruttii e nella Lucania (distretti scarsi di cereali e privi di porti sufficientemente attivi per lo sbocco dei prodotti dell’entroterra) furono sempre i proprietari terrieri a sottostare alla coemptio frumentaria (cfr. Var. XII, 5, cit. a pag. 319).
Dai Goti ai Longobardi 227 difficoltà finanziarie e fiscali, fossero portati a gravitare all’ombra dei potentiores, da cui ottenevano — pur rimettendoci talvolta proprietà e libertà effettiva — protezione e prestito di denaro®8). Nel VI secolo, come del resto già anche nel IV, la proprietà fon¬ diaria poteva infatti essere l’unica sorgente di qualche entità per i capitali investiti nei traffici, e anche l’unica garanzia sicura in eventuali mutui, contratti per disporre di ulteriori possibilità di investimento nell’acquisto di grosse partite di victualia ®9. Nel IV, V e VI secolo, pertanto, alcune leggi e fonti letterarie serbano me¬ moria di un più o meno abusivo patronato, ricercato talora dai negotiantes per eludere i loro doveri fiscali al riparo delle grandi proprietà private, ecclesiastiche e perfino della domus divina; patronato in tutto e per tutto simile a quello, ben altrimenti noto, di cui spesso fruivano gli agricoltori, i coloni e i possesso¬ res, latitantes sub umbra potentium* 70. Il fatto che questi mer¬ canti avessero (o ricercassero) la loro sede non in città, come ** Cfr. pagg. 25-29 e 449 sgg. Sui potenti villici delie proprietà pubbliche e private, che solevano concedere (e talora imporre) il loro patronato ai tenuiores, ai tempo di Teoderico, cfr. Cass., Var. V, 39, cit. a pag. 408, n. 522. w Sia Var. II, 38, cit. a pag. 211, che Var. IV, 5, cit. a pagg. 273-274 (l’una del 508-509, l’altra del 510-511), accennano a mutui contratti o contraibili dai negotiatores e navicularii italici per rifornirsi di partite di frumento su vasta scala; vd. inoltre sotto, n. 73. 70 Le leggi a noi note in questo senso sono tutte di pertinenza orientale (anche il patronato fra gli agricoltori, del resto, appare fenomeno prevalente¬ mente diffuso nella Pars Orientis dell’Impero : cfr. pag. 26, n. 37) : cfr. C. Th. XIII, 1, 5, del 364, cit. a pag. 135 (Negotiatores, si qui ad domum nostram pertinent, si modo mercandi videantur exercere sollertiam... ad necessitatem pensitationis adhibeas...); Ibid. XIII, 1, 15, del 386 (Si quis potentior negotia¬ torem quempiam, quominus aurum debitum inferat, contra fisci nostri commodi¬ tates putaverit defendendum, ipse defensor negotiatoris adseribtam ei quem defenderit summam cogatur expendere) ; Ibid. XIII, 1, 21, del 418 (Hemo mercator vel possessor rerum, quae lustralis auri conlationi tenentur obnoxiae, patrociniorum fiducia vel nomine cuiuslibet altissimae dignitatis a praedicta se functione aestimet subtrahendum, nec si ad domum dominae ac venerabilis Augustae Pulcheriae germanae nostrae seu nobilissimarum sororum pietatis no¬ strae pertineat ; suile domus divinae, designanti i vari patrimoni della casa im¬ periale, cfr. Stein, o. c., II, pag. 423). Vd. pure sopra, pagg. 133-135. Nel 591 Gregorio Magno, nella sua famosa lettera d’istruzione al rector del patrimonio siculo Pietro, accenna a sua volta a un certo negotiator Libe¬ ratus, qui se ecclesiae commendavit, qui habitat in massa Cinciana (Graeg., Reg. Ep. I, 42; vd. pure sotto, n. 73); sulla commendatio, o patronato, cfr. F. Schupfeb, Il diritto privato dei popoli germanici, con speciale riguardo al¬ l'Italia, I, Città di Castello 19142, pagg. 107 sgg.
Economia e società nell'« Italia Annonaria » 228 verrebbe naturalmente fatto d’immaginarsi, bensì sulle maggiori possessioni rurali — saltus imperiali, massae della Chiesa o prae¬ dia cuiuslibet altissimae dignitatis — si spiega senza dubbio eoi carattere di grande autonomia che competeva a tali proprietà, indipendenti dalla giurisdizione e dal controllo dei magistrati cittadini (ciò che, ovviamente, facilitava le evasioni fiscali di ogni genere)71 ; ma, soprattutto, esso appare altamente indicativo circa il carattere per eccellenza agricolo sia delle negotiationes * 41171 Con il termine tecnico di saltus o di massae, in questi secoli, venivano designate non proprietà qualsiasi di grande estensione, bensì solo quei praedia senatoriali, imperiali o ecclesiastici che, grazie a una loro particolare situazione giuridica, costituivano dei territori indipendenti da quelli delle civi¬ tates (quando, talora, le fonti tarde sembrano riferirli al territorium di una determinata città, pare si tratti soltanto di una designazione geografica). La bibliografìa sull’argomento è vastissima : cfr. principalmente Th. Mommsen, Decret des Commodus für den Saltus Burunitanus, Hermes XV (1880), pagg. 385- 411 e 478-480 (Nachtrag zu dem Decret des Commodus); Ch. Lécrivain, De agris publicis imperatoriisque ab Augusti tempore usque ad finem imperii Ro¬ mani, Paris 1887 ; Fustel De Coulanges, L’Alleu cit. ; R. Wiart, Le régime des terres du fisc au Bas-Empire, Thèse, Paris 1894; His, Die Domänen cit.; A. Schulten, Die römischen Grundherrschaften, Eine agrarhistorische Unter¬ suchung, Weimar 1896; Id., Die Lex Manciana, eine afrikanische Domänenord¬ nung, Berlin 1897 (estr. da Abhandlungen der königlichen Gesellschaft der Wissenschaften zu Göttingen, philol.-hist. Klasse, n.s. II, n. 3) ; J. Toutain, L’inscription d’Henchir Mettich, Un nouveau document sur la propriété agri¬ cole dans l’Afrique Romaine, Nouv. Rev. Hist, de Droit Fr. et Étr. 1897, pagg. 373-415; Beaudoin, Les grandes domaines dans l’Empire Romain cit., 1897 pagg. 543 sgg. e passim (messa a punto rispetto ai precedenti studi) ; M. Rostovzev, Kaiserliche Patrimonialverwaltung in Aegypten, Philologus LYII (1898), pagg. 564-577 ; Id., Das Patrimonium und die Ratio Thesaurorum, Röm. Mitt. XIII (1898), pagg. 108-123; Id., Geschichte der Staatspacht in der römischen Kaiserzeit bis Diokletian, Philologus, Suppl. IX (1904), pagg. 329-512; Id., Die Domänenpolizei in dem römischen Kaiserreiche, Philologus LXIV (1905), pagg. 297-307 ; P. Allard, Études d’histoire et d’archéologie, Paris 1899, pagg. 274-302 (IX: «Le domaine rural du Ve au IXe siècles», recensione a Fustel de Coulanges, L’Alleu cit., estr. da La Réforme sociale, Bull, de la Soc. et des Unions de la Paix Sociale) ; Salvioli, Sulla distrib. della propr. fond, in It. cit. ; Savagnone,* Le terre del fìsco nell’Impero Romano, Palermo 1900-1902 ; L. Mitteis, Zur Geschichte der Erbpacht im Alterthum, Abhandl. d. k. sächs. Gesellsch. d. Wissenschaften, philol.-hist. Klasse XX (1901), fase. 4, 66 pagg., e partie, pagg. 33 sgg. ; O. Hirschfeld, Der Grundbesitz der römischen Kaiser in den ersten drei Jahrhundenderten, Klio II (1902), pagg. 45-72 e 284-315; Id., Die kaiserlichen Verwaltungsbeamten bis auf Diocletian, Berlin 19052; P. S. Leicht, Studi sulla proprietà fondiaria nell’Alto Medio Evo, Verona 1907 :
Dai Goti ai Longobardi 221) sia degli homines che le esercitavano, alle spalle dei quali (ce lo rivelano le leggi dei Codici) i grandi conductores quasi domini del patrimonio imperiale dovevano rappresentare una parte di grande importanza. Da tutto ciò risulta dunque ancora più evidente come mai lo Stato — nella necessità di procurarsi forniture ed evectiones me¬ diante coemptio — si rivolgesse proprio alla categoria dei nego¬ tiatores (anziché ai singoli proprietari ed affittuari come tali) per semplificare la prassi di colletta e alleggerire il lavoro dei burocrati, delimitandone inoltre le possibilità di speculazioni ed abusi. Ê un trapasso di funzioni che si manifesta gradualmente e che, visto in questa luce, risulta del tutto naturale : al pari di quello che, proprio in questo torno di tempo, induce lo Stato a valersi sempre più spesso della Chiesa (la grande latifondista per eccellenza, accentratrice come tale di capitali e di funzioni a questi collegate) tanto per la colletta che per la ridistribuzione delle specie annonarie 72. La coemptio non perse quindi mai, in epoca gotica, il sostan¬ ziale carattere d’imposta agricola, che in età bizantina prevalse poi nella sua definizione ; e ciò spiega la facilità con cui in seguito essa ricadde a più riprese sui proprietari fondiari anche nella provincia dell’Apulia et Calabria·. Anche l’apparente contrapposi¬ zione di categoria fra negozianti e proprietari, che le fonti del tempo registrano a proposito della coemptio (palleggiata per oltre un cinquantennio fra negotiatores e possessores) va perciò più esattamente prospettata come una divergenza d’interessi — all’interno della stessa economia fondiaria — fra la massa gene- Cicogna, Dei possedimenti denominati « saltus » cit. ; J. Carcopino, L’inscription d’Aïn-el-Djemala, Contribution à l’histoire des saltus africains et du colonat partiaire, Mèi. d’arch. et d'hist. XXVI (1906), pagg. 365-481; G. P. Bognetti, Sulle origini dei comuni rurali del Medioevo (con speciali osservazioni pei terri¬ tori milanese e comasco), Studi nelle Scienze Giurid. e Soc.t Univ. di Pavia, X (1926), pagg. 131-216, e XI (1927), pagg. 51-221; B. Paradisi, Massaricium lus, Bologna 1937, pagg. 34-106; Bertolini, o. c., pagg. 264 sgg. ; G. Ostro- gorsky, Le grand domaine dans l’Empire Byzantin, « Le domaine », Recueils de la Soc. Jean Bodin 4, Bruxelles 1949, pagg. 35-50; G. Rouileard, Le vie rurale dans l’empire byzantin, Paris 1953; v. «Domänen» (E. Kornemann), P. W. Suppl. IV, coll. 227-268; etc. Vd. inoltre la bibliografia partie, riferentesi alla proprietà ecclesiastica (pag. 238, n. 98), al colonato (pag. 245, n. 112), al patronato (pag. 26, n. 37). 72 Cfr. avanti, pagg. 329-334.
230 Economia e società nell'« 1 talia Annonaria » rale dei proprietari d’ogni categoria, che dall’esenzione dalla coemptio non potevano derivare che vantaggio, e quella minoranza di latifondisti speculatori (padroni talora di navi a nome proprio, e collaboranti con naucleri in difficoltà ad essi commendati e legati da usure73, oppure operanti in diretto contatto con mer¬ catores extraprovinciali venuti da loro con le proprie navi), i 73 Le lettere di Gregorio Magno riferentisi alla trasmissione del frumento daUa Sicilia a Roma attestano che il grano di competenza fiscale doveva nor¬ malmente venire transmissum dagli horrea ecclesiastici siculi a quelli urbani a cura dello Stato (cfr. Graeg., Reg. Ep. I, 2, del sett. 590, a Iustinus Praetor Si¬ ciliae: De frumentis autem quae scribitis, longe aliter vir magnificus Citonatus asserit, quia solummodo tanta transmissa suntt quae pro transactae indictionis debito ad replendum sitonicum redderentur. De qua re curam gerite, quia si quid minus hic transmittitur non unus quilibet homo, sed cunctus simul populus trucidatur). Ma, sempre riferendosi all’annona urbis di quegli anni (590-591), Gregorio parla anche di navi della Chiesa a Roma (facenti servizio fra questa e la Sicilia) e di navi commendatae alla Chiesa in Sicilia (cfr. Graeg., Reg. Ep. I, 70, dell’agosto 591, al suddiacono Pietro, rector patrimonii in Sicilia: ...fru¬ menta... compara, et in ßicilia in locis, in quibus non pereantt repone, ut mense Februario illic naves quantas possumus dirigamus et eadem ad nos frumenta de¬ ferantur. Sed et si nos transmittere cessamus, ipse naves provide et ad nos... fru¬ menta transmitte ... Faves vero, quae commendatae sanctae ecclesiae semper fue¬ runt, in omnibus tuere, ad quod tibi etiam directae gloriosi viri Leonis exconsulis epistolae concurrunt). Nell’epistola gregoriana teste citata, inoltre, si consiglia al rector della Sicilia di « procurarsi » anche altre navi, se quelle inviate da Roma non fossero eventualmente bastate; e altre lettere papali ci mostrano per l’ap¬ punto i defensores ecclesiae (per cui cfr. Mayer, Italienische Verfassungs¬ geschichte cit. I, pagg. 225 e 275, II, pagg. 92-93; F. Martroye, Les «defensores ecclesiae» au Ve et Vie siècles, Rev. hist, de droit fr. et étr., s. IV, II [1923], pagg. 597-622) in rapporti di affari con mercanti padroni di navi, per lo più ebrei o siriani: cfr. ad es. Graeg., Reg. Ep. I, 42, del 591, al rector Siciliae Pe¬ trus, ove a un certo punto si accenna alla somma di 51 solidi, di cui pare che la Chiesa fosse allora debitrice a un certo Salpingus Iudaeus; Id., Ep. IV, 40, del 598, al defensor Panormitanus F antinus (o Faustinas), in cui si espon¬ gono le lamentele dell’ebreo Nostamnus per il mancato annullamento del chyro- graphum che ipotecava la sua nave e i suoi beni, dopo che il debito era stato estinto (da questa lettera risulta che Nostamnus aveva richiesto dei mutui an¬ che ad altre persone, oltre che all’amministrazione ecclesiastica panormitana) ; sulla presenza di ebrei e orientali tanto fra i possessores quanto fra i mercatores frumentoni, nelle province meridionali d’Italia, e la loro evoluzione qualitativa dal IV al VI secolo, cfr. Ruggini, Ebrei e Orientali cit., pagg. 236-241 ; vd. inoltre avanti, pagg. 311-312. Al tempo di Gregorio, si moltiplicano anche le testimo¬ nianze relative a negotiatores indebitati sia con la Chiesa che con altre persone, i quali non arrivano a soddisfare i debiti contratti, chiedono condoni parziali delle somme dovute, oppure si « commendano » alla Chiesa (cfr. ad es. Graeg.,
Dai Goti ai Longobardi 231 quali intendevano godere tutti i vantaggi delle loro funzioni ac¬ centratrici in campo economico, ma pretendevano, nel contempo, che non sulle loro spalle, bensì su quelle di ogni singolo proprie¬ tario e affittuario produttore anche modesto ricadesse una buona porzione delPonerosissima coemptio * 74 75. Contrapposizione, quindi, fra gli interessi più chiusi e stagnanti di tanti fundi, ove proprie¬ tari e conductores si sentivano garantiti producendo, con il mi¬ nimo dispendio, per il solo consumo privato o al massimo, in caso di saltuaria sovrabbondanza, per il più vicino mercato lo¬ cale, e la più ambiziosa economia di altre proprietà terriere, ancora sufficientemente vitali per convogliare la produzione pro¬ pria e altrui verso alcuni sbocchi redditizi del commercio extra¬ regionale. Nel criterio discriminativo per l’applicazione del ter¬ mine negotiator, pare che col tempo si fosse andato definendo come tale chiunque, mediante transactiones di varia natura, ten¬ desse per fine ultimo alla realizzazione di guadagni nei quadri delFeconomia monetaria, distinguendosi in tal modo da tutti co¬ loro che lavoravano o producevano in vista del semplice consu¬ mo 7δ. Reg. Ερ. IV, 43, del 594, al defensor Panormitanus Fantinus, che il Papa inca¬ rica di venire in aiuto, con 60 solidi, al mercante siro Cosmas, il quale non era in grado di pagare ai suoi creditori i 150 soUdi dovuti; Reg. Ep. IX, 108, del 599, nella quale il Papa incarica il suddiacono Gregorio, assieme con il Vescovo di Napoli, di intercedere presso il vir magnificus Felix, affinchè egli condoni 40 solidi di usurae al mercante Mauro, cui aveva dato merci per un valore di 400 solidi e che era ora in grado di restituirne soltanto 410, invece dei 450 dovuti in totale con Taccumularsi degli interessi; nella Epistola I, 42, del 591, al rector Pietro, Gregorio accenna poi a un certo negotiator Liberatus, qui se ecclesiae commendavit, qui habitat in massa Cinoiana (cfr. sopra n. 70). 74 L’equivoco insito nel termine negotiator sta nel fatto che, in conclusione, con esso le fonti designano di volta in volta tanto il grande capitalista (posses¬ sor), quanto i suoi homines o i padroni di navi che fungono da mediatori, quanto altra volta più modesti rustici, qtios ... mercandis distrahendisque rebus insti¬ tutum vitae et voluntatis inplicuit, come dice la legge del Codice Teodosiano più volte ricordata (C. Τη. XIII, 1, 10, del 374, cit. a pgg. 128). 75 Una legge di Onorio del 400 ai Proconsole d’Africa Pompeiano definiva infatti negotiatores (tenuti alla lustralis pensio) non solum ... hirqui probantur in territoriis sive in civitatibus exercere commercia, ... verum etiam, qui stu¬ dentes fenori crescentis in dies singulos pecuniae accessione laetantur (C. Th. XIII, 1, 18). L’attività feneratizia — a quest’epoca come già ai tempi deU’Im- pero — era pertanto prevalente nelle classi dei grandi proprietari terrieri : cfr. pagg. 190 sgg.
232 Economia e società nell'« Italia Annonaria » Sembra pertanto che il Governo goto, pur continuando a valersi della normale e più generale forma di coemptio presso i possessores d’ogni rango allorché si trattava di procurare derrate in loco alla Corte o agli eserciti in marcia, preferisse invece rivol¬ gersi alla sola categoria dei possessores-navicularii-negotiantcs quando alla publica comparatio si affiancava la necessità dei trasporti marittimi, in province ove l’alta produttività agricola aveva già spontaneamente favorito un’organizzazione di ammasso e di traffico delle derrate, come per es. nell ’Apulia et Calabria, in Sicilia, nella Venetia et Histria. Nel caso delYApulia et Calabria, tuttavia, proprio l’attribu¬ zione sistematica delle coemptiones ai negotiatores frumentarii, nel tempo stesso in cui veniva a consacrare ufficialmente il carat¬ tere di mercimonia di questi traffici dei possessores (sorgente, anche per il passato, di tante ambiguità terminologiche e fiscali nella legislazione imperiale), doveva pure in breve tempo segnare l’irrimediabile declino di tali commerci fioriti all’ombra della grande proprietà fondiaria, soprattutto allorché le ripetute in¬ cursioni da parte bizantina vennero ad aggiungere ulteriori rischi e gravissimi danni a occasioni di guadagno già in precedenza im¬ poveritesi di stimoli e di possibilità : finché a un certo punto lo Stato — in un momento non ben definito della seconda metà del VI secolo — vedendosi probabilmente sfuggire i negotiatores, che tornavano a occultarsi tra le file dei proprietari, ritenne più opportuno realizzare di nuovo la coemptio presso la categoria dei possessores in quanto tali, livellati ormai quasi ovunque da una generale aspirazione a produrre soltanto in vista delle proprie necessità e dei consumi interni alle loro aziende agricole. Abusi e speculazioni degli « scrinia » prefettizi nella prassi DELLA « COEMPTIO ». Come s’è già accennato, al peso della liturgia delle coem¬ ptiones in se stessa si aggiungevano poi, a danno della categoria dei mercanti-contribuenti, gli abusi da parte degli scrinia prefet¬ tizi. Ad essi è dedicata in particolare la citata epistola cassiodo- riana II, 267e; ed i modi con i quali tali prevaricazioni allora si *Cfr. pagg. 212-213.
Dai Goti ai Longobardi 233 concretarono danno, per così dire, la misura per interpretare il particolare stile economico del tempo. Nella lettera in questione Teoderico, comminando gravi multe in caso di inadempienza, vieta agli uffici dipendenti dal Prefetto del Pretorio Faustus77 di costringere i mercanti del- YApulia et Calabria al versamento, interpretii nomine, di una somma supplementare di solidi77 78, oltre al frumento fiscale in un primo tempo procurato mediante coemptiones nella quantità richiesta dàlYoffieium del Prefetto7®: tale pratica danneggiava infatti enormemente questo genus hominum, quod vivit lucris, quasi quanto una reiterata contribuzione80. E aggiunge che, qualora la scorta di derrate fornite dai negotiatores si fosse in un secondo tempo dimostrata superiore al fabbisogno, era dovere 77 Già altrimenti noto per la sua corruttibilità e cupidigia: egli è infatti il medesimo Praefectus cui Teoderico manda a un certo punto il saio Trivvila e 1 'apparitor Ferroeinctus, per inquisire se veramente egli abbia sottratto una terra a Castorins : ... ut si praefectus vir magnificus Faustus ea quae Castorius possidebat vel titulis ingravavit vel privata usurpatione detinuit, mox ei prae¬ dium... a pervasore reddatur... Quod si posthac qualibet occasione saepe memo¬ ratum Castorium... notus ille artifex nocere temptaverit ... etc. (Cass., Var. Ill, 20 [507-511] ; per il fatto, cfr. Stein, o. c. II, pagg. 125-126). La multa allora minacciata a Faustus (che Teoderico manteneva però in carica, apprezzandone il lealismo e le capacità) era, in caso d’inadempienza, di 50 lib¬ bre d’oro (3.600 solidi) ; nel caso presente l’ammenda sarebbe stata di 30 lib¬ bre, e 10 per Vofficium. 78 Solidorum quantitas (Var. II, 26 cit.). 79 Frumenta quae per supra dictos negotiatores publico comparantur (Ibid.). 80 Non iterum... exigatur (Ibid.). L’espressione ricorda singolarmente quanto già diceva Ennodio sul medesimo tipo di speculazioni al tempo di Odoacre da parte del Prefetto del Pretorio di allora, Pelagio (la coemptio, in quelle circo¬ stanze, era però richiesta ai proprietari terrieri, secondo la prassi più comune) : Dum haec tamen gererentur, in perniciem Liguriae possessorum Pelagi, qui ea tempestate praetorio praefectus erat, repositus malitiae ardor efferbuit. Nam coemptionum enormitate g r avis ê ima tributa duplica¬ bat, r e ddeb at que onus geminum, quod simplex sustineri non pote¬ rat. Unde mox ad sanctum virum (= Epifanio, Vescovo di Ticinum) oppresso¬ rum turba confluxit. Qui laetus succurrendi occasione amplectitur, et pro cun¬ ctorum necessitate alacer ambulavit (da Odoacre) poposcit obtinuit... (Ennod., Vita Ep. 107, pag. 97) ; sembra fuori strada il Gabotto, che interpreta tutto il passo come se Pelagio avesse allora esatto la coemptio — intesa come salgamum o corresponsione di 1/3 del reddito per l’annona militare, cioè come tributo vero e proprio — anche dopo la spartizione di 1/3 delle terre ai milites foederati, la quale avrebbe dovuto automaticamente abolire tanto il salgamum quanto
234 Economia e società nell’«. Italia Annonaria » dei funzionari dello sctinium vendere fideliter (vale a dire onesta¬ mente, a prezzo adeguato a quello di acquisto) il quantitativo so¬ vrabbondante di grano 81. Il risultato della cosa sarebbe stato l’interesse stesso del fisco, che pretendeva invece di rifiutare ciò che in un primo tempo aveva ingiustamente richiesto 82 : non era infatti giusto che i mercanti venissero economicamente danneg¬ giati dai damnata semper pretia loro imposti, dopo non avere fatto altro che eseguire gli ordini ricevutiM. Se la nostra interpretazione del passo è dunque esatta, le speculazioni dei funzionari addetti all’annona — spalleggiati dalle più alte autorità prefettizie cointeressate a tale genere di l’obbligo de metatis (cioè Γhospitium in 1/3 della casa) : cfr. Gabotto, St. del- Tit. Occ. cit. I, 1, cap. VII, pagg. 309 sgg. Negli ultimi anni del regno di Teoderico un genere di frodi analoghe o, ad¬ dirittura, identiche a quelle perpetrate da\V officium di Fausto in Italia, ci viene illustrato per la Spagna da un’altra epistola di Cassiodoro (anche in questo caso la licentia exactorum finisce col gravare sui tributarii con una geminata exactio, prima in specie e poi in denaro): ... Praebendarum (= tributi per l’an¬ nona militare) tenor adscriptus, quem nostra diversis largitur humanitast pro¬ vincialibus suggeritur intolerabilis causa esse damnorum, quando et in species exigitur (qui si fa probabilmente riferimento alla coemptio — cioè alla ricon¬ versione in natura del tributo aderato — piuttosto che a una imposta in natura vera e propria: benché in verità sia cosa spesso ardua distinguere i due pro¬ cedimenti l’uno dall’altro nelle province dove la publica comparatio veniva pra¬ ticata presso i proprietari collatores medesimi, per lo meno nella misura in cui le somme investite dai burocrati nella coemptio non superavano l’ammontare in denaro dei tributi localmente dovuti) et impudenter eius pretium postulatur. De¬ testabilis cupiditatis sunt ista documenta competentia sibi ditrahere et ad exi¬ gendi impudentiam mox redire. Quod nimis improbum, nimis videtur absurdum ut et nostra constituta praetweant et tributariorum, qui fovendi sunt, videantur afflixisse substantiam. Sint igitur praefixo modo contentif sive ibidem positif sive hinc nihilominus destinati: habeant liberum unum tantum de duobus expeterey dummodo geminata exactione fortunas alienas non debeant ingravare. Exactorum quoque licentia amplius fertur a provincialibus extorqueri. quam nostro cubiculo constat inferri... (Cass., Var. V, 39, dei 523-526, Ampelio v.i. et Livvirit v.s. Theodericus rex). 81 Si coemptam speciem expemis publicis necessariam non habetis, ab of¬ ficio vestro suscepta modiatio fideliter distrahatur (Var. II, 26 cit.). Noi ab¬ biamo interpretato necessariam non habetis nel senso di « ritenete superflua », poiché ci sembra l’unica soluzione che conservi al contesto significato e coerenza. ® Eventum rei ratio fiscalis habiturat quae iniuste videtur imposuisse quod respuit (Ibid.). 83 Nimis enim iniquum estt ut ille patiatur dispendium, qui imperium fe¬ cit alienum (Ibid.).
Dai Goti ai Longobardi 235 lucra — si sarebbero svolte nel senso seguente : dopo avere dap¬ prima riscosso, in quantità esageratamente abbondanti, tramite i negotiatores, le species coemptae in cui l’annona aderata andava riconvertita (e ove il tasso di coemptio, secondo gli ordini supe¬ riori, era suppergiù conguagliato a quello di adaeratio sulla base dei prezzi forensi 64, che dovevano essere molto bassi al tempo del raccolto “), successivamente — quando, com’era prevedibile, le tariffe erano andate facendosi sempre più sostenute sul mer¬ cato con l’avanzare della stagione e della richiesta (tanto più che, in certi distretti, le devastazioni bizantine avevano allora annientato le scorte) — gli uffici prefettizi parevano renderei conto d’improvviso che le specie accaparrate erano superiori alle loro necessità e, figurando di rimettere coscienziosamente a di¬ sposizione delle comuni necessità le derrate sovrabbondanti, pre¬ tendevano che i mercanti se le riprendessero per smerciarle come meglio fosse loro piaciuto, esigendo però in cambio — ed era questo il punto di più acceso contrasto — un interpretium sup¬ plementare in solidi in ragione dell’aumentato prezzo forense del grano : il che, in sostanza, equivaleva a rivendere il frumento a tariffa esosa, evitando però le noie e la cattiva figura di una diretta rivendita al minuto. Teoderico ordina invece perentoria¬ mente che, qualora le scorte risultassero sovrabbondanti, Yoffi¬ cium prefeziano stesso dovesse incaricarsi della vendita, ma n prezzo onesto, cioè vicino a quello di acquisto (questo medesimo principio ispirerà più tardi Teodato quando, durante la carestia * 88w Cfr. già l’editto di Anastasio sulla coemptio, illustrato in Stein, o. c., II, pagg. 201-203 e Sanct. Pragm. 18 (C.I. Nov. App. 7), 554 d.C. : ... pretiis videlicet pro specierum venalitatej quae tunc temporis in foro rerum venalium obtinere noscuntur, statuendis, ipsis tamen pretiis specierum unicuique col¬ latorum in tributorum imputandis exactionem ... etc. 88 Come è noto, tanto i pagamenti degli affitti (da parte dei coloni ai conductores e da parte di questi ultimi ai padroni) quanto i versamenti dei tributi fiscali e le rimesse delle derrate coemptae avvenivano a scadenze qua¬ drimestrali coincidenti con il ciclo delle produzioni, a gennaio-febbraio, maggio e settembre-ottobre (cfr. ad es. C. Τη. XI, 1. 15, del 360, data a Reims: Unus¬ quisque annonarias species pro modo capitationis... per quaternos menses anni curriculo distributo tribus vicibus summam conlationis implebit... ; Cass., Var. XI, 7 [533 d. C.] ; Graeg., Reg. Ep. I, 70, cit a pag. 260, n. 154), La prima sca¬ denza di consegna successiva all’inizio dell’anno amministrativo o indizione, che andava dal Ie settembre di un anno al 29 agosto di quello seguente, era per¬ tanto quella di settembre, subito dopo il raccolto del frumento.
236 Economia e società nell’« Italia Annonaria » del 535-536, ordinerà la vendita di grano fiscale negli horrea liguri e veneti a una tariffa di poco superiore a quella di abundantia80 * * * * * 86. Lo Stato intendeva con ciò garantirsi un certo guadagno (even¬ tum rei ratio fiscalis habitura87), pur senza danneggiare ulterior¬ mente i mercanti frumentari; mentre, nell’altro caso, tutto il frutto delle illecite transazioni doveva evidentemente andare a esclusivo vantaggio dei burocrati dello scrinium prefettizio. Di questa serie di manovre, escogitate dagli officiales del¬ l’annona per realizzare abusivi interpretia a proprio vantaggio, faceva logicamente parte anche il ritardo doloso (in attesa del rialzo stagionale dei prezzi) nello smistamento delle specie fiscali dai centri di raccolta locali agli altri magazzini pubblici delle pro¬ vince. In una occasione vediamo infatti Teoderico attribuire queste dilazioni proprio alla venalitas e alla fraudulenta simu¬ latio da parte del cancellarius e dei suoi dipendenti, che — in un’annata in cui la scarsità dei raccolti aveva fatto salire i prezzi — ritardavano con ogni pretesto l’invio del frumento fiscale dalla Apulia et Calabria 88 : Cum siccitas praesentis anni, quae localiter certis solet de¬ saevire temporibus} terrenis visceribus nimio calore duratis abor¬ tivos messium fetus non tam edidit quam inperfecta ubertate 80 Cfr. Var. X, 27 e XII, 27, citt., a pagg. 820-327 e 329-330. 87 Cfr. Var. II, 26 cit. Lo Stato, accaparrandosi enormi scorte di frumento e poi rivendendole a prezzo maggiorato, avrebbe potuto realizzare forti spé* culazioni (come sembra per l’appunto avvenisse nella Pars Orientis dell’Im¬ pero, dove Procopio accusa Giustiniano di avere guadagnato ben 300 libbre d’oro con tali sistemi: cfr. Pboc., Anecd. 26, 20-22; Ibid. 22, 14-16; A. Andréadès, Byzance, paradis du monopole et du privilège, Byzantion IX [1934], pagg. 171- 181); non sembra però che ciò avvenisse in Italia durante il regno goto (la medesima accusa da parte popolare, nei confronti dei sovrani che cercavano, mediante larghe scorte statali, di prevenire osculazioni troppo forti dei prezzi sul mercato del grano, si ripeterà a distanza di secoU, con una costanza di formulazione che può lasciare stupiti: così per es. in Francia, nel secolo XVIII: cfr. L. Cahen, Le Pacte de famine et la spéculation sur les blés, Rev. Hist. OLII [1926], pagg. 32-43; Id., Le prétendu pacte de famine, Quelques pré¬ cisions nouvelles, IMd. CLXXVI [1935], pagg. 176-216). 88 Cancellarius era un alto ufficiale alle dipendenze del Prefetto del Pre¬ torio: cfr. O. J. Zimmerman, The Late Latin Vocabulary of the Variae of Cas- siodorus, with Special Advertence to the Technical Terminology of Administra¬ tion, Washington 1944, pag. 33; sui cancellarii nel VI sec., cfr. Cass., Var., XI, 6; Lydus, De Mag., Ill, 36-37; Hodking, o. c., pagg. 112-113.
Dai Goti ai Longobardi 237 proiecit, maiori nunc studio quaerenda sunt quae etiam in abun¬ dantia expeti consuerunt. Et ideo frumenta publica, quae de Calabro atque Apulo litoribus per cancellarium vestrum aestatis tempore con¬ suerant destinari, nec autumno v en i s s e mo¬ dis omnibus permovemur... Quae ergo talis mora, ut in tantis tranquillitatibus velocia necdum fuerint desti¬ nata navigia... ? Sed... imped ime n tosa venalitas est, ...insatiata cupiditas... fraudulenta simu¬ latio. Ipsi enim studio pravo faciunt mo¬ ras, ut occasiones incurrere videantur ad¬ versas (cioè il tempo cattivo, nella stagione invernale ormai poco propizia alla navigazione). Quod magnitudo tua, cui specia¬ liter convenit cogitare de talibus, celerrima faciat emendatione recorrigi, ne inopia non tam ab sterilitate temporis quam a negli¬ gentia matre nata esse videatur80. Che gli uffici dell’annona ancora nel VI secolo offrissero il de¬ stro a felici speculazioni (benché avessero ormai mutato stile i sollemnia lucra fondati sul dislivello fra un alto tasso di adora¬ zione e una bassa quota di coemptio, che avevano caratterizzato la situazione tributaria di tutto il IV e buona parte del V se¬ colo00), è messo particolarmente in luce anche dalla serie di pressioni e sotterfugi, praticati da coloro che aspiravano a otte¬ nere indebitamente le cariche di arcarii prorogatores tritici vini et casei, macellarii, vinarii, capitularii horreariorum et taberna¬ riorum, feneì'arii e cellaritae nei quadri della burocrazia di Stato °1. E costante appare infatti, sia in Teoderico che nei suoi successori, la preoccupazione d’indagare per mezzo di saiones 92, * 9869 Cass., Var. I, 35 (507-511) Fausto ppo. Theodoricus rex. 90 Tutto ciò è stato magistralmente illustrato dal Mazzarino, Aspetti soc. cit., pagg. 169-216. ei Cass., Var. X, 28 (535-536), per cui cfr. pure avanti, pag. 326; è fuori strada il Lecce (art. cit.) nell’interpretare costoro come osti, vinattieri e macellai associati, ma liberamente esercitanti la loro professione in privato. 98 Funzionari palatini corrispondenti, nella loro funzione, agli agentes in rebus del tardo impero (per i quali cfr. W. G. Sinnigen, Two Branches of the Late Roman Secret Service, Am. Journ. of Philol. LXXX [1959], pagg. 238-254).
Economia e società nell’«. Italia Annonaria » 238 portitores98 o geruli94 l’andamento dei prezzi forensi* 95 96, prima di fissare (spesso con la collaborazione e il controllo dei proprie¬ tari produttori interessati — honorati ed episcopi locorum —98) il calmiere di adaeratio e coemptio, onde evitare frodi da parte tanto dei contribuenti quanto degli organi della burocrazia sta¬ tale. Un parallelo di età gregoriana. Notevoli somiglianze (talora persino verbali) con l’epistola cassiodoriana II, 26 testé esaminata presenta una famosa lettera di Gregorio Magno, più tarda di circa un ottantennio e indirizzata al subdiacorms Petrus, rector patrimonii in Sicilia 97. Tutti gli studi ormai classici sul colonato e sulla proprietà fondiaria nel Basso Impero e nell’Alto Medioevo — dal Mommsen allo Schulten, dal Fustel de Coulanges al Fabre, al Cicogna, al Beaudoin (solo per citare i più antichi, che tuttavia sono ri¬ masti — nei loro elementi essenziali — a fondamento di ogni pubblicazione successiva) 98 — considerano a buon diritto questa 03 In Cassiodoro, come in Sidonio Apollinare, i portitores sono messaggeri, portatori di ordini regali. ·* Gerulus è qui usato pure nel senso di messaggero. 95 Cfr. ad es. Cass., Var. XII, 22 ; XII, 23, etc. ; efr. avanti, passim. 96 Cfr. pagg. 330-335. 97 Cfr. Graeg., Reg. Ep. I, 42, cit. subito sotto. La realtà rispecchiata nella lettera gregoriana può servire a illuminare egregiamente la situazione an¬ che nelle età immediatamente precedenti, dal momento che in territorio bizan¬ tino non si registrano — fra il IV e il VII secolo — sostanziali mutamenti o «cesure» nell’organizzazione e nell’andamento della proprietà fondiaria ita¬ lica; cfr. ad es. G. J. Brätianu, Les études byzantines d’histoire économique et sociale, Byzantion XIV (1939), pagg. 497-511 (sull’estensione dei territori di rispettiva competenza longobarda e bizantina, cfr. ad es. B. Feliciangeli, Lon¬ gobardi e Bizantini lungo la Via Flaminia nel secolo VI, Camerino 1908; G Salvioli, Storia del Diritto e delle Leggi nell’Italia Meridionale dopo la caduta dell’Impero Romano, Napoli 1910). 98 Oltre alla bibliografìa cit. a pag. 228, n. 71, cfr. B. Heistebbergk, Die Entstehung des Colonats, Leipzig 1877; H. Grisar, Ein Rundgang durch die Patrimonien des heiligen Stuhles um das J. 600, e Id., Verwaltung und Haushalt der päpstlichen Patrimonien um das J. 600, Zeitschr. für kathol. Theol. I (1877). pagg. 321-360 e 526-563; Id., San Gregorio Magno ( 590-604), tr. it. a cura di G. De Sanctis, nuova ristampa, Roma 1928; K. Schwarzlose, Die Patrimonien
Dai Goti ai Longobardi, 230 lettera gregoriana, folta di minutissime istruzioni di carattere amministrativo, uno dei più preziosi documenti per la conoscenza delForganizzazione patrimoniale ecclesiastica in territorio ro¬ manico, alla fine del VI secolo. Ma, alFepoca in cui tali ricerche venivano elaborate, il fenomeno della coemptio non era ancora statò individuato come problema, nè studiato in tutta la sua complessa evoluzione. Rileggendo pertanto la lettera di Gregorio al lume della problematica che siamo venuti fin qui illustrando, molti tratti della prassi amministrativa del tempo su di un gran¬ de patrimonio ecclesiastico ci si chiariscono in maniera comple- der römischen Kirche bis zur Gründung des Kirchenstaates, Berlin 1887 ; Id., Die Verwaltung und die finanzielle Bedeutung der Patrimonien der römischen Kirche bis zur Gründung des Kirchenstaates, Zeitschr. für Kirchengesch. XI (1889-1890), pagg. 62-100; Th. Mommsen, Die Bewirtschaftung der Kirchen¬ güter unter Papst Gregor I, Ges. Sehr. III, Berlin 1907, pagg. 177-191 (= Zeit- sehr, für Sozial- und Wirtschaftsgesch. I [1893], pagg. 43-60); P. Fabre, Le patrimoine de l’Église Romaine dans les Alpes Cottiennes, Mélanges drdrch. et d'hist. IV (1884), pagg. 383-420 (una parte del patrimonio della Chiesa Romana si trovava infatti anche nella Diocesi Annonaria, e precisamente nelle Alpi Cozie, in Liguria, in Istria e nel Ravennate) ; Id., De patrimoniis Romanae Ec¬ clesiae usque ad aetatem Carolinorum, Insulae 1892; Id., Étude sur le Liber Censuum de l’Église Romaine, Paris 1892, « Bibi, des éc. fr. d’Athènes et de Ro¬ me » 62 ; Id., Les colons de l’Église Romaine au Vie siècle, Étude d’une lettre de Saint Grégoire le Grand, Rev. d'hist. et de littèr. religieuses I (1896), pagg. 74-91 ; A. Brackmann, V. « Patrimonium Petri », Realencyklopädie für protestantische Theologie und Kirche, XIV, Leipzig 1904, pagg. 767-777 ; H. Dudden, Gre¬ gory the Great, His Place in History and Thought, London 1905, I, pagg. 296- 320; N. Tamassia, L’Italia verso la fine del VI secolo, Profili Gregoriani, Atti del R. 1st. Veneto di Se. Lettere ed Arti LXV (1905-1906), pagg. 689-727 (saggio piut¬ tosto frettoloso e superficiale) ; Tarducci, Storia c^i Gregorio Magno cit. ; H. H. Howorth, St. Gregory the Great, London 1912; W. Stuhlfath, Gregor I der Grosse, Sein Leben bis zu Wahl zum Papste nebst einer Untersuchung der ältesten Viten, Heidelberg 1913; M. Moresco, Il patrimonio di S. Pietro (Studio storico-giuridico sulle istituzioni finanziarie della Santa Sede), Milano-Torino- Roma 1916, pagg. 21 sgg. ; E. Spearing, The Patrimony of the Roman Church in the Time of Gregory the Great, Cambridge 1918, pagg. 40 sgg. ; A. Snow, St. Gregory the Great, His Work and His Spirit, London 1924; F. Ermini, Grego¬ rio Magno, Roma 1924 (profilo assai sintetico); P. Battiffol, Saint Grégoire le Grand, Paris 1928a; L. Bréhier - R. Aigrain, Grégoire le Grand, les états bar¬ bares et la conquête arabe (590-757), Paris 1957, Histoire de l’Église a cura di A. Fliehe - V. Martin, V, e partie, cap. XVI, pagg. 543-566 (R. Aigrain, «Le temporel des églises occidentales»); v. «Conductores» (H. Leclercq), D.A.C.L. III, 2, coll. 2502-2503 ; v. « Domaines ruraux » (H. Leclercq), Ibid. IV, 1, coll. 1989-2346; etc.
240 Economia e società nell’« Italia Annonaria » : · ■- tamente diversa da quella ormai considerata acquisita. I passi di maggiore interesse nell’epistola gregoriana sono i seguenti: Cognovimus rusticos Ecclesiae vehementer in frumentorum pretiis gravari, ita ut instituta summa eis in comparatione abun¬ dantiae tempore non servetur, et volumus ut iuxta pretia publica omni tempore, sive minus sive amplius frumenta nascantur, in eis comparationis mensura teneatur. Frumenta autem quae naufra¬ gio pereunt per omnia volumus reputari, ita tamen, ut a te negle¬ gentia ad transmittendum minime fiat, ne dum transmittendi tempus neglegitur damnum ex vitio vestro generetur. Valde autem iniustum et iniquum esse perspeximus, ut a rusticis Ecclesiae de sextariaticis aliquid accipiatur, ut ad maiorem modium dare compellantur, quam in horreis Ecclesiae infertur. Unde prae¬ senti admonitione praecipimus, ut plus quam decem et octo sextariorum modium numquam a rusticis Ecclesiae frumenta debeant accipi, nisi forte si quid est, quod nautae iuxta consue¬ tudinem superaccipiunt, quod minui ipsi in navibus adtestantur. Cognovimus etiam, in aliquibus massis Ecclesiae exactio¬ nem valde iniustissimam fieri, ita ut libram septuagenum ternum setnis quod dici nefas est exigantur et adhuc neque hoc sufficit, sed insuper aliquid ex usu iam multorum annorum exigi dicuntur. Quam rem omnimodo detestamur et amputari de patrimonio fun¬ ditus volumus. Sed tua experientia sive in hoc quod per libram am¬ plius, sive in aliis minutis oneribus et quod ultra rationis aequi¬ tatem a rusticis accipitur, penset et omnia in summam pensionis redigat, ut prout vires rusticorum portant pensionem integram et pensantem libram ad septuagena bina90 persolvant, et neque siliquas extra libras, neque libram maiorem exigi debeant, sed per estimationem tuam prout virtus sufficit in summam pen¬ sionis crescat et sic turpis exactio nequaquam fiat. Ne vero post obitum meum haec ipsa onera, quae super pensum inlata sub¬ trahimus et in capite pensionis fecimus crescere, iterum in quo- w Lezione variante da accogliersi senz’altro — per ovvi motivi metrolo¬ gici — in luogo della lezione septuagenum vinum preferita da P. Ewald (cfr. Epistularum I, 1, pag. 63, n. e); la tradizione manoscritta delle epistole grego¬ riane presenta moltissime oscurità, e numerose sono le lezioni varianti, segre¬ gate in nota nell’edizione Ewald-Hartmann (la migliore a tutt’oggi disponibile) che vanno invece preferite: cfr. D. Norberg, In Regi strum Gregori Magni stu¬ dia critica, Uppsala 1937.
Dai Goti ai Longobardi 241 libet addantur et inveniatur et summa pensionis augeri et onera adiectionis insuper rustici solvere compellantur, volumus, ut se- curitatis libellos ita de pensionibus facias quatenus inprimas, dicens, tantam pensionem unumquemque debere persolvere inibi abiectis siliquis, oneribus, vel granaticis. Quod autem ex his mi¬ nutiis in usu rectoris accedebat volo, ut hoc ex praesenti iussione nostra ex summa pensionis in usu tuo veniat. Ante omnia te volumus sollicite adtendere, ne iniusta pon¬ dera in exigendis pensionibus ponantur... Super iusta ergo pon¬ dera praeter excepta et vilicilia nihil aliud volumus a colonis ecclesiae exigi. Praeterea cognovimus, quod prima inlatio burdntionis ru¬ sticos nostros vehementer angustet, ita ut priusquam labores suos venundare valeant compellantur tributa persolvere. Quae dum de suo unde dare non habent, ab actionariis publicis mutua accipiunt et gravia commoda pro eodem beneficio persolvunt. Ex qua re fit, ut dispendiis gravibus coangustentur. Unde praesenti admo¬ nitione praecipimus, ut omne, quod mutuum pro eadem causa ab extraneis accipere poterant, a tua experientia in publico 100 detur et a rusticis Ecclesiae paulatim ut habuerint accipiatur, ne dum in tempore coangustantur, quod eis postmodum suffivere in inferendum poterat, prius compulsi vilius vendant et horreis (scii, ecclesiae) minime sufficiant ...101. Schematicamente condensando, ramministrazione di un grande patrimonio ecclesiastico era così articolata (fonti e pro¬ blemi storico-giuridici particolari si trovano esposti nella let¬ teratura già ricordata con tutta la desiderabile dovizia di par¬ ticolari) : All’amministrazione di ogni patrimonio provinciale della Chiesa Romana presiedeva un rector (per molti aspetti para¬ gonabile al procurator dei saltus privati o al rationalis rei pri¬ 100 Lo Ewald intende in publico nel senso di « pubblicamente » ; noi pre¬ feriamo tradurre «al fisco » (erano stati gli actionarii publici a concedere per l’appunto i mutui), nel cui senso l’espressione si incontra frequentemente anche in Cassiodoro (cfr. pag. 222, n. 49) . 101 Graeg., Reg. Ep. I, 42 (maggio 591), Petro subdiacono Siciliae patrimo¬ nii rectori : vd. G. Di Giovanni, Codex dyplomaticus Siciliae, complectens documenta a primo Christianae religionis saeculo ad nostram usque aetatem, I, Palermo 1743. pagg. 110-116, Dipl. CXIX. 16. L. Ruggini
242 Economia e società nell’a Italia Annonaria » va toc sulle proprietà imperiali), coadiuvato in sottordine da notarii, defensores e actionarii deputati alla sorveglianza nella colletta dei censi e dei canoni. La maggior parte dei fondi e delle massae era affidata a conductores, termine con il quale le lettere gregoriane intendono chiaramente designare la sola categoria de¬ gli affittuari a breve termine, nettamente distinti (e talora con¬ trapposti) sia agli enfiteuti (quasi domini sulle terre loro concesse e considerati al di fuori della familia della Chiesa102), sia ai coloni (che, rispetto ai conductores, appaiono in condizione di dipendenza, subaffittuari — per così dire — delle terre a questi affittate)10s. Nella locatio-conductio la normale scadenza dei con¬ tratti era il lustrum·, ma, a quanto pare, sulle terre ecclesiaetiche la cosa era sostanzialmente a discrezione del proprietario o di chi lo rappresentava, dal momento che a un certo punto Gregorio, proprio nella lettera testé in esame, rimprovera al rector di mu¬ tare troppo spesso conductores allo scopo di percepire il ìibella- ticum, somma proporzionale all’ammontare dei singoli affitti, * 308102 La enfiteusi — concessione del diritto di godimento di un immobile, die¬ tro corresponsione di un canone assai basso e l’impegno di apportarvi miglio¬ rie — finiva col risolversi in una sorta di mascherata alienazione (le terre della Chiesa erano, di fatto, inalienabili), per certi aspetti avvicinabile all’istituzione del precario merovingico (cfr. Fabre, Les colons cit., pag. 89; Beaudoin, art. eit, pagg. 714 sgg.); l’enfiteuta, che otteneva questa particolare concessione in seguito a una sua richiesta scritta (libellus, per cui cfr. pag. 301, n. 274), al pari del perpetuario (affittuario di terre con ius perpetuum : cfr. pag. 134, n. 366) se la vedeva direttamente coi propri coloni, dei quali la Chiesa completamente si disinteressava, e si comportava in tutto e per tutto come un domimi* (cfr. Beaudoin, art. cit., pagg. 213 sgg., 323 sgg., 681 ; His, o. c., pag. 84 ; Schulten, o. c. pag. 85). Perpetuarii ed emphyteuticarii dovevano essere, come ci rivelano le costituzioni dell’epoca, la maggior parte dei conductores sulle terre imperiali. 308 Secondo il Mommsen e il Fabre (artt. citt.), i coloni sarebbero stati una categoria di affittuari di condizione inferiore affiancata a quella dei conductores, sulle terre della Chiesa; ad essi sarebbero state affidate le diverse parcelle di una massa, mentre la villa indominicata sarebbe stata di pertinenza del con- ductor. Lo Schulten e il Beaudoin (oo. cc.) hanno invece dimostrato in ma¬ niera sufficientemente persuasiva che i coloni dipendevano dai rispettivi con¬ ductores (affittuari dell’intera massa), in un rapporto — per così dire — da subaffittuario ad affittuario; cfr. in partie. Graeg., Reg. Ep. I, 42: Cognovimus etiam, quia quotiens conductor aliquid colono suo iniuste abstulerit, hoc quidem a conductore exigitur, sed ei non redditur a quo ablatum est. De qua re praecipimus, ut quicquid violenter cuilibet ex familia ablatum fuerit, ipsi restituatur cui ablatum est et utilitati nostrae non proficiat, ne nos ipsi au- ctores violentiae esse videamur...
Dai Goti ai Longobardi 243 che gli competeva a ogni rinnovo d’affitto mediante stipulazione di un nuovo libellus locationis 101 * * 104. Il Papa sembra desiderare che le scadenze delle conduzioni venissero protratte, per timore che le colture avessero a risentirne: e ciò basterebbe a dimostrare — di contro alle recise affermazioni del Mommsen e dello Schul¬ ten 105 * — che i conductores erano degli affittuari coltivatori veri e propri, e non una semplice categoria imprenditoriale di appal¬ tatori nella riscossione dei canoni e delle tasse ai coloniloe. Ê tuttavia innegabile che, sulle terre della Chiesa, la loro mansione più importante fosse per l’appunto la colletta delle prestazioni presso i coloni della circoscrizione facente capo alla loro con¬ durne107 ; essi appaiono generalmente di condizione assai umile 101 Cfr. Graeg., Reg. Ep. I, 42: ... Iuì>emus etiam, ut hoc experientia tua (=il rector Siciliae) summopere custodiat, ut per commodum conductores in massis ecclesiae numquam fiant, ne dum commodum quaeritur conductores fre¬ quenter mutentur. Ex qua mutatione quid aliud agitur, nisi ut ecclesiastica prae¬ dia numquam colantur? Sed ipsa etiam libellatica prout summa pensionis fuerit moderentur. Rescellas (propriamente = piccole proprietà : cfr. Du Cange) et cellaria non plus de massis ecclesiae te accipere volumus, nisi quantum consue¬ tudo est. Tua autem quae comparari iussimus ab extraneis comparentur... 105 Oo. cc. ; di parere contrario si sono dichiarati, con argomentazioni più persuasive, ad es. il Fabre e il Beaudoin (oo. cc.)* 108 Sulla riscossione dei censi da parte dei conductores, cfr. ad es. Graeg., Reg. Ep. V, 31 del 505 e XIII, 37 del 603. Sui conductores, deputati alla col¬ letta delle rate quadrimestrali della burdatio o imposta fondiaria, cfr. Id., Reg. Ep. I, 42, cit. a pagg. 240-241 e 254, n. 138. Anche Tepistola gregoriana II, 38 (cit. a pag. 266, n. 164), ove Gregorio predispone la distribuzione di 400 stalloni ai conductores delle singole condomae (per cui vd. pure la nota successiva), va a conferma del fatto che i conductores si occupavano direttamente della coltivazione della terra. 107 Conduma (o condoma, o condama) è termine di non chiaro significato, che ricorre in Gregorio con una certa frequenza (cfr. Reg. Ep. II, 38; IX, 71; IX, 194; XIII, 18; vd. pure Cass., Var. V, 10, cit. a pag. 272, n. 178); spiegato da Papias come domus cum curia et ceteris necessariis, indica certamente una unità fondiaria, alla quale era preposto un conductor (cfr. Graeg., Reg. Ep. II, 38 cit. a pag. 266, n. 164: ... ex quibus [scii, equisj quadringentis singuli conductoribus singulae condomae dari debent..., dal che sembra di poter infe¬ rire che in Sicilia, nel 592, le condomae ed i relativi conductores fossero nel numero di 400; vd. pure Mommsen, Ost. Studien cit., pag. 437). Secondo il Fabre (art. cit.), la conduma corrisponderebbe propriamente alla villa indomi- nicata, della quale soltanto i conductores sarebbero stati affittuari: ma, come abbiamo già detto, si deve piuttosto ritenere che questi ultimi fossero affittuari delle intere massae (parcelle coltivate dai coloni comprese), verisimilmente risiedendo ed occupandosi direttamente della villa indominicata, che non aveva
244 Economia, e società nell’« Italia Annonaria » (sono spesso servi, liberti o coloni 108), e legati da stretti vincoli di fatto alla familia ecclesiastica: ben diversamente potenti e prepotenti si dimostrano in questi secoli i grandi conductores sulle massae dei privati e della corona !109 110 *. I conductores erano dunque gli intermediari consueti fra il dominus (rappresentato dai suoi amministratori) ed i coloni. Questi ultimi, che Gregorio designa spesso con il termine — per¬ fettamente sinonimo — di rustici no, appartengono senza dubbio a quella categoria di coloni di rango giuridicamente superiore, che circa un secolo prima una costituzione di Anastasio aveva nettamente distinto dai coloni adscripticii (alla cui esistenza sulle terre della Chiesa verso la metà del VI secolo accenna invece ad es. una lettera di Pelagio I m)112. Essi appaiono infatti per- « subaffittuari » di sorta, e che era coltivata in prevalenza per mezzo di mano d’opera servile (circa l’esistenza di schiavi sulle terre della Chiesa, a quest’epoca, cfr. le testimonianze riferite in Beaudoin, art. cit., pag. 207). Di una condoma (che il Troya, a nostro avviso erratamente, interpreta come « famiglia, di servi ») accenna pure ad es. la charta donationis di Gisulfo II all’abate Zac¬ caria in Papiano, acta a Benevento nel 743 (C. Trota, C.D.L. IV, n. 619, pag. 117: ...condomam unam nomine [cioè: cui è preposto] Pantione caballario cum uxore, filiis et filiabus nostris, et nepotes eorum, cum casis, vineis et territoriis, peculiis, mobilibus et immobilibus...). 108 Cfr. l’epistola del predecessore di Gregorio, Pelagio I (Ph. Jaffé, Re¬ gesta Pontificum Romanorum I, 1, Leipzig 1881, pagg. 127, n. 956 = ed. Gassò Ep. 84 [a. 560-561], pagg. 205-206), in cui il Pontefice raccomanda a Giuliano, Vescovo di Cingoli nel Piceno, di conservare con cura gli schiavi agricoli, che potevano essere utilizzati come conductores o coloni (... de rusticis et qui pos¬ sunt conductores vel coloni esse, si capillum relaxaveris, nulla erit ratio quae me circa te placere praevaleat...). Conductores e coloni facevano tutti parte della familia ecclesiastica (cfr. Graeg., Reg. Ep. V, 31), e l’essere conductor sulle terre della Chiesa, più che una condizione giuridica particolare, sembra fosse uno stato di fatto (cfr. Fabre, art. cit., pag. 88) ; è probabile che la Chiesa preferisse mantenere in sottordine la maggioranza dei suoi affittuari, per ren¬ dere meno facili le alienazioni abusive di terre (cfr. Bertqlini, o. c., pagg. 264-268). 109 Cfr. pag. 209, n. 10, e pagg. 301-302. 110 Cfr. Graeg., Reg. Ep. I, 42 cit., in cui i due termini colonus e rusticus indifferentemente si alternano. in Cfr. la lettera di Papa Pelagio I al subdiaconus Melleus (Ep. 64 [primavera 559], pag. 167-170 ed. Gassò = P.L. 69, col. 418, cit. a pag. 454, n. 619) : in essa è questione di un certo Clarentius, famulus della Chiesa in quanto figlio di una sua ancilla (nel caso dei coloni, come in quello degli schiavi, è infatti noto come fosse la condizione giuridica della madre, anche qualora il padre fosse stato un libero, a determinare quella del figlio: cfr. C.I. XI, 68, 4,
Dai Goti ai Longobardi 24o sonalmente liberi113, anche se — nella maggior parte dei casi - del 376, Nov. Val. XXXI, del 451), sposato prima a una colona e poi a una famula ecclesiastica della massa Trapeiana; costui, forte del suo peculium e di quello della prima moglie (consistenti in terre, agelli), ad declinandam servitutem debitam aveva osato curialis sibi nomen... usurpare ; Pelagio sta¬ biliva pertanto che, qualora una inchiesta avesse accertato il fatto, Vuomo dovesse venire ricondotto alla massa Trapeiana, cum omnibus rebus suis. Ora, già il Mommsen avvertiva che i termini servus, ancilla, mancipium, famulus, etc. indicano evidentemente, negli scrittori ecclesiastici del tempo, non tanto gli schiavi nel senso giuridico della parola, quanto, più in generale, i membri della familia ecclesiastica (cfr. Mommsen, Die Bewirtschaftung cit., pag. 182). Si ha però l’impressione che, con i termini suddetti, venissero designati non tanto i coloni di rango superiore (quelli che Gregorio chiama anche, indifferente¬ mente, rustici), bensì alcune categorie inferiori di semiliberi, quali potevano ad es. essere gli adsci'ipticii, oppure quegli schiavi quasi coloni (servi agricul¬ tores), che coltivavano i lotti del padrone corrispondendo un canone annuo (cfr. Vita S. Mel. Iun. 18; Dig. XV, 3, 16; Ibid. XXXIII, 7, 12 e 3 e 20 e 1 ; Fustel de Coulanges, L’Alleu cit., pag. 52 ; Beaudoin, art. cit., pagg. 689 sgg. ; etc.). Mentre, pertanto, il colono di rango superiore poteva disporre anche di beni personali e venderli informando il padrone (cfr. C. Th. V, 19, 1, del 365 : Non dubium est colonis arva, quae subigunt, usque adeo alienandi ius non esse, ut, et si qua propria habeant, inconsultis atque ignorantibus patronis in alteros transferre non liceat), Yadscripticius o il servus quasi colonus possede¬ vano soltanto a nome del padrone (cfr. C.I. XI, 50, 2, del 396: ...quem nec propria quidem leges sui iuris habere voluerunt et adqmrendi tantum, non etiam transferendi potestate permissa, domino et adquirere et habere voluerunt) ; nel caso di Clarentius, per l’appunto, vediamo che la Chiesa non gli ricono¬ sceva affatto il diritto di disporre del proprio peculium, considerato legitimo turi Ecclesiae obnoxium. 112 Cfr. C.I. XI, 48, 19 (491-518 d.C.) : Των γεωργών οί μέν έναπόγραφοί ( = adscripti) είσιν καί τά τούτων πεκούλια τοΐς δεσπόταις ανήκει, οί δέ χρόνω της τριακονταετίας μισθωτοί γίνονται έλεύθεροι μένοντες μετά των πραγμάτων αυτών καί οΰτοι δέ άναγκάζονται καί την γην γεωργειν καί το τέλος παρέχειν. Τούτο δέ καί τφ δεσπότη καί τοΐς γεωργοϊς λυσιτελές. Mentre i coloni originales di rango supe¬ riore, benché legati alla terra, erano considerati dei liberi, che potevano possedere a titolo personale ed erano responsabili di fronte al fisco del pagamento delle pro¬ prie imposte, in quanto in suis conscripti locis proprio nomine libris censualibus detinentur, gli adscripticii erano censi a nome del padrone, che pagava per loro le tasse, ed erano, in conseguenza di ciò, legati personalmente ad esso da un vin¬ colo di semi-servaggio : cfr. C.I. XI, 50, 2, del 396 : Coloni censibus dumtaxat ad¬ scripti, sicuti ab his liberi sunt quibus eos tributa subiectos non faciunt, ita his, quibus annuis functionibus et debito condicionis obnoxii sunt, paene est ut qua¬ dam servitute dediti videantur: cfr. pure C. Tu. XII, 1, 14, dei 366 (372 ? 374?), da Costantinopoli (= C.I. XI, 48, 4): Penes quos f undorum dominia sunt, pro his colonis originalibus, quos in locis isdem cemos esse constabit, vel per se vel per actores proprios recepta conpulsionis sollicitudine implenda munia functionis agnoscant. Sane quibus terrarum erit quantulacumque possessio, qui in suis con-
246 Economia e società nell'« Italia Annonaria » vincolati alla terra dallo ins originarium,114 (benché questa « ser¬ vitù della gleba » ci sia nota soprattutto attraverso le sanzioni scriì)ti locis proprio nomine libris censualibus detinentur, ab huius praecepti com¬ munione discernimus; eos enim convenit propriae commissos mediocritati annona¬ rias functiones sub solito exactore cognoscere. Su tutto ciò, cfr. in partie. Sau ma¬ gne, Du rôle de 1’« origo » et du « census » cit., con le importanti modifiche appor¬ tate alla sua teoria da Ganshof, Le statut personnel du colon cit., passim. Sul co¬ lonato, cfr. in gen., N.-D. Fustel de Coulanges, Le colonat romain, Recherches sur quelques problèmes d’histoire, Paris 1894 ; A. Schulten, Das römische Kolo- nat, Hist. Zeitschr. LXXVIII (1897), pagg. 1-17; H. Bolkestein, De colonatu ro¬ mano eiusque origine, Diss. Amsterdam 1906 ; M. Rostovzev, Studien zur Ge¬ schichte des römischen Kolonats, Leipzig 1910 (Archiv für Papyrusforschung I) ; J.B. Mispoulet, Le colonat romain, Journal des Savants n.s. IX (1911), pagg. 203-211 ; H.F. Pelham, The Imperial Domains and the Colonate, Oxford 1911 ; G. Cornel, Droit romain, Aperçu historique sommaire, Bruxelles 1921, pagg. 505- 513; R. Clausing, The Roman Colonate, The Theories of Its Origin, New York 1925; Lot, La fin du monde antique cit., pagg. 124-131; Ch. Saumagne, Ouvriers agricoles ou rôdeurs de celliers? Les circoncellions d’Afrique, Ann. d'hist. éc. et soc. VI (1934), pagg. 351-364; P. Collinet, Le colonat dans l’em¬ pire romain, « Le Servage », Recueils de la Soc. Jean Bodin 2, Bruxelles 1937, pagg. 85-122 ; J. Carcopino, La tenure romaine, « La Tenure », Recueils de la Soc. Jean Bodin 3, Bruxelles 1938, pagg. 123-129; C. E. Stevens, Agriculture and Rural Life in the Later Roman Empire, Cambridge Economie History of Europe I, Cambridge 1942, pagg. 82-117; P. S. Leicht, Operai, artigiani, agri¬ coltori in Italia dal sec. VI al XVI, Milano 1946; F. M. De Robertis, I rap¬ porti di lavoro nel diritto romano, Milano 1946; Id., I lavoratori liberi nelle « familiae » aziendali romane, cit. ; A. Segré, The Byzantine Colonate, Traditio V (1947), pagg. 103-133; M. Pallasse, Orient et Occident: à propos du colonat romain au Bas-Empire, « Bibl. de la Fac. de Droit d’Alger » 10, Paris 1950 ; V. «Colonatus» (O. Seeck), P.W. IV, coll. 483-510; v. «Colonus» (A. Schulten), Diz. Ep. II, 1, pagg. 457-464; v. «Colonat» (H. Leclercq), D.A.C.L. III, 2, coll. 2235-2266; etc. Vd. inoltre la bibliogr. sulla proprietà pubblica ed ecclesia¬ stica, cit. a pag. 228, n. 71 e 238, n. 98; sul colonato parziario, vd. in parti¬ colare la bibliogr. cit. a pag. 251 n. 128. 118 Cfr. Graeg., Reg. Ep. IV, 21, del 594 {ex legum districtione sunt liberi). 114 Cfr. Graeg., Reg. Ep. IV, 21: Hi vero (scii. Christiani) qui in possessio¬ nibus eorum (= Iudaeorum) sunt, licet et ipsi ex legum districtione sint liberi, tamen quia colendis terris eorum diutius adhaeserunt, utpote conditionem loci de¬ bentes, ad colenda quae consueverant rura permaneant, pensiones praedictis viris praebeant, cuncta quae colonis vel originariis tura praecipiunt peragant... ; Id., Ibid. IX, 128, del 599: ...ut qualibet occasione de possessione, cui oi'vundo subiecti sunt, exire non debeant... Cfr. già Augustin., De Civ. Dei X, 1, pag. 446 : ... sicut appellantur coloni, qui condicionem debent genitali sola, propter agri¬ culturam sub dominio possessorum... I coloni erano tenuti a sposarsi nell'am- bito della massa cui appartenevano (cfr. Graeg., Reg. Ep. IX, 128: .., in eq
Dai Goti ai Longobardi 247 comminate a chi tentava di ribellarvisi, è probabile che il le¬ game alla terra si presentasse per molti sotto l’aspetto di un diritto, piuttosto che di un dovere, dal momento che sempre nuovi coltivatori aderivano a diventare oriundi delle terre coltivate per 30 anni, senza far nulla per interrompere la prescrizione 115). Ogni colono era tenuto a pagare al padrone — tramite il conductor dal quale dipendeva — una determinata pensio (o pensum), oltre a un certo numero di angariae (= operae)116, vilicilia, commoda nu· massa, qua lege ex condicione ligati sunt, sociantur), e restavano ereditaria¬ mente legati al suolo di origine anche se, in qualche occasione, temporaneamente se ne distaccavano per eseguire determinati lavori a nome del padrone (cfr. Graeg., Reg. Ep. IX, 43, del 508), o per fare carriera nell’amministrazione pa¬ trimoniale (cfr. Graeg., Reg. Ep. IX, 128, ov’è questione di un defensor appar¬ tenente all’orbo colonorum). Dai passi di Gregorio testé citati risulta chiara¬ mente che anche questi coloni, pur appartenendo alla categoria più privilegiata (vd. pure sotto, pagg. 254-255), erano per lo più vincolati dallo tus originarium; poco persuasiva appare pertanto la tesi recentemente sostenuta dai Jones, se¬ condo cui originarius ed ad script ictus sarebbero due sinonimi (il primo usato in Occidente, il secondo nella Pars Orientis dell’Impero) : cfr. Jones, The Ro¬ man Colonate cit., pag. 8. Evidentemente sciolti dal legame con la terra coltivata dovevano essere invece i coloni residenti su di essa — in qualità di piccoli af¬ fittuari liberi — da meno di 30 anni : cfr. pag. 255, n. 139. 1,5 Cfr. la legge di Anastasio (C.I. XI, 48, 19), cit. sopra, n. 112. Del resto, anche la professione di « ascriptiziato », solennemente consegnata agli atti di una città, conseguiva alla decisione di un uomo libero di rinunciare alla propria libertà, benché egli vi giungesse, secondo ogni verisimiglianza, sotto l’impulso della necessità, allorché non riusciva più a fronteggiare personalmente la pres¬ sione fiscale (l’essenza della discriminazione fra coloni e adscriptidi era in¬ fatti di carattere fiscale, soltanto i primi rispondendo di fronte allo Stato della corresponsione delle imposte). ne Angariae, in Gregorio (cfr. Reg. Ep. V, 7, cit. a pag. 261, n. 156), po¬ trebbe essere termine generico indicante l’insieme degli excepta, vilicilia ed altri commoda, esatti ai coloni in sovrappiù della nuda pensio; è tuttavia assai probabile si tratti più particolarmente di operae dovute dai coloni al proprie¬ tario, analoghe a quelle fornite alia Chiesa Romana dagli enfiteuti (cfr. Graeg., Reg. Ep. IX, 125, del 599; sulle operae settimanali che i coloni patavini pre¬ stavano alla Chiesa di Ravenna, nel VI secolo, cfr. pag. 411, n. 528); cfr. Fabre, art. cit., pagg. 86-87. 117 Gli excepta dovevano essere sorta di « doni » obbligatoriamente forniti dai coloni ai padrone, corrispondenti approssimativamente ai moderni appendizi (cfr. Fabre, art. cit., pagg. 80 e 86) ; la epistola gregoriana IX, 78 (del 598) ci fa sapere che essi consistevano in offerte in natura (maiali, pecore, galline, etc.), e che il padrone poteva devolverli all’uso che credeva (per es., nel no¬ stro caso, attribuirli agli scribones incaricati del reclutamento dei tirones, per rabbonirli) ; essi paiono in tutto e per tutto corrispondere agli xenia forniti
248 Economia e società nell’« Italia Annonaria » ptiarum in denaro (queste due ultime prestazioni, a quanto pare, destinate a vantaggio dei soli conductores * 118) ; una parte dei ver¬ samenti supplementari alla pensio pura e semplice doveva andare solitamente al rector119, ma il proprietario poteva anche libera¬ mente disporne per altro uso120. Secondo il Mommsen (e quasi tutti gli altri studiosi dopo di lui, sulla scia della sua affermazione categorica121 ) il pagamento dei canoni da parte dei rustici sici¬ liani sarebbe stato realizzato interamente in natura: prova ne sarebbe il discorso di Gregorio a proposito della compa¬ ratio del frumento nella Epistola I, 42 citata (nonché analoghi cenni alla sua congregatio presso i coloni, che s’incontrano in al¬ tre lettere122) ; anche certe stime gregoriane di appezzamenti in modii dovrebbero indicare l’ammontare dei censi percepiti in der¬ rate, benché nulla, in realtà, impedisca invece di supporre che si tratti d’una valutazione della capacità produttiva media dei ter¬ reni in questione, oppure della quantità di frumento necessaria alla semina dei medesimi123. Poiché, peraltro, non mancano nel¬ dai coloni patavini alla Chiesa Ravennate, di cui parlano i papiri (cfr. pagg. 412-413). 118 ViUcilia tributum esse videtur — spiega lo Ewald nella edizione del¬ l’epistola nei M.G.H. — quod forsitan villico dabatur (sulla funzione dei villici nella parte dominicale delle tenute, cfr. avanti, pag. 408, n. 522) ; è presumi¬ bile che, nel nostro caso, i vilicilia fossero destinati ai conductores, che dei vìllici tenevano il posto (cfr. Fabre, art. cit., pag. 80, n. 3). I commoda nu¬ ptiarum consistevano nella corresponsione, da parte dei rustici che si sposa¬ vano, di una certa somma in denaro, la quale non doveva superare l’ammontare di 1 solido, ed era destinata a totale beneficio dei conductores (cfr. Graeg., Reg. Ep. I, 42: Pervenit ad nos quod de nuptiis rusticorum immoderata com¬ moda percipiantur... quod nuptiale commodum nullatenus volumus in nostra ratione redigi, vel utilitati conductorum proficere... etc. ; cfr. Fabre, art. cit., pag. 81). 119 Cfr. Graeg., Reg. Ep. I, 42 cit.: Quod autem ex his minutiis (= excepta, vilicilia, onera, siliquae, granatica, etc.) in usu rectoris accedebat volo, ut hoc ex praesenti iussione nostra ex summa pensionis in usu tuo veniat... Cfr. inoltre pag. 243, n. 104. 120 Cfr. Graeg., Reg. Ep. IX, 78, cit. sopra, n. 117, ov’è questione di excepta devoluti agli scribones pubblici. 121 Cfr. Mommsen, Die Bewirtschaftung cit., pagg. 180 e 184; Beaudoin, art. cit., pagg. 207-208; etc. 122 Cfr. ad es. YEp. I, 70, cit. a pag. 260, n. 154. 123 Cfr. Graeg., Reg. Ep. IX, 37, dei 598: Quia praesentium portitorem Ar- gentium colonum ecclesiae nostrae curam hospitalitatis habere cognovimus, ne- cessc est, ut in parte aliqua eius studium adiuvcmus. Idcirco huius tibi praece-
Dai Goti ai Longobardi 249 l’epistolario gregoriano abbondanti riferimenti a canoni corri¬ sposti in denaro (non solo in altri patrimonia della Chiesa Romana, ciò che potrebbe giustificarsi con una diversità, almeno parziale, di situazione, ma per l’appunto in Sicilia, in questi medesimi anni m), si disse doversi trattare senz’altro di stime * 352ptionis auctoritate mandamus, ut terrulam modiorum plus mimis, sicut as¬ serit, decem possessionis Disterianae quam tenuit reddere ei sine aliqua mora vel excusatione festines... (l’espressione plus minus, sicut asserit sembra in parti¬ colare suggerisce che si tratti di « un appezzamento che rende [o : che richiede per la semina], come costui afferma, all’incirca dieci modii all’anno»; se si fosse trattato d’una pensio, il suo ammontare sarebbe stato esattamente noto agli uffici deiramministrazione ecclesiastica) ; Id., Ibid. IX, 96, del 599: Sed et terrulam modiorum XXX ex praedicta massa (scii. Gratiliana), quam in pridem a nobis sibi datam possidere noscuntur, pariter in praedicto annorum spatio (di 30 anni) eos habere concedimus... (si tratta di una concessione ai monaci di un monastero di Blera, oggi Bieda, in Toscana). L’uso di esprimere le super- flci agrarie con il corrispondente quantitativo di modii di frumento necessari alla loro semina è inequivocabilmente attestato solo da documenti assai più tardi, per quei territori ove l’adozione dello iugero longobardo come misura di superficie (=mq. 7.900 circa anziché 2.500, come quello romano), portò alla coincidenza di ogni pertica iugialis (la 12& parte dello iugero, ora di mq. 663,71) con la superficie normalmente seminabile con un modio di grano: cfr. A. Mazzi, Nota metrologica, Un ragguaglio milanese del sec. IX fra lo iugero romano e il longobardo, Arch. Stor. Lomb. s. Ill, XVI (1901), pagg. 351-369, e partie. 351- 352, n. 1. Al tempo di Gregorio Magno, tuttavia, i territori bizantini dovevano essere ancora strettamente legati alla tradizione romana anche in campo me¬ trologico. ^ Cfr. Graeg., Reg. Ep. VI, 51, del 596, in cui il Papa scrive a Vigilio di Arles affinchè gli faccia pervenire le pensiones di quel patrimoniolum della Chiesa Romana, accumulatesi per molti anni; Id., Ibid., IX, 71, del 598, in cui è questione di una donazione ricevuta dall’oratorio di S. Pietro nel territorio di Fermo (Piceno), consistente in fundi, campuli cum conduma una, una coppia di buoi, 2 mucche, 4 libbre d’argento, un lectus stratus, un peculio di 15 capita, aeramenta, ferramenta, etc., il tutto praestans liberos a tributis fisca¬ libus solidos sex; Id., Ibid. II, 3, del 591: Sed et terrulam ecclesiae nostrae vicinam sibi (= un monastero presso Reggio Calabria), quam solidum unum et tremisses duos pensitare asserunt, require; si ita est, libellario nomine (= in enfiteusi : cfr. pag. 301, n. 274) ad summam tremissis unius habere concede... ; Id., Ibid. V, 7, del 594, a Cyprianus, diacono rector Patrimonii Siciliae : ... Per¬ venit vero ad me esse Hebraeos in possessionibus nostris qui converti ad Deum nullatenus volunt. Sed videtur mihi, ut per omnes possessiones, in quibus ipsi Hebraei esse noscuntur, epistolas transmittere debeas eis ex me specialiter promittens, quod quicumque ad verum Deum et Dominum nostrum Iesum Christum ex eis conversus fuerit, onus possessionis eius ex aliqua parte inmi- nuetur. Quod ita quoque fieri volo, ut si quis ex eis conversus fuerit, si solidum
250 Economia e società nell’«· Italia Annonaria » in solidi puramente teoriche, secondo il prezzo del frumento del¬ l’annata 125 ; non si capisce però molto bene che cosa, con ciò, si voglia significare, quando si risalga alla letterale frase di Gre¬ gorio, che tale spiegazione ha suggerito : ... volumus ut iuwta pre¬ tia pubUca omni tempore, sive minus sive amplius frumenta nascantur, in eis (scii, rusticis) comparationis mensura tenea¬ tur126. Detti canoni, anche ammettendo l’interpretazione tradi- 10 11 * * * * * * * * * * * * * * * * * *pensionem habet, tremissis ei relaxari debeat, si tres vel quattuor, unus solidus relaxetur. Si quid amplius, iam iuxta eundem modum debet relaxatio fieri vel certe iuxta quod tua dilectio praevidet, ut et ei qui convertitur onus relevetur et ecclesiastica utilitas non gravi dispendio prematur... (secondo B. Blumen¬ kranz, Juifs et Chrétiens dans le Monde Occidental, 430-1096, Paris 1960, « Études juives » 2, pag. 96, con quest’ultima espressione Gregorio suggerirebbe ai rector di rifarsi degli sgravii concessi aggravando i canoni dei coloni ebrei non convertitisi ; l’interpretazione sembra un poco azzardata) ; Id., Ibid. IX, 180, del 599, al Vescovo di Tindari, in cui è questione di un oratorio ricevuto in dono, conditum in massa Firmiana, che rendeva liberos a tributis fiscalibus solidos decem ; Id., Ibid. IX, 233, del 599, ove si dice che un fundus dalle parti di Lilibeo, con una dotazione di 3 ragazzi, 5 schiavi, 3 gioghi di buoi, 10 giumente, 10 mucche, 40 pecore, 4 hastulae vinearum ed altro, forniva in reditu 10 solidi annui netti da tasse ( è molto oscuro il significato di hastula; sembra comun¬ que da escludersi l’interpretazione dello Holm, secondo il quale Gregorio in¬ tenderebbe qui indicare 4 piante, o ceppi, di vite: cfr. A. Holm, Geschichte Siziliens im Altertum, Leipzig 1898, III, pag. 551 : il Pace ritiene invece che hastula sia una misura di superficie, certo alfine alla pertica romana, ma non si sa esattamente di quale estensione; l’Autore esclude infatti che possa trat¬ tarsi di un nome locale della pertica di 10 piedi quadrati, in quanto — secondo 11 « sesto » tradizionale dei vigneti in Sicilia — nel nostro caso si avrebbero soltanto 170 piante di vite, cifra che il Pace giudica irrisoria: cfr. Pace, Arte e Civiltà cit., IV, pag. 233). 125 Cfr. Mommsen, Die Bewirtschaftung cit., passim; Beaudoin, art. cit., pagg. 208-209; etc. Secondo tutti questi studiosi, prova irrefutabile che ovunque i coloni pagassero in natura i loro canoni sarebbe la legge di Valentiniano del 366, indirizzata a Oricum Praeses Tripolitaniae, de agricolis censitis vel colonis : domini praediorum id quod terra praestat accipiant, pecuniam non requirant, quam rustici optare non audent, nisi consuetudo praedii hoc exigat (C.I. XI, 48, 5) : dove, tuttavia (e limitatamente ali’Africa, per quanto a noi risulta), si stabilisce soltanto che i coloni paghino in natura il loro canone, a meno che la consuetudo praedii non esiga — per l’appunto — corresponsioni in denaro. Il Mommsen (art. cit.) ammette a un certo punto, abbastanza curiosa¬ mente, che ci potessero essere corresponsioni miste in natura e denaro, e cita a riprova della sua affermazione le epistole gregoriane I, 37, I, 44, I, 65 e II, 38 : ove, peraltro, è questione non già di canoni, bensì di sussidi, che la Chiesa s’im¬ pegnava a garantire a persone bisognose. “· Cfr. Graeg., Reg. Ep. I, 42, cit. a pagg. 240-241. Secondo il Mommsen e i suoi seguaci, anche le epistole gregoriane IX, 37 e 96, citt. a n, 123, testi-
Dai Goti al Longobardi 251 zionale, non avrebbero tuttavia niente a che vedere con quelli, spesso citati in parallelo, corrisposti dai coloni partiarii dei saltus pubblici e privati, già ricordati da Appiano al tempo della Repubblica127 e testimoniati poi, nell’età di Traiano e di Com¬ modo, dalle ben note iscrizioni africane di Henchir Mettich, Aïn el Djemala e Souk el Khmis128: qui non si tratterebbe infatti, in ogni caso, di un versamento d’una parte del prodotto pro¬ porzionale al raccolto annuale120, -bensì di una summa definita in precedenza una volta per tutte, sive minus sive amplius fru¬ menta nascantur130. Di fatto, però, il solo passo di Gregorio sul quale tutta que¬ sta costruzione si regge non può riferirsi che a una compera (o, * 327 328monierebbero invece la fissità del canone in natura, parlando di terrulae triginta modiorum, decem modiorum, etc. 327 Cfr. App., Bell. Civ. I, 7, 27 (lo Stato permetteva che le terre pub¬ bliche venissero occupate e coltivate da chi voleva, dietro pagamento di una percentuale dei prodotti annui, pari a 1/10 per le seminagioni e 1/5 per le col¬ ture arboree). 328 Cfr. Mommsen, Decret des Commodus eit. (Souk el Khmis); Schulten, Die Lex Manciana cit. (Henchir Mettich); R. Cagnat - J. Toutain, Inscription d’Henchir Mettich. Mém. prés, par divers Savants à VAcad. des Inscr. et Belles Lettres, ser. IV, XXV (1807), pagg. 146-153 e 158; J. Toutain, L’inscription d’Henchir Mettich, un nouveau document sur la propriété agricole dans ΓAfri¬ que romaine, Ibid. ser. I, XI (1901), pagg. 31-81; Id., L’inscription d’Henchir Mettich cit. (1897); Id., Nouvelles observations sur l’inscription d’Henchir Met¬ tich, Nouv. Rev. Hist, de Droit fr. et étr. XXIII (1899), pagg. 137-169, 284-312 e 401-414; E. Cuq, Sur une nouvelle méthode d’interprétation des documents juridiques à propos de l’inscription d’Henchir Mettich dans l’Afrique romaine, Ibid. XXI (1897), pagg. 622-652; Id., Le colonat partiaire dans l’Afrique romaine, d’après l’inscription d’Henchir Mettich, Mém. prés, par divers Savants à VAcad. des Inscr. et Belles Lettres, ser. I, XI (1901), pagg. 83-146; Id.. Culturae Mancianae, Mél. en homm. de F. Martroye, Paris 1941, pagg. 93-100; Carcopino. L’inscription d’Aîn el Djemala cit. ; J. B. Mispoulet, L’inscription d’Aîn el Djemala, Nouv. Rev. Hist, de droit fr. et étr. XXXI (1907), pagg. 5-48; T. Frank, The Inscriptions of the Imperial Domaine of Africa, Am. Journ. of Philol. XLVII (1926), pagg. 55-73; etc. (per una bibliografia sulla Lex Manciana, vd. inoltre avanti, pag. 437, n. 582). I coloni corrispondevano al proprietario 1/3 dei frutti (tale era la por¬ zione del raccolto più comunemente richiesta : cfr. Beaudoin, art. cit., 1897, pag. 709 nn. 1 e 2, e 1898 pagg. 67-68). 339 La consuetudine, da parte dei coloni, di corrispondere una parte del raccolto annuale in luogo dell’affitto in denaro era nata da una condizione di indebitamento, ed esprìmeva l’incapacità di garantire un reddito in denaro pre¬ determinato (cfr. Plin., Ep. IX, 37; vd. pure pag. 95, n. 252). 130 Cfr, Graeg., Reg. Ep. I, 42, cit. a pagg. 240-241,
252 Economia e società nell’a Italia Annonaria » appunto, comparatio) di frumento da parte della Chiesa presso i coloni, come già si era ben avveduto il Fabre nella sua limpi¬ dissima parafrasi del testo m. È ovvio che i rustici riconosces¬ sero alla Chiesa (esercitante su di essi un potere discrezionale praticamente senza limite, come ogni grande dominus del tempo nei confronti dei suoi sottoposti: ciò che, fra l’altro, rende ra¬ gione della pressoché costante solidarietà fra coloni e padroni di fronte allo Stato, in tutti -questi secoli 131 132) un diritto di pre¬ lazione nell’acquisto del loro grano ; ma è altrettanto chiaro che essi, una volta pagata la loro pensio con relative appendici, erano liberi di vendere i propri prodotti a chi preferivano e al prezzo che credevano, tant’è vero che il Papa si preoccupa occasional¬ mente di evitare che essi possano dare la precedenza agli extra¬ 131 Art. cit., pag. 77, n. 2 : « C’était là une sorte de frumentum emptum — spiega il Fabre — qui évoque le souvenir (nous sommes en Sicile) de très anciens usages ». 132 Come risulta da numerose lettere gregoriane, soltanto il padrone era in grado di difendere i coloni da ingiustizie e prevaricazioni che questi subis¬ sero, data la scarsa efficienza dei poteri statali (cfr. Fabre, art. cit. ; tale doveva essere pertanto la realtà di fatto nella quasi-totalità dei grandi possessi fon¬ diari, già a partire dal IV secolo, costituendo uno di quei tratti tipicamente « feudali » della società del tempo, sui quali lo studio del Beaudoin più volte citato ha messo particolarmente l’accento) : cfr. ad esempio l’epistola gregoriana I, 42, cit. a pagg. 240-241 e 254, n. 138, e l’epistola IV, 26, del 594, a Ianuario Episcopo Caralitano : ... Accidit autem aliud valde lugendum, quia ipsos rusticos quos habet ecclesia nuncusque in infidelitate remanere neglegentia fraternitatis vestrae permisit. ... Onde necesse est vos per omnia in eorum conversione vigi¬ lare. Nam cuiuslibet episcopi in Sardinia insula paganum rusticum invenire potuero, in eodem episcopo fortiter vindicabo. Iam vero si rusticus tantae fuerit perfidiae et obstinationis inventus, ut ad Deum venire minime consentiat, tanto pensionis onere gravandus est, ut ipsa exactionis suae poena compellatur ad rectitudinem festinare... In questa lettera al Vescovo di Cagliari vediamo dun¬ que che la Chiesa — così come aveva facoltà di alleggerire i canoni in denaro dei suoi coloni (cfr. il caso dei rustici ebrei convertiti in Sicilia, le cui pensio¬ nes venivano scalate di 1/3: Ep. V, 7, cit. a n. 124) — si arrogava anche quello di aggravare eventualmente il loro ammontare, benché teoricamente la legge autorizzasse in questo caso i coloni ad iudicem adire (cfr. C. I. XI, 50, 1 ; si vedano inoltre anche le altre leggi del medesimo titolo XI, 50, in quibus causis coloni censiti dominos accusare possunt). Si noti qui marginalmente che la let¬ tera al Vescovo cagliaritano viene spesso ricordata fra i provvedimenti dì Gregorio intesi a combattere la religione ebraica, dove invece è chiaramente que¬ stione di sopravvivenze di paganesimo (infidelitas... paganum rusticum...) ; sul persistere dell’idolatria nei secoli dell’Alto Medioevo, soprattutto nelle cam¬ pagne, cfr. pag. 87, n. 230.
Dai Goti ai Longobardi 258 nei, nelle loro transazioni13S. Accadeva inoltre che, allo stesso titolo, la Chiesa potesse a sua volta compiere comparationes sup¬ plementari di derrate presso altri agricoltori, parimenti extranei al suo patrimonium133 134 * * * 138. Ma ecco ulteriori difficoltà per chi voglia sostenere che i canoni dei coloni siculi venivano allora corrisposti in natura. Il Pontefice infatti, esaurito l’argomento della frumenti com¬ paratio, passa a trattare delle pensiones in denaro esatte presso codesti rustici (nè qui può ragionevolmente sostenersi che si tratti d’una stima in solidi meramente teorica, dal momento che Gregorio illustra con ogni dovizia di particolari le frodi perpe¬ trate dai conductores nell’esigere una libra maior di 73 solidi e mezzo, e anche più, anziché quella, canonica, di 72 solidi) : si dovette pertanto ammettere che questa pernio, in Sicilia, non designasse affatto il canone versato dai coloni siculi a titolo di affìtto, ma consistesse in un pagamento a parte, a solo profitto degli amministratori locali dei beni ecclesiastici, analogo agli excepta, viUcilia e commoda nuptiarum (nel caso del patrimo¬ niolum di Arles si concedeva tuttavia che, con il termine pen¬ siones, Gregorio volesse intendere per l’appunto l’ammontare degli affìtti in denaro)135. A parte le evidenti forzature e con¬ tradditorietà che spiegazioni del genere richiedono, pochi passi gregoriani riescono più espliciti di questo, in cui, dopo avere denunciato gli abusi nella riscossione delle pensiones in denaro ai coloni, il Papa decide che detti capita pensionis (e come du¬ bitare ormai che si tratti degli affìtti?) vengano registrati una volta per tutte su di un libellus securitatis, in modo che nulla possa essere arbitrariamente estorto al colono, al di là della 133 Cfr. Graeg., Reg. Ep. I, 42 cit., a pagg. 240-241 : Unde praesenti admoni¬ tione praecipimus, ut omne, quod mutuum pro eadem causa al· extraneis acci¬ pere poterant (scii, rustici), a tua experientia in puMico detur et a rusticis ec¬ clesiae paulatim ut haXuerint accipiatur, ne dum in tempore coangustantur, quod eis postmodum sufficere in inferendum poterat, prius compulsi vi¬ lius vendant et horreis (scii, ecclesiae) minime sufficiant... Vd. inoltre sotto, p. 261. 134 Cfr. Graeg., Reg. Ep. I, 42, cit. a pag. 243, n. 104 (Tua autem [cioè di competenza del rector] quae comparari tussimus al· extraneis comparentur...) ; Id., IUd. I, 70, cit. a pag. 260, n. 154 (quinquaginta vero auri Itoris nova frumenta al· extraneis compara..., scrive il Papa al rector Siciliae). 138 Cfr. Beaudoin, art. cit., pagg. 209-219. Sulle pensiones in denaro dei coloni di Arles, cfr. Graeg., Reg. Ep. VI, 51, cit. a pag. 249, n. 124.
254 Economia e società nell’«· Italia Annottarla » cifra prestabilita. Rimane perciò chiarito all’evidenza come le rimesse dei coloni, in Sicilia, venissero corrisposte in denaro: la stessa cosa avveniva del resto sulle terre della Chiesa Romana in Gallia e — lo vedremo meglio più avanti — nelle proprietà venete della Chiesa Ravennate136 (verso la fine del IV secolo non erano mancati invece in Ambrogio di Milano, per la IÀgu~ ria, alcuni cenni a piccoli affittuari liberi che fornivano in vino il loro canone annuale al padrone 137). Tale circostanza, assieme al fatto che, per concessione papale, i rustici siculi si avvantag¬ giassero di un libellus (il quale, all’atto che delimitava i di¬ ritti e i doveri delle due parti, poneva anche i contraenti su di un piede, per così dire, di teorica parità) ed apparissero inoltre responsabili di fronte allo Stato della corresponsione delle pro¬ prie imposte (dal momento che erano essi, e non il dominus, a pagare nuovamente le tasse qualora un conductor non avesse consegnato al fisco la somma raccolta pattuita 138), tutti questi 133 Per le Gallie, cfr. la nota precedente; per il Ravennate, cfr. pagg. 407 sgg. 187 Cfr. Ambe., De Nab. 21, cit. a pag. 95, n. 252. 138 Cfr. Graeg., Reg. Ep. I, 42: Cognovimus etiam, rusticos burdationem quam iam ab eis exactam Theodosius minime persolverat iterum dedisse, ita ut in duplo exacti sint. Quod ideo factum est, quia eius substantiam ad debitum ecclesiae non sufficiebat (ciò denota — sia detto per inciso — che le sostanze dei conductores della Chiesa, come già quelle degli affittuari nel diritto classico, erano considerate a disposizione del dominus a titolo di garanzia : cfr. Beaudoin, art. cit., 1898, pag. 216, in nota). Sed quia per filium nostrum Servum-dei dia¬ conum edocti sumus, quod ex rebus substantiae eius possit hoc ipsum damnum sufficienter resarciri, volumus, quingentos septem solidos eisdem rusticis sine aliqua inminutione restitui, ne in duplo videantur exacti. Si autem supra dam¬ num rusticorum etiam quadraginta solidi de rebus Theodosii remanent, quos et apud te diceris habere (ci si rivolge al rector), volumus, ut filiae eius red¬ dantur, ut res suas quas in pignore dederat recipere debeat... II termine bur- datio, di cui è pure questione in altro passo delVEp. I, 42 (... cognovimus, quod prima inlatio burdationis rusticos nostros vehementer angustet... etc. ; cfr. pagg. 241 e 261), è probabilmente un agglutinato greco-latino di età bi¬ zantina (rcupóc e datio), con cui veniva designato il tributo fondiario a riscos¬ sione quadrimestrale, imposto dal fisco ai coloni ecclesiastici (cfr. Ewald, ad loc. cit.; Du Cange, v. «Burdatio»; Beaudoin, art. cit.; pagg. 194-219; Ta- massia, L’Italia verso la fine del sesto secolo cit., pag. 705, n. 6). Il passo testé citato ci informa che, sulle terre della Chiesa, le imposte statali venivano rac¬ colte dai conductores ; ma se — come nel caso attuale — un conductor decedeva prima di aver rimesso ai funzionari del fisco la somma pattuita, non era il pro¬ prietario a rimetterci e nemmeno gli eredi del conductor, bensì i coloni, i quali
jDai Goti ai Longobardi 255 elementi, dunque, non fanno che sottolineare la condizione giu¬ ridicamente superiore dei coloni in questione, legati alla terra con tutti gli svantaggi, ma anche i vantaggi, che tale vincolo comportava, e tuttavia paragonabili sotto parecchi rapporti ai liberi affittuari-coltivatori diretti, la cui situazione, in quelle età e in quelle congiunture economico-sociali, non è detto fosse — di fatto — indiscriminatamente preferibile139. Come abbiamo accennato da principio, la lettera gregoriana si ricollega principalmente, con un accentuato parallelismo di situazione, alle epistole di Cassiodoro relative alla coemptio. * 188erano costretti a pagare nuovamente la somma richiesta; è infatti chiaro che, in questa occasione, il Papa potè di sua libera iniziativa venire incontro alle difficoltà dei rustici soltanto perchè Fattivo della fortuna dell’affittuario Teodo¬ sio superava l’ammontare di quanto egli doveva alla Chiesa. Sappiamo invece che, ad es., sulle proprietà della domus regia erano i conductores i responsa¬ bili della collazione dell’imposta: cfr. Ennod., Op. CCCVI (= Ep. 7, 1), ove si parla di una vertenza fra Bauto, conductor domus regiae, e il chartularius Epi- fanius (su tale carica, cfr. R. Grosse, Römische Militärgeschichte von Gallie¬ nus bis zum Beginn der byzantinischen Themenverfassung, Berlin 1920, pagg. 192-195) : Bauto rifiutava di pagare i 64 solidi d’arretrato quos... emisso chiro¬ grapho fuerat debere confessus, in quanto sosteneva di averne già versati 40 al cartulario (il quale, da parte sua, negava ogni cosa). I coloni erano inoltre tenuti al servizio militare: cfr. Graeg., Reg. Ep. II, 38, del 592: venientibus scribonibus qui, sicut audio, iam illic tyrones colli¬ gunt... (sugli scribones statali, che Gregorio considerava una categoria di per¬ sone assai poco raccomandabili, cfr. pure Id., Ibid. IX, 78, del 598). 188 II Jones, nel suo recente studio sul colonato (vd. pag. 247, n. 114) ha giustamente messo in rilievo che, benché tale istituzione si fosse diffusa in tutto l’Impero Romano nei secoli tardi, ciò non dovette necessariamente impli¬ care che tutti i coloni fossero collegati alla terra da un vincolo ereditario. Tale caratteristica — che il colonato assunse quasi ovunque in seguito alle mi¬ sure d’ordine fiscale introdotte da Diocleziano e dai suoi successori — riguar¬ dava soltanto i coloni censiti e quelli residenti sulla medesima terra da oltre trent’anni (nonché i loro discendenti), ma lasciava evidentemente al di fuori tutti quei coloni che erano legati al padrone con nuovi contratti di affitto da meno di un trentennio. Benché, pertanto, non si possano trovare in Gregorio te¬ stimonianze specifiche su coloni di quest’ultimo tipo, non sembra si possa ca¬ tegoricamente escludere che esistessero anche sulle terre della Chiesa rustici coltivanti direttamente i loro appezzamenti in qualità di piccoli affittuari liberi (l’eventualità è invece recisamente negata dal Fabre, Beaudoin, etc.). In ogni caso, nè i coloni siculi descritti da Gregorio, nè quelli che compaiono in alcuni documenti ravennati un poco più antichi, appartengono certamente a quella categoria di adscripticii che, secondo alcuni studiosi, dovettero costituire la forma più diffusa di colonato in Occidente (cfr. Ganshof, Le statut personnel du colon cit. ; Pallasse, o. e., passim).
Economia e società nell’«. Italia Annonaria » 25G Pure qui è questione della comparatio (o, per l’appunto, coemptio) del frumento in specie, che la Chiesa doveva acqui¬ stare presso i coloni ed accumulare nei propri horrea provin¬ ciali e urbici, per soddisfare tanto alle necessità proprie quanto alle richieste, a nome dello Stato, del curator sitonici 14°. Questa volta si tratta dunque di una organizzazione di coemptio all’in¬ terno della proprietà ecclesiastica stessa, ove il rector ecclesiae del patrimonio provinciale ed i suoi dipendenti appaiono per molte funzioni essersi sostituiti all’officium del cassiodoriano Prefetto del Pretorio, e dove le dirette vittime della compara¬ tio (di cui ora Gregorio, non più Teoderico, ascolta i lamenti) risultano essere non già i negotiatores, bensì i coloni ecclesiae. Questi ruotici, scrive il Papa, si ritenevano gravemente dan¬ neggiati dal modo con cui la coemptio veniva effettuata, dal mo¬ mento che, in tempo di abbondanza, il rector — o chi per esso — rifiutava di mantenere la somma già con essi pattuita per la comparatio. Se la nostra interpretazione del passo è esatta* 141, ciò significa che i rustici — dopo avere concordato una volta per tutte quantità e prezzo delle forniture di coemptio in base al pretium publicum corrente 142 (verisimilmente intermedio fra il livello, stagionalmente oscillante, di vilitas e quello di caritas), e dopo essersi probabilmente anche intesi con i conductores per la deduzione di tali somme dai canoni e dalle tasse in denaro che, pure quadrimestralmente, erano tenuti a versare143 — si vedevano poi misconoscere i prezzi già stabiliti al sopravvenire àe\Y abundantiae tempus, evidentemente coincidente con la rata di consegna di settembre, dopo i raccolti : ora i conductores pre¬ tendevano infatti di doversi attenere ai minimi prezzi di mercato provocati da quelle congiunture, dopo non avere invece fiatato 1,0 Cfr. pagg. 219-220, nn. 44-45. 141 Noi abbiamo senz’altro riferito al verbo servetur la designazione cro¬ nologica abundantiae tempore, la quale, di per sè, potrebbe però essere attri¬ buita altrettanto bene anche a instituta summa : ma, ammettendo quest’ultima interpretazione, viene meno al testo della lettera gregoriana un qualsiasi senso compiuto (cfr. il testo gregoriano cit. a pagg. 240-241). 142 Lo Schwarzlöse (Die Verwaltung cit.) interpreta iuxta pretia publica nel senso di « secondo i prezzi fissati dallo Stato » : ciò che, però, mal si addice al contesto dell’epistola. 148 Sulle scadenze quadrimestrali (a gennaio, maggio e settembre) sia de¬ gli affitti che dei tributi fiscali, cfr. sopra, pag. 235, n. 85.
Dai Goti ai Longobardi 257 — è naturale — finché le tariffe medie pattuite si erano conser¬ vate al di sotto del livello forense. Dal contesto non risulta se tali pretese dei conductores si risolvessero in un versamento più forte in denaro sulla porzione ancora dovuta del canone, oppure in una fornitura più abbondante di frumento ; probabilmente ora Tuna ora l’altra cosa, a seconda di ciò che al momento sembrava ai conductores più conveniente. Il Papa decide pertanto che, sive minus sive amplius frumenta nascantur, si dovesse rispet¬ tare una volta per tutte la mensum comparationis già pattuita iuxta pretia publica. Gregorio prosegue poi la sua lettera di istruzioni stabilendo che le eventuali partite di frumento perite in naufragio doves¬ sero venire reputatae (ascritte, cioè messe in conto, considerate a carico) non già ai produttori, bensì all’ufficio del rector, in modo che questi fosse portato a sorvegliare con maggior scru¬ polo la tempestiva spedizione del frumento, troppo spesso dolo¬ samente trattenuto ex vitio dei suoi collectores fino a stagioni poco propizie alla navigazione: e anche ciò richiama singolar¬ mente i rimproveri di fraudulenta simulatio mossi ottantanni prima da Teoderico ai suoi cancellarii, che ritardavano all’au¬ tunno avanzato l’invio del grano coemptum, nell’intento evidente di realizzare speculazioni per conto proprio sul rialzo stagionale dei prezzi144. In seguito Gregorio passa a trattare del sextariaticum, vale a dire di quella sorta di soprattassa esatta ai coloni a titolo d’indennizzo, tanto per le perdite di peso della merce quanto per cautelarsi da eventuali sbalzi di prezzo e per rifondersi dalle spese e dai rischi di evectio 145. Il Papa decide dunque che in detta soprattassa plus quam decem et octo sextariorum modium numquam a rusticis Ecclesiae frumenta debeant accipi : il che ancora una volta corrisponde assai da vicino al paragrafo della cassiodoriana epistola II, 26, in cui si legifera affinchè de sexta¬ rio... ne quis audeat damnata semper pretia protervus exigere (ma ove, naturalmente, erano i mercanti, e non i rustici, che venivano danneggiati dal sextariaticum calcolato in maniera ini¬ qua). Gregorio ammette che il modius maior richiesto ai coloni, 1U Cfr. Cass., Var. I, 35, cit. a pagg. 236-237. 145 Cfr. pag. 216, n. 36. 17. L. Rugginì
258 Economia e società nell'« Italia Annonaria » originariamente di 16 sestarii146, potesse raggiungere, ma non superare, i 18 sestarii (con un interpondium del 12,5 %), nisi forte si quid est, quod nautae iuxta consuetudinem superaeci- piunt, quod minui ipsi in navibus adtestantur (sappiamo invece da un’altra epistola papale, posteriore di dodici anni, che per es. i coloni del Siracusano erano costretti a versare fino a 25 sestarii per modio, con un interpondium addirittura del 56,25 % 147). È poi evidente che il supplemento di peso che il Papa ammette, calcolato oltre al modius maior iuœta consuetu- dinem nella consegna ai nautae-, doveva consistere in un ammon¬ tare trascurabilissimo : probabilmente esso ha a che fare con la perdita di peso durante il trasporto, per la manipolazione e per la stagionatura (quod minui ipsi in navibus adtestantur), per cui già nel IV secolo veniva richiesto dai susceptores dell’impo¬ sta in natura un certo quantitativo di derrate in epimetris. am¬ montante all’l % nel caso dei cereali (in aridis fructibus 148). Infine, nella sua lettera, Gregorio mostra come gli inter¬ pretia, ancora alla fine del VI secolo, fossero praticati non sol¬ tanto in relazione alla coemptio, ma pure alla exactio in solidi dei canoni (pensiones) dei coloni appartenenti alle masse della Chiesa, dove venivano a questi richiesti 73 solidi e mezzo (e anche più) per ogni libbra d’oro, in luogo dei 72 canonici. Questa pratica illecita, al dire di Gregorio, risaliva ex usu iam multorum annorum; e, di fatto, se ne trovano parecchi cenni anche in Cas- siodoro, a proposito della riscossione dell9assis publicus149. Per 14β Cfr. Rhemn. Fan., De Ponderibus, y. 71, ed. Bubmann, Leiden 1731. 147 Cfr. Graeg., Reg. Ep. XIII, 37 (603 d. C.), Pantaleoni notario (discus¬ sor, esattore della Chiesa dalle parti di Siracusa) : Salerio siquidem cartulario nostro narrante cognovimus, quia modium ad quem coloni ecclesiae frumenta dare compellebantur viginti et quinque sextariorum inveneris. Quod omni modo execrati sumus atque eandem discussionis causam tarde te fecisse doluimus. Quia vero eundem modium te fregisse et iustum fecisse commemoras, gavisi sumus. 148 Cfr. pagg. 46, n. 97, e 216, n. 36. 149 Teoderico, fin dal 507-511, aveva sentito il bisogno dl rispolverare l’in¬ tero sistema metrologicu tradizionale ai burocrati degli scrinia prefettizi, i quali troppo spesso facevano mostra d’ignorarlo (sul controllo di pesi e misure neirimpero Romano e Bizantino, cfr. la breve nota di N. Tamassia, Pesi e Mi¬ sure nell’Italia Medioevale, Studi in on. di B. Brugi, Palermo 1910, pagg. 423- 427 ; per la Pars Orientis dell’Impero, cfr. Stein, o. c. II, pagg. 439-441) : cfr.
Uni Goti ai Longobardi 259 ovviare a tutta questa serie d’inconvenienti il Papa stabilisce dunque che ogni aggravio supplementare al canone puro e seni- Cass., Var. I, 10 (507-511), Boethio v.ï. atque patricio; vd. pure Var. V, 39 (523-526), Ampelio v.i. et Livvirit v.s. Theodericus rex, riferentesi alla Spagna : ...Exigentes vero assem publicum per gravamina ponderum premere dicuntur patrimonia possessorum... Bed ut totius fraudis abrogetur occasio, ad libram cubiculi nostri, quae vobis in praesenti data est, universas functiones publicas iubemus inferri... Pondera quadrangolari del tempo di Teoderico, marcati a nome del pu. Catulinus, sono stati di fatto rinvenuti: cfr. E. Babelon, Catalo¬ gue des bronzes antiques de la Bibliothèque Nationale, Paris 1895, pagg. 696-697, n. 2285; O. M. Dalton, Catalogue of Early Christian Antiquities and Objects from the Christian East, London 1901, pag. 93, n. 444. L’esazione di 73 solidi e mezzo per libbra, menzionata nell’epistola grego¬ riana, corrisponde al cambio ufficiale a tutto vantaggio dello Stato, che già Co¬ stantino nel 325 d. C. aveva fissato a 84 solidi per libbra nella riscossione delle imposte aderate (C. Th. XII, 7, 1, a Eufrasius rationalis di Sicilia, Sardegna e Corsica), e che decadde automaticamente soltanto allorché, nel 367, tale ver¬ samento venne esatto ai contribuenti in lingotti d’oro obryzum (cioè puro), La riscossione d’un quantitativo supplementare di solidi per ogni libbra d’oro, oltre ai 72 canonici, almeno all’origine era stata probabilmente concepita dallo Stato soltanto per neutralizzare l’inconveniente che avrebbe rappresentato per esso il percepire a numero, e non a peso, le somme in denaro dovutegli : un so¬ lido infatti, pur essendo teoricamente pari a 1/72 di libbra d’oro, era di fatto sempre inferiore al peso di gr. 4,550 che avrebbe dovuto avere, sia per una certa inevitabile perdita di materiale durante il procedimento tecnico della coniazione, sia perchè verisimilmente lo Stato, per rifondersi delle spese di co¬ niazione, tratteneva di proposito su ogni lingotto da una libbra una certa fra¬ zione aurea, che i moderni calcoli ponderali in base ai solidi pervenutici hanno accertato nella misura di un solido per ogni libbra d’oro (occorrevano dunque 73 solidi e non 72, per dare il peso effettivo di una libbra): su questa teoria detta dello Schlag schätz (tasso di coniazione), suggerita per la prima volta da F. Hultsch (Griechische und römische Metrologie, Berlin 1882), cfr. Ulrich- Bansa, Moneta Mediolanensis cit., pagg. 357-360. Sulla legge costantiniana del 325, cfr. in partie. F. Martroye, La monnaye d’or et les payements dans les cais¬ ses publiques à l’époque constantinienne, Mém. de la soc. des ant. de France, s. Vili, VII (1924-1927), pagg. 125-136. In Gregorio l’esazione supplementare, dai 12 solidi dell’epoca costantiniana (importanti riserve, non da tutti accet¬ tate, sul valore di questa cifra si trovano però in Mommsen, Die Bewirtschaftung cit., pag. 189, n. 60; vd. da ultimo P. Bruun, The Law Concerning Tax Payment in Gold and the Constantinian Solidus, comunicaz. al Congr. Int. di Numisma¬ tica, Roma 11-16 sett. 1961, di prossima pubblicazione), appare calata a 1 solido e mezzo soltanto, rifacendosi, in sostanza, all’effettiva perdita di peso che doveva approssimativamente subire una libbra d’oro nella coniazione; è comunque da escludere che questa diminuzione quasi dell’86 %, intervenuta in circa due secoli e mezzo, debba esprimere la misura in cui il valore dell’oro era nel frattempo cre¬ sciuto (cfr. pagg. 391 sgg.) ; questa tesi è stata invece sostenuta da F. Martroye,
200 Economìa c società nell’« Italia Annonaria » plice dei coloni (libra maior15°, siliquae* 151 e granatica152, una parte dei quali in usu rectoris accedebat153) dovesse essere una volta per tutte abolito o, meglio, computato nell’ammontare del caput pensionis registrato sul libellus securitatis. Nelle parole di Gregorio è pertanto evidente la preoccupazione di assicurare un minimo di benessere ai coloni ecclesiastici tanto per buona coscienza cristiana, quanto per esigenze di avveduta amministra¬ zione, dal momento che proprio questi rustici costituivano la sorgente prima di tutto il frumento, fiscale e no, annualmente convogliato agli horrea provinciali e urbani della Chiesa. In quel maggio del 591, in particolare, si stava già probabilmente preannunciando in Italia la carestia, che dopo alcuni mesi avreb¬ be infierito 154 ; e il Papa doveva vedere con inquietudine il fatto Sur la variation de la valeur de l’or sous le bas empire, Bull, de la soc. ant. de France, 1928, pagg. 165-173. 180 Per libra maior si intendeva per l’appunto la libbra maggiorata di 73 solidi e mezzo e oltre (per il modius maior, concepito analogamente, cfr. so¬ pra, pag. 258). 151 È probabile che si tratti di un ulteriore, e ridondante, riferimento alla libra, che non si voleva maggiorata neppure in una percentuale minima (la siliqua era 1/24 di solido). Potrebbe tuttavia trattarsi anche (ma sembra meno probabile, essendo qui questione di pensiones, e non di coemptio) del siliqua¬ tico o tassa sulle compravendite, pagata metà dall’acquirente e metà dal ven¬ ditore (cfr. sopra, pag. 213, n. 17). 152 Granaticum : tributum, de granis, spiega lo Ewald in M.G.H., ad loc. cit. (una illustrazione del termine manca tanto nel Forcellini quanto nel Du Gange). 158 Di interpondia e di sportulae, esatti ai conductores dall’amministratore di un grande patrimonio privato in Sicilia (passato più tardi alla Chiesa Ra¬ vennate), verso la metà del V secolo, si trova menzione anche in un documento dell’archivio di Ravenna (cfr. T jader P. 1 = Marini 73, cit. a pagg. 558-560) : da esso risulta che la res lucrativa delle due massae Enporitana e Cassitana, le cui pensiones ammontavano a 756 e 500 solidi annui rispettivamente, e cioè 1.256 solidi in tutto, con raggiunta delle sportulae e degli interpondia raggiun¬ geva i 1.537 solidi annui con un aggravio, quindi, del 22,40 % sulla pensio vera e propria; cfr. in partie, loc. cit., 11. 59, 64, 77-78). 154 L’epistola I, 42 in questione è datata al maggio del 591; fin dal set¬ tembre dell’anno precedente Gregorio si era preoccupato che la transmissio delle specie fiscali dalla Sicilia a Roma fosse regolarmente espletata (quia si quid minus hic transmittitur non unus quilibet homo, sed cunctus simul populus trucidatur... : cfr. Ep. I, 2, cit., a pag. 230 n. 73) ; nell’agosto del 591, invece, la carestia già minacciava Roma, poiché i raccolti di grano sul continente italico erano stati cattivi: Gregorio predispose pertanto l’acquisto di frumento supple¬ mentare presso extranei (cioè, in questo caso, proprietari-negotiantes al di fuori
Dai, Goti ai Longobardi 261 che i rustici — incalzati dai conductores a pagare senza dila¬ zione la prima rata della ìmrdatio o tassa fondiaria155, prima di avere potuto esitare con profitto i propri raccolti (la scadenza doveva infatti essere quella settembrina) — si impegnassero in mutui ad alto interesse con i magistrati del fisco (actionarii pu¬ blici), oppure vendessero precipitosamente ad extranei il loro frumento a prezzo vile, pur di procurarsi il denaro necessario. Gregorio temeva dunque che, al momento opportuno, la Chiesa non potesse più trovare presso costoro scorte di grano in quan¬ titativi sufficienti alle proprie necessità; egli dispose quindi che le casse ecclesiastiche stesse dovessero in tal caso anticipare ai coloni i mutui solidi, ne — come dirà tre anni più tardi in altre circostanze — tollentes ab aliis aut in angariis aut rerum pretiis (scii, rustici) gravarentur156 (singolare appare questa tendenza dei coloni a contrarre liberamente debiti aldi fuori della proprietà ecclesiastica da cui dipendevano, impegnandosi in commoda} angariae o corresponsione di prodotti a prezzo di favore; ed è logico che, in tali congiunture, la Chiesa si adope¬ rasse a che ciò non si risolvesse in danno, diretto o indiretto, per le proprie colture e per le proprie entrate). del patrimonio ecclesiastico siculo) per un valore di 50 libbre (l’oro (=3.600 so¬ lidi, capaci di comprare, a condizioni normali di mercato, circa 90.000 modii di frumento, al prezzo medio di 25 modii il solido : cfr. pagg. 360 sgg.). Il Papa si raccomanda al rector Siciliae affinchè le transmissiones siano compiute a tempo debito, assieme con quelle del frumento comprato presso i,coloni (che non dovevano, in queste operazioni, subire vexationes ; per l’appunto nelle pagine precedenti abbiamo illustrato come queste ultime venissero perpetrate) : Quin¬ quaginta vero auri libris nova frumenta ab extraneis comparat et in Sicilia in locis, in quibus non pereant, repone, ut mense Februario illic naves quantas possumus dirigamus et eadem ad nos frumenta deferantur. Sed et si nos transmittere cessamus, ipse naves provide et ad nos auxiliante Domino Februa¬ rio mense haec eadem frumenta transmitte, exceptis dumtaxat frumentis, quae nunc mense Septembrio vel Octubrio iuxta consuetudinem transmitti praesto¬ lamur. Ita ergo tua experientia faciat, ut sine alicuius vexatione coloni eccle¬ siastici frumenta congregentur, quia tantum hic (= Romae) parva nativitas fuit, ut, nisi auxiliante Deo de Sicilia frumenta congre¬ gentur, fames vehementer immineat... (Reg. Ep. I, 70). 155 SuUa burdatio, cfr. pag. 254, n. 138. 156 Cfr. Graeg., Reg. Ep. V, 7 (ott. 594), Cypriano, diacono et rectori pa¬ trimonii Siciliae'. ...Scripseras... ut mutui solidi rusticis per manus quorundam debitum conductorum darentur, ne tollentes ab aliis aut in angariis aut rerum pretiis gravarentur...
202 Economia e società nell’« Italia Annonaria » L’apporto delle varie province italiche all’annona proven¬ zale tra il 508 E il 511. Ma ritorniamo ora al problema dell’approvvigionamento gallico, dal quale la nostra digressione sulla coemptio aveva preso le mosse. Nella indagine su quali poterono essere nel 508-511 le province italiche che fornirono derrate all’annona mi¬ litare in Provenza, siamo arrivati in primo luogo a escludere Y Apulia et Calabria che, quanto i Bruttii (odierna Calabria) e la Lucania1B7, versava allora in grandi difficoltà sia a causa delle devastazioni bizantine sia per gli abusi dei funzionari (e forse anche in seguito a raccolti piuttosto scarsi per via di una sopravvenuta siccità157 158). In questi stessi anni (507-511) i pro¬ prietari dei territori campani del Nolano e del Napoletano, gra¬ vemente colpiti da un’eruzione del Vesuvio, chiesero ed ottennero l’esenzione dall’omts tributariae functionis159 ,· Teoderico fu inol¬ tre costretto a impartire istruzioni al Consolare della Campania 157 Cfr. Cass., Var. Ili, 8 (507-511), Venantio v.c. correctori Lucaniae et Bruttiorum, ove si deplora il ritardo di costui (forse dovuto a difficoltà di exactio presso i collatores) nel far pervenire al Comes Sacrarum Largitionum l’ammontare dei bina e dei tema (... te praesentibus commonemus affatibus, ut secundum canonicariae fidem tempora debeas constituta complere, ne, quicquid dispendii assis publicus sustinuerit, de proprio exsolvere tu cogaris...). Su Ve¬ nanti us, Corrector della Lucania e dei Bruzii negli anni intorno al 510, cfr. pure Cass., Var. III, 46 e 47, entrambe datate dal Mommsen fra il 507 e il 511 ; vd. pure Mommsen, ed. Variae, Introd. pagg. XXXIV-XXXY. In un papiro di età teodericiana (Marini 138), inventario di documenti tutti databili fra il 487 e il 510, probabilmente appartenenti all’archivio ravennate di qualche scrinium o di qualche funzionario, si trova la menzione di una cautio o ricevuta, rilasciata dallo scholarius palatinus Valerius Venantius Corrector Lucaniae et Brittiorum, per una certa somma di solidi (il cui ammontare è lacunoso), certamente di carattere fiscale. 158 Cfr. Cass., Var. I, 35, a pagg. 236-237. 168 Cfr. Cass., Var. IY, 50 (507-511), Fausto ppö. Theodericus rex: Cam¬ pani Vesuvii montis hostilitate vastati clementiae nostrae supplices lacrimas profuderunt, ut agrorum fructibus enudati subleventur ohere tributariae fun¬ ctionis. Quod fieri debere nostra merito pietas adquiesdt. Sed quia nobis dubia est unuscuiusque indiscussa calamitas, magnitudinem vestram ad Nolanum sive Neapolitanum territorium probatae fidei virum praecipimus destinare... ut agris ibidem diligenter inspectis, in quantum possessoris laboravit utilitas, subleve¬ tur... (segue una colorita descrizione dell’eruzione del Vesuvio e dei suoi segni premonitori).
Dai Goti ai Longobardi 263 Johannes, per ovviare a locali disordini, provocati da difficoltà di ordine finanziario nella vita economica e sociale1®0. La Tuscia, sin dalla fine del V secolo, giaceva a sua volta in uno stato di grande abbandono 101 ; e in Umbria e nel Ravennate, come del resto anche in Campania, furono proprio questi gli anni in cui Teoderico intraprese coraggiosi tentativi di bonifica delle zone paludose, per risollevarne il livello produttivo alquanto de¬ presso 1β2. > 160 161160 Cfr. Cass., Var. IV, 10 (507-511), Iohanni v.s. Consulari Campaniae Theodericus rex : ... provincialium igitur Campaniae atque Samnii suggestione comperimus nonnullos neglecta temporum disciplina ad pignorandi se studia transtulisse et quasi edicto misso per vulgus licentiam crevisse vitiorum. His multo acerbiora iungentes: alienis debitis ad solutionem alios tralii solamque causam probabilem videri, si aliqua debitori potuit vicinitate coniungi... etc. L'indebitamento usuraio (un indebitamento di puro consumo, che nella mag¬ gioranza dei casi non riusciva più ad essere riscattato dai debitori) era dunque fortissimo; sulla recessione della vita economica in Campania in questi secoli, cfr. pagg. 153-155, e 302, n. 276; Galasso, art. cit., pagg. 9-15. 161 Cfr. il passo di Gelasio cit. a pag. 276; nel 467, Sidonio Apollinare descriveva all’amico Heronius (Ep. I, 5) la pestilens regio Tuscorum spiritu aeris venenatis flatibus inebriato et modo calores alternante, modo frigora, priva d'acqua potabile e infestata dalla malaria. A partire da quest'epoca, la Tuscia verrà spesso ricordata, assieme con VAemilia, fra le province desolate e spopolate: cfr. le testimonianze di Procopio e di Gregorio Magno citt. a pagg. 338, n. 387, e 475, n. 709 (già del resto nella prima metà del IV secolo la Toscana, assieme al Piceno, alla Campania e ad altre province meridionali, era stata a più riprese esonerata dalla corresponsione degli oneri fiscali: cfr. le leggi C. Τη., XI, 28, 7, del 413, e XI, 28, 12, del 418, citt. a pag. 153, n. 431). iea Cfr. Cass., Var. II, 21 (507-511), Iohanni apparitori Theodericus rex, ove è questione di certe terre dalle parti di Spoleto concesse (evidentemente in enfiteusi) ai due spectabiles Spes e Domitius, a condizione che essi ne intrapren¬ dano la bonifica (sulla feracità della regione al tempo di Strabone, cfr. Geogr. V, pagg. 227-228 C.) ; alla medesima impresa secondo il Punzi (o. c.) o — come appare assai più verosimile — ad impresa analoga nel Ravennate, si riferisce l’iscrizione di C.I.L. XI, 10 (= I.L.S. 826), rinvenuta a Ravenna: Rex Theodericus, favente d(e)o / et bello gloriosus et otio, / fabricis suis amoena convungens, / sterili palude siccata, hos hortos / suavi pomorum fecun¬ ditate ditavit (sugli horti ravennati ricchi di pomi, là dove un tempo c’era il mare, cfr. Iord., Get. 22, 150; U. Toschi, Ravenna da città di mare a città di terra, Corsi di Cult. sull’Arte Rav. e Biz. V, 1 [27 marzo-8 aprile 1960], Ravenna 1960, pag. 111-125, e bibliogr. ivi cit.); cfr. pure Ennod., Op. CCLXIV (Carm. II, 111) De horto regis, pag. 214. Sulle paludi bonificate sotto Teoderico a Decennonium (probabilmente De- cennovio, presso Terracina, per cui cfr. anche Proc., De bell. Goth. I, 2), cfr. Cass., Var. II, 32 (507-511) Senatui Urbis Romae Theodericus rex, e II, 33
261 Economia e società nell'« Italia Annonaria » Sappiamo che nel 509-510 Teoderico aveva convogliato verso i porti gallici il frumento fiscale della Sicilia 1β3, la provincia granaria per eccellenza164: ma sfortunatamente, prima che la flotta raggiungesse le coste della Provenza, una tempesta ne (507-511) Decio v.i. patricio Theodericus rex ; in queste due lettere vengono concesse al senatore e patrizio Decio, a titolo enfiteuticario, alcune terre palu¬ dose da bonificare, liberandole da ogni aggravio fiscale. Sulla Via Appia, presso Terracina, fu pertanto rinvenuta una lunga iscrizione di età teodericiana, nella quale viene commemorata la bonifica delle paludi pontine presso Decennovio, ad opera per l’appunto di Decio: cfr. C.I.L. X 6850-1 (= I.L.S. 827). Sull’agricoltura al tempo di Teoderico, cfr. Diian, über Cassiodorus Varia- rum XII cit., pag. 07, n. 1. 103 Dia in Ausonio (fine IV see.) e in Sidonio Apollinare (V see.) si tro¬ vano testimoniate esportazioni frumentarie (pare abbastanza consuetudinarie) dai porti della Sicilia e deìVApulia verso le Gallie. Ausonio accenna infatti a importazioni di frumento siculo — accanto a quello spagnolo e libico — a Narbona: Te (scil. Martie Narl)o: vd. v. 1) maris Eoi merces et Hiberica <litant / aequora te classes Libyci Siculique profundi (Ordo Nob. Urb. XIX, vv. 18-19). E più tardi Sidonio Apollinare, dèscrivendo i granai di Burgum (Bourg-sur- Gironde), annota : Huc veniet calidis quantum metit Africa, terris, / quantum vel Calaber, quantum colit Apulus acer, / quanta Leontino turgescit messis acervo... (Carni. XXII, vv. 171-173; cfr. Id., Carni. XI, v. 116: hic Cererem Siculam Farius comitatur Osiris). Rapporti commerciali fra la Gallia e la Sicilia sembra testimoniare anche la diffusione, in quest’ultima, di tarde cera¬ miche galliche a rilievo: cfr. J. Dechelette, Les vases céramiques ornés de la Gaule romaine, Paris 1904, 2 voll., passim ; B. Pace, Arte e civiltà della Sicilia antica, IV («Barbari e Bizantini»), Roma-Napoli etc. 1949, pag. 238. 1<w Da quando i Vandali avevano occupato la Diocesi d’Africa, che sino allora aveva fornito a Roma circa i 2/3 del suo frumento fiscale annuo (cfr. pag. 295, n. 252), la Sicilia era divenuta la più importante sorgente dell’annona romana (già dopo la pace del 442 coi Vandali la Numidia e la Mauretania Sitifense pagavano ormai ai Romani 1/8 delle imposte prefettorali corrisposte in precedenza, e le province più fertili erano state occupate dai barbari, anche se essi continuarono per oltre un decennio a versare un tributo frumentario a Valentiniano III ; verso il 455-456, comunque, tutte le province africane ven¬ nero definitivamente evacuate dai Romani : cfr. Stein, o. c., I, pagg. 484 e 509- 510 = ed. fr. pagg. 325 e 342-343). Già tuttavia nel 438 una banda di pirati (con ogni verisimiglianza vandali) aveva operato una rapida e improvvisa scorreria nell’isola, devastandola (cfr. Prosp. Aquitan., E pit. Chron., ad a. 438, pag. 476: Hoc quoque tempore Udem piratae multas insulas, sed praecipue Siciliam vastavere; cfr. pure Paul. Diac., Hist. Rom. XIII, 12, pag. 199). Due anni più tardi (440) Genserico si impadronì di Lilibeo, e di qui estese il suo dominio sull’intera Sicilia, fiaccandola con successive incursioni (cfr. Vict. Vit., Hist, pers. Afr. prov. I, 51, pag. 13; Paul. Diac., Hist. Rom. XIII, 14, pagg. 199-200; Reda, Chron. Min. ad a. OCCHI, pag. 302 M.G.H., A.A. XIII (Chron. Min.), ed, Th, Mommsen, Berlin 1898). Nel 456 Genserico venne sconfitto
Dai Qoti ai Longobardi 2G5 causò il naulragio e Teoderico, commosso dalla lacrimabilis adi¬ tio dei prosecutores frumentorum (vale a dire sempre i medesimi una prima volta da Ricimero presso Girgenti, ma soltanto nel 476 Odoacre riuscì a ottenere la restituzione della Sicilia (salvo Lilibeo) dietro il pa¬ gamento di un tributo (l’isola era completamente caduta in mano ai Van¬ dali dopo il 468; cfr. Vict. Vit., Hist. Pere. I, 14, pag. 4; Ennod., Pan. Theod. XIII, 70, pag. 211). Assuefatta ormai da secoli alla tranquillità di una pace ininterrotta, l’isola dovette allora soffrire ancora più rudemente di tali di¬ sordini, che la sconvolsero per circa un cinquantennio; ed è in questo periodo che si riscontrano in Sicilia i segni manifesti di una rapida involuzione econo¬ mica: cfr. Pace, o. c. IV, pagg. 84-85, 94-98, 219-220, 480-482 e passim (vd. ree. di A. Plachy in Bull. delVIst. di Dir. Rom. « Vittorio Soialoja », n. s. XVIII- XIX [1956], pagg. 261-264); vd. pure Id., art. cit. pagg. 151-152; S. La Rocca, Le invasioni vandaliche in Sicilia, Girgenti 1917, passim; E. Loncao, Stato, Chiesa e famiglia in Sicilia, dalla caduta dell’Impero Romano al regno nor¬ manno, Parte I («Le invasioni vandaliche e il regno dei Goti»), Palermo 1905, passim ; E. F. Gautier, Genséric, roi des Vandales, Paris 1932, pagg. 221 sgg. ; Amari, Storia dei Musulmani in Sicilia cit. I, pag. 119; Ch. Courtois, Sicile Byzantine et Sicile Normande, Annales du Centre XJniv. Méditerranéen I (1946- 1947), pagg. 71-78; Ch. A. Juuien, Histoire de l’Afrique du Nord, Tunisie, Algérie, Maroc, 2a ed. aggiornata da Ch. Courtois, Paris 1951, pagg. 244-245. Con Teoderico, tuttavia, l’economia della Sicilia dovette conoscere una notevole ripresa (cfr. Cass., Var. IX, 10, cit. a pag. 297), benché le difficoltà fiscali non cessassero di farsi sentire di tempo in tempo (cfr. pag. 297, n. 257) e non risulti chiaro se egli, dopo il 491, abbia continuato o meno a pagare ai Vandali Vannonaria pensio in cambio della pace (cfr. N. Tamassia, La Novella Giustinianea «de praetore Siciliae» (Studio storico-giuridico), Centenario della nascita di Michele Amari II, Palermo 1910, pagg. 304-331 e partie. 326 sgg.; il Courtois — oo. ce., 11. cc. — ritiene di no, certamente a ragione : cfr. Ennod., Pan. Theod. XIII, 70, pag. 211 ; Cass., Cìwon. 1327, pag. 159). L’accresciuta importanza dell’isola quale sorgente delle forniture granarie dovette pertanto segnare un notevole incremento delle colture in tal senso : Getarum nutrix è detta la Sicilia da Iordanes (Get. 60, pag. 137); nel corso della spedizione contro i Vandali in Africa gli eserciti di Giustiniano fecero scalo in Sicilia per rifor¬ nirsi di viveri e cavalli, con il benestare dei Goti (Proc., De hell. Goth., I, 3) ; più tardi, nel corso della guerra gotico-bizantina, l’isola approvvigionò rego¬ larmente gli eserciti di Belisario nei primi tempi dello sbarco (Proc., 1. c. ITI, 16), e Procopio ricorda anche in numerose altre occasioni i viveri e i cavalli procurati dalla provincia ora ai Bizantini (Id., Ibid., II, 24: le vettovaglie raggiungono gli imperiali ad Ancona) e ora ai Goti (Id., Ibid., Ill, 40). Dopo circa un cinquantennio (verso la fine del VI secolo) dalla lettura dell’intero epistolario gregoriano si ricava ancora l’impressione che il principale prodotto siculo fosse il frumento, seguito a poca distanza dalla vite (sul canone gra¬ nario fiscale fornito a Roma dall’isola, cfr. Graeg., Reg. Ep. I, 2, del 590 cit. ; sul frumento importato a Roma dalle proprietà private siciliane cfr. Ibid., I, 42; I. 70: TX, 114; etc.: vd. inoltre pag. 130, n. 351, e Amari, o. c., I, pag. 331).
266 Economia e società nell’« Italia Annonaria » negotiatores-armsitori deputati alla transvectio delle species coemptae), ordinò al Comes Rerum Privatarum Senarius * 165 * di reputare (e cioè di mettere loro in conto come se fosse giunta a destinazione) la modiatio tritici perduta. Si trattava dunque di derrate che i naucleri avevano acquistato a proprie spese dai produttori, in attesa di venirne risarciti alla consegna; e questo fatto, assieme con la lettera IX, 14 posteriore di quasi un ven¬ tennio, ov’è questione degli angusta pretia di coemptio imposti dal Comes di Siracusa ai navigiis vecta commercia 16β, ci rende noto che anche in Sicilia, come in tutte le altre province fru¬ mentarie itàliche di qualche importanza, la publica comparatio delle derrate agricole veniva di norma effettuata a carico dei negotiatores : L’epistola II, 38, indirizzata nel 592 da Gregorio al suddiacono Pietro, Rector Patrimonii Siciliae, sembra inoltre alludere a una certa decadenza dell’alle¬ vamento del bestiame (per cui la Sicilia era andata sempre famosa), con ten¬ denza a limitarlo in favore delle colture agricole : ... Vaccae autem quae iam aetate steriles sunti vel boves masculi qui omnino esse inutiles videntur, vendi debent, ut saltim eorum pretium ad aliquam utilitatem crescat. Greges vero equarum quos valde inutiliter habemus omnes volo distrahi, et tantummodo quadringentos iuveniores servari ad foetum ex quibus quadringentis singuli conductoribus singulae condomae dari debent, quatenus ex ipsis aliquid sin- gulis annis reddant, quia durum valde estt ut sexaginta solidos (di capitatio?) pastoribus expendamus, et sexaginta denarios ex eisdem gregibus non habemus. ... Pastores vero ipsos per possessiones ordina, ut ex cultura terrae ferre aliquid utilitatis possint... I provvedimenti di Gregorio potrebbero tuttavia essere sem¬ plicemente una prosecuzione di quanto era già stato fatto dagli Imperatori del IV secolo per combattere nelle regioni urbicarie i latrones e abactores, che si reclutavano soprattutto fra codesti servi pastores: cfr. C. Τη. IX, 30, 1 (364); Ibid. 2 (364); Ibid. 3 (365); Ibid. 4 (365); Ibid. 5 (399); Ibid. IX, 31, 1 (409). Sull’interpretazione dell’epistola gregoriana in questione, cfr. pure Mommsen, Die Bewirtschaftung cit., pag. 188; Doren, St. Ec. cit., pag. 31. 165 Sotto gli Imperatori occidentali, tutti i beni imperiali (compresi quelli riservati alle necessità del sovrano e della sua Corte), erano amministrati dalla Comitiva Rerum Privatarum (cfr. Stein, o. c. I, pagg. 341 sgg. = ed. fr. pag. 222) ; più tardi, sotto Odoacre ed i re goti, mentre la res privata, sempre alle dipendenze del Comes Rerum Privatarum, veniva ormai strettamente riservata alle necessità dello Stato, l’amministrazione dei beni del re ne risul¬ tava distinta, sotto la gestione del Comes Patrimonii ; i redditi del patrimonium reale erano destinati a donazioni, etc., ed erano considerati una proprietà privata vera e propria: cfr. Stein, o. c. II, pag. 51-52. 106 Cfr. Cass., Yar. IX, 14 (526-527), cit. a pagg. 298-299.
267 Dai Goti ai Longobardi ... Atque ideo sublimitas tua prosecutores frumentorum, qui de Sicilia fuerant ad Gallias destinati, lacrimabili nos aditione pulsasse cognoscat, dum susceptum onus promovissent in pelagus, adversis flatibus fuisse susceptum: ubi fatiscente compage tra¬ bium, omnia vis absorbuit undarum nec quicquam miseris de aquarum nimietate nisi solas lacrimas restitisse. Unde illustris sublimitas tua... modiationem tritici, quam sub hac sorte perisse probaverint, supradictis prosecutoribus sine aliqua faciat cunctatio¬ ne reputari. Crudelitatis enim genus est... illos ad dispendia cogere, quibus inopem vitam probantur inmania elementa cessis¬ se m. È pertanto probabile che il maggior aiuto alla crisi gallica fosse allora attinto dalYItalia Annonaria, tanto attraverso le con¬ tribuzioni fiscali quanto mediante il libero commercio 1β8. Di tri¬ tici speciem, quam ob exercituales expensas nostra providentia de Italia167 168 169 170 destinavit, e che lo Stato convogliava allora ai ca¬ stella supra Druentiam (= Durance) constituta dai magazzini del porto di Marsiglia, parla infatti l’epistola III, 4117°. Nella 167 Cass., Far. IV, 7 (509-510), Senario v.i. corniti rerum privatarum Theo- dericus rex ; Senario rivestì questa carica nel corso deirindizione III (509-510) : cfr. Cass., Var. IV, 3. Già negli ultimi secoli dell’Impero le perdite dei navicularii per naufragio erano considerate a carico del fisco (cfr. C. Τη. XIII, 9 de naufragiis 1-6), benché, date le numerose frodi da parte degli armatori di navi (cfr. avanti, pag. 291), il Governo stabilisse inchieste severissime (cfr. C. Th., 11. cc., e Aug., Sermo CCCLV, c. 4, P.L. 39, col. 1572). 168 Cfr. R. Buchner, Die Provence in merowingischer Zeit, Arbeiten zur deutschen Rechts -und Verfassungsgeschichte, IX Heft, Stuttgart 1933, pag. 30, n. 1. 169 Sul valore del termine Italia, equivalente per lo più in Cassiodoro a Italia Annonaria (conformemente all’uso delle altre fonti contemporanee), cfr. avanti, pagg. 285-287. 170 Indirizzata a Gemello viro sublimi, che fu Vicarius Praefectorum delle GalUe dal 508 almeno sino al 510 (cfr. Avitus, Ep. 35 Liberio praefecto, pag. 65 M.G.H., A.A. VI, 2, ed. O. Seeck, Berlin 1883; Mommsen, Ost. Studien V eit, pagg. 394 sgg.). L’epistola III, 41 cit. viene datata dal Mommsen al 508, ma sembra piuttosto si debba riferire (assieme con la seguente lettera III, 42, pure datata dal Mommsen al 508) aUe medesime circostanze di Far. Ili, 40 cit. a pag. 207, n. 6 e sicuramente datata al 510 (prima del 1° settembre); il nuper iusseramus di Far. Ili, 42 trova infatti riscontro esatto nel provve¬ dimento di Far. Ili, 40, che, quindi, dovrebbe precederla immediatamente.
208 Economia e società nell’« Italia Annonaria » lettera III, 42, certo ad essa di poco posteriore, si precisa poi che le importazioni ex Italia per le exercituales expensas non erano state sufficienti, e che veniva perciò stanziata da parte dello Stato una somma, con la quale i duces e i praepositi dovevano acqui¬ stare il resto delle praebendae loro dovute presso i proprietari risparmiati dalla guerra, sine alicuius dispendio (vale a dire prezzo adeguato a quello forense) : ... Nuper... (= cfr. Var. Ili, 40) iusseramus, ut pars aliqua illaesa pro vinciae Gothis nostris alimonia reperta praestaret. Sed quia licet principem semper Immaniora censere ... nec minima pos¬ sessores illatione gravarentur, ex 11 alia de st i n a v i m u s exercituales expensas... Ducibus etiam ac praeposi¬ tis sufficientem transmisimus pecuniae quantitatem, ut eorum praebendae (vale a dire la militaris annona), quae non potuerunt convehi, ibi debuissent sine alicuius dispendio comparari, quia delectui vestro nec illa volumus imponere, quae vos potuistis, ut arbitramur, offerre. Ciò sembra dimostrare che il primitivo provvedimento — con il quale veniva ordinato ai contribuenti dei distretti pro¬ venzali rimasti indenni di versare la loro annona a bassi prezzi di requisizione 171 172 — non doveva essere approdato ad alcun ri¬ sultato concreto, e che anche in questa occasione, come in ogni altra crisi frumentaria del passato, per far uscire in qualche modo sul mercato il grano tesaurizzato negli horrea fu neces¬ sario rinunciare all’imposizione di qualsiasi calmiere. Diocleziano—imponendo nell-Edictum Maximum un invariato 171 Var. Ili, 40, cit. a pag. 207, n. 6. 172 Cfr. IjACt., De mort. Pere. VII. 6-7: Idem ( = Diocletianus) cum variis iniquitatibus immensam faceret caritatem, legem pretiis rerum venalium sta¬ tuere conatus est. Tunc ob exigua et vilia multus sanguis effusus, nec venale quicquam metu apparebat, et caritas multo deterius exarsit, donec lex necessi¬ tate ipsa post multorum exitium solveretur. Sull’Editto di Diocleziano, cfr. W. M. Leake, An Edict of Diocletian Fixing a Maximum of Prices Throughout the Roman Empire, London 1826; V. H. Waddington, L’édit de Dioclétien établissant le maximum dans l’empire romain, Paris 1861; Th. Mommsen, über das Edict Diocletians de pretiis rerum venalium (1851), Ges. Sehr. II, Berlin 1905, pagg. 292-311 ; Id., Das Diocletianische Edict über die Waarenpreise (1890), Ibid. pagg. 323-340; K. Bücher, Die Diokletianische Taxordnung vom Jahre 301, Zeitschr. für die gesamte Staatswiss. L (1894), pagg. 189-219 e 672-717 ; V. Forcella, Le industrie e il commercio a Milano sotto i Romani,
Dai Goti ai Longobardi 200 livello di prezzi in tutte le circostanze e in tutte le province172 — con ciò stesso aveva destinato il suo calmiere al fallimento; Milano 1911, pagg. 86-101 (con ampia bibliografia dei lavori più antichi) ; F. F. Abbot, The Common People of Ancient Rome, New York 1911, pagg. 145-178; P. Vinogradoff, Cambridge Med. Hist. I, XIX (« Social and Economie Condi¬ tions of the Roman Empire in the Fourth Century »), Cambridge 1911, pagg. 543-567 e partie. 549-550; H. Michaelis, Valutazione critica dei prezzi dell’Edit¬ to di Diocleziano, B.S.E. Ili, Milano 1915, pagg. 641-685 (estr. da Zeitschr. für die gesamte 8taatswiss. XIII [1897], pagg. 1-50); Jullian, Hist, de la Gaule cit. VII, pag. 31, n. 1 ; Mickwitz, Geld und Wirtschaft cit., pag. 87 ; Rostovzev, St. ec. e soc. cit. pag. 597 = ed. ingl. pag. 516 ; A. Gbenier, La Gaule Romaine, in T. Frank, An Economie Survey of Ancient Rome III, Baltimore 1937, pagg. 379-644 e partie. 607-612; R. G. Collingwood, Roman Britain, Ihid. pagg. 7-118 e partie. 106 e 113 ; L. C. West, Notes on Diocletian’s Edict, Class. Philol. XXXIV (1939), pagg. 239-245; A. Calderini, Per la storia dei trasporti fluviali da Ravenna ad Aquileia, Aquileia Nostra X (1939), fase. 1-2, coll. 33-36 (a pro¬ posito dei nuovi framm. di Afrodisia) ; Frank, An Economie Survey V cit., pagg. 299-300; E. R. Graser, The Significance of Two New Fragments of the Edict of Diocletian, Trans, and Proc. of the Am. Philol. Ass. LXXI (1940), pagg. 157-174 (sui framm. di Afrodisia e di Pettorano) ; W. L. Westermann, Price Controls and Wages, in The Age of Diocletian, A Symposium, New York 1951, pagg. 25-36; E. Schönbauer, Untersuchungen über die Rechtsent¬ wicklung in der Kaiserzeit, Journ. of Juristic Papyrology IX-X (1955-1956), pagg. 15-95 e partie. 53-95; M. Amelotti, Per l’interpretazione della legisla¬ zione privatistica di Diocleziano, Milano 1960, pag. 8, n. 4 ; etc. ; ulteriore bi¬ bliografia recente in G. I. Luzzatto, Epigrafìa giuridica greca e romana (1939- 1949), S.D.H.I. XVII (1951), Supplementum, pagg. 271-272; Id., Rassegna epi¬ grafica greco-romana (IV) (1950-1954), Inra VII (1956), pagg. 537-616 e Vili (1957), pagg. 126-262 e 283-438, e partie. 348-349; A. D’Ors, Epigrafia Juridica Griega y Romana (V) (1954-1956), S.D.H.I. XXIII (1957), pagg. 475-543 e partie. 530. Dopo l’edizione Graser del testo dell’Editto cit. (1940), parecchi altri frammenti sono venuti in luce (la 2» ed. Blümner 1958 non reca aggiorna¬ menti) : cfr. G. Jacopi, GU scavi della missione italiana ad Afrodisiade nel 1937, Monumenti Antichi XXXVIII (1939), pagg. 202-224 (due nuovi framm. ad Afrodisia in Caria; vd. ree. di A. Degrassi in Rw. di Fìlol. LXVIII [1940], pagg. 139-144) ; M. Guarducci, Il primo frammento scoperto in Italia dell’Editto di Diocleziano, Rendic. della Pont. Acc. Rom. di Arch. XVI (1940), pagg. 11-24 (nuovo framm. greco dell’Editto rinvenuto a Pettorano sul Gizio, negli Abruzzi) ; R. Marichal, Paléographie et épi graphie latine, Actes du Ile Congrès d’épigr. grecque et lat., Paris 1952, pag. 180-192 (sul framm. di Platea) ; J. M. Cook, Archaeology in Greece, 1951, J.H.8. LXXII (1952), pagg. 92-112 e partie. 106 (notizia del rinvenimento di due nuovi framm. nell’Eubea, uno ad Aidipsòs e l’altro ad Alivéri, Tamynae) ; I. W. Macpherson, A Synnadie Copy of the Edict of Diocletian, J.R.8. XLII (1952), pagg. 72-75; J. Bingen, Fragment argien de l’édit du maximum, B.C.H. LXXVII (1953), pagg. 647-659 (nuovo framm. trovato a Dhalamanara, fra Argo e Tirinto) ; Id., Notes su l’édit du maximum,
270 Economia e società, nell'« Italia Annonaria » prima di lui Commodo 173, e più tardi Gallo 174 e Giulia¬ no 175, con altrettanta ingenuità e incomprensione del fe- IMd. LXXVIII (1954), pagg. 349-360 (sui framm. di Pettorano e Oeronthrae, e su un nuovo framm. di Delfo) ; Id., Nouveaux fragments de l’édit du maximum, IMd. LXXXII (1958), pagg. 602-609 (nuovo framm. sui noli marittimi, come già quelli di Afrodisia e di Tegea); J. & L. Robert, La Carie, Histoire et géographie historique, avec le recueil des inscriptions antiques, II: Le plateau de Tabai et les environs, Paris 1954; G. Caputo - R. Goodciiîld, Diocletian’s Price-Edict at Ptolemais (Cyrenaica), J.R.S. XLY (1955), pagg. 104-115. Cfr. inoltre avanti, pagg. 544 sgg. e 844, n. 404. 173 SS. Hist. Aug. (Lamprid.), Vita Commodi XIV: Ipse vero (=Commo¬ dus) saeculum aureum Commodianum nomine adsimulans, vilitatem proposuit, ex qua maiorem penuriam fecit (la forma censoria di Commodo è ricordata anche da un’iscrizione africana contemporanea : cfr. C.I.L. Vili, 23956). La Historia Augusta (che, com’è noto, rispecchia il punto di vista dei grandi proprietari produttori) non tralascia occasione per deplorare l’imposizione dei prezzi di calmiere da parte dello Stato ; e per es. nella vita di Alessandro Severo esalta il buon Imperatore, per aver ottenuto il ribasso dei prezzi con altri metodi, che non fossero l’artificiosa propositio di un calmiere: cfr. SS. Hist. Aug. (Lamprid.) Vita Alex. Sev. cit. a pag. 396. 174 Ciò era avvenuto in Antiochia stessa nel 354: cfr. Amm. Marc. XXII, 14, 2; A. Rostagni, Giuliano l’Apostata, Saggio critico con le operette politiche e satiriche tradotte e commentate, Torino 1920, pag. 288, n. 2. 175 Fin dal 360 ad Antiochia, in seguito al soggiornare di numerosi eser¬ citi (oltre 80.000 uomini Giuliano aveva raccolto per la spedizione persiana), i prezzi di tutte le derrate erano andati vertiginosamente aumentando; al¬ l’inizio dell’inverno 361-362 una intempestiva siccità fece fallire i raccolti e sopravvenire la carestia. Giuliano, durante il suo soggiorno nella città (estate 362 - primavera 363) tentò di fronteggiare la situazione con varie misure: a) Tenne un discorso ai principali cittadini (vale a dire i membri della curia, che erano nel tempo stesso i proprietari produttori e negozianti che specula¬ vano sul rincaro), tentando di persuaderli a rinunciare agli ingiusti guadagni (cfr. Iulian., Misop. 368 C-D). b) Con un decreto del 18 agosto 362 (C. Th. VI, 24, 1) ridusse al solo numero dei domestici di Corte realmente in servizio la distribuzione delle annonae, c) Compì una revisione dei membri del senato locale (C. Th. XII, 1, 51, del 28 agosto 362, e IMd. XII, 1, 53 del 18 settembre 362), al fine di garantire che ne facessero parte i membri più facoltosi della comunità, d) Provvide a un’importazione di frumento da Calcide, da Ierapoli, dall’Egitto e da altre località, mettendolo in vendita a basso prezzo, e impo¬ nendo nel contempo un calmiere su tutte le derrate (cfr. avanti, pag. 372, n. 449); in conseguenza di ciò, tutti si riversarono in città dalle campagne circonvicine a comperare il frumento, mentre i ricchi continuavano a tenere nascoste le^loro scorte e a rivenderle a prezzi proibitivi (cfr. Iulian., Misop. 350 A-C e 368 C - 370 C; Liban., Or. XVIII, 195; Socbat., H.E. Ili, 17, P.G. 67, col. 424 B; Sozom., H.E. V, 19, 1, pag. 223; Amm. Marc. XXII, 14, 1-2). e) Ridusse di 1/5 le tasse, di cui già aveva rimesso gli arre-
Dai Goti ai Longobardi 27 J nomeno economico erano andati incontro ad analogo insuccesso e sabotaggio da parte dei possessores e negotiantes, nel loro ten¬ tativo d’imporre (sia pure entro ambiti più limitati) la vilitas per editto statale 176. Teoderico — certo con minore idealismo, trati (cfr. Iulian., Misop. 365 B). f) Tentò di aumentare i proventi distri¬ buendo — a richiesta popolare — 3.000 κλήροι (== lotti) di terreno municipale rimasto incolto, probabilmente a titolo enfìteutico (cfr. Iulian., Misop. 370 D; M. Rostovzev, The Social and Economie History of the Hellenistic World, Oxford 1941, I, pagg. 481-482 e III, pag. 1437, n. 266). I vari passi degU autori relativi alle circostanze sopra ricordate sono tutti raccolti in J. Bidez - F. Cu mont, Imp. Caesaris Flavii Claudii Iuliani Epistulae Leges Poematia Fragmenta Varia, Paris & London 1922, pagg. 160-162, nn. 99-101. Un’analisi dell’azione di Giuliano ad Antiochia si trova in G. Negri, L’Imperatore Giuliano l’Apostata, Milano 1901, pagg. 96-98; P. Allard, Julien l’Apostat, Paris 1900- 1903, III, pagg. 42 sgg. ; W. Ensslin, Kaiser Julians Gesetzgebungswerk und Reichsverwaltung, Klio XVIII (1923), pagg. 104-199 e partie. 132, 145-146, 167- 170; J. Toutain, L’économie antique, L’évolution de l’humanité, Paris 1927, pag. 422; J. Bidez, La vie de l’empereur Julien, Paris 1930, pagg. 283-284; R. Andreotti, L’opera legislativa ed amministrativa dell’Imperatore Giuliano, Nuova Riv. Stör. XIV (1930), pagg. 342-383; Id., Il regno dell’Imperatore Giu¬ liano, Bologna 1936, pagg. 160-161; Piganiol, L’Emp. chrét. cit., pagg. 130-131; Thompson, The Hist. Work cit., pag. 61 ; De Jonge, Scarcity of Corn and Cornprices in Ammianus Marcellinus cit., pagg. 238-245; G. Haddad, Aspects of Social Life in Antioch in the Hellenistic-Roman Period, Chicago 1949, pagg. 142-143; G. Downey, The Economic Crisis at Antioch under Julian the Apo¬ state, Studies in Roman Economic and Social History in Honor of A. C. Johnson, Princeton N. J., 1951, pagg. 312-321 ; Petit, Libanius et la vie muni¬ cipale à Antioche cit., pagg.. 107 sgg. ; G. Ricciom, L’Imperatore Giuliano l’Apostata, Verona 1956, pag. 264 ; A. J. Festugière, Antioche païenne et chrétienne, Paris 1959, « Bibl. des éc. fr. d’Athènes et de Rome » 194, cap. II. 176 Già gli autori antichi riconoscevano l’assurdità di simili provvedi¬ menti, e per es. Ammiano, proprio a proposito dell’azione giulianea ad Antio¬ chia, commentava : ... popularitatis amore vilitati studehat venalium rerum, quae non numquam secus quam convenit ordinata inopiam gignere solet et famem... (XXII, 14, 1). Non si sa quale esito abbia avuto ad Antiochia di Pisidia un analogo tentativo del Governatore della Galazia L. Antistius Rusticus al tempo di Domiziano, del quale ci è pervenuto un editto che fissa il prezzo del grano a un maximum di 1 denario per modio durante la carestia (cfr. pagg. 385, n. 477). Sulla lotta statale contro le speculazioni al tempo dell’Impero, cfr. in generale L. P. Homo, Problèmes sociaux de jadis et d’à présent, Paris 1922, pagg. 115-131 ; sul dirigismo economico dello Stato tardo-imperiale, cfr. in partie. F. Heichel¬ heim, Wirtschaftsgeschichte des Altertums, Leiden 1938, pagg. 835 sgg.; A. Piganiol, L’économie dirigée dans l’empire romain au IVe siècle ap. J. Ο., Scientia (Riv. int. di sintesi scient.) 1947, pagg. 95-100 ; L. P. Homo, Le problème du travail et la ruine du monde antique, La revue des deux mondes, 15 sett.
272 Economia c società nell'« Italia Annonaria » ma con maggioro empirico buon senso — dimostrò di accettare realisticamente la situazione, perseguendo i suoi scopi con i mezzi più adeguati177. Se infatti il dirigismo di Stato nella fissazione dei prezzi si fa più sistematico in epoca ostrogotica quando il mercato versa in condizioni normali, al sopravvenire delle crisi di approvvigionamento Teoderico generalmente concede un più elastico adattamento al rialzo, e rinuncia (forse per forza di cose) a un rigido controllo dei prezzi. E anche più tardi, quando nel 523-524 egli vorrà che i proprietari veneti e liguri procurino frumento, cavalli, carri, foraggio, etc. ai Gepidi di passaggio, diretti in Gallia contro i Burgundi, assegnerà ai soldati una certa somma supplementare per fare acquisti sul libero mercato locale m. * 3771949, pagg. 307-311 ; P. Lambrechts, Le problème du dirigisme d’état au IVe siècle, à propos de quelques publications nouvelles, L'Ant. Class. XVIII (1949). pagg. 109-126; Constantinescu, Le but de la réforme agraire cit., pagg. 59-70; etc. 377 È inoltre regola costante questo prevalere dell’economia libera di pari passo con l’indebolirsi del potere centrale. in Cfr. Cass., Var. V, 10, Verano Saloni Theodoricus rex (datata dal Mommsen al 523-526, ma che si direbbe immediatamente precedente alla epi¬ stola V, 11, cit. subito sotto, sicuramente datata al 523-524) : Cum... pro deferì- sione generali felicissimus producatur exercitus, providendum est, ne aut ipsi penuria inconsulta fatigentur aut... vastationem nostrae videantur provinciae sustinere. ... Et ideo devotioni tuae praesenti auctoritate delegamus, ut mul¬ titudinem Gepidarum, quam fecimus ad Gallias custodiae causa properare, per Venetiam atque Liguriam sul· omni facias moderatione transire. Quil·us ne aliqu a excedendi prael·erctur oc¬ casio, per unamquamque co ndama m sumptus eis tres so¬ lidos largitas nostra direxit, ut illis cum provincia- I il· u s nostris non rapiendi votum, sed commercii sit facultas (condama, o condoma, indicante propriamente una domus cum curia et ceteris necessariis [ = villa indonrinicata]. è parola che ricorre con una certa frequenza di Gregorio Magno: cfr. pag. 243, n. 107; una lezione variante degna di poco credito, ma accettata per es. dallo Hodking e dal Lecce [-art. cit., pag. 369] è hebdomadam in luogo di condamam ; nel qual caso Cassiodoro ver¬ rebbe a dire che era stato allora assegnato un soldo di 3 solidi alla settimana a ogni milite, per acquisti annonari : somma del tutto inverosimile, se si riflette che essa corrispondeva al prezzo di non meno di 75 modii di frumento, quanti ogni soldato avrebbe potuto a stento consumarne non già in una settimana, ma in un anno intero: cfr. pagg. 295 n. 251, e 361). Illud plane pro cunetorum quiete laborantibus indulgentia nostra concedit, ut, si aut eorum carpenta itinere lon¬ giore quassantur aut animalia attrita languescunt, te custode atque mediante cum possessoribus sine aliqua oppressione mutentur, ut, qui daturi sunt corpore
Dai Goti ai Lcmgobardi 278 In perfetta coerenza con la linea di condotta assunta, noi possiamo qui riferire sempre alle medesime circostanze anche i due provvedimenti teodericiani datati dal Mommsen al 508-511, ma più precisamente attribuibili alla criticissima annata del 510-511. Con il primo di essi lo Stato, riconoscendosi incapace di ovviare altrimenti alla victualium caritas gallicana, tenta d’in¬ coraggiare i navicularii della Campania, Lucania e Tuscia a con¬ vogliare verso la Provenza tutte le loro derrate, autorizzandoli ad esigere liberamente i prezzi sic ut inter emptorem vendito¬ remque convenerit, in modo da poter facilmente soddisfare agli impegni che Pimprovvisa avventura commerciale avrebbe loro fatto contrarre con creditori e fideiussores : In Gallicana igitur regione vidualium cognovimus carita¬ tem, ad quam negotiatio semper prompta festinat, ut empta lar¬ gius angustiore pretio distrahantur (vale a dire a prezzo più alto ; per questo uso di angustior o di artior nel senso di « meno gene¬ roso » e quindi « maggiore » riferito al costo, cfr. pure Cassv Var. I, 10, IX, 14 e XII, 5). Sic evenit ut et venditoribus satisfiat et illis provisio nostra subveniat. Atque ideo devotio tua praesenti auctoritate cognoscat omnes navicularios Campaniae, Lucaniae aut qualitate meliora, quamvis parvis sanis animalibus adquiescant, quia in¬ certa est vita eorum, qui nimia fatigatione lassantur. Ita fit, ut nec illis desit subvectio necessaria, et nullus se laesum talis permutatione cognoscat. Alla medesima circostanza si riferisce anche la lettera seguente, Var. V, 11 (523-524) Oepidis ad Qallias destinatis Theodericus rex: Fuerat quidem disposi¬ tionis nostrae, ut vobis iter agentibus annonas iuberemus expendi (cfr. Var. V, 13, datata dal Mommsen al 523-526, ma che può attribuirsi al 523, precedendo forse di qualche mese le epistole 10 e 11, Entropio et Agroeoio Theodericus rex : ... praesenti iussione vos credidimus ammonendos, ut annonas constitutas exerci¬ tui praebere debeatis, quatenus nec illi neglegantur adverso voto nec provin¬ ciales perniciosa debeat gravare direptio); sed ne species ipsae aut corruptore aut diffidile praeberentur, in aura vobis tres solidos per condama m (per cui cfr. sopra) elegimus de¬ stinare, ut et mansiones vobis, prout herbarum copia suppetit, possitis eli¬ gere et quod vobis est aptum magis, emere debeatis. Nam et po s se s sor em haec res occurrere facit, si vos necessaria comparare cognoscit.... Riassumendo: l’ordine cronologico effettivo delle lettere testé esaminate (tutte relative ai servizi logistici per l’esercito dei Gepidi diretti in Gallia, fra il 523 e il 524) sarebbe il seguente: Var. V, 13; Var. V, 10; Var. V, 11. 18. L. Ruggini
274 Economia e società nell’« Italia Annonaria » sive Tusciae fideiussoribus idoneis se debere committerem, ut cum victualibus speciebus tantum proficiscantur ad Gallias, ha¬ bituri licentiam distrahen dì, sicut inter emptorem venditoremque convenerit. Grande commodum est cum indigentibus pacisci... Ad saturatos eum mercibus ire certamen est: suo autem pretium poscit arbitrio, qui victualia potest ferre ieiunis 18°. Evidentemente (e ne comprenderemo meglio il perchè più avanti) l’autorità statale aveva tutto l’interesse a fare sì che alla situazione gallicana provvedessero soprattutto le province centro¬ meridionali d’Italia, che fin dal IY-Y secolo erano tornate ad assumere una funzione di crescente importanza nell’approvvigio¬ namento frumentario della penisola179 180 181. Ma benché il Pirenne, ed altri con lui, abbiano voluto vedere proprio in questa epistola cassiodoriana la testimonianza d’un persistente traffico di cereali su vasta scala182, appare anche evidente, dalle considerazioni per¬ fino ciniche con cui i negotiatores vengono stimolati all’impresa (grande commodum est cum indigentibus pacisci... suo autem 179 Anche i negotiatores frumentarii sipontini, nel 508-509, erano ricorsi a dei mutui per procurarsi le derrate di coemptio per lo Stato : cfr. Var. II, 38, cit. a pag. 211. 180 Cass., Var. IV, 5, Amabili viro devoto corniti Theodericus rea?, datata dal Mommsen al 508-511, ma forse attribuibile con maggiore esattezza al pe¬ riodo culminante della crisi alimentare gallicana fra il 510 e il 511, allorché ogni drastico provvedimento si era già dimostrato vano. 181 Cfr. le testimonianze raccolte a pagg. 152-154 e nn. relative. Ma questo sforzo di ripresa agricola nelle province peninsulari d’Italia — incoraggiato dap¬ prima dalla possibilità di speculazioni abbastanza forti nell’ambito del libero commercio, mentre la massa delle derrate fiscali veniva ancora fornita su larga scala dalle regioni transmarine — si trovò a un certo punto a dover sostenere da solo tutto il peso delle prestazioni annonarie, allorché sopravvenuti muta¬ menti d’ordine politico-militare costrinsero suo malgrado l’Italia alla autosuffi¬ cienza alimentare (seconda metà V secolo): ne conseguì pertanto, inevitabil¬ mente, un rinnovato declino sotto l’eccessivo incombere della pressione tribu¬ taria. 182 Cfr. C. Bertagnoixi, Delle vicende dell’agricoltura in Italia, Firenze 1881, pag. 163 ; Pirenne, Maometto e Carlomagno cit., pag. 74 ; etc. Eccessiva ap¬ pare però anche la presa di posizione nettamente antitetica per es. del Galasso, Le città campane nell’alto medioevo cit., pag. 12: vd. infatti, a pagg. 152-154 e nn. relative, le testimonianze di età gotico-bizantina ancora riferentisi al ruolo sostenuto da dette province neU’approvvigionamento dei vari eserciti. Sull’invo¬ luzione economica della Campania nei secoli tardi, cfr. pure E. Lepore, Per la storia economico-sociale di Neapolis, La Parola del Passato 1952, pagg. 300-332.
Dai Goti ai Longobardi pretium poscit arbitrio, qui victualia potest /erre ieiunis 183), come i produttori e mercatores delle province in questione rimanessero ormai del tutto passivi di fronte a qualsiasi prospettiva di gua¬ dagno. Già abbiamo poco sopra accennato alle innumerevoli dif¬ ficoltà di ordine tributario, finanziario, demografico, fisico-meteo¬ rologico, in cui Campania, Lucania, e Tuscia proprio in quegli anni versavano; è quindi normale che, in distretti così depau¬ perati e in via di crescente contrazione economica, sempre più scarso si facesse anche il numero dei fideiussores disposti a im¬ pegnare le proprie ricchezze gelosamente tesaurizzate in tal genere di speculazioni, divenute ormai imprese solo sporadica¬ mente realizzabili ed assai rischiose (tanto più se, come in questa occasione, esse erano destinate a regioni già in precedenza deva¬ state dalla guerra). Sicché, in un secondo provvedimento di portata più generale indirizzato al Vir Sublimis Gemellus (posteriore, si direbbe, al rescritto precedentemente citato e concepito a suo rincalzo), Teo- derico stabilisce di abolire la tassa sulle compravendite di fru¬ mento, olio e vino, eliminando questa volta ogni limitazione di provincia : ... Siliquatici namque praestationem, quam rebus omnibus nundinandis provida definivit antiquitas, in frumentis, vino et oleo dari praesenti tempore non iubemus, ut haec remissio solu¬ tionis copiam possit praestare provinciis et respirent aliquatenus fessi praesentis salubritate decreti. Quis enim ad vendendum non incitetur largius, cui solita dispendia subtrahuntur? Portus nostros navis veniens nem pavescat, ut certum nautis possit esse refugium, si manus non incursarint exigentum, quos frequenter plus affligunt damna, quam solent nudare naufragia184 *. 183 Pare improbabile — date le circostanze — che con victualia qui si in¬ tendano esclusivamente lardo e formaggio per la Lucania e vino per la Tuscia, come interpreta invece il De Robertis (La Prod, cit., pagg. 176 e 178) : è infatti ragionevole supporre che lo Stato si preoccupasse di rifornire le province in pre¬ da alla carestia di derrate di prima necessità, e in primo luogo di cereali. 184 Cass., Var. IV, 19 Gemello v.s. Theodoricus reæ, datata dal Mommsen al 508-511, ma verisimilmente posteriore a Var. IV, 5 sopracit., e pertanto col¬ locabile tra la fine del 510 ed i primi mesi del 511 (su Gemellus, Vicarius Prae¬ fectorum in GaUia, cfr. pag. 267, n. 170). Per un concetto analogo a quello espresso dalla lettera citata, in età giu-
276 Economia e società nell’« Italia Annonaria » Quest’ultima misura aveva Pintento di attirare i mercanti da tutte le regioni in cui la produzione di derrate agricole offrisse qualche margine alle speculazioni; e viene fatto a questo punto di domandarsi in quale misura Y Italia Annonaria (che finora abbiamo lasciata di proposito in ombra) rimanesse allora estra¬ nea alla vicenda economica gallicana. L’Italia Settentrionale fra il 507 e il 511, e le speculazioni DEI « MERCATORES FRUMENTI » NEI DISTRETTI RISPARMIATI DALLE VICENDE BELLICHE. Parecchi indizi inducono a ritenere che in questo tempo la Liguria (soprattutto nella sua parte più occidentale) anziché de¬ tenere il primo posto nella fertilità e nella produzione, come è stato affermato da alcuni studiosi18δ, versasse in uno stato di esaurimento cronico, quasi alla pari con le province del Meridione d’Italia. Tutta l’Italia Settentrionale era stata infatti assai dura¬ mente provata dagli eventi politico-militari nel corso del secolo precedente, e il suo calo demografico era stato notevole, con un conseguente e diretto influsso sulle colture e sulla produttivi¬ tà 18e. Riferendosi a situazione anteriore alla campagna di con¬ quista ostrogotica, Gelasio ad es. scriveva : Quid dicturi estis de peste, de sterilitate, de bellorum tempestate continua?... Quid Tuscia, quid A emilia ceteraeque provinciae, in quibus hominum prope nullus eæistit... quae longe ante vastatae sunt quam Luper¬ calia tollerentur? m. Dopo la caduta di Oreste (le cui ultime, san¬ guinose vicende si erano svolte fra Pavia e Piacenza), il Vescovo * 187stinianea, cfr. Sanct. Pragm. 18 (C.I. Nov. App. 7), Ne per comparationes spe- cierum collatores graventur (554 d. 0.) : ... Commerciis videlicet navium nullo modo prohibendis, ut et noster felicissimus exercitus possit nutriri... lsr> Cfr. ad es. Salvioli, L’Italia agricola cit., pagg. 1-4, e partio, pag. 3. 386 per un rapi(jo compendio delle vicende politico-militari che interessa¬ rono direttamente l’Italia Settentrionale nella seconda metà del Y secolo, dal¬ l’invasione attilana all’insediamento dei Goti, cfr. Nota Complementare E, pagg. 536 sgg. 187 Gelas., Adv. Andr. sen., P.L. 59, col. 113 = ed. Thiel I, pag. 601 ; la festa pagana dei Lupercali venne abolita per l’appunto da Papa Gelasio, che tenne il soglio pontifìcio dal 492 al 496 : vd. G. Pomarès, Gélase 1er, Lettre con¬ tre les Lupercales et dix-huit messes du Sacramentaire léonien (ed. crit., trad., introd. e noté), «Sources chrétiennes» 65. Paris 1959, pag. 172. § 13.
Dai Goti ai Longobardi pavese Epifanio impetrò e ottenne da Odoacre una quinquennale vacatio fiscalium tributorum per i suoi concittadini, occupandosi poi egli stesso della retta applicazione dello sgravio con tanta... castitateut nemo ex his minus acciperet quam is, quo fuerant impetrante concessa ; e, successivamente, ancora intercedette presso il sovrano in favore dei possessores Liguriae, vessati dal Prefetto del Pretorio Pelagio nella esazione della coemptio 188 189 190. Dopo la campagna di conquista teodericiana le città della Liguria presentavano una grande desolazione180, soprattutto Mi¬ lano 10°, che ancora un decennio prima offriva all’ammirazione dei viaggiatori lo spettacolo del suo agro pingue e fiorente191.L’in· cursione burgunda in particolare doveva avere arrecato gravi danni alle campagne della Liguria, deportandone sui campi della Savoia migliaia di coloni e di servi rustici192 193 : ed Epifanio di Pa¬ via, inviato nel 494 da Teoderico alla corte di Gundubado assieme con Vittore di Torino, ottenne la restituzione di ben 6.000 prigio¬ nieri a titolo gratuito, oltre a un numero non ben precisato di coloni riscattati a prezzo d’oro103 (è pertanto questa la prima 188 Cfr. Ennod., Vita Ep. 100-107, pag. 97 (sul carattere delle speculazioni di Pelagio, cfr. pag. 233, n. 80). 189 Cfr. Ennod., Vita Ep. 121, pag. 99: ...post ruinam omnium Liguriae civitatum... 190 Cfr. Ennod., Op. I (Dictio in natale Laurenti Mediolanensis Episcopi), 18, pag. 3: Tunc cum rarus habitator, ... cum marcens incuria spendidissima dudum atria situ vetusti umoris obrmberat... etc. Il Vescovo milanese Lorenzo si dedicò per l’appunto all’opera di ricostruzione della sua città. 191 Cfr. Ven. Fort., Vita Martini, I, vv. 88 sg. (pag. 298 M.G.H., A.A. IV, 1, Berlin 1881, ed. F. Leo) : Hinc loca praeteriens pulcherrima Mediolani / florea rura terens per amoena virecta viator... 192 Cfr. Ennod., Vita Ep. 138-139, pagg. 101-102: Vides universa Italiae loca originariis viduata cultoribus. In tristitiam meam segetum ferax spinas atque iniussa plantaria campus adportat, et illa mater humaiiae messis Liguria, cui numerosa agricolarum solebat constare progenies, orbata atque sterilis ieiu- num cespitem nostris monstrat obtutibus. Interpellat me terra, quocumque re¬ spicio uberem vinetis faciem, cum aratris inpexa contristat. O dolor! Nullus umor illorum labris infunditur, quos a vini copia Oenotrios vocavit antiquitas. Haec ... Burgundio inmitis exercuit... etc. Sulla carestia che imperversò subito dopo, cfr. Ennod., Op. CDXXXVIII, pag. 303 : ... et quod superesset gladiis, fames necaret. 193 Cfr. Ennod., Vita Ep. 165 sgg. e partie. 171-172, pagg. 105-106: ... Pont praeceptum venerandi regis... tanta ... iam liberae mnltitudinis fre¬ quentia subito adstitit, ut desolata crederes esse etiam incolis rura Quilo¬ rum. Nam testis,., ego sum,... quadringentos homines die una de sola Lugdunensi
278 Economia e società nell*« Italia Annonaria » manifestazione testimoniata di un fenomeno, che si ripeterà poi con curiosa costanza nei secoli successivi, sottraendo all’Italia — soprattutto Settentrionale — « merce umana » verso i mercati delle Gallie e della Spagna m). civitate redituros ad Italiam fuisse dimissos. Identidem per singulas urbes Sa¬ paudiae vel aliarum provinciarum factum indubitanter agnovimus ita ut istorum, quos solae preces beatissimi viri liberarunt, plus quam seat milia animarum ter¬ ris patriis redderentur. Eorum vero qui redempti auro suntt numerum ad li¬ quidum cognovisse non potui, quia inter eos etiam multos fuga eripuit. Sulla missione di Epifanio presso Gundubado, cfr. in partie. E. Hoff, Pavia und seine Bischöfe im Mittelalter, Pavia 1943, pagg. 41-55. 1W La Francia, nel VI e VII secolo, pare divenisse il centro di smistamento del mercato schiavistico internazionale, tanto per il consumo interno (la crisi demografica doveva esservi particolarmente accentuata) quanto per riesporta¬ zione su altri mercati (a mercanti ebrei di schiavi, che facevano regolarmente la spola fra i porti della Provenza, della Gallia, delia Sardegna, della Sicilia, della Campania, della Tuscia etc., cfr. ad es. Graeg., Reg. Ep. VI, 29 [596], VII, 21 [597], IX, 104 [599], III, 37 [593], IV, 9 [593], IV, 21 [594] etc.). Divenne pertanto caratteristico di questi secoli che ogni incursione di Franchi, Burgun¬ di o Longobardi si risolvesse in una deportazione massiva delle popolazioni italiche di questo o quel distretto sui campi e sui mercati al di là delle Alpi. L’episodio del 493-494 (che dovette particolarmente colpire tutta l’Italia Occi¬ dentale da Torino a Pavia) si ripetè infatti nel 539 allorché i Burgundi, ac¬ corsi a dare man forte ai Goti nell’assedio di Milano, dopo la capitolazione della città furono da Uraia autorizzati a deportare sulle loro terre tutte le donne fatte prigioniere (cfr. Proc., De bell. Goth. II, 21: ... 0[ βάρβαροι... τήν δέ πόλιν ές έδαφος καθειλον, άνδρας μέν κτείναντες ήβηδόν άπαντας ούχ ήσσον ή μυριά¬ δας τριάκοντα, γυναίκας δέ έν άνδραπόδων ποιησάμενοι λόγω, αίς δή Βουργουζίωνας δεδώρηνται χάριν αύτοΐς τής ξυμμαχίας έκτίνοντες). Più tardi, Mario Aventicense racconta come i Longobardi, dopo le loro devastazioni nell’Italià Settentrionale, nel 569, etiam in finitima loca Galliarum ingredi praesumpserunt, ubi multitudo captivorum gentis ipsius (= Itali) venun¬ dati sunt (Mae. Av., Chron. pag. 238). Quando, quindici anni più tardi, Agilulfo arrivò fino a Roma (593-594), Gregorio Magno raccontò di avere visto coi suoi occhi Romanos more canum in collis funibus ligatos, qui ad Franciam duceban¬ tur venales (cfr. Graeg., Reg. Ep. V, 36 [595] all’Imperatore Maurizio). Circa in questi stessi anni [590] i Franchi fecero un’incursione al di qua delle Alpi, razziando e deportando numerosi cives Romani della regione trentina, che re¬ stituirono parzialmente soltanto l’anno successivo (591), in seguito'all’interces¬ sione del Vescovo Agnello di Trento presso la loro regina Brunihilde (cfr. Paul. Diac., Hist. Lang. Ill, 31 e IV, 1). Un fatto dei tutto analogo è riferito anche nella Vita Eptadii Presbyteri Cervio unen sis (B.H.L. 2576), pag. 190 M.G.H., SS.RR. Mer. Ili, ed. B. Krush, Hannover 1896: De Italia vero redemit (scii. Eptadius) captivorum plurima multitudine (sic), quae a Burgundionum (scii, rege) eodem tempore fuerat effecta et ad loco (sic) regionis sue (sic) cum ingenuitate est revocata... Infine, la Vita Beati Maurilii Andeca-
Dai Goti ai Longobardi 279 Da quel tempo la Liguria ebbe certamente modo di ripren¬ dersi a poco a poco * 195. Ma ancora parecchi anni dopo (fra il 500 e il 514 circa) da Roma Papa Simmaco doveva stanziare forti somme per redimere i provinciali liguri caduti in stato di servitù (probabilmente tanto dei barbari quanto — per povertà — dei signori più ricchi196 * 198); e nel 496, in seguito a un’annata cattiva, VENSis (B.H.L. 5730), scritta nel 619-620 da Magnobodus Vescovo di Angers, e rielaborata più tardi dal diacono Archanaldus (905 d. C. : cfr. M.G.H., Α.Δ. IV, 2, ed. B. Krusch, Berlin 1885, pagg. XXIX-XXX dell’Introd.; la Vita ci è giunta fra le opere attribuite a Venanzio Fortunato), racconta come alcuni ne¬ gotiatores inter diversarum specierum et mercium copias (fra cui anche schiavi), avessero un giorno sostato al praedium Calonnae, villa rustica sul Liger (oggi Chalonnes-sur-Loire), dove il Beato Maurilio, nato da nobile famiglia mila¬ nese (per cui cfr. anche, nel XIII sec., il Liber Notitiae Sanctorum Me¬ diolani η. 285, pagg. 267-268 ed. M. Magistretti - U. Monneret De Vellard, Milano 1917, che attinge probabilmente alla Vita di Magnobodus), esercitava la sua opera di evangelizzazione al tempo dell’Imperatore Giuliano; approfittando della sosta, uno dei giovani schiavi destinati ai mercati di Spagna si rifugiò in Chiesa, supplicando di venire liberato ; e Maurilio si commosse, verbis et fletibus suum patrioticum recognoscens (cfr. Vita cit. IX): all'epoca della composizione della Vita Maurilii, dunque, possiamo ritenere che facesse parte della comune esperienza imbattersi in schiavi d’ogni provenienza, anche italica, che transitavano per la Lugdunense destinati alla vendita sui mercati di Gallia, di Spagna (e, di qui, su quelli dei paesi sotto il dominio arabo), e forse anche d’Inghilterra, come suppone F. Vercauteren, La vie urbaine entre Meuse et Loire du Vie au IXe siècle, VI Sett. Int. di St. Altomed. cit., pagg. 453-484 e partie. 471; vd. pure la discussione sulla relazione con F. L. Ganshof, Ibid., pagg. 509-510, ove però è sfuggito a entrambi gli Studiosi il preciso riferimento del testo sia al prigioniero italico sia ai mercanti spagnoli. Il passo della Vita Maurilii non è ricordato nel recente studio di Ch. Verlinden, L’esclavage dans l’Europe Médiévale, I (Péninsule Ibérique, France), Bruges 1955 «Rijksuni- versiteit te Gent. Werken uitgegeven door de Faculteit van de Letteren en Wijsbegeerte » 119. 195 Cfr. Ennod., Pan. Theod. regis XI, pag. 210: Video insperatum decorem urbium dnet'ibus evenisse, et sub civilitatis plenitudine palatina ubique tecta ru¬ tilare... (sul valore storico del panegirico, cfr. H. Laufenberg, Der historische Wert des Panegiricus des Bischofs Ennodius, Diss. Univ. Rostock, Celle 1902, passim). Secondo quanto racconta Ennodio stesso, Teoderico stanziò nell ’Italia Annonaria parecchi gruppi di Alamanni : A te Alamanniae generalitas intra Ita¬ liae terminos sine detrimento Romanae possessionis inclusa est... (Ibid. XV, pag. 212). Più tardi (540 d. C.) anche Procopio accennerà a barbari militanti nell’esercito goto, i quali in tempo di pace solevano coltivare le campagne al di là del Po (= rispetto a Ravenna): cfr. Proc., De bell. Goth. II, 29. 198 Per cui cfr. indietro, pag. 72. Per l’episodio di Papa Simmaco testé ricordato, cfr. Lib. Pont. LUI, Vita Symmachi Papae (22 nov. 498-19 luglio 514). pag. 263 : ... Hic omni anno per Africam vel Sardiniam ad episcopos, qui
280 Economia e società nell’« Italia Annonaria » la provincia ricadde in una nuova, gravissima crisi, da cui Teode- rico dovette risollevarla con lo sgravio di ben 2/3 dell’imposta per l’indizione in corso, dopo che Epifanio si fu recato apposita¬ mente a Ravenna per intercedere197. Ora, in un momento non meglio precisato fra il 507 e il 511, Teoderico stesso si trovava con tutta la Corte in Liguria198, pro¬ babilmente per seguire più da vicino le operazioni militari in Provenza, verso la quale le forze gotiche si convogliavano attra¬ verso l’Italia Occidentale e i valichi alpini delle Alpes Cottiae19#. esilio erant retrusi (dall’ariano Trasamondo, re dei Vandali dai 496 al 523: cfr. Paul. Diac., Hist. Rom. XVI, 3, pag. 217 ; Courcelle, o. c., pagg. 162-163), pecunias et vestes ministrabat. Hic captivos et per Ligurias et per Mediolano et per diversas provincias pecuniis redemit et dona multiplicavit et dimisit... Che il Papa di Roma — in nome della primazia della sua sede — intervenisse con opere caritatevoli nelle cose di Liguria già in sè sarebbe un sintomo signifi¬ cativo della crisi di debolezza che le province liguri stavano allora attraver¬ sando, se si rammenta con quali risorse (non soltanto spirituali, ma anche eco¬ nomiche) il seggio milanese avesse affermato nel IV secolo la sua preminenza nelPambito delle Chiese italo-illiriche (cfr. ad es. l’opera di Ambrogio dopo il disastro di Adrianopoli, per il riscatto dei prigionieri romano-illirici: Ambe., Be Off. II, 70-71 ; Ep. XXXVI, 13 ; De Tobia 9, etc. ; Paul., Vita Ambr. 38), e con quale orgoglio anche in seguito l’ex-capitale cisalpina si fosse lungamente sfor¬ zata di salvaguardare la propria posizione di privilegio e di relativa autono¬ mia nei confronti della sede romana (cfr. C. Cipolla, Della giurisdizione me¬ tropolitica della Sede Milanese nella regione X Venetia et Histria, Ambrosiana, Milano 1897, II, pagg. 5-76 e partie. 32 sgg. ; Lanzoni, Le diocesi d’Italia cit., II, pagg. 1015 sgg. e passim). Va comunque tenuto presente come allora Papa Sim¬ maco ricambiasse in qualche modo l’appoggio offertogli da Lorenzo di Milano all’atto della sua burrascosa elezione al soglio pontificio (nel 499 Simmaco si era rivolto a Lorenzo per avere i cavalli e i 400 solidi d’oro necessari per raggiungere Ravenna, dove intendeva far riconfermare la propria elezione da Teoderico : cfr. Bognetti, Storia di Milano cit., II, pagg. 3-54 e partie. 17). w Cfr. Ennod., Vita Ep. 182-189, pagg. 107-108: Nam infirmis Ligurum et labantibus umeris vix ferenda tributorum sarcina mandabatur.... Quam uberem ( = detto ironicamente) praesentem nativitatem habuerimus, clementia vestra adstantes interroget... Sulle condizioni dell’Italia attraverso le opere di Enno- dio, cfr. Magani, Ennodio cit.. 3 voli, passim ; M. Dumolin, Le gouverne¬ ment de Théodoric et la domination des Ostrogoths en Italie d’après les oeu¬ vres d’Ennodius, Revue Historique 1902, vol. LXXVIII, pagg. 1-7, vol. LXXIX, pagg. 1-22 (vi scarseggiano però le notazioni di carattere economico). 198 Cfr. Cass., Var. II, 20 (507-511) cit. sotto. 10W Via Augusta Taurinorum - Segusium - Mons Matronae (= Mongine- vro) - Brig antium - etc. Nello stesso tempo andava tenuto d’occhio anche il confine burgundo : proprio in questo periodo (nel 509, secondo il Gabotto, Storia
Dai Goti ai Longobardi 281 È. pertanto del 508 la lettera di Teoderico indirizzata a Severo, Vescovo di una imprecisata città dell’Italia Occidentale * 200 : ... significamus nos per Montanarium sanctitati vestrae mille quingentos solidos destinasse, quos provincialibus, prout quem¬ que praesenti anno exercitu nostro transeunte dispendium per¬ tulisse cognoveris, habita laesionis aestimatione distribuas...201. Ed è del 509 l’altro provvedimento con cui si rende noto provincialibus Alpium Cottiarum assem publicum per tertiam indictionem (1° settembre 509 - 29 agosto 510)... relaxasse 202, sem¬ pre in seguito ai danni arrecati dagli eserciti di passaggio. Ma, oltre all’annona militare, anche quella palatina destinata alla Corte pesava allora sui contribuenti della regione : ... praesenti decernimus iussione, ut quantas in Ravennati urbe exculcatorias potueris reperire, frumentis fiscalibus onera¬ tas ad nos usque perducas, quatenus alimonia pu¬ blica tali provisione relevata necessitatem inopiae non debeant sustinere. Reddat Ravenna copiam Liguriae, quam ex ipsa consuevit accipere. Nam quae prae¬ sentiam nostram sustinet, multorum debet solacia reperire. Trahit enim comitatus noster observantium catervas et, dum ad beneficia praestanda curntur, necessaria populis copia postulatur 203. ileirit. Occ. cit. I, 2, pagg. 401 sg.) sembra infatti che i Burgundi facessero (ο forse solo minacciassero?) un’incursione nella Valle d’Aosta. Dell’annona per i soldati quivi dislocati a fronteggiare il pericolo parla Cass., Var. II, δ (507-511) Fausto ppo. Theodericus rex : ... sexaginta militibus in Augustanis elusuris (= stretta di Bard) iugiter constitutis, ... qui (scil. miles) pro generali quiete finalibus locis noscitur insudare et quasi a quadam porta provinciae gentiles introitus probatur excludere... 200 Cfr. Gabotto, St. dell’It. Occ. cit. I, 2, pagg. 401 sg. 201 Cass., Var. II, 8 (508) Severo viro venerabili episcopo Theodericus rex. 202 Cass., Var. IV, 30 (509, prima dei 1° sett.) Fausto ppo. Theodericus rex. Si tratta del medesimo Faustus, di cui alle epistole II, 26, I, 35 e II, 38 citt. : cfr. pure pag. 233, n. 77. 203 Cass., Var. II, 20 (507-511) Vvigilis saioni Theodericus rex. Il De Ro- bertis (La prod, cit., pagg. 137-138, n. 7) interpreta stranamente il passo, come se, in quella occasione, il grano importato a Ravenna dalla Liguria riprendesse la via del ritorno in occasione della carestia : ma dal contesto appare chiaro che, quell’anno, il frumento non era stato affatto fornito a Ravenna dalla Li¬ guria, benché ciò fosse consuetudinario nelle annate favorevoli,
282 Economia, e società nell’a Italia Annonaria » L’ordine di far giungere ad nos usque le provvisioni fiscali da Ravenna, risalendo con le navi onerarie il corso del Po 2<H, consente l’ipotesi che Teoderico si trovasse allora a Ticinum, che fu sempre la residenza ligure a lui prediletta203; sono infatti noti in questo tempo i rapporti fluviali ordinari fra Tidnum e Ravenna, separate soltanto da cinque giorni di navigazione20e. 204 205204 II Lecce (art. cit., pag. 369) è fuori strada neirinterpretare l’intero passo come se Teoderico avesse allora ordinato di requisire nel porto di Ravenna le navi piene di frumento dello Stato (ma per farne che, dato che già si trat¬ tava di grano fiscale?), ordinando contemporaneamente che si provvedesse a rim¬ piazzarlo con nuovi rifornimenti, affinchè il pubblico vettovagliamento non dovesse soffrire delle angustie deUa carestia. 205 Ticinum godeva di una posizione militare di prim’ordine, e durante il suo regno Teoderico la fece abbellire di terme, palatium, anfiteatro e mura, al pari di Verona e Ravenna, le sue due altre residenze preferite: cfr. An. Val. II, 71 ; Aon., Lib. Pont. Eccl. Rav. XXVIII (De Sancto Petro Seniori), 94, pag. 337; Fredeg., Chron. II, 57, pag. 82 SS. Rer. Mer. II, Hannover 1888, ed. B. Krush: ... dvitates universas quas regebat (scii. Theodericus) miri operis restaurare et munire sollertissime fedt. Palatia quoque splendidissime Ravennae urbis, Veronae et Papiae, quod Ticinum cognomentum est, fabricare tussit... (si noti qui, marginalmente, che è in questo testo deUa fine del secolo VII o primissimi anni deH’VIII che compare per la prima volta il nome di Papia, accanto a quello classico di Ticinum [vd. poi, subito dopo, An. Rav. Cosm. IV, 29, pag. 66: Papia que et Ticinus] ; cfr. E. Gorra, Il nome di Pavia, Boll, della Soc. Pav. di St. Patria IV [1904], pagg. 525-567, e partie. 533); vd. pure G. Fasoli, Inizio di un’indagine su gli stanziamenti longobardi intorno a Pavia, Ibid. V (1953), 1, pagg. 3-12. 306 Cfr. Cass., Var. IV, 45 (507-511), Comitibus defensoribus et curialibus Tidnensis dvitatis Theodericus rex: Ad comitatum supplices Erulos auctore deo nostris venire tussimus constitutis, quibus navis est praebenda subvectio, ne in patria nostra adhuc provinciae suae laborare videantur inopia. Itaque praesenti iussione commoniti et navis eis usum usque ad Raven- natem urbem et annonas dierum quinque sine aliqua dilatione praeparate nec aliquid eis necessarium deesse fadatis, quatenus provinciam se deseruisse ieiunam de copiae inventione cognoscant sitque illis uberior peregrina terra quam patria. La navigazione fluviale da Ticinum a Ravenna doveva peraltro essere estremamente disagiata (cfr. Ennod., Vita Ep. 184, pag. 107: sine tecto mansio, in ripis fluminis incerti paene sine terra portus..., etc.), tanto che ad essa veniva talora preferito il più lungo itinerario terrestre lungo la Via Aemilia: cfr. En¬ nod., 1. c. 191, pag. 108; secondo Procopio (De bell. Goth. II, 7), per raggiun¬ gere Ravenna da Milano per via di terra occorrevano otto giorni di cammino « di uomo aitante»; VEpistola II, 12 del Corpus Ambrosianum narra a sua volta come Valeria, madre dei martiri Gervasio e Protaso (probabilmente agli inizi del IV secolo), durante il suo viaggio da Ravenna a Milano su di un vehicuVus
Dm Goti ai Longobardi 283 Il frumento che colmava gli horrea ravennati doveva pro¬ venire con ogni probabilità dalla provincia della Venetia et Histria che, assieme con la Liguria, rappresentava allora il tra¬ dizionale granaio della nuova capitale (quae non immerito di¬ citur Ravennae Campania1107, urbis regiae cella penaria, dice l’epistola XII, 22* * 208) : in questa occasione, infatti, la regione doveva essere rimasta relativamente tagliata fuori dal transito degli eserciti, e immune pertanto dal danno delle prestazioni straordinarie ad esso inerenti. Ora, coincide proprio con questo stato di cose (campagna e carestia gallicana, crisi economica di tutte le province fru¬ mentarie dell’Italia centro-meridionale, Liguria messa a dura si fosse imbattuta in una riunione di idolatri che sacrificavano a Silvano in un sacello lungo la via, e fosse stata da costoro percossa a morte, avendo rifiutato di partecipare ai festeggiamenti. Sulla navigazione da Ticinum a Ravenna verso la metà del V secolo, cfr. Sid. Apoll., Ep. I, 5, 3-5 (467 d. C.). In epoca teodericiana, proprio nei mede¬ simi anni delFepistola IV, 45 sopra citata, lo Stato si adoperava a perfezionare le comunicazioni fluviali padane, a complemento di quelle terrestri: cfr. Cass., Var. II, 31 (507-511) Dromonariis Theodericus rex: Publicis debent utilitatibus insudare qui nomen dedere militiae. ...Et ideo corniti sacrarum largitionum no¬ stra praecepit auctoritas, ut in Η o stili en si loco constitui debeatis, qua¬ tenus fiscali humanitate recreati (dopo, cioè, di aver ricevuto la paga) excur¬ sus cu m veredariis per alveum Padi solito more facia¬ tis, ut diviso labore equis publicis debeat subveniri, quando cursus vester non atteritur, qui per vias liquidas expeditur. Non enim vobis nimio labore claudi¬ care contingit, qui manibus ambulatis... etc. È noto pertanto che i principali ma¬ gazzini pubblici di derrate erano distribuiti lungo la ripam Ticinensem et Pla¬ centinam, vale a dire lungo il corso del Ticino e del Po (cfr. Cass., Var. X, 28, cit. a pag. 326). Sempre alla riorganizzazione del servizio pubblico (questa volta riguar¬ dante solo i trasporti terrestri, che le esigenze militari di quegli anni rendevano più necessari) fa riferimento Var. I, 29 (507-511), Universis Lucristanis super Sontium (= Isonzo) constitutis Theodericus rex (dove si stabilisce che le terre delle mutationes, rivendicate dai possessores dei fundi, ritornino al servizio di Stato, previo indennizzo degli interessati) : ...devotio vestra... terrarum spatia, quae veredis antea licua'unt, mutationibus suis a possessore vindicata restituat, ut nec illi parvo spatio infligantur damna, et istis recuperata sufficiant. 207 La Campania, nel IV sec., è appunto designata cellarium regnanti Ro¬ mae dall'Expositio Totius Mundi 54; vd. inoltre pag. 153, n. 430. 208 Suirimportazione di vino e olio dallTstria in epoca teodericiana, cfr. invece Pigeonneau, L’annone romaine cit., pag. 233.
281 Economia e società nell’a Italia Annonaria » prova dalle forniture dell’annona militare e palatina, buone con¬ dizioni delFIstria e delle Venezie) Fenergica azione aperta da Teoderico contro quei provinciali (probabilmente mercanti 209) italici, che agli acquirenti locali — fra i quali minacciava di es¬ sere annoverato per primo lo Stato, grazie ai suoi diritti di praeemptio — preferivano quelli peregrini, le cui navi venivano a caricarsi di lardo e frumento nei loro porti, in cambio di oro : Si desideriis nostris commercia peregrina fa- mulantur, si prolato auro (da parte degli acquirenti, va qui inteso senz’altro 210) adquirit ur ex t er n a de v o - tio , quanto magis suis bonis abundare debet Italia, cum nulla in parendo probetur sentire detrimenta? Et ideo speciem l ar idi nullatenus iub emus ad peregrina transmitti , sed in usus η o st r o s propitia divini¬ tate servetur...211. Copia f r ument o r um provinciae debet pri¬ mum prodesse cui nascitur, quia iustius est ut incolis propria fecunditas serviat quam peregrinis commerciis studiosae cupiditatis exhauriat. Alienis siquidem par¬ tibus illud debet impendi quod s up er e st et tunc de exteris cogitandum, dum se ratio propriae necessitatis expleverit. Atque ideo illustris magnificentia tua per loca singula qui curam videntur habere litorum faciat commoneri, u t non ante quispiam peregrinas naves frumentis 209 Cassiodoro li designa soltanto come incolae, provinciales, ma una deUe due epistole in questione è diretta al Comes siliquatariorum (siliquatarii erano quei funzionari che riscuotevano la tassa del siliquaticum presso i mercanti) et curas portus agens. 210 II Lecce (art. cit., pag. 376) traduce invece: «Se ... con l’offrire oro si acquista la simpatia dei paesi esteri, quanto maggiormente deve prosperare per le sue ricchezze l’Italia, se, ubbidendo alle nostre prescrizioni, acquista dei van¬ taggi?». Ma tale interpretazione non si concilia con la cupiditas che gli acqui¬ renti peregrini ridestano — al dire di Cassiodoro — nei proprietari-mercanti provinciali. Anche devotio — più che « simpatia » — deve tradursi con « omag¬ gio » o qualche cosa di simile (devotio, in Cassiodoro, ha più spesso il significato quasi tecnico di « tributo » [per cui vd. ad es. C. Tu. I, 2, 9, cit. a pag. 99, n. 258] ; cfr. ad es. Var. IX, 10, cit., a pag. 297, e XII, 5, cit. a pagg. 319-320 ; vd. inoltre Var. XI, 15 cit. a pag. 324 n. 331, e XII, 22, cit., a pagg. 342-343, ove devota provincia ha il senso di « provincia che suole pagare regolarmente il tributo »), 2U Cass., Var. II, 12 (507-511), Corniti siliquatariorum et curas portus agenti Theodericus rex,
Dai Goti ai Longobardi 285 oneret ad aliena lit or a transituras, quam expensae publicae ad optatam possint copi am pervenire 212 213. Se si tiene conto che Teoderico non poteva osteggiare Pesodo di derrate dalle già viste Tuscia, Campania, Apulia e Calabria, per cui proprio allora perseguiva energicamente lo scopo con¬ trario ; ed esclusa a sua volta la Liguria, a sollevare le precarie condizioni della quale lo Stato stava intervenendo con i sussidi del Varca e delle sue scorte fiscali, non rimane che identificare la provincia incriminata con la Venetia et Histria. È infatti logico che, in questa regione e in queste circostanze, 10 Stato si adoperasse a impedire l’uscita dei prodotti agricoli at¬ traverso il commercio privato, intendendo attingervi, attraverso la comoda rete fluviale padana, le derrate di coemptio che la Li¬ guria non era ormai più in grado di fornire (species... in usos no¬ stros propitia divinitate servetur, si dice infatti nella lettera cas- siodoriana II, 12 21S). Ed è altrettanto logico che i collatores mi¬ rassero a sottrarsi il più possibile alPonere (anche se lo Stato assicurava che nulla in parendo probetur [scil. Italia] sentire detrimenta 214), per realizzare liberamente i propri guadagni sui mercati che a loro apparivano più convenienti. A conforto di questa interpretazione possiamo osservare che 11 termine Italia, non accompagnato da altra determinazione216, quasi sempre in Cassiodoro sta a indicare Y Italia Annonaria, con¬ formemente all’uso delle fonti del IV, V e VI secolo, le quali sogliono spesso ricordare la regione nel suo complesso, contrap¬ ponendola al restante della penisola designato preferibilmente per province. Nella lettera cassiodoriana XII, 4 (533-537) per es., esaltando i vini del Veneto e del Veronese in particolare, il Canonicarius Venetiarum viene avvertito che procuranda sunt vina, quae singulariter fecunda nutrit Itali a , ne qui externa (si noti questo aggettivo, che possiamo 212 Cass., Var. I, 34 (507-511), Fausto ppo. Theodericus reæ. 213 Anche le species fiscali inviate da Teoderico in Provenza venivano de Italia, lo abbiamo veduto (cfr. pagg. 267-268, Cass., Var. IIT, 41 e 42 [510 d. C.]). 214 Cass., Var. I, 34 cit. 215 Come: tota, omnis, άπασα, etc. Cfr. ad es.. SS. Hist. Aug. (Treb. Poll.), Vita trig. Tyr. XXIV, 5 : ... totius Italiae.... id est Campaniae Sanini Lucaniae Brittiorum Apuliae Calabriae Etruriae atque Umbriae Piceni et Flaminiae omnisque annonariae regionis.
286 Economia e società nell’« Italia Annonaria » accostare agli exteri di Var. I, 34 e che qui, dal contesto, risulta appli¬ cato alle merci di province tanto transmarine quanto italiche) debemus appetere y videamur propria non quaesis se... Digna plane species, de qua se iactet 11 alia ... Anche nelle lettere V, 16 (525-526), 17 e 20 (en¬ trambe del 526, prima del 13 giugno), impartendo disposizioni per la na¬ vigazione del Po, Oglio, Mincio, etc., si parla di Italia, Italiae litor a, e così via. Il medesimo uso del termine si riscontra presso gli altri autori tardi: già lo si è veduto in Ambrogio216, e lo si ritrova nei due pane¬ girici in onore di Costantino217. Ennodio a sua volta, riferendosi alla rovina della Liguria in seguito all’invasione burgunda del 493, dice: Vides universa Italiae loca originariis viduata cultoribus...218. Nella Vita Sanctae Melania e Iunioris, nell’elenco delle province in cui si trovavano disperse le proprietà della senatrice romana, viene ricor¬ data l’Italia accanto all 'Apulia, Campania, Sicilia, etc.219 220 221. Anche nel Martirologio Geronimiano (la cui redazione sembra sia avvenuta nel¬ l’Italia del Nord, poco dopo il 431 d.C.) le province suburbicarie ven¬ gono menzionate singolarmente, mentre quelle della Diocesi Annonaria sono sempre designate in blocco, con la formula in Italia220. Un uso del tutto analogo si incontra pure in Eugippo (Vita Severini XLIY, 5), etc. È poi noto come la terminologia amministrativa ecclesiastica ve¬ nisse spesso mutuata da quella burocratica ufficiale; e per es., nella classificazione dei seggi episcopali al Concilio di Serdica del 343 d.C., mentre 1’Italia Urbicaria viene designata per province, le regioni anno¬ narie sono sempre menzionate come un blocco a sè stante: Vincentius a Campania de Capua... Maximus a Tuscia de Luca, Stercorius ab Apulia de Canusio, Lucius ab Italia de Verona, Fortunatus ab Italia de A quileia, Severus ab Italia de Ravenna, Ursacius ab Italia de Brixia, Protasius ab Italia de Mediolano ...221 (la medesima particolarità si nota anche nelle 218 Cfr. pag. 121, n. 323. 217 Cfr. Incerti Paneg. Constantino A. dictus 7 e Nazarii Paneg. Constan¬ tino A. 27. Ennod., Vita Ep. 137-139, pagg. 101-102. 218 Vita S. Mecl. 10; l’odierno villaggio di Palazzo Pignano, a 34 km. a est di Milano, in territorio cremasco, trae appunto il suo nome da una di queste proprietà di Melania e Piniano nella Transpadana, ereditata dalla ma¬ dre di Melania Albina Ceronia (discendente di Lucio Vero) e donata nel 417 al Vescovo di Piacenza: cfr. A. Zavaglio, S. Ambrogio e Crema, Boll. Stor. Cre¬ monese XI (1941), pagg. 141-164 e XII (1942), pagg. 44-61, e partie. XI, pagg. 145-146, 152 e 159. 220 Cfr. Aigbain, o. c., pagg. 32-50. 221 Cfr. Hilar., Hist, fragm. II, 34, Mansi III, col. 42 = P.L. 10, col. 642: Duchesne, Les documents ecclésiastiques sur les divisions de l’empire ro¬ main au IVe siècle cit., pag. 139; Chastagnol, La Préfecture cit., pagg. 26-42. Cfr., inoltre il passo deìYHistoria Augusta cit. sopra, n. 215.
Dai Goti ai Longobardi 287 subscriptiones della Sinodo Arelatense, nel 314 d.C.: Ex provincia Italia civitatae Mediolanensi, Merodes Episcopus, Severus diaco¬ nus...222 *). Nel Codice Teodosiano, pertanto, capita assai di frequente che il termine Italia rivesta il più preciso significato di Italia Annonaria 22S. La situazione appare identica se si prendono in esame gli autori tardi della Pars Orientis dell’Impero, da Procopio224 ad Atanasio (il quale ad es., nella sua Historia Arianorum, scrive: ΕΤτα βλέποντες τήν πρός ‘Αθανάσιον των Επισκόπων συμφωνίαν τε καί ειρήνην, πλείους δέ ήσαν υ', άπδ τε της μεγάλης 'Ρώμης καί τής ‘Ιταλίας πάσης, Καλαβρίας και ‘Απου- λίας... 225). E si potrebbe continuare ancora a lungo nell’elenco delle testimonianze nel senso indicato. AlPobiezione che le species laridi, menzionate nell’epistola cassiodoriana I, 34 accanto al frumento, fossero piuttosto presta¬ zioni tipiche della Lucania e dei Bruttii 226 * 228 si può rispondere ci¬ tando Var. XII, 26, che nel 535-536 ricorda la carne fiscale fornita 222 Cfr. Mansi, II, col. 476 = P.L. 8, coll. 815-817. 228 Cfr. ad. es. C. Τη. XI, 1, 6 (354 d. C.), al Senato di Cesena {Vinum... cuncti Italiae possessores comparent. ...ab omnibus Italis nostris conferatur pecuniae quantitas...) ; Ibid. XI, 1, 9 (365 d. C.), a Mamertinus ppo. Italiae (con cui si estende ali’Italia Annonaria un provvedimento già applicato con successo al cursus publicus delle regioni urbicarie); Ibid. XI, 16, 2 (323 d. C.), a Ulpius Flavianus Consularis Aemiliae et Liguriae {Ab extraordinariis omnibus fundi patrimoniales adque enfyteuticarii per Italiam nostram constituti habeantur immunes...) ; Ibid. XI, 16, 9 (359 d. C.) a Taurus ppo. Italiae {Non enim per Italiam tantum, sed etiam per urbicariae regiones...) ; Ibid. XI, 10, 2 (370 d. C.), a Catafronius Vicarius Italiae {per universas Italiae civitates...); Ibid. XI, 13, 1 (383 d. C.), a Probus ppö. Italias {...per omnem Italiam, tum etiam per urbicarias Africanasque regiones...) ; etc. ; cfr. in generale il commento dei Godefroy alla legge di C. Τη. XI, 16, 2. 224 Proc., De bell. Goth. II, 21. 225 Hist. Arian. 28, P.G. 25, col. 725; cfr. pure Id., Apol. contra Arianos 1, P.G. 25, col. 249: ... έν τη μεγάλη συνόδω τη έν Σαρδική συναχθείση κατά πρόσ- ταξιν των θεοφιλεστάτων βασιλέων Κωνσταντίου καί Κώνσταντος* ... τοΐς τε κρι- θεΐσιν υπέρ ήμών συνεψηφίσαντο μέν έπίσκοποι πλείους τριακοσίων, έξ έπαρχιών Αίγύπτου... Νωρικου, ‘Ιταλίας, Πικηνοΰ, Τουσκίας, Καμπανίας, Καλαβρίας, Άπουλίας, Βρουττίας... 228 Provincia che le epistole cassiodoriane degU anni seguenti mostreranno ridotta a tale livello di depressione economica da non essere più in grado di fornire carne al mercato di Roma (cfr. Var. XI, 39, cit. a pag. 314). Non va inoltre dimenticato che, dalla metà circa del V secolo, aWannona sia frumen- taria che suaria dellTJrbe era venuta meno la Sardegna, caduta in mano ai Vandali (cfr. Meloni, L’amministrazione della Sardegna cit., pagg. 117-119) : in taU condizioni, il drenaggio annonario doveva vieppiù operarsi in tutte le province italiche possibili.
288 Economia e noci età nell*« Italia Annonaria » abitualmente alla Corte del Veneto 227. E infine la lettera XII, 22, che analizzeremo partitamente più avanti22S, circa un tren¬ tennio dopo parlerà ancora — questa volta chiaramente — di emptores extranei, peregrini, che gli Istriani solevano preferire al Governo quali acquirenti del loro frumento, vino e olio, in cambio di oro (la prassi è indicata come abitudinaria, e sembra rappre¬ sentasse una vera e propria tradizione del commercio locale). Qui dunque, per la prima volta in questo secolo, in seguito a uno sconvolgimento del mercato normale ci troviamo di fronte all’inasprito contrasto fra la tendenza economica dirigistica dello Stato da una parte, e dall’altra la resistenza più o meno passiva dei produttori-mercanti delle regioni settentrionali d’Italia a più alta produttività agricola, i quali in certa misura ancora si ado¬ peravano, con vitalità ed energia, per svolgere i loro traffici di derrate al di fuori di qualsiasi ingerenza statale. Resta però da chiarire chi fossero questi peregrini, exteri, alieni menzionati dalle epistole II, 12 e I, 34. Peregrinus, externus, nelle fonti tanto precedenti quanto contemporanee alle Variae, è detto in senso lato chiunque si trovi fuori della sua patria o provincia 227 228 229 ; qui, la parola viene usata 227 Venetum... carnes tantum, sicut brevis vobis datus continet, exinde providentes... Cfr. pag. 336. Sulla produzione e l’esportazione di carne suina a Roma dall’Italia Settentrionale, cfr. già le antiche testimonianze di Strabone, Varrone e Polibio, eitt. a pagg. 148. n. 412, e 315, n. 306 ; il prosperare degli allevamenti suini nella Cisalpina ha lasciato traccia anche in alcune rappre¬ sentazioni figurate di mestiere sulle stelé funerarie (cfr. ad es. la stele bolo¬ gnese di un suarius, attribuibile a età augustea, illustrata da Susini, Il la¬ pidario greco e romano cit., n. 84, pagg. 9-12). 228 Pagg. 341 sgg. 220 Cfr. E. Forcellini, Lex. Tot. Lat. In An. Val. II, 62, ad es., una madre che non vuol riconoscere il figlio cresciuto in aliam provinciam dice: Vade, invenis, de domo mea, qui peregrinum te suscepi... Peregrini erano, a Roma, i cisalpini quivi residenti con i loro commerci al tempo di S. Ambrogio (cfr. Ambr., De Off. Ili, 45 cit.) ; e in Cassiodoro stesso externi vengono de¬ finiti i prodotti della Sicilia, dei Bruttii, etc., rispetto a quelli del Veneto; cfr. Var. XII, 4, cit. a pag. 340, n. 391 ; di peregrinae insulae parla Papa Pelagio I (a Roma), alludendo alla Sicilia e Sardegna: cfr. Pel., Ep. 85 a Boethius ppo. Africae (560-561), pagg. 207-208 ed. Gassò = P.L. 69, col. 417, cit. a pag. 359, n. 434. Sembra improbabile che il termine peregrinus vada qui inteso nel più ristretto senso di «straniero» (come colui che vive al di là dei confini del¬ l’Impero, o è civis Romanus della Pars Orientis, secondo la nuova accezione
Dai Goli ai Longobardi 289 per designare gli acquirenti d’altra provincia, contrapposti a quelli della regione stessa. Di quale contrada poteva dunque trattarsi? Esclusi i paesi transalpini (in quanto è specificato che la esportazione avveniva per mare), escluse la Spagna visigota e l’Africa vandala (produttrici ed eventualmente esportatrici di frumento a loro volta230), escluso infine l’Impero di Bisanzio (che fino all’invasione araba si rifornì dall’Egitto 231 e che, comunque, si trovava allora in stato di guerra contro il regno ostrogoto), rimarrebbe da pensare alla Gallia, che per l’appunto era allora afflitta da carestia. Ma si tratta qui di emptores abituali, ai quali i mercatores Italiae non vogliono rinunciare nonostante le ecce- * 280 281— in senso rigorosamente giuridico — che peregrinus acquisterebbe nel corso del V-VI secolo, con il venire meno della unanimitas delle due Partes) : tale è il senso esclusivo che pare attribuire al vocabolo N. Tamassia, Stranieri ed Ebrei nell’Italia Meridionale dell’età romana alla sveva, Atti del R. 1st. Veneto di Se. Lettere ed Arti LXIII (1903-1904). Parte II, pagg. 757-839 e partie. 759-760; vd. pure E. Desta, Le persone nella storia del diritto italiano, Padova 1931, pag. 35. Recentemente, al contrario, il Gaudemet ha mostrato come, proprio dal IV secolo in avanti, il termine peregrinus perda in generale il suo significato strettamente giuridico: cfr. J. Gaudemet, L’étranger au Bas- Empire, « L’Étranger », Parte I, Recueils de la Soc. Jean Bodin 9, Bruxelles 1958, pagg. 209-235 e partie. 213-214. 280 Cfr. sopra, pag. 129, n. 349. Non sembra che i Vandali esportassero nor¬ malmente frumento in Italia, anche se le loro relazioni diplomatiche rimasero discrete con il regno ostrogoto fino agli ultimi anni di Teoderico, e anche se rapporti commerciali d’altra natura continuarono a sussistere fra i loro porti e quelli siculi ed italici: sull’esportazione di olio dall’Africa in Italia fino alla conquista araba, cfr. sopra, pag. 182, n. 559; cfr. pure De hell. Vand. I, 14, 7-8, ove Procopio racconta di avere incontrato a Siracusa un suo compatriota siriano, che intratteneva commerci con Cartagine (Courtois, Les Vandales, cit., pagg. 197 n. 6 e 322-323) ; monete enee tipicamente vandaliche, con le marche XLII e LXXXIII, sono state inoltre rinvenute in Italia, ciò che però sembre¬ rebbe piuttosto attestare esportazioni da quest’ultima verso l’Africa: cfr. Ph. Grierson, The Tablettes Albertini and the Value of the Solidus in the Fifth and Sixth Centuries a.D., J.R.S. XLIX (1959), pagg. 73-80 e partie. 78, n. 27. 281 Cfr. Stein, o. c. II, pag. 765; Pigeonneau, L’annone romaine cit., pag. 234. L’Egitto anzi, ancora nel VII secolo, esportava saltuariamente fru¬ mento in Occidente, fino in Britannia: dalla Vita di S. Giovanni Elemosinario (t 616 d. C.), scritta da Leontius, sappiamo infatti che alcune navi cariche di grano egizio partivano allora da Alessandria verso la Britannia, dove giunge¬ vano dopo 20 giorni di navigazione e scambiavano il loro carico con denaro e stagno: cfr. Leont. Neap., Vita S. Johann. Eleni. 9, AA.SS. Ian. II, 23 gennaio, pag. 501 (= P.G. 93, coll. 1622-1623). 19. L. Ruggjn
290 Economia e società nell’« Italia Annonaria » zionali condizioni del mercato, e che continueranno poi ancora per parecchi decenni a risalire l’Adriatico con le loro navi. È noto invece che la Provenza — normalmente buona produttrice di frumento — non fu quasi mai costretta ad importare grano, e tanto meno dalle Venezie, non troppo agevolmente collegate ad essa per via marittima232. Eppoi in tal caso Teoderico, che pro¬ prio allora stava adoperandosi con ogni mezzo per rinsanguare il deficitario mercato gallico, non avrebbe sicuramente ostacolato un’iniziativa del genere. Sembra dunque si possa formulare l’ipotesi che il mercato, al quale i proprietari-m creatores istriani erano legati nei loro liberi commerci, fosse quello di Roma, all’epoca delle Variae come già al tempo dell’ambrosiano De Officiis 23S. Infatti, benché lo Stato pretendesse che all’annona civica romana dovesse bastare il frumento della Campania e delle altre province suburbicarie, è più che mai probabile che, devastate tali province dalle razzìe bizantine e convogliata gran parte delle prestazioni ancora esigibili verso i porti gallici, il problema dell’alimentazione si riproponesse in Roma con accresciuta ur¬ genza, nonostante il forte calo demografico dei suoi abitanti ri¬ spetto al secolo precedente234: sicché la richiesta di derrate sul libero mercato più del consueto doveva offrire un ottimo margine alle speculazioni. Il fatto che proprio quando Roma cadrà in mano a Belisario, nel 536, Teoderico dirà agli Istriani che ora finalmente possono apprezzare quale cliente lo Stato, dal mo¬ mento che il loro peregrinus emptor ereptus est235, sembra ele¬ mento quanto mai probante, per non dire decisivo. Se, poi, passiamo al secondo gruppo cronologico, in cui ab- * II,232 Sulla mancanza di complementarietà e gli scarsissimi contatti fra Gallia Cisalpina e Provenza sin dall’epoca romana, cfr. J. Renouard, Le rôle des hom¬ mes d’affaires italiens à Bordeaux au cours du Moyen Âge, Studi in onore di G. Luzzatto, Città di Castello 1950, I, pagg. 47-54 e in partie. 47-48. Comunque, i maggiori contatti fra l’Italia e la Provenza dovevano allora svolgersi tramite la Liguria marittima ed in particolare il porto di Genova (sulla funzione pre¬ dominante di quest’ultimo rispetto a Gallia e Spagna, cfr. Proc., De hell. Goth. II, 12: ?... Πλεύσαντες (= i Bizantini), οδν εκ του ‘Ρωμαίων λιμένος Γενού$ προσέσχον, ή Τουσκίας μέν έστιν έσχάτη, παράπλου δέ καλώς Γάλλων τε καί Ισπα¬ νών κεϊται...). 288 Cfr. indietro, pagg. 116 sgg. 384 Cfr. Cass., Var. XI, 39 (533-537); Mazzarino, o.c., pagg. 241-242. 283 Cass., Var. XII, 22; cfr. avanti, pagg. 341 sgg.
Dai Goti ai Longobardi 291 biamo suddiviso i passi d’interesse economico delle Variae cassio- doriane (523-527 d.C.), ci imbattiamo in una epistola che mette particolarmente in luce le difficoltà in cui lo Stato doveva allora costantemente dibattersi, per risolvere il problema dell’approvvi¬ gionamento di Roma. Finché Teoderico (che fino alla morte governò anche il regno visigoto quale tutore di Amalarico) ebbe sotto il controllo dei pro¬ pri funzionari gli horrea spagnoli236, fu infatti possibile convo¬ gliare una parte del frumento verso Roma, benché normalmente i raccolti del paese fossero destinati alla riconversione in specie della locale annona militare. Ma per l’appunto nel corso di una crisi frumentaria romana, verificatasi verso il 526 d.C., i naucleri spagnoli (quanto altra volta quelli italici, in contingenze del tutto analoghe) alle forniture coatte per l’Urbe mostrarono di preferire più liberi e vicini mercati, ai quali li legava con ogni probabilità una antica tradizione di rapporti commerciali; e in quella occasione osarono vendere in Africae partibus il tri¬ tico destinato ai magazzini di Roma : il che fa pensare che pure in Africa la carestia avesse imperversato fra il 525 e il 526, colpendo a un tempo — forse in relazione ad analoghe cause meteorologiche di siccità od altro — tanto i « granai » di Roma (Sicilia, Apulia et Calabria, etc.) quanto altre regioni del Me¬ diterraneo centro-meridionale : Cum pro incerti temporis eventu Romanas aedes inopia facie castigata pulsaret et quamvis rara, tamen tam pulchrae civitati vi¬ deretur esse foedissimaΊ aequum indicavimus Hispaniae triticeas illi copias exhibere, ut antiquum vectigal sub nobis felicior Roma reciperet. lussis quidem nostris v>iri spectabilis 237 Marciani laude digna servivit industria: sed parum diligenter impleta sunt, quae constat optime fuisse procurata. Ii enim, qui portanda suscepe¬ rant, morarum taedia non ferentes, destinatum frumentum in Africae partibus pro suo dicuntur vendidisse compendio 238 ... Ca- 287 288238 L’amministrazione civile della Spagna era affidata a due mandatari di Teoderico, uno romano e uno goto: cfr. Stein, o. c., II, pagg. 153 sgg. Sulla licentia exactorum nella riscossione deWassis publicus e delle prebendae in specie e aderate, fra il 523 e il 526 in Spagna, cfr. Cass., Var. V, 39, cit. a pag. 233, n. 80. 287 II titolo di vir spectabilis fa supporre che Marciano fosse Vicarius Urbis. 288 Un fatto del genere non rappresenta d’altronde certamente un unicum :
L'î)2 Economia c società nell’« Italia Annonaria » tellum et Servandum viros strenuos credidimus esse dirigendos, ut, quia naucleri ducentos octoginta solidos in triticum et in naulis (vale a dire per il nolo di trasporto) septingentos quinqua¬ ginta octo solidos accepisse perhibentur, si apud vos facti veritas innotescit, in summam ratione collecta, ab eis mille triginta octo solidorum quantitas inferatur, ut, qui vindictam remisimus, damna minime sentiamus... * 239. Se noi prendiamo come base il prezzo ricavato dai navicu¬ larii spagnoli dalla vendita del tritico sui mercati africani, vale a dire la somma di 280 solidi 24°, e supponiamo che il frumento cfr. ad es. C. Th. XIII, 5, 26 (= C. I. XI, 2, 2 [4]) del 396, data da Onorio a Milano: Comperimus navicularios susceptas species in negotiationis emolu¬ menta convertere... etc. (si noti che proprio nel 396, a causa della latente rivolta di Gildone in Africa, Roma stava soffrendo di deficit frumentario, e la situazione appariva tale da incoraggiare le speculazioni : cfr. pagg. 164-166). Cfr. pure C. Th. XIII, 5, 33 (= C. I. XI, 2, 5) del 409, relativa però alla Pars Orientis (Qui fiscalis, species susceperit deportandas, si recta navigatione contempta litora devia sectatus eas avertendo distraxerit, capitali poena ple¬ ctetur) ; etc. Su altri ammanchi, simulati naufragi etc., escogitati dai navi¬ cularii a scopo speculativo, cfr. Waltzing, o. c. II, 3a parte, pagg. 103-115. 239 Cass., Var. V, 35, Livvirit corniti et Ampelio v.i. Theodericus rex ; l’epistola è datata dal Mommsen a un periodo non meglio precisato fra il 523 e il 526: ma dal momento che — come già abbiamo osservato — la crisi fru¬ mentaria romana deve riconnettersi con una carestia o, comunque, con un accentuato esaurimento dei magazzini siculi, viene fatto di collocare questa epi¬ stola verso il 526, negli ultimi mesi del governo di Teoderico, collegandola con le lettere IX, 10, 11 e 12 (sicuramente datate all’autunno del 526, indizione IV) con cui Atalarico, agli inizi del suo regno, concede forti sgravi fiscali alla Si¬ cilia, non più in grado di fornire il canone tributario consueto (cfr. Var. IX, 10, 11 e 12 citt. a pagg. 297, e 298 n. 259). Sulle frodi nella riscossione dei canoni fi¬ scali spagnoli, cfr. Cass., Var. V, 39 (523-526) Ampelio v.i. et Livverit v.s. Theo¬ dericus rex (... Transmarinorum igitur canonem, ubi non parva fraus fieri utili¬ tatibus publicis intimatur, vos attonite iubemus exquirere...). Potrebbero forse riferirsi a questa carestia i cenni di Cesario a una ter¬ ribile siccità, che avrebbe devastato i raccolti nel distretto di Arles: cfr. Caes., Sermo XXXIII, 2, pag. 144 C.C.L. 103-104, ed. G. Morin, Turnhold 19532, I: Sermo CLXXXV, 7, pag. 756, II; Sermo CCVIII, 2, pag. 833, II. 340 Senza tenere conto delle spese di trasporto (naulorum praebitiones), che in questo caso risultano poco meno che triple rispetto al prezzo del frumento stesso e cioè 758 solidi a 280), per un tragitto relativamente breve come quello Spagna-Africa ; la cifra appare inspiegabilmente elevata, se la si confronta ad es. con i noli marittimi noti per l’età dioclezianea, mai superiori al 24 % del costo della merce, trattandosi di frumento (cfr. meglio più avanti, pag. 344,
Dai Goti ai Longobardi •><>3 fosse stato ceduto anche a uuo dei prezzi più bassi testimoniati in questo tempo, cioè a circa 30 modii il solido (ma dovette in realtà trattarsi di una tariffa per lo meno doppia)* 241, arriviamo a calcolare una quantità complessiva di circa 8.400 modii di gra¬ no 242, vale a dire il carico di una nave al massimo 243, destinata n. 404, e bibliogr. ivi cit.) ; si potrebbe pensare, nel nostro caso, a una evectio effettuata in condizioni eccezionalmente sfavorevoli (forse durante l’inverno), data l’urgenza della richiesta (la navigazione transmarina rimaneva ufficial¬ mente chiusa dal 15 ottobre alla fine di marzo, sia pure con parecchie eccezioni, enumerate da E. De Saint-Denis, Mare Clausum, R.E.L. XXV [1947], pagg. 196- 214, e J. Rougé, La navigation hivernale sous l’empire romain, R.E.A. LIV [1952], pagg. 316-325). 241 Le cifre forniteci dalle fonti per l’età gotica vanno da un minimo di 60 modii il solido, in circostanze di eccezionale felicitas (cfr. An. Vae. II, 73), a un massimo di 6 solidi il modio, nel corso di altrettanto eccezionali carestie (cfr. Id., II, 53). I prezzi medi dovevano tuttavia aggirarsi sui 25-30 modii i] solido (cfr. Cass., Var. XII, 26, 27 e 28). Tutto ciò è stato trattato per esteso più avanti, pagg. 360 sgg. 242 Cifra che potrebbe scendere per es. anche a 4.200 modii circa, se am¬ mettessimo invece un prezzo di 15 modii il solido; e così via. È infatti assai improbabile che il costo del frumento fosse allora molto basso, dal momento che i naucleri furono invogliati a trasgredire gli ordini del fìsco proprio per via dell’interesse che la speculazione offriva loro. 243 Dal Digesto (XIX, 2, 61, 1) sappiamo infatti che il limite inferiore di tonnellaggio di una nave doveva essere di 8.000 modii di frumento; di 10.000 modii (=100 t. di stazza) parlano a loro volta il Digesto (L, 5, 3: Scaevola libro tertio regularum. His> qui naves marinas fabricaverunt et ad annonam populi Romani praefuerint non minores quinquaginta milium modio¬ rum aut plures singulas non minores decem milium modiorum, donec hae naves navigant aut aliae in earum locum, muneris publici vacatio preastatur ob navem...), e il Codice Teodosiano (XIII, 5, 14, dei 371 d. C.). Sappiamo tuttavia che, normalmente, il tonnellaggio di una nave oneraria carica di frumento superava le 260 t. (cfr. Dion. Halic., ‘Ρωμαϊκή ’Αρχαιολογία III, 44, 3, dove si dice che il Tevere non era navigabile da navi che superassero * i 30.000 modii di stazza) ; più tardi* agli inizi del VII sec. d. C., una magna navis alessan¬ drina diretta in Britannia caricherà 20.000 modii di frumento (cfr. Leont., Vita S. Johan. Eleni. 9, cit. a pag. 289 n. 231), mentre una nave normale non supe¬ rerà i 10.000 modii di stazza (cfr. Ibid. 27) ; cfr. in generale Pigeonneau, L’An¬ none romaine cit., pagg. 220-237; A. Köster, Das antike Seewsen, Berlin 1923, pagg. 158-166. Che il tonnellaggio medio delle navi onerarie romane già nel II-I sec. a. C. si aggirasse sulle 135, 180, 200 t. di stazza, è stato pertanto confermato dalle ricerche archeologiche sottomarine sui relitti di Albenga, Grand Congloué, St. Tropez, etc. : cfr. F. Benoit, Premiers résultats des fouilles sous-marines: Architecture navale et tonnage des navires à l’époque helléni¬ stique et romaine, Atti del II Congr. Int. di Archeol. Sottomarina (Albenga 1958), Bordighera 1961, pagg. 347-357.
294 Economia e società nell’« Italia Annonaria » a raggiungere dalla Spagna il porto di Roma244. Si trattava dun¬ que di un aiuto estremamente insignificante per l’annona romana, alla quale, secondo quanto raccontano Paolo Diacono e l’Anonimo Valesiano, sembra che Teoderico avesse destinato fin dai primi tempi del suo regno ben 120.000 modii annui di frumento (= hi. 10.500), a solo titolo di supplemento 245. Per Roma non disponiamo, come per Pozzuoli 246 o per Co¬ stantinopoli 247, di cifre apprezzabilmente sicure sull’ammontare 244 L'epistola cassiodoriana Y, 35 sembra infatti riferirsi alla vendita di tutto — o gran parte — del frumento destinato alla Capitale. Anche in occa¬ sione della carestia romana del 468 le navi che erano giunte da Brindisi con un carico straordinario di frumento erano state appena cinque (vale a dire con un carico di grano che non doveva superare i 150.000 modii) : cfr. Sid. Apoix., Ep. I, 10, 2, cit! a pag. 147, n. 409. 245 Cfr. An. Vax. II, 67 : Per tricennalem triumphans populo (seil. Theo- dericus) ingressus palatium, exhibens Romanis ludos circensium. Donavit populo Romano et pauperibus annonas singulis annis, centum vigvnti milia modios, et ad restaurationem palatii, seu ad recuperationem moeniae civitatis singulis annis libras ducentas de arca vinaria dari praecepit... ; Paux. Diac., Hist. Rom. XV, 18 : Igitur Theodericus... Romam profectus a Romanis magno gaudio susceptus est, quibus ille singulis tritici ad subsidium annis CXX (variante: CXXVI) milia modiorum concessit... A proposito di questo passo di Paolo Dia¬ cono già lo Stein (o. c., II, pag. 133) aveva osservato che, «quelle que soit la proportion dans laquelle la population de Rome avait diminué au cours du Ve siècle, il est manifeste que ce chiffre n’indique pas la quantité totale du blé distribué annuellement, mais une augmentation de cette quantité; car, sous le Haut-Empire, les 200.000 bénéficiaires en avaient reçu le centuple (An. Vax., 65-67; Cass., Chron. 1339; Vita Fuxgentii, c. 9)». Corne ci ha fatto notare M. A. Chastagnox, la coincidenza della cifra di 120.000 modii con il numero di 120.000 beneficati nel 419 d. C. appare estre¬ mamente suggestiva (cfr. pure Mazzabino, Asp. Soc. cit., pagg. 216-269 e partie. 239 ; Chastagnox, Le ravitaillement de Rome cit., pagg. 13-17) : e sembra sug¬ gerire che il supplemento concesso da Teoderico dovesse ammontare a 1 modio annuale a testa, appunto per 120.000 gratificati. Potrebbe tuttavia trattarsi altrettanto bene di un numero di assistiti sottomultiplo di 120.000. 246 Al porto di Puteoli era stato assegnato da Costantino un canone annuo di 150.000 modii di frumento, che da Costante venne poi abbassato a 75.000 modii, e riportato in seguito a 100.000 da Costanzo : cfr. Symm., Relat. XL (384- 385 d. C.) : Puteolanis municipibus divus Constantinus centum quinquaginta mi¬ lia modiorum in alimoniam civitatis induisit, quae summa a divo Costante... me¬ dia parte mutilata est. Post Constantius... annonam Puteolani populi vigint\ et quinque milium adiectione cumulavit... Cfr. Heitland, o. c., pagg. 407-409. 247 Sappiamo che sotto Costantino le frumentazioni a Costantinopoli am¬ montavano a 80.000 modii giornalieri (pari a 29.200.000 modii annui), e a 40.000 sotto Costanzo II (pari a 14.600,000 modii all’anno; cfr. Socb., H.E. II, 13;
295 Dai Goti ai Longobardi dell’intera annona frumentaria248. Ma sappiamo che il numero dei beneficati di pane fiscale, desunto sulla base delle distribu¬ zioni di caro porcina} doveva aggirarsi fra i 120.000 gratificati del 419 240 250 e i 141.000 del 452 2W). Il che, calcolando le frumenta¬ tiones nella misura di 5 modii al mese a testa 251, porterebbe a una cifra rispettivamente di 7.200.000 e 8.467.000 modii annui di grano, necessari alle forniture dell’annona civica 252. Sozom.. H.E., III, 7; Them., Or. XXIII, pag. 353 B, ed. Dindorf): il che, se¬ condo i calcoli del Mazzarino, significa rispettivamente la cifra di 480.000 e 240.000 cittadini beneficati (Mazzarino, o. c., pagg. 228-230; Chastagnol, art. cit., pagg. 13-17 ; assai più « ribassisti » i calcoli di Stein, o. c. I, pag. 195, n. 194 = ed. fr. pagg. 128 e 4S0). Ancora sotto Giustiniano i naucleri di Ales¬ sandria trasportavano annualmente a Costantinopoli 8.000.000 di modii di fru¬ mento (cfr. Ed. Iust., XIII, 8, cit. a pag. 347. n. 407). Su tutto ciò, vd. da ultimo le prudenti considerazioni di D. Jacoby, La population de Constantinople à l’époque byzantine: un problème de démographie urbaine, Byzantion XXXI (1961), pagg. 81-110. 248 JJ Historia Angusta, nel IV secolo, ascrive a onore di Settimio Severo l’avere lasciato, morendo, tali scorte di frumento negli horrea di Roma, da consentire la distribuzione giornaliera di 75.000 modii di frumento per sette anni consecutivi: Moriens septem annorum canonem, ita ut cottidiana septua¬ ginta quinque miUa modium expendi possent, reliquit... (Vita, XXIII): il che, tuttavia, anche calcolando un consumo assai alto di 60 modii annuali a testa (cfr. sotto, n. 251), porterebbe a un numero di gratificati pressoché inverosimile (456.250 circa), e a un ammontare dell’annona frumentaria romana di 27.375.000 modii all’anno. 249 Cfr. Mazzarino, o. c., 1. c. ; Chastagnol, art. cit., 1. c. ; lu., La préfe¬ cture cit., pagg. 292-293 e 314-315. 250 Cfr. Mazzarino, o. c., 1. c. La cifra è accettata anche da A. Piganiol, La crise sociale du Bas-Empire, Journal des Savants, gennaio-marzo 1955, pagg. 5-15. A risultati leggermente divergenti in senso ribassista arriva invece Chastagnol, art. cit., 1. c. 251 Questa è per es. la valutazione adottata dal Mazzarino (o. c., 1. c.), sulle orme di J. Carcopino, La vie quotidienne à Rome à Tapogée de l’empire, Paris [1939], pag. 32. Lo Stein (o. c. II, pag. 842) propende invece per un quantitativo di soli 3,& modii a testa al mese, e anche il Picard, in un recente articolo, trova che «une consommation annuelle de 60 modii par tête est énorme» (G. Picard, Néron et le blé d’Afrique, Cahiers de Tunisie XIV [1956], II trim., pagg. 163-174). 252 Tali cifre si accordano abbastanza bene con quanto sappiamo da fonti più antiche circa le quantità di frumento fornite a Roma dall’Egitto e dal¬ l’Africa: YEpitome de Caesaribus (I, 6, ed. F. Pichlmayr, in app. al Liber de Caesaribus di Aurelio Vittore, Leipzig 1911, pag. 133) ci informa infatti che l’Egitto, nel I sec. d. C., contribuiva all’annona di Roma con 2.000.000 modii (= hl. 1.750.000 = q. 130.000) ; e Giuseppe Flavio {De Bell. lud. II, 16, pag. 186, ed. E. Bekker, Leipzig 1856), osserva a sua volta che l’Egitto nutriva Roma
290 Economia e società nell’« Italia Annonaria » Questi dati, per quanto estremamente incerti e passibili delle più forti variazioni253 254, sono comunque indicativi per poter va¬ lutare in concreto le difficoltà che il Governo teodericiano, mas¬ sime in tempo di crisi, era costretto ad affrontare nella provvi¬ sione dell’annona civica, anche ammettendo un certo calo nella popolazione dell’Urbe nell’ultimo cinquantennio. E possiamo di conseguenza anche meglio apprezzare l’accresciuta importanza che, in tali circostanze, doveva essere venuto assumendo il libero commercio d’importazione. Le province meridionali d’Italia fra il 523 e il 527 : il loro PROGRESSIVO ISOLAMENTO ECONOMICO E LA PARALLELA RICOM¬ PARSA DI ALTRI SPECULATORI PROVINCIALI NON IDENTIFICAI! SUL MERCATO FRUMENTARIO DELL’URBE. Non dovettero essere, quelli fra il 523 e il 527, anni facili per l’annona di Roma. Nel 522-523, ad es., una acerba fames aveva colpito la Campania, la più vicina sorgente di approvvigiona¬ mento frumentario per l’Urbe 234 ; e Boezio, in veste di Magister Officiorum, si era opposto all’iniqua coemptio di victualia che il Prefetto del Pretorio pretendeva d’imporre ai provinciali 255. per quattro mesi all’anno, e l’Africa per otto (cfr. E. Albertini, I/Afrique Romaine, Alger 1950, pag. 58 ; sussistono tuttavia alcune divergenze sull’in¬ terpretazione di queste cifre: cfr. Cagnat, L’annone d’Afrique cit., pag. 106, n. 4). Recentemente, il Saumagne ha valutato la produzione di cereali del¬ l’Africa Romana a circa 7.500.000 quintali, ciò che comporterebbe un canone fiscale di 378.000 quintali (= circa 6.769.230 modii per l’appunto): cfr. Sauma¬ gne, Un tarif fiscal au IVe siècle cit., pagg. 198 sgg. 353 Sulla facilità di errori in questo campo, cfr. i classici studi di O. Seeck, La Statistica nella Storia Antica, B.S.E. IV, Milano 1908, pagg. 487-501, e E. Cic- coTTi, Indirizzi e metodi degli studi di demografia antica, Ibid. pagg. VII-CHI, passim. 254 Cfr. Cass., Var. XII, 22, cit. a pagg. 342-343. 255 Cfr. Boeth., De Phil. Cons. I, 4, pag. 9: ... Provincialium fortuìuis tum privatis rapinis, tum publicis vectigalibus pessumdari non aliter quam qui pa¬ tiebantur indolui. Cum acerbae famis tempore gravis atque inexplicabilis indicta coemptio profligatura inopia Campaniam provinciam videretur, certamen adver¬ sum praefectum praetorii communis commodi ratione suscepi, rege cognoscente contendi et, ne coemptio exigeretur, evici. ... Boezio fu eletto console nel 510 e Magister Officiorum nel 522 (cfr. W. Bark, Theodoric vs. Boethius: Vindication and Apology, The Am. Hist. Rev. XLIX [1944], 3, pagg. 410-426 e partie. 423-424): è pertanto probabile che egli si occupasse di questioni annonarie nell’espleta¬ mento di quest’ultima carica, le cui competenze in tal senso sono cosi descritte da
Dai Goti ai Longobardi 297 Subito dopo la morte di Teoderico, Amalasunta, reggente a nome di Atalarico, si vide costretta a concedere un sensibile sgravio fiscale — per l’indizione V in corso (526-527) e gli arre¬ trati delPindizione IY (525-526) — al principale « granaio » di Roma, la Sicilia, che non era più in grado di sostenere la quota di tassazione impostale da Teoderico nei suoi ultimi anni di regno (già verso il 522-523, secondo la testimonianza — peraltro tar¬ da — di Agnello Ravennate, Teoderico aveva dovuto domare una rivolta in Sicilia 256) : ...Pridem divue memoriae domnus arm noster de suis be¬ neficiis magna praesumens, quia longa quies et culturam agris praestitit et populos ampliamt, intra Siciliam provinciam... cen¬ sum statuit flagitari, ut vobis cresceret devotio, quibus se facultas extenderat. Sed illius praedicanda iustitia locum nostrae beni¬ gnitati praeparavit, ut, quod ei offerri iuste potuit, nos clementi animo quasi illata stipendia donaremus ... Atque ideo per quar¬ tam feliciter indictionem (1° sett. 525 - 29 ag. 526) quicquid a vobis supra consuetudinariam functionem augmenti nomine vel petebatur vel constat exactum, liberalitas nostra concedit. ... Sed ut latius extendatur nostra clementia suavemque dominum im¬ pensis beneficiis sentiatis, quicquid a discussoribus novi census per quintam indictionem (1° sett. 526 - 29 ag. 527) probatur af¬ fixum, ad nostram eos fecimus deferre notitiam, ut, quod ratio¬ nabile fuerit aestimatum, libentibus animis perferatis, quia nul¬ lum laedit observata iustitia a57. * 250Cassiodoro : ... peraequatores etiam victualium rerum in urbe regia propria volun¬ tate constituit et tam· necessariae rei iudicem facit. Ipse enim gaudium populis, ipse nostris temporibus praestat ornatum, quando tales viros copiae publicae praeficit, ut plebs querula seditionem nesciat habere satiata... (Cass., Var. VI, 6, Formula magisteriae dignitatis). Sulla progressiva e cronica recessione deirattività economica nella Cam¬ pania, il suo declino demografico, la crescente impotenza finanziaria e l’involu- zione dell’urbanesimo, soprattutto a partire dal V secolo, cfr. Galasso, art cit., pàg. 11 e passim. 250 Cfr. Agn., Lib. pont. Eccl. Rav. XX, De Sancto Iohanne 35, pag. 298. ‘ Χψ Cfr. Cass., Var. IX, 10 (526-527), Honoratis possessoribus defensori¬ bus Syracusanae civitatis vel universis provincialibus Athalaricus rex ; cfr. pure Cass., Var. IX, 2 (526-527) (per cui vd. Ginetti, Il governo di Amalasunta cit., pagg. 18-59; Pace, Arte e civiltà cit., IV, pag. 206, n. 5). Procopio riferisce a sua volta che tanta era stata in passato l’abbondanza di ogni frutto in Sicilia.
298 Economia e società nell’« Italia Annonaria » Dal tenore dei provvedimenti che si susseguono fra il 526 e il 527 — indirizzati in nome di Atalarico ai viri sublimes Vietor e Vvitigisclus e soprattutto al Comes di Siracusa Gildila (Sira¬ cusa era per l’appunto uno dei più importanti nodi commerciali della Sicilia e un centro d’ammasso dell’annona di Stato) — ri¬ sulta però che i funzionari, contravvenendo al nuovo decreto del re* 258, continuavano ad esigere abusivamente, e naturalmente a loro pro, i versamenti di aggravio già stabiliti da Teoderico25#. Il Comes Cildila in particolare era accusato di fissare prezzi esosi di coemptio (non adeguati cioè a quelli forensi, come in teoria avrebbe dovuto) per le derrate che il libero commercio fa¬ ceva confluire nel porto di Siracusa, e che in caso di necessità lo Stato aveva il diritto di acquistare mediante il privilegio della praeemptio (è questa pertanto un’ulteriore prova che la coemptio in Sicilia, al tempo di Teoderico, veniva considerata, a carico dei negotiwntes 2eo) : ancora una volta si ripetevano cioè, da parte dei pubblici funzionari, quelle sorta di abusi che quindici anni prima all’incirca erano stati lamentati dai trafficanti apulo-calabresi di derrate agricole 2β1. Provincialium Siculorum nobis est suggestione declaratum quaedam a tua potestate fieri, unde eorum fortunae videantur af· da indurre Roma ad attingervi annualmente un’ampia provvigione; e che i Ro¬ mani avevano pregato Teoderico di non stanziare nell’isola un grande presidio di Goti, affinchè nulla fosse di ostacolo alla libertà e a ogni altro loro bene (cfr. Proc., De hell. Goth. Ill, 16). Questo discorso, che Procopio mette in bocca a Totila nel 546 per esaltare l’antica floridezza dell’isola, serba in realtà la traccia delle difficoltà fiscali effettive che questi provinciali avevano dovuto affrontare sin dal tempo di Teoderico, e delle aditiones in favore di sgravi contributivi ch’essi in qualche occasione dovettero presentare al sovrano, tra¬ mite forse influenti senatori di Roma. 288 Cfr. Var. IX, 10 cit. 258 Cfr. Var. IX, 11 (526-527) Gildilae viro sublimi corniti Syracusanae ci¬ vitatis Athalaricus rex: Ad ... Siciliae provinciae censitores praecepta nostra direximus, ut quicquid possessoribus tributariae functionis per eos nuper videtur adiectum, de quarta indictione (525-526) non exigant... ; Ibid., IX, 12 (526-527) Victori et Vvitigisclo vv. ss. Athalaricus rex : ... praesenti auctoritate cense¬ mus, ut, si quid super tributarium solidum per quartam indictionem a provincia¬ libus exegistis, sine aliqua eis inminutione reddatis, quia supra veterem censum nulla indictionis praedictae eos volumus damna sentire... «° Cfr. pag. 266. 201 Cfr. Cass., Var. II, 26 e pagg. 232 sgg.
Dai Goti ai Longobardi 299 fligi. ... Sed ut suspiciones iniquas futuris casibus abrogemus, observanda iugiter praesenti iussione decernimus, ut nec isti ali- quid de futuro metuant nec tu per ignorantiam quae dicuntur incurras. ...Navigiis vecta commercia te sugge¬ runt occupare et ambit u cupiditatis exosae solum angusta pretia definire: quod, non creditur a suspicione longiquum, etiamsi non sit actione vitiosum. Qua¬ propter si rumorem huiusmodi, ut convenit, vitare festinas, epi¬ scopus civitatis et populus conscientiae tuae testes assistant. Omnibus placeat, quod ad cunctorum necesse est pertinere for¬ tunas. Pretia communi debent deliberatione constitui, quia non est delectatio commet'di quae iubetur invitis. Quocirca sublimitatem tuam iussis praesentibus credidimus ammonendam, quia excedere nolumus quos amamus ... 262. Alla fine, come estremo tentativo per eliminare gli eccessi dei funzionari (per lo meno di quelli di rango superiore), nel 527 lo Stato stabilì, a spese del patrimonium regio 2β3, un aumento quasi del 25 % delle loro competenze (da 200 solidi e 10 annone annue a 250 solidi e 10 annone a partire dall’anno successivo, indizione V, 1° sett, 527 - 29 ag. 528) : Magnitudinis tuae suggestione com peri mus de dome¬ sticorum excessibus qui destinat i s comiti¬ bus obsequuntur, provinciales damnis plu¬ rimis ingravatos: quod credimus emolumentorum parvi¬ tate nutritum, quia sub quadam excusatione peccare creditur, cui necessaria non praebentur. Et ideo speciali beneficio generalia compendia largientes magnitudini tuae praesenti aucto¬ ritate praecipimus, ut supra ducentos s oli- * 288202 Cass., Var. IX, 14 (526-527) Gildilae viro sublimi comiti Syracusanae civitatis Athalaricus rex. 288 A partire dalla fine del IV secolo, le rendite delle proprietà imperiali vennero sempre più spesso destinate a spese di pubblica utilità, mentre, in paral¬ lelo, venivano progressivamente aboliti i loro privilegi e immunità: cfr. sopra, pag. 266, n. 165, e Monks, art. cit., pagg. 753-754. Senza dubbio tutto ciò è da porre in relazione con la sempre più forte diminuzione delle entrate derivanti allo Stato dal gettito fiscale (in seguito alla perdita di molte province contri¬ buenti e all’esasperarsi dell’evasione fiscale in quelle rimaste) : cfr. sopra, pag. 144, n. 403.
300 Economia c società nell'« Italia Annonaria » dos et decem annonas, quas hactenus accepe¬ runt, a quinta feliciter indictione quinqua¬ ginta eis solidos annuos faciatis incunctan¬ ter adiungi, qm vestris rationibus debeant imputari ut, dum mater criminum necessitas tollitur, peccandi ambitus aufe¬ ratur... 264 265 * 267 268. Questi stipendi dei domestici e cancellarii 265 (retribuiti, si noti, prevalentemente in moneta aurea sonante) appaiono assai elevati, se riflettiamo che essi, anche non tenendo conto delle annonae in natura, risultano pari alla rendita lorda, in frumento, prima di 300 e poi di 350 iugeri di terreno sativo (h. 75 e 93, 75), che potevano costituire la superficie di una ragguardevole mas- sa2m. Alle dipendenze dell’amministrazione bizantina soltanto otto anni più tardi, con l’aumento generale delle paghe militari stabilito da Giustiniano nel 534, i cancellarii della Prefettura del Pretorio in Africa riceveranno uno stipendio vicino a quello dei domestici nell’Italia Ostrogota (252 solidi all’anno pro anno¬ nis, di contro alla retribuzione alariciana di 250 solidi e 10 anno¬ nae2^). Ma per quanto il Jones, in un interessante e minuto raf¬ fronto tra le paghe — tradotte in oro — degli ufficiali di diverso rango nel II e nel VI secolo, arrivi alla conclusione che al tempo di Giustiniano esse erano discese, in valore aureo assoluto, a circa 1/9 del loro ammontare unitario durante l’Alto Impero, non sem¬ bra tuttavia ammissibile che questa secolare contrazione degli stipendi (accompagnata del resto da una contrazione parallela e generale anche nel settore dei consumi2β8) potesse essere avver¬ 264 Cass., Var. IX, 13 (526-527), Vviliae vi. corniti patrimoni Athalaricus reæ, 265 I domestici o cancellarii facevano parte dello stato maggioro di tutti i generali (qui si accenna, infatti, ai comites dei quali essi erano alle dipen¬ denze): cfr. Stein, o. c. I, pag: 340 (= ed. fr. pag. 221), e II, pagg. 117-118, n. 1. 2(10 Cfr. pagg. 416 sgg. 267 Cfr. C.I. I, 28, 1, del 534, dove, in riferimento alla Prefettura d’Africa, sono elencate le seguenti paghe annuali: al Prefetto 100 libbre d’oro pro an¬ nonis et capita (7.200 solidi); ai consiliarii 10 libbre pro annonis (720 solidi); ai cancellarii 3, 5 libbre pro annonis (252 solidi); e agli ufficiali inferiori, a se¬ conda del rango, 38, 23, 16, 14, 11 e. mezzo, 9 solidi a testa pro annonis et capita: cfr. E. Stein, Untersuchungen über das Officium der Prätorianerprä¬ fektur seit Diokletian, Wien 1922, pagg. 18 sgg. e 75 ; G. Ostrogorsky, Löhne und Preise in Byzanz, Byz. Zeit sehr. XXXII (1932), pagg. 293-333 e partie. 301 sgg. 268 Cfr, avanti, pagg. 524 sgg.
Dai Goti ai Longobardi 30 J tita dagli alti officiales del VI secolo in misura tale da giustifi¬ carne le speculazioni e gli abusi, dal momento che, come abbiamo veduto, le loro retribuzioni venivano realizzate in oro e per un ammontare assai cospicuo (diversa, certamente, doveva essere stata la situazione nel III e nel IV secolo, finché le paghe erano state in tutto o in parte retribuite in denarii) 260. Frattanto, anche le province delPItalia Meridionale — a loro volta lungamente provate dalle incursioni bizantine e da un antico sforzo contributivo superiore alle loro forze — mostra¬ vano proprio in questi anni i sintomi evidenti di un grave pro¬ cesso involutivo sul piano delFeconomia. Due lettere cassiodoriane del 523-526, Puna indirizzata allo Stabularius Comitiacus270 e Paîtra alPArcarius, il vir clarissi¬ mus Iohannes* 270 271, si riferiscono ad es. al caso di un certo Tliomas, conductor di alcuni praedia imperiali in Apulia, il quale soste¬ neva di non essere in grado di pagare i ben 10.000 solidi di debito rimasti in arretrato. La cifra è enorme, se si pensa per es. che i naucleri spagnoli, dalla vendita del frumento fiscale destinato a Koma, avevano ricavato, proprio in questi medesimi anni, sol¬ tanto 758 solidi272; e anche il confronto con Pammontare di circa 2.000 solidi del debito registrato un ottantennio prima a carico dei conductw'es siciliani <Pun grande latifondista privato, Lau- ricius 273 274, rende ancora più evidente sia Pimportanza delle massae imperiali affittate a un solo conductor emphyteuticarius 274 ri¬ 209 Cfr. Jones, Inflation cit, pagg. 300-307. Le paghe dei soidati, rispetto a quelle degli officiales conteggiate in oro, sembra diminuissero in misura as¬ sai minore dal II al VI secolo, riducendosi di 1/3 soltanto (cfr. Jones, art. cit., pag. 305) ; secondo un dato fornito da Cassiodoro, ci è parso a nostra volta di poter stabilire che le retribuzioni dei soldati meno qualificati, neiritalia gotica, ammontavano a circa 1/3 del valore in oro di uno stipendio militare nel II see. d. C. (cfr. pagg. 549-550). Sulle paghe dei burocrati dal IV al VI secolo nell’Im¬ pero Bizantino, cfr. pure Jones, The Roman Civil Service cit., pagg. 49-53. 270 Cass., Var. V, 6 (523-526), Stabulario comitiaco Theodericus rex. 271 Cass., Var. V, 7 (523-526), Iohanni v.c. arcario Theodericus rex. 272 Cfr. Cass., Var. V, 35, cit. a pagg. 291-292. 278 Cfr. Tjädek, P. 1, esaminato a pagg. 558-560. 274 Che si tratti di una forma di conductio a titolo enfiteuticario sembra doversi dedurre dall’espressione cassiodoriana libellario titulo, benché gene¬ ralmente il termine conductor venga impiegato piuttosto per designare l’affit¬ tuario nella forma della locatio-conductio, contrapposto sia al perpetuario che
302 Economia e società nell’« Italia Annonaria » spetto a quelle dei patrimoni privati, sia la enormità del debito contratto dal conductor Thomas in questa occasione (doveva trat¬ tarsi di un personaggio assai influente, se per tanti anni era riu¬ scito a eludere l’autorità, certo con la collusione di funzionari compiacenti) : ... comperimus... patrimonii nostri praedia in Apu¬ lia provincia constituta, id est illud àtque illud, honesto viro Tho- mati libellario titulo commisisse, sed eum male amministrando su¬ scepta usque ad decem milia solidorum de indictionibus illa atque illa reliquatorem publicis rationibus eætitisse... * 275 * * 278. È pertanto significativo che circa due secoli più tardi Paolo Diacono, pur ricordando ancora come satis opulentas le città apulo-calabresi di Luceriaf Sepontum, Canusium, Ager entia, Brundisium, Tarentum ed Ydrontum, metta in relazione il nome di Apulia con il verbo greco άπόλλυμι (Apulia autem a perdi¬ tione nominatur) Invano il Governo, fin dal primo anno del all’enfiteuta. Ma il termine libellus, che primitivamente e propriamente desi¬ gnava la richiesta scritta presentata dall’enfiteuta per ottenere la concessione, passò ben presto a indicare l’enfiteusi stessa per eccellenza (cfr. Beaudoin, art. cit., 1898, pagg. 720 sgg. ; cfr. inoltre v. «Emphyteusis» [R. Leonhard], P.W. V, coll. 2513-2516) ; e anche in Gregorio Magno le concessioni enfiteutiche sono spesso indicate con espressioni come libellario nomine, factis libellis, sub specie libellorum, etc. benché i libelli fossero usati anche nei contratti d’affitto nella forma dello ius perpetuum, della locatio-conductio e — talora — persino del colonato (cfr. sopra, pag. 238 sgg.). Per meglio valutare l’enorme portata del debito contratto da Thomas, si tenga poi conto che il canone annuale corrisposto per le concessioni enfiteutiche era di gran lunga più tenue di quello di un normale affitto per locatio-conductio (per es. 1/4, in un caso ricordato da Gregorio Magno : cfr. Reg. Ep. II, 3, cit. a pag. 249, n. 124. 275 Cass., Var. V, 7. Delle dilazioni nei pagamenti potevano praticamente fruire soltanto i più ricchi e influenti; e questo è anche il motivo per cui so¬ prattutto questi ultimi traevano vantaggio dalle remissioni d’imposte arretrate, concesse di tempo in tempo dallo Stato proprio nel tentativo di giovare ai più bisognosi : cfr. Stein, o. c. I, pag. 260 (= ed. fr. pag. 168). 278 Paul. Diac., Hist. Lang. II, 21 pag. 85. Già sul finire del IV secolo VApulia aveva dato alcuni segni di depressione: cfr. Symm., Ep. IX, 29 (397), Varo (... gravior Apulos casus incessit, a quibus ob inanem famam fecunditatis frumenta poscuntur et detrahenda provinciae et reip(ublicae) usui non futura); Id., Ep. VII, 126 (401-402), ad Patruinum, ove si chiedono esenzioni fiscali per le proprietà delle figlie di Aradio Rufino in Apulia (Res namque illis est per Apuliam non tam reditu ampla quam censu...) ; sugli sforzi dell’Imperatore nel 398 per rinsanguare le disertate curie cittadine dell 'Apulia et Calabria, cfr. C. Τη. XII, 1, 158, cit. a pag. 312, n. 299; sugli sgravi fiscali concessi dopo le de¬ vastazioni ala riciane, cfr. Ibid. XI, 28. 7, cit. a pag. 153, n. 431. Non appare
Dai Goti ai Longobardi 303 regno di Atalarico, tentò di opporsi allo spopolamento delle città dei Bruttiiy dalle quali i possessores 277 e i curiales (stanchi delle prepotenze dei saiones e degli iudices 278) fuggivano, rinunciando ai vantaggi della civilitas per asserragliarsi sulle loro proprietà nelle campagne : ... maxime cognovisti litteris eruditus pulchram esse faciem civitatum quae populorum probantur habere conventum. ... Feris datum est agros silvasque quaerere, hominibus autem focos pa¬ trios supra cuncta diligere... Redeant possessores et curiales Bruttii: in civitatibus suis coloni sunt y qui agros iugiter colunt. Patiantur se a rust ί¬ ο it at e divisos, quibus et honores dedimus et actiones pu¬ blicas probabili aestimatione commisimus, in ea praesertim re¬ gione, ubi affatim veniunt inelaboratae deliciae (an¬ che, dunque, se la coltivazione veniva troppo spesso trascurata) : Ceres ibi multa fecunditate luxuriat: Pallas etiam non minima largitate congaudet: plana rident pascuis fecundis, erecta vindemiis: abundat multifariis animalium gregibus, sed equinis maxime gloriantur a rm entis : me- * 277 *pertanto giustificata da alcuna valida testimonianza delle fonti sincrone la po¬ sizione del De Robertis, secondo il quale, a quest’epoca, si sarebbe verificato un imponente processo di trasformazione agraria nell 'Apulia et Calabria e nelle altre province meridionali, determinandone una floridezza senza precedenti (cfr. De Robertis, La prod, cit., passim ; Id., SuUe condizioni economiche della Pu- gUa dal IV al VII secolo d. C., Archivio Stor. Pugliese IV [1951], 3-4, pagg. 42-57). Parimenti ingiustificata è però anche una posizione di generico pessimi¬ smo (cfr. ad es. S. La Sorsa, Storia di Puglia, Bari 1953, I, pagg. 231-242, e II, pagg. 5 sgg.). Per quanto riguarda la Campania, cfr. C. Τη. XI, 28, 2 (cit. a pag. 151, n. 423), con cui già nel 395 Onorio concedeva ampie remissioni fiscali ai desertis et squalidis locis della provincia; sempre sul declinare del secolo IV avveniva poi che, in occasione di carestie generali, i proprietari fossero costretti a im¬ portare frumento sulle loro proprietà campane da altre province (cfr. Symm., Ep. VI, 12, del 396, cit. a pag. 131, n. 355). 277 Nel senso di latifondisti, contrapposti a curiales, minores e mediocres possessores. m NeW E dictum Athalarici (Cass., Var. IX, 2, dell’autunno 526), si pren¬ dono severi provvedimenti contro coloro che danneggiavano il Minor Senatus con prevaricazioni ed ingiurie d’ogni genere, soprattutto costringendo i mem¬ bri meno abbienti a vendite forzate (più o meno mascherate): Praedia curia- liutin, unde maxime mediocribus parantur insidiae, nullus illicita emptione per¬ vadat, quia contractus dici non potest, nisi qui de legibus venit.
Economia e società nell'« Italia Annonaria » 304 rito, quando ardenti tempore tale est vernum silvarum, ut nec muscarum aculeis ammalia fatigentur et herbarum semper vi¬ rentium satietatibus expleantur. Videas per cacumina montium rivos ire purissimos ... Additur, quod utroque latere co¬ piosa marina possidet frequentatione com¬ mercia, ut et propriis fructibus affluenter e X ub er et et peregrino p e nu vicinitate lito¬ rum compleatur. Vivunt illic rustici epulis urbanorum, mediocres aut em abundantia prepotent um (nel senso di «i più ricchi»), ut nec mi¬ nima ibi fortuna copiis probetur excepta. Hanc ergo pro¬ vinciam civitatibus nolunt ine o 1er e, quam vel in agris suis se fatentur omnino diligere? Quid prodest tantos viros latere litteris defaecatos? Pueri libe¬ ralium scholarum conventum quaerunt et mox ut foro potuerint esse digni, statim incipiunt agresti habitatione nesciri. ... Foedum ergo nimis est nobili filios in desolationibus educare, cum fre¬ quentationi humanae videat alites sua pignora commisisse. R e - de an t igitur civitates in pristinum decus : nullus amoenitatem ruris praeponat moenibus antiquorum. ...Cui non affectuosum sit cum paribus miscere sermonem, forum petere, honestas artes invisere, causas proprias legibus expedire, inter¬ dum Palamediacis calculis occupaci, ad balneas ire cum sociis, prandia mutuis apparatibus exhibere?... datis f ideius s o - ribus tam possessores quam curiales sub ae¬ stimatio n e virium poena interposit apro mit¬ tant anni parte maiore se in civitatibus ma¬ nere, quas habita re delegerint... 279 · 379 Cass., Var. VIII, 31 (527), Severo v(iro) s(pectaHli) Athalaricus reæ. II passo di Cassiodoro richiama quella legge del Codice Teodosiano, con cui già nel 400 d. C. Onorio aveva deplorato il declino della vita urbana nelle Gallie, e la fuga verso la campagna dei collegiati, che costituivano il nerbo e lo splen¬ dore della vita cittadina : Destitutae ministeriis civitates splendorem, quo pridem nituerant, amiserunt: plurimi siquidem collegiati cultum urHum dese¬ rentes agrestem vitam secuti in secreta sese et devia contulerunt... (G. Tur. XII, 19, 1, da Milano, al ppo. G alitar um Vincentius). Più tardi (536-537) anche Belisario, rimproverato da Papa Silverio di avere spopolato la città di Napoli (conquistata ai Goti dopo lungo assedio), per ripopolarla vi farà affluire a forza — oltre a un certo numero di prigionieri van¬ dali — le popolazioni rustiche delle vittae di Cuma, Nola, Sorrento, Stabia e delle campagne calabresi, apule e Sicilie (cfr. Land. XVIII, pagg. 373-374 ed.
Dai Goti ai Longobardi 305 Nonché esportare, ormai le province meridionali attingono dunque le loro scorte ai penus peregrini accessibili per la vici¬ nitate litorum (si tratta della Sicilia? O forse dell’Africa?) * 280. E i proprietari di queste regioni, che si chiudono sulle loro terre vivendo esclusivamente di quanto esse producono 281 282, privano di ogni incentivo il commercio locale ed extraregionale tra la cam¬ pagna circostante e la città, ove prima essi acquistavano presso i negozianti i principali generi di consumo 282 : vivunt illic rustici epulis urbanorum, mediocres autem abundantia praepotentum, dice infatti l’epistola Vili, 31. Ne consegue l’ordine regio (del quale sono facilmente immaginabili i risultati) che latifondisti e curiali trascorrano la maggior parte del loro tempo nelle ri¬ spettive città. Ora anche i mercati (per es. in Lucania) si svolgono sempre di meno entro le mura cittadine, e per la prima volta — spostan¬ dosi il centro di gravità della vita economica dalla città alla cairn pagna e facendosi i traffici sempre più limitati e saltuari — le nundinae cominciano ad acquistare il carattere tipicamente me¬ dievale di fiere rustiche, che hanno luogo annualmente presso i luoghi di culto dei Santi (sostituitisi ai santuari pagani), per Droysen = pagg. 45-46 ed. A. Crivellucci, « Fonti per la Storia d’Italia del- l’Ist. Stor. Ital. per il Medio Evo » II, Roma 1912). Per Benevento abbiamo prove che l’area abitata si ridusse grandemente dopo la guerra gotica (cfr. Galasso, art. cit., pag. 22 e bibUogr. ivi cit.) ; e già in epoca teodericiana la sua curia cittadina doveva conoscere grandi difficoltà (su di un curiale di Be¬ nevento perseguitato dai propri municipes, che nel 496 cercò rifugio in chiesa, cfr. Reg. Pont. Rom. I, n. 737, pag. 94, ed. Ph. Jaffé, Leipzig. 1881 = Gel., Ep. fr. 40, pagg. 504-505 ed. Thiel ; Tamassia, Gond. Poi. e Soc. cit.). Pure in Sicilia, in epoca pressapoco analoga, si riscontra il medesimo fenomeno di spopolamento delle città ed aumento dei nuclei abitati minori nelle campagne (cfr. Pace, Arte e Civiltà cit., IV, pagg. 260 sgg.). 280 'L’importazione dall’Africa parrebbe da escludere, dati i rapporti assai tesi fra gli Ostrogoti e i Vandali, proprio in questi anni : cfr. F. Martroye, L’Oc¬ cident à l’époque byzantine; Gotlis et Vandales, Paris 1904, passim. 381 Frumento, olio, vino, bestiame, come dice la stessa epistola Vili. 31 sopracit. 282 Così avveniva per es. anche nell’Italia Settentrionale alla fine del IV secolo, come testimonia Ambrogio {De Tobia 49-50; De Helia 24-25; etc.; cfr. indietro, pag. 91, n. 242). Benché la presenza del proprietario sulle sue terre possa, in un certo senso, avere anche giovato alle condizioni generali delle colture, è però assurdo vedere in questo fenomeno la prova di un progresso economico, come fa ad es. il Bertagnolli (o. c.. pag. 161). 20. L. Ruggini
Economia e società nell'« Italia Annonaria » 300 consentire lo scambio dei prodotti con le province circonvicine 283 : i negotiantes convenuti però, con la loro concorrenza, suscitano spesso la gelosia dei rustici e dei possessores atque conductores diversarum massarum indigeni, i quali evidentemente vogliono essere i soli a soddisfare le esigenze del già stagnante mercato locale : Frequenti siquidem probatione didicimus, Lucaniae conventu qui prisca superstitione Leucothea nomen accepit,... p r e s um p ti ο n ib us illicitis rusticorum facul¬ tates negotiantium hostili direptione lace¬ ratas, ut qui ad natale sancti Cypriani religiosissime venerami peragendum mercimoniisque suis faciem civilitatis ornare, egentes turpiter inanesque discederent. Hoc nos simplici ac fa¬ cili remedio credidimus corrigendum, ut spectabilitas vestra praedicto tempore una cum possessoribus atque conductoribus diversarum massarum, quiß- t em convenientium anticip at a debeat cautela p r ocurare, ne atrocis facti reos inveniat... Est enim com ventus iste et nimia celebritate festivus, et circumiectis provin¬ ciis valde proficuus. Quicquid enim praecipuum aut industriosa mittit Campania aut opulenti Bruttii aut Calabri peculiosi aut Apuli idonei vel ipsa potest habere provincia, in ornatum illius pulcherrimae venalitatis exponitur, ut inerito tam ingentem co¬ piam indices de multis regionibus aggregatam. Videas enim illic 288288 Le fiere, secondo la definizione di R. Cagnat - M. Besnieb (v. «Mer¬ catura », D.A.G.R. Ili, 2, pagg. 1743-1782 e partie. 1765), sono « des rendez-vous périodiques d'acheteurs et de vendeurs, qui peuvent exister en dehors de toute agglomération permanente». Nel mondo antico, esse sono testimoniate daUe fonti in Grecia e, più tardi, in alcune regioni ai margini dell’Impero; sostan¬ zialmente, esse rimasero tuttavia sconosciute nel mondo romano, non essendo le strutture del commercio tali da favorirne la fioritura : cfr. in proposito G. Mengozzi, La città italiana nell’Alto Medioevo, Il periodo Longobardo-Franco, Firenze 1931 (2* ed. riv. a cura di A. Solmi), pagg. 230-231 e 238; J. Gaude¬ met, L’Empire romain a-t-il connu les foires? «La Foire», Recueils de la Soc. Jean Bodin 5, Bruxelles 1953, pagg. 25-42. È poi un assurdo economico sostenere, per il Basso Impero e per l’Alto Medioevo, resistenza di mercati all’in¬ terno delle grandi signorie fondiarie, dove, tutt’al più, dovevano verificarsi scambi diretti dì merci e di beni: cfr. in proposito le osservazioni di G. Luz- ZATTO, Economìa naturale ed economia monetaria nell’Alto Medioevo, Vili Settimana Int. di Studi sull’Alto Med. (21-27 aprile 1960), «Moneta e scambi nell’Alto Medio Evo », Spoleto 1961, pagg. 15-32.
Ùai Goti ai Longobardi 30ί conlucere pulcherrimis stationibus (cioè i baraccamenti prov* visori del mercato) latissimos campos et de amoenis frondibus intextas subito momentaneas domos, populorum cantantium lae- tantiumque discursum. Ubi licet non conspicias opera moenium, videas tamen opinatissimae civitatis ornatum. Praesto sunt pueri ac puellae diverso sexu atque aetate conspicui, quos non fecit captivitas esse sub pretio, sed Ubertas: hos merito parentes vem dunt, quoniam de ipsa famulatione proficiunt. Dubium quippe non est, servos posse meliorari, qui de labore agrorum ad urbana servitia transferuntur. Quid vestes referam innumera varietate di¬ scretas? Quid diversi generis animalia nitere pinguissima? Ubi tali cuncta taxatione proponuntur, ut quamlibet emptor fastidio¬ sissimus invitetur. Sic de illo commercio nemo ingratus redit, si cuncta probabilis disciplina componit... 284. È curioso come Atalarico (o chi per esso), nel programmatico pane¬ girico della vita cittadina, arrivi persino ad esaltare la condizione dei servi urbani rispetto a quella dei liberi coltivatori diretti nelle cam¬ pagne, probabilmente rifacendosi a un modo di pensare diffuso, ma certo più vero nei confronti delle grandi città285 che dei piccoli centri in declino del Meridione. Il passo cassiodoriano è, comunque, uno dei tanti che invitano a rimeditare il problema della schiavitù nel mondo antico, studiandolo soprattutto in rapporto alle svariate posizioni e funzioni sociali esplicate dai servi rispetto ai liberi: soltanto per tale via286 sarà possibile valutare nell’esatta luce le diverse sfumature che caratterizzarono attraverso il tempo (e a seconda delle condizioni dei singoli) l’aspirazione alla libertà da parte degli schiavi e la loro lotta per raggiungerla, dalla più antica età romana all’instaurarsi del regime feudale. Un fervido contributo di ricerche sull’argomento è stato dato recentemente soprattutto dagli studiosi dell’Europa Orientale 287. 284 Cfr. Cass., Var. Vili, 33 (527), Severo v(iro) s(pectaMli) Athalaricus rex. 285 Come ad es. Milano, del cui altissimo indice di urbanesimo ancora parla Pbocopio, De hell. Goth. II, 21, cit. a pag. 83, n. 216. Sulle familiae urba¬ nae nel IV'secolo, cfr. pag. 88, n. 234. 388 Come ha messo recentemente in rilievo G. Tibiletti, ree. a J. Vogt, Struktur der antiken Sklavenkriege, Wiesbaden 1957, Gnomon 1959, pagg. 149- 152. Il processo di livellamento, per cui la posizione degli schiavi andò coi secoli migliorando, mentre peggiorava progressivamente quella dei coloni, è stato particolarmente messo in luce da W. L. Westermann, The Slave System of Greek Roman Antiquity, Philadelphia 1955, pagg. 139-149; Id., Upon the Slave Systems of Greek and Roman Antiquity, Eos, XLVIII (1956), pagg. 19-25. 287 Cfr. I. M. Sctaerman, La schiavitù nei secoli III-IV d. C. nelle pro¬ vince occidentali dell’Impero Romano, V.D.I. 36 (1951), 2, pagg. 84-105 (in
SOS Economia e società nell’« Italia Annonaria » Quanto abbiamo fin qui illustrato autorizza a ritenere che, con l’avanzare del VI secolo, sempre più esiguo si andasse fa¬ cendo il contributo delle province meridionali della penisola al- Pinvio di derrate fiscali per l’annona romana. Ed ecco ricompa¬ rire nelle Variae anche questa volta (come sempre in connessione con le difficoltà di approvvigionamento da altri mercati) la men¬ zione di un gruppo di speculatori provinciali (la provincia, pur¬ troppo, non è specificata), che nello stesso 527 si attirano i rimproveri di Atalarico perchè, dopo avere sottratto le species panici al mercato, acquistandole dai mediocres possessores 288 al¬ lorché il prezzo era basso dopo il raccolto, le rivendevano poi * 189russo) ; Id., Sulla questione dei contadini nelle province occidentali deirimpero Romano, Ibid. 40 (1952), 2, pagg. 100-121 (in russo); Id., La chute du régime esclavagiste, «État et classes dans l’Antiquité esclavagiste», cahier 2 (mai-juin 1957) di «Recherches internationales à la lumière du Marxisme», pagg. 113- 158 (= V.D.I. 44 [1953] 2, pagg. 51-79); S. I. Kovaliov, Le tournant social du Ille au lYe siècle dans l’empire romain d’Occident, Ibid. pagg. 159-178 (V.D.I. 49 [1954], 3, pagg. 33-44); A. P. Kajdan, La feudalizzazione dell’impero romano, V.D.I. 45 (1953), 3 (in russo); A. R. Korsunski, La situazione degli schiavi, dei liberi e dei coloni nelle province occidentali dell’impero roma¬ no nei secoli IV e V, Ibid. 48 (1954), 2 (in russo; ne esiste un rias¬ sunto analitico in Documents du Centre Culturel France-U.R.S.S., série F 1, Histoire, n. 6, mai 1955) ; A. G. Ghemp, Tributari e inquilini nel basso impero romano, Ibid. 50 (1954), 4, pagg. 75-83 (in russo); M. la. Siuziumov, Sulla questione del processo di feudalizzazione nell’impero romano, Ibid. 51 (1955), 1, pagg. 51-67(in russo; trad, in ted. in Sowjetwiss. gesellschaftswissenschaftliche Beiträge 1956, η. 3); Z. V. Udaltsova, La popolazione dipendente delle campa¬ gne nell’Italia del VI secolo, Ibid. 53 (1955), 3, pagg. 85-116 (in russo) ; E. E. Lipsciz, Il problema della caduta del regime schiavista e la questione della na¬ scita del feudalesimo a Bisanzio, Ibid. 54 (1955), 4, pagg. 63-71 (in russo; cfr. Bibl. Class. Or. I [1956], fase. 3. coll. 146-148); 11 problema della caduta del regime schiavista (Risultati della discussione), Ibid. 55 (1956), 1, pagg. 3-13 (in russo); P. Oliva, Pocétky krize otrokârského ràdu v rimské risi (in ceco- slovacco, con riass. francese: Les commencements de la crise de l’ordre escla¬ vagiste dans l’empire romain, Sbornik Historicky III (1955), pagg. 34-63 e 189 ; H. Dieter, Zur Frage des Untergangs des weströmischen Imperiums, Wissenschaftliche Zeitschr, der pädagogischen Hochschule Potsdam III (1956- 1957), fase. 1, pagg. 29-39; S. Lauffer, Die Sklaverei in der griechish-römischen Welt, Rapports du Xle Congrès International des Sciences Historiques (Stock¬ holm 21-28 agosto 1960), Uppsala 1960, pagg. 71-97; etc. Sui più recenti contri¬ buti russi in proposito, cfr. A. P. Kajdan - Z. V. Udaltsova, Nouveaux travaux de savants soviétiques sur l’histoire économique et sociale de Byzance (1958- 1960), Byzantion XXXI (1961), pagg. 189-208. 388 Dunque questi speculatori stessi (che sono il secondo termine di con¬ fronto sottinteso) sono possessores, e non certo mediocres.
Dai Goti ai Longobardi 309 assieme con le proprie a costo maggiorato sire in gradu sive in aliis locis (dunque anche a Roma, è lecito intendere289), procu¬ rando con questa condotta una sorta di carestia artificiale; nella sua lettera il sovrano ingiunge a costoro di vendere al popolo romano le proprie scorte, al medesimo basso prezzo che avevano versato nell’acquistarle presso i loro comprovinciali 290. Ancora una volta, pertanto, viene fatto di pensare a qualche provin¬ cia frumentaria dell’Italia Superiore, ove, proprio negli ultimi anni di Teoderico (525-526 d.C.), era stato compiuto un poderoso sforzo di riorganizzazione della flotta fluviale e marittima, per facilitare le forniture annonarie e i commerci291. Possessorum territorii vestri querella comperimus supra tem¬ poris necessitatem quorumdam civium suorum execrabilem susti¬ nere saevitiam, dum primo tempore panicii 292 speciem coemptam in propriam recondidere substantiam spectantes caritatem medio¬ cribus gravem, ut parcius reponentibus detestabilem inferant nu¬ ditatem, quando homines in famis periculo constituti rogantes offerunt quo se spoliari posse cognoscunt... Haec igitur vota damnantes praesentes direximus portitores, ut sive in gradu * 280 281 282 * *289 Gradus viene spesso usato dagli autori classici nel senso di «edifici ( = pistrina** liorreal) sulle cui gradinate veniva distribuito alla plebe di Roma il pane fiscale {panis gradilis) in ogni singola regione urbana » : cfr. ad es. C. Th. XIV, 17, 4 (Ne quid super gradili pane fraudis oriretury iussimus omne illud, quod populo penditur, palam in gradibus, non clam a pi- storibus ministrari) ; cfr. inoltre l’intero titolo 17 (1. c., leggi 1-5), De an¬ nonis civicis et pane gradili. Anche lo Knoche (v. «Gradus» Thes. Ling. Lat.) interpreta l’espressione di Cassiodoro in questo senso. Sembra pertanto fuori strada il Lecce nell’intendere il passo come se Atalarico avesse allora ordinato ai Vescovi ed agli honorati della provincia di scoprire il frumento nascosto « sia sotto le gradinate presso i mulini... sia in qualche altra parte... » (Lecce, art. cit., pag. 366). 280 Per farsi un’idea degli interpretia che gli speculatori erano in grado di realizzare in epoca di crisi, basti pensare che, quando i raccolti erano abbon¬ danti, il prezzo del grano poteva arrivare a 60 modii il solido (cfr. An. Yal. II, 73, cit. a pag. 370, n. 441), mentre con la carestia lo Stato vendeva il fru¬ mento alla tariffa relativamente equa di 25 modii il solido (cfr. Cass., Var. X, 27 e XII, 27) e presso i privati il prezzo superava (sempre in tempo di crisi) i 10 modii il solido (cfr. Cass., Var. XII, 28): vd. avanti, pagg. 360 sgg. 281 Per un breve excursus in proposito, basato sul materiale fornito dalle Varie, cfr. Nota Complementare G, pagg. 548 sgg. 282 È evidente come qui, con il termine panicium, si intenda designare la medesima derrata detta poco più sotto frumentum; sulla questione, vd. avanti, pag. 329, n. 347.
310 Economia e società nell'a Italia Annonaria » sive in aliis locis frumentorum condita potuerint invenire, ta/ntum sibi unusquisque dominus vel familiae suae retineat, qumitum se expendere posse cognoscit203, reliquum periclitantibus vendat, praesentibus scilicet harum gerulis, qui ad eam rem destinati esse noscuntur, moderata tamen pretii quantitate, qua eum constiterit a suis provincialibus comparasse. ... Ne quis ergo venditionem sibi inpositam conqueratur, sciat libertatem in crimine non re¬ quiri... In epoca ostrogotica ci troviamo dunque di fronte all’ulte- riore evoluzione di un fenomeno, le cui manifestazioni, sebbene con forme in parte differenti, già avevamo incontrato nell’ultimo ventennio del IV secolo d.C. Nel De Offioiis ambrosiano, infatti, i proprietari fondiari cisalpini di rango più o meno elevato, incoraggiati dalle circo¬ stanze di crisi, speculavano sul mercato locale e su quello romano con i prodotti delle loro terre, ma soltanto (o prevalentemente) con essi2t*5. Un secolo più tardi invece — parallelamente alPindebolirsi del funzionamento dell’annona e all’aumentare del pubblico fabbisogno — i maiores possessores delle regioni itali¬ che per eccellenza frumentarie (i quali, come maggiori detentori dell’oro ancora circolante, erano praticamente i soli a poter ten¬ tare un tal genere d’intraprese) si diedero ad acquistare le derrate di grano presso i mediocres possessores, unendole a quelle di pro¬ duzione propria nel realizzare le loro transazioni speculative tanto localmente quanto sui mercati extraprovinciali (per es. quello di Roma, come nel caso dell’epistola testé citata). Come già nel IV secolo, si assiste nei loro confronti all’alternarsi della defi¬ nizione di domini oppure di negotiatores, a seconda dell’angolo psicologico particolare dal quale essi vengono di volta in volta considerati: in questa lettera cassiodoriana per es., intesa a 298298 Cfr. Cass., Var. XII, 14; C. I. X, 27, 2; Sanct. Pragm. 18 (C. I. Nov. App. 7), cit. avanti, pag. 318, n. 317; Geiss, o. c., pag. 19. Cass., Var. IX, 5 (527), Episcopis et honoratis Athalaricus rex. Sulla corrispondenza fra questi provinciali, che accumulano oro alle spalle degU acquirenti romani, e gli speculatori veneto-istriani che, circa un decennio più tardi, appaiono consuetudinariamente legati ad emptores peregrini, che (giusto fino alla conquista di Roma da parte di Belisario) danno loro oro in cambio di frumento, cfr. Cass., Var. XII, 22, cit. a pagg. 342-343. Cfr. Ambe., De Off. Ili, 38: ...Nunc in tempore famis vendo... vendo frumentum non aliermm, sed meum... etc. Cfr. pagg. 96 sgg.
Dai Goti ai Longobardi 311 limitare d’autorità la loro libertà di emptio-venditio, si nota la riluttanza — come già nelle epistole I, 34 e II, 12, che si pro¬ ponevano un intento analogo 29€ — a riconoscere in essi dei nego¬ tiatores, quali invece li solevano definire di preferenza, in quanto genus hominum quod vivit lueris, i provvedimenti miranti a im¬ porre loro le tasse e gli altri oneri competenti alla mercatura in senso lato * 297. L’accentuarsi della depressione economica nelle province MERIDIONALI : L’« ANNONA ÜRBIS » FRA IL 533 E LA PRIMA OCCU¬ PAZIONE BIZANTINA. Negli anni che intercorrono fra l’inizio del regno di Atala- rico, sotto la reggenza di Amalasunta (526 d.C.) e lo sbarco di Belisario in Sicilia (535 d.C.), il già visto distacco e isola¬ mento economico dal rimanente della penisola va facendosi sem¬ pre più evidente nelle province meridionali, la cui capacità contributiva sembra essersi ormai quasi esaurita, anche prima che la conquista bizantina le sottragga al controllo dei Goti. In parallelo, il commercio di derrate agricole importate da regioni più o meno prossime sembra accentrarsi progressivamente nelle mani di elementi orientali ed ebrei, le cui colonie — anche nei secoli precedenti — avevano conosciuto quivi un’importanza non trascurabile in altri campi d’attività 298. Vero è d’altra parte che nelle province dell’Italia peninsulare e insulare è attestata la presenza di numerosi elementi ebraici in qualità di proprietari terrieri sin dalla fine del IV secolo : il che potrebbe meglio chia¬ rire il rapporto che venne per lo più successiva m ente stabilendosi fra tale categoria di produttori-?/egotiantes ed il commercio frumentario; le crescenti difficoltà con cui nel V e nei secoli seguenti l’antisemitismo legislativo ed ecclesiastico rese sempre più precario agli ebrei — pur non vietandolo — il pos- 209 Citt. a pagg. 284-285. 297 Cfr. pagg. 225 sgg. 296 Cfr. ad es. J. Juster, Les Juifs dans l’empire romain, Leur. condition juridique, économique et sociale, Paris 1914, 2 voli., passim ; I. Frey, Corpus Inscriptionum Iudaicarum, Recueil des inscriptions juives qui vont du Ille siècle avant Jésus-Clirist au Vile siècle de notre ère, Città del Vaticano 1936, I, pagg. LXIV-LXV dell’Introd. ; etc. (vd. ulteriore bibliogr. in Ruggini, Ebrei e Orientali cit., passim).
312 Economia e società nell’« Italia Annonaria » sesso della terra (come l’esercizio di tante altre attività profes¬ sionali), finirono poi con l’incoraggiare particolarmente questo graduale passaggio a una più libera attività di tipo mercantile 2". Ma già verso la fine del VI secolo i negotiatores siri ed ebrei di derrate frumentarie — probabilmente a causa dei gravosi oneri collegati a tale attività di pubblico interesse — appariranno ge¬ neralmente in condizione ben più modesta di quei grandi mercanti frumentari giudaici che, ancora nel 535, furono i principali ani¬ matori e « finanziatori » della resistenza di Napoli a Belisario 300 ; l’epistolario di Gregorio Magno li descriverà infatti come una categoria di padroni di navi cui veniva per lo più affidata la regìa di trasporto delle derrate fiscali e private dalla Sicilia a Roma, scarseggianti di numero, spesso indebitati con la Chiesa o con altri possessores, oppure ad essi commendati (fiorenti risulte¬ ranno al contrario le condizioni economiche dei mercanti ebrei impegnati nell’attivo traffico di schiavi fra i porti dell’Italia e delle Gallie) W1. Le difficoltà, in cui fra il 533 e il 535 doveva versare il Go¬ verno ostrogoto nella riscossione dell’annona aderata presso i provinciali delle regioni meridionali, trovano una eco soprattutto nell’epistola cassiodoriana XI, 39 al Cancellario della Lucania e dei Bruttii Vitaliano in cui si rievocano i tempi del massimo * 800 801 802"· Cfr. in pai-tic. C.Th. XII, 1, 158 (12 febbr. o sett. 398 d. C., da Mi- lano, al ppo. Italiae Theodorus), con cui vengono confermati al duro servizio delle curie semideserte dellyApulia et Calabria quei proprietari terrieri giudaici che, in base a una certa legge della Pars Orientis (C. Th. XVI, 8, 13, del 1° lu¬ glio 397) se ne ritenevano esonerati : Vacculare per Apuliam Calabriamque pluHmos ordines civitatum comperimus, quia Iudaicae superstitionis sunt et quadam se lege, quae in Orientis partibus lata est, necessitate subeundorum munerum aestimant defendendos... ; cfr. in proposito Tamassia, Stranieri ed ebrei cit., pagg. 796 sgg?. (ancora nel 323 d. C., tuttavia, Vordo decurionum di Canosa appariva sovrabbondante di reclute: cfr. la ben nota tabula aerea, il cui testo è'riportato in C.I.L·. IX, 338 = I.L.S. 6121; N. Jacobone, Un'antica e grande città dell’Apulia, Canusium, Ricerche di Storia e di Topografia, Lecce 1925, pagg. 170 sgg.). 800 Cfr. Proc., De bell. Goth. I, 9; Tintera questione è stata diffusamente trattata in Ruggini, Ebrei e Orientali cit., pagg. 236-241. 801 Cfr. pag. 230, n. 73; Ruggini, art. cit., pag. 235, n. 131; Juster, o. c. II, pag. 314. 802 II Mommsen data questa lettera fra il 533 e il 537; il contesto del¬ l’epistola sembra tuttavia portare a restringere i lìmiti di oscillazione fra il
Dai Goti ai Longobardi 313 rigoglio di Roma, allorché la menzionata provincia soleva fornire all’Urbe il tradizionale canone di carni suine e bovine a titolo di esazione in natura. Ma la prassi con la quale si era svolta la col¬ letta dell’imposta nel IV secolo era stata tale da costituire un gravissimo onere per i contribuenti, dal momento che gli animali corrisposti dai provinciali dovevano a loro cura essere traspor¬ tati, vivi, dai pascoli sino a Roma (dove aveva luogo la erogatio), e i disagi del lungo itinerario facevano diminuire sensibilmente il numero e il peso dei singoli capi, giudicati ad pondus solamente all’atto della consegna; allo scopo di alleviare i contribuenti e anche di garantire la fornitura di animali migliori, l’imposta era stata perciò in un secondo tempo aderata (dapprima facoltativa¬ mente, indi obbligatoriamente), per essere riconvertita poi in na¬ tura mediante coemptiones a cura dei suarii, boarii e pecuarii corporati. Era dunque su costoro che da allora veniva a ricadere l’intero dispendium inter susceptionem et erogationem, lamen¬ tato in precedenza dai provinciali e destinato ormai a rendere sempre più precaria e problematica, con il trascorrere del tempo, la sopravvivenza del corpus suariorum ®°3. Nonostante il vantaggio che, per molti aspetti, l’aderazione doveva rappresentare per i contribuenti, la lettera in questione * 303533 e il 535, cioè a un periodo anteriore all’inizio della campagna bizantina in Italia. 303 Al tempo di Giuliano il tasso di coemptio venne conguagliato a quello di adaeratio, e non fu pertanto più possibile ai suarii realizzare forti interpretia in tal senso, per risarcirsi delle perdite subite nella liturgia di trasporto (cfr. C. Th. XIV, 4, 3 [363 d. C.]). Nel 367 lo Stato sentì però la necessità di venire incontro ai suarii confermando ciò che il Praefectus Urbi Apronianus aveva già da qualche tempo messo in pratica, e cioè fissando loro un indennizzo del 15 % per il damnum inter susceptionem et erogationem (cfr. C. Τη. XIV, 4, 4). Nel 389 vennero concesse ai suarii ulteriori immunità ; ma tali rimedi dovettero essere tutti inadeguati se, nel 452, la Novella XXXVI di Valentiniano III defi¬ nisce ormai occiduum questo corpus, che si tenta ancora di risollevare, por¬ tando al 20 % le soprattasse in loro favore (le vicende della corporazione nei se¬ coli IV e V sono state mirabilmente delineate dal Mazzarino, Asp. Soc. cit., cap. V, « Aspetti del problema demografico », pagg. 217-269 e partie. 220-230). Il corpus dei suarii è ancora ricordato da Cassiodoro nella Formula Praefecturae Annonae (Var. VI, 18). Ma delle cause che determinarono il quasi-annientamento deUa corporazione non vi potrebbe essere miglior sintesi di Var. XI, 39 in que¬ stione: ... Erat quidem illis gloriosum, Romam pascere: sed quanto dispendio videbatur posse constare adducere tam multis itineribus quae darentur ad pondus, dum quae probabantur decrescere nullus poterat imputare!...
3 U Economia, e società nell’« Italia Annonaria » mostra come, alla vigilia della guerra gotico-bizantina, i provin¬ ciali dei distretti meridionali d’Italia, per eccellenza dediti all’al¬ levamento su vasta scala, versassero egualmente in grandi diffi¬ coltà economiche (anche perchè i marii, nel riscuotere la tassa aderata e nel riconvertirla in natura, facevano certamente di tutto per realizzare interpretia il più possibile elevati fra tassi di adae¬ ratio e quote di coemptio) : nel 533-535 i contribuenti non erano pertanto più in grado (o per lo meno rifiutavano) di versare la loro quota di esazione consueta, già fortemente ridottasi, con il procedere del tempo e il contrarsi della popolazione di Roma, rispetto al IV secolo ; la regia largitas si vide dunque costretta ad abbassare ulteriormente l’ammontare annuo del canone com¬ plessivo : Apparet, quantus in Romana civitate fuerit populus, ut eum etiam de longiquis regionibus copia provisa satiaret... Testantur enim turbas civium amplissima spatia murorum, spectaculorum distensus amplexus, mirabilis magnitudo thermarum et illa nu¬ merositas molarum... Hinc enim fuit ut montuosa Lucania sues p en der et, hi n c ut Bruttii boum pecus indigena ubertate praestarent... Erat quidem illis glorio¬ sum, Romam pascere: sed quanto dispendio videbatur posse con¬ stare adducere tam multis itineribus quae darentur ad pondus, dum quae probabantur decrescere nullus poterat imputare! R e - da et um est ad pretium, ubi pati non poterant detrimentum, quod n e c itineribus imminui¬ tur nec laboribus sauciatur. ... Et ideo ambos titu¬ los in assem publicum iam redactos diligentia tua statutis illatio¬ nibus procurabit... Pareant ergo non compulsione aliqua, sed amore, quando et hanc summam illis imminui, quae solebat of¬ ferri. Nam cum mille ducenti solidi annuis prae¬ stationibus solverentur, ad mille eos regia largitate revocavi... 304. 804804 Cass., Var. XI, 39 (533-535), Vitaliano v.c. cancellario Lucaniae et Bruttiorum Senator ppo. Non si comprende pertanto come il De Robertis (La prod, cit., pagg. 169 e 173) possa ricordare proprio questa epistola a testimo¬ nianza della vivace economia monetaria e della fiorente attività pastorizia dei Bruzii e delia Lucania nel VI secolo d. C. ; nel medesimo errore sembra incor¬ rere anche il Kaiirstedt. o, c., pag. 2,
Dai Goti ai Longobardi 315 ^ν- Secondo quanto viene riferito da Cassiodoro, la quota nor¬ male della nummaria exactio, versata annualmente al fisco dalla provincia dei Bruttii e della Lucania agli inizi del VI secolo, ammontava ormai a 1.200 solidi, che fra il 533 e il 535 vennero ridotti a 1.000 solamente dal sovrano (che fu Atalarico, se si ammette che l’epistola sia precedente al 534, oppure Teodato, se la si considera successiva al novembre del 534). Se confron¬ tiamo le cifre testé riferite con quella di 6.400 solidi (dunque circa di sei volte superiore), che ancora nel 452 i Bruttii e la Lucania pagavano in aderazione ai suarìi per l’annona di carne suina, pur tenendo conto di un certo (ma non vistoso) aumento della deflazione aurea nel corso degli ultimi ottant’anni ““, ci si rende subito conto dell’irrimediabile declino economico in cui la provincia senza dubbio versava306. Mentre, infatti, i 6.400 * 36505 Cfr. avanti pagg. 388-391. «* Cfr. Nov. Val. XXXVI (452 d. C.) ; secondo questa Novella, nel 452 la Lucania e i Bruttii fornivano 6.400 solidi per la percezione della carne suina, il Sannio 5.600 solidi e la Campania 1.950 solidi (queste sono le sole cifre in¬ dicate, ma non è affatto escluso che altre province fornissero contingenti mi¬ nori : cfr. A. Chastagnol, Le ravitaillement de Rome en viande au Ve siècle, Rev. Hist. Ill [1949], pagg. 13-22 e partie. 19). Dunque i suarii percepivano annualmente dalle province meridionali 13.750 solidi in tutto, ai quali vanno aggiunti i 950 destinati ai boarii e pecuarii, per una cifra complessiva di 14.700 solidi. Poiché sappiamo che il prezzo governativo della carne era allora di 240 libbre per un solido (cfr. sotto, pagg. 363 e 379, n. 461), se ne inferisce che il quantitativo di carne fornito dalle province e destinato all’annona dell’Urbe do¬ veva essere allora di almeno 3.528.000 libbre ; la cifra era tuttavia assai probabil¬ mente superiore, dovendosi calcolare anche gli apporti minori di altre province: Valentiniano III precisa infatti che i suarii dovevano raccogliere annualmente 36 volte 129.000 libbre di carne, per un totale, quindi, di 4.644.000 libbre. Non è pertanto escluso che, a colmare questo scarto annuale di 1.116.000 libbre di carne, concorressero in certa misura — tramite la Flaminia allora perfetta¬ mente funzionante (Hieron., Contra Rufin. II, 2, P.L. 23, col. 445), oppure per via marittima — anche alcune province dell 'Italia Annonaria, secondo una tradizione economica che risaliva ai tempi di Strabone (V, pag. 218 C), di Var¬ rone (De r. r. 2, praef. 6) e di Polibio (II, 15) (cfr. inoltre pagg. 148, n. 412, e 288, n. 227). Contrariamente a quanto comunemente si ritiene, abbiamo in¬ fatti veduto che essa concorreva nel IV secolo anche a forniture di annona vinaria per l’Urbe. Nella Rovella XXXVI di Valentiniano testé citata si stabi¬ lisce inoltre l’aderazione della contribuzione di carne suina in Sardegna, date le difficoltà di trasporto^ della derrata propter incertum navigationis (la legge essendo promulgata in estate, si tratta certamente della minaccia vandalica) ; poco pili tardi, infatti, la Sardegna cadde in mano ai Vandali, e in tale condi-
316 Economia e società nell'a Italia Annonaria » solidi del 452 corrispondevano a un canone di 1.536.000 libbre di carne suina (a un prezzo di coemptio di 240 libbre il so¬ lido307, i 1.200-1.000 solidi della prima metà del VI secolo do¬ vrebbero all’incirca corrispondere — in un calcolo che cerchi di tenere conto dell’aumentato valore del lardo, data la sua di¬ minuita disponibilità sul mercato — a 240.000 libbre al mas¬ simo sotto Teoderico, successivamente ridotte a 200.000 nel 533-535308. Benché la popolazione di Roma — e di conseguenza anche il numero degli assistiti — fosse probabilmente calata ri¬ spetto al 452 ®°®, in base alle cifre dell’età gotica si deve comun¬ que ritenere che pure la razione individuale di caro porcina concessa alla plebe urbana fosse ormai divenuta irrisoria. Se, infatti, ogni obsonium ( = razione individuale) fosse stato di 5 libbre al mese per i 5 mesi invernali dell’anno (= 25 libbre an¬ nuali di carne suina a testa), come nel 419 31°, il numero dei beneficati nel VI secolo avrebbe dovuto essere di circa 9.600, ulte¬ riormente ridotti poi a 8.000: ciò che risulta con ogni evidenza inammissibile311. Non è però possibile stabilire in che misura * 807 * * 810 811zione rimase per tutta la seconda metà del V secolo, e nel VI fino al 534 (cfr. Meloni, L’amminlstraz. della Sardegna eit., pagg. 177-179) : essa veniva così meno a Roma come fonte di approvvigionamento suario, oltre che frumentario, e tale deficit dovette pesare fortemente sulle province italiche fornitrici di lardo fiscale, contribuendo alla loro rovina economica nel successivo settan¬ tenni©. 807 Tale prezzo viene fissato da Valentiniano III nella Nov. XXXVI sopracit. 208 II prezzo in solidi della larida caro nel VI secolo ci è noto soltanto da un documento relativo all’Egitto, che paria di 200 libbre il solido (cfr. pagg. 363 e 379, n. 462) : esso appare dunque più sostenuto di quello della carne suina in Italia al tempo di Valentiniano III (240 libbre il. solido), tanto più se si consider* che esso rappresenta il costo minimo della carne suina in Egitto, in quanto tariffa standard di coemptio fissata dallo Stato per l’acquisto della der¬ rata. D’altra parte, la disponibilità di lardo sul mercato egiziano doveva essere normalmente assai più scarsa che in Italia (cfr. considerazioni a pagg. 396-397) : sicché, possiamo supporre (nella maniera più cautamente ipotetica) che al tempo di Teoderico e di Teodato, data la crisi in corso, il prezzo del lardo nelle province meridionali dovesse essere assai vicino a quello noto per l’Egitto, vale a dire 200 libbre il solido. 800 Cfr. Cass., Var. XI, 39 cit. : ... Apparet, quantus in Romana civitate fuerit populus... 810 Cfr. C. Τη. XIV, 4, 10 (419 d. C.); sull’Interpretazione esatta di questa legge, cfr. Mazzarino, Asp. Soc. cit., pagg. 228 sgg. 811 Nel 419, pochi anni dopo il sacco di Roma da parte di Alarico, il nu-
Dai Goti ai Longobardi 317 fosse andato diminuendo il numero dei beneficati in rapporto alla parallela riduzione dell’ammontare deìYobsonium. Negli anni seguenti, soprattutto allorché (dopo la destitu¬ zione dell’imbelle Teodato312) l’avvicinarsi minaccioso di Beli¬ sario mobilitò gli eserciti goti verso le province meridionali, l’ag¬ gravarsi della situazione economica è illuminato dalle successive concessioni d’esenzioni e immunità fiscali ai Bruttii e alla Lu¬ cania. Nell’epistola XII, 15 si riconosce ad es. che la città di Scylla- ceum (centro di un distretto eminentemente agricolo, e tuttavia appena bastante a se stessa) non è in grado di sostenere le spese straordinarie del cursus velox e delle annonae ad esso relative, oltre ai versamenti consueti dell’arsi* publicus : ... Hoc quia modo non habet muros (scii. Scyllaceum), civi¬ tatem credis ruralem, villam iudicare possis urbanam et inter utrumque posita, copiosa noscitur laude ditata. Hanc dum fre¬ quenter invisere desidebunt commeantes, dum taedia laboris refu¬ gere cupiunt, amoenitate civitatis in paraveredorum313 e t a η η ο n a r u m p r a ebiti one proprii cives'f a t i - g antur expensis. Quapropter ne laedat ur¬ bem amoenitas sua res praeconii fiat causa dispendii,par a ver edorum et a nn o narum prae¬ bitionem s ecund u m ev ecti οnes concessas in assem publicum constituimus imputari. Pul¬ veratica quoque iudicis funditus amputantes trium tantum etiam dierum praesulibus annonas praeberi secundum vetera constituta decernimus, suis expensis facta tarditate vecturis 314. Leges enim administrantes remedio, non oneri esse voluerunt. ...315. 812 * 814 * *mero degli assistiti con distribuzioni di caro porcina era stato di 120.000 (for¬ temente calati rispetto agli oltre 300.000 del 367 d. C.) ; nel 452 essi erano tor¬ nati leggermente ad aumentare (141.120 assistiti) : per tutti questi calcoli, cfr. Mazzarino, o. c., pagg. 217-269, e partie. 228-232. 812 Proc., De bell. Goth. I, 11, sottolinea ripetutamente il fatto che Teodato non sembrava disposto ad attaccare i Bizantini nemmeno dopo la caduta di Napoli (e questa fu, di fatto, la principale causa della sua destituzione a fa¬ vore di Vitige, nel novembre del 536). 818 Sui paraveredi, cfr. più avanti, pag. 322, n. 328. 814 Victuris legge (probabilmente con ragione) N. Tamassia, Le origini storiche del fodro, Riv. di St. del Dir. Ital. II (1929), pagg. 5-34 e 213-241, e partie. 9-10. 818 Cass., Var. XII, 15, Maximo v.c. cancellario Lucaniae et Bruttiorum
318 Economia e società nell'« Italia Annonaria » Nella lettera XII, 14 Rhegium (il cui territorio produceva soprattutto olio, vino e ortaggi, ma non poteva offrire forniture su vasta scala nè di tritico nè di lardo 31β, viene esonerata dalle coemptiones di questa specie per le truppe di passaggio: è in¬ fatti probabile che i milites o i collettori dell’imposta impones¬ sero l’alternativa o di una importazione delle derrate necessarie, o di una aderazione delle medesime a tasso altissimo, come soleva spesso avvenire nella Pars Orientis dell’Impero 317. * 818Senator ppo.-, questa lettera è datata dal Mommsen al 533-535, ma è forse più precisamente da porsi fra lo sbarco di BeUsario in Sicilia (535) e l’occupa- zione bizantina di tutta l’Italia Meridionale (metà del 536: cfr. Proc., De bell. Goth. I, 8-11). Sulle spese dei provinciali in occasione delle ispezioni degli indices, cfr. Tàmassia, art. cit., passim. K. Hannerstad (Les forces militaires d’après la guerre gothique de Procope, Classica et Mediaevalia XXI [1960], pagg. 136-183) ha tentato di analizzare l’importanza numerica e la mobilità degli eserciti goti e bizantini operanti in Italia, per poter meglio valutare l’im¬ portanza della guerra come catastrofe economica e umana; in base al vaglio molto prudente delle fonti, è giunto alla conclusione che l’esercito bizantino ebbe un massimo di 21.000 uomini nella prima fase della guerra (fino al 547) e 40.000 nella seconda, mentre quello goto non superò mai i 30.000 uomini. Si tratta di cifre piuttosto modeste, come si vede: non v’è dubbio, tuttavia, che le località ove gli eserciti via via si portavano dovessero risentirne gravemente, nel fragile equilibrio economico del tempo. 818 Cass., Var. XII, 14 (datata dal Mommsen al 533-537, ma probabil¬ mente successiva allo sbarco di Belisario in Sicilia nel 535, allorché le forze gote andavano concentrandosi nelle province meridionali), Anastasio cancel¬ lario Lucaniae et Bruttiorum Senator ppo. : ... Est enim (scii. Rhegium) ... arida pascuis, sed undosa vindemiis: segetibus adversa sed olivis accommoda... In hortis autem rusticorum agmen habetur operosum, quia holus illic omne... Haec sunt in litore Regino quae diximus... Quapropter laridi atque tritici spe¬ cies nulli s temporibus co emptionis nomine inde de¬ cer nimu s postulari, quia nimis calumniose petitur, quod loci beneficio non habetur... Additur etiam quod tantis commeantium fatigatur adventibus, tanta excurrentium laceratione deteritur, ut rationabiliter illi remitti debuisset vel quod apud ipsam nasci posse constaret. Un decennio più tardi (547 d. C.) anche le truppe bizantine di Belisario, in Lucania, si troveranno nell’impossi¬ bilità di procurarsi vettovaglie sul posto (cfr. Proc., De bell. Goth. Ili, 28). 817 Cfr. Stein, o. c., II, pagg. 440-441 e sopra, pag. 212, n. 14. Per questo tipo di abusi in Italia nel 554, cfr. Sanct. Pragm. 18 (C.I. Nov App. 7), ne per comparationes specter um collatores graventur. Ne vero per coemptiones etiam quodcumque collatores detrimentum sustinere inveniantur, sancimus per unamquamque provinciam illarum fiet'i specierum coemptionem, quae per ean¬ dem provinciam abundare noscuntur; neque enim eius, quod ibi non abunde nascitur, coemptionem fieri patimur...
Dai Goti ai Longobardi 310 Infine, in Var. XII, 5, vengono rimesse alla provincia della Lucania e Bruttii le imposte dovute, imponendo sì forniture di coemptio da scalarsi sull’importo dell’assis publicus, ma a prezzi il più possibile vantaggiosi per i contribuenti; sembra tuttavia che possessores, conductores e rustici (coloni) delle grandi massae privato e regie si ribellassero violentemente anche a queste pre¬ stazioni più moderate, facendo ricorso addirittura alle armi : ed è probabile che essi si schierassero allora in favore dei Bizan¬ tini 518, attendendo dai « liberatori », come sempre accade, il ri¬ medio infallibile a ogni loro male : ... Veniens itaque numerosus exercitus, qui ad defensionem rei publicae noscitur destinatus, Lucaniae Bruttiorumque dicitur culta vastasse, et abundantiam regionum studio tenuasse rapi¬ narum. Sed quoniam et illis dare et istis sumere pro temporis qua¬ litate necesse est, pretia quae antiquus ordo constituit ex iussione rerum domini cognoscite temperata, ut multo artius quam vendere solebatis (è evidente che, qui, ci si rivolge direttamente ai con¬ tribuenti) in assem publicum praebita debeant imputari, quate¬ nus nec possessor dispendia nec exercitus laborans sustinere possit inopiam31θ. Nolite igitur esse solliciti. Evasistis exigen¬ tium manus, tributa vobis praesens adimit apparatus. Sed quo facilius instrueretur vestra notitia, imputationum summas infra scriptis brevibus credidimus exprimendas, ut nemo vobis vendat beneficium quod publica noscitis largitate collatum. Continete ergo possessorum intemperantes motus (qui è necessario sup¬ porre che si sia tornati bruscamente a rivolgersi agli exactores) ... ne rustici, agreste hominum genus, dum Iaborandi taedia fu¬ giunt, illicitis ausibus efferentur et contra vos incipiant erigi, quos vix poteratis in pace moderari. Quapropter ex regia ius¬ sione singulos conductores massarum et possessores validos am¬ monite, ut nullam contrahant in concertatione barbariem... Ar- * II,818 è noto che i Romani della Lucania e dei Bruzii accolsero più tardi Belisario come un liberatore, e che le truppe gotiche stesse, quivi acquartierate al comando di Ebrimud, passarono immediatamente al nemico : cfr. Pboc., De bell. Ooth. I, 8; Iordan., Get. 60; Cont. Marc., a. 536, pag. 104; Stein, o. c. II, pag. 346. ”· Qui si rassicurano cioè i domini che i prezzi di coemptio saranno fissati a quota superiore a quella richiesta normalmente. Per questo significato di artius, angustius, cfr. Cass., Var. I, 10, IV, 5 e IX, 14; cfr. pag. 273.
320 Economìa e società nell'« Italia Annonaria » ripiani ferrum, sed unde agros excolant... In annonis vero repu¬ tandis esto sollicitus, ne aliquem cuiusquam possit fraudare versutia... a praesenti devotione praeceptis regiis nec divina do¬ mus videatur excepta... 920. Fin dal 533, pertanto, Roma è nuovamente in preda a una delle sue ricorrenti crisi frumentarie, accompagnata dai con¬ sueti abusi da parte degli speculatori di ogni categoria321. Si direbbe ora che la maggior parte dell’annona, sempre più raramente attinta dalle province meridionali anche prima della loro occupazione da parte bizantina, venga convogliata verso sud dalle province dell’Italia Centrale o Superiore, in cui ormai si concentra ogni sforzo dello Stato per rendere efficiente tanto il servizio dei trasporti fluviali e marittimi 322, quanto il collegamento per via terrestre lungo l’arteria congiungente la residenza reale con l’antica capitale decaduta : ... iter Flaminiae rivis sulcantibus exaratum, hiantes ripas latissima pontium interiectione coniungite, oppressas margines platearum asperrimis silvis mudate. Paraveredorum adscriptus numerus procuretur cum electa qualitate membrorum: anno¬ narum designatarum copia sine aliquo pos¬ sessorum dispendio co n gregetur ... Species praeterea, q u a e m e n s i s regiis a p p a r a n tur, exactas tota sedulitate perquirite. Nam quid proderit exercitui satisfacere, si vos contigerit in ipsa dominorum pastione peccare? P ar eant provine i a- l e s ammoniti; civitates singulae declarata brevibus submini¬ strent. Nam quotiens laeto principi occurritur, efficaciter bene¬ ficia postulantur. ...923. 820 821820 Cass., Var. XII, 5 (535-536), Valeriano v(iro) s(ublimi) Senator ppo. 821 Cfr. Cass., Var. XI, 5 (533), Ambrosio v.i. agenti vices Senator ppo. : ... Atque ideo tota vivacitate incorrupta frumenti species congregetur, ut panis inde coctus non horrori, sed deliciis videatur esse propositus. Ponde¬ ratio insta servetur. Vincant copiae mentium desideria. ...Fugite scelerata lucra, vitate nefanda compendia (qui sembra ci si riferisca in particolare ai guadagni illeciti da parte dei funzionari) ... ceterum proven¬ tum quem praestiterit non neglegentia diminuat, non venalitas ulla subducat... 922 Per cui cfr. Cass., Var. V, 16, 17, 18, 19 e 20, citt. a pagg. 548-551. 808 Cass., Var. XII, 18 (535? 536-537?), Constantiniano viro experientis-
Dai Goti ai Longobardi 321 Mentre dunque da una parte si riatta in tutta fretta la Via Flaminia* 324, d’altro canto si fissa per Ravenna e tutta la pro¬ vincia della Flaminia un calmiere rerum victualium, cercando di venire incontro tanto al murmur ementibus (cioè degli offi¬ ciales incaricati delle coemptiones per l’approvvigionamento del¬ l’esercito e della Corte) quanto al gravamen querulis negotiato¬ ribus (tenuti alla publica comparatio per Ravenna *325) e posses¬ sores (richiesti di hospitalitas e di coemptiones per gli eserciti di passaggio nella Flaminia), in accordo cum civibus atque epi¬ scopis locorum326. Le successive crisi alimentari nella « Liguria » e nelle « Ve¬ netiae » fra il 534 e il 537. In questi anni le condizioni della Liguria appaiono di poco migliorate rispetto al tempo della precedente campagna gotica simo Senator ppo. Questa epistola, assieme con la seguente XII, 19, pure relativa a uno spostamento della Corte) è databile all’autunno del 535 (cfr. Hodking, o. c., ad loc. cit.), allorché Teodato si disponeva a recarsi a Roma ; oppure (forse con maggiore verosimiglianza) al 536-537 (cfr. Tanzi, art. cit.), quando Vitige mosse con il suo esercito all’assedio dell’Urbe ormai in mano a Belisario dai primi di dicembre del 536 (il Mommsen data l’epistola XII, 19 al 536-537, e lascia senza data Var. XII, 18). Non si comprende pertanto da quale fonte il Fanfani (St. Ec. cit., pag. 58) attinga la notizia che fin dai tempi di Teoderico l’Italia continuò a importare grano dall’estero, e che. sotto Teodato, i Veneziani trasportarono frumento dalla Puglia a Ravenna. Sulle angariae (riguardanti i mezzi di trasporto), che gli spostamenti della Corte imponevano ogni volta ai provinciali, cfr. il gustoso passo della Vita di Hilarus di Galeata (riferentesi al tempo di Teoderico e scritta dal discepolo Paolo) : ΑΑ. SS. Mau III, 15 maggio, pagg. 471-476 e partie. 474. 324 Sul mollissimum Flaminiae iter nel V sec., cfr. Hieron., Contra Rufin. II, 2, P.L. 23, col. 445. La Flaminia non bastò però mai da sola, a causa dei lunghi e disagiati trasporti, ad assicurare l’approvvigionamento agU eserciti goti che assediavano Roma. Procopio narra infatti come, impedendo i Bizantini dal mare che le vettovaglie giungessero al nemico per quella via, nel dicembre del 537 i Goti affamati fossero costretti ad abbandonare Porto, Centocelle ed Albano, divenute ormai soltanto inservibili ed onerose piazzeforti da difendere (Proc., De bell. Qoth. II. 7). 325 Cass., Var. XI, 11 (533-537). Edictum de pretiis custodiendis Ravennae; cfr. sopra, pagg. 214-215. ““ Cass., Var. XI, 12 ( 533-537). Edictum pretiorum per Flaminiam (l’epi¬ stola è senza data nell’ed. Mommsen). 21. L. Ruggini
322 Economìa e società nell·'« Italia Annonaria » in Provenza, tanto più che la provincia doveva talora sopperire anche alle necessità delle Rezie, dov’erano stanziati i federati Alamanni e che erano considerate i munimina Italiae et clau¬ stra provinciae 327. In Var. XI, 14, databile fra il 533 e il 537, vengono concessi sgravii fiscali (munera regalia perpetua) alla città di Como, i cui possessores erano fortemente danneggiati dalle ininterrotte requisizioni di paraveredi per il cursus velox verso le Rezie, a titolo di munera sordida et extraordinaria 328. La città si andava a poco a poco spopolando (ne rarescat incolis frequentia laesionis : era infatti ai decurioni del senato munici¬ pale che veniva riservato ringrato compito di attuare le forni¬ ture dei paraveredi e delle parangariae), e minacciava di non poter sostenere oltre la sua importante funzione di munimen claustrale victualibus copiis indulgenter accommodum, che tra¬ smetteva ad tergum i suoi culta campestria : Cum multis itineribus Comum civitas expetatur, ita s e eius possessor es- paraveredorum assiduitate suggerunt esse f at ig at o s ,ut equorum nimio cursu ipsi potius adterantur. Quibus indultu regali beneficium praecipimus iugiter custodiri, ne urbs illa, positione sua libenter habi¬ tabilis, rarescat incolis frequentia laesionis. 827 Cass., Var. VII, 4, Formula ducatus Raetiarum ; P. Buzzetti, La Rezia chiavennasca neUe epoche preromana-romana-barbarica, Como 1909, pagg. 123 sgg. ; G. R. Orsini, Storia di Morbegno (con riferimenti ai paesi viciniori e alla Valtellina), Sondrio 1959, pag. 34. 828 Paraveredi erano detti i cavalU (veredi) requisiti per il cursus velox in via straordinaria, sulle strade sprovviste di stazioni pubbliche; allo stesso modo venivano chiamati parangariae i carri di requisizione (angariae) richiesti per il cursus clabularius sulle vie secondarie: cfr. C. Th. Vili, 5, 1-66, De cursu publico, angariis et parangariis ; v. «Cursus publicus» (G. Humbert), D.A.G.R. I, 2, pagg. 1645-1672 ; v. « Cursus publicus » (O. Seeck), P.W. IV, coli. 1846-1863; vd. inoltre la bibliogr. cit. a pag. 53, n. 326. Sulla strada che passava da Como versò la Rezia, cfr. ad es. A. Giussani, Il valico dello Spluga nel corso dei secoli, Riv. ardi, di Corno fase. 99-101 (1930), pagg. 26-66; F. Stähelin, Die Schweiz in römischer Zeit, Basel 1948*, pagg. 337-388 e partie. 387-388 (in base ai più recenti reperti archeologici, molti punti di vista dello Stähelin sono stati modificati da R. Feixmann, Neue Forschungen zur Schweiz in spätrömischer Zeit, Historia IV [1955], pagg. 209-219); E. Pedrotti, La storia dell’Africa, Milano 1948, pagg. 13-14; Id., Gli Xenodochi di San Remigio e di Santa Perpetua, Milano 19572, pagg. 1 sgg. Un’altra via muoveva verso la Rezia dal Verbano: cfr. P. Schäfer, Il Sottoceneri nel Medioevo, Contributo alla storia del Medioevo italiano, Lugano 1954, pagg. 15 sgg.
Dai Goti al Longobardi 323 Est enim post montium devia,, et taci purissimi vastitatem quasi murus quidam planae Liguriae. Quae licet munimen claustrale probetur esse provinciae, in tantam pulchritudinem perducitur ut ad solas delicias instituta esse videatur. Haec post ter¬ gum campestria culta transmittit, et amoe¬ nis vectationibus apta et victualibus copiis indulgenter accommoda: ... cuius ora praetoriorum lu¬ minibus decenter ornata quasi quodam cingulo Palladiae silvae pei'petuis viriditatibus ambiuntur\ Super hunc frondosae vineae latus montis ascendunt. Apex autem ipse... castanearum densi¬ tate crispatus... Quapropter incolis harum rerum iure parcitur ... Eruantur ergo munere regali perpetuo, ut sicut gaudent nativis epulis, ita eos exultare faciat munificentia principalis 329. Nel 534 la regione ebbe inoltre a soffrire di un’incursione ne¬ mica, dalla quale uscì particolarmente provata Hasta, collegata 829 Cass., Var. XI, 14 (533-537), Gaudioso cancellario provinciae Liguriae Senator ppo. Cfr. in proposito il curioso articolo di A. Ive, Il lago di Como in un rescritto latino di M. Aurelio Cassiodoro e nei « Promessi Sposi » di Ales¬ sandro Manzoni, Riv. Arch, di Como fase. 102-104 (1931), pagg. 236-242. Sembra evidente che, in passi come questi, i panegiristici paludamenti retorici con cui viene esaltata la fecondità regionale tentino spesso di nascon¬ dere la realtà di una situazione locale assai meno florida. È comunque assurdo vedere col De Robertis (La Prod, cit., pagg. 126-127) la testimonianza della fio¬ rente economia di tutta Italia proprio in questa epistola cassiodoriana, assie¬ me con l’altrettanto letteraria esaltazione di Ennodio della Tellina Vallis (de¬ scritta quale cornice ideale alla vita esemplare del discepolo di S. Severino, fuggito nel 487 dal Norico sotto rincalzare dei barbari) ; cfr. Ennod., Op. CCXL, Descriptio Vitae Beatissimi Antoni Monaci 15, pag. 187 : ... quam montium er utroque latere brachiis fabricata naturae ditat amoenitas et de verticibus fecun¬ dis amnium plebe locupletat uber solum, quod avaris respondet iuxta desideria immoderata cultoribus, non tamen ita aristis praegravidum aut dotatum pascuis aut arbustis conpositum aut fluminibus laetum, ut non ei plus supervenientis personae gratia praestaret quam ipsius originis variata et distincta formosi¬ tas... ; si confronti, per curiosità, questa descrizione della Valtellina con quella ottocentesca di un anonimo (D.A.M.M.), in Descrizione della Valtellina e delle grandiose strade di Stelvio e Spinga, Milano 1823, pagg. 77 sgg. Per alcuni com¬ menti al passo ennodiano, cfr. P. Buzzetti, Vita di S. Antonio lerinese, Como 1904; E. Resta, Bormio antica e medioevale, Milano 1945, pag. 16; Id., Storia della Valtellina e della Val Chiavenna, I (Dalle origini alla occupazione gri- giona), Milano 1955, pagg. 101-102 ; Id., Le valli dell’Adda e della Mera nel corso dei secoli, I: Dalle origini alla occupazione grigiona, Milano 1955, pag. 101: T. Bagiotti, Storia economica della Valtellina e Valchiavenna. Lecco 1958, pagg. 32-33.
324 Economia e società nell’« Italia Annonaria » ad Augusta Taurinorum e alle Alpi mediante la Via Fulvia : lo Hodking 330 suppone si tratti di una spedizione di Franchi331. Benché in quella occasione lo Stato avesse stanziato una somma di 100 libbre d’oro (= 7.200 solidi 332) da distribuirsi ai più bi¬ sognosi sotto forma di detrazione dall’esazione fiscale canonica, e più rigido si fosse fatto il controllo sugli abusi dei funzio¬ nari 333, in quello stesso anno del 534 sembra tuttavia che la Li¬ 300 O. c., ad loc. cit. 831 Cass., Var. XI, lo (534), Liguribus Senator ppo. : ... gloriosissimi do¬ mini devotae Liguriae necessitatibus consulentes cen¬ tum libras auri per illum atque illum de cubiculo suo pietate solita destinarunt, ut, iudicio vestro quibus est causa notissima, tanta unusquisque huius muneris participatione laetetur, quan¬ ta necessitate gravatus esse cognoscitur, ne quod afflictis datum est usurpet inlaesus, sed illi reparatis viribus consurgant, qui damnoi'um sarcina premente corruerant. Hasten sis autem civitas, quae supra ceteras suggeritur ingravata, dispositionis vestrae iustitia maxime suble¬ vetur... Sed ut beneficia dominorum subtractis exactionum incommodis augean¬ tur, celerius relatio vestra nos instruat, quid unicuique de hac summa relaxan¬ dum esse indicatis, ut tantum de prima illatione faciamus suspendi, quantum ad nos notitia directa vulgaverit... 332 Questa cifra, che si direbbe inferiore airammontare della inlatio fiscale canonica fornita annualmente dalla Liguria, pone soprattutto in rilievo l’enor¬ mità della esazione normalmente richiesta, se la si confronta ad es. con l’an¬ nona di 1.000 solidi riscossa in questi medesimi anni nella Lucania e nei Bruzii, e anche con quella di altre province urbicarie circa un ottantennio prima (vd. pagg. 314 sgg.). 333 Cfr. Cass., Var. XI, 16 (534) Liguribus Senator ppo. (strettamente con¬ nessa con la precedente epistola XI, 15 sopracit.) : Nuper mihi gratias retulistis quod spem vobis bonorum quam fructum aliquem contulissem in ponderibus atque mensuris vos suggeritis ingravatos... Milites etiam sedis nostrae nec non exactores atque susceptores, a quibus gravia vobis inferri dispendia suspirastis, praeceptis nostris fecimus conveniri... ; cfr. pure Var. XII, 6, Universis prae¬ fecturae titulos administrantibus Senator ppo. (533-537). Con valore di dispo¬ sizione generale per la fissazione dei pesi e delle misure, onde evitare gU abusi in tal senso, cfr. Cass., Var. I, 10 (507-511), Boethio v.i. atque Patricio Theode- riens rex. Per questo genere di abusi in Italia anche dopo la conquista bizan¬ tina, cfr. tuttavia Sanct. Pragm. (C.I. Nov. App. 7) 19 (De mensuris et ponderibus), 20 (De mutatione solidorum id est monetae), e 12 (De suffragio collatorum: Provinciarum etiam indices ab episcopis et primatibus unuscuinsque regionis idoneos eligendos... ut si aliquam collatoribus laesionem intulisse inve¬ niantur aut supra statuta tributa aliquid exegisse, vel in coemptionibus men¬ suris enormibus aliisque praeiudiciis vel gravaminibus aut iniquis solidorum ponderibus possessores damnificasse, ex suis satisfaciant facultatibus...).
Dai Goti ai Longobardi 325 guria dovesse provvedere regolarmente alle forniture per Fan- nona militare 384. Frattanto, nella Liguria e nelle Venetiae (come del resto nelFintera penisola) si preannunciava una carestia generale di particolare gravità, motivata a quanto pare da cause d’ordine prevalentemente fisico-meteorologico : ... Duo haec elementis omnibus probamus adversa, rigorem perpetuum et contrariam siccitatem ... Atque ideo de veteribus frugibus prudentia tua futuram vincat inopiam, quia tanta fuit anni praeteriti felix ubertas, ut et venturis mensibus provisa sufficiant. Reponatur omne quod ad victum quaeritur. Facile pri¬ vatus necessaria reperit, cum se publicus apparatus expleverit... Hinc est quod diutius radii siderum insolito colore fuscati sunt, quod novum frigus messor expavit, quod accessu temporis poma duruerunt, quod uvarum senectus acerba est. ...33δ. Se, come appare verosimile, datiamo all’avanzata prima¬ vera del 534 questa lettera 334 * 336 (in cui il Governo, ai primi sin¬ tomi di carestia imminente, provvede affinchè gli esattori approfittino della felix ubertas dell’anno precedente per riscuo¬ tere ogni esazione in corso e arretrata), possiamo poi mettere in relazione con essa l’epistola X, 28 del 535-536 337 in cui, propter sterilitatem... praesentis temporis, lo Stato si preoccupa di sta¬ bilire giusti prezzi di coemptio e di eliminare le speculazioni dei funzionari addetti alla colletta dell’annona militare e urbica (legandoli nel tempo stesso, per almeno cinque anni, alla loro 334 Cfr. Cass,, Var. XI, 16 cit. : ... Nunc ad apparatum fiorentissimi exerci¬ tus vota convertite, universa sine querella vel tarditate aliqua procurantes... Illa sola dolere debent dispendia, quae studio videntur cupiditatis imposita. Nam quod pro rerum necessitate praecipitur, inde prudentum animus non gravatur. 385 Cass., Var. XII, 25 (avanzata primavera del 534) Ambrosio viro illu¬ stri, agenti vices, Senator ppo. 336 II Mommsen la data al 533, mentre lo Hodking (o. c., ad loc. cit.) ar¬ riva addirittura al 538 (identificando questa carestia con quella di cui parla Pkocopio, De bell. Goth. II, 20 sgg.); il Tanzi (art. cit.) adotta la datazione intermedia del 536-537, che sembra tuttavia da escludere senz’altro, in quanto neUa lettera è detto a un certo punto che l’annata precedente era stata assai feconda, mentre le epistole X, 27 e 28 rendono noto che nel 535 aveva imperver¬ sato la carestia (cfr. subito sotto). 337 Certo precedente alla presa di Roma da parte di Belisario, il 9 o IO dicembre del 536 (cfr. Stein, o. c., II, pag. 346).
326 Economia e società nell’« Italia Annonaria » funzione, ambita generalmente proprio in grazia dei facili gua¬ dagni cui essa offriva il destro) : ... Et ideo arcarios prorogatores tritici, vini et casei, macel¬ larios, vinarios, capitularios horreariorum et tabernariorum, fe- nerarios et cellaritas, qui ad urbem Romam vel ad mansionem pertinent Ravennatem, sed et eos, qui ripam Ticinensem et Pla¬ centinam sive per alia loca quicumque publicos titulos admini¬ strare noscuntur, quod a vobis conperimus ordinatos, cuius iudicia sic libenter amplectimur, sic servari desideramus ... Quapropter in designatis titulis ambitio conquiescat: ... non liceat cuiquam ... praedictis velle succedere... non timeat intra hoc quinquennium expelli, quem commendaverit probitas actio¬ nis. Propter sterilitatem quoque praesentis temporis de singulis speciebus ... pretia facite temperari, ut hi quibus commissum est exercere singulos apparatus de iniusto gravamine non queran¬ tur ,..*38. Parimenti al 535 (o, al più tardi, ai primi mesi del 536) sembra si debbano riferire anche le epistole X, 27 e XII, 27. Nella prima viene dato un elenco dei centri d’ammasso fi¬ scale della Liguria e delle Venetiae, dai quali — nel corso della carestia — si ingiunge d’erogare a 25 modii il solido la terza parte delle scorte frumentarie raccolte nelle provincie stesse in tempo di abbondanza (come era stato per l’appunto ordinato a suo tempo, in Var. XII, 25 cit.) : Non dare, sed reddere videtur expensas, quisquis tributariis aliquo remedio subvenire festinat. Quid enim iustius est quam petenti conferre quod intelligitur ipse laborasse? Ad misericor¬ diam forsitan pascantur otiosi: cultor agri ad futuram famem deseritur, nisi ei, cum necesse fuerit, subvenitur. Quapropter in- dustriosae Liguriae devotisque Venetiis copia subtracta dicitur esse de campis: sed nunc nascatur in horreis, quia nimis impium est plenissimis cellis vacuos esurire cultores. A tque ideo illustris magnitudo vestra, quorum dignitas ad hoc legitur instituta, ut de repositis copiis populum saturare possetis, Liguribus, quos tamen indigere cognoscitis, tertiam portionem ex horreis Ticinensibus Cass., Var. X, 28 (535-536), Senatori ppo. Theodahadus rex.
Dai Goti ai Longobardi 327 atque Dertonensibus339 per solidum viginti quinque modios di¬ strahi cernitote. Venetis autem ex Tarvisiano atque Tridentino horreis ad definitam superius quantitatem item dari facite tertiam portionem. ... Et ideo tales viros his distributionibus adhibete, ut indulgentia nostra maxime ad illos perveniat qui suis viribus pasci minime potuerunt. ... ****. Nella parte conclusiva della lettera (qui tralasciata) il re raccomanda poi al Prefetto del Pretorio — che è Cassiodoro me¬ desimo — di scegliere oculatamente i funzionari da deputare alle distribuzioni prestabilite, le quali, come è facile compren¬ dere, avrebbero potuto offrire occasione a illeciti guadagni. La maggiore preoccupazione dello Stato, qui (indulgentia nostra maxime ad illos perveniat qui suis viribus pasci minime potive¬ runt...) come nella citata epistola XI, 15 (ne quod afflictis datum est usurpet inlaesus...), era certamente quella di evitare che pro¬ prio i più ricchi proprietari-produttori locali, che esercitavano una sorta di monopolio sul mercato frumentario regionale841, in accordo coi funzionari acquistassero tali derrate al basso prezzo fissato dallo Stato ( = 25 modii il solido), per poi riven¬ derle a costo di gran lunga superiore (= 10 modii il solido e anche più 342) : un fenomeno analogo si era verificato ad esempio nel 362 ad Antiochia, rendendo vani il calmiere e le distribuzioni frumentarie organizzate da Giuliano ®48. Di tale preoccupazione del Governo sembra una diretta conseguenza anche la lettera XII, 27, in cui lo stesso Cassiodoro decide, per la Liguria, di affidare il compito della distribuzione prestabilita a Datius Ve¬ scovo di Milano, adducendo la sacerdotalis puritas quale mo¬ vente della scelta, e ricordando i due medesimi centri di am¬ masso di Dertona e Ticinum già menzionati nella precedente epi¬ stola X, 27. Sembra pertanto giustificato, facendo convergere la 330 A Dertona risedeva una guarnigione di Goti: cfr. Cass., Var. I, 17 (507-511), Universis Gothis et Romanis Dertona consistentibus Theodericus rex. 340 Cass., Var. X, 27 (535-536) Senatori ppo. Theodahadus rex. Del tutto gratuita è l’asserzione del Ferretto (I primordi cit., pag. 412) che si trattasse di grano fatto venire dalla Sicilia. 841 Cfr. pagg. 283 sgg. 842 Cfr. Var. XII, 28, cit. a pag. 339: ... Vendit itaque largitas publica vicenos quinos modios, dum possessor invenire non possit ad denos... 848 Cfr. le fonti citt. a pag. 270, n. 175.
Economia e società nell’« Italia Annonaria » 328 datazione del Tanzi (534-536)au con quella dello Hodking (autunno del 537 o primi mesi del 538) 345, identificare la carestia di questa lettera con quella che, già preannunciatasi tra la fine del 533 e la primavera del 534, si manifestò appieno soltanto nel 535, per poi aggravarsi sempre più nel corso degli anni succes¬ sivi, mentre Vitige assediava Roma (febbraio 537-marzo 538) e i Bizantini dilagavano nella penisola italica: della crudeltà che essa raggiunse nel 537 sembra che Datim stesso lasciasse testi¬ monianza 34β. * 346Art. cit. 346 The Letters of Cassiodorus cit., ad loc cit. 340 Cfr. Paitl. Diac., Hist. Rom. XVI, 18: Praeter belli instantiam (= as¬ sedio di Vitige) augebatur insuper Roma famis penuria; tanta siquidem per universum mundum eo anno (primavera del 537) maxime apud Ligu¬ riam fames excreverat, ut, sicut vir sanctissimus Da¬ tili s Mediolanensis antistes r e tulit, pleraequc matres infeu¬ dimi natorum membra comederent... cfr. Lib. Pont. LX, Vita Silverii Papae 4-5 (536-537), ed. Duchesne I, pag. 291 (vd.. pure III, pagg. 91-92) : ... Et post colligens Witigis rex multitudinem exercitus Guthorum regressus est contra Romam VIIII kal. mart, et fixit castra ad pontem Molbium et coepe¬ runt obsedere civitatem Romanam... Tunc omnes possessiones privatas vel fisci vel ecclesiae incendio consumptas sunt; homines vero gladio interempti sunt: quos gladius,gladius, quos famis, famis, quos morbus, morbus interficiebat... Eodem tempore tanta famis fuit per universum mundum, ut Datius episcopus civitatis Mediolanae relatio ipsius hoc evidenter narravit, eo quod in partes Lyguriae mulieres filios suos comedissent penuriae famis; de quas retulit eccle¬ siae suae fuisse ex familia... Delle vicende di questi anni abbiamo poi un particolareggiato resoconto anche da parte di Procopio: cfr. De bell. Goth. I, 25 (Belisario, nel 537, fa trasferire a Napoli la popolazione civile di Roma inutile alla difesa, per sem¬ plificare il problema dell’approvvigionamento ; anche le razioni dei soldati ven¬ gono dimezzate) ; Ibid. I, 26 (Vitige si impadronisce di Porto, donde il fru¬ mento risaliva il Tevere su imbarcazioni trascinate da buoi : l’approvvigio¬ namento degli assediati si fa sempre più problematico). Alla fine di giugno del 537 sopravviene a Roma la vera carestia e la pestilenza; i cittadini non hanno più frumento con cui alimentarsi, e anche le scorte dei soldati vanno diminuen¬ do ; alcuni milites speculano sul grano che possono raccogliere nelle loro sortite dal suburbio (Proc., Ibid. II, 3). Belisario invia Procopio a Napoli per procu¬ rarsi frumento e rinforzi (Ibid. 4) ; soldati, grano e vettovaglie muovono quindi per terra e per mare verso Roma (Ibid. 5). Gli assedianti infine, decimati a loro volta dalla peste e dalla fame, patteggiano una tregua (Ibid. 6-7); e più tardi (marzo 538) l’esercito goto, in preda alla fame, è costretto ad abbando¬ nare l’assedio delia città (Ibid. 10). Suli’incrudelire della carestia in tutte le campagne italiche, e soprattutto nell’Emilia, nel Piceno, nella Toscana e nelle regioni settentrionali έκτος κόλπου
Dai Goti ai Longobardi 329 Minus prodest bonum inhere, nisi hoc per mros sanctissimos velimus efficere. ... Decet enim ut munificentiam principalem sacerdotalis puritas exequatur ... Et ideo sanctitatem vestram petimus ... ut de horreis Ticinensibus et Dertonensibus panici speciem 341, sicut a principe iussum est, tertiam portionem esurienti populo ad viginti quinque modios per solidum distrahi του Ίονίου nel 538 e negli anni seguenti, cfr. Proc., Ibid. II, 20, eit. a pag. 338, n. 387. Nel 545-546, durante l’assedio di Totila, Roma ebbe ancora a soffrire la fame, poiché i Goti intercettavano regolarmente tanto il frumento proveniente dalla Tuscia per via fluviale quanto quello inviato per mare dalla Sicilia (cfr. Proc., Ibid. Ili, 13) ; anche le navi cariche di grano, inviate dalle proprietà ecclesiastiche sicule da Papa Vigilio, che si trovava allora in viaggio verso Bisanzio, caddero a Porto in mano al nemico (Proc., Ibid. Ili, 15). Ben presto si rinnovarono in città atroci episodi di cannibalismo : cfr. Lib. Pont. LXI, Vita Vigilii Papae (535-555) ed. Duchesne I, pag. 298 (vd. pure III, pag. 92) : ... Tunc Gothi fecerunt sibi regem Badua, qui Totila nuncupabatur. Descendens Romae et obsedit eam; et facta est famis in civitate Romana, ut etiam natos suos vellent comedere. ... Intanto, fra gli assediati, alcuni generali bizantini ammassavano enormi ricchezze vendendo ad altissimo prezzo ai senatori il grano fiscale destinato al popolo ; fra costoro si distingueva il duce tracio Bessa (il cui oro così accumulato sarebbe poi caduto in mano a Totila dopo il pre¬ cipitoso abbandono della città : cfr. Proc., Ibid. Ili, 20) : "Ext γάρ οί μόνφ τι του σίτου έλέλειπτο, έπεί δσον ές ‘Ρώμην οί Σικελίας άρχοντες πρότερον έπεμψαν τοίς τε στρατιώταις έπαρκέσοντα καί τω δήμφ παντί, αύτός όλίγον μέν κομιδή τφ δήμφ άφήκε, τον δέ πλεΐστον κεκομισμένος έπί τω των στρατιωτών λόγω άπέκρυψεν, δνπερ τοΐς έκ βουλής άποδιδόμενος χρημάτων μεγάλων διαλύεσθαι την πολιορκίαν ήκιστα ήθελε... (Proc., Ibid. Ill, 19). 847 Questo passo è stato citato a testimonianza dei fatto che, nei secoli tardi, i cereali inferiori avrebbero normalmente sostituito il frumento, in seguito al progressivo peggioramento delle colture (cfr. ad es. G. Seregni, La produ¬ zione agricola della Lombardia nell’età barbarica, Arch. Stor. Lomb. XXII [1895] pagg. 5-77 e partie. 62 sgg.) ; Bertagnolli, o. c., pag. 162; etc.); è però evidente che questa panici species è equivalente al frumento ricordato in Var. X, 27 cit. a pagg. 326-327 ; altrove, Cassiodoro parla indifferentemente del frumen¬ tum o del triticus fiscale, alternando i due termini come perfetti sinonimi (cfr. ad es. Var. V, 35, cit. a pagg. 291-292 e Var. IX, 5, cit. a pagg. 309-310; su que¬ st’uso del termine triticus nel senso lato di « frumento, grano », cfr. M. G. Bru¬ no, Il lessico agricolo latino e le sue continuazioni romanze, Retidic. delVIst. Lomb. di Se. e Lett. XCI [1957], pagg. 381-446 e 921-1035; XCII [1958], pagg. 195-268 e partie. 205, n. 1314). L’imprecisione delle fonti agronomiche classiche nella definizione delle diverse specie di cereali è lamentata per es. anche da N. Jasny, The Wheats of Classical Antiquity, Baltimore 1944. Sul conflitto di mer¬ cato fra grano e cereali inferiori nell’antichità, cfr. A. Segrè, Note sulla storia dei cereali nell’antichità, Aegyptus XXX (1950), pagg. 161-197.
330 Economia e società nell’« Italia Annonaria » sub vestra ordinatione faciatis, ne cuius q ua m venali¬ tate ad illos perveniat, qui se de proprio vi- dentur posse transigere. Accipiat minus habens in¬ dulgentiam principalem. Egentibus iussum est, non diviti- busy subveniri. Fundit potius} qui mittit in plenum, nam illud potius reconditur, quod vasis vacuis congregatur ... 348. È ovvio pertanto che, oltre al motivo della sacerdotalis puritas, molti altri ne concorressero alla designazione di Datius quale strumento della indulgentia regia. Innanzi tutto quello, circostanziato,, di agire favorevolmente sulPopinione pubblica dei Liguri che — oppressi dal¬ l’insostenibile situazione fiscale — come già i contribuenti dei Bruzii e della Lucania349 cominciavano a sperare un sollievo nella « libera¬ zione » bizantina; e il Vescovo rappresentava in certo senso il porta¬ voce ufficiale del popolo milanese: fu infatti il medesimo Datius che più tardi, nell’estate del 538, capeggiò l’iniziativa di defezione a favore del nemico350. Va inoltre notato che, parallelamente allo sgretolarsi progressivo dell’apparato amministrativo statale, la Chiesa andava allora facendosi uno degli intermediari consueti fra lo Stato e i contribuenti, tanto in grazia del suo prestigio morale351, quanto per la sua imponente orga¬ nizzazione amministrativo-assistenziale e — soprattutto — per il suo peso economico di grandissima proprietaria terriera. Non soltanto, in¬ fatti, essa entrava spesso in causa come cooperatrice dello Stato, eser¬ citando ad opera dei Vescovi un controllo ufficialmente accettato sulla amministrazione civile352, ma si occupava anche — ed era il Governo 848 Cass., Var. XII, 27 (535-536), Datio episcopo Mediolanensi Senator ppo. 848 Cfr. pag. 319. 850 Cfr. Proc., De bell. Goth. II, 7; Stein, o. c. II, pag. 354. Sulla con¬ troversa datazione dell’episcopato di Dazio, che pare si possa fissare al 528-552, cfr. Savio, Gli antichi vescovi d’Italia cit., La Lombardia, I : Milano, pag. 223. 851 Per cui cfr. ad es. Cass., Var. Vili, 8 (526, dopo il 30 agosto), in cui Atalarico raccomanda al Vescovo Vittorino di esortare i suoi fedeli alla lealtà verso il Governo ; cfr. in generale Lot, La fin du monde antique cit., pagg. 145 sgg. 863 Cfr., ad es., l’intervento di Epifanio di Pavia presso Odoacre, contro le speculazioni del Prefetto del Pretorio Pelagio (Ennod., Vita Ep. 107, pag. 97, cit. a pag. 233, n. 80; nel IV secolo, Ambrogio si era contentato di deplorare amaramente nei suoi scritti le speculazioni e gli abusi dei contemporanei: vd. sopra, pagg. 116 sgg.) ; più tardi, Gregorio Magno interviene in difesa del diritto delle popolazioni, denunciando all’autorità imperiale le illegalità perpetrate in Sicilia dal Cartulario delle Marine Stefano (cfr. Graeg., Reg. Ep. V, 38, del 595); una lettera del medesimo Papa ai soldati di stanza a Napoli, nel 592, rivela poi che egli stesso — e non, come di diritto, l’Esarca — aveva deputato
Dai Goti ai Longobardi 331 stesso a esigere che lo facesse — della costruzione e restauro di opere pubbliche, della colletta e controllo dell’annona, e cosi via. Vediamo per es. che, nel 507-511, Teoderico si rivolge al Vescovo Emi¬ liano di Vercelli, affinchè porti rapidamente a compimento il restauro di un acquedotto, che aveva intrapreso ex auctoritate del sovrano353 (non è però chiaro se questa cura... in aquaeductu reficiendo implicasse il semplice controllo dei lavori o anche l’onere della spesa, come ritiene senz’altro il Mochi, derivando da ciò importanti illazioni354; noi pro¬ pendiamo invece per la prima ipotesi: anche nell’Impero Bizantino in¬ fatti, circa un ventennio più tardi, questa consuetudine sarebbe stata ufficialmente sancita da una legge di Giustiniano, che affidava al Vescovo e a una commissione di tre primores civitatis una larga vigilanza sui lavori e sulle opere pubbliche 355). Nella Vita di Hilarus di Galeata (pagus sulPAppennino emiliano non lungi da Forum Popilii), il disce¬ polo del Santo, Paulus, racconta che in una certa occasione Teoderico era andato su tutte le furie perchè gli era stato riferito che Hilarus, trasgredendo ai praecepta regi, non si dedicava agli operibus pu¬ blicis356. Un po’ diverso è invece il tenore della lettera II, 24 di Cas- siodoro (507-511 d.C.), con la quale Teoderico autorizza il diacono Hel- pidius, in vista dei suoi meriti, a intraprendere a spese proprie il restauro di un portico e di una piazzuola nella città di Spoleto, quae (scil. loca) iam longo situ squalor vetustatis obnuberat, a condizione, tuttavia, che il luogo non risultasse di uso pubblico (si tamen publico il tribuno Costanzo al loro comando per la custodia civitatis (cfr. Graeg., Reg. Ep. II, 34); quel medesimo anno del 592 Gregorio esercitò poi una funzione competente al Praefectus Orbi, inviando a Nepi un funzionario civile, il vir clarissimus Leontius, perchè assumesse curam sollicitudinemque civitatis (cfr. Graeg., Reg. Ep. II, 14) ; etc. 858 Cfr. Cass., Var. IV, 31. 354 Cfr. Mochi Onory, Vescovi e città eit., pag. 42 e passim; l’Autore ri¬ tiene che la manutenzione di acquedotti, esulando dalle normali competenze dei proprietari terrieri, rivelasse l’obbligo, da parte della Chiesa, di soddisfare a certi doveri derivanti daH’incameramento di beni pubblici cittadini. 855 Cfr. C.I. I, 4, 26 (530 d. C.), con cui Giustiniano affida al Vescovo e a tre viri bonae aestimationis et in omni re eius civitatis primarii il controllo sui proventi che venivano alla città ex publicis vel privatis pecuniis, e la vigilanza sul loro impiego in opere pubbliche (acquedotti, terme, mura, etc.) ed usi anno¬ nari (pecunias sitonicas); cfr. pure Nov. Vili, 8, 1; XVII, 16; CXXVIII, 16; CXLIX ; etc. 858 Cfr. AA. SS. Mah III, 15 maggio, pagg. 471-476, e partie. 474: ... qui¬ dam vir, nomine Hilarus, sibi aggregata multitudine de familiaribus suis, nul¬ lum praeceptum suae Excellentiae obedire conatur; sed neque in operibus pu¬ blicis neque in quibuslibet suis iussionibus obaudit... (si noti che, nel testo. Hilarus è designato semplicemente come quidam virt tenuto agli operibus pu^ blicis e alle altre prestazioni in quanto proprietario di terre e di schiavi, non già per la sua qualità di possessor ecclesiastico).
Economia c società nell'« Italia Annonaria » 832 usui non deservit)*57: da tutto il discorso parrebbe infatti di poter inferire che la Chiesa di Spoleto, accollandosi il restauro, acquistasse una sorta di possesso sull’opera in questione. Gli esempi fin qui esaminati, dei quali in parte si vale anche il Mochi Onory nella sua acuta indagine storico-giuridica sul progressivo sviluppo delle competenze civili dei Vescovi dal IV al VI secolo, non sembrano pertanto suffragare la tesi sostenuta da questo Autore: il quale ritiene che la Chiesa, in epoca gotica, fosse tenuta alle spese rela¬ tive al mantenimento di mura, acquedotti ed altre opere pubbliche in quanto il suo patrimonio doveva avere incamerato una certa quan¬ tità di beni pubblici appartenenti a città, che a tali funzioni erano per l’appunto deputatiA58. A noi pare piuttosto che i Vescovi fossero, sì, 367 Cfr. Cass., Var. IV, 24 (507-511), Helpidio Diacono Theodericus rcx: ... Atque ideo petitioni tuae robur praesenti humanitate largimur, ut porticum cum areola post Turasi thermas, si tamen publico usui non deservit, absoluta liberalitate potiaris... II Mochi cita poi Graeg., Dial. Ili, 10 (in cui si racconta il miracolo del Vescovo Sabino di Piacenza, che aveva fatto regredire le acque del Po durante una piena) a testimonianza del fatto che, verso la fine del IV secolo, i Vescovi già si occupavano talora dell’arginatura dei fiumi a proprie spese (cfr. Mochi, o. c. pagg. 143-144) : ma l’illazione è davvero gratuita (cfr. sopra, pag. 163, n. 469). 868 Cfr. Nov. Theod. XXIII del 443 (in cui si ingiunge, fra l’altro, di re¬ stituire i praedia pertinenti allo ius civile indebitamente occupati) ; cfr. Mochi, o. c., pagg. XXI e 138-149: egli cita l’epistola cassiodoriana IV, 20, nella quale è ricordata la donazione de fisco di unum iugum, veterum principum pietate collatum al Vescovo Constantius : ma questo non sembra davvero un argomento atto a convalidare la tesi sostenuta dal Mochi, trattandosi evidentemente non di terre pubbliche cittadine, bensì di proprietà della domus divina. Nè, in favore della tesi del Mochi, può significare alcunché il passo del Liber Diurnus relativo alla ripartizione delle rendite di una Chiesa vescovile, dal quale apprendiamo che in Italia, alla fine del V secolo, 1/4 dei redditi doveva essere riservato a fabricis, sì, ma ecclesiasticis', cfr. Liber Diurnus, Recueil des formules usitées par la chancellerie pontificale du Ve au Xle siècle, ed. E. De Rozière, Paris 1869, VI, pag. 27 = pagg. 183-184 del Liber Diurnus Romanorum Ponti¬ ficum, Bern 1958, ed. H. Förster: De redditu vero accclesiae vel oblationes (sic) fidelium quattuor faciat (scii, episcopus) portiones quarum unam sibi ipse reti¬ neat. Alteram clericis pro officiorum suorum sedulitate distribuat. Tertiam pau¬ peribus et peregrinis. Quartam ecclesiasticis fabricis noverit re¬ servandam. De quibus divino erit redditurus iuditio rationem... (Synodale quem accipit Episcopus) ; sulla quadripartizione delle rendite cfr. inoltre Sim¬ plicius, Ep. I, 2 (475 d. C.) Equitio et Severo episcopis, pagg. 176-177, ed. A. Thiel, Epistolae Romanorum Pontificum genuinae et quae ad eos scriptae sunt a S. Hilaro usque ad Pelagium II, I, Brunsberg 1868; Gelas., Ep. XIV, 27 (494 d. C.), Ibid. pag. 378; Id., fr. 23, Ibid. pag. 497; Graeg., Reg. Ep. IV, 11 (593); V, 12 (594 d. C.), 27 (595), 48 (595); VIII, 7 (597); XIII, 46 (603); vd. pure i passi di Felice IV e di Agnello Ravennate citt. a pagg. 458 n. 631 e 462 n. 641.
Dal Goti ai Longobardi 333 obbligati per legge alFespletamento di determinati opera publica, ma che nessuno degli esempi a noi noti autorizzi a credere che detti lavori fossero in alcun caso diversi da quelli normalmente competenti a qual¬ siasi grande proprietario terriero (vale a dire il restauro di vie e di ponti3δί)). In alcuni casi, i Vescovi potevano rendersi benemeriti con la costruzione di edifici sia utili che voluttuari, proprio come un tempo i possessores più facoltosi delle curie cittadine; ma non obbligatoria¬ mente, bensì ottenendo di Volta in voha^iP beneplacito del Sovrano, e spesso acquisendo una so rtadt—possesso sulle opere compiute a pro¬ prie spese. È dunque probabile che tutte queste competenze vescovili si debbano pressoché interamente ricondurre all’elemento patrimoniale dell’autorità ecclesiastica3β0. Ciò è posto in particolare rilievo soprattutto dalla parte di primo piano che i Vescovi vennero per tempo assumendo nel campo della organizzazione fiscale e annonaria. Per Petà gotica, oltre all’epistola di Cassiodoro esaminata poco sopra, con la quale al Vescovo Datius viene deputato- il controllo delle distribuzioni frumentarie a prezzo ridotto durante la carestia del 535 * 361, possiamo ad es. ricordare la già citata lettera XI, 12 (533-537), ove i prezzi di coemptio sono fis¬ sati in accordo cum civibus atque episcopis locorum 362 ; Var. IX, 5 (527), con cui il sovrano si rivolge alle autorità locali, vale a dire episcopis et honoratis, per eliminare le speculazioni dei possessores-negotiantes àeìYItalia Annonaria363 ; Var. IX, 14 (526-528), in cui Atalarico invita il Comes di Siracusa, Gildila, a stabilire equi prezzi di coemptio sotto il controllo del popolo e àelYcpiscopus civitatis364 ; anche la distribu¬ zione di 1.500 solidi ai provinciali della Liguria nel 508 viene affidata al Vescovo Severus3βδ. Questo legame costante fra il Vescovo e i cives più autorevoli è, di fatto, quello stesso che si trova consacrato in alcune leggi bizantine del 491-505 3β6, ribadite poi ed estese nella loro portata da Giustiniano nel 530 307. TTn cinquantennio circa più tardi, alcune let¬ Altre consuetudini vigevano in Gallia e Spagna : efr. A. Η. M. Jones, Church Fi¬ nance in the Fifth and Sixth Centuries, The Journ. of Theol. St. n. s. XI (I960), pagg. 84-94 e partie. 91-92. 889 Cfr. C.I. I, 2, 7, del 423. 880 Cfr. già Pfeilschifter, Der Ostgotenkönig Theoderich cit., pag. 232. 361 Cfr. Cass., Var. XII, 27. 862 Cfr. pag. 321. 368 Cfr. pagg. 308-310. 884 Cfr. pagg. 298-299. 805 Cfr. Var. II, 8, cit. a pag. 281. 888 Cfr. C.I. I, 4, 17-18 (i soldati subditi et in praesidio constituti chiedano le specie ab agricolis civitatis eiusque regionis, sotto Varbitratu episcopi et prae- sidis vel defensoris); Ibid. X, 27, 3; Ibid. XII, 37, 19 (Si vero [scil. miles] spe¬ cies mavult [in luogo dell’annona aderata], eas quas regio parit accipiet arbi¬ tratu deo amantissimi episcopi et clarissimi defensoris civitatis). 887 Cfr. C.I. I, 4, 26 e Nov. VIII, 8, 1 ; XVII, 16 ; CXXVIII, 16 e CXLX citt. a pag. 331, n. 355, con cui al Vescovo non i» più affidato il solo controllo
331 Economia c società nell'a Italia Annonaria> » tere di Gregorio Magno mostrano come il Pontefice Romano, proprio in quanto latifondista di entità eccezionale, fosse allora considerato dagli Imperatori bizantini responsabile delPapprovvigionamento frumentario della sua città, mentre negli horrea della Chiesa confluivano sia le rés frumentariae del patrimonio ecclesiastico sia quelle di competenza Escale, derivate dalle imposte e dalle coemptiones388. Si sviluppano intanto (di conseguenza) le immunità fiscali in favore delle Chiese 369, di cui sono ad es. testimonianza le epistole cassiodo- riane I, 26 (507-511: la Chiesa beneficiataria dell’immunità fiscale è quella di Unscila, o Versilia, che lo Hodking identifica con Vercelli370, mentre il Tamassia ritiene che il nome designi piuttosto il Vescovo ti¬ tolare371), II, 29 (507-511: viene accordata la tuitio dello Stato — che finisce però con Tessere anche uno stretto controllo — praediis vel hominibus illius ecclesiae [scii, sanctae Mediolanensis] intra Siciliam constitutis, al tempo del Vescovo Eustorgio), II, 30 (507-511: come già alla Chiesa Ravennate, viene concesso anche a quella Milanese di dele¬ gare unum ex negotiatoribus urbis suae all’esercizio delle transazioni commerciali pro expensis pauperum, con la dispensa dai negotiationis oneribus), II, 17 (507-511: lo Stato concede una largitas, cioè l’immu¬ nità dalle tertiae, al presbyter Bufila di Trento), etc. Più tardi, al tempo di Gregorio, la concessione al Pontefice del diritto della tuitio ecclesiastica aumenterà ulteriormente il prestigio della Chiesa 372. L’evoluzione dei poteri e delle funzioni vescovili, che siamo venuti fin qui delineando nei suoi tratti essenziali, è già stata da tempo rilevata e studiata, soprattutto a partire dall’età gregoriana, e rientra nel ben noto processo per cui il Vescovo nel Medio Evo a poco a poco divenne una delle più importanti magistrature cittadine373. Ciò che qui inte¬ ressa è soprattutto coglierne i già vistosi prodromi in età gotica, e osservare come le prime funzioni che i Vescovi esplicarono in luogo dei pagamenti dell’annona militare, ma una più larga vigilanza sul buon im¬ piego della pecunia ad rem frumentariam; in tutte queste leggi i Vescovi sono associati costantemente ai bonae opinionis possessores, ai nobiles civitatis ed ai primates. 888 Cfr. Gbaeg., Reg. Ep. IX, 115 (599), cit. a pag. 220, n. 45, e V, 36 (595), cit. pag. 484, n. 749. 368 Cfr. Garotto, o. c., I, 2, pagg. 401 sgg. ; Pfeilschifter, o. c., pagg. 226 sgg. 870 Cfr. Hodking, The Letters of Cassiodorus cit., ad loc. cit. 871 Cfr. Tamassia, Le origini storiche del fodro cit., pagg. 232-233; cfr. pure Pfeilschifteb, o. c., pag. 230. 872 Cfr. Pace, o. c. IV, pagg. 251-252. 878 Cfr. Mayeb, Italienische Verfassungsgeschichte cit., II, passim ; Mocm, o. c., passim; O. Bertolini, I Papi e le relazioni politiche di Roma con i du¬ cati longobardi di Spoleto e Benevento, Riv. di St. della Chiesa in Italia VI (1952), pagg. 15-17 ; S. Borsari, Il dominio bizantino a Napoli, La Parola del Passato VII (1952), pagg. 358-369 e partie. 358-359; etc.
Dai Goti ai Longobardi 335 della burocrazia di Stato ebbero un carattere per lo più economico- amministrativo, chiaramente derivante dalle responsabilità inerenti al possesso fondiario come tale. In questo stesso periodo infatti, paralle¬ lamente al lento sostituirsi dell’organizzazione ecclesiastica alle deca¬ denti magistrature pubbliche, è possibile cogliere un sempre più fre¬ quente scavalcamento degli organi burocratici anche da parte dei pro¬ prietari laici, al di là dei privilegi di autopragia già nel IV-V secolo concessi ai saltus (grandi proprietà fruenti di una situazione giuridica particolare): di esso è per es. traccia in Liguria fra il 533 e il 5*37 nella lettera XII, 8 indirizzata al Consularis Provinciae Liguriae da Senator ppo., con cui si autorizzano i proprietari, stanchi delle vessazioni dei funzionari, a pagare il loro tributo direttamente all’arca regia, anziché a curiales e compulsores 374. Alla misura presa nel 535-536 dal Prefetto del Pretorio Cas- siodoro nei confronti della Liguria, in seguito all’ordine più gene¬ rale di Teodato riguardante tanto questa provincia quanto le vicine Venezie375, fa riscontro in modo alquanto suggestivo un altro provvedimento del Prefetto nei confronti, appunto, del Ve¬ neto. Se, infatti, dovette scomparire dalla redazione definitiva delle Variae il testo della lettera con cui Cassiodoro notificava ai diretti responsabili le disposizioni del sovrano relative alle distri¬ buzioni di frumento a 25 modii il solido dagli horrea statali di Trento e Treviso, l’epistola del Prefetto Cassiodoro al Vir Stre¬ nuus Paulus} che predispone un’ulteriore remissione fiscale in se¬ guito al mancato raccolto del Veneto, sembra senz’altro apparte¬ nere al medesimo gruppo di misure diramate da Teodato nel 535-536 37e. 874 Per un fenomeno analogo in GalUa, in questa stessa epoca e nei de¬ cenni successivi, cfr. N.-D. Fustel De Coulanges, Histoire des institutions po¬ litiques de l’ancienne France, V : Les origines du système féodal : le bénéfice et le patronat pendant l’époque mérovingienne, Paris 1890, pagg. 398 sgg. Sull’au- topragia di cui godevano saltus e massae (giuridicamente indipendenti dai ter¬ ritorio della civitas), vale a dire il privilegio di versare le loro imposte diret¬ tamente, senza passare attraverso gli agenti del fisco municipale o provinciale, cfr. Stein, o. c. I, pagg. 375 e 538 (= ed. fr. pagg. 246 e 364), e bibliogr. qui cit. a pag. 228, n. 71. 375 Cfr. Cass., Var. XII, 27 e X, 27 sopracitt. 876 Cass., Var. XII, 26 (datata dal Mommsen al 533-537, ma probabilmente attribuibile al 535-536), Paulo viro strenuo Senator ppo. L’epistola, nel libro XII, fa immediatamente seguito a Var. XII, 25, relativa all’imminente ca¬ restia generale. La lettera XII, 26 in questione si riferisce pertanto a una re¬ missione fiscale resasi necessaria per un raccolto mancato, non già in seguito
330 Economìa c società nell’« Halm Annonaria » Questa volta si trattava non già di provvedere a distribuzioni frumentarie a distretti montagnosi, ove più prontamente si ren¬ deva necessario l’approvvigionamento extraregionale377, bensì di rimettere ai contribuenti della pianura le forniture annonarie di tritico e di vino (non però di carne, sulla cui colletta il raccolto cattivo non poteva influire). L’Istria, in questa vicenda, appare invece risparmiata dall’inclemenza stagionale, tanto che vengono ordinati acquisti supplementari di vino, a compenso delle man¬ cate contribuzioni del Veneto; il prezzo convenuto per andare in¬ contro all’interesse dei contribuenti corrisponde a quello forense in tempo di crisi 378. ... Vemens ... vir venerabilis Augustinus, vita clarus et no¬ mine, Venetum nobis necessitates flebili allegatione declaravit, non vini, non tritici, non panici species apud ipsos fuisse procrea¬ tas, asserens ad tantam penuriam provincialium pervenisse fortu¬ nas, ut vitae pericula sustinere non possint, nisi eis pietas regalis solita humanitate prospexerit. ... Et ideo tanti viri allegatione permoti, vinum et triticum, quod vos in apparatum exercitus, ex Concordiense, Aquileiense et Foroiuliense civitatibus colligere feceramus, praesenti auctoritate remittimus, carnes tantum, si¬ cut brevis vobis datus continet, exinde providentes. Hinc enim (cioè, verisimilmente, dagli horrea di Ravenna) cum necesse fue¬ rit, sufficientem tritici speciem destinamus. Et quoniam in Histria vinum abunde natum esse comperimus, exinde, quantum de su¬ pra dictis civitatibus speratum est, postulate, sicut in foro rerum venalium reperitur.... Quapropter praesentem indulgentiam nulla credatis venalitate taxandam ... 379. Mai come in questo drammatico periodo si assiste pertanto allo sforzo, da parte dei re goti, di conciliare le inderogabili esi¬ genze dell’approvvigionamento con una politica di blandizie nei confronti dei potentiores, nella maggioranza irrimediabilmente a eventi d’ordine militare (nel qual caso avrebbe potuto venire collegata con le devastazioni degli Svevi nel 536: cfr. Cass.. Var. XII, 7, citt. a pag. 339). 877 Come nel già veduto caso di Trento e Treviso, in Var. X, 27, cit. a pag. 326 L’elenco dei centri d’ammasso dell’annona militare nel Veneto ricor¬ dati in Var. X, 27, viene per l’appunto completato da quelli menzionati in Var. XII, 26, cit. subito sotto (Concordia, Aquileia e Cividale). S7S Per CUi efr avanti, pagg. 360 sgg. 879 Cass., Var. XII, 26.
Dai Goti ai Longobardi 337 solidali con l’invasore bizantino ; e questi potentiores sono in pre¬ valenza rappresentati da grandi mercanti, latifondisti, senatori e Vescovi dell’Italia Superiore, baluardo del regno goto380. Soltanto parecchi anni dopo, quando le sorti del regnum staranno per precipitare e tutti i proprietari romani si saranno rivelati ribelli ai re goti, Totila penserà di scavalcarli, promettendo in una certa occasione a tutti i coltivatori d’Italia eh’essi non avrebbero più dovuto versare le loro contribuzioni al proprietario romano, bensì dare diretta- mente ai Goti quanto prima veniva loro esatto dal padrone come canone e dal fìsco come imposta : Μετά δέ Τουτίλας έπί ‘Ρώμην ήει, καί έπε'ι άγχοΰ έγένετο, ές πολιορκίαν καθίστατο. Τούς μέντοι γεωργούς ούδέν άχαρι άνά πάσαν τήν ’Ιταλίαν είργάσατο, άλλά τήν γην άδεώς έκέλευεν, ήπερ είώθασιν, ές άεί γεωργεΐν, τούς φόρους αύτφ άποφέροντας όσους τά πρότερον ές τε τύ δημόσιον καί ές τούς κεκτημένους άποφέρειν ήξίουν... 381 *. Il progetto di Totila conobbe tuttavia una breve realizzazione soltanto in Apulia e in Calabria, ove Procopio racconta che, a un certo punto, il sovrano riscuoteva i pubblici tri¬ buti e i frutti degli averi in luogo dei legittimi proprietari dei terreni: ... [Τουτίλας]... τούς τε δημοσίους φόρους αύτύς έπρασσε, καί τάς των χρημάτων προσόδους άντί των τά χωρία κεκτημήνων έφέρετο... 332. Una allusione a questo nuovo modo di procedere è anche in un altro passo del De Bello Gothico, in cui Procopio, commentando la situazione dei proprietari ita¬ lici, dice ch’essi andavano di mezzo in ogni modo, depredandoli gli Im¬ periali delle loro suppellettili e i barbari dei loro campi: Τοϊς τε Ίτα- λιώταις περιήν άπασι πάσχειν τά χαλεπώτατα πρός έκατέρων των στρατοπέδων. Τούς μέν γάρ άγρούς έστέρηντο πρός των πολεμίων, υπό δέ τού βασιλέως στρατού έπιπλα πάντα. ... 383. Anche altrove Procopio ribadisce che Totila ridusse i senatori romani in condizione di schiavi privi di ogni avere: ... καθεστώτες έν αιχμαλώτων λόγω καί περιηρημένοι χρήματα πάντα...334. Il programma di To¬ tila avrebbe pertanto trovato una realizzazione duratura e generale sol¬ tanto parecchi decenni più tardi, nell’Italia longobarda. Alcune riserve vanno invece fatte circa l’arruolamento in massa di schiavi nell’esercito goto, al tempo di Totila : il passo di Procopio sul quale ci si suole fondare, 380 Sul discorso attribuito da Procopio a Vitige, in cui il sovrano dichiara che quasi tutto l’apparato militare dei Goti è concentrato nelle Gallie e nelle Venezie, cfr. Proc., De bell. Goth. I, 11. asl Proc., De bell. Goth. Ili, 13 (545 d. C.). Questo passo di Procopio è stato segnalato per la prima volta dal Leicht e in seguito dal Bognetti, nella sua comunicazione al Convegno di Diritto Agrario del ’55: cfr. Bognetti, La proprietà della terra nel passaggio dal Mondo Antico al Medio Evo Occidentale cit., pagg. 121-141 ; cfr. pure Stein, o. c. II, pagg. 570-571 ; e da ultimo Maz¬ zarino, Si può parlare di rivoluzione sociale alla fine del mondo antico? IX Sett. Int. di St. sull’Alto Medioevo, cit. a pag. 188, n. 586. 383 Proc., De bell. Goth. Ili, 6. ** Proc.. De bell. Goth. Ili, 9. Proc., De bell. Goth. IV, 22. 22. L. Ruggini
338 Economia e società nell’«. 1 talia Annonaria » infatti, allude soltanto a schiavi disertori, fuggiti nell’esercito, che il re goto rifiutava ormai di restituire385. All« avversità di ordine naturale pare si aggiungessero ben presto per la Liguria e VAemilia, nello stesso 536, razzìe forse di Burgundi e certo di Alamanni, cui Vitige cercò di porre ri¬ medio dimezzando i tributi e istituendo altre distribuzioni fru¬ mentarie a 25 modii il solido 386 : 883 Cfr. Proc., De bell. Goth. Ili, 16; vcl. le persuasive precisazioni in que¬ sto senso dello Hannerstadt, art. cit., pagg. 169-170, in polemica soprattutto con Z. V. Udaltsova, Le riforme economico-sociali in Italia durante il regno di Totila (in russo), Vizantiiski Vremcnnik- Byzantina Chronica, n. s. XIII (1958), pagg. 9-27 (riass. tedesco in Byz. Zeit sehr. LI [1958], pag. 469). 880 In questi anni (533-537) vengono anche eccezionalmente concèsse Im¬ munità e dilazioni nel pagamento delle imposte ad alcuni grandi proprietari di funài e di casae della Liguria (cfr. Cass., Var. XII. 8 Consulari Provinciae Liguriae Senator ppo). 887 lu Aemilia, che già nella seconda metà del IV secolo versava in condi¬ zioni di cronico deperimento (cfr. pagg. 42 sgg.), pare non se ne risollevasse mai completamente nemmeno nei secoli seguenti: nella seconda metà del V se¬ colo Papa Gelasio ne ricorda con particolare rilievo il disperato spopolamento (cfr. Gelas., Adv. Andr. sen., P.L. 59, col. 113 = Thiel I, pag. 601). Al tempo di Teoderico la Vita di S. Hilarus, scritta dal suo discepolo Paolo, racconta come il potentissimus e nobile Olibrio di Ravenna, entrato nella· regola del Santo, facesse lavorare dai propri famuli una sua possessio presso il monastero di Ga¬ leata (in territorio emiliano, non lungi da Forum Popilii), la quale giaceva in desertis: unde factum est, Domini gratia opitulante, ut ipsa loca, quae in eremis fuerant deserta, infra decem annorum spatia. omnia culturarentur (AA. SS. Mah, III, 15 maggio, pagg. 471-476 e partie. 473). Qualche decennio più tardi, quando il teatro della guerra gotica si spostò verso il Picenum, la Liguria e VAemilia (cfr. Proc., De bell. Goth. II, 16 e 19; III, 3-6; Cont. Marc. Com., Chron., aa. 538-541, pagg. 106-107) e una terribile carestia imperversò in tutta Italia in seguito all’abbandono dei lavori agricoli per via della guerra, sembra che l’Emilia si trovasse in condizioni ancora più disperate delle altre regioni: Procopio racconta infatti come allora i contadini partissero in esodo dalle campagne desolate di questa provincia verso il Piceno (ove pure i morti di fame furono più di 50.000), nella speranza che la carestia fosse più blanda in quel distretto marittimo : Ταύτό δέ τούτο καί έν τη Αίμιλί^ ξυμπεπτωκός έτυχε. Διό έκλί- ποντες τά οικεία ταύιη άνθρωποι ές Πικηνόν ήλθον, ούκ άν οίόμενοι τά έκείνη χωρίςι διά το έπιθαλάττια είναι παντάπασι τη άπορία πιέζεσθαι. Καί Τούσκων δέ ούδέν τι ήσσον έξ αιτίας τής αύτής ό λιμός ήψατο... Έν Πικηνφ μέντοι λέγονται ‘Ρωμαίοι γεωργοί ούχ ήσσους ή πέντε μυριάδες λαοΰ λιμω άπολωλέναι, καί πολλω έτι πλείους έκτος κόλπου του Ίονίου... (Proc., De bell. Goth. II, 20, anno 538 e seguenti: Pro¬ copio fu testimone oculare di queste desolazioni, e descrive diffusamente scene di orribili morti, episodi di cannibalismo, etc. Questi si ripeterono poi anche nel 545-546, in Piacenza lungamente assediata dai Goti : cfr. Proc., Ibid. Ili, 13 e 16).
339 Dai Goti ai Longobardi ... Cum se feritas gentilis prioris temporis animas set, Aemi¬ lia 387 et Liguria vestra, sicut vos retinere necesse est 388, Burgun- dionum incursione quateretur gereretque bellum de vicinitate furtivum, subito praesentis imperii tamquam solis ortus fama radiavit. ... Ex-ulta, adversariorum cadaveribus ornata provincia... Nunc melius culta Liguria, cui negato fructu segetis messis pro¬ venit hostilis... His additur Alamannorum nuper fugata subre¬ ptio... Contra indigentiam saevam gloriosi principis pugnat huma¬ nitas, cuius vere castra sunt horrea referta... adhuc et dimidiam relaxare pertulit fiscalis calculi functionem... Vendit itaque lar¬ gitas publica vicenos quinos modios, dum possessor invenire non possit ad denos ... nos iubemur vile distrahere, cum esuriens paratus sit carius comparare ...389. Nel 539 si verificò inoltre un’incursione di Franchi (circa 100.000 secondo Proco¬ pio, De bell. Goth., II, 25), che al comando del loro re Theudbertus calarono in Italia contro i patti di neutralità giurati tanto ai Goti che ai Bizantini, e depre¬ darono le Alpes Appcnninae, la Liguria e VAemilia. Giunti quivi, non trovarono però di che alimentarsi, poiché — dice Procopio — la regione non offriva che carne (dunque vi era diffusa la pastorizia, nelle zone incolte e paludose: cfr. pure pagg. 408-409 e 458-459) e acqua del Po (De bell. Goth., l.c.) : sopraggiunse perciò la dissenteria, che annientò un terzo dell’esercito; e i sopravvissuti, co¬ stretti dalla fame, rientrarono tosto nelle Gallie : Theudbertus Francorum rex eum m agno exercit u adveniens, Liguriam tota nique depraedat Aemiliam. Ge¬ nuam oppidum in littore Tyrreni maris situm evertit ac praedat. Exercitu dehinc suo morbo laborante, ut subveniat paciscens cum Belisario, ad Gallias revertitur... (Cont. Marc. Com., Cliron., a. 539. pag. 106: cfr. pure Mar. Avent., Chron., pag. 236, oit. a pag. 476. n. 713: Graeo. Tttr., Hist. Franc. III. 32. pag. 128). 3M II Mommsen, messo in sospetto dalla frase ut vos retinere necesse est, pensava che l’invasione dovesse essere riportata assai indietro nel tempo, e addi¬ rittura identificata con l’incursione burgunda guidata da Gundùbado nel 493, di cui parla Ennodio (cfr. Ennod., Vita Ep. 137-139. pag. 101, cit. a pag. 277. n. 192: Gabotto, o. c. I, 1. pagg. 348 sgg.). Secondo il Mommsen, perciò, l’espressione praesentis imperii di Var. XII, 28 non alluderebbe già al regno di Atala rico (secondo la nostra ipotesi, comunque, si tratterebbe di Vitige : cfr. sotto, n. 389), ma agli inizi del regno goto più in generale, al tempo di Teoderico (cfr. Introd. pagg. XXXVIII-XXXIX). Tutta questa spiegazione esige in verità molte (troppe) forzature: stupisce soprattutto che, per giustificare uno sgravio fiscale certo dettato da ben circonstanziate necessità del momento, ci si ri¬ facesse a un evento bellico (per quanto grave) verificatosi ben 43 anni prima! 889 Cass., Var. XII, 28 (536). Edictum. 11 Mommsen data questa lettera al 535-536: ma, identificando gli Alamanni con i Suebi di Var. XII, 7 (sicura¬ mente datata al 536: cfr. sotto, n. 390) l'editto appare senz’altro appartenere
840 Economia a società nell'« Italia Annonaria » Nel contempo, anche le Venezie venivano esonerate dagli oneri fiscali della quindicesima indizione (1° settembre 536 - 29 agosto 537) in seguito alle devastazioni subite da parte degli Svevi (che probabilmente sono da identificarsi con gli Alamanni della lettera precedente, dilagati fin qui dalla Rezia 390) : ... Atque ideo illi vel illi Sueborum incursione vastatis fi¬ scum quintae decimae indictionis serenitas regalis induisit... Unde ... a supradictis possessoribus de praediis, quae tamen co¬ gnoveris esse vastata, praesentis indictionis tributa non exigas: reliqua vero sollemni compulsione procura, ut constitutis tem¬ poribus arcario nostro residuam compleas quantitatem. Cave ergo, ne gravior fias hostibus... chlamydes non pavescant, qui arma timuerunt: rapinas non sentiant post praedones. ...3W. * 391ai primi mesi del regno di Vitige (proclamato re nel novembre del 536: cfr. cfr. Stein, o. c., II, pag. 347). 890 La designazione di Alamanni e di Svevi è spesso usata indifferente¬ mente e con valore sinonimico negli autori, dalla fine del IV see. in avanti (cfr. V. «Alamanni» [M. Ihm], P.W. I, coll. 1277-1280). Nonostante l’opposta tesi sostenuta da R. Heuberger (Das ostgotische Rätien, Klio XXX [1937], pagg. 77-109, e partie. 92 sgg.), gli argomenti addotti dallo Stein a sostegno del¬ l’identificazione sono del tutto persuasivi (o. c., II, pag. 349, n. 1). Per la storia tormentata di questi anni, cfr. Gabotto, o. c. I, 2, cap. IX, pagg. 465 sgg. («Goti e Bizantini alle prese; le province liguri tra la guerra, la pestilenza e la fame»); Stein, o. c.. II, pagg. 339-368; Storia di Milano cit., II, pagg. 3-54 (G. P. Bognetti). 391 Cass., Var. XII, 7, (536-537) Canonicario Venetiarum Senator ppo. La prestazione di vinum acinaticium per la Corte, richiesta ai possessores Vero¬ nenses mediante la consueta pratica della coemptio (Cass., Var. XII, 4, Cano¬ nicario Venetiarum Senator ppo., datata dal Mommsen al 533-537) non può pertanto risalire a questo anno ; e nemmeno al precedente 535-536, in cui il Veneto ottenne la remissione fiscale di tutta l’imposta vinaria in seguito alla inclemenza stagionale (Cass., Var. XII, 26 cit.). L’epistola XII, 4 potrà quindi datarsi al 533 (quando l’annata era stata feconda: cfr. Var. XII, 25) o al 534 al massimo (allorché cominciavano ad avvertirsi i primi sintomi della futura carestia : cfr. Var. XII, 5 cit.) : Mensae regalis apparatus ditissimus non parvus rei publicae probatur ornatus... Et ideo procuranda sunt vina, quae singulari¬ ter fecunda nutrit Italia (nel senso di Italia Annonaria, i cui prodotti vengono contrapposti a quelli externi dei Bruttii, della Sicilia, etc.), ne qui externa de¬ bemus appetere, videamur propria non quaesisse. Comitis itaque patrimonii re¬ latione declaratum est acinaticium, cui nomen ex acino est, enthecis aulicis fuisse tenuatum. Et quia cunctae dignitates invicem sibi debent necessaria mi¬ nistrare, quae probantur ad rerum dominos pertinere, ad possessores Veronen¬ ses, ubi eius rei cura praecipua est. vos iubemus accedere, quatenus accepto pre-
Dai Goti ai Longobardi 341 La «comparsa degli «emptores peregrini» di frumento sul MERCATO ISTRIANO NEL 537. Anche in questa vicenda ΓIstria appare singolarmente ri¬ sparmiata dalle scorrerie barbariche, e pertanto immune da gravi crisi annonarie, nonostante la sua certo non eccessiva fertilità naturale 302 e Findiscutibile decadenza rispetto ai secoli pre¬ cedenti ®®®. Ad essa si rivolge perciò lo Stato in occasione della prima indizione (1° settembre 537 - 29 agosto 538), per la riscossione in natura delFannona e l'acquisto supplementare delle derrate ulteriormente necessarie. È questo il tempo in cui Vitige assedia Roma, e l’esercito necessita più che mai di annona, di cui gli horrea statali certo non devono ormai abbondare, dopo il drenaggio operato dalle 308tio competenti nullus tardet vendere quod principali gratiae debet offerre. Digna plane species, de qua se iactct Italia... (Segue una lunga descrizione della tecnica di fabbricazione di questa sorta di passito, del quale vengono fatte le più alte lodi). Su importazioni di cacio della Sila e vini dei Bruzii per via di mare, quale parvum munus per i consumi della Corte, cfr. Cass., Var. XII, 12 (533-537). 892 Cfr. E. Morpukuo, Della crisi economico-agraria dell’Istria, La Porta Orientale V (1935), fase. 1-2, pagg. 1-20 (dove, fra gli elementi negativi più evi¬ denti nella composizione agraria dell’Istria, viene ricordata per prima la natura arida e sassosa della maggior parte dei terreni). 308 In Var. XII, 22 (537-538), Provincialibus Histriae Senator ppo., vengono ricordate le ville disseminate sulle coste istriane, testimonianza della « passata » floridezza, e gli allevamenti di pesci e di ostriche che, « benché lasciati talora in abbandono», ancora largivano una parte dei loro prodotti: ... Habet (scil, Histria) et quasdam, non absurde dixerim, Baias suas, ubi undosum mare ter¬ renas concavitates Ingrediens in faciem decoram stagni aequalitate deponitur. Haec loca et garismatia (= tabernae dove veniva venduto il garum) plura nu¬ triunt, et piscium ubertate gloriantur. Avernus ibi non unus est. Numerosae conspiciuntur piscinae Neptuniae, quibus etiam cessante industria passim ostrea nascuntur i mussa (sui vivai di pesci e di ostriche nelle grandi ville della Ci¬ salpina marittima, verso la fine del IV secolo, cfr. i>er l’appunto Ambr., Ex., λ7. 27 ; le peschiere marine — dispendiose e poco redditizie — erano segno di gran lusso: cfr. Crova, o. c., pagg. 110-111). Sic nec studium in nutriendis, nec du¬ bietas in capieftdis probatur esse deliciis. Praetoria longe lateque lucentia in margaritarum speciem putes esse disposita, ut hinc appareat, qualia fuerint il¬ lius provinciae maiorum indicia, quam tantis fabricis constat ornatam. Fer un giudizio analogo siti Veneto, cfr. Cass.. Var. XII, 24 (537-538): ... Venetiae praedicabiles quondam plenae nobilibus,..
342 Economìa c società iteli’« Italia Annonaria » ricorrenti remissioni fiscali e dalle distribuzioni straordinarie in Liguria, Emilia e Veneto nel corso dei quattro anni prece¬ denti. Ai possessores istriani il Prefetto del Pretorio si rivolge infatti con ogni blandizie, come a coloro che sogliono sommi¬ nistrare le annone tanto agli alti funzionari palatini quanto alle truppe gote : ... Illic enim facilis est procuratio, ubi fuerit f ructus uberior... Commeantium igitur attestatione didicimus, Histriam provin¬ ciam a tribus egregiis fructibus sub laude nominatam, divino munere gravidam vini, olei vel tritici praesenti anno fecunditate gratulari. Et ideo memoratae species in tot solidos datae pro tributaria functione vobis de praesenti prima indictione repu- tentur: reliqua vero propter sollemnes expensas relinquimus de¬ votae provinciae. Sed quoniam nobis in maiore summa sunt quaerenda quae diximus, tot solidos etiam de arca nostra trans¬ misimus, ut res necessariae sine vestro dispendio uberHme de¬ beant congregari. Frequenter enim, dum extraneis urgemini vendere, soletis damna sentire, eo praesertim tempore, cum vobis peregrinus emptor ereptus est, et rarum est aurum capere, quan¬ do mercatores cognoscitis non adesse. Quanto vero melius est parere dominis, quam praestare longiquis, et debita fructibus solvere, quam ementum fastidia sustinere! Prodimus etiam amore iustitiae quod nobis suggerere poteratis, quia in pretio laedere non debemus, unde naulorum praebitionibus non gravamur. Est enim proxima nobis regio supra sinum maris Ionii constituta, olivis referta, segetibus ornata, vite copiosa, ubi quasi tribus uberibus egregia ubertate largatis omnis fructus optabili fecun¬ ditate profluxit. Quae non immerito dicitur Ravennae Campa¬ nia994, urbis regiae cella penaria, voluptuosa nimis et deliciosa 804804 L’espressione sembra contraddire quanto ripetutamente ha sostenuto il Geiss (o.'c., pagg. 30-40 e n. 5 pagg. 40-41), che Veneto e Istria soltanto in casi del tutto eccezionali fornirono species coemptae all’annona di Stato. Ravenna, asserragliata fra le sue paludi, al pari di Roma alimentava i propri horrea importando frumento per via d’acqua, tanto dal mare quanto dal retroterra padano mediante la Fossa Augusta : cfr. Sin. Apoll., Ep. I, 5, 6 (467): Hic (= Ravennae) cum peroportuna cuncta mercatui, ΙιιηΡ praecipue quod esui competeret, deferebatur... Più tardi (539-540 d. C.) Procopio parla del carico di frumento che Belisario fece portare a Classe per mare, dopo che Ravenna, ormai impedita di vettovagliarsi dal Po, si fu arresa ai Bizantini per fame {De bell. Goth. II. 28-29). Per (pianto riguarda gli horrea publica ravennati, cfr. i
Dai Goti ai Longobardi 343 digressio... Reficit plane comitatenses excubias, Italiae ornat imperium, primates deliciis, mediocres victualium pascit expen¬ sis et quod illic nancitur, paene totum in urbe regia possidetur. Praestet nunc copias suas sponte magis devota provincia... Lau¬ rentium ... cum praesenti auctoritate direximus, ut secundum breves subter annexos incunctanter expediat quod sibi pro expen¬ sis publicis iniunctum esse cognoscit. Nunc procurate quae iussa sunt. Vos enim facitis devotum militem, cum libenter suscipitis iussionem. Pretia vero vobis moderata sequenti occasione decla¬ ramus, cum nobis praesentium gerulus nativitatis modum missa relatione suggesserit. Taxari enim aliquid non potest iuste, nisi copia rei evidenter potuerit indagari... * 395 *. Vediamo qui come il Prefetto del Pretorio, dopo avere stabi¬ lito la contribuzione in natura di una determinata quantità di vino, olio e tritico per l’equivalente in solidi dovuto al fisco 39β, poiché allo Stato necessitava una fornitura di species superiore a quella corrisposta a titolo di annona, invitasse a fornire detto supplemento tam possessores quam negotiatores397 provinciales due titoli sepolcrali cristiani rinvenuti a S. ApolUnare in Classe, quello del- Vorrearius (= horriarius) di C.I.L. XI, 321, e quello di Do[natus? hor]riarius, pubblicato in Not. Scavi 1905, pag. 11 («Ravenna, lapidi iscritte scoperte nella basilica di S. Apollinare in Classe »). 395 Cass., Var. XII, 22 (537-538), Provincialibus Histriae Senator ppo.; cfr. la seg. Far. XII, 23 (537-538), Laurentio viro experientissimo Senator ppo.: ... ad Histriam provinciam iubemus excurrere, ut in tot solidos vini, olei vel tritici species de tributario solido debeas procurare, in aliis vero tot solidis, quos a nostro arcario percepisti, t am a negotiatoribus quam a posses¬ soribus emere maturabis, sicut te a numerariis instruxit porrecta notitia. ... Qualis autem supra dictarum specierum ubertas se optata laxaverit, veraci no¬ bis... relatione significa. ... 890 Qui infatti l’espressione ... memoratae species in tot solidos datae pro tributaria functione vobis de praesenti prima indictione reputentur... viene in¬ terpretata nel senso di : «... le tre specie di derrate di cui è stata fatta menzione ( = tritico, vino, olio), da voi date a titolo di tributo per un valore corrispon¬ dente a una determinata quantità di solidi, vi vengano ora conteggiate (e sca¬ late) dalla presente indizione prima... etc. ». Qui si avrebbe forse un esempio di annona raccolta in natura invece che in aderazione (vale a dire in denaro), di cui non esistono altri indizi in Italia per questo tempo (cfr. Geiss, o. c. pag. 10); del resto, come già si è osservato più sopra, riesce arduo distinguere la coemptio dall’imposta in natura, in tutti quei distretti dove l’intero ammontare dell’annona veniva tosto riconvertito in derrate. 397 Cass.. Var. XII, 23 cit.
344 Economia c società nell'a Italia Annonaria » Histriae ™8. Ma benché l’ampolloso linguaggio burocratico t-enda a celare la realtà dei fatti con proteste di sollecitudine nei con¬ fronti dei contribuenti39°, si constata che doveva trattarsi di ac¬ quisti non già a prezzi forensi, bensì di coemptio fissati da un gerulus, previa inchiesta sull’entità effettiva dei raccolti 398 * 400. Così stando le cose, sembra che i proprietari e mercanti lo¬ cali assai di malavoglia si adattassero a questa misura, come abbiamo già veduto per il passato in circostanze del tutto ana¬ loghe401. E il Prefetto del Pretorio, per rendere loro la presta¬ zione più gradita del consueto, fa presente che ora è per essi una fortuna poter disporre dello Stato quale acquirente, dal mo¬ mento che le circostanze hanno loro sottratto i peregrini empto¬ res*02, e con essi la possibilità di guadagnare oro attraverso le aleatorie vicende del commercio extraregionale (ementum fa- stidia). L’epistola prosegue sottolineando che il Governo, come cliente, questa volta presentava pure il vantaggio di non pesare minimamente sul prezzo per il trasporto marittimo delle der¬ rate, tanto per la vicinanza della . sorgente d’approvvigionamen¬ to 403, quanto — e soprattutto — perchè a tale liturgia venivano deputati i proprietari di barche e di navi dei villaggi lagunari veneti 404. Ma, anche per costoro, non si trattava già di una 398 Cass., Var. XII, 22 cit. 800 Cass., Var. XII, 22 cit. : ... ut res necessariae sine vestro disp en¬ fi ì o uberrime debeant congregari... quia in pretio laedere non d e - b e m u s ... etc. 400 Cass., Var. XII, 22 cit.: ... Pretia vero vobis moderata sequenti occa¬ sione declaramus... 401 Cfr. partie. Cass., Far. I, 34 e II, 12, citt. a pagg. 284-285. 402 Anche il Pirenne interpreta il peregrinus emptor nel senso di « mer¬ cante di grano » (cfr. H. Pirenne, Maometto e Carlomagno, tr. it., Bari 1939, pag. 75). 403 Cass., Far. XII, 22 cit. : ... in pretio laedere non debemus, unde naulo¬ rum praebitionibus non gravamur: est enim proxima nobis regio... etc. 404 Già nel tariffario dioclezianeo il trasporto delle derrate fiscali da Ra¬ venna ad Aquileia (probabilmente per via lagunare) appariva di costo estrema- mente elevato rispetto agli altri noli marittimi liberi (e quindi, a maggior ra¬ gione, tendenzialmente più sostenuti), forse per via delle difficoltà presentate dalla navigazione controcorrente in certi tratti : o [a Rav]ernia Aquileiam in M co dai. septemmilia quingenis
Dai Doti ai Longobardi ;ur, prestazione gratuita coatta: ci risulta al contrario che lo Stato li retribuiva regolarmente: Data pridem iussione censuimus ut Histria vini, olei vel tritici species, quarum praesenti anno copia indulta perfruitw% ad Ravennatem feliciter dirigeret mansionem. Sed vos, qui nu- * Si(cfr. 1. 25 del fr. B di Afrodisia, pubblicato dallo Jacopi, Gli scavi della Mis¬ sione Italiana ad Afrodisiade cit., pagg. 202-204; cfr. pure Calderini, Per la storia dei trasporti fluviali da Ravenna ad Aquileia cit., coll. 33-36; Degrassi, Recensione all’art. dello Jacopi in Riv. di Filol. cit., pagg. 139-144; Graser, The Significance of Two New Fragments of the Edict of Diocletian cit., pagg. 157- 174; Année Epigraphique 1947, η. 148, pagg. 53-55; A. Segrè, Essay on Byzan¬ tine Economic History, I, The Annona Civica and the Annona Militaris, Byzan- tion XVI [1942-1943], pagg. 393-444 e partie. 404; G. Brusin, Orientali in Aqui¬ leia Romana. Aquileia Nostra XXIV-XXV [1954-1955], coli. 55-70 e partie. 56). Si tratta dunque di un prezzo fiscale minimo di trasporto (vd. fr. B, 1. 11) di 7.500 denarii per 1.000 modii italici (vale a dire 15.000 denarii per 1.000 modii castrensi ; un m.k. deve infatti ritenersi all’incirca doppio del modio normale ; cfr. pag. 368, n. 436) ; siccome il prezzo di un m.k. di frumento era fissato ad es., nell'Editto stesso, a 100 denarii (cfr. Ed., I, 11 ed. Graser), il costo del suo trasporto da Ravenna ad Aquileia veniva a essere il 15% del valore delia merce stessa (dal momento che le tariffe di trasporto sono commisurate ai modii italici e ai modii castrensi, si deve ritenere che i cereali rappresentassero uno dei principali oggetti di evectiones). Ciò che stupisce è constatare come il tra¬ sporto delle stesse merci onerose (nella fattispecie frumentarie) su percorsi infinitamente più lunghi e rischiosi non superasse, sempre nella medesima epoca, il 16-22-24 % del valore della specie trasportata : cfr. ad es. fr. A, 1. 24, o ab Alexandria Romam in K. M. uno den. sedecim (16%; a quest’epoca, a causa del regime dei venti dominanti, le navi che partivano da Alessandria alla volta di Ostia erano costrette a deviare per Cipro, Siria Settentrionale e coste meri¬ dionali dell’Asia Minore, prima di riguadagnare Creta e la rotta normale; il percorso non doveva pertanto essere inferiore alle 2.130 miglia = km. 3.153,5, e la durata del viaggio circa di 70 giorni, mentre il ritorno, col favore dei venti, e per via diretta, richiedeva quasi la metà del tempo e delle miglia : cfr. L. Casson, The Isis and Her Voyage, T.A.P.A. LXXXI [1950], pagg. 43-56; Schwartz, L’Empire Romain, l’Egypte, et le commerce orientai cit., pagg. 18-44 o e partie. 18) ; Ibid. 1. 44, ab Oriente ad Siciliani in K. M. uno den. sedecim (16 %) ; ο Ibid. 1. 36, ab Oriente Aquileiam in K. M. uno den. viginti duo (22 %) ; Ibid. 1. 28, ο ab Alexandria Aquileia (sic) in K. M. uno den. viginti quattuor (24 %) ; Ibid. Ο 1. 41, ab Oriente in Galliis in K. M. uno den. viginti quattuor (24%); etc. Anche una tariffa di trasporto sicuramente libera, come quella di 1.000 artabe (= 3.000 modii circa) di frumento per 40.000 denarii sul^ percorso marittimo Alessandria- Costantinopoli, resaci nota dal P. Oxy. 2113, del 316 d. C. (cfr. Segrè, Essays cit., pag. 396), denota un costo di trasporto non superiore al 20% del valore della merce trasportata (secondo l’editto — fr, A di Afrodisia, 1. 26 — il prezzo del
346 Economìa c società nell'« Italia Annonaria » merosa navigia in eius confinio possidetis, pari devotionis gratia providete, ut quod illa parata est tradere, vos studeatis sub cele¬ ritate portare. ... Estote ergo promptissimi ad vicina, qui saepe spatia transmittitis infinita. ... Accedit etiam commodis vestris, quod vobis aliud iter aperitur perpetua securitate tranquillum (cfr. Var. XII, 22, cit. : ... Additur etiam illi litori ordo pulcher¬ rimus insularum, qui amabili utilitate dispositus et a periculis vindicat naves, et ditat magna ubertate cultores...). Nam cum ventis saevientibus mare fuerit clausum, via vobis panditur per amoenissima fluviorum. ... Putantur eminus quasi per prata: /erri, cum eorum contingit alveum non videri. Tractae funibus ambu¬ lant, quae stare rudentibus consuerunt et condicione mutata pe¬ dibus iuvant homines naves suas ... et pro pavore velorum utuntur passu prosperiore nautarum. ... Proinde naves, quas more anima¬ lium vestris parietibus illigatis, diligenti cura reficite, ut ... fe¬ stinetis excurrere, quatenus expensas necessarias nulla difficul¬ tate tardetis, qui pro qualitate aeris compendium vobis eligere potestis itineris 4<>δ. Sitrasporto sul medesimo itinerario Alessandria-Bisanzio avrebbe dovuto aggi rarsi sul 16 %, essendo di 12 denarii per ogni modio castrense). Si può confrontare il costo di questi trasporti marittimi con quello dei trasporti terrestri, fornitoci sempre dall’Editto. Siccome il trasporto con un carro di 1.200 libbre di merce (=22,5 m.k. di frumento, essendo 1 libbra = gr. 327 e 1 m. = kg. 6,5 di frumento) veniva a costare 20 denarii per miglio (cfr. Ed., XVII, 3; 1 miglio romano = metri 1.480; ciò significa che, per es. nel caso del frumento, il suo prezzo veniva all’incirca raddoppiato dal trasporto su 100 miglia), vediamo che la spesa di trasporto di un modio castrense di frumento per terra, su di un percorso di 72 miglia, eguagliava quella, per mare, di un modio castrense per ben 2.130 miglia (che è come mettere alla pari il costo di un trasporto terrestre da Formia a Roma con quello, secondo l’itine- rario marittimo antico, da Alessandria a Roma). Una evectio per via di terra, al tempo di Diocleziano, veniva dunque a costare, grosso modo, 118 volte di più di un trasporto per via marittima, rispetto a una medesima distanza e a un ugual peso di merci (sull’enorme difficoltà dei trasporti terrestri rispetto a quelli marittimi, cfr. ad es. Theod., Ep. XXX [XXVI] ad Archelao Vescovo di Seleucia, pag. 96 ed. Y. Azéma, Théodoret de Cyr, Correspondence, Paris 1955, « Sources Chrétiennes » 40). Altri dati, per un’età assai pili antica, ci fanno sapere ad es. che, al tempo di Catone, il trasferimento per terra di un torchio su 20 miglia (da Suessa a Venafro) veniva a costare il 14,5% del suo prezzo, e il 73% su 75 miglia (da Pompei a Venafro): cfr. F. W. Waiæank, Trade and Industry under the Late Roman Empire in the West, The Cambridge Economic History of Europe, Cambridge 1952, pagg. 33-85 e partie. 38. 405 Cass.. Var. XII, 24 ( 537-538). Tribunis maritimorum Senator ppo.
Dai Goti ai Longobardi 347 Se dunque sembra da una parte provato che in nessun caso i collatores del VI see. fossero generalmente tenuti, in Italia406, alla liturgia di trasporto extraregionale delle species coemptae 407, (che va senz’altro messa in stretta relazione con le due epistole cassiodoriane che la precedono). Anche Procopio insiste suU’importanza di poter risalire per via d’acqua da Ravenna ad Aquileia, dall’interno del paese (Proc., De hell. Goth. I, 22). Sui navicularii maris Hadriatici nei secoli precedenti, cfr. le epigrafi citt. a pag. 149. 400 Benché, anche in Oriente, la legge di Anastasio avesse proibito di accollare lunghi trasporti di derrate alle persone sottostanti alla coemptio, tali disposizioni non erano più rispettate sotto Giustiniano, al tempo della prefet¬ tura di Giovanni di Cappadocia (cfr. Stein, o. c. II, pagg. 202 e 440). 407 Cfr. Cass., Var. XII, 24 cit. sopra: ...pro qualitate aeris compendium vobis eligere potestis... : C.I. X, 27, 2 ; Geiss, o. c. pag. 18, n. 2. Anche i naucleri spagnoli, nel 523-526, dovevano essere retribuiti lier le loro evectiones (cfr. Cass., Var. V, 35, cit. a pagg. 291-292). Da C. Tir. XIII, 5, 7, del 334, sappiamo che già Costantino aveva stabilito per i navicularii della Pars Orientis un indennizzo pari a circa il 7 % del valore del frumento trasportato (la legge parla di un solido per ogni 1.000 modii di grano fiscale, più il 4 % del frumento stesso ; noi abbiamo calcolato il prezzo del frumento a 25 modii il solido : cfr. pagg. 361 sgg.) ; ma più tardi lo Stato, constatata a più riprese la insufficienza di un tale in¬ dennizzo — che evidentemente non arrivava affatto a coprire le spese soste¬ nute dai naucleri — ne andò rialzando l’importo, e vediamo che al tempo di Giustiniano, sempre per la transvectio frumentaria da Alessandria a Bisanzio, il compenso raggiungeva il 24 % circa del prezzo della merce trasportata (1 so¬ lido ogni 100 modii: cfr. Ed. Iust. XIII, de Aegyptiacis provinciis, 8: ... ad octoginta milia aureorum, etiam felici frumenti missione octogies centena milia complente... Si noti che tale indennizzo è esattamente il doppio della tariffa di trasporto delle derrate non fiscali nell’Editto di Diocleziano, ammontante al 12 % nel caso del frumento : cfr. fr. di Afrodisia cit. A, 1. 26, ab Alexandria o Byzantio in K. M. une den. duodecim, e Ed. I, 1, in cui si fìssa il prezzo del fru¬ mento a 100 denarii per m.k.). È dunque cosa certa che i proprietari di navi, anche nel VI secolo, rice¬ vevano un determinato compenso per il trasporto delle specie fiscali. Ma è pro¬ babile che — come già nel caso della coemptio — benché in teoria l’inden¬ nizzo da parte dello Stato dovesse adeguarsi ai prezzi correnti, nella realtà le cose andassero alquanto diversamente : nel caso dei proprietari di navi veneti, per es., la retribuzione viene effettuata in svalutata moneta enea anziché in solidi (data, forse, la relativa brevità del trasporto). Abbiamo inoltre visto come, in tempo di carestia, i navicularii spagnoli avessero preferito portare il frumento in Africa a privati (anziché a Roma per conto dello Stato), otte¬ nendo da questi altissime retribuzioni in oro per il trasporto, forse a causa della stagione insolita e cattiva (758 solidi in naulis rispetto a 280 solidi in triticum, vale a dire quasi il 271 % del valore della merce trasportata.
348 Economìa c società nell·« Italia Annonaria » proprio il passo testé citato dell’epistola XII, 24 induce d’altra parte a ritenere che, di solito, lo Stato tendesse a rifondersi per via indiretta della spesa delle evectiones, calcolando anticipa¬ tamente un più alto prezzo di aderazione (o un più basso tasso di coemptio) ; il che finiva col voler dire ancora una volta : ade- rare la liturgia di trasporto * 408. E questo era certamente un motivo di più, da parte dei produttori-negozianti frumentari, per preferire allo Stato gli emptores peregrini, che venivano sul luogo con le loro navi e si accollavano ormai tutte le spese e i disagi della evectio409. Già in precedenza ci si era domandati chi potessero essere questi acquirenti d’altra provincia, che le lettere cassiodoriane di circa un trentennio prima indicavano come compratori abi¬ tuali di grano e di altre derrate agricole sul libero mercato ve¬ neto-istriano, indipendentemente dalle prestazioni annonarie coatte410. Ed era allora parso lecito supporre una relazione fra i mercati dell’alto Adriatico e quello di Roma, ove la situazione creatasi nel IV secolo non aveva fatto certamente che aggravarsi (nonostante il forte calo demografico411), con il venire meno e con l’indebolirsi progressivo di quasi tutte le sorgenti tradizio¬ semprechè queste cifre — sulle quali non esiste peraltro discordanza alcuna fra i codici — ci siano pervenute esattamente). 408 II fatto, circa un cinquantennio più tardi, verrà riconosciuto anche da Gregorio Magno, che pure tenterà di ridurre al minimo tale aggravio dell’esa¬ zione, dovuto alle spese supplementari per il trasporto delle derrate : ... Onde praesenti admonitione praecipimus, ut plus quam decem et octo sextariorum modium numquam a rusticis Ecclesiae frumenta debeant accipi, nisi forte si quid est, quod nautae in x t a consuetudinem s up er ac¬ cipiunt , quod mi n u i ipsi i n navibus a dt e s t a n t u r ... (Graeg.. Reg. Ep. I, 42 [591 d. C.]. cit. più estesamente a pagg. 240-241). 409 Ofr. Cass.. Var. II, 12 (507-511). cit. a pag. 284. 4,0 Cfr. pagg. 288 sgg. 411 I numerosi assedi ora da parte gota e ora da parte bizantina, di cui Koma fu vittima nel corso della guerra e che furono regolarmente accompagnati dalle più crudeli carestie, dovettero pressoché annientare, nel giro di pochi anni, l’antica popolazione dell’Urbe (durante l’assedio di Totila, il generale bizantino Diogene aveva potuto far seminare una grande quantità di frumento nelle zone ormai spopolate all’interno delle mura : cfr. Proc.. De bell. Goth. Ili, 36). Sem¬ pre nuova popolazione accorreva tuttavia dalle campagne al cessare del più immediato pericolo, poiché doveva essere sempre più facile trovare vettovaglie importate dal di fuori nell’antica capitale decaduta, che non nelle campagne circonvicine devastate da tanti eserciti (cfr. ad es. Proc.. De bell. Gotli. III. 24: Paul, I)iac.. Vita Gracyorii 16, cit, a pag. 483. n, 747),
Dai Goti ai Longobardi ;Ui) nali dell’annona civica. Ora, Pesame puntuale di questa ultima epistola e la coincidenza della caduta di Roma in mano a Beli¬ sario con la scomparsa dei mercatores peregrini dai porti ve¬ neto-istriani portano indubbiamente all’ipotesi una nuova autorità. L’economia ir Italia nella piuma metà det, VI secolo. Nell apprezzamento d’insieme della situazione economica ita¬ lica nella prima metà del VI secolo d.O., quale soprattutto le Variae hanno fin qui consentito d’intravvedere, da una parte senza dubbio si nota un energico sforzo di ripresa rispetto alle disastrose condizioni della fine del V secolo, ma dall’altra il per¬ manere di un forte disagio economico, sempre latente anche nei lunghi anni di pace interna che vanno dal 494 al 535. La seconda metà del V secolo — con il suo rapido succedersi di Imperatori-soldati, le lotte fra i generali, le irruzioni dei bar¬ bari, la necessità di difendersi con armi e tributi dai pericoli esterni ovunque incalzanti, il prevalere in ogni campo di forze centrifughe disgregatrici e di empirici rimedi — aveva determi¬ nato una situazione per molti aspetti analoga a quella che — so¬ prattutto in altri paesi — già era stata la « crisi » del III se¬ colo 412 413 *. Con il rilassarsi del potere centrale, durante l’ultimo cinquantennio si erano verificati pericolosi cedimenti nel macchi¬ noso sistema costrittivo, che nel IV secolo l’autorità statale aveva elaborato per garantire il buon funzionamento (o, per lo meno, il funzionamento) del suo difficile bilancio. E quando si instaurò di nuovo la pace interna ed esterna, Teoderico si trovò a dover intraprendere la riorganizzazione dell’ormai fatiscente sistema amministrativo, che la veneranda antiquitas (come spesso Cas- siodoro suole definire con nostalgia il IV secolo) gli aveva lasciato in eredità418. 418 Cfr. considerazioni generali sul III see. di A. Calderina I Severi, La crisi deirimpero nel III secolo, Storia di Roma VII, Bologna 1949, pagg. 355-383. 413 Cfr. ad es. Cass., Var. I, 10 (507-511), cit. a pag. 370, n. 440, dove ci si rifa all'uso dei veteres (cioè del IV secolo) per il rapporto fra solido e de¬ nario; Id., Var. II, 18 (507-511), cit. a pag. 454, n. 619 (priscarum legum re¬ verenda... auctoritas) ; Id., Var. II, 26 (507-511), cit. a pag. 226, n. 65, in cui si richiamano le leggi àelYantiquitatis auctoritas (cioè degli Imperatori del IV se¬
350 Economia e soviel·) nel/’« Italia Annonaria » Era per l’appunto ancora alle soluzioni ed ai sistemi adot¬ tati da questa antiquitatis auctoritas, che il Governo goto inten¬ deva allora rifarsi, per stabilire l’ordine e restaurare il rispetto del potere centrale, pur adattandosi a situazioni in parte profon¬ damente diverse. Tipica fu per es. la soluzione cui si ricorse per risolvere il problema àc\V annona (intesa ormai soprattutto come annona per l’esercito e per l’ancora ipertrofica burocrazia, mentre quella di Roma, nonostante le cure iniziali che se ne prese Teo- derico secondo le fonti, veniva di fatto subordinata alle prime due, e lasciata sempre più spesso all’arbitrio del libero commercio e dell’iniziativa privata ed ecclesiastica) : venuti meno da un cin¬ quantennio i tributi frumentari africani e disgregatosi il corpus dei navicularii come organizzazione interamente asservita all’an¬ nona, abbiamo visto come lo Stato si fosse venuto garantendo la fornitura delle derrate indispensabili attraverso una semplifi¬ cazione della prassi hurocratico-amministrativa antica (di cui si continuavano però ad applicare i vecchi principi dirigistici), af¬ fidando d’autorità la riconversione in specie dell’annona aderata, e le relative evectiones, direttamente a quei negotiator es — nella maggior parte produttori e padroni di navi al tempo stesso — che già per loro conto esercitavano una funzione di ammasso delle specie nelle province più ricche di frumento (la Chiesa, nella sua qualità di grande proprietaria terriera, cominciava intanto ad as¬ sumere una parte di crescente importanza nel complesso gioco di rapporti fra proprietà fondiaria, negozianti di frumento, mercato libero e annona fiscale). Nel contempo, lo Stato tentava anche di aumentare le sue entrate con un aggravio dei canoni fiscali nelle province ritenute più floride (come per es. in Sicilia sotto Teo- derico), memore dei contributi tanto più generosi — progressiva¬ mente ridottisi in seguito a reiterati alleggerimenti tributari — che tali province avevano pagato a Roma nel IV secolo (erat qui¬ dem illis gloriosum, Romam pascere, dice l’epistola cassiodoriana colo) a proposito del crisargirio; Id., Var. IV, 33 (507-511), Universis Iudaeis Genna constitutis Theodericus rex (... oblata itaque supplicatione deposcitis privilegia vobis debere servari, quae Iudaicis institutis legum provida decrevit antiquitas...) ; Id., Var. VI, 7, cit. a pag, 353, n. 419 (antiquitus) ; Id., Var. XII, 15 ( 535-536), cit. a pag. 317 (vetera constituta): etc. Sul motivo del vetusta servare in Cassiodoro, cfr. inoltre Momigliano, Cassiodoro cit., See. Conti·., pagg. 206-207.
Dai iioti ai Longobardi 351 XI, 39 414). Ma le risorse economiche erano, ora più che mai, im¬ pari al sacrificio sistematico che veniva loro richiesto. Avvenne così che la non trascurabile ripresa agricola — verificatasi nelle province meridionali d’Italia.fra il IV e il V secolo, per la stimo¬ lante possibilità di speculazioni abbastanza forti nell'ambito del libero commercio, finché la massa delle derrate fiscali pervenne su larga, benché insufficiente, scala da fonti transmarine, e la con¬ fusione amministrativa non consentì di organizzare sistematiche coemptiones locali — si trovò ad un certo punto a dover bilan¬ ciare da sola tutto il peso delle prestazioni annonarie, allorché sopravvenuti mutamenti militari e politici costrinsero suo mal¬ grado all’autosufficienza alimentare l’Italia-, peraltro ancora abbastanza guarnita e forte per ritentare, con i vecchi si¬ stemi, nuovi e costosi sforzi di affermazione e di riorganiz¬ zazione. Ne conseguì inevitabilmente il rinnovato declino pro¬ prio delle province più dotate, ove i segni di isolamento e di chiusura sul piano della vita economica vanno facendosi sempre più evidenti, soprattutto dopo la morte di Teoderico. S’è visto come, di pari passo all’involuzione della vita ur¬ bana, anche i negotiatores di derrate agricole — in molti casi tutt’uno con i possessores e i conductores dei latifondi privati e regi, che finallora avevano rappresentato la maggior forza econo¬ mica locale — apparissero ormai a tal punto schiacciati dalle for¬ niture coatte statali, da rimanere del tutto insensibili a qualsiasi eventualità di speculazione extraregionale che richiedesse un grosso impiego di navi, uomini e capitali, di null’altro desiderosi se non di ottenere sgravii fiscali e l’esonero dalle coemptiones. A poco a poco, in queste province, si assiste al passaggio dell’immi- serito commercio frumentario dalle mani dei produttori stessi a quelle dei negozianti ebrei e siri di rango tutt’altro che elevato ; ma spesso, più che di vero e proprio commercio lucrativo fondato sulla emptio-venditio delle derrate, si dovrebbe più precisamente parlare di una regìa di trasporto delle specie frumentarie, che i grandi proprietari — fra cui la Chiesa — facevano venire alle varie città dalle lontane massae produttrici, affidandosi ai servigi dei padroni di navi. Nell’Italia Superiore la situazione era in parte analoga, so¬ prattutto nei distretti occidentali della Liguria, i più provati M4 Cfr. Cass.. Var. XI, 39, cit. a pag. 314.
•°>52 Economia c società nell·'«. Italia Annonaria » dalle razzìe burgunde prima, e dai riflessi della campagna gotica in Provenza più tardi415. Ma in quella parte delle Venezie e del- l’Istria che le vicende belliche e le più gravi inclemenze stagionali di quei decenni avevano ancora risparmiato, constatiamo il persi¬ stere, almeno fino al 536, di un libero commercio di derrate agri¬ cole (cereali, vino, carne41® e legname417), tanto prodotte nella provincia quanto convogliate ai porti adriatici da tutta VAnno- naria, lungo la rete fluviale padana, e destinate a raggiungere mercati più o menò prossimi, fra cui con ogni probabilità quello romano. Un sensibile mutamento sembra tuttavia essere interve¬ nuto nei modi di questo commercio dal tempo ambrosiano a quello di Cassiodoro : mentre alla fine del IV secolo i possessores e i rustici cisalpini — corporati in quanto negotiatores — porta¬ vano il loro frumento sui mercati delle altre province, in epoca gotica erano per lo più le noves peregrinae che si presentavano ai porti veneto-istriani per acquistare prodotti in cambio di oro, mentre la flotta locale, probabilmente assai scarsa, doveva essere d’impiego soprattutto fluviale e lagunare. Anzi, nell’Italia Supe¬ riore Teoderico sentì il bisogno, nei suoi ultimi tempi di regno, d’intraprendere l’organizzazione di una flotta per le evectiones di Stato, mentre nelle province meridionali era bastato asservire 415 Alcuni distretti erano tuttavia considerati ancora fertili e ubertosi, come ad es. il territorio albese della Langa: cfr. Proc., De bell. Goth. I, 15 (passo peraltro d’interpretazione alquanto controversa: cfr. Gabotto, St. del- l’It. Occ. eit., I, 1, pagg. 12-14): ... ’Αλβανοί έν ycopqc ύπερφυώς άγα&η Λαγγούβιλλα καλουμένη οίκοΰσι... 418 Cfr. Cass., Var. II, 12, eit. a pag. 284. 417 Cfr. Cass., Var. V, 16 cit. : ... naves Italiam non habere, ubi tanta lignorum copia suffragatur, ut aliis quoque provinciis expetita transmittat... Non si sa dove questo legno venisse esportato; i paesi più poveri di legname, sul bacino mediterraneo, erano senz’altro la Tripolitania, la Lybia e l’Egitto, che anche più tardi — in età mussulmana — importarono legno su vasta scala da varie regioni, fra cui quella veneto-istriana affacciantesi all’Adriatico (ram¬ masso del materiale era quivi favorito da facili comunicazioni fluviali con l’en- troterra: cfr. P. S. Leicht, I collegi professionali romani nelle iscrizioni aqui- leiesi, Atti della Pont. Acc. Rom. di Arch., Rendic. XXII [1946-1947], pagg. 253- 265 e partie. 257) : cfr. M. Lombard, Un problème cartographié, Le bois dans la Méditerranée Musulmane (VUe-XIe siècles), Annales (E.S.G.) XIV (1959), pagg. 234-254, e partie. 243-244 (corredato da ricche cartine). Il legno veniva principalmente utilizzato per costruzioni, navi (da guerra, da trasporto, da pesca), falegnameria, riscaldamento, siderurgia (trasformandolo in carbone di legna), etc.
Dai (ioti ai Longobardi 353 al trasporto dell’annona i naucleri già esistenti e operanti per proprio conto. Ci rimangono numerose testimonianze dello sforzo allora compiuto dallo Stato per frenare la depressione delle attività eco¬ nomiche ed incoraggiare il libero commercio tra le varie pro¬ vince. Non doveva però trattarsi (come spesso è stato detto 418) nè di quello delle merci orientali più o meno voluttuarie, che rap¬ presentavano un’importazione del tutto passiva, alimentata più che altro dalla ristretta domanda della Corte e del suo entoura¬ ge4W, nè quello di altri prodotti manufatti, alla cui richiesta do- * 410418 Cfr. ad es. Gabotto, St. dell’It. Occ. cit., I, 2, pagg. 382-383; anche se¬ condo il Lecce (art. cit., pagg. 376-377) Teoderico fu favorevolissimo all’im- portazione di merci dall’Oriente, e contrariissimo all’esportazione. 410 Di un’importazione sporadica di merci orientali da Bisanzio (alla quale peraltro viene dato un rilievo che sembra sottolinearne la eccezionalità) è questione in Var. X, 8 (534), Iustiniano Augusto Amalasuintha regina, e in Var. X, 9 (534), Iustiniano Augusto Theodahadus rex. Sulle sete e sulle gemme importate dal paese dei Seres alla Corte di Teoderico, cfr. pure Ennod., Pan. Theod. XXI, pag. 214: Exhibete, Seres, indumenta, pretioso murice quae fuca¬ tis... Discoloribus gemmis sertum texatur... Cfr. Cass., Var. VI, 7 (Formula Comitivae Sacrarum Largitionum) : ... Vestis quoque sacra tibi antiquitus nosci¬ tur fuisse commissa... Curas quoque litorum adventicia lucri provisione committis. Negotiatores, quos humanae vitae constat necessarios, huic potestati manife¬ stum est esse subtectos. Nam quicquid in vestibus, quicquid in aere, quicquid in argento, quicquid in gemmis ambitio humana potest habere pretiosum, tuis ordinationibus obsecundant et ad iudicium tuum confluunt qui de extremis mundi partibus advenerunt... (cfr. in generale Lamma, o. c., pagg. 124-125, « I commerci »). Non è pertanto escluso che la protezione ed i privilegi concessi da Teoderico alle sinagoghe di Genova, Milano, Roma e Ravenna, oltre che con una certa affinità religiosa fra arianesimo e giudaismo, si debbano almeno in parte spiegare con motivi di ordine economico, dal momento che proprio la Corte, con il suo entourage, rappresentava allora il più importante cliente dei mercanti di species orientali (così già al tempo dell’ariana Giustina e di Ambrogio : cfr. pagg. 106 sgg.) : cfr. Cass., Var. Ili, 45 (507-511) e IV, 43 (509- 511), su contese e disordini scoppiati fra cattolici ed ebrei per il possesso di due sinagoghe romane; Id., Var. II, 27 (507-511), Universis Iudaeis Oenua consisten¬ tibus Theodericus rex (ove si concede alla comunità ebraica di Genova di ripa¬ rare la sinagoga in rovina, ma non di ornarla nè ampliarla : ... tegumen tantum vetustis parietibus superimponere synagogae vestrae praesenti vos auctoritate censemus... Nec aliquid ornatus fas sit adicere vel in ampliandis aedibus eva¬ gari...) ; Id., Var. IV, 33 (507-511), Universis Iudaeis Genua constitutis Theoderi¬ cus rex (... oblata itaque supplicatione deposcitis privilegia vobis debere servari, quae Iudaids institutis legum provida decrevit antiquitas...) ; Id., Var. V, 37 (523-526), Iudaeis Mediolanensibus Theodericus rex (ove si garantiscono gli 23. L. Ruggini
354 Economia e società nell’& Italia Annonaria » veya generalmente soddisfare il locale artigianato, per quanto decaduto rispetto al IV secolo e in molti casi sostituito, nelle sue manifestazioni più raffinate o necessarie allo Stato (data la sua insufficienza, e la limitata richiesta che ne era la causa), da azien¬ de controllate o gestite dal sovrano 422. Lo Stato vagheggiava soprattutto un commercio che provve¬ desse a determinate necessità locali (sia stabili che transitorie), cui il Governo non era da parte sua in grado di porre rimedio 421 ; ebrei dalle intemperanze dei cattolici) : ... quoniam nonnullorum vos frequenter causamini praesumptione laceratos et quae ad synagogam vestram pertinent perhibetis iura rescindi, opitulabitur vobis mansuetudinis nostrae postulata tuitio, quatenus nullus ecclesiasticus, quae synagogae vestrae ture competunt, violentia intercedente pervadat... nec vos quod ad praefatae ecclesiae ius vel religiosas certe personas legibus perlinere constiterit, inciviliter attrectare tem¬ ptetis... (Si noti che, nella tuitio concessa da Teoderico agli ebrei, non è da vedere una anticipazione del più tardo istituto della protezione regia sugli ebrei, come ha dimostrato V. Coeorni, Legge ebraica e leggi locali, Milano 1945, pagg. 27-30). Cfr. inoltre Edictum Theoderici Regis 143, de servandis privilegis Iudaeorum, pag. 708 ed. G. Baviera, Fontes Iuris Romani Anteiust. II cit. (secondo il Rasi, VE dictum avrebbe continuato a essere usato da Teoderico, ma sarebbe stato opera di un suo predecessore, Odoacre, Teoderico visigoto, Maioriano o Avito, fra il 440 e il 485: cfr. P. Rasi, Sulla paternità del c.d. Edictum Theodorici Regis, Arch. Giurid. s. VI, XIV [1953], 1-2, pagg. 105-162; Id., La legislazione giustinianea e il c.d. Edictum Theodorici, Studi in on. di P. De Francisci, IV, Milano 1956. pagg. 347-356; vd. pure G. Vismara, Romani e Goti di fronte al diritto nel regno ostrogoto, « I Goti in Occidente » cit., pagg. 408-463 e partie. 454). Anche quando scoppiarono i ben noti incidenti anti¬ giudaici ravennati del 519, gli ebrei si recarono dal re a Verona, per chiedere protezione e giustizia: ...Mox Iudaei currentes Veronam ubi rex erat... favens Iudaeis... Qui mox iussit propter praesumptionem incendii, ut omnis populus Romanus Ravennates synagogas, quas incendio circumdaverunt, data pecunia restaurarent... (An. Vau. II, 82; sul fatto, e la difficilissima interpretazione del passo dell’Anonimo, cfr. G. B. Picotti, Osservazioni su alcuni punti della politica religiosa di Teoderico, « I Goti in Occidente » cit., pagg. 173-226, e partie. 200-204). Sulla intera questione, vd. Ruggini, Ebrei e Orientali cit., passim. 420 Per un elenco delle attività artigianali e commerciali controllate dallo Stato in età gotica, cfr. Nota Complementare H, pagg. 552 sgg. 421 Questo scopo avevano, ad es., tutti i provvedimenti intesi a favorire l’affluenza di negotiatores stranieri e provinciali a Roma: cfr. Cass., Var. VII, 23, Formula Vicarii Portus : ... Nec enim inremuneratus taces si et populos peregrinos prudenter excipias et nostrorum commercia moderata aequalitate componas. Nam licet ubique sit necessaria prudentia, in hac potius actione videtur accommoda, quando inter duos populos nascuntur semper cer-
Dai Goti ai Lmujobardì 355 oppure un commercio positivo, che facesse scorrere oro nell’ane¬ mica circolazione monetaria italica, alla quale gli Ostrogoti vi¬ gorosamente tentavano allora di dare nuovo ordine e consisten¬ za* 422. Ed effettivamente oro entrò, per es. nelle Venezie e nel- l’Istria nel corso di un trentennio, attraverso l’unica forma di libero commercio ancora ben viva (in quanto più radicata e tradì- tamina, nisi fuerit iustitia custodita. Quapropter arte placandi sunt qui mores afferunt simillimos ventis, quorum nisi prius animi temperentur, in contemptum maximum nativa facilitate prosiliunt... (si allude qui probabilmente ai Vandali, che furono in rapporti discreti — ma con frequenti oscillazioni, anche prima del 523 — con il regno ostrogoto, e che vendettero sistematicamente olio all’Italia che ne scarseggiava, ricavandone molto oro ; cfr. pag. 182, n. 559 ; Id., Var. VII, 9, Formula Comitivae Portus Urbis Romae: ...Illic (=in Portu) enim copiosus navium prospectatur adventus: illic veligerum mare peregri¬ nos populos cum diversa provinciarum merce transmittit... Tu copiam facis, dum ingredientes iuste tractaveris... Merito enim illa mercatores cuncti refugiunt, quae sibi dispendiosa esse cognoscunt... Sit tibi ergo cura praecipua non solum te abstinere, verum etiam cohibere praesumentium manus... Sui provvedimenti in favore dei libero commercio al tempo della crisi alimentare gallicana, cfr. pagg. 262 sgg. 422 In campo monetario, gli Ostrogoti in Italia proseguirono l’opera già intrapresa, dopo il 476, dal Senato e da Odoacre, riuscendo a restaurare il vec¬ chio sistema fondato sull’impiego di oro, argento e rame, che nella prima parte del secolo V le invasioni barbariche ed i conseguenti turbamenti politici e so¬ ciali avevano fatto cadere in disuso : per ulteriori dati e considerazioni generali in proposito, cfr. W. Wroth, Catalogue of the Coins of the Vandals, Ostrogoths and Lombards... in the British Museum, London 1911, passim; L. Cesano, Della moneta enea corrente in Italia nell’ultima età imperiale e sotto i re Ostrogoti, Riv. Ital. di Num. XXVI (1913), pagg. 511-551; Id., Ancora della moneta enea corrente in Italia nel V-VI secolo, Ibid. XXXI, ser. II, I (1918), pagg. 96-100; Id., Sulla circolazione delle monete di bronzo nei primi tre secoli dell’Impero Romano, Atti e Mem. delVIst. Ital. di Num. Ili (1919), fase. 2, pagg. 35-69; U. Monnebet de Vellakd, La monetazione dell’Italia barbarica, Riv. Ital. di Num., XXXII, ser. II, II (1919), pagg. 22-38, 93-112, 125-138; F. F. Kraus, Die Münzen Odovacar und Ostsgotenreiches in Italien, Halle 1928, passim; P. Gentilhomme, Le monnayage et la circulation monétaire dans les royaumes barbares en Occident (du Ve au Ville siècle), Rev. Num., ser. N, VII (1943), pagg. 45-115, e VIII (1944), pagg. 13-59 (vd. riferimenti bibliografici ivi); Ph. Grierson, Problemi monetari dell’Alto Medio Evo, Boll, della Soc. Pavese di St. Patria LIV (1954), pagg. 67-82 e partie. 71; C. M. Cipolla, Money, Prices and Civilization in the Mediterranean World, Fifth to Seventeenth Century, Princeton 1956 (ed. ital.: Moneta e civiltà mediterranea, Venezia 1957), passim; etc.
356 Economia e società nell’« Italia Annonaria » zionale), e cioè l’esportazione extraprovinciale di species agri¬ cole, monopolio del corpus universum dei negotiantes indigeni, strettamente legati alla Chiesa Cattolica proprio come al tempo del contrasto fra il Vescovo Ambrogio e l’ariana Imperatrice Giustina423 (lo scarto fra i prezzi normali e quelli di annona cara — accentuatosi sempre più in Italia nei secoli tardi — con¬ sentiva guadagni tali da incoraggiare gli scambi anche in condi¬ zioni assai disagevoli). Lo Stato, nei limiti in cui questi traffici non interferirono con le sue necessità di coemptio, indubbiamente se ne compiacque e cercò di favorirli424. Pure allora ci si rendeva oscuramente conto (nè l’ingenuità e l’approssimazione di linguaggio con cui tali concetti vengono talora espressi deve ingannare sulla loro so¬ stanza), che uno stretto rapporto intercorreva fra la « domanda di moneta », come direbbe un economista d’oggi (e cioè l’effettiva circolazione anche presso le classi urbane e rustiche più umili, che in oro dovevano pagare allo Stato le loro tasse), ed il persistere della vita urbana con il suo tenore di vita più elevato e la costante domanda dei più svariati generi di consumo quotidianamente ne¬ cessari, l’esistenza di mercati funzionanti con una certa regola¬ rità, i prezzi non proibitivi, la tesaurizzazione ridotta al minimo (e con questo termine intendiamo non già il risparmio di moneta pregiata a scopo precauzionale o speculativo in senso lato — che sarebbe ancora una volta da considerarsi appunto domanda di moneta — bensì l’accumulazione di moneta o metallo prezioso con intenzionale esclusione di una più o meno dilazionata rimessa in circolazione425). Vediamo per es. lo Stato preoccuparsi del fatto 428 Cfr. pagg. 106 sgg. Sui mercanti indigeni milanesi e ravennati, stret¬ tamente legati alla Chiesa, cfr. Cass., Var. II, 30 (507-511), Fausto ppo. Theo- dericus rex : ... Defemores itaque sacrosanctae Mediolanensis Ecclesiae... unum sibi ex negotiatoribus urbis suae desiderant oportere praestari... Hoc enim nos et Ravennati Ecclesiae commemorant... tribuisse... 424 Cfr. Cass., Var. II, 12, cit. a pag. 284: Si desideriis nostris commercia peregrina famulantur, si prolato auro adquiritur externa devotio... ; Id., Var. XII, 22 : ... rarum est aurum capere, quando mercatores cognoscitis non adesse... 425 Tale carattere avevano ad es. anche i tesori dei corredi funebri; su tutto ciò, cfr. C. M. Cepoixa, Appunti per una nuova storia della moneta nel¬ l’Alto Medioevo, Vili Sett. Int. di Studi sull’Alto Medioevo (21-27 aprile 1960), «Moneta e scambi nell’Alto Medioevo», Spoleto 1961, pagg. 619-625.
Dai Goti ai Longobardi 357 che i grandi proprietari e i curiali dei Bruzii, anziché continuare a risiedere nelle città, tendessero vieppiù a insediarsi stabilmente sulle loro proprietà di campagna; nè a mettere in allarme il Go¬ verno era un’eventuale evasione di costoro dalle loro responsabi¬ lità fiscali, che il nuovo stato di cose non pareva sostanzialmente pregiudicare, bensì il venire meno dei traffici fra città e cam¬ pagna, dal momento che questi possessores, una volta confinati nella loro rusticitas, avrebbero vieppiù limitato i propri consumi a quanto essa era in grado di offrire: Vivunt illic rustici epulis urbanorum — dice a un certo punto Cassiodoro nella sua patetica e appassionata esaltazione della civilitas426 — mediocres autem abundantia praepotentum; nè poteva esservi più lucida perce¬ zione del grande mutamento che stava allora operandosi. Anche l’Anonimo Valesiano, nel noto passo in cui esalta la rifioritura dei commerci negli anni più tranquilli del regno di Teoderico 427, la connette per l’appunto con la restaurata tranquillità (disci¬ plina), che consentiva ai negotiantes residenti nelle campagne di lasciare (o di mandare) quivi senza timore le proprie riserve d’oro e di argento, per venire de diversis provinciis a commerciare nelle città dove si trovava la Corte; e, subito dopo, la fonte rammenta i prezzi eccezionalmente bassi raggiunti dalle più importanti der¬ rate, frumento e vino, sul forum rerum venalium. Tutto ciò — an¬ che lasciando da parte il problema della veridicità — sottolinea pur sempre l’importanza che, nel giudizio delle stesse fonti anti¬ che, veniva attribuita a questi commerci dei possessores fra città e campagna (l’Anonimo rispecchia probabilmente tempi seriori, in cui i possidenti, produttori di derrate e al tempo stesso deten¬ tori di riserve auree, dovevano risiedere nella maggior parte nel contado). Di pari passo, lo Stato osteggiava con ogni suo potere lo sterile congelamento delle riserve auree; esso necessitava infatti " Cfr. Cass., Var. Vili, 31 (527), cit. a pagg. 303-304. 427 II, 72-73: ... Negotiantes vero de diversis provinciis ad ipsum (=Theo- dericum) concurrebant. Tantae enim disciplinae fuit ut, si quis voluit in agro suo argentum vel aurum dimittere, ac si intra muros civitatis esset ita existi¬ maretur. Et hoc per totam Italiam tanto augurium habebat, ut nulli civitati portam fecerit: nec in civitate portae claudebantur: quivis quod opus habebat faciebat qua hora vellet, ac si in die. 8exaginta modios tritici in solidum ipsius tempore emerunt, et vinum triginta amphoras in solidum.
358 Economia e società nell’a Italia Annonaria » di grandi scorte di metalli preziosi per battere moneta 428, la cui domanda doveva ancora essere forte in vista, se non altro, dei pagamenti fiscali aderati ed esatti in oro anche presso le più umili classi rustiche (è topica nelle Variae, come più tardi nella Sanctio Pragmatica e nel Registrimi gregoriano, la preoccupa¬ zione dell’autorità di assicurare a ogni contribuente — possessor, conductor, colonus o negotiator — la possibilità di esitare sul mercato le proprie derrate o le proprie merci, per procurarsi i solidi necessari al pagamento dell’imposta 429 *). A un certo punto, il Governo ostrogoto arrivò persino a ordinare, contro lo spirito di tutta la precedente legislazione classica in proposito la ri¬ messa in circolazione a vantaggio dei vivi dell’oro e dell’argento contenuto nei corredi funebri dei sepolcri431. Del resto, era già 428 Vd. pag. 355, n. 422; lo Stato favori pertanto le industrie estrattive: cfr. Cass., Var. IX, 3 (527), Bergantino v.i. Corniti Patrimoni Athalaricus rex. 429 Cfr. Cass., Far. I, 16 (508), cit. a pag. 209, n. 10 (... conductores Apuli... postulantes ne cogantur ad integram praestationem, quibus commerciorum sunt commoda deminuta...)', Sanct. Pragm. 18 (C.I. Nov. App. 7, dei 554): Com- merdis videlicet navium nullo modo prohibendis ut... et collatores aurarias functiones ex abundantium specierum commerdo infundere valeant... ; Graeg., Reg. Ep. I, 42, dei 591, cit. a pagg. 240-241 (cognovimus, quod prima intatto burdationis rusticos nostros vehementer angustet, ita ut priusquam labores suos venundare valeant compellantur tributa exsolvere... etc.). 480 Cfr C. Τη. IX, tit. 17 De sepulchris violatis; Nov. Val. XXIII (447 d. C.), De sepulcri violatoribus; lo stesso Teoderico aveva ordinato un’inchiesta ä carico del prete Lorenzo (... ad nos... pervenit... Laurentium... effossis cineribus funestas divitias inter hominum cadavera perscrutatum...: cfr. Cass., Var., IV, 18 [507-511], Annae v.s. comiti Theodericus rex); vd. in generale Dill, Roman Society cit., pag. 243. 431 Cfr. Cass., Var. IV, 34 (507-511), Dudae saioni Theodericus rex: Pru¬ dentiae mos est in humanos usus terris abdita talenta revocare commerdumque viventium non dicere mortuorum, quia et nobis infossa pereunt et illis in nullam partem profutura linquuntur. Metallorum quippe ambitus solacia sunt hominum. Nam divitis auri vena similis est reliquae terrae, si taceat: usu crescit ad pretium, quando et apud vivos sepulta sunt, quae tenacium manibus includuntur. Atque ideo moderata ius- sione decernimus, ut ad illum locum, in quo latere plurima suggeruntur, sub publica testificatione convenias: et si aurum, ut didtur, vel argentum fuerit tua indagatione detectum, compendio publico fideliter vindicabis: ita tamen ut absti¬ neatis manus a dneribus mortuorum, quia nolumus lucra quaeri, qua per fune¬ sta possunt scelera reperiri. Aedificia tegant cineres, columnae vel marmora or¬ nent sepulcra: talenta non teneant, qui vivendi commercia
Dai Goti ai Longobardi 359 stato uno spunto ricorrente nella predicazione patristica del IV secolo (con finalità, è ovvio, assai diverse), l’esortazione a non occultare sterilmente le proprie ricchezze, bensì a spenderle in maniera giusta e degna : poiché, come diceva Basilio di Cesarea, le ricchezze sono come l’acqua del pozzo, che si conserva sana solo se viene continuamente rimescolata da chi vi attinge e la adopera 432 *. Ma lo Stato, come s’è visto, per far fronte ai suoi problemi di approvvigionamento militare, altrimenti insolubili, fu sempre più spesso costretto ad osteggiare le iniziative più coraggiose e im¬ portanti del libero commercio, sclerotizzando il mercato mediante un accentuato dirigismo economico Le desolanti vicende della guerra gotica erano poi destinate ad arrecare il colpo di grazia a tali forme di traffici, che negli anni di relativa pace interna avevano trovato la possibilità della loro ultima fioritura : poiché, come scriveva Papa Pelagio nel dicembre del 556, gli Italiae prae¬ dia erano ormai a tal punto desolata, ... ut ad recuperationem earum (sic) nemo sufficiat434. reliquerunt. Aurum enim sepulcris iuste detrahitur, ubi dominus non habetur: immo culpae genus est inutiliter abditis relinquere mortuorum, unde se vita po¬ test sustentare viventium. Non est enim cupiditas eripere, quae nullus se do¬ minus ingemiscat amisisse. Primi enim dicuntur aurum Aeacus, argentum Indus rex Scythiae repperisse et humano usui summa laude tradidisse. Quod nos in contrarium neglegere non debemus, ne sicut latentia cum laude sunt prodita, ita inventa cum vituperatione videantur esse neglecta. Cfr. in proposito R. La- touciie, Les grandes invasions et la crise de l’Occident au Ve siècle, Paris 1946, pag^ 259. 432 Cfr. Bas., Horn. Εις το ρητόν του κατά Λουκαν 5, P.G. 31, col. 271 : ... ώσπερ ποταμω μεγάλφ πολύκαρπον γην δι* οχετών μυρίων έπερχομένφ, ούτως αύτοί, τω πλούτω διδόντες διά ποικίλων όδών εις τάς των πενήτων οίκία- κατασχίζεσθαι. Τά φρέατα έζαντλούμενα εύροώτερα γίνεται* έναφιέμενα δέ, κας τασήπεται* καί πλούτου το μέν στάσιμον άχρηστον, το δέ κινούμενον καί μεταβαΐνον κοινωφελές τε καί έγκαρπον... cfr. pure sopra, Appendice IV, pagg. 190 sgg. 438 Per un’analisi dei differenti indirizzi della politica commerciale nel Basso Impero e nell’Alto Medio Evo, cfr. R. S. Lopez, Du marché temporaire à la colonie permanente, L’évolution de la politique commerciale au moyen âge, Annales (E.S.C.) IV (1949), pagg. 389-405. 434 Cfr. Pel., Ep. 4 ad Sapaudum Episcopum Arelatensem (14 die. 556), pagg. 11-12 ed. Gassò = P.L. 69, Ep. X, coll. 404-405 ; cfr. pure Ep. 85 (560-561) a Boethius ppo. Africae (pagg. 207-208 ed. Gassò = P.L. 69, col. 417) : Romana... Ecclesia post continuam vigintiquinque et eo amplius annorum vastationem belli¬ cam in Italiae regionibus accidentem, et paene adhuc minime discedentem, non
360 Economia e società nell’a Italia Annonaria » Considerazioni sul dislivello dei prezzi nei secoli iv, y e vi, IN TEMPI NORMALI E IN PERIODO DI « ANNONA CARA ». Uno sguardo alla dinamica dei prezzi delle principali derrate alimentari in Italia e alle rispettive variazioni, dal tempo di Dio¬ cleziano all’età bizantina, consente di meglio apprezzare le pos¬ sibilità e i limiti che caratterizzarono in questi secoli il commercio dei generi di prima necessità 4M. * 436aliunde nisi de peregrinis insulis (probabilmente la Sicilia e la Sardegna) aut locis, clero pauperibusque, etsi non sufficiens vel exiguum, tamen stipendium consequitur ; Proc., Anecd. 18, 13 sgg., cit. a pag. 476. 436 Numerosi sono gU studi che si occupano del prezzo deUe derrate ali- mentari nell’antichità: cfr. C. Barbagallo, Il prezzo del frumento durante l’età imperiale in Grecia e in Italia, Riv. di St. Ant. X (1906), pagg. 33-71 ; Id., Con¬ tributo alla storia economica dell’Antichità, Roma 1907 (in cui vengono citati tutti i precedenti lavori sull’argomento) ; R. Corsetti, Sul prezzo dei grani nel¬ l’Antichità classica, Studi di Storia Antica pubblicati da G. Belocht fase. II, Roma 1893, pagg. 65-92 ; L. Friede ander, Sul prezzo del grano e il valore reale del denaro nel tempo che va da Nerone a Traiano, B.S.E. di V. Pareto, III, Milano 1915, pagg. 351-355 (tr. it. di über den Kornpreis u.d. Sachwerth des Geldes in der Zeit von Nero bis Trajan, Jahrb. f. Nationalökon. u. Statistik XII [1869], pagg. 305-308) ; A. Segrè, Circolazione monetaria e prezzi nel mondo antico ed in parti¬ colare in Egitto, Roma 1922 ; Id., Inflation and its Implications in Early Byzanti¬ ne Times, Byzantion XV (1941), pagg. 249-279; G. Mickwitz, Ein Goldwertindex der römisch-byzantinischen Zeit, Aegyptus XIII (1933), pagg. 95-106; T. Frank, An Economic Survey of Ancient Rome IV (Africa, Syria, Greece, Asia Minor), a cura di R. M. Haywood, F. M. Heichelheim, J. A. O. Larsen, R. S. Broughton, Baltimore 1938, pag. 123; A. C. Johnson - L. C. West, Byzantine Egypt: Economie Studies, Princeton 1949 (cfr. ree. di A. H. M. Jones in J,H.S. LXX [1951], pagg. 271-272) ; L. C. West, The Coinage of Diocletian and the Edict of Prices, Studies in Roman Economic and Social History in Honor of A. C. Johnson, Prin¬ ceton N.J. 1951, pagg. 290-302; A. C. Johnson. Egypt and the Roman Empire, Univ. of Michigan Press 1951, pagg. 37-66; Jones, Inflation under the Roman Empire cit.; S. Bolin, State and Currency in the Roman Empire to 300 a. D., Stockholm 1958, pagg. 321 sgg. e passim. Tutti questi lavori (non sempre ugualmente buoni, esaurienti e con infor¬ mazione di prima mano) si occupano di preferenza dell’alta età imperiale e in ogni caso, per i tempi più tardi, fondano la loro documentazione soprattutto sul tanto discusso Edictum Maximum e l’importantissimo complesso dei papiri egi¬ ziani: si tratta, tuttavia, di una documentazione che, per quanto utilizzabile a scopo di completamento e di confronto, riguarda precipuamente la Pars Orien¬ tis dell’Impero, ove le condizioni economiche poterono essere, in varia misura, differenti da quelle qui considerate.
PREZZI DEL FRUMENTO IN ITALIA Dai Goti, ai Longobardi 361 'b o a 5 'b & S *) A maggiore evidenza, sono stati sottolineati i prezzi indicati direttamente dalle fonti sia in oro sia in moneta enea, dai quali le altre tariffe (rispettivamente in denarii o in oro) sono state ricavate soltanto per via mediata, in base ai prezzi dell’oro noti per le varie epoche. Questi prezzi « indiretti » hanno, per lo più, un significato concreto; ma, talvolta, sono stati riportati in base a un calcolo meramente astratto ed hanno un valore più che altro ipotetico. Sono in neretto le cifre da noi ritenute preferibili rispetto alle altre varianti, per i motivi esposti di mano in ma no nel commento che segue.
ALCUNI PREZZI DEL FRUMENTO IN EGITTO, AFRICA, MESOPOTAMIA, TRACIA E SIRIA *) Economia e società nell’« Italia Annonaria » 362 P ◄ fi fi 3 o B p & ◄ d rO fi Pi 1 P ◄ d 'S 3 »3 2 ο ο a a a £3 ◄ 'b fi d o S S S A Pi cô c3 .11 d rd d o o o a a a I ·§ a a fi ’fi »d o a «o *-J OS <N *-i «D ©q oo (M CO iH ©ί ή Il II il II II II o o o o o o •d d 'd *ô 'd 'd O o 3 ° o S CD 00 0Q GO 00 CD id 'd b 3 d id ~ ~ - 5 II Il « -d 'd o o 'd »d oriolo M « ? ? - S2. - Il II d »S io I I I I I I P P 'S -S «3 .2 I? la r fl •d £3 ◄ d fi fi »d a & P £3 fi fi fi a i a a ί i fi fi fi 1 U o o o 3 'S 'S ο ο ο a a a P ◄ id fi fi d a id id I I I Sg.2 ® pi S P o sr« ©<-? © a go as •3&§l d φ φ ® M C4 43 Λ 3 fl-g φ >. φ >· füll g ■g h ® a α> l&f;f fills •1 2 "'S.« Sâ9|l 0 Φ Λ P's ö'ö tì cô"ν S So '3 ^ “ 2·° * Z b Φ/? •d ®.a 'I ftP- 'ïd £.2 §.2 :Sd fcld gl Sg s- I- I31SS -S d fed 0*2 fe .§ S g 2 H SjjSp.® £ ^ cô-2'd IhSgo Ocofl'C, Γζ} P< > ^ φ .gotì·^ h^.h® m«·3 &8Γ.51 _ Φ O „ Φ S d d φ Λ d -3 > £ *3 ‘C lì in llllj " Sâ SI 111.2« « z ® o .a oOdET d fe § ο o O 0 p03 d CO ri - . o .2d 0 « go^ës SxüSB d 3 0 ® m&:js S5oS! O - d d 3 . d uu dH *C ” Ë 2 w » k d
PREZZI DELLA CARNE IN ITALIA, ILLIRICO, AFRICA ED EGITTO*) Bai Goti ai Longobardi 363 P ◄ 'd c8 & & t-i & W CO s CO P <1 ©J P ◄ 'b g fO ' •o 2 »ù .o P <1 2 JO P ◄ *d eS Xi 4= 2 .O rO P ◄ P «! © ft 2 ja 2 & o co t» »0 §5 o OS Il II 2 ’S o 2 o 00 »d ?d Ο oo Il II II co <N a -d ft rH q »d o co 'd g Ri ftlTj s- ~ «e o u •s g 5·. i Q0 έ <N «5 *is Big *) A maggiore evidenza, sono stati sottolineati i prezzi indicati direttamente dalle fonti sia in oro sia in moneta enea, dai quali le altre tariffe (rispettivamente in denarii o in oro) sono state ricavate soltanto per via mediata, in base ai prezzi dell’oro noti per lo varie epoche. Questi prezzi « indiretti * hanno, per lo più, un significato concreto; ma, talvolta, sono stati riportati in base a un calcolo meramente astratto ed hanno un valore più che altro ipotetico. Sono in neretto le cifre da noi ritenute preferibili rispetto alle altre varianti, per i motivi esposti di mano in ma¬ no nel commento che segue; sono iu corsivo i riferimenti a regioni extraitaliche.
PREZZI DEL VINO IN ITALIA ED AFRICA ♦) 364 Economia e società nell’« Italia Annonaria » 15 § ills «lì ■as*. «ffî g rv4i 2 As 9 Si SS ®g° ë a c3 Ila is|| •§2§1 ”-So| ia § ® ® ? a « *H .H ? ® 2·° 03 S^aà •2 ö ^ ® ole o ■a S|-s «■“Si imi 3 Ld ® *■· Ί» Si? 0«2 * 2 e a 2 '3 =3*8*0 s^i|8 lliil •3 >; £ -r .3 ® * * © -I N-3 5 ^ ^ 233,2:8 1I|»I ili!? 8 «2 §* .π o a ö s te § Sa 9 a § § ο o © ° poq a ® d _r S _.s a o g ο ft.® φ gs o ® E ^ S'“1 o ® ®-§ ft’oJS §.soi: •2*ga| §d 2J§ § al ^1 §.* & g *«ί £ Ü 'S ® •+J © , rl|§i S-:P§
PREZZO DI UNA LIBBRA DI CARO PORCINA DAL IV AL VI SECOLO, IN ORO
368 Economia e società nell’« Italia Annonaria » 488 Dal Mommsen in poi si è generalmente ritenuto che il modius castren¬ sis, l’unità di capacità usata per i cereali nell’Editto, corrispondesse a un dop¬ pio modio italico (cfr. Mommsen, über das Edict Diocletians, cit., pagg. 308 sgg. ; da ultimo Bolin, o. c., pag. 323 n. a). Alcuni dubbi in proposito ven¬ nero tuttavia espressi prima dal Segré (Circolaz. monetaria cit., pag. 56; In., Metrologia e circolazione monetaria degli antichi, Bologna 1928, pag. 441), e poi dal Mickwitz (Geld und Wirtsch. cit., pag. 73, n. 1). Successivamente lo stesso Segré, appoggiandosi a un papiro pubblicato da A. E. R. Boak (Some Early Byzantine Tax Records from Egypt, Harvard St. in Class. Philol. LI [1940], pagg. 35-60, n. 4), credette di dimostrare che il modio castrense corrispondeva a circa 1/3,3 di artaba, e cioè a un modio ordinario (cfr. Segrè, Metrologia cit., pag. 277 ; cfr. pure Jones, Inflation cit., pag. 299, n. 4). Qualora, tuttavia, si continui a ritenere che il modio castrense equivalga a circa due modii normali, secondo l’Editto dioclezianeo 1 modio italico di fru¬ mento (che sarebbe costato 50 denarii, essendo di 100 denarii il prezzo del modio castrense) avrebbe avuto il valore di 1/33,2 (o 1/16,6? cfr. la nota suc¬ cessiva) di aureus ; una libbra d’oro, cioè, avrebbe potuto acquistare circa 2.000 (o 1.000?) modii di grano. Questa interpretazione del modio castrense è stata quella da noi preferita (cfr. Hieron., Comm. in Ezech. I, 4, P.L. 25, col. 48, dove si dice in chiari termini che 1/6 di sestario castrense corrispondeva esat¬ tamente a 1/3 di sestario italico) ; in questo senso, cfr. da ultimo anche R. Mac Mullen, Diocletian’s Edict and the « castrensis modius », Aegyptus XL! (1961), fase. 1-2, pagg. 3-5. 487 II conteggio del valore in oro del prezzo del frumento, espresso nel¬ l’Editto in denarii, dà risultati diversi non soltanto a seconda che si ritenga il modio castrense equivalente a uno oppure a due modii italici (come si è veduto nella nota precedente), ma anche a seconda che venga accettato o meno il prezzo massimo dell’oro dato dall’Editto come rappresentazione dell’effettivo rapporto fra le monete nei diversi metalli (il costo di 1 libbra d’oro, nel calmiere, è fissato nella misura di 50.000 denarii, che però taluni leggono 10.000, oppure correggono in 60.000). Questa corrispondenza viene generalmente accet¬ tata: sicché, essendo 1 aureo dioclezianeo 1/60 di libbra d’oro, e 1 libbra d’oro equivalente a 50.000 denarii, 1 aureo dovrebbe corrispondere a 833,3 denarii. Il Bolin però, in uno suo recente studio, rivoluziona l’intera valutazione dei prezzi dell’Editto, ritenendo che tutti i costi delle res venales — salvo quello del¬ l’oro — siano quivi calcolati sulla base di 1 libbra d’oro = 100.000 denarii al¬ meno (cambio ufficiale agli inizi del IV secolo, testimoniato, al di fuori dell’Edit¬ to, da alcuni papiri). In questo caso 1 aureo dioclezianeo corrisponderebbe a 1.666,6 denarii. Per una esposizione più dettagliata di tutte queste teorie e relativa bibliografia, cfr. Nota Complementare F, pagg. 544 sgg. Le cifre riportate nella tabella per il prezzo del frumento nel 301, si spiegano pertanto come segue: se 1 mod. di frum. = 50 d., 1 libbra d’AU = 1.000 modii (se 1 libbra di AU = 50.000 d.), oppure 1 libbra d’AU = 2.000 modii (se 1 libbra di AU = 100.000 d.); se 1 mod. di frum. = 100 d., 1 libbra d’AU = 500 modii (se 1 libbra di AU = 50.000 d.),
hai (ioti ai. Lonr/obai di Μ!) oppure 1 libbra d’AU = 1.000 modii (se 1 libbra di AU = 100.000 d). 438 Cfr. Ed. I, l, pagg. 318-319. I prezzi del calmiere, in quanto fissati per reprimere speculazioni ed abusi, avrebbero dovuto avere un andamento più o meno accentuatamente depressivo rispetto a quelli del mercato corrente. 4ì» per n passaggio all’equivalenza in oro a peso, si tenga presente che, dall’inizio del regno di Costantino in poi, il solido corrispose sempre a 1/72 di libbra d’oro. 440 Cfr. An. Val. II, 53 ; benché si tratti di circostanze del tutto eccezionali (allorché Odoacre si trovava da ben tre anni assediato da Teoderico in Ra¬ venna) e come tali registrate dalla fonte, è probabile che l’Anonimo abbia esagerato le cifre per impressionare i suoi lettori (cfr. pure un certo scetti¬ cismo in Stein, o. c. II, pagg. 582-583, n. 1). A proposito di questi elevatissimi prezzi, osserviamo tuttavia che improvvisi, vistosissimi aumenti nelle tariffe dei generi di prima necessità erano possibili, se non frequenti, nella fragile econo¬ mia di questi secoli : per es. Michele Atteliate (autore degno, pare, della mas¬ sima fede, che seppe descrivere con acutezza fenomeni economici di grande com¬ plessità) racconta nella sua storia che nell’XI secolo a Rodosto, grande porto frumentario sul mare di Marmara, l’imposizione del monopolio di Stato sul grano ne aveva fatto immediatamente salire il prezzo da 18 modii il solido a 1 modio il solido, con un aumento del 1.800% (data la stabilità sostanziale della moneta aurea nell’Impero Bizantino, i prezzi appaiono ancora quasi iden¬ tici a quelli del IV secolo) ; su questo episodio, cfr. G. I. BrÄtianu, Une expé¬ rience d’économie dirigée, Le monopole du blé à Byzance au Xle siècle, Byzan- tion IX (1934), pagg. 643-662. Sui prezzi del frumento nell’Impero Bizantino tra il VI e l’VIII secolo, oscillanti fra le 20 e le 8 artabe (=66 - 26,4 modii) per solido, cfr. in generale l’ampia documentazione raccolta in Ostbogorsky, Löhne und Preise eit., pagg. 319 sgg. ; le tariffe massime e minime, durante grandi carestie e periodi di eccezionale vilitas, raggiungevano pertanto cifre assai sìmili a quelle di cui ci parla l’Anonimo Valesiano, in circostanze altret¬ tanto eccezionali (vd. pure, alla nota sg., la tariffa minima di 60 modii per solido data dall’Anonimo per l’Italia al tempo di Teoderico) : il Breviarium Historicum di Niceforo, ad es., ricorda il prezzo disastrosamente basso, per l’appunto, di 60 modii il solido, raggiunto dal frumento sotto Costantino V, che tesaurizzava l’oro costringendo i contribuenti a vendere le loro derrate a prezzi irrisori, per procurarsi il denaro necessario al pagamento delle imposte (cfr. P.G. 100, col. 988); Cedreno (Hist. Comp., P.G. 122, coll. 106 sgg. = ed. B. G. Niebhur, C.S.H.B. 38, Bonn 1839, pagg. 372 sgg.) racconta a sua volta come, durante una carestia sotto Basilio I, il grano fosse arrivato a 2 solidi il modio, e l’Imperatore avesse allora ordinato che le tariffe venissero abbassate a 12 modii per solido ; etc. : cfr. A. Andréadès, De la monnaie et de la puis¬ sance d’achat des métaux précieux dans l’Empire Byzantin, Byzantion I (1924), pagg. 75-115. Il valore teorico in denarii, corrispondente al prezzo in solidi del frumento fornito dall’Anonimo Valesiano, è stato qui calcolato in base al cambio 1 s. = 6.000 d. Noi sappiamo infatti che, a partire dal 476, dopo la deposizione di Ro¬ molo Augustolo, il Senato di Roma aveva cominciato a coniare monete enee più pesanti, contrassegnate con la marca XL (=40 denarii); la loro relazione 24. L. Ruggini
370 Economia e società nell'« Italia Annonaria » con Toro dovrebbe essere di 180 pezzi il solido (donde 1 s. = 7.200 d.), nel caso che si ritenga questa misura una conferma alla legge di Valentiniano del 445 (cfr. Nov. Val. XVI, cit. sotto, n. 452), oppure di 150 pezzi il solido (donde 1 s. = 6.000 d.), se invece si accetta come riferentesi a questo i>eriodo (ciò che a noi sembra altamente probabile) la testimonianza di Cassiodoro : cfr. Cass., Far. I, 10 (507-511) : Scæ milia denariorum solidum esse voluerunt (scii. veteres) ; benché Cassiodoro resti molto nel vago, con questo suo riferimento ai veteres, l’allusione sembra senz’altro doversi riportare al IV secolo (così ad es. anche Grierson, The Tablettes Albertini cit.) ; il contesto dell’epistola cassiodo- riana in cui il passo si inserisce, tuttavia, autorizza a credere che tale stato di cose ancora perdurasse ai tempo di Cassiodoro: cfr. pure Jones, Roman Inflation cit., pag. 311. È pertanto probabile che il cambio di 1 s. = 6.000 d. debba ritenersi uflìcialmente valido in Italia per tutta la durata del regno ostrogoto. Soltanto dopo la line della guerra gotica Giustiniano, negli ul¬ timi anni del suo regno, fece emettere in Italia due nuove serie di silique e semisilique argentee, contrassegnate dalle marche CN (=250 denarii) e PKE (=125 denarii); il che, in base alla relazione AU : AR data da C.I. X, 78, 1, significa 1 s. = 12.000 d. (cfr. Jones, Roman Inflation cit., pag. 316 ; Grier¬ son, The Tablettes Albertini cit., pag. 80) : il denario italico risultava dunque dimezzato del suo valore, passando da 1 s. = 6.000 d. a 1 s. = 12.000 d. ; e ciò, se¬ condo il Jones, si spiega col fatto che Giustiniano, introducendo in Italia il sistema monetario orientale, avrebbe stabilito il cambio del suo fallis a 40 doppi denarii (cfr. art. cit., pag. 316). Nella Pars Orientis, invece, le cose dovettero andare in parte diversamente, dalla fine del V secolo alla metà circa del VI: Anastasio infatti, seguendo l’esempio di Roma e di Cartagine, nell’ultimo de¬ cennio del V secolo aveva ridotto il cambio da 1 s. = 14.400 d. a 1 s. = 7.200 d., mediante remissione di alcune serie enee più pesanti delle precedenti ; e successivamente Giustiniano, fra il 538 e il 542, aveva di nuovo abbassato il cambio dell’oro in moneta enea da 210 a 180 folles; il che, corrispondendo al¬ lora il follis a una moneta di 40 denarii, significò ridurre il cambio da 1 s. = 8.400 d. a 1 s. = 7.200 d. (cfr. Proc., Anecd. 25, 11-12 : Jones, art. cit. pagg. 314- 316; Grierson, art. cit. pagg. 75 e 77-80). 441 Cfr. An. Val. II, 73 (Seæaginta modios tritici in solidum ipsius tem¬ pore [= Theoderici] emerunt...); la fonte (per la quale vd. le riserve fatte alla nota precedente) ricorda questo prezzo come il più basso raggiunto dal frumento al tempo della felicitas Italiae teodericiana (per tariffe anàloghe nell’Impero Bizantino, cfr. la nota prec.). Per il conteggio del prezzo teorico in denarii, cfr. Cass., Far., I, 10 cit. alla nota prec. 442 Cfr. Cass., Var. XII, 26, 27 e 28 (dato che si tratta di una disposi¬ zione ufficiate, la notizia merita ogni fiducia): in occasione di una carestia nella Liguria e nelle Venetiae il Governo stabilisce che il tritico ammassato negli horrea statali venga distribuito ai bisognosi a 25 modii il solido, mentre sul mercato esso era ormai a stento reperibile per 10 modii il solido. Quest’ultimo prezzo rappresenta probabilmente uno dei più alti livelli raggiunti dal grano nel corso di una normale crisi deficitaria; quello di 25 modii il solido, invece, verlsimilmente corrisponde al costo del frumento in tempi normali (il Governo, date le circostanze, non doveva proporsi di realizzare forti guadagni, e ven¬ deva suppergiù al prezzo di acquisto). Per il calcolo del prezzo in denarii, cfr. Cabs., Far. I, 10, cit., a n. 440.
Dai Goti ai Longobardi 371 4,3 Cfr. Proc., De bell. Goth. Ili, 17 : mentre Totila assediava Roma (di¬ cembre 545 - dicembre 546) una violenta fame infieriva in città, e i soldati bizan¬ tini (con il loro duce Ressa in testa) vendevano ai cittadini più ricchi il fru¬ mento a 7 solidi il medimno (1 medimno = 6 modii), e ai meno abbienti la crusca a 1/4 del prezzo del frumento. Per il calcolo del prezzo teorico in denarii (benché in questo caso sia escluso che i militari accettassero moneta di bronzo), cfr. Cass., Var. I, 30, cit. a n. 440. 1+1 Cfr. Lib. Pont. LXVII, Vita Sabiniani Papae, pag. 315; a Roma, in occasione di una famis penuria verificatasi durante il pontificato di Sabiniano (604-606 d. C.), il Pontefice predispose la distribuzione agli affamati, a 30 modii il solido, del frumento ammassato negli horrea ecclesiae; il Liber Pontificalis riferisce questa cifra quale esempio evidente di prezzo molto basso, ed è proba¬ bile che esso corrispondesse, grosso modo, a quello di acquisto in tempi nor¬ mali, forse con la sola aggiunta dei gravami di trasporto dalla provincia (Si¬ cilia) a Roma. Per il calcolo del prezzo teorico in denarii si è adottato il cam¬ bio di 1 s. = 12.000 d., che sappiamo praticato in Italia dagli ultimi anni di Giustiniano (cfr. sopra, n. 440). 415 Cfr. Johnson, Egypt & Roman Empire cit., pag. 58; il papiro dice che il frumento era venduto a 10.000 drachmae per artaba ; poiché 4 drachmae corrispondono a 1 denario, e 1 artaba equivale a circa 3,3 modii, ne risulta che 1 modio di frumento doveva costare circa 666 denarii. Data la grande incertezza che regna nella determinazione del potere d’acquisto del denario in relazione alla libbra d’oro, nel IV secolo, soprattutto in Egitto, una trasposizione dei prezzi in oro appare di solito eccessivamente arrischiata : nell’Editto di Diocle¬ ziano. infatti, il cambio di 1 libbra d’oro era stato fissato a 50.000 denarii per tutto l’Impero: ma, sempre agli inizi del IY secolo, il P. Oxy. 2106 dà un cambio, pure ufficiale, di 100.000 denarii la libbra d’oro ; nel 307 il prezzo del¬ l’oro sul mercato egiziano è di 124.920 — 149.904 denarii circa la libbra (P.S.I. 310) ; nel 314-316 esso è già balzato a 1.500.000 denarii (sulle difficoltà tri¬ butarie e monetarie dei proprietari di Karanis nel 314, cfr. inoltre A.E R. Boak - H.C. Youtie, Cairo Papyri, The Archive of Aurelius Isidorus in the Egyptian Museum, Cairo and the University of Michigan, Univ. of Michigan Press 1960, 10, 17 e 92) ; nel 324, forse in seguito a qualche misura deflazionistica imposta dallo Stato, secondo il P. Oxy. 1430 il prezzo di 1 libbra d’oro appare di nuovo calato a circa 300.000 denarii (313.488) ; altri papiri del IV secolo non datati con precisione danno prezzi di 3.888.000 denarii (P.E.R. 187), 10.800.000 denarii (P.E.R. 37), 12.960.000 denarii (S.P.P. XX, 96, databile verso il 340 d. C. : cfr. sotto, n. 448), 19.800.000 denarii (Ibid. XX, 81), 414.720.000 denarii (S.B. 7034, metà circa IV secolo), 1.454.400.000 denarii (P. Oxy. 1223), 2.700.000.000 di dena¬ rii (P.S.I. 960, seconda metà IV secolo), 4.320.000.000 di denarii (P. Oxy. 1917, fine del IV secolo), 3.744.000.000 di denarii (P. Oxy. 1913, VI secolo), 5.184.000.000 di denarii (P. Oxy. 2195, VI secolo), etc., per libbra d’oro; per tutte queste ci¬ fre, cfr. Bolin, ο. c., pagg. 324 sgg., e Jones, art. cit., pag. 308-311. Nel caso specifico però, poiché sappiamo che proprio nel 314-316 il cam¬ bio dell’oro in Egitto era di 1.500.000 denarii la libbra (cfr. Mickwitz, Geld und Wirtschaft cit., pagg. 99 sgg.), possiamo tentare una trasposizione dei prezzi in solidi, a scopo meramente indicativo.
Economìa, c .società nell'« Italia Annonaria » 440 Cfr. Johnson, o. c., pag. 58; il papiro dice che il frumento costava 3.000 drachmae per artaba ; la brusca recessione del prezzo appare molto strana, massime in un periodo, come questo, di rapidissima inflazione della moneta enea: si potrebbe pensare che lo Stato fosse intervenuto con qualche misura deflazionistica (circa dieci anni dopo, infatti, il prezzo dell’oro risul¬ terà calato da 1.500.000 denarii a 300.000 per libbra: cfr. la nota precedente). 447 Cfr. F. Nau - J. Bousquet, Histoire de Saint Pacôme (une rédaction inédite des Ascetica), in R. Graffin - F. Nau, Patrologia Orientalis IV, Paris 1908, pagg. 409-511 e partie. 455-458 (§§ 33-34) ; durante una carestia in Egitto, il grano era venduto a 5 artabae il solido; Pacomio mandò un monaco, con una barca e 100 solidi, a comperare del frumento per il monastero, e costui, dopo molto peregrinare, nella città di Ermôtîn trovò un collettore d’imposte (Οΰτος ό πολιτευόμενος δημόσιον έπεπίστευτο σίτον) che glie lo vendette a 13 artabae il solido, attingendo alle pubbliche scorte, con l’intenzione di rimandare la consegna delle specie fiscali a quando il nuovo raccolto non gli avesse permesso di reinte¬ grare la quantità di frumento canonica. Pacomio, però, rifiutò questa transazione illecita, e il grano venne finalmente comprato a 5,5 artabae il solido. In base allo svolgimento del racconto, si deve ritenere che 5 artabae il solido (=16 modii) fossero un prezzo di speculazione; 5,5 artabae (=18 modii) uno dei prezzi mi¬ nimi in tempo di carestia; 13 artabae (=43 modii) un prezzo piuttosto vicino a quello di mercato in tempi normali (il burocrate, nel vendere illecitamente il grano fiscale a un prezzo pur di circa due volte e mezzo inferiore a quello al¬ lora corrente, intendeva certamente realizzare un guadagno rispetto al tasso cui la derrata era stata comprata in tempi normali e a cui sarebbe stata ri¬ comprata al ritorno dell’abbondanza). Tutti questi prezzi, anche i più esosi, appaiono bassi, se rapportati a quelli medi del tempo (cfr. tavola sinottica). 446 Cfr. S.P.P. XX, 96 e 81 ; il frumento costa 26 talenti all’artaba (39.000 denarii ; dato che siamo in Egitto, si tratta di un prezzo abbastanza sostenuto) ; l’assegnazione cronologica a un anno piuttosto vicino al 340 è suggerita dal fatto che il P. Oxy. 85, sicuramente datato al 338, contiene un prezzo simile a quello qui considerato (24 talenti alYartaba = 36.000 denarii). Nel medesimo do¬ cumento il cambio corrente dell’oro è indicato nella misura di 133,1/3 talenti per solido (=275.000 denarii); il prezzo del grano in oro, perciò, risulta di 7 artabae per solido. 449 Cfr. Iulian., Misop. 369 A-D: ...σίτου δ* ένδεώς είχον, άφορίας δεινής υπό των έμπροσθεν αύχμών γενομένης, έδοξέ μοι πέμπειν εις Χαλκίδα καί Τεράν πόλιν καί πόλεις τάς πέριξ, ένθεν είσήγαγον ύμΐν μέτρων τετταράκοντα μυριάδας. Ώς δ’ άνά- λωτο καί τούτο, πρότερον μέν πεντάκις χιλίους, έπτάκις χιλίους δ’ ύστερον, είτα νυν μυρίους, ούς έπιχώριόν έστι λοιπόν όνομάζειν μοδίους, άνάλισκον σίτου, πάντας οίκοθεν έχων. ’Από τής Αίγύπτου κομισθέντα μοι σίτον έδωκα τή πόλει, πραττόμενος άργύ- ριον ού κατά δέκα μέτρα, αλλά πεντεκαίδεκα τοσοΰτον, όσον έπΐ των δέκα πρότερον. Εί δέ τοσαΰτα μέτρα θέρους ήν παρ’ ύμΐν του νομίσματος, τί προσδοκάν έδει τηνι- καΰτα, ήνίκα, φησίν ό Βοιώτιος ποιητής, χαλεπόν γενέσθαι τόν λιμόν έπΐ δώματι; ΤΑρ’ ού πέντε μόγις καί άγαπητώς άλλως τε καί τηλικούτου χειμώνος έπιγενομένου ; ... Καίτοι τίς μέμνηται παρ’ ύμΐν εύθηνουμένης τής πόλεως πεντεκαίδεκα μέτρα σίτου πραθέντα του χρυσου; (per una bibliografia in proposito, cfr. pagg. 101, n. 263, e 270 n. 175). Arrivando ad Antiochia nell’agosto del 362 Giuliano aveva
Bai Goti ai Longobardi 373 trovato la città in preda allo scontento, per l’alto prezzo di tutte le derrate ali¬ mentari (vino, olio, grano, frutta, verdura), nonostante la fecondità delle annate ; i ricchi proprietari infatti (certo incoraggiati dal soggiornare di numerosi eserciti, fin dal 360) cercavano di speculare sul rialzo. Giuliano pertanto, dopo averli inva¬ no esortati alla moderazione, ricorse alla determinazione autoritaria dei prezzi, stabilendo un calmiere rerum venalium che ebbe il solo effetto di far scomparire dal mercato ogni merce e provocare lo scontento di tutti (cfr. Iulian., Misop. 368C-370D e 350 A-C; Socrat., H.E. Ili, 17, P.G. 67, col. 424 B ; Sozom., H.E. V, 19, 1, P.G. 67, col. 1272 B = pag. 223 ed. Bidez-Hansen ; Amm. Marc. XXII, 14, 1 sgg. ; Liban., Or., XVIII, 195; Cass., Hist. Eccl. Trip. VI, 40; cfr. la bi¬ bliografia cit. a pag. 270, n. 175). Intanto, una siccità improvvisa durante la stagione delle piogge aveva fatto fallire il raccolto di frumento ; Giu¬ liano provvide anche a questo facendo venire da Calcide, Ierapoli e altre città circonvicine ben 400.000 misure di grano ; quando queste furono consu¬ mate, egli fornì a proprie spese dapprima 5.000, poi 7.000, e poi ancora 10.000 ους έπιχώριόν εστι λοιπόν όνομάζειν μοδίους; infine organizzò una ulteriore impor¬ tazione di frumento dall’Egitto. Tutto questo grano venne venduto a 15 misure il solido, mentre nell’estate precedente aveva raggiunto le 10 misure e, se Giuliano non fosse intervenuto, avrebbe toccato probabilmente le 5 misure; 15 misure per solido, nota retoricamente Giuliano, era un prezzo mai veduto in Antiochia anche nelle annate più floride. L’intero passo presenta non poche oscurità. Dal contesto, si direbbe che le « misure » menzionate da Giuliano siano qualche cosa di diverso dai modii citati subito sotto, data anche l’enorme sproporzione fra la cifra di 400.000 mi¬ sure e quella di 5.000, 7.000, 10.000 inodii. Vi è chi ritiene impossibile stabilire il significato di tali μέτρα (cfr. ad es. Downey, The Economie Crisis at Antioch cit., pagg. 312-321) ; ma si potrebbe supporre che Γ έπιχώριος μόδιος, cui pure Giuliano accenna, fosse un modio provinciale, e in particolare quello siriaco, avente un peso superiore di circa 1/3 rispetto al modio romano (cfr. Hultsch, o. c., pagg. 631-632). In questo caso, μέτρον dovrebbe indicare un’altra misura più generale, e cioè il modio romano (tale, evidentemente è anche la conclusione del Jones, art. cit., pag. 304 ; egli ritiene, però, che 15 modii per solido fosse il prezzo praticato dall’Imperatore per il solo grano fatto venire dall’Egitto, provincia per eccellenza frumentaria; mentre quello di 10 modii sarebbe stato applicato al frumento di Calcide, Ierapoli, etc. ; il contesto non sembra però autorizzare a una interpretazione del genere, ove inoltre si rifletta che la spesa del lungo trasporto dall’Egitto, sia pure per via marittima, doveva avere inciso pesantemente sul costo della derrata, livellan¬ done il prezzo con quello praticato in regioni più vicine, ma meno floride: cfr. pag. 292, n. 240, e 344 n. 404; sembra in ogni caso azzardato dedurne tout court che la tariffa media del frumento fosse, nel IV secolo, di 12 modii il so¬ lido : cfr. O. Seeck, Die Gallischen Steuern bei Amrnian, Rhein. Mus. n. s. XLIX [1894], pagg. 630-632). I prezzi in oro ricavati da questa interpretazione del passo si accordano, in generale, con gli altri noti per la medesima età in tempo di annona cara. Checché ne dica Giuliano, comunque, 15 modii al solido non costituivano un prezzo molto generoso, se non in rapporto con i 10 modii precedentemente pra¬ ticati e tenendo conto che Antiochia era una grande città, che viveva d’impor¬
Economia e società nell’« Italia Annonaria » o74 tazione (cfr. pure Costantinopoli, a n. 451) ; 16 modii il solido, in verità, veni¬ vano considerati un prezzo da strozzini durante una carestia, nel secondo quarto del IV secolo (nel frumentario Egitto, però) ; e le tariffe veramente buone si aggiravano sui 30-40 modiì per solido tanto in Egitto quanto in Meso¬ potamia, Africa ed Italia (cfr. tavola sinottica). 460 Cfr. Amm. Marc. XXVIII, 1, 17-18 (366 d. C. secondo il Renault, Le prix du blé à Carthage à la fin du IVe siècle cit., pagg. 612-622 ; 368 d. C. se¬ condo V. Gabdthausen, nell’ed. teubneriana del 1874-1875 dei Rerum Gesta- rum; 371-372 secondo J. C. Rolfe, nella ed. Loeb del 1935-1937). Durante una carestia in Africa, il Proconsole Hymetius vendette ai Cartaginesi, al giu¬ sto prezzo di 10 modii il solido, il frumento fiscale destinato a Roma, e già ac¬ quistato a 30 modii il solido mediante coemptio ; più tardi, ritornata l’abbon¬ danza, egli reintegrò le scorte, e rimise onestamente all’erario l’ammontare del- 1 'interpretium realizzato (cfr. pure C.I.L. VI, 1736; per la bibliografia relativa all’episodio, cfr. sopra, pag. 101, nn. 263 e 265). Si noti che anche qui, come in Egitto, secondo la Storia di S. Pacomio, il prezzo del grano in tempo di care¬ stia risulta all’incirca triplicato rispetto a quello del mercato normale (curioso a questo proposito è quanto ci dice il Renault, che ai suoi tempi — cioè nel primo decennio del 1900 — in un paese a economia alquanto arretrata quale allora la Tunisia, si verificavano nei prezzi del frumento scarti del tutto ana¬ loghi a quelli testimoniati circa quindici secoli prima da Ammiano, mentre i rapporti fra tariffe del grano e salari non risultavano a loro volta molto dis¬ simili da quelli ricavabili dall’Editto dioclezianeo). Il prezzo in denarii è stato calcolato sulla base di 1 solido = 6.000 denarii, cambio ritenuto in linea di massima valido nella Pars Occidentis dell’Impero da Costantino sin verso la fine del IV secolo: cfr. Hultsch, o. c., pagg. 338 sgg. 451 Secondo la Suida (sul controverso titolo di questo lessico cfr. P. Maas, Der Titel des «Suidas», Byz. Zeitschr. XXXII [1932], pag. 1, e la nuova ipo¬ tesi affacciata da S. G. Mercati, Intorno al titolo dei lessici di Suida-Suda e di Papia, Atti della Acc. Naz. dei Lincei CCCLVII, Memorie, Cl. di Se. Mor., Stor. e Filol. ser. Vili, X [1960] fase. 1, pagg. 3-50), « Valentiniano » stabilì una mi¬ sura precisa del modio, in modo che ad essa, collocata in un luogo determinato di Costantinopoli, potessero riferirsi i mercanti di grano, vendendolo al prezzo ufficiale di 12 modii il solido (cfr. Suidae Lexicon I, v. Μαναΐμ, pag. 316 ; ar¬ gomentazioni per una identificazione dì questo « Valentiniano » con Valentiniano I sono portate dal Mazzarino, Aspetti Soc. cit., pagg. 191-192, che inquadra per l’appunto la fissazione del calmiere nella politica economica di tale Imperatore). Come tariffa minima fissata dallo Stato, 12 modii il solido può sembrare un prezzo davvero elevato; tale doveva essere tuttavia il livello medio di mercato per il frumento, nelle grandi città che si sostenevano con l’importazione da re¬ gioni più o meno lontane (cfr. anche i 15 modii per solido dati da Giuliano come prezzo minimo del frumento ad Antiochia nel 363: vd. n. 449). 462 Cfr. Nov. Val. XIII, 4: questo prezzo, in quanto fissato per editto statale, deve corrispondere a quello di mercato, ma con tendenza alquanto ri¬ bassista. Il cambio in denarii è calcolato sulla base di 1 s. = 7.200 d., secondo quanto stabilì per la Pars Occidentis Valentiniano III, il 18 gennaio del 445 stesso : cfr. Nov. Val. XVI : ... ne umquam intra septem milia nummorum so¬ lidus distrahatur emptus a collectario septem milibus ducentis.
Dai Goti ai Longobardi 375 453 Cfr. Ye§ü 'Stylita, Chron. 26-46, pagg. 17-35 ed. W. Wright, The Chronicle of Joshua the Styli te, Composed in Syriac A.D. 507, Cambridge 1882. Vi si racconta che a Edessa nel 494-495, già durante la pestilenza, ma prima che terremoti, locuste e invasioni portassero la carestia, il grano costava 30 modii per dìnàr (certo da intendersi nel senso di « nomisma », « solido »), mentre l’orzo ne costava 50 (§ 26, pag. 17); più tardi, durante la carestia (primavera del 500), il grano venne venduto a 4 modii il solido e l’orzo a 6, mentre tutti i generi non commestibili (mobili, vesti, utensili domestici, etc.) calavano a 1/3 o 1/2 del loro valore (§ 39, pag. 29). Anche il vino, mentre la carestia e la pestilenza imperversavano non soltanto a Edessa, ma in tutta la regione da Antiochia a Nisibis, era salito a 6 misure (= anfore) per solido; ma fu anche il primo a ridiscendere a 25 misure il solido nel 501-502, in se¬ guito a una vendemmia abbondante, mentre il grano e l’orzo si mantenevano rispettivamente a 4 e 6 modii il solido (§§ 41 e 45„ pagg. 31 e 34-35). Solo successivamente il grano ridiscese a 12 modii il solido e l’orzo a 22 (§ 46, pag. 35). 454 Cfr. P. Cairo 67320 (prezzo di Stato) ; una ventina di altri prezzi al lì¬ bero mercato (cfr. papiri elencati in Johnson & West, Byzantine Egypt eit, pagg. 177-178) risultano, nella stessa epoca, all’ineirca equivalenti: cfr. pure Jones, art. cit., pag. 304. Si è tentato un calcolo approssimativo dei prezzi in denarii sulla base di 1 s. = 52.000.000 d. e 1 s. = 72.000.000 d., che sono i cambi noti per l’Egitto nel VI secolo (cfr. P. Oxy. 1911 e 2195). 455 Cfr. P. Oxy. 154 ; il frumento costa 2 κεράτια per artaba ; 1 κεράτιον (frazione teorica, e non moneta) è la ventiquattresima parte del solido (= si¬ liqua aurea). 4158 Cfr. Ed. IV, 1, pagg. 324-325; i prezzi calcolati in oro variano a se¬ conda che si adotti il cambio di 1 libbra d’AU = 50.000 denarii, oppure 1 lib¬ bra d’AU = 100.000 denarii : cfr. sopra, pag. 368, n. 437, e Nota Complemen¬ tare F, pagg. 544 sgg. 457 Nel 363, sotto Giuliano, 1 libbra di carne suina costa, nelle province centro-meridionali, 6 folles (cfr. C. Τη. XIV, 4, 3 ; E a pretia, quae in Campania per singulos annos repperiuntur, suariis urbis Romae debent solvi... Et quia officialibus pro omni supplicio sufficit direptorum restitutio, quidquid ultra se¬ nos folles per singulas libras claruerit flagitatum, id fisci viribus protinus vin¬ dicetur. ... ita, ut non ad pretia, quae in urbe Roana repperiuntur, sed quae aput Campanos in publicis usibus habentur, nummaria celebretur exactio). In alcune leggi di questi medesimi anni sono inoltre fissate le equivalenze 1 anfora di vino comune = 70 libbre di carne suina (cfr. Ibid. XIV, 4, 4 del 367 : ... Lucanus possessor et Brittius... possit, si velit, speciem moderata, hoc est septuagenarum librarum compensatione dissolvere, quod ibi debebit inferre, ubi vina fuerat traditurus... etc.), e 1 anfora di vino = 2,25 solidi (cfr. Ibid. XIV, 6, 1 del del 359: Ex amnibus praediis, quae iam dudum praestationi cal¬ cis coeperunt obnoxia adtineri, coctoribus calcis per ternas vehes singulae amphorae vini praebeantur... ; Ibid. XIV, 6, 3 del 365 : Statum urbis aeternae reformare cupientes... iubemus, ut calcis coctoribus vectoribusque per singulas vehes singuli solidi praebeantur, ex quibus tres partes inferant possessores, quarta ex eius vini praetio sumatur, quod consuevit ex arca ministrari... In base a queste due ultime leggi, lo Chastagnol ha ritenuto che un’anfora di vino
Economìa c social à nell·'« Italia Annonaria » 370 equivalesse a 3 solidi, fra il 359 e il 365: cfr. Ciiastagnol, Le ravitaillement cit., pagg. 20-21; ma, anche a prescindere dai fatto che un prezzo del genere risulterebbe ancora più elevato di quello, già sostenutissimo, di 2,25 solidi per ogni anfora di vino comune, la seconda legge denota chiaramente, rispetto alla prima, l’intenzione dell’Imperatore di blandire i calcis coctores, migliorandone la retribuzione per ottenerne più efficienti servizi : è quindi probabile che il compenso di un’anfora di vino per ogni 3 trasporti, che i proprietari avevano corrisposto ai calcis coctores dopo il 359, una volta aderato nel 365 corrispon¬ desse soltanto a très partes [3/4] di solido per ogni viaggio, mentre il restante 3/4 di solido a carico dell’arca vinaria doveva rappresentare un aumento nella retribuzione dei calcis coctores). Da quanto s’è visto sopra, si arriva perciò a stabilire il tanto discusso rapporto fra il follie e il solido, in questi anni, nella misura di 1 s. = 187 f. circa (più precisamente 186,6 f., e non 140, come invece preferirebbe lo Chasta- gnol; non deve far meraviglia questo ammontare soltanto approssimativo nella valutazione del solido in termini di moneta enea, dal momento che il valore di quest’ultima, essendo superiore a quello reale, era passibile di oscillazioni continue e può rapportarsi all’oro in maniera, più che altro, astratta e fittizia). Più incerto si presenta invece il calcolo del prezzo del lardo in denarii, dal mo¬ mento che estremamente discordi sono i pareri dei diversi studiosi sul valore da attribuirsi al follis. Il Mommsen lo riteneva equivalente a 21 denarii (fon¬ dandosi soprattutto sullo studio delle monete bizantine e vandale dell’età di Anastasio: cfr. Th. Mommsen, Histoire de la Monnaie Romaine, tr. fr., Ill, Paris 1873, pagg. 101, 108-109, 164-165; vd. pure J. Marquardt - Th. Mommsen, Manuel des Antiquités Romaines, tr. fr. X, De l’organisation financière chez les Romains, Paris 1888, pagg. 57-58; Hultsch, o. c., pagg. 340-347 e partie. 343, n. 5; V. «Follis» [O. Seeck], P. W. VI, coll. 2828-2838, etc.; qui, natural¬ mente, si intende parlare del follis che lo Hultsch designa col nome di Münz- follis, per distinguerlo da altre unità di conto con lo stesso nome e di maggior valore, il Silherfollis [=125 miliarensi = 9 solidi = 54.000 denarii] e il Denar- follie o kollektiver Kupf erf olite [=250 denarii]). Parecchi studiosi moderni tendono invece ad attribuire al follis un valore in denarii molto più basso: il Piganiol — come già il Seeck — lo ritiene equivalente a 2 denarii (cfr. Piganiol, L’emp. chrét. cit., pagg. 68 e 297) ; il Vogt a 10 (cfr. J. Vogt, Constantin der Grosse und sein Jahrhundert, München 1949, pagg. 231 sgg.) ; lo Chastagnol a 6 (cfr. Chstagnol , Le ravitaillement cit.) ; il Bolin a 5 denarii (cfr. Bolin, o. c., pag. 318). Anche il Mickvvitz propone l’identificazione del follis con la moneta di rame argentato da 5 denarii introdotta da Diocleziano, pur non escludendo la possibilità di attribuire al follis anche un valore di 20 denarii (cfr. Mickwitz, Geld u. Wirtschaft cit., pag. 70, n. 138) ; l’Ensslin, a sua volta, propende per la soluzione 1 follis = 20 denarii (cfr. W. Ensslin, The Reform of Diocletian, The Cambridge Ancient History XII, Cambridge 1939, pagg. 383-408 e partie. 404; cfr. pure W. Kubitschek, Follis, Philol. Woclienschr. LII [1932], 35Î-38, coll. 1177-1182 = Festschrift zu F. Poland, coll. 233-238 ; Segrè, Metrologia cit., pag. 443; J.-P. Callu, «Follis singularis» (à propos d’une inscription de Ghirza, Tripolitaine), Mèi. d’arch. et dhist. LXXI [1959], pagg. 321-337, dove sono ricordate le fonti letterarie, papirologiche ed epigrafiche riferentisi al follis, e viene accettata l’equivalenza 1 f. =5 d.).
Dai Goti ai Longobardi 377 In effetti, date le equivalenze, qui accertate per gli anni 359-367, di 1 libbra di carne suina = 6 folles e 1 solido = 187 folles, attribuendo al follis un valore di 5 denari si otterrebbe un prezzo del lardo (30 denarii per libbra) in appa¬ renza accettabile, se rapportato a quello del 301 (12 denarii, prima del pro¬ gresso dell’inflazione enea sotto Costantino) e del 419 (50 denarii, che dovrebbe allora denotare un rincaro della derrata negli anni successivi al sacco di Roma da parte di Alarico: cfr. Chastagnol, art. cit.). Tuttavia, si verrebbe così a calcolare un cambio del solido a solamente 1.000 denarii (935, per la preci¬ sione), inammissibile per le età successive a Costantino, con il quale l’infla¬ zione del denario progredì da quattro a sei volte, e forse più, per poi conti¬ nuare ad avanzare lentamente sino alla metà del V secolo, nonostante alcuni isolati tentativi di deflazione da parte degli Imperatori (il cambio ufficiale di 1 s. = 6.000 d., nella prima metà del IV secolo, passerà a 6.800 denarii agli inizi del V secolo e a 7.000-7.200 nel 445 : cfr. Hultscii, o. c., pagg. 338 sgg. ; Id., V. « Denarius », P.W. V, pagg. 202-215 ; F. örtel, The Economie Life of the Empire, Cambridge Ancient History XII cit., pagg. 232-281 e partie. 269, n. 4). Ancora più inverosimile risulterebbe il cambio del solido se si identi¬ ficasse il follis con il doppio denario (1 solido = 374 denarii, nel 359-367). Il Piganiol, attribuendo al suo follis il valore, appunto, di 2 denarii, calcola il prezzo del lardo, dato da C. Th. XIV, 4, 3 nella misura di 6 folles, come equi¬ valente a 12 denarii, e cioè identico a quello del calmiere dioclezianeo : ne con¬ clude che l’intero sistema monetario, a quest’epoca, non era affatto decaduto, come generalmente si suol credere: cfr. Piganiol, L’emp. chrét. cit., pag. 298. Ciò che l’Autore afferma è però in contraddizione con quanto egli stesso so¬ stiene in altro luogo, e che è ammesso dalla maggioranza dei metrologi e dei numismatici: che, cioè, sotto Costantino la massa della moneta enea si era all’incirca sestuplicata : cfr. Id., o. c., pag. 297. Ammettendo, perciò, che nel 363 il prezzo del lardo fosse ancora di 12 denarii la libbra, come nel 301, si avrebbe una identità soltanto di cifre, ma si dovrebbe ammettere che, nella realtà, la derrata fosse nel frattempo calata di prezzo di circa sei volte : il che, fra l’altro, appare assai poco credibile. Se, invece, si accetta la equivalenza di 1 follis = 21 denarii, si ricava un prezzo del lardo di 126 denarii per libbra, e un cambio del solido pari a circa 4.000 denarii (3.927). Quest’ultimo, in verità, risulta meno sostenuto di quanto ci si aspetterebbe secondo la comune opinione (e cioè 1 solido = 6.000 denarii circa) : dati, però, i limiti piuttosto modesti che lo scarto presenta, è ragionevole supporre che effettivamente, durante il regno di Giuliano e negli anni im¬ mediatamente successivi alla sua morte, abbia avuto luogo una certa defla¬ zione del denario. Del fenomeno non si avrebbe altra testimonianza specifica che quella presente; esso, comunque, si inquadrerebbe molto bene nelle carat¬ teristiche di tutta la politica economico-monetaria di Giuliano (forse, prima di lui, già iniziata da Costanzo), impostata sul ribasso dei prezzi per editto statale (cfr. pagg. 270, n. 175, e 372, n. 449) e sulla tendenza a migliorare il corso del rame rispetto a quello dell’oro (cfr. in generale Mazzarino, Asp. Soc. cit., pagg. 89, 107 e 115 sgg.; Piganiol, La crise sociale cit., pagg. 5-15). Noi sappiamo inoltre che, sotto Giuliano, il valore dell’argento rispetto all’oro au¬ mentò, passando dal rapporto di 14 :1 a quello di 12 :1, con un rincaro quasi del 16 % (cfr. Hultsch, o. c., pag. 339) : è perciò logico supporre che il valore
878 Economìa e società nell'« Italia Annonaria » della moneta di rame argentato abbia allora subito un rialzo rispetto a quello dell’oro anche per tale via, indipendentemente da eventuali provvedimenti defla¬ zionistici da parte dell’Imperatore (di fatto, il cambio giulianeo di quasi 4.000 de¬ narii per solido, rispetto a quello costantiniano di 6.000, rappresenta un aumento del 30 % circa nel valore del denario, quindi assai superiore a quello dell’ar¬ gento: il quale, da solo, non basta evidentemente a spiegare il fenomeno). Date queste premesse, nel derivare i prezzi in denarii delle varie merci da quelli in solidi, per l’età giulianea, riterremo valida la seguente equivalenza : 1 solido = 187 folles = 4.000 denarii. Accenniamo qui (senza entrare in una minuta discussione in merito, che ci porterebbe troppo lontano) alla curiosa teoria lanciata dal Jones in un suo recente articolo (cfr. A. H. M. Jones, The Origin and Early History of the Follis y J.R.8. XLIX [1959], pagg. 34-38). In esso l’Autore, partendo da un mo¬ saico di Piazza Armerina (inizio IV sec. d. C.) con la raffigurazione di alcune borse contrassegnate)^ ΧΠ (= 12.500 d.), sostiene che tali borse rappresen¬ tano dei folles, e che tale deve pertanto ritenersi il valore del follis in denarii nel IV secolo. Le successive interpretazioni di fonti letterarie, giuridiche e papi¬ rologiche contenenti prezzi in folles, che l’Autore si sforza di rendere coerenti e significative in base al suo assunto, riescono però, nel complesso, estrema- mente oscure, vaghe e spesso arbitrarie. Segnaliamo qui soltanto la contraddi¬ zione in cui cade l’Autore proprio a proposito di C. Th. XIV, 4. 3 testé cit., riferentesi al prezzo ufficiale della carne suina in Italia nel 353 d. C. Poiché, come abbiamo veduto, in tale legge viene stabilita una tariffa di 6 folles per ogni libbra di carne, secondo il Jones — ogni follis corrispondendo a 12.500 denarii — una libbra di carne suina sarebbe costata 75.000 d. ; altrove egli stesso ha riconosciuto (e si tratta di cosa comunemente ammessa : cfr. Jones, Roman Inflation cit., passim) che il cambio del solido in Italia, nella prima metà del IV secolo, si aggirò sempre intorno ai 6.000 d. (nè sembra superasse mai, anche più tardi, i 12.000 di massima). Stando così le cose, 1 libbra di carne = 6 folles = 75.000 d. = 12,5 s. Ma un simile prezzo in solidi di una libbra di carne suina è semplicemente assurdo, quando, tra la seconda metà del IV e la prima metà del V secolo, altre leggi ricordano tariffe di 80, 270, 240 e 200 libbre di carne per 1 solido (cfr. sotto, passim), e il Jones stesso ammette che il valore del lardo, espresso in oro, non dovette subire grandi variazioni tra il IV e il V secolo (cfr. Jones, The Origin of the Follis cit., pag. 37). 458 Cfr. C. Tu. VIII, 4, 17, falsamente datata al 389, e probabilmente attribuibile al 387-388 (secondo le persuasive argomentazioni di Mazzarino, Stilicone cit., pag. 45, n. 3; altri propendono invece per il 385: cfr. Seeck, Regesten cit., pag. 91; E. Stein, Â propos d’un livre sur la liste des préfets du prétoire, Byzantion IX [1934], pagg. 327-353 e partie. 344; J.-R. Palanque. Sur la liste des préfets du prétoire du IVe siècle [réponse à M. Ernest Stein], Ibid., pagg. 703-713 e partie. 712 ; etc.). Si tratta di un prezzo di aderazione, ed è quindi possibile che il tasso stabilito dal Governo fosse leggermente più soste¬ nuto di quello del mercato corrente (il quale sarebbe riflesso invece nei prezzi di coemptio), per favorire in qualche misura, con la possibilità di rea¬ lizzare un interpretium, le milizie comitatensi illiriciane, particolarmente care a Teodosio (questo è il punto di vista del Mazzarino, Aspetti soc. cit., pagg. 199- 201 e 214) ; non è tuttavia credibile che lo Stato, le cui misure miravano costan¬
Dai Goti ai Longobardi 379 temente proprio alla abolizione degli eccessivi interpretia, consacrasse in ma¬ niera ufficiale uno scarto abusivo troppo vistoso fra le tariffe di adaeratio e quelle di coemptio. Il passaggio al prezzo in denarii è stato calcolato su di un cambio del¬ l’oro di circa 6.800 denarii per solido (cfr. sotto, n. 459) ; della paulatim auri enormitate crescente rispetto alla moneta enea, proprio in questi anni, parla in¬ fatti anche Simmaco {Rei. XXIX, del 384-385), perorando presso Valentiniano II la causa dei collectarii di Roma e chiedendo che il cambio ufficiale del solido in denarii (già aumentato sotto Graziano : cfr. C.I. XI, 11, 2, legge datata dal Seeck ai 371-373), venisse ulteriormente rialzato per corrispondere ai prezzi forensi (cfr. in proposito ad es. Chastagnol, Un scandale du vin cit., pagg. 173-176 ; A. H. M. Jones, Numismatic and History, Essays in Roman Coinage presented to H. Mattingly, Oxford 1956, pagg. 13-33). 460 Cfr. C. Th. XIV, 4, 10; 20 libbre di lardo sono tariffate ufficialmente 100 denarii per la adaeratio. Il prezzo in oro risulta differente, a seconda che si adotti un cambio di circa 7.000 denarii per solido (6.800 denarii per solido sono attestati verso la fine del IV secolo o agli inizi del V : cfr. Hultsch, o. c., pagg. 339-340; 7.000-7.200 nel 445: cfr. Nov. Val. XVI cit.), oppure di circa 12.000 denarii (cfr. Jones, art. cit., pag. 311). 460 Cfr. Nov. Val. XIII, 4; il prezzo della carne della Numidia e Mau¬ retania Sitifensis è fissato a 270 libbre il solido. Il 18 gennaio di quello stesso 445 il prezzo dell’oro era stato ufficialmente stabilito a 7.000-7.200 denarii per solido (cfr. Nov. Val. XVI cit.). 461 Cfr. Nov. Val. XXXVI, 2 (carne suina). Si ritiene sempre valido il cambio 1 s. = 7.200 d. 462 Cfr. P. Cairo 67320 (il prezzo governativo di coemptio è fissato a 200 libbre di carne il solido) : vd. A. H. M. Jones, recensione a Johnson & West, Byzantine Egypt cit., J.H.8. LXXI (1951) pagg. 271-272. Per il prezzo dell’oro nel VI secolo, in Egitto, conosciamo le due tariffe di 52.000.000 e 72.000.000 denarii per solido (cfr. sopra, pag. 375, n. 454). 403 Cfr. Ed., II, 10, pag. 322, dove è indicata la tariffa di 8 denarii per sestario italico (occorrevano 48 sestari per fare un’anfora) ; i vini italici di qualità, nell’Editto, hanno invece prezzi doppi, tripli e, in qualche caso, quasi quadrupli rispetto a quelli del vino comune (16, 24 e 30 d. al sestario : cfr. Ed., II, 1 a - 9). Per il calcolo dei prezzi in oro, cfr. sopra, pag. 375, n. 456. 4<w Cfr. C. Th. XIV, 6, 1 e 3, citt. sopra, pag. 375, n. 457, e considerazioni relative. 465 Cfr. Nov. Val. XIII, 4; il prezzo di coemptio del vino è fissato nella misura di 200 sestarii italici per solido; 1 sestario italico corrispondeva a 539 millilitri = 20 once circa di vino (cfr. v. «Sextarius» [S. Dobigny], D.A.G.R. IV, 2, pagg. 1286-1287) ; 1 anfora di vino corrispondeva a litri 26,196 = 80 lib¬ bre = 48 sestarii (cfr. v. «Amphora» [metrol.] [C. Möbel], D.A.G.R. I, 1, pag. 250; v. «Quadrantal» [A. Sorlin - S. Dobigny], Ibid. IV, 1, pag. 796; v. «Uncia» [E. Babelon], Ibid. V, pagg. 590-591). Un’anfora di vino veniva perciò a costare 6/25 di solido, cioè poco più di 1/4 di solido. Il prezzo in denarii è stato calcolato in base al cambio 1 s. = 7.200 d. (cfr. Nov. Val. XVI, cit,),
380 Economia c società nell\ Italia Annonaria » I dati di cui disponiamo sono di valore ineguale a seconda delle fonti (legislative, epigrafiche, narrative o documentarie), rappresentando generalmente i livelli ora minimi ora massimi dei prezzi al libero mercato, oppure i calmieri imposti per editto sta¬ tale. La loro successione cronologica è inoltre alquanto irregolare, mancando quella ricca e uniforme disponibilità di testimonianze che soltanto i papiri egiziani sono in grado di fornire, nella Pars Orientis dell’Impero. Spesso vengono a interferire difficoltà più o meno marginali di carattere numismatico e metrologico, non sempre risolvibili con sicurezza. L’intera questione, infine, si in¬ serisce nella più vasta problematica economico-monetaria di que¬ sti secoli, la cui complessità rende talora arduo valutare con ap¬ prossimazione men che generica gli effetti dei diversi fattori eco¬ nomici in giuoco, spesso reciprocamente rafforzantisi oppure eli- dentisi. Come che sia, abbiamo qui riportato, sotto forma di succes¬ sive tabelle, i dati ricavabili dalle varie fonti, con tutte quelle pre¬ cisazioni che possono fornire elementi utili al giudizio. Aiutandoci poi, per confronto, con i dati per noi più significativi di statistiche analoghe, già elaborate da altri studiosi in riferimento all’Egitto, alla Tracia, alla Siria, all’Africa e alla Mesopotamia, vedremo quale significato appaia legittimo attribuire a queste successioni di cifre, e quali conclusioni se ne possano dedurre. Una valutazione dei prezzi del frumento deve tenere conto, in partenza, soprattutto di una difficoltà : che, cioè, si tratta d’una merce soggetta a fluttuazioni occasionali o stagionali di entità molto variabile, benché presenti poi anche il vantaggio di una grande uniformità qualitativa e — come genere di primissima necessità — assicuri una richiesta costante da parte dei consu¬ matori, poco o nulla risentendo del variare dei gusti e delle consuetudini. Cfr. An. Yal. II, 73 (... emerunt et vinum triginta amphoras in soli¬ dum: al tempo della fcUcitas Italiae teodericiana ; vd. tuttavia le riserve fatte a pag. 369, n. 440). Il prezzo in denarii è stato calcolato in base al cambio 1 s. = 6.000 d. (cfr. Cass., Var. I, 10, cit. a pag. 370, n. 440). Siccome, però, questo prezzo fornitoci dall’Anonimo (sempre ammesso che gU si debba cre¬ dere) dovette caratterizzare un periodo di eccezionale buon mercato, allorché anche il frumento fu venduto alla metà del suo comune prezzo di abbondanza in questi secoli, non ò improbabile che pure il costo corrente del vino, in più
Dai Goti ai Longobardi 88.1 In Italia, per quanto riguarda il grano, dopo la tariffa in denarii fornita dall’Editto dioelezianeo e genericamente valida per tutte le province dell’Impero, ci troviamo di fronte a una totale assenza di informazioni sino allo spirare del secolo V. Tuttavia, quando la serie dei dati riprende, i prezzi in oro del frumento in Italia (soprattutto in tempi normali e in rife¬ rimento a regioni produttrici di cereali quali la Transpadana o la Sicilia) appaiono del tutto simili a quelli contemporanea¬ mente noti per l’Africa, l’Egitto o la Mesopotamia. In questo caso, perciò, ci si sente autorizzati a colmare la precedente la¬ cuna mutuando i dati dai papiri o da altre fonti orientali. Da un’occhiata anche superficiale ai prezzi del frumento in denarii (quasi tutti, peraltro, ricavati per via indiretta da quelli in oro, appoggiandosi ai cambi di quest’ultimo in moneta enea, noti per le diverse epoche nelle differenti regioni), balza subito evidente la differenza tra le tariffe egiziane, che salgono pauro¬ samente di anno in anno nel corso di tutto il IV secolo 468, e quelle delle province occidentali, dove l’inflazione enea sembra avere progredito con grande lentezza, da Costantino in avanti46s). normali circostanze, si aggirasse su tariffe almeno doppie (15 anfore il solido? 1.080 anfore per libbra d’AU?). Un prezioso dato sul prezzo del vino fiscale in Italia tra la fine del V e gli inizi del VI secolo ci sarebbe fornito da un documento ravennate databile fra il 487 e il 510 circa (Marini 138 : inventario dì pittacia e cautiones ap¬ partenente a uno scrinium pubblico o all’archivio di qualche funzionario), ma il cattivo stato del testo ne rende impossibile l’utilizzazione. Alla 1. 19, infatti, viene catalogato il pittacium (= ricevuta) cr(aecum?) ad nomen (= stilato in presenza di) Macedoni de [vini am) fora sol. XXXV s(emis) in mense Aug(usto) ind(ictionis) tertiae (forse del 510, sotto il consolato di Basilio Iuniore, oppure nel 494-495). L’integrazione e lettura del Marini appaiono pertanto invero¬ simili (35 solidi e mezzo per un’anfora di vino, quando esso, anche nei mo¬ menti di maggiore caritas, non superò che di poco i 2 solidi per anfora) ; è pro¬ babile che la ricevuta si riferisse a un certo numero di anfore di vino, la cui indicazione è purtroppo andata perduta. 407 Cfr. Yesü 'Stylita, Chron. §§ 38, 41 e 35, pagg. 29, 31 e 34-35 ed. Wright, cit. a pag. 375, n. 453. 408 Per farsene un’idea più completa e adeguata, basti considerare i suc¬ cessivi prezzi dell’oro in moneta enea, elencati a pag. 371, n. 445. 468 Un solido d’oro, che sotto Costantino valeva ufficialmente circa 6.000 denarii, ne costava a un dipresso 4.000 sotto Giuliano, 6.800 alla fine del IV se¬ colo o agli inizi del V, 7.000-7.200 nel 445, 6.000 alla fine dei Y secolo e nella pri-
382 Economia e società nell\ Italia Annonaria » Mancano elementi sicuri per decidere se il fenomeno sia staio allora esclusivo delPEgitto o sia dipeso da una possibile (benchò inverosimile) diversità nella politica monetaria di tutta la Pars Orientis dell’Impero. La questione è nota e annosa, e ha ottenuto le spiegazioni più diverse. Particolarmente felice è quella, re¬ centemente riproposta dal Jones, che ritiene di poter ridurre ogni divergenza a una differenza di terminologia. Osservando che, nel V e VI secolo, il denario o nummus si stabilizzò in Occidente al cambio di 7.000-7.200 e poi 6.000 unità per solido, mentre in Egitto, quando anche qui Pinflazione incominciò a recedere, un solido valeva 6.000 miriadi di denarii (fine IV see.) e poi 5.200 7.200 miriadi (VI secolo), egli suppone che ogni denario occiden¬ tale corrispondesse alla moneta minima di rame in circolazione presa come unità di conto, mentre nelPEgitto, più conservatore, si sarebbe continuato a riferirsi all’antico denario teorico, infla¬ zionato ormai fino alPinverosimile ; perciò ogni denario occiden¬ tale, grosso modo, avrebbe corrisposto a una miriade di denarii egiziani, comune restando a tutte le province delPImpero il nume¬ rario di bronzo effettivamente circolante 47°. In ogni modo, tanto nel caso del frumento, come più avanti in quello di altre merci, i prezzi in moneta enea (che, tale può ormai chiamarsi anche il numerario fornito di superficiale ar¬ gentatura) sono troppo scarsi, indiretti e malsicuri per servire da appoggio a considerazioni di qualche importanza. Essi sono stati affiancati nelle tabelle a quelli in oro più per amore di com¬ pletezza che non per la convinzione di poterne trarre indicazioni veramente utili. Ritornando ai prezzi del frumento in oro, si può dire che, dagli inizi del IV sino a quelli del VII secolo (in territorio bi¬ zantino), essi restano quasi invariati, con una ricorrente costanza di cifre che può lasciare stupiti : le tariffe di abbondanza o quelle di calmiere (queste ultime certo rispondenti al livello del mer ma parte del VI (cfr. sopra, pag. 369. n. 440). L’inflazione era comunque desti¬ nata automaticamente ad estinguersi airinizio del V secolo, essendo cessata dappertutto la emissione di nuove monete di rame dopo la morte di Teodosio; soltanto un secolo più tardi, al tempo di Odoacre e di Anastasio, in Italia, in Africa e in Oriente le officine monetarie ripresero a battere moneta di rame, in emissioni, però, molto più controllate che per l’addietro. 470 Cfr. Jones, Inflation cit., pagg. 310-311 e passim.
Dai Goti ai Longobardi 383 cato normale, ma con tendenza piuttosto depressiva) oscillano da 2.000 modii per libbra d’oro nel 301 471, a 2.249 nel 314, a 2.996 nel secondo quarto del IV secolo, a 1.740 nel 340 circa, a 2.160 nel 368, a 2.880 nel 445, a 1.800 nel 535-536, a 2.160 nel 604 e anche più avanti, nel corso del VII secolo. Si distaccano dalla media soltanto i 6.608 modii del 315 (non però sicuramente accer¬ tati, e comunque riferibili all’Egitto per eccellenza frumentario) e i 4.620 modii del 497-508 circa (registrati dalla fonte tra gli effetti di un’annata eccezionalmente florida in Italia). Anche i prezzi massimi di carestia ricorrono, in secoli e re¬ gioni diverse (in base, è superfluo dirlo, alle fonti più eterogenee), con la curiosa costanza di cifre già osservata: ai 720 modii per libbra d’oro del 362-363 ad Antiochia fanno riscontro i 720 del 368 a Cartagine e i 720 del 535-536 nella Liguria e nelle Venetiae. A parte vanno invece considerate alcune massime del tutto ec¬ cezionali (12 modii contro 1 libbra d’oro nel 491 a Eavenna — cui si può credere a stento — e 62 modii nel 545-546 a Roma), ri¬ cordate saltuariamente dalle fonti in concomitanza di lunghi assedi e di pestilenze che acerbamente colpirono l’Italia nei se¬ coli V e VI4TO. m Tra \e diverse cifre riportate dalla tavola sinottica, tutte riferentesi al prezzo del grano nel 301 e varianti a seconda delle innumerevoli interpretazioni date alVEditto dagli studiosi, noi abbiamo preferito quelle ottenute accettando la posizione del Bolin (1 mod. castr. = 2 mod. ital. ; 1 libbra d’AU = 100.000 de¬ narii) ; soltanto, infatti, per tal via si possono raggiungere risultati ragionevoli, cioè prezzi che, in quanto fissati per calmiere dallo Stato, si adeguano a quelli di mercato noti da altre fonti, con tendenza lievemente ribassista (discretamente avvertibile in Italia, dove le tariffe sul Ubero mercato non superavano dì solito i 30 modii per soUdo, appetto ai quasi 34 dell’Editto, per un medesimo quanti¬ tativo di oro ; trascurabile invece ad es. in Egitto, assai ricco di frumento, dove i prezzi normali potevano raggiungere con maggiore facilità i 43 modii per solido e anche meno). Ammettendo, invece, tutte le altre ipotesi proposte dagli studiosi, i prezzi del grano nell'Editto risulterebbero al livello di quelli più esosi di carestia a noi noti in questi secoli. Per tutta la questione e relativa bibliografìa si rimanda alla Nota Complementare F, pagg. 544 sgg. 472 I prezzi del frumento nell'Impero Bizantino, del resto, si mantengono nel medesimo ordine di grandezza, aggirandosi normalmente sui 18-26 modii per solido, ma potendo raggiungere i 60-70 modii in periodi di vilitas o per editto statale, e salire fino a 3 solidi il modio durante le carestie (cfr. sopra, pag. 369, n. 440).
384 Economìa c .società nell'« Italia Annonaria » In Italia dunque, come pure nelle altre province della Pars Occidentis, nei periodi di deficit per così dire « normali », ricor¬ renti quasi stagionalmente, il frumento subiva un rialzo di ben tre volte rispetto alla sua quotazione sul mercato dopo un rac¬ colto abbondante (10 modii per solido in luogo di 30, o 5 in luogo di 15; tali scarti sembrano un poco più attutiti in Egitto, dove si passa a 16-18 modii per solido dai 43-45 circa abituali). Ciò consente pertanto di valutare in cifre quali furono, in questi tre secoli, le effettive possibilità di guadagno che si offri¬ rono ai produttori-riegotiantes di frumento; quali poste si cela¬ rono dietro le loro manovre per accaparrare la derrata e farla sparire artificialmente dal mercato in attesa del forte e sicuro rialzo; quali stimoli, anche in età molto tarda, poterono inco¬ raggiare il trasporto del grano da regioni più floride a mer¬ cati meno fortunati in crisi deficitaria occasionale oppure per manente, purché fosse garantita l’indipendenza dal controllo di¬ retto dello Stato e una minima facilità di trasporto per via fluviale o marittima. I trasporti per via d’acqua infatti, come s’è veduto47θ, non dovevano gravare sul prezzo del frumento stesso con una spesa superiore al 25 % del suo valore, mentre quelli terrestri, per un ugual peso di merce sulla medesima di¬ stanza, erano oltre 100 volte più sostenuti : sicché una certa quantità di grano che, perdurando l’abbondanza, avrebbe dovuto essere venduta in loco (a privati oppure al Governo) a circa 30 modii il solido, poteva invece essere smerciata su un altro mer¬ cato, dove la richiesta fosse forte, a circa 15-10 modii il solido (prezzo considerato normale in città sistematicamente importa¬ trici, come per es. Roma, Costantinopoli o Antiochia 474) ; mentre il suo prezzo onesto — tenendo conto dell’incidenza dei gra¬ vami di trasporto — non avrebbe dovuto in ogni caso superare i 22,5 modii per solido. Come si vede, anche il carico di una nave sola (che era in grado di trasportare da 10.000 a 20.000 modii di massima, a seconda delle sue dimensioni 470 ) poteva assicu¬ rare un ben lauto guadagno, a chi si fosse sobbarcato i rischi e 478478 Cfr. pagg. 292 n. 240, e 344 n. 404. 474 Cfr. sopra, pagg. 372 n. 449, e 374 n. 451. 475 Cfr. pag. 292 n. 240.
Dai Goti ai Longobardi 385 i disagi di una scomoda transvectio*™. Ci si rende così conto anche del significato che, pur nella loro inefficacia ed ignoranza delle leggi economiche, intendevano avere gli editti e i calmieri di Stato, diretti a frenare il rincaro e le « normali » speculazioni di questo tipo. In grosse cifre, le oscillazioni dei prezzi del frumento in oro, dal IV al VII secolo, si mantengono dunque quasi co¬ stanti, forse con una lieve tendenza al ribasso verso le età più tarde. Volendo, poi, risalire con la propria indagine ai primi secoli dell’Impero, ci si avvede che anche i prezzi del I e II se¬ colo, una volta rapportati all’oro, non denotano divergenze so¬ stanziali, aggirandosi sempre sui 2.000-2.500 modii per libbra d’oro in tempi normali, 1.000-1.250 durante le carestie, e 4.000 circa in eccezionali periodi di vilitas*™. Tutt’al più, si può os» Vi è chi ha sostenuto la quasi-impossibilità, almeno dal IV secolo in avanti, di effettuare considerevoli trasporti interregionali di merci onerose in caso di carestia, ricordando quel passo in cui Gregorio di Nazianzio racconta come, durante una durissima fame a Cesarea di Cappadocia, fosse stato impos¬ sibile attuare una importazione di frumento da altre province, per via dei proi¬ bitivi costi di trasporto (cfr. Graeg. Nat., Orat. XLIII in laudem Basilii Magni 34 sgg., P.G. 36, coll. 541-544; Downey, The Economie Crisis cit., pagg. 312- 321). Si dimentica però che Cesarea era raggiungibile soltanto per disagiatis¬ sima via di terra, come Gregorio stesso sottolinea, là dove altre città (fra cui per es. Roma, e tutte quelle dellTtalia Settentrionale che a noi maggiormente interessano) fruivano di porti e di fiumi navigabili. 477 Cicerone, nel 70 d. C., considerava 2,5 sesterzi (= 5/8 di denario) un prezzo normale per un modio di grano in Sicilia, 2 sesterzi un prezzo basso, 3 sesterzi un prezzo elevato (cfr. Cic., II in Verr. Ili, 84, 90, 173-174: Cicerone rapporta i costi sopra riferiti al medimno, corrispondente a 6 modii ; 4 sesterzi corrispondevano a 1 denario). Anche al tempo di Tacito 3 sesterzi per modio erano giudicati una tariffa piuttosto elevata (cfr. Tac., Annal. XV, 39). Alcuni papiri egiziani del I-II secolo ci informano che il prezzo medio del frumento era allora di 7,13 drachmae per artaba : 4 dracme corrispondendo a 1 denario e V artaba equivalendo a 3,3 modii, il prezzo del frumento era dunque poco più di 1/2 denario per modio (cfr. Mickwitz, Ein Goldwertindex cit., pagg. 95-106). Du¬ rante il regno di Domiziano, il governatore della Galazia, Antistio Rustico, in occasione di una carestia ad Antiochia di Pisidia, dovette intervenire per stron¬ care le speculazioni, ordinando che il frumento riposto venisse venduto a non più di 1 denario per modio (essendo il suo prezzo, in tempi normali, di 8 o 9 assi, vale a dire 1/2 - 9/16 di denario: cfr. la lunga iscrizione con l’editto di L. Antistius Rusticus, pervenutaci quasi integra e pubblicata in W. M. Ramsay, Studies in the Roman Province of Galatia, VI : Some Inscriptions of Colonia Caesarea Antiochea, J.R.S. XIV [1924], pagg. 172-205, e partie, n. 6, pagg. 179- 25. L. Ruggini
386 Economia e società nell'a Italia Annonaria servare ehe, nell’Alto Impero, i prezzi di crisi raggiungevano in genere massime meno elevate che nel Basso Impero, e le quote di amiona cara raddoppiavano quelle di felicitas, in luogo di triplicarle come avverrà più tardi. 184). Circa alla medesima epoca Marziale, riferendosi alla vilitas che portava allora alla rovina gli agricoltori italici, parla di frumento venduto a 4 assi il modio, vale a dire 1/4 di denario (cfr. Mart., Epigr. XII, 76: Amphora vigesis, modius datur aere quaterno. / Ebrius et crudus nil habet agricola; l’asse era la sedicesima parte del denario : cfr. Hultscii, o. c., pagg. 299) ; si noti come questo rovinoso prezzo menzionato da Marziale corrisponda grosso modo a queUo che, già verso la metà del II secolo a. C., Polibio ricordava a riprova della altrettanto eccezionale abundantia e vilitas (εύωνία καί δαψίλεια) della Gallia Cisalpina, terra fecondissima ai suoi tempi, ma tagliata fuori dai grandi mer¬ cati (cfr. Pqlyb. II, 15; Polibio parla di 1 medimno siculo di tritico a 4 oboli, che è come dire 1 modio di frumento a un po’ più di 1/4 di denario, essendo il medimno siculo pari a 6 modii italici, e 1 obolo a 1/3 di denario : cfr. Hultsch, o. c., pagg. 253 e 654-657). Infine, in una iscrizione del II secolo d. C., rinvenuta a Fossombrone, in Umbria (Forum Sempronii, Regione VI), i municipes et in¬ colae celebrano i merita di L. Maesius Rufus che, in tempo di annona cara, aveva venduto il frumento a 1 denario per modio (cfr. C.I.L. XI, 6117 ; altri dati sul prezzo del frumento nei primi secoli dell’Impero in G. Raffo, Sui prezzi e salari nell’antiea Roma, Atti Acc. Lig. di Sc. e Lett. VII [1950], pagg. 169-180). Nei primi secoli deU’Impero il prezzo del frumento sembra dunque essersi costantemente aggirato su 1/2 denario per modio in tempi normali, 1 denario per modio durante le carestie e 1/4 di denario in eccezionali periodi di vilitas. Nel frattempo, la relazione fra il denario e l’aureo era sempre rimasta, almeno ufficialmente, di 25 : 1 (cfr., ancora al tempo di Caracalla, Cass. Dio, Hist. Rom. LV, 12, 4), nonostante la lenta, ma progrediente svalutazione del denario e la di¬ minuzione di peso dell’aureo (40-42 aurei ogni libbra d’oro durante il primo cin¬ quantennio deirimpero, 45 con Nerone, 50 con Caracalla: cfr. Plin. N.H. XXXIII, 3, 47 ; Jones, Inflation cit., passim) : si può dire perciò che un modio di grano corrispondesse a 1/1.000 - 1/1.050 di libbra d’oro (e poi a 1/1.125 con Nerone e a 1/1.250 con Caracalla) durante le carestie, a 1/2.000 - 1/2.100 di lib¬ bra d’oro (e poi a 1/2.250 con Nerone e a 1/2.500 con Caracalla) in tempi normali, a 1/4.000 (e poi a 1/4.500 con Nerone e a 1/5.000 con Caracalla) in annate di ec¬ cezionale abbondanza. I confronti tra i prezzi del grano nelle diverse epoche, dati i radicali mu¬ tamenti subentrati nel sistema monetario dall’Alto al Basso Impero, sono na¬ turalmente possibili solo convertendo l’intera serie delle tariffe (di volta in volta espresse in sesterzi, dracme, talenti o denarii) nel loro rapporto con la monetazione aurea e, da essa, in quello con la libbra d’oro (procedimento tanto più facile e lecito in quanto, com’è noto, la moneta aurea ebbe sempre un valore ufficiale assai vicino a quello intrinseco, e anche gli uomini del tempo pratica¬ rono spesso questo passaggio da una determinata valutazione in oro monetato alla sua trasposizione nel corrispondente oro a peso). Vi è però chi, come il Jones (Inflation cit., pag. 300), ha messo fortemente
Dai Goti ai Longobardi 387 Questi risultati appaiono in contrasto con l’affermazione di molti studiosi, secondo i quali il prezzo del frumento agli inizi del IY secolo sarebbe stato di 4 o 5 volte superiore a quello medio registrato dalle fonti dell’Alto Impero 478 ; ma essi, in base alle divergenti interpretazioni del calmiere dioclezianeo da noi sopra ricordate479, pensano che nel 301 il grano costasse 500 op¬ pure 1.000 modii per libbra d’oro, anziché 2.000, come noi invece crediamo. In ogni caso, anche volendo concedere che il punto di partenza di questi studiosi sia esatto, si dovrebbe ritenere che l’Editto indicasse non già un calmiere generale con tendenza ri¬ bassista, bensì soltanto un limite invalicabile per le peggiori speculazioni; nel qual caso i suoi prezzi andrebbero paragonati con quelli non di abbondanza, bensì di carestia, noti per l’Alto Impero: e allora non si avrebbe modo di rilevare alcun parti¬ colare rincaro. Al di fuori delYEdictutn de pretiis, comunque, la costanza delle tariffe del frumento in oro nei primi sette secoli dell’era cristiana appare incontrovertibile. Una volta definito questo primo punto, si può passare a in¬ terpretarlo. Per mettere schematicamente in luce con maggiore evidenza il relativo peso dei principali fattori in gioco, ci rifa¬ lli V remo ai termini della nota formula di Fisher, cioè P = vi ove P (il prezzo della merce) è direttamente proporzionale a M (massa del circolante) e a V (velocità di circolazione), e inver¬ samente proporzionale a Q (= T, nella formula originale di in dubbio la legittimità delle considerazioni fondate sulla trasformazione dei prezzi in oro e sul loro reciproco confronto : egli osserva che il vero prezzo delle merci (nel nostro caso del grano) era calcolato nella realtà in sesterzi, dracme, talenti o denarii, e non già in oro, il cui costo poteva a sua volta variare, come quello di una merce qualsiasi. A noi non sembra, tuttavia, che questa trasposi¬ zione dei prezzi in oro — benché artificiale — debba ritenersi del tutto vuota di senso e di utilità, ove si consideri che Toro, in grosse cifre e a distanza di secoli, andò rincarando con lentezza estrema, tanto da non influenzare affatto, per parte sua, l’andamento generale dei prezzi (cfr. Mickwitz, Ein Goldwert¬ index eit, pag. 106 e passim). Un raffronto dei prezzi in oro diviene poi assoluta- mente legittimo durante il Basso Impero, allorché l’uso di questo metallo si estende rapidamente alle comuni contrattazioni e le fonti stesse sogliono rife- rirvisi quasi senza eccezione nel riportare i prezzi delle varie merci (soprattutto dall età giulianea in avanti), anche per quantità assai ridotte delle medesime. 478 Cfr. Jones, Inflation cit., pag. 300. 47e Cfr. Nota Complementare F, pagg. 544 sgg.
Economia e società nell’« Italia Annonaria » «88 Fisher), indicante la quantità dei beni commerciabili a dispo¬ sizione480: come s’è detto, la formula verrà qui utilizzata come semplice strumento di lavoro, sebbene oggi essa non abbia più, fra gli economisti, il significato di una volta, e sebbene, nella medesima, i vari fattori P, Q, M, etc. sogliano piuttosto indicare delle quantità globali, cioè intese come aggregati di tutte le quantità (di prezzi, merce, moneta, etc.) rientranti nel processo di scambio. Constatato dunque che, per quanto riguarda il fru¬ mento, attraverso il tempo P (cioè il prezzo in oro) si mantenne, in cifre, quasi invariato, o meglio lentissimamente diminuì in piccola misura, si potrebbe immaginare anzittutto che il valore dell’oro (cioè M, la sua disponibilità sul mercato) fosse rimasto eguale, e pressoché immutata anche la generale reperibilità del frumento (Q), con una certa tendenza al ribasso dei prezzi sol¬ tanto nei secoli più tardi (per un incremento delle colture ancora superiore a quello della popolazione? Sarebbe una spiegazione veramente troppo ottimistica, con tutte le inverosimiglianze già altrove rilevate 481 ; per un forte calo della popolazione consuma¬ trice in seguito alle razzìe dei barbari, alle guerre ed alle pesti¬ lenze? È in certa misura possibile; ma tali flagelli avrebbero do¬ vuto danneggiare anche le campagne, diminuendo in proporzione quasi analoga la loro produttività; un vistoso calo demografico, inoltre, avrebbe dovuto agire alla stregua di un aumento generale della massa aurea disponibile, provocando un rialzo dei prezzi in oro in misura per lo meno tale da elidere la .corrispondente dimi¬ nuzione dei medesimi in seguito all’aumento di Q). Qualunque sia la spiegazione che si cerchi di dare a questo ipotetico ribasso del frumento, in connessione con avvenimenti d’ordine economico, storico o militare, sembra però ben difficile trovarne una che possa valere nello stesso tempo per regioni tanto diverse, che co¬ nobbero vicende altrettanto dissimili. 480 Osservazioni di metodo assai utili, benché riferentisi alla storia dei prezzi soprattutto nell’età medievale e moderna, si trovano in A. V. Judges, Scopi e Metodi della Storia dei Prezzi, Riv. Stor. Ital. LXIII (1951), pagg. 162- 179. Sulla portata e i limiti della teoria quantitativa (della quale l’equazione di Fisher è la versione più classica) si vedano da ultimo le osservazioni di C. Ponsard, La Théorie quantitative de la monnaie, Annales (E.8.C.) XIV (1959), pagg. 106-121. 481 Cfr. pag. 22, n. 26, pag. 154 e pasmn.
Dai Goti ai Longobardi 389 Si potrebbe allora pensare che fosse stato il valore del grano a rimanere invariato (in seguito a una sostanziale costanza di Q). mentre l’oro era andato nettamente deflazionandosi a causa della diminuzione di M (cioè della massa disponibile) e di V (cioè della velocità di circolazione) per effetto, a lunga distanza, della per¬ dita di alcune importanti miniere 482, della tesaurizzazione 483 484, dei tributi ai barbari, dei commerci economicamente passivi con l’O¬ riente (ma in misura, è fuori dubbio, assai ridotta 4M), della ge¬ nerale stasi nella circolazione durante i periodi bellici più tem¬ pestosi. Ancora, si potrebbe supporre che il potere d’acquisto dell’oro fosse andato vertiginosamente crescendo (com’è diffusa opinione di tutti coloro che parlano di « emorragia » dell’oro verso l’Oriente mediterraneo e asiatico 485) ; ma aumentato di pari passo (o quasi) fosse anche il valore del frumento, per una diminuzione della sua reperibilità sul mercato (Q), assai simile, per entità, a quella, drammatica, dell’oro (M) : di modo che le rispettive diminuzioni di M e di Q, elidendosi, avrebbero potuto lasciare P quasi inva¬ riato. Questa interpretazione corrisponde alla visione più pessi¬ mistica della situazione economica durante i bassi secoli, e sem¬ 482 In particolare le miniere aurifere della Transilvania, passate ai Ro¬ mani con la conquista della Dacia al tempo di Traiano, e definitivamente per¬ dute nel 270 d. C. 483 Sulla portata che intendiamo dare a questo termine, cfr. pag. 356. 484 Cfr. pag. 19, n. 20. Effettivamente cospicuo, al contrario, dovette es¬ sere il drenaggio dell’oro sotto forma di tributi ai barbari (uno spoglio siste¬ matico delle fonti in tal senso costituirebbe un contributo di grande interesse): Esichio di Mileto (fr. 6, F.H.G. IV, pag. 155), ad es., mette in rilievo i con¬ traccolpi economici dei tributi pagati nel 376 da Valente ai barbari (egli fu co¬ stretto a vendere terre pubbliche per procurarsi oro, provocando un violento deprezzamento dei terreni sul mercato; le medesime circostanze dovettero co¬ stringerlo a gravare con insostenibili sarcinae sugli aurileguli di Tracia: cfr. Amm. Marc. XXXI, 6, 6; V. Grumel, Numismatique et histoire, L’époque Valen¬ tinienne, Rev. des ét. hyz. XII [1954], pagg. 7-31); Ambrogio, nel 387, ricorda poi la pace con gli Unni e gli Iutungi comperata da Valentiniano II con l’oro (Ambr., Ep. XXIV, 8; sugli Unni auri cupidine immensa flagrantesy cfr. Amm. Marc. XXXI, 2, 11); nel 408, ancor vivo Stilicone, Alarico ricevette 4.000 libbre d’oro come μισθόν... της στρατειας (cfr. Olymp., fr. 5, É.H.G. IV, pagg. 58-59); e, più tardi, ottenne il versamento di 5.000 libbre d’oro e 30.000 d’argento, oltre a 4.000 tuniche di seta, 3.000 pelli coccineae e 3.000 libbre di pepe (cfr. Zos. V, 41, 4, pag. 270), etc. 485 Cfr. la bibliografia cit. In Ruggini, Ebrei e Orientali cit., pagg. 187- 188, un. 2 e 6.
390 Economia, e società nell’« Italia Annonaria » brerebbe a prima vista applicabile all’Italia, dove gli eventi bellici lasciarono ben poca tregua nei secoli V e VI. Ma essa ri¬ sulta in concreto inammissibile, se si osserva che i prezzi del grano in oro riferentisi all’Italia si discostano in maniera solo trascurabile da quelli africani o egiziani; e mentre si può sup¬ porre che, in una data epoca, il valore dell’oro fosse all’incirca eguale in tutto Vorbis Romanus (dato il suo alto valore rispetto alla esiguità della massa, e la facilità con cui poteva circolare a grandi distanze), riesce davvero arduo pensare che anche il fru¬ mento potesse divenire più raro (in seguito a squilibri e a scon¬ volgimenti bellici) proprio nel medesimo tempo e nella medesima misura, tanto nelle province occidentali quanto in quelle orien¬ tali. È comunque noto anche altrimenti come la deflazione del¬ l’oro, dal I al VII secolo, abbia proceduto con grande lentezza, non influenzando se non trascurabilmente l’andamento dei prezzi delle varie merci486; il fenomeno assai più conosciuto (e spesso posto in rilievo come un’insuperabile antinomia), per cui tutte le fonti occidentali, almeno sino al VI secolo d.C., sembrano deno¬ tare una considerevole abbondanza dell’oro nei diversi usi della vita quotidiana, nonostante il drenaggio verso l’Oriente e al di là del limes proclamato da tanti studiosi, non fa in realtà che confermare la sostanziale assenza di una crisi nelle riserve auree dell’Occidente487. Nè può essere chiamata in causa una vistosa 480480 Cfr. Mickwitz, Ein Goldwertindex cit., pag. 106 e passim ; Id., Geld und Wirtschaft eit., pagg. 21-33 ; Id., Le problème de l’or dans le monde antique, Ann. d’hist. 6c. et soc. VI (1934), pagg. 235-247. 487 Una cospicua raccolta di testimonianze sull’abbondanza dell’oro nel IV e V secolo si trova in Piganiol, Le problème de l’or cit. ; cfr. pure sopra, pag. 199, n. 626. In Cassiodoro si trovano invece i primi segni allarmanti di una forte ri¬ cerca di nuove riserve auree da parte del Governo (cfr. Cass., Var. IV, 34 [507-511]), e certamente il fenomeno è da porre in relazione con il tentativo di restaurazione monetaria energicamente perseguito in età ostrogota (cfr. pag. 355, n. 422). In Gregorio Magno poi, allo spirare del secolo, troviamo che Yinterpre- tium richiesto dalle autorità ai contribuenti, nella corresponsione di tasse ade- rate in solidi (destinate alla riconversione in oro a peso), è calato da 12 a 1,5 solidi rispetto all’età cdstantiniana (cfr. indietro, pag. 258, n. 149) : il che, se si dovesse imputare al solo aumento del valore dell’oro in circa tre secoli, indi¬ cherebbe una deflazione aurea quasi dell’86 % (di questo avviso era il Martroye, Sur la variation de la valeur de l’or cit., passim) ; è tuttavia pressoché certo che anche Vinterpretium in sè, dopo la lunga parentesi in cui esso fu reso su¬ perfluo dalla corresponsione, in sua vece, dell’oro a peso, venisse stabilito dallo
Dai Goti ai Longobardi 391 diminuzione nella domanda e nell’offerta della moneta aurea, dal momento che quest’ultima continuò nel periodo da noi studiato a circolare anche capillarmente presso tutte le classi della popola¬ zione nell’uso delle quotidiane contrattazioni 488. Per quanto, dunque, sia molto diffìcile valutare la rispettiva importanza di tutte queste variabili e l’interazione di fattori così diversi, reciprocamente inliuenzantisi, l’ipotesi più accettabile e ragionevole sembra essere quella da noi formulata per seconda : e cioè che l’aumento del potere di acquisto dell’oro, a causa di una secolare deflazione, si rifletta quasi esclusivamente nella li¬ mitatissima misura in cui i prezzi del frumento ad esso rapportati sembrano leggermente diminuire dal IV al VI secolo (20-25 %). La disponibilità del grano sul mercato, a sua volta, non avrebbe subito forti variazioni, a parte le oscillazioni costanti (certamente assai più frequenti nei lunghi periodi di crisi belliche), indicate dallo scarto fra i prezzi in oro dell’abbondanza e quelli di carestia. Se questa conclusione può apparire strana, in una età in cui tanto si è parlato (soprattutto per l’Italia) di declino della vita agricola, di crescenti difficoltà nell’importazione del grano e così via discorrendo, va però considerato che, in definitiva, sol¬ tanto Roma era stata abitualmente debitrice di tributi frumen¬ tari alle altre province. Dappertutto, altrove, era generalmente invalsa la regola dell’autonomia produttiva, tanto più necessa¬ ria, caso mai, di mano in mano che i tempi si facevano più diffì¬ cili e più aleatori i trasporti di merci onerose su grandi distanze. Ma come spiegare il fatto che i prezzi del grano fossero quasi i medesimi in province notoriamente cerealicole come l’Africa o l’Egitto e in Italia, dove si sa che la produzione frumentaria era sempre bastata a stento ai bisogni della popolazione? In realtà, soprattutto con l’accentuarsi del dirigismo statale durante il Basso Impero, province come l’Egitto o l’Africa furono sistema¬ ticamente oberate da onerosissimi tributi proprio sul prodotto di cui vantavano una tradizionale abbondanza, e la cui eccedenza Stato in misura assai più moderata che nel passato, in armonia con le generali tendenze che vennero in un secondo tempo affermandosi (cfr. Mazzarino, Aspetti soc. cit., pagg. 211-216 e passim). 488. Sui rapporti fra l’offerta e la domanda di moneta, la sua « liquidità » e i problemi generali che a tutto ciò si riconnettono, cfr. da ultimo Cipolla, Appunti per una nuova storia della moneta cit., passim.
392 Economia e società nell’«. Italia Annonaria » veniva perciò ogni anno convogliata verso Roma e, più tardi, Bi¬ sanzio ; l’entità di questo drenaggio48e, assieme con l’alto indice di popolosità della provincia 4<w, bastano a spiegare come il locale equilibrio fra produzione e richiesta finisse col non essere gran che dissimile da quello di altri mercati meno fortunati. In Italia, d’altro canto, la produzione frumentaria potè trovare un incentivo a svilupparsi nei secoli tardi proprio in quanto assai più modesta, e perciò libera da sistematici prelevamenti statali (soprattutto nelle regioni settentrionali) ; la possibilità di realizzare notevoli guadagni e la necessità di dover provvedere in misura crescente all’annona dell’Urbe, di mano in mano che i rifornimenti afri¬ cani si facevano sempre più aleatori, dovettero probabilmente incrementare le colture cerealicole a scapito di altre produzioni meno necessarie e, ormai, meno redditizie (in particolare i vi¬ gneti), come vedremo meglio più avanti. Gli eventi bellici del V e del VI secolo, d’altro canto, se da un lato influirono negati¬ vamente sulla produzione, senza dubbio operarono anche un forte calo demografico, provocando un proporzionale contrarsi della massa generale dei consumi. Sui prezzi della carne suina dal IV al VI secolo disponiamo di testimonianze meno mi merose, ma più regolari per qualità e di- 480480 L’Egitto, nel I secolo d. C., forniva 2.000.000 di modii di frumento ai- ranno e l’Africa, con ogni probabilità, circa il doppio (cfr. pag. 295, n. 252) ; più tardi, dopo che l’Egitto fu devoluto interamente all’annona di Costantino¬ poli, nel 330 d.C. (cfr. L. Bréhier, Constantin et la fondation de Constantinople, ReV. Hist. CXIX [1915], pagg. 241-272 e partie. 253-254), vennero ad esso ri¬ chieste forniture frumentarie annue da 7 a 12 volte superiori: 29.200.000 modii sotto Costantino, 14.600.000 sotto Costanzo II (cfr. pag. 294, n. 247), 8.000.000 di artabe (= 24.000.000 di modii) più tardi, in età bizantina (cfr. G. Houili.ard, L’administration civile de l’Egypte byzantine, Paris 1928, pagg. 128 sgg. ; S. Sa¬ ve anu, La coltura dei cereali nella Grecia antica e la politica dei cereali ad Atene [in romeno], Studii si cercetàri de Istorie Veche X [1925], pagg. 118, 152 sgg. ; G. I. Bbâtianu, La question de l’approvisionnement de Constantinople cit. ; Id., Nouvelles contributions cit). Si veda inoltre J. Despois, Rendements en grains du Byzacium, il y a 2000 ans et aujourd’hui, Mélanges E. F. Gautier, Paris 1937, pagg. 186-193, ove si dimostra l’infondatezza de « la légende d’une prospérité extraordinaire supérieure à l’actuelle» per una delle zone consi¬ derate tra le più fertili nell’Africa antica. 400 Cfr., Ambr., De Virginitate VII, 36 : ... ubi virginitatis studia crebriora, ibi numerum quoque hominum esse maiorem. Discite quantas Alexandrina, to- tiusque Orientis, et Africana Ecclesia quotannis sacrare consueverint. Paucio¬ res hic (in Italia) homines prodeunt, quam illic virgines consecrantur...
Dai Goti ai Longobardi 393 stribuzione cronologico-geografica, di quelle i*elative alle tariffe del frumento : nella maggioranza, le notizie riguardanti l’Italia si succedono l’una all’altra a intervalli di circa cinquant’anni, e forniscono quote di coemptio verosimilmente attinentisi ai livelli più bassi di mercato delle diverse età. L’andamento dei prezzi in oro della caro porcina denota un violento rialzo nella prima metà del IV secolo; poi deflette altret¬ tanto velocemente nella seconda metà del secolo ; si stabilizza su quote assai basse per tutta la durata del V, indi torna a rivelare una certa tendenza all’ascesa nel VI secolo, benché manchino te¬ stimonianze sufficientemente precise per l’Italia. Vediamo pertanto che, mentre nel 301 una libbra d’oro po¬ teva acquistare 8.330 libbre di lardo, nel 363 — per lo meno nel¬ l’Italia centro-meridionale — essa era in grado di comprarne soltanto 2.240 (il suo potere di acquisto rispetto al grano, nel frattempo, era rimasto quasi eguale, nelle annate buone) : il va¬ lore del lardo in oro, nel corso di poco più di un cinquantennio, si era dunque pressoché quadruplicato481. Cionondimeno, dopo al¬ tri venticinque anni (387-388), la crisi sembra avviata verso un superamento, il prezzo della larida caro essendo già disceso a 5.760 libbre per ogni libbra d’oro, vale a dire assai più che di¬ mezzato. E nel trentennio successivo la diminuzione continua con ritmo ancora più intenso, tanto che, nel 419, Onorio può stabi¬ lire per l’Italia una tariffa ufficiale di adaeratio della carne suina 481 Non è del tutto chiaro se la tariffa di 6 folles indicata dalla legge giulianea del 363 (C. Th. XIV, 4, 3, cit. a pag. 375, n. 457) designi il prezzo maximum di aderazione secondo le tariffe correnti in Campania, oppure sul mercato di Roma (alquanto più sostenuto): di quest’ultimo avviso è ad es. lo Ensslin, nel suo importante studio sull’opera legislativa giulianea (cfr. Ensslin, Kaiser Julians Gesetzgebungswerk cit., pagg. 171-172). In ogni modo — come osserva il Mazzarino, Asp. soc. cit.. pag. 411, n. 10 — il qtticquid ultra senos folles claruerit flagitatum si riferisce al pretium flagitatum di aderazione. Questo aumento di prezzo del lardo dovette verificarsi — più o meno sta¬ bilmente — anche in altre province: il Segré infatti, studiando le tariffe delle varie merci nell’Egitto tolemaico e bizantino, già da tempo aveva osservato che, nel IV secolo e in quelli successivi, i prezzi in oro della carne, del vino e del¬ l’olio apparivano quadruplicati, quintuplicati e anche più in proporzione a quelli del grano, rispetto all’Alto Impero: e anche se si può divergere sotto diversi aspetti dal Segré nell’interpretazione e nell’elaborazione dei complessi dati dei papiri (oggi, fra l’altro, assai più numerosi), non è possibile mettere in dubbio che questa tendenza rilevata dall’Autore sia esatta nella sua sostanza (cfr. Segré, Circolazione monetaria cit., pagg. 32-37 e passim).
Economia c /società nell'« Italia Annonaria » 394 ben tre volte più bassa di quella del 387-388, e in larghissima misura inferiore anche al livello dello stesso calmiere dioclezia- neo: ora, infatti, una libbra d’oro ha un potere di acquisto di ben 17.280 libbre di caro porcina, vale a dire una quantità circa doppia rispetto a quella del 301, e otto volte superiore a quella del 363. L’identico prezzo si ritrova in Italia dopo altri trentatrè anni (452); mentre in Africa, a una data all’incirca intermedia (445), esso appare un poco più basso (19.440 libbre di lardo per ogni libbra d’oro). Il Mazzarino ritiene che l’enorme dislivello fra i due prezzi di adaeratio del 387-388 e del 445 si spieghi in parte con il fatto che la larida caro (di cui era questione nella prima legge) fosse più pregiata della semplice carne (cui pare invece riferirsi il se¬ condo provvedimento), in parte per la tendenza — presente in Va¬ lentiniano III e non in Teodosio I — ad abbassare l’aliquota di coemptio sub hoc modo, quo annonam adaeravimus (cioè fino al conguaglio con quella di aderazione), allo scopo di favorire anche con questa misura, oltre che con la remissione di 7/8 dell’imposta, i contribuenti d’una provincia restituita dai Vandali solo tre anni prima (442); ma, soprattutto, si farebbe qui sentire l’influsso della radicale deflazione dell’oro, intervenuta nel corso dell’ultimo sessantennio. In verità, la differenza di prezzo che doveva sussi¬ stere fra le due qualità di carne può considerarsi trascurabile, se si osserva che il costo di una libbra di caro porcina a Roma nel 419 (in condizioni poco floride, non molto tempo dopo il sacco alariciano) è assai vicino a quello della semplice carne nel 445 in Africa, nelle province da poco razziate dai Vandali (1/240 di solido circa nel primo caso, 1/270 nel secondo); anche YHistoria Augusta fornisce un’unica tariffa sia per la caro porcina che per quella bubula i&2. Inoltre, Yinterpretium eventualmente consacra¬ to in maniera ufficiale da Teodosio con la sua legge del 387-388, per quanto inteso a favorire i milites e i burocrati illiriciani, non poteva però essere tale da spiegare da solo l’enorme differenza fra il tasso di 80 libbre per solido allora prestabilito e quello, più tardo, di 270 libbre per solido. Infine, anche se la deflazione del¬ l’oro doveva senz’altro aver progredito nell’ultimo ventennio del 92i92 Cfr. sotto, pag. 396, n. 495; nell’Editto dioclezianeo, invece, la carne di maiale costa un poco di più di quella di bue (12 e 8 d. per libbra rispetti¬ vamente) : cfr, En, IV. 1 e 2, pag. 324,
Dui < ìolì ai Longobardi 395 IY secolo e nella prima metà del V (in seguito a tante disgraziate vicende d’ordine militare, politico ed economico), non sembra che il fenomeno avesse assunto proporzioni molto vistose ; infatti, an¬ che ammesso (e non concesso) che l’aumento del prezzo dell’oro in denarii nella Pars Occidentis rispecchiasse per intero il progresso della deflazione dell’oro (invece che un’inflazione del denario quasi del tutto indipendente, attribuibile a un continuo incremento del numerario eneo immesso nella circolazione4a3), vediamo che il cambio ufficiale del solido passò dai 6.000-6.800 denarii della se¬ conda metà del IV secolo ai 7.000-7.200 del 445, con un aumento non superiore al 20 % 4fl4. I prezzi della carne suina invece, nel medesimo lasso di tempo, risultano calati di ben tre volte; ed è perciò giocoforza ammettere che una effettiva diminuzione nel valore della derrata dovesse aver avuto luogo dopo la crisi del¬ l’età giulianea. Una controprova è anche fornita dallo scarto parallela- mente verificatosi nelle tariffe in oro del frumento, che nella stessa misura dovettero risentire della deflazione aurea in atto : nel 368, pertanto, il prezzo, di coemptio del grano a Cartagine era di 30 modii di solido, mentre nel 445 esso era disceso, in Numidia e Mauretania Sitifense, a 40 modii il solido ; lo sbalzo non aveva dunque superato il 25 %, e ciò non fa, a nostro av¬ viso, che confermare come, nel frattempo, l’aumento effettivo del potere di acquisto dell’oro non dovesse avere superato di molto questa misura. Infine, un’ultima considerazione: un balzo verso il ribasso pari a otto volte il valore della merce — quale si veri¬ ficò in Italia per la carne porcina fra il 363 e il 419 — non deve Lo Stato immetteva moneta enea in circolazione pagando con essa lo stipendium delle truppe e comprando in denarii i solidi raccolti dai collectarii di Roma a una tariffa fissata dall’arca vinaria ; per contro, esso esigeva tutte le sue tasse in oro, aumentando così la propria disponibilità aurea e disinteres¬ sandosi della inflazione bronzea, che danneggiava fortemente le classi più umili, ma che ben poco poteva influire sulle sue finanze: cfr. Jones, Inflation cit., passim. 4M II prezzo dell’oro in denarii, al tempo di Valentiniano III, era au¬ mentato di 5 volte rispetto all’età dioclezianea (da 100.000 a 500.000 denarii circa per libbra d’AU), del 16 % circa rispetto all’età costantiniana (da 432.000 a 500.000 denarii per libbra d’AU), del 78,6 % rispetto all’età giu¬ lianea (da 280.000 a 500.000 denarii per libbra d’AU, se si ammette quanto ab¬ biamo esposto a pag. 375, n, 457),
396 Economia e società nell'« Italia Annonaria » apparire esagerato, data la grande facilità con cui le epidemie potevano improvvisamente falciare il bestiame e la rapidità con cui esso era poi in grado di tornare a riprodursi (nell’antichità, inoltre, la produzione si sviluppava empiricamente e non era, come oggi, anticipatamente commisurata con tanta precisione alle prevedibili esigenze di mercato, e perciò i dislivelli nelle tariffe erano molto più forti). Una testimonianza délYHistoria Augusta (che poteva in qualche modo avere presenti anche le condizioni del IV secolo) viene pertanto a confortare suggesti¬ vamente il fenomeno in questione: si narra infatti, nella Vita di Alessandro Severo, che il buon Imperatore seppe realizzare in un biennio la diminuzione dell’ ottuplo nei prezzi della carne suina e bovina, non già mediante l’artificiosa imposizione di calmieri, bensì semplicemente vietando per qualche tempo la macellazione delle scrofe e delle giovenche: Cum vilitatem po¬ pulus Romanus ab eo peteret, interrogabit per curionem, quam speciem caram putarent. Illi continuo exclamaverunt, carnem bubulam atque porcinam. Tunc ille non quidem vilitatem propo¬ suit sed iussit, ne quis suminatam occideret, ne quis lactantem, ne quis vaccam, ne quis damalionem, tantumque intra biennium vel prope a/nnum porcinae carnis fuit et bubulae, ut, cum fuisset octominutalis libra, ad duos unumquemque utri usque carnis libra redigeretur4™. Come che sia, un ultimo prezzo del lardo in oro, di cui di¬ sponiamo per l’Egitto del VI secolo d.C. (14.400 libbre di carne per una libbra d’oro), denota che, rispetto al secolo V, il livello medio delle tariffe sul mercato aveva continuato a essere dap¬ pertutto quasi il medesimo, con una certa tendenza al rincaro, che non si sa in quale misura attribuire a una minore disponi¬ bilità della merce sul mercato rispetto alla domanda, oppure, eventualmente, a un aumento del circolante aureo rispetto ai critici anni intorno al 445 in Africa. È comunque fuori dubbio che, in Egitto, gli allevamenti di suini dovevano essere esigui 493493 Cfr. SS. Hist. Aug. (Lamprid.), Vita Alex. Sev. XXII. Queste tariffe della caro porcina e bubula fornite dalla Historia Augusta — che si ritiene composta e rielaborata nel corso del IV see. — (8 HS = 2 d. per libbra in pe¬ riodo di grande caritas, 1 o 2 HS, cioè % o y2 d., in tempo di vilitas) sono tuttavia molto più basse di quelle note per gli inizi del IV see. da altre fonti (cfr. pag. 363).
Dai Goti ai Longobardi .397 per l’assenza di foreste e di pascoli adatti4ββ, anche se la scarsa reperibilità di lardo sul mercato poteva essere equilibrata dalla tenuità della richiesta, probabilmente limitata alle sole guar¬ nigioni militari romane quivi stanziate. Ci manca, purtroppo, una evidenza specifica per l’Italia in quest’epoca; ma vi sono fondati motivi per ritenere che, nelle province meridionali, il prezzo del lardo dovesse essere salito in maniera non trascurabile. Verso il 533-535, infatti, Cassiodoro ci informa che il canone fiscale pagato in aderazione per la carne suina dalla Lucania e dai Bruzii dovette essere ridotto da 1.200 a 1.000 solidi annui, in seguito all’incapacità dei contribuenti di far fronte alle prestazioni fiscali loro richieste 497 ; queste quote ci appaiono circa 5 volte inferiori a quelle pagate dalla medesima provincia ancora nel 452 (ben 5.400 solidi annui) 498, e fanno per¬ tanto pensare che, di pari passo con la contrazione dell’attività pastorizia meridionale negli ultimi 80-90 anni, anche i prezzi del lardo in Italia si fossero andati facendo più sostenuti : in quale misura non è però possibile arguire senza fantasticare (dato che occorre anche tener conto della più depressa domanda dell’Urbe, certamente meno popolata di un tempo). Altrettanto irregolari ci risultano, in questi secoli, le vi¬ cende dei prezzi (in oro) del vino di qualità comune 499. Nel primo cinquantennio del IV secolo anch’esso aumenta, ma non già, come il lardo, di 4 volte, bensì di circa 8 volte tanto : 406 Cfr. in partie, la carta forestale acclusa a Lombard, Le bois dans la Méditerranée cit. 407 Cfr. Cass., Var. XI, 39. 400 Cfr. Nov. Val. XXXVI (452 d. C.) ; nella medesima Novella il prezzo della carne suina era indicato nella misura, assai bassa, di 240 libbre per solido. Sulla involuzione delle province meridionali d’Italia nel VI secolo, cfr. pagg. 311 sgg. L’Italia Settentrionale, invece, ancora nel 507-511 esportava pro¬ babilmente lardo verso Roma (cfr. Cass., Var. II, 12, cit. a pag. 284), forse favorita dalla contrazione della produzione meridionale; sul contributo del¬ l’Italia Settentrionale al commercio del lardo e all’annona di caro porcina a Roma anche nei secoli precedenti, cfr. pag. 315, n. 306. 400 È infatti su di esso che le fonti legislative e letterarie ci dannosi mag¬ gior numero di notizie, essendo in larga quantità destinato alla colletta fiscale per i consumi della plebe e dell’esercito. Nel confrontare i prezzi del vino è importante stabilire preventivamente una certa uniformità qualitativa, dal momento che i vini pregiati potevano costare 2, 3 o 4 volte di pià di quelli di qualità corrente (cfr. pag. 379, n. 463).
398 Economia c società nell'« Italia Annonaria » Una libbra d’oro, che nel 301 comprava in tutto l’Impero circa 260 anfore di vinum rusticum (e da 130 a 64 anfore circa dei vini italici più pregiati), nel 359-365 in Italia non ne acquistava ormai che 32 anfore. Questo fortissimo rincaro, almeno in parte, non sembra però essere stato esclusivo della penisola italica, dal momento che per es. in Palestina — dove in età dioclezianea, con Una libbra d’oro, si compravano circa 581 anfore di vino (a un prezzo, dunque, ancora più basso di quello, medio, stabilito dal¬ l’Editto per tutto l’Impero) 500 — nel IV secolo più avanzato non se ne compravano più, sempre con una libbra d’oro, che 216 an¬ fore circa e, successivamente, 43 soltanto501 (quest’ultimo prezzo approssimativamente corrisponde a quello che, secondo la testi¬ monianza di Plinio, venne considerato una tariffa eccezional¬ mente bassa a Roma nel 121 a.C. 602, allorché l’Italia, dovendo ancora provvedere alle proprie necessità frumentarie senza l’au- 300 Cfr. Frank, An Economie Survey eit., IV («Roman Syria», a cura di F. M. Heichelheim, pagg. 121-257), pagg. 184: il prezzo indicato dalla fonte è di 4 denarii al sestario, e cioè 172 denarii all’anfora. Per il conteggio del valore in oro, ci si è basati sulla consueta equivalenza, da noi adottata per l’età dioclezianea, di 1 libbra d’oro = 100.000 denarii. 001 Cfr. Heichelheim, 1. c. ; le due fonti, solo genericamente datate al IV secolo, danno tariffe rispettivamente di 2 e di 10 folles al sestario, che è come dire 96 e 480 folles all’anfora ; in base al cambio, da noi ammesso, di 1 follis = 21 denarii, otteniamo prezzi di 2.016 e 10.080 denarii all’anfora. Queste due tariffe, se applichiamo l’equivalenza, generalmente am¬ messa per la prima metà del IV secolo, di 1 solido = 6.000 denarii, ci danno una corrispondenza di circa 216 e 43 anfore di vino per ogni libbra d’oro; se, però, riteniamo che il rincaro espresso dalle due fonti coincida con quello registrato in Italia durante il periodo giulianeo, e adottiamo di conseguenza il cambio di 1 solido = 4.000 denarii (per cui cfr. pag. 375, n. 457), arriviamo a prezzi ancora più sostenuti di 144 e 29 anfore circa rispettivamente per ogni libbra d’oro. Altri prezzi del vino, forniti in solidi dalle fonti papirologiche, e relativi alla Pars Orientis dell’Impero nella età protobizantina, danno parimenti tariffe medie di 1,5 nomisma (= solido) per centenario di vino = 1/50 di solido per sestario = 0,56 solidi per anfora (circa 144 anfore per libbra d’oro) : cfr. Seoré. Circolazione monetaria cit., pagg. 33 sgg. e 140-141 ; Ostrogorsky, art. cit., pag. 234. 602 Cfr. Plin., N. H. XIV, 4, 55: ...fuit omnium generum bonitate L. Opimio cos., cum C. Gracchus... interemptus est. Ea caeli temperies fulsit — cocturam vocant — solis opere natali urbis DCXXXIII... Quod ut eius tem¬ poris aestimatione in singulas amphoras centeni nummi statuantur... (un’anfora di vino, dice Plinio, nel 121 a. C. era venuta a costare 100 HS = 25 denarii = 1 aureo; una libbra d’oro pagava, perciò. 40 anfore di vino).
Dai Goti ai Longobardi 39!) silio delle importazioni transmarine, non aveva sostituito la mag¬ gior parte delle proprie colture cerealicole con ampie distese di vigneti, nè si parlava di sovraproduzione vinicola minacciante, come dal tempo di Cicerone in avanti 503. Circa 80 anni dopo il regno di Giuliano (in un periodo, si noti, particolarmente critico per l’Africa, allorché l’occupazione vandala era cessata da solo tre anni), il prezzo minimo del vino comune raggiunse in questa provincia le 288 anfore per libbra d’oro, cioè un livello non soltanto 9 volte più basso rispetto a quello di età giulianea, ma di qualche misura inferiore anche a quello stabilito daìV E dictum Maximum nel 301. Esso si avvi¬ cina assai, pertanto, a quello indicatoci da Columella e da Mar¬ ziale nella seconda metà del I secolo d.C. in una età in cui le tariffe del vino erano già calate di circa 7 volte rispetto, per es., al tempo dei Gracchi; ed è probabile che, nell’intervallo di circa quattro secoli intercorrente fra queste due date, i prezzi del vino fossero andati vieppiù calando, per via della cronica sovrapro¬ duzione vinicola d’Italia : finché, nella prima metà del IV secolo d.C., le tariffe del vino, ancora parecchio depresse al tempo di Diocleziano, avevano conosciuto un rapido rialzo (particolar¬ mente vistoso in Italia, in conseguenza di una crisi ad essa pe¬ culiare), che si era avviato progressivamente a estinguersi sol¬ tanto nel cinquantennio successivo, tra la fine del IV e il principio del V secolo d.C. Tra il V e il VI secolo i prezzi del vino in Italia continua¬ rono poi a discendere: la tariffa del vino successivamente nota infatti, riguardante l’Italia Settentrionale tra la fine del V se¬ colo e gli inizi del secolo seguente, è di 2.160 anfore per ogni 003 Cfr. pagg. 176 sgg. 304 Cfr. Col., De r.r. Ili, 3, 10 (... utque trecentis nummis quadragenae urnae veneant, quod minimum pretium est annonae... : 40 urnae = 20 ampho¬ rae = 1 culleus). Un’anfora di vino costava dunque 15 HS. Poiché, fino alla riforma neroniana, 1 HS = 1/4 di denario = 1/100 di aureo = 1/4.200 di libbra d’oro (cfr. pag. 385, n. 477), una libbra d'oro veniva a corrispondere al valore — in oro — di circa 280 anfore di vino a 15 HS ciascuna. Qualche tempo dopo Columella, Marziale alludeva alla grande vilitas del frumento e del vino sul mercato italico, dicendo che amphora vigesis... datur (cfr. Epigr. XII, 76, cit. a pag. 385, n. 477) ; dunque : 1 anfora di vino = 20 assi = 5 denarii = 1/5 di aureo = 1/250 di libbra d’oro (come dire che una libbra d’oro comprava allora 250 anfore di vino).
Economia e società nell'«. Italia Annonaria » 400 libbra d’oro (67 volte meno, dunque, che nel 365, e quasi 9 volte meno che nel 301), che la fonte ricorda come prezzo minimo rag¬ giunto dal vino durante gli anni più felici del regno di Teoderico : e benché sia probabile che, in circostanze più normali, il suo costo dovesse aggirarsi su cifre all’incirca doppie505, sembra comunque di poterne dedurre la generica indicazione di un ri¬ basso assai vistoso sul mercato corrente, per l’eccedenza della derrata rispetto alle locali possibilità di assorbimento. Poco dopo la metà del IV secolo si ha dunque un rincaro del lardo, e un rialzo del vino in misura ancora più forte. Mentre, 805 Cfr. pag. 380, n. 466. La tariffa di 2.160 anfore per ogni libbra d’oro, ricavabile dal passo dell’Anoninio Valesiano, è molto vicina a quella testimo¬ niata, circa sei secoli e mezzo prima, da Polibio per la Gallia Cisalpina, dove regnavano allora la εύωνία καί δαψίλεια: cfr. Polyb. II, 15, ove si dice che un metrete di vino costava come un medimno siculo di orzo, ossia 2 oboli ; poiché 1 obolo = 1/3 di denario, e 1 metrete = 72 sestarii = anfore 1,5 (cfr. Hultsch, o. c., pag. 104) una libbra d’oro comprava allora teoricamente 2250 anfore di vino. Documenti bizantini assai tardi mostrano che anche nella Pars Orientis le tariffe del vino erano andate fortemente calando (mentre quelle del fru¬ mento, espresse in solidi, si mantenevano al medesimo livello del IV-V secolo: cfr. la testimonianza di Michele Atteliate, cit. a pag. 369, n. 440) : la Meditatio de nudis pactis (sec. XI: cfr. ed. H. Monnier - G. Platon, Paris 1915, ristam¬ pata da Nouv. Rev. Hist, de Droit fr. et étr. XXXVII [1913], pagg. 135-168, 311-336, 474-510, 624-653 e Ibid. XXXVIII [1914-1915], pagg. 285-342, 709-759, e partie. §§ 25-32, pagg. 318-320 del 1913), illustrando un esempio di pactum nudum, accenna al prezzo medio del vino come oscillante intorno a 1/20 di solido per anfora (cioè a 1.480 anfore per una libbra d’oro) e normalmente pas¬ sibile di aumento fino a 1/18 di solido per anfora (1.296 anfore per una libbra d’oro) e di diminuzione fino a 1/25 di solido per anfora (1.800 anfore per libbra d’oro; il testo, propriamente, parla di 1.000 cerami per 50 solidi, 900 cerami per 50 solidi, ovvero 1.100 cerami per 60 solidi, 1.000 cerami per 40 solidi ; 1 ce¬ rando == 1. 26,26 ; 1 anfora = 1. 26,196) : come si vede, questa tariffa è assai simile a quella di circa 1.000 anfore per una libbra d’oro che abbiamo cercato di dedurre per l’Italia nel VI secolo; l’Anonimo Valesiano, infatti, parlando di un’eccezionale vilitas, discorre di 2.160 anfore per una libbra d’oro, cifra che si suole generalmente ritenere assurda, ma che non è poi troppo lontana dalle 1.800 anfore per libbra d’oro testimoniate dalla Cronaca siriaca di YeSü'Stylita (del 507 d. C. : cfr. pagg. 375 n. 453, e 381 n. 467) e ora dalla Meditatio de nudis pactis (peraltro assai più tarda; cfr. Andréadès, De la monnaie et de la puissance d’achat cit., pag. 106). L’eccedenza della produzione vinicola è testimoniata pure in Gallia, nel¬ l’Alto Medioevo : cfr. R. Latouche, Les origines de l’économie occidentale (IVe-XIe siècle), Paris 1956, pagg. 113 sgg.
Dai Goti ai Longobardi 401. perciò, nel 301 i prezzi del frumento, del lardo e del vino sta¬ vano Γ11110 all’altro (assumendo a 1 il valore del grano nelle an¬ nate normali, rimasto quasi invariato durante tutti questi secoli) nella proporzione di 1 : 1/4 : 7,68, poco dopo la metà del IV secolo essi stanno rispettivamente 1 : 1 : 72, verso la metà del V secolo 1 : 1/7 : 10, e nel VI secolo 1 : 1/6 : 1. Questa analisi dei prezzi in oro in senso « orizzontale » (o, potremmo dire, « sincronico », cioè fondata sul raffronto delle tariffe delle varie merci in un medesimo punto cronologico) è procedimento che — benché di solito scarsamente applicato — consente tuttavia di apprezzare assai bene le effettive oscillazioni nei rapporti di valore fra i vari beni di consumo, che spesso dif¬ feriscono profondamente a seconda delle età, e permette di pre¬ scindere dalle parallele variazioni nel valore dell’oro, la cui considerazione viene di solito a interferire confusamente in ogni analisi « verticale » (o « diacronica », cioè fondata sul raffronto dei prezzi di una medesima merce in epoche diverse). In conclusione dunque : a) Per i prezzi in oro di tutte e tre le derrate qui prese in considerazione (le quali rappresentano il fondamento dell’alimentazione in questi secoli) si deve probabil¬ mente tenere conto di una certa diminuzione nella loro entità (non superiore, in ogni caso, al 20-25 %), in seguito alla defla¬ zione dell’oro dal IV al VI secolo, b) A parte ciò, mentre il costo del frumento, in grosse cifre, non subisce forti variazioni attra¬ verso i secoli, nonostante le oscillazioni stagionali fra i periodi di vilitas e quelli di caritas3**, un aumento fortissimo si verifica invece tanto nelle tariffe del lardo, quanto, ancora più, in quelle del vino, toccando l’apice dell’ascesa sotto il regno di Giuliano e nei primi anni di quello di Valentiniano507. e) Il rialzo sul ** Questa stabilità nel prezzo del frumento non deve fare eccessiva me- raviglia ; la si riscontra anche in età diversissime, come per es. in Francia dal tempo di Luigi XIII alla Terza Repubblica (dove le tariffe del grano restano invariate per circa 250 anni, mentre quelle deUe altre derrate appaiono, nel frattempo, quasi triplicate: cfr. G. D’Avenel, Découvertes d’histoire sociale, Paris 1910, pagg. 7-8). 607 Cfr. Mazzarino, Asp. Soc. cit., pagg. 183-181 e 212-213. Circa la valu¬ tazione dei prezzi della carne, del frumento e del vino nella Novella XIII di Valentiniano, cfr. pure la polemica sostenuta contro il Mommsen e il Friedlän¬ der da C. Rodbertus, Per la questione del valore reale del denaro nell’antichità, B.S.E. Ili, Milano 1915, pagg. 359-474, e partie. 470 sgg. (= Jahrb. f. Nationalok. u. Stat. XIV [1870], pagg. 341 sgg. e XV [1870], pagg. 182 sgg.). 26. L. Ruggini
402 Economia c società nell'« Italia Annonaria » mercato di carne suina e quello, più vistoso, del mercato vinario vanno però entrambi estinguendosi con la fine del IV secolo, se¬ guiti da un periodo di evidente felicitas (o per lo meno di vilitas), per tutta la durata del V secolo all’incirca. Nel VI secolo poi, mentre l’abbondanza di vino in Italia continua a mantenerne il prezzo a livelli estremamente bassi, sembra che per il mercato della carne suina, soprattutto nell’Italia meridionale, si riaffac¬ cino gravi difficoltà, a carattere abbastanza profondo e du¬ raturo. A che cosa si può dunque attribuire l’evoluzione sopra rile¬ vata? La causa — o le cause — dovettero essere in gran parte di portata generale, poiché, se le testimonianze più drammatiche di cui disponiamo si riferiscono all’Italia, anche altre regioni sembrano, in varia misura, avervi partecipato. È possibile che già le agitate vicende del III secolo aves¬ sero un po’ dappertutto fatto sentire la necessità di una mag¬ giore autosufficienza produttiva nei generi di prima necessità e in primo luogo nel frumento, di modo che la coltivazione di quest’ultimo si sarebbe a poco a poco sostituita a molti pascoli e vigneti. La riorganizzazione dioclezianeo-costantiniana dell’e¬ sercito008 e del sistema amministrativo e tributario — con il relativo aumento dei contingenti militari, dei burocrati e degli assistiti urbani, di cui lo Stato si era sobbarcato il mantenimento mediante distribuzioni, frumentationes, annone, sportule e sti¬ pendi parzialmente in natura — non avrebbe fatto che incorag¬ giare vieppiù questa esigenza. Le province notoriamente cerealicole si trovavano ormai a dover fornire regolari tributi in natura, tra i quali quello del frumento occupava il primo posto per entità e per importanza; e nelle altre province, dove la coltura del grano bastava appena al consumo e non doveva sottostare a prelevamenti fiscali siste¬ matici, la forte richiesta privata e la possibilità di speculazioni più ingenti che nel passato dovevano per altra via incoraggiare i proprietari a incrementare la produzione cerealicola, parzial¬ mente sostituendola ai pascoli e, soprattutto, ai vigneti. La pro¬ duzione vinicola infatti, ampiamente decentratasi nelle varie province dell’Impero fin dai secoli precedenti, presentava ormai 808808 Per cui cfr. in partie. D. Van Bebchem, L’armée de Dioclétien et la réforme constantinienne, Paris 1952, passim.
Dai Goti ai Longobardi 103 da parte sua ben scarse possibilità di esportazioni e guadagni, mentre richiedeva, d’altro canto, cure continue, spese non indif¬ ferenti e una mano d’opera all’incirca quadrupla 509 ; in Italia inoltre, dopo la definizione delle regiones annonariae e urbicariae alPinizio del IV secolo, proprio sulla produzione vinicola (tra¬ dizionalmente abbondante) venivano ormai a gravare le forni¬ ture destinate all’esercito e alla plebe di Roma. Questi contributi, dapprima più moderati e ben tollerati data la situazione di sovraproduzione cronica, andarono facen¬ dosi sempre più pesanti con il procedere del IV secolo, finché parecchi distretti cominciarono a dare segni evidenti di stan¬ chezza e di inefficienza fiscale (la cui analisi è già stata compiuta in altro luogo 51°) ; e non può essere una mera coincidenza che 5 vertici massimi toccati dalle tariffe del vino fra il 359 e il, 365 cadano proprio nei medesimi anni in cui la pressione tributaria su questa specie andava facendosi più rigorosa, e in Roma si accavallavano d’anno in anno i tumulti della plebe per l’insuffi¬ cienza delle sue forniture a prezzo fiscale 511. Abbiamo visto in¬ vece per quanto tempo ancora, e con quale energia, i possessores- mercatw'es frumentarii dell’Italia Settentrionale si batterono per conservare ai loro commerci un carattere privato, ostaco¬ lando i tentativi statali (sempre più frequenti dal IV al VI secolo, con l’aumentare delle difficoltà di approvvigionamento) per inquadrare anche questi traffici liberi nell’ambito di un su¬ periore controllo. Le colture cerealicole inoltre, in tempi di sem¬ pre incombenti minacce militari quali furono soprattutto il V e la seconda metà del VI secolo, rappresentavano un rischio limi- 609609 Secondo quanto ci riferisce Columella (che, pure, intendeva incorag¬ giare le colture viticole), la spesa per rimpianto di un vigneto era doppia del valore del terreno stesso (per ogni iugero — del costo di 1.000 HS — occor¬ reva un investimento di 2.000 HS) ; era inoltre necessario aspettare due anni prima di poterne ricavare qualche frutto (il che — calcolando al 6% gli inte¬ ressi a vuoto del capitale per due anni, significava una spesa supplementare di altri 360 HS: cfr. Col., De r.r. Ili, 3, 8-9; vd. pure avanti, pag. 417, n. 541. Mentre, poi, per mantenere in efficienza un vigneto occorreva un valido schiavo vinitor ogni 7-8 iugeri (cfr. Col., 1. c.), un uomo solo poteva bastare alla col¬ tivazione di circa 25 iugeri di terreno seminativo (cfr. Col., Ibid. II, 12, 7, dove si parla di 8 uomini per un ager di 200 iugeri, si tamen vacet arboribus). 8,0 Cfr. pagg. 35 sgg. 'u Cfr. pagg. 44-56.
404 Economia c società nell'« Italia Annonaria » tato al solo raccolto annuale, mentre il ripiantamento dei vigneti richiedeva anni d’investimenti e di cure a vuoto. Se, d’altra parte, le colture e la produzione in generale ebbero a soffrire danni non indifferenti dal susseguirsi delle guerre, razzìe, carestie e passaggi continui di eserciti, tale contrazione si direbbe venisse ampia¬ mente compensata dal parallelo diminuire della popolazione, pro¬ prio in seguito alle medesime congiunture (e in particolare alle pestilenze, del tutto sporadiche nel IV secolo, ma ininterrotta¬ mente serpeggianti nella seconda metà del V e, soprattutto, nella seconda metà del VI secolo 512) : di modo che il sostanziale equi¬ librio fra domanda e offerta, quale suole riflettersi nelle curve dei prezzi, non subì per es. alcun sensibile mutamento nei con¬ fronti di una derrata di prima necessità, come il frumento. Non sempre infatti, in economie che noi oggi definiremo « sottosvi¬ luppate », il declino demografico deve per forza costituire un ele¬ mento di per sè completamente negativo. Ritornando ora al rialzo della carne e del vino verso la metà del IV secolo, notiamo che esso coincide, nella sua fase più acuta, con il regno di Giuliano: e in effetti la politica economica di questo Imperatore — benché si ripromettesse di venire incontro alle classi più umili dei contribuenti perseguendo il conguaglio fra tasso d’aderazione e quota di coemptio nella percezione delle specie fiscali — con il suo tentativo di aumentare il potere di acquisto della moneta enea non poteva non provocare un aumento dei prezzi in oro delle varie merci, che in oro venivano per l’ap¬ punto valutate dallo Stato nella fissazione dei tributi; mentre l’utopistico programma d’imporre la vilitas per editto statale — quando e dove se ne tentò l’applicazione — provocò l’automa¬ tica scomparsa delle derrate dal forum rerum venalium e la loro vendita sul mercato nero a prezzi di gran lunga più elevati, spon¬ taneamente determinati dalla legge della domanda e dell’of¬ ferta 513. Nell’ultima parte del IV secolo e nelle età successive la crisi venne a poco a poco superandosi : in parte ciò si può attribuire alla deflazione dell’oro e a un radicale intervento dello Stato nell’eliminazione degli interpretia dei burocrati, come sembra suggerire la lettura del Mazzarino; ma si spiega soprattutto con BIS Cfr. l’elenco delle pestilenze e carestie a pagg. 466 sgg. Cfr. pag. 372, n. 449.
Dai Goti ai Longobardi 405 I un naturale recedere e stabilizzarsi della situazione di mercato dopo gli eccessi del primo contraccolpo, e con un acclimatarsi dei contribuenti alle esigenze fiscali che, nel frattempo, dovevano pure essere diminuite (le reiterate remissioni fiscali trovarono probabilmente un incentivo — oltre che nel desiderio degli Im¬ peratori di sollevare regioni economicamente depresse — anche in un certo calo degli assistiti a spese pubbliche, in seguito alle guerre e alle prime invasioni barbariche). Nel VI secolo, quando non si parla ormai più di annona vinaria per l’Urbe, i prezzi del vino raggiungono livelli bassis¬ simi in Italia, dove anche le esportazioni verso le regioni illirico¬ danubiane occupate dai barbari dovevano nel frattempo essersi fortemente ridotte 514. E non è pertanto una mera combinazione, che per i primi anni del VI secolo (allorché le convulsioni bel¬ liche si erano da qualche tempo placate) l’Anonimo Valesiano ricordi, a proposito della felicitas Italiae sotto il regno di Teo- derico, due tariffe (il vino a 2.160 anfore per libbra d’oro e il frumento a 4.320 modii per libbra d’oro), le quali corrispondono con impressionante approssimazione ai prezzi menzionati circa sei secoli prima da Polibio, a testimonianza della eccezionale εύωνία καί δαψίλεια delle principali derrate nella Gallia Cisalpina dei suoi tempi (2.250 anfore di vino e circa 4.000 modii di fru¬ mento per una libbra d’oro515). Questo, come dicevamo, non è probabilmente soltanto il casuale incontro di due dati leggen¬ dari, ma in qualche misura il segno e, per così dire, il simbolo di un ciclo che si chiude. Può accadere che la parabola discen¬ dente di una qualsiasi vicenda (non soltanto economica) presenti punti simmetrici a quelli della fase ascendente : e nel VI secolo l’Italia Settentrionale, già provata dal passaggio bellicoso o paci- 614614 L’abbondanza del vino sul mercato e la sua accessibilità a tutte le borse sono ricordate, per l’Italia Settentrionale, da numerose fonti verso la fine del IV secolo, nel V e nel VI (cfr. pagg. 532 sgg.). Inoltre (ma ciò, con ogni evidenza, interessa più le regioni suburbicarie che Vitalia Annonaria) dopo l’occupazione vandala dell’Africa — e quindi a partire dalla metà del V secolo all’incirca — l’importazione di vino dall’Italia si contrasse fortemente e spesso rimase addirittura paralizzata, mentre le colture africane conoscevano un nuovo incremento (cfr. Courtois, Les Vandales et l’Afrique eit, pagg. 319-320) : ciò dovette certamente contribuire in qualche misura al ribasso del prezzo dei vini italici. 515 Cfr. Polyb. II, 15, cit. a pagg. 385 n. 477, e 400 n. 505.
406 Economia e società nell’« Italia Annonaria » fico di tanti eserciti e indebolita da un secolare drenaggio fiscale, col cessare delle raffiche belliche si andava ormai distendendo in una economia eminentemente rurale non dissimile da quella delle origini, e si rinserrava progressivamente nella propria autosuffi¬ cienza produttiva, recedendo da ogni più ardito scambio commer¬ ciale con altre regioni (sino agli inizi della guerra gotica si re¬ gistrano tuttavia ancora importanti eccezioni a questa tendenza, estreme manifestazioni d’una ormai secolare tradizione di espan¬ sione economica). Piu Goti e Longobardi: vicende della proprietà fondiaria e CONDIZIONI GENERALI DELL’ECONOMIA E DELLA SOCIETÀ. Sull’economia dell’Italia, e delle sue regioni settentrionali in particolare, nel periodo che corre tra la fine della guerra gotica (553 d.C.β1β) e l’irruzione dei Longobardi (568-569), assai scarsi sono i dati precisi che si possono ricavare dalla congerie delle fonti, lacunose e scarne. Dall’elenco delle carestie — ricostruibile attraverso le testi¬ monianze, inter se collatae, di Agnello Ravennate, Paolo Diacono, Beda il Venerabile, Mario Aventicense, Landolfo Sagace, il IÀber Pontificalis, Gregorio di Tours e Gregorio Magno — sembra di poter osservare una tregua di circa un decennio nell’imperversare delle fames e delle pestilenze, dal 553 al 562 *1T. Questi anni anzi 5W La guerra gotica può considerarsi conclusa nel 553, con la battaglia del monte Lactarius (presso il Vesuvio) e la morte di Teia, in seguito alla quale migliaia di Goti si ritirarono nella Transpadana e poi uscirono d’Italia : a questi eventi Procopio dedica infatti il capitolo conclusivo del suo De hello Gothico (IV, 35). Successivamente vi fu ancora qualche isolato episodio di resistenza da parte gota fino al 555, ma non è ormai più possibile parlare di « guerra » vera e propria. 617 Cfr. avanti pagg. 477-478 e 487. Anche negli ultimi anni della guerra gotica (548-552), dopo il rientro definitivo di Belisario a Costantinopoli, aveva regnato in Italia una notevole calma, salvo scaramucce e assedi isolati di città nelle regioni centro-meridionali; Totila si era sforzato di regnare da buon so¬ vrano e di curare l’approwigionamento di Roma (Procopio stesso lo riconosce: cfr. De hell. Goth. Ill, 37). Anche più tardi, nel 552-553, gli eventi bellici conti¬ nuarono ad avere luogo nell’Italia centro-meridionale; e in essa le campagne dovettero soffrire molte violenze soprattutto da parte degli eserciti bizantini quivi residenti, i quali, dopo la partenza di Belisario per Costantinopoli, non
Dai Goti ai Longobardi 407 — forse per contrasto con le ultime convulse vicende della guerra gotica — vengono ricordati tanto da Paolo Diacono quanto da Agnello come un periodo di notevole fecondità della terra, e di certa distensione e ripresa delle normali attività da parte delle popolazioni rurali. Ma soltanto una ventina di papiri dell’archivio ravennate, per la maggior parte cronologicamente distribuiti fra l’ultima fase della guerra gotica e la calata dei Longobardi in Italia, è in grado di fornire alcuni dati veramente specifici (per quanto sal¬ tuari e incompleti) su certi aspetti dell’economia e della storia sociale di questi anni, nei distretti del Veneto e dell’Emilia-Ro¬ magna. Di fatto, tale sparuto complesso di lacunosi documenti (testamenti, donazioni, chartulae plenariae securitatis, strumenti di vendita e di permuta, cataloghi di canoni e cautiones) si può dire rappresentino l’unica importante fonte « primaria » in que¬ sto periodo oscurissimo della storia d’Italia, benché finora essi siano stati adeguatamente sfruttati e studiati soltanto nei loro aspetti più strettamente giuridici. Un primo documento — databile circa alla metà del secolo VI518 — contiene l’enumerazione dei canoni dovuti alla Chiesa Ravennate dai coloni e dai villici di certe sue proprietà, alcune delle quali situate nel territorio di Padova51β. conobbero più freno (cfr. Proc., De hell. Goth. Ill, 9, cit. a pag. 337, n. 383; sui rispetto di Belisario per gli άγροικοι d’Italia, da cui aveva sempre acquistato ad alto prezzo le annone per il suo esercito, cfr. invece Id., Ibid. Ill, 1; sulla figura di Belisario, così come è presentata da Procopio, cfr. A. Freixas, Otros temas de Procopio de Cesarea, Anales de Historia Antigua y Medieval 1951-1952, pagg. 45-67 ; B. Rubin, Das Zeitalter Justinians, I, Berlin 1960, pagg. 440 sgg.). 61* Cfr. Tjäder, P. 3 (= Marini 137), I pagg. 184-189, III tavv. 6-7. 510 II testo del frammento si apre con l’elenco delle contribuzioni cano¬ niche (riferentisi a un territorio il cui nome è perduto) corrisposte in denaro (solidi, tremissi, silique); es.: pr(aestat) sol(idos) n(umero) XIII, siliq(uas) XIII, etc. (1. c. I, 1, 1-11, pagg. 186-187). Segue l’elenco delle offerte in xeniis (vale a dire corrisposte quale voluntarium munus), tutte in natura (lardo, miele, galline, polli, oche, uova, operae) ; es.: in xen(iis) lar(di) p(ond)o CLX, ans(eres) IIII; gal(linas) XIII, ova CXXX, p(er) ebd(o)m(ad)a oper(as) /7, etc. (1. c. I, 2, 1-8 e I, 3, 1-8, pagg. 186-189). In una seconda sezione vengono quindi registrati i loci (saltus), coloniae e paludes appartenenti alla Chiesa Ravennate nel territorio patavino, con i rispettivi vilici e coloni (1. c. II, 1, 1-13, pagg. 188-189). L’ultima parte del documento è costituita da un nuovo elenco di canoni
408 Economia e società nell'«. Italia Annonaria » Per quanto è possibile capire dal frammento rimastoci, le proprietà venete della Chiesa Ravennate erano costituite, nella maggior parte, da coloniae, cioè da appezzamenti di terreno col¬ tivati da una o più famiglie di coloni 52°. S’incontra poi isolata menzione di loci o saltus (vale a dire terreni comprendenti, in genere, anche zone rotte e boscose 521 affidati alle cure di un villi¬ cus 522), e di paludes che, mancando il ricordo di un affittuario de¬ in solidi (e frazioni di solidi) e di xenia in natura, del tutto analoghi ai primi che sono stati descritti; in questa seconda parte però, che presenta le contri¬ buzioni dovute dai sopra elencati fondi patavini, tra le offerte « libere » non figurano nè il lardo, nè le operae, ciò che farebbe pensare a un allevamento di suini assai scarso (poche foreste di querce?) e alla mancanza di una parte dominicale nelle tenute, sulla quale i coloni dovessero prestare operae supple¬ mentari (1. c. II, 2, 1-10 e II, 3, 1-10, pagg. 188-189). Il documento si chiude (1. c. II, 3, 11-12, pagg. 188-189) con la somma totale di tutte le partite di xenia registrate in precedenza sulla medesima colonna, e delle quali quelle a noi rimaste rappresentano soltanto una picco¬ lissima parte (circa 1.532 uova su 8.880, 820 libbre di lardo su 3.760, 181 galline su 888, poco più di 480 libbre di miele su 3.450). Probabilmente ogni colonna comprendeva i fondi di un’intera provincia (cfr. le annotazioni del Marini ad Pap. cit., pagg. 369-370). 520 È opinione assai diffusa che il termine colonia stia a quest’epoca a designare una fattoria con dotazione di terreno coltivabile da un solo colono o, comunque, bastante alla vita soltanto di questi e della sua famiglia (cfr. Du Cange, v. « Colonia », « Colonus »). Qui, però, si dà per es. il caso di una colonia Novioiana divisa fra due diverse famiglie, facenti capo ai coloni Protect us e Va¬ lerius (1. c. II, 1, 3 e 4, pag. 188) ; e si menzionano anche altre coloniae coltivate da due, tre, e anche quattro coloni, probabilmente appartenenti a una medesima famiglia (in quanto tenuti, tutti assieme, al versamento di un medesimo canone: cfr. 1. c. II, '1, 2 e 5 e 7 e 8). Dal che può concludersi che, allora, il termine colonia indicava soltanto, più genericamente, una tenuta di proporzioni piut¬ tosto modeste, coltivata da uno o più coloni. 621 Cfr. ad es. Max. Taur., Sermo XXV (sul dominus che si reca a cac¬ ciare per saltus silvasque con tutta la sua familia). 622 Villicus (fattore) era lo schiavo preposto alla mano d’opera servile di un fondo (cfr. Hieron., Comment, in Ep. ad Titum I, v. 7, P.L. 26, col. 600: inter villicum autem et familiam haec sola distantia est, quod conservus prae¬ positus est conservis suis ; per alcune testimonianze di villici in territorio in¬ subre nell’età romana, cfr. C.I.L. V, 5500, a Brebbia, e 5558, a Cedrate presso Gallarate : vd. Passerini, Il territorio insubre in età romana cit., pag. 192) ; la loro menzione accanto ai coloni presuppone dunque resistenza di una parte dominicale della proprietà a conduzione diretta, cioè coltivata dal padrone me¬ diante l’opera di schiavi. I villici delle grandi proprietà pubbliche e private erano di solito assai potenti e prepotenti (come grandi proprietari di fatto),
Dai Goti ai Longobardi 409 terminato, si potrebbe presumere fossero locate a persone diverse, per periodi di durata irregolare, dietro corresponsione di un ca¬ none per i diritti d’uso (questi appezzamenti acquitrinosi, infatti, dovevano essere sfruttati prevalentemente a pascolo, dal momento che, oltre a una certa entrata in denaro, essi risultano fornire sol¬ tanto latte a titolo di xenia) δ23. L’entità di queste parcelle sembra fosse, nel complesso, mo¬ desta, poiché nel nostro documento è questione soltanto di co¬ loniae, loci e paludes che rendono, in affitto, una media di 3-4 solidi all’anno. L’ammontare di tali rimesse si mantiene appros¬ simativamente nel medesimo ordine di grandezza dei canoni cor¬ risposti dai rustici siciliani sulle proprietà della Chiesa di Roma, forse tendendo nel nostro caso a raggiungere cifre un poco più sostenute (1, 2, 3, 4 solidi in Sicilia*24, 2, 3, 4, 5, 6, 8, 13 solidi nel Veneto 825). Ma in Sicilia e nelle province centro-meridionali tanto da concedere — e talora anche imporre — il loro patronato ai tenuiores : cfr. ad es. Cass., Var. V, 39, dei 523-526, riferentesi alla Spagna : ... Vilicorum quoque genus, quod ad damnosam tuitionem querentur inventum, tam de privata possessione quam publica funditus volumus amoveri, quia non est defensio quae praestatur invitis: suspectum est quod patiuntur nolentes (scii, i provinciales spagnoli) ; un commento di questa epistola teodericiana ad Ampelio e Liberio, in relazione alla crisi dei municipi spagnoli all’inizio del V secolo, si trova in C. Sanchez Albornoz, El gobierno de las ciuidades en Espaiia del siglo V al X, VI Settimana Int. di St. sull’Alto Medioevo (10-16 aprile 1958), Spoleto 1959, pagg. 359-391 e partie. 371-372. Nei nostro caso, invece, i villici appaiono ridotti a un livello assai basso, del tutto analogo a quello dei coloni ; è pertanto pro¬ babile che, sulle proprie terre, la Chiesa tendesse generalmente a ridurre al minimo l’importanza di questi intendenti, allo scopo di evitare usurpazioni abusive; già abbiamo veduto come, in Sicilia, la Chiesa Romana si fosse ade¬ guata ai medesimi criteri nei confronti dei conductores, scelti fra le classi so¬ cialmente più umili e mantenuti in una condizione di dipendenza ben lontana dalla prepotente autonomia dei conductores sulle massae pubbliche e private (cfr. pagg. 238 sgg.). 628 Circa i diritti d’uso di pascoli sulle terre feudali, nel Medioevo, cfr. G. Salvioli, Le nostre origini, Studi sulle condizioni fisiche, economiche e so¬ ciali d’Italia nel Medio Evo prima del Mille, Napoli 1913, pag. 46. 624 Cfr. Graeg., Reg. Ep. II, 3, del 591 (Reggio Calabria), e V, 7, dei 594 (Sicilia), citt. a pag. 249, n. 124. 525 Le prestazioni vanno da un minimo di 2 solidi e 2 silique (1. c. I, 1, 9) a un massimo di 13 solidi e 13 silique (1. c. I, 1, 1), aggirandosi di solito sui 3-4 s. e solo in qualche caso raggiungendo i 5, 6, 8 s. (per un ammontare com¬ plessivo, nel frammento rimastoci, soltanto di 84 s. circa). Riportiamo qui la
410 Economia e società nell’« Italia Annonaria » d’Italia i lotti affidati ai coloni gravitavano di regola attorno a una condvma (mila indominicata), nella quale risedeva l’affittua¬ rio generale del fundus o della massa (conductor); e le pensiones dei rustici si inscrivevano, per così dire, in quelle delle massae, ag- sezione riguardante le tenute patavine (rappresentate da un saltus, sette coloniae e due paludes) ; Terr(itorio) Patavino: / Locus, qui adpellatur saltus Erudianus, per Maximum vil(icum): / Col(onia) s(upra)s(cript)a per Iohan- nem, Vigilium et Bassum: / Idiis (=alle idi): Col(onia) Noviciana pro medie- tate (=metà della colonia) per Protectum col(onum): / Idiis: Col(onia) s(u- pra)s(cript)a pro parte alia pro medietate per Valerium col(onum): / Col(onia) Simpliciaca, que iacet in sentib(us), p(er) Re[paratum et Iustinum col(onos)]: / ( (Col(onia) Candidiana, que iacet in sentii) (us), p(er) Reparatum et Iusti¬ num col(onos))): / Col(onia) Valeriaca p(er) Quintulum et Sabinionem: / Co- l(onia) Severiaca p(er) Leio]nem et Achillem, Victurinum et Severum: / D(e) palude Micauri: / D (e) palude Pampiliana, quem sibi dicet presb(yter) Victor donat (am) : / Col(onia) Candidiana, qui nuper ordenata est, ut post quinquen¬ nio possit aliquid praestare, item [ ] exige[.]</[.] singu\V\is annis, i[n quibus] deserta iacebat, et scribi..] er ait] in his sol(idos) n(umero) III, siliq(uas) III. // pr(aestat) sol(idos) n(umero) III, tr(e)m(isses) II, isi]li- q(uas) III, / pr(aestat) sol(idos) n(umero) II, tr(e)m(isses) II, isi]liq(uas) II, / pr(aestat) sol (idos) n (umero) III, tr(e)m(isse) I, sii]liq(uas) III J pr(aestat) sol(idos) n(umero) III, [.] tir] (e) [m(isses).], siliiq(uas) III], / pr(aestat) sol(idos) n(umero) IIII, siliiq(uas) IIII], / ((pr(aestat) sol(idos) n(umero) III, siliq(uas) III)), / pr(aestat) sol(idos) n(umero) IIII, tr(e)- m(isses) II, a siliq(uas) IIII, / pr(aestat) sol(idos) n(umero) V, tr(e)m(isses) II, sii]liq(uas) G, / pr(aestat) sol(idos) n (umero) G, siliq(uas) G, / pr(qestat) sol(idos) n(umero) III, siliq(uas) III, // i[n] xen(iis) gal(lvnas) GII, ova LXXX, mel(lis) p(ond)o LXX. / in xen(iis) ans(eres) II, gal(linas) XII, ova CXX, mel(lis) p(ond)o LXX. / [in] xen(iis) ans (eres) II, gal(linas) XII, ova CXX, mel(lis) p(ond)o LXX. / [in] xen(iis) ans(eres) II, gal(linas) XII, ova CXX, mel(lis) p(ond)o [...]. / [. .]a ans(eres) II, gal(linas) XII, ova CXX, mel(lis) p(ond)o CXXX. / ((kal(endis): [i]n ixen(iis)] ans(eres) II, gab (linas) G, ova LX, mel(lis) p(ond)o [.] XX [.])) / Ical(endis): in [xen(iis)]
Dai Goti ai Longobardi 411 girantisi fra i 100 e i 1.650 solidi annui o anche più (vale a dire da 30 a 550 volte tanto), con una prevalenza delle rendite di 200-300 solidi ; a loro volta, i fondi che le componevano o vi si affiancavano fornivano ai proprietari entrate oscillanti fra i 10 e i 200 solidi (con una prevalenza di quelle approssimativamente di 30, 50, 80 solidi)δ2β. Le coloniae venete della Chiesa Ravennate, invece, ap¬ paiono di norma costituite in unità del tutto indipendenti nella loro piccolezza, e non necessariamente implicanti una contiguità territoriale (ciò s’inquadra pertanto assai bene nella locale evolu¬ zione della proprietà fondiaria, secondo cui i complessi latifon- distici andarono per lo più formandosi dall’agglutinamento pro¬ gressivo, nelle mani di un unico proprietario, d’un certo numero di fwndi o di frazioni di fundi sparsi e minuti) ; soltanto in alcuni casi, nell’elenco delle coloniae venete che stiamo esaminando, sembra di poter individuare la traccia di una loro correlazione con una pars indominicata delle tenute, come nel caso del saltus Erudianus e della colonia Erudiana in territorio patavino (l’uno affidato a un villicum, l’altra a tre coloni) 82T, oppure allorché ri¬ corre la menzione saltuaria di operae settimanali fra le contri¬ buzioni cosiddette « libere » 828. ans(eres) II, gal(linas) XII, ova CXX, mel(lis) p(ond)o [ ]. / in xe[n(iis)] ans(eres) II, gal(linas) XG, ova CLX, mel(lis) p(ond)o C[X]XX. / i[n] xen(iis) lac(tis) p(ond)o C. / [in] x[e]n(iis) lac(tis) p(ond)o C (1. c. I, 3, 9 - II, 3, 10). 628 Cfr. Nota Complementare L, « Documenti sulla proprietà fondiaria nelle province centro-meridionali d’Italia nel V-VI secolo», pagg. 558 sgg. 527 Cfr. le osservazioni del Jones, The Roman Çolonate cit., n. 10. Sul si¬ gnificato giuridico del termine saltus, designante le grandi proprietà pubbliche, private o ecclesiastiche indipendenti dalle giurisdizioni cittadine, cfr. pag. 228, n. 71. Già per es. in Simmaco si incontrano cenni a grandi proprietà in parte affidate a liberi coloni e in parte coltivate da mano d’opera servile, sotto il controllo di un villicus (cfr. Symm., Ep. VI, 81 : ...exasperat animum male gesta ratio vili cor uni. Neque ager cultura nitet, et fructuum pars magna de¬ betur, nihilque iam colonis superest facultatum, quod aut rationi opitule¬ tur aut cultui...). ß28 Queste operae o servizi personali — 1, 2 o 3 alla settimana per ogni colonia (non ne è però questione nel territorio di Padova) — appaiono assai gravose (e forse da riconnettersi con una rimessa in valore delle tenute dopo i guasti di tanti anni di guerra : vd. avanti, pag. 425), dal momento che le iscri-
412 Economia e società nell*« Italia Annonaria » Nel complesso, dunque, l’organizzazione fondiaria del patri¬ monio ecclesiastico ravennate nel Veneto appare per molti aspetti differente da quella che avevamo per esempio riscontrato sulle terre della Chiesa Romana in Gallia, nell’Italia Meridionale e, soprattutto, in Sicilia. È pertanto logico che, dalle rispettive peculiarità nelle strutture patrimoniali (par a tattica l’una, ipo¬ tattica l’altra, se così ci è concesso caratterizzarle), derivasse an¬ che una diversa articolazione nelle loro strutture amministrative. I coloni del patrimonio siculo infatti (al pari di quelli gallici) si presentavano come affittuari d’ordine inferiore, subordinati a una categoria di conductores che fungevano da intermediari fra i rustici e il padrone, eseguendo presso costoro la colletta quadri¬ mestrale dei canoni in denaro, delle rimesse supplementari in na¬ tura, dei contributi fiscali, e successivamente le comparationes di derrate che la Chiesa proprietaria richiedeva a nome proprio e dello Stato. Tale mediazione dei conductores risulta invece del tutto assente dalle proprietà del documento ravennate che stiamo esaminando : in esse i coloni — per molti aspetti assai simili a piccoli affittuari liberi529 — rimettono a quanto pare i loro censi direttamente alla Chiesa, ed i villici medesimi — quando isola¬ tamente ne è menzione — appaiono semplicemente affian¬ cati, nelle liste, ai coloni, a somiglianza e nella stessa misura dei quali sono tenuti a corrispondere, a guisa di piccoli fitta- zioni africane di Henchir Mettich e di Souk-el-Khmis ci mostrano, al tempo di Traiano e di Commodo, i coloni impegnati soltanto per 6 giorni all’anno in ser¬ vizi riguardanti il padrone (annuas Mnas aratorias, sartorias, messorias ope¬ ras: cfr. bibliogr. cit. a pag. 251, n. 128); il testo epigrafico di Gasr Mezuâr parla, invece, di 12 giorni all’anno, pure ripartiti fra l’aratura, la sarchiatura e la mietitura (cfr. Beaudoin, art. cit. pagg. 69-70; L. M. Hartmann, La rovina del mondo antico, tr. it., Torino-Roma 1904, pagg. 23-24). Anche documenti più tardi, riguardanti il monastero di Bobbio, mostrano che i livellarii e i commen¬ dati erano tenuti a un massimo di 2 operae alla settimana, mentre la media non superava la settimana in un anno intero: cfr. Salvioli, Studi sulla Storia della Proprietà Fondiaria cit., pag. 54, n. 87; F. Schupfer, Precaria e Livelli nei do¬ cumenti e nelle leggi dell’Alto Medio Evo, Riv. It. per le Se. Giurid. XL (1905- 1906), pagg. 1-39 e 139-200 e partie. 183; S. Volpe, Aziende agrarie medievali (aggiornamento da Medioevo Italiano, Firenze 1928, pagg. 220-243), in Storia dell’Economia Italiana a cura di C. M. Cipolla, I, (secoli VII-XVII), Torino 1959, pagg. 29-50. Di 1, 2, 3 giornate settimanali già parlava tuttavia anche il Fustel De Coulanges (L’Alleu cit, pag. 412), a proposito della Francia merovingia. 520 Cfr. le nostre osservazioni a pag. 255, n. 139.
413 Dai Goti ai Longobardi voli, un canone in denaro e offerte in natura. Anche i rustici veneti — come quelli siciliani — appartengono alla categoria dei coloni di rango superiore, dal momento che l’ammontare delle loro pensiones e dei relativi <venia risulta caso per caso prede- terminato e registrato su di una base contrattuale precisa530 531. Il pagamento dei canoni veniva inoltre effettuato interamente in denaro (come dimostra la menzione puntuale e costante di solidi e frazioni di solidi accanto a quella delle offerte supple¬ mentari, da corrispondersi invece in natura), nè esiste alcun appiglio concreto per affermare che si trattasse di riferimenti con¬ venzionali e teorici a unità monetarie non più di fatto circo¬ lanti fra le classi umili delle campagne; del resto, tanto Cassio- doro quanto Pelagio e Gregorio Magno testimoniano anche per altri distretti dell’Italia e delle Gallie la consuetudine persi¬ stente, da parte dei grandi proprietari del VI secolo, di ricevere in oro non solo gli affìtti da parte dei conductores, ma anche i più modesti canoni dei coloni, salvo poi a ricomprare da essi i quantitativi di derrate necessari ai propri consumi (veniva così lasciata al coltivatore diretto quella minima possibilità di guadagno sull’oscillazione stagionale dei prezzi forensi delle der¬ rate, che sola poteva incoraggiare la produzione e un buono sfruttamento del suolo) *31. 530 Cfr. le nostre osservazioni a pagg. 253 sgg. a proposito dei coloni sici¬ liani, a loro volta impegnati a corrispondere pensiones in denaro e prestazioni supplementari in natura secondo quantitativi precedentemente fissati una volta per tutte, che Gregorio volle addirittura venissero registrati su libelli securita¬ tis, per evitare ogni prevaricazione nei confronti dei rustici. I coloni partiarii, al contrario, pagavano di volta in volta una quota in prodotti proporzionale al raccolto annuale. 531 II pagamento in denaro dei canoni da parte dei grandi conductores è per es. testimoniato, sulle proprietà del fisco regio, da alcune epistole di Cassio- doro: cfr. Cass., Var. I, 16 (cit. a pag. 209, n. 10), nella quale i conductores del patrimonium in Apulia et Calabria dichiarano che le devastazioni bizantine hanno reso loro impossibile la vendita del frumento come di consueto, e che è a causa di questi commerciorum commoda ... deminuta che essi sono per il mo¬ mento incapaci di pagare allo Stato la loro integram praestationem. Circa la testimonianza di Pelagio, cfr. pag. 561 ; sui pagamenti in solidi delle pensiones da parte dei coloni ecclesiastici in Italia, in Sicilia e in Gallia verso la fine del VI secolo, cfr. pagg. 241 sgg. Anche nel caso dei coloni siculi gli stu¬ diosi, sulle orme del Mommsen, hanno di solito voluto pensare che le pensiones indicate in denaro avessero un valore meramente convenzionale, anche se — per
Economia e società nell’« Italia Annonaria » 4U Si può dunque postulare tranquillamente la generale per¬ sistenza di una certa economia monetaria aurea anche presso le classi rustiche più modeste, sottolineata, pure nel nostro docu¬ mento, dal largo uso di frazioni di solido — tremissi e silique — nell’ammontare delle singole quote. Soltanto gli xenia — con¬ tribuzioni cosiddette « libere » — venivano esatti in natura, al pari degli excepta e delle angariae che i coloni solevano rimet¬ tere per consuetudine alla Chiesa di Sicilia532. Tali xenia, nel nostro documento, consistevano in un determinato numero di galline, polli, oche, uova, lardo, latte, miele e operae settimanali, mai in offerte di cereali o di altri prodotti del suolo: questa doveva essere probabilmente una caratteristica per lo più im¬ plicita nella loro stessa natura (benché il polittico di Saint- Germain e altri documenti della Francia merovingia testimo¬ nino anche corresponsioni di avena, grano, lino, vino, etc.); ma sostenere con qualche coerenza tal punto di vista — fu necessario ricorrere a svariate forzature interpretative dei testi. Sostenitori della « convenzionalità » delle cifre espresse in valori monetati nei documenti tardi sono, in generale, per es. Martroye, La variation de la valeur de l’or cit., passim. ; H. Van Werveke, Économie-nature et économie-argent : une discussion, Ann. d'Hist. Ec. et Soc. Ill (1931), pagg. 428-435; Id., Monnaie, lingots ou marchandises, les instruments d’échange au Xle et Xlle siècles, Ibid. IV (1932), pagg. 452-468 e partie. 462- 463. Recentemente la tesi è stata ripresa con particolare vigore da C. M. Ci¬ polla, che sembra ritenerla valida già a partire dal V secolo d. C. (anche se i documenti che egli cita sono tutti posteriori al see. Vili) : cfr. Money, Prices & Civilisation cit., pag. 5 = Moneta e civiltà Mediterranea cit., pagg. 13-17. Interessanti osservazioni sui canoni in denaro e in natura nell’Alto Me¬ dioevo (testimoniati principalmente nei documenti lucchesi e in quelli di Farfa, di Bobbio e di S. Giulia a Brescia) si trovano in Luzzatto, Economia naturale ed economia monetaria nell’Alto Medioevo cit., pagg. 15-32: esse vengono so¬ stanzialmente a confermare, mutatis mutandis, quanto siamo venuti fin qui esponendo. 582 Cfr. pag. 247, nn. 116-117. Nel campo dei pagamenti unilaterali (come appunto quelli dovuti dagli affittuari ed enfiteuti ai loro padroni), i versamenti in natura possono comunque essere soltanto scarsamente significativi circa la prevalenza o meno di un’economia naturale, dal momento che, anche in periodi di netta prevalenza dell’economia monetaria, i padroni possono preferire un versamento corrisposto interamente o parzialmente in specie (su questa oppor¬ tuna distinzione tra settore « pagamenti unilaterali » e settore « scambi », cfr. ad es. A. Dopsch, Economia naturale ed economia monetaria nella storia uni¬ versale, tr. it., Firenze 1949, e le precisazioni del Van Werverke, Économie na¬ ture cit., pag. 428).
415 Dai Goti ai Longobardi risponde anche al dato di fatto che la Chiesa Ravennate (la quale importava sistematicamente cereali su vasta scala dalle sue proprietà siciliane533 e si procurava vino, frutta e legumi dai fondi nelle adiacenze immediate della città, che ne anda¬ vano famosi 534 *) preferiva certamente raccogliere dalle sue tenute Venete altri generi di consumo egualmente necessari e, soprat¬ tutto, una certa quantità di oro dall’ammontare dei canoni in denaro; i coloni e i villici da parte loro, che denaro potevano benissimo procurarsi dalla libera vendita dei prodotti eccedenti sui vicini mercati urbani536, dovevano essere per solito in con¬ dizione di soddisfare a tali esigenze senza grandi difficoltà. Ê comprensibile d’altra parte come, per l’estremo frazionamento parcellare di queste proprietà, in cui mancava l’opera mediatrice espletata altrove dai conductores, risultasse particolarmente ar¬ duo e poco conveniente per la Chiesa un tentativo di raccolta delle derrate in forti quantitativi, attraverso un movimento di ammasso delle modeste e numerosissime contribuzioni dei sin¬ goli coloni. 533 Cfr. pagg. 105 e 219 sgg. ; in particolare da Agn. Rav., Liber Pontif. XXXIV, De Sancto Mauro 111, pag. 350, risulta che, nel VII secolo, la Sicilia mandava annualmente per mare alla Chiesa di Ravenna, oltre a una pensio di 31.000 solidi in denaro, 50.000 modii di frumento (sufficienti all’abbondante ali¬ mentazione annuale di almeno 5.000 persone, ma probabilmente circa il doppio: cfr. pag. 295, n. 251) ; queste cifre corrispondono — grosso modo — all’entrata di una trentina di grandi massae (vd. pagg. 558 sgg.). Sul polittico di Saint Germain, cfr. A. Longnon, Polyptique de l’abbaye de Saint Germain des Prés, II, Paris 1886, IX, 9 (mansus ingenuilis a Villemeux nell’Eure-et-Loire) ; Fustel De Coulanges, L’alleu cit., pagg. 109-112 584 Sull’abbondanza di vino nel Ravennate, cfr. pagg. 534-536 ; già Marziale decantava i famosi asparagi di Ravenna (Bpigr. XIII, 21 : Mollis in aequorea quae crevit spina Ravenna / non erit incultis gratior asparagis), e Iordanes ricordava a sua volta i pometi di Classe {Get. 22, 150); sulla frequenza di hortalea, pomifera, persiceta, vineae, olivae, etc. nelle formule pertinenziali dei papiri del VI secolo riguardanti il territorio ravennate, cfr. inoltre avanti, pag. 433 n. 573. 585 Doveva infatti trattarsi di vendite all’ingrosso (compiute annualmente qualche tempo dopo il raccolto, come lasciano indovinare anche le epistole gre¬ goriane più volte citate: vd. pagg. 241 sgg.), che consentivano perciò guadagni in oro. Caratteristica delle economie piuttosto primitive o, come diremmo oggi, sottosviluppate, è questa tendenza alle compravendite all’ingrosso anche per i consumi al minuto, data l’insicurezza nel regolare rifornimento del mercato.
410 Economìa c società nell’« Italia Annonaria » Per dare un contenuto più concreto alle cifre in solidi, in cui i canoni dei coloni sono espressi nel nostro documento, si potrebbe cercare di tradurle (in via del tutto ipotetica e mera¬ mente indicativa) in corrispondenti quantità di frumento, se¬ condo la media dei prezzi correnti nel IV secolo δ3β. Poiché, in tempo di abbondanza, questa era grosso modo di 30 modii il solido, le coloniae patavine che fruttavano, nella maggioranza, 3 solidi di affìtto all’anno si può dire fornissero un’entrata pari a 90 modii di grano, cioè poco meno di 6 quintali (essendo 1 mo¬ dio = 1. 8,754 = Kgr. 6,503 di frumento 53T), mentre le massae dell’Italia centro-meridionale a noi note (con una rendita an¬ nua oscillante fra i 100 e i 500 solidi) davano un corrispondente di circa 3.000-15.000 modii (q. 195-875), e quelle siciliane (440- 1.650 solidi) di 13.350-49.500 modii annui (q. 868-3.217,5 circa). Se, poi, tentassimo di trasformare a loro volta queste cifre in dati — sempre meramente teorici — di superficie 538, fondandoci sul reddito di 20 modii di grano per ogni iugero di terreno magro (ovvero di 80 modii per ettaro), che ci è testi¬ moniato da Columellaδ®9, potremmo dire che le coloniae e i 530 Per cui cfr. le tabelle a pagg. 361-362 e pagg. 380 sgg. 687 Cfr. V. «Modius» (A. Baudrillart), D.A.G.R. Ili, 2, pagg. 1957-1058. 688 II procedimento appare tanto più legittimo in quanto, proprio a que¬ st’epoca, i documenti talora esprimono l’ordine di grandezza delle tenute in modii, vale a dire commisurando le superfici al grano che richiedevano per la semina (cfr. Seregni, art. cit.) o forse, secondo la loro capacità produttiva in frumento (la coltura comunque, è evidente, ormai più importante e diffusa): cfr. ad es. Gbaeg., Reg. Ep. IX, 37 e 96, citt. a pag. 248, n. 123; nel 522-536 il patrizio Tertullo donò all’ordine di S. Benedetto 50.000 modii di terra in Sicilia (cfr. Di Giovanni, Codex dyplomaticus cit., App. dipi. XI e XII, pagg. 611-615). A questo proposito si vedano utili osservazioni di metodo in A. Mirot, Prix de grains et prix de rentes en grains, Annales d'hist. ée. et soc. III (1931), pagg. 551-552. 889 Cfr. Col., De r.r. Il, 9, 1 (in un ager mediocris si devono seminare 5 modii di grano per iugero) e III, 3, 4 (frumenta maiore quidem parte Italiae quando cum quarto responderint, vix meminisse possumus) : da uno iugero si dovevano dunque ricavare circa 20 modii di grano, cioè 80 modii (=hl. 7 = q. 5,2) lier ettaro (essendo uno iugero circa 1/4 di ettaro). Varrone dà invece cifre assai superiori (De r.r. I, 44, 1 : Seruntur fabae modii IIII in iugero, tritici F, hordei VI, farris X ... ex eodem semine aliubi cum decimo redeat, aliubi cum quinto decimo, ut in Etruria locis aliquot. In Italia in Subaritano dicunt etiam cum centesimo redire solitum, in Syria ad Oadara et in Africa ad Byzacium item ex modio nasci centum...)', ma 50-75 modii per iugero (= hl. 17,508 - 26,26
Dai Goti ai Longobardi 417 loci patavini del documento davano al proprietario una rendita annua media pari a quella, in frumento, che avrebbero fornito direttamente al coltivatore 4 iugeri e mezzo circa di ager me¬ diocris ( = h. 1,115), mentre l’entrata delle massae centro-meri¬ dionali, conteggiata in cereali, corrispondeva al reddito di circa 150-750 iugeri = li. 37,5 - 187,5) di terreno sativo, e quella delle massae sicule a 667,5 - 2.875 iugeri (= li. 166,875 - 718,75) 54°. In concreto, tuttavia, le superfìci degli appezzamenti fln qui considerati dovevano essere di gran lunga più estese ; esse infatti comprendevano certamente (oltre alle aree a coltivo, che in qualche caso, sebbene meno frequentemente che nei secoli prece¬ denti, potevano anche essere più rimuneratrici di quelle a cereali 541) una data percentuale di terreni incolti, acquitrinosi = q. 13 - 19,5 per ettaro), quanti egli ne indica per le terre della Toscana, ap¬ paiono una cifra davvero ingente, se pensiamo che ancora oggi, nella stessa re¬ gione, il raccolto dei campi più fertili non supera i 16 ettolitri per ettaro (cfr. V. «Ackerbau» [Olk], P.W. I, coll. 261-283 e partie. 276-277, dove però l’Au¬ tore giudica comunque troppo esigua la cifra riferita da Columella ; 25-30 q. di grano per ettaro rappresentano a tutt’oggi uno dei massimi livelli di produzione raggiungibili in Italia: cfr. A. Marescalchi - L. Visentin, Atlante agricolo del¬ l’Italia Fascista, Novara s.d. [prima del 1935], tav. 17); noi, per prudenza, ab¬ biamo preferito appunto adottare il reddito minimo resoci noto da Columella (il quale scriveva in un’epoca in cui la coltivazione del frumento, in Italia, si era forse ritirata sui terreni peggiori). 540 II Fustel De Coulanges (L’Alleu cit., pagg. 22 sgg.), in base a cal¬ coli fatti sull’iscrizione di Viterbo C.I.L. XI, 3003 = I.L.S. 5771, congetturava una superficie media di 240 iugeri (60 h.) per le proprietà di quella regione. Le estensioni di tenute coloniche in Francia, che egli enumera per il IX secolo (IMd. pagg. 420 sgg.), appaiono invece da 7 a 12 volte superiori a quelle delle co¬ loniae venete attualmente in questione (28, 36, 44, 48 iugeri = circa 7, 8, 11, 12 h.). 641 Nella prima metà del VI secolo una vigna normale non doveva ren¬ dere certamente meno del 7-8 %, ma probabilmente circa il doppio, mentre, in circostanze di particolare favore, poteva raggiungere non solo il 18-20 %, ma anche raddoppiare questa cifra e forse più. Ecco il procedimento con il quale siamo arrivati alla formulazione di queste cifre, seppure largamente approssi¬ mative. Secondo il parere, sempre alquanto moderato, di Columella, al tempo suo una vigna non rendeva meno di 3 cullei (= 60 anfore) per iugero, ma poteva anche, in circostanze fortunate, fruttarne fino a 8 (egli riferisce invece con grande scetticismo la notizia di Varrone, secondo il quale certe vigne del terri¬ torio faentino e del Piceno avrebbero reso anche 600 urnae per iugero, cioè 300 anfore, cioè 15 cullei; cfr. Varr., De r.r. I, 2, 7): cfr. Col., De r.r. Ili, 3, 2-3. 27. L. Ruggini
418 Economia e società nell'v. Italia Annonaria » o, comunque, di rendimento scarso o nullo842 (già però il Mommsen, a proposito della Tavola Veleiate, escludeva che si potesse scendere molto al di sotto della percentuale di una ren¬ dita teorica a frumento, nel calcolare il rendimento medio di una proprietà 543). Ma ciò che, nel caso specifico, va soprattutto Siccome, prosegue Columella, uno iugero di terreno costava 1.000 HS ; siccome altri 2.000 HS per iugero erano necessari per le spese d’impianto del vigneto, e occorreva inoltre uno schiavo vinitor del valore di 8.000 HS ogni sette iugeri per la manutenzione, sommando a questo capitale anche i relativi interessi per i primi due anni al 6 % (dal momento che per due anni il vigneto non sarebbe stato in grado di dare frutti), e rapportandolo quindi al valore del vino rica¬ vatone secondo i prezzi più bassi del mercato di allora (300 HS al culleus), ne risultava sempre una rendita oscillante fra il 26,7 % (nel caso che il vigneto fruttasse 3 cullei per iugero) e il 71% (qualora ne fornisse invece 8). Svolgiamo ora il medesimo calcolo suggeritoci da Columella, valendoci in¬ vece dei dati a noi noti per la prima metà del VI secolo. Ammessa dunque un valore dei terreni pari a solidi 5,5 per iugero (per cui cfr. sotto, pag. 419, n. 545), calcolando le spese d’impianto al doppio del prezzo della terra (secondo la pro¬ porzione stabilita da Columella) e il costo di uno schiavo per ogni sette iugeri pari al valore di otto iugeri di terreno (cfr. avanti, pagg. 563-565), som¬ mando poi a questo capitale i suoi interessi biennali al 12 % (tasso legale di interesse ormai divenuto corrente), e rapportandolo infine al valore di 3 o di 8 cullei di vino ricavabili per ogni iugero, secondo il prezzo estremamente basso di 30 anfore per solido (per cui cfr. pag. 364), otteniamo una rendita oscillante fra Γ8 % e il 19 % all’incirca (siccome, però, il prezzo del vino a 30 anfore il solido, datoci da An. Val. II, 73, fu quello di un periodo eccezionalmente flo¬ rido — allorché pure il grano venne a costare 60 modii il solido, vale a dire la metà del suo normale prezzo in questi secoli — non è improbabile che anche il costo del vino, in più normali circostanze, dovesse essere all’incirca doppio di quello ora considerato: in tal caso, pertanto, la rendita di un vigneto salirebbe al 16-38 % approssimativamente). Da quanto precede risulta anche più evidente il motivo per cui, con il passare del tempo, le colture frumentarie dovettero prendere il sopravvento su quelle a vigneto nella maggior parte del suolo ita¬ liano: mentre, infatti, il rendimento di queste ultime era proporzionalmente calato rispetto all’Alto Impero, data la più scarsa reperibilità dei capitali d’in¬ vestimento e quindi il più alto livello medio delle usure, le colture cerealicole, che richiedevano spese d’investimento e cure minime, che fornivano il loro pro¬ dotto in un solo ciclo stagionale e che spesso, in occasione di crisi deficitarie e di carestie vere e proprie, si prestavano a speculazioni vantaggiosissime, ve¬ nivano ormai a fornire una rendita discretamente elevata e sicura e, pertanto, preferibile nella maggioranza dei casi. 642 Cfr. le paludes e le coloniae in sentibus del territorio patavino ricor date nel nostro papiro (Tjäder, P. 3, cit. a pag. 409, n. 525). 543 Cfr. Mommsen, La ditrib. del suolo ital. cit., passim.
419 Dai Goti ai Longobardi tenuto in conto è il fatto che tutte le rendite in solidi fin qui considerate non rappresentano il frutto direttamente ricavato dalla terra dai coltivatori, bensì le sole entrate che pervenivano ai proprietari a titolo di affitto : esse, normalmente, avrebbero dovuto aggirarsi intorno alla metà del valore della produzione 544 ; ma, data la frequenza con cui livellari e conductores si dichia¬ rano, in questi secoli, incapaci di corrispondere i canoni presta¬ biliti e accumulano debiti arretrati per molti anni di fila, non è improbabile che lo scarto fra la rendita diretta e gli affitti che venivano pretesi in molti casi fosse, di fatto, assai più tenue. In ogni modo, tutti i calcoli fin qui svolti non hanno che un carattere astratto, e sono stati introdotti soltanto per rendere più evidente il significato di alcune cifre in denaro — di per sè poco eloquenti — espresse nei papiri, accostandole a dati di superficie che, a frumento, avrebbero teoricamente potuto for¬ nire rendite alPincirca analoghe; sarebbe però pericolosa e su¬ perflua una estensione dei medesimi conteggi a t u 11 e le somme in solidi che si trovano via via menzionate nei documenti di questo genere. Che il sistema da noi precedentemente adottato, di ridurre le rendite in denaro in equivalenti quantitativi di frumento a prezzo di mercato, per poi inferirne una approssimativa indica¬ zione di superficie, non conduca, comunque, a risultati di per sè inaccettabili, sembra ricevere conferma anche dalla contro¬ prova seguente. I 20 modii di grano, indicati da Columella quale normale reddito di uno iugero di terreno, tradotti in solidi in base al prezzo medio del frumento nel VI secolo (30 modii il solido, come s’è detto: tariffa scelta, per prudenza, fra quelle italiche più basse), rappresentano una rendita pari a 2/3 di solido per iugero. Ora, un altro papiro di questi anni (539 o 546 d.C.), per noi importantissimo, ci informa che un fondo Concordiacus di 20 iugeri, nel territorio di Faenza, era stato allora venduto per la somma di 110 solidi 545. Benché sia impos- 644644 Cfr. A. H. M. Jones, Over-Taxation and the Decline of the Roman Em¬ pire, Antiquity XXXIII (1959), pagg. 39-43. 545 Cfr. Marini 114, databile al quinto postconsolato o di Paolino Iuniore (539 d. C.) o di Basilio Iuniore (546 d. C.). Si tratta di uno strumento di ven¬ dita, lacunoso della parte iniziale e finale, con il quale un fondo Concordiacus di 20 iugeri, sito in pago Painate (? lettura incerta) in territorio di Faenza, com-
420 Economìa e società nelVa Italia Annonaria » sibile valutare l’incidenza che, sul prezzo realizzato, avessero al¬ lora avuto la qualità del terreno (che sappiamo però a colture mi¬ ste di campi a cereali, pascuis, silbis, salectis, sationibus, ar¬ boribus, arbustis, pomiferis, secondo la clausola, standardizzata ma certo non del tutto astratta, del contratto di vendita), e so¬ prattutto la critica situazione di questi anni (siamo nel periodo immediatamente precedente o seguente all’assedio di Ravenna da parte bizantina), nonché le condizioni forse particolari in cui il contratto era stato realizzato (la venditrice era una donna gota, forse astretta da necessità, e l’acquirente un funzionario romano o bizantino), nonostante, dunque, un largo margine di incertezza, noi possiamo partire da questo valore testimoniato di 5,5 solidi per iugero, di un terreno non troppo lontano da quelli della Chiesa Ravennate attualmente in esame, e rappor¬ tarlo al reddito (teorico) di 2/3 di solido per ogni iugero di terreno sativo, calcolato in precedenza: 2/3 di solido all’anno, su uno iugero di terreno coltivato del valore di solidi 5,5, rap¬ presentano pertanto una rendita lorda del 12,12 % (ovvero, netta, del 10 %, sottraendo il prezzo dei 5 modii di frumento per iugero impiegati nella semina54e) ; cifra che, nel complesso, si accorda assai bene con quello che può considerarsi il rendimento fon- prendente campis, pratis, pascuis, silbis, salectis, sationibus, arboribus, arbustis, pomiferis, viene venduto per 110 solidi dominicos, [pro]bitos, obriziacos, opti¬ mos, pensantes al v(ir) st(rennus) Peregrinus dalla h(onesta) f(emina) Tul- gilo (—onis) e dai due figli di costei Domnica e Deutherius. Fra gli altri testi¬ moni sottoscrive, in lingua latina e caratteri greci, un certo Giuliano argentario, gener Iohannis pimentarli (precisazione probabilmente introdotta per distin¬ guerlo dal famosissimo omonimo personaggio della medesima epoca, costruttore e dedicante di tante chiese in Ravenna: cfr. C.I.L·. XI, 287 [545 d. C.], 288 [547 d. C.], 289, 294 [549 d. C.], 295 [549 d. C.] ; questo potrebbe essere un elemento in favore di una datazione agli anni immediatamente successivi alla conquista di Ravenna da parte bizantina). Fra i confinanti del fondo Concordia- cus sono nominati il Umes publicus (cioè la strada), una Casanovam, iuris quond(am) Seound[i v.d. t e m] on a rii (temonarii erano i collettori d eWaurum ti- ronicum), un fondo Salectum, proprietà di Vvitterit v(ir) d(evotus) Scutarius, e un fundus Kalegaricus proprietà di Andreas (—atis) b(onae) m(emoriae) (= defunto). Praepositus Dromon a rior um. Sia la venditrice che alcuni dei suoi vicini sono dei goti (come è dimostrato dai loro nomi) ; tutti i proprietari terrieri qui menzionati, inoltre, risultano essere ufficiali e funzionari (compreso l’attuale acquirente). we Cfr. Col., De r.r. Il, 9, 1, cit. a pag. 416, n. 539.
Dai Goti ai Longobardi 421 diario normale di questi secoli, all’incirca corrispondente, come sempre, al tasso legale d’interesse sul prestito dei capitali a usura (ora per l’appunto ufficialmente fissato al 12 % δ47). 517 Da Augusto (o Tiberio) in poi, il tasso legale massimo di interesse ri¬ mase sempre fisso al 12 % (anche la nota epigrafe di Feltre del 323 d. C. — qualunque interpretazione le si attribuisca — mostra come il 12 % fosse con¬ siderato la nonnaie rendita annua di un capitale liquido: cfr. L. Cesano, Il denarius e la usura nel tempo costantiniano, Rendic. della R. Acc. dei Lin¬ cei, Cl. Se. Mor. Stor. Fil., ser. V, XVII [1908], pagg. 237-256; P. Strauss, Remarques sur la monnaie de cuivre romaine au I Ve siècle, Rev. N um. 1943, pagg. 1-12) ; soltanto per il prestito in natura era considerato lecito un interesse dei 50 % (e di fatto anche superiore, in quanto il debitore era obbUgato a re¬ stituire Vhemiolion, cioè una metà in più del prodotto prestato, dopo l’inter- vallo fra il tempo della semina e quello del raccolto) : cfr. C. Tu. II, 33, 1, indi¬ rizzata da Costantino al Viceprefetto del Pretorio Draciliano, e proposita a Cesa¬ rea nel 325: Quicumque fruges humìdas vel arentes indigentibus mutuas dede¬ rint, usurae nomine tertiam partem superfluam consequantur, id est ut, si summa crediti in dtiobus modiis fuerit, tertium modium amplius consequantur. Quod si conventus creditor propter commodum usurarum debitum recuperare noluerit, non solum usuris, sed etiam debiti quantitaie privandus est. Quae lex ad solas pertinet fruges: nam pro pecunia ultra singulas centesimas creditor vetatur ac¬ cipere (sulla diffusione di tali mutui in natura nelle campagne, cfr. ad es. Hieron., Comm. in Ezech. VI, 18, P.L. 25, coli. 176: Solent in agris frumenti et milii, vini et olei, caeterarumque specierum usurae exigi... verbi gratia, ut hye- mis tempore demus decem modios, et in messe recipiamus quindecim, hoc est, amplius partem mediam...). Per quanto riguarda i prestiti pecuniari, già una legge del 405 vietava ai senatori la percezione di un interesse superiore al 6 % (cfr. C. Τη. II, 33, 4: Senatores sub medietate centesimae usurae ad contractum creditae pecuniae censemus admitti... ; il divieto di ricevere gli interessi accumu¬ lati al di sopra deH’ammontare del capitale medesimo risaliva già all’epoca clas¬ sica: cfr. P. F. Girard, Manuel de Droit Romain, Paris 1929, pagg. 549, e 550 n. 2; V. Arangio Ruiz, Istituzioni di Diritto Romano, Napoli 1960i4, pagg. 303- 307). Nel 528 d. C., Giustiniano (riflettendo esigenze di ordine morale ancora più che economico) abbassò tale quota al 6 % nei negozi di indole comune, al 4 % nei mutui dei viri illustres e all’8 % nei prestiti commerciali, solo ammet¬ tendo il 12% per la pecunia traiecticia o fenus nauticum (cfr. C.I. IV, 32, 26; G. Biixetter, Geschichte des Zinfusses im griechisch-römischen Alterthum bis auf Justinian, Leipzig 1898; E. Ciccotti, L’interesse del denaro nell’antichità, B.S.E. I, 2, Milano 1905, Appendice I, pagg. 516-523; Jonkers, Enkele opmerkin- gen cit., pagg. 136 sgg. ; Id., Quelques remarques eit., pag. 503 e bibliogr. ivi cit. ; sul prestito a interesse nel diritto classico, cfr. da ultimo G. Tozzi, Economisti greci e romani, Le singolari intuizioni di una scienza moderna nel mondo clas¬ sico, Milano 3961, pag. 449-463 [studio fondato su di una solida conoscenza delle fonti]). Si hanno tuttavia prove che, almeno in Egitto, la legislazione giu¬ stinianea rimase per lo più senza effetto, continuando ivi a essere praticata l’usii-
Economia e società nell’« Italia Annonaria » 422 Ciò che, piuttosto, colpisce in questo calcolo è l’ammontare al 12 % del reddito teorico di un terreno a frumento, considerato in se stesso. Come si è detto sopra, siamo pervenuti a tale cifra in base ai dati seguenti: a) prezzo, attestato, di uno iugero di terreno normale nel distretto di Faenza, verso la metà del VI secolo (nella misura di sol. 5,5); ra del 12 %, secondo la consuetudine ormai radicata (efr. A. Segrè, Il mutuo e il tasso di interesse nell’Egitto greco-romano, Atene e Roma, n.s. Y [1924], pagg. 119-138) ; non è poi dato sapere con certezza, anche nei casi di ottemperan¬ za legale, fino a che punto si possa credere alla formale apparenza degli atti, che potevano essere redatti in modo da eludere la legge (cfr. Schupfer, Il di¬ ritto privato cit. Ili, pagg. 182-200). Su due esempi di crediti commerciali e ma¬ rittimi a tasso d’interesse elevatissimo (25% e 33.3%), in Italia, tra il ΛΤΓ e l’VIII secolo, cfr. pure pag. 463, n. 642. L’esempio dell’Egitto, benché per molti aspetti peculiare, si presta anche a considerazioni di carattere più generale. La maggior parte dei mutui testimo¬ niati dai papiri — soprattutto nelle campagne — erano prestiti di consumo, consistenti in anticipi di piccoli capitali da restituirsi entro brevi termini. Per tutto il periodo tolemaico, tuttavia, il tasso d’interesse legale massimo rimase fermo al 24 %, e si ha più di una prova che, di fatto, parecchi δάνεια venivano stipulati a interesse ancora più elevato, del 40-50-60-80 % (cfr. Segrè, art. cit.). È pertanto probabile che questo tasso di interesse usuraio dell’età tolemaica risultasse all’incirca equivalente al reddito normale di un capitale investito in un impiego durevole (un documento del 166 a. C. ci informa ad es. che il red¬ dito di una casa, allora, poteva essere del 40 % ; cfr. Segrè, art. cit., pagg. 127-128). Nell’età imperiale i prezzi degli stabili e dei terreni, con le relative ren¬ dite, calarono fortemente in Egitto (nell’articolo testé citato il Segrè, tenendo presenti i prezzi medi dei grani nei diversi periodi e considerando uguali i redditi medi in frumento dei terreni nell’età tolemaica e in quella romana, cal¬ cola che, in quest’ultima, i prezzi degli immobili dovevano essere calati almeno della metà) ; ed ecco che — in parallelo — pure il tasso di interesse massimo dei mutui discende a un livello medio del 32 %. Anche Tesarne compiuto dal Segrè (sempre sulla base dei papiri egiziani dell’alta età imperiale) dei prezzi dei terreni seminativi, in relazione con i canoni di affitto delle tenute e con i prezzi del frumento, sembra confermare che il tasso legale d’interesse del 12 % doveva approssimativamente corrispondere al normale tasso di capitalizzazione medio degli investimenti immobiliari. Benché, dunque, la vicenda delle quote d’interesse dei δάνεια in Egitto, nel corso dell’età tolemaica e di quella imperiale romana, presenti una linea di sviluppo del tutto particolare (che non si riscontra in altri paesi come per es. in Grecia, dove l’interesse dei mutui si aggirò sempre suH’8-10 %), essa riesce a porre particolarmente in risalto la sostanziale corrispondenza — assai utile anche ai fini della nostra ricerca — fra il tasso medio praticato nelle usure e il tasso di capitalizzazione medio degli investimenti immobiliari nelle varie epoche. Una riprova per l’Italia, nel I-II secolo dell’Impero, sembra venirci anche da un passo di Columella, dal quale risulta che, al tempo suo, l’interesse nor-
Dai Goti ai Longobardi 423 b) capacità produttiva, in frumento, di uno iugero di terreno normale (nella misura di 20 modii, secondo la cifra che Columella ci attesta, e che è la più moderata fra quelle forniteci da tutti gli agronomi antichi; si ritiene, com’è ovvio, che la produttività media dei terreni in frumento non debba, in questi secoli, avere subito variazioni apprezzabili); c) prezzo medio del frumento in tempo di abbondanza (nella misura di 30 modii il solido; se, poi, si considerassero i prezzi di annona cara, che pote¬ vano facilmente arrivare a 10 modii il solido, il reddito di un terreno a frumento salirebbe a oltre il 36%). Se, ora, eseguiamo una ricerca analoga per l’età di Columella, con¬ statiamo che la rendita di un appezzamento a grano, rispetto al valore del terreno stesso, non doveva normalmente superare il 4 % (ovvero il 3 %, detratte le spese della semina).. Nel I secolo delPImpero, infatti, il valore di uno iugero di terreno sativo (senza dotazione di viti o d’altro) era di 1.000 HS, come ci informa Columella stesso548; la capacità pro¬ duttiva di uno iugero di terreno era, sempre secondo Columella, di 20 modii di frumento, lo abbiamo veduto; il prezzo medio del grano in tempo di abbondanza — s’è visto anche questo 540 — nel I-II secolo si aggirava sui 2 HS (= 1/2 denario) al modio. Uno iugero di terreno a grano fruttava dunque annualmente circa 40 HS (30 HS detratte le spese di semina), che, rispetto al valore intrinseco del terreno, di 1.000 HS per iugero, rappresentavano per l’appunto una rendita del 4 % (3 % netta; considerando poi il prezzo del frumento in tempo di caritas — a 4 HS il modio = 1 denario — la rendita salirebbe all’8 % lorda e al 6 % netta) : cifre assai basse, se si osserva che, sempre secondo Colu¬ mella, uno iugero di terreno a prato, bosco o pascolo — non richiedendo manutenzione alcuna — rendeva circa 100 HS all’anno, vale a dire il 10 % 55°. Siccome noi sappiamo che i prezzi del frumento, in oro, non ebbero sensibilmente a mutare dall’Alto Impero all’età bizantina (a parte le costanti oscillazioni fra caritas e vilitas)561 ; siccome, d’altro canto, il valore dell’oro non andò deflazionandosi che in misura limitatissima e con secolare lentezza 552, e parimenti immutato deve considerarsi anche il rendimento medio dei terreni a grano, si è per forza indotti a ritenere — per spiegare lo sbalzo del reddito di uno iugero a frumento dal 4% male delle usure era considerato il 6 %, pari appunto, al rendimento approssi¬ mativo dei terreni (cfr. Col., De r.r. Ili, 3, 9: ... si, ut fenerator cum debitore, ita rusticus cum vineis suis fecerit, eius summae ut in perpetuum praedictam usuram semissium dominus constituat... etc.). 648 Cfr. Col., De r.r. III, 3, 8 (... cum ipsum solum septem iugerum totidem millibus nummorum partum...). 519 Cfr. sopra, pag. 385, n. 477. 560 Cfr. Col., De r.r. III, 3, 3-4 {...prata et pascua et silvae, si centenos sestertios in singula iugera efficiant, optime domino consulere videantur...). Cfr. sopra pagg. 360 sgg. e partie. 385-387. 082 Cfr. sopra, pagg. 389-391.
424 Economia e società nell’a Italia Annonaria » al 12 % — die un mutamento di valore fosse invece intervenuto nei prezzi dei terreni, nel VI secolo ridottisi di oltre 2/3 rispetto a quelli dell’Alto Impero. E di fatto, se trasformiamo in oro il prezzo di uno iugero di terra al tempo di Columella (1.000 HS), vediamo che esso cor¬ risponde a 1/4 di libbra d’oro (vale a dire 18 solidi), mentre, verso la metà del VI secolo, uno iugero di terra veniva pagato soltanto 5 solidi e mezzo003. La critica situazione degli anni successivi alla guerra gotico-bizantina, e il desiderio di molti possessores (soprattutto se mo¬ desti) di disfarsi di proprietà ormai divenute pesi morti (dato il loro stato di deperimento, i capitali che avrebbero richiesto per molti anni a vuoto prima di tornare a rendere, la pressione fiscale e la cupidigia dei vicini potenti e prepotenti)054, potrebbero essere motivi più che suf¬ ficienti per spiegare l’andamento piuttosto depresso dei prezzi dei ter¬ reni rispetto all’età di Columella. Ma è anche probabile che, nel I secolo dell’Impero, gli investimenti in terre fossero assai ricercati in Italia, influendo fortemente sulla sostenutezza del loro mercato (ciò spiega pure il basso livello delle rendite calcolate a grano, dal mo¬ mento che le tariffe di quest’ultimo, in oro, non subirono forti varia¬ zioni nel corso dei secoli); anche i prezzi della mano d’opera rustica — lo vedremo meglio più avanti — nell’età di Columella appaiono, in mo¬ neta aurea, all’incirca quadrupli di quelli noti per il II, IV e VI secolo (con una proporzione, dunque, analoga a quella registrata nel disli¬ vello di valore dei terreni: ciò che valse a mantenere pressoché inva¬ riata, a tanti secoli di distanza, la relazione fra il costo di questi ultimi e quello della mano d’opera servile)555. Un altro fatto colpisce, infine, nell’inventario di rendite e di fondi della Chiesa Ravennate che stiamo esaminando : e, cioè, la menzione frequentissima che in esso è fatta di saltus, paludes e coloniae del tutto o parzialmente desertae e in sentibus5δβ, indice significativo del grado di decadimento raggiunto dalle 653653 1.000 HS = 250 denarii (essendo 1 denario = 4 HS) ; 250 denarii = 10 aurei (essendo 1 aureo = 25 denarii); 10 aurei = 1/4 di libbra d’AU (essendo, a quest’epoca, 1 libbra d’AU = 40 aurei). Poiché, più tardi, vennero coniati 72 solidi per ogni libbra d’oro, 1/4 di -libbra d’AU corrisponde esattamente a 18 solidi. 554 Cfr. avanti, pagg. 445 sgg. 555 Cfr. avanti, pagg. 563 sgg. 566 Cfr. Tjäder, P. 3, II, 1, 1, pag. 188: locus, qui adpellatur saltus Erudianus, per Maximum vil(icum) ; Ibid. II, 1, 5: Col(onia) Simpliciaea, que iacet in s e nt ib ( u s ) , p(er) Re[paratum et Iustinum col(onos)] ; Ibid. II, 1, 9: D(e) palude Micauri; Ibid. II, 1, 10: D(e) palude Pom¬ piliana ; Ibid. II, 1, 11-13 (cit. sotto, n. 558). Frequentissime saranno più tardi le menzioni di acquitrini e paludi nei documenti nonantolani (VU see, e sgg.) : cfr. Tiraboschi, o. c. I, pagg. 17-19 e II, passim,
Dai Goti ai Longobardi 425 colture, dopo le vicende disastrose di tanti anni di guerra e di rapine557 ; non manca però anche qualche timido sintomo di ripresa 558. Tutto ciò potrebbe pertanto concorrere a spiegare, su queste tenute, l’accennata prevalenza (per lo meno apparente) dell’apicoltura e delPallevamento del bestiame rispetto allo sfrut¬ tamento agricolo del suolo, bisognoso di un’opera di risana¬ mento realizzabile solo in un lasso di tempo relativamente lungo (qui, per il risollevamento della colonia Candidiana, vengono ad es. calcolati cinque anni559). È poi da porre quasi certamente in relazione con queste cattive condizioni dei territori patavini anche il fatto che, nell’elenco dei canoni e degli xenia ad essi abbinati, le cifre sia in denaro che in natura denotino importi più tenui rispetto a quelli della prima parte dell’elenco, proba¬ bilmente riferibili ad altri distretti veneti, la cui menzione è per noi perduta 5eo. Un altro papiro ravennate (datato al 4 aprile del 553, vale a dire proprio all’anno conclusivo della guerra gotica) sembra 557 Durante gli ultimi anni della guerra, i Goti avevano a bella posta favorito l’estendersi delle paludi che il Po e i fiumi veneti tendevano gifi natu¬ ralmente a formare, per premunirsi da eventuali attacchi bizantini dalla Dal¬ mazia : e in effetti Narsete, quando nel 552 marciò verso Ravenna partendo dalla costiera illirica, disperò in un primo tempo di poter raggiungere il suo obiettivo ; e solo dopo molti sforzi riuscì a transitare con tutto il suo esercito, servendosi di ponti di barche (cfr. Proc., De hell. Goth. IV, 26). 558 Cfr. Tjäder, l. c. II, 1, 11-13: Col(onia) Candidiana, qui (sic) nuper orde nata est, ut post quinquennio possit aliquid praestare, / item [....J exige[.]d[.] singu[l]is annis, i[n quibus] deserta i acebat, etc. Cfr. la nota precedente ; il tempo che i coloni potevano dedicare alla coltura delle loro parcelle era inoltre limitato in misura non trascurabile dal¬ l’alto numero di giornate lavorative che, settimanalmente, essi dovevano de¬ dicare alle terre padronali. 660 Cfr. Tjäder, 1. c. II, 2, 1-10, pagg. 188-189; gli aifitti, nella prima parte, andavano da 3 solidi e 23 silique a 13 solidi e 13 silique, e le contribuzioni in natura si aggiravano sulle 80-160 libbre di lardo, 80-130-160 uova, 2-4 oche, 8-13-16 galline, 1-3 operae (equivalenti alle medievali corvées) alla settimana. Nella seconda parte tali cifre calano a 3 solidi e 3 silique di media (solo in due casi le contribuzioni sono di 4 solidi, e in un’unica occasione di 6), 2 oche, 12 galline, 120 uova, 80 libbre di miele, niente lardo e nessuna opera (si desi¬ derava forse che le energie dei rustici fossero interamente dedicate al risol¬ levamento delle loro coloniae),
420 Economia e società nell·'« Italia Annonaria » recare la traccia delle dure vicende da poco trascorse561. Si tratta di un atto di donazione alla Chiesa Ravennate, in cambio della tuitio adversus violentus inpetos (sic), da parte della s(ublimis) f (emina) Ramino (—onis)} moglie del v(ir) s(ublimis) Felithanc (essi erano evidentemente due goti facoltosi, come i loro nomi e i loro titoli ci suggeriscono). L’oggetto della donazione (una parte dei beni che Ranilio aveva ereditato dal padre Aderit) è costituito da 50 libbre d’argento, vestes e ornatus per un valore di 50 solidi, la metà (= 6 oiice56^) della massa Firmidiana (sita nel territorio di Urbino) e di un’altra massa dalle parti di Lucca, il cui nome è lacunoso, per una rendita complessiva di 100 solidi annui (data l’ampia dispersione territoriale di questi beni e la menzione di servi e mancipia, è da presumere che si trattasse di una fortuna notevole, per quanto allora danneggiata e peri¬ colante). Di tutta la proprietà precedentemente elencata — tra¬ sferita alla Chiesa mediante costituto possessorio 563 — la do- 661 Cfr. Tjäder P. 13 (= Marini 86), I pagg. 300-308, III tavv. 61-64; cfr. in proposito G. Zanetti, Descrizione e spiegazione di un antichissimo e se¬ gnalato papiro del VI secolo ora scoperto e pubblicato in Vinegia... [Venezia] 1763, pag. 3. 562 Uncia indica in generale la dodicesima parte di qualche cosa, costante per peso o misura; uncia honorum indica la dodicesima parte dei beni posse¬ duti (cfr. Forcellini, v. « Uncia »). 508 II « costituto possessorio » era un particolare modo di attuare il tra¬ sferimento di proprietà — nella forma della traditio — già forse applicato nel diritto classico, quando il tradente conservava la detenzione della cosa. Qui, invece, Ranilio viene stabilita come usufruttuaria per un brevissimo periodo (30 giorni, vale a dire per 1/12 della entrata di un anno : ... quarum / rerum s(upra)s(crip)tarum triginta dierum ususfructus / est nobis pro traditionis sollemnitate retentio) ; in questo caso infatti, come in numerosi altri documenti della, medesima epoca, il costituto possessorio, da forma speciale di traditio (quando il proprietario della cosa la vuole trasferita ad altri, pur continuando a tenerla in nome dell’acquirente come usufruttuario od affittuario), appare degenerato ormai a semplice mezzo per evitare la tradizione materiale (cfr. Arangio-Ruiz, Istituzioni di Diritto Romano cit., pagg. 204-206; cfr. pure F. Schupfer, La pubblicità nei trapassi della proprietà secondo il diritto ro¬ mano del basso impero, specie in relazione alle vendite, estr. da Riv. It. per le Se. Giurid. XXXIX [1905], pagg. 1-54; R. Kirciier, Zur Geschichte des raven¬ natischen Kaufvertrags, Z.S.S., Rom. Abt. XXXII [1911], pagg. 100-128; S. Riccobono, Traditio ficta, Ibid., Rom. Abt. Parte II, XXXIV [1913], pagg. 159- 255 ; Checchini, La « traditio » cit. ; E. Von Druffel, Papyrologische Studien zum byzantinischen Urkundenwesen im Anschluss an P. Heidelberg 311, Mün¬ chen 1915, pagg. 62 sgg. ; Q. I. Luzzatto, Constitutum Possessorium, Arch. Giurid.
427 Dai Goti ai Longobw'di natrice dispone che una parte venga poi di fatto ceduta, titulo largitatis, a Ademunt, figlio naturale di Aderit (precisamente le vesti e gli ornamenti per il valore di 50 solidi, 15 libbre d’argento e un’oncia e mezzo di ogni massa, per l’ammontare, quindi, di 25 solidi di rendita annua). Un dato particolarmente eloquente per stabilire le condi¬ zioni dell’artigianato e dei commerci (nel caso di manufatti più raffinati, importati dalle province del Mediterraneo orientale) è certamente il valore attribuito alle vestes, comparativamente al prezzo di altri beni e servizi. A una prima osservazione saremmo tentati di giudicarlo qui estremamente sostenuto, 50 solidi cor¬ rispondendo a circa la metà o un terzo della rendita annuale d’una massa di media estensione, vale a dire al costo di 1.500 modii di frumento (a 30 modii il solido). Se, però, arretriamo di circa due secoli e mezzo e ci rifacciamo all’Editto di Diocleziano, pertinente a un’età che, a confronto, viene giudicata florida, vediamo che il prezzo medio di una veste, a seconda della fat¬ tura e qualità, corrispondeva allora a un valore in frumento oscillante fra i 12, 25, 40, 80, 90 modii italici di minima e, più spesso, fra i 200, 250, 300, 400 modii (secondo la tariffa del grano a 100 denarii per modio castrense, data dall’Editto stesso)664 ; il che, nella donazione attualmente in esame, verrebbe a signifi¬ care una scorta di vesti più o meno preziose per un ammontare a un dipresso oscillante fra i 4 e i 50 capi : cifre, come si vede, CVlrt [1932], fase. 2, pagg. 244-286; Colorni, Per la storia della pubblicità cit., pagg. 125-147, e bibliogr. ivi cit.). Secondo il Pezzana (che cita alcune compravendite ravennati dell’età bizantina, ma non la donazione di Ranilio) l’uso del costituto possessorio come mezzo di trasferimento di una cosa si sareb¬ be diffuso in Italia soltanto dopo la estensione ad essa della codificazione giustinianea nel 554 (cfr. A. Pezzana, Intorno alla « Lex Manciana », Milano 1958, estr. da Studi in on. di E. Betti, pagg. 36-42) ; il nostro documento mostra come, di fatto, la traditio mediante costituto possessorio avesse trovato appli¬ cazione nella pratica notarile già anteriormente a tale data. 664 Cfr. Ed. XIX (Περί έσθήτος), pagg. 369-377 ed. Graser (= pagg. 35- 37 della 2* ed. Beumner), 1 a (4.000 d. una χλαμύς στρατιωτιχή di prima qua¬ lità), 26 (4.500 d. un byrrus Laodicenus), 27 (10.000 d. un byrrus Laodicenus in similitudinem, Nervii), 28 (2.000 d. una δελματική άσημος τρίμιτος), 38 (4.000 d. un birro canosino di prima qualità), 43 (20.000 d. una βάνατα διπλή ο καταβίων îel Norico), 45 (15.000 d. una βάνατα gallica), 48 (1.250 d. una camicia gallica), 49 (600 d. una camicia della Numidia), 53 (12.500 d. un fibulatorium della Rezia), etc. Il frumento costava 100 d. al modio castrense (cfr. Ed., I, 1), che pare corrispondesse a circa 2 modii italici (cfr. sopra pag. 368, n. 436).
428 Economia e società nell’a Italia Annonaria » più che accettabili. Un confronto fra i prezzi di due documenti tanto eterogenei e cronologicamente distanti è pertanto reso le¬ gittimo dall’accostamento di ciascuno di essi alla tariffa del frumento che, come si è dimostrato più sopra, rimase pressoché invariata dal IV al VI secolo 565. Se, dunque, nell’ambito delle attività artigianali e manifat¬ turiere (esplicantisi soprattutto nelle città) non doveva allora essere sostanzialmente mutato, rispetto alle età precedenti, il locale equilibrio fra produzione e richiesta, ben altrimenti si deve invece giudicare circa la reperibilità di strumenti e di mano d’opera agricola nelle campagne: anche nel nostro documento infatti — come in tanti altri di questa medesima età5CC — una grandissima importanza viene attribuita alYinstrumentum mas¬ sae (sottolineandone l’evidente scarseggiare), e si dispone affin¬ chè possano venire rivendicati dal nuovo padrone i mancipia 567 fuggiti tempore hoc barbarici (tale, forse, era stata anche la con¬ seguenza dei provvedimenti di Totila — poi abrogati da Giusti¬ niano — in ostilità alla classe dei grandi proprietari terrieri)56S. 505 Cfr. sopra, pag. 360 sgg. 606 Negli strumenti di donazione e di vendita di terre del tempo non manca mai la formula pertinenziale cum omni iure instructo instrumentoque eius omnibusque ad se pertinentibus (cfr. ad es. Marini 116 dei 540, 118 dei 536-537 o dei 543-544, 120 dei 572, 121 della fine del VI sec., 80 [=Tjäder P. 8] dei 564, cit. più sotto, etc.). 607 Per uno studio del mancipium dal punto di vista giuridico, che ne illustra l’evoluzione di significato dall’età romana a quella bizantina, · cfr. Colorni, Per la storia della pubblicità cit. (e ree. di M. Levi-Bruhl, Rev. hist, de droit fr. et ètr., ser. IV, XXXVI [1958], pagg. 430-431). 568 Cfr. sopra, pagg. 337-338 ; l’espressione tempore hoc barbarici, secondo G. Ferrari deule Spade (La donazione nei papiri di Ravenna, Studi in on. di S. Riccobono, Palermo 1936, pagg. 457-483), alluderebbe in particolare alle recenti razzìe dei Franchi; cfr. Tjader P. 13 cit., 3-14: idest massae (:) Firmidianae (:) territorio Urbinati (:) et (:) [ ]lianae (:) territorio Lucense / constituta¬ rum uncias senas, idest earum massarum me/diam quantitatem cum omni instructo instru/mentoque suo omnibusque ad se pertinentibus, / cum adti[guis] colonicis subsequentibusque suis, finibus, terminis, servitutibusque earum, cum / mancipiis, quae in designatis massis esse nos/cuntur, et, si qua tempore hoc barbarici ex eisdem / lapsa repperiri potuerint, tenendi, per huius meae / pagi¬ nam largitatis dominos et procuratores vos in re / vestra instituens, et revo¬ candi damus licentiam,
Dai Goti ai Longobardi 429 Nel documento viene inoltre fatto riferimento a due massae, situate in diversi territori dell’Italia Centrale (Lucca e Urbino) i cui redditi assommati dovevano ammontare a 200 solidi: non è però del tutto chiaro se, in questo caso, tale somma indicasse quanto le due tenute rendevano al proprietario in affitto (in de¬ naro, o in specie per un valore equivalente), oppure — ma sem¬ bra meno probabile — quanto esse erano in grado di fruttare in assoluto, al diretto coltivatore. È comunque molto difficile ren¬ dersi conto dell’esatta portata di queste cifre, che già a propo¬ sito del precedente papiro abbiamo — in via puramente astratta — ragguagliato per ciascuna proprietà a nn reddito medio di 3.000 modii di grano (= q. 195 circa), che si sarebbe potuto ottenere da 150 iugeri di terra (h. 37,5). Questi dati appaiono, nel complesso, piuttosto modesti, a confronto di quelli relativi alle grandi massae siciliane del V e VI secolo, che pre¬ sentavano entrate (cioè affitti, il che dovrebbe presuppor¬ re rendite dirette almeno doppie) di 445, 489, 500, 750, 1.000, 1.650 solidi, pari a 13.350 - 49.500 modii di frumento (q. 868- 3.217,5), ricavabili da circa 668-2.875 iugeri (h. 167 - 718,75). Ma se la rendita di queste due masse toscane e umbre appare inferiore a quella delle grandi tenute sicule di 1/4 - 1/16, e di 1/2 - 1/5 rispetto a quelle testimoniate per altre massae del¬ l’Italia centro-meridionale, è però impossibile determinare quale effettivamente fosse il rispettivo rapporto di superficie, e in quale misura, sullo scarto di rendimento da noi rilevato, inci¬ dessero invece altri fattori, come ad es. la diversa qualità dei terreni (con presenza di boschi, paludi, terreni incolti), le mag¬ giori o minori possibilità di esitare convenientemente i prodotti del suolo o, anche, la diversa entità relativa degli affitti. In ogni caso, accontentandoci di un’assai larga approssimazione, possiamo dire che, mentre le grandi proprietà dell’Italia Setten¬ trionale, e in particolare del Veneto e del Ravennate, assai ra¬ ramente si presentavano concentrate in massae (le quali, per lo più, sembra implicassero la contiguità territoriale di tutti gli appezzamenti che ne facevano parte) ed erano frazionate in fundi, loci e coloniae sparsi e minuti (cui, in qualche caso, fa¬ ceva riscontro anche una parte dominicale delle tenute), esse dovevano invece essere per lo più organizzate in massae di en¬ tità assai considerevole (tali da fornire al padrone entrate
430 Economia e società nell’« Italia Annonaria » da 30 a 250 volte superiori) nell’Italia Centrale e Meridionale (queste massae, affittate di preferenza a uno o due grossi con¬ ductores al massimo, erano a loro volta divise in fundi, il cui affitto annuo oscillava fra i 10 e i 200 solidi, pari a un valore, in frumento, ricavabile da 15-300 iugeri). Ciò che non escludeva tuttavia anche l’esistenza di fundi e possessiones indipendenti, ta¬ lora di entità non trascurabile. Anche altri dati relativi ai territori di Ravenna, Rimini, Fano e Faenza, sparsi qua e là nei papiri, confermano che la maggior parte delle proprietà private (in molti casi successiva¬ mente incamerate dalla Chiesa) erano costituite da fundi, o più spesso da frazioni di fundi, o da complessi di diverse e sparse frazioni di fundi, i quali, nella loro interezza, in qualche caso potevano arrivare a un’area approssimativa di 70 o 295 iugeri6β9, Cfr. Marini 118: strumento di vendita, stipulato a Ravenna nel se¬ condo o terzo postconsolato di un personaggio il cui nome è perduto (certa¬ mente o Paolino Iuniore, nel 536-537, o Basilio Iuniore, nel 543-544) fra due diaconi goti, Gudilebus (o Gudilivus, forse da identificarsi col Gudelivus che, nel 551, assieme ad altri ecclesiastici ariani sottoscrive il contratto di Marini 119, cit. a pag. 460, n. 635) venditore e Alamud acquirente (entrambi sotto¬ scrivono in lingua e caratteri gotici) ; l’oggetto della vendita sono 4 once (= 1/3) di un fondo Caballaria, con parte degli edifici e omni iure instructo instru¬ mentoque, pratis, pascuis, silvis, salicetis, omnibus vineis, arbustis, arboribus, fructiferis diversis, etc., per il prezzo di 130 solidi. L’intero fondo Caballaria doveva dunque valere circa 390 solidi; da una proporzione col fondo Concor- diacus dalle parti di Faenza, comprendente all’incirca le medesime colture e venduto nel 539 o 546 i>er 110 solidi (cfr. pag. 419, n. 545), si dovrebbe inferire che la superficie del fondo attualmente in esame si aggirasse, con approssima¬ zione assai larga, sui 71 iugeri (h. 18 circa). Fra i terreni confinanti col fondo Caballaria viene ricordato un fundus Villa Magna, proprietà degli antenati del venditore (iuris veteris senioribus suorum), e un fundus Quarantula apparte¬ nente a Constantius, uno dei testimoni sottoscrittori dell’atto: il Marini ritiene pertanto che il fondo rustico in questione dovesse trovarsi nel territorio di Fano, dove il toponimo « Cavallaria » è attestato da documenti medievali, oppure nel Senese, dove, assieme con questo toponimo, pare ai suoi tempi ancora sussistesse quello di Villa Magna (cfr. Marini, ad Pap. cit., pag. 344, n. 1) ; os¬ serviamo che un fundus Quadrantula, sito invece nel Riminese, è menzionato in Marini 88-88 A(=Tjader 14-15 A-B) e 120, citt. più avanti. Marini 131 : strumento di permuta, actum a Ravenna nel VI secolo, con cui i coniugi goti Vvaduulfus e Siccifrida riconoscono la vendita da essi fatta al navicularius Leo di un’oncia (1/12) del fondo Raonis (o Raunis, o Raones, o Raugnes) per 130 solidi (somma che essi avevano in un secondo tempo giudi¬ cata inadeguata, intentando causa a Leo e perdendola), accettando però il ver-
Dai Goti ai Longobardi 431 ma che più spesso si aggiravano sui 20 o 30, talora scendendo a superfici di 10 iugeri o anche meno 670. In verità, soltanto nel samento di 5 solidi (fra i testimoni sottoscrittori del documento compaiono altri goti, come il v(ir) d(evotus) Giberit gener Cessinis Comitis e il v(ir) h(onestus) Ardica). Se 1/12 del fondo valeva circa 135 solidi, l’intera tenuta avrebbe dovuto valerne circa 1.620: somma che, sempre secondo la proporzione col fondo Concordiacus più sopra illustrata, dovrebbe corrispondere a una su¬ perfìcie molto approssimati va di 294 iugeri e mezzo (circa h. 73 e mezzo). 570 Cfr. Marini 113: strumento di vendita del 504 d. C., riguardante uno spatium agri cui vocabulum est Veteseca situm territorio Ravennati, che viene ceduto per 18 solidi al v(ir) h(onestus) Flavius Basilius argentarius, da Rusti¬ cus acolytus Ecclesiae catholicae Romanae; sempre in proporzione al prezzo pagato per i 20 iugeri del fondo Concordiaco, la superficie di questo spatium agri Veteseca dovrebbe essere assai limitata (poco più di 3 iugeri?). Marini 114, cit. a pag. 419, n. 545: strumento di vendita del fondo Concordiacus di 20 iu¬ geri, nel Faentino, per 110 solidi. Marini 115: strumento di vendita, actum a Ravenna nel 540 (nel sesto postconsolato di Paolino Iuniore), con il quale il v.h. Domnicus (che non sa scrivere: litteras nesciens) cede al v(ir) c(laHssimus) Montanus, notarius Sacri Vestcari (funzionario dipendente dalla Comitiva Sa¬ crarum Largitionum: cfr. Cass., Var. VI, 7: Vestis quoque sacra tibi [scii. Corniti Sacrarum Largitionum] antiquitus noscitur fuisse commissa...) alcune porzioni del fondo Domicilium cum aedificio e del fondo Centum, qui (= detto) Vigintiquinque appellatur; poiché si fa menzione di una lettera destinata ai magistrati di Faenza, per notificare la vendita in vista deiraggiornamento cata¬ stale e fiscale, è evidente che gli immobili si trovavano nel territorio giurisdi¬ zionale di questa città (il Marini — pag. 338, n. 15 — cita molti altri esempi di fondi chiamati Centum, Viginti, Vigintiquinque, etc. nel Faentino, nel Rimi- nese e, in generale, in tutta la Romagna); il Marini (pag. 340, n. 28) ritiene inoltre che questa vendita fosse anteriore all’assedio di Ravenna da parte di Belisario — altrimenti, come spiegare i normali rapporti burocratici fra la città e Faenza? — e che, pertanto, Montanus fosse un funzionario di Vitige. Il prezzo della vendita ammonta a 40 solidi aurei, domnicos, optimos, pensantes, corrispondenti alPinçirca al valore di 7 iugeri. Marini 117 : insinuazione nei pubblici atti dello strumento di una vendita, fatta in Classe nel 541 (sotto il consolato di Basilio Iuniore), di due once (=1/6) del fondo Domitianus, forse nel Riminese (cfr. note del Marini ad Pap. cit.) per la somma di 20 solidi; il venditore è un certo Minnulus, chierico ariano della chiesa dei Goti (per cui vd. anche Marini 119), e il compratore il v.h. Isacws (= Isacco, probabil¬ mente un artigiano ebreo), saponarius di Classe; l’intero fondo Domiziano doveva avere dunque un valore di circa 120 solidi, prezzo approssimativo di una superficie di quasi 22 iugeri a salectis, sationalibus, vineis, arboribus, arbu- steis, arbustatis, taleis olivarum, pomiferis, fructiferis diversis generis, rivis, fontibus, etc. (come appunto quella attualmente in questione). Per i papiri Marini 120 e 121, rispettivamente della fine VI secolo e del 591, cfr. più avanti, pagg. 436, n. 581, e 457, n. 624. Marini 124 (VI o VII see.); lacunosissimo
432 Economia e società nell’«. Italia Annonaria, » caso del fondo Concordiaco già sopra ricordato 571 il documento ci informa espressamente circa Fesatta superficie delPappezza- mento (20 iugeri), in rapporto al prezzo di vendita (110 solidi); in tutti gli altri casi, trattandosi di territori geograficamente vici¬ nissimi, per lo più a colture miste, e le cui vicende si svolsero nel medesimo, ristretto ambito cronologico, abbiamo creduto di po¬ terne ricavare le approssimative superimi dalla proporzione con i rispettivi prezzi di vendita, fornitici di mano in mano dai docu¬ menti. D’altra parte, anche là dove, in luogo del costo degli ap¬ pezzamenti, conosciamo soltanto l’ammontare delle loro rendite annue, trasformando tali cifre nelle quantità di grano teorica¬ mente equivalenti e da queste arrivando poi, per induzione, alle superimi minime in grado di produrle, otteniamo dati — astratti, sì, ma non dissimili dai precedenti — di 21, 24, 31,5 e 45 ingerì (i quali, pertanto, ci confermano sulla relativa legittimità di quest’ultimo procedimento di conteggio) 572. Nell’Italia centro- strumento di vendita di 6 once (=la metà) del fondo Pannina (o Paonina)t nel Ravennate (per cui vd. note del Marini ad Pap. cit.), per la somma di 6 solidi, al v.h. Solomon (verisimilmente un ebreo) da parte del v(ir) r(everendus) Maurus e della sorella Petronia o Petrunia col marito v.h. Pitio (-onis) ; l’in¬ tero fondo avrebbe dovuto dunque avere un valore di 12 solidi, prezzo appros¬ simativo di 2 iugeri di terreno. *1 confinanti dei fondi, quando sono ricordati dai papiri, sono solitamente quattro (cfr. ad es. Marini 114, 120, etc., citt. più avanti), ciò che ci permette di immaginare che gli appezzamenti in questione fossero di forma quadrilatera. Anche le parcelle delle antiche assegnazioni coloniarie avevano tale forma (le tracce della centuriazione sono tuttora chiaramente rilevabili sulle carte al 25.000 e con la fotografia aerea) ; i lotti avevano avuto per es. una superficie di 70-50 iugeri nel territorio di Bologna (colonia latina), di 8 iugeri a Parma (colonia romana), di 5 iugeri a Modena (colonia romana), etc. : cfr. G. Tibiletti, Ricerche di storia agraria romana, Athenaeum XXXVIII (1950), pagg. 183-260. In generale, cfr. F. Castagnoli, Le ricerche sui resti della centuriazione, Roma 1958, passim. 574 Cfr. pag. 419, n. 545. 072 Cfr. Marini 141 (papiro molto mutilo, probabilmente del VI see.): si tratta forse di uno strumento di affrancazione di alcuni servi, cui vengono con¬ cessi — in dono o in usufrutto — certi fondi siti, a quanto sembra risultare da altre fonti, nel Riminese (cfr. osservazioni del Marini, pag. 377, n. 3) ; fra essi figura per es. un fondo, il cui nome è i>erduto, praestans 21 solidi (cioè il valore di 630 modii di frumento, ricavabili da circa 31 iugeri e mezzo), un fundus Apranus che rendeva 16 solidi (pari a 480 modii di grano, ricavabili da circa 24 iugeri), e un altro fondo ancora che ne rendeva 14 (pari a 420 modii di frumento, ricavabili da circa 21 iugeri). Un documento più antico ci è fornito, per il Bolognese, da una lettera del 482 di Papa Simplicio al Vescovo
Dai Goti ai. Longobardi m meridionale sembra invece che l’estensione media dei fundi (sem¬ pre desunta dalle loro rendite) fosse nel complesso superiore, ag¬ girandosi sui 60-120-180 ingerì di superficie teorica. Mentre, inoltro, nelle massae le colture a frumento dovevano avere in molti casi la prevalenza sulle altre coltivazioni, nei fondi del Veneto e della Romagna si direbbe che il grano venisse pro¬ dotto soltanto nelle modeste quantità necessarie al diretto con¬ sumo dei coltivatori o poco più, frequente essendo la menzione di orti, vigne, pometi, oliveti, persieeta, salecta, siime, pascoli, etc. nelle cosiddette formule pertinenziali dei papiri873. Larga diffusione doveva avere anche l’allevamento del bestiame sia grosso che minuto, donde venivano ricavati lana, latte, carne, lardo, miele, uova, e così via S74. ravennate Giovanni (Mansi, Sacrorum Conciliorum nova et amplissima col¬ lectio cit., VII, col. 972 = ed. Thiel I, Ep. XIV, pagg. 201-202) ; in essa si stabi¬ lisce che Giovanni, Metropolita di Ravenna, debba assegnare vita naturai durante un fondo nel Bolognese, del reddito annuo netto di 30 solidi (pari a circa 900 modii di frumento, ricavabili da 45 iugeri) a un certo Gregorio, da lui pre¬ posto con la violenza alla cattedra episcopale di Modena, a titolo di risarci¬ mento (cfr. G.. Pistoni, Sulla elezione e sull’ingresso di alcuni Vescovi mode¬ nesi, Atti e Mem. della Dep. di St. Patria per le antiche province modenesi, ser. Vili, X (1958), pagg. 19-30 e partie. 20). 673 Cfr. Marini 93 cit. a pag. 450, n. 611 ; Marini 114 cit. a pag. 419, n. 545; Marini 117 cit. a pag. 431, n. 570; Marini 118 cit. a pag. 430, n. 569; Marini 120 cit. a pag. 436, n. 581; Marini 87 (= Tjäder P. 2) cit. a pag. 446. n. 598; etc. Una distribuzione delle colture del tutto analoga si ritrova anche nei documenti medievali più tardi, riferentisi al territorio emiliano : cfr. ad es. i docc. longobardi dell’VIII see., citt. a pagg. 490 sgg. ; altri documenti ravennati del IX-X secolo, con la menzione di vigne, oliveti, saliceti, pometi, etc. fra le pertinenze immobiliari, si trovano in M. Fantuzzi, Monumenti Ravennati de’ secoli di mezzo per la maggior parte inediti, Venezia 1801-1804, I, n. 2, pag. 85 (a. 844); n. 6, pag. 94 (a. 896); etc. (nn. 3, 4, 8, 10, 14, 16, 17, 19, 21, 22, 23, 25, 26, 28, 33). Va però tenuto presente che le formule pertinenziali — nella pratica notarile — potevano avere acquistato un valore meramente stereotipico (cfr. G. P. Bognetti, Ascua et pascua, Studi in on. di G. Calisse, Milano 1940, I, pagg. 205-246 e partie. 238; P. Rasi, Le pertinenze e le cose accessorie, Padova 1955, pagg. 97-110 e 148-149). Pure nella storia di Adalbertus infantulus, tuttavia, si racconta che il povero fanciullo dovette vendere 18 iugeri di terra nel Modenese tra vigneti, arativi, prati, boschi e paludi, per ricavare denarios honos lihras sex, con cui saldare un debito di suo padre (cfr. G. Tiraboschi, Storia dell’augusta Badia di San Silvestro di Nonantola, II, Modena 1785, doc. 117, pagg. 152-155, n. 1021; per un commento dal punto di vista monetario si veda C. M. Cipolla, Le avventure della lira, Milano 1958, pag. 20). 1574 Cfr. Tjader P. 3, esaminato a pagg. 407 sgg. 28. L. Ruggini
Economia e società nell'a Italia Annonaria » 434 Un altro documento ravennate — una. chartula plenariae se¬ curitatis del 564 (anno di carestia, come i precedenti e i succes¬ sivi875), in cui è riportato il minuziosissimo inventario dei beni mobili e immobili del defunto Collictus, ricevuti dal suddiacono Qratianus a nome di Stefanus suo pupillo da parte della vedova Germana — conferma nel complesso l’impressione già ricevuta dalla lettura della donazione di Ranilio 87β. Il documento — benché ampiamente lacunoso nella parte iniziale e finale — consente di rendersi conto che il patrimonio in questione doveva essere senz’altro di notevole importanza, comprendendo numerose porzioni di domus (di solito 1/3, op¬ pure 1/6) in Ravenna e altrove (per es. a Forum Cornelii), e inoltre svariati casalia, casae (nel senso di domus cultae), prae¬ dia rustica e fundi nel territorio ravennate ed emiliano (bolo¬ gnese, corneliese, etc.). L’elenco estremamente complesso di que¬ ste frazioni di immobili diversi, all’atto della redazione appar¬ tenenti a un medesimo proprietario (e ad esso pervenuti, a quanto pare, attraverso donazioni e vendite), serba in sè, per così dire, la traccia delle successive vicende che, attraverso i secoli, avevano procurato lo smembramento di entità fondiarie all’origine unitarie577 : di tale unità è appunto testimonianza il cristallizzato nome dei fondi, ormai suddivisi in parcelle che vanno da un minimo di un’oncia e mezza (= 1/8) a un massimo di tre once (= 1/4) della superficie primitiva (non per nulla, già allo spirare del IV secolo, le grandi famiglie avevano ten¬ tato di reagire al pericolo della dispersione dei patrimoni me¬ diante la limitazione delle nascite e una sempre più diffusa pratica del maggiorascato 578). 875 Cfr. pag. 479. Cfr. Tjäder P. 8 (= Marini 80), I pagg. 284-236, III tavv. 43-53, da¬ tato al 17 luglio 564, già creduto il testamento di Cesare ( !) nel XVII secolo, alla biblioteca reale di Fontainebleau. Su questo papiro, cfr. Zanetti, o. c. pagg. 5-9; U. Inchiostri, Contributo alla storia del diritto romano in Dalmazia nel X e XI secolo, Arch. Tr. ser. Ili, III (1907), pagg. 127 e 145. m Sul fundus, da un punto di vista giuridico, cfr. E. Kaïla, L’unité fon¬ cière en droit romain, Paris 1927. 678 Contro certe pratiche, per così dire, di anticipato malthusianesimo, con cui nelle classi abbienti si procuravano gli aborti, per non dividere il patrimo¬ nio fra molti eredi, è diretta la predicazione dei padri cisalpini del IV secolo : cfr. Ambe. Ex. V, 58 (... Ipsi quoque divites, ne per plures suum patrimonium dividatur, in utero proprios negant fetus et parricidalibus sucis in ipso genitali
Dai Goti ai Longobardi 435 Ma, a un certo punto del nostro documento, risulta die oltre la metà (almeno 7 once e mezzo, ma forse più) di un certo fondo Verutianus, nel territorio bolognese, era stata recente¬ mente acquistata da ColKctm da precedenti proprietari diversi (nel testo, parzialmente lacunoso, ne compaiono tre: Gauden¬ tius, Afrio e Bonosa)6TO. Da una parte, come abbiamo detto, questa è dunque la testimonianza di un avvenuto smembramento delle primitive unità immobiliari in porzioni minori (talora mi¬ nime), probabilmente già corrispondenti a lotti affidati a coloni e livellari diversi, e successivamente passati — per eredità, dona¬ zione o vendita — a svariati proprietari (nel nostro caso almeno uno di essi, la donna Bonosa, sembra essere un’orientale : sarebbe pertanto questo uno dei numerosi esempi di peregrini che, giunti in Italia in qualità di artigiani o di commercianti, passavano al rango di proprietari terrieri non appena le loro condizioni economiche lo consentivano, rapidamente assimilandosi alla po¬ polazione locale®80). Ma d’altro canto rileviamo pure la ten¬ denza, da parte di un personaggio facoltoso, a concentrare gradatamente il patrimonio, ricomprando dai proprietari mi¬ nori (o ottenendo per donazione) le parcelle contigue di fondi un tempo unitari, e successivamente smembratisi. Un caso del tutto analogo si ritrova anche in un altro documento alvo pignera (sic) sui ventris extinguunt, priusque aufertur vita quant tradi- tur...); Id., Ibid. V, 61 e VI, 22; Ps. Ambr., Seismo XXXIV, 8; Zeno Ver. 1. I. tr. IX de av. 1 ; etc. Un'altra sezione della predicazione ambrosiana è rivolta a com¬ battere le diseguaglianze nelle eredità, per l’invalere del maggiorascato (cfr. Ambr., Ex., V, 58: ... Unius divitis filii diversa sorte caeduntur. Alius totius pater- nae sortis ascriptionibus inundatur, alius opulentae hereditatis patriae deplorat exhaustam atque inopem portionem...). Queste differenze di condizioni testamen¬ tarie fra eredi — dice il predicatore — ingeneravano spesso lotte tra le famiglie e rancori fino al delitto : cfr. Ambr., De Iacob II, 5 ; De Noe II, 95 ; De Ioseph 5 ; etc. Tutto ciò denota la generale precarietà di ricchezze anche considerevoli. δ7β Cfr. Tjäder, 1. c. II, 16 - III, 1: ex uncias tres fund(o) Veruttano, quod vendedit Gaudentius in s(upra)s(crip)to terr(itorio) et loco (= ten'(ito- rio) Bononiense in Teliino), uncia una:· ex uncias tres fundi s(upra)s(crip)ti, quas vendedit Afrio, / uncia una; ex uncia una semis fundi s(upra)s(cripti), quas vero vendedit Bonosa, semeuncia ; etc. Anche altre frazioni di immobili, nel documento, sembrano inoltre ottenute tramite successive donazioni o vendite (cfr. il testo cit. a pag. 445). 680 Cfr. Ruggini, Ebrei e Orientali cit., pagg. 254-255 e nn. relative. Su di un’altra Bonosa, proprietaria di terre nel Piacentino in età longobarda (760 d. C.), cfr Schiaparelli, C.D.L. 142 (per cui vd. anche pagg. 499, e 507 n. 801).
Economia e società nell’« Italia Annonaria » 436 ravennate del 572, che registra la vendita, da parte del v(ir) h(onestm) Domninus agéllarius, delle 5 once (poco meno della metà) del fondo Curtinus (o Curtinis) di sua pro¬ prietà (iuris sui), con una porzione dell’edifìcio rustico annesso, e di 2 once (=1/6) del casale Bassianum, cum omni iure in¬ structo instrumentoque, nel Riminese; il compratore è un certo v(ir) c(larissimus) palatinus sacrarum largitionum Deusdedit (di origine africana? lo si direbbe dal nome, assai frequente in quelle regioni); e tra i fondi confinanti ai terreni venduti viene fatta menzione di reliquis unciis (quindi 7 once = 7/12) fundi s(upra) s(cripti) Curtini possidente eodem Deusdedit uti com¬ paratore: è dunque evidente che questo funzionario bizantino stava a poco a poco allargando i suoi possessi fondiari nel Rimi¬ nese, incamerando, a condizioni assai vantaggiose, successive porzioni di fondi contigui581. Un dramma sociale non dissimile, 681 Cfr. Marini 120: gli immobili comprendono silvis, campis, pratis, pa¬ scuis, salectis, sationalibus, vineis, arboribus pomiferis, fructiferis diversisque generibus, ribis, fontibus, aquis perennibus, etc. (Ia formula è certamente stan¬ dardizzata, ma non sembra avere sempre perduto la rispondenza con la situa¬ zione reale dei fondi oggetto di vendita, dal momento che la riscontriamo altrove con varianti abbastanza peculiari, quali la menzione, in qualche caso soltanto, di piante di olivo [Marini 115], oppure l’omissione della vite [Marini 114], etc.). Il tutto, che sembra costituire l’intera proprietà dell'agellarius Domninus, viene ceduto per aureos solidos dominicos, probitos, obriziatos, integri ponderis sin¬ gulos numero quinque, con la riserva meramente convenzionale di 30 giorni di usufrutto (cfr. pag. 449, n. 611) : somma in verità estremamente esigua, se si riflette che essa corrispondeva al valore normale, in questo periodo e in queste regioni, di neppure uno iugero di terra; è pertanto impossibile che la metà circa di un fondo instructus, più 1/6 di un casale, rispondesse a un valore talmente tenue (anche rispetto a tutti gli altri che già abbiamo avuto occasione di esaminare). Dato che il venditore era un modesto agellarius che non sapeva nemmeno scrivere, e l’acquirente un funzionario bizantino che stava rapida¬ mente allargando le sue proprietà terriere nel Riminese, potente vicino del pic¬ colo possidente, verrebbe fatto di pensare che la vendita fosse in qualche modo forzata, forse resa necessaria da qualche debito altrimenti incolmabile (il mo¬ desto proprietario che finiva col cedere la propria terra al vicino più potente, al quale era legato da insanabili debiti* usurai, era già stato un topos della let¬ teratura, soprattutto patristica, del IV secolo : cfr. sopra, pagg. 23 sgg.) : nel do¬ cumento si dichiara tuttavia (ma proprio questo potrebbe essere un indizio, data la formula piuttosto insolita nel complesso dei papiri ravennati) che la proprietà venduta è libera da debiti sia fiscali che con privati. Fra i testimoni sottoscrittori del documento è ricordato anche un certo Eugenius palatinus s(a)c(rarum) l(argitionum), filius Leontii medici ad schola greca (per cui cfr. le osservazioni del Marini, ad Pap. cit., pagg. 351-352, n. 24).
Dai Goti ai Longobardi 437 nell’ultimo decennio del V secolo, ci è testimoniato per l’Africa vandala dalle famose « Tablettes Albertini » (dove, però, gli acquirenti che accaparrano le culturae Mancianae, divise in par¬ celle minutissime, appaiono i medesimi, antichi proprietari dei fundi; mentre, nel nostro caso, si tratta di membri d’una società completamente nuova e d’importazione recente, che tendono a sovrapporsi all’antica) 682. 583 Si tratta di 34 atti in parte lacunosi (conservati su 45 tavolette lignee raggruppate in dittici o in trittici), rinvenuti nella regione di Tebessa in Alge¬ ria, e databili fra il 493 e il 496, sotto il regno del re Vandalo Gunthamund. La quasi-totalità di essi (29 atti) è costituita da compravendite di terreni (in un caso si tratta invece della vendita di un torchio, in un altro di uno schiavo ; ab¬ biamo poi un atto costitutivo di dote, un documento di carattere contabile e una tavola di conto); l’oggetto del trasferimento (almeno in 14 casi accertato con sicurezza) non è già il pieno dominio dei fondi, bensì il particolare ius (reale e limitato) dei venditori sui medesimi, riconosciuto loro, assieme con il diritto di alienazione, in forza della Lex Mandarla ; le terre risultano invece in proprietà (sub dominio) di un certo Flavius Geminius Catullinus, flamen perpetuus. La maggior parte degli atti appare redatta in fundo Tuletianensi, probabilmente da identificarsi con una località presso la frontiera algero-tunisina, dei quale le varie parcelle manciane cedute facevano evidentemente parte (esse dovevano essere di estensione estremamente ridotta, se la più grande conteneva 35 olivi, un caprifico e una pianta di pistacchio, mentre la più piccola portava un solo albero di fico). L’acquirente, in ben 21 documenti, è un certo Geminius Felix, e un Geminius Cresconius in altri 4; in quanto ai cultores venditori (apparte¬ nenti, in 18 casi su 30, alla famiglia degli Iulii), ce ne dovevano essere di più o meno ricchi, ogni gruppo familiare possedendo un numero variabile di par¬ celle (4, 5, 10, etc.), delle quali andava disfacendosi spesso soltanto un poco alla volta, sotto l’evidente spinta della necessità (si tratta, in parecchi casi, di ve¬ dove e di orfani). Ê pertanto probabile che i membri della famiglia dei Gemimi, un cui rappresentante (forse antenato) già era titolare del « dominio eminente » su queste terre, tendessero ora a reintegrare sulle medesime il loro pieno diritto di proprietà, del quale in età precedenti la famiglia si era forse spogliata cedendo ad altri il « dominio utile » (vale a dire il diritto di possedere, usarne, goderne, disporne per atto tra i vivi o a causa di morte), contro l’obbligo di piantare ulivi e vigne sui terreni acquitrinosi e incolti e di corrispondere un canone in natura : tale è per il V secolo la definizione di cultura Mandana — istituto già noto sulle proprietà fiscali e della corona attraverso alcuni documenti epigra¬ fici africani del II-III secolo (per cui cfr. la bibliogr. cit. a pag. 251, n. 128) — quale si trova per es. in A. Grenier, Les archives d’un notaire vandale, R.E.A. LIV (1952), pagg. 343-348. I prezzi ai quali le parcelle vengono cedute, espressi parte in solidi e parte in folles, si aggirano per lo più su 1 solido o 1 solido e 100 folles, oscillando tra un minimo di 90 folles — cioè poco più di 1/4 di solido, secondo la recente interpretazione del Grierson — e un massimo di 500 folles, equivalenti a 1 solido e 150 folles (cfr. Grierson, The Tablettes Al-
Economia e società nell*« Italia Annonaria » 438 Ritornando ora alla quietanza di Gratianiis, osserviamo come, anche nel caso di una fortuna immobiliare ragguardevole come quella del defunto Collictus} venisse riportato un inven¬ tario di stupefacente minuzia di ogni bene mobile ed oggetto rustico e domestico dal più importante al più vile : non soltanto bertini cit., pagg. 73-80. L’Autore parte da un dato del documento II, pagg. 216- 217 dell’ed. Coubtois, nel quale si dice che uno schiavetto di 6 anni, Fortinis, viene acquistato da Felix per 1 solido e 700 folles, pari a unum semis ; secondo l’interpretazione più diffusa, si stabilisce qui l’equivalenza 1 s. e 700 f. = 1,5 s.. sicché 1 s. = 1.400 f. : cfr. E. Albebtini, Actes de vente du Ve siècle, trouvés dans la région de Tébessa (Algérie), Langres 1930, estr. dal Journal des Savants, janv. 1930, pagg. 23-30; Coubtois, Leschi, Pebbat, Saumagne, Tablettes Alber¬ tini cit., pagg. 203-205; etc. Ma questa interpretazione sembra contrastare con quanto testimoniano altri documenti e la stessa evidenza numismatica [cfr. pag. 375, n. 457]. Il Grierson pertanto, corredando la sua dimostrazione con un’ampia messe di osservazioni di carattere numismatico, ritiene che unum semis vada riferito non già al solido, bensì all’oncia, e che il passo significhi perciò : 1 s. 700 f. = 1/2 oncia AU, sicché 1 s. = 350 folles, dal momento che con un’oncia d’oro venivano coniati 6 solidi. Tale spiegazione, pur esigendo una interpretazione del testo leggermente forzata, porta a risultati che si accordano assai bene con le realtà numismatiche che noi conosciamo, e sembra perciò da accettarsi). Tornando ora ai prezzi dei terreni indicati dalle « Tablettes », sem¬ bra assai difficile giudicarne la portata, dal momento che si ignorano le su¬ perimi degli appezzamenti venduti. Esse, peraltro, dovevano essere assai modeste (vd. sopra); ed è tenendo conto di ciò, e del fatto che l’oggetto della vendita era non già la piena proprietà, ma il solo dominio utile su di essa, che sarebbe arrischiato giudicare questi prezzi eccessivamente bassi, e pensare, come per es. l’Albertini, che queste vendite dovessero mascherare l’indebitamento usuraio dei venditori con l’acquirento (cfr. Aubertini, art. cit.). I prezzi degli alberi di olivo indicati nei documenti sono, a quanto pare, normali (cfr. Grierson, art. cit., pagg. 74-75); quelli delle vesti e degli ornamenti, ricordati nella tabella dotis del doc. I (per cui cfr. pag. 440, n. 590), se computati in oro secondo le equivalenze suggerite dal Grierson appaiono a loro volta del tutto adeguati a quelli noti per questi secoli da altre fonti; solo il prezzo dello schiavetto di 6 anni (a 3 solidi, accettando l’interpretazione del Grierson), risulta estremamente più basso di quello conosciuto per altre regioni (cfr. C.I. VI, 43, 3 del 531, e VII, 7, 1 del 530, citt. a pagg. 564-565, in cui si stabilisce una tariffa minima di 10 solidi · per ogni schiavo inferiore ai 10 anni) : ciò fa pensare che la merce servile, non più esportata in altre province nell’età vandalica, abbondasse sul mercato locale, facendo sì che i prezzi raggiungessero livelli assai bassi (sulle esportazioni africane di mancipia nel IV see., cfr. Exp. Tot. Mundi 60). Sulle «Tablettes Albertini», oltre alle opere già citt., cfr. pure J. Carco- pino Les Tablettes Albertini, Journal des Savants 1952, pagg. 145-169; J. Mail¬ lon, ree. all’ed. Courtois-Leschi-Perrat-Saumagne delle Tablettes, UAnt. Claœs. XXII (1953), pagg. 228-233; J, Lambert, Les «Tablettes Albertini», Rev. Afri-
Dai Goti ai Longobardi 439 sono infatti elencate, com’è ovvio, le libbre d’argento e i gioielli di maggior valore, ma ogni singola camisia, veste, scodella, lu¬ cerna, cucchiaio, arca, stipo, madia, zappa, falce, botte, paiolo, cote olearia e catena del focolare (magari deteriorati o rupti)y di ognuno dando il corrispondente valore in solidi e in silique auree 583. Vediamo così, ad es., che un tappeto policromo (stra¬ gula polimita) poteva valere 2/3 di solido, una coperta ricamata (scamnile acopictum) 1 solido, una camisia tramosirica (cioè mista di seta e di lino) 3 solidi e mezzo, una sarica (tunica) or¬ nata 1 solido e 1 semisse, e così via : stime assai elevate, se si riflette che ognuna di esse corrispondeva, grosso modo, all’af¬ fitto annuo di un locus o di una colonia, nelle medesime età e regioni 584 ; e tuttavia affatto simili a quelle dei secoli prece¬ denti, se giudicate in rapporto al costo di altri beni e servizi di prima necessità. Se infatti, come abbiamo già fatto sopra per la donazione di Ranilio, paragoniamo la relazione fra il prezzo delle vesti e quello del grano, nella nostra età e in quella di Diocleziano, vediamo che come nel 301, secondo un tariffario ten¬ denzialmente depressivo, si poteva comperare una camicia fri¬ gia, tracica o numidica con un prezzo equivalente a 12 modii di frumento 585, una clamide militare o un birro canosino della migliore qualità con quello di 80 modii δ8β, un byrrus Laudicenus caine XCVII (1953), pagg. 196-225; A. Berger, Actes de vente latins de l’éi>o- que vandale découverts en Algérie (Autour de l’édition des Tablettes Albertini), Latomus XII (1953), pagg. 192-205; A. Pezzana, Osservazioni sulle «Tablettes Albertini», Arch. Giuria. nF. Serafini». ser. VI, XIII (1953), pagg. 15-57; In., La «cautio de evictione» nelle compravendite ravennati, Studi De Francisci cit. II (1956), pagg. 185-192 (confronto, da un punto di vista giuridico, fra i papiri ravennati e le « Tablettes ») ; In., Intorno alla « Lex Manciana » cit., dove, a pag. 3 n. 1, viene dato l’inventario quasi completo delle numerosissime pubblicazioni precedenti in proposito (vd. pure Luzzatto, Rassegna epigrafica cit., Iura 1956, pag. 565) ; J. De Malafosse, Notes sur les Tablettes Albertini : les stipulations de garantie, Rev. hist, de Droit fr. et étr., ser. IV, XXXI (1953), pagg. 110-120 ; Courtois, Les Vandales cit., pag. 277, n. 3 ; M. Parlasse, Les Tablettes Albertini intéressent-elles le colonat romain du Bas-Empire? Rev. Hist, de Droit, fr. et. étr. ser. IV, XXXIII (1955), pagg. 267-281. 888 Una siUqua aurea rappresenta la ventiquattresima parte di un solido. 864 Cfr. Tjäder P. 3, cit. a pagg. 407 sgg. 685 Cfr. Ed., XIX, 49-50 (σινγιλίων a 600 denarii); come abbiamo già detto sopra (pag. 427, n. 564), l’Editto stesso dà il prezzo del grano a 100 denarii per modio castrense (equivalente a circa due modii italici) : cfr. Ed. I, 1. 588 Cfr. Ed. XIX, 1 e 30 (clamide e birro a 4.000 d.).
4.1Ü Economia, c società nell’« Italia Annonaria » con quello di 200 modii 687, una coperta cappadoce o pontica con quello di 60 modii 588, una βάνατα del Norico con quello di 400 modii 688 e così via, nella nostra quietanza i valori di oggetti approssimativamente analoghi oscillano fra i 30, i 45 e i 105 modii di frumento. Essi, pertanto, corrispondono perfettamente a quelli delle vesti di uso più corrente noti non soltanto attra¬ verso l’Editto, ma anche da altre, disparate fonti del IV, V e VI secolo 880 ; è infatti probabile che nel VI secolo — dato il ristagno K; Cfr. Ed. XIX, 27 (birro laodiceno a 10.000 d.). “* Cfr. Ed. XIX, 19 (τάπης a 4.000 d.). 580 Cfr. Ed. XIX, 43 (20.000 d.). Nel catalogo dell ’Edictum vi è menzione di una stragula-, proprio come nella quietanza di Gratianus (Ed. XIX, 25) : ma, purtroppo, non ne viene specificato il prezzo, variabile a seconda del peso della lana, la tintura e il ricamo (... κατά άναλογίαν του στάθμου της έρέας καί της βαφής *αί της πλουμαρίσεως... ) ed evidentemente elevatissimo. Su tutta questa sezione dell 'Edictum, cfr. pure il nuovo frammento di Tolemaide in Cirenaica, pubblicato da Caputo-Goodchild, Diocletian’s Price-Edict cit. 600 Una legge del 396 d. C. ci informa, ad es., che una clamide militare valeva allora in Illirico 1 solido (cioè il prezzo di 30 modii di grano all’incirca) : cfr. C. Th. VII, 6, 4, Impp. Arcadius et Honorius A A. Martiniano Com(iti) 8(aerarum) L(argitionum), data a Costantinopoli: Fortissimis militibus nostris per Illyricum non binos tremisses pro singulis chlamydibus, sed singulos solidos dari praecipias. Poco più tardi, leggiamo in un passo di S. Agostino che una ca¬ sula di lana, a Ippona, costava allora 1.000 folles (dal momento che ognuno dei 20 martyres contribuiva con 50 folles): il che, applicando le equivalenze (da noi accettate per valide : cfr. pagg. 375-378, n. 457) di 1 f. = 20 d. e 1 s. = 6.800 d., porta a un valore aureo di quasi 3 solidi (cfr. Aug., Be Civ. Dei XXII, 8, C.S.E.L. 40, 2, pag. 604; non si comprende pertanto come il Jones, The Origin of thè Follis cit., pag. 37, possa addurre proprio questo esempio in favore della tesi da lui sostenuta, che il follis valesse allora 12.500 d.). Circa nella medesima epoca Piniano, marito di Melania Iuniore, volendosi dare alla vita ascetica, compra a Roma una rozza veste antiochena per 2 tre¬ missi (oppure per 1 solido: la versione greca della Vita e quella latina diver¬ gono su questo punto: cfr. Vita 8anctac Melaniae junoris, auctore coevo et sanctae familiari (ex cod. Carnot. 16) 8, ed H. Déléhaye, Anal. Boll. Vili [1889], pagg. 16-63 e partie. 26; 8. Melaniae Iunioris Acta graeca 8, ed. H. Dé¬ léhaye, Ibid. XXII [1903], pagg. 5-50 e partie. 13; sui rapporti della Vita la¬ tina e degli Acta greci con la redazione primitiva, cfr. A. D’Alès, Les deux vies de Sainte Mélanie la Jeune, Anal. Boll. XXV [1906], pagg. 401-450). Prezzi non dissimili ci vengono poi dati, per l’Africa vandala alla fine del V secolo, dalla prima delle «Tablettes Albertini» (per cui cfr. pag. 437, n. 582). Si tratta di un atto costitutivo di dote {tabella dotis), nel quale vengono enumerati gli og¬ getti facenti parte del corredo della sposa, Geminia Ianuarilla (cfr. Coubtois, Lesomi, etc., « Tablettes » cit., doc. I, pag. 215). Ella porta in dote, oltre a 8.000
Dai Goti ai Longobardi UL dei traffici e la recessione dell’economia di scambio — i manu¬ fatti più costosi d’importazione straniera fossero pressoché scom¬ parsi anche dal guardaroba dei ricchi signori, lasciando posto ai prodotti delle manifatture locali, per i quali l’equilibrio fra do¬ manda e offerta non aveva subito, a quanto pare, forti variazioni (il basso costo della mano d’opera fu, inoltre, una costante ti¬ pica nel mondo antico). A questo punto vorremmo però soggiun¬ gere che tale constatazione, più che deporre a favore delle condizioni dell’attività artigianale nel secolo VI, induce soprat¬ tutto a riconsiderare la situazione delle manifatture e dei com¬ merci nell’età di Diocleziano, per la quale si suole generalmente postulare un vistoso afflusso di articoli manufatti dalla Pars Orientis verso la Pars Occidentis dell’Impero, con conseguente, ininterrotta emorragia dell’oro da Occidente verso Oriente. In verità, tenuto conto degli elevatissimi costi di queste merci ri- folles d’argento in contanti e 500 folles ad decorandam dotem, ornamenti e og¬ getti personali (non sempre di sicura identificazione), per un valore complessivo di 3.550 folles, fra i quali una dalmatica pura afra da 2.000 folles, un maforse- num da 400 folles, una linea da 300 folles e una colussa da 200 folles ; ora, ac¬ cettando l’equivalenza 1 solido = 350 folles, a quest’epoca e in questo luogo, quale sembra di potersi dedurre dalla seconda «Tablette» nella medesima raccolta (cfr. Grierson, The Tablettes Albertini cit., passim), vediamo che il valore di queste vesti, convertito in oro, oscilla fra 4 solidi e 250 folles, 1 so¬ lido e 50 folles, 1/2 solido e 25 folles, e altre frazioni inferiori di solido. Ancora, alla fine del VI secolo, leggiamo in due passi del Pratum Spirituale di Giovanni Mosco che una veste da monaco nuova, durante il pontificato di Gregorio Magno (590-604), costava a Roma 3 nomismata (= solidi), mentre una di seconda mano, a questa stessa epoca, veniva acquistata in Palestina per 1 nomisma (= 1 so¬ lido) ; cfr. Ioan. Moscus, Pratum Spirit. 92, P.G. 87 (3), coll. 3072 e 2980). Agli inizi del VII secolo Leontius, nella Vita S. Iohannis Eleniosynarii, ci informa che per 1 solido si compravano allora 4 rachanellae (vesti piuttosto rozze, forse bracae), mentre un pallium coopertorium di gran pregio poteva costare 36 solidi, cioè 144 volte tanto: cfr. Leont., Vita S. Iohan. 20, P.G. 93, coll. 1651-1652). Sull’industria tessile, cfr. in generale il denso articolo di A. H. M. Jones, The Cloth Industry under the Roman Empire, The Econ. History Rev. ser. II, XIII (1960), pugg. 183-192. Sui resti di tessuti preziosi dei secoli V e sgg., cfr. ad es. A. De Capitani D’Arzago, Antichi tessuti della Basilica Ambrosiana, UArte, Milano 1941; W. F. Volbach, I tessuti del Museo Sacro Vaticano, Città del Vaticano 1942; Id., Stoffe dei secoli V e VI d. C., Corsi di cult, sull’arte rav. e biz. Ili, 1, Ra¬ venna 16-29 marzo 1958, pagg. 107-110 e bibliogr. ivi cit.; C. Cecchekli, Vita di Roma nel Medio Evo, I (Arti Minori e Costume), Roma 1952, pagg. 279 sgg.; etc.
442 Economia, c società nell’« Italia Annonaria » spetto ai prezzi del grano e di altri generi di prima necessità, nonché in relazione al livello medio delle paghe e delle ren¬ dite091, ci si può meglio capacitare quanto dovesse essere tenue la domanda effettiva, anemici gli scambi, limitata e saltuaria la produzione: tanto che due secoli e mezzo più tardi, in una re¬ gione d’Italia appena uscita da decenni di guerre e carestie, in piena paralisi economica, l’equilibrio dei prezzi in questo settore non sembrerà aver conosciuto sbalzi di apprezzabile entità (vero è, però, che anche la popolazione consumatrice doveva essere fortemente diminuita, in seguito all’indubitabile calo demogra¬ fico; i distretti emiliano-ravennati, inoltre, erano stati in pas¬ sato famosi per la bontà delle loro lane, e la pastorizia ancora vi prosperava nel VI secolo 692 ; subito dopo la fine della guerra gotica Papa Pelagio, per i poveri di Roma, fu invece costretto a importare vesti di ogni specie dalle Gallie 593). In ogni modo, non v’è dubbio che la quietanza di Gnvtumus, come già la donazione di Ramlio, affiancando nel suo minutis¬ simo inventario dei beni mobili gli strumenti rustici e domestici più umili e insignificanti alle vesti e agli oggetti più preziosi, M1 Rimandiamo a un nostro articolo di prossima pubblicazione sui com¬ merci fra l’Italia e l’Oriente; sugli stipendi dei militari e dei burocrati, vd. sopra, pagg. 549-550, e Jones, Roman Inflation cit., pagg. 305 sgg. (con le riserve da noi però fatte a pagg. 549-550) ; calcoli e considerazioni assai interessanti sulle paghe dei retori, grammatici, operai urbani e salariati rustici nell’Alto e nel Basso Impero si trovano nel lavoro di prossima pubblicazione di A. Bernardi già ricordato. 502 Cfr. pag. 433. Per quanto riguarda l’industria tessile e laniera nel¬ l’Alto Impero, cfr. fonti e letteratura in M. Corradi-Cervi, Il commercio e l’in¬ dustria delle lane nell’Emilia occidentale durante l’antichità, Arch. 8tor. per le Prov. Parmensi ser. Ill, IV (1939), pagg. 45-49; Frank, An Economie Survey cit. V, passim ; Chilver, Cisalpine Gaul cit., pagg. 163-167; etc. Per Ravenna, cfr. ancora nel V sec. N.D.O. XI, 63, dove ne è ricordato il linificium statale. 808 Pel., Ep. 4 ad Sapaudum Episcopum Arelatensem (14 die. 556, sotto il XV postconsolato di Basilio), pagg. 11-12 ed. Gassò = P.L. 69, Ep. X, coll. 404-405, con la quale si chiede che, opportunitate navis inventa, vengano in¬ viati a Roma saga tormentacia... tunicas albas aut cucullas vel colobia aut si quae aliae species in provincia fiunt, pagandoli con i solidi raccolti de pensio¬ nibus possessionum Ecclesiae nostrae ; tale invio è sollecitato dal Papa a Sa- paudo in un’altra lettera posteriore di qualche mese {Ep. 9 ad Sapaudum Are¬ latensem [13 apr. 557], pagg. 28-30 ed Gassò = P.L·. 69, Ep. XIV, coll. 407-408): quia tanta egestas et nuditas in civitate ista est, ut sine dolore et angustia cor¬ dis nostri homines quos honesto loco natos idoneos noveramus non possumus aspicere.
Dai Goti ai Longobardi m denota una povertà di manufatti disponibili veramente impres¬ sionante: maggiore, si direbbe, fra gli oggetti d’uso comune e, soprattutto, pertinenti alla vita agricola, che non, in propor¬ zione, fra quelli di valore più elevato; è infatti probabile che, mentre questi ultimi erano stati per lo più gelosamente custoditi anche nelle traversie, i secondi fossero andati nella maggior parte distrutti, guasti o rubati durante gli anni della guerra. Una povertà strumentale analoga si riscontrerà più tardi anche nelle carte longobarde del periodo più antico (in quelle più re¬ centi i riferimenti agli strumenti in dotazione ai fundi si fa¬ ranno invece più generici, forse in relazione a un crescente benessere economico) 504. La parte meno lacunosa della chartula del 564 finora esa¬ minata suona come segue: .../Item/inserendo breve. Breve de diversas species, quae vin- ditae sunt de successionem s(upra)s(crip)ti q(uon)d(am) Col- licti, seu mercides mancipiorum quam etiam pensionem domus, sed et de cautiones vel de praetio ancillae Ranihildae, seu boves et de res q(uon)d(am) Cuderit liberti, quod accepit Gratianus v(ir) r(everendus) in portio / ne s(upra)s(crip)ti Stefani popilli; fieri simul in auro solidos quadraginta et quinque et siliquas vi¬ giliti tres aureas, nummos aureos sexaginta. Item et in speciebus secundum divisionem argenti libras duas, hoc est cocliares ( = cucchiai) numero septem, scotella una, fibula de bracile (= fib¬ bia per veste?) et de usobandilos (= legacciuoli), formulas (= forme) duo/decim, stragula polimita (= tappeti policromi) duo valentes solido uno tremisse uno, scamnile acopicto (= co¬ perta ricamata) valente solido uno, plicton vetere (= rete per i capelli, antica?) siliquas quattuor aureas, camisia tramosirica in cocco et prasino (= camicia di filaticcio in porpora e verde) valente solidos tres semis, sarica (= tunica) prasina ornata va¬ lente solido uno et semisse uno, arca clave clausa / valente sili¬ quas duas, sareca misticia cum manicas curtas valente siliquas aureas duas, bracas lineas valentes siliqua aurea una, culcita (== cuscino) valente solido medio, conca aurea una, cucumella una, orciolo aereo uno, lucerna cum catenula unixa aerea una, ferro fracto (= a pezzi) libras duodecim,/butte de cito (= per aceto) valente tremisse uno, butte minore valente siliquas duas, Cfr. De Robertis, La Prod, cit„ pagg, 192-194.
Economia e società nell’« Italia Annonaria » 444 semis aureas, nummos quadraginta, butte granaria valente sili¬ quas aureas duas semis, nummos quadraginta, arca granaria mi¬ nore ferro legata valente siliquas aureas duas, falce missuria valente siliqua / aurea una, cuppo (= barile) uno, runcilione (= zappa, ronciglio) uno, orcas olearias duas valentes siliqua una semis argenteas, armario (= stipo) uno valente siliquas aureas quattuor, socas tortiles (= corde) duas valentes siliquas aureas sex, sella (= sedia) ferrea pilotile (= con sedile pieghe¬ vole) valente semisse uno, sella lignea plictile valente nummos aureos / quadraginta, mensa et catino ligneos valentes siliqua aurea una, mortaria marmorea dua valentes siliqua aurea una, albiolo (truogolo) ligneo valente nummos aureos quadraginta, sacma ( = sella?) valente asprione aureo imo595, scamnile ( = coperta) cum agnos valente siliquas aureas duas, servo nomine Prolecto. Item / notitia de res Guderit q(uon)d(am) liberti, id est arca clave clausa ferro legata valente siliquas aureas duas, alia arcella minore rupta / valente siliqua una semis asprionis (= una siliqua e mezzo asprio), tina clusa valente siliqua una asprionis (= 1 asprio-siliqua), cocumella (= pignatta) cum ma¬ nica ferrea veter e pensante libra una semis, caccavello (= pa¬ iolo) /rupto (= spezzato?) pensante libra una, catena ferrea desuper foco pensante libras duas semis, satario (= scodella per la semina) valente siliqua una asprionis, cute olearia (= cote olearia) valente siliquas duas asprionis, panario (= madia) rupto 605 Con il termine asprio(-onis) si intendeva probabilmente indicare una qualità di moneta, aspra al tatto e non completamente rifinita ( = coniata di fresco), anziché un tipo di moneta particolare; il termine è certamente da collegarsi con quello di nummus asper (cfr. Tjäder, pag. 435, n. 46 ad Pap. eit. ; V. «Aspro» 2, Diz. Etim. Ital., a cura di C. Battisti e G. Alessio, I, Firenze 1950, pagg. 326-327 ; il Thesaurus Linguae Latinae, riportando citazioni di documenti più tardi, definisce invece Vasprio « monetae genus infimae aetatis »); è con ogni verosimiglianza da questo riferimento alla moneta argentea appena coniata che il termine latino passò poi al bizantino άσπρον (= bianco): cfr. J. Psichaei, Observations phonétiques sur quelques phénomènes néo-grecs, Mém. de la Soc. de linguistique de Paris VI (1889), pagg. 303-323 e partie. 312-315, e E. Schwyzeb, Awest. asparenö und bizantin. άσπρον, Beiträge zur griechisch¬ orientalischen Münznamenforschung, Indogermanische Forschungen XLIX (1931), pagg. 1-45 e partie. 28 sgg. (le conclusioni di questi due studi non sono però condivise da tutti gli specialisti, fra cui per es. Ph. Grierson, che con estrema gentilezza ha voluto discutere la questione con noi).
Dai Goti ai Longobardi 445 uno, capsicio (= cassone) valente nummos octuginta, orciolo te¬ steo valente nummos octuginta, olla testea / <tea> rupta una, talea (= bastone munito di uncino?) valente asprione, albio ( = tino) valente nummos octuginta, rapo (misura di non chiaro significato) valente asprione, modio valente asprione uno, but- ticella granaria valente siliqua una asprionis, sareca una vetere tincticia valente siliquas aureas tres, camisia ornata valente si¬ liquas aureas/sex; mappa (= panno) valente asprionis siliqua una, lena (= mantello) vetere una, sagello (= mantello da viag¬ gio) vetere uno. Item notitia, quod accepit s(upra)s(crip)tus Gratianus de domus, quae sunt intra civitate Ravenna, seu praedia rustica, quae sunt in diversis territuriis: ex domo, quae est ad Sancta Agathae Rav(ennae) secundum / fidem documenti uncias duas; ex domo, quae est post basilica Sancti Victoris Rav(ennae) se¬ cundum fidem donationis uncias quattuor; ex casa, qui appellatur Casa Nova Rav(ennati) terr(itorio) secundum fidem donationis uncias quattuor; ex unciis fund(o) Saviliano, quod obvenit/per donatione Gunderit, uncias duas; ex casale Petroniano terr(ito- rio) Bononiense in Telline secundum fidem documenti uncias duas; ex uncias tres fund(o) Veruttano, quod vendedit Gauden¬ tius in s(upra)s(cripjto terr(itorio) et loco, uncia una; ex uncias tres fundi s(upra)s(crip)ti, quas vendedit A frio, / uncia una; ex uncia una semis fundi s(upra)s(crip)ti, quas vero vendedit Bo- nosa, semeuncia; ...etc. 59β. Da tutto quanto precede, esce dunque il quadro di un’econo¬ mia nel complesso estremamente povera e stenta, alla quale la pausa delle raffiche belliche e qualche tregua nelPimperversare di pestilenze e carestie concedevano soltanto il respiro che bastava per tirare avanti in qualche modo. In tale critica situazione era fatale che le proprietà minori, disponendo di risorse eccessiva¬ mente limitate e modeste, soccombessero nella maggior parte: allo spirare della guerra gotica, dopo che Ravenna (lungamente assediata) e le campagne circonvicine delPEmilia e delle basse Venezie erano state devastate dal ripetuto passaggio di opposti eserciti, è naturale che a molti proprietari mancassero i mezzi 800800 Cfr. Tjäder, P. 8 eit., II, 4-16, pagg. 240-242 ; il documento ancora pro¬ segue nell’enumerazione, ma in maniera talmente lacunosa da presentare assai scarso interesse.
446 Economia e società nell’« Italia Annonaria » necessari per risollevare le loro tenute devastate597, rinnovando le dotazioni di strumenti e di servi, comprando ex novo le sementi da sostituire ai raccolti saccheggiati e bruciati, ripiantando i ceppi delle viti e degli ulivi, prosciugando paludi, e — nel tempo stesso — ottemperando agli oneri fiscali che, a quest’epoca, finivano con l’assorbire non meno di 1/3 o di 1/4 delle rendite lorde dirette dei terreni e la metà, o anche più, delle rendite in affitti 598. La portata 697 Abbiamo spesso incontrato, nei documenti già menzionati, allusioni alla fuga dei servi durante le traversie belliche e all’esistenza di paludi, terreni incolti, tenute bisognose di risollevamento e bonifica (vd. Tjäder PP. 3 e 13, etc.). 098 Cfr. Tjäder P. 2 (= Marini 87), I pagg. 178-183, III tavv. 4-5: si tratta di un frammento d’una copia del documento — databile fra il 565 e il 570 — con cui Giustiniano donò alla Chiesa Cattolica Ravennate i beni già ap¬ partenenti alla locale Chiesa Ariana. In esso, a un inventario — estremamente mutilo — di massae (con relativi affittuari, fra cui un certo Iohannis capitu¬ larius) e di altri immobili (fra cui un persicetum e una taberna), accompa¬ gnato dall’elenco delle rispettive rendite, viene fatto seguire l’ammontare com¬ plessivo degli affitti, pari a una somma di 2.171 solidi e mezzo; di essi, ben 1.239 avrebbero dovuto essere detratti, per venire consegnati al fisco come pensio (1.153,5 destinati alla cassa del Praefectus e 85,5 in titulum largitionalem ; poiché il trapasso risulta avvenire in presenza dei fiscales e numerari in scr(i)n(io) suburbicario et canonum, se ne deve inferire che il territorio ra¬ vennate dipendeva allora dalla amministrazione suburbicaria [come ad es. quando, fra il 354 e il 395 circa, esso aveva fatto parte della Flaminia et Picenum] e che, pertanto, la distinzione fra regioni annonarie e regioni urbi- carie d’Italia amministrativamente ancora sussisteva: cfr. pag. 1, n. 1). Si trattava dunque di una tassa pari al 57 % delle entrate a titolo di affitto ; e poiché il trapasso risulta avvenire in presenza dei fiscales e numerari in dei terreni, le contribuzioni fiscali venivano ad assorbire più di 1/4 della ren¬ dita diretta di una proprietà (si deve poi tenere conto che la Chiesa, come le terre fiscali, godeva l’esenzione da molti oneri contributivi supplementari; più tardi, nel VII secolo, le tasse pagate dalla Chiesa Ravennate per le sue pro¬ prietà in Sicilia appariranno un po’ più modeste: racconta infatti Agnello Ra¬ vennate, riferendosi alla metà circa del VII secolo, che ogni anno la Sicilia forniva allora alla sede episcopale ravennate 31.000 solidi di pensio e 50.000 modii di frumento — per un valore di circa altri 1.500 solidi, dunque: cfr. pag. 361 — oltre a doni di varia natura, a carattere più o meno straordinario; ma mentre le derrate entravano per intero negli horrea ravennati del Vescovo, 15.000 solidi venivano invece regolarmente versati in palatio... Constantinopoli- tano ; il che, rispetto al valore complessivo dei canoni di circa 32.500 solidi annui, rappresenta lina tassa del 46 % : cfr. Agn. Rav., Lib. Pont. Feci. Rav. XXXIV, De Sancto Mauro 111, pag. 350, cit. a pag. 464, n. 645; Ferrai, oo. cc. a pag. 105, n. 273). Un documento egiziano del VI secolo (la registrazione
Dai Goti ai Longobardi 447 di queste considerazioni ci appare più evidente, se tentiamo di darle un contenuto concreto : reordenare una colonia, per es., po¬ teva significare cinque anni di spese e di cure senza reddito al¬ cuno 599 ; altre volte, cuMurare una possessio in desertis poteva ri¬ chiedere anche un decennio di opere assidue 900 ; il ripiantamento di un vigneto (che per due anni non avrebbe reso ancora nulla) esigeva una spesa doppia del valore del terreno stesso, al dire degli agronomi antichi991 : il che avrebbe per es. significato che un appezzamento di 7 iugeri (quanti potevano essere lavorati da un colono o da uno schiavo vinitor), il cui valore sul mercato oscillava allora intorno ai 38 solidi e mezzo992, per essere messo a vigneto avrebbe richiesto l’investimento di 77 solidi, che, ag¬ giunti alla loro rendita del 12 % maturata per due anni a vuoto, sarebbero poi saliti a 95 solidi e mezzo. In quanto alla mano d’opera, benché ci manchino dati veramente specifici in proposito, completa delle imposte per la città di Antaeopolis) ci informa che, quivi, una arura veniva tassata per 7,2/3 carati: il che, secondo i calcoli del Jones, do¬ vrebbe significare un’imposta pari a circa 1/3 della rendita lorda che un terreno arabile egiziano poteva fornire (cfr. Jones, Over-Taxation and the Decline of the Roman Empire cit., pagg. 39-43) ; sempre secondo il Jones, tali cifre del VI secolo, paragonate con le decumae che le province avevano dovuto pagare ai tempi di Roma repubblicana, rappresentavano una tassazione di ben tre volte superiore. Le spese che lo Stato doveva affrontare erano pertanto enormi: appunto al tempo di Giustiniano, secondo i calcoli del Segré, le spese per il mantenimento del solo esercito (di circa 150.000 uomini, compresi gli ufficiali) dovevano ammontare approssimativamente a 2.400.000 solidi all’anno, vale a dire 1/6 circa delle entrate statali (cfr. Segré, Essay cit., pag. 435, dove viene dato un quadro delle spese per l’esercito dal tempo di Diocleziano a quello di Giustiniano) ; circa il bilancio dello Stato dal IV al VI secolo, le valutazioni dei diversi studiosi divergono tuttavia in misura scoraggiante: cfr. Sundwall, Weström. St. cit., pagg. 150 sgg. ; Grosse, o. c., pag. 208; Stein, ree. a A. Andréadès, Le montant du budget de l’Empire Byzantin, estr. da R.E.G. XXXIV (1921), pagg. 20-56, Paris 1922, in Byz. Zeitsehr. XXIV (1924), pagg. 377-387; Id., Desch. des spätröm. Reiches cit. I, pagg. 23 e 510 (= ed. fr. pagg. 18 e 343). 580 Cfr. pag. 425, n. 558. ' 600 Cfr. Vita S. Hilari abbatis Galcatensis (AA. SS. Maii III, 15 maggio, pag. 473, cit. a pag. 338, n. 387), scritta dal discepolo Paolo; si tratta di un praedium nel territorio di Forum Popilii, appartenente al nobile Olibrio, il quale era entrato nella regola di S. Hilarus (nato nel 488 d. C. sotto il consolato di Dynamius e Bifidius, e « fiorito » al tempo di Teoderico). ** Cfr. Col., De r.r. Ili, 3, 8: ... cum ipsum solum septem iugerum toti¬ dem millibus nummorum partum, vineasque cum sua dote, id est cum pedamentis et viminibus, binis millibus in singula iugera positas duco... 002 A solidi 5,5 per iugero: cfr. Marini 114, cit. a pag. 419, n. 545.
448 Economia e società nell· a Italia A nnonaria » possiamo ritenere che il prezzo di uno schiavo rustico di media qualità non dovesse allontanarsi molto da quello di 7-8 iugeri di terreno (quanti, all’incirca, un uomo solo avrebbe appunto potuto lavorarne a vigneto) È perciò chiaro che, in tali con¬ dizioni, anche il ricorso a prestiti usurai dovesse apparire ecces¬ sivamente rischioso e assai difficilmente rimuneratore e04. L’occupazione bizantina d’altro canto, facendo affluire nella regione un grande numero di funzionari in diretto contatto con le città dell’Oriente e con la Corte costantinopolitana, doveva avere irrorato di una nuova corrente di solidi aurei l’anemica circolazione monetaria locale, rimasta senza dubbio semi-paraliz¬ zata durante gli anni della guerra (il precipitoso occultarsi — e non raro successivo disperdersi — di molti tesoretti priva¬ ti 603 604 605, nonché le esorbitanti, inevitabili spese per procurarsi un po’ di cibo a peso d’oro, nel corso delle ripetute carestie 606, ave¬ vano certamente inghiottito una larga parte delle riserve auree precedenti). È dunque probabile che molte persone di modesta fortuna, dopo avere sperimentato tanti anni di raccolti mancati, requisiti o distrutti, si ritenessero maggiormente al sicuro con¬ vertendo le loro proprietà terriere (che avrebbero richiesto con¬ tribuzioni fiscali, spese di ammortamento e investimenti produt¬ tivi di capitale ormai per essi insostenibili) in un peculio aureo 603 Cfr. Nota Complementare M, « Prezzi di schiavi rustici dal I al VI secolo, in rapporto ai prezzi dei terreni », pagg. 563 sgg. 604 Data la scarsità delle scorte auree disponibiU dopo gli anni della guerra, l’elevato tasso d’interesse delle usure e il numero non trascurabile di anni necessari perchè i terreni tornassero a fornire buoni raccolti, era inevi¬ tabile che i prestiti usurai si rivelassero dannosi. Ed è proprio tenendo pre¬ sente che, anche nei secoli precedenti, la maggior parte dei prestiti di denaro veniva contratta con finalità improduttive, di puro consumo, che si spiega come i Padri della Chiesa potessero condannare l’usura sotto qualsiasi forma, procla¬ mandone l’antieconomicità inevitabile, oltre che rimmoralità : cfr. sopra, Appen¬ dice IV, pagg. 190 sgg. 005 Nei secoli tardi, Poccultamento dei tesoretti monetari aurei avvenne, nella stragrande maggioranza dei casi, al sopravvenire delle minacce belliche: gli itinerari delle invasioni barbariche, in Gallia, sono addirittura ricostruibili con grande evidenza sulle carte, attraverso la distribuzione dei reperti monetali : cfr. A. Blanchet, Les trésors de monnaies romaines et les invasions germa¬ niques en Gaule, Paris 1900; Id., Les rapports entre les dépôts monétaires et les événements militaires, politiques et économiques, Rev. Rum. ser. IV, XXXIX (1936); pagg. 205-269; J. Lafaurie, La chronologie des monnaies de Constantin III et de Constant II, Rev. Rum., ser. V, XV (1953), pagg. 37-65; etc. 600 Vd. l’elenco avanti, pagg. 466 sgg.
Dai Goti ai Longobardi 449 di solidos dommcos} probitos} ohrizìacos, optimos> pensantes (se¬ condo la formula spesso ricorrente nei contratti di vendita di que¬ sti anni) ®°7. Mettere da parte un capitaletto in solidi — data la garantita fissità di peso e purezza del solido attraverso i secoli — significava « immagazzinare » in maniera non deperibile una merce di valore intrinseco elevatissimo, facilmente custoditole e trasportabile, nonché fornita ancora di un alto livello di « li¬ quidità » e08. In ogni caso, a prescindere dalla eventuale convenienza a realizzare moneta aurea, la proprietà immobiliare, per i detentori più modesti, doveva ormai troppo spesso rappresentare soltanto un insostenibile peso morto o un troppo pericoloso richiamo alla cupidigia dei vicini potenti e prepotenti, del quale era perciò preferibile disfarsi in un modo o nell’altro, pur cercando di de¬ rivarne il maggior vantaggio possibile. Ecco infatti moltipli¬ carsi, fra i documenti ravennati della prima età bizantina, non soltanto vendite, ma anche donazioni alla Chiesa — soprattutto da parte di donne, spesso vedove, e di orfani — in cambio di pro¬ tezione adversus violentus inpetos in vita 607 * 609 610 (in età precedenti la motivazione era stata più spesso la richiesta di una onorevole sepoltura in morteeKÌ) ; in parecchi casi i donatori — ormai al coperto da ogni rischio di esproprio più o meno violento — si riservano l’usufrutto6n. 607 Cfr. ad es. i già ricordati papiri Marini 114, 115, 120, etc. 008 Sulla liquidità della moneta e della « quasi-moneta », in relazione alle condizioni economiche generali del mercato, cfr. Cipolla, Appunti per una nuova storia della moneta nell’Alto Medioevo cit., passim. 008 Cfr., ad es., la già ricordata donazione di Ranilio (Tjäder P. 13). Papa Pelagio, nei desolati anni immediatamente successivi alla fine della guerra gotica, testimonia a sua volta il moltiplicarsi delle donazioni alla Chiesa di Roma (cfr. Pel., Ep. 12 [genn. 558], Dulcitio defensori = pagg. 41-42 ed. Gassò = P.L. 69, col. 418: ...cani... cotidie hinc et inde accrescant praedia...), benché non sembri poi che da queste proprietà italiche rovinatesi in decenni di guerre e carestie la Chiesa riuscisse allora a cavare entrata alcuna (cfr. Id., Epp. 4, 9 e 85 ed. Gassò, citt. a pagg. 442, n. 593, e 359, n. 434). 610 Cfr. ad es. Tjäder P. 12 (= Marini 84), I pagg. 294-299, III tav. 60, datato al gennaio del 491 d. C. : donazione, con riserva di usufrutto (retento... usufructu in dies vitae), di una casa (= domusculta) cui vocahulum est Domici- Hum, nel territorio di Forum Cornelii, da parte della sp(ectabilis) f(emina) Maria, per assicurare a sè e al marito, il v(ir) c(larissimus) Flavius Castorins, la sepoltura nella chiesa di S. Lorenzo a Ravenna. Il documento è lacunosissimo. 011 Cfr. ad es. Tjäder P. 14-15, A-B (= Marini 88, 88 A), I pagg. 308-317, 29. L. Ruggini
450 Economìa e società nell'« Italia Annonaria » I personaggi che donano o vendono sono generalmente gente modesta, bracarti (fabbricanti-venditori di bracae), liberti, agel- larii (contadini) e così via, i quali spesso — benché insigniti del titolo di viri honesti,— non appaiono nemmeno in grado di scri¬ vere il proprio nome in calce ai documenti ***. In molti casi sono III tavv. 65-68, databile dopo il 14 febbraio 572: si tratta di una donazione alla Chiesa Ravennate, da parte del v(ir) h(onestus) Bonus, bracarius, e di sua moglie, la h(onesta) f(emina) Martyria, di metà (6 once = 6/12) di tutte le loro sostanze mobili e immobili (queste ultime consistenti in rusticis urba¬ nisque praediis), eccettuati gli schiavi (mancipia) e più della metà (7 once e mezza) del fundus Quadrantula (nel territorio di Rimini: esso è infatti no¬ minato tra i fondi confinanti al fondo Curtinus e al casale Bassianum nello strumento di vendita — pure del 572 — di Marini 12Ö cit.) ; i due donatori si riserbano tuttavia Vusufructus dierum vitae eorum sulla parte della sostanza donata. Un’altra donazione con riserva totale di usufrutto è poi quella, già citata sopra, pag. 449, n. 610, di Tjäder P. 12 (491 d. C.). Su questa parti¬ colare forma di « costituto possessorio », cfr. sopra, pag. 426, n. 563. In altre donazioni, invece, la riserva dell’usufrutto appare limitata sol¬ tanto a un periodo di tempo brevissimo (10 o, più spesso, 30 giorni, vale a dire 1/36 o 1/12 della rendita di un anno): in tali casi, si tratta soltanto di una clausola giuridica particolare (frequente anche nelle compravendite del periodo post-classico: cfr. ad es. Marini 120 e 121, citt. più avanti), nella quale il costituto possessorio serviva essenzialmente ad attuare il trapasso di pro¬ prietà, evitando la tradizione materiale (cfr. sopra, pag. 426, n. 563). Una donazione con riserva di 30 giorni di usufrutto é ad es. quella di Ranilio già citata (Tjäder P. 13). Un altro esempio ne abbiamo in Tjäder P. 20 (= Marini 93), I pagg. 344-352, III tavv. 78-83 (590-602?): una certa Sisivera (o Sisevira), liberta di Theudifara (si tratta, evidentemente, di due gote) dona alla Chiesa Ravennate, pro remedium animae, la portiuncolam di un fondo Balonianus nel territorio di Rimini, che la padrona le aveva donato ad confirmandam libertatem (l’appezzamento comprendeva terris [= campi a cereali] et vineis, ... campis, pratis, pascuis, silvis, salectis, sationalibus, vineis, arbustis, arboribus, pomi¬ feris, fructiferis et infructiferis, diversisque generibus... rivis, fontibus, aquis perennis [sic], etc.); Ia donatrice tratteneva soltanto Vusufructus dierum decem suile future rendite del terreno (1/36 = 2,7 % circa di un reddito annuale). Dal contesto risulta che tra i confinanti, oltre ai privati che possedevano le restanti porzioni del fondo Baloniano, vi erano la strada pubblica (detta populum, come nella Tavola Veleiate) e altri fondi, tutti già proprietà della Chiesa. Tra i testimoni firmatari della chartula donationis compaiono parecchi soldati e funzionari (un Adquisitus v(ir) c( laris simus), opt (io) Num(eri) Vict(ridum) Mediol(anensium), un Laurentius vvr st(renuus) ex epod(ecta) [= exactor] oiv(itatis) Fanestr(is) [Fano], un Iuvinus v(ir) h(onestus) orrearius e un v(ir) h(onestus) lohannis, negotiator Syrus, a Caput porticus, che si firma in lingua latina e caratteri greci). Tale è per es. il caso del v.h. Domnicus in Marini 115 cit., dell’agella- rius v.h. Domninus in Marini 120, del v.h. Deusdedit in Marini 121 (tutti ven-
pai Goti ai Longobardi 451 donne, oppure lo studio onomastico suggerisce che si tratti di goti, evidentemente più degli altri preoccupati da eventuali espropri e da presenti e future angherie di tutti i generi813 (fino alla ditori di piccoli appezzamenti). Cfr. in generale G. Bonolis, I titoli di nobiltà neiritalia bizantina, Firenze 1905, passim. 618 Fra il 557 e il 570, sotto l’episcopato ravennate di Agnello, Giustiniano donò alla Chiesa cattolica di Ravenna i beni della Chiesa ariana (una copia dello strumento di donazione, pervenutaci assai lacunosa e riportata in Tjäder P. 2 = Marini 87, è qui cit. a pag. 446, n. 598) : cfr. Agn. Rav., Lib. Pont. Eocl. Rav. XXVII, De Sancto Agnello 85, pag. 334: Temporibus istius (scil. Agnelli) Iustinianus rectae fidei augustus omnes Gothorum substantias huic ecclesiae et beato Agnello episcopo habere concessit, non solum in urbibus, sed et in suburba¬ nis villis et viculis etiam, et templa et aras, servos et ancillas, quicquid ad eorum ius vel ritum paganorum pertinere potuit, omnia huic condonavit et concessit et per privilegia confirmavit et corporaliter per epistolam tradi fecit... Un documento ravennate assai lacunoso, datato ai 557, fornisce poi eloquenti indizi sul pro¬ cesso di « epurazione » in corso, nei confronti degli antichi padroni (cfr. Ma¬ rini 140): si tratta infatti degli atti di una causa, agitatasi quasi sicuramente in Ravenna, relativa a una porzione di un fondo che Gudila e i figU di certi comites goti avevano occupato indebitamente, e che era poi stata restituita da Belisario ai legittimi proprietari (non è escluso che il Gudila del nostro docu¬ mento debba identificarsi con il famoso vir sublimis e Comes di Teoderico: cfr. Cass., Var. V, 29, del 523-526, ove si accenna proprio a una possibile pre¬ varicazione compiuta da questo personaggio : vd. inoltre Acta Synodorum Habitarum Romae a. CCCCXCVIIII, 3, 5 e 6, pagg. 422, 425 e 429 M.G.H., A.A. XII, Berlin 1894, ed. Th. Mommsen; ci rimane infine un titolo ravennate [C.I.L. XI, 268], che commemora il restauro su nuova base marmorea, per ordine di Teoderico, della statua in onore del^t\s. e com(es) / [et curantor r(ei)p(u)b(licae) Gudila, conlapsam per un terremoto, ad ornatum [curiaet] Faventinae). Fra i documenti del VI secolo che testimoniano vendite e donazioni da parte di goti possiamo ricordare: Marini 114 (539 o 546), già più volte cit., in cui la gota Tulgilo vende il fondo Concordiacus, nel Faentino, al v.st. Pere¬ grinus; Marini 117 (541 d. C.) già cit., strumento di vendita di una porzione del fondo Domiziano, forse nel Riminese, da parte del chierico ariano Minnulus al saponarius Isacco; Marini 119 (551), contratto che verrà esaminato parti- tamente più avanti (pagg. 459-460), con il quale il clero ariano di S. Anastasia in Ravenna, forse presago della imminente misura di confisca giustinianea, cede una vastissima palude a Petrus defensor, a saldo di un vecchio debito e relative usure ; Marini 131 (VI see.) già cit. : strumento di permuta attestante la vendita di una parte del fondo Raonis, a condizioni assai svantaggiose, da parte di Vvadvvlfus e Siccifrida al navicularius Leo ; Marini 86 (= Tjäder P. 13), già cit. : donazione di beni (che dovevano essere considerevoli, in quanto dispersi in varie province, e dotati di numerosi mancipia) alla Chiesa Raven¬ nate, nel 553, da parte della gota Ranilìo figlia di Aderit, con il consenso del marito Felithane (in essa si parla anche di un figlio naturale di Aderit, Ade-
452 Economia e società nell’« Italia Annonaria » vigilia della conquista bizantina i loro nomi, negli strumenti di vendita, avevano figurato soprattutto fra i compratori ; più tardi, molti nomi goti ancora compaiono fra quelli dei proprietari con¬ finanti coi fondi di volta in volta messi in vendita ®14). Al desiderio, da parte di chi vendeva o donava, di disfarsi di proprietà divenute incomode, doveva fare inoltre rincalzo una notevole pressione da parte d’una determinata categoria di ric¬ chi acquirenti (nei documenti si fa spesso allusione ai loro a- ctores o amministratori, ciò che sottolinea la consistenza dei loro beni di fortuna). Poteva, in qualche caso, trattarsi di proprietari più ricchi, in qualche modo usciti con minor danno dalle recenti tempeste (come, per es., il Collictus veduto più sopra®16); ma, nella maggioranza, i compratori erano viri clarissimi e viri strenui della burocrazia e dell’esercito, oppure mercanti e arti¬ giani arricchiti di origine ebraica o sira (saponarii, pimentarti, etc.), che sottoscrivevano gli atti in lingua latina a caratteri greci o misti di greco e latino (denotando, con ciò, l’apprendi¬ mento recente della sola lingua latina parlata) β1β. Forse costoro munì, qui et Andreas appellatur: e l’adozione di questo secondo nome romano¬ bizantino parrebbe significativa circa il processo di fusione e di mimetizzazione allora in atto). Marini 75 (575 d. C.) : testamento assai lacunoso in favore della Chiesa Ravennate da parte del v(ir) d(evotus) Mannane, figlio di Non- derit; Marini 93 (VI secolo): donazione di beni nel Riminese alla Chiesa Ra¬ vennate, da parte di Sisivera liberta di Theudifara. In linea di principio, tut¬ tavia, i Goti non vennero privati delle loro proprietà terriere, dopo l’avvento dei Bizantini (cfr. Mommsen, Ost. St., Ges. Sehr. V, pagg. 475-476) ; e accade di incontrare ancora personaggi goti perfino nei ranghi dell’amministrazione (tale è il caso dell 'exceptor Gunderit, che interviene nel 572 ad allegare la do¬ nazione di Bonus e Martyria : cfr. Marini 88-88 A = Tjäder P. 14-15 A-B). Con¬ siderazioni generali sui rapporti fra romani, goti e orientali, attraverso i papiri di Ravenna, si trovano in G. Cencetti, Il contributo dei papiri alla conoscenza di Ravenna nei secoli VI e VII, Corsi di Cult, sull’arte rav. e biz. II, 2 (31 marzo- 13 aprile 1957), Ravenna 1957, pagg. 5-16 e partie. 13-14; F. Crosara, Note sul problema della continuità nell’esame della nuova edizione dei papiri latini d’Italia, Ann. della Fac. Giurid. delVUn. di Camerino XXIV (1958), pagg. 233-289. 614 Cfr. ad es. Marini 118 già cit. (del 536-537, oppure del 543-544), stru¬ mento di vendita con il quale il diacono goto Alamud acquista 4 once del fondo Cagallarla, probabilmente sito nel territorio di Fano ; Marini 114 già cit. (del 539 o del 546 d. C.), in cui, fra i proprietari confinanti al fondo C oncor diacus nel Faentino, viene menzionato un v.d. Vviterit Scutarius; etc. Vd. inoltre i docc. citt. nella nota preced. 616 Cfr. Tjäder P. 8 ( = Marini 80), del 564, cit. a pagg. 434 sgg. ·“ Cfr. ad es. Marini 114 cit. (539 o 546), vendita del fondo Concordiaco
Dai Goti ai Longobardi 453 — al contrario dei detentori di proprietà terriere modeste e ro¬ vinate, che preferivano realizzare una certa quantità di oro — erano in questi anni particolarmente incoraggiati a investire in terre il denaro liquido di cui disponevano dalla particolare con¬ giuntura economica creatasi col ribassò dei tassi d’interesse sui diversi tipi di fenora, imposto nel 528 da una legge di Giusti¬ niano617 (un fenomeno analogo si verificò anche al tempo di Augusto, allorché, calate le percentuali delle usure dal 12% al 4 % per via della liquidazione delle ipoteche, aumentarono im¬ mediatamente per converso gli investimenti di capitale in ter¬ reni618). Costoro inoltre — data la loro posizione di privilegio nella burocrazia e nell’esercito, o comunque gli appoggi e i fa¬ vori che da essi erano in grado di procurarsi — con facilità assai maggiore potevano riuscire a ottenere l’esonero da una parte delle contribuzioni fiscali, estremamente gravose. Nel caso nel Faentino al v(ir) st(renuus) Peregrinus; Marini 115 cit. (540), vendita di alcuni terreni nel territorio di Faenza al v(ir) c(larissimus) Montanus, Notarius Sacri Vestearii; Marini 116 (540 d. C.), lettera con la quale viene notificata alla curia di Faenza la vendita di un’oncia e mezza del fundus Roborata sito nel suo territorio, con aedificio et omni iure instructo, instrumen¬ toque eius omnibusque ' ad se pertinentibus, da parte di Milanius (o Melanius) e Gerontius al v(ir) st(renuus) Laurentius (fra i testimoni sottoscrittori figu¬ rano i vv.stt. Danihel e Petrus, forse due ebrei) ; Marini 117 cit. (541), vendita di due once del fondo Domiziano, nel Faentino, al saponarius ebreo Isacco; Marini 131 cit. (VI see.), chartula che attesta la vendita d’una parte del fondo Raonis al v(ir) h(onestus) Leo navicularius ; Marini 120 cit. (572), vendita di parte del casale Bassianum e del fondo Curtinus al v(ir) c(larissimus) pala¬ tinus Deusdedit ; Marini 121 (fine VI see.), vendita di metà del fondo Geniciano al v(ir) c(larissimus) Holdigernus; Marini 122 (591), vendita dell’altra metà del fondo Geniciano a Iohannes, v(ir) c(larissimus) Adorator Numeri Felicium Rav(ennatum) ; Marini 124 cit. (fine VI o inizi VII see.), vendita di metà del fondo Paunina nel Ravennate all’ebreo v(ir) h(onestus) Solomon; vd. inoltre Marini 90 (fine VI o inizi VII see.), donazione di terre alla Chiesa Ravennate da parte di Iohannes v.c. expatharius, pro remedium animae [sic]), che forni¬ scono altri esempi di militari e funzionari bizantini divenuti proprietari terrieri nel Ravennate. 817 Cfr. C.I. IV, 32, 26; mentre il tasso ufficiale d’interesse era rimasto fisso a un massimo del 12 % per tutta l’età imperiale, Giustiniano lo abbassò al 6 % annuo per i negozi d’indole comune (e al 4 % per i mutui dei viri illustres), solo concedendo Γ8 % per i crediti commerciali e il 12 % per i rischiosissimi fenora nautica (o pecunia traiecticia) : cfr. sopra, pag. 421, n. 547). 818 Cfr. Svet., Vita Aug. 41, 1 ; Cass. Dio, Hist. Rom. LI, 21, 5 ; Frank, An Ec. Survey cit. V, pagg. 19 e 29.
45-i Economia e società nell’« Italia Annonaria » dei comuni piccoli possessores è invece spiegabile come, in più di un’occasione, apparisse loro conveniente rinunciare alla pro¬ prietà (magari passando poi al rango di coloni sui medesimi o su altri fondi), dal momento che le imposte risucchiavano nor¬ malmente circa i 2/3 della rendita annua dei terreni, mentre un colono, se censito a nome del padrone, non pagava tasse, ed era tenuto a versare, a titolo di affitto, un canone aggirantesi sul valore di metà circa del raccolto annuale. Già in epoca gotica a Sarsina, proprio in un territorio assai vicino a quello emi¬ liano, si era dato il caso di curiali (proprietari dunque di almeno 25 iugeri di terra) ridotti a servire sulle proprietà della Chiesa, amissa turpiter Ubertateβ1β. Nè, già sotto Teoderico e più tardi 010 Cfr. Cass., Var. II, 18 (507-511), Gudilae episcopo Theodericus rex: Priscarum legum reverenda dictat auctoritas, ut nascendo curialis nullo modo possit ab originis suae muniis discrepare, nec in aliud rei publicae officium trahi, qui tali praeventus fuerit forte nascendi. Quod si eos vel ad honores transire iura vetuerunt quam videtur esse contrarium curionem rei publioae amissa tur- piier libertate servire et usque ad condicionem pervenisse postremam, quem vo¬ cavit antiquitas minorem senatumt Noverit itaque reverentia vestra, Sarsena¬ tes municipes collegas suos asseruisse, ecclesiam vestram irrationabiliter sibi velle defendere. Unde prudentia vestra, pro integritatis suae proposito exa¬ minata veritate, discutiat quae veniunt in querelam et, si desideria petitorum veritate subsistunt, pro implendis muniis eos ad curiam suam remeare permittat. Sin vero clero vestro weditis in eis aliquid rationabiliter suffragari, ad nostrum comitatum instructam personam modis omnibus destinate, quae adversariorum debeat intentionibus obviare. Quod si de negotii qualitate dubitatis, convenit sa¬ cerdotalibus institutis, ut ante controversiam iustitiam magis ipse cognoscas, quam de iudicio victus abscedas. Talem siquidem non oportet publice superari, quem amatorem aequitatis convenit inveniri (a un fenomeno analogo in Gallia, nel V secolo, di possessores e curiales che divenivano dediticii, coloni o inquilini dei grandi proprietari, in cambio del loro patronato, cfr. pag. 26, n. 37). Una lettera di Papa Pelagio al subdiaconus Melleus (Ep. 64 [primavera 559], pagg. 167-170 ed. Gassò == P.L. 69, col. 418) testimonia invece, negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra gotica, il fenomeno pro¬ priamente contrario, di famuli o coloni della Chiesa che, forti di un pecu¬ lium terriero a volte non trascurabile, ad declinandam servitutem debitam osa¬ vano curialis sibi nomen... usurpare. Nel caso specifico si trattava di un certo Clarentius, nei confronti del quale il Pontefice aveva ordinato un’inchiesta in seguito alla supplica della famula Dulcitia, consistens massa Trapelano, la quale era stata da costui abbandonata dopo anni di consortium. Ella sosteneva che Clarentius era figlio di vivandila della Chiesa, e che aveva arrotondato il pro¬ prio peculio con agelli del peculium della prima moglie, genita ex colonis Ec¬ clesiae; Gelasio dispone d’indagare se veramente costui fosse figlio di un'cm- cilla, vel alio modo legitimo turi Ecclesiae obnoxium, nel qual caso avrebbe
Dai Goti ai Longobardi 455 Atalarico, erano mancati i cenni alla tendenza anche da parte della Chiesa — oltre che, com’è più noto, da parte dei funzionari e dei grandi proprietari laici — a fagocitare le piccole proprietà e ad iniusta usurpatione pervadere, mediante i propri homines, i fondi dei vicini e2°. Quest’ultimo fatto in particolare può, me¬ glio di ogni altra testimonianza, dare la misura dell’estrema com¬ plessità dei rapporti di proprietà a quest’epoca, e dell’arduo in¬ trecciarsi di usurpazione e di diritto, di patronato e di violentus inpetos : massacrante pressione fiscale dello Stato da una parte, che costringeva molti piccoli proprietari alla rinuncia dei propri beni in favore dei più potenti (fossero essi la Chiesa, oppure i grandi proprietari laici), attraverso donazioni o vendite suggerite dall’indebitamento usuraio o dalla necessità di sfuggire a preva¬ ricazioni peggiori; fatale tendenza d’altra parte — in una età, come questa, che vide prevalere forze centrifughe in ogni campo — al gravitare e al rapprendersi delle proprietà minori attorno alle più robuste ed autosuflìcienti entità fondiarie. In questi anni sembra ripetersi nei distretti dell’Emilia e Romagna il fenomeno che già avevamo rilevato nella Valle Pa¬ dana verso la metà del IV secolo, quando una nuova febbre d’in¬ vestimenti terrieri èra esplosa, in connessione col trasferirsi della Corte in Liguria e il sopravvenire di nuovi personaggi, nuove ricchezze, nuovi traffici ®21. Ma, nel caso attuale, il fenomeno ap- dovuto essere ricondotto alla massa Trapeiana cum omnibus rebus suis, ^episo¬ dio — benché opposto a quello riferito da Cassiodoro — non fa tuttavia che confermare rammissibilità di confusioni del genere, e sottolineare il basso li¬ vello cui il minor senatus doveva essere disceso, se un qualsiasi famulus con un peculium di poca terra poteva far credere di appartenervi legittimamente. 620 Cfr. Cass., Var. Ili, 14 (507-511), Aurigent viro venerabili Theodericus rex; Var. Ili, 37 (507-511), Petro episcopo Theodericus rex; Var. IV, 44 (507- 511), Antonio viro venerabili Polensi episcopo Theodericus rex. Su coloro che invadevano i praedia curialium, soprattutto se mediocres, mediante emptiones in- licitae (provocate dunque da indebitamento e patronato), cfr. Cass., Var. IX. 2 (526), cit. a pag. 303, n. 278. Si tratta del resto di fenomeno ricorrente in de¬ terminate società e congiunture economiche: nel VIÏ-IX see. lo troviamo ad es. testimoniato da alcuni documenti cinesi, con una analogia di temi e di ter¬ mini veramente impressionante : cfr. H. Maspéro, Les régimes fonciers en Chine, Ree. de la Soc. Jean Bodin 2, « Le Servage », Bruxelles 1937, pagg. 265- 314; E. Balazs, Le régime de la propriété en Chine du IVe au XIVe siècles, État de la question, Cahiers d'histoire I (1953-1954), pagg. 669-678 e partie. 675; Boutrouche, o. c., pag. 373. 821 Cfr. sopra, pagg. 23 sgg. e Parte I, passim.
456 Economia e società nell’« Italia Annonaria » pare economicamente assai meno positivo, perchè germinato non in seno al ceto dei proprietari terrieri locali, bensì prevalente¬ mente fra peregrini di recente importazione, e per il momento ancora privo di quell’impulso alla produzione e alla speculazione, che aveva caratterizzato la pulchritudo iungendi del IY secolo, condizionato da una situazione economica generale disastrosa e vieppiù aggravantesi sotto la durissima pressione fiscale bizan¬ tina ^ Non di rado doveva pertanto accadere che gli acquirenti esercitassero, nei confronti dei venditori più modesti e più de¬ boli, una sorta di larvata violenza, sia nel costringerli alla ven¬ dita, sia nell’approfittare delle loro difficoltà economiche per im¬ porre prezzi esageratamente bassi. Sappiamo ad es. da uno stru¬ mento di permuta, actum a Ravenna nel YI secolo (probabil¬ mente dopo la conquista bizantina), che due coniugi goti, il v(ir) d(evotus) Vvaduulf us e Vh(onesta) f (emina) Siccifrida (o Secci- frida), avevano perso la lite intentata al i'(ir) h(onestus) Leo, navicularius, a proposito di un certo immobile (1/12 del fondo Raonis, o Raunis, o Raones, o Raugnes) che gli avevano venduto per 130 solidi, prezzo giudicato in un secondo tempo così svan¬ taggioso da giustificare un ricorso. Nel documento in questione i due goti riconoscevano ormai la legittimità della vendita prece¬ dente, accettando da Leo l’ulteriore versamento di δ solidi: ma il fatto che costui, pur avendo vinto la lite, fosse così docilmente disposto a versare una rimessa supplementare di non lieve entità fa nascere il sospetto che egli tenesse in modo speciale a evitare un ricorso in appello e relativi accertamenti sui particolari della vendita622 623. Un caso ancora più eloquente è poi quello ricostrui¬ bile attraverso due papiri ravennati, uno del 591 e l’altro ante¬ 622 Una lettera di Gregorio Magno, indirizzata nel 595 alla Augusta Con- stantina, deplora questa pressione implacabile del fisco, la quale faceva sì che molti contribuenti preferissero fuggire presso i Longobardi, nelle regioni ad essi più vicine (cfr. Graeg., Reg. Ep. V, 38: ... Corsica vero insula tanta nimietate exigentium et gravamine premitur exactionum, ut ipsi qui in illa sunt eadem quae exiguntur complere vix filios suos vendendo sufficiant. Unde fit, ut derelicta pia republica possessores eiusdem insulae ad nefandissimam Langobardorum gentem cogantur effugere...). Questa « fuga presso i barbari » per sottrarsi al peso dei tributi è motivo ricorrente nella letteratura dei secoli tardi, e lo si ri¬ trova per es. in Salviano (De Gub. Dei V, 8, 37), in Orosio e nello storico Prisco (cfr. Mazzarino, La fine del mondo antico cit., pagg. 57-64). 623 Cfr. Marini 131 cit.
Dai Goti ai Longobardi 457 riore di qualche anno. Il più antico di essi624 registra la vendita, da parte di un certo v(ir) h(onestile) Deusdedit (che, sia detto per inciso, non sa nemmeno scrivere) 625, di 6 once (la metà) del fondo Genicianus nel Riminese, cum ornale et omnibus ad easdem per¬ tinentibus, al prezzo di 14 solidi. Il compratore è un certo v(ir) c(larissimus) Iloldigernus; dei testimoni, quattro sono viri alaris¬ simi (in due casi alti funzionari), e il quinto è un certo v(ir) h(onestus) Πέτρος κωλλεκτάριος (passato al compito di collicta- rius dopo avere già esercitato quello di oust odia char ceris). Nel secondo strumento di vendita, datato al 591 d.C. 626, è ancora que¬ stione del medesimo fondo Genicianus, le cui rimanenti 6 once, lasciate in eredità da Giustino alla moglie Rustieiana, figlia del defensor della Chiesa Romana Felice e ora moglie di Tritane (o Tazittane, ο Z itane 027 ), ty (ir) d(evotus), miles Numeri Felicium P er soarminf iorum ), sono vendute per 24 solidi a Iohannes, v(ir) c(larissimus) Adorator Numeri Felicium Rav(ennatum) ; fra i testimoni sottoscrivono un i ir honestus Πακείφικος, e quel v(ir) c(larissimus) Deusdedit, palatino Sacrarum Largitionum, che nel 572 avevamo incontrato nell’atto di riunificare il fondo Curti- nus (pure nel Riminese), acquistandone varie once dsìlYagellarius Domninus a prezzo vilissimo 628 ; siccome, nell’elenco degli appez¬ zamenti confinanti, è fatta menzione delle rimanenti 6 once del fondo Geniciano come già appartenenti a Holdigernus, ciò serve a stabilire con certezza che lo strumento di vendita del 591 seguiva cronologicamente all’altro qui ricordato. Se, ora, confrontiamo i prezzi a cui furono vendute le due identiche metà629 del mede- 024 Cfr. Marini 121 (la traditio viene effettuata nella forma del costituto possessorio, il venditore costituendosi usufruttuario di 1/12 del reddito di un anno, ovvero di 30 giorni). 625 Da non confondersi col contemporaneo v(ir) c(larissimus) palatinus Deusdedit di Marini 120 (572 d. C.) e 122 (591), facoltoso personaggio che sa¬ peva ben scrivere. 820 Cfr. Marini 122 = Arangio-Ruiz, Fontes III cit., n. 140, pagg. 446-450 ; vd. pure Kircher, Zur Geschichte des ravennatischen Kaufvertrags cit., pagg. 102-105. 827 È, questo, nome tipico bizantino : cfr. lo Tzittanes Comes e Tribunus della Liguria, che nel 568 dedicò un titolo sepolcrale alla propria moglie in Al- benga (C.I.L. V, 7793) ; a Zittani Magistro Militum indirizza poi un’epistola Gregorio Magno (cfr. Graeg., Reg. Ep. X, 10, del 600 d. C.). 828 Cfr. Marini 120, cit. a pag. 436, n. 581. 820 È ovvio che — trattandosi di terreni — questa identità è soggetta a parecchie riserve; è tuttavia verosimile che (come del resto oggigiorno) all’atto
158 Economia e società nell*« Italia Annonaria » siino fondo, a brevissima distanza di tempo, Tuna a 14 solidi in un contratto fra un modesto e ignorante proprietario e un funzio¬ nario, l’altra a 24 solidi dalla moglie di un militare bizantino a un altro ufficiale, non possiamo non rimanere colpiti dalla differenza di prezzo, superiore, nel secondo caso, di oltre il 74 %. E anche vo¬ lendo considerare un eventuale maggior valore delle colture nelle 6 once appartenenti a Rusticiana, oppure un rapido aumento del prezzo dei terreni, è però difficile non tenere anche conto delle di¬ verse circostanze accessorie alle due vendite, cui abbiamo testé accennato; le numerose donazioni (spesso con riserva totale di usufrutto), fatte in questi anni alla Chiesa in cambio della pro¬ tezione contro ogni violenza, valgono senza dubbio a confermare la frequenza di tali — più o meno velate — prevaricazioni e®°. Soprattutto in grazia al grande numero di donazioni, e per la tendenza della grande proprietà a riassorbire quella più piccola, il patrimonio fondiario ecclesiastico si era andato di fatto estendendo in maniera ingentissima nel corso del V e VI se¬ colo *31. La Chiesa pertanto, in quanto grande proprietaria ter¬ riera, rappresentava una delle rare potenze economiche del tempo in grado di affrontare il problema delle paludes e degli agri deserti, che costituivano ormai il bagaglio quasi normale di ogni proprietà. Mentre, sulle terre fiscali, lo Stato ten¬ tava in qualche caso di porvi un rimedio applicando il vec- della divisione in due parti equivalenti deL fondo Geniciano si fosse tenuto conto tanto della superficie in se stessa quanto del diverso valore degli appez¬ zamenti, a seconda delle colture e della qualità dei terreni. 080 Cfr. i docc. citt. a pagg. 450, n. 611. 681 ... cinti... cotidie hinc et inde accrescant praedia... scrive nel 558 Papa Pelagio al defensor Dulcitius, dopo la fine della guerra gotico-bizantina, rife¬ rendosi alle proprietà della Chiesa Romana (cfr. Pel., Ep. 12, pagg. 41-42 ed. Gassò = P.L. 69, col. 418). Cenni di notevole interesse su prevaricazioni e usur¬ pazioni violente di terreni da parte della Chiesa (così come avveniva da parte dei grandi proprietari laici) si trovano nella corrispondenza di Gelasio I : cfr. Reg. Pont. I, n. 717 (a. 496), pag. 92 (=fr. 25, pag. 499 ed. Thiel, I); n. 719 (a. 496), pag. 93 (=fr. 26, pag. 499 ed. Thiel, I); etc. Al tempo di FeUce IV (526-530), le entrate della Chiesa Ravennate, nette da tasse, si aggiravano sui 12.000 solidi annui, equivalenti al reddito di circa 18.000 iugeri (h. 4.500) di terreno sativo (cfr. Felix IV, Constitutum Eccl. Rav., P.L. 65, coll. 12-15, ove si conferma il godimento della quarta ai chierici ravennati; nel 565-570 si ag¬ giungerà tosto la rendita — di 932 s. netti da tasse — delle proprietà della Chiesa Ariana : vd. pag. 446 n. 598) ; circa un secolo più tardi, le sole pro¬ prietà sicule della Chiesa Ravennate renderanno di netto 16.000 s. (reddito di circa 24.000 iugeri = h, 6,000) ; vd. pagg. 105 n, 273 e 464 n. 645,
Dai Goti ai Longobardi 459 chio sistema degli stanziamenti di soldati, con duplice fun¬ zione di presidi militari e di contributi al risollevamento agricolo632, la Chiesa, in generale, si affidava all’opera dei suoi innumerevoli livellarii e coloni, ai quali concedeva par¬ ticolari alleggerimenti nelle rimesse finché i terreni non fossero tornati in condizione di fruttare qualcosa633. Ciò che i documenti testimoniano dunque, nel terzo quarto del VI secolo, è da una parte l’esistenza, un po’ dappertutto, di sentes e paludes, ma dall’altra anche una certa volontà e speranza di ripresa. Si incontra anche chi è disposto a comperare paludi va¬ stissime, intenzionato a intraprenderne la bonifica o, quanto meno, convinto di poterne trarre qualche guadagno, forse sfrut¬ tandole parzialmente a pascolo 634 : è questo, per esempio, il caso 033 Nel cuore della Lombardia, ai confini meridionali delia provincia di Bergamo, sussistono ad es. tracce toponomastiche di stanziamenti di cxercitales bizantini, i quali dovevano avere il duplice compito di presidiare la zona fra il Serio e l’Adda, e di contribuire alla coltivazione delle terre spopolatesi nel corso della guerra gotica : cfr. U. Gualazzini, Militari agricoltori nella bassa bergamasca durante l’alto medio evo, Arch. Stor. homi). LXXXV, ser. Vili, VITI (1959), pagg. 232-240. Un documento dell’850 (cfr. G. Porro Lambertengiii, Co¬ dex Diplomaticus Langobardiae, Torino 1877, « Historiae Patriae Monumenta » 13, n. 169, coll. 287-289) ricorda poi a sua volta, fra i beni lasciati in usufrutto a certi liberti, delle aplectorae situate in Sumirago e in altre località viciniori del Seprio (si trattava evidentemente di fondi di estensione minima) ; il termine aplcctora, di origine bizantina, dovette pertanto designare alPorigine un fondo assoggettato al metatus : cfr. su ciò G. Vismara, Storia dei patti successori II, Milano 1942, pag. 423, n. 1. 081 Cfr. pag. 425, n. 558. Una generica allusione all’enfiteusi e al precario già si incontra in Pietro Crisologo, Vescovo di Ravenna dal 425 al 451 : Parva aut forte nulla exigit, qui cupit devicta proprietate concedere (Petr. Chrysol., Sermo CXIV, P.L. 52, col. 514; cfr. in proposito le postille di Tamassia, I Sermoni di Pietro Crisologo cit., pag. 54). Molto più tardi (see. VII e sgg.), le concessioni enfiteutiche da parte della Chiesa Ravennate divennero talmente frequenti da rappresentare per essa un serio danno economico, dati gli scarsi vantaggi che ne venivano in contropartita : cfr. note e testi citt. in Marini, ad Pap. 132, pag. 363; vd. pure N. Tamassia, L’enfiteusi ecclesiastica ravennate e un racconto di Agnello, Atti e mem. della R. Dep. di St. Patria per le prov. di Romagna, ser. IV, X (1920), pagg. 109-120. 884 Di fatto, anche nel già esaminato elenco delle rendite della Chiesa Ra¬ vennate nel territorio patavino, le due paludi Micauri e Pampiliana risultano fornire la rendita — tutt’altro che indifferente — di 6 solidi e 5 silique e 3 solidi e 3 silique rispettivamente, nonché 100 libbre di latte in xeniis per ognuna (ciò che, per l’appunto, conferma nell’idea che lo sfruttamento precipuo di esse fosse il pascolo),
400 Economia e società nell’«. Italia Annonaria » di Petrus, defensor della chiesa ariana di S. Anastasia a Ravenna, che nel 551 accettò dal clero della medesima chiesa, in solutum di 120 solidi ad esso prestati in precedenza, 8 once (2/3) di una palude nel Ravennate ; e poiché sembra che la palude valesse più di questa somma (oltre, probabilmente, alPammontare delle usure sul capitale), egli condonò 10 solidi d’interessi e ne sborsò altri 60 ®85. Se riflettiamo che, in questi stessi anni, 20 iugeri di terreno a colture miste erano stati venduti a 110 solidi, e che, perciò, gli almeno 190 solidi pagati da Petrus per i 2/3 della palude corrispondevano al valore di circa 34 iugeri e mezzo (più di 8 ettari e mezzo) di terreno produttivo, possiamo farci un’idea della considerevolissima estensione effettiva di questa palude, certa¬ mente assai superiore ai 50 iugeri (li. 12,5). Si constata peraltro, con una certa meraviglia, che un acquirente poteva anche sentirsi interessato a concludere un affare di questa sorta, e a sborsare tanti solidi quanti, all’incirca, potevano fruttargli in un anno due massae abbastanza flloride nell’Italia Centraleβ3β. Se, dunque, di ripresa si trattava, questi erano però ancora e soltanto barlumi, estremamente vaghi e del tutto embrionali. In generale, le rendite delle proprietà sembrano appena bastare al 636636 Cfr. Marini 119; il documento, scritto in un latino barbaro e scorretto, è molto lacunoso ed oscuro, soprattutto nella parte iniziale; ne riportiamo qui i due passi più significativi (11. 6-10): ... no[ì>\is [a te sulpra centum viginti 8[olid08... prlaecidenti temp[ore...] / nobis et his qui absentes sunt sub eo praetextu mutu[asti] / [itemi a[lio1s sexaginta auri solid[os...] / [... ami in sedecim annos undecim... / [falciunt in uno auri solidos centum [ocltu- ginta... /; (11. 66-72) ... centum / viginti solidos capitaneos a te secundum fi¬ dem cautionis qui nostris / nostrorumque omnium necessitatibus proficerunt ac¬ cepisse / ostendimur et nunc reliquos sexaginta auri solidos numeratos, j Facta et traditionem in praetio rei s(upra)s(rip)te (sic) reputatis ut superius legi- t[ur1 / accepisse dinoscimur qui faciunt in uno auri solidos centum octu/ginta excepto decem solidos qui nobis de unsura (sic) a te sunt relaxati. / etc. Secondo il Marini, i 10 solidi condonati da Pietro rappresenterebbero l’intero ammontare delle usure dovute; ma si tratta di una cifra verosimile solo ammettendo che essa costituisse l’interesse annuo di 120 solidi (a poco più dell’8 % ; il 12 % era stato l’interesse massimo consentito legalmente fino al 528; Giustiniano l’aveva poi abbassato al 6 % per i negozi d’indole comune, ma pare che, nella pratica, le nuove misure non venissero sempre rispettate: cfr. sopra, pag. 421, n. 547 ; siccome, però, un punto del documento sembra accennare a una durata sedecennale del prestito, si deve ammettere o che le usure annuali precedenti fossero già state saldate (salvo l’ultima), o che il loro ammontare venisse con¬ globato nel valore della palude ceduta in solutum. 030 Cfr. sopra, pagg. 426 sgg.
Dai Goti ai Longobardi 461 mantenimento dei loro coltivatori e possessores ; e neppure le sin¬ gole chiese episcopali — le più grandi proprietarie terriere del tempo senza dubbio — paiono ancora considerare la possibilità di un traffico lucrativo delle loro derrate raccolte su vasta scala, come sarebbe invece avvenuto più tardi, dalla fine del VII secolo in avanti ***. In tale situazione economica generale delle province setten¬ trionali d’Italia si inserì, a partire dal 568, la campagna longo¬ barda d’insediamento, destinata ad apportare radicali mutamenti nella vita economica dei territori conquistati. Da essa uscì definitivamente decimata e stroncata — se non distrutta — proprio quella classe abbiente di proprietari veneti e liguri che, fino ai primi anni della guerra gotica, avevano rap¬ presentato la maggiore forza economica della regione tanto nell’a¬ gricoltura quanto nei commercie38. La funzione di « centro d’am¬ masso » delle specie in vista delle speculazioni extra-regionali — che fino alla prima metà del YI secolo era stata da essi vigorosa¬ mente espletata — venne dunque a mancare, nella prima età lon¬ gobarda, della sua base indispensabile ; e ancora per molto tempo i nuovi proprietari longobardi, già avvezzi a trarre vita dal pa¬ rassitismo economico, avrebbero per parte loro continuato a con¬ siderare la pastorizia un’attività prevalente, almeno per impor¬ tanza, sull’agricoltura β39. 687 688687 Cfr. pagg. 462 n. 641, e 463 n. 642. 688 Cfr. P. Vaccari, La nobiltà romana della Liguria e l’invasione longo¬ barda, IV Congr. Stor.-Lomb., Atti e mem., Pavia 1939, pagg. 47-52; Bognetti, La proprietà della terra cit., passim. Sull’Italia decapitalizzata e passiva al tempo di Paolo Diacono, cfr. L.M. Hartmann, L’Italia e l’Impero d’Occidente fino ai tempi di Paolo Diacono, Atti e Mem. del Congr. Stor. tenuto in Civi- dale (XI centenario di Paolo Diacono), Cividale 1900, pagg. 147-165, e partie. 148. 088 Nell’Editto di Rotari il guidrigildo per un magister porcarius è fissato a ben 50 solidi, e a 20 solidi per i porcarii, magistri caprarii, armentarii e bu- bulci, alla pari con i massarii (di 16 solidi è il caput della composizione per i sottoporcari, caprarii e armentarii, alla pari con i servi rustici) : cfr. Edictum Rothari cc. 130-136, in Leges Langobardorum, M.G.H., Legum IV, Hannover 1868, ed. F. Bluhme, pagg. 198-199 e 229-231 ; in generale, cfr. L. M. Hartmann, Italy Under the Lombards, The Cambridge Medieval History II, Cambridge 1913, pagg. 194-221. Significativo è inoltre il fatto che boschi e pascoli, in età longo¬ barda, avessero la prevalenza nelle parti indominicate delle tenute, mentre le terre aratorie erano comprese nel massaricio (esattamente l’opposto, dunque, di quanto era avvenuto in età tardo-romana e gotico-bizantina) : cfr. Bernareggi, o. c., pagg. 32 sgg.
4(i2 Economìa e società nell'« Italia Annonaria » Dopo la pace del 680 fra Longobardi e Bizantini il commercio interregionale di specie agricole ebbe senza dubbio una ripresa, ma sotto forme ormai profondamente mutate: neintalia Supe¬ riore, ad es., per molto tempo ancora si trattò di scambi interdi- strettuali limitati all’ambito locale, lungo la rete fluviale del Po e dei suoi principali affluenti640. Soltanto nei territori rimasti 040 Soltanto verso l’VIII-IX secolo torneremo talora ad avere notizia di scambi di più vasta portata: sappiamo ad es. che il commercio del sale risa¬ liva allora il corso del Po e dei suoi principali affluenti, scambiando questo pro¬ dotto con grano, vino e oUo (di Veneti che acquistano vino e grano in cambio di spezie e merci orientali nel Pavese parlano gli Instituta Regalia et Ministeria Camerae Regum Longobardorum et Honoràntiae Civitatis Pa¬ piae, 5-6 SS. XXX, 2, Leipzig 1934, ed. A. Hofmeister, pagg. 1452- 1453 ; l’elenco di tutti i documenti deH’VIII-X secolo, relativi al commer¬ cio delle derrate agricole fra Comacchio e i portus fluviali delle principali città dell’Italia Settentrionale, si trova in Hartmann, Zur Wirtschaftsgeschichte Italiens cit. pagg. 42-73 (Die Wirtschaft des Klosters Bobbio im 9. Jahrhundert), 74-90 (Comacchio und der Po-Handel) e 123 sgg. («Anhang», ove sono ripor¬ tati alcuni testi dei documenti stessi). Tali derrate agricole (che provenivano per la maggior parte dalle vaste proprietà dei monasteri) si convogliavano a Venezia, e di qui forse persino a Bisanzio, che fin dalla prima metà del se¬ colo VII — con la conquista dell’Egitto da parte degli Arabi — si era trovata priva della sua plurisecolare fonte di approvvigionamento frumentario regolare: cfr. P. Vaccari, Da Venezia a Genova, un capitolo di storia delle relazioni com¬ merciali nell’Alto Medioevo, Studi in onore di G. Luzzato, I, Città di Castellò, 1950, pagg. 86-88; Id., Sui rapporti fra l’Italia Settentrionale e il Mezzogiorno nell’Alto Medioevo, Arch. Stor. Pugliese Vili (1955), fase. 1-4, pagg. 60-66 e partie. 63; Violante, o. c., pagg. 5-6. 611 Fra il 677 e il 691, ad es., assistiamo alle manovre poco scrupolose in tal senso da parte del Vescovo di Ravenna Teodoro: il quale, approfittando di una carestia, deglutivit totius regionis frumentum, cioè lo accaparrò facendolo sparire dal mercato, valendosi della sua qualità di grande proprietario (cfr. Agn. Rav., Lib. Pont. Eecl. Rav. XXXVI, De Sancto Theodoro 118, pag. 355) : ne approfittò quindi per costringere i sacerdoti affamati della diocesi a rinunziare al privilegio della quarta (vale a dire del godimento regolare di 1/4 delle rendite della Chiesa Ravennate), loro confermato verso il 526 dal Vescovo Ecclesio, per intervento di Papa Felice IV (cfr. Id., Ibid. XXIII, De Sancto Ecclesio 60, pagg. 319-321; Felix, Constitutum Eccl. Rav., P.L. 65, coll. 12-15, per cui vd. pag. 458, n. 631) : ... Cum vero sacerdotes non invenirent unde emerent, ierunt ad illum sup¬ plicantes, ut auxilium imbueret illis. Ille autem... dixit ad eos: «... Si dimittitis omnem quartam ecclesiae et tantum per anni circulum pro quarta donum ac¬ cipiatis secundum providentiam pontificis, modo relevabo inopiam vestram ». Qui diu castigati, gravescente fame, cunsenserunt; et ab illo tempore quarta a cle¬ ricis istius ecclesiae sublata est usque in praesentem diem. ... Con il frumento così accumulato i Vescovi dovevano talora cominciare a speculare tramite i loro homines (coloni o nfiïttxmvi-negotiatores) ; e nel IX se-
Dai Goti ai Longobardi -iy:ì bizantini del Ravennate e delle Venezie pare che speculazioni di una certa entità sul mercato frumentario locale641 — e forse anche su quello di Costantinopoli642 — riprendessero vita assai colo il fenomeno doveva essersi fatto più frequente e perspicuo, tanto da strap¬ pare una violenta requisitoria ad Agnello, il quale — nella Vita del santo Ve¬ scovo Iohannes, vissuto nella prima metà del VII secolo — scrive a un certo punto: ... Sunt nonnulli, qui ... venundant frumentum ecclesia (sic) et oleo et humida vina, et faciunt ex illis pondera argenti et auri dabuntque principibus et potestatibus (= Vescovi: cfr. subito sotto), ut demergant sacerdotes suos, etiam plebem universa (sic) ... Qui sunt isti principes nisi miseri episcopi, qui res ecclesiae deglutiunt et sacerdotes suos spernunt, per occasiones res eorum auferunt... etc.? (Id., Ibid. XXXI, De Sancto Iohanne 104, pag. 345; qui evidente¬ mente, Agnello vuole alludere ancora una volta alla soppressione della quarta, con cui i Vescovi ravennati si erano certo facilitato l’accumulo di species da trafficare). 642 Agnello, nella Vita di Neone, parla di un mercante ravennate che, a Costantinopoli, riuscì a quadruplicare il capitale investito nei traffici, tanto da essere in grado di pagare percentuali elevatissime (100 solidi su 300 di capitale prestato : vale a dire il 33,3 % circa) a chi gli aveva anticipato la somma di 300 solidi per iniziare i suoi traffici (cfr. Agn. Raw, Lib. Pont. Eccl. Rav. XVIII, De Sancto Neone 30, pagg. 293-295: ...recepta pecunia profectus est statim ad negotiandum. Et cum coepisset huc illueque negotiare, invenit quadruplum, ingressusque est Constantinopolitanam urbem, et videns, quia multipUca-batur pe¬ cunia in manibus eius, ... etc.). Il Vescovo Neone era vissuto verso la metà del V secolo, ma Agnello narra l’episodio soltanto per spiegare il nome che la lo¬ calità dove il Vescovo era stato sepolto aveva ai propri tempi, soggiungendo che l’etimologia era ormai nota solamente ad alcuni veterani : sicché non è pos¬ sibile risalire cronologicamente oltre la seconda metà del secolo Vili (Agnello scrive nel IX secolo e, pur nella sua ignoranza, attinge di solito a eccellenti fonti locali : cfr. Stein, o. c. I, pag. 502 = ed. fr. pag. 338). In ogni modo, al tempo di Agnello non appariva affatto inverosimile che un mercante aiutato dalla for¬ tuna, disponendo di un capitale iniziale, dopo alcuni commerci più fruttuosi e modesti potesse affrontare il lontano, grande mercato di Costantinopoli, quivi moltiplicando le proprie ricchezze (anche al tempo del primo Impero Romano, i mercanti cisalpini erano sempre stati assai rari in Oriente: cfr. l’elenco de¬ gli scarsi gentilizi quivi documentati dalle epigrafi, e la spiegazone del fenomeno stesso, in J. Hatzfeld, Les trafiquants italiens dans l’Orient Hellénique, Paris 1919, pagg. 191-192). Questo passo della Vita di S. Neone, nell’attestarci i)er rVIII secolo la possibilità di un commercio fra Costantinopoli e Ravenna eco¬ nomicamente positivo per quest’ultima, accenna pure a un fenus nauticum al 33,3% circa, che, a tutta prima, saremmo tentati di giudicare un dato del tutto fantastico. Ê invece assai probabile che esso pure rispondesse alla comune espe¬ rienza di quel tempo : è infatti noto come l’ammontare del tasso di interesse per i prestiti commerciali — e in particolare per la pecunia traiecticia (negotiatio¬ nes transmarinae) — anche dallo Stato fosse riconosciuto in misura doppia di quello per i normali prestiti di consumo, dal momento che sul creditore gravava il rischio della navigazione ; per l’appunto al 33,5 % erano spesso arrivate le
Economia, e società nell’a Italia Annonaria » 46 J per tempo (seconda metà del VII secolo), probabilmente favo¬ rite da una maggiore continuità nella tradizione romana degli antichi traffici. Ma la sorgente e la direzione di questi commerci appaiono ormai radicalmente trasformate: sono per lo più i Vescovi (al¬ meno per quanto possono suggerire i documenti e le fonti lette¬ rarie, di derivazione però prevalentemente ecclesiastica) che, tra¬ mite i loro homines — affittuari o coloni che fossero, trafficanti a titolo di negotiatores 643 — commerciano il frumento non soltanto locale (che in tempo di fame essi fanno talora sparire dal mer¬ cato, proprio come un tempo i grandi proprietari laici644), ma anche e soprattutto fornito dalle ricche proprietà della Chiesa Ravennate in Sicilia β4δ. Roma — che ora si approvvigiona, bene usurae del fenus nauticum nel periodo classico (cfr. A. Albertario, Istituti com¬ merciali nel diritto romano, Roma 1934, pag. 11, estr. dagli Atti delVIst. Naz. delle Assicurazioni VI). Più tardi, Giustiniano aveva stabilito per le usure della pecunia traiecticia un livello legale massimo del 12 % (6 % nei prestiti comuni, 8 % in quelli commerciali: cfr. p. 421, n. 547), ma numerosi esempi ci mostrano come tale misura non venisse in pratica affatto rispettata, nè in Oriente nè in Occidente : ricordiamo qui soltanto il caso di quel mercante Mauro che, al tempo di Gregorio, aveva ottenuto dal vir magnificus Felix merces per un valore di 400 solidi, promettendo un’usura di 6 silique per solido (25 %, essendo una siliqua la ventiquattresima parte di un solido) ; si erano così accumulati 50 so¬ lidi di interessi (dovevano dunque essere trascorsi 6 mesi), ma gli affari non erano andati bene, e il mercante non era in condizione di pagare che 410 solidi, cioè l’intero capitale, più l’interesse di 6 mesi al solo 5 % : Gregorio Magno era intervenuto allora presso il creditore, tramite un suo suddiacono e il Vescovo di Napoli, per intercedere in favore del negoziante (cfr. Graeg., Reg. Ep. IX, 108, del 599). Questo caso illustra in maniera per l’appunto esemplare tanto l’ef¬ fettiva sostenutezza dei prestiti marittimi, quanto i concreti rischi dell’in¬ successo che debitori e creditori dovevano affrontare. 648 Cfr. Agn. Rav. Lib. Pont. Eccl. Rav. XXXI, De Sancto Iohannc 104, pag. 345, cit. sopra, pag. 462 n. 641. 844 Cfr. Id., Ibid. XXXVI, De Sancto Theodoro 118, pag. 355, cit. sopra, pag. 462 n. 641. 015 Cfr. Id., Ibid, XXXIV, De Sancto Mauro 111, pagg. 350-352 (642-671 d. C., cit. a pag. 105, n. 273), in cui si racconta come il Rector Siciliae Benedictus portasse a Ravenna sui suoi dromones, oltre ad altri doni di vesti e vasellame pre¬ zioso, ben 50.000 modii di tritico, alia legumina et aristae, e 31.000 solidi aurei, di cui quasi la metà (15.000 solidi) furono poi versati in palatio... Constantinopo- litano, e i rimanenti (16.000) in archivo ecclesia (sic). Haec pensio omni anno solvebatur — aggiunge Agnello — triticum vero semper ad mensa (sic) unde pon¬ tifex vescebatur (ciò sembra significare che, ancora al tempo di Mauro, le con¬ tribuzioni fiscali erano completamente aderate e le derrate in natura conse-
Dai Goti ai Longobardi 465 o male, dalle sole proprietà laiche ed ecclesiastiche sicule e dalle campagne circonvicine sul continente 646 — non sembra aver con¬ servato alcun rapporto economico di qualche entità con i distretti a nord della Flaminia dal momento poi che essa non appare più ai mercanti peregrini l’allettante residenza di possibili, co¬ spicui acquirenti (questo, fino all’età gotica, era stato per l’ap¬ punto lo stimolo ai commerci fra le due parti d’Italia, tendendo ad annullare barriere economico-amministrative che lo Stato, in¬ vece, si sforzava di mantenere). E lo sbocco transmarino even¬ tuale dei commerci ravennati diviene Costantinopoliβ48, che l’E¬ gitto non alimenta più con le sue derrate, e dove le flotte frumen¬ tarie e le distribuzioni di grano fiscale non sono ormai che un ricordo M9. Si viene così abbozzando un triangolo commerciale Sicilia- Ravenna-Bisanzioeeo, che rappresenta la fase di un panorama gnate per intero agli horrea dei Vescovi ravennati). Sulle proprietà della Chiesa Ravennate in Sicilia in generale, cfr. pag. 105, n. 273. 646 Cfr. I. Carini, Aneddoti siciliani, XVII («I grani di Sicilia a Roma»), Arch. Stor. Sic. n. s. XVI (1891), pagg. 155-238 e partie. 165-166 (raccolta delle testimonianze gregoriane in proposito). 647 In questi secoli Ravenna si sforza di difendere la propria autonomia nei confronti di Roma nel campo della giurisdizione ecclesiastica, ma anche — inevitabilmente — in quello dell’amministrazione dei beni economici: così, ad es., per un certo contrasto di proprietà in Sicilia, verso la metà del VII secolo, essa preferì appellarsi all’Imperatore di Costantinopoli (che probabil¬ mente la favoriva) piuttosto che alla sede di Roma (la quale possedeva, a sua volta, vasti beni in Sicilia, forse anche con qualche inconfessata rivalità di carattere economico nei confronti della sede ravennate) : cfr. Agn. Rav., Lib. Pont. Eccl. Rav. XXXIV, De Sancto Mauro 111, pagg. 350-352, cit. a pag. 105, n. 273. Anche i contatti marittimi fra Ravenna e Roma si svolgevano ormai in¬ direttamente, tramite la Sicilia : cfr. Graeg., Reg. Ep. II, 28 (a. 592). 648 In questi secoli non è possibile determinare con sicurezza nè la mi¬ sura, nè la regolarità, nè la qualità di questi traffici ; e tuttavia, come s’è visto, resta memoria di un commercio positivo per Ravenna (cfr. sopra, pag. 463 n. 642). 049 Cfr. Brätianu, Une expérience d’économie dirigée cit., pagg. 643-662. 030 Cfr. Agn. Rav., Lib. Pont. Eccl. Rav. XXXVII, De Sancto Damiano 132, pagg. 364-365, in cui si racconta come un presbiter Iohannes, che si trovava a Costantinopoli, dovendo a un certo punto rientrare a Ravenna con urgenza si recasse al porto, ut forte usum navis discurrentis Ravennae aut ad Sicilia m invenire potuisset... Ciò prova i rapporti particolarmente frequenti fra queste tre località ; anche l’abbondante presenza in Sicilia di vasellame e vesti preziose (probabilmente di provenienza orientale: cfr. E. Sabbe, L’impor¬ tation des tissus orientaux en Europe Occidentale au haut moyen âge (IX 30. L. Ruggini
m> Economìa e società nelV« Italia Annonaria » economico tutt’affatto mutato, e che forse già prelude a quell’in¬ versione delle correnti del traffico da Occidente verso Oriente, lungo Passe Venezia-Costantinopoli, che si andrà definendo più tardi, fra il IX e il X secolo W1. Appendice I: schema geografico-cronologico delle crisi ali¬ mentari in Italia dalla discesa di Attila alla fine della GUERRA GOTICA. Diamo qui, in appendice a quanto s’è andato esponendo sul commercio delle derrate agricole nel VI secolo, un elenco di tutte le carestie, inondazioni e pestilenze documentate, che colpi¬ rono le varie province occidentali dalla metà del V see. sino alla conclusione della guerra gotica-bizantina. Uno schema del genere, per quanto non sempre esauriente e preciso, ponendo in maggior rilievo le concomitanze cronologico-geografiche di fenomeni di¬ versi, può fornire una base utile per la valutazione dei ricorrenti et X siècles), Rev. Belge de Phil. et d'Hist. XIV [1935], pagg. 811-848 e 1261- 1288), che dall’isola raggiungevano poi Ravenna assieme con il frumento e con l’oro, sembra sottolineare la particolare importanza degli scambi fra i mercati bizantini e i centri frumentari dell’Occidente nel VII secolo (cfr. Agn. Rav., Lib. Pont Eccl. Rav. XXXIV, De Sancto Mauro 111, pagg. 350-352, cit. a pag. 105, n. 273, e sopra n. 645) ; su naviganti alle dipendenze della Chiesa di Ales¬ sandria che, agli inizi del VII secolo, frequentavano le coste dell’Adriatico con le loro navi cariche di argento, vesti ed altre merci, cfr. invece Leontios Neap., Vita S. Iohan. Eleni., 27, P. G. 93, col. 164 (dove si racconta come 13 navi da 10.000 modii di stazza, appartenenti alla Chiesa Alessandrina, sorprese dalla tempesta durante l’inverno non lungi dalla costa di Adria, fossero state co¬ strette a gettare in mare il loro carico, per un valore di 34 centenari d’oro). Per altre testimonianze dei contatti fra Sicilia e Oriente nel VII secolo (reliquie, etc.), cfr. J. Gay, L’Italie méridionale et l’empire byzantin, «Bibl. des éc. fr. d’Athènes et de Rome » 40, Paris 1904 ; Pace, o. c. IV, pag. 240. Sulla frequenza e velocità « assoluta » di questi traffici, non è però il caso di farsi illusioni: nella stessa Vita Sancti Damiani testé citata Agnello scrive infatti : ... nullus est, qui in tribus mensibus Constantinopolim ire et revertere possit... (sulla durata di certi itinerari marittimi fra Oriente e Occidente già si è accennato a pag. 344, n. 404). ** Cfr. W. Heyd, Storia del commercio del Levante nel Medio Evo, tr. it., Torino 1913, « Biblioteca dell’Economista », s. V, voi. 10, pagg. 125 sgg. ; R. Cessi, La Repubblica di Venezia e il problema adriatico, Napoli 1952, passim ; Id., Venezia, la Puglia e l’Adriatico, Arch. Star. Pugliese Vili (1955), pagg. 53-59; R. Doerhaerd, Méditerranée et économie occidentale pendant le haut moyen âge, Cahiers d'histoire I (1953-1954), pagg. 571-593 e partie. 581.
pai Goti ai Longobardi 107 squilibri nella produzione agricola delle varie province, e le concrete possibilità di eventuali compensazioniβ52). Primavera del 467 : Antemio, proclamato Imperatore, arriva a Roma dall’Oriente, e trova la città in preda a una violenta pestilenza (che, secondo la testimonianza di Papa Gelasio, colpì allora non solamente il Lazio, ma anche tutti i territori della Campania 468: Porse in connessione con Vepidemia dell’anno prece¬ dente, che aveva colpito per l’appunto la Campania (il cellarium regnanti Romae 604 più vicino), 1’ U r b e è minacciata dalla carestia, durante la prefettura urbana di Sidonio Apollinare; e l’agitazione popolare si placa soltanto alla notizia che cinque navi cariche di fru¬ mento (apulo-calabrese? cisalpino? macedone? egi- 032 È ovviamente lungi dalla nostra intenzione svolgere una ricerca di carattere meteorologico-storico in base alla aneddotica delle siccità, dei geli, delle grandi piogge e così via. Yi è stato pertanto chi ha creduto di poter spie¬ gare la decadenza deirimpero Romano proprio in base a postulati climatologici : cfr. ad. es. E. Huntington, Climatic Change and Agricultural Exhaustion as Elements in the Fall of Rome, Quarterly Journal of Economists XXXI (1917), pagg. 173-208 (anche per quanto riguarda la storia delle pulsazioni climatiche in se stesse, pare difficile ammettere con ΓAutore una grande siccità in Europa fra il IV e il VI secolo soltanto in base agli anelli di crescita delle coeve sequoie californiane, date le forti differenze tra il clima degli Stati Uniti e quello europeo; sembra, al contrario, che in questo periodo l’Europa abbia conosciuto un notevole irrigidimento del clima, come testimonierebbero non soltanto i più numerosi accenni delle fonti al susseguirsi delle inclemenze stagionali [per cui vd. avanti], ma anche il regolare succedersi delle oscillazioni climatologiche: cfr. U. Mònterin, Il clima sulle Alpi ha mutato in epoca storica? Boll, del Comitato Glaciologico Ital. XVI [1936], pagg. 57-107). Interessanti osservazioni generali di metodo in proposito si trovano in E. Le Roy Ladurie, Histoire et climat, Annales (E.S.C.) XIV (1959), pag. 3-34. 058 Cfr. Gelas., Adv. Andr. sen., P.L. 59, col. 113 = ed. Thiel I, pag. 601 : ... Quando Anthemius imperator Romam venit, Lupercalia utique gerebantur, et tamen pestilentia tanta subrepsit, ut toleranda vix fuerit. Numquid per Campaniam Lupercalia gerebantur, quae sublata morbos illic et pestilentiam procrearent f Sed dicturi estis ad Romam tanquam ad caput omnia pertinere, et quod hic factum non est, diversis provinciis ad eam pertinentibus obfuisse. Cur ergo antequam ad Romam istae provinciae pertinerent, praeter Lupercalia propriis opibus florueruntf Ut sterilitas sit continuata terrarum Lupercalia sublata fecerunt, an nostrorum merita peccatorumf 034 Cfr. Exp. Tot. Mundi 54, pag. 524, ed. Müller.
4:68 Economia c società nell’« Italia Annonaria, » ziano?660) hanno già lasciato il porto di Brindisiβδ6. 471-472 : Roma, assediata da Ricimero, è di nuovo afflitta dal¬ la pestilenza e dalla farne657. 2a metà del V see., prima del 492 : Papa Gelasio (492-496) ri¬ corda le carestie e le pestilenze che colpirono tutta l’Italia (e 1’Aemilia e Tuscia in partico¬ lare), in connessione con eventi di carattere militare 668 : è possibile che Gelasio si riferisca alla campagna di conquista teodericiana (489 e anni seguenti), durante la quale l’Emilia fu ripetutamente percorsa dalle truppe gote impegnate nell’interminabile assedio di Raven- n a βδ9. Secondo il Toaldo, nel 479 Roma fu « affogata dal Tevere » 493-494 : I Burgundi al comando di Gundubado entrano in Li¬ guria e deportano in Savoia migliaia di coloni e di servi rustici cisalpini661 ; non solo le campagne, ma an¬ che le città della Liguria presentano l’aspetto della 655 Cfr. pag. 147. n. 409. ** Cfr. Sid. Ap., Ep. I, 10, 2, cit. a pag. 147, n. 409. 667 Cfr. Iohan. Ant., fr. 209, F.H.G. IV, pag. 617 (ove si dice che Ricimero τά περί τόν Τίβεριν διαφράξας, λιμω τούς ένδον έβιάζετο); Theophanes, Chronogr. I, 183, ed. C. De Boor I, Leipzig 1883 = P.G. 108, col. 296, ad a. 464: Έν ’Ιταλία δέ 'Ρεκίμερ ό στρατηγός, . . . γαμβρός δέ Ανθεμίου του εύσεβώς έν 'Ρώμη βασιλεύσαντος, έπανίσταται τω ίδίω κηδεστη, καί πολέμου κρατοΰντος την χώραν, λιμώττουσιν ούτως αί τού βασιλέως δυνάμεις, ώς καί βυρσών καί άλλων άήθων άψασθαι βρωμάτων, αύτόν δέ τόν βασιλέα ’Ανθέμιον έβδομον έτος έχοντα της άρχής: la popolazione è ridotta a nutrirsi di cuoio e altri cibi vilis¬ simi) ; Paul. Diac., Hist. Rom. XV, 4 pagg. 208-209 : Extincto Bilimere... Ricimer urbem invadens quarto iam anno agentem iura imperii Anthemium gladio truci- davit. Praeter famis denique morbique penuriam, quibus eo tempore Roma affligebatur, insuper etiam gravissime depraedata est, et... omnia praedatorum sunt aviditate vastata... 658 Cfr. Gelas., Adv. Andr. sen., P.L. 59, coi. 113 = ed. Thiel I, pag. 601, cit. a pag. 276; a un grande terremoto nel 478 (che non si sa se abbia interessato o no anche l’Italia) accenna Marc. Com., Ohr on. a. 480, pag. 92 (sullo sposta¬ mento della data, cfr. Stein, o. c. II, pag. 787, « Excursus » B). 638 Cfr. An. Val. II, 50-53 (cfr. pag. 544) ; secondo l’Anonimo, il prezzo del frumento in Ravenna assediata sarebbe stato, nel 490-493, di 6 solidi per mo¬ dio (normalmente costava invece circa 30 modii il solido), vale a dire 180 volte di più che in tempo di annona abbondante (cfr. pagg. 361, e 369 n. 440). Cfr. Toaldo, o. c., pag. 183. Ml Cfr. Ennod., Vita Ep. 137-139, pagg. 101-102, e 165 sgg., pagg. 105-106, citt. a pag. 277, nn. 192-193.
Dai Goti ai Longobardi 469 più grande desolazione °62. Sopraggiunge tosto una vio¬ lenta carestia ββ3. 496 : Annata cattiva in Liguria: Teoderico — per inter¬ cessione del Vescovo di Pavia Epifanio — concede lo sgravio di 2/3 dell’imposta per l’indizione in corso ββ4. 492-496 : Durante questi anni, in cui Gelasio occupa il seggio pa¬ pale, si verificano a Roma varie crisi frumentarie (forse in rapporto con la contemporanea sterilitas del- 1’ Africa e delle G a 11 i e 665 ) ; ad esse il Pontefice sovviene con generose distribuzioni di alimenti Primi anni del VI see. (forse 502, che secondo il Vescovo africano Victor Tonnennensis fu annata ovunque memorabile per terremoti, grandinate ed altre anomalie meteorologi¬ che : Ennodio descrive una terribile inondazione del Po ms, della quale, secondo il Mori, soffrirono in parti¬ colare i territori parmensi 669. 602 Cfr. Ennod., Vita Ep. 121, pag. 99 e Op. I, 18, pag. 3, citt. a pag. 277, un. 189-190. ** Cfr. Ennod., Op. CDXXXVIII, 20, pag. 303 : ... et quod superest gladiis, fames necaret... 604 Cfr. Ennod., Vita Ep. 182-189, pagg. 107-108, cit. a pag. 280, n. 197. 065 Cfr. Gelas., Adv. Andr. sen., P.L. 59, col. 113 = ed. Thiel I, pag. 601: ...Quid in Africa, unde sterilitas; quid in Galliis?... 006 Cfr. Lib. Pont. LI, Vita Gelasti Papae (1° marzo 492-21 novembre 496), pag. 255: Hic (scii. Gelasius) Uberavit a periculo famis civitatem Ro¬ manam... 067 Cfr. Victor Tonnennensis, Chronica, Avieno Iuniore consule, pag. 193, M.G.H., A.A. XI, 1 (Chron. Min.), ed. Th. Mommsen, Hannover 1894. Cfr. Ennod., Op. CDXXIII (= Carm. I, 5) (a un’altra inondazione del Po, che nella seconda metà del V secolo mutò la configurazione dei campi cir¬ costanti, Ennodio fa inoltre allusione in Vita Ep> 21, pag. 87) : Anm tempus erat, quo vernat mitibus uvis / palmes et autumni dotes proponit in orbe, / imbribus externis madida cum veste Lyeus / distendit tunicas uvarum carcere musti. / Uberibus pluviis riparum lege subacta / tunc sibi forte Padus captivos texerat agros, / canebat spumis, et turgida dorsa minacci. / Currebant stantes per fluctus culmina villae. / Servavit raptum pelagus tunc litore tectum, / et mutans terras mansit fortuna casarum. / Respiceres silvas stationem perdere iussas / ad flammas properare Pado ducente voraces. / . . . Cfr. l’Inno pseudo¬ ambrosiano III ad serenitatem poscendam, che descrive con accenti analoghi la piena di un grande fiume, probabilmente il Po: Terrarum medio fluctuat undaf / errabunda secat arva carina. / ... Messes nauta super navigat hospes, / flentes agricolae culta relinquunt, / spectant naufragium triste laboris, / messis laeta natat, semina, census: / nati, tecta, pecus arvaque migrant. / Cernas alta domus culmvna ferri, / mutatisque locis culmina poni... (Ps.-Ambr., Hymn. ΙΠ,
470 Economia e società nell’« Italia Annonaria » 507-511 : Teoderieo intraprende la bonifica di zone paludose nel- 1’ a g r o spoletino 67°, campano 671 e raven¬ nate *72, nel tentativo di risollevarne il livello produt¬ tivo alquanto depresso. In questi medesimi anni si registrano scarsissimi raccolti in Apulia e Cala¬ bria, in seguito alle reiterate devastazioni bizan¬ tine ma, nonché a saltuarie siccità localmente limitate e74. Anche in Lucania e nei Bruttii i proprietari terrieri stentano incredibilmente a pagare le loro con¬ tribuzioni fiscali canoniche676. 509- 510: Teoderieo dispone forniture di frumento fiscale dalla Sicilia verso la Provenza (ove la carestia con¬ seguente a una guerra triennale rendeva sempre più problematica la fornitura dell’annona militare) : ma una improvvisa tempesta distrugge tutte le navi con il loro carico676. 510- 511 : Nella Gallia gotica si fa sentire con urgenza crescente la necessità di approvvigionare le truppe ostrogote quivi concentrate per la campagna di con¬ quista, e la crisi culmina tra l’autunno del 510 e l’e¬ state del 511 (indizione IV) 677 : con vari provvedimenti (il cui accavallarsi sembra un indice di scarso suc¬ cesso) il Governo tenta d’incoraggiare il libero com- vv. 11-22, P.L. 17, eoi. 1213). Già nel I secolo d. C. Lucano aveva descritto l’Eri- danoin piena: Sio pleno Padus ore tumens super aggere tutas / ex our rit ripas et totos concutit agros, / succubuit si qua tellus cumuloque furentem / undarum non passa ruit, tunc flumine toto / transit et ignotos aperit sibi gurgite campos; / illos terra fugit dominos, hic rura colonis / accedunt donante Pado... (Luc., De beU. civ. VI, vv. 272-278). “· Cfr. Moki, art. cit. (il quale, tuttavia, trascura di citare la fonte da cui ha tratto la notizia specifica). Cfr. Cass., Var. II, 21 (507-511). m A Decennovio (Decennonum), presso Terracina: cfr. Far. II, 32 (507- 511) e II, 33 (507-511); C.I.L. X, 6850-6851. ■"* Cfr. C.I.L. XI, 10. «* Cfr. Cass., Far. I, 16 (indiz. 1«, 1° sett. 508-20 ag. 500) ; II, 26 (507-511) ; II, 38 (507-511). Cfr. Id., Far. I, 35 (507-511). "* Cfr. Id., Far. ΙΠ, 8 (507-511). ** Cfr. Id., Far. IV, 7 (500-510). "" Cfr. Id., Far. Ili, 40 (510); III, 41 (510); III, 42 (510-511); IH, 32 (510-511).
Dai Goti ai Longobardi 471 mercio locale 678 e l’importazione extraregionale di der¬ rate, in un primo tempo dalla Campania, Lu¬ cania e Tuscia e in seguito da tutte le al¬ tre provincie β79. Notevoli quantità di frumento fiscale vengono inoltre convogliate dall’ Italia An¬ nonaria verso il porto di Marsiglia, e di qui ai castella lungo la linea difensiva della Durance (Druen¬ tia,)680: siccome in questi anni (507-511) la Liguria versa in condizioni economiche alquanto critiche (per l’ininterrotto passaggio di eserciti diretti in Gallia attraverso i valichi delle Alpi Occidentali881, è pen¬ sabile che soprattutto il Veneto e l’Istria (in questo periodo discretamente risparmiati da eserciti e carestie) fossero costretti a contribuire alla presta¬ zione, e che proprio a queste due regioni lo Stato allora si riferisse, nel limitare la libera esportazione di der¬ rate verso altri mercati882. 520 ( ?) : Nel settembre di questo anno pare che le fonti ricor¬ dino venti giorni di piogge ininterrotte, che avrebbero causato inondazioni e stragi d’uomini e d’animali tanto in Italia quanto in Galliaβ83. 522-523: Risale probabilmente a questo anno la carestia in oc¬ casione della quale Boezio, in veste di Magister Offi¬ ciorum, si oppose alla iniqua coemptio di victualia in Campania 884. 526 : Carestia nell’ Africa vandala. Essa dovette contem¬ poraneamente colpire anche tutte le province 978 Cfr. Id., Var. Ili, 42 (510-511). 979 Cfr. Id., Var. IV, 5 (510-511); IV, 19 (510-511). 880 Cfr. Id., Var. Ili, 41 (510) ; Var. Ili, 42 (510-511). 881 Cfr. Id., Var. II, 8 (508), con cui si dispone la distribuzione di 1.500, solidi ai provinciali d’una imprecisata diocesi vescovile dell’Italia Occidentale; Id., Var. II, 20 (507-511); Id., Var. IV, 36 (509), con cui vengono esonerati dai tributi per la III indizione (1° sett. 509-29 ag. 510) i provinciali delle Alpes Cottiae. ** Cfr. Id., Var. II, 12 (507-511) ; I, 34 (507-511). 688 Cfr. Mom, art. cit. (il quale tuttavia non cita la fonte antica della notizia — che a noi non è riuscito di rintracciare — ma rimanda a Toaldo, o. c., pag. 183; una inondazione nella regione arelatense è ricordata da Cesario, Vescovo di Arles nella prima metà del VI secolo : cfr. Caes., Sermo CCVII, 3, pag. 830 ed. G. Mobin, C.C.L. 104, Turnholt 19532, II. 684 Cfr. Boeth., De cons. phil. I, 4, pag. 94, cit. a pag. 296, n, 255.
-172 Economia e società nell1« Italia Annonaria » meridionali d’Italia, ove Roma attingeva ormai la sua annona: in questo stesso anno le Variae registrano infatti un grave deficit alimentare nell’Urbe, per ovviare al quale Teoderico dispose un’importazione straordinaria di frumento dalla Spagna. Ma i nau¬ cleri spagnoli boicottarono l’iniziativa, vendendo in Africae partibus il grano fiscale accumulato β8δ. Autunno 526 : Atalarico, per l’indizione IV (1° sett. 526-29 ag. 527), concede forti sgravi fiscali all’intera Sicilia, la cui capacità contributiva sembra versare in condi¬ zioni alquanto precarie (si tratta di un esaurimento cronico da tempo minacciante, aggravatosi improvvi¬ samente in seguito ai cattivi raccolti dell’estate 526 β8β). 523-526 : Un esaurimento crescente si manifesta anche nelle pro¬ vince peninsulari dell’Italia Meridionale (Apulia, Lucania, Bruttii e Campania β8Τ), aggra¬ vatesi poi negli anni successivi: le città si spopolano di curiales e grandi proprietari, che si rinchiudono sulle loro tenute; le derrate agricole, nonché essere esportate, vengono spesso importate da altre provin¬ ce688; spesso i mercati regionali (di prodotti agricoli, di vesti, di schiavi) si svolgono solo annualmente nella campagna come fiere rustiche, osteggiati però dalla ge¬ losia dei locali rustici, possessores atque conductores diversarum, massarum,β88. 527 : Le Variae ricordano deficit annonari procurati arti¬ ficialmente su alcuni mercati provinciali e su quello dell’ Urbe dai grandi proprietari-we^fo- tiantes (probabilmente dell’ Italia Annonaria), che accaparravano il frumento al tempo del raccolto presso i mediocres possessores, per speculare poi sul rialzo 69°. 533 : Altra crisi frumentaria a Roma, accompagnata dai soliti abusi da parte di speculatori e funzionari691. 888 Cfr. Cass., Var. V, 35 (526). 088 Cfr. Id., Var. IX, 10; IX, 11; IX, 12 (tutte dèll’autunno 526). "" Cfr. Id., Var. V, 6 (523-526); V, 7 (523-526). 888 Cfr. Id., Far. Vili, 31 (527). 888 Cfr. Id., Far. VIU, 33 (527). 880 Cfr. Id., Far. IX, 5 (527). 881 Cfr. Id., Far. XI, 5 (533).
Dai Goti ai Longobardi 473 533-537 : Si convogliano verso Roma le annone delle regioni centro-settentrionali : viene riattata la Λ7 i a Flami¬ nia in tutta fretta (occorre sostenere logisticamente gli eserciti che fronteggiano nelle provincie meridio¬ nali la dilagante avanzata bizantina) 692 ; nella Fla¬ minia e a Ravenna vengono stabiliti calmieri rerum victualium™3. 533-537: Frattanto (533-535) la Lucania e i Bruzii, in stato di crescente depressione economica (tosto aggra¬ vata dalle circostanze belliche), non sono più in grado di fornire all’ Urbe il tradizionale canone di carni suine e bovine: la tassa — già da tempo aderata — viene riscossa solo parzialmente per ordine di Atala- rico (1.000 solidi annui in luogo di 1.200) 6M. Le esenzioni fiscali a Bruzii e Lucania si succe¬ dono poi anche negli anni seguenti (535-537), con rag¬ gravarsi dei danni causati dagli eserciti di passaggio contro Belisario β9δ. 534 : La Liguria occidentale — e in particolare Asti — soffrono di una incursione nemica, forse di Franchi: il Governo concede la detrazione di 100 lib¬ bre d’oro dall’imposta canonica nei distretti più col¬ piti696; la integra praestatio fiscale viene tuttavia richiesta al rimanente della Liguria 697. Frattanto, nell’avanzata primavera del 534, nella Liguria e nelle Venezie si preannunzia una grave carestia generale, motivata da avversità d’ordine fisico-meteorologico. Poiché l’annata precedente (533) era stata feconda, gli organi governativi si affrettano a riscuotere le esazioni in corso e arretrate 698. 535-536 : Nell’ Italia Settentrionale la carestia esplo¬ de nel 535, e continua a imperversare nell’inverno 535-536 6". Lo Stato dispone distribuzioni di frumento 602 Cfr. Id., Var. XII, 18 (535? 530-537V), 693 Cfr. Id., Var. XI, 11 (533-537) ; XI, 12 (533-537). 694 Cfr. Id., Var. XI, 39 (535-536). 695 Cfr. Id., Var. XII, 15 (533-536); XII, 14 (535-537); XII, 5 (535-536). 996 Cfr. Id., Var. XI, 15 (534). 097 Cfr. Id., Var. XI, 16 (534). 608 Cfr. Id., Var. XII, 25 (534); XII, 4 (533-534). 090 Cfr. Id., Var. X, 28 (535-536).
474 Economia e società nelF« Italia Annonaria » a 25 modii il solido sulla terza parte delle scorte rac¬ colte nei centri d’ammasso fiscale di Ticinum, Dertona, Tarvisium, Tridentum 700; re¬ missioni di vino e di tritico fiscali (non però di carne) vengono concesse al Veneto, e la ridistribuzione delle specie già raccolte è effettuata nei magazzini pubblici diAquileia, Forum Iulii e Concordia701. Solo 1’ I s t r i a appare ancora risparmiata dalla carestia, e pertanto sottoposta a prestazioni supplemen¬ tari di vino 7<e. 536 : La Liguria e 1’ A e m i 1 i a soffrono per razzìe for¬ se di Burgundi e certo di Alamanni, cui fa seguito l’inasprirsi della carestia: lo Stato concede il dimez¬ zamento dei tributi, e distribuzioni di frumento a prezzo relativamente basso (25 modii il solido)70S. 536- 537 : Anche il Veneto pare abbia sofferto di questa in¬ cursione alamanna, e ne ha condonati i tributi per la XV indizione (1® settembre 536-29 agosto 537)704. 537- 538 : Nel corso dell’indizione la (1° settembre 537-29 ago¬ sto 538) sono ancora i proprietari dell’ Istria che, sia pure di contraggenio, devono fornire alla Corte e all’esercito la maggior parte dell’annona in natura e derrate supplementari di tritico, olio e vino mediante la coemptio 705. Nel 537-538 la carestia si va estendendo an¬ che a Roma, assediata da Vitige, e a tutta l’I¬ talia peninsulare 706, raggiungendo nel con¬ tempo in Liguria forse l’apice della sua cru¬ deltà707. 538- 542: Il teatro della guerra si sposta di preferenza nel¬ l’Italia Annonaria (Tuscia, Piceno e Valle Pa- ™° Cfr. Id., Fer. X, 27 (535-536) ; XII, 26 (535-536) ; ΧΠ, 27 (535-536). Cfr. Id., Far. XII, 26 (535-536). m Cfr. Id., Far. XII, 26 (535-536). “ Cfr. Id., Far. XII, 28 (536). 701 Cfr. Id., Far. XII, 7 (536). ™ Cfr. Id., Far. XII, 22 (537-538). ™* Cfr. Paul. Diac., Hist. Rom. XVI, 18; Lib. Pont. LX, Fifa Stir. Papae pag. 291, cit. a pag. 328, n. 346; Proc., De tell. Oolh. I, 25; etc. m Cfr, Paul, Diac„ 1, c, ; Lib. Pont,, 1, c.
Dai Goti ai Longobardi 475 dana) 708 ; mentre la carestia continua a imperversare in tutta la penisola, la desolazione sembra particolarmente grave in Aemilia e nella Tu- scia, da dove, secondo il racconto di Procopio, le popolazioni rustiche emigrarono in gran parte verso il Piceno, nella speranza che la fame fosse minore di quella provincia marittima709. Nel solo Piceno vi sareb¬ bero stati tuttavia circa 50.000 contadini morti di fame, sempre secondo la relazione di Procopio 710, mentre nelle altre province l’indice di mortalità sarebbe stato an¬ cora maggiore. Frattanto Milano, che Uraia aveva comin¬ ciato a stringere d’assedio nel 538, dopo un lungo in¬ verno di fame711 nella primavera del 539 cadde in mano al nemico, che ne trasse terribile vendetta: sem¬ pre secondo Procopio, 300.000 sarebbero stati i citta¬ dini trucidati in quella occasione, mentre le donne sarebbero state deportate in massa verso i campi della Savoia e del Vallese dai 10.000 Burgundi accorsi a dare man forte agli assedianti712. Nel 539, inoltre, Procopio e il Continuator Mar- cellini Comitis ricordano una nuova incursione di Franchi (forse 100.000) che, al comando del loro re Theudhertus, discesero in Italia dal Gottardo depre- 708 Cfr. Proc., De hell. Goth. II, 16 e 19; III, 3-6; Cont. Marc. Com., Chron., aa. 538-542, pagg. 106-107; L. Bonazzi, Storia di Perugia dalle origini al 1860, I, Città di Castello 1959 (nuova ed. a cura di G. Innamorati), pag. 112. 709 Cfr. Proc., De bell. Goth. II, 20, cit. a pag. 338, n. 387. Nella seconda metà del VI secolo, Gregorio Magno descriverà la desolata solitudine della ma¬ remma toscana dalle parti della Via Aurelia, dove i monaci si ritiravano in romitaggio come nella Tebaide, e dove si recavano a pascolare le greggi della Chiesa sotto la sorveglianza di un suddiacono pastore (Graeg., Dial. Ili, 17, pag. 180 = P.L. 77, coll. 261-264 ; le pecore appartenevano alla Chiesa Baxen- tina, che alcuni ritengono si debba identificare con quella Volcentinaf cioè dì Volcei, altri con quella Bizantina, cioè di Bisenzio presso il Lago di Bolsena, altri ancora con quella Buxentina, nella lontana Lucania: cfr. ed. Moricca, pag. 180, n. 1 e P.L. 77, col. 261 n. e). 710 Cfr. Id., 1. c. ; non si sa però fino a che punto queste cifre possano essere credibili. 711 Cfr. Proc., De tell* Goth. II, 21; Cont. Marc. Com., Chron. a. 538, pag. 106. 713 Cfr. Proc., De hell. Goth. II, 12 e 21; Mar. Avent., Chron., pag. 235; cfr. pure pag. 83, n. 216.
476 Economia e società nell’v. Italia Annonaria » dando le città delle Alpes Appenninae, Li¬ guria ed Aemilia (con una puntata fino a Genova 713) ; non pare tuttavia che essi fossero ovun¬ que male accolti dalle popolazioni locali, che speravano un sollievo ai loro mali da ogni nuovo venuto. Comun¬ que, quello stesso anno, decimate dalla pestilenza e tor¬ mentate dalla fame che imperversava nelle campagne della Padana già desolate dalle precedenti carestie, le bande dei Franchi furono costrette a ritirarsi al di là delle Alpi714. 545-546 : Roma è assediata da Totila : la terribile fame porta gli assediati a manifestazioni di esasperazione inau¬ dita 715. 713 Essi violavano i patti stretti con Vitige, che per garantirsi dai loro attacchi aveva ceduto tutta la Gallia gotica e sborsato le 2.000 libbre d’oro già promesse da Teodato (Proc., De bell. Goth. I, 13) ; cfr. Mar. Avent., Chron. pag. 236: Hoc consule (= Appione) Theudebertus rex Francorum Italiam ingres¬ sus Liguriam Aemiliamque devastavit, eisque exercitus loci infirmitate gravatus valde contribulatus est... ; Cont. Marc. Com., Chron., a. 539, pag. 106, cit. a pag. 338, n. 387 ; Graeg. Turon., Hist. Fr. Ill, 32, pag. 128 ; Proc., De bell. Goth. II, 25; Gabotto, St. dell’It. Occ. cit., I, 2, pag. 521; De Robertis, La prod, cit., pagg. 182 e 186 (che però mette poco esattamente in relazione questa incursione franca con la carestia ricordata da Dazio nel 537) ; Bognetti, Storia di Milano cit., II, pagg. 40 sgg. 714 Sulla grande peste, che nel 541-542 imperversò anche in Siria, in Egitto, a Costantinopoli, etc., cfr. Stein, o. c. II, pag. 841 («Excursus» X). 716 Cfr. Proc., De bell. Goth. Ili, 17; Lib. Pont. LXI, Vita Vigilii Papae pag. 298, citt. a pag. 329, n. 346; Paul. Diac., Hist. Rom. XVI, 22. Procopio rac¬ conta che, mentre i poveri si nutrivano di ortiche e di carogne di animali morti, i più ricchi romani acquistavano il frumento dagli officiales bizantini a 7 solidi il medimno (cioè solidi 1, 1/6 per modio) e i meno abbienti si accontentavano di crusca, a 1/4 di quei prezzo; un bue ucciso dai soldati durante qualche sortita fuori mura poteva essere venduto a 50 solidi. Il prezzo del frumento appare pertanto 35 volte più elevato della tariffa normale, aggirantesi sui 30 modii il solido (cfr. sopra, pagg. 361-362) ; e anche il prezzo della carne doveva essere au¬ mentato approssimativamente nella stessa misura, poiché — calcolando a 330 chili (cioè a 1.000 libbre circa) il peso di un bue (peso minimo: cfr. v. « Bovini », E.I. 7, pagg. 624-633) — otteniamo una tariffa di 1/20 di solido per libbra; men¬ tre sappiamo che, a quest’epoca, la carne suina (più cara di un terzo rispetto alla caro bubula nell’Editto dioclezianeo, IV, 1-2), non doveva normalmente superare le 200 libbre per solido (con un prezzo, dunque, inferiore di circa 33 volte : cfr. sopra pag. 363) ; va poi tenuto conto che, con 50 solidi, si com¬ prava un bue intero, comprese cioè le ossa e tutti gli altri scarti. Quando in città le condizioni annonarie si fecero ancora più disperate, si verificarono atroci casi di cannibalismo.
Dai Goti ai Longobardi 477 548: Agli inizi di questo anno la Pars Orientis dell’Impero ebbe a soffrire terremoti e piogge prolungate, in se¬ guito alle quali una piena eccessiva del Nilo compro¬ mise i raccolti nel Basso Egitto716. Il fatto dovette avere un contraccolpo immediato in Italia, dove l’e¬ sercito bizantino trovava ormai sul posto alimenti sem¬ pre più scarsi, ed era costretto a vettovagliarsi soprat¬ tutto dal mare. È significativo che proprio nell’estate di quello stesso anno le truppe bizantine, probabil¬ mente esasperate dallo scarseggiare dei viveri, truci¬ dassero in un accesso di furore collettivo il loro duce Conone, accusato di danneggiarle vendendo ad altri, a prezzo maggiorato, il frumento loro destinato 717. In questo stesso periodo bande di Franchi fecero incursioni nelle Ve n e z i e 718. 552-553: Sul finire ormai della guerra gotica, nuovi eserciti di Franchi ed Alamanni (75.000 άλναμοι άνδρες, secondo Agathias), al comando dei due fratelli Bucellinm e Lewtharius calano nuovamente nella Valle del Po, e scorrono l’Italia fino allo Stretto di Messina. Succes¬ sivamente le bande di Leutari, ritornate nella Pia¬ nura Padana attraverso il Piceno e l’Emi¬ lia, vengono decimate dalle epidemie mentre stanno acquartierate nel Veneto, e anche il loro capo muore di pestilenza fra Verona e Treviso; mentre le forze di Bueellinus vengono a loro volta sterminate da Narsete nell’Italia Meridionale, non lontano dall’antica Cannae (soltanto nel 556, tuttavia, i Franchi evacueranno defi¬ nitivamente l’Italia Settentrionale) 7M. ™ Cfr. Proc., De tell. Goth. Ili, 29. 717 Cfr. Id., Ibid. Ili, 30; su analoghe speculazioni del duce Ressa nel 556 a Roma, cfr. Id., IMd. Ili, 19. 718 Cfr. Pboc., De bell. Goth. Ili, 33. Teudeberto aveva reso tributarie ai Franchi le Alpes Cottiae, la Liguria e buona parte delle Venetiae, lasciando ai Goti soltanto alcune piazzeforti venete e ai Bizantini le località costiere (cfr. In., Ibid. IV, 24). A queste scorrerie dei Franchi accenna anche Pelagio, Ep. 52 al patricius Valerianus (a. 559) pagg. 134-139 e partie. 138-139 ed. Gassò = Ep. II al patrizio Narsete, in P.L. 69, col. 395. ™ Questa impresa dei Franchi è particolareggiatamente descritta da Agathias Schol., 1. I passim e 1. II, 1-14 (H.G.M. II, Leipzig 1871, ed. L.
478 Economia e società nell'« Italia Annonaria » Appendice II : scorcio della situazione alimentare in Italia DALLA FINE DELLA GUERRA GOTICA AI PRIMI ANNI DEL REGNO LONGOBARDO. Alla fine della guerra gotica, Procopio così descriveva il de¬ solante spettacolo dell’Italia semideserta, riassumendo le tra¬ scorse vicende : ’Ιταλία δε ούχ ήσσον ή τριπλασία Λιβύης οδσα έρημος άν&ρώπων πολλω μάλλον ετι ή εκείνη πανταχό&ι γεγένηται. 'Ώστε δη μέτρου των κάνταΰ&α ανηρημένων εγγύθ'εν ή δήλωσις Ισται. <Ή> γάρ αιτία των εν Ιταλία ξυμπεπτωκότων ήδη μοι έμπροσθεν δεδιήγηται. 'Άπαντά τε γάρ δσα εν Λιβύη, κάνταΰ&α αύτω ήμαρτήθ-η. Καί τούς καλού μένους λογο&έτας προσεπιπέμψας άνεχαίτισέ τε καί διέφ&ειρεν εύ9ύς άπαντα. Κατέτεινε δέ ή Γότθων αρχή προ τοΰδε τού πολέμου έκ Γάλλων της γης άχρι των Δακίας ορίων, ού δη πόλις το Σίρμιόν έστι. Γαλλίας μέν ούν καί Βενετίων γην τήν πολλήν Γερμανοί έσχον, επειδή άφίκετο ές ’Ιταλίαν ό 'Ρωμαίων στρατός... 72°. Nella seconda metà del VI secolo le carestie e le pestilenze continuarono poi a susseguirsi in tutta Italia, sempre in relazione con incursioni belliche o gravi inclemenze stagionali (siccità, geli, piene dei fiumi, terremoti, etc.)721. 561 : Dopo circa un lustro di tregua dalla definitiva conclu¬ sione della guerra gotica, le campagne dovettero cono¬ scere una certa ripresa, e Pannata del 561 viene regi¬ strata come eccezionalmente feconda per tutta V 11 a - Dindorf, pagg. 132-392 e partie. 140-203); cfr. pure Paul. Diac., Hist. Lang. II, 2; Stein, o. c. II, pagg. 605-610; C. Barbagallo, Storia Universale III, Parte I: Il Medioevo (476-sec. XI), Torino 1950, pagg. 91-92. 720 Proc., Anecd. 18, 13 sgg. ; vd. inoltre Pel., Ep. 4 ad Sapaudum Arelaten- 8em, del 556 (pagg. 11-12 ed. Gassò = P.L. 69, coli. 404-405), e Id., Ep. 85 a Boe¬ thius ppo. Africae, del 557 (pagg. 28-30 ed. Gassò = P.L. 69, col. 417), citt. a pag. 359, n. 434; cfr. in generale il vecchio, ma diligente lavoro di L. Ginetti, L’Italia gotica di Procopio di Cesarea, Siena 1904, passim. 721 G. Salvioli (Storia Economica d’Italia nell’Alto Medio Evo, Napoli 1913, pag. 92; Id., Le nostre origini cit., pagg. 92-93) conta dieci anni di carestia e di pestilenza in Italia, nella seconda metà del VI secolo : vedremo che essi fu¬ rono molti di più (confusissimo è nel Salvioli l’uso delle fonti, e spesso errata la cronologia derivatane). Anche il De Robertis (La prod, cit.) ha dato un elenco delle carestie fra il 562 e il 604, ma alquanto incompleto, la sua docu¬ mentazione limitandosi a Paolo Diacono e al Liber Pontificalis.
Dai Goti ai Longobardi 479 lia Settentrionale, tanto da Paolo Diaco¬ no 722 723 quanto da Agnello Ravennate72s. 562-568 : Ma, negli anni che seguirono, la pestilenza si riaffacciò in Italia, raggiungendo un’acme di particolare violenza in Liguria, senza tuttavia che, in un primo tempo, ad essa si accompagnasse la carestia (le fonti accen¬ nano, anzi, alle messi e alle vigne cariche di frutti rimaste senza mietitori e vendemmiatori all’epoca del raccolto) 724 ; la fame sopraggiunse più tardi, alla vi¬ gilia dell’invasione longobarda, probabilmente in con¬ seguenza dei lavori agricoli trascurati per l’infierire della pestis inguinaria725 726. Nel 566 Mario Aventicense ricorda alcuni prodi¬ gia (signum in caelo, etc.), seguiti da un inverno rigi¬ dissimo (hiems ralentis simus) e da una morìa di animali, limitatamente però — sembra di poter ca¬ pire — alla sola regione di Aventicum (in terri¬ torio franco, non lontano dall’odierna Friburgo)72e. A prodigia, pestilenze e terremoti in Italia e al¬ trove, alla vigilia dell’invasione longobarda, accenna a sua volta Gregorio Magno727. 722 Cfr. Paul. Diac. Hist. Lang. II, 10: Hoc anno superiori hieme tanta nix in planitie cecidit quanta in summis Alpibus cadere solet; sequenti vero aestate t ant a fertilitas e x tit it, quanta nulla aetas adseveratur meminisse. 723 Cfr. Agn. Raw, Lib. Pont. Eccl. Rav. XXVII, De Sancto Agnello 91, pag. 336: Sub istius praesulis temporibus (557-570 d. C.) abundantia fuit magna et ordinatio in populo Italiae. 734 Cfr. Paul. Diac., Hist. Lang. II, 4: Huius temporibus (= di Narsete; le fonti non sono d’accordo su questa data, certamente però compresa fra il 562 e il 568, anno in cui Narsete si ritirò a vita privata) in provincia praecipue Liguriae maxima pestilentia exorta est. ... Peculia sola remanebant in pascuis, nullo adstante pastore... Sata transgressa metendi tempus intacta expectabant messorem; vinea amissis folliis radiantibus uvis inlaesa manebat hieme pro¬ pinquante... Cfr. pure Proc., De bell. Pers., II, 22, 33; Graeg., Dial. IV, 27, pag. 268. 725 Cfr. Paul. Diac., Hist. Lang. II, 26, cit. sotto, η. 728. 726 Cfr. Mar. Avent., Chron., pag. 238. 787 Cfr. Graeg., Horn, in Εν. I, 1, P.L. 76, col. 1078 : ... gentem super gentem exsurgere... plus iam in nostris temporibus cernimus quam in Codicibus legimus. Quod terrae motus urbes innumeras subruat, ex aliis mundi partibus scitis... Pestilentias sine cessatione patimur. Signa vero in sole, et luna, et stellis, adhuc
480 Economia e società nell’« Italia, Annonaria » 568-569: A partire da questo anno l’invasione longobarda non fece che aggravare la situazione già così critica in pre¬ cedenza, soprattutto nella Liguria e nelle V e - n e z i e ; la fame e la pestilenza continuarono a falciare la popolazione, secondo la testimonianza di Paolo Dia¬ cono, Mario Aventicense e il Venerabile Beda728. 570: La morìa degli animali infierisce in Italia 729, af¬ fiancandosi alla pestilenza ed estendendosi tosto anche alle Gallie 73°. Al 570, secondo il Mori e il Toaldo731, sarebbe pure da ascriversi una ragguardevole piena del T e - vere e dei fiumi padani (?). 571 : La pestilenza ancora imperversa in Gallia e in Italia (ove durava ormai ininterrotta da ben tre anni) 732. 575-579 : Durante questi anni, che coincidono con il pontificato di Benedetto I, la carestia sembra avere colpito con particolare asprezza Roma, le cui campagne circo- aperte minime videmus, sed quia et haec non longe sint, ex ipsa iam aeris im¬ mutatione colligimus. Quamvis priusquam Italia gentili gladio (= Longobardi) ferienda traderetur, igneas in coelo acies vidimus... 728 Cfr. Paul. Diac., Hist. Lang. II, 26: Nec erat tunc virtus Romanis ut resistere possint (=ad Alboino), quia et pestilentia, quae sitò Narsete facta est (569-670), plurimos in Liguria et Venetiis extincxerat, et post annum quem diximus fuisse ubertatis (561 d. C. ; cfr. Id., Ibid. II, 10 cit.), fames nimia in¬ gruens universam Italiam devastabat. ... ; Beda, Chron. Min., pag. 308 (a. 569) : Gens Langobardorum comitante fame et mortalitate omnem in¬ vadit Italiam ipsamque Romanam vastatrix obsidet urbem, quibus tempore illo rex praeerat Albuinus...; Mar. Avent., Chron., pag. 238: Hoc anna Alboenus rex Langobardorum cum... omni populo suo in fara Italiam occupavit, ibique alii morbo, alii fame, nonnulli gladio interempti sunt... 729 Cfr. Agn. Rav., Lib. Pont. Ucci. Rav. XXVIII, De Sancto Petro Seniori 94, pag. 337 : Anno quinto Listini II imperatoris pestilentia bovum ei interitus ubique fuit. 780 Cfr. Mar. Avent., Chron. pag. 238: Hoc anno (570) morbus validus cum profluvio ventris et variola Italiam Galliamque valde afflixit et animalia bubula per loca scripta maxime interierunt.... 781 Cfr. Mori, art. cit. ; TAutore attinge evidentemente a Toaldo, o. c., pag. 183 (che — come sempre purtroppo — trascura anche qui di citare la sua fonte, che a noi non è riuscito di rintracciare). 788 Cfr. Mar. Avent., Chron., pag. 238: Hoc anno infanda infirmitas, quae glandula, cuius nomen est pustula, in supra scriptis ( = Italia Galliaque) regio¬ nibus innumerabilem populum devastavit.
Dai Goti ai Longobardi 481 stanti erano state devastate dai Longobardi: in quella occasione l’Imperatore Giustiniano venne in aiuto agli affamati con una importazione straordinaria di fru¬ mento dall’Egitto (ma l’importanza attribuita concor¬ demente al fatto dalle fonti non fa che sottolineare l’eccezionaiità di questa misura) 733. 580 : All’autunno di questo anno Mario Aventicense fa risa¬ lire una memorabile piena del Rodano e di tutti i fiumi dell’Italia Superiore che, strari¬ pando, avrebbero danneggiato ampiamente i raccolti 734. 589-590 : Risale al novembre del 589 la famosa piena del Po e degli altri fiumi d’Italia, descritta am¬ piamente da Taolo Diacono 735, dal Liber Pontificalis 73β, 788 Lib. Pont. LXIIII, Vita Benedicti I Papae (2 giugno 575 - 20 luglio 579), pag. 308: Eodem tempore gem Langobardorum invaserunt omnem Ita¬ liam, simulque et famis nimia, ut etiam multitudo castrorum se tradidissent Langobardis, ut temperare possent inopiae famis. Et dum cognovisset Iusti- nianus piissimus imperator, quia Roma periclitaretur fame et mortalitate, misit in Egyptum et oneratas naves frumento transmisit Romae; et sic misertus est Deus terrae Italiae. Cfr. pure Paul. Diac., Hist. Lang. ΙΙΓ, 11: Denique et cum Roma tempo¬ ribus Benedicti Papae, vastantibus omnia per circuitum Langobardis, famis pe¬ nuria laboraret, multa milia frumenti navibus ab Aegypto dirigens, eam suae studio misericordiae relevavit (scii. Iustinianus) ... (= Land., Add. Pauli Hist. Rom. 1. XVIIII, pag. 376 M.G.H., A.A. II, Berlin 1879, ed. H. Droysen). 784 Cfr. Mar. Avent., Chron., pag. 239: Eo anno mense Octobre ita in Vallensi territorio Rodanus exundavit, ut copias messium denegaret: et intra Italiam ita fluvii exundaverunt, ut damna agricolae paterentur... È possibile che si riferisca a questa piena il Mori (art. cit.) allorché parla di una inondazione che, fra il 579 e il 596, mutò il corso dell’Adige. 735 Cfr. Paul. Diac., Hist. Lang. Ill, 23-24: Eo tempore fuit aquae dilu¬ vium in finibus Veniciarum et Liguriae seu ceteris regionibus Italiae, quale post Noe tempore creditur non fuisse. Factae sunt lavinae possessionum seu villarum hominumque pariter et animantium magnus interitus. Destructa sunt itinera, dissipatae viae, tantum tuneque Atesis fluvius excrevit... Urbis quoque... Veronensis muri ex parte aliqua eadem sunt inundatione subruti. ... In hac diluvii effusione in tantum apud urbem Romam fluvius Tiberis excrevit, ut aquae eius super muros urbis influerent ... Subsecuta statim est hanc inundationem gravissima pestilentia, quam inguinariam appellant. Quae tanta strage populum devastavit, ut de inaestimabili multitudine vix pauci remanerent. ... ; cfr. pure Id., Vita Qraeg. 10 (P.L. 75, coli. 45-46). 786 Cfr. Lib. Pont. LXV, Vita Pelagii II Papae (26 nov. 579 - 7 febbr. 590), ed. Duchesne I, pag. 309 (cfr. Ibid. Ill, pagg. 92-93). 31. L. Ruggini
482 Economia· e società nell’« Italia Annonaria » Gregorio il Grande 737, Giovanni Diacono738 * e Gregorio di Tours 7ae. Essa venne tosto seguita ovunque dalla pestilenza740; e da quel tempo Modena e Bre- s c e 11 o , parzialmente sommerse, caddero per secoli in uno stato di semi-abbandono741. In connessione con le inclemenze stagionali del¬ l’autunno precedente, il 590 fu un anno di fame: eser¬ citi di Franchi, calati in Italia ad assalire il regno longobardo, trovarono le campagne impoverite a tal punto che, dopo tre mesi di spostamenti e di razzìe (soprattutto nel Trentino), furono costretti dalla fame a ritirarsi nuovamente sulle loro terre742. 591-592: Alle recenti desolazioni dell’inondazione, della pesti¬ lenza e dei barbari fecero tosto seguito due annate di dura carestia, cui contribuirono anche altri nuovi fla¬ gelli : la siccità e le locuste (non sembra però che que¬ ste ultime danneggiassero gravemente i raccolti, tanto che Paolo Diacono registra il fatto come un prodi¬ gio743). Anche in questa occasione pare che particolar- 737 Cfr. Graeg., Dial. Ili, 19, pagg. 185-186. 788 Cfr. Ioann. Diac., Vita Graeg. I, 34-35 e 37 sgg., P.L. 75, coll. 77 sgg. : Quae (scii, pestilentia) in mense undecimo veniens primum omnium... Pe¬ lagium papam perculit, et sine mora exstinxit. Quo defuncto, ita in reliquum vulgus desaevit, ut, subtractis habitatoribus, domos in urbe plurimas vacuas omnino reliquerit... 789 Cfr. Graeg. Turon., Hist. Franc. X, 1, pag. 477 : ... mense nono, tanta inundatio Tiberis fluvius Romam urbem obtexerit, ut aedes antiquae deruerent, horrea etiam ecclesiae subversa sint, in quibus nonnulla milia modiorum tritici periere. ... Subsecuta est de vestigio cladis, quam inguinariam vocant... 740 Cfr. Graeg. Turon., 1. c. ; Paul. Diac., Hist. Lang. Ill, 23-24 cit. ; Id., Vita Graeg. 10-11 ; Ioann. Diac., Vita Graeg. I, 37 sgg. ; Graeg., Dial. Ili, 8, pag. 153; IV, 19, pag. 257; IV, 27, pag. 267; IV, 37, pag. 287; IV, 40, pag. 292 ; Horn, in Ev. II, 38, 16 e II, 19, 7 (P.L. 76, coll. 1292-1293 e 1158-1159). 741 Cfr. Tiraboschi, Storia dell’augusta Badia di San Silvestro di Nonan- tola cit. I, pagg. 16 sgg. ; Mori, art. cit. 742 Cfr. Graeg. Turon., Hist. Franc. X, 3, pag. 485: Per très fere menses Italiam pervagantes,... aerum intemperantia exercitus ac fame adtritus, redire ad propria destinavit... Et sic regredientes, ita fame conficiebantur, ut prius et arma et vestimenta ad coemendum victum demerent, quam locum genetale continge¬ rent...', cfr. Paul. Diac., Hist. Lang. III. 31. 748 Cfr. Paul. Diac., Hist. Lang. IV, 2: Hoc anno fuit siccitas nimium gra¬ vis a mense Ianuario usque ad mensem Septembrium; et facta est magna penuria famis. Venit quoque et magna locustarum magnitudo in territorium Tridentinum,
Dai Goti ai Longobardi 183 mente provata fosse la regione trentina, che già Tanno precedente aveva in special modo sofferto ad opera degli invasori Franchi, che ne avevano de¬ portato al di là delle Alpi le popolazioni rustiche (re¬ stituendole peraltro — almeno in parte — in quello stesso 591, per intercessione presso la regina Bruniliilde del \rescovo Agnello di Trento 744). In questi anni la carestia, causata dalla parva wa- tivitas, infierì non soltanto nell’ Italia longo¬ barda, ma anche a Roma, dove però il Pontefice Gregorio Magno potè disporre un’importazione di fru¬ mento particolarmente abbondante dalle proprietà ec¬ clesiastiche di Sicilia 745 (la popolazione della città, benché ripetutamente falciata dalle epidemie746, do¬ veva essere ragguardevole, poiché in essa avevano cer¬ cato rifugio profughi da tutta Italia, al sopravvenire dei Longobardi 747). Il 592 fu un anno disgraziato soprattutto per il Ravennate eie regioni prospicienti la L a g u - quae maiores erant quam ceterae locustae; et mirum dictum, lierbas paludesque depastae sunt, segetes vero agrorum exigue contigerunt. Sequenti quoque anno pari nihilominus modo adventarunt. 744 Cfr. Paul. Diac., Hist. Lang. Ill, 31 e IV, 1. 745 Cfr. Graeg., Reg. Ep. 1, 70, dell’agosto 591, cit. a pag. 261, n. 154. 740 La peste inguinaria, che aveva fatto la sua comparsa in Europa nel 542, aveva da allora continuato a serpeggiare in Italia e in Gallia (cfr. pagg. 477 sgg.). Sulla desolazione di Roma e d’Italia in quegli anni, cfr. Graeg., Horn, in Ezech. II, 6, 22 e 24, P.L. 76, coll. 1009-1012; Quid est iam, rogo, quod in hoc mundo libeat f Ubique luctus aspicimus, undique gemitus audimus. Destructae urbes, eversa sunt castra, depopulati agri, in solitudinem terra redacta est. Nul¬ lus in agris incola, pene nullus in urbibus habitator remansit, et tamen ipsae parvae generis humani reliquiae adhuc quotidie et sine cessatione feriuntur... Alios in captivitatem duci, alios detruncari, alios interfici videmus... Ipsa autem quae aliquando mundi domina esse videbatur qualis remanserit Roma conspi¬ cimus. Immensis doloribus multipliciter attrita, desolatione civium, impressione hostium, frequentia ruinarum... Haec autem quae de Romanae urbis contritione dicimus, in cunctis facta mundi civitatibus scimus. Alia etenim loca clade desolata sunt, alia gladio consumpta, alia fame cruciata, alia ternae hiatibus absorpta... 747 Cfr. Paul. Diac., Vita Graeg. 16: Denique cum de tota pene Italia Lan-. gobardorum gladios metuentes plurimi undique ad Romanam urbem confluerent, solertem pro omnibus curam gerebat (scii. Graegorius), et universis cum verbi pabulo corporis subsidia ministrabat...
484 Economìa c società nell*a Italia Annonaria » n a Veneta, ove a un inverno rigidissimo (in cui, secondo le cronache, si verificarono strani prodigi) si accompagnò tosto anche il rinnovarsi della pestis in- guinaria 748. 593-594 : Mentre Agilulfo assediava Roma, le scorte frumen¬ tarie degli horrea ecclesiastici urbani andarono esau¬ rendosi, e ne derivò una crisi di approvvigionamento di cui, più tardi, Papa Gregorio Magno dovette rispon¬ dere dinanzi all’Imperatore 749. 600-601 ( ?) : Dopo un intervallo di circa un decennio la pesti¬ lenza torna ad affliggere le contrade dell’Italia Setten¬ trionale, dalle parti di Ravenna e Verona 75°. 604 : Annata di siccità e di altre inclemenze meteorologiche, che procurano la carestia in tutta Italia: ne fanno menzione tanto Paolo Diacono 761 quanto Agnello Ravennate702 e il TAber Pontificalis 753, il quale rac- 7445 Cfr. Paul. Diac., Hist Lang. IV, 4; Hoc anno fuit pestis inguinaria iterum aput Ravennam, Gradus et Histria nimium gravis, sieut et prius ante triginta annos extiterat (ciò si aggiungeva alle conseguenze della campagna mi¬ litare che Agilulfo, asceso al trono longobardo nella primavera del 591, aveva intrapreso contro Romano, esarca di Ravenna). 749 Cfr. Graeg., Reg. Ep. V, 36 (595), indirizzata all’Imperatore Maurizio: ... Post hoc plaga gravior fuit adventus Agilulfi, ita ut oculis meis cernerem Ro¬ manos more canum in collis funibus ligatos, qui ad Franciam ducebantur venales. Et quia nos qui intra civitatem fuimus Deo protegente manus eius evasimus, quaesitum est, unde culpabiles esse videremur, cur frumenta defuerint, quae in hac urbe diu multa servari nullatenus possunt, sicut in alia suggestione plenius indicavi. Già prima del suo pontificato Gregorio aveva dovuto rispondere del¬ l’approvvigionamento urbano, allorché aveva ricoperto la carica di Praefectus Urbi, fra il 572 e il 573 (cfr. W. Sinnigen, The Officium of the Prefecture During the Later Romam Empire, « Papers and Monographs of the Am. Acad, in Rome » 17. Roma 1957, pag. 113). 7r>0 Cfr. Paul. Diac., Hist. Lang. IV, 14 : Subsequenti tempore rursum Ra¬ vennam et eos qui circa ora maris erant pestis gravissima vastavit. Sequenti quo¬ que anno mortalitas valida populos Veronensium attrivit. ... 751 Cfr. Paul Diac., Hist. Lang. IV, 29: ... Fuit autem tunc hiems frigida nimis, et mortuae sunt vites pene in omnibus locis. Messes quoque partim va¬ statae sunt a muribus, partim percussae uredine evanuerunt. Debuit etenim tunc mundus fame (sic) sitimque pati, quando recedente tanto doctore (= morte di Gregorio Magno) ... ; cfr. pure Paul. Diac., Vita Graeg. 29, P.L. 75, coi. 58. 752 Cfr. Agn. Rav., Lib. Pont. Eccl. Rav. XXX, De Sancto Mariniano 102, pag. 344: Fuitque in ipso tempore validus frigus; messes vero vastatae a muribus
Dai Goti, ai Longobardi 485 conta come Papa Sabiniano (eletto Pontefice quello stesso anno, dopo la morte di Gregorio Magno) sovve¬ nisse alla fame della popolazione romana con distri¬ buzioni di tritico a 30 modii il solido’54. 608-618: Il Liber Pontificalis ricorda in questi anni una serie di carestie, pestilenze e piene dei fiumi dalle parti di Roma 755 ; è probabile che a questo medesimo periodo vada riferito il passo in cui Paolo Diacono parla di inundationes, terremoti ed epidemie in Roma, attri¬ buendoli per errore ai tempi di Rotari (642-643) 75β. Nel 610, intanto, il territorio di Forum Iulii soffriva di un’incursione di Avari, che deportavano pa¬ recchi Longobardi prigionieri sulle loro terre767. 672-676 (?): In un anno di poco posteriore alla morte dell’Im¬ peratore bizantino Costante II (t 668 d.C.), Paolo Dia¬ cono ricorda come un prodigium la provvidenziale ri¬ fioritura dei legumi (parte evidentemente importante ormai nella comune alimentazione), dopo che le piogge sunt, et alia percussae uredine. Et in eodem anno (604) in populo farnis valida-, quia frugalitas omnis parva et rare inveniebatur, sicut nunc est temporibus nostris.... 753 Cfr. Lib. Pont. LXVII, Vita Sabiniani Papae (13 sett. 604-22 febbraio 606), pag. 315 : ... Eodem tempore fuit famis in civitate Romandi gravis. Tunc facta pace cum gente Langobardorum et iussit aperire horrea ecclesiae et ve- numdari frumenta per solidum unum tritici modios XXX. Cfr. pure Gesta Pont. Neap. 24, XXVII (Paschasius), M.G.H., SS.RR. Lang, et Ital. saec. VI-IX, ed. G. Waitz, Hannover 1878, pag. 414 (il De Robertis — art. cit. pagg. 235-237 — attribuisce per errore al 562-569 gli eventi cui accen¬ nano i Gesta Pontificum Neapolitanorum nel passo qui citato). per CUi cfr pRg n 444 è pensabile che il Pontefice (come già i so¬ vrani goti nel 535-536: vd. pagg. 327 sgg.) controllasse in qualche modo, affinché il frumento non anelasse a finire nelle mani di accaparratori, che disponessero di grandi quantità di denaro ; così invece pessimisticamente ritiene A. Saba, Storia dei Papi I, Torino 1957, pag. 257. 755 Cfr. Lib. Pont. LXVIIII, Vita Bonifatii IUI Papae (25 agosto 608 - 8 maggio 615), pag. 317 : ... Huius temporibus famis, pestilentiae et inundationes aquarum gravissime fuerunt. 738 Cfr. Paul. Diac., Hist. Lang. IV, 45: Eo tempore (= di Rotari) ma¬ gnus Romae terrae motus factus est, magnaque tunc fuit inundatio aquarum. Post haec fuit clades scabearum (= scabiarum)... 757 Cfr, Paul. Diac.. Hist. Lang. IV, 37.
486 Economia c società nell’«. Italia Annonaria » avevano già compromesso il primo raccolto 758 * * 761 762 : la Li¬ guria andava pertanto famosa per i suoi legumi, tanto che Paolo pretendeva addirittura di collegare l’etimologia del suo nome a legendis, id est colligen¬ dis, leguminibus™9. Questo stesso fenomeno è ricordato anche dal Li¬ ber Pontificalis, che lo colloca sotto il pontificato di Adeodato (672-676)7β0. 679-680 : Si verificano un’eclissi di sole e una di luna, e scoppia la peste, di cui pare soffrissero soprattutto Ticinum e Roma 7β1. 677-691: In uno di questi anni, durante l’episcopato ravennate di Teodoro, infierì nei distretti ravennati una violenta carestia (forse da porre in relazione con incle¬ menze stagionali), della quale il Vescovo approfittò per far sparire dal mercato tutto il frumento locale, ridi¬ stribuendolo poi agli affamati in cambio di determinati favori 7®2. 758 Cfr. Paul. Diac., Hist. Lang. V, 15: Hoc tempore tantae pluviae tan¬ taque tonitrua fuerunt, quanta ante nullus meminerat hominum... Eo anno le¬ gumina, quae propter pluvia colligi nequiverunt, iterum renata et ad maturi¬ tatem usque perducta sunt. 789 Cfr. Paul. Diac., Hist. Lang. II, 15. 780 Cfr. Lib. Pont. LXXVIIII. Vita Adeodati Papae (11 aprile 672 - 17 giugno 676), pag. 347; cfr. pure Gesta Pont. Neap. 31, XXXIIII (Agnellus) pag. 419. 761 Cfr. Paul. Diac., Hist. Lang. VI, 5 : His temporibus per indictionem octavam luna eclypsin passa est. Solis quoque eclypsis eodem pene tempore, hora diei quasi decima, quinto Nonas Maias effecta est. Moxque subsecuta gravis¬ sima pestis est tribus mensibus, hoc est Iulio, Augusto et Septembrio; tantaque fuit multitudo morientium... aput urbem Romam ... etc. Pari etiam modo haec pestilentia Ticinum quoque depopulata est, ita ut, cunctis civibus per iuga mon¬ tium fugientibus, in foro et per plateas civitatis herbae et frutecta nascerentur. Cfr. pure Lib Pont. LXXXI, Vita Agathonis Papae (11 giugno 678- 10 gen¬ naio 681), ed. Duchesne I, pag. 350 (cfr. pure III, pag. 96) : Similiter et mor¬ talitas maior atque gravissima subsecuta est mense suprascripto (= Iunio), Iulio, Augusto, Septembri in urbe Roma, qualis nec temporibus aliorum ponti¬ ficum esse memoratur... 762 Cfr. Aon. Rav., Lib. Pont. Eccl. Rav. XXXVI, De Sancto Theodoro 117, pag. 355 : In diebus igitur illis facta est famis valida in tota terra ista, et ipse ( = Theodorus) deglutiva totius regionis frumentum ... etc.: cfr. pag. 462, n. 041. II Toaldo (ο. c., pagg. 183-185) segnala piogge insistenti, inondazioni e diluvi in Italia nel 682. 684 e 690.
Dai Goti ai Longobardi 487 708-715: Per tre anni, durante il pontificato di Costantino, Roma patì la fame ; ma alla carestia succedette tosto un periodo di tale abbondanza, da venire addirittura tramandato dalle cronache 7β3. Che tale crisi alimentare avesse comunque avuto un carattere strettamente lo¬ cale è confermato da Paolo Diacono, che fra il 701 e e il 712 registra ovunque un periodo di ubertas ni¬ mia™*, nonostante alcune razzìe di greggi nel terri¬ torio di Forum Iulii ad opera degli Slavi7βδ. Osservando dunque la successione delle annate buone e di quelle cattive dalla fine della guerra gotica sino agli inizi del secolo Vili, sembra di notare dapprima un decennio di tregua e quasi di ripresa della vita agricola, dopo le ultime, durissime an¬ nate della guerra gotico-bizantina (553-562 d.C.). Segue poi un altro decennio (562-571), in cui si moltiplicano in tutta Italia le carestie e soprattutto le morìe d’uomini e di animali, in coincidenza con l’imperversare della conquista longo¬ barda. E mentre, per l’appunto, nelle campagne in mano ai Lon¬ gobardi sembra infierisse soprattutto il contagio e i raccolti fos¬ sero per lo più discreti 766, nelle regioni rimaste bizantine particolarmente gravi furono invece le fames (certo in seguito alle reiterate razzìe longobarde nelle campagne767), nonostante le importazioni di frumento per Roma dalla Sicilia e talora anche dall’Egitto, ad opera dei Pontefici e degli Imperatori. 7es Cfr. Lib. Pont. XC, Vita Constantini Papae (25 marzo 708-9 aprile 715), pag. 389: ... cuius temporibus in urbe Roma famis facta est magna per annos III ; post quem tanta fuit ubertas, ut fertilitatis copia praeteritae sterili tatis inopiam oblivioni mandaret. 764 Cfr. Paul. Diac., Hist. Lang. Vi, 35: in cuius (= Ariperti) temporibus terrae ubertas nimia, sed tempora fuere barbarica. 765 Cfr. Paul. Diac., Hist. Lang. VI, 24. 700 Cfr. ad es. quanto dice Paolo Diacono (Hist. Lang. II, 4, cit. a pag. 479, n. 724) a proposito degli eventi del 562-568. I Longobardi avevano tutto l’interesse a risparmiare i territori da loro stessi occupati. 767 Sulle incursioni longobarde nei territori bizantini, cfr. ad es., Graeg., Dial. Ili, 38, pagg. 226-227 : ... mox effera Langobardorum gens, ... in nostra cervice crassata est, atque hominum genus, quod in hac terra prae multitu¬ dine nimia, quasi spissae segetis more, surrexerat, succisum aruit. Nam depo¬ pulatae urbes, eversa castra, concrematae aecclesiae, distructa sunt monastiria virorum adque feminarum, desolata ab hominibus praedia adque ab omni cultore
J 88 Economia c società nell'« Italia Annonaria » Annate assai dure intercorsero pure fra il 575 e il 580, e poi fra il 589 e il 592 d.C. Con il finire del secolo VI sembra invece che per tutta l’Ita¬ lia longobarda cominci finalmente un periodo d’assestamento e di sensibile miglioramento nella vita agricola delle campagne, senza dubbio in relazione con lo stabilizzarsi del dominio longo¬ bardo e con le trasformazioni nell’assetto dell’intero sistema fon¬ diario 7β8. Dopo il 6Ó4 Paolo Diacono — minuzioso e annalistico registratore di pestilenze, prodigi e carestie — non accenna più ad alcun flagello di carattere generale, ed anche quelli localmente limitati riguardano di preferenza città e territori bizantini (so¬ prattutto Borna e Ravenna, che si alimentavano principalmente con il frumento importato per mare dalla Sicilia). In questi distretti, infatti, il Liber Pontificalis (fonte di cui pure Paolo Diacono si vale ampiamente 7W) continua a ricordare per tutto il secolo VII il susseguirsi delle pestes e delle fames in seguito a mancati approvvigionamenti, ma a intervalli sempre meno serrati, prima di decenni, poi addirittura di ventenni ed oltre. Nè ciò sembra doversi attribuire a una lacuna informativa da parte delle due fonti in questione, poiché ci si va avvicinando cronologicamente sempre più alla data di redazione tanto del Idber quanto delle Storie di Paolo Diacono : ed entrambi i testi continuano ad annotare con non scemata diligenza le annate rese perspicue dai più svariati prodigia 77°. distituta in solitudine vacat terra. Nullus hanc possessor inhabitat; occupa- verunt bestiae loca, quae prius multitudo hominum tenebat, et, quid in aliis mundi partibus agatur, ignaro; nam hac in terra, in qua nos vivimus, finem suum mundus non iam adnuntiat, sed ostendit... ; Paul. Diac., Hist. Lang. VI, 27 (702?), ov’egli descrive le devastazioni operate in Campania dal Duca di Be¬ nevento; lettera di Papa Zaccaria al Vescovo Austroberto di Vienna (745 d. C.), in C. Trota, C.D.L., IV, Napoli 1854, pagg. 162-164, doc. n. 575. Nel 756 Ste¬ fano II scriverà a sua volta a Pipino : ... omnia peculia (scii. Langobardi) abstulerunt, et vineas fere ad radices absciderunt et messes conterentes... (cfr. Cod. C(Prolinus 9, pag. 499 M.G.H., Epist. Ill, ed. W. Gundlach, Berlin 1892) ; sulle devastazioni di praedia e casalia intorno a Comacchio e Faventia da parte di Desiderio, cfr. Continuatio Pauli III, 482. M.G.H.. SS. Rer. Lang, et Ital. saec. VI-IX, ed. L. Bethmann - G. Waitz, Hannover 1878. pag. 212. 763 Per cui cfr. pag. 64, n. 60. 700 Cfr. C. Cipolla, Le fonti ecclesiastiche adoperate da Paolo Diacono per narrare la storia dello scisma aquilejese, Atti e Meni, del Congr. Stor. tenuto in Cividale (3-5 sett. 1899), Cividale 1900, pagg. 117-146. 770 Nella seconda metà del VII secolo il Liber Pontificalis registra quattro prodigia : LXXVIIII (Adeodatus, 11 aprile 672 -17 giugno 676) ; LXXX (Doms,
Dai Goti ai Longobardi 48!) Sia nell’Italia longobarda (ove sempre più spesso Paolo Dia¬ cono ricorda raccolti abbondanti e annate eccezionalmente fe¬ conde), sia in quella bizantina (in cui le più gravi crisi alimen¬ tari, pur non scomparendo del tutto, si alternavano ormai a lun¬ ghi periodi di ubertas) la situazione dell’agricoltura andò dun¬ que migliorando sensibilmente nel corso di tutto il secolo VII. È indubbio però che all’autosufficienza alimentare d’Italia e al ristabilito equilibrio fra produzione e consumo (almeno in campo frumentario771) concorresse in misura non indifferente il fortis¬ simo calo demografico delle popolazioni tanto urbane (vittime soprattutto delle epidemie, guerre, assedi e incursioni nemiche) quanto rustiche (che sistematicamente, come abbiamo veduto, venivano deportate al di là delle Alpi a ogni calata di Bur¬ gundi, Franchi o Avari, oltre ad essere falciate pur esse dalla peste T72). Non trascorrerà molto tempo che, in alcune regioni d’Italia, da questo stadio di modesta e limitata autosufficienza regionale della vita agricola comincerà a rigermogliare l’impulso verso più ardite avventure di carattere speculativo, vagamente simili a quelle che avevano caratterizzato la seconda metà del IV secolo e gli anni più felici della dominazione ostrogota : ma le linee di¬ rettrici, i modi, e perfino i protagonisti di questi traffici appari¬ ranno ormai — e per la prima volta — radicalmente mutati ri¬ spetto alla vecchia tradizione della precedente età tardo-romana e ostrogotica T73. 22 novembre 676-11 aprile 678); LXXXII (Leo II, 17 agosto 682 - 3 luglio 683): LXXXIII (Benedictus II, 26 giugno 684-8 maggio 685); Paolo Diacono a sua volta, dal 669 al 685, ricorda una decina di prodigia: cfr. Hist. Lang. Ill, 24; IV, 10; IV, 15; IV, 32-33; V, 15; V, 31; VI, 4; VI, 5; VI, 9. 771 Sulle importazioni di olio dall’Africa, che fino all’invasione araba con¬ tinuarono ad arricchire i produttori d’oltremare, cfr. Parte I. Appendice II, pagg. 176 sgg. 773 Cfr. pag. 278, n. 194; la generale deficienza di braccia sulle campagne nei territori longobardi potrebbe anche desumersi dalla relativa modicità delle retribuzioni per il godimento dei fondi, destinate però ad aumentare conside¬ revolmente negli ultimi anni del regnum : cfr. K. Th. Inama-Sternfæg, Deutsche Wirtschaftsgeschichte I (bis zum Schluss der Karolingerperiode), Leipzig 1879, pag. 157. Non mancarono tuttavia gli sforzi, da parte longobarda, per ripo¬ polare i territori deserti, sia mediante stanziamenti di guerrieri alleati (come avvenne ad es. nel Sannio: cfr. Paul. Diac., Hist. Lang. V, 29), sia mediante razzie d’uomini nei vicini territori bizantini (cfr. pag. 487. n. 767). 773 Cfr. pagg. 461-466,
490 Econotnia e società nell’«. Italia Annonaria » Appendice III: colture, superfici e prezzi di fondi nelle « Chartae » longobarde riguardanti l’Italia Settentrio¬ nale. Benché il periodo longobardo esuli completamente dal campo d’indagine che ci siamo proposti, vale qui la pena di avvicinare i dati sinora raccolti sulla proprietà fondiaria nell’Italia Setten¬ trionale, e principalmente nei distretti del Veneto e dell’Emilia- Romagna, durante, l’età tardo-romana e gotico-bizantina, a quelli desunti dalle carte longobarde più antiche (Vili secolo), riferen- tisi soprattutto ai territori Piacentino-Modenese-Parmense a sud del Po, Cremonese-Lodigiano-Bergamasco-Monzese fra il Po, l’Oglio e il Lambro, Milanese-Comasco, Astigiano, Bresciano-Gar- desano-V eronese-Vicentino-Trevigiano-Udinese-Cividalese ™. In Emilia, nelle campagne piacentine (Varsi, Fiorenzuola d’Arda, Castell’Arquato, etc.), la proprietà fondiaria privata ap¬ pare due secoli più tardi frantumata in appezzamenti di esten¬ sione ridottissima, per lo più oscillanti fra 1/8, 1/6, 1/4, 1/2 in- 774774 Una tabella sistematica di tutti i dati che qui interessano, ricavati da carte longobarde databili fra il 725 e il 774, è riportata più sotto, pagg. 497 sgg. Anche il De Robertis (La prod, cit, pagg. 241-267) ha dato un elenco dei riferimenti alle diverse colture in tutta Italia, estratti dai documenti lon¬ gobardi editi dallo Schiaparelli, con le relative determinazioni di tempo, di luogo e, talora, di superficie (non però di prezzi) ; ma l’utilizzazione di tale tabella (a parte i non pochi errori in essa contenuti) risulta infirmata dal fatto che l’Autore, accanto alla specificazione delle coltivazioni, ha sempre indicato le località ove i documenti vennero redatti, per nulla coincidenti con quelle, spesso lontanissime, cui i vari terreni oggetto di donazione, permuta o compravendita concretamente si riferiscono. Manca inoltre la benché minima elaborazione dei dati di superficie longobardi (solo, del resto, parzialmente ri¬ portati), al fine di tradurli in elementi di misurazione più accessibili e varia¬ mente utilizzabili. Un approfondimento e uno sfruttamento di tutti i possibili dati in questo senso manca del resto anche nel recente (e già citato) vo¬ lume del Bernareggi sull’economia longobarda ; lavoro peraltro assai coscien¬ zioso, che si propone principalmente di illustrare la monetazione di questa età, e offre una breve sintesi dei dati sulla vita economica e sociale (alquanto scarsi, e finora assai poco sfruttati), più che altro a introduzione e a cornice della successiva, ampia e tecnica, trattazione numismatica. Ad esso (Berna¬ reggi, o. c., pagg. 11-40 sull’agricoltura, 41-49 sull’industria, 51-60 sul com¬ mercio) ci rimandiamo per tutte le considerazioni più generali che i documenti longobardi possono suggerire, inquadrate nella storia del periodo.
Dai Goti ai Longobardi 491 gero romano (= mq. 2.500 circa: dunque di gran lunga inferiori anche alle più piccole coloniae venete di 3, 4, 5 iugeri dell’età gotico-bizantina T7e), ma talora anche di 1, 3, 5, 6, 11 iugeri circa di superficie. Nella maggioranza dei casi, la proprietà di una fa¬ miglia abbracciava un numero più o meno esteso di tali piccoli fondi sparsi, solo in qualche caso confinanti tra loro, e compren¬ denti per lo più terrae aratoriae, terrae e campi (termini da in¬ tendersi probabilmente, quando non accompagnati da alcun’altra specificazione, nel senso di « appezzamenti a cereali », tanto su¬ periori come il frumento, quanto inferiori come il miglio, l’orzo, il farro, la segala e il panico), ma anche numerose selve, frascaria, saliceti, campi cum arboribus, qualche vigneto e alcune terrae vacuae : tipico esempio i beni di Gemmolus, i cui nove figli eredi, fra il 735 e il 737, vendono a varie riprese numerosi e minuti ap¬ pezzamenti di terreno siti nel Casale Cavallonianum presso Pia¬ cenza (per un ammontare complessivo non superiore a 18 iu¬ geri) alla non lontana chiesa di S. Pietro in Yarsi (O.D.L. 52 e 60). Molteplici sono le vendite fra privati ; ma è soprattutto perce¬ pibile la tendenza, da parte di alcune chiese e monasteri, ad agglutinare fondi e concentrare i propri possessi terrieri me¬ diante graduali compere e donazioni (i proprietari longobardi, a quest’epoca, sono ormai convertiti al cristianesimo) : a beneficio della chiesa di S. Pietro in Yarsi ad es., fra il 735 e il 774, ci re¬ stano tre atti di donazione — C.D.L. 54, 59, 291 — e quattro con¬ tratti di compra-vendita con privati — O.D.L. 52, 60, 64, 79. I prezzi di tali terreni si aggirano per lo più intorno a 1 tremisse per iugero (ma anche assai meno: 1/8 di trem. in C.D.L. 79 e 142, 1/10 di trem. in C.D.L. 225), solo raggiungendo i 2,5 solidi là dove compaiono le colture a vigneto (ovunque, come vedremo, fra quelle di maggior valore : C.D.L. 129) rre. Benché, pertanto, il numero relativamente ristretto delle carte utilizzabili e le forti variazioni da esse denunciate anche nel medesimo giro di anni rendano imprudenti considerazioni men che generali, il livello 173 Cfr. pagg. 410 sgg. 7,0 Tutti i prezzi dei terreni, nel documenti longobardi, sono espressi in solidi, tremissi e frazioni di tremisse; sulla circolazione monetaria dell’età longobarda, che si valse tanto di solidi bizantini quanto di tipi propri (tre¬ missi), e pare sia stata assai più diffusa di quanto generalmente non si creda, cfr. da ultimo Bernakeggi. o. c., pagg. 61 sgg.
192 Economia c società nell’« Italia Annonaria » dei prezzi di questi terreni non può non apparire assai basso, sia rispetto all’età gotica (in cui pare che le tariffe medie fossero state di almeno 15 volte superiori) TT7, sia a confronto di altri prezzi di terreni a colture miste noti, in questi medesimi anni, per il Lodigiano, il Cremonese, il Trevigiano (più forti di 15, 30 e talora perfino 75 e 150 volte, data quivi la presenza, il più delle volte, di edifici rustici, dotazioni animali e servili, etc. : il che vale pur sempre a sottolineare certe differenze nella struttura delle aziende agricole). Un esempio di proprietà privata di no¬ tevole entità si ha nel Modenese, ove nel 772 il duca Iohannes vende ad Anselperga, badessa di S. Salvatore a Brescia (e figlia del re Desiderio), campi, seminativi, boschi, saliceti e pascoli per un complesso di circa 632 iugeri romani (estensione pari a quella di una notevole massa siciliana del IV-V secolo T78) ; altre terrae aratoriae e vites per circa 152 iugeri sono vendute ad An¬ selperga nel Parmense dall’abate di S. Salvatore in Monticelli (a meno che non si tratti, come pretendono alcuni, dell’omonima località nel Pavese ; il bassissimo livello del prezzo di vendita, del tutto analogo agli altri riscontrabili nella sola Emilia, sembra tuttavia deporre in favore di una localizzazione in tal senso : C. D.L. 225). Nella regione a nord del Po, compresa fra POglio e il Ticino (Cremonese, Lodigiano, Bergamasco, Monzese, Brianza), la si¬ tuazione sembra essere stata in parte diversa, predominando assai più nettamente la grande proprietà tanto privata che ecclesia¬ stica: complessi fondiari di almeno 750-1.000 iugeri (romani) 777 778 779, 777 Cfr. pagg. 419-420. 778 Cfr. pagg. 417 e 558 sgg. 770 Nella suddivisione censitaria dei proprietari terrieri in tre classi, che Astolfo fece proprio in questo torno di tempo ai fini del servizio militare, erano pertanto considerati grandi proprietari coloro che possedevano almeno 7 carne massariciae; questo criterio di distinzione fa pensare che le case massericie dovessero avere una estensione per lo più uniforme, mai inferiore ai 10 iugeri longobardi ( = 31,6 iugeri romani = h. 7,9) e raramente superiore ai 15 iugeri (=47,4 iugeri romani = h. 8,29) secondo il Bernareggi (o. c., pagg. 19 sgg.); i documenti da noi esaminati testimoniano pertanto una casa massaricia di h. 9,48 (= iugeri romani 38) e due di h. 45,03 in tutto (cioè con una superfìcie media di h. 22,515 = iug. rom. 90 per ciascuna) nel Gardesano, altre due di h. 31,6 (cioè con un superficie media di li. 15,8 = iug. rom. 63 per ciascuna) nel Cremonese. Comunque, attribuendo una superficie approssimativa di h, 10
Dai Goti ai Longobardi 493 divisi in curtes di 200-300-400 iugeri (ma anche molto meno, come per es. nel Lodigiano, dove due curtes coprivano una su¬ perficie non superiore a 124 iugeri in tutto: C.D.L. 155), a loro volta comprendenti terre arative, orti, vigneti, prati, bo¬ schi e pascoli di entità variabile, sempre comunque superiore a quella degli appezzamenti emiliani da noi visti in precedenza (5, 6, 10, ma più spesso 28, 30, 35, 45, 75, 90, 125, 150 iugeri: le massime estensioni coincidono, nella maggioranza dei casi, con le coltivazioni a cereali). Si hanno isolate menzioni di paludes (spiegabili con la vicinanza dell’Oglio: C.D.L. 137 e 155); ma l’attenzione è soprattutto attirata dalla stragrande prevalenza dei pascoli, boschi, selve per trarne pali, cerreta, róboreta, casta¬ neta, etc., specie nel Bergamasco, lungo l’Adda (C.D.L. 293). Fra gli esempi più perspicui di grandi proprietari possono ri¬ cordarsi il vir magnificus Rottopert di Agrate, i cui beni si estendevano per tutta la Brianza (Bonate, Trezzo, Clapiate, Cor- tiniano, Burlate, territorio di Pombia : C.D.L. 82) ; il gasindio Taido, che possedeva terre nel Bergamasco, nel Pavese, nel Cre¬ monese, sul Garda, etc. (C.D.L. 293); lo strator Gisulfus, cui soltanto in Alfiano, lungo l’Oglio, appartenevano oltre 730 iu¬ geri di terra (= h. 183 circa), raccolti attraverso al tempo in complessi il più possibile unitari mediante compere e permute. A metà dell’VIII secolo, tuttavia, gli eredi di Gisulfus tende¬ vano ormai a scambiare queste terre cremonesi con altre nel Lo¬ digiano, oppure a venderle : ed era il monastero di S. Salvatore a Brescia che, con successivi acquisti e permute, andava allora costituendo grandi possessi fondiari nella zona. Fra il 759 e il 769 la badessa Anselperga acquistò infatti metà di una corte in Alfiano (158 iugeri) dalla vedova di Gisulfus Rodoara (C.D.L. 137), mentre la figlia di costui, Natalia, glie ne cedeva l’altra metà (più o meno altri 158 iugeri), in cambio di terre nel Lo¬ digiano per un valore di poco meno di 4.000 solidi (C.D.L. 155), e altri 505 iugeri (sempre in Alfiano) le vendeva, già avuti in a ogni casa massaricia e moltipllcandola per 7, arriviamo alla conclusione che, secondo la legge di Astolfo, dovevano essere considerati grandi proprietari tutti coloro che possedevano più di h. 70 (= circa 280 iugeri romani = 88,6 iugeri longobardi circa) ; la medesima legge considerava medi proprietari tutti coloro che possedevano più di 40 iugeri longobardi (=126 iug. rom. = h. 31,6), e pic¬ coli tutti gli altri.
494 Economìa- a società nell·'« Italia Annonaria » sostituzione di altre sue terre dal primo marito, il gasindio Al- chis (C.D.L. 226). Il monastero di S. Salvatore in Brescia, in poco più di un decennio, era andato pertanto acquistando, da privati o da altri monasteri minori, oltre 918 ingerì nel Cre¬ monese (C.D.L. 137, 155, 226, 228), più altri 784 nel Modenese e nel Parmense (C.D.L. 225 e 271) e 902 nel Gardesano (in cambio di più lontani e probabilmente scomodi possessi nel Vi¬ centino: C.D.L. 257), per un totale di circa 2.500 iugeri (= li. 625; altro acquisto di area imprecisata, sempre in Alfiano da parte di Anselperga, è quello di C.D.L. 228). I prezzi di tutte queste terre appaiono alquanto più soste¬ nuti di quelli del Piacentino, aggirandosi per lo più sui 3, 4, 5, 6 solidi per iugero (talora anche 10-11, nel caso di vigneti e di prati) ; le terre della corte in Alfiano lungo l’Oglio sembra avessero un valore di circa 24 solidi per iugero (vale a dire 4 volte di più del livello medio dei prezzi fin qui veduti: C.D.L. 137) ; e ciò trova conferma nel fatto che l’altra metà della curtis di Gisulfus, all’incirca di 158 iugeri, viene commutata con una superficie grosso modo quadrupla di terreni nel Lodigiano (667 iugeri : C.D.L. 155) ; è pertanto probabile che il valore delle terre appartenenti alla curtis in Alfiano fosse reso assai più sostenuto, rispetto a quello delle semplici terrae o casae massariciae nella medesima località (cfr. ad es. C.D.L. 226, ove in quegli anni la stessa Natalia figlia di Gisulfus vende 505 iugeri di terra cre¬ monese a circa 2 solidi per iugero), dalla presenza di numerosi impianti rustici, dotazioni strumentali e mano d’opera legata alla terra: ciò che ne sottolinea la fiorente economia agricola. Nel Veneto le colture predominanti sono i prati, i boschi, i frutteti, i pometi, gli orti ; nel Gardesano ricorre con particolare frequenza la menzione di vigneti e oliveti, dei quali ultimi è nota la deficienza produttiva sin dall’epoca romana 780 (C.D.L. 257 ; il medesimo fatto parimenti si riscontra nelle zone prospicienti il Lago di Como e quello di Lugano : cfr. C.D.L. 123, 231) ; vi¬ 780 Cfr. Parte I, Appendice II, pagg. 176 sgg. Il De Robertis, in base alla sua tabella, osserva che le colture cerealicole appaiono di gran lunga prevalenti per estensione e per importanza, benché le menzioni più frequenti siano quelle riferibili alla coltivazione della vite, nominata 213 volte in 179 documenti, con una proporzione di 1 :0,44 rispetto a quella demolivo; è questa, tuttavia, una « statistica » costruita su dati riferibili a tutta Italia.
Dai Goti ai Longobardi 495 gneti — di solito a prezzi estremamente sostenuti — sono poi ripetutamente ricordati nei distretti collinosi del Forogiuliese e del Friuli (C.D.L. 277 ; vd. pure, per l’Astigiano in Piemonte, C.D.L. 119). Anche nel Veneto si incontrano grandi pro¬ prietà, come per es. i 902 iugeri del Gardesano (suddivisi fra una curtis di 158 iugeri, due casae massariciae di 180 iugeri in tutto, e appezzamenti a varie colture di 10, 13, 17, 19, 32, 38, 42, 63, 89 iugeri), che il chierico Andrea cede ad Anselperga badessa di S. Salvatore a Brescia in cambio di 534 iugeri nel Vicentino (l’equivalenza approssimativa di valore fa pensare che, quivi, le colture fossero assai più intensive e riccamente dotate : C.D.L. 257). Abbiamo tuttavia anche esempi di proprietà private assai modeste (compra-vendite di piccoli lotti a prezzi assai elevati fra artigiani, come per es. un caligarius e un mo¬ netarius a Treviso, in C.D.L. 278; in C.D.L. 216, 277 e 289 il gastaldo Ermoald acquista da vari personaggi ridotti appez¬ zamenti dalle parti di Treviso e di Portogruaro). I prezzi dei terreni si aggirano sulla media già vista per il Cremonese, vale a dire 2-4 solidi per iugero. Nel complesso dunque, rispetto all’età gotica, nell’età lon¬ gobarda la proprietà fondiaria sembra conservare in tutta l’Italia Settentrionale il caratteristico frazionamento in fundi, per lo più inferiori ai 50 iugeri, che già risaliva all’età romana, con crescente tendenza, proprio nell’VIII secolo, a una concentra¬ zione il più possibile unitaria dei loro aggregati, sia da parte di alcuni grandi proprietari privati (per lo più alti funzionari), sia da parte di molte chiese e monasteri (in favore dei quali si vanno moltiplicando le donazioni; la frequenza di quelle con ri¬ serva totale di usufrutto, o clausola intesa a garantire il suc¬ cessivo mantenimento del donatore a spese della chiesa me¬ desima, fa pensare che i benefattori di condizione piuttosto mo¬ desta si sentissero in qualche modo più tutelati nel cedere i loro possessi alla Chiesa : fenomeni analoghi, dinanzi al dilagare della grande proprietà, abbiamo osservato anche in età tardo-romana e gotico-bizantina: C.D.L. 78, 218, 234, 291). Una straordinaria polverizzazione della proprietà in parcelle minutissime, per lo più a cereali e di bassissimo valore venale, si riscontra soltanto nell’Oltre-Po emiliano; ma è difficile stabilire quanto di arbi¬ trario e casuale possa esservi in tale constatazione. Gli appezza-
4&6 Economia e società nell*« Italia, Annonaria » menti più vasti sono, di solito, coltivati uniformemente a ce¬ reali; ma colpisce l’importanza, la frequenza e, talora, addirit¬ tura la prevalenza, anche nei distretti più fertili della pianura padana, dei pretta, silvae, pascua, campi cum arboribus, cerreta, robor eia, terrae arbustae, salecta, astalaria, amenecolaria (cioè boschi per trarne pali), etc. : pare, infatti, che essi occupassero pressoché in esclusiva la parte indominicata delle tenute, mentre solo nel massaricio trovavano posto le terre arative 781 : proprio il contrario, dunque, di quanto era avvenuto nell’età tardo-ro¬ mana e gotico-bizantina ; relativamente rare invece, rispetto alla metà del VI secolo, le menzioni di paludi e terrae vacuae (solo in C.D.L. 129, 137, 155, 159, 162). In generale, la grande promi¬ scuità delle coltivazioni, anche all’interno di fondi modestissimi, sembra si ispirasse ovunque al criterio di un’autarchia fondiaria assai più accentuata che nel passato: ignoti infatti in età lon¬ gobarda furono, a quanto pare, gli scambi e le speculazioni di prodotti agricoli su vasta scala (che avevano invece caratteriz¬ zato l’economia italica sino alla guerra gotica), anche se l’esten¬ sione non eccessiva delle curtes non dovette certo consentire in alcun tempo la loro completa autosufficienza produttiva, con conseguente, totale ristagno degli scambi regionali di prodotti agricoli : soltanto in età carolingia sembra si instaurasse anche nell’Italia Settentrionale il vero sistema curtense, e il latifondo che ne era il presupposto 782. Del resto, anche l’organizzazione della proprietà fondiaria nell’avanzata età longobarda (così come è stata per es. delineata da ultimo dal Bernareggi 783) pare con¬ servasse molto più di quanto generalmente non si ammetta i modi e le strutture delle epoche immediatamente precedenti, so¬ prattutto per quanto riguarda le forme di corresponsione dei censi, canoni, xenia, operae, etc. da parte dei massari e dei li¬ vellari. 781 782 Cfr. Bernareggi, o. c., pagg. 32 sgg. Cfr. Bernareggi. o. c., pagg. 38-39. O. c.. pagg. 23 sgg.
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Dai Goti ai Longobardi 505 784 I documenti sono elencati secondo l’ordine cronologico progressivo dello Schiapabelli, C.D.L. cit. Sono state trascurate tutte le cjarte dubbie o sospette. 785 Charta venditionis, redatta a Treviso : Candiana, vedova di Felix, vende metà di un arialis ad Agrestius (che già aveva comperato l’altra metà dell’ariale da Eraclius genero di Candiana). 788 Charta venditionis, redatta a Vianino (Piacenza): Gudemo(-onis), con i fratelli Crespolus, Munari, Gudoald, Hosdeleva, Vvilliari, Theodus e Natale, vende vari appezzamenti di terreni nel Casale (= fondo rustico, villaggio) Ca- vattonianum alla Chiesa di S. Pietro in Varsi (Piacentino), e precisamente: un frascarium di 10 pertiche e 10 piedi χ 24 pertiche (m. 56,9 X 126 = mq. 7.169,4) ; una terra di 1 pert, e 2 piedi X 24 pert. (m. 6,13 X 126 = mq. 772,38); una terra di 1/2 iugero (= mq. 3.950); una terra di 1 iugero (=mq. 7.900); una terra di pert. 4 X 24 (m. 21 X 126 = mq. 2.646); altre due terrae di pert. 1 X 24 ciascuna (m. 5,25 X 126 = mq. 661,5), In questo, come nei documenti seguenti, la pertica legitima adottata come misura agrimensoria non è quella decempedale romana, bensì (come viene specificato in taluno dei documenti: cfr. ad es. nn. 119, 216, 225, 257, 290) la pertica provinciale (germanica) di 12 piedi (di 18 pollici ciascuno anziché di 16: cfr. Hultsch, o. c., pag. 694). Come è stato illustrato a suo tempo dal Mazzi (Nota metrologica cit., pagg. 351-369), la pertica agrimensoria longobarda sembra pertanto corrispondesse a circa m. 5,25875, e il piede di 18 pollici (la sua 12» parte) a m. 0,43823. La pertica iugialis aveva a sua volta una super¬ ficie di mq. 663,71, e la tabula (la sua 24» parte) di mq. 27,6545 (nei documenti qui considerati non sembra sia mai questione della pertica quadrata di 24 X 12 pertiche lineari, 4» parte dello iugero longobardo e contenente 72 tavole, per cui cfr. Bernabeggi, o. c., pag. 19, n. 28). Di conseguenza, anche lo iugero longobardo, pur misurando 24 X 12 pert, di lato come quello romano, compren¬ deva tuttavia una superficie, alquanto più estesa, di inq. 7.964,51, corrispondente a 12 perticae iugiales e a 288 tabulae (lo iugero romano aveva una superficie di mq. 2.518,88; la pertica decempedale — di 10 piedi di 16 pollici [m. 0,296] — misurava a sua volta m. 2,96). Dato il largo margine d’incertezza circa le fra¬ zioni decimali di tutte le cifre sopra riportate, nei nostri calcoli (meramente indicativi) esse saranno arrotondate come segue : pertica agrimensoria , m. 5,25 piede m. 0,44 iugero mq. 7.900 pertica iugialis mq. 663,5 tabula mq. 27,5 787 Donazione (redatta a Vianino, Piacenza) di una terrola qui est fra- scarto di 1 iugero (= mq. 7.900) alla chiesa di S. Pietro in Varsi nel Piacentino, da parte di Ianuarius. 788 Donazione, redatta a Varsi, di una terra aratoria di 2 iugeri (=mq. 15.800) in Varsi alla locale chiesa di S. Pietro, da parte dei coniugi Ansoald e Theotconda. 788 Charta venditionis, redatta a Vianino: Munari, figlio del defunto Gemmolus (cioè uno dei fratelli di Gudemo alla precedente carta n. 52), assieme
506 Economia e società nell’« Italia Annonaria » con i fratelli Mauro e Crespolus, vende alla chiesa di S. Pietro in Varsi 2 campi, rispettivamente di pert. 39 X 12 (m. 204,75 X 63 = mq. 12.899,25) e 24 χ 15 (m. 126 X 78,75 = mq. 9.922,5). 700 Benenatus e Godesteo, figli del defunto Godilane, vendono alla chiesa di S. Pietro in Varsi (il documento è però actum a Vianino, sempre nel Pia¬ centino) una terrola di 1 iugero ( = mq. 7.900) e 3 petzae rispettivamente di pert. 2X24 (m. 10,5 X 126 = mq. 1.323), 1/2 iugero (= mq. 3.950) e pert. 30 X 1 (m. 157,5 X 5,25 = mq. 826,875). 701 Theopertus, figlio del defunto Mauro, di Brisconno, dona alla basilica di S. Ambrogio in Milano la casa in cui abita con le dipendenze, a patto di vivere a spese della basilica. Il doc. è actum a Milano. 702 Auda vedova di Venerius vende alla chiesa di S. Pietro in Varsi un campo con lati di pert. 35, 27, 24 e 1 (m. 183,75, 141,75, 126 e 5,25). La superficie approssimativa, di circa mq. 9.413, in mancanza di altri elementi (diagonali e angoli) è stata calcolata graficamente, disegnando rappezzamento in scala I :1.000, con il metodo dell’intersezione. Il doc. è actum a Varsi. 708 II vir magnificus Rottopert di Agrate dona una vigna di 1 iugero (=mq. 7.900) in Bonate alla Chiesa di S. Stefano di Vimercate (Monza), e di¬ spone variamente di altri beni nei territori di Agrate, Pombia, Trezzo, Clapiate, Cortiniano e Buriate. Il doc. è actum in Agrate. 704 Le sorelle Autconda e Natalia fondano in Verona il monastero di S. Maria (poi detta in Solaro) e fanno ad esso donazione di tutti i loro beni. II doc. è actum in Verona. 706 Cautio : Alexandro di Sportieiana dà in pegno un prato in località Far&iolas ad Arighis di Campione, che gli aveva prestato 1 solido per un anno. Il doc. è actum a Trevano (Comò). 706 Theodenand vende a Iobiunis una vigna con lati di pert. 5,5, 4,5 (e un numero lacunoso di piedi), 5,5 e 1 e 8 piedi (m. 28,875, circa 23,625, 28,875 e 8,77 = mq. 384, calcolati graficamente disegnando l’appezzamento su scala 1 :200 con il metodo dell’intersezione). I nipoti di Theodenand, Theodero e Vi· dale, vendono a loro volta una vigna di pert. 4,5 X 3 (m. 23,625 X 15,75 = mq. 372,094). 707 Vvalderata, relieta da Arochis (= Arichis, vd. sopra, n. 795) de vico Artiaco (probab. Arsago, presso Gallarate), col consenso del figlio Agelmundus dona alla chiesa di S. Zeno in Campione un oliveto nel territorio, confinante con altri oliveti appartenenti a fratelli e a sorelle della donatrice. Il doc. è actum a Campione. 708 Vvalderata, figlia del defunto Arichis, e il fratello Vvalfrit vendono a Barattane la propria parte di terra in Varsi ; la parte di Vvalfrit misura pert. 4 X 2,5 (m. 21 X 13,125 = mq. 275,625). Il doc. à actum in Varsi. 700 Gunderada vende a Heldepert alcune porzioni di terra nel Casale Far· tiniacam e in Mocomero (presso Fiorenzuola) per 1 solido e una terra in Car- paneto (Fiorenzuola). Il doc. è actum a Piacenza. 800 II Vescovo Aephalitus di Lodi vende metà di una corte in Alfiano presso Cremona (50 iugeri = mq. 395.000) al monastero di S. Maria (o S. Sal¬ vatore, o S. Giulia) di Brescia, a nome di Rodoara vedova dello Strator Gisul· fus. Il doc. è actum in Pavia.
Dai Goti ai Longobardi 507 801 Alari vende ad Atrianus 3 appezzamenti di terreno (con case) nel territorio di CasteirArquato, rispettivamente di pert. 302 X 3 e 4 piedi (m. 1.585,5 X 17,51 = mq. 27.762,105), 26 X 4 (ni. 136,5 χ 21 = mq. 2.866,5) e 307 X 3 e 4 piedi (m. 1.611,75 X 17,51 = mq. 28.221,743). Il doc. è redatto a Valle Mauri (Castell’Arquato). 802 Charta promissionis, redatta a Brescia : Godolus, suddiacono della chiesa bresciana, promette per 4 solidi ad Anselperga, badessa del monastero di S. Salvatore in Brescia, il libero uso dell’acquedotto che passa per 37 piedi sulla sua terra. 803 Charta promissionis del tutto analoga alla precedente, pure redatta in Brescia, fra i cittadini Valerianus e Lioaldus e la badessa Anselperga, per il li¬ bero uso da parte di quest’ultima dell’acquedotto che passa per 56 piedi nel¬ l’abitazione dei due fratelli, in cambio di 6 solidi. 804 Altra charta promissionis fra Anselperga e Maurenzius, che concede alla badessa, per 3 solidi e 1 tremisse, il libero uso dell’acquedotto che passa per 36 piedi sulle sue terre (il documento è actum a Brescia). 808 Charta commutationis, redatta in Pavia; Anselperga, badessa di S. Salvatore in Brescia, permuta certe sue terre e case nel Lodigiano, per un valore complessivo di 4.000 solidi, con la metà di una corte in Alfiano sull’Oglio e Rechona con la riva del fiume spettante alla stessa corte, beni appartenenti a Natalia moglie del gasindio Alchis e a Pellagia badessa di S. Giovanni in Lodi (l’altra metà della corte in Alfiano, nel Cremonese, era stata acquistata due anni prima dal medesimo monastero di S. Salvatore, tramite il Vescovo Ippo¬ lito di Lodi, a Rodoara vedova dello strator Gisulfus: cfr. sopra, doc. n. 137). Le terre di Anselperga nel Lodigiano comprendevano fra l’altro: 2 curtes di 39 iugeri complessivamente (= mq. 308.100); una casa in vico Maconi (forse Vimagano presso Graffignana) con terre, viti e prati per 11 iugeri ( = mq. 86.900) ; un vigneto di 1 iugero (= mq. 7.900); una casa in villa Deco (forse Becalfu presso Villarossa) con terre per 28,5 iugeri (=mq. 225.150); una casella con campi, vigneti e boschi per 10 iugeri ( = mq. 79.000) in Auriate presso Sala- rano; una terra di 40 iugeri (=mq. 316.000) in loco Breolas (forse Briocche nei comune di San Colombano) ; un prato cum puteo vel curte seu sala di 2 iugeri (= mq. 15.800), 1 pertica iugialis (=mq. 663,5) e 8 tavole (=mq. 220) in tutto (=mq. 16.683,5); 2 petiolae con boschi e campi; una clausura de Bene¬ nato di 1 iugero (= mq. 7.900), 8 pert, iug. (= mq. 5.308) e 1 tavola (= mq. 27,5), cioè mq. 13.235,5 in tutto; 2 iugeri di terra (=mq. 15.800) ad Roverica (forse Rovereto nel Cremasco); 1 iugero (=mq. 7.900) e 8 pert. iug. (=mq. 5.308) di terra (= mq. 13.208) presso Sancto Panscatio (forse Pantanaso nel comune di Ar- cagna); altri 9 iugeri (= mq. 71.100) presso il Lambro; 4 prati di 3 iugeri (=mq. 23.700) e 3 pert. iug. (= mq. 1.990,5) in tutto (= mq. 25.690,5), sempre sulla riva del Lambro ; una casa con viti e boschi per 14 iugeri ( = mq. 110.600) ; 8ilvolae per 23 iugeri (= mq. 181.700) e 9 pert. iug. (= mq. 5.971,5) in tutto (=mq. 187.671,5); una domus culta cum terra massaricia e vigneti, campi e castagneti per 13 iugeri (=mq. 102.700). La somma di tutti questi dati di su¬ perfìcie risulta di mq. 1.658.839 = h. 165,884. Le terre nel Cremonese, lungo l’Oglio, che Anselperga cedeva nella per¬ muta, comprendevano mezza corte in Alphiamim e Rechona, con varie colture, fra cui una terra di 10 iugeri ( == mq. 79,000) in loco Castellario.
508 Economia e società nell3«Italia Annonaria» 806 Charta promissionis, redatta in Varsi; vi si menziona lina terrola cum vite et vacuum di pert. IO X 2,5 (m. 52,5 X 13,125 = mq. 689,07). 807 I fratelli Frfo, Anto e Marcus, monaci, dotano largamente di terre e case nell’Udinese e nel Forogiuliese (Cividale), presso il Tagliamento e la Li- venza, i monasteri da essi fondati a Sexto in Silvis (oggi Sesto al Reghena, presso Portograaro) e a Salto (oggi Salto presso Povoletto, Cividale; si noti il toponimo, che si ricollega al termine romano designante terre rotte e boscose, sulle grandi proprietà senatoriali). La donazione venne redatta a Nonantola. 808 Donazione, redatta a Po vegliano (Verona) : Lupuald dona a F or colane una terra con lati di piedi 20, 11, 20 e 8 (m. 8,8, 4,84, 8,8 e 3,52 = mq. 36,29, calcolati graficamente disegnando rappezzamento su scala 1 :100, con il me¬ todo dell’intersezione). 609 Donazione, redatta a Sirmione (Brescia) : Cunimundus dona vari beni alle chiese di S. Martino e S. Vito in Sirmione, S. Pietro in Mavinas (Sirmione), S. Martino in Gusnago (Mantova). 810 Donazione all’oratorio di S. Ambrogio presso Milano di una terra nel fondo Torriglas, da parte di Ursus. Il doc. è actum a Milano. 811 Charta venditionis redatta in Treviso: Badussio vende al gastaldo Er~ muald una terra arativa con lati di pert. 21, 9 e 9 piedi, 18 e 4 piedi, e 9 (m. 110,25, 51,21, 96,26 e 47,25 = mq. 4.890, calcolati graficamente disegnando rap¬ pezzamento su scala 1 :1.000, con il metodo dell’intersezione). 812 Charta dispositionis et venditionis, redatta in Monza: il prete Theo- doald, custode della chiesa di S. Agata in Monza, dona a detta chiesa le pro¬ prie sostanze, riserbandosene l’usufrutto. 813 Rothari, abate del monastero di S. Salvatore in Monticelli sul Po (nel Pavese, presso Corteolona, oppure nel Parmense), vende ad Anselperga, ba¬ dessa di S. Salvatore a Brescia, 48 iugeri (= mq. 379.200) di terre in Sicola e Fao. 814 Charta venditionis redatta in Pavia: Natalia, figlia dello strator Gisul- fus, vende ad Anselperga badessa di S. Salvatore a Brescia una terra di circa 120 iugeri (=mq. 948.000) in Alfiano (sinallora tenuta da Rodoin, e che ella aveva avuta in cambio da Alchis suo primo marito), più altre 2 case massericie di 40 iugeri in tutto (=mq. 316.000; cfr. sopra il doc. n. 137, di un decennio prima, dove la vedova dello stesso Gisulfus vendeva altri 50 iugeri di terra, sempre in Alfiano, al medesimo monastero; su altre terre in Alfiano lungo l’Oglio, appartenenti alla stessa Natalia moglie di Alchis, cfr. pure sopra la carta n. 155 di circa 8 anni prima, dove sempre Anselperga otteneva tali terre cremonesi in cambio di altre site nel Lodigiano). 815 Charta venditionis redatta a Leno (Verolanuova, Brescia) : Stavilef cittadino bresciano, vende ad Anselperga badessa di S. Salvatore una sua curticella domus cultilis con le sue dipendenze, sita in Alfiano presso l’Oglio. 818 Charta ordinationis seu dispositionis, redatta in Pavia; Gratus dia¬ cono, figlio del defunto Simplitius, abitante a Monza, dota di beni situati presso Milano, Mandello Lario e Varenna la chiesa di S. Giovanni in Monza, a be¬ neficio di un oracolo e di uno xenodochio da lui fondati in tale città. 817 La monaca Magnerada dona all’oracolo di S. Zeno a Campione (Lago di Lugano) un oliveto e una vigna, riservandosene l’usufrutto. Il doc. è actum in vico Sossonno, presso Campione.
509 Dai Goti ai Longobardi 818 Charta commutationis, redatta a Tevolariolo (Piacenza) : Artemio e i suoi nipoti, abitanti in Tevolariolo, permutano una terra in Lacore presso il Ceno (affluente del Taro) con un’altra in Tevolariolo stesso. 819 Charta commutationis, redatta in Brescia: Anselperga, badessa di S. Salvatore in Brescia, cede al chierico Andrea, figlio del defunto Atgemund, abi¬ tante a San Martino di Gusnago (frazione di Ceresara, Mantova), una corte nel Vicentino con tutte le sue dipendenze, per un complesso di 169 ingerì (=mq. 1.335.100; ella si riserba solo la parte di una selva, per 29 iugeri [= mq. 229.100], 1 pert. iug. [= mq. 663,5] e 20 tavole [= mq. 550], cioè mq. 230.313,5 in tutto), in cambio di 285 iugeri e 8 pert. (= mq. 2.256.808 = h. 225,681 circa) di terreni dalle parti di Sirmione (di cui Andrea riserbava però per la propria madre Autruda, fino alla morte, l’usufrutto di 25 iugeri di terra in Maviìio [= mq. 197.500], 3 iugeri di terra [= mq. 23.700] e 60 olivi a Caonno, 6 iugeri di terra [= mq. 47.400] e 30 olivi a Golegiano, una casa massaricia di 12 iugeri [=mq. 94.800] in Cunicolo, 1 iugero [= mq. 7.900] a Gosenago [Gusnago]; e, per sè, la proprietà di 47 iugeri di terra [=mq. 371.300] e 90 olivi, ricevendo inoltre la somma supplementare di 80 solidi). I 285 iugeri e 8 pert. iug. di Andrea presso Sirmione risultavano così distribuiti: una curtis di 50 iugeri (= mq. 395.000); 2 casae massariciae di 57 iugeri in tutto (= mq. 450.300); una terra di 50 iugeri ( = mq. 395.000) ; sitoae e prata per 60 iugeri ( = mq. 474.000) ; terrae e oliveta per 10 iugeri (=mq. 79.000) e 63 alberi di olivo; una casa di 20 iugeri ( = mq. 158.000) ; una terra di 15 iugeri ( = mq. 118.500) ; una terrola di 48 tavole (=mq. 1.320); un oliveto di 6 alberi, un bosco di 8 iugeri ( = mq. 63.200) ; una terra di 5,5 iugeri ( = mq. 43.450) ; la somma di tutte le superfìci date ammonta a 275,5 iugeri e 48 tavole, cioè a mq. 2.177.770 = h. 217,777 e 69 olivi: i quali ultimi, evidentemente, dovevano coprire la superficie di mq. 79.038 = h. 7,904, risultante dalla differenza tra la superficie totale dichiarata dal documento e quella da noi calcolata sommando le aree dei vari appezzamenti. 820 II duca Iohannes vende 200 iugeri di terra (= mq. 1.580.000) nel Mo¬ denese (fra Nonantola e Modena) ad Anselperga, badessa di S. Salvatore in Brescia: la charta venditionis è redatta ad Aquario (Monteveglio, Bologna). ** Charta venditionis redatta a Treviso : Danaeie e Orso, figli del defunto Durodus, vendono al gastaldo Ermuald una terra a Vado (frazione di Fossalta, Portogruaro), con lati di piedi 36, 24, 36 e 22,5 (m. 15,84, 10,56, 15,84 e 9,9 = = mq. 161, calcolati graficamente disegnando l’appezzamento su scala 1 :100, con il metodo dell’intersezione) ; sul medesimo gastaldo Ermuald, impegnato ad acquistare alcune terre nel Trevigiano, circa 4 anni prima, cfr. sopra, doc. n. 216. 822 Charta venditionis, redatta a Treviso, con cui Aehune, magister calega- rius, vende a Lopulus monetarius una terra di piedi 25 X 25 (m. 11 χ 11 = = mq. 121). 828 Charta vegarationis, redatta a Treviso: il gastaldo Ermoald (padrone di varie terre nel Trevigiano e presso Vado: cfr. docc. nn. 216 e 277) dà a Senator un ariale di terra a Vado (Portogruaro), riserbandosi il pozzo e rice¬ vendo in cambio un orto nella medesima località. 884 Charta venditionis redatta in Verona, con cui Ursus, figlio del defunto Brunuri di Pupilianum (Povegliano nel Veronese, evidentemente) vende alla monaca Forcolane (per cui cfr. già il doc. n. 172, di 11 anni prima) un casale e un
510 Economia c società nell*a Italia Annonaria » campo con lati di pert. IO e 8 piedi, 4, IO e 8 piedi, 2 e 5 piedi (m. 56,02, 21, 56,02, 12,7 = mq. 963, calcolati graficamente disegnando rappezzamento su scala 1 :1.000, con il metodo dell’intersezione). 825 Charta donationis, redatta a Castro Fermo (Piacenza) con cui Petrunìa dona alla chiesa di S. Pietro in Varsi (Piacenza) 2 iugeri di terra (= mq. 15.800) in detta località, riserbandosene l’usufrutto. 826 Charta ordinationis et dispositionis, redatta a Bergamo : Taido, gasin¬ dio del re, dispone dei suoi beni nel territorio di Bergamo, nel Veronese, nel Pavese, nel Cremonese, sul Garda, etc., in favore di alcune chiese di Bergamo e dei suoi parenti.
CONCLUSIONE Agli inizi del IV secolo, il trasferirsi pressoché stabile della Corte occidentale in Milano e il divenire la Cisalpina uno dei centri di smistamento per gli eserciti diretti al limes renano e retico-danubiano rivoluzionarono senza dubbio profondamente le locali strutture dell’economia e della società. Ma l’imposizione àe\Yannona, e delle altre prestazioni coatte destinate al manteni¬ mento delle truppe palatine, comitatensi e di passaggio, nonché del grosso corpo burocratico gravitante attorno alla sede impe¬ riale, piti che incidere negativamente sulla locale vita economica (secondo il quadro di generale sfacelo che si suole comunemente presentare), dovette nel complesso esplicare la funzione di rea¬ gente, nei confronti di un’economia da secoli stagnante e limi¬ tata. L’entità numerica delle forze militari, cui le derrate fiscali delle province annonarie erano allora tenute a sopperire diretta- mente, doveva infatti ridursi a poche decine di migliaia di uo¬ mini, nè l’ammontare di tali contingenti conobbe un incremento di qualche importanza se non al tempo di Stilicone827 (nel¬ l’Italia Settentrionale, di fatto, non si ebbero mai nel IV-V se¬ colo quelle remissioni di imposte arretrate, così frequenti in tutte le province urbicarie). La sistematizzazione dell’imposta fondiaria, d’altronde, se da una parte veniva per la prima volta a colpire l’Italia Settentrionale alla medesima stregua degli altri territori provinciali, permetteva anche ciò che le irregolari e sempre minaccianti requisizioni del III secolo non erano state in grado di consentire, e cioè il calcolo anticipato — da parte dei 827 Cfr. E. C. Nischer, The Army Reforms of Diocletian and Constantine and Their Modification up to the Time of the Notitia Dignitatum, J.R.8. XIII (1923), pagg. 1-55. L’ammontare complessivo di tutte le truppe di manovra (palatine e comitatensi, escluse quindi le limitanee) si calcola si aggirasse, nel IV secolo, intorno ai 200.000 uomini circa: cfr. Segré, An Essay cit., pag. 435 ; Stein, o. c. I, pagg. 107-108 ( = ed. fr. pagg. 72-73) : Boak, Man¬ power Shortage cit., pag. 91 e hibliogr. ivi cit.
512 Economìa c società nell'« Italia Annonaria « proprietari — dell’entità delle contribuzioni richieste, e la pos¬ sibilità di commisurarle alle proprie risorse, disponendo del re¬ sto con relativa libertà e sicurezza. Inoltre, se la nuova società burocratico-militare, sovrapponendosi bruscamente e artificial¬ mente all’antica, risultò dapprima a essa contrapposta (in un rapporto da esattore a contribuente) per divergenza sostanziale di interessi, qualità di ricchezza e modi di vita, con l’andare del tempo essa potè acquistare anche un significato più positivo, at¬ tirando a poco a poco nella propria orbita elementi economica¬ mente e culturalmente in vista della società locale, facendo af¬ fluire nei principali centri urbani quantità non trascurabili di oro («partite invisibili» che provenivano da cespiti extraregio¬ nali, ma erano destinate alla erogazione e alla circolazione in loco), rinsanguando di conseguenza vecchie sorgenti di guadagno e stimolando nuove iniziative di speculazioni e commerci. La vi¬ vacità della circolazione aurea, argentea ed enea, e il vario intrec¬ ciarsi delle molteplici correnti di traffico trovano pertanto un riflesso anche nella rappresentanza proporzionalmente forte delle zecche occidentali e orientali fra le monete dei ripostigli e degli strati archeologici tardi dell’Italia Superiore; fenomeno cui fa riscontro un parimenti vigoroso impulso centrifugo di conii me- diolanensi e aquileiesi, che nel IV e V secolo irrorano con notevole sistematicità e prontezza località transalpine e transmarine anche lontanissime 828. 828 Per l’Italia Settentrionale, cfr. ad es. i ripostigli di Gernetto (C. Rosmini, Dell’istoria di Milano, Milano 1820, I, pagg. 36 e 149, e IV, pagg. 405 sgg., appendice a cura del Labus : circa 273 solidi da Teodosio II ad Anastasio, delle zecche di Ravenna, Milano, Roma, Costantinopoli, Tessalonica), di Zeccone (C. Brambilla, Altre Annotazioni Numismatiche, Pavia 1870, pagg. 15-39; vi accenna da ultimo anche J. Lafaurie, Les routes commerciales indiquées par les trésors et les trouvailles monétaires mérovingiens, VIII Sett. Int. di St. sull’Alto Medioevo [21-27 aprile 1960], Spoleto 1961, pagg. 231-278 e partie. 240: 49 solidi da Galla Placidia a Basilisco, delle zecche di Milano, Costantinopoli, Roma, Ravenna), di Trivolzio (N. Degnassi, Trivolzio [Pavia], Rinvenimento di un tesoretto, Le oreficerie tardo-romane di Pavia, Not. Scavi 1941, pagg. 303-310 : 49 solidi databili fra il 440 e il 480 circa, attribuibili alle zecche di Milano, Costantinopoli, Roma, Ravenna), di San Genesio (O. Ulrich-Bansa, Cinque nuove monete di Aquileia Romana, Studi Aquileiesi offerti a G. Brusin, Aquileia 1953, pagg. 255-286 ; Id., S. Genesio, Ripostiglio di monete d’argento del IV secolo d. C., Not. Scavi 1954, pagg. 166-184 : quasi 500 monete d’argento da Costanzo II ad Arcadio, silique nella maggior parte, appartenenti alle zec¬ che di Treviri, Lione, Aquileia, Siscia, Roma, Tessalonica) ; per la moneta-
Conclusione 513 Ê soltanto nel IV secolo che vistosamente si manifesta nel¬ l’Italia Settentrionale la ingens cupido agros continuandi che tende fatalmente a fagocitare la piccola e la media proprietà, sotto le diverse forme della compra-vendita, della cessione in cam¬ bio di patronato, della donazione, della confisca ad estinzione di un credito, e così via. E se, fra i potentiores che acquistano nuove terre, certamente figurano molti alti personaggi d’importazione, ufficiali e funzionari del Y entourage imperiale, nella maggioranza gli acquirenti sembrano essere i medesimi grandi proprietari in¬ digeni, desiderosi non tanto di collezionare ville suburbane, prae¬ toria e riserve di pesca e di caccia ad pompam, quanto di assun¬ zione di bronzo, cfr. ad es. L. Laffranchi, L’antro mitriaco di Angera e le monete in esso rinvenute, Boll. It. di Num. e di Arte della AI ed. XIV (1916), pagg. 49-55 (un centinaio di PB e MB da Giuliano Cesare a Valentiniano 111, delle zecche di Roma, Aquileia, Lione, Cizico, Alessandria, Siscia, Costantana ) ; etc. Per i tesoretti extra-italici, famosissimo tra tutti è quello di Dortmund, nella regione renana settentrionale (K. Regling, Der Dortmunder Fund römischer Goldmünzen, Dortmund 1908; Ulrich-Bansa, Moneta Mediolanensis eit., pagg. 166 sgg. : 430 solidi da Costantino I a Costantino III, provenienti da varie zecche, ma fra le quali Milano ha una forte prevalenza, soprattutto a partire dal 304 d. C.) ; si possono inoltre ricordare ad es. il ripostiglio aureo di Gross Bodungen pure in Germania (W. Grünhagen, Der Schatzfund von Gross Bodungen, Berlin 1954, «Römisch-germanische Forschungen» 21: 21 solidi di varie zecche, di cui quasi la metà mediolanensi), quello eneo di Icklingham in Inghilterra (J. W. E. Pearce, Roman Coins from Icklingham, Num. Chron. ser. V, IX [1929], pagg. 319-327: 1.064 monete, quasi tutte bronzee, da Gallieno ad Onorio-Arcadio, con notevole rappresentanza di conii milanesi e aquileiesi), quello argenteo di North Mendip nel Somerset (Inghilterra: cfr. A. Evans, Notes on the Coinage and Silver Currency in Roman Britain from Valentinian I to Costantine III, Num. Chron. ser. IV, XV [1915], pagg. 431-519), quelU enei di Bavai e Montbouy, e quello aureo di Chécy in Francia (cfr. J. Gricourt, G. Fabre, M. Mainjonet, J. Lafaurie, Trésors monétaires et plaques-boucles de la Gaule romaine. Bavai, Montbouy, Chécy, Gab lia, Suppl. XII, Paris 1958) ; etc. ; cfr. pure i reperti monetari nella strati- grafia degli scavi di Corinto (K. M. Edwards, Corinth, Results of Excavations Conducted by the Am. School of Classical Studies at Athens, VI [Coins]. 1896-1929, Cambridge Mass. 1933) di Atene (M. Thompson, The Athenian Agora, Results of Excavations Conducted by the Am. School of Class. St. at Athens, Princeton 1954, II [Coins]), etc. L’inventàrio anche soltanto esemplificativo dei tesoretti e reperti monetari del IV-V secolo, significativi nel senso indicato, sarebbe interminabile, e richiederebbe moltissime considerazioni e riserve caso per caso: è per l’appunto nostra intenzione condurre a termine uno studio sulla circolazione monetaria nel IV-V secolo, in base a un’ampia esemplifica¬ zione dei reperti monetari aurei, argentei e bronzei dei singoli paesi. 33. L. Ruggini
514 Economia e società nell’a Italia Annonaria » rarsi nuove terre in vista di particolari speculazioni sui prodotti ricavatine (anche se l’espansione economica in tal senso veniva poi, oltre certi limiti, bloccata dalla anelasticità del fattore di produzione stesso, la terra) : incremento, quindi, della proprietà, non già della coltura, cosiddetta latifondistica. Parlando dell’Italia Settentrionale, s’è visto come appaia del tutto ingiustificato sostenere che ogni più importante attività mercantile fosse divenuta in questi secoli monopolio dei peregrini orientali, tramite i quali si sarebbe operato quel vistoso drenag¬ gio dell’oro verso la Pars Orientis dell’Impero, che in breve vol¬ ger di tempo avrebbe « dissanguato » l’Occidente con il costante e deficitario squilibrio della bilancia dei pagamenti. Anche in una regione come quella cisalpina, infatti, ove la presenza del comi¬ tatus imperiale potenziava in massimo grado lo sviluppo dei com¬ merci di generi voluttuari con l’Oriente, si constata l’assoluta preponderanza che i mercatores indigeni riuscirono sempre a conservare nelle grandi corporazioni locali, improntando di certe loro tendenze caratteristiche l’andamento dell’economia regio¬ nale dal IV secolo fino alla metà circa del VI. E furono i loro commerci — fondati principalmente sullo scambio di derrate agricole al libero mercato (non solo provinciale, ma anche extra¬ regionale) — che rappresentarono, quantitativamente e qualitati¬ vamente, uno degli aspetti più positivi e vitali dell’attività eco¬ nomica cisalpina fino al tempo della guerra gotica. Non è, infatti, solo dalla importazione di spezie o di articoli voluttuar5 (forma di commercio che continuò in qualche misura a sussistere anche attraverso le più violente burrasche dell’Alto Medioevo proprio in grazia della sua alcatorietà e tenuità effettiva82θ), ma soprat¬ tutto dall’esistenza di traffici che trasportano merci voluminose a lunga distanza con una certa regolarità, impegnando grandi capitali ed effettivi umani non trascurabili, che nelle età e nelle regioni da noi considerate sembra possibile misurare l’apertura e la vivacità della vita economica 8ao. ** Per una bibliografia sommaria circa le note teorie « della continuità » di Dopsch e Pirenne, cfr. pag. 19, n. 20. Sulle uniformi caratteristiche di questo tipo di scambi sin dagli albori della storia, cfr. F. M. Heichelheim, An Ancient Economie History I, Leiden 1958, pagg. 116-130. 880 Cfr. J. P. Lévy, Quelques remarques en matière d’histoire économique de l’Antiquité, Annales de VVniv. de Paris XXIX (1959). fase. 2, pagg. 193-211.
Conclusione 515 Le speculazioni di carattere agricolo, che dal IV al VI secolo si distinguono nell’Italia Settentrionale per la loro entità e siste¬ maticità, sono quelle condotte dai grandi proprietari negotiantes — direttamente o tramite i propri homines — sull’ammasso delle specie frumentarie, sia mediante acquisti presso i minori proprie¬ tari gravitanti alla loro ombra, sia — soprattutto — in base a scorte di produzione propria, realizzate su quelle tenute perso¬ nalmente da essi gestite, e coltivate con l’ausilio di servi rustici, di liberi braccianti salariati e di operae settimanalmente o sta¬ gionalmente richieste ai propri coloni (di solito, sulle parcelle af¬ fidate ai rustici e ai piccoli affittuari, predominano invece le col¬ ture miste, e i canoni vengono per lo più richiesti in denaro o in vino). L’oscillazione stagionale dei prezzi fra la vilitas al tempo del raccolto e la caritas regolarmente subentrante sul mercato cittadino con l’avanzare della stagione e della richiesta (rincaro cui la precedente opera di ammasso dei produttori-mercanti in notevole misura contribuiva, provocando sorta di artificiali crisi deficitarie, ciclicamente ricorrenti), consentiva larghi e abba¬ stanza sicuri interpretia a chi aveva a suo tempo potuto inve¬ stire capitali nella produzione e nell’acquisto delle derrate. Si calcola che lo scarto nelle tariffe del grano fra estate-autunno e inverno-primavera si aggirasse quasi normalmente fra il 200 % e il 300 %, passando con estrema facilità da 30-25 modii il solido a prezzi di 15-10 modii. Ciò rende concretamente ragione del forte incentivo che stava alla base di un tal genere di intraprese, e dello scontento dei produttori-negotiantes costretti a devol¬ vere una parte di queste derrate alle forniture per l’esercito e per la Corte, secondo tariffe di coemptio svantaggiosamente cal¬ colate sulla base dei prezzi forensi più bassi. In questo senso si spiega in parte anche la immediata, massiva opposizione alla Corte da parte dei mercanti cisalpini cot'porati, in occasione di lotte a carattere apparentemente soltanto religioso e politico. E le stesse, topiche lamentele delle fonti letterarie ed ecclesia¬ stiche sul fiscalismo di Stato si possono entro certi limiti inter¬ pretare proprio come manifestazione di disabitudine e d’insoffe¬ renza a tali remore (a lamentarsi, di solito, non è tanto chi guadagna poco, quanto chi si avvede di guadagnare meno) : Cfr. in generale A. Burfoed, Heavy Transport in Classical Antiquity, The Econ. History Rev. ser. II, XIII (1960), pagg. 1-18.
516 Economia e società nell’« Italia Annonaria » è la medesima reazione psicologica per cui, a Eoma, i tumulti della plebe per insufficienze o ritardi nei rifornimenti annonari si susseguirono nella seconda metà del IV secolo, allorché il complesso meccanismo annonario raggiunse la maggiore efficienza e regolarità consentite dai mezzi e dai tempi, per scomparire in¬ vece nel Y e VI secolo, quando invasioni, carestie, pestilenze e il venir meno delle tradizionali fonti di approvvigionamento resero sempre più trascurato e precario il ritmo dei contributi annonari di Stato (certo in proporzione assai maggiore del parallelo calo demografico urbano). Le speculazioni dei grandi produttori-negozianti non si limi¬ tavano affatto alFambito provinciale o regionale, per il quale sembra prevalessero preoccupazioni di sovraproduzione, anziché di deficit. Dal IY secolo agli inizi della guerra gotica (536 d.C.) alcuni mercati cittadini extra-regionali dovettero esercitare un sempre più forte richiamo ai commerci cisalpini, col favore di determinate congiunture economiche e politico-militari : uno sbocco abituale alla produzione cerealicola dell’Italia Annonaria. (nella misura, annualmente variabile, in cui essa risultava so¬ vrabbondante) sembra in particolare divenisse il mercato frumen¬ tario romano, sul quale la richiesta era forte e costante in seguito alle reiterate crisi deficitarie (rarissime invece nel Vicariato d’Italia, ove nel IV-V secolo le carestie generali compaiono a in¬ tervalli di decenni — ma più spesso di trentenni — in concomi¬ tanza soltanto di eccezionali inclemenze stagionali o di concen¬ tramenti straordinari di eserciti). Alla fine del IV secolo, le fonti accennano dunque alla presenza di rustici e possessores cisalpini di tutte le categorie, corporati in quanto negotiatores, che traf¬ ficano sul libero mercato frumentario dell’Urbe. Quivi l’importa¬ zione di specie fiscali, pressoché limitata alla sola sorgente afri¬ cana dopo l’istituzione dell’annona civica di Costantinopoli, spesso conobbe difficoltà e ritardi nella corresponsione e nel tra¬ sporto, tanto per cause naturali quanto per avvenimenti di ordine militare e politico ; finché la conquista vandala non sopravvenne a compromettere definitivamente la sistematica invectio delle derrate frumentarie fiscali. Le vicine province meridionali d’Italia furono allora costrette a subentrare all’Africa nel sopperire al¬ l’annona civica, avendo attirato l’attenzione governativa con la loro ragguardevole produzione cerealicola (incrementatasi nel IV secolo rispetto ad altre colture più costose e rischiose, allorché
Conclusione 517 nessun intervento statale normalmente contrastava al libero an¬ damento del mercato frumentario italico). Ciò dovette pertanto risolversi a ulteriore vantaggio degli altri mercatores provinciali (in parte, appunto, cisalpini) che vendevano le loro derrate sul libero e mai sazio mercato urbano, riducendo grandemente le eventuali possibilità di concorrenza da parte dei produttori fru¬ mentari centro-meridionali, vieppiù schiacciati dai loro aggravati oneri contributivi (la Sicilia inoltre, destinata a trasformarsi nel granaio abituale di Roma nei secoli successivi, nel V secolo rimase per parecchi anni in mano ai Vandali, e solamente con Teoderico tornò pienamente a produrre a vantaggio dell’Italia, senza cor¬ responsione di annui tributi ai barbari). La fioritura di questi traffici era subordinata a una produ¬ zione di frumento nélYItalia Annonaria, sotto l’egida di grandi proprietari imprenditori, sufficientemente larga e sicura, e non esageratamente pregiudicata dall’obbligo di forniture coatte allo Stato in aggiunta al prelievo fiscale consueto; a una costante domanda da parte del mercato romano, abbinata alla persistente presenza di ceti abbienti disposti a pagare in oro i beni di con¬ sumo che acquistavano; alla possibilità, infine, di trasporti flu¬ viali e marittimi, se non proprio semplici e veloci (ciò che, per l’appunto, costituì sempre un limite per questi scambi), comunque tali da non incidere sul costo iniziale della derrata, onerosa e a basso valore unitario, in misura superiore al 15-20-25 % (i tra¬ sporti per via terrestre, su uguale distanza e per uno stesso peso di merce, venivano ad essere circa 118 volte più cari). Tali condi¬ zioni dovettero pertanto continuare a sussistere fino all’inizio della guerra gotica — salvo temporanee e saltuarie interruzioni — in quelle province annonarie la cui posizione geografica mag¬ giormente favoriva il concentrarsi delle derrate nei porti per vie navigabili e alle quali gli eventi militari avevano finallora arre¬ cato danni meno profondi: vale a dire nelle Venetiae e nell’-ETi- stria; Y Aemilia — terra faticosamente strappata dalla bonifica agli acquitrini, già nella seconda metà del IV secolo aveva sof¬ ferto di una grave crisi economico-fìscale, che ebbe in seguito in¬ numerevoli ricadute per cause immediate diversissime ; la Liguria a sua volta, a partire dalla fine del Y secolo, dovette particolar¬ mente soffrire per le razzìe di Franchi e Burgundi (che a varie riprese ne deportarono coltivatori al di là delle Alpi) e per il
518 Economia c società nell’e Italia Annonaria » forzato approvvigionamento di tanti eserciti, soprattutto durante la campagna teodericiana nella Provenza meridionale. Un’evoluzione era tuttavia intervenuta nel VI secolo nei modi di questi commerci frumentari : non erano infatti più i ci¬ salpini che si recavano all’Urbe con le loro derrate, ma preferi¬ bilmente le navi peregrinae (cioè extraprovinciali), che risali¬ vano ai porti veneti e istriani per acquistare dai produttori fru¬ mento in cambio di oro. Nè ciò è solamente il segno di un’accre- sciuta importanza per i consumatori della fonte di rifornimento cisalpina e, a un tempo, l’effetto di un indebolimento nella classe dei mvicularii ( = padroni di navi) veneto-istriani, bensì il frutto di più profonde trasformazioni di carattere economico e sociale. Con schematizzazioni certo indispensabili, ma talora troppo fa¬ cili, si suole infatti ricostruire la storia economica di questi secoli secondo le fasi di un complesso gioco d’interessi di classe, di ceto, di categoria; e questi gruppi sociali vengono di volta in volta caratterizzati e contrapposti come entità nettamente distinte senza sfumature, senatori - maiores possessores contribuenti da una parte, officiales e milites della burocrazia e dell’esercito dal¬ l’altra, mercanti e negotiatores da una terza, e così via. Ma adden¬ trandosi nella concreta documentazione rimastaci, capita spesso di constatare la grande astrattezza delle distinzioni assolute, ed il valore a volte più « psicologico » che sostanziale che esse ebbero anche presso gli antichi. Può così riuscire ad es. arduo contrap¬ porre sistematicamente gli interessi dei proprietari contribuenti a quelli dei burocrati e dei milites, poiché, molto più spesso di quanto non si creda, quest’ultima categoria non fece che rientrare nella prima in un rapporto, per così dire, di specie a genere (ed è per l’appunto sulla comune base del possesso fondiario che va probabilmente ricercata, soprattutto in Occidente, la causa pro¬ fonda di certe alleanze e parziali coincidenze d’interessi fra le due classi) Del pari e a maggior ragione, è in certi casi asso¬ lutamente impossibile distinguere i mercatores e neg&tiawtes di derrate agricole dai proprietari terrieri produttori di ogni rango, compreso quello senatoriale : l’equivoco nasce dalla estre¬ ma elasticità dei due termini, in questi secoli indifferentemente adoperati dalle fonti per designare sia i grandi proprietari, fl- 841 Cfr. le fonti legislative cltt. sopra, pag. 54, n. 122, e soprattutto pag. 144, u. 408.
Conclusione 519 nanziatori di imprese commerciali più o meno ardite e a largo raggio, sia gli homines che trafficavano a loro nome, sia i piccoli commercianti indipendenti, che potevano essere a loro volta pos¬ sessores produttori e compravano e vendevano sii scala mode¬ stissima, sia i padroni di navi, che talora si identificavano con i proprietari produttori, e talaltra invece si sobbarcavano la sem¬ plice regìa di trasporto delle varie specie, dietro corresponsione di un determinato compenso. In ogni caso, la categoria dei ne¬ gotiantes, così come la intendeva a quest’epoca lo Stato in tutta la legislazione al riguardo, abbracciava gruppi sociali diversis¬ simi, riferendosi praticamente a tutti coloro (proprietari, mer¬ canti veri e propri, prestatori di denaro a interesse, etc.) che producevano e investivano capitali in vista di un loro ulte¬ riore incremento, pro mercimonio et substantia mercis> come dice una costituzione del 374 del Codice Teodosiano. Come si vede, la distinzione era nella pratica estremamente labile e sfu¬ mata, ma al tempo stesso economicamente rigorosa, fondandosi sulla sostanziale diversità qualitativa fra chi produce per con¬ tinuare a produrre e chi produce invece soltanto in vista e nella misura dell’immediato consumo. Date le scarse aperture dell’economia antica, massime nel Tardo Impero, è logico che nell’esplicazione dell’attività mer¬ cantile di qualche importanza (soprattutto per quanto riguarda il settore delle derrate agricole) i capitalisti imprenditori, i pro¬ duttori, i padroni di navi e i commercianti all’ingrosso fossero tutte categorie tendenti in larga misura a sovrapporsi ; era, anzi, condizione quasi essenziale allo stesso successo delle imprese il verificarsi di tale identificazione: poiché gli unici detentori di forti riserve auree erano i grandi proprietari fondiari, quasi co¬ stantemente tutt’uno con i prestatori di denaro a usura (si trat¬ tava per lo più di prestiti di mero consumo, mediante i quali i grandi possessores sottraevano ai meno abbienti denaro, terre e beni di varia natura). E soltanto costoro erano perciò in grado di far fronte con relativa tranquillità a intraprese commerciali di una certa importanza, dati gli elevatissimi interessi di even¬ tuali mutui in denaro (il tasso legale massimo del 12 % do¬ veva all’incirca adeguarsi al reddito medio della proprietà im¬ mobiliare a quel tempo, ma in pratica le percentuali richieste facilmente raddoppiavano o triplicavano tale cifra) : è pertanto questo il punto sul quale insistono anche le fonti patristiche del
520 Economia e società nell’e Italia Annonaria » tempo, nel tentare di dissuadere i pauperes, coloro che non si giovavano di culturae compendia, dal l’impegolarsi mediante mu¬ tui in avventure commerciali ad essi poco confacenti; nè tali argomentazioni possono frettolosamente interpretarsi soltanto come perorazioni astratte e pseudo-filosofiche sulla infecondità del denaro. Ritornando ora ai concreti rapporti fra l’agricoltura e il commercio in Italia tra il IV e il VI secolo, sembra che quest’ul¬ timo, nelle sue manifestazioni più importanti, rimanesse mono¬ polio pressoché esclusivo dei proprietari terrieri. E tale consta¬ tazione illumina fenomeni di per sè oscuri, come ad es. la decisione presa a un certo punto da Teoderico di trasferire l’onere della coemptio del frumento, proprio nelle province per eccellenza cerealicole d’Italia, dalla categoria dei possessores a quella dei negotiatores, fermo tuttavia restandone (come dimo¬ strerà l’evoluzione della prassi in tempi successivi) il fonda- mentale carattere d’imposta agricola: è infatti evidente che il sovrano, dovendo riorganizzare i servizi annonari dopo le di¬ sordinate vicende della seconda metà del V secolo, e costretto ormai a servirsi delle sole risorse italiche, pensò di semplificare le operazioni di raccolta e di trasferimento delle specie ricor¬ rendo appunto alla categoria dei produttori-negozianti (anziché a tutti i proprietari terrieri in quanto tali), come a un’orga¬ nizzazione di produzione e di ammasso già precostituita. Ma ben altra cosa erano i commerci liberi da quelli coatti a nome dello Stato, sclerotizzati in tariffe di calmiere tutt’altro che incorag¬ gianti: ecco dunque i proprietari delle suddette province (pre¬ valentemente meridionali) ritrarsi sempre più dalla categoria dei negotiatores, tornando a qualificarsi come semplici posses¬ sores. Essi si stabiliscono sulle loro proprietà, abbandonando l’in¬ teresse per qualsiasi intrapresa speculativa; cristallizzano inte¬ ramente la loro ricchezza in investimenti terrieri; lasciano la città per la rusticitas, cessando di alimentare con i loro quoti¬ diani consumi quei capili ari, ininterrotti scambi fra campagna e mercato cittadino, in cui si era finallora esplicato il persistere dì un’economia discretamente progredita e vivace. Di pari passo a questo involversi generale della vita urbana e al ritrarsi di molti possessores dalla negotiatio, ecco anche comparire con sem¬ pre maggiore frequenza, nelle fonti tardo-goticlie e in quelle di età gregoriana, la menzione di un’altra categoria di persone,
Conclusione 521 designate con il consueto, comprensivo termine di negotiatores, ma che risultano poi essere di preferenza semplici padroni di navi addetti al trasporto di derrate diverse, e appaiono per lo più scarsi di numero e di condizione alquanto precaria, indebi¬ tati con i grandi possessores o ad essi commendati, talora addi¬ rittura residenti sulle loro massae e conseguentemente deputati a loro servizio quasi esclusivo (la richiesta di evectiones delle specie — a prescindere naturalmente da quella di Stato — do¬ veva infatti limitarsi ormai allo stretto indispensabile, e venire soprattutto da parte di quei grandi proprietari che si trovavano nella necessità di trasferire le derrate dai loro horrea provin¬ ciali ad altre residenze : fra costoro andava pertanto annoverata per la prima la Chiesa). Questa discriminazione fra produttori e prosecutores delle derrate dovette evidentemente esistere in ogni tempo ; ma senza dubbio andò accentuandosi proprio in quelle province e in quel torno di tempo (VI secolo), in cui Teoderico prima e Giustiniano più tardi vollero imporre la coemptio ai negotiatores ; essa non fu già il segno di una evoluzione economica nel senso della spe¬ cializzazione, bensì la conseguenza del ritrarsi dei grandi capi¬ talisti dal libero commercio delle derrate agricole su vasta scala, in seguito alPeccessivo premere delle esigenze fiscali e al quasi parallelo esaurirsi, in seguito alle disastrose vicende della guerra gotica, di quel medio ceto urbano benestante, che finallora do¬ veva aver costituito la massa degli acquirenti di specie alimen¬ tari sul forum rerum venalium in cambio di oro (nelle regioni emiliano-venete dell’Esarcato, nella seconda metà del VI secolo, i testamenti, le donazioni, le chartulae securitatis, gli strumenti di cessione e di permuta denotano un susseguirsi di vendite — nonché di donazioni alla Chiesa in cambio di tuitio o di altri favori — da parte di piccoli e medi proprietari in difficoltà, so¬ prattutto vedove, orfani, personaggi goti, agellarii, e così via; mentre fra gli acquirenti compaiono alcuni grandi possidenti locali, ma più spesso funzionari e milites bizantini, artigiani e commercianti di origine ebraica o sira). Anche nelPItalia Set¬ tentrionale, dopo il 536, non si ha più traccia di quelle imprese speculative extraregionali nel commercio delle specie agricole, che fino ai primi decenni del VI secolo erano rimaste operanti, tendendo ad annullare le barriere amministrative fra regioni
Economia c -società nell'« Italia Annonaria » 522 urbicarie e regioni annonarie, che ancora Teoderico si sforzava di mantenere efficienti. Questo è il quadro d’insieme ricavabile dallo specchio siste¬ matico di tutte le carestie e crisi alimentari nelle varie regioni d’Italia dall’età costantiniana e quella longobarda, registrate dai più disparati tipi di fonti; questo il concreto gioco di compen¬ sazione con cui le diverse province colmarono reciprocamente le loro più o meno passeggere deficienze frumentarie. Di fatto, pro¬ prio del monopolio delle sorgenti annonarie la strategia antica fece spesso la sua arma migliore (basti ricordare casi come quelli di Gildone, di Israeliano, di Genserico, dei Bizantini al tempo della campagna teodericiana in Provenza, e così via). Ma s’è vi¬ sto come l’area delle compensazioni annonarie di Stato (a noi testimoniate soprattutto dalle leggi dei Codici, dalle Relationes ufficiali dei magistrati e dalle costituzioni regie) solo parzialmente coincidesse, nell’evolversi delle molteplici vicende storiche, con quella dei commerci privati, assai più faticosamente ricostruibile. Solamente dopo la morte di Teoderico e, soprattutto, dopo la fine della guerra gotica, con il disgregarsi del grandioso meccanismo annonario statale — quale il IV secolo lo aveva elaborato — le due aree tornarono di necessità a identificarsi, benché già nel V e nella prima metà del VI secolo non fossero mancati i sintomi dell’insorgere e del rafforzarsi di questa tendenza. Il medesimo fenomeno — secondo una curva di sviluppo com¬ pletamente diversa da quella tracciata per i commerci frumen¬ tari — si osserva anche per gli scambi statali e privati di altre specie, come per es. il lardo e il vino: la dinamica dei loro ri¬ spettivi prezzi — analizzati da un punto di vista tanto diacro¬ nico (cioè che consideri le variazioni di costo di ogni singola merce attraverso al tempo), quanto sincronico (cioè che raffronti le tariffe di diversi beni di consumo in un medesimo punto cro¬ nologico) — può riuscire parecchio istruttiva circa la reperibilità sul mercato delle due derrate, in relazione alla legislazione fiscale del tempo. Mentre infatti i prezzi in oro del frumento, a parte le pen¬ dolari oscillazioni fra cavita$ e vilitas, si mantennero straordi¬ nariamente costanti dal I secolo d.C. fino al VII e oltre (la parallela deflazione aurea si deve considerare, diluita nel corso di questi secoli, del tutto trascurabile; e l’inflazione bronzea da Costantino a Giustiniano, in Occidente, non fece a sua volta che
Conclusione 523 dimezzare il valore del denarius), le tariffe del vino comune, che dall'età dei Gracchi in avanti avevano continuato a precipitare per via della sovraproduzione crescente, nella prima metà del IV secolo conobbero per la prima volta un brusco e considerevole rialzo, che si articolò in tutti i primi tre quarti del secolo e che si accompagnò in Italia a una crisi agricola e fiscale (con lo scar¬ seggiare della mano d’opera rustica, il parziale abbandono delle campagne, la fuga dei curiali responsabili dai senati cittadini, etc.) in quelle province cispadane che, per la loro tradizionale produzione vinicola, dovevano essere state deputate dal fisco alla corresponsione in specie della derrata non solo per l’annona del¬ l’esercito e della Corte, ma anche per il consumo di Roma. Pure in questo settore, l’intervento statale fece dunque sì che le col¬ ture vinicole — generalmente redditizie, ma assai dispendiose per i forti investimenti di capitale e di mano d’opera necessari — in Italia cedessero in breve volger di tempo il passo ad altre col¬ tivazioni meno rischiose (come per es. quelle frumentarie, non ancora eccessivamente gravate da coemptiones su vasta scala, di rendimento allora assai elevato rispetto al costo dei terreni e della mano d’opera — 12 % circa — e tali da offrire il destro a facili e redditizie speculazioni). Soltanto con l’attenuarsi della pressione fiscale sul vino, nel corso del V e VI secolo, i prezzi di questa specie tornarono nell’Italia Settentrionale all’antico li¬ vello di sovraproduzione, probabilmente in seguito a una certa ripresa delle colture e a un contrarsi, in pari tempo, delle espor¬ tazioni extraregionali. La caro porcina a sua volta, tradizionalmente fornita al¬ l’Urbe dalle province meridionali d’Italia, andò rincarando nel IV secolo, ricominciando a scendere nel V e VI secolo, forse in relazione con una certa ripresa della pastorizia dopo un’intensa fase d’incremento delle colture cerealicole. Sembra assai proba¬ bile che anche per questa specie Y Italia Annonaria contribuisse in qualche misura all’annona urbica, per la quale il canone cor¬ risposto dalle province meridionali nel VI secolo si era ridotto di circa 4 volte rispetto alla metà del secolo precedente. Uno sguardo d’insieme al settore prezzi, che dedichi partico¬ lare attenzione ai punti di partenza e di arrivo delle rispettive curve, prescindendo dalle crisi di carattere passeggero e contin¬ gente, avverte dunque una generale, più o meno accentuata ten¬ denza al ribasso (dopo un andamento estremamente sostenuto,
524 Ecanomìa e società nell’« Italia Annonaria » per tutto il IV secolo, di quelle specie su cui allora lo Stato pre¬ meva fiscalmente in misura più vistosa, pur essendone rimasta immutabilmente forte la domanda da parte privata): dal 301 (Editto di Diocleziano) alla metà circa del VI secolo, in Italia, le tariffe del frumento, benché restino in grosse cifre invariate, in tempi normali tendono forse a diminuire del 20-25 %, proprio a partire da un’epoca in cui l’Italia si vede costretta all’autosuf¬ ficienza cerealicola ; quelle del vino calano di quasi 9 volte ; quelle del lardo di 3; il valore delle vesti e di altri manufatti d’uso comune si mantiene per tre secoli circa al medesimo livello, men¬ tre ai consumi più esigenti della Corte e dell’esercito provvedono in larga misura le fabbriche di Stato ^ Rispetto al I secolo d.C. il valore dei terreni diminuisce di 2/3 - 3/4, e di 3/4 - 4/5 quello degli schiavi (quest’ultimo soprat¬ tutto in relazione al sopravvento di altre forme di mano d’opera rustica). Un andamento sempre più depresso dei prezzi a par¬ tire dal V secolo, in tempi così tormentati di scambi spesso com¬ promessi e di produzione in via di contrazione crescente, si spiega pertanto con una forte diminuzione della domanda, e cioè — trat¬ tandosi per lo più di generi d’indispensabile e quotidiano con¬ sumo — con un calo non solo del reddito generale, ma anche della stessa popolazione consumatrice, falciata dalle incursioni e dalle guerre del V-VI secolo, e soprattutto dalle pestilenze che serpeg¬ giarono quasi ininterrottamente in Italia dalla metà del VI secolo sino alla fine di quello successivo 832 833 (nè evidentemente, in questo quadro di generale involuzione dell’economia, può dirsi che la 832 Cfr. A. W. Persson, Staat und Manifaktur im römischen Reiche, Lund 1923, pagg. 66-116 e passim (non è tuttavia possibile parlare, in termini persso- niani, di economia dirigistica e di socializzazione generale delle attività pro¬ duttive attraverso l’incremento delle fabbriche di Stato; è probabile che l’arti- gianato privato non avesse resistito a lungo, in certi settori che interessavano le forniture dell’esercito e della Corte, ai prezzi di calmiere e ai vari abusi con questi connessi: sicché lo Stato doveva essersi trovato nella necessità di incrementare direttamente la produzione di certi manufatti ad esso indispen¬ sabili : cfr. R. Mac Mullen, Inscriptions on Armor and the Supply of Arms in the Roman Empire, Am. Journ. of Archaeol. LXIV [1960], pagg. 23-40). 833 Nel IV secolo, la pestilenza era comparsa soltanto nel 378-379 (in connessione con l’invasione gotica), e nel V secolo per cause naturali, tra il 442 e il 443. Nel VI-VII la peste, fatta la sua comparsa nel 542, continuò a manifestarsi nel 562, 568, 569, 570, 573 , 589, 590, 592, 600, 608-618, 680 (cfr. sopra, pagg. 158 sgg. e 475 sgg.).
Conclusione 525 riduzione demografica abbia in tal senso avuto conseguenze sola¬ mente negative). Le paglie, soprattutto quelle della mano d’opera inferiore, sembrano nel complesso più basse di quelle dell’Alto Impero (di¬ mezzate per es. nel IV secolo, e poi ridotte a 1/4 - 1/9 nel VII secolo, quelle dei giornalieri rustici rispetto al I secolo; ca¬ late di 2/3 quelle dei soldati e di 1/9 quelle degli ufficiali rispetto al II secolo d.C., benché egualmente abbastanza ele¬ vate rispetto al valore dei principali beni e servizi). Pesan¬ tissima la tassazione, che risucchiava 2/3 circa del reddito dei terreni in affìtto, e 1/4 -1/3 di quello diretto ; la moneta aurea continuò però a circolare abbastanza capillarmente in tutte le classi, comprese quelle rustiche dei coloni e dei piccoli affittuari, per i più grossi pagamenti (partite di frumento ed altre derrate agricole sul mercato locale, censi e canoni d’affitto, tasse, etc.). In sostanza, anche certi ideali economici di questi humiliores, che per es. nella prima metà del secolo VII la Vita Beati Maurilii in¬ genuamente esprime, non suonano poi così diversi da quelli già nel IV secolo vagheggiati da\V Anonymus de rebus bellicis, auspi¬ cando un tale equilibrio di ubertas e fertilitas, ut in mercibus modii Cereris atque Bachi forum publicum nec minueretur, ne omnipotentis dei dona vilescerent, nec augeretur in pretiis, ne pauperiores inopiae necessitudinem paterentur (semper enim— si soggiunge — in sumptibus cotidianis aequale erat pretium num¬ mi ... cessaverant bella, pax multiplicabatur in annos, replebantur vino atque frumento omnium horrea ideoque aequa erant in ne¬ gotiis secundum quamque mercem aeris commercia...) Ma questi sparsi cenni e dati quantitativi, se isolati dal più vasto contesto storico-economico del tempo, possono di fatto signi¬ ficare ormai ben poco : anche se molti elementi positivi e negativi rilevabili nei secoli precedenti perdurano in età bizantina formal¬ mente intatti, trasformato appare a un certo punto lo spirito che plasma la fisionomia profonda dell’economia e della società, in via di contrazione progressiva, ruralizzata, « medievale ». Già co¬ minciano anche a rigermogliare nuovi segni di vitalità e di ripresa tra le disseccate sopravvivenze del vecchio mondo romano : ma se¬ condo linee di sviluppo radicalmente mutate. 834 Cfr. Vita B. Maurilii Andecav. XIX, pagg. 95-96. Sul De Rebus Bellicis, cfr. Thompson, A Roman Reformer cit., passim, e, per le idee sociali ivi contenute, Mazzarino, Asp. Soc. cit., pagg. 106-109 e passim.
NOTE COMPLEMENTARI a) TRACCE ARCHEOLOGICHE DI VICI IN ET A’ TARDA: Diamo qui (seguendo, per maggiore comodità, Lordine geografico della divisione regionale augustea) un elenco dei vici dell’Italia Set¬ tentrionale (spesso non identificati), le cui necropoli ed i cui resti ar¬ chitettonici tardi sembrano denotare una continuità di vita dalla più antica età romana almeno fino al tempo dei primi insediamenti barba¬ rici. Il presente inventario (fondato esclusivamente sullo spoglio dei materiali pubblicati, e perciò molto incompleto rispetto a quanto viene quotidianamente rinvenuto nelle campagne di tutta ITtalia Settentrio¬ nale) ha preso comunque in considerazione soltanto gli esempi, più per¬ spicui e cronologicamente sicuri nel senso indicato. Regio IX: G. Fantaguzzi, San Marzanotto, Not. Scavi 1891, pagg. 144-145 (sulla Genova-Asti; vi furono rinvenute monete fino a Co¬ stantino II); N. Lamboglia, Castelli liguri e romani in Valle Argentina, Riv. Inganna e Intern. 1934, pagg. 106-115 (tracce di un probabile vico romano alla Rocca di Drego presso Andagna, ove le monete rinvenute fanno pensare che la vita sia continuata sul luogo almeno sino alla fine del sec. IV d.C.); Id., L’iscrizione paleocristiana della Pieve del Finale, Riv. di Studi Liguri XXII (1956), fase. 2-4, pagg. 226-231 (riscrizione, da¬ tabile al 517 d.C. sotto il consolato di Agapito, dà un esempio alquanto raro di pieve rurale così anticamente testimoniata e fiorente lontano dai centri urbani maggiori; cfr. già A. Silla, La Pieve del Finale, «Collana di St. Arch, della Liguria Occ. * 8, Bordighera 1949); In., La scoperta dei primi avanzi del «Lucus Bormani» (Diano Marina), Riv. Ing. e Intern., n.s. XII (1957), pagg. 5-11 (tracce della continuità di vita dall’età tardo- romana al Medioevo di un vicus alle spalle della moderna Diano Ma¬ rina, fra le chiese di S. Siro e S. Nazario); Id., Restauri e saggi di scavo alla Madonna della Rovere, Ibid., n.s. XIII (1958), pagg. 124-134 (frammenti fittili del II-III secolo e tombe più tarde, forse di età bi¬ zantina o altomedioevale, che testimoniano una continuità di vita nella località del Santuario della Madonna della Rovere, fra Diano Marina e S. Bartolomeo del Cervo); Id., Nuovi scavi a Taggia e a Sanremo, Riv. di St. Liguri Vili (1942), pagg. 25-40 (battistero paleocristiano del V-VI secolo, attestante la continuità del vicus di Costa Balenae fino a tarda età bizantina; cfr. pure P. Verzone, Vasca battesimale scoperta ad Arma di Taggia, Riv. di Arch. Crist. XVI [1938], pag. 340); Id., La necropoli romana di Porti (Finale), Riv. Ing. e Intern., n.s, XII (1957),
528 Economìa e società nell’«Italia Annonaria» pagg. 31-47 (necropoli di vico tardoromano con PB di Licinio, Costan¬ tino e Costantino II, e ceramica tarda); B. Ugo - N. Lamboglia, La necropoli romana di Isasco presso Yarigotti nel Finalese, Riv. di St. Liguri XXII (1956), pagg. 41-65 (tombe tardoromano). Regio Vili: G. Patroni, Montalto Pavese, Scoperta di un antico sepolcreto, Not. Scavi 1906, pagg. 139-140; E. Brizio, Praduro e Sasso, Scoperte di tombe cristiane, Not. Scavi 1896, pagg. 81-84 (Valle del Reno: ragguardevole vico su un diverticolo della Via Aemilia); Id., Borgo Panigaie, Di una tomba di età romana, Not. Scavi 1890, pagg. 142- 143 (altro vico emiliano); A. Crespellani, Nonantola, Not. Scavi 1887, pag. 56 (ruderi, laterizi e monete d’oro di Onorio, Teodosio e Valenti¬ niano III nel podere Bisetta); G. Gozzadini, Ritrovamenti archeologici nella vailetta del Reno, in L’Appennino Bolognese, Bologna 1881, pagg. 527-529 (anfore vinarie a Casaleccliio e vestigia architettoniche a Sas¬ so); E. Brizio, Bologna, Scavi nell’arcaica necropoli italica nel predio già Benacci, ora Caprara, presso Bologna, Not. Scavi 1899, pagg. 288-333 (lo strato romano conserva tracce di abitazioni e di tombe, con fram¬ menti di lucerne e patere, e monete fino all’avanzato IV secolo); sulle tracce di altri vici romani nelle campagne emiliane (a Castelmaggiore ; a Riolo; a Valle di Savena; a Carpena; sulla sponda sinistra del Ronco; presso Bologna; a Villa Magliano; a Forlì; a Forlimpopoli; a Gorzano nel Modenese), cfr. pagg. 530 sgg., Nota Complementare B. Regio XI: A. Taramelli, Palazzolo Vercellese, Necropoli di età ro¬ mana scoperta nel territorio del comune, Not. Scavi 1900, pagg. 73-75 (lungo la Pavia-Torino: cfr. V. Del Corno, Quadrata e Ceste lungo la strada romana da Pavia a Torino, Atti della Soc. Piem. d’Arch. e Belle Arti, III [1880], pagg. 232-297); Pieve del Cairo, Not. Scavi 1895, pag. 404 (avanzi architettonici romani e monete sino al IV sec. d.C.); P. Baro- celli, Zoverallo, Necropoli di età romana, Not. Scavi. 1918, pagg. 88-90 (non lontano da Novara); M. Bertolone, Lombardia Romana II, Reper¬ torio dei ritrovamenti e scavi di antichità romane avvenuti in Lombardia, Milano 1939, pagg. 49 (Legnano, alcune tombe di epoca tarda), 55 (Lis- sone, località « Carotta », fìttili, monete del I VI see., corredi di tombe), 70 (Vimercate, tombe a inumazione, con suppellettile e MB e PB del II-IV see.), 95 (Arcisate, tombe, armi e monete tarde), 103 (Besozzo, loca¬ lità «Vigna di S. Vittore», estesa necropoli del II-IV see.), 116 (Casal- zuigno, fondo « Chioso », sepolcreto con corredi poverissimi e monete fino a Costantino), 133 (Ligurno [Cantello], sepolcreto con ricchi corredi del I-IV see.), 135 (Luino, sepolcreto romano della seconda metà del IV see., con fittili, attrezzi e monete tarde), 154 (Vergiate, esteso sepolcreto con fìttili, arnesi e monete bronzee del II-IV see.), 169-170 (Calpuno [Lurago d’Erba], tegole, tombe e monete fino a Valente), 251 (Montorfano, verso Intimiano, fìttili, tombe e monete fino a Costantino), 273 (Sala Comacina, tombe a inumazione della fine del IV see.), 279 (Vill’Albese [Albavilla], tomba probabilmente del V see.), 299-300 (pressi di Locamo, tombe e mo¬ nete del III IV see.), 319 (Minusio, Fondo Cadra, Villa Liverpool, tombe
Note complementari 529 con fìttili, oreficerie e monete del IIIV sec.); G. Patroni, Molteno, Tombe romane, Not. Scavi 1912, pagg. 428-424 (vi furono rinvenute parecchie monete enee, soprattutto costantiniane); Id., Velate, Tombe romane sca¬ vate in località « La Rasa », Not. Scavi 1915, pagg. 294-296 (nel Varesotto; vi furono rinvenuti GB, MB e PB fino a Valente; cfr. pure Bertolone, Lomb. rom. cit. II, pagg. 142-143, Rasa di Velate e S. Maria del Monte); Tombe romane in Gorla Primo, Arch. Stor. Lomb. Vili (ISSI), pag. 25 (sepolture del IV sec. d.C.); C. Maj, Necropoli romana ad Albusciago, Riv. Arch, di Como, fase. 99-101 (1930), pagg. 111-121; S. Ricci, Turbigo, La necropoli della Gallizia, Not. Scavi 1904, pagg. 376-385; Id., Gli scavi della Gallizia presso Turbigo, Riv. Arch. Lomb. I (1905), fase. 3-4, pagg. 72-76; Id., Oggetti antichi rinvenuti presso Turbigo (Provincia di Milano) e donati al Museo Archeologico del Castello, Ibid. II (1906) fase. 1, pagg. 131-136; P. Barocelli, Galliate, Necropoli romana della Costa Grande, Not. Scavi 1918, pagg. 84-88; per analoghi ritrovamenti di altre necropoli romane, anche tarde, a Romentino, Galliate, Trecate, Borgo Lavezzaro, etc., il Barocelli si rifa ad alcuni contributi del Ru¬ sconi, da lui citati a pag. 88 n. 3: Rusconi, Origini novaresi, 1875; Id., Memorie novaresi, 1877 ; Id., Relazioni del 1877 e 1879 alla Società Archeo¬ logica Novarese. Tutte le necropoli testé ricordate, come quelle di Gola¬ secca, Bernate, Magenta, Castelletto Cuggiono e così via, si trovano a destra e a sinistra dell’antichissima strada che univa Ticinum alla Rezia per Sesto Calende. In tutta la regione varesina le tracce di ville e fat¬ torie dei primi secoli dell’Impero si alternano ai castra dei tempi più tardi, sorti per fronteggiare un eventuale pericolo barbarico dalle Rezie: un tipico esempio ne è il castello di Sibrium sulla antica strada Novaria- Sibrium-Comum (oggi Castelseprio, fra Gallarate e Varese), sorto pro¬ babilmente nel IV secolo, forse in relazione con un vicus preesistente, come posto di vedetta e centro di smistamento dei rifornimenti verso il limes, trasformatosi poi in fortezza sotto i Goti e, più tardi, i Longo¬ bardi (sul fondo di ciascuna torre è stato rinvenuto uno scarico di cera¬ mica di tipo popolare, quale si riscontra anche altrove nei secoli V e VI; negli edifìci si trova reimpiegato copiosissimo materiale di spo¬ glio, rastrellato da necropoli e ville dei dintorni): cfr. G. P. Bognetti, G. Chierici, A. De Capitani d’Arzago, Santa Maria di Castelseprio, Milano 1948, passim; A. Calderini, Considerazioni sulla fase romana della vita di Castelseprio, Studi storici in memoria di Mons. A. Mer¬ cati, Milano 1956, pagg. 123-132; G. P. Bognetti, Aggiornamenti su Castelseprio, Sibrium III (1959), pagg. 19-79 e partie. 20-21; un quadro d’insieme del sistema fortificatorio bizantino in Italia si trova in F. Schneider, Entstehung von Burg und Landgemeinde in Italien, Berlin 1924, passim. Sui resti di ville tarde nel Comasco e in Brianza, cfr. la bibliogr. cit. a pag. 88, n. 232. Regio X: G. Mantovani, Ticengo, Not. Scavi 1895, pag. 5 (nel Cremo¬ nese: tombe e monete che scendono fino al Basso Impero); Id., Volpino, Not. Scavi 1895, pag. 5 (nel Bergamasco: tombe con MB fino a Valente); G. Patroni, Vobarno, Tombe romane, Not. Scavi 1908, pagg. 314-315 (nel 34. L. Ruggini
530 Economìa e società nell’« Italia Annonaria)) Bresciano); G. Ghirardini, Lozzo, Not. Scavi 1883, pagg. 58-71, e partie. 59 (sepolcreto in Valle di Cadore, con monete enee fino a Valentiniano I); G. B. Marchesini, Manerba, Di un sepolcreto romano scoperto in contrada Olivello, Not. Scavi 1893, pagg. 226-232 (sul Garda: tombe con monete fino a Teodosio e Arcadio); P. Baroceœxi, Cerlongo (Goito), Tombe di età tarda imperiale, Not. Scavi 1926, pagg. 25-26 (lungo la Postumia: cfr. pure la necropoli del IV secolo a Goito, sempre lungo la Postumia: N. Degrassi, Goito, Sepolcreto romano con oreficerie, Not. Scavi 1941, pagg. 325-331); Arzignago (Vicenza), Not. Scavi 1883, pagg. 11-12 (avanzi architettonici tardi); G. Mantovani, Somma Prada, Tombe del basso impero ed altre di età barbarica scoperte nel Casale di S. Cristina, Not. Scavi 1893, pagg. 131-133 (frazione di Lozio, Lovere); G. Patroni, Dovere, Tombe ro¬ mane con oggetti preziosi e suppellettile sepolcrale di età preromana e romana, Not. Scavi 1908, pagg. 3-16 (monete almeno fino a Costante); S. Stucchi, Farra d’Isonzo, Sepolcreto romano di età imperiale, Not. Scavi 1947, pagg. 21-30 (si trattava forse di un abitato presso la statio Ad pontem Sontii, per cui cfr. R. Rigo, Sul percorso dell’Isonzo nella anti¬ chità classica, Aquileia Nostra XXIV-XXV [1953-54], coll. 13-26); A. De¬ grassi, Notiziario Archeologico, Atti e Mem. della Soc. Istriana di St. Patria XLII (1930), fase. 2, pagg. 447-453, e partie. 450 (epigrafe tardo- romana a Villanova d’Arsa: tarde tracce di vita anche in questa immi¬ serita e spopolata regione dell’Istria, dove s’impaludano le acque del lago d’Arsa). b) CARATTERISTICHE COSTRUZIONI RUSTICHE NELLA CAM¬ PAGNA EMILIANA: In tutto il territorio emiliano sono stati rinvenuti i resti di curiose costruzioni (con caratteristiche alquanto spiccate e uniformi) che, per le monete tarde talora rinvenutevi, sembrano essere rimaste per lo più in uso almeno sino al secolo IV. Si tratta di costruzioni con pareti in qualche caso di calcestruzzo (come a Carpena e a Forlì), con pavimenti rettangolari di accurata fattura (a piastrelle fìttili come a Castelmag- giore, Bologna e Valle di Savena, a mosaico come a Villa Ronco e a Forlimpopoli, in mattone pesto come a Luogosano, oppure in opus spi¬ catum, solitamente appoggiato a uno strato di calcestruzzo), con margini gradualmente rialzati, leggermente inclinati da una parte e muniti, in un angolo del lato più basso (o talvolta al centro) di un incavo rettan¬ golare (cm. 50 X 70 all’incirca) o emisferico (diametro di circa 30-40 cm.), in qualche caso provvisto di scolo, che pare destinato a raccogliere una eventuale sostanza liquida. Tali costruzioni, tipiche delle campagne, si trovano talora completamente isolate (a Castelmaggiore, a Gorzano, a Forlimpopoli e in Valle di Savena), ma più spesso in collegamento con resti di altri edifìci e dolii fìttili; quasi sempre sulle rovine romane sono state rinvenute sepolture più tarde, che provano la sopravvivenza nelle vicinanze di nuclei abitati rurali, poi spentisi nell’Alto Medioevo-
Note complementari 531 Non è del tutto chiara la destinazione di queste costruzioni, ma appare verosimile l’ipotesi già affacciata da qualcuno degli studiosi che hanno pubblicato i risultati dei singoli scavi: che si tratti, cioè, di torcularii o di altri impianti comunque collegati a qualche industria agricola, facenti parte di case o ville rustiche. Secondo Vitruvio, infatti (De Arch. VI, 6, pag. 146 ed. V. Rose, Leipzig 1899; il passo è assente dalla ricca anto¬ logia vitruviana a cura di S. Ferri, Roma 1960), il locale dove era posto il torchio per la pigiatura del vino avrebbe dovuto avere un’ampiezza teorica di 40 piedi X 16 (= m. 11,84X4,78) se veniva usata la pressa a leva, ma minore se era invece impiegato il più perfezionato torchio a vite, che esigeva uno spazio più ridotto (cfr. Pein., N.H. XVIII, 31, 317 : le misure dei locali ora in questione parrebbero forse meglio adattarsi a questo secondo tipo di torchio). Ad ogni modo, secondo Catone (De agric. XVIII), Columella (De r. r. XII, 18,3) e Palladio (De agric. I, 18), il pun¬ to dove veniva posta la materia da pigiare, nel caso del torchio a leva, era costituito da una leggera cavità con pendenza da un lato, rivestita da intonaco di cemento fino e comunicante con il lacus, fossa solitamente rotonda, profonda circa cm. 50, nella quale andava a raccogliersi il li¬ quido spremuto (cfr. G. Crova, Edilizia e tecnica rurale di Roma antica, Milano 1942, pagg. 121-127; cfr. pure S. Grenier, Les monuments antiques de l’Algérie, Paris 1901, II, pagg. 32-33). Tutti questi particolari sembrano pertanto adattarsi assai bene alle caratteristiche costruttive dei locali rustici testò in esame. Si sa inoltre che i bacini di decantamelo dove veniva raccolto l’olio spremuto dal trapetum erano spesso forniti, fin dalle età più antiche, di uno scolo nel fondo, attraverso il quale veniva eliminata 1 ’amurca, parte acquosa più pesante (cfr. R. J. Forbes, Stu¬ dies in Ancient Technology III, Leiden 1955, pagg. 104 sgg.; sulla tecnica di spremitura del vino e dell’olio nella tarda antichità, cfr. inoltre E. Jaffè, R. H. G. Thompson, J. M. Donaldson, A History of Technology II (The Mediterranean Civilisation and the Middle Ages), Oxford 1956, .pagg. 112-118). Tutti gli esempi di costruzioni del genere, di cui ci è riuscito di trovare menzione, si addensano curiosamente soprattutto nell’ambito del territorio emiliano, e sono i seguenti (una dozzina in tutto): a Castel- maggiore (a 6 km. a nord di Bologna, in borgata Corticella): cfr. G. Goz- ZADiNi, Castelmaggiore, Not. Scavi 1883, pag. 125 (costruzione isolata; frammenti di tegoli, embrici, dolii e anfore rinvenuti nelle vicinanze fanno pensare a un vico romano); a Riolo (pure non lontano da Bologna); cfr. A. Negrioli, Riolo, Scoperte di costruzioni romane*, Not. Scavi 1913, pagg. 202-204 (= F. Mancini, G. A. Mansuelli, G. SusbMi, Imola nell’antichità, Roma 1957, pag. 181, n. 137 : avanzi con profonderàcce di devastazione, moneta bronzea di Costantino fra i ruderi); in Valle di Savena (sulla nazionale Bologna-Firenze, a 9 km. da Bologna, presso Fornace di Sesto: si noti il toponimo, corrispondente al VI miliario della via romana): cfr. A. Negrioli, Bologna, Scoperta di pavimenti romani in Valle di Savena, Not. Scavi 1915, pagg. 147-150 e fig. 2 pag. 149 (resti di due pavimenti sovrapposti, uno, l’inferiore, in opus spicatum con tracce di successivi rattoppi, l’altro a mattonelle esagonali; entrambi sono forniti di una
532 Economìa e noci età nell’« Italia' Annonaria» cavità emisferica della stessa misura — m. 0,34 di diametro — avvicinata a uno dei lati lunghi, e recano segni di devastazione; anche qui doveva trattarsi di una costruzione isolata); il riscontro più preciso a questi due pavimenti sovrapposti in Valle di Savena si trova presso Avellino: cfr. E. Gabrioi, Luogosano (Avellino), Avanzi di costruzioni di età romana sul monte S. Stefano, Not. Scavi. 1001, pagg. 133-136 (pavimento rettan¬ golare circa della solita misura — m. 3,50 X 2,50 — fornito di cavità cen¬ trale circolare di m. 0,45 di diametro, in cui è inserita una bacinella in terracotta; gli avanzi delle pareti dell’edifìcio, abbastanza cospicui, sono in mattone pesto, come il pavimento superiore, che reca tracce di incen¬ dio; a un livello inferiore si trova un altro pavimento, in tutto uguale al precedente); nei pressi di Bologna: cfr. E. Brizio, Bologna, Di un pavi¬ mento ad opera spicata rinvenuto presso la città e di alcune tombe rico¬ nosciute presso Porta S. Vitale, Not. Scavi 1897, pagg. 45-47, e fig. 1 pag. 45; in Bologna stessa, presso la chiesa di S. Nicolò, non lungi da un diverticolo della Via Emilia : cfr. E. Brizio, Bologna, Scoperta di avanzi romani entro la città, Not. Scavi 1888, pagg. 720-721 (pavimento con le solite caratteristiche, a mattonelle esagonali); sulla sponda sinistra del Ronco presso la Via Emilia, nella parrocchia di Carpena: cfr. A. Santa¬ relli, Forlì, Tombe romane scoperte nella parrocchia di Carpena, Not. Scavi 1899, pagg. 46-47 (pavimento in opera spicata c calcestruzzo, di m. 3,78X1,42; resti di dolii); a Villa Ronco, a 4 km. da Forlì: cfr. A. Santarelli, Nuove scoperte nel forlivese, Not. Scavi 1887, pagg. 435-436 (vasca con fondo pavimentato a rozzi tasselli musivi bianchi, pareti di calcestruzzo e fossetta laterale; le misure sono quelle consuete: m. 3,65X1,80); a Villa Magliano: cfr. A. Santarelli, Forlì, Not. Scavi 1883, pagg. 159-161 (serbatoio di m. 3,79 X 1,55, con pavimento in opera spicata, pareti a calce e mattoni; bacinella emisferica laterale; nei din¬ torni sono stati rinvenuti abbondanti resti di età romana, costituiti soprattutto da cocci di anfore vinarie in quantità e monete enee del Basso Impero: il che fa pensare a un insediamento rustico dedito so¬ prattutto alla produzione vinicola, la cui vita continuò almeno sino al V secolo: cfr. A. Santarelli, Forlì, Scoperte archeologiche avvenute nel comune durante il febbraio 1884, Not. Scavi 1884, pagg. 98-100, e Id., Forlì, Not. Scavi 1885, pagg. 13-15). Particolarmente frequenti sono gli avanzi romani sulla riva sinistra del Ronco, lungo la quale scorreva l’acquedotto traianeo che portava l’acqua a Ravenna (cfr. Ing. Zannoni, Forlì, Not. Scavi 1882, pag. 41 = Id., Scoperta dell’acquedotto di Tra¬ iano e considerazioni relative, Ravenna 1886); tale acquedotto venne restaurato ancora al tempo di Teoderico (cfr. Cass., Var. V, 38, 523- 526 d.C.). Altri pavimenti del tipo descritto sono ancora stati rinvenuti a Forlì in Borgo Vittorio Emanuele (dove non giungeva l’abitato in tempi antichi): cfr. A. Santarelli, Forlì, Nuove scoperte di antichità nell’agro forlivese, Not. Scavi 1884, pagg. 239-241 (serbatoio in calcestruzzo, que¬ sta volta con il piano convergente verso la cavità centrale); a Forlimpo- poli: cfr. A. Santarelli, Scavi di antichità nei comuni di Forlì e di Forlimpopoli, Not. Scavi 1884, pagg. 34-36 (pavimento a mosaico bianco
Note complementari 533 e nero con fossetta centrale); a Gorzano nel Modenese: cfr. E. Coppi, Monografia e iconografia della terra cimeteriale o ter ramar a di Gor¬ zano, Modena 1871, tav. Ili n. 2 (edifìcio non collegato ad altre tracce di costruzioni). c) OPERE TARDE DI RICOSTRUZIONE E DIFESA NELLE VA¬ RIE CITTÀ DELL’ITALIA SETTENTRIONALE (Inventario dei principali materiali pubblicati!: A. D’Axdrade, Aosta, Scoperte di antichità romane avvenute du¬ rante la costruzione dell’edificio per le Scuole Normali, Not. Scavi 1899, pagg. 107-124 (ove ripetute tracce di incendio si alternano a costruzioni sempre più rozze e frettolose di epoca tarda). A. Taramelli, Note archeologiche segusine, Not. Scavi 1898, pagg. 263- 270 (mura della decadenza, con ampio materiale di reimpiego strappato affrettamele all’anfiteatro); A. D’Andrade, Susa, Rinvenimenti archeo¬ logici in occasione dei lavori edilizi. Not. Scavi 1900, pagg. 465-467; P. Ba- rocelli, Susa, Anfiteatro romano, Not. Scavi 1932, pagg. 3-13; C. Car¬ ducci, Nuovi ritrovamenti archeologici in Piemonte, Boll, della Soc. Piem. di arch, e di belle arti n.s. XII-XIII (1958-1959), pagg. 3-29 e partie. 16-17. G. Assandria - G. Vacchetta, Augusta Bagiennorum, Planimetria ge¬ nerale degli scavi con cenni illustrativi, Atti della Soc. Piem. d?Arch, e Belle Arti X (1925), pagg. 183-195 (compendio dei risultati parziali degli scavi pubblicati nelle Not. Scavi 1894, pagg. 155-158; 1896, pagg. 215-218; 1897, pagg. 441-447); A. Bovolo, Augusta Bagiennorum, Boll, della Soc. per gli Studi Stor., Arch, e Art. nella prov. di Cuneo, n.s. XXX (1952), pagg. 26-36 (le ampie tracce di distruzione della città risalgono al tempo delle invasioni). A. Fabretti, Dell’antica città di Industria, Atti della Soc. Piem. d’Arch. e Belle Arti III (1880), pagg. 17-115; P. Barocelli, Monteu da Po, Scoperte nel territorio dell’antica Industria, Not. Scavi 1914, pagg. 441- 443; E. Durando, Scavi archeologici nel sito dell’antica città d’industria, Atti della Soc. Piem. dyArch. e Belle Arti VIII (1917), pagg. 116-124 (frammenti fittili e vitrei, e monete che non sembrano andare al di là del V see.). M. Corradi Cervi, Parma, Mura del tempo di Teodorico su precedenti mura romane, Not. Scavi 1941, pagg. 105-108 (per la questione, cfr. meglio pag. 77, n. 195). S. Aurigem ma, Reggio Emilia, Opera idraulica medievale apprestata con blocchi architettonici e lastre lapidee iscritte di età romana, in lo¬ calità Villa San Maurizio presso Reggio Emilia, Not. Scavi 1940, pagg. 225-301 (struttura lapidea assai rozza, a probabile difesa della sponda del Crostolo).
Economia e società nell'« Italia Annonaria » 534 G. Ghirardini, Bologna, Reliquie romane scoperte nella città e nel suburbio, Not. Scavi 1921, pagg. 3-36 (tracce di mura tarde, costruite assai disordinatamente con materiali di reimpiego; massicciata del Y-YI see. per difendere probabilmente la Via Emilia dalle acque del Reno: per cui cfr. anche G. Dall’Olio, Iscrizioni sepolcrali romane scoperte nel¬ l’alveo del Reno presso Bologna, Bologna 1922, passim); etc. d) TESTIMONIANZE LETTERARIE SULLA PRODUZIONE VINI¬ COLA DELL’ITALIA SETTENTRIONALE IN ETÀ TARDA: Già Strabone (V, pag. 218 C) parlava con ammirazione dei barili di castagno della Gallia Cisalpina, grandi come case; e Plinio il Vecchio fa fede a sua volta che, nel I see. d.C., la vite rappresentava il primo pro¬ dotto dei Transpadani, seguita dal frumento e dalle rape (N. H. XVIII, 13,127: A vino atque messe tertius hic [scil. rapa] Transpadanis fructus; una prova indiretta di questo fatto, fin dal II secolo a.C., ci viene anche dalla testimonianza di Polibio (II, 15); il quale, parlando della grande vilitas delle derrate nella Gallia Cisalpina, ci fa conoscere due tariffe del vino e del frumento pari a circa 2.250 anfore di vino e 4.000 modii di grano per ogni libbra d’oro (cfr. pagg. 385 n. 477, e 400 n. 505); mentre il prezzo del frumento era dunque soltanto la metà di quello corrente nel resto d’Italia nelle annate di abbondanza, quello del vino era di ben 56 volte inferiore a quello più basso del mercato di Roma nell’età graccana, testimoniatoci da Plinio: cfr. pag. 398, n. 502). Nella seconda metà del I secolo d.C., pertanto, Plinio il Giovane (proprietario di terre nella Transpadana e particolarmente nel Comasco) lamenta la crisi di sovra- produzione vinaria, per cui le cantine non avevano più recipienti per ac¬ cogliere le vendemmie che si susseguivano abbondanti (Ep. IV, 6 a Na¬ sone). Marziale, a sua volta, rincara dicendo che a Ravenna l’acqua era più ricercata del vino (sulla carenza d’acqua a Ravenna, cfr. però Sid. Apoll., Ep. I, 5, 6 a Heronius): Sit cisterna mihi, quam vinea, malo Ravennae, / cum possim multo vendere pluris aquam (Epigr. Ili, 56); cfr. Ibid. Ili, 57: Callidus inposuit nuper mihi copo Ravennae: / cum pe¬ terem mixtum, vendidit ille merum. Nel III secolo d.C. Erodiano ricorda l’esportazione del vino che, per Aquileia, si convogliava dalla Valle Pa¬ dana verso le terre illirico-danubiane (Herod. Vili, 2); e, altrove, parla di grandi depositi di fusti vinari presso l’Isonzo (Vili, 4), e delle viti intrecciate agli alberi da frutto nell’agro di Aquileia (Vili, 4, 5). Sull’abbondanza e il largo consumo del vino nelle tabernae e nelle case private liguri verso la fine del IV secolo, presso tutte le classi sociali, cfr. Ambr. De Helia 25, 42, 54, 62, 66-68 ; De Cain, I, 14; In Ps. I en. 46; In Ps. XXXVII en. 30 {pavimenta vino madida durante i banchetti, quale manifestazione di gran lusso); De Helia 46-50 (lunghissimo brano sul forte consumo di vino — probabilmente non fiscale — da parte delle mi¬ lizie). Sui buoni raccolti di vino anche in congiunture di carestia, e la sua esportazione occasionale in Pannonia, cfr. Id., Ep. XVIII, 21, citata este* sa mente a pag. 115 n. 311. Il canone di locazione versato in specie al pa-
Note complementari 535 drone da parte di affittuari e coloni era costituito principalmente da vino nella Gallia Cisalpina (cfr. Id., De Nabuthae 20: [colonus] ... genera explorat uvarum, quas deferat, quibus digna convivio tuo [scii, posses¬ soris'] vina fundantur...; Ibid. 21, cit. a pag. 95 n. 252). Sulla coltivazione della vite (generalmente affiancata ad altre col¬ ture) nei distretti della Cisalpina, cfr. Ambr. Ep. LXXXII, 8; Ex. I, 28; III, 72; IV, 19; Exp. Ps. CXVIII, 2, 32 e 16, 7; De Virginibus I, 45 e III, 17. Oltre, poi, a dissertazioni letterarie generiche, di caratte¬ re virgiliano e georgico, sullo sviluppo della vite, le cure ad essa de¬ dicate dai coltivatori, la vendemmia, la pigiatura, la fermentazione e così via (cfr. Ambr., Ex. Ili, 49 e 52; Ibid. IV, 19; De Virginibus III, 16; Exp. Ev. Luc. IX, 30; De Fide IV, 158; De Viduis 28; etc.), Ambrogio accenna anche ad accorgimenti nella tecnica della coltivazione concretamente ca¬ ratteristici della Cisalpina: tale ad es. la consuetudine di volgere i vigneti verso nord (sulle pendici dei colli, è dato sottintendere), ne (scii, vitis) meridiano sole uratur (Ambr., De Virginibus III, 16: cfr. Plin., N. II. XVII, 2, 19-21). In altra occasione il Vescovo di Mi¬ lano accenna infine alle viti aggiogate ad alberi molto alti (lamen¬ tando con accenti « socialistici » gli infortuni sul lavoro dei servi nella villa rustica del padrone: ...Ille [= servus] de sublimi cacumine altae arboris decidit, dum genera explorat uvarum, quas deferat, quibus digna convivio tuo [scii, domine] vina fundantur: Ambr. De Nabuthae 20): ed effettivamente nella Transpadana e nel Veneto è testimoniato dalle fonti classiche più antiche l’uso di maritare la vite a cornioli, aceri, tigli, car¬ pini, querce e salici (per un’esauriente citazione di tali fonti, cfr. R. Billiard, La vigne dans l’antiquité, Lyon 1913, pag. 362; G. Tonna, L’agricoltura padana nel primo libro delle Georgiche, Aurea Parma XL [1956], pagg. 21-39). Passando ora al V-VI secolo, in Pietro Crisologo (Vescovo di Ra¬ venna dal 425 al 451) troviamo un cenno ai divites che sottraggono il loro vino al mercato ad inopiam pauperis (cfr. Sermo CXXII, per cui vd. anche pagg. 52 e 99). Dopo circa un cinquantennio, Ennodio ancora ri¬ corda l’abbondanza (se non la qualità!) dei vini liguri: cfr. Op. CCCLXV (Carm. II, 141): Terrarum culpis vitium, potator, obumbras: / ebrius esse nequis vina vomens Ligurum. / Dum replet madidus ferventia pectora Bacchus, / indicunt validam pocula nostra sitim. Cfr. Id., Op. CCCLXVII (Carm. II, 143): In Ligurum terris potorem qui vocat errat: / numquid vina bibit vina bibens Ligurum? Cassiodoro ricorda a sua volta la bontà del vino acinaticium veronese, di cui si rifornivano allora le mense regali (Var, XII, 4); e in altra occasione esalta gli abbondanti raccolti dei vigneti istriani (Var. XII, 22): cfr. pagg. 342 sgg. Sulle varie qualità di uva, caratteristiche dell’Italia Settentrionale, cfr. Billiard, La vigne cit., pagg. 310-317. Per ulteriori particolari sulla produzione vinicola italica attraverso i secoli, cfr. inoltre: Gabotto, Storia dell’It. Occ. cit., I, 1, pagg. 1-40 (con speciale riferimento ai territori dell’attuale Piemonte e Liguria); P, Remark, Der Wein im Römerreich,
536 Economia e società nell'« Italia Annonaria)) München 1927; E. Billiard, L’agriculture dans l’antiquité, Paris 1928, pagg. 169-170; W. Eeiciiter, Der Weinbau im römischen Altertum, Schaff hausen 1932; A. Marescalchi-G. Dalmasso, Storia della vite e del vino in Italia, I e II, Milano 1931-1933; Frank, An Economie Survey cit., Y, pag. 147; Chilver, o.c., pagg. 136-142; M. Romani, La distribuzione geo¬ grafica dei fenomeni economici nell’Impero Romano, Milano 1941, pag. 27; Aymard, Les capitalistes romains et la viticulture italienne cit., pagg. 257-265; A. Chastagnol, Le ravitaillement de Rome en viande au Ve siècle, Rev, Hist. CCX (1953), pagg. 13-22; Id., Un scandale du vin cit.; Panciera, o.c., pagg. 12-15 (limitatamente al territorio aquileiese); Ch. Seltman, Wine in the Ancient World, London 1957 (studio, però, alquanto super¬ ficiale e giornalistico); Sirago, o.c., passim; etc. c) PRINCIPALI VICENDE POLITICHE E MILITARI CHE EB¬ BERO PER TEATRO L’ITALIA SETTENTRIONALE, DALL’INI¬ ZIO DEL IV ALLA FINE DEL V SECOLO: Nella prima parte del IY secolo nessun evento militare veramente grave turbò i lunghi anni di pace interna nell’Italia Settentrionale; ed anche le lotte civili per le competizioni cesaree solo occasionalmente eb¬ bero qualche episodico sviluppo nella regione. Di qualche rilievo nel 307 fu certamente la spedizione — e successiva ritirata depredatrice — di Galerio in lotta con Massenzio (cfr. Incerti Paneg. Constantino Aug. dictus IX [XII], 3, pag. 126 ed. E. Galletier, Panégyriques latins II, Paris 1952; Lact., De mort, per s. XXVII, 5-6; Ara. Vict., De Caes. XL, 8-9; Zos. II, 10, 3, pagg. 67-68; An. Val. I, 7). Nel 312 Costantino scese a sua volta in Italia con non più di 30.000 uomini contro Massenzio, una gran parte delle cui forze militari erano allora dislocate nelle Venezie; dopo la presa di Susa e la vittoria di Torino, tutte le città dell’Italia Settentrionale 1’accolsero con esultanza, mentre venivano oblati undique commeatus; soltanto Verona, roccaforte referta im¬ manibus copiis, oppose qualche resistenza (cfr. Ino. Paneg. 7; Na- zarii Paneg. Constantino Aug. dictus X [IV] 22 e 25, pagg. 183 e 185-186 ed. Galletier cit. II). Nel 340 Costantino II, in lotta con Costanzo, entrò con i suoi eserciti in Italia dalla Gallia, ma morì tosto in un’imboscata presso Aquileia (cfr. Stein, o.c. I, pag. 204 = ed. fr. pag. 132). Più tardi, nel 350, Magnezio calò dalle Gallie nell’Italia Settentrionale, e sconfìsse le truppe di Costanzo II a Ticinum; scon¬ fìtto a sua volta a Mursa in Pannonia nell’autunno del 351, egli si ritirò poi ad Aquileia, e di qui nuovamente in Gallia (cfr. Land. Add. Pauli Hist. Rom. XI, pag. 330). Un decennio dopo, nel 361-362, una notevole risonanza ebbero la ribellione, l’assedio e infine la resa a Giuliano di Aquileia, che era stata occupata dalle truppe fedeli a Costanzo durante la loro marcia da Sirmio verso le Gallie; in quella occasione tutte le campagne circostanti ad Aquileia ebbero a soffrire razzìe e devastazioni (cfr. Amm. Marc. XXI, 11-12; A. Calderini, Aquileia Romana, Milano 1930, pagg. IX-XVII),
Note complementari 537 Soltanto a partire dall’ultimo decennio del IV secolo l’Italia Setten¬ trionale cominciò a divenire teatro di lotte, ove la sorte stessa dell’Occi¬ dente era in gioco. Nell’autunno del 387 l’usurpatore Massimo scese nella Valle Padana dalle Gallie (forse Novara ebbe a patirne qualche danno : cfr. F. Gabotto, I municipi romani della Italia Occidentale alla morte di Teodosio il Grande, « Bibl. della Soc. Stor. Sub.» 32, Pinerolo 1908, pagg. 237-318 e partie. 304 n. 1). Gli eserciti gallici soggiornarono poi nell’Italia Setten¬ trionale sino al 388, allorché Massimo fu sconfìtto da Teodosio intra ipsum, Alpium valium (Ambr., Ep. XL, 22, della fine del 388; Zos. IV, 44, pagg. 201-202; Oros. VII, 35, 2). Quanto l’usurpatore avesse sempre curato la preparazione logistica del suo esercito estorcendo tributi ai provinciali, risulta da numerose fonti del tempo (Ambr., Ep. XXIV, 4-8; Pacatus, Pan. 24; Sult. Sev., Dial. II [III], 11, 2; Zos. IV, 40, pagg. 203-204; Oros. VII, 35, 2-4; cfr. A. Solari, La crisi dell’impero romano, Milano 1933, II, pagg. 75-76). Ambrogio in particolare accenna alle scorte frumentarie fatte da Massimo nella Cisalpina prima della sconfìtta alle Alpi Giulie ricordando a Teodo¬ sio quanto Iddio lo avesse aiutato in quella occasione: Frumentum non habebas ad exercitus alimoniam, ipsorum hostium manu patefeci (parla Iddio) tibi portae, aperui horrea; dederunt tibi hostes tui com¬ meatus suos, quos paraverant... (Ambr., Ep. XL, 22). Si data pertanto al 388 una grave carestia, che imperversò in tutta la Valle Padana a causa — secondo Ambrogio — della immodica aevi superioris effusio... et homines diripientes universa (De Ioseph 38; cfr. Symm. Ep. II, 52 Fla¬ viano fratri, e qui, pag. 163. Anche Pacato dice che, in questa occa¬ sione, l’Italia fu afflitta da piaghe mortali: cfr. Pan. 24, dove parla degli. alta... vulnera che colpirono allora gli Itali, e Ibid. 35 : ... lace¬ ratam Italiam...). Fu poi la volta dell’usurpatore Eugenio, che nel 393 calò dalle Gallie nella Valle Padana, e vi rimase sino alla sconfìtta del Frigido (394 d.C.): cfr. Ambr., Ep. LIX, 2-3 (393), a Severo Vescovo di Napoli; Dudden, o.c. Il, pagg. 413-434. Dopo circa un lustro, Alarico entra in Italia per la prima volta (400 d.C.), assediando Onorio in Aquileia. Vi ritorna poi l’anno seguente (novembre 401) per la consueta via delle Alpi Giulie (cfr. Claudian., De bell. Poll. V. 287); assedia di nuovo Aquileia (cfr. Hieron., Contra Rufi- num III, 21, P.L. 23, col. 494), e quindi marcia direttamente su Milano, pur senza riuscire ad occuparla (cfr. Claudian., De bell. Poli. vv. 455 sgg.; In., De VI cons. Hon. vv. 454-455), e saccheggia la Valle del Po sino alla Toscana (cfr. Prud., Contra Symmachum, II, vv. 700 sgg.: lamque ruens, Venetos turmis protriverat agros / et Ligurum vast arat opes, et amoena profundi/rura Padi, Tuscumque solum victo amne premebat...) si riferi¬ sce probabilmente a questi eventi il cenno di Gaudenzio di Brescia alla inportunitas barbarorum, che aveva impedito a molti Vescovi di assistere alla dedicatio basilicae concilii sanctorum: cfr. Gaud., Sermo XVII, 2, pag. 141; cfr. pure Id., Sermo XIII, 21, pag. 120). Parte della popolazione prbana della Liguria fugge in Sicilia e in Sardegna davanti all’invasore
538 Economìa e società nell’« Italia Annonaria » (cfr. Claudian., De bell. Poli., vv. 213-226), e nessuna città, per quanto munita, osa opporre resistenza (cfr. Claudian., De bell. Poli. vv. 213-215: Nonne videbantur, quamvis adamante rigentes, / turribus invalidis fra¬ giles procumbere muri/ ferrataeque Getis ultro se pandere portae?). Ma Stilicone cala con rinforzi dalle Rezie (cfr. Claudian., De bell. Poli. vv. 419 sgg.) e vince un corpo gotico sulla riva sinistra dell’Adda; entra in Milano, passa il Po, e muove contro Alarico clie, alla notizia del suo arrivo, dalla Toscana si volge verso la Gallia, risalendo l’Appennino. Asti resiste validamente ai Goti (cfr. Claudian., De VI cons. Hon. v. 203), che il giorno di Pasqua del 402 vengono sconfìtti da Stilicone a Pol- lenzo (cfr. Claudian., De bell. Poli. vv. 611-648); la vittoria romana do¬ vette però costare perdite gravissime, tanto che Cassiodoro e Giordane ri¬ tennero, più tardi, che fossero invece usciti vincitori i Goti (cfr. Cass., Chron. ad a. DXIX, 1172, pag. 154 M.G.H., A.A. XI, 2, (Chron. Min.), Berlin 1893, ed. Th. Mommsen = P.L. 69, col. 1243; Iordan., Get. 154-155, pag. 98 M.G.H., A.A. V, 1, Berlin 1882, ed. Th. Mommsen); risalgono probabilmente a queste circostanze la decadenza, se non la completa distruzione, di Pollentia, e l’abbandono del suo agro da parte di molti proprietari e coltivatori, come sembra denotare soprattutto la toponomastica locale (cfr. G.D. Serra, La tragedia di Pollenzo in¬ terpretata nel quadro onomastico pollentino, Boll, della Soc. per gli Studi StorArcheol. ed Art. nella Prov. di Cuneo, n.s. XXXVIII [1957], pagg. 13-25, e bibl. ivi cit. : i dati toponomastici, però, consentono sol¬ tanto un’approssimazione cronologica molto vaga; da ultimo cfr. pure P.G. Da Bra, Origine e caduta di Pollenzo, Boll, della Soc. per gli Studi Stor., Archeol. ed Art. nella Prov. di Cuneo, n.s. XLV [1960], pagg. 82-108). Dopo la sconfitta di Pollenzo, Alarico ripara in Istria; ma nell’estate del 403 le ostilità riprendono, e Alarico passa il Timavo e marcia su Verona, cercando di raggiungere per questa via la Rezia e di qui passare in Gallia; il suo esercito, decimato dalla fame e dalle epidemie, viene nuovamente sconfitto da Stilicone a Verona (cfr. Clau¬ dian., De VI cons. Hon. vv. 201 sgg.) ed esce finalmente d’Italia (sulla controversa datazione, al 402 o 403, cfr. N.H. Baynes, The Date of the Battle of Verona: A.D. 402 or A.D. 403? J.R.S. XII [1922], pagg. 207-210 = Byzantine Studies cit. pagg. 326-330). Nel 405, ecco penetrare in Italia Radagaiso dalla Rezia: il suo eser¬ cito, diviso in tre corpi (cfr. Chron. Gall. a. CCCCLII, M.G.H., A.A., Ber¬ lin 1891-1892, ed Th. Mommsen, pag. 652), in parte saccheggia la Liguria e in parte, guidato dal suo capo, scende verso Roma attraverso la Tuscia (dove ancora nel 417 Rutilio Namaziano ne vide le devastazioni, nel corso del suo viaggio da Roma verso le Gallie: cfr. De red. suo I, vv. 39 sgg.). Molti furono certamente i proprietari della Liguria e delle Venezie che, in questa occasione, subirono la medesima sorte del latifondista Iulianus amico di S. Gerolamo, il quale vide l’invasore piombare sulle sue vaste tenute, mettere mano sul suo patrimonio, portare via le greggi, uccidere o fare prigionieri i suoi servi (cfr. Hieron., Ep. ad Iulianum CXV1II, 2, C.S.E.L. 55 pag. 436, datata al 406 in P.L. 22, pag. LXXXV). Il Gabotto riferisce a questa invasione di Radagaiso le omelie autentiche di Maximus di Torino, in cui il Santo descrive le devastazioni compiute
Xote complementari 539 da un nemico barbaro in molte città della Liguria, fra cui Milano, giungendo fino alle soglie di Torino (che peraltro venne risparmiata): cfr. Max., Homm. 8G, 87, 89, 90, 91, 92, 93, 94 P.L. 57; Gabotto, St. dell’It. Occ. cit. I, 1, pagg. 112 sgg.; altri attribuiscono invece que¬ ste omelie al tempo delle invasioni di Alarico, oppure di Attila: cfr. P.L. 57, coll. 127 sgg.; Courcelle, Hist. Littér. cit., pag. 134; Id., Sur quelques textes littéraires relatifs aux grandes invasions, Rev. Belge de Philol. et d’Hist. XXXI (1953), pagg. 23-37 e partie. 32- 34, dove, nell’allusione dell’Omelia 94 ai milanesi, che con la fuga si sarebbero sottratti alla cattura nemica, si vuol vedere un riferimento alle deportazioni che Attila operò nel 451-452 fra la popolazione di Aquileia (vd. pure sotto, pag. 541). Purtroppo manca ancora uno studio veramente valido su Maximus e la cronologia del suo episcopato, che il Blumenkranz pone approssimativamente fra il 380 e il 470 d.C.: cfr. B. Blumenkranz, Les auteurs chrétiens latins du Moyen Age sur les Juifs et le Judaïsme, Rev. des ét. juives IX (1948-1949), pagg. 3-37. Nella primavera del 406 Kadagaiso venne finalmente sconfitto da Stilicone a Firenze, e in seguito mandato a morte; la parte del suo esercito che era sfuggita alla strage, alla fame ed alle epidemie venne ridotta in schiavitù o arruolata negli eserciti imperiali (cfr. Marc. Comes, Chron. pag. 69; Courcelle, Hist. Littér. cit., pagg. 26-27). In Gallia, intanto, ondate di Vandali, Alani, Svevi, Burgundi, Quadi, Sarmati, Gepidi, Eruli, Sassoni, Alamanni e forse anche Goti avevano cominciato a dilagare al di qua del Reno seminando distruzioni e carestie (cfr. Hieron., Ep. CXXIII,* 16-17 ad Geruchiam de monogamia, C.S.E.L. 56, ed. I. Hilberg, Wien 1918, pagg. 94-95; Pepistola è da¬ tabile al 409: cfr. P.L. 22, ad loc. cit.; sui limiti ai quali va però ricondotta la ridondanza retorica di questa evocazione geronimiana, in base a controlli di carattere archeologico, si veda la messa a punto di F. Vercauteren, Note sur la ruine des villes de la Gaule d’après quelques auteurs contemporains des invasions germaniques, Mélanges J. Bidez II, Bruxelles 1934, pagg. 955-963, vol. II del- VAnnuaire de VInst. de Phil, et d}Hist. Orientales). Soltanto dopo il 409 comincerà in Gallia una certa ripresa (cfr. Paulinus, Epigramma, vv. 8-41, ed. C. Schenkl, C.S.E.L. 16, 1, Wien 1887, pagg. 503-505, ove il Vescovo di Bézier deplora che i suoi fedeli siano più occupati a strap¬ pare rovi, a ripulire una vigna o a ricostruire una dimora che a coltivare la propria anima), anche se le tracce di tanta desolazione continueranno a sussistere per molti anni dopo il passaggio delle orde barbare in Spa¬ gna (cfr. un triste bilancio delle invasioni, verso il 416-417, in Ps.- Prosp., Carmen de Providentia, P.L. 51, coll. 617-638; Courcelle, o.c., pagg. 57-89). Ma fin dal 407 l’usurpatore Costantino dalla Britannia aveva esteso il suo dominio su tutta la Gallia, sino ai confini italici delle Alpi Ma¬ rittime, Cozie e Pennine (cfr. Zos. VI, 2, pagg. 282-284); il generale Saro, che mosse contro di lui dalla Liguria, benché dapprima vinci¬ tore, venne poi al ritorno battuto e ricacciato in Italia senza bottino dalle feroci bande dei Bagaudi.
540 Economia e società nell’«Italia Annonaria» Morto da poco Stilicone, nel 408, i Visigoti guidati da Alarico en¬ trarono nuovamente nella Valle del Po percorrendo le Venezie, e mo¬ vendo verso Roma attraverso l’Emilia e la Flaminia (cfr. Zos. V, 37, pagg. 264-265, e VI, 10, pag. 291). Nel 410 Costantino III penetrò in Liguria dalle Alpi Cozie, con il pretesto di appoggiare Onorio contro Alarico, ed arrivò fino a Liburna, ritirandosi nuovamente in Gallia solo alla notizia della morte di Alarico (cfr. Sozom., H.E. IX, 2, P.G. 67, coll. 1619-1622 = pagg. 403-404 ed. Bidez-Hansen ; Lamboglia, Liguria romana cit., pag. 264). Le truppe visigote guidate da Ataulfo uscirono poi d’Italia definitivamente soltanto nel 412, non si sa se costeggiando la riviera ligure (e saccheggiando Albenga e Albintimilitim'ì cfr. Ba- rocelli, Due città liguri romane cit.), o penetrando in Gallia dal valico del Monginevro. A questi primi anni del regno di Onorio risale comunque la fine violenta di Industria, fra le cui rovine combuste dalle fiamme sono state rinvenute monete soltanto fino a Teodosio I (cfr. Gabotto, I municipi cit., pagg. 278 sgg.) ; Albenga invece, che molto aveva a sua volta patito nelle vicende belliche di quegli ultimi anni, venne poi restaurata dal generale Costanzo di ritorno dalla vittoriosa spedi¬ zione contro Costantino III (per cui cfr. Sozom., H.E. IX, 13, pag. 404; Oros. VII, 42, 1-17; Olympiod., fr. 16, F.H.G. IV, pag. 60); e revento venne celebrato nella ben nota iscrizione metrica di C.I.L., V, 7781 (Constanti virtus, studium, victoria, nomen, / dum recipit Gallos, consti¬ tuit Ligures. / Moenibus ipse locum dixit, duxitque recenti / funda- menta solo, iuraque parta dedit. / Cives, tecta, forum, portus, com¬ mercia, portas, / conditor extrudis aedibus instituit; / dumque refert orbem me primam protulit urbem, / nec renuit titulos limina nostra loqui, / et rabidos contra fluctus gentesque nefandas / Constanti murum nominis opposuit). In tutti questi anni così agitati, per fronteggiare gli eserciti sempre minaccianti di Alarico, Radagaiso, Costantino III, vi fu naturalmente nella Valle Padana uno straordinario concentramento di milizie anche da parte degli Imperatori, sotto il comando di Onorio stesso, Stilicone, Sarò, Costanzo: Zosimo ricorda in particolare acquartieramenti militari a Ticinum (ben 30 numeri: cfr. V, 26; 30-31 e 32-33), Mediolanum (V, 26-33), Bononia (V, 31 e 33), Ravenna (V, 27 e 30), etc. Negli anni successivi, fino al 450, sarà la volta degli eserciti al comando del patricius Ezio, che a nome di Valentiniano III si recheranno in Gallia, a combattere i bar¬ bari per circa un ventennio (cfr. Courcelle, o.c., pagg. 130-131; A. Bar- toli, Il senato romano in onore di Ezio, Atti della Pont. Acc. Rom. di Ach., Rendic. XXII [1946-1947], pagg. 367-373; P. De Francisci, Per la storia del Senato Romano e della Curia nei secoli V e VI, Ibid. pagg. 257-317; sul titolo di patricius e la sua evoluzione, cfr. G. Magliari, Del patriziato romano dal secolo IV al secolo Vili, Studi e Docc. di St. e Diritto XVIII (1897), pagg. 153-217 ; G. B. Picotti, il « patricius » nell’ul¬ tima età imperiale e nei primi regni barbarici d’Italia, Ardi. Stor. Ital. LXXXVI, s. VII, IX, 1 [1928], pagg. 3-80, e bibliogr. ivi cit.; W. Ensslin, Der konstantinische Patriziat und seine Bedeutung im 4. Jahrhundert, Mèi. Bidez cit. I, pagg. 361-376; Id., Der Patricius Praesentialis im
Notc comptementmi 541 Ostgotenreich, Klio XXIX [1936], pagg. 243-249). Risalgono pertanto al 411 (Chron. Gall, a CCCCLII, pag. 654), al 418 (Const. Sirm. 5), al 423 (Marc. Comes, Chron., pag. 76 M.G.H., A.A. XI, 1, [Chron. Min.], ed. Tli. Mommsen, Berlin 1893 = P.L. 51, col. 924), al 432 (Chron. Gall. a. CCCCLII, pag. 658) e al 450 (Nov. Val. XXXIII) cinque grandi carestie, che con ogni verosimiglianza interessarono anche l’Italia Settentrionale (per cui cfr. pagg. 172-175). Nel 451 entrò in Italia Attila, cospargendo di distruzioni e rapine le Venezie, la Liguria, orientale e anche l’Emilia: cfr. Paul. Diac., Hist. Rom. XIV, 9-11, pagg. 203-204: At vero Attila... Pannonias repedavit mul¬ tumque potiorem exercitum coacervans Italiam furibundus introiit. Ac primum Aquileiam civitatem... adgressus est; quam continuo triennio obsidens... acriter expugnat urbem...: diripiuntur opes, captivantur vel trucidantur cives, residuum direptioni igni supposito flamma consumit. ... Plura praeterea eiusdem regionis castella inmanis hostis extinctis vel captivatis civibus succendit ac diruit, Concordiam, Altinum sive Pata¬ vium, vicinas Aquileiae civitates illius instar demoliens solo coaequavit. Exinde per universas Venetiarum urbes, hoc est Vicetiam Veronam Brixiam Pergamum seu reliquas nullo resistente Hunni bacchantur, Me¬ diolanium Ticinumque pari sorte diripiunt ad igni tamen abstinentes et ferro. Deinde Aemiliae civitatibus similiter expoliatis novissime eo loco quo Mincius fluvius in Padum influit castra metati sunt... Cfr. pure Iordan. Get. 42; Chron. Gall. a. CCCCLII, pag. 662, e Chron. Gall. a. DXI, pag. 663 M.G.H., A.A. IX, 2, Chron. Min., ed. Th. Mommsen, Berlin 1892; Cass., Chron. 1255 pag. 157; etc. Dell’invasione unnica e della fuga dinanzi ai barbari degli abitanti della città e del Vescovo stesso parla un sermone attribuito a Massimo, ma probabilmente opera di un Vescovo contemporaneo del Metropolita milanese Eusebio, e la cui sede dovette essere suffraganea di quella di Milano (forse Bergomum o Laus Pompeia, secondo il Gabotto, St. dell’It. Occ. cit., I, 1, pag. 226, n. 1): cfr. Max., Horn. 94, P.L. 57, coll. 469-472. Nel 452 Attila si ritirò dall’Italia (cfr. K. Bierbach, Die letzen Jahre Attilas, Diss., Berlin 1906, pagg. 42-50; E. Hutton, Attila and the Huns, London 1915, pagg. 127-141; E. A. Thompson, A History of Attila and the Huns, Oxford 1948, pagg. 143-148 e bibliogr. ivi cit.; vd. pure F. Altheim, ree. a Thompson o.c., Gnomon XXI [1949], pagg. 253-257; Id., Attila et les Hunes, tr. fr., Paris 1952; E. Demoitgeot, Attila et les Gaules, estr. da Mém. de la Soc. d’agriculture, commerce, sciences et arts du dcp. de la Marne LXXIII [1958], passim); ma avrebbero dovuto ancora trascorrere pa¬ recchi anni prima che molti romani da lui fatti prigionieri potessero tornare alle loro città natali (nel 458 vi erano ancora cittadini di Aqui- leia e di Ravenna che stavano rimpatriando: cfr. Leo, Ep. ad Nicetam CLIX ed Ep. ad Neonem CLXVI, P.L. 54, coll. 1135 sgg. e 1191 sgg.). Nel 451-452 gli Imperatori avevano lasciato la Padana in preda ad Attila senza colpo ferire (e ciò non era sfuggito all’opinione pubblica: cfr. Prosp., Epit. Chron., M.G.H., A.A. IX, 2 [Chron. Min.], ed. Th. Momm¬ sen, Berlin 1892, pag. 482 [a. 452] : A ttila redintegratis viribus... Italiam ingredi per Pannonias intendit, nihil duce nostro Aetio secundum prioris belli opera prospiciente, ita ut ne elusuris? quidem Alpium, quibus hostes
542 Economìa e società nell’« Italia Annonaria » prohiberi poterant, uteretur, hoc solum spebus suis superesse existimans, si ab omni Italia cum imperatore discederet. Sed cum hoc plenum dede- coris et periculi videretur, continuit verecundia metum, et tot nobilium provinciarum latissima eversione credita est saevitia et cupiditas hostilis explenda, nihilque inter omnia consilia principis ac senatus populique Romani salubrius visum est, quam ut per legatos pax truculentissimi regis expeteretur...). Della calma che seguì all’incursione attilana si fece tosto portavoce Petronio Vescovo di Bologna, nel suo discorso pro¬ nunciato a Verona in occasione dell’anniversario di S. Zeno; esso ci testimonia a un tempo la gravità delle rovine e Pimmediata ripresa della vita e dell’attività costruttrice in Verona, all’allontanarsi del pericolo: cfr. G. Morin, Deux petits discours d’un évêque Petronius du Ve siècle, Rev. Bénédict. XIV (1897), pagg. 3-8 e partie. 4 (il Morin, nel pubbli¬ care il sermone, dimostra che Fautore ne fu Petronio di Bologna, e che l’epiteto di Veronensis dato dal testo deve ritenersi un errore, per il fatto che il discorso venne pronunciato a Verona; vd. pure Cour- celle, Sur quelques textes cit., pag. 32). Morto Ezio nel 454 e poco dopo Valentiniano III nel 455, in Gallia venne proclamato Imperatore Avito (cfr. su tutto ciò il non molto noto studio di G. Tamassia, Egidio e Siagrio, Contribuzione alla storia della costituzione politica della Gallia nel secolo V, Roma-Torino-Firenze 1886, passim); e l’Italia Superiore, i cui interessi trovavano un appoggio in questo Imperatore filo-provinciale, gli fu favorevole fino all’ultimo: quando, nell’autunno del 456, Avito venne dichiarato decaduto dal Senato di Roma (dove lo si accusava di aggravare, con la presenza delle sue truppe gallo-barbariche, la già difficile situazione annonaria), nel suo viaggio di ritorno in Gallia per la Via Flaminia e VAemilia egli non incontrò alcuna resistenza fino a Piacenza, dove si scontrò poi con Maio- riano e Ricimero (cfr. Iohan. Ant., fr. 202, F.H.G., IV, ed. C. Müller, Paris 1885, pag. 616; Paul. Diac., Hist. Rom. XV, 1, pag. 208; Chron. Gall. a. DXI cit., pag. 664, nr. 628; Gabotto, St. dell’It. Occ. cit., I, 1, pagg. 237-307); sconfìtto, ebbe al momento salva la vita accettando di divenire Vescovo di Piacenza (cfr. Stein, o.c. I, pag. 550 = ed. fr. pag. 372). Maioriano regnava di fatto in Occidente da circa un anno (sulla com¬ plessa questione cfr. L. I^assili, Nota cronologica intorno all’elezione di Maggioriano, Riv. di Filol. LXIV [1936], pagg. 163-169) quando si diede a preparare la spedizione contro i Vandali, prendendo probabil¬ mente come base la riviera ligure (cfr. Proc., De bell. Vand. I, 7; il racconto di Procopio è molto romanzesco [cfr. Courtois, Les Vandales cit., pag. 199], ma è tuttavia credibile che questo elemento sia esatto, dal momento che Maioriano, con il suo esercito di mercenari barbari, mosse poi contro i Vandali per terra attraverso Gallia e Spagna, dovendo reprimere per via la rivolta delle popolazioni galliche: cfr. Priscus, fr. 27, F.H.G. IV, pag. 103; Iohan.Ant. fr. 203, Ibid. pag. 616; Sid.Apoll. Carm. V, vv. 441-442, 470-479, 573 sgg. e passim; Id., Ep. I, 11 ; L. Can¬ tarelli, L’imperatore Maioriano, Arch, della R. Soc. Rom. di St. Patria VI [1883], pagg. 261-301; L. Vassili, La strategia di Maggioriano nella spedizione gallico-vandalica, Riv. di Filol. LXIV [1936], pagg. 296-299). La preparazione di questa spedizione e il con centramento delle truppe
Note komplementäri 543 dovette pertanto rappresentare un onere assai grave per le province italiche, alle quali — già a partire dal 458 — l’Imperatore avvertì la necessità di condonare tutti i debiti fiscali arretrati (cfr. Nov. Maior. II, indirizzata da Ravenna al ppo. Italiae Basilio: ...Et idcirco... lege sancimus universorum fiscalium titulorum vel ad arcam magnificen¬ tiae tuae vel ad utrumque aerarium pertinentium reliqua usque &d praesentis undecimae indictionis initium a possessoribus non pe¬ tenda: quae sub generalis indulgentiae beneficio relaxamus obnoxiis...). L’impresa si risolse poi in un fallimento, e nel 461 Maioriano venne ucciso ad opera di Ricimero presso Dertona, mentre dalle Gallie si stava dirigendo verso Roma (cfr. Iohan. Ant. fr. 203 cit.; Chron. Gall, a DXI cit., pag. 664, nr. 635). Non erano trascorsi tre anni (464), quando orde di Alani, dopo avere depredato la Gallia, entrarono in Italia dalla Rezia: ma ven¬ nero tosto battute da Ricimero presso Bergamo (cfr. Cass., Chron. 1293, pag. 158). Successivamente, il regno dell’Imperatore Antemio segnò un enorme sforzo contributivo per tutta Italia (e quella Settentrionale in particolare), allorché si trattò di finanziare una nuova spedizione con¬ tro i Vandali, destinata peraltro a concludersi in un altro disastro f46S d.C.i: secondo Prisco (fr. 42, F. H. G. IV, pag. 110) e Procopio (De bell. Yand. I, 6) la massa aurea profusa nell’impresa fu allora di 130.000 libbre d’oro (9.360.000 solidi); Niceforo parla invece di 120.000 libbre (8.640.000 solidi: cfr. Nie. Call. Xantitop. II. E. XV, 27, P. G. 147, coll. 77-78); si trattava comunque di una somma enorme, pari a quello che poteva essere il bilancio annuale di tutto l’Impero (cfr. pag. 446, n. 598), e una gran parte di essa venne fornita dalla Pars Orientis (cfr. Stein, o.c. I, pag. 531 = ed. fr. pag. 359; secondo il Courtois — Les Van¬ dales cit., pagg. 201 sgg. — le fonti bizantine del VI secolo avrebbero esagerato la cifra ad arte, per rendere più splendida la successiva vit¬ toria di Giustiniano). Nel 471-472, nel corso del conflitto armato fra Antemio e Ricimero, mentre quest’ultimo assediava Roma in preda alla fame e all’epidemia, eserciti di Burgundi e di altri barbari passarono dalla Gallia nel¬ l’Italia Settentrionale, diretti verso sud per dare man forte a Ricimero. Nel 472 divenne Augusto Glicerio, di famiglia probabilmente ligure (cfr. Ennod., Vita Ep. 79-80, pag. 94); nel 473 questi ottenne (sembra al prezzo di 2.000 libbre d’oro: cfr. U. Bansa, Moneta Mediolanensis [352-498], Venezia 1949, pag. 289) la diversione verso le Gallie degli Ostrogoti guidati da Vidimerò, i quali attraversarono da amici l’Italia Settentrionale, provenendo dal Norico (cfr. Iordan., Get. 52; Paul. Diac., Hist. Rom. XV, 12, pag. 212). Vinto Glicerio da Giulio Nepote (e confinato in Dalmazia quale Vescovo di Salona), vinto a sua volta Giulio Nepote da Oreste che gli fece subentrare Romolo, le agitazioni dei foederati, che esigevano da Oreste un terzo delle terre in luogo del terzo dei redditi pagato dai proprietari alle casse militari (cfr. Proc., De bell. Goth. I, 1), si risol¬ sero nell’Italia Settentrionale: Pavia venne saccheggiata e messa a fuoco (ed Epifanio impetrò ed ottenne poi da Odoacre la vacatio tri-
544 Econom ia e società nell'« Italia Annonaria » batorum fiscalium per cinque anni); Oreste, clie era riuscito a fuggire a Piacenza, venne quivi ucciso nell’estate del 476 (cfr. Ennod., Vita Ep. 95-106, pagg. 96-97). La trasformazione tributaria operata da Odoacre — che finiva con l’ovviare a prestazioni ancora più gravose, e che comunque doveva riguardare regioni piuttosto limitate e un ristretto numero di proprie¬ tari — non sembra che sollevasse eccessivo malcontento fra le popola¬ zioni (cfr. Gabotto, St. dell’It. Occ. cit. I, 1, cap. VII, pagg. 309-358). Maggiore sdegno suscitarono invece gli abusi del ppo. Pelagius nella pratica della coemptio (per cui cfr. Ennod., Vita Ep. 107, pag. 97, cit., a pag. 233, n. 80). Le uniche vicende militari che in questi anni po¬ terono influire negativamente sulla vita economica cisalpina, prima della campagna teodericiana di conquista, furono le spedizioni (peral¬ tro vittoriose) contro i Rugi nel Norico, per cui le Venezie in partico¬ lare dovettero probabilmente fornire annone e ospitalità alle truppe di passaggio. Nel 489 Teoderico calò in Italia dalla Moesia Superior, superando vittoriosamente l’Isonzo e l’Adige. Sembra che le città delle Venetiae e della Liguria gli riserbassero in generale una buona accoglienza, tranne, forse, Cremona (cfr. Gabotto, St. dell’It. Occ. cit. I, 1, pagg. 340 sgg.). Ad un certo punto la popolazione dei Goti, incredibilmente ad¬ densata in Ticinum (cfr. Ennod., Vita Ep. 111-112, pag. 98) venne asse¬ diata dagli eserciti di Odoacre; ma ben presto dalle Gallie i Visigoti intervennero in favore di Teoderico; Odoacre fu vinto all’Adda (490), e poi assediato lungamente in Ravenna (dove veniva probabilmente soc¬ corso per via marittima dai Bizantini, che non vedevano di buon occhio l’eccessivo potere di Teoderico). In queste medesime circostanze, pare fosse la Corte di Bisanzio ad appoggiare anche l’intervento nelle cose d’Italia dei Burgundi, che nel 493 entrarono nell’Italia Occidentale al comando del loro re Gundubado; sulle desolanti conseguenze di que- st’ultima campagna per la Liguria, cfr. pagg. 276 sgg., e Gabotto, o.c., I, 1, pagg. 354 sgg. /) TEORIE VECCHIE E NUOVE SUL PREZZO DELL’ORO NEL¬ L’EDITTO DI DIOCLEZIANO: Gli aspetti economici dell’Editto di Diocleziano sfuggono a una valutazione precisa, data l’incertezza che regna nell’interpretazione di alcune sue cifre-chiave. Quasi tutti gli studiosi sono d’accordo nell’accettare la seguente lettura del testo greco del frammento di Elateia, in riferimento al prezzo in denarii di una libbra d’oro: χρυσου βρύζης έν ρηγλίοις ή èv όλοκοττίνοις Λ ε α den. Μ (Edictum XXX, 1 a, pagg. 412-413 ed. Graser; cfr. pure Momm¬ sen, Das Diocletianische Edict cit., pagg. 323-340 e partie. 331 sgg.; Bü¬ cher, Die Diokletianische Taxordnung cit., pagg. 193 sgg.; L. Ce¬ sano, V. «Denarius», Diz. Ep. II, 2, pagg. 1623-1671 e partie. 1636;
Noie complementari 545 Id. Il denarius e la usura nel tempo costantiniano, Rendic. della R, Acc. dei Lincei, Cl. Sc. Mor. Stor. e Filol., ser. V, XVII [1908], pagg. 237-257; Mickwitz, Geld und Wirtschaft eit.; L. C. West, The Roman Gold Standard and the Ancient Sources, Am. Journ. of Philol. LXII (1942), pagg. 289-301; Jones, Inflation eit., pag. 299, n. 5; Blümner, Der Maximaltarif eit., pagg. 48 e 177 ; etc.). Ni è tuttavia chi congettura che nell’ultima cifra della riga, mutila sulla pietra, debba leggersi a invece di e : sicché il prezzo di una libbra d’oro sarebbe toon già di 50.000 denarii, bensì di 10.000 (cfr. H. Mattingly, The Monetary Systems of the Roman Empire from Diocletian to Theodosius I, Num. Chron. VI [1946], 6 pagg. 111-120, e partie. 113). Questa ipotesi sembra però da scartare senz’altro, poiché non soltanto il valore di 10.000 de¬ narii, ma anche quello di 50.000 appare inspiegabilmente basso sia ri¬ spetto al prezzo di altre merci ricordate dall’Editto (per es. il frumento), sia rispetto a quello dello stesso oro, reso noto da altre fonti per i primi anni del secolo IV (100.000 denarii per libbra d’oro è il cambio fissato dallo Stato in P. Oxy. 2106, databile all’ultima parte del regno di Diocleziano [293-305], o al periodo immediatamente seguente [305-308], o airultima fase del regno di Licinio [317-324]: cfr. Jones, Inflation cit.. pag. 301. n. 2; 124.920-149.904 denarii circa vengono pagati per una libbra d’oro al libero mercato, secondo la testimonianza di un altro papiro del 307, P.S.I. 310; cfr. Bolin, o.c., pagg. 324 sg). Vi è anche chi ha ritenuto che la cifra di 50.000 denarii data dall’Editto debba essere un errore del lapicida, e vada pertanto corretta in quella, più ragio¬ nevole, di 60.000 denarii (=M.: cfr. West, The Coinage of Diocletian cit.). A seconda che si accetti l’una o l’altra di queste teorie e, sulla loro base, si passi poi a calcolare in oro i prezzi delle altre res venàles riportate nell’Editto, si ottengono, naturalmente, risultati alquanto di¬ vergenti e, di conseguenza, divergenti interpretazioni sul significato economico del calmiere. Il quale, é fuori dubbio, fu concepito con lo scopo di frenare le speculazioni e limitare la salita dei prezzi en¬ tro un certo limite (cfr. il proemio dell’Editto stesso, parzialmente cit. a pag. 97, n. 254, e Lact., De mort. pers. VII, 6-7) Mentre, tutta¬ via, il Bücher (o.c.), e con lui molti altri studiosi, avevano attri¬ buito il vertiginoso rincaro denunciato da Diocleziano agli effetti della progressiva svalutazione del denario dall’inizio dell’Impero in avanti (1 denario, che al tempo di Augusto valeva 1/1.000 di libbra d’oro, nel 301 era calato a 1/50.000 di libbra e forse meno), il Mickwitz arrivò per parte sua a escludere senz’altro che la monetazione fosse allora svalutata al punto da rendere necessario l’intervento sta¬ tale nella regolazione dei prezzi (o.c., pagg. 71 sgg.). Ed anche il Bolin, nel suo studio più recente (State & Currency cit., cap. XII, «Diocle¬ tian’s Monetary Policy and Price Edict », pagg. 291-333, e partie. 314-316), ha dimostrato come — essendo il rapporto di valore fra argento e rame rimasto di 100 :1 per tutta l’età imperiale — anche il superficiale bagno d’argento, con cui venivano trattati folles e antoniniani alla fine del III secolo (3-4 % circa) fosse sufficiente per assicurare loro un valore 35. L. Ruggini
546 Economia c società nell' « Italia A nnonaria » metallico intrinseco quadruplo del loro peso in rame, e perciò abba¬ stanza vicino a quello nominale prefissato dallo Stato (la salita dei prezzi attribuibile alla svalutazione del denario, sempre secondo i cal¬ coli del Bolin, non doveva dunque superare la misura del 40 % ; l’E¬ ditto, invece, denunciava un rincaro generale da 4 a 8 volte tanto e anche più: cfr. Ed., Introd., pag. 314: ... non per vicos modo aut per oppida sed in omni itinere animo sectionis occurrere pretia venalium rerum non quadruplo aut octuplo ita extorquere ut nomina estimonis et facti explicare humanae linguae ratio non possit,..). Quanto al Mickwitz, egli — sulla base della corrispondenza, generalmente accet¬ tata, di 1 libbra d’AU = 50.000 denarii — passa quindi a calcolare in oro i prezzi dell’Editto, e riscontra in essi un forte rialzo rispetto a quelli, pure in oro, altrimenti noti; ritiene, perciò, che i prezzi del calmiere dioclezianeo fossero programmaticamente più sostenuti di quelli correnti, per indicare un maximum che non poteva, in ogni caso, venire superato: se questa interpretazione cogliesse nel segno, ne riuscirebbe fortemente limitata l’importanza dell’Editto, che avrebbe avuto il solo scopo di porre un argine alle speculazioni più immoderate. Una soluzione del tutto opposta è quella elaborata dal Bolin (o.c.. Le.). Finora — egli dice — parlando dei prezzi in denarii contenuti nell’Editto si è sempre ritenuto che, nella pratica, tali somme doves¬ sero venire pagate dagli acquirenti in pezzi di rame argentato da 5 de¬ narii (che il Bolin identifica con i' folles messi per la prima volta in circolazione da Diocleziano nel 295; il denario in quanto tale, per¬ tanto, ora ormai divenuto una unità di conto puramente teorica); i folles, grazie alla loro argentatura, risultavano svalutati soltanto di poco rispetto al loro valore intrinseco (secondo i calcoli del Bolin, ad es., sarebbero occorsi 7 folles per dare un valore metallico equivalente a un cosiddetto argenteus dioclezianeo, che era 1/96 di libbra in ar¬ gento puro; mentre lo Stato, a quanto pare, fissava il cambio nella misura di 1 argenteus = 5 folles; ciò che denota una certa, ma non vistosa, sopravvalutazione delle monete di rame argentato: cfr. Bolin, o.c., pagg. 304-305; del resto, come nota il Grierson nella sua recensione all’opera del Bolin [J.R.S. L, 1960, pagg. 266-268], quasi sempre il va¬ lore metallico delle monete fu inferiore a quello fiduciario loro attri¬ buito dallo Stato, che doveva rifondersi delle spese e, anche, guadagnarci, dal momento che il battere moneta non veniva allora concepito come un semplice e disinteressato servigio di pubblica utilità). Ora il Bolin suppone che i prezzi in denarii dell’Editto debbano ritenersi pagati nel nuovo numerario eneo emesso nel 295 da Diocleziano, e cioè nei pezzi da 2 denarii in rame puro corrispondenti per peso e formato agli an¬ tichi antoniniani, ma del tutto sprovvisti di quell’argentatura che, in codesti, ne aveva quadruplicato il valore metallico rispetto al peso. Sarebbe stata per l’appunto l’introduzione di questa nuova moneta a corso forzoso, svalutata di circa quattro volte rispetto agli antoniniani correnti, che a partire dal 295 (o dal 294, secondo C. H. Y. Sutherland, Diocletian’s Reform of the Coinage: A Chronological Note, J.R.S. XLY [1955], pagg. 116-118), avrebbe provocato quel quadruplicarsi e oltre
Xote complementari 547 dei prezzi lamentato dall’Editto; anche Lattanzio, nell’attribuire la im¬ mensam caritatem alle variae iniquitates dell’Imperatore, avrebbe inteso alludere a questo aspetto della riforma monetaria dioclezianea (cfr. Lact., De mort. pcrs. VII, 0; sulla politica economico-finanziaria di Diocleziano, cfr. in generale ad es. K. Pfister, Der Untergang der antiken Welt, Leipzig 1943, pagg. 222-224). La finalità principale dell’Editto sarebbe stata dunque quella di proteggere il valore d’acquisto del nuovo doppio denario, sia pure a spese dell’oro; e con tale intento il prezzo massimo di una libbra d’oro sarebbe stato fissato al tasso esageratamente ridotto di 50.000 denarii (mentre, secondo il rapporto dei rispettivi valori metallici, il Bolin cal¬ cola eh’esso avrebbe dovuto essere di circa 250.000-300.000 denarii, in pezzi da due denarii). Se questo cambio forzoso fosse riuscito a imporsi in luogo di fallire, come invece fallì, esso avrebbe dovuto far precipi¬ tare anche il livello dei prezzi delle altre merci. Tali prezzi comunque (e questo è il punto più nuovo della costruzione del Bolin) non sareb¬ bero stati calcolati nell’Editto in base all’assunto — finora dato per scontato — che il prezzo massimo dell’oro (eccezionalmente fissato dal calmiere in misura di gran lunga inferiore alla somma di denarii equi¬ valente a una libbra d’oro per valore intrinseco) dovesse rappresentare il valore relativo delle monete nei diversi metalli, bensì tenendo conto del cambio dell’oro allora corrente sul mercato. Noi sappiamo in pro¬ posito da fonti contemporanee che esso, benché fluttuante come il costo di qualsiasi altra merce, era allora di gran lunga superiore ai 50.000 de¬ narii per libbra (100.000 denarii nel 307, secondo il cambio ufficiale; 125.000 -150.000 circa al libero mercato, come abbiamo veduto sopra). Provando ora a calcolare in oro i prezzi dell’Editto sulla base di questa equi¬ valenza più ragionevole (100.000-150.000 denarii), non si ottengono più tariffe superiori, ma all’incirca uguali, o leggermente inferiori, a quelle fornite dalle altre fonti (esse risulterebbero addirittura inferiori di un terzo e della metà rispetto ai prezzi correnti, se si adottasse il cambio di 1 libbra d’oro a 250.000-300.000 denarii, quanti cioè ne sareb¬ bero occorsi in monete di doppi denarii per raggiungere la corrispon¬ denza dei rispettivi valori metallici). È interessante notare come fin dal 1928 il Segrè, trovando inammissibile il prezzo di 1 libbra d’oro a 50.000 denarii, secondo la classica interpretazione del Mommsen del fram¬ mento di Elateia, avesse adottato, per l’età dioclezianea, un cambio assai vicino a quello proposto dal Bolin (1 libbra d’oro = 120.000 denarii circa), ed avesse cercato perciò di interpretare il tanto controverso passo dell’Editto come riferentesi non già ai prezzi dell’oro, bensì alle mer¬ cedi degli operai che lavoravano l’oro (leggendo 10.000 in luogo di 50.000: cfr. Segrè, Metrologia cit., pagg. 437-443); nelY Addenda et Cor¬ rigenda, tuttavia, egli aveva ritrattato ogni cosa, accettando la lettura tradizionale: 1 libbra d’oro = 50.000 denarii (cfr. o.c., pag. 535). Date queste premesse, si inferisce che il calmiere dioclezianeo — di fronte al rincaro di ogni merce nell’ultimo quinquennio, seguito alla messa in circolazione dei nuovi doppi denarii a valore altamente no¬ minale — avrebbe ingenuamente tentato di reagire da un lato raffor¬
548 Economìa c società nell'« Italia Annonaria » zando ancor più la sopravvalutazione già in atto di questi doppi de¬ narii in rapporto all’oro, e dall’altra imponendo che nelle compra-vendite non venisse mai superato il livello medio dei prezzi di mercato (fissati, tuttavia, con tendenza piuttosto depressiva). La teoria del Bolin, esposta con grande sottigliezza, appare al¬ quanto suggestiva, benché il suo svolgimento sia, in taluni passaggi, costretto a qualche forzatura: sembra, in particolare, doversi conside¬ rare con estrema cautela la precisa equivalenza (scelta con una certa arbitrarietà) di 1 libbra d’AU = 100.000 denarii, che il Bolin propone di adottare nella trasposizione in oro di tutti i prezzi elencati dall’Editto di Diocleziano, e che porta, ovviamente, a risultati divergenti da quelli tradizionali. Fatte queste riserve (vd. più in generale anche la recen¬ sione di T. Pekary, Historia IX [1960], pagg. 380-383), occorre però dire che tali risultati, per l’appunto, riescono nell’insieme persuasivi, e che. pertanto, essi sono stati da noi preferiti agli altri nel corso del presente lavoro. g) LA RIORGANIZZAZIONE DELLA FLOTTA TEODERICIANA NEL 525-526: Nel 525-526, con finalità militari, ma anche per facilitare tanto le forniture annonarie quanto le altre evectiones di Stato, il Governo ostro¬ goto iniziò un potente sforzo di riorganizzazione della sua flotta marit¬ tima e fluviale. Grande doveva infatti essere stata l’impressione susci¬ tata dall’impotenza navale gota di fronte ai Vandali, durante i gravi eventi del 523 (per cui cfr. Proc., De bell. T7and. I, 9: ... έπεί άδύνατος [sogg. Teoderico] ένόμισεν είναι στόλω μεγάλω ές Λιβύην στρατεΰσαι...; in ge¬ nerale, cfr. Ν.Η. Baynes, Μ. Pirenne and the Unity of the Mediterranean World, J.R.S. XIX [1929], pagg. 230-235 = Byzantine Studies, pagg. 309- 316; G. Mick Witz, Der Verkehr auf dem westlichen Mittelmeer um 600 n. Ohr., Wirtschaft und Kultur, Festschrift A. Dopscli, Leipzig 1938, pagg. 74-83; W.H.C. Frend, North Africa and Europe in the Early Middle Ages, Trans, of the Royal Hist. Soc. V [1955], pagg. 61-80; F. Giunta, I Vandali e la Romania, Kokalos II [1956], pagg. 20-36; etc.). In un primo tempo (Cass., Var. V, 16 [525-526], Abundantio ppo.) Teoderico ordina dunque quanto segue: ...Cum nostrum igitur ani¬ mum frequens cura pulsaret naves Italiam non liabere, ...decrevimus mille interim dromones fabricandos assumere, qui et frumenta publica possint convehere et adversis navibus, si necesse fuerit, obviare... (sembra che, fin dal IV secolo, si usassero le medesime navi indifferentemente per trasporto e per guerra: cfr. Claudian., De cons. Stil. I, vv. 307-308: ...classes / quae fruges aut bella ferant..., secondo l’interpretazione del Courtois, Les Vandales cit., pagg. 206-207). L’epi¬ stola prosegue quindi impartendo istruzioni sul materiale costruttivo, da procurarsi presso i domini provinciali a titolo di taxatio, con un competenti pretio di risarcimento (...et sicubi cupressos aut pinos reppe-
Note com piemen tari 549 reris in vicinitate lit oris, dato competenti pretio dominis consulatur. Haec enim tantum sunt quae ad taxationem vocentur...). Occorreva inoltre prov¬ vedere i nautae da assegnare alle navi in costruzione: esclusi i pescatori delle coste — che già esercitavano una professione utile alla comunità — Teoderico dispone perciò Parruolamento di un certo numero di marinai, reclutandoli tanto fra i liberi quanto fra i servi (in quest’ultimo caso egli ordina che vengano affittati ai loro padroni, oppure comprati a spese del fisco per una somma ragionevole: ...aut conducat cum classibus servi¬ turum aut, si hoc ipse magis elegerit, accepto pretio rationabili publico cedat sua iura dominii...). Ciascun nauta sarebbe stato compensato con un’annona competente e un donativo di 5 solidi, dei quali 2 o 3 (pro hominum qualitate, a seconda cioè che si trattasse di uomini liberi oppure di individui legati al padrone da un vincolo di soggezione) sarebbero stati versati subito alla recluta come caparra (arrarum nomine): Si vero libertate gaudet electus, quinos solidos donativum et annonam se noverit accipere competentem. Eo modo et illi tractandi sunt qui a suis dominis exuuntur, quando libertatis est servire rectori (frequenter enim laborum patientes existant, quibus districti domini colla presserunt...). I 5 solidi, fissati da Teoderico quale compenso dei nautae in sovrappiù delle an¬ none, appaiono elargiti a titolo di donativum (che solitamente, dice Cas- siodoro, veniva distribuito die calendarum Ianuarium, et natali princi- pum, et urbium regiarum : cfr. Cass., Il ist. E cd. Trip. VI, 30, pagg. 349- 350, C.S.E.L. 71, ed. W. Jacob - R. Hanslik, Wien 1952). Questo dona¬ timim, benché appaia suddiviso « a rate » e abbia le caratteristiche di uno stipendio vero e proprio, più che alla paga di questo nome, elargita annualmente alle truppe barbare da Teoderico (e probabil¬ mente già da Odoacre) con i proventi delle tertiae, si ricollega alla gratifica quinquennale già in uso sotto gli Imperatori, e il cui ammon¬ tare, dal IV secolo all’età bizantina, rimase sempre fìsso per l’appunto a 5 solidi (sul donativo annuale alle truppe barbare, cfr. Hartmann, Gesch. Italiens cit., I, 2, pagg. 93 e 125 n. 7; Stein, o.c. ΓΙ, pag. 42 n. 3: sul donativo quinquennale di 5 solidi alle truppe, cfr. Proc., A need-. 24, 27-29; [Const. Porph.] De Caerini. 412, 425, 430, 432, C.S.H.B. 6-7, Bonn 1829Ί830, ed. Reiske; il donativo in occasione dell’avvento di un nuovo Imperatore era, talora, superiore a questa cifra [5 solidi e una libbra d’argento nel 457, 473, 491 e 518, nella Pars Orientis; 9 solidi nel 578, al¬ l’avvento di Tiberio Costantino]: cfr. v. «Donativum» [O. Fiebiger], P.W. 5, coll. 1542-1545; Stein, o.c. I, pag. 89 [= cd fr. pagg. 61-62] e II, pag. 426, n. 1, con fonti ivi citt.). Cinque solidi r apresenta no 1/14 e mezzo circa di libbra d’oro (cioè il prezzo, a quest’epoca, di 125 modii di frumento a 25 modii il solido, quanti ne sarebbero bastati al lauto man¬ tenimento di due persone per un anno intero: vd. pag. 295), ad essi va aggiunto il valore in oro delle competenze in natura, probabilmente pari a qualcosa come 4-5 solidi (nel 445 la Nov. Val. XIII aveva a derato a 4 solidi l’annona annuale di un soldato; sotto Giustiniano, Vannona di un soldato ammonterà a 5 solidi: cfr. C.I. I, 27, 1, 22 sgg.; 2, 20 sgg.; Segrè, Essays cit., pagg. 405-416 e partie. 409): la retribuzione complessiva dei
550 Economia e società nell’« Italia Annonaria » nautae, conteggiata in oro, risulta dunque pari a 9 solidi (1/8 di libbra d’oro) e corrisponde a circa la metà del compenso di un soldato semplice nel IT see. d.C. (che era stato di 302 denarii = 12 aurei = 4/15 di libbra d’oro, secondo i calcoli del Jones, Roman Inflation cit., pagg. 5-8). Se¬ condo il Jones, per l’appunto, gli stipendi in oro dei militari sarebbero andati via via diminuendo dal III secolo in avanti, riducendosi, nel IY secolo, a 2/3 circa del valore aureo di quelli del II secolo, senza più ri¬ tornare al livello antico nemmeno dopo gli aumenti giustinianei delle pa¬ ghe: i nostri calcoli per l’epoca ostrogota, anche se malsicuri, si accor¬ dano tuttavia perfettamente con quanto il Jones ha sostenuto, poiché, se i compensi stabiliti da Teoderico per una delle categorie più basse degli addetti ai pubblici servizi ammontavano a circa la metà o a un terzo degli stipendi militari del II secolo, è evidente che quelli dei soldati veri e propri dovevano essere in certa misura più elevati. Il numero, invero enorme, dei dromones commissionati nel 525-526 (1.000!) induce a dubitare della cifra, oppure (forse più verosimilmente, dal momento che queste imbarcazioni erano in gran parte destinate alla navigazione fluvio-lagunare) dell’effettiva entità dei dromones stessi (pro¬ priamente = triremi); si tratta comunque soltanto di un programma (ciò che spiega meglio la cifra tonda adottata), che non sappiamo in qual misura venisse poi effettivamente realizzato. Che tuttavia realizzato fosse, almeno in parte, sembra provato dall’epistola successiva, ove Teoderico ordina di armare di vele le carene già pronte delle navi e di raccogliere la flotta apprestata nel porto di Ravenna entro il 13 giugno (l’epistola è datata dal .Mommsen al 523-526, ma è senz’altro posteriore — a di¬ stanza almeno di qualche mese — alla lettera V, 16 del 525-526 testé ci¬ tata): cfr. Cass., Var. Y, 17 (526, prima del 13 giugno) Abundantio ppo. Theodericus rex, in cui il sovrano si congratula inoltre per le navi par¬ zialmente approntate ex Italiae litoribus prima del previsto: Alacriter incumbendum est incohatis, eum iam vicinitas perfectionis arriserit... D udum igitur magnitudini vestrae ex Italiae litoribus officia tussi¬ mus praeparare nautarum (cfr. appunto Var. Y, 16 sopracit.), ut dro¬ mones, quos industria fabricare valuisset, manus remigum provisa su¬ sciperet. ...Renuntias ilico completum, quod vix credi poterat incohatum... obtulisti oculis nostris subito classeam silvam, domos aquatiles... Quod... et congruum probatur esse c o m meretis, ut, qui peregrinas classes optabamus aspicere, nunc mittamus aliis provinciis... Non habet quod nobis Graecus (= i Bizantini) imputet aut Afer (= i Yandali) insul¬ tet... Nunc praedictis rebus armamenta procurate, vela praecipue... Atque &mdeo, divino nobis auxilio suffragante cuius virtutis est hominum vota perficere, proximo die iduum Iuniarum ad urbem Ravennatem congrega¬ tio navium cuncta conveniat... Nella medesima epistola Teoderico ordina infine ulteriori costruzioni di dromones ; è dunque probabile che il fa¬ tidico numero di 1.000 triremi non fosse ancora stato raggiunto. A questa ulteriore costruzione di dromones nel 526 si riferiscono le tre lettere successive, Y, 18, 19 e 20. Con la prima (datata generica¬ mente dal Mommsen al 523-526) Teoderico incarica il v.i. Comes Patri-
Note complementari 551 monti Vvilia di procurare nuovo materiale costruttivo e navigandi ar¬ tifices dalle proprietà rege lungo il corso del Po, e di far pervenire il tutto a Ravenna entro il 13 giugno. Nelle due ultime epistole il so¬ vrano divide fra due sadones il compito di procurare concretamente quanto prima aveva ordinato in linea di massima al ppo. Abundantius e al Comes Patrimonii Vvilia: la lettera V, 19 (sempre datata dal Mommsen al 523-526, ma certo del 526, prima del 13 giugno), riferendosi chiaramente agli ordini precedentemente impartiti in Far. V, 17 e 18, ordina al saio Gudinandus di recarsi sui luoghi in questione, e di portare a Ravenna un certo numero di nautae dalle proprietà private e imperiali entro il 13 giugno: Atque ideo ordinatione magnificorum, virorum Abundantii praefecti praetorio atque Vviliae comitis patri¬ monii ad illam provinciam (= Liguria? Venezie?) te iubemus excurrere, ut tam de domo regia quam in locis aliis habitantes secundum priora praecepta provisos nautas ad urbem Ravennatem die iduum Iuniarum deo auxiliante festinare compellas... L’epistola Y, 20 (pure datata dal Mommsen al 523-526, ma certo del 526), ancora riferendosi agli ordini impartiti ad Abundantius e a Vvilia (Far. Y, 17 e 18 citt.), ordina al saio Aliulftis di procurare il legno necessario alla costruzione dei dro¬ mones nelle proprietà della domus regia e in quelle private (senza danno dei proprietari di queste ultime, che dovevano fornire solo la quantità di materiale esigibile come taxatio, a nome del fìsco): per un concetto analogo, cfr. già Far. Y, 18 e 19. La flotta che Teoderico aveva così cominciato a riorganizzare non dovette però mai raggiungere quel grado di efficienza che il Sovrano aveva sperato: e ciò può attribuirsi in parte alla morte improvvisa di Teoderico stesso. Comunque, benché la costruzione delle navi fosse stata iniziata in vista, sì, d’imminenti esigenze belliche (cfr. L. Schmidt, Geschichte der Wandalen, Leipzig 1901, pagg. 121-123 e 173-174; F. Mar- troye, L’Occident à l’époque byzantine: Goths et Vandales, Paris 1904, pag. 214; Yasiliev, Justin the First cit., pagg. 330-336), ma anche per il trasporto di specie fiscali (cfr. Cass., Far. Y, 16 e 17 sopracitt.), an¬ cora nel 537-538 lo Stato era costretto a ricorrere alle liturgie dei pro¬ prietari di navi e di barche veneti per far giungere l’annona dall’Istria a Ravenna (cfr. Far. XII, 24 cit. a pagg. 345-346). Un giustificato scet¬ ticismo circa il successo dell’iniziativa teodericiana di riorganizzazione navale è espresso da ultimo anche dal Cessi, in P. Marinotti, G. Zille, R. Battaglia, R. Cessi, G. Brusin, Storia di Venezia I, Venezia 1957, pagg. 341-343 (Parte III, pagg. 179-402, «Da Roma a Bisanzio»); in generale, cfr. pure Ch. Courtois, Les politiques navales de l’Empire Romain, Rev: Hist. CLXXXVI (1939), pagg. 17-47 e 225-259; C. G. Starr, The Roman Imperial Navy, 31 b.C. - a.D. 324, New York 1941, pag. 198 e passim (decadenza della flotta romana in Italia sin dalla seconda metà del IY secolo, e poi nel Y); M. Vocino, La nave nel tempo, Milano 1942 (da usarsi con più di una riserva); G. Gigli, La flotta e la difesa del Basso Impero, Atti della Acc. Naz. dei Lincei CCCXLY (1948), ser. Vili,
Economia c società nell·'« Italia Annonaria » Memorie (Cl. Sc. Mor., Stor. e Filol.) I, pagg. 3-43; A.R. Lewis, Naval Power and Trade in the Mediterranean A. D. 500-1100, Princeton 1951; Jaffè, Thompson, etc., A History of Technology cit., II (Oxford 1956), pagg. 563-588 (T.O. Lethbridge); H. Bibicou, Problèmes de la marine byzantine, Annales (E.S.C.), XIII (1958), pagg. 327-338; etc. h) ELENCO DELLE ATTIVITÀ ARTIGIANALI E COMMERCIALI CONTROLLATE DALLO STATO DURANTE L’ETÀ GOTICA: Lo Stato aveva il controllo, come già gli Imperatori del IV e V se¬ colo, sulla fabbricazione della porpora, la cui lavorazione in Italia era concentrata allora a Hydrus (= Otranto), nel basso Adriatico (cfr. Cass., Var. I, 2 [507-511], Theoni v.s. Theodericus rex, ove si descrive minutamente tutto il processo di lavorazione delle sacrae vestes; più tardi Paolo Diacono — Hist. Lang. II, 21 — ancora menziona Ydrontum come città satis opulenta e apta mercimoniis; nel IV-V secolo, invece, il centro adriatico più importante per l’industria della porpora era stato Cissa, alle foci del Timavo; sulla tecnica di tintura con la porpora, cfr. Ambr. Apol. David 45). Sulla lavorazione della porpora in generale, cfr. P. Amati, Libellus de restitutione purpurarum, Lucca 1781, riedito in 3a ed. a Cesena, 1784; sul monopolio della porpora da parte del- Plmpero Bizantino, cfr. Formai classica monografia di R. S. Lopez, Silk Industry in the Byzantine Empire, Speculum XX (1945), pagg. 1-49. In epoca gotica lo Stato esercitava inoltre il controllo sulle figu- linae (cfr. Cass., Var. II, 23 [507-511], Ampelio, Despotio et Theodulo vvv. sss. Theodericus rex), sulle fabbriche di quadrati lapides (per quella di Faenza, cfr. Cass., Var. V, 8 [523-526], Anastasio consulari Theodericus rex; cfr. pure Var. II, 7 [507-511]), sulle miniere di ferro (per le ferrariae di Dalmazia, cfr. Cass., Var. Ili, 25 [510-511], Simeonio v. c. Corniti Theo¬ dericus rex), sulle miniere d’oro (per le aurifodinae, cfr. Cass., Var. IX, 3 [527] Bergantino v. i. Corniti patrimoni Athalaricus rex), sulle fafr briche di armi (cfr. Cass., Var. VII, 18, Formula de armifactoribus e Var. VII, 19, Formula ad ppo. de armif actoribus), sulle fabbriche di arche (cfr. Cass., Var. Ili, 19 [507-511], Commonitorium, Danieli Theo¬ dericus rex, da cui risulta che la grande richiesta di sarcofagi in Ra¬ venna — di molto superiore alla locale produzione — aveva fatto sì che anche in questo campo di fabbricazione artigianale i prezzi delle arcae costruite dai marmorarii del Sacro Palazzo salissero alle stelle; sui sar¬ cofagi ravennati e sulla grande tradizione della scuola locale dal V al IX secolo, cfr. da ultimo G. De Francovich, I primi sarcofagi cristiani di Ravenna, Corsi di cultura sull’arte ravennate e bizantina II, 2, Ravenna 31 marzo-13 aprile 1957, pagg. 17-46; Id., Studi sulla Scultura Ravennate, I: I sarcofagi, Felix Ravenna ser. Ill, LXXVII-LXXVIII [1958], fase, 26-27, pagg. 5-172 e LXXIX [1959], fase, 28, pag. 5-175; G. Gerke, La seul·
Not e coni piemen lari 553 tura ravennate, Corsi di cult, sull’arte rav. e biz. IV, 2, Ravenna 8-20 marzo 1959, pagg. 109-121). Anche il commercio del sale era monopolio di Stato: cfr. Cass., Var. VI, 7 cit., Formula Comitiva# Sacrarum Lar¬ gitionum : ... salis quoque commercium inter vestes sericas et pretiosissi¬ mam margaritam non inepte tibi deputavit antiquitas...; l’industria delle saline viene minutamente descritta da Cassiodoro nella famosa epistola XII, 24 (537-538) in cui è inserito Vexcursus sui villaggi lagunari dei pe¬ scatori veneti e la prima menzione storica della futura Venezia: Iuvat referre quemadmodum habitationes vestras sitas esse perspeximus. Ve¬ netiae praedicabiles quondam plenae nobilibus, ab austro Ravennam Padumquc contingunt, ab oriente iucundltate Ionii Vitoris perfruuntur: ubi alternus aestus egrediens modo claudit, modo aperit faciem reciproca inundatione camporum. Hic vobis aquatilium avium more domus est. Nam qui nunc terrestris, modo cernitur insularis, ut illic magis aestimes esse Cycladas, ubi subito locorum facies respicis immutatas. Earum quippe similitudine per aequora longe patentia domicilia videntur sparsa, quae natura protulit sed hominum cura fundavit. Viminibus enim flexi¬ bilibus illigatis terrena illic soliditas aggregatur... Habitatoribus igitur una copia est, ut solis piscibus expleantur. ... In salinis autem exercendis tota contentio est: pro aratris, pro falcibus cylindros vol¬ vitis... Moneta illic quodammodo percutitur victualis. Arti vestrae omnis fluctus addictus est. Potest aurum aliquis minus quaerere, memo est qui salem non desideret invenire... Sulle corporazioni (controllate dallo Stato) di pistores a Roma, cfr. Cass., Var. VI, 18; a Ravenna, cfr. C.I.L. XI, 317. Sulle corporazioni di calcis coctores a Roma, cfr. Cass., Var. VII, 17 (For¬ mula de praeposito calcis). Del corpus sapunariorum ( = fabbricanti di sapone) a Napoli parla più tardi Gregorio il Grande nell’epistola IX, 113 (599 d.C.), la quale te¬ stimonia però lo stato di disgregazione in cui la corporazione era allora caduta (cfr. G.M. Monti, Le corporazioni nell’evo antico e nell’alto medio evo, Bari 1934, pag. 158). All’epoca gregoriana, inoltre, si trattava ormai di un’associazione a carattere eminentemente volontario e privato: su questo processo di profonda trasformazione, intervenuto nell’ordinamento corporativo dell’Italia bizantina, cfr. in partie. Leicht, Operai, ar¬ tigiani e agricoltori cit., pag. 32; F.M. De Robertis, Il fenomeno as¬ sociativo nel mondo romano, Dai collegi della Repubblica alle corpora¬ zioni del Basso Impero, Napoli 1955, pagg. 233 sgg. e passim. i) SPECCHIO CRONOLOGICO delle epistole di Cassiodoro che sono state citate nel testo per l’inte¬ resse economico del loro contenuto (vd. indice delle fonti), ripartite se¬ condo la datazione loro assegnata dallo Hodking, dal Tanzi, dal Mommsen (cfr, studi citt. a pag. 20G, n. 4) e dal presente lavoro:
Hodking 554 Economia e società nell’« Italia Annonaria » 53 ΗΗ&ΗΗΗΗΗΗΗ ih hhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhHh sslsssssll llgsssggglsglIsgssssIlsÉgs I ! OOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO <0«^0»θΙθΐί5«5»0«5ιθ«ΐ«ΐ«5>θΙίΐ«ί>0>θ!ίΐ«ΐ!ο«5>0>0^ lilIlÉiliiSiÉlÉiliÉSiisiSl € & I I &l II I I I I I I I I I I I I I I I I I I I ll I \ê II M II <N225S§3S3S,C hhhhhhhhhh 1
Hodkinu ! Tanzi Mommsen Datazione qui accettata Note complementari 555 *d fl -4J +5 ti © QQ m o © rH 1-H -d rH -d CÖ c3 a £ •c^-a P*^H P* »0 _ “ “ §5 _ » 12 IO I e S t-1- ® O Oh iO *o »O t» o O.iH Ä *0*0»^ ooo o»ew hhho «5 io »O »O to t-J>- NAQC OOOO^NC *0 iO iO lOlfl U OrtH, *0»0*0*( - 'd Jhh(Rhhh w ίΝΝίβΝ^Ν^ ,-Ι,-ι,^ι-ι©®©©^*? HhHH6<1C4 04(NN01 »OiO^O'O'Ç^O'^^WW © !>· t» 00 CO CO CO 00 βΟ CS ©®©©<NWC<I<NWWW lOiCOOOO'ßOlliWW ε «■s ‘Ο© <NW »OM5 >d ^ .2 α> φ I—I ο3 ( ~ ε j «Η ^ 1-· ^ *£ 1-t ! IQOlQWi ΟηηηΟη b- Ο ΟΟτΗ ΙΟ Ό ‘Ο ίτοΝ © τ-1 ® ιθ ιο OQO ^ © •Ο ‘Ο 00 κ» ~ fl »O ‘Ο t- t- ο® κΗ© «5 WÎ Ο ϊΐ Ο Ο «5 Ο U5 W5 «5 ίθ Ο Ό S Ο «5 «5 «Î Ο " ρ-4 t oo at £ >© © c 5 iO io u •l>t»0 o © © c 5 iO iO i/ hhh^(0W(0(0(0 <ΛίΙ.Ι>.|>.ίΟθ0Μθ0««5θΟ ©ΦΟ©ΝνΝΝ(ΝΝΝ c3 I O, © © <N (N *? *? »O CO WIN *o »o »d ö τί fl > >-> Μ Μ M OOhHhHHHHH HHHHH'hhhh,_ihHHH r-l ι-Η i-H i-t "# T* ^ ^ ^ -rf HHhHHiHHHHH hhhhhhhhhhhhhh hhhhNimNim(N(S(NINN »o lO »O »O IO »O »O lf5 *0 »O ‘O IO »o ^ 1,5 lf5 *° Ό *0 »O »O »O Ό ‘Ο O >C Ό >C Ό Ό ‘Ο Ό iO »O Ό O ά®όόόόόοό0ΗΗΗθόό©όόόόόόόόοό ©ôo©cocô«cocotocococô OOhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh T-ti-Hi-H»-tW«M<N<MW(N<N<N(N IO *0 iO «5 IO ‘O *0 ‘O IO »O »O »O »O ‘O »O iO Ό Ό »O »0 Ό »O Ό »O »O iO WO «5 ‘O »O *0 »O O »O iO iO ■d fl > & i—i rr <n fl io »o , ό*· ! IS IS ISSI I I I I I ! I I I I II I II I IS I I I II I I I I I I I I (3S©»Oi-l<Nt-©HWTjiiO©t>-COiOt~00©00©©,«i(©HCO’**© C0'*ti‘0©©t-00 05©i-<00©t'- X|(N(NWM©riiTi("^Tt("^"^r)H i-lHr-lOKNWeOeOCOeO τ* ·<* -* IO HHrtHH wSBÖBdHWHöööö>V>>V>V>V>V>V>^ >>>>>>>>>>>>> Η·ΚμμΜμΕΗμΜμΕ0«μ5^ΜΜΜ«>Η·μμΜΜΜ ^ ^ ^ ^ ) in quanto la III indizione viene posta nel 508-509; ma deve trattarsi di una svista.
Hodkin'G Τλχζι Mommsen Datazione qui accelata 556 Economia e società nell’« Italia Annonaria » e o II as» li Έ *C eoa «191 ιοιβ co co co co co co >0 »O »O »0*0*0 «©eocoeoìOcocoeo 919191919101919» kO »Ο *0 »Ο »Ο ‘O »O *0 ! I I I I II I I I I I cococo 91019] MIO IO CO t*. NN *0*0 2 2 2 2*>*~ s S 3 S9,N § §§§■?“? ceco co ecco co *0*0*0 ^^*ò*ò*ò eo co co co co *o *o *o *o *o ss ft ft cocococococoeocococo 91919191919191910191 *o»o*o»o»o*o*o*o»o»o cococòeòeóeòcòcòeòeò <M(N(M<N<N(N<M<M<M(M *o >o *o *o *o *o *o *o *o *o I I I I I I I I I II I' >>> 'é’ê'à B .2-2 NN»t^ CO CO CO 91 91 91 91 co co eo »O *0 ‘9 *θ - »0*0*0 t- t*· b- cò có co cô 1 ■^**»0*0*0 91919191919191919191 COCO CO coco *0 *0 »ο Ό *0 *0 »O »O *0 *0 *o *o *o*o *o 0ΐ“β“·ί“ e“· te 00 00 OO 00 CS 91 91 91 91 *o *o *o *o φ ' 1 I · CO CO CO 91 91 91 *0*0*0 1 91 91 91 01 G 5 *o *o »O »O »( eo co coco NCINN 10 0*0 0 eo co co 919191 *0*0*0 ..«oeo *9191 ^»0*0 eócò NCJ *o *o ©** e»· e*· fs» fs» e*-*· Qj ς*^« ec* e»· e«« q*a· (ΟΦΦΦΦΦΦΦΦΦ OCOCOCOCO^rnCOCOCOCO^^ NNCîNNCKMINNN'ÔCKNCICiJSîSnNINNmS >0 ‘O »O »O ‘O »O ‘9 ‘9 »O ‘O ^*0 »O *0 *0 »O *9 *0 »9 ‘9 »ο «O COCOCOCOCOCOCOCOCOCOCO OD Ο) ω Ο,ΐΰ Λ λ <d aiekeà -μ 0191CN910I0191919I0191 g ö d d ™ oi d d d d oi o5 «. .3333333333^5555SS«SS5SS S- co CO CO eoeo«9 *0 *0 ‘O !*< >·* ^ ** O COCO CO o »O ‘O *9 1" l- Γ" 91 91 91 *0*0*0 Μ I I I II I II I I II II II II I |S| I II I I ISSSI I II II I ΟΟαΟΟΟΟβίΐΟΝΧΟίΟΝΧ^ΟΟΝΟΐ-ΟΟΛΜ^ΛΟιΗίΟΝΜιΟΟΗΝίΟ-ιί »Oi^XC i-li-l910l9191COCOeOCO rH HHHHHHN (MCOCOCO hHHHH 9191 eo >>> >>>>>>' fc> F 'cbbhbbbbbhbbBbbb***«^^ *****
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558 Economia e società nell’«Italia Annonaria» l) DOCUMENTI SULLA PROPRIETÀ FONDIARIA NELLE PRO- VINCE CENTRO-MERIDIONALI D’ITALIA NEL V-VI SECOLO: Le notizie sulla proprietà fondiaria in Italia nel V e VI secolo si ricavano principalmente da un certo numero di papiri e dalle lettere del Registrum gregoriano. Per quanto riguarda la Sicilia, cfr. Tjäder P. 1 (= Marini 73), del 445-446 (il più antico fra i papiri ravennati a noi noti: per una detta¬ gliata illustrazione si veda Tjäder, ad loc. cit.): si tratta di alcune let¬ tere del Praepositus Sacri Cubiculi alla Corte di Ravenna Lauricius, riguardanti l’amministrazione di certe sue proprietà siciliane (proba¬ bilmente donate più tardi alla Chiesa Ravennate, al cui archivio pas¬ sarono perciò anche i documenti ad esse relativi). Le proprietà di Lau¬ ricius in Sicilia risultano costituite da fundi e da massae; e quest’ultimo termine già designa, secondo l’uso che diverrà più tardi prevalente (cfr. His, O.C., pagg. 69-70), appezzamenti assai più vasti dei fondi, i cui ca¬ noni in solidi (elencati in una parte del documento) appaiono regolar¬ mente doppi, tripli o anche più rispetto ai versamenti esatti dai fundi: cfr. in partie. 11. 57-66: [Patrimo^nii Siciliensis quid annua ab indfictio- ne) XII cons(ulatu) Maæim<i> iter(um) et Pateri v(irorum) cflarissi- morum), conio/[canate Bonifatio, praesente trib(uno) Pyrro, singuli conductores dare debent. Ita:/ [Mass]a Enporitana per Zosimum et Cu- prionem: sol(idi) n(umero) DCCLG/ [Fundjus Anniana sive Myrtus pei' s(upra)s(criptos) : sol(idi) n(umero) CXLGI et / [ ~\one tritici sive hordei, quod ante barbarico fisco / praest(abatur) : sol(idi) n(umero) LXXV/ [ ] fundi Aperac per s(upra)s( criptas) : sol(idi) n(umero) LII/ [Fundus] Caliius conlocante Sisinnio: sol(idi) n(umero) CC/ [Mas]sa Fadilianensis per Sisinnium : sol(idi) n(umero) CCCCXLV / [Mas]sa Cassitwna per Elcutherioncmy Zosimum et Eubudum: s(olidi) n(numero) D / F (ieri) s(imul), qui de ind(ictione) XII inferendi sunt: solidi IICLXXV. (Ben diversa appare per es. la situazione fondiaria in Africa, dove le « Tablettes Albertini », fra il 493 e il 496, designano col nome di fundus i massimi raggruppamenti fondiari, ripartiti in un certo nu¬ mero di loci e di agri, a loro volta suddivisi in parcelle minime de¬ signate con i termini di ager, aquarium, auma, cuneus, firustellum, gemioj locus, massa[\]: cfr. C. Courtois, L. Leschi, C. Perrat. C. Sau magne, Tablettes Albertini, Actes privés de l’époque vandale, Paris [1952], pagg. 195-200; vd. inoltre pag. 437, n. 582). Ogni conductor affittava dunque una massa e alcuni fondi, corrispon¬ dendo al proprietario un canone espresso nel documento in denaro, ma almeno parzialmente consistente (o, più probabilmente, riconvertito me¬ diante comparationes: cfr. pagg. 238 sgg.) in derrate in natura, dal mo¬ mento che il documento a un certo punto allude a quantitativi di grano che dovevano essere inviati agli horrea padronali di Ravenna o di Roma (cfr. 11. 30-35, citt. a pag. 104, n. 271). La somma complessiva fornita an¬ nualmente dal patrimonio siculo di Lauricius ammontava pertanto a
No te coin piemen tari 559 2.175 solidi (oltre 30 libbre d’oro), ripartiti in canoni oscillanti fra i 52 e i 200 solidi per i fundi, i 450 e i 756 per ogni singola massa. Per meglio valutare l’enorme portata di queste cifre, basti osservare ad es. che un reddito annuo come quello, di 756 solidi, della massa Enporitana supe¬ rava da solo di 10 volte e mezzo la quota massima della, collatio glebalis senatoriale di 8 folles (pari a 72 solidi annui, se si identifica questo follis con quello di 54.000 denarii che lo Hultsch chiama Silberfollis, e si calcola un cambio di 1 s. = 6.000 d.: vd. pag. 376, n. 457), e che anche il reddito del fondo più modesto appare quasi triplo rispetto al tributo senatoriale minimo di 2 folles (= 18 solidi), nel 393 abbassato da Teo¬ dosio a 7 solidi per i tenuissimi senatores (cfr. C.Th. VI, 2, 15; vd. pure Ibid. VI, 2, 23, del 414 d.C. Il follis, o aurum glebale, era una contri¬ buzione fiscale annua propria dei senatori, stabilita dai censuales: cfr. A. Piganiol, L’impôt foncier des clarissimes et des curiales au Bas-Empire romain, Mél. d’arch. et d’hist. XXVII [1907], pagg. 125-136; talvolta i senatori, per povertà, venivano esentati anche dalla contribuzione mi¬ nima — cfr. Symm., Epp. IV, 6 e V, 58 — oppure radiati dall’albo sena¬ torio: cfr. Id., Ep. X, 46. L’ammontare di questa gleba a 8, 4 e 2 folles, a seconda della ricchezza dei senatori contribuenti, ci è dato da Hesy- chitjs, fr. 5, F.H.G. IV, pag. 154; il quale, però, scrivendo al tempo di Giustiniano, parla non di folles, bensì di libbre d’oro; e proprio sol¬ tanto in base a ciò si suole generalmente ammettere che dovette in questo caso trattarsi di un follis equivalente a una libbra d’oro: cfr. ad es. Mommsen, Histoire de la Monnaie cit., Ili, pagg. 162-163; L. Incarnati, Moneta e scambio nell’Antichità e nell’Alto Medio Evo, Roma 1953, pagg. 212-213; Petit, Les sénateurs de Constantinople cit.; etc. Secondo noi, è invece molto più semplice ritenere che, allorché Costan¬ tino impose questa tassa ai senatori [Zos. II, 38, pagg. 96-97], essa fosse calcolata in quei folles argentei da 125 miliarensi [=9 solidi = 54.000 denarii], di cui è questione anche in altre leggi promulgate fra il 315 e il 328 [cfr. C.Th. XI, 36, 2 e 3; Ibid. XIV, 24, 1; etc.]; soltanto più tardi, pur conservando l’ormai consacrata designazione di follis [cfr. C.Th. VI, 4, 21, del 372, e VI, 2, 13, del 383/], la gleba sarebbe stata richiesta in un equivalente quantitativo di solidi, ciò che più tardi avrebbe indotto Esichio a correggere il dato a sua disposizione [anche la tassa del crisargirio, ad es., veniva ormai esatta interamente in oro, benché il suo nome serbasse traccia di una iniziale riscossione parzialmente in argento]. Accettando la tradizionale interpretazione mommseniana, ri¬ sulta inoltre eccessiva ed assurda la riduzione dell’imposta operata nel 393 da Teodosio, con uno sbalzo improvviso da un minimo di 2 folles aurei [=2 libbre d’oro = 144 solidi] a 7 solidi soltanto). Dalla corrispondenza relativa al patrimonio di Lauricius consta però che il pagamento dei canoni (di per sé vistosi) veniva spesso di¬ lazionato dagli affittuari per molti anni, vuoi per la lontananza del padrone e l’inefficienza dei suoi delegati, vuoi per effettive difficoltà d’ordine economico da parte dei conductores. Il documento ricorda in¬ fatti 1.800 solidi arretrati (reliqua) dovuti dal conductor Zosimo, 2.174 da Eleuterione e 1.811 da Tranquillo; e mostra come nel 446, di 6.150
Economia e società nell’« Italia Annonaria >> 06Ö solidi dovuti complessivamente a Lauricio dalle sue tenute siciliane per le indizioni XII e XIII (443-445 d.C.: 4.350 solidi) e per gli arretrati di Zosimo (1.800 solidi), soltanto 4.21G — cioè alPincirca due terzi — fossero in realtà pervenuti a Ravenna, e 1.934 ancora dovessero venire corrisposti. Circa un cinquantennio più tardi (489 d.C., verso il 18 marzo) un altro papiro fornisce alcuni dati sulle rendite di certi fondi e masse si¬ tuati nel territorio di Siracusa. Si tratta della ben nota donazione da parte di Odoacre al T7ir Inlustris et Magnificus Pierius del reddito gra¬ vante su certe terre siciliane di proprietà regia, per un ammontare complessivo di 690 solidi annui (oltre 7 libbre d’oro): di questi, 490 sa¬ rebbero stati forniti dalla sola massa Pyramitana (per la cui localiz¬ zazione nelPattuale Piano delPAguglia, cfr. B. Pace, I Barbari ed i Bi¬ zantini in Sicilia, Arch. Stor. Sic., n. s. XXXV [1910], fase. 1-2, pagg. 33- 88, e XXXV [1911], fase. 1-2, pagg. 1-76, fase. 3-4, pagg. 293-324; Id., Arte e Civiltà cit., IV, pagg. 151 e 229); con ogni probabilità tale massa com¬ prendeva un numero stragrande di fondi (un fundus Aemilianus, un fundus Budius e un fundus Potaxia — rispettivamente di 18, 15 e an¬ cora 18 solidi di rendita annua in affìtto — ne rappresentavano soltanto una minima parte; il Pace — Arte e Civiltà cit., IV, pag. 229 — pro¬ pone l’identificazione del fundus Potaxia con l’attuale Pantagia, fra Priolo e Megara; nè ciò, secondo lui, contrasta con l’avere posto una parte della massa Pyramitana nell’alquanto distante Pian dell’Aguglia, dal momento che le massae dovevano essere aggregati rustici vastissi¬ mi, assai maggiori dei più grossi feudi medievali di Sicilia). Nella dona¬ zione di Pierio, rispetto ai documenti di Lauricio, il reddito dei singoli fondi appare assai più tenue; ma, mentre nel primo caso i fondi appa¬ rivano affiancati alle masse e menzionati indipendentemente da queste, nel secondo documento i fondi sono ricordati solo come appezzamenti, in cui le masse risultano suddivise (tale, più tardi, apparirà la struttura di una massa presso il Tevere anche in Gregorio Magno; cfr. Graeg., lieg. Ep. XIV, 14, del 604 d.C.: ... eandem massam, quae Aqua Salvias nun¬ cupatur, cum omnibus fundis suis, id est cella vinaria, Antoniano, villa Pertusa, Bifurco, Priminiano, Cassiano, Silonis, Corneli, Tessellata atque Corneliano...). Il papiro di Pierio si trova ampiamente illustrato in Tjäder, P. 10-11 A-B (= Marini 82-83), I pagg. 279-293, III tavv. 55-59; tale documento riveste particolare importanza per lo studio del diritto dominicale romano, in quanto restituisce i momenti procedurali del trapasso: cfr. A. Gaudenzi, L’opera di Cassiodorio a Ravenna, Atti e mem. della R. Dep. di St. Patria per le prov. di Romagna, ser. Ill, III (1884-1885), pag. 235-334, e IV (1885-1886) pagg. 226-463 e partie. 448; A. Checchini, La traditio e il trasferimento della proprietà immobiliare nei documenti medioevali, Padova 1914; Pace, Arte e Civilità cit., IV, pagg. 228-229; V. Colorni, Per la storia della pubblicità immobiliare e mobiliare, Milano 1954, pag. 129, n. 1; etc. Un documento conciliare riferentesi al 433 d.C. ci fa conoscere la rendita annua di un praedium Argianum, situato in Sicilia, nella mi¬ sura di 700 solidi annui (cfr. Mansi, o.c. V, Firenze 1761, coll. 1161-1162:
561 Note complementari ...Crescentias quidam timens Deum, quas ex nobilitate composuerat per annos vitae suae, omnes facultates suas ecclesiae reliquit, in integro fecit ecclesiam, heredemque instituit. In qua dimisit praedium in partes Siciliae, quod nominatur Argianum, quod praestat solidos septingen¬ tos...). II reddito di altri fondi siciliani, alla fine del VI secolo, si ricava poi da alcune epistole gregoriane: cfr. Graeg., Reg. Ep. IX, 233, del 599, cit. a pag. 249, n. 124, dove si parla di una tenuta delle parti di Lilibeo (con la dotazione di 3 pueri, 5 schiavi, 40 pecore, 3 gioghi di buoi, 10 cavalle, 10 mucche, 4 hastulae vinearum), che rendeva 10 solidi annui netti da tasse; poiché a quest’epoca, sulle terre della Chiesa in terri¬ torio bizantino, gli oneri fiscali assorbivano 1/3 circa del reddito di¬ retto della terra (cfr. pag. 446, n. 59S), si calcola che la proprietà in questione fruttasse circa 14 solidi annui di entrata lorda. Nell’epistola I, 42 (591 d.C.), cit. a pag. '254, n. 138, Gregorio riferisce poi che il conductor Theodosius aveva raccolto presso i coloni da lui dipendenti 507 solidi di burdatio (tassa fondiaria), che dovevano essere consegnati al fisco; siccome noi sappiamo da un documento ravennate dell’età di Giustiniano (cfr. pag. 440, n. 598) che le tasse fondiarie ammontavano al 57 % circa sulle terre della Chiesa, se ne ricava che la rendita in affitto della massa (o frazione di massa) affidata al conductor Theodosius doveva aggirarsi sugli 890 solidi annui (più ancora, dunque, della massa Enporitana appartenente a Lauricius, circa un secolo e mezzo prima: vd. sopra); dato che — al dire di Gregorio stesso (Rcg. Ep. V, 7, cit. a pag. 249, n. 124) — le pensiones dei coloni si aggiravano normalmente fra 1 e 4 solidi, si calcola che i rustici dipendenti da un solo conductor potessero aggirarsi sui 250. Il papiro Tjäder 13 (= Marini 86), del 553, cit. a pagg. 426 sgg., ci fa sapere la rendita annua, di 100 solidi di media ciascuna, di due massae site nei territori di Lucca e di Urbino. Riferendosi al vicino Piceno Papa Pelagio, nel 560, accenna ad alcuni fundi e massae che la Chiesa Romana possedeva nella provincia, e che rendevano annualmente 500 solidi in tutto: cfr. Pel., Ep. 83, Iuliano episcopo Cingulano (oggi Cingoli), 29 aprile 560, pagg. 203-204, ed. Gassò = P.L. 69, col. 417: Constat dilectionem tuam intulisse rationibus ecclesia,e ex praestatione massarum sive fundorum per Pycenum ultra XI positorum (il Gassò ritiene che la cifra vada letta undecimum, e stia a designare un fondo), quod curae tuae commissum est, de indictione septima filio nostro Anastasio ar¬ gentario et arcario ecclesiae nostrae auri solidos quingenti... Fra il 565 e il 570 un altro documento ravennate (cit. a pag. 446, n. 598) ricorda alcune massae, e relativi affittuari, situate nella giurisdizione urbicaria e appartenenti fino a quella data alla Chiesa Ariana di Ravenna. Nel 598, Gregorio Magno accenna à una proprietà, consistente in fundi e campuli cum conduma (= villa), dotata di 2 mucche, 1 giogo di buoi, 15 capita ed altro, che rendeva 6 solidi all’anno netti da tasse, vale a dire — secondo il calcolo già fatto in precedenza — circa 8 solidi di entrata lorda (cfr. Graeg., Reg. Ep., IX, 71, cit. a pag. 249, n. 124). Infine, è possibile trarre qualche partito dai numerosi dati conte¬ nuti nella Vita Silvestri del Liber Pontificalis, tenuto conto della già ve- 36. L. Ruggini
562 Economia e società nell·'« Italia, Annonaria » duta staticità nel valore del solido aureo e nei prezzi del frumento dal IV al IX secolo (cfr. Lib. Pont. XXXIIII, Vita Silvestri Papae [314-335 d.C.], ed. Duchesne, I pagg. 170-201 e III pagg. 67-81, con aggiornato orien¬ tamento bibliografico essenziale). Tale documento fornisce, infatti, un abbondantissimo elenco di rendite di fundi, agri, possessiones e massae (non tutti, oggi, identificabili e localizzabili con sicurezza), siti per lo più nell’Italia centro-meridionale, ma anche in Sicilia, in Sardegna, in altre isolette minori del litorale italico, nonché in Africa, in Grecia, Siria, Egitto e Mesopotamia. Diamo qui i dati che più ci interessano, vale a dire quelli riferentisi all’Italia, raggruppati a seconda che si tratti di fundi, agri, possessiones o massae: fundus Valerianus, terri- turio Sabinense, 80 s.; fundus Statianus (oggi località Stazzano presso Moricone, in Sabina), terr. Sabinense, 55 s.; fundus Duas casas, terr. Sabinensej 40 s.; fundus Percilianus, terr. Sabinense, 20 s.; fundus Percilianus, terr. Sabinense, 50 s. (evidentemente un’altra frazione del fondo precedente); fundus Corbianus, terr. Corano, 60 s.; fundus Sulpi¬ cianus, terr. Corano, 70 s.; fundus Beruclas, terr. Corano, 40 s.; fundus Caculas, terr. Nomentano, 50 s.; fundus Bassi, 120 s.; fundus Veranus (nella possessio Cypriacae, in agrum Veranum presso la Via Tiburtina), 160 s.; fundus Laurentum (cum balneum et omnem agrum a porta Ses- soriana usque ad via Penestrina a via itineris iMtinae usque ad montem Gabum), 1.220 s.; fundus Picturas, terr. Velliterno, 43 s.; fundus Surorum, via Claudia, terr. Vegentano, 56 s.; fundus Tauri, terr. Vegentano, 42 s.; fundus Molas, 50 s.; fundus Barbatianus, terr. Ferentis (oggi Feren¬ tino), 35 s. e 1 tremisse; fundus Statianus, terr. Tributano, 66 s. e 1 tre¬ misse; fundus Sentianum, terr. Tiburtino, 30 s.; fundus Ceianus, terr. Penestrino (Preneste), 50 s.; fundus Termulas, terr. Penestrino, 35 s.; fundus Cylonis, terr. Penestrino, 58 s.; ager Muci, 80 s.; ager Casulas, 100 s.; circa civitatem Figlinas omnis ager, 160 s. (presso la Via Sala¬ ria?); Via Salaria sub parietinas usque omnem agrum sanctae Agnen, 105 s.; possessio Sponsas, via Lavicana, 263 s.; possessio Augusti, terr. Sabinense, 120 s.; possessio in territurio Sabinense quod appellatur Duas casas, 200 s.; possessio Anglesis, sub civitate Nepesina, 150 s.; possessio Terega, sub civitate Nepesina, 160 s.; possessio Nymphas, sub civitate Falisca, 115 s.; possessio Herculi, sub civitate Falisca, 140 s.; possessio Patras, sub civitate Laurentum, 263 s.; possessio Angulas, sub civitate Tuder, 153 s.; possessio Vicum Pisonis, 250 s.; possessio Aqua Tutta, 153 s.; possessio Sufuratarum, 66 s.; possessio Micinas Augusti, 110 s.; possessio Termulas, 60 s.; possessio Aranas, 70 s.; possessio Septimiti, 130 s.; possessio Grecorum, terr. Ardeatino, 80 s.; possessio Quirinis, terr. JIostensc (Ostia), 311 s.; possessio Balneolum, terr. Hostense, 62 s.; possessio Nymfulas, 30 s.; possessio Cylonis, terr. Penestrino, 58 s.; pos¬ sessio Lacum Turni (presso Albano), cum adiacentibus campestribus, 60 s.; possessio Lacum Albanense, 250 s.; possessio Horti, 20 s.; possessio Tiberii Caesaris, 280 s.; possessio Marinas, 50 s.; possessio Nemus, 280 s.; possessio Amartianas, terr. Corano, 150 s.; possessio Statiliana, 70 s.; possessio Mediana, 30 s., possessio in terr. Gaetano, 85 s.; possessio Pa¬ ternum, terr, Suessano, 150 s.; possessio Gauronica, terr. Suessano, 40 s.;
.V ote compì emeu tari 563 possessio ad Centum, terr. Capuano, 60 s.; possessio Macari, 150 s.; pos¬ sessio Cimbriana, 105 s.; possessio Sciina, 108 s.; possessio A filas, 140 s.; possessio Nymfulas, 90 s.; possessio insula cum castro (probabilmente Nisida, fra Napoli e Pozzuoli), 80 s.; massa Gargìlìana, terr. Suessano (presso il Garigliano, antico Liri), 400 s.; massa Gargiliana, terr. Sues- sano, 655 s. (evidentemente nella medesima località); massa Bauronica, terr. Suessano, 360 s.; massa Auriana, terr. Laurentino (Laurentum), 500 s.; massa Urbana, terr. Antiano (Anzio), 240 s.; massa Sentiliana, terr. Ardeatino (Ardea), 240 s.; massa intra Sicilia Taurana, terr. Pa- ramnense (= Panormense?), 500 s.; 303; massa Castis, terr. Catenense (Catania), 1.000 s.; massa Trapeas, terr. Catinense, s. 1.650; massa Festi, terr. Penestrino (Preneste), 300 s.; massa Gaba, terr. Gabinense (Gabii), 202 s.; massa Picta, terr. Gabinense, 205 s.; massa Statiliana, terr. Co¬ rano, 300 s.; massa Virginis, terr. Corano, 200 s.; massa Statiana, terr. Sabinense (oggi località Stazzano presso Moricone), 350 s.; massa Mal- lianum, terr, Sabinense, 115 s. e 1 tremisse; massa Muci, 160 s.; massa Laninas, terr. Cartiolano (Carsioli), 200 s.; massa Murinas, terr. Ap¬ piano Albanese, 300 s.; massa Statiliana, terr. Menturnense (Minturno), 315 s. Come si vede anche da questo documento, le masse siciliane appaiono di estensione — o per lo meno di rendita — più elevata (500, 1.000, 1.650, solidi), rispetto a quelle dell’Italia centro-meridionale (115, 160, 200, 202, 205, 240, 300, 350, 360, 400 solidi), e paragonabili alle grandi proprietà africane (che nel documento figurano con rendite di 405, 500, 600, 650, 720, 800, 810 solidi; nelle possessiones egiziane, siriache e mesopotamiche il significato del reddito è fortemente modificato dall’apporto di merci ad alto valore unitario, quali nardo, balsami, aromi, papiro, etc.). I fundi eccezionalmente possono eguagliare con le loro rendite le masse più emi¬ nenti (come per es. nel caso del fundus Laurentum qui prestat 1.220 s., somma perfino superiore a quella, di 1.024 s., fornita da tutte le terre imperiali in Sardegna); normalmente, tuttavia, essi rendono 20, 30, 35, 40, 42, 50, 55, 56, 60, 66, 70, 80, 83, 120, 160 s. Le possessiones e gli agri, da parte loro, sembrano nel complesso equivalenti ai fundi, presentando rendite di 20, 30, 42, 50, 58, 60, 66, 70, 80, 85, 90, 100, 105, 108, 110, 115, 120, 130, 140, 150, 153, 160, 200, 250, 263, 280, 311 s. m) PREZZI DI SCHIAVI RUSTICI DAL I AL VI SECOLO, IN RAPPORTO AI PREZZI DEI TERRENI: Scriveva Columella: ... Nam ut amplissimas impensas vineae poscant·, non tamen excedunt septem iugera unius operam vinitoris, quem vulgus quidem parvi aeris, vel de lapide noxium posse comparari putat; sed ego, plurimorum opinione dissentiens, pretiosum vinitorem in primis esse cen¬ seo: isque licet sit emptus [sex vel potius] sestertiis octo millibus, cum ipsum solum septem iugerum totidem millibus nummorum partum... (Col., De r.r. III, 3, 8). Al tempo di Columella, dunque, un buono schiavo vinitor costava come 6-8 iugeri di terra (8.000 HS = 2.000 denarii = 80 aurei
564 Economia e società nell’«Italia Annonaria» = 2 libbre d’oro; già Gicerone — Pro Q. Roscio comoedo X, 28 — indi¬ cava il prezzo minimo di uno schiavo non qualificato nella misura di 4.000 HS = 1.000 denarii = 40 aurei = 1 libbra d’oro). Alla fine del I secolo d. C. Marziale accenna a sua volta, per una schiava, al prezzo di 600 denarii (pari, a quell’epoca, a 24 aurei, cioè poco più di mezza libbra d’oro: vd. pag. 385, n. 477): cfr. Mart., Epigr. VI, 66. Nel II secolo, alcuni atti di compra-vendita testimoniano tariffe di schiavi adulti aggirantisi sempre sui 400-500-600 denarii (una puella Marmarica è ven¬ duta a Ravenna, nell’età di Adriano o di Antonino Pio, per 625 denarii = 25 aurei = 0,5 libbre AU; nel 139 una puella di 6 anni è venduta per 205 d. = 8,5 aurei = 0,18 libbre AU ; nel 142 un puer greco è acquistato per 600 d. = 24 aurei = 0,53 libbre AU ; nel 160 una schiava cretese è comprata per 420 d. = 16,8 aurei = 0,37 libbre AU ; etc. : cfr. V. Arangio- Ruiz, Fontes Iuris Romani Antejustiniani III, Firenze 19432, n. 134 pagg. 431-432, n. 87 pagg. 283-285, n. 88 pagg. 285-287, n. 89 pagg. 287-288). Un’iscrizione africana del tempo di Commodo, rinvenuta a Henchir Snob- beur (C.I.L. Vili, 23956) menziona il prezzo di uno schiavo ex forma censoria, cioè secondo il calmiere proposto da questo Imperatore (per cui vd. pag. 270 n. 173), nella misura di 500 denarii (= 20 aurei = 0,4 libbre AU). Assai forte appare dunque la differenza fra tutte queste tariffe alla fine I see.-inizi III see. e quelle dell’età di Cicerone e Co¬ lumella, anche volendo tenere conto dell’andamento un po’ depressivo dèi prezzi nel caso della forma censoria (sulla schiavitù in Africa, cfr. in generale S. Gsell, Esclaves ruraux dans l’Afrique Romaine, Mélanges G. Glotz I, Paris 1932, pagg. 397-415). Nel IV secolo sappiamo poi, da una legge di Valente del 375, che nelle province dove la praebitio tironum era stata aderata (per conser¬ vare i coloni alla terra, acquistando altrove i corpora tironum) la somma equivalente al prezzo di una recluta era stata allora fissata a 36 solidi (cfr. C. Th. VII, 13, 7, e ampio commento in Mazzarino, Asp. Soc. cit., pagg. 288 sgg.; per un tiro adorato a 30 solidi al tempo di Giustiniano, cfr. Segrè, Essays cit., pag. 429): tale somma corrispondeva esattamente a 1/2 libbra AU. Una compra-vendita del 359 ci informa a sua volta di un puer sedicenne venduto ad Ascalona per 18 solidi (cfr. Arangio-Ruiz, Fontes III cit., n. 135, pagg. 433-436); e a un certo Serapione di Sidone, che si vendette per 20 solidi a degli istrioni, accenna Palladio Elenopoli- tano agli inizi del V secolo (cfr. Pallad., Hist. Laus. 83, P.L. 73, col. 1179). Più tardi, alcune leggi giustinianee del 530-531 stabiliscono tariffe non dissimili di 20 solidi per gli schiavi sine arte e 30 solidi (o anche più, trattandosi di medici, notarii o eunuchi; di un notarius riscattato ai barbari per 85 solidi parla Ioan. Moscus, Prat. Spirit. 34, P.G. 87, 3, coll. 2883-2884; agli inizi del VII secolo, Leontius accenna pure a un notarius venduto come schiavo per 30 solidi, in Egitto: cfr. Leont., Vita S. Iohan. Elem. 20, P.G. 93, col. 1634) per quelli specializzati: ... in servis ... et ancillis maioribus decem annis, si sine arte sint, viginti solidis aesti¬ mandis, minoribus videlicet decem annis non amplius quam decem so¬ lidis computandis: sin autem artifices sunt, usque ad triginta solidis
Note complementari 565 aestimatione eorum procedente, sive masculi sive feminae sunt, exceptis notariis et medicis utriusque sexus, cum notarios quinquaginta solidis aestimari volumus, medicos autem et obstetrices sexaginta: eununchis minoribus quidem decem annis usque ad triginta solidos valentibus, ma¬ ioribus vero usque ad quinquaginta, sin autem artifices sint, usque ad septuaginta... (C.I. VI, 43, 3, dei 531; cfr. pure Ibid. VII, 7, del 530; per altri prezzi analoghi, tratti dalle fonti giuridiche e papirologiche riferentisi alla Pars Orientis, cfr. Ostrogorsky, art. cit., pag. 300). Di scarso valore ai fini della nostra indagine è invece la tariffa di 3 solidi per uno schiavetto di 6 anni nell’Africa vandala, in quanto espressione di condizioni economiche assai differenti (cfr. pag. 437, n. 582). Più tardi, una charta venditionis longobarda, redatta in Milano nel 725. mo¬ stra come il prezzo di uno schiavetto gallico si aggirasse allora sui 12 solidi, tariffa proporzionalmente non molto diversa da quelle sinora ve¬ dute (cfr. Schiaparelli, C.D.L. 36). Le tariffe in oro di uno schiavo adulto specializzato, nel IV-VI se¬ colo, corrispondevano dunque nell’insieme a quelle del II-III secolo, a loro volta conteggiate in oro; erano invece 1/4-1/5 di quelle dell’età di Columella, pure calcolate in oro. Se, tuttavia, rapportiamo tutte queste cifre dell’avanzata età imperiale al prezzo di 6-8 iugeri di terreno, che noi conosciamo per la metà circa del VI secolo nel Ravennate (33-34 solidi, costando uno iugero circa 5,5 solidi: cfr. pag. 419, n. 545), constatiamo che, in relazione al prezzo della terra, il valore della mano d’opera era rimasto pressoché invariato rispetto al I sec. d. C. (solo in età longo¬ barda, in ambiente sociale ed economico assai mutato, mentre le tariffe degli schiavi pare si fossero suppergiù mantenute all’antico livello, i prezzi dei terreni si erano nel complesso abbassati: cfr. pagg. 490 sgg.). Ne possiamo pertanto dedurre che, nel I secolo, terreni e mano d’opera avevano avuto un mercato assai più sostenuto, di cui i dati forniti da Columella danno testimonianza; ma che più tardi essi andarono dimi¬ nuendo, e nel VI secolo erano ormai calati rispettivamente di 2/3 - 3/4 e 3/4 - 4/5, mantenendo quindi una proporzione reciproca non dissimile. Il prezzo della mano d’opera servile, dal II al VI secolo e oltre, si mantenne invece, in grosse cifre, quasi invariato, contrariamente a quanto ci si sarebbe potuto aspettare, per il progressivo ridursi delle fonti di reclutamento servile; ma è anche evidente che, nella medesima misura, era andata contraendosi la richiesta di detta mano d’opera, parzialmente sostituita da forze lavorative d’altra natura (sul fenomeno in generale, cfr. Ct. Lefebvre des Noëttes, L’attelage, Le cheval de selle à travers les âges, Contribution à l’histoire de l’esclavage, Paris 1931, pag. 186; M. Bloch, Comment et pourquoi finit l’esclavage antique, Annales (E.S.C.) II [1947], pagg. 30-44 e 161-170 = Lavoro e tecnica nel Medioevo cit., pagg. 200-244). A conclusioni in parte diverse (prezzi degli schiavi nel IV secolo calati della metà rispetto al II sec. d. C.) ritiene invece di poter giun¬ gere A. H. M. Jones (Slavery in the Ancient World, The Ec. History Rev., ser. Il, IX [1956-1957], pagg. 185199), pur fondandosi su testi¬ monianze in parte analoghe a quelle da noi fornite.
I; IBLI O G R A F I A (autori moderni più volte citati) (*) F.F. Abbot, The Common People of Ancient Rome, New York 1911. H. L. Adelson, Early Medieval Trade Routes, The Am. Hist. Rev. LXV (1960), pagg. 271-287. I. Affò, Storia della città di Parma. Parma 1792-1795, 4 voll. K. Ahrens - G. Krüger, Die sogenannte Kirchengeschichte des Zacharias Re¬ tor, Leipzig 1899. R. Aigrain, L’hagiographie, ses sources, ses méthodes, son histoire, Paris 1953. E. Albertario, Istituti commerciali del diritto romano, estr. da Atti dclVJst. Naz. delle Assicurazioni VI, Roma 1934, 16 pagg. E. Albertini, Bull. arch, du Comité 1927, pagg. 265-268. — Actes de vente du Ve siècle, trouvés dans la région de Tébessa (Algérie), Journal des Savants 1930, pagg. 23-30. — Un témoignage de Saint Augustin sur la prospérité relative de l’Afrique au IVe siècle, Mélanges P. Thomas, Bruges 1930, pagg. 1-5. — L’Afrique Romaine, Alger 1950. F. Alessio, Le origini del Cristianesimo in Piemonte, specie a Tortona e a Torino, « Bibl. della Soc. Stor. Sub. » 32, Pinerolo 1908. N. Alfieri - M. Ortolani, Contributo alle ricerche sull’antico delta padano, Atti del XV Congr. Geogr. It. (Torino 11-16 sett. 1950), Torino 1952, pagg. 855-860. N. Alfieri - P.E. Arias, Spina, Firenze 1958. A. Alföldi, Die Ausgestaltung des monarchischen Zeremoniells am römischen Kaiserhofe, Rom. Mitt. LIX (1934), pagg. 1-118. — A Festival of Isis in Rome under the Christian Emperors of the IVih Century, «Diss. Pannonicae» s. II, 7, Leipzig 1937. — La grande crise du monde Romain au IIIc siècle, UAnt. Class. VII (1938), pagg. 5-18. (*) Questa non vuole essere affatto una bibliografia essenziale, nè tanto meno completa, degli studi suirargomento, bensì solamente l’elenco delle opere generali e contributi particolari che ci è capitato di menzionare in succinto due o più volte nel corso del lavoro, al fine di renderne più facilmente reperibile la citazione completa. I lavori ricordati una sola volta nelle note (oppure due volte, a distanza di poche righe) sono stati segnalati in forma sufficientemente completa a loro luogo. In linea di massima, la citazione delle riviste e delle collezioni è stata data più o meno estesamente in proporzione inversa alla loro notorietà.
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INDICE DELLE FONTI (*) Testi letterari AA. SS. Ιλν. II, p. 419: P. I, η. 585. — Mah III, pp. 471-476: P. II, nn. 323, 356, 387, 600. — Mah VII, pp. 427 sgg. : P. I, η. 374. Acta Synod. Habit. Romae A. CCCCXCVIIII, ed. Th. Mommsen, M.G.H., A.A. XII, Berlin 1894, 3, 5 e 6 : P. II, n. 613. Agathias, Historiae, ed. L. Dindorf, Hist. Gr. Min. II, Leipzig 1871, 1. I, passim : P. II. n. 719 ; 1. II, 1-14 : P. II, n. 719. Agennius Urbicus, De controv. agror., ed. K. Laciimann, Gromatici Vete¬ res (Römische Feldmesser), I, Ber¬ lin 1848, pp. 70-71 : P. I, n. 33. Agnellus Ravennas, Liber Poni. Eccl. Rav., ed. O. Holder-Egger, M.G.H., SS. Rer. Lang, et Ital. saec. VI-IX, Berlin 1868, XVIII (De S. Neone), 30: P. I, n. 629; P. II, n. 642; XX (De S. Iohanne), 34: P. I, n. 270; Ibid., 35 : P. II, n. 256 ; XXIII (De S. Ecclesio), 60: P. II, n. 641: XXVI (De S. Maximiano), 79: P. I, n. 196; XXVII (De 8. Agnello), 85: P. II, nn. 613, 723; Ibid. 90: P. I, n. 196; XXVIII (De 8. Petro Seniori), 94: P. II, nn. 205, 729; XXX (De 8. Mariniano), 102: P. II, n. 752; XXXI (De 8. Iohanne), 104: P. II, nn. 641, 643; XXXIV (De 8. Mauro), 111: P. I. u. 273; P. II, nn. 533, 598, 645, 647, 650; XXXVI (De 8. Theodoro), 117: P. II, n. 762 ; Ibid. 118 : P. II, nn. 641. 044; XXXVII (De 8. Damiano), 132: P. II, n. 650. (Altra ed. qui non seguita : A. Testi-Rasponi, Codex Pontif. Eccl. Rav. I, Race, degli St. It. dal 500 al 1500 ord. da L. A. Muratori ff. 186-187, II, 3, Bologna 1924). Ambrosius, Apoi. David (ed. C. Schenkl, C.S.E.L. 32, 2, Wien 1897), 45 : p. 552 ; De Abra (ed. C. Schenke, C.S.E.L. 32, 1, Wien 1896) I, 13: P. I, n. 224; Ibid. I, 89: P. I, n. 226; Ibid. II, 13: P. I, n. 234; Ibid. II, 40: P. I, nn. 28, 247 ; Ibid. II, 63: P. I, n. 552; De bono mortis (C.S.E.L. 32, 1 cit.) 11: P. I, n. 239; Ibid. 16: P. I, n. 35; Ibid, 22- 24: P. I, n. 35; De Cain (C.S.E.L. 32, 1 cit.) I, 14 : p. 534; P. I, nn. 226, 231, 232, 234 ; Ibid, I, 19 : P. I, il. 232; Ibid. I, 21: P. I, nn. 35, 626; De Exc. fratr. sui Satyri (ed. O. Failer, C.S.E.L. 73, Wien 1955) (*) Abbiamo indicato l’edizione seguita solamente nel caso di autori che disponessero di edizioni piuttosto scarse, sulla scelta delle quali poteva tut¬ tavia nascere qualche ambiguità. In alcuni casi abbiamo creduto bene segna¬ lare, accanto all’edizione da noi adottata (in linea di massima la più scientifica e aggiornata a noi nota), anche altre edizioni o traduzioni recenti, da noi non seguite sistematicamente nel corso del lavoro, per motivi di ordine scientifico o pratico (difficoltà di consultazione).
618 Economia e società nell « Italia Annonaria » I, 17-19: P. I, n. 224; Ibid. I, 24: P. I, nn. 224, 269 ; IUd. I, 32 : P. I, n. 318; Ibid. II, 45: P. I, n. 247; Ibid. II, 61: P. I, nn. 28, 247; De Fide (P.L. 16) II, prol. 10: P. I, n. 226; IUd. IV, 158: p. 535; De Ilelia et ieiunio (C.S.E.L. 32, 2 cit. ; vd. pure ed. e tr. ingl. di Buck, cit. in bibliogr.) 13: P. I, n. 626; IUd. 22: P. I, n. 231; IUd. 24: P. I, nn. 231, 232, 234; P. II, n. 282 ; IUd. 25 : p. 534, P. I, nn. 231, 234, 626, P. II, n. 282; IUd. 31: P. I, nn. 231, 600; IUd. 32: P. I, n. 231 ; IUd. 36 : P. I, n. 226 ; IUd. 42: p. 534; IUd. 45: P. I, n. 234; IUd. 46: P. I, n. 234; IUd. 46-50: p. 534, P. I, n. 243; IUd. 53 : P. I, n. 300 ; IUd. 54 : p. 534, P. I, n. 234 ; IUd. 62: p. 534, P. I, n. 243; IUd. 63 : P. I, n. 234 ; IUd. 66-68 : p. 534 ; De Iacob (C.S.E.L. 32, 2 cit.) I, 10: P. I, n. 35; IUd. II, 5: P. II, n. 578; IUd. Il, 23: P. I, n. 626; De interpoli, Iob et David (C.S.E.L. 32, 2 cit.) Ili, 22, p. 246: P. I, n. 626; De Ioscph (C.S.E.L. 32, 2 cit.) 5: P. II, n. 578; IUd. 38: p. 537, P. I, n. 467; De Isaac (C.S.E.L. 32, 1 cit.) 60 : P. I, nn. 28, 247, 542, 550, 552; De Nabuthae (C.S.E.L. 32, 2 cit. ; vd. pure ed. e tr. ingl. di McGuire, cit. in bibliogr.) 1-14: P. I, n. 35 ; IUd. 3 : P. I, n. 226 ; IUd. 12: P. I, nn. 235, 239; IUd. 13: P. I, n. 231 ; IUd. 16 : P. I, n. 626 ; IUd. 18: P. I, n. 245; Ibid. 20: p. 535, P. I, nn. 231, 248; IUd. 21: p. 535, P. I n. 252, P. II n. 137; IUd, 21-24 : P. I, n. 181 ; Ibid. 25 : P. I. n. 232 ; Ibid. 26 : P. I, nn. 226, 241; IUd. 29: P. I, n. 255; Ibid. 35-39: P. I, n. 255; IUd, 37: P. I, n. 255; Ibid, 39: P. I, n. 626; IUd. 40: P. I, n. 35; IUd, 44-45: P. I, n. 35: IUd. 54: P. I, nn. 232, 235; Ibid. 56: P. I, nn. 232, 233, 235; De Noe (C.S.E.L. 32, 1 cit.) 67: P. I, n. 558 ; IUd, 90 : P. I, n. 235 ; IUd. 91: P. I, nn. 235, 553; IUd, 95: P. II, n. 578; Ibid. 102: P. I, n. 35 ; Ibid. 109 : P. I, nn. 544, 547 ; De obitu Theod. (C.S.E.L. 73 cit.) 1: P. I, nn. 189, 470; IUd. 4-5: P. I, n. 132; De Off. ministr. (P.L. 16 ; vd. pure ed. e tr. it. di Cavasin, cit. in bibliogr.) I, 63: P. I, n. 35; Ibid. I, 137: P. I, n. 35; Ibid. I, 149 : P. I, n. 30 ; Ibid. I, 158 : P. I, n. 35; Ibid. I, 243: P. I, n. 35; Ibid. II, 69: P. I, n. 35; Ibid. II, 70-71: P. II, n. 196; Ibid. II, 109- 110: P. I, n. 228; Ibid. II, 143: P. I, nn. 609, 626; Ibid. II, 150-151: P. I, n. 626; Ibid. Ili, 6: P. I, n. 239; Ibid. Ili, 37-41: P. I, nn. 255, 313; Ibid, III, 38: P. I n. 48, P. II n. 295; Ibid. Ili, 39: P. I, n. 48; Ibid. Ili, 40: P. I, n. 247; Ibid. Ili, 43-51 : P. I, n. 460 ; Ibid. Ili, 44-52 : P. I, n. 312 ; Ibid. Ili, 45 : P. I nn. 324, 362, 378, P. II n. 229; Ibid. Ili, 46-48: P. I, n. 449; IUd, III, 46: P. I, nn. 326, 331, 333, 334, 335. 337, 338, 339, 377, 389, 395; Ibid, III, 47 : P. I, nn. 333, 338, 378, 405; Ibid. Ili, 48: P. I, nn. 316, 327, 378, 389; Ibid. Ili, 49: P. I, nn. 318, 324, 332, 336, 378, 382, 389; Ibid. Ili, 50: P. I, nn. 318, 340; Ibid. Ili, 51: P. I, nn. 318, 326, 336, 338, 343, 416; De poenit, (C.S.E.L. 73 cit.) II, 43: P. I, n. 234; Ibid, II, 88: P. I, n. 226; Ibid. II. 96: P. I, n. 247; De Tobia (C.S.E.L. 32, 2 cit.; vd. pure ed. e tr. ingl. di Zucker, cit. in bi¬ bliogr.) 9: P. I n. 598, P. II n. 196; Ibid. 10: P. I, nn. 232, 598, 599; Ibid, 16-23: P. I, n. 234; IUd, 17: P. I, nn. 231, 233, 242 ; Ibid. 19: P. I, nn. 226, 231, 234; IUd, 19-22: P. I, n. 600 ; IUd. 23 : P. I, n. 226 ; IUd. 23-25: P. I, nn. 601, 603; Ibid. 24: P. I, n. 238 ; IUd, 25 : P. I, n. 231 ; IUd, 26: P. I, n. 231; IUd, 27: P.
Indict delle fonti 619 I, η. 17; Ibid. 29: P. I, η. 608; Ibid. 36-37: P. I, η. 608; Ibid. 38: P. I, η. 231; Ibid. 38-39: P. I, η. 397; Ibid. 40: P. I, η. 601; Ibid. 42: P. 1, η. 598; Ibid. 45: P. I, η. 17; Ibid. 49: P. I nn. 242, 604, P. It n. 282; Ibid. 50: P. I nn. 231, 242, 604, P. II n. 282 ; Ibid. 51 : P. I, n. 594; Ibid. 80: P. I, n. 37; Ibid. 80- 84: P. I, n. 596; De Viduis (P.L. 16) 28 : p. 535, P. I n. 226 ; Ibid. 58 : P. I, n. 35; Ibid. 84: P. I, n. 183; De Virginibus (ed. E. Cazzaniga, « Corpus Script. Lat. Paravianum », Torino 1948 ; vd. pure ed. e tr. it. di Salvati, cit. in bibliogr.) I, 1 : P. I, n. 626; Ibid. I. 33-35: P. I. n. 184; Ibid. I, 45: p. 535, P. I nn. 542, 550; Ibid. I, 56: P. I. n. 226; Ibid. II, 25: P. I, n. 234; Ibid. II. 27: P. I, n. 234; Ibid. Ili, 8: P. I, n. 236; Ibid. Ili, 14; P. I. n. 50; Ibid. Ili, 16: p. 535; Ibid. Ili, 17: p. 535, P. I. nn. 28, 550: De Virginitate (ed. E. Cazzaniga, « Corpus Script. Lat. Paravianum », Torino 1952; vd. pure ed. e tr. it. di Salvati, cit. in bibliogr.) 34: P. I, nn. 28, 50, 550; Ibid. 35-37: P. I, n. 185 ; Ibid. 36 : P. II, n. 490 : Ibid. 66: P. I. n. 226; Ibid. 68: P. I, n. 226; Epistolae (P.L. 16; vd. ed. e tr. ingl. di Beyenka, cit. in bibliogr.) II, 11: P. I, nn. 35, 153; Ibid. II, 12: P. I, n. 154; Ibid. II, 28: P. I, n. 152; Ibid. II, 30: P. I, nn. 35, 153; Ibid. II, 31: P. I, n. 154; Ibid. XV, 7: P. I, n. 452; Ibid. XVIII, 19: P. I, n. 348; Ibid. XVIII, 20-21: P. I, nn. 456, 462; Ibid. XVIII, 20-22: p. 113, P. I, n. 311; Ibid. XVIII, 21: p. 534; Ibid. XIX, 5 : P. I, n. 593 ; Ibid. XX: P. I, n. 274; Tbid. XX. 6: P. I, nn. 277, 526: Ibid. XX. 7: P. I. n. 284; Ibid. XX, 9: P. I. nn. 275. 291; Ibid. XX. 16: P. I. n. 288; Ibid. XX, 26: P. I, n. 292; Ibid. XXI : P. I, n. 274 ; Ibid. XXI, 8 : P. I, n. 288; Ibid. XXIV, 4-8: p. 537; Ibid. XXIV, 8: P. II, n. 484; Ibid. XXVII, 13 : P. I, n. 234 ; Ibid. XXX, 1-4 : P. I, n. 239 ; Ibid. XXX, 4: P. I, n. 232; Ibid. XXXVI, 13: P. II, n. 196; Ibid. XXXVII, 43-44: P. I, n. 35; Ibid. XXXIX, 3: P. 1, nn. 145, 158, 188; Ibid. XL, 22: p. 537 ; Ibid. XLI, 7 : P. I, n. 28 ; Ibid. XLII: P. I, n. 576; Ibid. LI1I, 108: P. I, n. 234; Ibid. LVII, 2: P. I, n. 318; Ibid. LVIII, 5: P. I, n. 234; Ibid. LIX, 2-3 : p. 537 ; Ibid. LXIII : p. 184, P. I, n. 190 ; Ibid. LXIII, 1 : P. I, n. 323; Ibid. LXIII, 3: P. I, n. 574 ; Ibid. LXIII, 7-45 : P. I, n. 575 ; Ibid. LXIII, 19: P. I, nn. 231, 234; Ibid. LXIII, 46-64: P. I, n. 578; Ibid. LXIII, 48-49: P. I, n. 579; Ibid. LXIII, 66-81: P. I, n. 580; Ibid. LXIII, 82-83: P. I, n. 570; Ibid. LXIII, 83-85: P. I, n. 581; Ibid. LXIII, 86 : P. I, n. 582 ; Ibid. LXIII, 86-96: P. I, n. 583; Ibid. LXIII, 95-113: P. I, n. 581; Ibid. LXXV, 4 : P. I, n. 224 ; Ibid. LXXX, 8: P. I, n. 550; Ibid. LXXXII: p. 67, P. I, nn. 28, 250 ; Ibid. LXXXII, 7: P. I, n. 48; Ibid. LXXXII, 7-8: P. I, nn. 165, 259; Ibid. LXXXII, 8: p. 535; Exameron (C.S.E.L. 32, 1 cit.) I, 28 : p. 535, P. I nn. 28, 247, 542, 550 ; Ibid. II, 12 : P. I, nn. 267. 323, 495; Ibid. Ill, 30: P. I, nn. 227, 233, 234; Ibid. Ill, 35: P. I, n. 247; Ibid. Ill, 37: P. I, n. 50; Ibid. Ill, 45-46: P. I, nn. 48, 247; Ibid. Ill, 49: p. 535; Ibid. Ill, 52: p. 535, P. I, n. 542; Ibid. Ill, 53: P. I, n. 232; Ibid. Ill, 53-56: P. I, n. 552; Ibid. Ill, 72: p. 535, P. I, nn. 28, 250, 550; Ibid. IV, 19: p. 535, P. I, nn. 28, 250, 548; Ibid. V, 5: P. I, n. 231; Ibid. V, 6: P. I, n. 231; Ibid. V, 14: P. I, nn. 35. 236 ; Ibid. V, 27 : P. I nn. 231, 239, P. II, n. 393; Ibid. V, 38: P. I, n.
Economia e società nell'« Italia Annonaria » C20 182 ; Ibid. V, 50 : P: I, n. 248 ; Ibid. V, 52-53: P. I, η. 243; Ibid. V, 58: P. I nn. 181, 234, P. II n. 578; Ibid. V, 61: P. I n. 182, P. II n. 578; Ibid. 66-68: P. I, n. 243; Ibid. V, 77: P. I, nn. 17, 241; Ibid. VI, 22 : P. I n. 182, P. II n. 578 ; Ibid. VI, 33: P. I, n. 228; Ibid. VI, 52; P. I, nn. 35, 232, 234 : Ibid. VI, 57 : P. I, n. 234 ; Exhort. Virgin. (P.L. 16 ; vd. pure ed. e tr. it. di Salvati, cit. in bibliogr.) 0: P. I, nn. 226, 626; Ibid. 29: P. I, nn. 542, 553: Exp. Ev. Secundum Lucan (ed. C. Schenkl, C.S.E.L. 32. 4, Wien 1902 ; vd. pure ed. e tr. fr. di G. Tissot « Sources Chrétiennes » 45 e 52, Pa¬ ris 1956-1958) prol. 6 : P. I, nn. 231- 241; Ibid. V, 107: P. I, nn. 226. 232; Ibid. VI, 24: P. I. nn. 599, 626; Ibid. VI, 27: P. I, n. 226; Ibid. VII, 245: P. I, n. 224; Ibid. Vili, 14: P. I. n. 226: Ibid, Vili, 76: P. I, n. 226; Ibid. Vili, 78: P. I. n. 226; Ibid. IX, 18: P. I, nn. 599. 626; Ibid. IX, 30: p. 535; Ibid. X. 10: P. I, n. 452; Exp. Ps. CXVIII (ed. M. Petschenig, C.S.E.L. 62, Wien 1913) 2. 32: p. 535, P. I, nn. 28, 232, 250; Ibid. 5, 2: P. I, nn. 193, 243; Ibid. 5. 8: P. I. n. 35: Ibid. 5, 14: P. I, nn. 192. 243; Ibid. 6, 20 : P. I, n. 35 ; Ibid. 6, 32 : P. I. n. 35 ; Ibid. 8, 4 : P. I, n. 35 ; Ibid. 8, 5: P. I, nn. 35, 235, 239; Ibid. 8, 58: P. I. n. 35; Ibid. 13. 7: P. T. n. 626; Ibid. 13. 26: P. I. n. 247: Ibid. 16, 6: P. I. n. 35; Ibid. 16, 7: p. 535. P. I nn. 28. 35, 542. 550: Ibid. 16. 41-42: P. I. n. 241: Ibid. 20, 17-18: P. I. n. 226; Ibid. 20. 47: P. I, n. 35; Ibid. 22. 38: P. I. n. 232; In Ps. I en. (ed. M. Petsche¬ nig, C.S.E.L. 64, Wien 1919) 29: P. I, n. 35; Ibid. 38: P. I. n. 626; Ibid. 46: p. 534, P. I nn. 234, 235: In Ps. XXXVI en. 12 (C.S.E.L. 64 cit.); P. I. n, 50: ln Ps. XXXVII en 30 (C.S.E.L. 64 cit.) : p. 534, P. I n. 231 ; In Ps. XLVII en. 5 (C.S.E.L. 64 cit.) ; P. I, n. 35 ; In Ps. XLVI1I en. 25 (C.S.E.L. 64 cit.) : P. I, nn. 35, 233; Sermo contra Auxentium 16 (P.L. 16, fra le Epp. XX e XXI): P. I, n. 284. Ammianus Marcellin us, XIV, 6, 1 : P. I, nn. 96, 108, 441 ; XIV, 6, 9-23 : P. I, n. 394; XIV, 6, 19: P. I, nn. 317, 321, 393; XIV, 7, 9: P. I, n. 155; XV, 7, 3: P. I, nn. 108, 120, 442 ; XVII, 3, 4 : P. I, n. 124 ; XVIII, 4, 32: P. I, n. 395; XIX, 10, 1-4: P. I, nn. 314, 444; XX, 2, 5: P. I, n. 155; XX, 4, 3: P. I, n. 155; XX, 8, 13 : P. I, n. 155 ; XX, 13, 4-5 : P. I, n. 263; XX, 14, 1: P. I, n. 263; XXI, 7, 2-5: P. I, n. 145; XXI, 10, 16: P. I, n. 72; XXI, 11-12: p. 536, P. I n. 268; XXI, 12, 24: P. I, n. 317: XXII, 8, 33: P. I, n. 334; XXII, 14, 1: P. Il, nn. 175, 176, 449; XXII, 14, 2: P. II, nn. 174, 175; XXVII, 3, 2-4: P. I, n. 108; XXVII, 3-4: P. I, nn. 82, 392, 446; XXVII, 3, 12: P. I, n. 447; XXVII, 5, 7: P. I, n. 301; XXVIII, 1, 17- 18: P. I n. 265, P. II n. 450; XXVIII, 1, 27: P. I, n. 319; XXVIII, 4, 6-27: P. I, n. 334; XXVIII, 4, 28-34 : P. I, n. 334 ; XXVIII, 4, 32 : P. I, nn. 317, 334; XXVIII, 5, 15: P. I, n. 149; XXIX, 5: P. I, n. 450; XXXI, 2, Il : P. Il, n. 484 ; XXXI, 6, 6: P. II, n. 484; XXXI, 9, 4: P. I, n. 150. Anonymus, De Rebus Bellicis V (ed. E. A. Thompson, A Roman Refor¬ mer, cit. in bibliogr.) : P. I, n. 112. Anonymus Ravennas, Cosmographia (ed. J. ScHNETZ, Itineraria Romana II, Leipzig 1940) IV, 29: P. II, n. 205; IV, 33: P. I, n. 62. Anonymus Valesianus (ed. Th. Mommsen, M.G.H., A.A. IX, 1 e 2, Chron. Min., Berlin 1891-1892; vd. pure ed. e tr. ingl, di J, C. Rolfe,
ìndice delle fonti m in app. a Ammianus Marcellinus, III, London 1939) I, 7: p. 536; I, 32: P. I, η. 148; II, 50-53: P. Il, η. 659; II, 53: P. II, nn. 241, 440 ; Π, 62: P. II, n. 229; II, 67: P. II, n. 245; II, 72-73: P. II, il. 427; II, 73 : P. II, nn. 241, 290, 441, 466, 541 : II, 82: P. II, n. 419. Appianus, I, 7, 27: P. II, n. 127. Athanasius (P.G. 25), Apol. contra Arianos 1: P. II, n. 225; Hist. Arianorum 28: P. Il, n. 225. Augustinus, Confess, (ed. P. Knöll, C.S.B.L. 33, Wien 1896) IV, 14: P. I, η. 321 ; Ibid. IX, 3-6 : P. I, η. 239 ; Ibid. IX, 6: P. I, η. 488; Ibid. IX, 7 : P. I, η. 275 ; Contra ep. Parme- niant (ed. M. Petschenig, C.S.B.L. 51, Wien 1908) II, 4, 8: P. I, η. 488; Contra litt. Petiliani (ed. M. Petschenig, C.S.E.L. 52, Wien 1909) 1, 24, 26 : P. I, n. 488 ; De bona co¬ ning. (ed. J. Zyciia, C.S.E.L. 41, Wien 1900) : P. I, n. 576 ; De civ. Dei (ed. E. Hoffmann, C.S.E.L. 40, Wien 1899-1901 ; vd. pure ed. B. Dombart- A. Kalb, C.C.L. 47-48, Turnholt 1955) I, 10; P. I, n. 506; Ibid. V, 23: P. I, n. 499 ; Ibid. X, 1 : P. II, n. 114 ; Ibid. XXII, 8: P. II, n. 590; De haeres. 82 (P.L. 42): P. I, n. 576; De mor. Eccl. Cath. et mor. Man. (P.L. 32) II, 42: P. I, n .562; De ordine (ed. P. Knöll, C.S.E.L. 63, Wien 1922) I, 5-8: P. I, n. 239; En. in Ps. LXX (ed. E. Dekkers - J. Fraipont, C.C.L. 39, Turnholt 1956) I, 17: P. I, n. 261; Retract. II, 22 (ed. P. Knöll, C.S.E.L. 36, Wien 1902) : P. I, n. 576 ; Sermo de Urbis exc. (P.L. 40): P. I, n. 493; Sermo¬ nes (P.L. 36) CCLXXVIII, 12: P. I, n. 347; Ibid. CCCLV, 4: P. II, n. 167. Aurelius Victor XXXVII, 2: P. I, n. 299; XXXIX, 31: P. I, nn. 66, 68, 420; XL, 8-9: p. 536; XL, 17-19: P. I, n. 438. Ausonius, Ordo nob. urb. (ed. C. Schenkl, M.G.H., A.A. V, 2, Berlin 1883) V, Mediolanum: P. I, n. 216; Ibid. XIX, Narbo, vv. 18-19: P. II, η. 163. Avitus, Ep. 35 (ed. O. Seeck, M.G.H., A.A. VI, 2, Berlin 1883): P. II, n. 170. Basilius, Εις τήν έζαήμερον (P. G. 29 = ed. e tr. fr. di S. Giet, « Sour¬ ces chrétiennes » 26, Paris 1950) Vili, 8: P. I, n. 17; Εις τύν'ιδ ψαλ- μόνP.G. 29) I e II passim: P. I, n. 592; Ibid. II, 2: P. I, nn. 598, 600; Ibid. II, 3: P. I, n. 17; Ibid. II, 4: P. I, nn. 17, 600, 601; Εις τό ρητόν του κατά Λουκαν (P.G. 31) 2 : P. I, η. 262; Ibid. 4: P. I, ηη. 252, 262; Ibid. 5: P. I η. 631, P. II η. 432; 'Όροι κατά επιτομήν (P.G. 31) 254: P. I, η. 606; Πρός τούς πλου- τούντας (P. G. 31) 37 B-C : P. I, η. 43 ; Ibid. 58 A : P. I, η. 43 ; Περί νησ¬ τείας (P.G. 31) I, 7: P. I, n. 242. Beda, Chron. Min. ad a. DCCIII (ed. Th. Mommsen, M.G.H., A.A. XIII, Chron. Min., Berlin 1898) p. 302: P. II, n. 164; Ibid. p. 308: P. IT, n. 728. Boethius, De phil. com. (ed. W. Wein¬ berger, C.S.E.L. 67, Wien 1934) I, 4 : P. Il, nn. 255, 684. Caesarius, Sermones (ed. G. Morin, C.C.L. 103-104, Turnholt 1953) XXXIII, 2: P. II, n. 239; Ibid. CLXXXV, 7: P. II, n. 239; Ibid. CCVII, 3: P. II, n. 683; Ibid. CCVIII, 2 : P. II, n. 239. Carmen de Synodo Ticinensi (ed. L. Bethmann - G. Waitz, M.G.H., SS. Rer. Lang, et Ital. saec. VI-IX, Hannover 1878) p. 190: P. I, n. 201. Cassiodorus, Chronica ad a. DXIX (ed. Th. Mommsen, M.G.H., A.A. XI, 2, Chron. Min., Berlin 1894) 1172, p. 154 : p. 538 ; Ibid. 1235, p. 156 ; P. I. n. 524 ; Ibid. 1255, p. 157 : p. 541 ; Ibid. 1293, p. 158 : p. 543 ; Ibid. 1327,
622 Economia e società nell'«. Italia Annonaria » p. 159: P. II, n. 164; Ibid. 1339, p. 160 : P. II, n. 245 ; Hist. Eccl. Trip. (ed. W. Jacob - il. Hanslik, C.S. E.L. 71, Wien 1952) VI, 30 : p. 549 ; Ibid. VI, 40: P. II, n. 449; Variae (ed. Th. Mommsen, M.G.H., A.A. XII, Berlin 1894), I, 2 : pp. 552, 554 ; I, 10: pp. 273, 554, P. II nn. 149, 319, 333, 413, 440, 441, 442, 466; I, 16: p. 554, P. II nn. 9, 61, 429, 531, 673; I, 17: p. 554, P. II, n. 339; I, 26: pp. 334, 554; I, 28: p. 554, P. I n. 212; I, 29: p. 554, P. II n. 206; I, 34: pp. 286, 287, 288, 311, 554; P. II, nn. 212, 214, 401, 682 ; I, 35 ; p. 554, P. II nn. 89, 144, 158, 202, 674; II, 5: p. 554, P. II n. 199; II, 7: pp. 552, 554, P. I n. 212; II, 8: p. 554, P. II nn. 201, 365, 681 ; II, 12 : pp. 285, 288, 311, 554, P. II nn. 211, 401, 409, 416, 424, 498, 682; II, 17: pp. 334, 554; II, 18: p. 554, P. II nn. 413, 619; II, 20: p. 554, P. II nn. 198, 203, 681; II, 21: p. 554, P. II nn. 162, 670; II, 23: pp. 552, 554; II, 24: pp. 331, 554, P. II n. 9; II, 25: p. 554, P. II n. 9; II, 26: p. 554, P. II nn. 19, 31, 32, 39, 49, 50, 52, 65, 67, 78, 79, 80, 81, 82, 83, 87, 202, 261, 413; II, 27: p. 554, P. II n. 419; II, 29: pp. 334, 554, P. I nn. 212, 269; II, 30: pp. 334, 554, P. I n. 259, P. II nn. 52, 423 ; II, 31 : p. 554, P. II n. 206 ; II, 32 : p. 554, P. II nn. 162, 671; II, 33: p. 554, P. II nn. 162, 671; II, 35; p. 554, P. I n. 212; II, 36: p. 554, P. I n. 212; II, 38 : p. 554, P. II nn. 13, 19, 40. 51, 60, 67, 69, 179, 202; II. 39: p. 554, P. I n. 212; III, 7: p. 554, P. 1 n. 558; III, 8: p. 554, P. II nn. 157, 675; III, 9: p. 554, P. I n. 212; III, 10: p. 554. P. I n. 212: III, 14: p. 554, P. II n. 620; III, 19: pp. 552, 555, P. I n. 212; III, 20: p. 555, P. II n. 77; III, 25: pp. 552, 555 ; III, 31 : p. 555, P. I n. 171; III, 32: p. 555, P. II, nn. 6, 677; III, 37: p. 555, P. II n. 620; III, 40: pp. 268, 555, P. II nn. 6, 7, 170, 171, 677; III, 41: pp. 267, 555, P. I n. 307, P. II nn. 170, 213, 677, 680; III, 42: pp. 268, 555, P. II nn. 6, 170, 677, 678, 680 ; III, 44 : p. 555, P. II n. 6; III, 45: p. 555, P. II n. 419; III, 46: p. 555, P. II n. 157 ; III, 47 : p. 555, P. II n. 157 ; IV, 3: p. 555, P. II n. 167; IV, 5: p. 555, P. II nn. 53, 69, 180, 184, 319, 679; IV, 7: p. 555, P. II nn. 40, 55, 67, 167, 413, 676 ; IV, 8 : p. 555, P. I n. 212; IV, 10: p. 555, P. II n. 160 ; IV, 18 : p. 555, P. II n. 430 ; IV, 19: p. 555, P. II nn. 57, 184, 679; IV, 20: p. 555, P. II n. 358; IV, 24 : p. 555, P. II n. 357 ; IV, 26 : p. 555, P. II n. 6; IV, 31: p. 555, P. II n. 353; IV, 33: p. 555, P. II nn. 413, 419; IV, 34: p. 555, P. II nn. 413, 431, 487; IV, 36: p. 555, P. II nn. 202, 681; IV, 43: p. 555, P. II n. 419; IV, 44: p. 555, P. II, n. 620; IV, 45: p. 555, P. II n. 206; IV, 50: p. 555, P. II n. 159; V, 6: p. 555, P. II nn. 9, 270, 687 ; V, 7 : p. 555, P. II nn. 9, 271, 275, 287; V, 8: pp. 552, 555, P. I n. 212; V, 9: p. 555, P. I n. 212; V, 10: p. 555, P. II n. 178 ; V, 11 ; p. 555, P. II n. 178; V, 13: p. 555, P. II n. 178; V, 16: pp. 286, 550, 551, 555, P. II nn. 49, 322, 417 ; V, 17: pp. 286, 550, 551, 555, P. II n. 322; V, 18: pp. 551, 556, P. II n. 322; V, 19: pp. 551, 556, P. II n. 322; V, 20: pp. 286, 551, 556. P. II nn. 49. 322; V, 25: p. 556, P. I n. 216; V, 28 : p. 556, P. I n. 212 ; V, 29 : p. 556, P. II n. 613; V. 35: p. 556, P. I n. 349, P. II nn. 54. 239, 244, 272, 347. 407. 685; V, 37: p. 556, P. II n. 419; V, 38: pp. 532, 556, P. I n. 212; V, 39: p. 556, P. II nn. 68, 80, 236, 239, 522; VI, 6: p. 556, P. II n. 255; VI, 7: pp. 553. 556, P.
Indice delie fonti il nn. 419, 570; VI, 18: p. 556, 1*. li n. 303; VII, 4: p. 556, P. II u. 327 ; VII, 9: p. 556, P. il n. 421; VII, 10: p. 556, P. I il. 216; VII, 12: p. 556, P. II n. 33; VII, 15: p. 556, P. I n. 212 ; VII, 17 : pp. 553, 556; VII, 18: pp. 552, 556; VII, 19: pp. 552, 556 ; VII, 23 : p. 556, P. II n. 421 ; Vili, 8 : p. 556, P. II n. 351 ; Vili, 29: p. 556, P. I n. 212; Vili, 30: p. 556, P. I n. 212; Vili, 31: pp. 305, 556 ; P. I nn. 143, 212, 244, P. Il nn. 279, 426, 688; Vili, 33: I). 556, P. II nn. 284, 689; IX, 2: p. 556, P. II nn. 257, 278, 620; IX, 3: pp. 552, 556, P. Il n. 428; IX, 5 : pp. 333, 556, P. II nn. 64, 294, 347, 690; IX, 10: p. 556, P. II nn. 164, 239, 257, 258, 686 ; IX, 11 : p. 556, P. II nn. 239, 259, 686 ; IX, 12: p. 556, P. II nn. 239, 259, 686; IX, 13 : p. 556, P. II n. 264 ; IX, 14 : pp. 266, 273, 333, 556, P. I n. 212, P. II nn. 166, 262, 319 ; X, 8 : p. 556, P. II n. 419; X, 9: p. 556, P. II n. 419; X, 27: pp. 326, 327, 556, P. II nn. 86, 290, 336, 340, 347, 375, 377, 700 ; X, 28 : pp. 325, 556, P. II nn. 91, 206, 336, 338, 699; X, 30: p. 556, P. I n. 212; XI, 5: p. 557, P. II nn. 321, 691; XI, 6: p. 557, P. II n. 88; XI, 7: p. 557, P. II n. 85 ; XI, 11 : p. 557, P. II nn. 25, 325, 693 ; XI, 12 : pp. 333, 557, P. I nn. 1, 326, 693; XI, 14: pp. 322, 557, P. II n. 329 ; XI, 15 : pp. 327, 557, P. II nn. 210, 331, 333, 696; XI, 16: p. 557, P. II nn. 333, 334, 697 ; XI, 39 : pp. 312, 351, 557, P. II nn. 226, 234, 303, 304, 309, 414, 497, 694; XII, 4: pp. 285, 535, 557, P. II nn. 229, 391, 698 ; XII, 5 : pp. 273, 319, 557, P. II nn. 9, 67, 210, 320, 391, 695; XII, 6: p. 557, P. II n. 333; XII, 7: p. 557, P. II nn. 376, 389, 391, 704 ; XII, 8 : pp. 335, 557, P. II n. 386; XII, 12: p. 557, P. II n. 391 ; XII, 14 : pp. 318, 557, P. II 623 nn. 293, 316, 695; XII, 15: pp. 317, 557, P. II nn. 315, 413, 695 ; XII, 17 : p. 557, P. I n. 212 ; XII, 18 : p. 557, P. Il nn. 323, 692; XII, 19: p. 557, P. II n. 323 ; XII, 22 : pp. 283, 346, 535, 557, P. I nn. 238, 239, 272, 309, P. II nn. 23, 35, 38, 56, 95, 210, 235, 254, 291, 393, 395, 398, 399, 400, 403, 705; XII, 23: p. 557, P. II nn. 22, 35, 67, 95, 395, 397 ; XII, 24 : pp. 348, 553, 557, P. I n. 135, P. II nn. 239, 393, 405, 407; XII, 25: pp. 326, 557, P. II nn. 335, 376, 391, 698; XII, 26: pp. 287, 557, P. II, nn. 241, 376, 377, 379, 391, 442, 700, 701, 702 ; XII, 27 : pp. 326, 327, 557, P. II nn. 241, 290, 342, 388, 389, 442, 703. Cass. Dio LI, 21, 5 : P. II n. 618 ; LV, 12, 4: P. II n. 477. Cato, De agric. I, 7 : P. I n. 528 ; Ibid. XVIII : p. 531. Ceuuenus, Hist. Comp. (ed. B. G. Niebuiir, C.S.H.B. 38, Bonn 1839) pp. 372 sgg. : P. II n. 440. Chron. Gall. a. CCCCLII (ed. Th. Momm¬ sen, M.G.H., A.A. IX, 2, Chron. Min., Berlin 1892) p. 650: P. I n. 483; Ibid. p. 654: P. I n. 509; Ibid. p. 658 : P. I n. 517 ; Ibid. p. 662 : p. 538, P. I n. 501 ;. Ibid. p. 654 : p. 541 ; Ibid. p. 658 : p. 541 ; Ibid. p. 662: p. 541. Chron. Gall. a. DXI (ed. Th. Momm¬ sen, M.G.H., A.A. IX, 2 cit.), p. 663 : p. 541; Ibid. p. 664: pp. 542, 543. Chronoor. a. CCCLiIIII (ed. Th. Mommsen, M.G.H., A.A. IX, 1 cit.) p. 69: P. I n. 108. Cicero, Ad Atticum XIII, 3: P. II n. 9; Ad. Fam. X, 30: P. I n. 161; De amie. IV, 13: P. I n. 437; De lege agr. ad Rullum II, 18, 48: P. I n. 529; Ibid. Ili, 4, 14: P. I n. 33; De officiis I, 34, 125: P. I n. 325; Ibid. II, 25, 89: P. I n. 529; Pro Q. Roscio Comoedo X, 28 : p. 564, P. I η. 338; II in Verr. II,
62à Economia c società nell’a Italia Annonaria » 6 e 17: P. I η. 276; Ibid. Ill, 84 e 90 e 173-174: P. II n. 477. Claudianus (ed. TL. Bist, A. A. X, Berlin 1892), De Bell. Qild. vv. 17 sgg. : P. I n.' 483 ; Ibid. vv. 62 sgg.: P. I n. 483; Ibid. v. 70: P. I. n. 483; De Bell. Poll. vv. 213- 226: p. 538; Ibid. v. 287: p. 537; Ibid. vv. 419 sgg. : p. 538 ; Ibid. vv. 455 sgg. : p. 537 ; Ibid. vv. 611- 648: p. 538; De cons. Stil. I, vv. 307-308: p. 548; Ibid. I, vv. 307- 309: P. I nn. 486, 489; Ibid. II, vv. 391-396: P. I nn. 353, 486, P. II n. 5 ; Ibid. II, v. 392 : P. I n. 347 ; Ibid. Ill, vv. 91-105 e partie. 91-94 : P. I n. 486; De nuptiis Hon. et Ma¬ riae: P. I η. 492; De IV cons. Hon. vv. 3 sgg.: P. I n. 492; Ibid. vv. 496-499: P. I n. 132; De VI cons. Hon. vv. 201 sgg. : p. 538 ; Ibid. vv. 454-455 : p. 537 ; In Eutrop. I, vv. 399-409: P. I nn. 349, 353, 486; Ibid. II, vv. 1-8 e 24 sgg. : P. I n. 493. Clemens Alex., Stromata II, 18 (ed. e tr. fr. di P. Th. Camelot - CL Mon- DÉSERT. Paris 1954, « Sources Chré¬ tiennes » 38) : P. I n. 592. C. I. I, 2, 7: P. II n. 359; I, 4, 1: P. I n. 368 ; I, 4, 17-18 : P. II n. 366 ; I, 4, 26: P. II nn. 355, 367; I, 27, 1, 22 sgg.: p. 549; I, 27, 2, 20 sgg.: p. 549; I, 28, 1: P. II n. 267; IV, 32, 26: P. II nn. 547, 617; IV, 41, 1: P. I n. 301; IV, 42, 2: P. I n. 180; IV, 61, 6: P. I n. 357; TV, 63, 1 : P. I n. 368 ; VI, 43, 3 : p. 565, P. II n. 582; VII, 7, 1 : p. 565, P. II n. 582; X, 27, 1: P. II n. 34; X, 27, 2: P. II nn. 21, 49, 407; X, 27, 3: P. II nn. 44, 366; X, 78, 1 : P. II n. 440; XI, 2, 2 (4): P. I n. 472, P. II n. 238 ; XI, 2, 5 : P. II n. 238 ; XI, 11, 2: P. II n. 458; XI, 48, 2: P. I nn. 119, 122; XI, 48. 3: P. I nn. 122, 403 ; XI, 48, 4 : P. II n. 112 ; XI, 48, 5: P. II n. 125; XI, 48, 19: P. II nn. 112, 115; XI, 48, 23; P. I n. 34 ; XI, tit. 50 passim : P. II n. 132; XI, 50, 1: P. II n. 132; XI, 50, 2 : P. II nn. Ill, 112 ; XI, 58, 2: P. I n. 113; XI, 59, 1: P. I n. 80; XI, 68, 4: P. II n. Ill; XII, 37, 19: P. II n. 366. C. Th. I, 2, 9: P. I n. 258, P. II n. 210; I, 5, 12: P. I n. 403; I, 5, 13: P. I n. 403; I, 6, 7: P. I n. 316; I, 10, 8: P. I n. 403; I, 28, 2: P. I n. 132; I, 34 (35), 1 : P. I n. 325 ; II, 31, 1 : P. I n. 34 ; II, 33, 1 : P. II n. 547 ; II, 33, 4: P. II n. 547; III, 3, 1: P. I. n. 180 ; III, 14, 1 : P. I n. 155 ; IV, 6, 3 : P. I n. 325 ; IV, 12, 1 : P. I n. 83 ; IV, 13, 1 : P. I n. 83 ; V, 9, 2 : P. I. n. 178; V, 10, 1: P. I nn. 177, 180; V, 11, 8: P. I n. 125; V, 11, 9: P. I n. 125 ; V, 19, 1 : P. II n. Ill ; VI, 2, 13: p. 559; VI, 2, 15: p. 559; VI, 2, 23: p. 559; VI, 2, 24: P. I n. 371; VI, 3, 1: P. I n. 34; VI, 4. 20 : P. I n. 381 ; VI, 4, 21 : p. 559 ; VI, 4, 27: P. I n. 258; VI, 23, 2: P. I n. 403; VI, 23, 3: P. I n. 403; Λα, 26, 3: P. I n. 403; VI, 26, 15: P. I n. 403 ; VT, 27, 13 : P. I n. 403 ; VI, 29, 2: P. I n. 84; VI, 30, 20: P. I n. 403 ; VI, 35, 4 : P. I n. 403 ; Λα, 37, 1: P. I n. 325; VII, 6, 4: P. II n. 590; VII, 13, 7: p. 564; VII, 15, 1 : P. I n. 155 ; VII, 20, 12 : P. I nn. 155, 284; VIII, 4, 7 : P. I n. 403; VIII, 4, 17: P. II n. 458; VIII, tit. 5 : P. II, nn. 30, 328 ; VIII, 5, 32 : P. I n. 84 ; VIII, 15, 5 : P. I n. 41 ; IX, 1, 10 : P. I n. 325 ; IX, tit. 17: P. II n. 430; IX, 30, 1: P. II n. 164 ; IX, 30, 2 : P. II n. 164 : IX, 30, 3: P. II n. 164; IX, 30, 4: P. II n. 164; IX, 30, 5: P. II n. 164; IX, 31, 1: P. II n. 164; X, 8, 1 : P. I n. 34 ; X, 10, 25 : P. I n. 151 ; XI, 1, 6: P. I nn. 1, 67. 74, 92, 98, 99, P. II n. 233; XI, 1, 9: P. I nn. 84, 128. P. II n. 223; XI, 1, 10:
indice delle fonti 62Γ> P. 1 η. 123 ; XI, 1, 12 : P. I nn. 122, 403; XI, 1, 14: P. II n. 112; XI, 1, 1δ: P. II n. 85; XI, 1, 33: P. I il. 403; XI, 1, 36: P. I n. 85; XI, 1, 17: P. I n. 117; XI, 2, 2: P. I nn. 79, 126; XI, 2, 3: P. I n. 107; XI, 2, 4 : P. I n. 126 ; XI, 2, 5 : P. I n. 126; XI, 3, 5: P. I n. 34; XI, 10, 2 : P. I n. 84, P. Il n. 223 ; XI, 13, 1: P. I n. 131, P. II n. 223; XI, 16, 1: P. I n. 89; XI, 16, 2: P. I nn. 86, 130, P. II u. 223; XI, 16, 9: P. I n. 89, P. II n. 223 ; XI, 16, 12 : P. I n. 48; XI, 16, 15: P. I nn. 403, 421; XI, 24, 1-6: P. I n. 37; XI, 28, 2: P. I nn. 48, 132, 423, 431, P. II n. 276; XI, 28, 4: P. I n. 134; XI, 28, 7: P. I nu. 48, 431, P. II nn. 161, 276 ; XI, 28, 12 : P. I nn. 48, 431, P. II n. 161 ; XI, 30, 62 : P. I n. 155; XI, 36, 2: p. 559; XI, 36, 3: p. 559 ; XI, 36. 26 : P. I n. 278 ; XI, 36, 31 : P. I n. 278 : XII. 1, 42 : P. I nn. 117, 118, 403; XII, 1, 55: P. I n. 183 ; XII, 1, 72 : P. I n. 371 ; XII, 1, 85: P. I n. 278; XII, 1, 110: P. I n. 278; XII, 1, 138: P. I n. 284; XII, 1, 146 : P. I n. 37 ; XII, 1, 150 : P. I n. 284 ; XII, 1, 156 : P. I n. 284 : XII, 1, 158: P. II nn. 276. 299; XII, 1. 176: P. I n. 278; XII, 6, 15: P. I nn. 97, 102, P. II n. 36; XII, 7, 1 : P. II n. 149 ; XII, 17, 1 : P. I n. 183 ; XII, 19, 1 : P. Il n. 279 ; XII, 19, 2 : P. I n. 284 ; XIII, tit. 1 : P. II n. 18; XIII, 1, 3: P. I n. 345: XIII, 1, 4: P. I n. 368; XIII, 1, 5: Γ. I un. 366, 368, 371, 404. P. II nn. 66, 70 ; XIII, 1. 6 : P. I n. 345 ; XIII, 1. 8 : P. I n. 345 ; XIII, 1, 10 : P. I nn. 346, 371, P. II nn. 66, 74 ; XIII, 1, 11: P. I n. 364; XIII, 1, 12: P. I n. 344; XIII, 1, 13: P. I nn. 344, 364; XIII, 1. 14: P. I n. 364; XIII, 1, 15: P. I nn. 37, 366, P. II n. 70; XIII, 1, 18: P. II n. 75: XIII, 1. 21: P. I nn. 37, 366, P. II n 70; XIII, 5. 3: P. I n. 371 ; XIIT, 5, 4: P. I n. 349; XIII, 5, 5: P. I n. 371; XIII, 5, 7: P. II n. 407; XIII, 5, 8: P. I n. 349; XIII, 5, 14: P. I n. 371, P. II n. 243; XIII, 5, 16 : P. I nn. 357, 371 ; XIII, 5, 23 : P. I n. 357; XIII, 5, 26: P. I n. 472, P. II n. 238; XIII, 5, 33: P. II n. 238 ; XIII, 6, 8 : P. I n. 371 ; XIII, 9, 1-6 : P. II n. 167 ; XIII, 9, 4 : P. II n. 55; XIII, 10, 3: P. I n. 119; XIII, 11, 1: P. I n. 113; XIII, 11, 3: P. I n. 37; ΧΠΙ, 11, 10: P. I n. 146; XIII, 11, 12-13: P. I n. 123; XIII, 11, 15 : P. I n. 123 ; XIV, 4, 3 : P. II nn. 303, 457, 491 ; XIV, 4, 4: P. II nn. 303, 457; XIV, 4, 10: P. II nn. 310, 459 ; XIV, 6, 1 : P. II nn. 457, 464; XIV, 6, 3: P. II nn. 457, 464; XIV, 9, 1: P. I n. 321; XIV, 9, 4 : P. I n. 381 ; XIV, 15, 3 : P. I n. 483 ; XIV, 15, 4 : P. I n. 173 ; XIV, 16, 1: P. I n. 356; XIV, 17, 4: P. II n. 289; XIV, 17. 7: P. I n. 381; XIV, 22, 1: P. I n. 357; XIV, 24, 1: p. 559; XV, 1, 14: P. I n. 209; XV, 1, 16: P. I n. 210; XV, 1, 18: P. I n. 210; XV, 1, 26: P. I n. 211; XV, 1, 28 : P. I n. 210 ; XV, 1, 32 : P. I n. 210 ; XV, 1. 37 ; P. I n. 210; XV, 1, 41 : P. I n. 210; XV, 1. 43: P. I n. 210: XV, 7, 13: P. I n. 216 ; XV, 14, 4 : P. I n. 371 ; XVI, 2. 5 : P. I n. 325 ; XVI. 8. 13 : P. II n. 299. Collectio Avellana (ed. O. Günter. C.S.E.Ij. 35, Wien 1895) I : P. I n. 447; Ibid. II-XIII: P. I n. 447; Ibid. X: P. I n. 448; XIV. 2: P. I n. 285. Oglumella, De r.r. I, 2, 3 : P. I n. 527 : I, 2, 3-5 : P. I n. 534 ; II, 9, I : P. II nn. 539, 546 ; II, 12, 7 : P. I n. 185. P. II n. 509 ; III. 3, 1-4 : P. I n. 532 : III. 3, 2 : P. I n. 100, P. II n. 541 : III, 3, 3: P. I n. 100, P. II nn. 541, 550; III. 3, 4: P. II nn. 539, 550; III, 3. 8 : p. 563, P. II nn. 509, 548. 601; III, 3, 9: P. II nn. 509, 547; 40. L. Ruggini
Economìa e società nell'a Italia Annonaria » G26 III, 3, 10: P. II n. 504; XII, 18, 3: p. 531. Conciliat ed. J. D. Mansi, Sacrorum conciliorum nova et amplissima col¬ lectio, II (Firenze 1759) col. 9 (Conc. di Elvira del 305): P. I n. 627; Ibid. II, col. 472 (I Conc. di Arles, del 314) : P. I n. 627 ; Ibid. II, col. 476 (I Conc. di Arles) : P. II n. 222; Ibid. II, col. 565 (Conc. di Laodi¬ cea) : P. I n. 627 ; Ibid. II, col. 675 (Conc. di Nicea dei 325) : P. I nn. 613, 627; Ibid. Ill (Firenze 1759), col. 42 (Conc. di Serdica del 343) : P. II n. 221; Ibid. Ili, col. 149 (I Conc. di Cartagine, del 349): P. I n. 627; Ibid. Ill, col. 922 (Conc. di Ippona del 393): P. I n. 627 ; Ibid. V (Firenze 1761), coll. 1161-1162 (Conc. Romano del 433) : p. 560; Ibid. VII (Firenze 1762), col. 880 (II Conc. di Arles, fra il 441 e il 452): P. I n. 627; Ibid. IX (Firenze 1763), col. 1879 (Gone. dOrléans del 538): P. I n. 627. Const. Sirmond. (ed. in app. a C. Th.) 5: p. 541, P. I n. 514. Continuatio Pauli III, 482 (ed. L. Βετημλνν-G. Waitz, M.G.H., SS. Rer. Lang, et Ital. cit.) : P. II n. 767. Continuator Marcellini Comitis Chron. (ed. Th. Mommsen, M.G.H., A.A. XI, 1, Chron. Min., Berlin 1893) p. 104 (a. 536) : P. ΙΓ n. 318 ; Ibid. p. 105 (a. 538): P. I n. 430; Ibid. p. 106 (a. 538) : P. II n. 711 ; Ibid. p. 106 (a. 539): P. II n. 713: Ibid. pp. 106-107 (aa. 538-542): P. I n. 194, P. II nn. 387, 708. Corippus, Iohan nidos (ed. J. Partsch, M.G.H., A.A. Ili, 2, Berlin 1879) III, V. 290 : P. I n. 265. Cyprianus, Testini. III, 48 (ed. G. Hartel, C.S.E.L. 3, Wien 1868): P. I n. 591. De caerimoniis [Const. Porphyrog.] 412, 425, 432, 438, (ed. Reiske, C.S.II.B. 6-7, Bonn 1829-1830) : p. 549. De rebus bellicis : vd. Anonymus De rebus bellicis. Dig. XIV, tit. 6 passim: P. I η. 602; XV, 3, 16: P. II n. Ill; XIX, 2, 61, 1 : P. I nn. 243, 266, 563 ; XXXIII, 7, 1: P. II n. Ill; XXXIII, 7, 3: P. II n. Ill ; XXXIII, 7, 12 : P. II n. 112; XXXIII, 7, 20: P. II n. Ill ; XXXIX, 4, 11 : P. I n. 301 ; XLVI, 1, 11: P. I n. 602; XLVI, 2, 19 : P. I n. 602; XLVII, 9, 7 : P. I n. 34; L, 5, 3: P. II n. 243; L, 5, 9, 1: P. I n. 358; L, 6, 6 (5), 3: P. I nn. 357, 358; L, 16, 115: P. I n. 34; L, 16, 239, 2: P. I n. 325; L, 17, 59: P. I n. 34. Dionysius Halicarn. 44, 3: P. II n. 243. Ed. lust. XIII, 8 (ed. in app. a Nov. lust.) : P. II nn. 247, 407. Ed. Rothari cc. 130-136 (ed. F. Bluh- me, M.G.H., Legum IV, Hannover 1868): P. II n. 639. Ed. Theoderici 143 (ed. G. Baviera, Fontes Iuris Romani Anteiustinia- ni II, Firenze 19402) : P. II n. 419. Ennodius (ed. F. Vogel, M.G.H., A.A. VII, Berlin 1885) Op. I {Diet. 1, In nat. Laurenti) : P. II n. 190 ; Opp. CLXII-ö-/-CLXrV (Carm. 2, 39-45) : P. I n. 30 ; Op. CLXXV {Epist. 5, 2) : P. I n, 216; Opp. CCXX- CCXXIII {Dictt. 25, 14,15,16) : P. I n. 216 ; Op. CCXXXII {Carm. 2,101): P. I n. 216; Op. CCXXXIII {Carm. 2, 103) : P. I n. 216 ; Op. CCXXXV {Epist. 5, 13): P. I n. 235; Op. CCXXXIX {Diet. 17): P. I n. 216; Op. CCXL {Descr. vitae Bb. An¬ toni Monadi 15: P. II n. 329; Op. CCXLIII {Diet. 18): P. I n. 216; Op. CCLXI {Diet. 18): P. I, n. 216; Op. CCCVI {Epist. 7, 1): P. II n. 138; Op. CCCLXV {Carm. 2, 141): p. 535, P. I n. 545 ; Op. CCCLXVII {Carm. 2, 143): p. 535; Op.
indice delle fonti G2T CDXXII1 (Carm. 1, 5): P. II n. 668; Op. CDXXXVIII (Epist. 9, 14): P. II nn. 192, 663; Op. CDLXVI (Diet. 28): P. I n. 216; Op. CDLXVII (Diet. 23): P. I n. 216; Pan. Theod. XI, p. 210: P. II n. 195; Ibid. XIII, p. 211: P. II n. 164; Ibid. XV, p. 212: P. II n. 195; Ibid. XXI, p. 214 : P. II n. 419 ; Vi¬ ta Ep. 21: P. II n. 668; Ibid, 72 : P. I n. 327; Ibid. 79-80: p. 543; Ibid. 85: P. I n. 216; Ibid. 99: P. I n. 216; Ibid. 95-106: p. 544, P. II n. 188; Ibid. 107: p. 544, P. II nn. 80, 188, 352; Ibid. 111-112: p. 544; Ibid, 121: P. II nn. 189, 662; Ibid. 137-139: P. II nn. 218, 388, 661; Ibid. 138-139: P. II n. 192; Ibid, 171-172: P. II n. 193; Ibid. 182-189: P. II nn. 197-664; Ibid. 184: P. II n. 206; Ibid, 191: P. II n. 206. Epitome de Caesaribus: I, 6 (ed. F. Pichlmayr, Leipzig 1911, in app. ad Aurel. Vict.): P. II n. 252. Eugippus, Vita Severim (ed. P. Knoll, C.S.E.L. 9, 1, Wien 1885) III, 2-3 : P. I n. 311 ; XVIII, 1 : P. I n. 311; XXVIII, 2: P. I n. 303; XLIV, 5: p. 286. Eusebius-Hìeronymus, Chron. (P.L. 27) II, coll. 505-506 (= p. 194 ed. Schöne) : P. I, n. 447. Eustathius, Comm. ad Dion. Perieg. (ed. C. Müller, G.G.M., II, Paris 1882) 297: P. I n. 287; Ibid. 378: P. I n. 297. Eutropius, Brev. ab Urbe condita (ed. H. Droysen, M.G.H., A.A. II, Berlin 1879) IX, 17: P. I n. 299: X, 2, 3: P. I n. 434. Evagrius, Hist. Eccl. (P.L. 86, 2) II, 7: P. I n. 523. Eœpositio Totius Mundi (ed. C. Mül¬ ler, G.G.M. IT, Paris 1882) 36 : P. I n. 264 ; Ibid. 53 : P. I nn. 427, 432, 434; Ibid, 54: P. I nn. 427, 430, P. II nn. 207, 654; Ibid, 57: P. I n. 311; Ibid, 60: P. II n. 582; Ibid. 65: P. I n. 425; Ibid, 66: P. I n. 426. Felix IV, Constitutum Eccl. Rav. (P.L. 65): P. II nn. 631, 641. Ferrandus, Vita Fulgentii 9 (P.L. 65) : P. II n. 245. Festus, De verb. sign. p. 233 (ed. K. 0. Müller, Leipzig 1880 = p. 261 ed. W. M. Lindsay, Leipzig 1913) : P. I n. 34. Flavius Iosephus, De bell. lud. II, 16: P. II n. 252. Fredegarius, Chron, II, 57 (ed. B. Krusch, M.G.H., SS. Rer. Mer. II, Hannover 1888): P. II n. 205. Frontinus, De eontrov. agr. II, p. 44 (ed. K. Lachmann, Gromatici Ve¬ teres - Römische Feldmesser, I, Berlin 1848): P. I n. 33. Gaudentius Brix. (ed. A. Glück, C.S.E.L. 68, Wien 1936) Sermo IV : P. I η. 39; Sermo Vili: P. I nn. 39, 234; Sermo XIII: p. 537, P. I nn. 39, 226, 229, 235, 249, 259, 405 ; Sermo XV: P. I n. 231; Sermo XVII, 2: p. 237. Gelasius I, Ep. adv. Andr. Sen. (Tract. VI, 5) (ed. A. Thiel, Epi¬ stolae Romanorum Pontificum ge¬ nuinae et quae ad eos scriptae sunt a S. Hilaro usque ad Pelagium II, 1, Brunsberg 1868; vd. pure ed. e tr. fr. di G. Pomarès, Lettre contre les Lupercales cit. in bibliogr.) p. 601: P. I n. 194, P. II nn. 187, 387, 653, 658, 665; Ep. XIV, 27 (ed. Thiel cit.) : P. II n. 358 ; Ep. fr. 23 : P. II n. 358 ; Ep. fr. 25 : P. II n. 631; Ep. fr. 26: P. II n. 631; Ep. fr. 40: P. II n. 279. Gesta Pontificum Neapolitanorum (ed. G. Waitz, M.G.H., SS. RR. Lang, et Ital. cit.) 24, XXVII: P. II n. 753 ; 31, XXXIIII: P. II n. 760. Graegorius I, Dial. (ed. U. Moricca, «Fonti per la St. dit.» 57, Roma 1924) ΙΙΓ, 8: P. II n. 740; Ibid,
628 Economia e società nell'a Italia Annonaria » III, 10: P. I n. 469, P. II n. 357; Ihid. Ili, 17: P. II n. 709; Ibid. Ili, 19: P. II n. 737; Ibid. Ili, 38: P. II n. 767; Ibid. IV, 19: P. P. II n. 740; Ibid. IV, 27: P. II nn. 724, 740 ; Ibid. IV, 37 : P. II n. 740; Ibid. IV, 40: P. II n. 740; Homil. in Ev. (P.L. 76) I, 1: P. II n. 727 ; Ibid. II, 19, 7 : P. II n. 740 ; Ibid, II, 38, 16: P. II n. 740; Homil. in Ezech. II, 6, 22 e 24 (P.L. 76): P. II il. 746; Moralia IX, 31 (P.L. 74) : P. I n. 552 ; Reg. Ep. (ed. P. Ewald, M.G.H., Epist. I, 1, Berlin 1887; ed. L.M. Hart¬ mann, Ibid. I, 2, Berlin 1891, e II, Berlin 1899) I, 2 : P. I n. 351, P. II nn. 73, 154 ; Ibid. I, 37 : P. II n. 125 ; Ibid. I, 42 : p. 561, P. I n. 355, P. II nn. 38, 49, 70, 73, 97, 101, 103, 104, 110, 119, 126, 130, 132, 133, 134, 138, 154, 164, 408, 429; Ibid. I, 44 : P. II n. 125 ; Ibid. I, 65 : P. II n. 125; Ibid. I, 70: P. I n. 355, P. II nn. 73, 85, 122, 134, 154, 164, 745; Ibid. I, 80: P. I n. 269; Ibid. II, 3 : P. II nn. 124, 274, 524 ; Ibid. Il, 14: P. II n. 352; Ibid. II, 34: P. II n. 352; Ibid. II, 28: P. II n. 647 ; Ibid. II, 38 : P. II nn. 106, 107, 125, 138, 164; Ibid, III, 37: P. II n. 194; Ibid. IV, 9: P. II n. 194: Ibid. IV, 11: P. II n. 358; Ibid. IV, 21: P. II nn. 113, 114, 194; Ibid, IV, 26: P. II n. 132; Ibid. IV, 40: P. II n. 73; Ibid. IV, 43: P. II n. 73; Ibid. V, 7: p. 561, P. II nn. 116, 124, 132, 156; Ibid. V, 10: P. II nn. 107, 178; Ibid. V, 12: P. II n. 358 ; Ibid. V, 27 : P. II n. 358 ; Ibid. V, 31: P. II nn. 106, 108; Ibid. V, 36: P. Il nn. 194, 368, 749; Ibid, V, 38: P. II nn. 352, 622; Ibid. V, 48: P. II n. 358; Ibid. VI, 29: P. II n. 194 ; Ibid, VI, 51: P. II nn. 124, 135 ; Ibid, VII, 21: P. II n. 194; Ibid. Vili, 7: P. II n. 358; Ibid. IX, 2: P. I n. 350; Ibid. IX, 6: P. I n. 269; Ibid. IX, 37: P. II nn. 123, 538; Ibid. IX, 43: P. II n. 114 ; Ibid. IX, 71 : p. 561, P. II nn. 107, 124; Ibid. IX, 78: P. II nn. 117, 120, 138; Ibid, IX, 96: P. II n. 123; Ibid. IX, 104: P. II n. 194: Ibid. IX, 108: P. II nn. 73, 642; Ibid, IX, 113 : p. 553 ; Ibid. IX, 114 : P. II n. 164; Ibid. IX, 115: P. II nn. 45, 368; Ibid. IX, 125: P. II n. 116; Ibid. IX, 128: P. II n. 114; Ibid, IX, 180: P. II n. 124; Ibid, IX, 194: P. II n. 107; Ibid, IX, 233: p. 561, P. II n. 124; Ibid, X, 10: P. II n. 627; Ibid. XIII, 18: P. II n. 107; Ibid, XIII, 37: P. II nn. 106, 147; Ibid. XIII, 46: P. Il n. 358; Ibid. XIV, 14: p. 560. Graegorius Natiant., Orat. XVI (P.G. 35), col. 957: P. I n. 592; Orai. XLIII (P.G. 36), coll. 541-544: P. II n. 476. Graegorius Nissen., Εις τόν Εκκλη¬ σιαστήν (P.G. 44), coll. 663-680 : P. I n. 592; Κατά των τοκιζόντων (P.G. 46), coll. 433-452 : P. I n. 592 ; Ibid. col. 437 : P. I n. 626 ; Ibid. col. 441 : P. I n. 605. Graegorius Turon., Hist. Franc, (ed. W. Arnqt-B. Krusch, M.G.H., SS. Rer. Mer. I, 1, Hannover 1884) III, 32: P. II n. 713; IV, 43: P. I n. 310; VIII, 40: P. I n. 293; X, 1: P. II nn. 739, 740; X, 3: P. II n. 742. Herodianus, VIII, 2: p. 534, P. I nn. 296, 298; VIII, 4: p. 534, P. I nn. 103, 268, 298, 552; VIII, 6: P. I nn. 268, 327. Hesyciiius, Ep. ad Augustimim (P.L. 33) CXCVIir, 5 : P. I n. 513. Hesyciiius Miles., Histor. Chron. (ed. C. Müller, F.H.G. IV, Paris 1885), fr. 5, p. 154: p. 559; fr. 6, p. 155: P. II n. 484. Hieronymus, Adv. Iovinian. (P.L. 22- 30) : P. I n. 576 ; Citron. : vd. Euse- bius-Hieronymus ; Comm, in Ep.
indico delie fonti 629 ad Titum I, v. 7 (P.L. 26): P. II n. 522; Comm. in Ezech. (P.L. 25) I, 4: P. II n. 436; Ibid. VI, 18 : P. 1 n. 591, P. II n. 547 ; Comm, in Ierem. (P.L. 24) III, 14: P. I n. 513; Comm, in Sophon. (P.L. 25) col. 1341: P. I n. 452; Contra Ru¬ fin. (P.L. 23) II, 2: P. II nn. 306, 324; Ibid. Ill, 10: P. I n. 241; Ibid. Ill, 21: p. 537; Do Spir. Sancto, Praef. ad Paulinianum (P. L. 23) col. 108: P. I n. 19; Dc viris ill. (ed. E. C. Richardson, « Texte und Untersuchungen » XIV, 1 a, Leipzig 1896) CXXIV : P. I n. 19; Epist, (ed. I. Hilberg, C.S.E.L. 54- 56, Wien 1910-1912-1918; vd. pure ed. e tr. fr. di J. Labourt, « Les Belles Lettres ». 8 voll., Paris 1949- 1958) I, 3: P. I nn. 136, 158, 571; Ibid. VII, 2: P. I n. 241; Ibid. XLVIII-L : P. I n. 576; Ibid. LX, 16: P. I n. 452; Ibid. LXVI, 14: P. I nn. 30, 452; Ibid. C: P. I n. 577; Ibid. CVII, 2: P. I n. 316; Ibid. CX: P. I n. 577; Ibid. CXVIII, 2: p. 538 ; Ibid. CXXIII, 16-18 : p. 539 ; Ibid. CXXVII, 12-13: P. I n. 507; In Amos (P.L. 25) I, 1, v. 3: P. I n. 170; In Os. (P.L. 25) I, 4: P. I n. 452; In Vigil. (P.L. 23) 13: P. I n. 577. Hilarius Pictav., Hist, fragni. (P.L. 10 = Mansi cit. Ill) II, 14 : P. II n. 221; Tract, in Ps. XIV, 15 (ed. A. Zingerle, C.S.E.L. n. s. 7, Wien 1891) : P. I n. 591. Historia S. Paeomii (ed. R. Graffin-F. Nau, Patr. Or. 4, Paris 1908): P. II n. 417. Historia S. Paeomii (ed. R. Graffin-F. nym. (ed. Th. Moaimsen, M.G.H., A.A. XI, 1 cit.) 48, pp. 17-18: P. I nn. 509, 510; Ibid, 51, p. 18: P. I n. 512; Ibid. 120, p. 23: P. I n. 524; Ibid. 126, p. 24 : P. I n. 518: Ibid. 154, pp. 26-27: P. I n. 522. Instituta Regalia et Ministeria Came¬ rae Regum Longobardorum et Ho- norantiae civitatis Papiae (ed. H. Hofmeister, M.G.H., SS. XXX, 2, Leipzig 1934) pp. 1452-1453: P. II n. 640. Ioannes Ant. (ed. C. Müller, F.H.G. IV cit.) fr. 202, p. 616: p. 542; fr. 203, p. 616: p. 542; fr. 209, p. 617: P. II n. 657. Ioannes Chrysost., Horn. XLI, 2 (P.G. 53) : P. I n. 592. Ioannes Diaconus, Vita Graegorii (P. L. 75) I, 34-35: P. II n. 738; Ibid. I, 37 sgg. : P. II nn. 738, 740. Ioannes Lydus, De magistratibus (ed. Wünsch, Leipzig 1903) III, 36-37 : P. II η. 88 ; III, 69-70 : P. II η. 14. Ioannes Malalas, Chron. (ed. L. Din- dorf, C.S.H.B. 15, Bonn 1931) p. 394 B : P. II n. 21. Ioannes Moscus, Prat. Spirit. (P.G. 87, 3 ; vd. pure tr. fr. di M.-J. Rouët de Journel, « Sources Chré¬ tiennes » 12, Paris 1946) 34 : p. 564 ; Ibid. 92: P. II n. 590; Ibid. 185: P. I n. 226 ; Ibid. 186 : P. I n. 628 ; Ibid. 189 : P. I n. 628 ; Ibid. 193 : P. I nn. 279, 628. Iordanes (ed. Th. Mommsen, M.G.H., A.A. V, 1, Berlin 1882), Get. 22: P. II n. 162; Ibid. 42: p. 541; Ibid. 52 : p. 543 ; Ibid. 60 : P. II nn. 164, 318; Ibid. 150: P. II n. 534; Ibid. 154-155: p. 538; Rom. 381: P. I n. 351. Iulianus, Misop. 365 B : P. II n. 175 ; Ibid, 368 C-D: P. II n. 175; Ibid. 368 C -370 C: P. 1 n. 263; Ibid. 368 C - 370 D: P. II n. 449; Ibid. 369 A-D: P. II n. 449; Ibid. 370 D : P. II n. 175 ; Orat. II, 71 D : P. I, n. 297. Lactantius, De mort. pers. (ed. e tr. fr. di Moreau, cit. in bibliogr.) VII, 6: p. 547; Ibid. VII, 6-7: p. 545, P. II n. 172 ; Ibid. XXIII : P. I n. 45; Ibid. XXVI: P. I n. 46; Ibid. XXVII, 5-6 : p. 536 ; Ibid, XXXI, 3-
030 Economia c società nclV« Italia Annonaria » δ: P. I n. 73; Div. Inst. (ed. S. Brandt, C.S.E.L. n.s. 4, Wien 1890) VI, 18: P. I n. 591. Landolphus, Addit, ad Pauli Hiet. Rom. (ed. H. Droysen, M.G.H., A.A. II, Berlin 1879) XI, p. 330: p. 336; XIII, pp. 3δδ-356: P. I n. 488 ; XIV, p. 357: P. I n. 510; XVIII, p. 371: P. I n. 559; XVIII, p. 373- 374: P. II n. 279; XIX, p. 376: P. II n. 733. Laterculus Polemii Silvii (ed. Th. Mommsen, M.G.H., A.A. IX, 2 cit.) p. 535: P. I n. 1. Leo I, Epist. (P.L. 54) IV, 3-4: P. I n. 591 ; Ibid. CLIX : \y. 541 ; Ibid. CLXVI : p. 541. Leontius, Vita S. Iohan. Eleni. (P. G. 93 = AA. SS. Ian. II, p. 501) 1 : P. I n. 338; Ibid. 9 : P. I n. 628, P. II nn. 231, 243 ; Ibid. 20 : p. 564, P. II n. 590; Ibid. 27: P. II nn. 243, 650; Ibid. 28: P. I n. 628; Ibid. 49: P. I n. 282. Lex Salica (ed. e tr. ted. di K. A. Eckhardt, XXIX-XXX Germanen¬ rechte, N.F., Abt. Westgermanisches Recht, Weimar 1953): P. I n. 171. Lex Visigothorum (ed. K. Zeumer, M. G.H., Legum I, 1, Hannover-Leipzig 1902): P. I n. 171. Libanius, Orat. (ed. R. Förster, 12 voll., Leipzig 1903-1923) XI, 174: P. I nn. 317, 441; XV, 20-30: P. I n. 263; XVIII, 195: P. I n. 263, P. II nn. 175, 449; XLVI: P. I n. 346; XLVII : P. I n. 37. Liber Diumus Rom. Pont. (ed. H. Förster, Bern 1958), pp. 183-184: P. II n. 358. Liber Graeco-Syriacus Iuris Romani (ed. C. Ferrini - G. Fuklani in Baviera, Fontes Iuris Rom. Ante- iust. II cit.) 121, pp. 195-196: P. I n. 113. Liber Notitiae Sanctorum Mediolani (ed. M. Magistretti - ϋ. Monneret de ViLLARD, Milano 1917) nr. 285: P. II η. 194. Liber Pontificalis (ed. L. Duchesne, 3 voll., Paris 1886-1892-1957) XXXIIII, Vita Silvestri, voi. I pp. 170-201: p. 562; LI, Vita Gelasti, p. 255: P. II n. 666; LUI, Vita Symmachi, p. 263: P. II n. 196; LX, Viia Silverii, p. 291 : P. II nn. 346, 706, 707 ; LXI, Vita Vigilii, p. 298: P. II nn. 346, 715; LXÏIII, Vita Benedicti 7, p. 308 : P. II n. 733 ; LXV, Vita Pela¬ gii II, p. 309: P. II n. 736; LXVII, Vita Sabiniani, p. 315: P. II nn. 444, 753; LXVIIII, Vita Bonifatii IUI, p. 317 : P. II n. 755 : LXXVIIII Vita Adeodati, p. 347 : P. I n. 554, P. II nn. 760, 770 ; LXXX, Vita Do¬ ni, p. 348: P. II n. 770; LXXXI, Vita Agatonis, p. 350: P. II n. 761; LXXXII, Vita Leonis II, p. 360: P. II n. 770; LXXXIII, Vita Benedicti II, pp. 363-364: P. II n. 770; LXXXIIII, Vita Iohannis V p. 366: P. II n. 46; XC, Vita Constantini, p. 389: P. II n. 763. Livius, XXXIV, 4: P. I n. 33. Lucanus, De bell. civ. VI, vv. 272- 278 : P. II n. 668. Lydus: vd. Ioannes Lydus. Malaeas: vd. Ioannes Maeaeas. Mamertinus, Gratiarum actio Iuliano A. dicta XI (III) (ed. e tr. fr. di E. Gaeeetier, Panégyriques latins III, Paris 1955), 9: P. I η. 235; Ibid. XIV, 5: P. I, η. 445. Marceelinus Comes, Chronicon (ed. Th. Mommsen, M.G.H., A.A. XI, 1 cit.) p. 62: P. I n. 468; Ibid. p. 64: P. I nn. 189, 493; Ibid. 71: P. I n. 512; Ibid. p. 74: P. I n. 513; Ibid. p. 76: p. 541, P. I n. 515; Ibid. p. 81: P. I n. 519; Ibid. p. 92: P. II n. 658 ; Ibid. p. 97 : P. II n. 8. Marius Aventicensis, Chronica (ed. Th. Mommsen, M.G.H., A.A. XI, 1 oit.) p. 235: P. II n. 712; Ibid. p. 236: P, II nn. 387, 713; Ibid, p.
Indice delle fonti 63 i 238: P. I n. 216, P. II nn. 194, 726, 728, 730, 732; Ibid. p. 239: P. II n. 734. Martialis, Epigr. Ili, 56: p. 534; III, 57: p. 534; VI, 66: p. 564; XII, 76: P. II nn. 477, 504; XIII, 21: P. II n. 534. Maximus Taurin. (P.L. 57), Horn. 16: P. I η. 230; Horn. 86: p. 539, P. I η. 497; Horn. 87: p. 539, P. I n. 497; Hom. 89: p. 539, P. I n. 497; JTom. 90 : p. 539, P. I n. 497 ; Hom. 91: p. 539, P. I n.*497; Hom. 92: p. 539, P. I n. 497; Hom. 93: p. 539, P. I n. 497; Hom. 94: pp. 539, 541; Hom. 103: P. I n. 230; Sermo VI: P. I n. 230; Sermo XXV: P. I nn. 50, 235, P. II n. 521 ; Sermo LXXVII : P. I n. 255 ; Sermo LXXXI: P. I n. 230; Sermo LXXXII : P. I nn. 40, 230 ; Sermo CI: P. I n. 40; Sermo CII: P. I nn. 40, 230. Meditatio de nudis pactis (ed. H. Mon- nier-G. Platon, Paris 1915, rist. da Nouv. rev. hist, de droit fr. et étr. XXXVII [1913], pp. 135-168, 311- 336, 474-510, 624-653, e XXXVIII [1914-1915], pp. 285-342, 709-759) 25-32: P. II n. 505. Memoratorium Grimoaldi sive Liut- prandi de mercedibus Commacino- rum (ed. F. Bluhme, M.G.H., Le¬ gum IV, Hannover 1868), V, p. 178 : P. I η. 557. Nazarius, Paneg. Constantino A. dic¬ tus X (IV) (ed. Galletier, Panégy¬ riques latins cit. II, Paris 1952), 22 e 25: p. 536; Ibid. 27: P. II n. 217. Nicephorus Call. Xant.. Hist. Eccl. (P.G. 147) XV, 27: p. 543. Nicephorus Chartoph., Breviar. Hi- stor. (P.G. 100) col. 988: P. II n. 440. Notitia Dignitatum Utriusque Imperii (ed. O. Seeck, Berlin 1876) XI, 63 : P. II n. 592; XLII, 51-59 e 61-63: P. I n. 155; XLII, 59 e 61: P. I n. 158. Nov. lust. VIII, 8, 1 : P. II nn. 355, 367; Ibid. XVII, 16: P. II nn. 355, 367; Ibid. XXX: P. I n. 44; Ibid. CXXVIII, 16: P. II nn. 355, 367; Ibid. CXLIX : P. II nn. 355, 367. Nov. Maior, (ed. in app. a C. Th.) II: p. 543. Nov. Theod. (ed. in app. a C. Th.), XXIII: P. II n. 358. Nov. Val. (ed. in app. a C. Th.) I, 1: P. I n. 135; Ibid. Ill, 32 : P. I n. 135; Ibid. V: p. 121, P. I nn. 383, 406; Ibid. XIII: p. 549, P. II nn. 452, 460, 465, 506; Ibid. XV: P. II n. 17; Ibid. XVI: P. II nn. 440, 451, 459, 460, 465 ; Ibid. XXIII : P. II n. 430; Ibid. XXXI: P. II n. III ; Ibid. XXXII, 7: P. I n. 216; Ibid. XXXIII: p. 541, P. I nn. 180, 520; Ibid, XXXVI: P. II nn. 303. 306, 307, 461, 498. Olympiodorus (ed. C. Müller, F.H.G. IV cit.) fr. 5, pp. 58-59: P. II n. 484; fr. 16, p. 60: p. 540; fr. 44, pp. 67-68: P. I nn. 282, 401. Orosius, Hist. adv. Pag. (ed. C. Zan¬ gemeister, C.S.E.L. 5, Wien 1882) VII, 35, 2-4: p. 537; VII, 36, 2-13: P. I n. 488 ; VII, 37, 4 : P. I n. 499 ; VII, 42, 1-17 : p. 540 ; VII, 42, 10-13 : P. I n. 512; VII, 42, 12-13: P. I n. 505. Pacatus Drepanius, Paneg. Theodosio A. dictus XII (II) (ed. Galletier, Panégyriques latins III cit.) 24: p. 537 : Ibid. 35, p. 537. Palladius, De agrie. I, 18: p. 531; VII, 2: P. I η. 172. Palladius Helenop., Hist. Laits. (P.L. 73) 15 : P. I η. 281 ; Ibid, 65 : P. I η. 280; Ibid. 83: p. 564. Paneg. Constantio C. dictus IV (VITI) (ed. Galletier, Les panégyriques latins cit. I, Paris 1949) 21, 1: P. I n. 146. Paneg, Constantino A, dictus IX (XII)
Economia e società nell'« Italia Annonaria » (>32 (ecl. Galletier, Les panégyriques latins li cit.) 3: p. 536; Ibid. 7: p. 536, P. II n. 217. Paulinus Biterrensis (ed. C. Schenkl, C.S.E.L. 16,1, Wien 1887), Epigr. vv. 8-41 : p. 539. Paulinus Mediol., Vita Ambrosii (ed. J. G. Krabinger, in app. a Ambros. De Off. Min., Tübingen 1857 ; vd. anche ed. e tr. ingl. di Kaniecka, cit. in bibliogr.) 9: P. I n. 239; Ibid. 12-13; P. I n. 275; Ibid, 20: P. I n. 275 ; Ibid. 34 : P. I n. 481 ; Ibid. 35: P. I n. 494; Ibid. 38: P. I n. 269, P. U n. 196; Ibid. 41: P. I n. 42; Ibid, 51 : P. I nn. 269, 488. Paulinus Nolan, (ed. W. Härtel, C.S.E.L. 29-30, Wien 1894) Conn. XX, vv. 312-313: P. II n. 9; Epist. Ill, 1 : P. I n. 367 ; Ibid. XLIX, 1 : P. I nn. 350, 351. Paulus Diaconus, Hist. Lang. (ed. L. Βείήμανν - G. Waitz, M.G.H., SS. Rer. Lang, et Ital. cit.) II, 2: P. II n. 719; Ibid. II. 4: P. II nn. 724. 766; Ibid. II, 9: P. I n. 235; Ibid. II, 10: P. II nn. 722, 728; Ibid. II, 13 : P. I n. 558; Ibid, II, 15: P. I n. 554, P. II n. 759 ; Ibid, II, 18 : P. I nn. 143, 196; Ibid, II, 21: p. 552, P. II n. 276; Ibid. II, 26: P. II nn. 725, 728; Ibid. Ill, 11: P. II η. 733; Ibid. Ill, 18: P. I η. 196; Ibid. Ill, 33: P. II nn. 735, 740; Ibid, III, 24: P. II nn. 735, 740, 770; Ibid. Ill, 31: P. II nn. 194, 742, 744; Ibid. IV, 1: P. II nn. 194, 744; Ibid. IV, 2 : P. II n. 743; Ibid. IV, 4: P. II n. 748; Ibid, IV, 5: P. II n. 770; Ibid. IV, 10: P. II n. 770; Ibid. IV, 14: P. II n. 750; Ibid. IV, 28: P. I n. 196; Ibid. IV, 29: P. II n. 751; Ibid, IV, 32-33: P. II n. 770; Ibid. IV, 37: P. II n. 757; Ibid, IV, 45: P. II n. 756; Ibid. V, 15 : P. I n. 554, P. II nn. 758, 770; Ibid. V, 29: P. II n. 772; Ibid. V, 31: P. II n. 770; Ibid. VI, 4: P. II n. 770; Ibid. VI, 5: P. II nn. 761, 770; Ibid. VI, 9: P. II n. 770: Ibid. VI, 24: P. II n. 765; Ibid. Ibid. VI, 27: P. II n. 767; Ibid. VI, 35: P. II n. 764; Ilist Rom. (ed. H. Droysen, M.G.H., A.A. II cit.) XII, 10: P. I n. 499; Ibid. XIII, 12 : P. II n. 164 ; Ibid. XIII, 14: P. II n. 164; Ibid. XIV, 9-11: p. 541 ; Ibid. XIV, 17 : P. I nn. 523, 525; Ibid, XV, 1: p. 542; Ibid. XV, 4: P. II n. 657; Ibid, XV, 12: p. 543; Ibid. XV, 18: P. II n. 245; Ibid. XVI, 3 : P. II n. 196; Ibid. XVI, 18: P. II nn. 346, 706, 707; Ibid. XVI, 22: P. II n. 715; Vita Graegori (P.L. 75) 10: P. II nn. 735, 740; Ibid. 11: P. II n. 740; Ibid. 16: P. II nn. 411, 747; Ibid, 29: P. II n. 751. Pelagius, Epist. (ed. P. M. Gassò- C. Battle, « Scripta et documen¬ ta » 8, Montserrat 1956) 4 ( = P.L. 69, Ep. X): P. II nn. 434, 503, 593, 720; Ep. 9 (=P.L. Ep. XIV): P. II nn. 503, 593; Ep. 10 (= P.L. Ep. V): P. I n. 1; Ep. 12 (= P.L. col. 418): P. II nn. 609, 631; Ep. 52 (= P.L. Ep. II): P. II n. 718; Ep. 64 (= P.L. col. 418): P. II nn. Ill, 619; Ep. 82: P. I n. 625; Ep. 83 (= P.L. col. 417): p. 561; Ep. 84: P. II n. 108; Ep. 85 (= P.L. col. 417): P. II nn. 229. 434, 720. Petronius Bonon. Sermo ed. da G. Morin, Deux petits discours cit. in bibliogr. : p. 542. Petrus Ciirysol. (P.L. 52), Sermo XXIII: P. I n. 626; Sermo CXIV : P. II n. 633; Sermo CXX: P. I n. 338; Sermo CXXII: p. 535, P. I nn. 114, 226, 255 ; Scrmo CXXIV : P. I n. 226. Philostorgius, Hist, Eccl. (ed. J. Bi- DEZ, C.B. 21, Leipzig 1913) XI, 6 e
Indice delle fonti 633 7: P. I η. 403; Ibid. XII, 8: P. I η. 513. Plinius Iun., Epist. III, 19: P. I nn. 32, 34; Epist. IV, 6: p. 534; Epist. IX, 37 : P. II n. 129 ; Paneg. 30: P. I n. 265. Plinius Sen., Ν.Π. III, 5, 45: P. I η. 42; Vili, 4, 30: P. I η. 172; XIV, 4, 55: P. ΙΓ η. 502; XIV, δ, 67: P. I η. 100; XIV, 21, 132: P. I η. 103; XV, 2, 8: P. I η. 564; XV, 14, 18: P. I η. 552; XVII, 2, 19-21: ρ. 535; XVIII, 5, 30: P. I η. 529; XVIII, 13, 117: P. I η. 24; XVIII, 13, 127 : ρ. 534, P. I ηη. 63, 64, 537, 554; XVIII, 30, 296: Ρ. I η. 172; XVIII, 31, 317: ρ. 531; ΧΧΧΙΙΓ, 3, 47: Ρ. II η. 477. Plutarchus, Marins XXXV, 4: Ρ. I η. 140. Polybius, II, 15: ρ. 534, Ρ. I ηη. 24, 412, Ρ. II ηη. 306, 477, 505, 515. Praedestinatus, Sive Praedestinato¬ rum, haeresis refutatio (P.L. 53) 88: Ρ. I n. 269. Priscus (ed. Müller, F.H.G. IV cit.) fr. 27, p. 103: p. 542; frr. 29-30, pp. 103-104: P. I n. 526; fr. 42, p. 110: p. 543. Procopius, Anecd. 18, 13 sgg. : P. II nn. 434, 720; Ibid. 22, 14-16: P. II n. 87; Ibid. 23, 11-14: P. II n. 14; Ibid. 24, 27-29: p. 549; Ibid. 25, 11-12: P. II n. 440; Ibid. 26, 20- 22: P. II n. 87; De bell. Goth. I, 1: p. 543; Ibid. I, 2: P. I η. 135, Ρ. II η. 162; Ibid. I, 3: Ρ. II η. 164; Ibid. I, 3-4: Ρ. I η. 435; Ibid. I, 8 : Ρ. I η. 197, Ρ. II η. 318 ; Ibid. I, 8-11: Ρ. II η. 315; Ibid. 1, 9: Ρ. II η. 300; Ibid. I, 11: ρ. π ηη. 312, 380; Ibid. I, 13: Ρ. II η. 173; Ibid. I, 22: Ρ. II η. 405; 351 ; Ibid. I, 15 : Ρ. II η. 415 ; Ibid. I, 16: Ρ. I η. 351; Ibid. I, 19: Ρ. I η. 173; Ibid. I, 22: Ρ. II η. 405; Ibid. I, 25: Ρ. II ηη. 346, 706: Ibid. I, 26 : Ρ. II η. 346 ; Ibid. II, 3: Ρ. I η. 328, Ρ. II η. 346; Ibid. II, 4: Ρ. I η. 430, Ρ. II η. 346; Ibid. II, 5: Ρ. II η. 346; Ibid. II, 6: Ρ. II η. 346; Ibid. II, 7: Ρ. I η. 216, Ρ. II ηη. 206, 324, 346, 358; Ibid. II, 12: Ρ. II ηη. 232, 712; Ibid. II, 16; Ρ. I η. 194, Ρ. II ηη. 387, 708; Ibid. II, 19: Ρ. I η. 194, Ρ. II ηη. 387, 708; Ibid. II, 20: Ρ. I η. 194, Ρ. II ηη. 336, 346. 387, 709, 710; Ibid. II, 21: Ρ. I η. 216, Ρ. II ηη. 194, 224, 285, 711, 712; Ibid. II, 24: Ρ. I η. 433, Ρ. II η. 164; Ibid. II, 25: Ρ. II ηη. 387, 713; Ibid. Ill, 1 : Ρ. II η. 517; Ibid. Ill, 3-6: Ρ. I η. 194, Ρ. II η. 708; Ibid. Ill, 6: Ρ. II η. 382; Ibid. Ill, 9: Ρ. II ηη. 383, 517; Ibid. Ill, 10: Ρ. 1 η. 436; Ibid. Ill, 13: Ρ. I η. 196; Ρ. II ηη. 346, 381, 387; Ibid. ΙΙΓ, 15: Ρ. II η. 346; Ibid. Ill, 16: Ρ. II ηη. 164, 257, 385, 387; Ibid. III. 17: Ρ. II ηη. 443, 715; Ibid. Ill, 19: Ρ. II ηη. 346, 717; Ibid. Ill, 20: Ρ. II η. 346; Ibid. Ill, 24: Ρ. II η. 411; Ibid. Ill, 28: Ρ. II η. 316; Ibid. Ill, 29: Ρ. II η. 716: Ibid. Ill, 30: Ρ. Il η. 717; Ibid. III, 33: Ρ. II η. 718; Ibid. Ill, 36: Ρ. II η. 4Ì1 ; Ibid. Ill, 37: Ρ. II η. 517; Ibid. Ill, 40: Ρ. II η. 164; Ibid. IV, 22 : Ρ. II η. 384 ; Ibid. IV, 23: Ρ. II η. 7; Ibid. IV, 24: Ρ. II η. 718; Ibid. IV. 26: Ρ. II η. 557; Ibid. IV, 35: Ρ. II η. 516; De bell. Pers. II, 22. 23: Ρ. II η. 724; De bell. Vand. I. 3, 34: Ρ. I η. 265; Ibid. I, 5: Ρ. I η. 523; Ibid. I, 6 : p. 543; Ibid. I, 9: p. 548; Ibid. I, 7: p. 542; Ibid. I, 14, 7-8: Ρ. II n. 230; Ibid. II, 9: Ρ. I n. 523. Prosperus Aquitan., Epit. chron. (ed. Th. Mommsen, M.G.H., A.A. IX. 2 cit.), p. 467 (a. 413): P. I n. 512: Ibid. p. 476 (a. 438) : P. II n. 164 ; Ibid. p. 478 (a. 440): P. I n. 524: Ibid. p. 482 (a. 452): p. 541.
(531 Economia e società nell’« Italia Annonaria » Proverbia XI, 26: p. 96. Prudentius, Contra Symmachum (ed. J. Bergman, C.S.E.L. 61, Wien 1926 ; vd. pure ed. e tr. fr. di M. Lava- renne, Prudence III, Paris 1948) I, V. 562: P. I n. 316; Ibid. II, vv. 700 sgg. : p. 537; Ibid. II, vv. 920-954: P. I n. 458; Ibid. ΙΓ, vv. 937-939: P. I nn. 347, 458; Ibid. II, vv. 940- 941: P. I n. 351; Ibid. II, vv. 942- 943: P. I nn. 350, 458; Peristeph. (ed. Lavarenne cit. IV, Paris 1951) XI, 155: P. I n. 327. Psalmus XIV, 5: pp. 196, 197. Ps.-Ambrosius (P.L. 17), Commi, in Ep. ad Galat. IV (v. 10): P. I n. 230; De poenit. I. unus XIII: P. I n. 226; Epist. II, 12: P. I n. 230, P. II n. 206 ; Epist. III, 10 : P. I n. 323 ; Exp. VII vis. Ap. IV : P. I n. 226; Hymnus III, vv. 11- 22: P. I n. 495, P. II n. 688; Pre¬ catio II, 9, col. 837: P. I n. 35; Sermo I, 2: P. I n. 226; Sermo I, 5: P. I nn. 165, 259; Sermo VII: P. I n. 230; Sermo XXV, 2 e 3: P. I n. 28; Sermo XXXIV: P. I nn. 28, 182, 250, P. II n. 578; Ser¬ mo XXXIV, 6 e 7 : P. I n. 230. Ps.-Augustinus, Quaestion. (ed. A. Souter, C.S.E.L. 50, Wien 1908) CXV, 49: P. I n. 516. Ps.-Maximus, Sermo XXVI (P.L. 57, col. 902): P. I n. 229. Ps.-Prosper, Carmen de Providentia (P.L. 51, coll. 617-638) : p. 539. QuodvuIìTdeu s, Sermo de tempore barbar. 6 e 8 (ed. G. Morin, S. Aureli Augustini Tractatus sive Sermones inediti, ex cod. Guelfer- bytano 4096, Kempten-Mönchen 1917, pp. 205-206, 184 e 227) : P. I n. 261. Rhemnius Fannius, De ponderibus (ed. Burmann, Leiden 1731) v. 71: P. II n. 146. Rufinus, Apol. in Hieron. (P.L. 21) II, 23-25: P. I n. 19; Hist. Ecel. (ed. E. Schwartz, Eusebius Werke II, C.B. 9, Leipzig 1908) XI, 10: P. I η. 275; Ibid. XI, 15-16: P. I η. 275; Ibid. XI, 21: P. I η. 447; Hist. Monach. XVI: P. I n. 280. Rutilius Namatianus, De red. suo I, vv. 39 sgg. : p. 538 ; Ibid. I, vv. 145- 147: P. I nn. 348, 353; Ibid. I, vv. 147-154 : P. II n. 9. Salvianus, De gub. Dei (ed. F. Pauly, C.S.E.L. 8, Wien 1883) V, 8, 37: P. II n. 622; Ibid. V, 8, 38-44: P. I n. 37 ; Ibid. V, 12, 68 : P. I nn. 347, 350, 351; Ibid. VII, 14, 60: P. I n. 347. Sanct. Pragm. 12 {Nov. App. 7): P. II n. 333; Ibid. 18: P. II nn. 42, 84, 184, 293, 317, 429; Ibid. 19: P. II n. 333 ; Ibid. 20 : P. II n. 333 ; Ibid. 26: P. II nn. 28, 43. SS. Historiae Augustae, Vita Al. Sev. XXII: P. I n. 360, P. II nn. 173, 495; Ibid. XXXIII: P. I n. 359; Vita Aurei. XLV, 1: P. I n. 348; Ibid. XLVII, 1: P. I n. 348; Ibid. XLVIII, 1-2: P. I nn. 77, 147, 436; Vita Commodi XIV : P. I nn. 398, 402, P. II n. 173; Vita Maxim, duo XXV: P. I n. 327; Vita Probi XVIII: P. I nn. 299, 539; Ibid. XXIII, 2 : P. I n. 112 ; Vita Severi XXIII: P. I n. 563, P. II n. 248; Vita Tyr. triginta XVIII, 7-8 : P. I n. 311 ; Ibid. XXIV, 5 : P. II n. 215. Seneca, Epist. IV, 41, 7: P. I n. 631; De tr. amimi 2: P. I n. 434. Sidonius Apollinaris (ed. B. Krusch, M.G.H., A.A. Vili, Berlin 1887) Carm. V, vv. 388-424: P. I n. 525; Ibid. V, vv. 441-442, 470-479. 573 seg.: p. 542; Ibid. VII, vv. 146-148: P. I n. 433; Ibid. XI, v. 116: P. Il n. 163; Ibid. XXII, vv. 171-173: P. I n. 433. P. Il nn. 9, 163 : Ernst. I, 5: p. 534. P. I nn. 54. 196 P. II nn. 161, 206, 394: Ibid, I. 8. 2: P. I nn. 54, 196; Ibid. 1,10: P.T nn. 317, 352, 409, P. II nn. 244, 656; Ibid.
Indiae delle fouit 635 I, 11: p. 542; Ibid. VI, 8, 1-2: P. I nn. 371, 632; Ibid. VII, 17, 2: P. I n. 54. Silius Italicus, Pun. Vili, vv. 588 sgg. : P. I n. 139. Simplicius Papa, Epist. (ed. Thiel I cit.) I, 2: P. II n. 358; Ibid. XIV: P. II n. 572. Socrates, Hist. Eccl. (P.G. 67) II, 13: P. II n. 247; Ibid. Ill, 17: P. II nn. 175, 449; Ibid. IV, 29: P. I n. 447; Ibid. V, 11 : P. I n. 275. Sozomenus, Hist. Eccl. (ed. J. Bidez - G. Ch. Hansen, Berlin 1960) III, 7 : P. II n. 247; Ibid. V, 19, 1: P. II nn. 175, 449; Ibid. VI, 11 e 15: P. I n. 447; Ibid. VI, 23: P. I n. 447; Ibid. VII, 13: P. I n. 275; Ibid. VII, 25: P. I n. 235; Ibid. IX, 2: p. 540, P. I n. 508; Ibid. IX, 13: pp. 404, 540. Strabo, Geogr. IV, p. 202 C. : P. I n. 24; Ibid, V, p. 212 C.: P. I n. 235; Ibid. V, p. 213 C.: P. I n. 415 ; Ibid. V, p. 214 G. : P. I nn. 296, 304, 306; Ibid. V, pp. 214-215 C.: P. I n. 235; Ibid. V, p. 218 C.: P. I nn. 24, 103, 138, 412, P. II n. 306; Ibid. V, pp. 227-228 C.: P. II n. 162. Suidae Lexicon (ed. A. Adler, Le- xicographi Graeci I, 5 voll., Leip¬ zig 1928-1938) ν.Μεδιόλανον(νο1. ΠΙ p. 316) : P. II n. 451 ; v. Μαναίμ (vol. Ill p. 346) : P. I n. 216. Sulpicius Bufus, Epist. de ob. Tul¬ liae filiae, in Cic., Ad Eam. IV, 5: P. I η. 145. Sulpicius Severus (ed. C. Halm, C.S.E.L. I, Wien 1866), Chron. II, 39: P. I n. 447; Dial. ΙΓ (III), Π, 2: p. 537. SvETONius, Vita Augusti 41: P. II n. 618 ; Vita Domitiani 7 : P. I nn. 299, 538 ; Vita Vespasiani 1 : P. I n. 329. Symmachus (ed. O. Sebck, M.G.H., A.A. VI, 1, Berlin 1883), Epist. I, 5: P. I nn. 330, 449; Ep. I, 63: P. I n. 318; Ep. I, 70: P. I n. 367; Ep. I, 73: P. I n. 367; Ep. I, 102: P. I n. 327; Ep. II, 6: P. I nn. 317, 396, 457; Ep. II, 7: p. 162, P. I nn. 317, 318, 363; Ep. II, 31: P. I n. 367; Ep. II, 38: P. I n. 490; Ep. II, 52: p. 537, P. I n. 466; Ep. II, 54: P. I n. 367; Ep. II, 55: P. I nn. 388, 397, 465; Ep. III, 30-37: P. I n. 318; Ep. III, 33: P. I n. 132 ; Ep. III, 52: P. I n. 327; Ep. III, 55: p. 161, P. I nn. 347, 354, 408, 459; Ep. III, 82: p. 161, P. I nn. 347, 354, 459; Ep. IV, 6: p. 559; Ep. IV, 18 : P. I n. 480 ; Ep. IV, 20 : P. I n. 327; Ep. IV, 21: P. I n. 479; Ep. IV, 31: P. I n. 327; Ep. IV, 36: P. I n. 327; Ep. IV, 54: P. I nn. 347, 484; Ep. IV, 68: P. I n. 375; Ep. IV, 74: P. I nn. 265, 347, 453; Ep. V, 58: p. 559; Ep. VI, 1: P. I n. 472; Ep. VI, 12: P. I nn. 355, 367, 390, 431, 478, P. II n. 276; Ep. VI, 14: P. I n. 478; Ep. VI, 21: P. I n. 477; Ep. VI, 22: P. I n. 475; Ep. VI, 26: P. I nn. 390, 478; Ep. VI, 52: P. Γ n. 389; Ep. VI, 81: P. I n. 330, P. II n. 527; Ep. VII, 38: P. I n. 347; Ep. VII, 68: P. I nn. 347, 389, 474; Ep. VII, 96: P. Γ nn. 82, 108, 496; Ep. VII, 126: P. II n. 276; Ep. IX, 27: P. I n. 416; Ep. IX, 29 : P. II n. 276; Ep. IX, 32: P. I n. 350; Ep. IX, 42: P. I nn. 350, 485 ; Ep. IX, 150 : P. I nn. 108, 121, 348, 395; Ep. X, 34: P. I nn. 108, 121; Relat. III, 15-17: P. I n. 455 ; Relat. IX : P. I n. 464 ; Relat. XIV: P. I n. 333; Relat. XVIII : P. I nn. 347, 461, 464 ; Relat. XXIX: P. II n. 458; Relat. XXXV: P. I nn. 348, 464; Relat. XXXVII: P. I nn. 348, 349, 430, 461. 464; Relat. XL: P. I nn. 352, 430, P. Π n. 246. Synesius. Epist, 132 (P.G. 66): P. I n. 235. Tacitus, Annal. XV, 39: P. II n. 477. Tertullianus, Adv. Mardonem IV, 17
03G Economia c società nell'« Italia Annonaria » (ed. E. Kroymann, C.S.E.L. 47, Wien 1906): P. I n. 591. Themistius, Orat. (ed. W. Dindorf, Leipzig 1832) XVIIÏ, p. 222* A : P. I n. 317, P. II n. 247 ; Orat. XXIII, p. 353 B: P. II n. 247. Tiieodoretus, Epist. (ed. e tr. fr. di Y. Azéma, « Sources Chrétiennes » 40, Paris 1955) XXX (XXYI) : P. II n. 404; Hist. Eccl. (ed. L. Par- mentier-F. Schweidweiler, Berlin 19542) Y, 13: P. I n. 275. Theophanes, Chronogr. (ed. C. De Boor, Leipzig 1883-1885, 2 voll.) I, 183: P. II n. 657. Varro, De r.r. I, 2, 7 : P. I n. 100, P. II n. 541; Ibid. I, 7, 5 : P. I n. 529; IMd. I, 7, 10: P. I n. 529; IUd. I, 8, 1: P. I n. 529; IMd. I, 44, 1: P. II n. 539; IMd. II, prol. 6: P. I n. 412, P. II n. 306. Venantius Fortunatus, Vita 8. Marti¬ ni I, vv. 88 sgg. (ed. F. Leo, M.G. H., A.A. IV, 1, Berlin 1881): P. II n. 191. Victor Tonnennensis, Chron. (ed. Th. Mommsen, M.G.H., A.A. XI, 1, Ber¬ lin 1894) p. 193: P. II n. 667. Victor Vitensis, Hist. pers. Afr. prov. (ed. C. Halm, M.G.H., A.A. Ili, Berlin 1879) I, 14: P. II n. 164; IMd. I, 51 : P. I n. 525, P. II n. 164 ; IMd. Ili, 55: P. I n. 265. Vigilius Trident. (P.L. 13), Epist. I e II: P. I n. 230. Vita Eptadii presb. Cervidunensis (ed. B. Kruscii, M.G.H., SS. Rer. Mer. Ili, Hannover 1896) p. 190: P. II η. 194. Vita Fulgentii : vd. Ferrandus. Vita 8. Geminiani (ed. Bortolotti, Due antiche vite, cit. in bibliogr.) pp. 74 e 100: P. I n. 494. Vita B. Maurilii Andecavensis (ed. B. Krusch, M.G.H., A.A. IV, 2, Ber¬ lin 1885) IX: P. II n. 194; IMd. XIII: P. I n. 587; IMd. XIX: P. II n. 834. Vita 8. Melanine Iunioris (ed. Ram¬ polla, cit. in bibliogr. ; vd. inoltre H. Déléiiaye, Vita S. Melaniae ju¬ nioris auctore coevo et Sanctae fa¬ miliari [ex cod. Carnot. 16], Anal. Boll. Vili [1889] pp. 16-63, e Id., S. Melaniae Iunoris Acta graeca, IMd. XXII [1903], pp. 5-50) 8: P. II n. 590; IMd. 10: P. I n. 373, P. II n. 219; IMd. 15: P. I n. 282; IMd. 18: P. II n. Ili; IMd. 34: P. I n. 503. Vitruvius, De arch. VI, 6: p. 531. YesO «Stylita, Chron. (ed. W. Wright, The Chronicle of Joshua the Sty li¬ te, Composed in Syriac a.D. 507, Cambridge 1882) 26-46: P. II nn. 453, 505; IMd. 38 e 41 e 45: P. II n. 467. Zeno Veron. (P.L. 11), 1. I, Tract. Ill, 5: P. I n. 38; Ibid. Ill, 6: P. I n. 226; Ibid. IX, de αν. I, 1: P. I n. 182; Ibid. IX, de αν. I, 2: P. I nn. 38, 226 ; Ibid. IX, de αν. 1,4: P. I nn. 255, 591, P. II n. 578; Ibid. X de αν. II, 2: P. I η. 626; Ibid. X, 5: P. I η. 218; Ibid. XII, 5: P. I η. 226; Ibid. XV, 6: P. I η. 38. Zosimus, Hist. Nova (ed. L. Men¬ delssohn, Leipzig 1887) II, 10, 3 : p. 536; II, 12 e 14: P. I n. 438; II, 34: P. I n. 193; II, 38: p. 559; IV, 44: p. 537; IV, 46: p. 537; V, 26: p. 540, P. I n. 499; V, 26-33: p. 540; V, 27: p. 540; V, 30-31: p. 540; V, 32-33: p. 540; V, 37: p. 540, P. I nn. 196, 500; V, 39: P. I n. 501; V, 41, 4: P. I n. 502, P. II n. 484; VI, 2: p. 539; VI, 10: p. 540, P. I nn. 196, 500, 504 ; VI, 11 : P. I nn. 265, 388, 505, 512. Iscrizioni A.E. 1928, nr. 23: P. I nn. 265, 290. Calderini, Aquileia Rom. citi in bi¬ bliogr., pp. 297 sg. : P. I n. 268.
Indice delle fonti 687 C.I.L. Ili, 6106: P. I n. 417. — Ili, Suppl. I, 7309, 9: P. I n. 111. — V, 941: P. I n. 268. — V, 2385 (I.L.S. 1509): P. I n. 141. — V, 5408: P. I n. 216. — V, 5500 : P. II n. 522. — V, 5558 : P. Il n. 522. — V, 6466: P. I n. 216. — V, 6726: P. I n. 191. — V, 7007 (I.L.S. 2544) : P. I n. 401. — V, 7376: P. I n. 401. — V, 7781 (I.L.S. 735) : p. 540, P. I n. 401. — V, 7793 (I.L.S. 8258): P. II n. 627. — V, 7906 (I.L.S. 8374) : P. I n. 401. — V, 8112, 30: P. I n. 111. — V, 8112, 43: P. I n. 111. — V, 8356 : P. I n. 103. — V, 8658 : P. I n. 278. — V, 8662: P. I n. 278. — V, 8663 : P. I n. 278. — V. 8664 : P. I n. 401. — y, 8673 : P. I n. 278. — V, 8674 : P. I n. 278. — V, 8677 : P. I n. 278. — V, 8680 : P. I n. 278. — V, 8681 : P. I n. 278. — V, 8684-8691: P. I n. 278. — V, 8693: P. I n. 278. — V, 8694: P. I n. 278. — V, 8697 : P. I n. 278. — V, 8721-8781 : P. I n. 278. — V, 8988 c. : P. I n. 278. — V, 8989: P. I n. 278. — VI, noi (I.L.S. 519): P. I nn. 110, 419. — VI, 1159: P. I n. 108. — VI, 1161-1162 : P. I n. 108. — VI, 1711 : P. I n. 173. — VI, 1715 (I.L.S. 1274) : P. I n. 1. — VI, 1736 (I.L.S. 1256): P. II n. 450. — VI, 1739-1742 : P. I n. 108. — VI, 1785: P. I n. 105. — VI, 9682 (I.L.S. 7277): P. I nn. 109, 419. — VI, 31893-31900: P. I nn. 319, 451. — Vili, 23956 : p. 564, P. II n. 173. — IX, 338 (I.L.S. 6321): P. II n. 299. — IX, 1596 (I.L.S. 5511) : P. I n. 290. — IX, 2998 (I.L.S. 6122 b) : P. I n. 284. — IX, 3337 (= C.I.L. Ili, 6106): P. I n. 417. — X, 407 : P. I n. 30. — X, 1797 (I.L.S. 7273) : P. I n. 276. — X, 6850-6851 (I.L.S. 827) : P. II nn. 162, 671. — XI, 10 (I.L.S. 826): P. II nn. 162, 672. — XI, 287: P. II n. 545. — XI, 288 : P. II n. 545. — XI, 289 : P. II n. 545. — XI, 294: P. II n. 545. — XI, 295 : P. II n. 545. — XI, 317 : p. 553. — XI, 321 : P. II n. 394. — XI, 1147, 2, 80.82 ; 3, 40 . 43 . 45 ; 4, 44 . 46 . 48 . ^ . 52 ; 5, 68 . 95 ; 6, 81 . 89: P. I n. 138. — XI, 3003 (I.L.S. 5771): P. II n. 540. — XI, 6117 : P. II n. 477. — XI, 6362 (I.L.S. 7364): P. I n. 417. — XI, 6369 : P. I n. 417. — XI, 6841 : P. I n. 421. — XIV, 409: P. I n. 418. — XIV, 4142 (I'.L.S. 6140) : P. I n. 350. — XIV, 4549, 2 : P. I n. 350. — XIV, 4549, 21 : P. I n. 350. — XV, 3436: P. I n. 111. Edictum de pretiis rer. ven. (ed. E. R. Gbaser, in app. a Frank, An Eco¬ nomie Survey V, cit. in bibliogr. ; vd. pure Blümner, Der Maximalta¬ rif cit. in bibliogr.), Prol. pp. 312- 313 : P. I n. 254 ; Ibid. Prol. p. 314 : p. 546 ; Ibid. I, 1 : P. II nn. 407, 438, 564, 585 ; Ibid. I, 11 : P. Il n. 404 ; Ibid. II, 1 a-9 : P. II n. 463; Ibid. II, 10: P. I n. 102, P. II n. 463: Ibid. IV, 1: P. II nn. 456, 492: Ibid. IV, 2 : P. Il n. 492 ; Ibid, VII, 1: P. I n. 338; Ibid. XV, 52-55: P. I n. 176; Ibid. XVII, 3: P. Il n. 404; Ibid, XIX, 1: P. II n. 586; Ibid, XIX, 1 a : P. II n. 564 ; Ibid. XIX, 19: P. II n. 588; Ibid. XIX,
Economia e società nell'« Italia Annonaria » 038 25: P. II n. 589; Ibid. XIX, 26: P. II n. 564; Ibid. XIX, 27; P. II nn. 564, 587; Ibid. XIX, 28: P. Il n. 564; Ibid. XIX, 30: P. II n. 586; Ibid. XIX, 38: P. II n. 564; Ibid. XIX, 43: P. Il nn. 564, 589; Ibid. XIX, 45: P. II n. 564; Ibid. XIX, 48: P. II n. 564; Ibid. XIX, 49: P. II nn. 564, 585; Ibid. XIX, 50: P. II n. 585; Ibid. XIX, 53: P. II n. 564; Ibid. XXX, la: p. 544; fr. A e B di Afrodisia (ed. Jacopi, Mon. Ant. 1939, cit. in bibliogr. = A.E. 1947, nr. 148): P. II nn. 404, 407; f r. di Tolemaide (ed. Caputo - Goodchild, J.R.S. 1955, cit. in bi¬ bliogr.): P. Il n. 589. Februa, Arch. Grist. 1940 (cit. in bi¬ bliogr.) : P. I n. 269. Fiebiger - Schmidt, Inschriftensamm¬ lung (cit. in bibliogr.) nr. 245: P. I n. 510. I. G. XII, III, 343: P. I n. 113. J. Keil - A. Wilhelm, Monumenta Asiae Minoris Antiqua (Pubi, of the Am. Soc. for Archaeol. Res. in Asia Minor), III (W. M. Calder), Man¬ chester 1931, 197A e 197B: P. II n. 44. Maionica, Jahr. d. öst. arch. Inst, in Wien 1899 (cit. in bibliogr.): P. I n. 268. Not. Scavi 1890 (vd. D. Bertolini, cit. in bibliogr.): P. I n. 278. — 1897 (vd. Ferrerò, cit. in bibliogr.), p. 374, nr. 11 : P. I n. 111. — 1905 (vd. Ravenna, Lapidi iscritte, cit. in bibliogr.): P. II n. 394. E. Pais, Suppl. It. 408 : P. I η. 278. — 427 : P. I η. 278. — 1077, 8 : P. I n. 111. Ramsay, J.R.S. 1929 (cit. in bibliogr.), pp. 179-184: P. II n. 477. Papiri, pergamene, tavolette etc. V. Arangio-Ruiz, Fontes Iuris Romani Antejustiniani III, Firenze 19432, nr. 87 : p. 564 ; Ibid. nr. 88 : p. 564 ; Ibid, nr. 89: p. 564; Ibid. nr. 134: p. 564; Ibid. nr. 135: p. 564. Fantuzzi, Mon. Ravennati (cit. in bi¬ bliogr.) 2, 3, 4, 6, 8, 10, 14, 16, 17, 19, 21, 22, 23, 25, 26, 28, 33: P. II n. 573. G. Marini, I papiri diplomatici raccol¬ ti e illustrati..., Roma 1805, nr. 75 : P. Il n. 613 ; Ibid. 90 : P. II n. 616 ; Ibid. 93: P. II nn. 573, 611, 613; Ibid. 113: P. II n. 570; Ibid. 114: P. II nn. 545, 570, 573, 581, 602, 607, 613, 614, 616; Ibid. 115: P. II nn. 570, 581, 607, 612, 616; Ibid. 116: P. II nn. 566, 616; Ibid. 117: P. II nn. 570, 573, 613, 616; Ibid. 118: P. II nn. 566, 569, 573, 614; Ibid. 119: P. II nn. 569, 570, 613, 635; Ibid. 120: P. II nn. 566, 569, 570, 573, 581, 607, 611, 616, 625, 628 ; Ibid. 121: P. II nn. 566, 570, 624, 611, 612, 616, 624 ; Ibid. 122 : P. II nn. 616, 625; Ibid. 124: P. II nn. 570, 616; Ibid. 131: P. II nn. 569, 613, 616, 623; Ibid. 138; P. II nn. 157, 466; Ibid, 139: P. I n. 1; Ibid. 140: P. II n. 613; Ibid. 141: P. II n. 572. Papyri : B.G.U. 27: P. I n. 348. P. Amh. 3: P. I n. 348. P. Cairo 67320: P. II nn. 454, 462. P.E.R. 187: P. II n. 445. P. Oxy. 85: P. II n. 448. — 154: P. II n. 455. — 1223 : P. II n. 445. — 1430 : P. II n. 445. — 1911 : P. II n. 445. — 1917 : P. II n. 445. — 2106 : p. 545, P. II n. 445. — 2113 : P. II n. 404. — 2195 : P. II n. 445. P.S.I. 310: p. 545, P. Il n. 445. — 960: P. II n. 445. S.B. 7034: P. II n. 445. S.P.P. XX, 81: P. II nn. 445, 448. — XX, 96: P. II nn. 445, 448. Polypt. S. Germ. (ed. A. Longnon, Po- lyptique de Tabbaye de Saint Ger-
indice delle fonti 639 main des Prés, II, Paris 1886) IX, 9: P. II η. 533. G. Porro Lambertenghi, Codex diplo- maticus Langobardiae, «Hist. Pa¬ triae Mon. » 13, Torino 1877, nr. 169: P. II n. 632. L. Schiaparelli, Codice Diplomatico Longobardo, Roma 1929-1933, « Fon¬ ti per la St. d’It. » 62-63 (= abbr. C.D.L.), nr. 5: P. I n. 162; IMd. 27: P. I n. 162; IMd. 36: p. 565; IMd. 37: p. 497; IMd. 52: pp. 491, 497, P. II n. 789 ; IMd. 54 : pp. 491, 497; IMd. 59: pp. 491, 497; IMd, 60: pp. 491, 497; IMd. 64: pp. 491, 497; IMd. 78: pp. 495, 497; IMd, 79: pp. 491, 497; IMd. 82: pp. 493, 497; IMd. 83 : p. 498; IMd. 95: p. 498; IMd. 119: pp. 495, 498, P. II n. 786; IMd. 123: pp. 494, 498; IMd, 129: pp. 491, 496, 498; IMd. 130: p. 498; IMd, 137: pp. 493, 494, 496, 499, P. II nn. 805, 814; Ibid. 142: pp. 491, 499, P. II n. 580; IMd. 151: p. 499; IMd. 152: p. 499; IMd, 153: p. 499; IMd, 155: pp. 493, 494, 499, P. II n. 814; IMd. 159: pp. 496, 500; IMd. 162: pp. 496, 500; IMd. 172: p. 501, P. II n. 824; IMd, 188: p. 501; IMd. 190: p. 501 ; IMd. 216 : pp. 495, 501, P. II nn. 786, 821, 823; IMd. 218: pp. 495, 501 ; IMd. 225 : pp. 491, 492, 494, 501, P. II n. 786; IMd. 226: pp. 494, 501 ; IMd, 228 : pp. 494, 499 ; IMd. 231: pp. 494, 501; IMd. 234: pp. 495, 502; IMd, 249: p. 502; IMd, 257: pp. 494, 495, 502, P. II n. 786; IMd. 271: pp. 494, 503; IMd. 277 : pp. 495, 503, P. II n. 823 ; IMd, 278: pp. 495, 503; IMd. 289: pp. 495, 503 ; IMd. 290 : p. 503, P. II n. 786 ; IMd. 291 : pp. 491, 495, 504 ; IMd. 293 : pp. 493, 504, P. I n. 557 ; IMd, 340: P. I n. 162. Tablettes Albertini (ed. Courtois - Leschi - Perrat - Sau magne, cit. in bibliogr.) nr. 1: P. II nn. 582, 590; IMd. nr. 2 : P. II n. 582. TJader, Die nichtlit. Pap. Italiens (cit. in bibliogr.) nr. 1 (Marini 73) : p. 558, P. I n. 271, P. II nn. 9, 42, 153, 273; IMd. 2 (Marini 87): P. I n. 1, P. II nn. 573, 598, 613; IMd, 3 (Marini 137) : P. II nn. 518, 519, 520, 525, 542, 556, 558, 560, 574, 584 ; IMd. 8 (Marini 80): P. II n. 566, 576, 579, 596, 615; IMd. 10-11 A-B (Marini 82-83): p. 560; IMd. 12 (Marini 84): P. II nn. 610, 611; IMd. 13 (Marini 86) : p. 561, P. II nn. 561, 568, 609, 611, 613; IMd. 14-15 A-B (Marini 88-88A): P. II nn. 569, 611, 613; IMd. 20 (Marini 93) : P. II n. 611 ; IMd. 24 (Marini 110): P. I n. 155. C. Trota, Codice diplomatico longobar¬ do IV, Napoli 1854, nr. 575: P. II n. 767; IMd. 619: P. II n. 107.
INDICE DEI NOMI E DELLE COSE NOTEVOLI (*) Aakon : p. 186. abactor: P. II η. 164. Abano: P. I η. 212. Abbiategrasso : p. 497. Abd AllÂh Ibn Sa«d, capitano arabo : P. Ι η. 559. Abruzzi : P. II η. 172. absentiatum (o absynthiatum, assen¬ zio): P. I nn. 50 (con olio, come antidoto contro le zanzare), 242, 604 (vino corretto con a.). abundantia (o ubertas, οεύωνία): pp. 256, 325, 405 (εύωνία), 487, 489, 525; P. II nn. 141, 477 (εύωνία), 505, 723, 728, 763, 764. Abundantius, ppo. : pp. 548, 550, 552. Achtlles, colonus : P. II n. 525. Acilius: vd. Sifidius. acquedotto (aquaeductus) : pp. 331, 332 (spese per a.); P. I n. 173, P. II nn. 354 (manutenzione), 355 (spese lier a.), 802, 803, 804. Acqui : P. I nn. 155 (Aquae), 195. acquitrini : vd. paludi. acta diurna (o acta populi) : P. I n. 316. acta Renatus : vd. Renutus. actionarius ecclesiae: p. 242. actionarius publicus : pp. 241, 261 ; P. II n. 100. actor: pp. 85, 104, 450; P. I n. 224, P. II n. 112. Acutus: vd. Cantius Acutus. Ad Centum, possessio: p. 563. Ad Pontem Sortii, statio : p. 530. adaeratio (aderazione, corresponsione in denaro di un tributo in natura) : pp. 37, 55, 58, 235, 237, 238, 313. 314, 315, 318, 347, 393, 394, 397, 404; P. I. nn. 117, 338, P. II nn. 11, 42, 303, 396, 458, 459, 491. Adalbertus, infantulus: P. II n. 573. Adda: pp. 493, 538, 544; P. I. n. 54, P. II n. 632; vd. pure Cassano d’Adda. Ademunt, qui et Andreas: p. 427, P. II n. 613. Adeodato (Adeodatus) papa: p. 486; P. II nn. 760, 770. Aderit : p. 427 ; P. II n. 613. adiectio (ο έπιβολή) :p. 54; P. I nn. 123, 125. (♦) I nomi, sia propri che comuni, sono stati registrati variam en te nelle forme italiana o latina, in relazione all’esclusività o maggiore frequenza nel testo dell’una o dell’altra di esse (comunque introducendo caso per caso le necessarie schede di ri¬ mando). Dove ci è parso opportuno, abbiamo cercato di raggruppare i riferimenti per significato, piuttosto che per semplice vocabolo, riunendo sotto un’unica voce termini con valore più o meno sinonimico, oppure strettamente imparentati in quanto al senso. Siamo invece stati piuttosto analitici nei confronti di certe voci latine, per le quali ci è parso utile rendere reperibili i vari usi più o meno tecnici e le diverse sfumature di significato nei testi tardo-antichi citati nel corso della ricerca : tali ad es. i vari termini con cui si sogliono designare gli appezzamenti fondiarii {auma, ager, campus, flrustellum, fundus, massa, petza, praedium, sationale, saltus, etc.), o i proprietari terrieri {dives, dominus, opulentus, possessor, possidens, potens, praepotens, potentior, potior, etc.), o i centri abitati {castellum, castrum, civitas, oppidum, mansio, urbs, vicus), e così via. A volte, questi precisi rimandi possono già di per sè condurre a conclusioni in parte diverse da quelle tradizionali : tale ad es. il caso di pecunia, ter¬ mine che, nell’epoca da noi studiata, si ritiene comunemente designi la moneta divi¬ sionale di rame, ma che chiaramente e costantemente indica piuttosto tutte le somme in denaro contante (sia esso oro, argento o rame), contrapposto alla specie metallica preziosa non monetata. E si potrebbe continuare a lungo nella nostra esemplificazione. 41. L. Ruggini
642 Economia c società nell’« Italia Annonaria » Adige (Atesis) : p. 544 ; P. I n. 54, P. II mi. 734, 735. Adila, comes: P. I n. 269. administrator : P. I n. 41. adorator Numeri Felicium Ravenna- tum : p. 457; P. II n. 616 (Iohan- nes). Adquisitus: v. c., optio: P. II n. 611. Aorta : p. 59 ; P. II il. 650. Adriano, imperatore : p. 564 ; P. I n. 350. Adrianopoli: p. 62; P. I n. 452, P. II n. 196. Adriatico (Hadriaticum mare) : pp. 50, 102, 148, 149, 290, 348, 552; P. I mi. 110, 297 (Άδρίας κόλπος),P. II un. 405 (navicularii maris Hadria¬ tici), 417, 650; vd. pure Superum mare. adscripticii (o coloni censibus a decripti, ο έναπόγραφοι γεωργοί): p. 244; P. II nn. Ill, 112 (έναπόγραφοι γεωρ¬ γοί), 115, 139. Aeacus : P. II η. 431. Aebune, magister calegarius : P. II n. 822. Aegyptiacus (agg.) : P. I n. 464 (fru¬ ges), P. II n. 417 (provinciae). Aegyptus: vd. Egitto. Aelius : vd. Gallus Aelius. Aemilia (Emilia) : pp. 1, 32, 35, 42, 44, 52, 53, 63, 65, 76, 79, 80, 114, 170, 276, 338, 339, 342, 407, 445, 455, 468, 474, 475, 476, 477, 489, 492, 501, 517, 540, 541; P. I nn. 1, 100, 119, 143, 144, 150, 155, 166, 189, 194, 195, 196, 240, 323, P. II nn. 161, 346, 387 (Αιμιλία), 713. Aemilia et Liguria : pp. 1, 11, 68 ; P. I nn. 1, 86, 90, P. II n. 223. Aemilia Via (Via Emilia) : pp. 61, 65, 75, 528, 532, 534, 542; P. I nn. 150, 195, P. II n. 206. Aemilianus fundus: p. 560. Aemilius Magnus Arborius : vd. Arbo- RIUS. Aepholitus, vescovo di Lodi : P. II n. 800. aeramenta : P. II n. 124. aerarium: vd. fiscus, aes (bronzo): p. 346 (= denaro), 512 (circolaz. di moneta enea) ; P. I n. 605 (χαλκός), P. II nn. 407 (de¬ naro), 419, 477 (acre quaterno : 4 assi), 828 (ripostigli di moneta e* nea: MB, PB, etc.). Aetius: vd. Ezio. affitto (canone di locazione) : pp. 95 (in natura), 242, 243, 248 (in nat.), 249 (in denaro), 250, 253 (in nat. e in den.), 254 (in den. e in vino), 256 (ri¬ messe quadrimestrali), 257, 258 (in den.), 259, 337, 407, 409, 412 (in den., quadrim.), 414 (in oro), 416, 419 (ammontare, arretrati), 425, 429, 43(; (ammontare), 439, 446, 454, 457 (sgravi!), 496, 515, 525 (ammonta¬ re), 534 (in nat.), 558 (in nat. e den.), 559-560 (in den., arretrati); P. I nn. 252 (in nat.), 366 (forme di a.), P. II nn. 10, 85 (quadrim.), Ili, 124 (sgravii), 125 (in den.), 129 (in den.), 132 (in den.), 143 (qua¬ drim.), 274 (forme di a.), 519 (in den.), 520, 531 (in den.), 547, 560, 582 (in nat.), 598; vd. pure pensio. affittuario: pp. 93, 95, 123, 133, 134, 180, 214, 224, 225. 229, 231, 242, 243, 254, 255, 408, 412, 4M, 515, 525, 535 ; P. I n. 87, P. II nn. 102, 103, 107. 108, 114, 138, 139, 532, 563, 598, 641; vd. pure subaffittuario. Afilas, possessio : p. 563. Africa (Diocesi Africana) : pp. 43, 44, 73, 84, 100, 101, 104, 115, 128, 137, 139, 147, 151, 154, 156, 157, 159, 161, 166, 171 (comes Africae), 173 (comes A.), 174, 182, 183, 187, 289, 291, 300, 305, 362, 363, 364, 365 (tav. I), 366 (tav. II), 367 (tav. Ili), 380, 381, 391, 394, 396, 399, 437 (A. van- dala), 469, 471, 472, 516, 558, 562, 564, 565 (A. vandala); P. I nn. 30, 131, 185, 224, 235. 246, 264, 265, 269, 345, 347, 348, 353, 354, 408, 453 (A- fricanae provinciae), 458, 459, 464,
Indice dei nomi e delle cose notevoli 643 480, 483, 488, 490, 510 (comes A.), 516, 525, 561, P. II nn. 9, 75, 125, 163, 164, 196, 223 (Africanae regiones), 229 (;ppö. Africae), 230, 238, 240, 252. 267, 280, 407, 434 (ppö. A.), 449, 450, 469, 489, 514, 539, 590 (A. vandala), 665, 720 (ppö. A.), 771. Africanus (agg.) : P. I nn. 461 (por¬ tus, indices, notarii), 474 (naves), 484 (fruges), 510 (annona), 559 (A- fricani, sost.), P. II n. 490 (eccle¬ sia). Afrio (-0NIS): pp. 435, 445; P. II n. 579. Afrodisia, in Caria: P. II nn. 372, 404, 407. Agaminis in Palatium : P. I n. 240. Agapito, cos. nel 517: p. 527. Agata (S.), chiesa di Monza: P. II n. 812. Agatha (S.), chiesa di Ravenna : p. 445. Agathias: pp. 9, 477; P. II n. 719. agellarius: pp. 436 (Domninas), 450, 457 (Domninas), 521; P. II n. 581 (Domninus). agellulus (agellus): pp. 26, 195: P. I n. 37, P. II nn. 111, 619; vd. pure ager. Agelmundus : P. II n. 797. agens vices: P. II nn. 312 (Ambro¬ sius), 325. agentes in rebus : P. I n. 403, P. II n. 92. ager: pp. 25 (agros continuare), 417 (ager mediocris). 513 (agros conti¬ nuare), 558, 562, 563; P. I nn. 33 (agros continuare), 34, 41, 165, 245, 247, 258, 330, 354, 484, 528, 596, P. II nn. 509, 539 (ager mediocris); vd. pure agellulus, ager S. Agnen: vd. Agnes. ager Casulas: vd. Casulas, ager, ager Muci: vd. Muci ager, ager Veranus : vd. Veranus ager, ager Veteseca : vd. Veteseca, ager. Agerentia : p. 302. aggravii fiscali : pp. 37, 298. Agilulphus (Agilulfo) : p. 484 ; P. II nn. 194, 748, 749. Agnello Ravennate: pp. 6, 105, 201, 297, 406, 407, 478, 484; P. I n. 196, P. II nn. 598, 641, 642, 645, 650. Agnello, vescovo di Trento: p. 483; P. II n. 194. Agnellus, vescovo di Napoli : P. TI n. 760. Agnellus, vescovo di Ravenna: P. I n. 196, P. II nn. 613, 723. Agnes (S.) (ager S. Agnen): p. 562. Agogna: P. I n. 240. Agostino (S.) : pp. 10, 100, 182, 183; P. I nn. 239, 488, 499, 513, 561, P. II n. 590. Agrate: p. 493; P. I n. 232, P. II n. 793. agricola : pp. 74, 125, 337 (γεωργοί ) ; P. I nn. 367, 495, P. II nn. 9, 125 (agricolae censiti), 192, 366, 477, 668, 734. Agricola, martyr: P. I η. 323. Agrestius : P. II η. 785. Agroecius : P. II n. 178. Aiari: P. II n. 801. Aidipsòs, in Eubea: P. II n. 172. Αϊν el Djemala: p. 251. Alamanni: pp. 62, 322 (foederati), 338, 340, 474, 477, 539; P. I nn. 149, 580, P. II nn. 42 (laeti), 195, 389, 390. Aumannia : P. II n. 195. Alamud, diacono goto: P. II nn. 569, 614. Alani (Halani) : pp. 539, 542; P. I n. 452 (Halani). Alarico: pp. 58, 170, 171, 172, 173, 538, 539, 540; P. I nn. 135, 158, 196, 386, 501 (Άλλάριχος), 508, P. II nn. 311, 484. Albairate: p. 31. Albano: p. 562; P. II n. 324. ’Αλβανοί (abitanti del territ. di Alba) : P. II η. 415. Albavilla: p. 528. Albenga: p. 540; P. II n. 243. alberi da frutto: p. 181; vd. pure frut-
Economia c società nell'a Italia Annonaria » iyU teti, frutta, caprifico, fico, pistac¬ chio, poma, oliveto, vigneto. Albina : vd. Melania Albina Ceronia. Albinus : vd. Basilio Iuniore. Albingaunum: vd. Albenga. Albintimilium (Ventimiglia): p. 540; P. I n. 62. Albotno (Alboenus, Albuinur) : P. I n. 191, P. II n. 728. Alchis, gasindio : p. 494 ; P. II nn. 805, 814. Alessandria (Alexandria) : pp. 107, 108, 195 ; P. I nn. 276, 279, 282, 338, 348, 606 (’Αλεξάνδρειά ), 628, P. II nn. 231, 247, 404, 407, 650, 828. Alessandro: vd. Domizio Alessandro. Alessandro Severo: pp. 132, 396; P. II n. 173. Alexander, corrisp. di Simmaco : P. I n. 416. Alexandria : vd. Alessandria. Alexandrinus (agg.): P. I n. 349 (com¬ meatus), P. II n. 490 (ecclesia). Alexandro de Sporticiana : P. II n. 795. Alfiano : vd. Alphianum. Algeria: P. I n. 246, P. II n. 582. alienazioni abusive di terre : P. II nn. 102, 108. alienus (= peregrinus, exterus): pp. 284, 285, 288. Aliulfus, saio : p. 551. άλλοτριοπώλαι : p. 127. Alpes: vd. Alpi. Alpes Appenninae: vd. Appennini. Alpes Cottiae (Alpi Cözie), prov. : pp. 1, 280, 281; P. I n. 1, P. II nn. 98, 681, 718. Alphianum (Alfiano): pp. 493, 494, 499, 500, 501; P. II nn. 800, 805, 814, 815. Alpi (Alpes): pp. 174, 184, 199, 324, 476, 483, 489, 517, 537, 541; P. I nn. 136, 143, 191, 589, P. II nn. 194, 722. ALn Cozie: p. 540; P. I n. 508. Alpi Giulie, ( Alpes Iuliae): pp. 4, 58, 62, 537 ; P. I n. 452. Alpi Marittime (Alpes Maritimae) : pp. 38, 539. Alpi Occidìentali : pp. 74, 471. Alpi Pennine: p. 539. Altava (Algeria): P. I η. 246. Altinum (Altino) : p. 541 ; P. I nn. 56, 196, 327. Altu Adige : p. 114. Alypius, corrisp. di Simmaco : P. I n. 474. Amalarico: p. 291. Amalasunta (Amalasuintha) : pp. 297, 311; P. II n. 419. Amabilis, v. d. comes: P. II n. 180. amandolarium (mandorleto) : p. 497. Amartianas, possessio : p. 562. Ambrogio (S.), basilica di Milano : P. II n. 791. Ambrogio (S.), oratorio presso Milano: P. II n. 810. Ambrogio (Ambrosius), S., vescovo di Milano: pp. 10, 13, 14, 15, 25, 26, 28, 29, 30, 59, 60, 62, 63, 67, 68, 72, 73, 74, 75, 76, 84, 89, 92, 95, 96, 99, 100, 102, 105-106, 109, 113, 114, 115, 116, 121, 122, 124, 137, 138, 140, 141, 142, 146, 158, 159, 160, 163, 164, 179, 180, 184, 185, 186, 190. 192, 195, 197, 198, 200, 201, 225, 254, 286, 356, 535, 537; P. I nn. 14, 17, 19, 42, 50, 132, 145, 183, 189, 224, 226, 232, 234, 239, 242, 243, 247, 254, 261, 269, 275, 278, 283, 291, 300, 316, 317, 318, 321, 323, 329, 338, 389, 391, 395, 401, 488, 495, 546, 550, 585, 587, 592, COI, 608, 612, 626, P. II nn. 196, 229, 282, 352, 419, 484. Ambrosius, v. i. agens vices : P. II nn. 321, 335. amenecolarium (o atnimcolarmm, o ad- minicolarium) : vd. astalarium. amenedollarium \ vd. astalarium. Ammaedara: P. I n. 488. ammasso delle derrate: pp. 224, 232, 326 (centri di a. fiscale), 473 (idem). Ammiano Marcellino : pp. 8, 62, 142, 156, 162; P. I nn. 108, 155, 265 . 321, 234. 295, Γ. IT nn. 176, 450.
Indice dei nomi e delle cose notevoli 645 Am peli us (Publius Ampelius), pu. nel 371-372: P. I n. 334. A μ pelius, r. s. nel 507-511, v. i. nel 523-530: p. 552; P. II nn. 80, 149, 239, 522. amurca : p. 531. Anastasia (S.), chiesa ariana di Ra¬ venna : p. 460; P. Il n. 613. Anastasio, imperatore : pp. 144, 214, 244; P. II nn. 11, 41, 44, 84, 115, 400. 440, 409, 828. Anastasius, argentarius et arcarius eecl. Ravennatis: p. 561. Anastasius, cancellarius Lucaniae et Bruttiorum: P. II n. 31G. Anastasius, consularis : p. 552. Anatolius, v. c. consularis: P. n. 128. Anaunia, territ. P. I n. 230. ancilla: pp. 443 (Ranihilda), 564; P. II n. 111, 613, 619 (ecclesiae Roma¬ nae); vd. pure famula, puella, ser¬ vus. Ancona : P. I nn. 103, 433; P. II n. 164. Andagna : p. 527. Andrea, chierico: p. 495; P. II n. 819. Andreas (-atis), praepositus dromona- riorum : P. II n. 545. Andreas: vd. Ademunt gui et Andreas. Andromachus, pu. nel 395 : P. I n. 473. anfore (amphorae), mis. di capacità: pp. 364, 367 (tav. III), 398, 399, 402; P. II nn. 427, 453 , 457 . 463, 465, 466. 477, 500, 501, 502, 504, 505, 541. anfore olearie : P. I n. 414. anfore vinarie : P. I n. 111. angariae: pp. 247, 261, 415; P. II nn. 116, 156, 323, 328. Angers: P. I n. 587; P. II n. 194. Anglesis, possessio : p. 562. Angulas, possessio : p. 562. Anicii: P. I n. 23. Anicius Auciienius Bassus: vd. Bas¬ sus. Anicius (Flavius Anicius) Faustus Albinus Basilius Iunior: vd. Ba¬ silio I uniore. Anicius: vd. Symaiachus (Aurelius Anicius). Anna, v. s. comes : P. II n. 430. Anniana sive Myrtus, fundus: p. 558; P. II n. 42. Annibale: P. I n. 437. annona (alimonia) : pp. 281 (alimonia pul)lica), 290, 320, 472; P. I nn. 390 (urgens annona), 455, 461 (res anno¬ naria), 490 (alimonia), P. II nn. 504, 659. annona (razione indiv. competente a ogni soldato o funzionario) : pp. 299, 300. 317, 319. 342, 402, 549; P. I il. 338, P. II mi. 175, 178, 206, 267. annona (o res annonaria, o annonaria functio, o imposte, forniture anno¬ narie) : pp. 35, 30, 44, 52, 57, 211, 214, 237, 208, 330, 341, 343, 349, 350, 352, 394, 511, 547, 551; P. I nn. 117, 126 (titulus annonarius), 128, 132 (annonarum relaxatio), 134, 258, P. II nn. 11, 42, 112, 394 , 396; vd. pure pensio annonaHa. annona aderat a : pp. 212, 235, 312, 350; P. II n. 306 (a. militare). annona cara : pp. 144, 356, 360, 386, 423; P. II nn. 449, 477. annona civica (o romana, o urbica) frumentaria, canon frumentarius : pp. 44, 58, 62, 116, 119, 128, 132, 138, 140, 143, 147, 150, 157, 159, 161 (de¬ fectus annonae), 164, 165, 290, 294, 295 (a.c. di Roma, Pozzuoli, Costan¬ tinopoli), 290. 308. 310, 311, 320, 325, 348, 349, 392, 471, 516, (a.c. di Roma e Costantinopoli), 523; P. I nn. 264 (a. c. di Costantinopoli), 318 (defectu* annonae), 347, 350, 356, 357 , 371, 378 , 381, 387, 408 , 430, 448, 472, 478, 505 (suo ammontare). 510; P. II nn. 73, 164, 226, 243, 245, 246 (a.c. di Pozzuoli), 248. 252, 289, 4S9 (a. c. di Costantinopoli), annona civica suaria: p. 315; P. II nn. 226, 311 (numero degli assistiti), 498. annona civica vinaria (o prestazione, imposta vin., canon vinarius) : pp. 35, 47, 52, 53, 55, 58, 02, 405; P. I nn 82, 107; P. II nn. 306, 391.
646 Economia e società nell’« Italia Annonaria » annona militare (o dell’esercito) : pp. 37, 44, 51, 102, 207, 262, 268, 281, 284, 291, 320, 324, 325, 342, 350, 470, 474, 523; P. I nn. 112, 351; P. II nn. 6 (alimonia), 80, 199, 366 (a. adorata), 367, 377 (centri d’ammas¬ so), 517. annona palatina (o della Corte) : pp. 281, 284, 320, 342, 350, 474, 523. annonaria pensio : vd. pensio annona¬ ria. annonariae species: vd. species anno nanae. annonocapita : p. 221. Anonimo Ravennate : p. 6. Anonimo Valesiano : pp. 6, 111, 294, 357, 405; P. II nn. 419, 440, 505, 659. Anonymus De Rebus Bellicis: pp. 8, 525; P. I. n. 173, P. II n. 834. Anselperga, badessa di S. Salvatore a Brescia: pp. 492, 493, 494, 495; P. II nn. 802, 803, 804, 805, 813, 814, 819, 820. anseres (oche): p. 414; P. II nn. 519, 525, 560. Ansoald: P. II n. 788. Antaeopolis : P. II n. 598. Antemio (Anthemius), Imperatore : pp. 467, 543; P. II, nn. 653, 657 (’Ανθέμιος). antiaderativo (agg.); p. 55; P. I n. 126. Antianum, territ. : p. 563. Antiochia : pp. 327, 362, 365 (tav. I), 383, 384; P. I n. 282, P. II nn. 174, 175, 176, 449, 451, 453. Antiochia di Pisidia : P. II nn. 176, 477. Antiochus, ppö. nel 552: P. I n. 190. antiquarius : P. I nn. 319, 381. Antistius Rusticus: vd. Rusticus. Antium: vd. Anzio. Anto: P. II n. 807. Antonianus fundus : p. 560. antoniniano (moneta) : pp. 545, 546. Antonino Pio, imperatore: p. 564. Antonius, monachus: P. II η. 329. Antonius, r.i\, vescovo di Fola : P. II n. 620. Anzio (Antium) : p. 563. Anxanum : vd. Lanciano. Aosta : vd. Augusta Praetoria. Apera, fundus : p. 558. apicultura: p. 425; vd. pure mel. aplectora: P. II n. 632. apocha (securitas, ricevuta) : P. I n. 102. apochare (= adaerare): P. I η. 126. Apollinare, patriarca di Alessandria : P. I n. 279. Apollinare (S.), chiesa di Classe : P. II n. 394. apparitor: P. II nn. 77 (Ferrocinctus). 162 (Iohannes). Appennino (Alpes Appenninae, o Pen¬ ninae) : pp. 25 (A. Veleiate), 59 (A Emiliano), 60 (idem), 331 (idem), 476, 538; P. I nn. 143, 145, 196, P. II n. 387. Appia Via: P. I mi. 319, 490, P. II n. 162. Appiano: p. 251. Appianum Albanense, territ. : p. 563. Apranus fundus: P. II n. 572. Appion (Fl. Strategius Appion), cos. nel 539: P. II n. 713. Apronianus (Lucius Turcius Apronia¬ nus Asterius), pu. nel 362-363: P. I n. 82, P. II n. 303. Apuli: p. 306; P. II nn. 163, 276, 429. Apulia: pp. 137, 209, 211, 221, 229, 233, 285, 286, 301, 302, 337, 470, 472; P. I nn. 329, 525, P. II nn. 9, IO, 28, 163, 215, 276. Apulia et Calabria: pp. 153, 208, 210, 212, 215, 224 , 232, 236, 2S62, 287 (Καλαβρία καί Άπουλία), 291; P. I nn. 352, 411, 431, P. II nn. 67, 276, 299, 531. Apulus (agg.): P. I η. 355 (frumen¬ tum), P. II nn. 9 (rura). 10 (con¬ ductores), 19 (negotiatores). Aqua Salvias, massa: p. 560. Aqua Tutia, possessio: p. 562. Aquario (Bologna) : P. II n. 820. aquarium (tipo di appezzamento) : ρ. 558.
Indice dei nomi e delle cose notevoli 647 Aquileia: pp. 16, 47, 80, 84, 102, 103, 112, 114, 137, 286, 336 (Aquileiensis civitas), 474, 534, 536, 537, 539, 541; P. I nn. 19, 30, 50, 101, 196, 241, 258, 265, 268, 269, 297 (Άκυληία), 327, 364, 389, 416, 452, P. II nn. 377, 404, 405, 828. Aquino: vd. Tommaso d’Aquino, S. Aquitania: P. I n. 37. Arabi : P. II n. 640. Aradius Rufinus : vd. Rufinus. Aranas, possessio: p. 562. Araris: P. I η. 353. arbores : pp. 420, 491 {campi cum a.), 496 (idem), 497 (idem), 498 (terra vacua cum a.), 501 {campus cum a.), 503 {terra cum a. et pomifferis) ; P. II nn. 509, 545, 569, 570, 581, 611. Arborius (Aemilius Magnus Arborius), pü. nel 379-380; P. I n. 316. arbusta: pp. 420, 496 {terrae arbu¬ stae), 498 {idem); P. I n. 528, P. II nn. 545, 569, 570 {arbusta et arbu¬ stat a), 611. arca frumentaria : P. I n. 99. arca olearia : P. I n. 99. arca regia : pp. 335, 342. arca prefettizia : p. 543. arca senatoria : P. I n. 99. arca vinaria: pp. 53, 170; P. I nn. 80, 99, 108, P. II nn. 245, 457, 493. arcae \ vd. sarcofagi. Arcadio, imperatore: pp. 166, 530; P. I nn. 126, 134, 258, 423, P. II nn. 590, 828. Arcagna: P. II n. 805. arcarius: pp. 237, 301, 326, 340; P. II nn. 271 {Iohannes, v.c.), 395. arcarius ecclesiae : p. 561 {eccl. Roma¬ nae). Arceto (Scandiano): P. I n. 162. άρχαια (= capitale): P. I n. 17. Archanaidus, diaconus : P. II n. 194. Archelao, vescovo di Seleucia: P. II n. 404. Arcisate: p. 528. Ardalium (fiume africano) : P. I n. 488. Ardea : p. 563. Ardeatinum, territ. : pp. 562, 563. Abdica, v.h. : P. II n. 569. Arelate: vd. Arles. Arelatensis (agg.) : P. II nn. 434 {epi¬ scopus) , 593 {idem), 720 {idem), argentarius : p. 561 {Anastasius) ; P. II nn. 545 (Giuliano, e Iulianus ge¬ ner Iohannis pimentarli), 570 {Fl. Basilius). argenteus {moneta) : p. 546. Argentius, colonus : P. II n. 323. argento {argentum): pp. 171, 192, 398 (monetato), 357 (riserve), 358, 427, 439, 443, 512 (circolaz. monet. ai\), 545, 546, 549, 559; P. I nn. 73, 232, 255, 345, 598 {argentum fabrefactum) 606 (άργύριον = denaro), P. II nn. 124, 419, 422, 427, 431, 440, 457, 590, 641, 650, 828 (ripostigli di mo¬ neta ar.). Argjanum, praedium: pp. 560, 561. Argo: P. II n. 172. arialis: pp. 497, 503; P. II n. 785. Arichis (o Arochis) di Campione : P. II nn. 795, 797. Arichis di Varsi : P. II u. 798. Ariminenses: P. I n. 419. Ariminensis fagg.): p. 50 {vinum); P. I n. 419 {idem). Ariminum : vd. Rimini. Aripertus : P. II n. 764. Arles (Arelate): pp. 253, 287 (I conci¬ lio di A.); P. I nn. 287, 627 (I e II concilio di A.), P. II nn. 6, 124, 135, 239, 683. Arlon : P. I n. 172. Armenii : P. I n. 191 {schola Armenio¬ rum prima equitum seniorum) ; vd. pure Persoarminii. armentarius: P. II n. 639 (guidrigil¬ do); vd. pure magister armenta¬ rius: armi factores: p. 552. aromi: p. 563; vd. pure nardo. arra (caparra) : p. 549. Arsago: P. II n. 797. artaba (misura di capacità) : P. II nn. 436, 440, 445, 446, 447 , 448, 477.
G48 Economia e società nell’a italici Annonaria » Artemio: P. II n. 818. artifices : pp. 551 (navigandi a.), 5(51 (schiavi), 565 (idem). artigiani, artigianato, attività artigia¬ nali: pp. 132, 195, 427, 428 (a mani- fatt.), 435; P. I. n. 219, P. II nn. 420, 832. arura : P. II n. 598. Ascalona : p. 564. Asia : P. I nn. 185 (diocesi). 276 (pro¬ vincia). Asia Minore: pp. 197, 199; P. I nn. 113, 171, P. II n. 404. asini (allevamenti): p. 186. asparagi (di Ravenna) : P. II n. 534. asprio (-onis, moneta) : pp. 444, 445 ; P. II n. 595; vd. anche siliqua asprionis. asse (moneta) : P.I. n. 338, P. II nn. 477, 504. assenzio : vd. absentiatum. assis publicus : pp. 258, 281, 314, 317, 319; P. I n. 431, P. II nn. 149, 157, 236. astalarium (o amenecolarium, o ame- nedollarium = selva per trarne pa¬ li) : pp. 493, 496, 497, 498 (amene- ciac ad vîtes faciendum), 499, 500, 501, 502, 503, 505. Asterius: vd. Apronianus. Asti (Hasta) : pp. 323, 473, 498, 527, 538; P. II n. 331 (Hastensis civi- . tas). Astigiano, territ. : pp. 490, 495. Astolfo : P. II n. 779. Atalarioo (Atiialaricus) : pp. 297, 298, 303, 307, 308, 311, 315, 333, 455, 472, 473, 552; P. II nn. 64, 239, 257, 259, 262, 264, 278, 279, 284, 289, 294, 351, 388, 428. Atanasio: pp. 13, 287 (’Αθανάσιος). Ataulfo: p. 540; P. I n. 196. Atene: P. I n. Ili, P. II n. 828. Aternum : P. I n. 417. Atesis : vd. Adige. Atgemund : P. II n. 819. Athalaricus : v. Atalarioo. Atrianus : P. II n. 801. Aitalo, usurpatore: p. 171; P. I n. 386. Atticus, ppo. It. nel 384: P. I n. 344. Aitila : pp. 175, 466, 539, 541 ; P. II nn. 216, 515. Auciientus: vd. P»assus (Anicius Au- chenius). auctio : p. 95; P. I nn. 252, 608. Auda : P. II n. 792. Augusta Bagiennorum : vd. Bene Va- GIENNA. Augusta Praetoria (Aosta): p. 190; P. I n. 240. Augusta Taurinorum : vd. Torino. Augustanae elusurae (= stretta di Bard): P. II n. 199. Augusti possessio: p. 562. Augustinus, v.v. : p. 336. Augusto, imperatore: pp. 454 , 545; P. II nn. 9, 547. Augustus: vd. Portus Augusti. auma (appezzamento) : p. 558. auraria functio (o pensio, o solutio) : vd. crisargirio. aurarii : P. II n. 18. Aurelia Via: p. 38; P. I nn. 62, 77, P. II n. 709. Aureliano (Aurelianus), imperatore: pp. 38, 39, 42; P. I n. 80. Aurelio Vittore : pp. 8, 36, 37 ; P. I n. 72. Aurelius Anicius Symmachus : vd. Symmachus (Aurelius Anicius). Aurelius: vd. Symmachus (Lucius Aurelius Avianius Phosphorius Symmachus). Aurelius Symmachus : vd. Symmachus (Quintus Aurelius Eusebius Sym¬ machus). aureo (aureus, moneta) : pp. 361, 363, 364, 365 (tav. I), 366 (tav. II), 367 (tav. III), 550, 563, 564; P. I nn 176, 338; P. II nn. 407, 430, 437, 477, o02, o04, 5o3. Auriana massa: p. 563. Auriate: P. II n. 805. auricalcum: P. I n. 273. aurifodinae : p. 552.
Indice dei nomi e delie cose notevoli G49 Aurigenes (= Origenes), v.v.: P. II n. 620. aurileguli : P. II n. 484. aurum : vd. oro. auram glebae (o glebalis pensio, o col¬ latio glebalis, o gleba, o follis sena¬ torio): pp. 57, 555. aurum tironAcum : P. II n. 545 ; vd. pu¬ re tiro, temonarius, scribones. Ausonio: p. 5; P. Π n. 103. Aussenzio: vd. Auxentius. Austroberto, vescovo di Vienna : P. II n. 767. Autconda : P. II n. 794. αύτοπώλαι : p. 127. autopragla : p. 335; P. II n. 374. Autruda : P. II n. 819. Auxentius (Mercurinus Auxentius, ariano; Assenzio) : P. I nn. 274, 275, 288. Auxerre: p. 189; P. I n. 191. Avari : pp. 485, 489; P. I n. 567. Avellino: p. 532. avena : p. 414. Aventicum : p. 479. Aventius Sallustius: vd. Sallustius. Avernus, lacus : P. II n. 393. Avianius Symmachus : vd. Symmachus. Avienus Iunior, cos. nel 502: P. II n. 667. Avito, imperatore: pp. 175, 542; P. 1 nn. 524, 587; P. II n. 419. Bacauda, v.s. : P. I n. 216. Bacchus: pp. 525, 535. Badussio: P. II n. 811. Bagauda, Bagaudae, Bag audi : p. 539; P. I n. 589. Baiae: P. II n. 393. Balneolum, possessio: p. 562. Balonianus f undus : P. II n. 611. balsami: p. 563. βάνατα: p. 440 (prezzo); P. II n. 564 (βάνατα διπλή e καταβίων, del Nori¬ co e gallica). Barbatianus (Barbaziano). eretico gio- vinianista : p. 185: Barbatianus fundus: p. 562. Barbegal: p. 70; P. I n. 173. Bard : vd. Augustanae elusurae. Baruttane: P. II n. 798. Basilica Vetus (o Portiana), di Mi¬ lano: pp. 106, 109; P. I n. 286. Basilio I,- imperatore : P. II n. 440. Basilio, ppo. It. nel 458 : p. 543. Basilio (S.), vescovo di Cesarea: pp. 13, 29, 100-101, 195, 196, 197, 198, 201. 202, 359; P. II nn. 252, 592, 598, 600, 012, 628. Basilio Iuniore (Fl. Anicius Faustus Albinus Basilius Iunior), cos. nel 541 : P. II, nn. 545, 569, 570, 593. Basilisco, usurpatore: P. II n. 828. Basilius (Flavius Basilius), argenta¬ rius, v.k. : P. II n. 570. Basilius, pu. nel 495 : P. I n. 473. Bassi f undus : p. 562. Bassianum, casale: p. 436; P. II nn. 611, 616. Bassus, colonus: P. II n. 525. Bassus (Anicius Auchenius Bassus), pii. nel 382: P. I n. 407. Bassus (Tarracius Bassus), pu. nel 375-376: p. 158; P. I n. 319. Bauronica, massa: p. 563. Bauto, conductor domus regiae: P. II n. 138. Bavai (Francia) : P. II n. 828. Baxentina ecclesia (= Volgenti na? Bi¬ sexti na? Buxentina?) : P. II n. 709. Becalfu (presso Villarossa): P. II n. 805. Beda il Venerabile : pp. 6, 400, 4S0. Belgio: P. I n. 172. Belisario (Belisartus) : pp. 290, 311, 312, 317, 349, 473; P. I nn. 171, 173. 328, 351 (Belesarius), 430, P. II nn. 164, 279, 294, 315, 316, 318, 323, 337. 346, 387, 394, 517, 570, 613. Bellona : P. I n. 240. Bene Vagienna (Augusta Bagjenno- rum), P. I nn. 62, 156. Benedetto, diacono, rector patr. Sici¬ liensis cccl. Ravennatis : p. 105; P I n. 273, P. II n. 645.
650 Economia e aocietà nell'« Italia Annonaria » Benedetto I, papa (Benedictus) : p. 480, P. II n. 733. Benedetto II, papa (Benedictus) : P. II n. 770. Benedetto (S.)» (ordine di) : P. II n. 538. Benenatus: P. II n. 790. Benenatus: vd. Clausura de Bene¬ nato. Benevento (Beneventum) : P. I nn. 197, 290; P. II nn. 9, 107, 279, 767 (duca di B.). Benignius; P. I n. 350. Bergamasco, territ. : pp. 490, 492, 493, 504, 529. Bergamo (Bergomum) : pp. 541 (Perga¬ mum, sic), 543; P. I nn. Ili, 557, P. II nn. 632, 826. Bergantinus, v. i. comes patrimonii. p. 552; P. II η. 428. Bernate : p. 529. Beruclas, fundus : p. 562. Besozzo : p. 528. Bessa, generale bizantino: P. II nn. 346, 443, 717. Bézier: p. 539. Bieda : vd. Blera. Bifurcus fundus : p. 560. bilancio statale: P. II η. 598 (suo am¬ montare). Bilimer: P. II n. 657. bina (nom. pi. neutro: tasse): P. II n. 157. Bisanzio (Byzantium): vd. Costantino¬ poli. Bisentina ecclesia: vd. Baxentina ec¬ clesia. Bisenzio (presso il lago di Bolsena) : P. II n. 709. Bizantini : pp. 208, 319, 328, 462, 522, 550; P. I n. 559, P. II nn. 8, 164, 232, 312, 315 (consistenza numerica degli eserciti biz. in Italia durante la guerra gotica), 324, 387, 394, 613, 718. Blera (oggi Bieda) : P. Un. 123. boarii corporati : p. 313; P. II n. 306. Bodrio: P. II nn. 528, 531, Boethius, ppo. Africae: P. II nn. 229, 434, 720. Boethius (Severinus Boethius, Boe¬ zio), v. i. atque patricius: pp. 8, 296, 471; P. II nn. 149, 255, 333. Βοιώτιος: P. II n. 449 (à Βοιώτιος ποιητής = Esiodo). Bologna: vd. Bononia. Bolognese, territ. : pp. 434, 435, 445 (territorium Bononiense); P. II nn. 372, 579 (territ. Bononiense). Boi sena (Lago di): P. II n. 709. Bonate: pp. 493, 497; P. II n. 793. Bonifatius: p. 558. Bonifatius, papa : P. II n. 755. bonifica: pp. 65, 263, 459, 470; P. Il n. 162, 597. Bononia (Bologna) : pp. 61, 76, 79, 528, 530, 531, 532, 540, 542; P. I nn. 50, 145 (Bononiensis urbs), 150, 155, 158, 161, 195, 196, 323 (Bononiensis civi¬ tas), P. II nn. 570, 820. Bonosa: pp. 435, 445; P. II nn. 579, 580. Bonus, v. h. bracarius: P. II nn. 611, 613. Boretto: P. I n. 162. Borgo Lavezzaro: p. 529. Borgogna: p. 52. Borgomanero: P. I n. 240. Boriate ( = Burago) : p. 497. boschi: vd. silvae. Bosphorus: P. I n. 452. Bosnia : P. I n. 30. Bourg-sur-Gironde: vd. Burgum. bottaio : P. I n. 103. bottegai: p. 199. boves (buoi) : pp. 186, 314, 443, 561 ; P. II nn. 124, 164, 346 (imbarca¬ zioni trascinate da b.), 715 (prezzi), 729 (pestilenza). bracae: p. 450; P. II n. 590. bracarius : p. 450; P. II n. 611 (Bonus v. h.). Brerbia : P. II n. 522. Breolas (locus Breolas = Briooche?) : P. II n. 805. Brescello: vd. Brixillum. Brescia (Brixia): pp. 16, 28. 47, 286,
indice dei nomi e delle cose notevoli 651 492, 494, 495, 499, 501, 537, 549; P. I nn. 50, 101, 258, 405, 531, P. II un. 800, 802, 803, 804, 805, 809, 813, 814, 815, 819, 820. Bresciano, territ. : pp. 490, 530. Brianza : pp. 492, 493, 529; P. I nn. 232, 500. Brigantium : P. II n. 199. Brindisi (Brundisium) : pp. 147, 302, 467; P. I n. 409, P. II n. 244. Briocche: P. II n. 805. Brisconno (Vicus Bri scon n u s) : p. 497; P. II n. 791. Britannia: pp. 137, 539; P. II nn. 231, 243. Brixia: vd. Brescia. Brixillum (Brescello) : pp. 61, 79, 482; P. I nn. 145, 195, 196. bronzo : vd. aes. Brundisium : vd. Brindisi. Bruxihilde, regina dei Franchi : p. 483; P. II n. 194. Brunuri: P. II n. 824. Bruttii (o Brittii, Bruzii) pp. 154, 262, 287, 303, 306, 314, 315, 317, 319, 330, 357, 397, 470, 472, 473; P. I nn. 212, 525, P. II nn. 10, 14, 67, 215, 225 (Βρουττία), 229, 391; vd. pure Lucania et Bruttii. Bruttius (abit, dei Bruzii) : P. II n. 457 (Brittius possessor). bubulcus: vd. magister bubulcus. Bucellinus: p. 477. Budius fundus : p. 560. burdatio (imposta fondiaria): pp. 241, 261, 561; P. II nn. 106 (rate qua- drimestr.), 138, 155, 429. Burgum (Bourg-sur-Gironde) : P. II nn. 9, 163. Burgundi (Burgundiones) : pp. 74, 207, 272, 338, 339, 468, 474, 475, 489, 517, 543, 544; P. I nn. 149, 216, P. II nn. 192, 194 (ΒουργουζιώναΟ, 199. Burago: vd. Boriate. Buriate: p. 493; P. II n. 793. burocrazia (burocrati, funzionari, or¬ ganismo burocratico) : pp. 2, 25, 86, 144, 199, 224, 237, 238. 335, 342. 350. 394, 402, 452, 453, 511, 518; P. Il nn. 149, 269 (paghe), 591. Butila (-anis), presbyter: p. 334. Buzenol-Montauban : p. 70; P. I n. 172. Buxentina ecclesia: vd. Baxentina ec¬ clesia . byrrus : p. 439 (5. Oanosinus e Laodi- cenus: prezzo); P. II n. 564 (idem), 586, 587 (b. Laodicenus). byssus: P. I n. 255. Byzacium: P. II n. 539. Cab allaria, fundus : P. II nn. 509, 614. caballarius : P. II n. 107 (Pantio). Caculas, f undus : p. 562. caduca popularia : p. 139 ; P. I n. 381. Caesarea : vd. Cesarea. Caesena (Cesena) : pp. 44, 45, 52, 77 ; P. I nn. 90, 118, 196, 403, P. II n. 223. Caesenates: p. 44; P. I nn. 92 (ordo Caesena tium), 118. Caesenatia vina : P. I n. 100. Cagliari : vd. Calaris. Caius : vd. Caius Gracchus. Calaber (agg. e sost.) : p. 306; P. II nn. 19 (negotiatores C.), 163. Calabria : pp. 151, 152, 221, 262, 285, 337, 470; P. I nn. 433, 525, P. II nn. 9, 28, 215, 225 (Καλαβρία); vd. pure Apulia et Calabria. Calaris (Cagliari) : P. I n. 350, P. II n. 132. Calcide: P. II nn. 175, 451 (Χαλκίς). calcis coctores : p. 553 ; P. II n. 457. caligarius: p. 495; vd. inoltre magister caligarius. Calinus (L. Valerius Calinus), fru¬ mentarius Leg. VII Gem. : P. I η. 268. Callistrato, giurccons. : P. I nn. 357, 358. Callius f undus : p. 558. calmiere: pp. Ill, 143, 211, 238, 268, 269, 321, 327, 365 (tav. I), 380, 382, 385, 3S7, 396, 473, 520, 545, 564; P. I
()52 Economia c società nell’« Italia Annonaria » nn. 102, 254, P. II nn. 173, 175, 437, 438, 449, 451, 471, 832. Calonnae praedium (Chalonnes-sur- Loire) : P. II n. 194. Calpurno (Lurago d’Erba) : p. 528. Camerinus (agg.) : P. I n. 025 (Seve¬ rus, episcopus Ο.). camisia : pp. 439 (c. tramosirica, e c. frigia, tracica, numìdica: prezzi), 443 (c. tramosirica); P. II n. 564 (c. gallica e numidica). Campani: P. II un. 159, 457. Campania : pp. 137, 138, 151, 152, 153, 165, 175, 263, 273, 275, 283, 285, 286, 290, 296, 306, 342, 363, 365, 471, 472; P. I nn. 329, 352, 355, 423, 430 (Καμπανία), 431, 479, 525, P. II nn. 23, 160 (consularis C.), 161, 182, 194, 207, 215, 225 (Καμπανία), 255, 276, 306, 457, 491, 653, 767. Campanianus, corrisp. di Sidonio Apol¬ linare : p. 147 ; P. I nn. 317, 409. Campi Raudii : P. I n. 143. Campione: pp. 498, 502; P. II n. 795, 797, 817. Campo Marzio: pp. 47, 48. campulus ο campeUus : pp. 501, 561 ; P. II n. 124. campus (a cereali): pp. 420, 491, 496, 497, 498, 499, 500, 501, 502, 503, 504 (campus, camporae) ; P. I n. 528 (campus frumentarius), P. II nn. 581, 611. cancellarius : pp. 236, 237, 257, 300, 312 (Vitalianus, c. Lucaniae et Bruttio¬ rum); P. I n. 88, P. II nn. 265, 267 (paghe), 304 (Vitalianus, c. Luc. et Bruti.), 315 (Maximus, c. Luc. et Brutt.), 316 (Anastasius, c. Luc. et Brutt.), 329 (Gaudiosus, c. Ligu- riae). Candiana : P. II n. 785. Candidiana colonia : p. 425; P. II nn. 525, 558. Candidianus, corrisp. di Sidonio Apol¬ linare: P. I nn. 54, 196. Cannae : p. 477. canone fiscale: pp. 150, 314, 397; P. II nn. 164, 239; vd. pure imposte, canone di locazione: vd. pure affitto, e ius privatum salvo canone, canonicaria (-ae = epistula de exigen¬ do canone) : P. II n. 157. canonicarius Venetiarum: p. 285; P. II n. 391. Canosa: vd. Canusium. Canosinus (agg.) : p. 439 (byrrus). Cantello: p. 528. Cantianilla, martyr: p. 137. Cantianus, martyr : p. 137. Cantius, martyr: p. 137. Cantius Acutus (Lucius Cantius A cutus) : P. I n. 103. Canusium (Canosa): pp. 286, 302; P. II n. 299. Caonno : P. II n. 819. Cap Matifou (Rusguniae) : P. I nn. 265, 390. capita: p. 561; P. II n. 124, 267 (pro capitu). capitatio: pp. 29, 66, 72; P. I nn. 30 (capitatio terrena), 113, P. II nn. Ii, 85, 164. capitularius: P. II n. 598 (Iohannis). capitularius horreariorum : pp. 237, 326. capitularius tabernariorum : pp. 237, 326. Cappadocia : pp. 14, 29, 100, 195 ; P. I nn. 44, 264, P. II nn. 14 (Giovanni di Cappadocia), 406 (idem), 476. Capraia: P. I n. 488. caprarius: P. II n. 639 (guidrigildo); vd. pure magister caprarius. caprifico : P. II n. 582. Capua : p. 286. Capuanum territ. : p. 563. caput ( = capitale): P. I nn. 600, 601. Caracalla, imperatore: p. 36; P. I nn. 173 (terme di C.), 477. Caralitanus (agg.) : P. II n. 132 (epi¬ scopus). carestia (fames, inopia, esuries, fru¬ gum inopia, sterilitas, defectus ali¬ mentorum, inedia, crisi alimentare
Indice dei nomi e delle cose notevoli G5o o annonaria o frumentaria, etc.) : pp. 22, 96, 99, 100, 115, 116, 118, 126, 138, 139, 140, 142, 144, 145, 147, 152, 155, 157, 158, 159. 160, 161, 162, 163. 165, 170, 171, 172, 173, 174, 175, 176, 235, 237, 260, 268, 272, 276, 291, 296, 309, 320, 321, 325, 326, 328, 333, 341. 361, 365 (tav. I), 383, 384, 385, 386, 391, 404 , 405, 433, 442, 445, 448, 464. 466, 467, 468, 469, 470, 471, 472, 473, 474, 475, 476, 478, 479, 480, 482, 483, 484, 485 , 486, 487, 488, 489, 515, 516, 522, 534, 537, 538, 539, 541, 543; P. I nn. 108, 194, 253, 265, 311, 317, 318, 321, 353, 354, 355, 389, 395, 408, 409, 431, 444, 452, 455, 459, 464, 467, 474, 476, 479, 484, 486, 489, 505, 506, 507, 509, 510, 515, 516, 520; P. II nn. 2, 9, 57, 154, 175, 176, 180, 192, 203, 204, 239, 242, 244. 255, 276, 290, 295, 336, 346, 376, 387 (λιμός), 390, 391, 394, 407, 411, 421, 440, 442, 443, 444, 447, 449 (λιμός), 450, 453, 471, 472, 476, 477, 512, 541, 609, 641, 657 (λιμός), 663, 665, 666, 713, 721, 728, 733, 742, 743, 746, 751, 752, 755, 761, 763. carestie artificiali : pp. 96, 142-143, 162, 309, 472, 515; P. I n. 114 (c.a. di vino). Caria : P. II n. 172. caritas (victualium) : pp. 256, 273, 309, 401, 423, 515, 522, 547; P. II nn. 172, 466, 495. carne fiscale : vd. caro porcina, caro bubula (carne bovina) : pp. 313, 394, 396, 433, 473; P. II nn. 387, 460, 492, 495, 715. caro porcina (o larida caro, o laridum, o carne suina fiscale, etc.) : pp. 38, 120, 148, 165, 284, 287 , 295, 313, 315, 316, 318, 336, 352, 363 (tav. prezzi), 366 (tav. TI: diagramma prezzi), 392. 393. 394, 395. 396, 397, 400, 401, 402, 404, 414 {.renia), 433, 473, 475, 522, 523, 525; P. I nn. 97, 412, 478, (carnis oblatio), 557 ; P. II nn. 183, 226, 227, 306, 308, 311, 316, 457, 459, 460, 461, 462, 491, 492, 498, 519, 500, 715. Carolingi: P. I n. 26. Carpa νέτο (Carpe-netti m, presso Fioren- zuola d’Arda), p. 496; P. II n. 799. Carpena : pp. 528, 530, 532. carpentum : P. II n. 178. Carpineto : P. I n. 162. carro: pp. 272. Carsioli: p. 563. Cartagine: pp. 362, 365 (tav. I), 383, 395; P. I nn. 265, 627 (concilio di C.), P. II nn. 230, 440. Cartaginesi : P. II n. 450. Cartiolanum, territ. : p. 563. cartulario delle marine: P. II n. 352 (Stefano); vd. pure chartularius, casa: pp. 434 (= domus culta), 445. 494 (c. massaricia), 495 (idem), 499, 501 (idem), 502 (idem), 503 (idem); P. II n. 107, 386, 610 (= domus cul¬ ta)i, 779 (c. massaricia, estensione), 805, 814 (c. massaricia), 819 (idem), casa Domicilium : vd. Domicilium. Casa Nova (casa, in territ. Ravennate) : p. 445. Casale : P. I n. 156. casale, pp. 434, 457, 503; P. II nn. 767, 824. casale Bassianum: vd. Bassianum. casale Cavallonianum : vd. Cavallonia- xum. casate Furtiniacum : vd. Furtiniacum. casale Petroni an um : vd. Petronianum. casale Varissium : vd. Yarsi. · Casalecchio : p. 528. Casaletto Vaprio : p. 504. Casalzuigno : p. 528. Casanova: P. II n. 545. Casciago: P. I n. 560. caseum (cacio, formaggio) : pp. 237 (prorogator casei), 326 (idem) ; P. II nn. 183, 391 (c. della Sila). Cassago (Brianza) : P. I n. 560. Cassano d’Adda: p. 504. Cassianus fundus : p. 560 Cassiciacum: p. 183; P. I nn. 239, 560. Cassino: P. I n. 173.
654 Economia e società nell’a Italia Annonaria » Oassiodoro (Cassiodorus Senator) : pp. 8, 9, 84, 89, 93, 111, 184, 206, 208, 218, 222, 255, 258, 285, 315, 327, 331, 333, 335, 349, 352, 357, 413, 538, 549, 553; P. I nn. 143, 195, 216, 239; P. II nn. 10, 49, 54, 80, 93, 100, 178, 209, 210, 255, 269, 279, 289, 303, 304, 315, 320, 321, 323, 329, 331, 333, 335, 338, 340, 347, 348, 376, 386, 391, 393, 395, 405, 413, 440, 487, 531, 619. Cassitana massa : p. 558; P. II n. 153. castanetum (castagneto) : pp. 323, 493, 500, 504; P. Il n. 805. Castell’Arquato : pp. 490, 499; P. Il n. 801. Castellarius locus: P. II η. 805. Castelletto Cugqiono: p. 529. castellum (castello) : pp. 60, 267, 471, 541; P. I nn. 37, 143, 145, 172, 196, 197. Castelmaggiore : pp. 528, 530, 531. Castelseprio : vd. Seprio. Castis massa : p. 563. Castores : P. I n. 444. Castorius: P. II n. 77. Castorius (Flavius Castorius), v. c. : P. II n. 610. Castro Fermo (Piacenza) : P. II n. 825. Castro Pretorio (Roma): P. I n. 111. castrum : pp. 32, 90, 529, 563; P. I nn. 143, 240, P. II nn. 733, 746, 767. Castrum de Paule: vd. Paullo. casula (di lana) : P. II n. 590. Casulas, ager : p. 562. Catafronius, Vicarius It. nel 370 : P. I n. 84; P. II n. 223. Catania: p. 563. cataplus : p. 114 (c. Massiliensis). Catellus, v. st. : pp. 291-292. Catenense (o Catinense) territ. : p. 563. Catone: pp. 177, 179, 531; P. II n. 404. Catulinus, pü. sotto Teoderico : P. II n. 149. Catullinus (Fl. Geminius Catulli- nus), flamen perpetuus: P. II n. 582. Catullinus, procons. Africae nel 318: P. I n. 89. caupo : p. 91 ; P. I nn. 241, 604. cautio : pp. 407, 443; P. I n. 601, P. II nn. 157, 466, 635, 745. Cavallaria : P. II n. 569. cavallette: vd. locustae. cavalli (equi) : pp. 186, 272, 303 (equi¬ na armenta), 322, 561 ; P. I nn. 48, 235, 403 (collatio equorum), P. II nn. 106 (stalloni), 107, 164 (greges equarum), 196, 206 (equi publici). Cavallonianum casale : pp. 491, 497 ; P. II n. 786. Cedrate : P. II n. 522. Cedreno : P. II n. 440. cedualia: p. 497 (creda! ia). Ceianus fundus : p. 562. cella vinaria : p. 560. cellarita : pp. 237, 326. cellarium (cella, cella penaria, penus) : pp. 153 (Campania, cellarium Ro¬ mae0 , 283 (Histria, cella penaria di Ravenna), 304 (penus peregrini), 305 (idem), 326, 342 (Histria, c.p. di Ravenna), 467 (Campania, c. Romae) ; P. I nn. 242, 604, P. II nn. 23, 104, 207 (Campania, c. Romae); vd. pure horreum, cellarium principis: pp. 44, 46; P. 1 n. 99. cellarium publicum : P. I n. 99. Celsinus Titianus: P. I n. 318. Cemenelum (Cimiez) : p. 16. Ceno, affi, del Taro: P. II η. 818. censitores : P. II n. 259. census : p. 297 ; P. I n. 431, P. II n. 259. censuales : p. 559. centenarii d’oro : P. I n. 282 (κεντηνά- pia}. centesima: P. I nn. 594, 601, P. II n. 547. Centocelle: P. II n. 324. Centum, fundus: P. II n. 570. Centum, fundus, qui Vigintiquinque appellatur: P. II n. 570. centuria (unità d’imposiz. fiscale afri¬ cana). P. I n. 30. centuriazione : P. II n. 570.
Indice dei nomi e delle cose notevoli 655 ccramium (misura di capacità) : P. II n. 505. cerasarius : P. I n. 319. cereali : pp. 224, 274, 352, 381, 415, 417, 420, 491 (c. superiori e inferiori), 495, 496; P. I n. 97, P. II nn. 252, 347 (c. infer.), 404, 436, 611; vd. pure colture cerealicole, far, fru¬ mento, miglio, orzo, panicum, tri- ticus. Cerealis, praef. annonae nel 328: P. I n. 430. Ceres (Cerere): pp. 303, 525; P. II n. 163 (Geres Sicula). Ceresara (Mantova) : P. II η. 819. Ceronia : vd. Melania Albina Ceronia. cerretum: pp. 493, 496, 504. Cesare: P. II η. 576. Cesarea (Caesarea) : pp. 13, 15, 29, 195, 196, 197, 199, 202, 318, 359; P. II nn. 252, 270, 592, P. II nn. 476, 547. Cesario, vescovo di Arles: P. II nn. 239, 683. Cesena : vd. Caesena. Cesenate, territ. : P. I n. 54. Cessinis (= Cessinus o Cessitius?), co¬ rnes: P. II n. 569. Chalonne-sur-Loire : vd. Calonnae praedium. charta (materiale scrittorio) : P. I η. 241; vd. pure papiro. charta commutationis : P. II nn. 805, 818, 819. charta dispositionis seu ordinationis : P. II nn. 812, 816, 826. charta donationis: P. II nn. 107, 611 (ichartula d.), 825. charta promissionis : P. II nn. 802, 803, 804, 806. charta vegarationis : P. II n. 823. charta venditionis : P. II nn. 616 (char¬ tula V.), 785, 786, 789, 811, 812, 814, 815, 820, 821, 822, 824. chartula plenariae securitatis : pp. 407, 434, 443, 521. chartularius (o cartularius) : P. II nn. 138 (Epiphanius), 147 (Salerius); vd. pure cartulario delle marine. Chécy (Francia) : P. II η. 828. Chiesa Alessandrina: P. II n. 650 (na¬ vi di). Chiesa Ariana : pp. 460 (S. Anastasia a Ravenna), 561 (beni nel Ravenna¬ te) ; P. Il nn. 431 (idem), 598 (idem). Chiesa Milanese : p. 334 (praedia in¬ tra Siciliam); P. I nn. 269 (proprie¬ tà), 488 (idem), 494, 625 (vasi = riserva aurea), P. II nn. 52, 423 (mercanti). Chiesa Ravennate : pp. 105, 254 (pro¬ prietà), 334 (negozianti), 407, (pro¬ prietà, coloni e villici), 408, (i- dem), 411 (idem), 412 (idem), 415 (idem), 420 (idem), 424 (idem), 426 (donazioni di terreni), 430 (idem), 464 (beni siculi); P. I nn. 155, 273 (patrimonium Siciliae), P. II nn. 116 (coloni), 117 (idem), 153 (pa¬ trimonium), 423 (negozianti), 431 (rendite complessive delle sue pro¬ prietà), 519 (proprietà), 598 (dona¬ zione dei beni della Chiesa Ariana), 611 (donazioni), 613 (beni della Chiesa Ariana), 633 (concessioni en- fiteutiche), 634 (proprietà patavi¬ ne), 641 (privilegio della quarta), 645 (proprietà in Sicilia). Chiesa Romana: pp. 243 (proprietà). 249 (idem), 254 (idem), 258, 260 (hor¬ rea), 261, 312, 409 (proprietà), 412 (idem), 414 (idem), 457 (defensor); P. I n. 632, P. II nn. 45, 73, 98 (proprietà), 111, 124 (patrimonio¬ lum di Arles), 522 (proprietà), 570 (acolytus eccl. catholicae Romanae), 593 (proprietà di Arles), 609 (do¬ nazioni), 631 (proprietà). Chosmus, vestiarius ; P. I n. 319. χρήστης (creditore) : P. I n. 17. Chronica Gallica a. Jf52 : pp. 6, 174. Chronica Gallica a. 511 : p. 6. Chronieon Paschale : p. 6. chrysargirium: vd. crisargirio. chyrographum (o chirographum) : pp. 186, 192, 198: P. I n. 601, P. II nn. 73, 138.
656 ßconomia e società nell'a Italia A nnonaria » Cicerone: pp. 12, 177, 178, 399, 564; P. I nn. 145, 161, 338, 437, 530, P. II nn. 9, 471. ClCONIAE NIXAE: p. 47. Cimbri: P. I n. 143. Cimbri ana possessio : p. 563. Cinciana massa: P. II nn. 70, 73. Cingoli (Piceno): p. 561; P. Un. 108. Cingulanus (agg.) : p. 561 (episcopus). Cinyphius (agg.) : P. I n. 353. Cipro: P. II n. 404. Cirenaica: P. II n. 589. Cirene: p. 102. Cirillo Gerosolimitano : p. 13. Cisalpina : vd. Gallia Cisalpina. Cisalpini: pp. 133, 138, 518; P. I n. 389. Cisliano: p. 31. Cispadana (regione, territ.) : pp. 29, 35, 56, 58, 65, 75; P. I n. 195. Cissa: p. 552. Oitonatus, v.m. : P. II n. 73. Cividale: vd. Forum Iulii. Cividalese, territ. : vd. Forogiuliese, territ. civitas, pp. 287, 291, 299, 303, 304, 306, 314, 317 (Scyllaceum, civitas rura¬ lis), 320, 322, 331, 333, 336, 445, 541, 562; P. I nn. 136, 143, 157, 209, 290, 323, 388, 465, 469, 479; P. II nn. 8, 45, 71, 75, 189, 193, 205, 206, 245, 257, 259, 262, 279, 299, 309, 331, 341, 352, 355, 366, 367, 374, 427, 593, 611, 640, 666, 746, 749, 761; vd. pure cu¬ rator civitatis. Cizico: P. II n. 828 (zecca). clamide (chlamys): p. 439 (c. milita¬ re: prezzo); P. II nn. 564 (χλαμύς στρατιωτιχή), 586, 590 (c. militare). C lapi ate: p. 493; P. II n. 793. Clarentius, famulus eccl. Romanae : P. II nn. 111, 619. clarissima dignitas: P. I n. 118. clarissima femina : p. 337 ; vd. pure vir claHssimus. Classe: p. 103; P. II nn. 394, 534, 570. classis: vd. flotta. Claterna : pp. 61, 76-77 ; P. I nn. 145, 195. Claudia Via: p. 562. Claudiano: pp. 5, 166; P. I n. 489. Claudii : p. 178. Claudius, procons. A fricae : P. I n. 345. Claudius Iulius Eoclesius Dyna- mius : vd. Dynamius. Clausura de Renenato: p. 499; P. II n. 805. clausurae Augustanae: vd. Augusta¬ nae elusurae. Clearchus, pu. Constantinopolitanae nel 372: P. I n. 381. clerici copiatae : P. I n. 364. κλήρος (lotto): P. II n. 175. Clermont : p. 189. clima (oscillazioni climatologiche) : P. II n. 652. Clodius: vd. Olybrius. Clodoveo : p. 207. Codemondo: P. I n. 162. Codice Diplomatico Longobardo: p. 124. Codice Giustinianeo : p. 7 ; P. I nn. 34, 357. Codice Teodosiano : pp. 7, 28, 107, 139, 147, 226, 287, 519; P. I nn. 48, 97. 98, 101, 151, 357, 403, P. II nn. 65, 74, 279. coemptio (o publica comparatiot o συνωνή) : PP· 2o, 45, 52, 55, 157, 207, 210, 211, 212, 214, 215, 216, 217, 219, 221, 224, 229, 230, 231, 232, 234, 235, 237, 238, 239, 240, 248, 250, 252, 253, 255 , 256, 257, 258, 262, 266, 277 , 296, 298, 333, 314, 318, 339, 321, 325, 333, 344, 348, 351, 356, 365 (lav. I), 393, 395, 404 , 412, 471, 474, 515, 520, 521. 522, 544, 558; P. II nn. 14, 19, 20, 28, 35, 42, 44, 45, 67, 80, 84, 151, 179, 184, 255, 303, 308, 316, 317, 319, 333, 391, 396, 406, 407, 450, 458, 462, 465 ; vd. pure species coemptae. collatio: P. I n. 48.
indice dei nomi e delie cose notevoli G57 collatio (oblatio) auri: pp. 118, 140, 165; P. I nn. 395, 478. collatio (indictio, oblatio, praebitio, praestatio) equorum: P. I η. 403. collatio glebalis : vd. aurum glebae, collatio iuniorum: P. I n. 403; vd. pu¬ re praebitio tironum, collatio lustralis : vd. crisargirio. collatio tironum : vd. praebitio tiro¬ num. collatores : pp. 285, 347 ; P. II nn. 28, 42, 80, 84, 157, 184, 317, 333, 429. collectores (o collectarii) di imposte : pp. 257, 457 (Πέτρος κωλλεκτάριος ) ; P. II nn. 447, 542, 458, 493. collegiati: P. I n. 284, P. II n. 279. collegium : p. 149 ; P. I nn. 277, 290. Colli Euganei : P. I n. 50. Collictus : pp. 434, 435, 438, 443, 452. colobium : P. II n. 593. colonato: p. 238; P. I n. 37, P. II nn. 328 (c. parziario), 129 (idem), 139. 252 (c. parziario), 274. coloni : pp. 11, 35, 53, 93, 95, 128 (c. rei privatae), 133, 143, 180, 227, 241 (ec¬ clesiae), 242 (idem), 243 (idem), 244 (idem), 247 (idem), 248 (idem), 252 (idem), 253 (idem), 254 (idem), 255 (idem), 256 (idem), 257 (idem), 258 (idem), 260 (idem), 261 (idem), 277, 303, 319, 358, 407 (eecl. Ravennatis), 408 (idem), 410 {idem), 411 (idem), 413 (idem), 416 (idem), 435, 437, 447, 453, 459, 465, 468, 515, 525, 535, 561, 564; P. I nn. 37, 119, 234, 252, 338, 345, 367, P. II nn. 85, 102, 103, 107, 108, 110, 111 (coloni e colonae), 114, 115, 116, 117, 123, 124 (coloni e- brei), 125, 128, 129, 135, 138, 147, 154, 519 (eccl. Ravennatis), 520, 522, 527, 530, 531, 559, 619 (c. privati ed ec¬ clesiastici), 641, 668. coloni adscripti: vd. adscripticii. coloni censiti (o capite censi): P. II nn. 132, 139. coloni originales (o originarii) : P. II nn. 112, 114. coloni partiarii: p. 251; P. II n. 530. colonia (appezzamento coltivato da co¬ loni) : pp. 408, 409, 411, 416, 417, 424 (coloniae desertae), 429, 439, 447. 491; P. II nn. 519, 520, 525 (c. de¬ sertae), 528, 540, 542 (c. desertae). 560. colonia Candidi a na: vd. Candidiana co¬ lonia. colonia Erudiana : vd. Erudiana colo¬ nia. colonia latina : P. II n. 570. colonia Noviciana : vd. Noviciana co¬ lonia. colonia romana : P. II n. 570. colonia Severiaca: vd. Severiaca colo¬ nia. colonia Simpliciaca: vd. Simpliciaca colonia. colonia Valeriaca: vd. Valeriaca co¬ lonia. coiture frumentarie (o cerealicole) : pp. 94, 154, 392, 399, 403, 523; P. II nn. 541, 780; vd. pure cereali, fru¬ mento. coiture olearie : cfr. oliveto. colture viticole (o vinicole) : vd. vi¬ gneto. Columella : pp. 56, 178, 179, 399, 416, 419, 423, 424, 531, 563, 564, 565; P. II 504, 509, 539, 541, 547. colussa: P. II n. 590. Comacchio: P. II nn. 640, 767. Comasco, territ.: pp. 490, 529, 534. comes: pp. 46, 163, 266 (di Siracusa), 298 (di Siracusa, Gildila), 299, 333 (idem), 552 (Simeonius); P. I nn. 269, 355, 403, P. II nn. 8 (Pitzia), 180 (Amabilis, v.d.), 206, 239 (ΙΛ- vvirit), 259 (Gildila, c. Syracusae), 262 (idem), 265, 430 (Anna, v.s.), 569 (Ccssinis), 613 (Gndila), 627 (Tzittanes). comes Africae: pp. 164 (Gildone), 171 (Eracliano), 173 (idem); P. I n. 510 (idem), comes domesticorum : P. II n. 8 (Ro¬ manus). comes patrimonii : pp. 550-551 (Vvilia, 42. L. Ruggini
G58 Economia e xooietà nell’« Italki Annonaria » v.i.), 552 (Bergantinus, ivi.) ; P. II nn. 10 (lulianus), 165, 264 (Vvilia), 391, 428 (Bergantinus). comes rerum privatarum: p. 266 (Se¬ narius) ; P. I n. 48 (Theodorus), P. II mi. 165, 167 (Senarius), comes sacrarum largitionum : P. 1 un. 82 e 108 (Long i ni anus), 210 (Euse¬ bius), 345 (Florentius), P. II nn. 157, 206, 570, 590 (Martinianus), comes scholariorum : P. II n. 8 (Ru- stichus). comes siliquatariorum et curas portus agens: P. II nn. 209, 211. comessationes : p. 88. comitatus imperiale (o regio) : pp. 111, 281, 514; P. I nn. 101, 275, P. II n. 206; vd. pure Corte e truppe co¬ mitatensi. comitiva Portus urbis Romae: P. II n. 421. comitiva rerum privatarum: P. II n. 165. comitiva sacrarum largitionum : p. 553; P. II nn. 419, 570. commendatio: P. II n. 70: vd. pure patronato. commendatus (agg. e sost.) : pp. 230 (naucleri), 312 (padroni di navi), 521; P. II nn. 73 (naves), 528. commoda : p. 261; P. II nn. 116, 118. commoda nuptiarum (o nuptialia) : pp. 247-248, 253; P. II n. 118. Com Ai odo (Commodus), imperatore: pp. 143, 144, 251, 270, 564; P. II nn. 173, 528. Como : vd. Comum. comparatio publica : vd. coemptio, compulsores: p. 335. Comum (Como): pp. 322, 498, 529; P. I nn. 50, 212, 216, P. II nn. 328, 795. «comuniSmo» cristiano: P. In. 544; vd. pure ricchezza. Concordia (Iulia Concordia Sagitta¬ ria) : pp. 336 (Concordienst s civi¬ tas), 474, 541; P. I nn. 196, 278, P. II n. 377. Concordiacus fundus: pp. 419, 432; P. II nn. 545, 569, 570, 613, 614, 616. condoma (o condama, o conduma = vil¬ la indominicata) : pp. 243, 410, 561 ; P. II nn. 106, 124, 164, 178. conductio: pp. 42, 138; P. I n. 83, P. II n. 274; vd. pure locatio-con- ductio. conductor: pp. 104, 133, 137, 209, 210, 225, 229 (conductores quasi domi¬ ni), 231, 242, 243 (c. ecclesiae), 244, (idem), 247 (idem), 248 (idem), 253 (idem), 254 (idem), 256 (idem), 257 (idem), 261 (idem), 301 (Thomas, conductor emphyteuticarius di fon¬ di imperiali), 302 (idem), 306, 319, 351, 358, 410, (c. eccl.), 412 (idem), 413 (idem), 416 (idem), 419, 430, 472. 558, 559, 561; P. II nn. 10 (c. Apu¬ li), 45 (c. eecl.), 85, 102, 103 (idem), 104 (idem), 106 (idem), 107 (idem), 108 (idem), 118, 138, 153, 156, 164 (idem), 274, 429 (c. Apuli), 422, 531. Conone, generale bizantino : p. 477. consiliarii: P. II, n. 267 (paghe). consistoriani : P. I n. 403. consortia (corporazioni) di liberi agri¬ coltori : P. I n. 341. Constans, imperator: vd. Costante. Constantina, Augusta: P. II n. 622. Coxstantinianus, V. cxperientissimus : P. II n. 323. Constantinopolis : vd. Costantinopoli. Constantinopolitanus (agg.) : P. I n. 273 {palatium), P. II nn. 598 (idem), 642 (urbs), 645 (palatium). Constantinus, imperator : vd. Costan¬ tino. Constantius: P. II n. 569. Constantius, imperator: vd. Costanzo. Constantius, vescovo: P. II n. 358. Constantius, vescovo di Imola : p. 63. Constitutio Antoniniana: P. I n. 325. consul (console, consolato) : pp. 527 (Agapito), 558 (Paterius); P. I n. 173 (Dynamius), P. II nn. 255 (Boe¬ zio), 502 (C. Gracchus, L. Opimius), 545 (Basilio Iuniore, Paolino lirai o-
Indice dei nomi e delle cose notevoli 659 re), 569 (idem), 570 (idem), 593 (Ba¬ silio Iuniore), 600 (Sifidius, Dyna- mius), 667 (Avienus Iunior), 713 (Appion) ; vd. pure exconsul. consularis ; pp. 11 (Ambrosius, c. Ae¬ miliae et Liguriae), 42 (Iunius Ru¬ fus, c. Aemiliae), 53 (Dulcitius, c. Aemiliae), 141 (Aradius Rufinus, c. Venetiae et Histriae), 146 (Ambro¬ sius, c. Aem. et Lig.), 173 (Proie- ctus), 262 (Iohannes, c. Campaniae), 335 (c. Liguriae), 552 (Anastasius) ; P. I nn. 72 (Aurelius Victor, c. Pan¬ noniae Secundae), 86 (Ulpius Fla¬ vianus, c. Aem. et Lig.), 119 (Dul¬ citius, c. Aem.), 128 (Anatolius v.c.), 371 (Olybrius, c. Tusciae), P. II nn. 160 (Iohannes, c. Camp.), 223 (Ul¬ pius Flavianus, c. Aem. et Lig.), 386 (c. Lig.). Continuator Marcellini Comitis : p. 475. conventus: p. 306. coperta : p. 439 (cappadoce e pontica : prezzo). coqui : P. I n. 242. Coranum, territ. : pp. 562, 563. Corbianus fundus : p. 562. Corinto : P. II n. 828. Corippo; P. I n. 265. Corneli fundus : p. 560. Cornelianus fundus, p. 560. Corneliese (territ. di Forum Corne¬ lii): p. 434. corporati : pp. 115 (negotiatores), 126, 127, 133, 138, 158, 223 (mercatores), 313 (boarii, suarii, pecuarii), 352 (negotiatores), 515, 510; P. I nn. 108, 285, 319 (tabernarii), 333 (ne' gotiantes), 340, 419 (negotiantes vi¬ ni Supernatis et Ariminensis), 626 (mercanti milanesi), P. II n. 58 (navicularii); vd. pure collegium. corpus mercatorum : pp. 84 (c.m. Me¬ diolanensium), 105 (idem), 106 (#- dem), 110 (idem), 116, 224, 356 (c. negotiatorum) ; P. I n. 277 (c.m·. Mc- diol.), P. II n. 52 (idem). corpus naviculariorum: pp. 50, 149 (c. n. maris Hadriatici), 350; P. I n. 371. corpus sapunariorum : p. 553. corpus suariorum : p. 313; P. II n. 303. corrector Lucaniae et Bruttiorum : P. II n. 157 (Vemntius). Correggio: P. I n. 162. Corsica : P. II nn. 149, 622. Corte : pp. 36, 47, 84, 106, 109, 111, 138, 150, 166 (dì Bisanzio), 199, 215, 226, 232, 280, 281, 287, 321, 353, 357, 448 (C. Costantinopolitana), 455, 474, 511, 515, 523, 524, 544, 558; P. I nn. 1, 71, 232, 268, 459 (di Bisan¬ zio), 626, P. II nn. 23 (C. Raven¬ nate), 165, 175, 323, 391, 419, 832; vd. pure comitatus. Corteolona; P. II n. 813. Cortiniano : p. 493 ; P. II n. 793. corvées: P. II n. 560; vd. pure operae. Cosmas, mercante siro : P. II n. 73. Costa Balenae: p. 527. Costante I (Constans), imperatore; p. 45; P. I nn. 89, 92, 93, P. II n. 225 (Κώσταντος), 246. Costante II, imperatore d’Oriente: p. 485. Costantina (città) : P. II n. 828. Costantino I (Constantinus), impera¬ tore: pp. 37, 42, 62, 72, 155, 2S6, 381, 522, 528, 531, 536, 559; P. I nn. 81, 89, 115, 130, 148, 173, 177. 193, 403; P. II nn. 246, 247, 407, 439, 450, 457, 469, 489, 547, 828. Costantino II, imperatore : pp. 527, 528, 536. Costantino III, usurpatore: p. 540; P. I n. 508, P. II n. 828. , Costantino V, imperatore d’Oriente : P. II n. 440. Costantino (Constantinus), papa : p. 487; P. II n. 763. Costantinopoli (Constatinopolis, Urbs Constantinopolitana, Bisanzio, By¬ zantium) : pp. 106, 139, 156-157, 289, 294, 362, 365 (tav. I), 384, 463, 465, 466. 516. 544; P. I nn. 171, 264, 348,
(>60 Economia e società nell’« Italia Annonaria » 356, .381, 459, 628, 629, P. II nn. 247, 346, 404, 407, 449, 451, 489, 517, 590, 640, 642, 647, 650, 714, 828. Costanzo, generale : p. 540. Costanzo, tribuno : P. II n. 352. Costanzo I : p. 536. Costanzo II (Constantius), imperatore : pp. 37, 44, 53, 55, 157, 536; P. I nn. 89, 92, 93, 118, 119, P. II nn. 225 (Κωνστάντιος), 246,247, 257,489, 828. costituto possessorio: p. 426; P. li mi. 563, 611, 624. Cremasco, territ. : P. II n. 805. Cremona: pp. 499, 504, 544; P. I nn. 155, 196, P. II n. 800. Cremonese, territ. : pp. 490, 492, 493, 494, 495, 500, 501, 529; P. II nn. 779, 805, 826. Crescentius: p. 561. Cresconius (Geminius Cresconius) : P. II, n. 582. Crespolus : P. II nn. 786, 789. Creta : P. II n. 404. crisargirio (chrysargirium, o lustralis collatio, o auraria pensio, depensio, collatio, functio, solutio) : pp. 126, 127, 133, 135, 213, 217-218, 224 , 226, 559; P. I nn. 193, 344, 346, 364, 366, 368, 371; P. II nn. 18, 42, 52, 65, 70, 75, 413, 429. crisi annonaria, alimentare, frumenta¬ ria: vd. carestia. crisi demografica : vd. oliganthropia. crisi vinicola (inopia vini) : pp. 22, 53, 54, 399; P. I n. 82. Crisostomo, corrisp. di Vigilio di Tren¬ to : P. I n. 230. Crisostomo : vd. Giovanni Crisostomo. Crom Azio, corrisp. di Gerolamo : P. I n. 241. Cromazio, vescovo di Aquileia: p. 16. Crosto ix», torrente emiliano: p. 533; P. I n. 195. cubicularius : P. I n. 403. cuculla: P. II n. 593. cullcus (misura di capacità) : P. I n. 100, P. II nn. 504, 541. cultores ( = coltivatori) : pp. 117, 118. 125, 326, 346; P. I n. 338, P. II nn. 192, 329, 582, 767. culturae Mandarne : p. 437; P. II n. 582. Cuma: P. II n. 279. cuneus (appezzamento): p. 558. Cuniberto, re longobardo : P. I n. 201. Cunicolo: P. II n. 819. Cunimundus: P. II n. 809. cupa (fusto vinario, botte, ξύλινος πίθος): p. 47; P. I nn. 102, 103, 105. CuPRio (-ONIS), conductor : p. 558. cura sitonici : vd. sitonia. curator : P. I n. 224. curator civitatis: p. 216; P. II n. 32. curator sitonici : pp. 219 (Cyridanus), 256. curia (ordot senato municipale) : pp. 44, 52, 53, 61, 332, 523; P. I nn. 37, 92 (ordo Caesenatium), 118 (idem), 371, 403 (idem); P. II nn. 175 (c. di Antiochia), 223 (c. di Cesena). 276 (curie dell’Apulia et Calabria), 278 (minor senatus), 279 (c. di Be¬ nevento), 299 (ordines civitatum dell 'Apulia et Cal.), 613 (c. Faven- fina), 616 (idem), 619 (minor sena- tus); vd. pure Senatus. curialia munera (offida) : P. I η. 118. curialis (decurione, curiale) : pp. 35, 45, 52, 109, 303, 304, 305, 322, 335, 357, 454, 472, 523; P. I nn. 37, 135, 284, 368, 371, 403, P. II nn. 111, 206, 277, 278, 279, 299, 619, 620 (emptio¬ nes inlidtae di praedia curialium). curio (-onis) : p. 396. cursus publicus : pp. 317 (c. velox), 322 (idem); P. I nn. 84, 128, 327, P. II nn. 30, 223, 328 (c. velox e c. clabularius) ; vd. pure trasporti. Curtinus (o Curtinis) fundus : pp. 436, 457; P. II n. 611, 616. curtis (coi tis, corte) : pp. 493, 494. 496, 499 (coì'ticola) ; P. I n. 34, P. II nn. 800, 815 (curticella domus cultilis), 819. custodia charceris: p. 457 (Πέτρος). Cyclad\e: p. 553.
ìndice dei nomi e delle cose notevoli 661 Cylonis fundus, territ. Penestrino: p. 562. Cylonis possessio, territ. Penestrino: p. 562. Cynegius, pw. Gonstantinopolitanae nel 885: P. I n. 126. Cyprianus, diaconus, rector patr. Si¬ ciliensis eccl. Romanae : P. II nn. 124, 156. Cyprianus (S.) : p. 306. Cyrenensis provincia : P. I n. 266. Cyriacae possessio : p. 562. Cyridanus (Ciridano), curator sitonici : p. 219; P. II n. 45. Dacia: p. 478 (Δακία); P. II n. 482. dalmatica: P. II nn. 564 (δελματική άσημος τρίμιτος), 590 (d. pura Afra). Dalmazia: pp. 50, 543; P. I nn. 30, 417, P. II mi. 10, 557. damalio (-onis): p. 390; vd. pure vac¬ cae. Damaso, papa : p. 157. Damianus, vescovo di Ravenna: P. Il n. 650. Danaele (sic) : P. II n. 821. δάνεισμα (ο δάνειον): p. 194 (ναυτικόν); P. II n. 547. Daniel : p. 552. Danihel, V. st. : P. II n. 616. Dante: p. 59; P. I n. 142 (Inferno XXVIII, vv. 73-75). Danubio: p. 112; P. I nn. 30, 261, 311. Datius (Dazio), vescovo di Milano: pp. 328, 330, 333 ; P. II nn. 346, 348, 350, 713. De Moribus Brachmanorum : p. 6. De Rebus Bellicis : vd. Anonymus De Rebus Bellicis. debitor: P. II nn. 160, 547. Decennionium (Decennovio) : P. II nn. 162, 671. Decius (Lucius Decius) : P. I n. 390. Decius: vd. Paolino Iuniore. Decius, corrisp. di Simmaco : P. I n. 490. Decius, v. i. patricius: P. II n. 162. declino (o decadenza) demografico : vd. vd. oliganthropia. decumae: P. II n. 598. decurioni : vd. curialis, dediticius : P. I n. 37, P. II n. 619. defensor civitatis: P. II nn. 206, 257, 366. defensor ecclesiae : pp. 242, 457 (Feli#, d. eccl. Romanae), 460 (Petrus, d. della chiesa ariana di S. Anastasia a Ravenna); P. I n. 350, P. II nn. 45, 73 (Fantinus, d. Panormitanus eccl. Romanae), 114, 423 (d. eccl. Mediolanensis), 609 (Dulcitius), 613 (Petrus), 631 (Dulcitius). deflazione: pp. 315 (aurea), 389 (idem), 390 (idem), 394 (idem), 395 {idem). 401 (idem), 404 (idem), 423 (idem), 522 (idem) ; P. II nn. 445 (del de¬ nario), 446 {idem), 457 {idem), 487 (aurea). Delfo : P. II n. 172. demanio imperiale : vd. patrimonium principis, o domus divinae, o rei privatae. denarii : pp. 301, 361, 362, 363, 364, 381, 382, 395, 423, 523, 545, 546, 547 («1. e doppi denarii), 548 (idem), 550, 563, 564; P. I nn. 102, 105, 176, 338; P. II nn. 164, 176, 404, 413, 436, 437, 440 (d. e doppi denarii), 141, 442, 443, 444, 445, 448, 450, 452, 454, 456, 457, (d. e doppi d.), 458, 459, 460, 461, 462. 463, 465, 466, 469, 471, 477, 493, 494, 495, 500, 501, 502, 504, 505, 553, 564, 573 (denarii boni), 585, 586, 587, 588, 589, 590. Denis de Tellmahré : P. I n. 507. deportazioni dì popolazioni italiche da parte di barbari: pp. 277 (Burgundi, in Liguria), 541 (Unni, nelle Vene¬ zie), 539 (idem); P. I n. 523 (Van¬ dali, in Campania), P. II n. 194 Burgundi, in Liguria; Longobardi, in Italia; Franchi, nel Trentino; etc.). Dertona (Derthona, Tortona) : pp. 474,
662 Economia c società nel lue Italia Annonaria » 543; P. I nn. Ili, 155 (Tertona), 240, P. II n. 339. Dektonensis (agg.) : pp. 327 (horrea), 329 (idem). Desiderio, re: p. 492; P. II n. 767. Despotius, v. s. : p. 552. Deusdedit, v. e., palatinus sacrarum largitionum : pp. 436, 457 ; P. II nn. 616, 625. Deusdedit, v. h.\ p. 457; P. II n. 612. Deutherius : P. II n. 545. devotio (nel senso tecnico di « tribu¬ to ») : pp. 284, 297, 320; P. I n. 258, P. II nn. 210, 424. Dexter, ppö. It. nel 395: P. I nn. 258, 423. Diialamanara (Peloponneso) : P. II n. 172. Dheune (fiume della Francia) : p. 52. Diana : P. I n. 334. Diano Marina : p. 527. Didimo Alessandrino: P. I η. 19. Digesto: pp. 102, 183; P. I n. 34. dìnàr (^solido): P. II n. 453; vd. pure solidus. Diocleziano (Diocletianus) : pp. 137, 359, 269, 360, 399, 439, 441, 524, 544, 545, 546; P. I nn. 1, 30, 81, 164, 176, 338, 589, P. II nn. 59, 139, 172, 404, 407, 445: vd. pure Edictum Maximum (Editto di Diocleziano). Diogene, generale bizantino: P. II n. 411. dirigismo di Stato (dirig. economico, tendenze, principi dirig.) : pp. 272, 288, 350, 359; P. II n. 832. discussor : P. II n. 147 (eccl. Romanae), disciplinae liberales : p. 121. dispensatores : P. I n. 234. Disteriana possessio : P. II n. 123. dives ( = grande proprietario) : pp. 26, 86, 93, 194, 195, 198, 199, 201, 329, 534; P. I nn. 37, 226, 235, 242, 245, 248, 261, 600, 601 (adulescentuli di¬ vites), 604, 626 (πολύχρυσος), 578. Dodonaeus (agg.) : P. I n. 455 (arbores), domestici : pp. 299, 300; P. II nn. 175, 265; vd. pure comes domesticorum. Domicilium, casa: P. II n. 610. Domicilium fundus: P. II n. 570. domina: p. 89. dominatio : P. I n. 34. dominio eminente : P. II n. 582. dominio utile: P. II n. 582. dominium: P. I n. 34, P. II n. 582. dominus : pp. 85, 90, 95, 135 (quaei do¬ mini), 173, 225, 229, 242 (quasi do¬ mini), 244, 252, 254, 310, 319, 548; P. I nn. 34, 87 (quasi domini), 366 (idem), P. II nn. 102, 111, 112 (δε¬ σπότης), 125, 132, 138, 319, 521, 550. Domitianus fundus : P. II nn. 570, 613, 616. Domitius, v. sp. : P. II n. 162. Domiziano, imperatore: pp. 113, 179; P. I n. 299, P. II nn. 176, 477. Domizio Alessandro (Lucio Domtzio Alessandro) : p. 155. Domnica: P. II n. 545. Domnicus, v. h. : P. II nn. 570, 612. Domninus, v. h. ageUarius: pp. 436. 457; P. II n. 612. domus culta : pp. 434, 500 (d. cum terra massaricia); P. II nn. 610, 805, 815 (curticella domus cultilis). domus divina: pp. 57, 133, 134 , 227; P. I nn. 48, 366, P. II nn. 10, 70, 358. domus regia (proprietà regia) : pp. 551, 560; P. II n. 138. donatio : P. I n. 37. Donatismo: P. I nn. 488, 586. donativum (donativo, annuale e quin¬ quennale) : p. 549. Do [natus? hor]riarius: P. II n. 394. Donus, papa: P. II n. 770. Dortmund (Germania) : P. II n. 828. drachma : P. II n. 445, 446, 477. Draciliano, viceprefetto del pretorio : P. II n. 547. dromonarii: P. II nn. 206, 545 (prae¬ positus dromonariarum). dromones: pp. 105, 548, 549, 550; P. I n. 273, P. II nn. 8, 645; vd. pure exculcatoria, navis, trireme, flotta. Druentia (Durance) : pp. 267, 471.
Indice dei nomi e delle cose notevoli 663 Duas Casas, fundus, territ. Sabinense: p. 562. Duas Casas, possessio, territ. Sabinen- se: p. 562. duca: p. 490 (Iohannes); P. II nn. 767 (d. di Benevento), 820 (Iohannes). Duda, saio : P. II n. 431. Dulcitia, famula eccl. Romanae: P. II n. 619. Dulcitius, consularis Aemiliae nel 357 : p. 53; P. I n. 119. Dulcitius, defensor eccl. Romanae : P. II nn. 609, 631. Durance: vd. Druentia. Durodus: P. II n. 821. duces : p. 268. Dynamius (Claudius Iulius Ecclesius Dynamius), cos. nel 488 : P. I n. 173, P. Il n. 600. Ebrei (Hebraei, Iudaei) : pp. 111, 311, 312 (mercanti frumentari e padroni di navi e.), 351 (mercanti frumen¬ tari e.), 521; P. I mi. 225, 242 (’Ιου¬ δαίοι), 319 (Felix Tineosus Iu- daeus); P. II nn. 73 (padroni di navi e., Salpingus Iudaeus), 114, 124 (Hebraei), 194 (mercanti di schiavi e.), 299 (curiali e proprie¬ tari terrieri e.), 419 (ludaei Medio¬ lanenses e Oenua consistentes : pri¬ vilegi), 570 (artigiano ebreo), 616. Ebrimud, generale goto: P. II n. 318. Ecclesius : vd. Dynamius. Ecclesius (Ecclesio), vescovo di Ra¬ venna: P. II n. 641. eclissi (eclypsis) : pp. 173 (di sole), 486 (di sole e luna) ; P. I nn. 470 (di sole), 513 (dì sole), P. II n. 761 (di sole e luna). economia naturale: p. 85. Edessa : P. II n. 453. Edictum Maximum de pretiis rerum ve¬ nalium (o Editto di Diocleziano, o tariffario, calmiere dioclezianeo) : pp. 56, 269, 381, 387, 394, 398, 399, 427, 439, 440, 524, 544 , 545, 546, 547; P. I nn. 176, 254, 338, P. II nn. 59, 172, 404, 407, 435, 436, 437, 445, 450, 463, 471, 492, 585, 588, 715. Edictum Rothari: P. II n. 639. Edictum Theoderici Regis : p. 8 ; P. II n. 419. Egitto (Aegyptus) : pp. 101, 108, 115, 129, 147, 148, 153, 156, 159, 160, 289, 360, 362, 363, 365 (tav. I), 366 (tav. II), 380, 381, 382, 383, 384, 391, 396, 465, 477 (Basso Egitto), 481, 487, 562, 564; P. I nn. 185, 241, 265, 341, 349, 395. 458, 461, 464, 586, P. II nn. 9, 175, 225 (Αίγύπτος), 231, 252, 308, 417, 445, 447, 448, 449 (Αίγύπτος), 450, 454, 471, 489, 491, 547, 640, 714, 733. Eioubianos retos (sic = retat') : P. I n. 216. Elateia: pp. 544, 547. Eleutherio (-onis), conductor: pp. 558, 559. Eliogaralo ( Heliogabalu s) , imperato¬ re: p. 132; P. I n. 360. Elvira (in Spagna) : P. I n. 626 (con¬ cilio d,i). Emiliano, vescovo dì Vercelli: p. 331. Emona: P. I nn. 30, 452. emphyteuticarius (sost. e agg.): p. 301 (Thomas, conductor e.) ; P. I n. 366, P. II n. 102; vd. pure fundi en- fyteuticarii. emptio-venditio : pp. 311, 351; P. II n. 11. έναπόγραφοι (γεωργοί): vd. adscripti- rii. Ένετικοί όροι (monti veneti) : P. I n. 297. Ενετοί: vd. Veneti. enfiteusi: P. I n. 87, P. II nn. 102, 124, 162, 274, 633; vd. pure emphy¬ teuticarius, fundi enfyteuticarii, ius emphyteuticarium. enfiteuta : p. 242 ; P. II nn. 10, 116, 274, 532. Ennodio: pp. 5, 16, 286, 469, 535; P. I nn. 216, 240, P. II nn. 80, 195, 197. 329, 388, 668. enormitas pretiorum: P. I η. 255.
664 Economia c società nell'a Italia Annonaria » enormitas auri, paulatim crescens : P. Il n. 458. Enporitana massa : pp. 558, 559, 561 ; P. II n. 153. Eoum mare: P. II n. 163. έπιβολή: yd. adiectio. Epicuro: p. 185. epidemia : vd. pestilenza. Epifanio di Salamina : p. 13. Epifanio, vescovo di Pavia : pp. 277, 280, 469; P. I n. 327, P. II nn. 80, 193, 352. Epifanius, chartularius : P. II n. 138. epimetrum : p. 258; P. I n. 97. epizoozia (pestilenza di animali) : pp. 158, 172, 395, 471, 479, 480, 487; P. I nn. 452, 509, 513, P. II nn. 729, 730, 735. epodecta (= exactor): P. II n. 611. Eporedia (Ivrea): p. 190; P. I nn. 155 (Eporizium), 240. Eptadius, presbyter Cervidunensis : I». II n. 194. Equitius, vescovo: P. II n. 358. Eracliano (Heraclianus), comes Afri¬ cae: pp. 139, 171, 173, 522; P. I nn. 388 (Ήρακλειανός), 505, 510. Eraclius: P. II n. 785. Eridano: vd. Po. Erfo : P. II n. 807. Ermôtîn, città egiziana: P. II n. 447. Ermuald (o Ermoald), gastaldo: p. 495; P. II nn. 811, 821, 823. Erodiano: pp. 47, 112, 113, 181, 534; P. I n. 327. ErudiAna colonia: p. 411; P. II n. 525. Erudianus saltus: p. 411; P. II nn. 525, 556. Eruli: p. 539; P. II n. 260. esarca : P. II nn. 352, 748. esarcato: p. 521. esaurimento del suolo : P. I n. 247. esazioni : vd. imposte. Esichio di Mileto: p. 559; P. II n. 484. Esichio, vescovo di Salona: P. I n. 513. esposizione di neonati: p. 72. Este: P. I n. 111. Etruria: vd. Tuscia. Eubea : P. II n. 172. Eubudus, conductor: p. 558. EUcherio, vescovo di Lione: p. 189. Eufrasius, rationalis Siciliae Sardiniae et Corsicae: P. II n. 149. Eugenio, usurpatore: pp. 164, 537; P. I n. 488. Eugippo: pp. 113, 286. Eunapio: p. 6. eunuchi schiavi : pp. 564 (prezzi), 565 (idem). Europa : p. 137 ; P. II nn. 653, 746. Eusebio : pp. 5-6. Eusebio, comes sacrarum largitionum nel 395 : P. I n. 210. Eusebio, corrisp. di Gerolamo : P. I n. 241. Eusebio, vescovo di Milano: p. 541. Eusebio, vescovo di Vercelli: pp. 184. 185, 186; P. 1 n. 240. Eusebius: vd. Symmachus (Quintus Aurelius Eusebius Symmachus). Eusignius, ppo. It. nel 386-387 : P. I nn. 265, 375, 453. Eustorgio (S.), chiesa milanese: P. I n. 286. Eustorgio, vescovo di Milano: p. 334. Eutropio: p. 6. Eutropio, ppo. Orientis nel 381: P. I n. 113. Eutropius: P. II n. 178. Eutychus, vir magnificus : P. II n. 45. evasione fiscale: pp. 144, 228; P. II n. 263; vd. pure fiscalismo, imposte. evectio : pp. 45, 216, 229, 257, 348, 350, 352, 521, 547; P. II nn. 240, 404, 407; vd. pure trasporti. exactio : pp. 43 (extraordinariae exa¬ ctiones), 44 (idem), 45 (idem), 315 (nummaria exactio) ; P. I nn. 89 (extr. exact.), 130 (idem), 165 (exact, tributaria, extr. exact.), P. II nn. 132, 157, 331, 457 (nummaria exact.), 622 (gravamen exactionum) ; vd. pure functio tributaria e im¬ poste.
Indice dei nomi e delie cose notevoli 665 exactor: pp. 258, 319; P. I nn. 37, 73, 608, P. I nn. 80, 112, 236, 333, 611 (Laurentius); vd. pure epodecta. excepta: pp. 241, 2Ô3, 414; P. II nn. 116, 117, 119, 120. exceptor: P. II n. 613 (Gunderit). exconsul : P. II n. 73 (Leo, vir glo¬ riosus). exculcatoria (navis): p. 281; vd. pure dromones y navis, trireme, flotta. excrcitales (bizantini) : P. II n. 632. expatharius: P. II n. 616 (Iohanncs). Expositio Totius Mundi et Gentium : pp. 6, 151, 153; P. II n. 207. extermis (agg. e sost.) : pp. 284, 285, 288; P. I n. 421, P. II nn. 229, 391. exterus (sost. = peregrinus, alienus) : pp. 284, 286, 288. extraneus (sost.): pp. 252-253, 253, 261, 288, 342; P. II nn. 133, 134, 154. extraordinaria munera: p. 43 (extra¬ ordinaria. sost. neutro plur.); P. I n. 48, P. II n. 223 (idem), extraordinariae exactiones: vd. exa¬ ctio. Ezio (Aetius), patricius: pp. 540, 542; P. I n. 520. fabae: P. II n. 539. Fadilianensis massa: p. 558. Faentino, territ. : P. I n. 100, P. II nn. 570, 613, 614, 616. Faenza (Faventia) : pp. 419, 422, 430, 552; P. I nn. 195, 212, P. II nn. 545, 569, 570, 616, 767. Falerna vina (Falernum): P. I nn. 100, 242. Falisca civitas: p. 562. fames: vd. carestìa. familia ecclesiae: pp. 242, 244; P. II nn. 108, 11, 346. familia rustica : P. II n. 522. familia urbana: P. I nn. 234, 242, P. II nu. 285, 521. familiae captivae : pp. 38, 42. familiae laeticae: vd. laeti, famula: P II nn. 111, 619 (Dulcitia); vd. pure ancilla, puella, servus. famulus: P. II nn. 111, 387, 619; vd. pure puer, mancipium, servus. famulatio : p. 307. Fano : p. 430; P. I n. 196, P. II nn. 569, 611 (civitas Fanestris, sic), 614. Fantinus (o Faustinus), defensor Pa¬ normitanus eccl. Romanae: P. II n. 73. far (farro): p. 491; P. II n. 539. Fao: p. 501; P. II n. 813. Farfa; P. II n. 531. Farsiolas (località) : P. II n. 795. Faustinus: vd. Fantinus. Faustinus, corrisp. di Ambrogio : p. 60; P. I n. 145. Faustus (Fausto), v. m., ppo. p. 233; P. II nn. 13, 19, 52, 77, 80, 89, 159, 199, 212, 423. Faventia : vd. Faenza. Faventinus (agg.): P. II n. 613 (cu¬ ria). Faventius, vicarius It. nel 365: p. 54; P. I nn. 122, 403. Fayûm : P. I 348. Felice IV, papa: P. II nn. 431, 641. Felice, vescovo di Nantes: p. 189. Felices Per soar minii : p. 457 (nume¬ rus). Felices Ravennates: p. 457; P. II n. 616 (numerus). Felitiianc, v. s.: p. 426; P. II n. 613. Felix: P. II n. 582. Felix (Geminius Felix): P. II n. 582. Felix (Felice), defensor eccl. Roma¬ nae : P. II n. 455. Felix, marito di Oandiana : P. II n. 785. Felix, vescovo : P. I n. 447. Felix, v. m. : P. II nn. 73, 642. Felix Tineosus Iudaeus: P. I n. 319. Feltre (Feltria) : P. I n. 212, P. II n. 547. fenerarius: pp. 237, 326. fenerator (usuraio) : pp. 11, 98, 191, 192, 198, 201; P. I nn. 276, 597, 598, 600, 601, 608, 626, P. II n. 547. fenus (o faenus, o foenus) : pp. 98, 191, 199 (/. nauticum), 202 (idem),
GG6 Economia e società nell’« Italia Annonaria » 453; P. I nn. 254, 596, 598, 600, 601, 608, 629 (/. nauticum al 33,3 %), P. II nn. 75, 547 (/. nauticum o pecunia traiecticia), 617 (idem), 642 (idem); vd. pure apocha, caput, centesima, chyrographum, ftdeius- sor, fiducia, hemiolion, hypotheca, pecunia traiecticia, pignus, scriptu- ta, securitas, sors, sponsoi', syngra¬ pha, usura, άρχαια, χρήστης, δάνει- σμα, ομολογία. /erae (animali selvaggi): pp. 149 (im¬ portazione in Italia per spettacoli), 166 (fiere libiche) ; P. I nn. 416 (im¬ portazione), 481 (ferae Libycae). Ferentino: p. 562. Fermo: P. II n. 124. ferramenta: P. II n. 124. Ferrara: p. 59; P. I n. 143. ferrariae (miniere di ferro): p. 552. Ferrocinctus, apparitor \ P. II n. 77. Festi massa : p. 563. fibulatorium : P. II n. 564 (della Rezia), fico (pianta) : P. II n. 582. fideiussori pp. 273, 274, 275, 304; P. I n. 608. fiducia (termine della tecnica crediti¬ zia) : P. I n. 601. fiere rustiche: pp. 305, 472; P. II n. 283. Figlinas, civitas : p. 562. figulinae: p. 552. Filostorgio: p. 6. Fiorenzuola d’Arda : pp. 490, 498; P. II n. 799. Firenze: pp. 531, 539. Firmiana massa : P. II n. 124. Firmidiana massai p. 426; P. II n. 568. Firmo (Firmus): p. 158; P. I n. 450. firustellum (appezzamento): p. 558. fiscales (viri) i P. II n. 598. fiscalismo (drenaggio, prelievo, pres¬ sione fiscale o tributaria; fiscalità, gettito fiscale, riscossioni, irilatio- nes, pensitationes, debiti, gravami, oneri, contribuzioni fiscali) : pp. 22. 23, 52, 61, 99, 267, 301, 324 , 325, 333, 402 (inefficienza fiscale), 404. 405, 406, 424, 446 (ammontare degli oneri f. rispetto al reddito terriero), 448, 453, 455, 456, 515, 517, 521, 525, 542, 559; P. I nn. 48, 73, 122, 258, 403, P. II nn. 161, 163, 331, 332, 622; vd. pure imposte, evasione fiscale. fiscus (fisco) : pp. 38, 41, 42, 126, 157, 234, 254, 261, 314, 336, 343, 523, 543 (aerarium), 558 (fiscus barbaricus), 561; P. I nn. 37, 83, 99 (aerarium), 266, 368, P. II nn. 10, 42 (fiscus bar¬ baricus), 49, 70, 81 (ratio fiscalis), 100, 112, 138, 164, 242, 346, 358, 374, 457, 531 (proprietà del fisco regio), 598, 622. Fisher (formula di): pp. 387, 388; P. II n. 488. flamen perpetuus : P. II n. 582 (FI. Geminius Gatullinus). Flaminia, provincial pp. 170, 321, 465, 473, 540; P. I n. 1, P. II nn. 215, 326. Flaminia et Picenum Annonarium: pp. 1, 47; P. I n. 1, P. II n. 598. Flaminia Via : pp. 47, 48, 320, 321, 473, 542; P. I n. 144, P. II nn. 306, 324. Flaviano (Virius Nioomachus Flavia¬ nus), fratello di Simmaco: pp. 142, 161, 162, 163; P. I nn. 317, 318, 363, 389, 397, 467, 468. Flaviano (Nicomaco Flaviano Iunior o Minor), pu. nel 399-400: p. 170; P. I nn. 82, 108, 472. Flavianus (Ulpius Flavianus), con¬ sularis Aemiliae et Liguriae nel 323 : P. I n. 86, P. II n. 223. Flavtanus, ppo. It. nel 431 : P. I n. 85. Flavio Vopisco: P. I n. 82. Flavius Anicius Faustus Albinus Ba¬ silius Iunior i vd. Basilio Iuniore. Flavius Basilius : vd. Basilius. Flavius Castorius: vd. Castorius. Flavius Decius Paulinus Iunior i vd. Paolino Iuniore. Flavius Geminius Catulltnus: vd. Catullinus. Flavis Leontius : vd. Leontius.
Indice dei nomi e delle cose notevoli 667 Flavius Mallius Theodorus : vd. Theodorus. Flavius Paterius: vd. Paterius. Flavius Petronius Maximus : vd. Maximus. Flavius Rufinus : vd. Rufinus. Flavius Strategius Appion : vd. Ap- PION. Flavius Ziperga : vd. Ziperga. Florentinus, eorrisp. di Simmaco, ma- glstr. in Africa nel 397 : P. I n. 484. Florentlnus, pu. nel 395-397: p. 167; P. I n. 473. Florentius: P. I n. 346. Florentius, comes sacrarum largitio- num : P. I n. 345. flotta (classis): pp. 264, 309 (fl. fluvia¬ le e marittima), 352 (fi. lagunare e fluviale), 548 (fl. fluviale e maritti¬ ma), 550 (classes peregrinae)'; P. I nn. 317, 353, 457, 458, 464, 486, 489, P. II n. 163; vd. pure dromones, exculcator ia, navis, trireme. foederati (federati) : pp. 322 (Alaman¬ ni), 543; P. II n. 80 (milites /.). follis : pp. 363, 545, 546, 559 (aurum glebae); P. I n. 193 (idem), P. II nn. 440, 457, 491, 501, 582, 590. Fontainebleau : P. II n. 576. foraggio: pp. 180, 272; P. II nn. 84, 128. Forcolane, h. f., monaca : P. II, nn. 808, 824. foreste: vd. silvae. Forlì (Forum Livii) : pp. 528, 530, 532; P. I nn. 195, 212, 232. Forlimpopoli (Forum Popilii) : pp. 331, 528, 530, 532; P. II nn. 387, 600. forma censoria (di Commodo): p. 564; P. II n. 173. Formia: P. II n. 404. Fornace di Sesto : p. 531. Forogiuliese (o Cividalese, o territo¬ rio di Cividale) : pp. 490, 495, 500 ; P. II n. 807. Fortinis, schiavetto: P. II n. 582. Fortunatus, vescovo di Aquileia : p. 286. Forum Cornelii (Imola) : pp. 63, 434 ; P. I nn. 195, 196, 240, P. II n. 610. Forum Fulvii : P. I n. 155. Forum Iulii (Cividale) : pp. 336 (Fo- roiuliensis civitas), 474, 485, 487; P. II nn. 377, 807. Forum Livii : vd. Forlì. Forum Popilii: vd. Forlimpopoli. forum rerum venalium: pp. 131, 140, 336, 357, 404, 521, 525 (forum publi¬ cum); P. I nn. 79, 126, P. II n. 84. Forum Sempronii : vd. Fossombrone. Fossa Augusta : P. II n. 394. Fossalta (Portogruaro) : p. 503; P. II n. 823. Fossombrone (Forum Sempronii) : P. II n. 477. Franchi : pp. 74, 207, 324, 473, 475, 476, 477, 482, 483, 489, 517; P. II nn. 8, 194, 387, 568, 713, 718, 719. Francia: p. 414 (F. merovingia); P. I n. 171, P. II nn. 87, 194 (Fran¬ cia), 506, 528 (F. merovingia), 540, 549, 828; vd. pure Gallia. frascarium: pp. 491, 497; P. II nn. 786, 787. Friburgo : p. 479. Frigeridus: p. 62. Frigido (Fluvius Frigidus) : pp. 164. 536. Friuli: p. 495. frumentarius (sost.) : P. I n. 268 (L. Valerius Galinus). frumentationes (frumentazioni) : pp. 295, 401; P. I n. 380, P. II n. 247 (loro ammontare, a Roma e a Co¬ stantinopoli). frumento (o grano, o derrate frumen¬ tarie): pp. 21, 30, 96 (scorte di f.), 99 (deterioramento delle scorte), 100, 102, 105, 113, 114, 116, 119, 128. 131, 139, 140, 141, 145, 146, 147, 149, 154, 156, 157, 161, 162, 163, 164, 166, 171, 177, 178, 180, 181, 202, 208, 212, 222, 223, 226, 233, 234, 235, 236, 248, 250, 252, 256, 257 (f. coemptum),
668 Economia e società nell'a Italia- Annonaria » 260 (f. fiscale e no), 261, 264 (f. fiscale), 268, 272, 275, 283, 284, 285 (scorte di f.), 288, 289, 290, 291, 292, 293, 294, 295, 300, 301 (f. fisca¬ le), 310, 326 (scorte di f.), 335, 341, 348, 350, 352, 357, 361 (tavola prez¬ zi), 362 (idem), 365 (tav. I : dia¬ gramma prezzi), 380, 382, 384, 385. 387, 388, 389, 390, 391, 393, 395, 400, 401, 402, 404, 414, 416, 417, 418, 419, 420, 422, 423, 426, 427, 428, 429, 430, 432, 433, 439, 440, 442, 464, 467, 470, 471, 472, 473, 475, 481, 483, 486, 487, 491, 515, 517, 518, 520, 522, 524, 525, 534, 545, 549, 562; P. I nn. 48, 87 (scorte di f.), 97, 114, 165, 170, 264 (f. egiziano), 282, 291, 301 (esportaz. di f. presso i barbari), 311, 314, 338, 348 (f. fiscale), 349, 350, 355, 356, 358, 364, 395 (f. fiscale), 401, 408 (f. fiscale), 411 (f. fiscale), 431, 459, 461, 464, 472 (f. fiscale), 483, 484, 510, 537, 550, 554, 605, 628 (mercanti di f.); P. II nn. 5, 9, 23, 69, 73, 85, 87, 123, 154, 163, 164 (f. fiscale), 175, 176, 178, 203, 204 (f. fiscale), 230, 231, 240, 242, 243, 244, 245, 246, 248, 252, 281, 289, 290, 294, 323, 346, 347, 394, 402, 404, 407, 411, 436, 437, 440, 448, 449, 450, 451, 453, 455, 471, 472, 476, 477, 489, 491, 505, 506, 531, 533, 538, 539, 547, 564, 572, 585, 590, 640, 641, 650, 659, 715, 733, 754; vd. pure produzione cerealicola. frumentum : pp. 96, 97, 98,116,117,123, 212, 216, 225, 237, 240, 257, 310, 334, (res frumentariae), 525, 537. 548, (,frumenta publica) ; P. I nn. 28, 89, 248, 253, 255, 261, 265, 266, 299, 311, 360, 378, 631 (σίτος), 388 {idem), 389, 390, 444 (inopia frumento- rum), 456, 458, 461 (frumentarii commeatus), 464, 466 (res frumen¬ taria), 478, 479 (idem), 480 (fru¬ mentariae querellae), 501 (σίτος); P. II nn. 10, 15, 45, 49, 73, 79, 131. 138 (πυρός), 147. 276, 292, 295, 321, 346 (σίτος), 347, 407, 441 (σίτος), 449 (idem), 539, 547, 641, 749, 753, 762; vd. pure species frumentariae. frutta : p. 415 ; P. I n. 552 (esporta¬ zione), P. II n. 449; vd. pure poma. frutteto: p. 22; vd. pure alberi da frutto. fullo: P. I η. 319. Fulvia Via : p. 324. functio annonaria: vd. annona, functio auraria : vd. crisarg,trio. functio censualis : P. I n. 431. functio navicularia : pp. 135, 136. functio tributaria (o publica)', pp. 207, 262, 297, 342; P. I n. 66, P. II nn. 6, 149, 159, 259, 396; vd. pure exactio, fiscalismo, imposte. fundi enfyteuticarii (o emphyteutici) : pp. 43, 44; P. I nn. 89, 130, P. II n. 223; vd. pure emphyteuticarius, enfiteusi, enfiteuta, ius emphyteuti¬ carium. fundi patrimoniales : p. 43 ; P. I nn. 89, 130, P. II nn. 10, 223. fundus: pp. 22, 24, 137, 178, 182, 231, 410, 411, 430, 433, 434, 440, 443, 495, 558, 559, 560, 561, 562, 563; P. I nn. 34, 37, 48, 122, 210 (fundi iuris rei publicae), 371, 527, 550, 601, P. II nn. 112, 124, 206, 386, 577, 579, 581 (fundus instructus), fundus Aemilianus: vd. Aemilianus fundus. fundus Anniana sive Myrtus: vd. An¬ niana, fundus. f undus Antonianus : vd. Antonianus fundus. fundus Apera : vd. Apera, fundus, fundus Apranus : vd. Apranus fundus, fundus Balonianus : vd. Balonianus fundus. fundus Barbatianus: vd. Barbatianus fundus. fundus Bassi: vd. Bassi fundus, fundus Beruclas: vd. Beruclas, fun¬ dus. fundus Bifurcus: vd. Bifurcus fun¬ dus. fundus Burnus ; vd. Budius fundus.
Indice dei nomi e delie cose notevoli G69 f undus Caballaria : vd. Caballaria, fundus. fundus Caculas: vd. Caculas, fundus, fundus Callius: vd. Callius fundus, fundus Cassianus: vd. Cassianus fun¬ dus. fundus Ceianus: vd. Ceianus fundus, fundus Centum: vd. Centum, fundus, fundus Concordiacus : vd. Conoordia- cus fundus. fundus Corbianus: vd. Corbianus fun¬ dus. fundus Corneli: vd. Corneli fundus, fundus Cornelianus: vd. Cornelianus fundus. fundus Curtinus (o Curtinis) : vd. Curtinus fundus. fundus Cylonis: vd. Cylonis fundus, fundus Domicilium : vd. Domicilium fundus. fundus Domitianus: vd. Domitianus fundus. fundus Duas Casas : vd. Duas Casas. fundus. fundus Genicianus: vd. Genicianus fundus. fundus Kalegaricus : vd. Kalegaricus fundus. fundus Laurentum : vd. Laurentum, fundus. fundus Molas: vd. Molas, fundus, fundus Paunina (o Paonina) : vd. Pau- nina, fundus. fundus Percilianus: vd. Percilianus fundus. fundus Picturas: vd. Picturas, fun¬ dus. fundus Potaxia : vd. Potaxia, fundus, fundus Priminianus : vd. Priminianus fundus. fundus Quadrantula : vd. Quadrantula, fundus. fundus Quarantula: vd. Quarantula, fundus. fundus Raonis : vd. Raonis f undus, fundus Roborata : vd. Roborata, fundus, fundus Salectum : vd. Salectum fun¬ dus. fundus Saviljanus : vd. Savilianus fun¬ dus. fundus Sentianus : vd. Sextianus fun¬ dus. fundus Silonis: vd. Silonis fundus. f undus Statianus : vd. Statianus fun¬ dus. fundus Sulpicianus : vd. Sulpicianus fundus. fundus Surorum : vd. Surorum fun¬ dus. fundus Tauri: vd. Tauri fundus. fundus Termulas : vd. Termulas, fun¬ dus. fundus Tessellata: vd. Tessellata, fundus. fundus Torriglas : vd. Torriglas, fun¬ dus. fundus Tuletianensis : vd. Tuletianen- sis fundus. fundus Valerianus: vd. Valerianus fundus. fundus Veranus: vd. Veranus fundus. fundus Verutianus : vd. Verutianus fundus. fundus Viginti : vd. Viginti f undus. fundus Vigintiquinque : vd. Viginti- quinque, fundus. fundus Villa Magna : vd. Villa Ma¬ gna, fundus. fundus Villa Pertusa: vd. Villa Per¬ tusa, fundus. Furtiniacum, casate: p. 498; P. II d. 799. Gaba massa : p. 563. Gabii: p. 563. Gabinense territ. : p. 563. Gabinius Barbarus Pompeianus : vd. Pompeiano. Gabinius Vettius Probianus: vd. Pro¬ bi anus. Gabum, mons (Monte Cavo) : p. 562. Gadara: P. II n. 539. Gaetanum territ. : p. 562. Galazia: P. II nn. 176, 477. Galeata: p. 331; P. II nn. 323, 387. Galerio: pp. 29, 536.
670 Economia e società nell’«. Italia A nnonaria » Galla Placidia : Γ. II n. 828. Gallarate: p. 529; P. II nn. 522, 797. Galli: pp. 478 (Γάλλοι), 540; P. I nn. 143 (Galli Boi), 456, 509 (G. Tran¬ salpini e Cisalpini), P. II nn. 193, 232 (Γάλλοι). Gallia (Galliae, Gallie) : pp. 4, 52. 71, 74, 80, 85, 114, 150, 154, 160, 163, 167, 172, 174, 189, 190, 207, 208, 254, 267, 272, 274, 278, 289, 312, 412, 413, 442, 469, 470, 471, 478 (Γαλλία), 480, 536, 537, 538, 540, 541, 543, 544; P. I nn. 37, 146, 149, 171, 191, 213, 216, 364, 589, P. II nn. 6, 136, 163, 170, 178, 194, 279, 358, 374, 380, 387, 404, 505, 531, 605, 619, 665, 713, 730, 732, 746. Gallia Cisalpina: pp. 22, 58, 94, 102, 112, 152, 162, 181, 183, 405, 511, 535, 537; P. I nn. 49, 62, 511, P. II nn. 227, 232, 393, 477, 505. Galliate: p. 529. Gallicus (o Gallicanus, agg.) : p. 273 (regio); P. I nn. 353 (fertilitas), 486 (rura). Gallieno, imperatore: P. II η. 828. gallinae (galline) : p. 414; p. Il nn. 117, 519, 525, 560; vd. pure ova. Gallo, cesare: p. 270. Gallus Aelius : P. I n. 34. Garda (Lago di): pp. 493, 530; P. II n. 826. Gardesano, territ. : pp. 490, 494, 495, 503, P. II n. 779. Gargano : p. 211. Gargiliana massa : p. 563. Garigliano (Liri): p. 563. garismatia (tabernae che vendevano garum) : P. II n. 393. garum: p. 114; P. I n. 308, P. II n. 393. gasindio: pp. 493 (Taido), 494 (Alchis); P. II n. 805 (Alchis), 826 (Taido). Gask Mkzuâr: P. II n. 528. ga st aldo: p. 495; P. II nn. 811 (Er- muald), 821, 823. Gaudentius: pp. 435, 445; P. II n. 579. Gaudenzio, vescovo di Brescia : pp. 16, 28, 537; P. I nn. 226, 405. Gaudiose s, cancellarius Liguriae: P. II n. 329. Gauronica possessio : p. 562. Gelasio, papa: pp. 276, 467, 468, 469; P. I n. 436, P. II nn. 161, 187, 387, 631, 666. Gemellus, v. s. vicarius praefectorum della Gallia gotica nel 508-510: p. 275; P. II nn. 6, 170, 184. Gemtnia Ianuarilla : vd. Iaunuarilla. Geminiano, vescovo di Modena: p. 169; P. I nn. 196, 494. Geminij, famiglia : P. II n. 582. Geminius Catullinus: vd. Catulli- NUS. Geminius Cresconius : vd. Cresconius. Geminius Felix; vd. Felix. gemio (appezzamento) : p. 558. Gemmolus: p. 491; P. II n. 789. generi di lusso (merci, articoli volut¬ tuari): pp. 19, 93, 353, 514; P. I η. 276, P. II η. 419; vd. pure aromi, balsami, unguenti orientali, nardo, transmarinae deliciae, orientales merces. Genicianus fundus : p. 457 ; P. II nn. 616, 629. Genova (Genua) : pp. 80, 476, 527 ; P. I nn. 143, 287 (Γένουα), P. II nn. 232 (Γένουα), 387, 413, 419. Genserico (Gensericus) : pp. 147, 175. 522; P. I η. 525, P. II nn. 9, 164. gentiles: pp. 63, 64; P. I nn. 155 (scho¬ lae gentilium), 157; vd. pure Sar¬ matae gentiles. Genua: vd. Genova. Gelidi (Gepidae) : pp. 272, 539; P. II n. 178. Germana: p. 434. Germani: p. 478 (Γερμανοί), p. I n. 586, P. II n. 42. Germania : P. II n. 828. Germano, vescovo di Auxerre : p. 189 ; P. I η. 191. Gernetto: P. II η. 828. Gerolamo (S.) : pp. 10, 58, 172, 185, 193, 538; P. I nn. 19, 30, 143, 452. Geronthrae: P. II n. 172. Gerontius : P. II n. 616.
indice dei nomi e delle cose notevoli 671 Geruchia, corrisp. di Gerolamo: p. 539. gerulus : pp. 238, 310, 343, 344; P. Π n. 94. Gervaso (S.) : P. I n. 230, P. II n. 200. Gesta Pontificum Neapolitanorum: P. II ii. 753. Getae: p. 538; P. II η. 104. Ghemme: P. I η. 240. Gianicolo (Roma) : P. I η. 173. Giberit, V. d.: P. II n. 509. Gildila, comes Syracusae: pp. 298, 333; P. II n. 259. Gildone (Gildo) : P. I nn. 353, 459, 483, 488, P. II n. 238. Giordane (Iordanes): pp. 6, 538; P. I η. 534. Giovanni l’Africano: P. II η. 14. Giovanni Antiocheno: p. 8. Giovanni di Cappadocia : P. II nn. 14, 407. Giovanni Crisostomo: p. 101. Giovanni Diacono: p. 482. Giovanni Elemosinare, Vescovo di A- lessandria : P. I n. 282, P. II n. 23 (Vita). Giovanni Mosco: P. I n. 628, P. II n. 590. Giovanni (S.), catacombe di Siracusa: P. I n. 269. Giovanni (S.), chiesa di Monza : P. II n. 816. Giovanni (S.), monastero di Lodi : P. II n. 805. Giovi: P. I n. 62. Giovinianisti, eretici: p. 185. Gioviniano, eretico : p. 185 ; P. I n. 576 Giovino, corrisp. di Gerolamo : P. 1 n. 241. Girgenti : P. II n. 164. Gironda : P. II n. 9. Gisulfo II: P. II n. 107. Gisulfus, strator: pp. 493, 495; P. II nn. 800, 805, 314. Giulia (S.), o S. Maria, o S. Salvatore, monastero di Brescia : pp. 492, 494, 495; P. II nn. 531, 800, 802, 805, 813, 814, 815, 819, 820. Giuliano: vd. Iulianus. Giuliano, argentario: P. II n. 545. Giuliano, argentario, genero di Johan¬ nes pimentarius: P. II n. 545. Giuliano (Iulianus), imperatore: pp. 101, 157, 270, 327, 399, 401, 404, .536; P. I nn. 72, 297, P. II nn. Il, 175, 194, 303, 449, 451, 457, 469, 828 (ce¬ sare). Giulio Nepote: p. 543. giumenti (-e, tu menta) : p. 151; P. I n. 293 (inmenta fiscalia), P. II n. 124. Giustina, madre di Valentiniano II : pp. 106, 356; P. I nn. 275, 283, P. II n. 419. Giustiniano (Iustinianus), imperato¬ re: pp. 144, 219, 300, 331, 333, 42S, 453, 481, 521, 522, 543, 549, 559, 561, 564; P. I n. 559, P. II nn. 14, 42. 87, 164, 247, 355, 406, 407, 419, 440, 444, 547, 598, 613, 617, 635, 642, 733. Giustino : p. 457. Giustino II, imperatore d’Oriente: vd. Iustinus. gleba (o glelmlis pensio, collatio, o fol¬ lis senatorio) : vd. aurum glebae. Glicerio, imperatore: p. .543; P. I n. 587. Godesteo : P. II n. 790. Godilane: P. II n. 790. Godolus, suddiacono: P. II n. 802. Golasecca : p. 529. Golegiano : P. II n. 819. Gorzano: pp. 528, 530, 533. Gosenago (Gusnago) : P. II n. 819. Gothi (Goti) : pp. 158, 268, 311, 336. 406, 451, 478 (Γότθοι), 529, 538, 539, 544; P. I nn. 148, 173, 196, 216, 275, 288, 452, 538; P. II nn. 6, 164, 186, 194, 257, 279, 315 (consistenza nu¬ merica del loro esercito in Italia), 324, 339, 346 (Gufili), 380, 387, 516, 557, 570 (chiesa dei G. a Ravenna), 611 (donazioni e vendite di immo¬ bili da parte di G. nel Ravennate, dopo la conquista bizantina), 613 (idem). 718.
G72 ticonomia e società nell·'« Italia Annonaria » Gottardo: p. 475. Gracchi (Tiberio e Caio) : pp. 178, 399, 523. Gracchus (Caius Gracchus), cos. nel 121 a. C. : P. II n. 502. Gracchus (Furius Maecius Gracchus, o Graccus) : pp. 118, 357; P. I n. 316. Gradate: p. 498. Grado (Gradus): pp. 84, 103; P. II n. 748. gradus: pp. 308, 309; P. II n. 289. Graeci: P. I nn. 322 (Graeci negotia¬ tores), 325. Graecia (Grecia): p. 562; P. I η. 171, P. II nn. 283, 547; vd. pure Magna Graecia. Graecus, vescovo di Marsiglia: P. I nn. 371, 632. Graegorius : vd. Gregorio. Graffignala : P. II n. 805. Grahovopolje (Bosnia) : P. I n. 30. grammatici : P. II n. 591. Gran S. Bernardo: p. 190. granaticum: pp. 241, 260; P. II nn. 119, 152. Grand Congloué: P. II n. 243. grano : vd. frumento. Gratianus, imperatore : vd. Graziano. Gratianus, v. rev., subdiaconus: pp. 434, 438, 442, 443; P. II n. 589. Gratilianà massa : P. II n. 123. Gratus : P. II n. 816. Graziano (Gratianus), imperatore: pp. 157, 171; P. I nn. 97, 107, 126, 131, 258, 316, 346, 357, 364, 371, 381, 389, 430, 448, 455, 457, 458, 501 (Γρατιανός). Grecia: vd. Graecia. Grecorum possessio : p. 562. greges (greggi, armenti) : pp. 303, 487, 538; P. II n. 709. Gregorio (Graegorius) Magno, papa : pp. 219, 238, 239, 242, 244, 248, 250, 251, 253, 256, 257, 258, 260, 261, 312, 334, 406, 413, 479, 482, 483, 484, 485, 553, 560, 561; P. I nn. 355, 436, 469, 632, P. II nn. 70, 73, 106, 107, 108, 111, 114, 116, 123, 124, 132, 139, 149, 154, 161, 164, 178, 194, 274, 352, 408. 487 , 530, 590, 622, 642, 709, 747, 751. Gregorio di Nazlanzio: P. II n. 476. Gregorio, suddiacono : P. II n. 73. Gregorio, vescovo di Modena : P. il n. 572. Gregorio, vescovo di Nissa : pp. 194, 196, 201 ; P. I nn. 592, 605, 612. Gregorio, vescovo di Tours : pp. 114, 406, 482; P. I n. 293. Gross Bodungen (Germania) : P. II ' n. 828. Gudemo (-ONIS) : P. II nn. 786, 789. Guderit (o Gunderit), Ubertus: pp. 443, 444, 445. Gudila: P. II n. 613. Gudila, vescovo di Sarsina : P. II n. 619. Gudila, v. c., comes curator reipubli- cae: P. II η. 613. Gudilebus (ο Gudilivius, ο Güdelt- vus): P. II η. 569. Gudinandus, saio: p. 551. Gudoald : P. II η. 786. guidrigildo: P. II η. 639. Gunderada : P. II η. 799. Gunderit, exceptor : P. II n. 613. Gundubado, re dei Burgundi: pp. 277, 468, 544; P. II nn. 193, 388. Gunthamund, re dei Vandali : P. II n. 582. Gusnaco: vd. S. Martino in Gusnaoo, e Gosenago. Hadriana vina : P. I n. 100. Hadrianus: vd. Atrianus. Hadrianus, ppo. It. nel 401-405 : P. I n. 210. Hadriaticum mare: vd. Adriatico. Hasta, vd. Asti. hastulae vinearum: p. 561; P. II n. 124. Hebraei : vd. Ebrei. Hedulio, curtis : P. I n. 230. Heldepert: P. II n. 799. Heliodorus, corrisp. di Gerolamo: P. I n. 452.
indice dei nomi e delle cose notevoli Ü73 Heliogabalus : vii. Eliogabalo. IIelpidius, diacono: p. 331; P. II n. 337. hetniolion: P. II n. 347. Henchir Mettici!: p. 251; P. II mi. 128, 528. Henchir Snobbeur: p. 564. IIenus, affluente del Danubio : P. I n. 311. IIeraclianus : vd. Eracliano. Herbaria : vd. Rubiera. Herculi possessio : p. 562. Hermogenianus : vd. Olybrius. Heronius, corrisp. di Sidonio Apolli¬ nare: p. 534; P. I nn. 54, 196, P. II n. 161. Hiberus (o Hibericus, agg.) : P. I n. 333 (horrea), P. II n. 163 (aequora). Hierapolis (‘Ιερά^πόλις) : vd. Ierapoli. Hilarus di Galeata: p. 331; P. II nn. 323, 356, 387, 600. Hispania : vd. Spagna. Hispaniensis (sost. e agg.) : P. I n. 349 (commeatus), P. II n. 232(‘Ισπανοί). Historia Augusta : pp. 8, 38, 40, 62, 132, 143, 394, 396; P. I nn. 327, 436, 563, P. II nn. 173, 221, 248, 495. Histria (Istria): pp. 35, 50, 114, 183, 214, 221, 284, 336, 341, 342, 344, 345, 352, 355, 471, 474, 530, 538, 551; P. II nn. 23, 35, 98, 208, 392, 393, 395, 748; vd. pure Venetia et Histria. histriones (istrioni) : pp. 121, 164. Holdigernus, r. c. : p. 457; P. II n. 616. homo (= dipendente dal dominus): pp. 85, 86, 133, 134, 135, 146, 173, 225, 226, 229, 455, 464, 515, 519; P. I nn. 37, 229, 345, 355, 367, 405, 601, P. II nn. 74, 193, 641. honesta femina (titolo onorifico) : p. 456 (Siecifrida); P. II nn. 545 (Tul- gito)y 611 (Martyria); vd. pure rir honestus. honorati: pp. 109, 116, 126, 133, 146, 238, 333; P. I nn. 284, 403, P. II nn. 64, 257, 289, 294. Honorius: vd. Onorio. Honorius : vd. Orfitus. hordeum : vd. orzo. horrea ecclesiae : pp. 240, 241, 256, 260, 334, 484 (a Roma), 521; P. II mi. 45, 73, 133, 444 (a Roma), 598, 645, 739 (a Roma), 753 (a Roma). — privati : pp. 97, 104 (a Roma), 137 (ad Aquileia), 268. 521, 525, 558 (a Roma e Ravenna); P. I nn. 268 (hor¬ reum Maronianum ad Aquileia). 271 (a Roma e Ravenna). — publica (o fiscalia) : pp. 103 (ad A- quileia), 236 (in Liguria e nelle Ve¬ netiae), 286 (a Ravenna), 291 (in Spagna), 326 (di Ticinum), 327 (di Dertona, delle Venetiae, di Tarri¬ sili m, di Trident um), 329 (di Tici¬ num e di Dertona), 335 (di Tridcn- tum e Tarvisium), 336 (di Ravenna). 339, 341, 537; P. I nn. 268 (Aquileia horreum Romani imperii), 350 (del¬ la Sardegna, Sicilia e Roma), 354 (d-J Roma), 444 (di Roma), 458 (di Roma); P. II nn. 44 (sitonicum horreum), 248 (di Roma), 289 (di Roma), 394 (di Ravenna e Roma), 442. horrearius (horrìarius, orriarius): pp. 237 (capitularius horreariorum), 326 (idem); P. II nn. 45 (Λ. ecclesiae), 394, 611 (furinus). Horti possessio : p. 562. hortus (orto) : pp. 177, 433, 493, 494, 497 (ortoleum), 499 (ortus, or tora), 500 (ortus), 501 (ortus, ortora), 502 (ortus), 503 (ortus); P. I nn. 171, 528, P. II nn. 162, 316, 534 (horta- lea), 823. Hospeleva : P. II n. 786. hospitalitas (alle truppe di passaggio) : p. 321. hospitium (obbligo de metatis) : P. II n. 80. Hostense territ. : p. 562. Hostia: vd. Ostia. Hostilia: P. II n. 206 (Hostiliensis locus). hostis publicus : p. 167. 43. L. Ruggini
674 Economia c società nell'« ft al io, Annonaria » humiliores: pp. 188-189, 525. Hydrus (-onus, o Ydrontum, Otranto) : pp. 302, 552. Hymetius, proconsul Africae: P. II η. 450. hypocausta: P. 1 η. 232. hypogea: P. I η. 239. hypotheca: P. I ii. 001. Ianuarilla (Geminia Ianuarilla), P. II n. 590. Ianuarius : P. II n. 787. Ianuarius, vescovo eli Cagliari: P. II n. 132. Ianuarius, vescovo di Salona : P. I η. 558. Ianuarius (Lucius Scribonius Ianua¬ rius) : pp. 50, 149. Iberi : P. In. 143. Icklinoham (Inghilterra): P. II n. 828. Idazio : p. 6 ; P. I n. 509. idolatria (persistenze nell’Alto Medio¬ evo) : P. I η. 230, P. II η. 132. Ierapoli (Hierapolis, Ιερά πόλις): p. II nn. 175, 449. illuminazione (nell’antichità) : P. I nn. 558, 561 (i. notturna delle città). Illyricum (Illirico): pp. 50, 62, 158, 214, 363, 366 (tav. II) ; P. I nn. 131, 151, 210, 211, 311, 341, 364, 452, P. II n. 590; vd. pure magister mili¬ tum per III. e ppo. Italiae Africae. et III. Illyrii (Illyriciani, Illiri) : p. 112 (’Ιλλυρικοί Ιθνοι); p. I nn. 151, 152, 297 (Ίλλυριοί). immunità tributarie (o immunitates; remissioni, esoneri fiscali): pp. 36, .43, 85, 334 , 453; P. I nn. 48, 125, 132, 360, 364, 371, P. II nn. 263, 386; vd. pure sgravii fiscali. Imola: vd. Forum Cornelii. Impero Bizantino: p. 182: vd. pure Bizantini. imposte (esazioni, tasse, o forniture, prestazioni, contributi fiscali) : pp. 36, 45 (in natura), 46 (idem), 55 (i- dem), 214 (idem), 215, 243, 254, 256 (rate quadrìmestr.), 258 (in natura), 261, 280, 313 (i. in natura e adera- te), 314 (ì. aderate), 335, 336 (in natura), 338 (i. in nat. dimezzate da Vitige in Aemilia e Liguria), 355, 358, 394, 402 (in nat.), 412, 446 (am¬ montare), 453, 454 (ammontare), 470, 473 (i. aderate), 525 (ammontareb 561 (idem); P. I nn. 23, 102, 123, P. II nn. 10, 23, 30 (trasporto di ì. in natura), 80 (in nat.), 124, 138 (ra¬ te quadrìmestr.), 143 (idem), 149 (i. aderate), 164, 175, 374, 386 (dila¬ zioni nel pagamento), 396 (in nato, 431, 493 (in oro), 598 (ammontare), 681; vd. pure aggravii fiscali, anno¬ na, aurum glebae, bina, bnrdatio, capitatio, crisargirio, evasione fi¬ scale, exact io, fiscalismo, functio tributaria, immunità tributarie, iu- gatio, monopolium, munera, privile¬ gia, pulveraticum, sgravii fiscali, siliquaticum, terna, tertiae, titulus fiscalis, tributum. incola (in senso giurid.) : p. 122; P. I n. 325, P. II n. 209; vd. pure πάροικον. inculta loca (inculti, deserti agri, terre o campagne incolte) : pp. 35, 38, 42, 44, 54, 62, 64, 67, 124, 254, 417, 424 (coloniae desertae e in sentibus), 429, 447 (possessio in desertis), 458, 491 (terrae vacuae), 496 (idem), 498 (idem), 500, (terra cum vacuum) ; P. I nn. 80, 122, 123, 125 (deserta, afanticia rugatio), 135, 145, 165 (ar¬ va squalentia), 403, 423 (deserta et squalida loca), 431 (deserta), 436, P. II nn. 276 (des. et sqnal. loca), 387 (in eremis deserta loca), 525 (coloniae desertae e in sentibus), 542 (idem), 558 (colonia deserta), 582, 597, 806 (terrola cum vacuum). India : P. I n. 4. indulgentia debitorum: vd. sgravii fi¬ scali. Indus, rex Rcythiae: P. II n. 431. Industria: p. 540; P. I n. 240.
Indice dei nomi e delle cose notevoli 675 industria olearia : P. I n. 310; va. pure olio e produzione olearia, industria peschiera : P. I n. 310. industria tessile: P. II nn. 390, 592 (laniera). inflazione (o svalutazione del denario) : pp. 381-382, 395, 522; P. II nn. 445, 446, 457, 469, 477. ingenuus: P. I nn. 234, 241, 338. Inghilterra: p. 85; P. I n. 171. P. II nn. 194, 828. Innocentius, corrisp. di Gerolamo : p. 185; P. I n. 136. inondazioni : vd. piene. inopia frugum : vd. carestia, inquilinato : P. I n. 37. inquilini : pp. 35 (i. barbari), 61 (idem), 93, 138; P. I nn. 37 (inquilina ahie- c-tio), 157 (i. barbari), 619. instituta Regalia et Honorantiae civi¬ tatis Papiae : P. II η. 640. instrumentum massae (o fundi) : p. p. 428; P. II nn. 566, 568, 569. Insubri: P. I n. 143. insulae (edifìci) : P. I n. 228. interesse sul capitale : p. 201 (al 12 %) ; vd. pure usura, fenus, mutuo. interpondium : p. 25S, P. II n. 153. interpretium : pp. 55, 96, 146, 233, 235, 236, 258, 314, 394, 405, 515; P. II nn. 11, 290, 303, 450, 458, 487. Intimiano : p. 528. Iobiunis : P. II n. 796. Iohannes : vd. Giovanni. Iohannes, apparitor : P. II n. 162. Iohannes, colonus : p. II n. 525. Iohoannes, duca : p. 492; P. II n. 820. Iohannes, mercante d’olio a Salona: P. I n. 558. Iohannes, pimentarius : P. II n. 545. Iohannes, presbyter : P. 650. Iohannes, usurpatore: P. I, n. 282 (Ιωάννης). Iohannes, vescovo di Ravenna (fine V s.) : P. I n. 270, P. II nn. 256, 572. Iohannes, vescovo dd Ravenna (prima metà VII s.) : P. II nn. 641, 643. Iohannes, v. o., adorator if umeri Fe¬ licium Ravennatum: p. 457; P. II n. 616. Iohannes, v. c., arcarius : P. II n. 271. Iohannes, v. c., expatharius : P. II n. 616. Iohannes, v. s., consularis Campaniae : p. 263; P. II n. 160. Iohannis, capitularius : P. II n. 598. Iohannis, negotiator Syrus a Caput porticus (sic) : P. II n. 611. Iohannis di Piacenza : P. I n. 469. Iohannis, v. d., arcarius: p. 301. Ionium: pp. 342, 553; P. I n. 235 (gol¬ fo Ionico), P. II nn. 346 (Ίόνιος κόλπος), 387 (idem). Iordanes: vd. Giordane. lOVINIANUS : vd. Gioviniano. ipoteca : p. 453 (liquidaz. delle i. sot¬ to Augusto). Ippolito, vescovo di Lodi : vd. Aepho- LITUS. Ippona : P. I n. 627 (concilio di), P. II n. 590. Irene», corrisp. di Ambrogio : P. I n. 239. Irpini : P. I n. 143. Isacco di Amita: P. I n. 507. Isacius (= Isacco), v. h., saponarius : P. II nn. 570, 613, 616. Isonzo (Sontium) : pp. 113, 530, 534, 544; P. II n. 206. Istria : vd. Histria. Istriani (sost.) : pp. 288, 290. istrioni : vd. histriones. ’Ίστρος: P. I n. 297. itali: pp. 44, 72, 112, 137, 122, 133, 337 (Ίταλιώται), 535; P. I nn. 91, 177, 297 (Ιταλοί),323, 329, 389, 562 (agg. : Italae lucernae), P. Il nn. 194, 223. Italia : pp. 28, 29, 36, 43, 44, 45, 54, 62, 79, 81, 84, 99, 100, 112 (Ιταλία), 113, 326, 137, 152, 163, 172, 173, 174. 176, 178, 179, 383, 205, 224, 260, 267, 268, 278, 284, 285, 286, 287 (Ιταλία), 289, 300, 311, 312, 322, 336, 337 (Ιτα¬ λία), 343, 349, 351, 356, 360, 361, 363, 364, 365 (tav. I), 366 (tav. Il), 367 (tav. III), 381, 383, 384, 390,
676 Economia e società, nell’a Italia Annonaria » .391, 392, 393, 394, 395, 397, 398, 399, 401, 402, 403, 405, 406, 407, 410, 413, 424, 435, 442, 465, 466, 468, 471, 472, 474, 475, 477, 478 (Ιταλία), 479, 480, 481, 482, 483, 484, 487, 488, 489, 517, 520, 522, 523, 524, 529, 534, 536, 537, 538, 540, 541, 542, 543, 544 , 547, 548, 550, 552, 558, 562; P. 1 nn. 1, 20, 26, 37, 41, 82, 84, 85, 88, 89, 91, 94, 97, 100, 125, 131, 134, 135, 146, 148, 149, 151, 155, 171, 173, 178, 209, 210, 212, 216, 246, 255, 291, 299, 323, 364, 371, 375, 386, 403, 421, 428, 452, 510, 516, 520, 561, 563; P. II nn. 3, 8, 9, 10 (Prefettura d’Italia), 42, 80, 87, 169, 181, 192, 193, 195, 197, 210, 213, 215, 223, 225 (Ιταλία), 230, 232, 269, 299, 302, 308, 315, 317, 323, 329, 333, 358, 387, 391, 396, 421, 422, 427, 434, 440, 441, 444, 449, 457, 466, 469, 471, 490, 505, 514, 516, 517, 531, 539, 547, 591, 657, 713, 721, 723, 728, 730, 732, 733, 734, 735, 742, 746, 747, 762, 774, 780. Italia Annonaria (o Vicariato Annona¬ rio, o Vicariato d’Italia, o regioni annonarie, o Diocesi Annonaria) : pp. 1, 4, 9, 14, 19, 20, 28, 35, 36, 37. 42, 44, 45, 54, 56, 57, 60, 68, 72, 74, 84, 110, 111, 115, 127, 133, 137, 150, 152, 160, 163, 174, 184, 200, 267, 276, 285, 286, 287, 333, 352, 346, 403, 471, 472, 474, 511, 516, 517, 522, 523; P. I nn. 1, 48, 66, 67, 84, 88, 89, 91, 107, 122, 128, 130, 177, 323, 389, 346, 412, 488, 561; P. II nn. 66, 98, 169, 195, 215 (annonaria regio), 223, 306, 391, 417, 514, 598; vd. pure Italia Set¬ tentrionale e Vicarius Italiae. Italia Centrale (o province centrali d’Italia): pp. 68, 274, 283, 320, 393, 409, 416, 429, 430, 432, 460, 472, 562 569; P. I n. 436, P. II nn. 457, 517, 526. Italia Meridionale (o Meridione, o pro¬ vince meridionali d’Italia) : pp. 68, 129, 151, 175, 176, 274, 276, 283, 296, 301, 305. 307, 308, 311, 312, 314, 320, 351, 352, 393, 397, 402, 409, 412, 416, 429, 430, 433, 473, 477, 520, 523, 562, 563; P. I nn. 30, 143, 371, 425, 436, 437, P. II nn. 10, 73, 276, 306, 308, 315, 316, 457, 498, 517, 526. Italia Occidentale: pp. 35, 190, 280. 281, 544; P. II nn. 194, 681. Italia Settentrionale (o Italia Supe¬ riore, o Padana, o del Nord, o pro¬ vince settentrionali d’Italia), pp. 3, 5, 20, 21, 23, 25, 31, 33, 36, 48, 50, 57, 58, 68, 71, 74, 80, 90, 94, 99, 100, 113, 114, 121, 124, 137, 147, 149, 150, 152, 164, 167, 169, 175, 179, 181, 182, 183, 202, 276, 278, 286, 288, 309, 320, 337, 351, 352, 399, 403, 405, 406, 429, 462, 472, 473, 477, 479, 481, 485, 490. 495, 496, 511, 512, 513, 514, 515, 521, 523, 527 , 533, 534, 535, 536, 537, 541, 543; P. I nn. 1, 30, 48, 59, 62, 76, 84, 103, 128, 133, 176, 195, 212, 219, 240, 327, 389, 421, 626, P. II nn. 10, 186, 194, 227, 282, 476, 498, 514, 640, 828. Italia Urbicaria (o Suburbicaria) : vd. Vicariato Suburbicario. Italicus, vicarius Italiae nel 374 : p. 127; P. I η. 346, P. II η. 66. Itinerarium Antonini : p. 7. Iudaei: vd. Ebrei. Iudaicus (agg.) : P. II nn. 299 (super¬ stitio), 413 (instituta), 419 (idem). iudex: pp. 161, 303, 306, 317; P. I nn. 41 (altiores iudices), 132, 293, 461 (iudices Africani), 464 (idem), P. II nn. 132, 333. iugatio: pp. 29, 66; P. I nn. 30, 113, 125, 131, 134, 185, 589. iugero longobardo: P. II nn. 123, 779. 786, 787, 788, 790, 793, 805, 813, 814, 819, 820, 825. iugero (iugerum) romano : pp. 300, 416, 419, 420, 422, 423, 429, 430, 431, 432. 433, 448, 454, 460, 491, 492, 493, 494, 495, 563, 565; P. I nn. 30, 100, 113, 185, 371, 403, 423, 528, P. II nn. 123, 431, 509, 539, 540, 541, 545, 548, 550, 569, 570, 572, 573, 581, 601, 779, 786.
Indice dei nomi e delle cose notevoli 677 iugum (unità d’imposizione fiscale) : P. I nn. 30, 113, 371, P. II n. 353. Iulianus: vd. Giuliano. Iulianus, comes patrimonii : P. II η. 10. Iulianus, corrisp. di Gerolamo : p. 538. Iulianus (Giuliano), vescovo di Cin¬ goli : p. 561; P. II n. 108. Iulii : P. II n. 582. Iulius: vd. Dynamius. iumenta : vd. giumenti. Iunius Rufus, consularis Aemiliae nel 321: p. 42. ius civile : P. II n. 358. ius emphyteuticarium : P. I n. 366; vd. pure emphyteuticarius, enfiteu¬ si, enfiteuta, fundi enfyteuticarii. ius originarium: p. 246; P. I n. 37, P. II n. 114. ius perpetuum : P. I n. 366, P. II nn. 102, 274. ius privatum salvo canone : P. I n. 366. Iustinianus: vd. Giustiniano. Iustinus: vd. Giustino. Iustinus, colonus: P. II nn. 525, 556. Iustinus, praetor Siciliae : P. II n. 73. Iustinus II, imperatore d’Oriente: P. II n. 729. Iutungi: P. II n. 484. Iuvinus, V. h. orrearius : P. II n. 611. Ivrea: vd. Eporedia. Kalegaricus fundus : P. II n. 545. Karalitani : P. I n. 350 (navicularii et negotiantes). Karants : P. II n. 445. κεράτιον (carato, siliqua aurea) : pp. 439, 443, 444, 445; P. II nn. 455, 583, 598. Labicana (o Lavicana) Via : p. 562. Lacore, presso il Ceno: P. II n. 818. Lactarius Mons : P. II n. 516. Lactjm Albanen re, possessio : p. 562. Lacum Turni, possessio : p. 562. Laeta, corrisp. di Gerolamo : P. I n. 316. Laeta, vedova di Graziano : P. I n. 501 (Λαΐτα). laeti (familiae laeticae) : p. 61 ; P. I nn. 146, 155 (numeri Laetorum o Laetonum), 157, P. II n. 42 (laeti Alamanni). laeticus (agg.) : P. I n. 146 (terrae e praefecturae). Laetus, v. c.: p. 67; P. I nn. 48, 165. Lago d’Arsa: p. 530. Lago di Como: p. 494. Lago di Lugano: pp. 494, 498; P. II n. 817. Laino (Val d’Intelvi) : P. I n. 240. Lambro: p. 490; P. II n. 805. lana: pp. 148, 151, 202, 433, 442; P. I n. 631 (τά £ρια), P. II nn. 589 (/- dem), 590 (casula di lana). lanarius : P. In. 319. Lanciano (Anxanum) : P. I n. 284. Landolfo Sagace: p. 406; P. I nn. 510, 559. Langa: P. II n. 415. Λαγγούβιλλα: p. Π n. 415. Laninas, massa: p. 563. lanius: p. 91; P. I nn. 241, 604. Laodicea : P. I n. 627 (concilio di). Laodicenus (agg.) : p. 439 (byrrus) ; P. II n. 564 (idem). larida caro (caro porcina, species la¬ ridi): vd. caro porcina. Laterculus Polemii Silvii : p. 7. latifondo (latifundium) : pp. 23, 29, 39, 63, 87, 93, 154 (1. imperiali), 351 411 (1. ecclesiastici), 496, 514 (1. e coitura latifondistica) ; P. I nn. 19 (idem), 172, 220, P. II n. 10. Latina Via : p. 562. Latium : vd. Lazio. latrones: P. II n. 164. Lattanzio : pp. 5, 29, 547 ; P. I n. 73. latte (lactis): pp. 409, 414, 433; P. II nn. 525, 634. Laurentinum territ. : p. 563. Laurentius : vd. Lorenzo. Laurentius, v. exp. : p. 343; P. II n. 395. Laurentius, v. st. : P. II n. 616.
678 Economia e società nell·'« Italia Annonaria » Laurentius, v. st., ex epodecta, exac¬ tor: P. II n. Oli. Laurentum, civitas : pp. 562, 563. Laurentum, fundus: pp. 562, 563. Lauriacum : p. 113. Lauricius (Lauricio), praepositus (o maior) sacri cubiculi : pp. 104, 558, 559, 560, 561; P. I n. 270, P. II n. 42. Laus Pompeia (Lodi): p. 541; P. II nn. 800, 805. Lazio (Latium): pp. 124, 137, 138, 467; P. I n. 486. legio VII Gemina: P. I n. 268. legname : p. 352 (commercio di) ; P. II n. 417 (lignorum copia, esportazio¬ ne dairi talia). Legnano: p. 528. legumi : vd. olera. legumina: pp. 105, 181, 485, 486; P. I nn. 273, 280, 554, P. II nn. 645, 759. Leno (Verolanuova) : P. II n. 815. Leo, colonus : P. II n. 525. Leo II, papa: P. II n. 770. Leo, v. gl. exconsul : P. II n. 73 . Leo, v. h., navicularius: p. 456; P. II nn. 569, 613, 616. Leontinus (agg.) : P. I n. 458 (cam¬ pus) , P. II n. 164 (acervus). Leontius, autore della Vita S. Iohan- nis Elem. : p. 564; P. II n. 231. Leontius, medicus ab schola Greca : P. II n. 581. Leontius (Fuavius Leontius), pu. nel 356-357: pp. 53, 156; P. I n. 108. Leontius, v. c., amico di Ambrogio: P. I n. 239. Leontius, v. c. (età di Gregorio Ma¬ gno) : P. II n. 352. Les Baux: P. I η. 173. Lesbo: P. I η. 185. Leucothea : p. 306. Leutharius (Leutaui) : p. 477. Lex Manciana: P. II nn. 128, 582. Lex Salica: P. I n. 171. Lex Visigothorum : P. In. 171. Libanio: p. 101; P. I nn. 282, 346, 348. Libarna: p. 540; P. I nn. 62, 508. libellario nomine (o titulo) : p. 302; P. II nn. 124, 274. libellaticum : p. 242; P. II n. 104. libellus locationis : p. 243; P. II n. 274. libellus securitatis: pp. 241, 253, 254, 260; P. II n. 102. Liber Diurnus: P. II n. 358. Liber Pontificalis : pp. 6, 406, 481, 484, 485, 486, 488, 561; P. I n. 554, P. II nn. 10, 721. liberales disciplinae: P. 1 n. 321. Liberatus, negotiator : P. II nn. 70, 73. Liberius, funzionario di Teodcrico : P. II n. 522. Libertus, praefectus: P. II n. 170. Liberius, vescovo : P. I n. 447. libertus: pp. 244, 443 (Guderit), 444 (idem), 450; P. II nn. 611 (Sisivera liberta), 632. Libici, popolaz. del Piemonte : P. 1 n. 143. libra (misura ufficiale) : P. II n. 149 (1. sacri cubiculi). libra maior : pp. 253, 260; P. II mi. 150, 151. Libya (Libia): pp. 478 (Λιβύη), 548 (i- dem); P. I nn. 353, 388 (Λιβύη), 483, 559, 417. Libycus (agg.) : P. I nn. 458 (rus), 481 (ferae), 490 (fruges), P. II n. 163 (mare). Licenzio, amico dj Agostino: p. 183. Licinio.· pp. 528, 545. Liger (Loire) : P. II n. 194. Ligones (Lingoni) : P. I nn. 143, 486. Ligures (Liguri) : pp. 326, 330, 535, 537, 540; P. I nn. 143, 287 (Λίγυες), p. II nn. 197, 331, 333. Liguria (prov. antica) : pp. 39, 170, 181, 276, 281, 283, 321, 323, 325, 327, 333, 335, 338, 339, 342, 351, 455, 468, 469, 471, 473 (L. Occidentale), 474. 476, 479, 537, 539, 540, 541, 544, 551 ; P. I nn. 1, 143, 155, 196, 311, 323, 327, 456, 508, 554; P. II nn. 80, 98, 178, 189, 192, 196 (Liguriae), 203, 329 (cwncellarius L.), 346 (Lyguria), 386 (consularis L.), 387, 442, 627, 713,
Indice dei nomi e delle cose notevoli 679 724, 728; vd. pure Aemilia et Li¬ guria. Liguria (regione attuale) : pp. 38, 234, 277, 279, 280, 285, 286, 322, 324, 326, 337, 361, 383, 480, 486, 517, 535; 1\ I nn. 232, 331, 332, 718, 735. Ligurxo (Cantello) : p. 528. Lilibeo (Lilybeum) : p. 561; P. I n. 458 (Lilybeum litus), P. II nn. 124, 164. Limenio. vescovo di Vercelli : pp. 184, 185. limes: pp. 150, 184, 390, 511, 529; P. I nn. 268, 403, 421. Limicantes: p. 62; P. I n. 148. limitazione delle nascite : pp. 73, 434. linea (veste di lino): P. II n. 590; vd. pure byssus. Lingoni : vd. Ligones. Lingonicus (agg.) : P. I n. 486 ( vomer), linifici-uni : P. II n. 592 ((. di Stato), lino : pp. 414, 439. Lioaldus: P. II n. 803. Lione (Lugdunum): p. 189; P. I n. 54, P. II nn. 193 (Lugdunensis civitas), 828. liquamen : p. 114: P. I n. 301* Liri : vd. Garigliano. Lissone: p. 528. liturgie efi trasporto: vd. trasporti, livellarii: pp. 419, 435, 459, 496; P. Il n. 528. Livenza : p. 500; P. II n. 807. Liyvirit, V. s. comes: P. II nn. 80, 149, 239. Locarno: p. 528. locatio: pp. 42, 242 (loc.-conductio), 243 (libellus loc.); P. I n. 366 (loc.- conductio), P. II n. 274 (idem), locus (= terreno): pp. 408, 409, 417, 429, 558; P. II nn. 519, 525, 556. locustae (cavallette): p. 482; P. II mi. 453 (a Edessa), 743 (nel Trentino). Lodi : vd. Laus' Pompeja. Lodigiano, territ. : pp. 490, 492, 493, 494, 499; P. II nn. 805, 814. Loire: vd. Liger. Lombardia: p. 114; P. I n. 143, P. IT n. 632. Longinianus, comes sacrarum largitio¬ num : P. I nn. 82, 108. Longobardi (Langobardi) : pp. 5, 176, 406, 407, 462, 480, 483, 485, 529; P. I nn. 1, 196, P. II nn. 194, 622 (fughe presso i L. per sfuggire al fiscali¬ smo bizantino), 727, 733, 747, 753, 766, 767. Loculus, monetarius: P. II η. 822. Lorenzo (Laurentius), presbyter: P. II n. 430. Lorenzo (S.), chiesa di Cesarea : P. I n. 270. Lorenzo (S.), chiesa di Ravenna : P. II n. 610. Lorenzo I, vescovo di Milano: P. II nn. 190, 196. Lorenzo II. vescovo di Milano: P. I n. 269. Lovere: p. 530. Lozio (Lovere) : p. 530. Luca : vd. Lucca. Lucania: pp. 154, 262, 273, 275, 287, 805, 306, 814, 315, 317, 319, 330, 396, 470, 471, 472, 473; P. I n. 437, 525, P. II nn. 10, 316, 318, 709. Lucania et Bruttii (Lucania e Bru- zii) : p. 312 (cancellarius L. et B.), 339; P. I n. 431 (L. et Britti), P. II nn. 157 (Venantius, corrector L. et Brittiorum), 183, 304 (caneell. L. et B.), 306, 314 (Marimus, caliceli. L. et B), 315 (idem), 316 (Anastasius, cancell. L. et B.), 332. Lucano, poeta : P. II n. 668. Lucanus (agg.), P. II n. 457 (posses¬ sor) . Lucca (Luca): pp. 286, 426, 429, 561. Lucense territ.: P. II n. 568. Luceria : p. 302. Luciferiani, eretici : P. I n. 447. Lucio Domizio Alessandro: vd. Domi- zio Alessandro. Lucio Vero, imperatore : P. II n. 219. Lucius, vescovo di Verona : p. 286. Lucius Antistius Rusticus: vd. Ru¬ sticus.
680 Economia e eoe tela nell'«. Italia Annonaria » Lucius Aurelius Avianius Phospho- rius Symmachus : vd. Symmachus. Lucius Cantius Acutus: vd. Cantius Aoutus. Lucius Decius : vd. Decius. Lucius Maesius Rufus : vd. Rufus. Lucius Opimius : vd. Opimius. Lucius Scribonius Ianuarius : vd. Ia- nuarius. Lucius Turcius Apronianus Asterius : vd. Apronianus Asterius. Lucius Valerius Calinus : vd. Cali- nus. Lucristani: P. II n. 206. Lugdunense (Gallia Lugdunensis) : P. II η. 194. Lugdunum : vd. Lione. Luigi XIII : P. II η. 500. Luino : p. 528. Luna (Luni) : P. I n. 143. Luogosano : p. 530. Lupercalia (Lupercali): p. 276; P. II nn. 187, 653. lupinarius : P. I n. 319. Lupuald: P. II n. 808. Lurago d’Erba : p. 528. Lussemburgo : P. I n. 172. lustralis collatio: vd. crisargirio. Lyeus: P. I n. 668. Macari possessio : p. 563. Macedonia: pp. 130, 161; P. I mi. 148, 452, 459. Macedonicus (agg.) : P. I n. 354 (com¬ meatus). Macedonius: P. II n. 466. macellarius : pp. 237, 326. macellum: p. 91; P. I n. 242. Macrobio: p. 12. Maecenatiana vina : P. I n. 100. Maecius Gracchus : vd. Gracchus. Maesius Rufus : vd. Rufus. maforsenum : P. II n. 590. Magenta: p. 529. maggiorascato: p. 434; P. II n. 578. mairi ster armentarius: P. II n. 639 (guidrigildo). magister bubulcus : P. II n. 639 (gui¬ drigildo). magister calegarius : P. II n. 822 (Ae· bune). magister caprarius : P. II n. 639 (gui¬ drigildo). magister equitum : P. I n. 149 (in Gal¬ lia, Teodosio). magister militum : P. II n. 8 (per Il¬ lyricum, 8abinianus), 627 (Zittane). magister officiorum: pp. 296 (Boezio), 471 (idem); P. II n. 255 (idem). magister porcarius: P. II n. 639 (gui¬ drigildo). Magna Graecia : P. I n. 437. Magnerada: P. II n. 817. Magnesia, sul Meandro: P. I n. 185. Magnezio: p. 536. Magnobodus, vescovo di Angers: P. II n. 194. Magnus: vd. Akborius. Magra : p. 5. Maiori ano, imperatore : pp. 175, 176, 543; P. II n. 419. Malala: p. 6. malaria uP. II nn. 9, 161; vd. pure pa¬ ludi e olio (cotto con assenzio). Mallianum, massa: p. 563. Mallius : vd. Theodorus. malthusianesimo : P. II n. 578. Mamertinus, ρρο. It. nel 364-365: P. I nn. 84, 125, 128, 209, 210, P. II n. 223. mancipium: pp. 426, 428, 443; P. I nn. 34, 41, P. II nn. Ill, 567, 568, 581, 013; vd. pure servus. Mandello Lario: p. 501; P. II n. 816. manifatture: pp. 441, 524 (fabbriche di Stato); P. II η. 832; vd. pure ma¬ nufatti. Mannane, v. d. : P. II il. 613. mansio : pp. 32, 76, 326 (m. Ravennas), 345 (idem); P. I n. 128, P. II n. 178. Mantua (Mantova): P. I n. 50, P. II nn. 809, 819. manufatti : pp. 20, 353, 427, 441 (po¬ vertà dì m.), 443-445 (m. diversi, loro prezzi), 524.
Indice dei nomi e delle cose notevoli G81 Marcellianus, subdiaconus: P. I d. 240. Marcellina, sorella di Ambrogio: P. I nn. 269, 274, 278. Marcellino (Marcellinus), comes : pp. 6, 163, 174; P. I nn. 189, 468; P. Il n. 13. Marcello, vescovo: p. 67. Marcellus, pinctor: P. I n. 216. Marcianus, fratello di Simmaco : P. I η. 132. Marcianus, v. sp. : p. 291; P. II n. 237. Marcus: P. II n. 807. Mare di Marmara: P. II n. 440. Mareaima toscana : P. II η. 709. Maria, figlia di Stilicone: p. 168. Maria, sp. f. : P. II n. 610. Maria (S.) in Solaro, monastero di Ve¬ rona : P. II n. 794. Maria (S.), monastero dj Brescia : vd. Giulia (S.). Marignano: P. I n. 15G. Marinas, possessio : p. 562. Marinianus, vescovo di Ravenna : P. II η. 752. Mario, vincitore dei Cimbri : P. I. n. 143. Mario Aventicense : pp. 6, 406, 479, 480, 481; P. II n. 194. maritimi (sost.): p. 216; P. II n. 405 (tribunus maritimorum). Marmaricus (agg.): p. 564 (puella), marmorarii : p. 552. Maronianum : vd. horrea privati. Marsiglia (Massilia) : pp. 114, 267, 471; P. I nn. 371, 632, P. II n. 6. Marte: p. 156. Martinianus, comes sacrarum largitio¬ num: P. II n. 590. Martino, vescovo di Tours : P. I n. 587. Martino (S.)» chiesa di Sirmione : P. II η. 809. Martino (S.) in Gusnago (Mantova) : P. II nn. 809, 819. Martirologio Geronimiano: p. 286. Martyria, h. f. : P. II nn. 611, 613. Marziale: pp. 47, 179, 399, 534, 564; P. II nn. 477, 504, 534. Mascezel, fratello di Gildone : P. I η. 488. massa : pp. 228, 240. 242, 244, 258, 300, 301, 306, 319, 351, 410, 416, 417, 427, 428, 429, 430, 433, 460, 472, 492, 521, 558, 560, 561, 562, 563; P. I η. 371, P. II nn. 10, 71, 103, 104, 107, 114, 374, 522, 533, 568, 598. massa Aqua Salvias: vd. Aqua Sal¬ vias, massa. massa Auriana: Auriana massa, massa Bauronica : vd. Bauronica mas¬ sa. massa Cassitana : vd. Cassitana massa, massa Castis: vd. Castis massa, massa Cinciana : vd. Cinciana massa, massa Enporitana : vd. Enporitana massa. massa Fadilianensis : vd. Fadilianen- sis massa. massa Festi: vd. Festi massa, massa Firmiana : vd. Firmiana massa, massa Firmidiana : vd. Firmidiana massa. massa Gaba: vd. Gaba massa, massa Gargiliana : vd. Gargiliana mas¬ sa. massa Gratiliana : vd. Grati liana massa. massa Laninas : vd. Laninas, massa, massa Mallianum : vd. Mallianum, massa. massa Muci: vd. Muci massa, massa Murinas : vd. Murinas, massa, massa Picta : vd. Picta massa, massa Pyramitana : vd. Pyramitana massa. massa Sentili an a: vd. Sentiliana massa. massa Statiana : vd. Statiana massa, massa Statiliana : vd. Statiliana massa. massa Taurana: vd. Taurana massa, massa Trapeas : vd. Trapeas massa, massa Trapeiana : vd. Trapeiana massa,
G82 Economìa c società nell'a Italia Annonaria » massa Urbana : vd. Urbana massa. massa Virginis : vd. Virginis massa. massaricio: p. 496; P. II n. 639; vd. inoltre casa (massaricia), terra (massaricia). massarius: p. 496; P. II n. 639 (gui¬ drigildo). Massenzio: pp. 155, 156, 536. Massilia; vd. Marsiglia. Massiliensis (agg.) : p. 114 (cataplus); P. I n. 353 (Massyla Geres). Massimiano (Maximianus): pp. 36, 150; P. η. 73. Massimino: p. 113; P. I n. 327. Massimo (Maximus), usurpatore : pp. 75, 163, 537; P. I n. 488. Massimo (Maximus), vescovo di To¬ rino: pp. 16, 28, 30, 83, 84, 99, 100, 539, 541; P. I nn. 50, 255. Maurenzius : P. II n. 804. Mauretania: pp. 137, 362, 395 (M. Si- tifense); P. II nn. 9, 164 (M. Sii.), 460 (idem). Mauri: pp. 166, 175; P. I n. 353. Maurilius (Maurilio), vescovo di An¬ gers (Andecavensis) : p. 525; P. I n. 587 (Vita), P. II n. 194. Maurizio, imperatore d’Oriente : P. II nn. 194, 749. Mauro: P. II n. 789. Mauro di Brisconno : P. II n. 791. Mauro, mercante: P. II nn. 73, 642. Maurus, vescovo di Ravenna : P. I n. 273, P. II nn. 533, 598, 645, 647, 650. Maurus, v. r. ; P. II n. 570. Mavinas: vd. Pietro (S.) in Mavinas. Mavino · P. II n. 819. Maximianus : vd. Massimiano. Maximianus, vescovo di Ravenna: P. I n. 196. Maximus: vd. Massimo. Maximus (Flavius Petronius Maxi¬ mus), pü. nel 420-421, cos. iterum nel 443: p. 558; P. I n. 282 (Μά- ξιμος). Maximus (Valerius Maximus), pu. nel 361-362: P. I n. 317. Maximus, vescovo di Lucca : p. 286. Maximus, villicus : P. II nn. 525, 556. Maximus, v. c., cancellarius Lucaniae et Bruttiorum : P. II n. 315. Meandro: P. I n. 185. Mediana possessio : p. 562. medici (schiavi): p. 565. medicus ah schola Greca : P. II n. 581 (Leontius). medimno (siculo): P. II nn. 443, 477, 505, 715. Mediolanenses (sost.) : P. I n. 481, P. II n. 611 (numerus Victricium Me¬ diolanensium). Mediolanensis (agg.): p. 334; P. II nn. 190, 346, 348, 419 (ludaei M.). Mediolanum (o Mediolanium) : vd. Mi¬ lano. Mediterraneo: pp. 207, 291, 427 (M. orientale) ; P. I n. 100 (Mediterra¬ neum) . Μεδόακος: P. I n. 415. Megara : p. 560. mei (miele) : pp. 414, 433 ; P. I nn. 409, 411, P. II nn. 519, 525, 560; vd. pure apicultura. Melania Iuniore (S.) : pp. 137, 171, 286; P. I n. 282, P. II nn. 219, 590. Melania Albina Ceronia : P. II n. 219. Melanius : vd. Milanius. Meldola (Forlì) : P. I n. 232. Melitius, ppo. It. nel 412: P. I n. 178. Melleus, suhdiaconus: P. II nn. 111, 619. Memmius .Vitrasius Honorius Orfi- tus : vd. Orfitus. Menturnense territ. : p. 563. mercans (sost.) : P. I n. 126. mercator: pp. 42, 91 (m. diversarum specierum)t 106, 115, 116, 346, 221, 222, 223, 226, 230, 275, 276, 289, 290, 342, 348 (mercatores peregrini), 403 im. frumentarii), 514, 517; P. I nn. 83, 276, 288, 291, 345, 357, 366, 371, P. II nn. 28. 31. 70, 73. 421. 424.
Indice dei nomi e delle cose notevoli 683 mercenarius : p. 63; P. I n. 154. Mercurinus Auxentius: vd. Auxen- tius. Merocles, vescovo di Milano: p. 287. Mesopotamia: pp. 362, 364 , 365 (tav. I), 367 (tav. III), 380, 381; P. H n. 449. Messala, ppo. It. nel 399-400: P. I un. 146, 403. Messina (Stretto di) : p. 477. metrete (misura di capacità): P. II η. 505. metatus : P. II un. 80, 632. metropolis: P. I n. 209. mezzadro: pp. 123, 133. Micauri palus: P. II nu. 525, 557, 634. Michele Atteliate: P. II un. 440, 505. Micinas Augusti, possessio : p. 562. miglio (cereale) : vd. milium. Milanese, territ.: p. 490; P. I n. 111. Milanius (o Melanius) : P. II n. 616. Milano (Mediolanum o Mediolanium) : pp. 10, 16, 28, 29, 30, 47, 50, 54, 80, 82, 99, 100, 106, 115, 122, 127, 133, 138, 142, 166, 168, 180, 185, 186, 190, 191-192, 198, 254 , 277, 286, 287 (civitas Mediolanensis) f 327, 475, 501, 511, 535, 538, 539, 540, 541, 565 ; P. I nn. 18, 28, 37, 101, 111, 118, 119, 122, 125, 131, 132, 146, 189, 209, 210, 216 (Μεδιόλανος), 224, 230, 232, 239, 248, 269, 311, 318, 327 , 344 , 346, 371, 389, 423, 472, 481 (Mediolanensium urbs), 483, 488, 560, 561, 587, 608. 026, P. II nn. 191, 194, 196, 206, 219, 238, 279, 285, 299. 346 (Mediolana), 419, 791, 810, 816, 828. Mileto: P. II n. 4S4 (Esicliio di M.). miliarense (moneta): p. 559; P. II n. 457. militares viri (o milites, soldati) : pp. 318, 343, 394, 457 (m. numeri Feli¬ cium Per soar miniorum), 454 (stan¬ ziamenti di militari-agricoltori), 518, 521, 525 (paghe), 550 (idem); P. I nn. 122 (proprietà terriere), 403 (i- flem). P. TI nn. 269 (paghe), 333, 346, (speculazioni), 590; vd. pure truppe comitatensi e palatine. militia : Γ. I nn. 118, 403. milium (miglio), cereale: p. 491; P. 491; P. II n. 547. millena (unità d’imposizione fiscale) : p. 215; P. I nn. 30, 371, P. II n. 28. mimi : P. I nn.- 234, 321 (mimae). Mincius (Mincio): pp. 286, 541; P. I n. 54. miniere : pp. 389 (ni. aurifere), 552 (m. di ferro e di oro); P. I n. 626 (m. private), P. II n. 482 (m. aurifere della Transilvania) ; vd. pure auri¬ fodinae, ferrariae. minister mensae (schiavo): P. I η. 600. Minnulus, chierico ariano : P. II nn. 570, 613. Minturno : p. 563; vd. pure Mentur- nense territ. Minusio: p. 528. Mis n : P. I n. 297. misure protezionistiche: pp. 113, 179. Mithra (Mitra) : P. In. 316. Mocomero (Mocomeria, Fiorenzuola d’Arda): p. 498; P. II n. 799. Modena; vd. Mutina. Modenese, territ. : pp. 190, 492, 494. 503, 533; P. I n. 162. P. II nn. 573, 820. modio castrense (modius castrensis ο kastrensis): p. 427; P. II nn. 404, 407, 436, 437, 471, 564, 585. modio castrense (modius castrensis o kastrensis): p. 427; P. 425; P. II 339, 361, 362, 383, 384, 385, 387, 395, 405, 416, 419, 420, 423, 427, 429, 439, 440, 474, 485, 515, 525; P. I nn. 102, 105, 173, 338, 364, 421 (modio e rutellum, raffigurazione), 430, 505, P. II nn. 16, 123, 126, 154, 176, 178, 242. 243, 244, 245, 246, 247, 248, 251, 252, 290, 342, 404, 407, 408, 427, 436, 437, 440, 441, 442, 443, 444, 445, 447, 419 (modio e μέτρον), 450, 451, 453, 471, 472, 477, 489, 538, 539, 547, 564, 572, 585, 645, 650, 659, 715, 739, 753.
081 Economìa e società nell’« Italia Annonaria » μόδιος έπιχώριος (provinciale, siriaco): P. II η. 449. modius maior : pp. 216, 217, 240, 257, 258; P. II nn. 36, 147, 150, 408. Moesia Superior: p. 544. mola aquaria (mulino) : pp. 69, 314 ; P. I nn. 171, 173, 176 '{μύλος), 247. Molbius Pons (Ponte Milvio) : P. II n. 346. Molas, fundus : p. 562. molendinarii : P. I n. 173. monetarius: p. 493; P. II n. 822 (Lo- pulus). Monfalcone, castello presso Salmour: P. I n. 156. Monginevro (Mons Matronae) : p. 540, P. II n. 199. monilia {ornatus, gioielli) : pp. 426, 439 ; P. I nn. 226, 601, 626, P. II n. 582; vd. pure oro, pietre preziose. monopolium (tassa): p. 213; P. II nn. 17, 52. Mons Matronae : vd. Monginevro. Montanarius: p. 281. Montanus, v. c., notarim sacri vestea- rii : P. II nn. 570, 616. Montbouy (Francia) : P. II n. 828. Monteveglio (Bologna) : P. II n. 820. Montmaurin : P. I n. 310 (villa ro¬ mana). Montorfano: p. 528. Monza: pp. 497, 501; P. II nn. 793, 812, 816. Monzese, territ. : p. 490. Morava : P. II n. 8. Moricone: pp. 562, 563. Mornago (Varese): P. I n. 232. Muci ager: p. 562. Muci massa : p. 563. mulino: vd. mola. Munari: P. II nn. 786, 789. Mundus: P. II n. 8. munera: pp. 322 {m. sordida et extra¬ ordinaria)·, P. I nn. 84 (idem), 344 (m. publica), 403 (m. sord. et extr.), P. II n. 10 {idem). municipes : P. II nn. 279, 477, 619 (Sar- senates m.). Mur (isola alla confluenza della Sava col Danubio) : P. I n. 30. mura tarde : pp. 79 (restringimento della cerchia), 80 {idem), 332 (spese per m.), 534 (di Susa e Bologna); P. I nn. 191 (di Vercelli), 195, (di Parma, Piacenza, Bologna), 197 (ri- costruzione di m., restringimento della cerchia), 212 (ricostruzione di m. ), P. II nn. 205 (di Ticinum), 355 (spese per m.). murex : P. II n. 419. Murinas, massa : p. 563. Mursa : p. 536. mutatio: P. I n. 128, P. II n. 206. Mutina (Modena) : pp. 61, 62, 79, 169, 482; P. I nn. 50, 145, 150, 161, 189, 196, 201 {Motina), 494, P. II nn. 570, 820. mutuo (mutuum) : pp. 197, 198, 212, 227, 261; P. I n. 596, P. II nn. 133, 179, 547 (m. in denaro e in natura, tassi di interesse); vd. pure fenus, usura. μύλος: vd. mola. Myrtus, fundus: vd. Anniana sive Myr¬ tus, fundus. Μυσοί : P. I η. 297. Nabuthae: p. 26. Nanderit: P. II η. 613. Nantes: p. 189. Napoletano, territ.: p. 262; P. II n. 159 {Neapolitanum territorium). Napoli (Neapolis): pp. 312, 537, 553, 563; P. I nn. 173, 197, 525, P. II nn. 73, 279, 312, 346, 352, 642. Narbo (Narbona) : P. II n. 163. Narbonese (Gallia Narbonese) : P. I n. 173. nardo: p. 563; vd. pure aromi. Narsete: p. 477; P. I n. 216, P. II nn. 557, 718, 724, 728. Naso (-onis), corrisp. di Plinio il Gio¬ vane: p. 534. Natale: P. II n. 780.
Indice dei nomi e delle cose notevoli 683 Natalia: pp. 493, 494; P. II n. 794. Natalia, moglie di Alchis e figlia di Gisulfus: P. II nn. 805, 814. Natisone: p. 103; P. I n. 268. nauclerus: pp. 216, 222, 230, 266, 291, 292, 301, 353, 472; P. I n. 417, P. II nn. 54 (naucleri spagnoli), 242, 247, 407 ; vd. pure navicularius. naulum : pp. 292, 342; P. II nn. 35, 240, 403, 407. nauta : pp. 258, 275, 346, 549, 550, 551; P. II n. 408. navicularius : pp. 50, 131, 132, 149 (cor¬ pus naviculariorum), 216, 222, 223, 232, 273, 292, 350 (corpus n.), 456 (V. h. Leo), 518; P. I nn. 349, 350 (idomini navium), 357, 358, 371 (cor¬ pus n. : compensi), 472, 483, 628 (di Alessandria), P. II nn. 53 (della Campania, Lucania e Tuscia), 54, 55, 57, 58 (n. corporati), 69, 167, 238, 405 (n. maris Hadriatici), 407, 569 (V. h. Leo), 613 (idem), 616; vd. pure functio navicularia. navis (nave, navigium): pp. 104 (n. onerarie), 105 (idem), 258, 266, 275, 282 (n. onerarie), 284 (naves pe¬ regrinae), 290, 293 (tonnellaggio), 299, 312, 346, 348, 351, 352 (n. pere¬ grinae), 384 (tonnellaggio), 467, 470, 518, 519 (padroni di n.), 521 (idem), 548; P. I nn. 83, 173 (n. a pale), 266, 271, 314, 350, 409, 430 (ναυς), 444, 461, 474 (naves Africanae), 505, P. II nn. 6, 8, 42, 73 (naves com¬ mendatae), 154, 184, 194, 206, 231, 243 (tonnellaggio), 346, 404, 407, 408, 417, 421, 593, 650; vd. pure dromones, exculcatoria, trireme, flotta. Nazario (S.), chiesa di Diano Marina : p. 527. Nazianzio : P. Il n. 476 (Gregorio di N.). Neapolis: vd. Napoli. negotians (sost.) : pp. 50 (n. vinarius), 96, 133, 227, 232, 271, 298, 306, 311, .333, 356, .357, 384, 515, 518, 519; P. I nn. 345, 350, 364, 367, 419 (n. cor¬ porati), P. II nn. 35, 154, 427. negotiator: pp. 106, 111, 112, 113, 114, 115 (n. corporati), 126, 128, 132, 133, 134, 139, 151, 152, 171, 211, 212, 213, 214, 215, 216, 217, 218, 219, 222, 223, 224, 225, 226, 229, 231, 232, 233, 235, 256, 266, 274, 310, 311, 312, 321, 334, 343, 351, 352, 358, 464, 516, 518, 520, 521 ; P. I nn. 37, 241, 242, 276, 277, 291, 292, 322 (Graeci n.)y 333 (n. corporati), 344, 345, 357 (n. privati), 360, 366, 370, 371, 421, 604, P. II nn. 28, 49, 51, 52, 69, 70, 73, 75, 79, 179, 194, 395, 419, 421, 423, 611 (lotian- niSy n. Syrus), 641. Nemus, possessio: p. 562. Neo (-0NIS, Neone), vescovo di Raven¬ na : P. II n. 642. Nepi : p. 562 (Nepesina civitas) ; P. II n. 352. Nerone, imperatore: P. I nn. 358, 477. Nervii : P. II n. 564. Nicea: p. 197 (concilio di N.); P. I n. 627 (idem). Niceforo: pp. 6, 543; P. II n. 440. Niceta, corrispondente di Leone Ma¬ gno : p. 541. Nicomachi: p. 165; P. I nn. 330, 355, 472, 476, 478. Nicomano Flaviano : vd. Flaviano. Nilo (Nilus) pp. 159, 477; P. I nn. 348, 458. Nisibis : P. II n. 453. Nisida : p. 563. Nissa: pp. 194, 196, 199, 201; P. I n. 592. Nizjer (S.), vescovo di Treviri : p. 189. nobiles civitatis : P. II n. 367. Noe: P. II n. 735. Nola : P. I nn. 510, 525, 587, P. II nn. 9, 279. Nolano, territ. : p. 262; P. II n. 159 (Nolanum territorium). Nomentanum, territ. : p. 562. νόμισμα (nomisma): vd. solido. Nonantola: P. II nn. 807, 820.
686 Economia e società nell·'« Italia Annonaria » Norico: pp. 113, 114, 184, 440, 544; P. I n. 311, P. II nn. 225 (Νωρικός), 329. North Mendip (Somerset, Inghilterra) : P. II η. 828. Nostamnus, ebreo : P. II η. 73. notarius: pp. 101, 242, 565 (n. schiavi); P. I nn. 403, 461 (η. Africanus), P. II η. 147 (Pantaleo). notarius sacri vestearii : P. II nn. 570 (Montanus), 616. Notitia Dignitatum Utriusque Imperii : pp. 7, 63 (N. D. Occidentis); P. I nn. 1 (idem), 158 (idem), P. II n. 10 (idem). novalia: vd. nubalia. Novara (Novaria) : pp. 528, 536 ; P. I nn. 155, 240, 585. Novi Ligure: P. I n. 156. Noviciana colonia : P. II n. 520, 525. nubalia ( = novalia?) : p. 498. numerarii : P. II nn. 395, 598. numerus Felicium Per soar miniorum : p. 457. numerus Felicium Karennatum : p. 457; P. II n. 616. numerus Victricium Mediolanensium : P. II n. 611. Numidia: pp. 137, 362, 395; P. I n. 488, P. II nn. 164, 460, 564. nummus: pp. 381, 444 (n. eneo, e n. aureus), 445; P. II n. 452, 504, 548, 595 (nummus asper), 601. nundinae: p. 305; P. I n. 41 (turpes n.). nutrice: P. I n. 234 (ingenua). Nymfulas, possessio: pp. 562, 563. Nymphas, possessio: p. 562. oblatio : vd. collatio, praebitio. obolo (moneta) : P. II n. 505. obryziacus (o obriziacus, agg. riferito per lo più al solidus) : p. 449 ; P. 11 nn. 545, 581. obryzum aurum : P. II n. 149. obsencundatores sacrorum scriniorum : P. I n. 403. obsonatores: P. In. 234. obsonium : p. 317. obstetrices (schiave) : p. 565. Occidente : vd. Pars Occidentis. Oderzo (Opitergium) : P. I nn. 111, 155. Odoacre: pp. 277, 544, 549, 560; P. II nn. 10, 42, 80, 165. 352, 419, 422, 440. 469. Oenotrii: P. II n. 192. officiales (ufficiali) : pp. 236, 300 (pa¬ ghe), 301 (idem), 321, 513, 518, 525 (paghe); P. II nn. 44, 267 (paghe), 269 (idem), 457, 715. Oglio : pp. 286, 490, 492, 493, 494, 500, 501; P. II nn. 805, 814, 815. Οίκουβαρία (castello presso Bologna) : P. I n. 196. olera (legumi, ortaggi, verdura) : pp. 22, 181, 415; P. II η. 449; vd. pure asparagi, rape. oleum : vd. olio. Olibrio: vd. Olybrius. oliganthropia (o spopolamento, ο cri¬ si, declino, .regresso, calo demogra¬ fico) : pp. 56, 67 (delle campagne), 79, 124 (delle camp.), 276, 290, 296, 303 (delle città), 348 (di Roma), 388, 392, 404, 442, 478 (Ιταλία... έρημος ανθρώπων),489 (delle città e campa¬ gne), 516 (di Roma), 523 (delle camp.), 524-525; P. I nn. 164, 185, 193 (delle città), 247 , 452, P. II nn. 161, 194 (in Francia), 255 (in Cam¬ pania), 279 (delle città sicule), 387 (in Emilia), 411 (di Roma), 632, 746 (depopulati agri), 767 (depopulatae urbes, terra in solitudine vacans). 772 (delle camp.). Ouimpiodoro: pp. 8, 108. olio (oleum) : pp. 38, 112, 113, 114, 139, 148, 166 (o. fiscale), 171 (idem), 179, 181, 182, 184, 288 (o. fise.), 317 (i- dem), 342 (idem), 343 (idem), 345 (idem), 474, 531 (tecnica della pi¬ giatura) ; P. I nn, 28, 50 (olio cotto con assenzio, come antidoto contro le zanzare), 111, 165, 265, 266, 301 (esportazione presso i barbari), 388
Indice dei nomi c delle cose notevoli 687 (έλαιον), 401, 480 (olei penuria). 558 (orcae olei, olio come illuminan¬ te), 559, 563, P. II nn. 208, 230, 281, 395, 396, 421, 449, 491, 547, 640, 641, 771. 780; vd. pure industria, pro¬ duzione olearia. olitor : P. I n. 319. olive: p. 114; P. I n. 111. (»liveto (olivetum, coltivazione dell’oli¬ vo, olivi) : pp. 21, 154, 177, 180, 181, 182, 184, 323 (Palladiae silvae), 342, 433, 446, 494, 498 (olivetum, olivae), 501, 502 (olivetum, olivetallum) ; P. I nn. 113, 528 (oletum), 550, 559, P. II nn. 316, 534, 570 (taleae oliva- rum), 573, 581, 582, 797, 817, 819. Oltre-Ρο : p. 495. Όλύβριος: p. I n. 282. Olybrius, consulari8 Tusciae nel 370: P. I n. 371. Olybrius (Q. Clodius Hermogenianus Olybrius), pii. nel 368-370: p. 157; P. I nn. 334, 448. Olybrius di Ravenna: P. II n. 387. ’Ολύμπιος: p. I n. 282. όμολογία (termine della tecnica cre¬ ditizia): P. I n. 626. Onorato, vescovo di Novara : P. I n. 240. Onorio (Honorius), imperatore : pp. 57, 72, 144, 151, 153, 163, 165, 166, 168, 171, 172, 393, 537, 540; P. I nn. 37, 132, 134, 146, 151, 173, 178, 258, 270, 403, 423, 472, 481, 589, P. II nn. 75, 238, 276, 279, 590, 828. opera publica : pp. 331, 333. operae (corvées) : pp. 247, 411, 414, 515 ; P. II nn. 116, 519, 528 (o. aratoriae, messoriae y sartoriae) y 560. operarius (operaio) : pp. 62, 63, 547 ; P. I nn. 329, 338 (operarii rustici, costo del loro mantenimento e pa¬ glie), 367, P. II n. 591 (operai ur¬ bani); vd. pure salariati. Opimius (Lucius Opimius), cos. nel 121 a. C. : P. II n. 502. Opitergium : vd. Oderzo. oppidum : p. 546; P. I nn. 62, 143, 191, 196, 209, P. II n. 387. optio numeri Victricium Mediolanen¬ sium : P. II n. 611 (Adquisitus). opulentus (sost. = grande proprieta¬ rio) : p. 26. Orazio : p. 12 (imitazione di). Oreste: pp. 276, 544. Orfito (Memmius Vitrasius Honorius Oreitus), pu. nel 353-356 e nel 357- 359 : pp. 45, 53, 156; P. I nn. 96, 108, 317. Orlano Ticino: P. I n. 232. Oricus, praeses Tripoli tantae : P. II n. 125. Oriens (= Diocesi d’Oriente): P. II n. 404; vd. pure Pars Orientis. orientales merces: P. I n. 241; vd. pu¬ re aromi, balsami, unguenti orien¬ tali, nardo, pepe, spezie, porpora, seta, tessuti preziosi, pluviales sy- riae, pietre preziose, generi di lusso, transmarinae deliciae. Oriente: pp. 19, 389, 514; vd. pure Pars Orientis. Origene : p. 13 ; P. I n. 19. Origenes : vd. Aurigenes. origo: p. 66. Orléans; P. I n. 627 (concilio di O.). Ormisda, papa : P. 1 n. 235. oro (aurum, riserve auree) : pp. 56, 93, 107, 108, 171, 178, 196 (riserve del¬ la Chiesa), 198 (o, monetato), 199 (riserve), 213, 258, 277, 284, 288, 300, 310, 324, 342, 352, 355, 357 (riserve), 358 (idem), 361, 365 (tav. I), 366 (tav. II), 367 (tav. Ili), 381, 382, 383, 385, 387, 388, 389, 390, 391, 393, 394, 395, 396, 397, 398, 400, 401, 403. 405, 412, 415, 423, 441 (emorragia verso rOriente), 443, 448 (riserve), 453, 473, 497, 498, 499, 501, 503, 512 (circolazione aurea), 514 (drenaggio verso l’Oriente), 517, 518, 521, 522. 525, 534, 543, 544, 545, 546, 547, 548, 549, 552. 559, 560, 561, 564, 565; P. I nn. 73, 89, 226, 232, 235, 255, 277, 278, 279, 282, 328, 338, 345, 366, 401,
(>88 Economia e società nell'« Italia Annonaria » 559, 601, 605 (χρυσός), 625 (riserve), 626 (idem), 628 (idem), 631 (χρυσός), 632, P. II nn. 70, 77, 87, 134, 149, 154, 193, 196, 210, 267, 294, 331, 346, 407, 421, 422, 424, 427, 431, 436, 437, 439, 440, 445, 446, 448, 449 (χρυσός), 456, 457, 458, 459, 460, 462, 463 , 466, 46S, 469, 471, 477, 484 (tributi ai bar¬ bari), 487 (riserve auree dello Sta¬ to, penuria), 491, 493, 494, 500, 502, 504, 505, 535, 553, 582, 590, 604 (ri¬ serve), 605 (tesoretti), 635, 641, 650, 713 (tributi ai Franchi), 828 (ripo¬ stigli di monete d’oro); vd. pure aurum glebae e tironicum, monilia, obryzum aurum, solidus, tremisse, vasellame prezioso. Orosio: p. 5; P. I nn. 488, 499, 505, P. II n. 622. Orso, vescovo di Ravenna: P. I η. 273. orzo: pp. 180, 491, 558; P. II nn. 42, 453, 505, 539. Osiris Farius: P. II n. 163. Ostia (Hostia) : pp. 149, 150, 155, 156, 562; P. I nn. 350, 409, 439 (zecca di O), P. II η. 404. ostriche (ostrea) : P. I nn. 242, 310 (bacini, vivai), P. II η. 393 (alle¬ vamenti); vd. pure piscinae. Ostrogoti: pp. 355, 543; P. I η. 1, P. II nn. 8, 280, 422; vd. pure Goti. Otranto: vd. Hydrus. Ouche (fiume della Francia) : p. 52. ora (uova): pp. 414, 433; P. II nn. 519, 525, 560. Pacato: p. 537. Πακείφικος, v. li. : p. 457. Pacomio (S.) : P. II nn. 447, 450. pactum nudum : P. II η. 505. Padova : vd. Patavium. Padum: vd. Po. paganus: P. II nn. 132, 613. pagus : pp. 31, 331; P. I nn. 143, 149. pagus Painate (?) : P. II n. 545. Παίονες: P. I n. 297. palatina praerogativa : P. I n. 403. palatini : p. 133; P. I n. 403; vd. pure truppe palatine. palatinus sacrarum largitionum : pp. 436 (Deusdedit), 457 (idem); P. II nn. 581 (Eugenius), 616 (Deusdedit), 625 {idem). palatium: P. 1 nn. 240 (dimora signo¬ rile difendibile), 273 (p. Constanti- nopolitanum), P. II nn. 205 (a Ti¬ cinum), 245 (a Roma), 598 (p. Con- stantinop.), 645 (idem) ; vd. pure Sacrum Palatium. Palazzo Pignano (Crema) : P. II n. 219. Palestrina: p. 398; P. I nn. 240, 341, P. II n. 590. Palladio: p. 531; P. I n. 172. Palladio Elenopolitano : p. 564. Pallas : p. 303. pallium coopertorium: P. II n. 590. paludi (paludes, acquitrini, terre o zo¬ ne paludose o acquitrinose) : pp. 30, 31, 32, 44, 263, 408, 409, 417, 424, 429, 446, 458, 460, 470, 493, 496, 499, 500; P. I nn. 50, 54, 161, 162; P. II nn. 162, 519, 525, 542, 556, 557, 573, 582, 597, 613, 743. palus Micauri : vd. Micauri palus. palus Pampiliana : vd. Pampiliana palus. Pammachius, corrisp. di Gerolamo : P. I nn. 30, 452. Pampiliana palus : P. II nn. 525, 556, 634. panicum (panico) : pp. 308, 309 (pani- cium), 329, 336,'491; P. II nn. 292 (,panicium), 347. panis popularis (pane fiscale): pp. 38, 120, 138, 158, 295; P. I n. 319 (panis populi), P. II n. 289 (panis gradi¬ lis). Pannonia: pp. 113, 114, 160, 534, 536, 541; P. I nn. 30, 72 (P. Secunda), 196, 311, 452, 456 (Pannoniae), 516. Panormense territ. : vd. Paramnense territ. Panormitanus (agg.) : P. II n. 73 (de¬ fensor).
Indice dei nomi ( delie cose notevoli 08i) Panormum : vd. Palermo. Pantagia : p. 560. Pantaleo (-onis), notarius: P. II n. 147. Pantanaso di Arcagna: P. II n. 805. pantapolae : pp. Ili, 121; P. I n. 322. Pantio (-onis), caballarius : P. II n. 107. Paolino, diacono di Milano: p. 28; P. I nn. 41, 42, 488, 494. Paolino Iuniore (Flavius Decius Pau¬ linus Iunior), cos. nel 534 : P. II nn. 545, 56Θ, 570. Paolino, vescovo di Nola : P. I nn. 329, 350, 525, 587; P. II n. 9. Paolo: vd. Paulus. Paolo Diacono; pp. 8, 9, 78, 181, 294, 302, 406, 407, 479, 480, 483 , 482, 484, 485, 486, 487, 488, 489; P. I nn. 143, 189, 235, 499, 510, 554, P. II nn. 245, 638, 721, 766, 770. Paolo, giureconsulto : P. I n. 358. Paperiano; P. I n. 111. Papia: vd. Ticinum. Papiano: P. II n. 107. Papias: P. II n. 107. papiro (pianta): p. 563; P. I n. 241. Paramnense (= Panormense?) territ. ; p. 563. parangariae ; p. 322; P. II n. 328. paraveredi; pp. 317, 320. 322; P. II nn. 313, 328. Parenzo: p. 84. Parma: pp. 62, 76, 80, 498; P. I nn. 195, 196, 202, 212; P. II n. 570. Parmenianus: P. I n. 488. Parmense, territ.: pp. 490, 492, 494; P. I n. 50, P. II n. 813. μ πάροικον {= incoia, in senso giurid.):,* P. I n. 325. j;i pars indominicata (o parte dominica- '- le) delle tenute: pp. 411, 496; P. II nn. 519, 522, 639. Pars Occidentis (Occidente) ; pp. 1, 3, ΐ 5, 7, 1«, U, 19, 23, 137, 144, 166, 174,1 182, 362, 382, 384, 390, 395, 441, 466, | 514, 518, 522, 537, 542; P. I nn. 23,1 | 37, 67, 216, 282, 425, 632, P. II nn.® i 17, 114, 139, 231, 450, 452, 642, 650. Pars Orientis (Oriente) ; pp. 3, 4, 7, 19, 29, 73, 105, 144, 156, 163, 174, 195, 199, 212, 287, 318, 380, 382, 389, 441, 448, 466, 467, 477, 514, 543, 549, 565; P. I nn. 20, 23, 30, 37, 113, 226, 235, 366, 371, 444, 507, P. II. nn. 14, 41, 70, 87, 114, 149, 229, 238, 299, 406, 407, 418, 435, 440, 469, 490, 501, 642, 650. Paschasius, vescovo di Napoli : P. II n. 753. pascoli {pascua, pasture) : pp. 22, 30, 177, 178, 303, 397, 402, 409, 423, 433, 459, 492, 493, 496, 497, 498, 499, 500, 501, 502, 503, 504; P. I nn. 423, 532, P. II nn. 316, 329, 523, 545, 550, 569, 581, 611, 634, 639, 724. pastores: P. II nn. 164 {servi p.), 709 (suddiacono pastore), 724. pastorizia (allevamento) : pp. 314, 425, 433, 442, 523; P. II n. 387; vd. pure asini, boves, cavalli, greggi, peco¬ re, sues, vaccae. pasture: vd. pascoli. Patavinum territ. ; P. II n. 525. Patavium (Padova) ; pp. 407, 541; P. I nn. 155, 156, 212, 415; P. II n. 528. Paterius (Flavius Patherius), v. c., cos. nel 443. p. 558. Paternum, possessio; p. 562. Patras, possessio : p. 562. patricius (patrizio) : p. 540 (Ezio) ; P. I n. 520 {idem), P. II nn. 149 {Boe¬ thius), 162 {Decius), 333 {Boethius), 718 (Narsete e Valerianus). patrimonio regio: vd. patrimonium principis. patrimonium ecclesiae (patrimonio ec¬ clesiastico) : pp. 105 (eccl. Raven¬ natis in Sicilia), 237 {eccl. Roma¬ nae in Sicilia), 239 {idem), 240 {i- dem), 241 {idem), 249 {idem), 253 {patrimoniolum eccl. Rom. ad Ar¬ ies), 254 {eccl. Rom. e eccl. Rav.), 256 {eccl. Rom.) ; P. I n. 273 {eccl. Rav.). P. II nn. 98 {eccl. Rom.), 124 {patrimoniolum eccl. Rom. ad 44. L. Ruggini
G90 Economia e società nell’« Italia Annonaria » Arles), 153 (eccl. liav.); vd. pure rector patrimonii. patrimonium principis (o imperiale, ο regio, o demanio imperiale): pp. 157, 209, 225, 229, 299, 302, 551 (co¬ mes patrimonii) ; P. I nn. 87, 366, P. II nn. 10, 165, 531. patrocinium (patronato, tuitio) : pp. 188, 189, 227, 513; P. I nn. 37, 241 (p. al lavoro artistico), 366, P. II nn. 68 (da parte di villici), 70 (pa¬ trocinium, commendatio), 522 (da parte di villici), 620. patronus (patrono) : pp. 85, 173 ; P. I n. 389 (= avvocato), P. II n. 111. Patruinus, corrisp. di Simmaco: P. I n. 484, P. II n. 276. Paulina, corrisp. di Gerolamo : P. 1 nn. 30, 452. Paulinianus, corrisp. di Gerolamo: P. I n. 19. Paullo (Casina), ant. Castrum de Pau¬ le: P. I n. 162. Paulus: vd. Paolo. Paulus (Paolo), discepolo di Hilarus di Galeata: p. 331; P. II nn. 323, 387, 600. Paulus, v. st.: p. 335; P. II n. 376. Paunina (o Paonina), fundus: P. II nn. 570, 616. pauper ( = piccolo proprietario) : pp. 26,· 52, 95, 195, 201, 202, 520; P. I nn. 37 (pauperculi), 252, 255, 261, 600, 626. Pavese, ter rit.: pp. 492, 493; P. II nn. 640, 813, 826. Pavia : vd. Ticin u m . Pavullo: P. I n. 162. pecore: pp. 186, 561; P. II nn. 117, 124, 709. pecuarii corporati: p. 313; P. II n. 306. peculium servile : P. II nn. 107, 111, 112 (πεκούλιον), 124, 619. pecunia : pp. 24, 268; P. I nn. 41, 211, 242, 255, 360, 371, 559, 596, 598, 600, 601, 604, P. II nn. 51, 75, 125, 196, 223, 355 (pecuniae sitonicae), 419, 547, 642. pecunia traiecticia: vd. fenus nauti¬ cum. pedagoghi: P. I n. 234 (schiavi). Pelagio I (Pelagius), papa: pp. 244, 359, 413, 442, 561; P. I n. 1, P. II nn. 108, 111, 229, 609, 619, 631, 718, 738. Pelagio II (Pelagius), papa : P. II n. 736. Pelagius (Pelagio), ppo. : pp. 277, 544; P. II nn. 80, 188, 352. Pelagius, sorvegliante di giumenti fi¬ scali : P. I n. 293. Pellagia, badessa di S. Giovanni in Lodi: P. II n. 805. pelles rubricatae (o coccineae): p. 105; P. I n. 473, P. II n. 484. Penestrinum (= Praenestinum) ter- rit. : p. 563. pensio: pp. 210, 240, 241, 247 (pensio o pensum). 248, 252, 253 (p. in de¬ naro; capita pensionis), 258, 260 (caput pensionis), 410, 413, 561; P. II nn. 104, 114, 116, 119, 123, 124, 132, 135 (in denaro), 151, 153, 530, 531 (praestatio, pensio), 533, 593, 598; vd. pure affitto. pensio annonaria : P. II n. 164. penus (cella penaria) : vd. cellarium. Peoni : P. I n. 297. pepe: P. II n. 484; vd. pure spezie. perceptor: vd. susceptw. Percilianus fundus: p. 562. peregrinus (agg. e sost.) : pp. 110, 116, 118, 120, 121, 122, 124, 126, 133, 138, 141, 146, 156, 158, 161, 284 (commer¬ cia p.), 288, 290, 304, 305, 340 (p. emptores), 342 (idem), 344 (idem), 348 (idem), 349 (mercatores p.), 352 (naves p.), 435, 456, 465. 518 (naves p.); P. I nn. 288, 317 (ξένοι), 318, 321, 325, 334, 378, 395, P. II nn. 56, 206 (p. terra), 210, 229, 294 (empto¬ res p.), 358, 402 (idem), 421, 424 (commercia p.), 434 (p. insulae) ; vd. pure ξενηλασία, ξένος.
Indice dei nomi e delle cose noie eoli G91 Peregrinus, v. st. : P. II nn. 545, 613, 616. perfectissimus : vd. %ir perfectissimus. pergamena : P. I n. 241 (membranae, pelles). permuta: p. 407 (strumento di p.). perpetuarius : P. I n. 366, P. II mi. 102, 274. persiceturn: p. 433; P. II mi. 534, 598. Persoarminii : p. 457 (numerus Feli¬ ci urn Per soar minio rum). pertica decempedale romana : P. I n. 113, P. II nn. 124, 786. . pertica iugialis : P. II nn. 123, 786, 805, 819. pertica longobarda (germanica), dode- cempedale: P. II nn. 786 (p. legi¬ tima), 789, 790, 792, 796, 798, 801, 811, 824. pertica quadrata longobarda (= 1/4 di iugero longobardo) : P. II n. 786. Pescara : P. I n. 417. pestilenza (o epidemia, infirmitas, lues, morbus, mortalitas, pestis, pestilentia)', pp. 158, 171, 172, 174, 175, 276, 388, 396, 404, 406, 445, 466, 467, 468, 471, 474, 476, 477, 478, 479 (pestis inguinaria), 480, 482, 483, 484 (pestis inguinaria), 485, 486, 487, 488, 489, 516, 524, 538, 539, 543; P. I nn. 452, 510, 513, P. II nn. 9 (pesti¬ lentia = malaria), 346, 387, 453, 512, 657, 714, 721, 724, 727, 728, 730 (variola et profluvium ventris), 732 (infirmitas quae et glandula, cuius nomen est pustula), 733, 735 (pesti¬ lentia quam inguinariam appellant), 738, 739 (clades quam inguinariam appellant), 746 (p. inguinaria), 748 (idem), 750, 755, 756 (clades scabea- rum), 761, 833; vd. pure epizoozia. Petilianus: P. I. n. 488. Petronia (o Petrunia) : P. II n. 570. Petroniani· μ casale : p. 445. Petronio, vescovo di Bologna : p. 542. Petronius Maximus : vd. Maximus. Petronius Probus: vd. Probo. Πέτρος, r. h., colliciarius: p. 457. Petrunia: P. II n. 825; vd. pure Pe¬ tronia. Petrus : vd. Pietro. Petrus, defensor eccl. Ravennatis : p. 460; P. II nn. 613, 635. Petrus, subdiaconus, rector patrimonii Siciliensis eccl. Romanae: p. 238; P. II nn. 70, 73, 101, 164. Petrus Senior, vescovo di Ravenna : P. II n. 729. Petrus, vescovo: P. II n. 620. Petrus, v. st. : P. II n. 616. Pettorano sul Grzio: P. II n. 172. petza (appezzamento) : pp. 497, 498 (petzola), 499 (peciae, petzae) ; P. II nn. 790, 805 (petiola). Phospiiorius : vd. Symmachus (Lucius Aurelius Avianius Phosphoric s Symmachus). Piacentino, territ. : pp. 163, 490, 494, 497, 502; P. I n. 143, P. II nn. 580, 78G, 787, 790. Piacenza : vd. Placentia. Piano dell’Aguglia: p. 558. Piccolo San Bernardo: p. 190. Picenum (o Pycenum, Piceno) : pp. 474, 475, 477, 561 ; P. I nn. 1 (Pice¬ num Annonarium e Urbicarium), 100, 194, 431, P. II nn. 108, 124, 161. 215, 225 (Πικηνός), 346, 387(Πικηνός), 541; vd. pure Flaminia et Picenum Annonarium. Picenum vinum : P. I nn. 242, 604. Picta massa: p. 563. Picturas, fundus: p. 562. piede longobardo: P. II nn. 786, 796, 801, 802, 803, 804, 808, 811, 821, 822, 824. piede romano : P. II n. 124 (p. qua¬ drato), 786. Piemonte; pp. 29, 114, 495, 535; P, I n. 143. plene dei fiumi (inondazioni, diluvia, inundationes) : pp. 169 (It. Sett.), 170, 466, 469 (Po), 471, 477 (Nilo), 480 (Tevere e fiumi padani), 481 (Rodano e fiumi padani), 482, 485; P. I nn. 162, 189, 494, 495, P. Il
Ü92 Economia c società nell'« Jtalia Annonaria » un. 257, 668 (Po), 683 (territorio a- relatense), 743, 755, 756, 762. Pierius (Pierio), v. i. et m. : p. 560. pietre preziose (gemme) : P. I nn. 226, 232, 241 (commercio dei topazi), P. II n. 419. Pietro : vd. Petrus. Pietro Crisologo : pp. 16, 52, 99, 535, P. I n. 255, P. II il. 633. Pietro (S.) in Mavinas, chiesa di Sir¬ mione: P. II n. 809. Pietro (S.), chiesa di Varsi: p. 491; P. II nn. 786, 787, 788, 790, 792, 825. Pietro (S.), oratorio : P. II n. 124. pieve rurale : p. 527. pignus : p. 26; P. I nn. 598, 601, 608, P. II n. 138. pimentarius : p. 452; P. II n. 545 (lohannes). pincerna: P. I n. 234. Pinianus, marito di Melania Iuniore: p. 171; P. I n. 282, P. II nn. 219, 590. Pinianus (Valerius Pinianus), pii. nel 385-387: p. 162. Pipino: P. II n. 767. Pisaurum : P. I n. 417. piscator (pescatore di professione) : pp. 91, 549, 553 {piscatores veneti) ; vd. pure industria peschiera. piscinae (vivai di pesci e ostriche) : P. II n. 393. Pisidia: P. II nn. 176, 477. pistacchio (pianta di) : P. II n. 582. pistor : p. 553 {pistores corporati) ; P. I n. 108 {p. Terentius), P. II n. 289. pistrinum: P. II n. 289. Pino (-oms), V. h. : P. II n. 570. pittacium (= cautio): P. II η. 466. ΡιτζίΑ, comes: P. II η. 8. Placentia (Piacenza): pp. 59, 61, 76, 276, 491, 498, 499, 542, 544; P. I nn. 338 (Πλακεντία), 343, 145, 156, 195, 196, 469, 587, P. II nn. 219, 357, 387, 786, 787, 799, 818, 825. Piacentinus (agg.) : p. 326 {ripa Padi) ; P. II n. 206 {idem). Platea : P. Il n. 172. plebe : vd. populus Romanus. Plinio il Giovane: pp. 32, 534; P. I nn. 265, 531. Plinio ir Vecchio; pp. 21, 35, 47, 184, 398, 539; P. I nn. 110, 172, 554, P. II n. 502. Plotino : P. I n. 18. plumarius: P. I n. 319. PLUTARCO; P. 59. pluviales syriae exornatae: p. 105; P. I n. 273. Po (Padum, Eridano) : pp. 62, 80, 102, 163, 282, 286, 462, 481, 490, 492, 538, 541, 551, 553; P. I nn. 1, 54, 143, 149, 162, 189, 196, 311, 323, 411, 469, 494, 495, P. II nn. 195, 206, 357 (lavori di arginatura), 387, 394, 640, 668, 813; vd. pure Oltre-Ρο, Valle Pa¬ dana. Pola : p. 84. Polemius, ppo. Illyrici et Italiae nel 390: P. I nn. 210, 211. Polensis (agg.) : P. II n. 620 {Anto¬ nius, vescovo di Pola). Polibio: pp. 21, 148, 405, 534; P. II nn. 227, 306, 477, 505. Pollentia (Pollenzo) : p. 538; P. I nn. 355, 158. poma : P. I nn. 552 (esportazione per mare), 604, P. II n. 162. Ρομβία : p. 493; P. I n. 793. pometi (pomifera) : pp. 420, 433, 494, 500, 503 {terra eum pomìfferis) ; P. I n. 268, P. II nn. 534, 545, 570, 573, 581, 611. Pompei : P. I n. 563 (illuminazione notturna), P. II n. 404. Pompeiano (Gabinius Barbarus Pom¬ peianus), proconsul Africae nel 400, pu. nel 408-409: p. 171; P. II η. 75. Pomponio, giureconsulto : P. I η. 325. Ponte Milvio: vd. Molbius Pons. populus Romanus (o plebe di Roma, o Romani) : pp. 38, 100, 224, 396, 403, 485, 516, 541; P. I nn. 107, 108, 326, 314, 317, 334, 353 {Quirites), 360, 395, 401, 409, 444, 457, 464, 472, 478,
Indice dei nomi e delle cose notevoli 693 501, P. II nn. 154, 243, 245, 289, 499, 728. porcarius: P. II n. 639 (guidrigildo); vd. pure magister porcarius e sotto¬ por cario. porpora {purpura): pp. 171, 552; P. I n. 255; vd. pure murex. porta Sessoriana: vd. Sessoriana paia. Portiana, basilica di sfilano: vd. Ba¬ silica Vetus. portitor: pp. 238, 309; P. II un. 93, 123. Porto (Portus) : pp. 147, 171, 175; P. I un. 349, 357, 409, P. II nn. 324, 346, 421. Portogruaro: pp. 495, 503; P. I n. 111, P. II nn. 805, 821, 823. Portus Augusti: p. 156; P. I nn. 314. 444, 461. possessio : pp. 26, 67 (p. tributaria), 430, 447, 562, 563; P. I nn. 34, 37, 48 (p. tributaria), 122, 125, 165 (p. tributaria), 229, 344 , 345 , 366, 532, 596, 601, P. II nn. 114, 124, 164, 195, 346, 387, 593, 735. possessio Ad Centum: vd. Ad Centum, possessio. possessio Afilas : vd. Afilas, posses¬ sio. possessio Amartiana : vd. Amartiana possessio. possessio Anglesis : vd. Anglesis pos¬ sessio. possessio Angulas: vd. Angulas, pos¬ sessio. possessio Aqua Tutia : vd. Aqua Tutta, possessio. possessio Aranas : vd. Aranas, posses¬ sio. possessio Augusti: vd. Augusti pos¬ sessio. possessio Balneolum: vd. Balneolum. possessio. possessio Cimbriana : vd. Cimbriana possessio. possessio Cylonis : vd. Cylonis pos¬ sessio. possessio Cyriacae: vd. Cyriacae pos¬ sessio. possessio Disteriana : vd. Disteriana possessio. possessio Gauronica : vd. Gauronica possessio. possessio Grecorum : vd. Grecorum pos¬ sessio. possessio Herculi: vd. Herculi pos¬ sessio. possessio Horti : vd. Horti possessio. possessio Lacum Albanense: vd. Lacum Albanen se, possessio. possessio Lacum Turni : vd. Lacum Turni, possessio. possessio Macari : vd. Macari possessio. possessio Marinas: vd. Marinas pos¬ sessio. possessio Mediana: vd. Mediana pos¬ sessio. possessio Micixas Augusti: vd. Mici- XAS Augusti, possessio. possessio Nemus : vd. Nemus, posses¬ sio. possessio Nymfulas : vd. Nymfulas, possessio. possessio Nymphas: vd. Nymphas, pos¬ sessio. possessio Paternum : vd. Paternum, possessio. possessio Patras : vd. Patras, posses¬ sio. possessio Quirinis: vd. Quirinis, pos¬ sessio. possessio Sclina : vd. Sclina, posses¬ sio. possessio Septimtti : yd. Septimiti pos¬ sessio. possessio Sponsas : vd. Sponsas, pos¬ sessio. possessio Statiliana : vd. Statiliana possessio. possessio Sulfuratarum : vd. Sulfura¬ tarum possessio. possessio Terega: vd. Terega possessio. possessio Termulas : vd. Termulas pos¬ sessio.
m Economìa c società nell’« Italia Annonaria » possessio Tiberii Caesaris: vd. Tiberii Caesaris possessio. possessio Vicum Pisonis : vd. Vicum Pisonis, possessio. possessor: pp. 25, 29, 40, 43, 44, 75, 84, 85, 93, 96, 99, 108, 135, 142 (maio¬ res possessores), 143, 179, 181, 198, 202, 214, 215, 217, 218, 222 (medio¬ cres e. maiores p.), 226 (minores p.), 227, 229, 232, 268, 271, 277, 303, 304, 306, 308, 309, 310 (maiores e medio¬ cres p.), 312, 319, 320, 321, 322, 333, 339, 340, 342, 343, 351, 354, 357, 358, 403, 424, 453, 461, 472, 516, 518 (maio¬ res p.), 519, 520, 521, 535, 542; P. I nn. 34, 261, 284, 366, 367, 370, 371. 401, 405, P. II nn. 6 (p. Arclaten- ses), 10, 28, 35, 44 (maiores p.), 70, 73, 74, 80, 114, 149, 159, 178, 206, 223, 257, 259, 277 (minores e medio¬ cres p.), 288 (maiores e mediocres p.), 333, 342, 356, 367 (bonae opi¬ nionis p.), 391 (p. Veronenses), 395. 457 (possessor Lucanus et Brittius), 619, 622, 767. possidens (sost.) : P. I nn. 229, 405. Postumia Via: p. 530; P. I nn. 62, 156. Postumianus : P. I n. 344. Potaxia, fundus: p. 560. potens (sost.) : pp. 226, 304 (praepotens = ricchissimo proprietario), 305 (i- dem), 357 (idem) ; P. I n. 252. potentior (sost.) : pp. 188, 198, 227, 336, 337, 513; P. I nn. 37, 232, 255, 366, 587, 626, P. II n. 70. potior (sost. = dives, possessor) : pp. 26, 87, 134, 135, 146, 226; P. I nn. 242, 405. POVEGLIANO (PUPILIANUM O PUBII.IA- num, vicus nel Veronese): pp. 501, 503; P. II nn. 808, 824. Povoletto (Cividale) : P. II n. 807. Pozzuoli (Puteoli) : pp. 294, 563 ; P. II n. 246. praebendae: p. 268; P. II nn. 80, 236 (in specie e aderate). praebitio: vd. collatio. praebitio (collatio) tironum: p. 564; P. I nn. 48, 403; v. pure tiro, col¬ latio iuniorum. praedium : pp. 24, 53, 133, 195, 228, 301, 302, 334, 340, 359, 434 (p. rusticum), 445 (idem); P. I nn. 34, 119; 162, 371, 528, 601, P, II nn. 71, 77, 104, 125, 278, 358, 457, 609, 611 (praedia rustica urbanaque), 620 (praedia curialium), 631, 767. praedium Aroianum : vd. Argianum praedium. praedium Calonnae; vd. Calonnae praedium. praeemptio : pp. 284, 298. praefectura annonae : P. II n. 303. praefectura Italiae (Prefettura dTta- lia) : P. II nn. 10, 333 (praefecturae titulos administrantes), praefectura praetorii AfHcae (sotto Giustiniano) : p. 300. praefectura Urbis (prefettura urbana) : pp. 53, 116, 118, 119, 141, 156, 161, 170, 467; P. I nn. 82, 96, 108, 314, 316, 334. praefectus: P. I n. 469 (locum prae¬ fectorum servans, a Roma), P. II nn. 170, 598. praefectus praetorio (prefetto del pre¬ torio): pp. 38, 45 (Italiae), 54 (i- dem), 212, 233, 256, 277 (Pelagius), 296, 327 (Gassiodorus), 334 (idem), 335 {idem), 342 (idem), 344 (idem), 543 (Italiae, Basilius), 544 (Pela¬ gius). 548 (Abundantius), 550 (idem), 551 (idem); P. I nn. 37 (Galliarum, Vincentius), 41 (Italiae, Probus), 84 (It., Mamertinus e Taurus), 85 (II., Flavianus), 94 (It. e poi Galliarum, Rufinus), 97 (It., Probus), 113 (O- rientis, Eutropius), 125 (It., Ma¬ mertinus e Rufinus), 131 (It. Afri¬ cae et Illyrici, Probus), 128 (It., Mamertinus), 134 (It., Theodorus), 146 (It., Messala), 151 (It., Theodo¬ rus), 178 (It., Melitius), 196 (An¬ tiochus), 209 (It., Mamertinus), 210 (It., Mamertinus e Theodorus e Ha¬ drianus e Probus; Illyrici et It., Po-
Indice dei nomi e delle cose notevoli C95 lemius), 211 (idem), 258 (It., Prin¬ cipius e Dexter), 299 (Illyr. et It., Theodorus), 344 (It., Atticus), 368 (It., Secundus), 371 (It.), 375 (It., Eusignius), 403 (It., Taurus e Mes¬ sala), 421 (It.), 423 ( It., Dexter), 444 (It., Tertullus) ; P. II nn. 13 (Faustus), 14 (Giovanni di Cappa¬ docia), 19 (Faustus), 52 (idem), 66 (It., Secundus), 77 ( Faustus), 80 (Pelagius), 88, 89 (Faustus), 159 (i- dem), 199 (idem), 202 {idem), 212 (idem), 223 (It., Theodorus), 229 (A- f ricae, Boethius), 255 (Severinus Boethius), 267 (Africae: paghe). 279 (Galliarum, Vincentius), 304 (Cas- siodorus), 315 (idem), 316 (idem), 320 (idem), 321 (idem), 323 (idem), 329 (idem), 331 (idem), 333 (ideiti), 335 (idem), 338 (idem), 340 (idem), 348 (idem), 352 (Pelagius), 376 (Cas¬ si odorus), 386 (idem), 391 (idem), 393 (idem), 395 (idem), 405 (idem), 423 (Faustus), 434 (Africae, Boe¬ thius), 720 (idem). praefectus Sarmatarum gentilium: P. I nn. 155, 156. praefectus Urbi (prefetto urbano) : pp. 123, 140, 142 (Avianius e Aurelius Symmachus), 146, 157, 162, 164, 167, 171; P. I nn. 72 (Aurelius Victor), 79 (Avianius Symm.), 82 (Nicoma- chus Flavianus Iunior), 99, 107 (Pro¬ bi anus), 108 (Orfitus e Leontius), 126 (Aur. Symm. e Cynegius), 173 (Ecclesius Dynamius), 285 (Aure¬ lius Anicius Symmachus), 316 (Mae¬ cius Gracchus, Aradius Rufinus, A- ventius Sallustius, Aemilius Ma¬ gnus Arborius), 317 (Valerius Maxi¬ mus), 318 (Aur. Symm.), 319 (Tarra- cius Bassus), 334, 378, 381 (Clear¬ cbus, pu. Constantinopolitanae), 389, 407 (Auchenius Bassus), 444 (Olybrius), 473 (Basilius, Abundan¬ tius, Florentinus) ; P. II nn. 149 (Catulinus), 303 (Apronianus). 352, 749 (Graegorius). Praeneste: pp. 562, 563. Praenestina Via : p. 562 (Via Penc- strina). praepositus : p. 268. praepositus calcis: p. 553. praepositus dromonariorum : P. II n. 545 (Andreas). praepositus (o maior) sacri cubiculi: pp. 104 (Lauricius), 558 (idem)', P. I n. 270 (idem), P. II n. 42. praepotens (sost. - ricchissimo pro¬ prietario) : vd. potens, praeses Tripolitaniae : P. II n. 125 (O- ricus). praestatio : vd. collatio, praetor: P. I n. 258. praetor Siciliae: P. II n. 73 (Iusti¬ nus). praetorium : vd. praefectura praetorii e praefectus praetorio, praetorium (villa): pp. 89, 323, 513; P. I n. 601, P. II n. 393. praetura urbana: P. I nn. 282 (πραιτούρα), 401. Praetutia vina : P. I n. 100. prati (prata) : pp. 177, 186, 423, 493, 495, 496, 497, 498 (prata, proda), 499, 500, 501, 502, 503, 504; P. I nn. 528, 529, 532, P. II nn. 545, 550, 569, 579, 581, 611, 795, 805, 819. precario : P. II nn. 102, 632. prefettura: vd. praefectura. pretura : vd. praetura, primarii civitatis : vd. primores civi¬ tatis. primates (= maiores possessores): P. II nn. 44, 333, 367. Priminianus fundus : p. 560. primipilarius ordo : P. I n. 371. primores (o primarii) civitatis: p. 331; P. II n. 355. Principia, corrisp. di Gerolamo: P. I n. 507. Principius, ppo. Italiae nel 385; P. I n. 258. Priolo: p. 560. Prisco: pp. 8, 543; P. II n. 622,
696 E coìvo mia c società, nell'a Italia Annonaria » privilegia (fiscali) : P. I nn. 131, 403 ; vcl. pure imposte, immunità tributa¬ rie, sgravii fiscali. Probianus (Gabinius Vettius Probia- nus), pu. nel 377 : P. I n. 107. Probo, imperatore: pp. 113, 179. Probo (Sextus Petronius Probus), ppo. It. nel 365-374: P. I un. 41, 97, 210. Probo, ppo. It., Afr. et Illyr. (369-397) : P. I nn. 41, 97, 131, 210. Probo, praet. urb. nel 423-425, figlio di Olibrio : P. I n. 282 (Πρόβος). proconsul Africae: P. I nn. 89 (Ca- tullinus), 345 {Claudius), P. II nn. 75 (Pompeianus), 450 (Hymettus). Procopio di Cesarea : pp. 8, 9, 78, 287, 337, 475, 478, 542, 543 ; P. I nn. 135, 196, 197, 216, 265, 430 (Προκόπιος), 433, 436, P. II nn. 7, 20, 87, 161, 164, 195, 206, 257, 285, 324, 336, 346, 380, 381, 387, 394, 405, 516, 517, 715. procurator: p. 241; P. II n. 568. prodigia: pp. 168, 174, 482, 484, 479, 485, 488; P. I nn. 493, 554, P. II n. 770. produzione granaria (o cerealicola, ο frumentaria) ; pp. 101, 149, 151, 392, 402, 516. produzione olearia (o di olio): p. 113; P. I n. 563 (scarsità in Italia); vd. pure industria olearia e olio, produzione vinicola: pp. 38, 51, 113, 180, 403, 532, 535; P. I n. 76. prof es stonar ii : p. 47 ; P. I n. 102. Proiectus, colonus: P. II nn. 520, 525. Proiectus, consularis : p. 173. Proiectus, servus: p. 444. Propontis: P. In. 452. proprietarius : P. I n. 34, proprietas: P. I n. 34. prorogator casei: pp. 237, 326. prorogator tritici: pp. 237, 326. prorogator vini: pp. 237, 326. prosecutores frumentorum: pp. 216, 222, 265, 267, 521; P. II n. 55. Prospero, amministratore di Ambrogio in Africa : P. I n. 224. Prospero d’Aquitania : p. 6; vd. pure Pseudo-Prospero . Protadius, corrìsp. di Simmaco: P. I nn. 479, 480. Protasius, vescovo di Milano: p. 286. Protaso (S.) : P. I n. 230, P. II n. 206. protectores: P. I n. 364. Protus, martyr: p. 137. Provenza : pp. 74, 80, 114, 207, 208, 262, 264, 273, 280, 290, 322, 352, 470, 522 ; P. I n. 310, P. II nn. 5, 57, 194, 213, 232. provinciales (agg. e sost.) : pp. 42, 55. 120. 281, 284, 296, 298, 299, 310, 312, 320, 336, 343; P. I nn. 83, 84, 107, 112, 131, 389 (in riferim. alla Ligu¬ ria e ad Aquileia), P. II nn. 6, 35 (p. Histriae), 80, 160, 178, 209, 255, 257, 259, 294, 315, 323, 393 (p. Hi¬ striae), 395 (idem), 681. Prudenzio : pp. 5, 161. Pseudo-Prospero: p. 6. Publius Ampelius: vd. Ampelius. puella (schiava) : p. 564 ; vd. pure an¬ cilla. puer (schiavo): pp. 561, 564; vd. pure servus. Puglia: p. 211; P. II n. 323; vd. pure Apulia et Calabria. Pulcheria, augusta: P. I n. 360, P. II n. 70. pulii (polli): p. 415; P. II n. 519. pulveraticum : p. 317. Pupilianum (o Pubilianum) : vd. Po- VEGLIANO. Puteouani municipes : P. II n. 246. Puteoli: vd. Pozzuoli. Pyramitana massa: p. 560. Pyrenaeus (agg.) : P. I n. 353 (iuven- eus). Pyrrus, tribunus: p. 558. Quadi : p. 539. Quadrantula, fundus: P. II nn. 569. 611. Quadrata : P. I n. 155 (Quadratae), quaestor: P. I η. 258. Quarantula, fundus: P. II n. 569.
Indice dei nomi e delle cose notevoli 697 quarta (privilegio dei chierici) : P. II nn. 358, 431, 641. Quintulus, colonus : P. II n. 525. Quintus Aurelius Eusebius Symma¬ chus: Vd. SYMMACHU8. Quintus Clodius Hermogenianus Oly- brios: vd. Olybrios. Quirinis, possessio : p. 562. Quodvuldeus: p. 100; P. I n. 261. rachanellae (bracae?): P. II n. 590. Radagaiso: pp. 170, 538, 539, 540. Raetia : vd. Rhaetia. Raetica vina : P. In. 100. rame (moneta di): pp. 192, 546; P. 11 nn. 422, 457, 469. Ramiseto: P. I n. 162. Rinihilda, ancilla: p. 443. Ranilio (-ONIS), s. f. : pp. 426, 434, 439. 442; P. II nn. 563, 609, 611, 613. Raonis (o Raunis, o Raones, o Rau- gnes), fundus : p. 456; P. II nn. 569, 613, 616. rape (coitura primaria della Transpa¬ dana) : p. 534; P. I nn. 537, 554. Rasolum : vd. Reggi olo. rationalis : pp. 241-242 (r. rei privatae) ; P. I nn. 99 (r. vinorum), 403 (offi¬ ciales r.), P. II n. 149 (Eufrasius, r. Siciliae Sardiniae et Corsicae). Ravenna: pp. 16, 52, 59, 72, 99, 103, 104, 201, 215, 280, 281, 282, 283, 286, 321, 326 (mansio Ravennas), 336, 342, 345 (Ravennas mansio), 361, 365 (tav. I), 383, 420, 430, 434, 445. 456, 460, 465, 468, 473, 484, 488, 532, 534, 535, 540, 543, 544, 550 (urbs Ra¬ vennas), 553, 558, 560, 561, 564; P. I nn. 1, 50, 54, 85. 151, 191, 196, 210, 230, 268, 271, 338, 417, 501, P. II nn. 23, 162, 195, 196, 203, 204, 205, 206 (Ravennas urbs), 323, 325, 387, 394, 404, 405, 419, 440, 533, 534, 545, 557, 569, 570, 610, 613, 633, 641, 642, 645, 647, 648, 650, 659, 748, 750, 828. Ravennas (agg. e sost.) : pp. 326 (man¬ sio), 345 (idem), 550 (urbs); P. I n. 271 (portus), P. II nn. 206 (urbs), 419 (synagogae), 616 (numerus Feli¬ cium Ravennatum ). Ravennate, territ. : pp. 263, 429, 434. 445, 460, 463, 483, 486, 565; P. I nn. 54, 212, P. Π nn. 98, 136, 162, 534, 570, 616. Rechona: p. 500; P. II n. 805. rector patrimonii (ecclesiae) : pp. 105 (Benedictus), 238 (Petrus), 241, 242, 248, 256, 260; P. II nn. 45, 70 (7'e- trus), 73 {idem), 101, 104 {idem), 119, 124 (Cyprianus), 134, 138, 154. 156 (idem), 164 (Petrus), 165 (Be¬ nedictus). rector provinciae : p. 46. reditus ecclesiae : P. II n. 358 (quadri- partizione). Reggio: vd. Rhegium. Reggiolo (Rasolum) : P. I n. 162. regiones annonariae : vd. Italia Anno¬ naria. regiones suburbicariae o urbicariae : vd. Vicariato Suburbicario. Reims: P. I n. 172, P. II n. 85. Remigio de’ Girolami : P. I n. 254. Reno : p. 539. Reno (fiume emiliano): pp. 528, 531; P. I n. 195. Reparatus, colonus : P. II nn. 525, 556. requisizioni di Stato : pp. 123, 268 (prezzi di requisizione); P. I n. 71; vd. pure coemptio. res privata : p. 128 (coloni rei priv.) ; P. I nn. 345 (idem), 366, P. II n. 42; vd. pure comes e comitiva rerum privatarum, e rationalis rei priva¬ tae. rescula {rescella = piccola proprie¬ tà) : P. I η. 37, P. II η. 104. retori : P. II η. 541. Rhaetia (Raetia, Rhetia, Rezia) : pp. 1, 114, 160 (R. Secunda), 170, 322, 340, 529, 538, 543; P. I nn. 1, 149, 311 (R. See.), 456 (idem), P. II nn. 327 (ducatus Raetiarum), 328. 564. Rheginus (o Reginus, agg.): P. II n. 316 (litus).
698 Economia c società nell'« Italia Annonaria » Rhegium (o Regium), in Calabria: p. 318; P. Il nn. 124, 316, 524. Rhegium (o Regium), in Emilia : pp. 61, 62, 76; P. I nn. 145, 162, 185, 196. Rhodanus: vd. Rodano. ricchezza (legittimità e buon uso, se¬ condo i Padri della Chiesa) : pp. 186, 191 (funzione sociale); vd. pu¬ re « comuniSmo » cristiano. Ricimero (Riœmer) : pp. 468, 543 ; P. II nn. 164, 657 (Τεκίμερ). Ricomero (Ricomer), corrisp. di Sim¬ maco: p. 161; P. I n. 354. Riminese, territ. : pp. 436, 457; P. II nn. 569, 570, 572, 581. Rimini (Ariminum): p. 430; P. I nn. 196, 589 (concilio di), P. II n. 611. Riolo: pp. 528, 531. Riparius, corrisp. di Gerolamo: P. I n. 577. riserve auree : vd. oro. Robbiano : P. I n. 232. Roborata, fundus: P. II n. 616. roboretum: pp. 493, 496, 504. Rocca di Drego.· p. 527. Rodano (Rodanus, Rhodanus) : p. 481 ; P. I n. 353, P. II n. 734. Rodoara : p. 493 ; P. II nn. 800, 805. Rodoin: P. II ni 814. Rodosto, sul Mar di Marmara : P. II n. 440. Roia, torrente: P. I n. 62. Roma (Urbe) : pp. 35, 38, 39, 46, 47, 50, 53, 54, 58, 99, 104, 114, 115, 116, 117, 120, 121, 122, 123, 127, 128, 132, 133, 137, 138, 139, 140, 142, 143, 145, 146, 147, 148, 149, 150, 151, 153, 154, 155, 156, 157, 158, 159, 162, 163, 164, 166, 167, 168, .170, 171, 172, 173, 175, 182, 385, 224, 226, 279, 287 ('Ρώμη), 290, 291, 294, 296, 297, 301, 308, 310, 311, 312, 313, 314, 316, 320, 326, 328, 337 (‘Ρώμη), 341, 348, 350, 361, 365 (tav. I), 383, 384, 391, 392, 403, 405, 442, 464, 467, 468, 469, 472, 473, 474, 476, 483, 484, 485, 486, 487, 488, 516, 517, 518, 523, 534, 538, 540, 543, 553, 558; P. I nn: 1, 54, 62, 82, 89, 108, 111, 126, 144, 171, 173, 212, 216, 235, 243, 264, 282 ('Ρώμη), 285, 316, 317 ('Ρώμη), 318, 321, 322, 325, 327, 328, 333, 340, 348, 349, 351, 354, 355, 357, 360, 363 , 364, 378, 387, 388 (‘Ρώμη), 389, 391, 395, 401, 407, 408, 412, 414, 415 ('Ρώμη), 430, 444, 461, 466, 469 (Romana civitas), 479, 480, 483, 484, 488, 489, 490, 505, 507 (sac¬ co alariciano di R.), 510, 520, 561 (illuminazione notturna), 563; P. II nn. 5, 9, 73, 154, 162, 164, 194, 196, 207, 225, 227, 229, 238, 244, 248, 252, 257, 289, 294, 303, 306, 309 (Romana civitas), 311, 323, 324, 337, 346 (*Ρώμη ), 394 , 404 , 407, 411, 419, 421, 440, 443, 444, 450, 457, 458, 476, 491, 492, 498, 517, 590, 593, 647, 653, 657 (*Ρώμη), 666 (civitas Romana), 728 (Romana urbs), 733, 735, 738, 739, 746, 747, 753, 756, 761, 763, 828; vd. pure populus Romanus (plebe di Roma). Romagna: pp. 407, 433, 455, 490; P. II n. 570. Romano, esarca di Ravenna: P. II n. 748. Romanus, comes domesticorum : P. II n. 8. Romentino : p. 529. Romolo Augustolo: p. 543; P. II n. 440. Ronco, torrente emiliano : pp. 528, 532. Rothari (Rotari) : p. 485; P. II nn. 639 (editto di R.), 756. Rothari, abate: P. II n. 813. Rottopert, V. m. : p. 493; P. II n. 793. Rovereto (Cremasco) : p. II n. 805. Roverica (Rovereto nel Cremasco?) : P. II n. 805. Rubicone: p. 5. Rubiera (ant. Herbaria) : P. I n. 162. Rufino di Aquileia: pp. 6, 198; P. I n. 19. Rufinus (Aradius Rufinus), pu. nel 376: pp. 118, 126, 141, 157; P. I n. 316, P. II n, 276 (proprietà in Apu¬ lia).
Indice dei nomi e delle cose notevoli 699 Rufinus (Flavius Rufinus) : p. 161 ; P. I n. 478 (publicatio facultatum di R. nel 396). Rufinus (Vulcacius Rufinus), ppö. It. nel 346, 349, 350 e 365-368, ppö. Qalliarum nel 354 : P. I nn. 94, 125. Rufius Acilius Sifidius : vd. Sifi- DIUS. Rufo (Servio Sulpicio Rufo) : P. I n. 145. Rufus (Lucius Maesius Rufus) : P. II n. 477. Rugi : p. 544. Rullo : P. I n. 530. Rûm ( = Romani, deformaz. araba) : P. I n. 559. Rusguniae: vd. Cap Matifou. rusticana plebs (o plebs rusticanorum) : pp. 127, 160, 226. rusticanus (sost.) : pp. 118, 125, 127. 128, 133; P. I nn. 345, 367, 391. Rustichus, comes scholariorum : P. II n. 8. Rustici ana : pp. 457, 458. Rusticus, acolytus eccl. cath. Roma¬ nae: P. II n. 570. Rusticus (Lucius Antistius Rusti¬ cus), governat. della Galizia: P. II nn. 176, 477. rusticus (sost.): pp. 86, 93, 112, 182, 240, 241, 244, 248, 250, 252, 253, 254, 256, 257, 260, 261, 304, 305, 306, 319, 352, 357, 409, 411, 412, 413, 472, 515, 516, 525 (giornalieri r. : paghe), 561; P. I nn. 229, 367, 405, P. II nn. 74, 108 (schiavo r.), 110, 111, 118, 125, 132, 133, 138, 139, 156, 316, 408, 429, 547, 560. Rutilio Namaziano: pp. 5, 538; P. II n. 9. Sabbatius: P. I n. 319. Sabinense territ. (Sabina): pp. 562, 563. Sabini: P. I n. 329. Sabinianus, magister militum per Illy¬ ricum : P. II n. 8. Sabinianus (Sabiniano), papa: p. 485; P. II nn. 444 , 753. Sabinio (-onis), colonus: P. II n. 525. Sabino (S.) : p. 163; P. I n. 469, P. II n. 357. sacrae largitiones : vd. comes sacr. larg. e palatinus sacr. larg. sacrae vestes: p. 552; P. I nn. 419, 570, 616; vd. pure notarius sacri vestea- rii. sacrum cubiculum : P. II nn. 80, 149, 331; vd. pure praepositus sacr. cub. sacrum palatium (Sacro Palazzo) : p. 552 (marmorarii dei S. P.) ; P. I n. 403. sagum tormentacium : P. II n. 593. Saint-Germain des Prés (polittico di) : p. 414; P. II η. 533. Saint Nizier : vd. Nizier. Saint Tropez : P. II n. 243. saio: pp. 237, 303, 351; P. II nn. 77 (Trivvila), 178, 203 (Vvigilis), 431 (Duda). sala : P. II n. 805. Sala Com acina : p. 528. Salapinae: P. II n. 9. Salarano: P. II n. 805. Salaria Via : p. 562. salariati (braccianti liberi, giornalieri rustici) : pp. 515, 525 (paghe) ; P. I nn. 234, 329 (migrazioni stagionali), 338 (paghe), P. II n. 591; vd. pure operarius. sale (commercio, monopolio) : p. 553 ; P. II n. 640. salectum (salictum, salicetum, pianta¬ gione di salici) : pp. 177, 420, 433, 491, 492, 496, 498, 500; P. I n. 528, P. II nn. 545, 569, 570, 573, 581, 611. Salectum fundus : P. II n. 545. Salerius, chartularius: P. II n. 147. salgamum : P. II n. 80. saliceto : vd. salectum. saline: p. 553; vd. pure sale. Sallustio (imitazione di) : p. 12. Sallustius Aventius, pu. nel 384: P. I η. 316. Salmour: P. I η. 156. Salomon : vd. Solomon.
700 Economìa c società nell’«. Italia Annonaria » Salona : p. 543 ; P. I nn. 477, 513, 558, 587. Salpingius Iudaeus: P. II n. 73. saltatrices : p. 121; P. I nn. 234, 321. Salto, presso Povoletto (Cividale) : P. II n. 807. saltus: pp. 25, 228, 241, 251, 335, 408, 424, 501; P. I nn. 50, 235, P. II nn. 71, 374, 519, 521, 525, 527. saltus Erudianus : vd. Erudianus sal¬ tus. Salvatore (S.), monastero di Brescia: vd. Giulia (S.)· Salvatore (S.) in Monticelli, mona¬ stero: p. 492; P. II n. 813. Salviano: p. 29; P. I n. 37, P. II n. 622. Samnium (Sannio) : P. I η. 433, P. II nn. ICO, 215, 306, 772. San Bartolomeo del Cervo : p. 527. San Cassiano (Emilia) : P. I η. 240. San Colombano: P. II η. 805. San Genesio : P. II n. 805. San Giovanni in Persicelo: P. I n. 150. S. Agatha : vd. Agata. S. Agnes : vd. Agnes. S. Anastasia : vd. Anastasia. S. Iulia: vd. Giulia. S. Maria: vd. Maria. S. Melania: vd. Melania. Sanctio Pragmatica : pp. 219, 357. Sancto Panscatio (Pantanaso di Arca- gna?) : P. II n. 805. S. Ambrosius : vd. Ambrogio. S. Apollinaris: vd. Apollinare. S. Augustinus : vd. Agostino. S. Basilius: vd. Basilio. S. Benedictus : vd. Benedetto. S. Cyprianus: vd. Cyprianus. S. Eustorgius: vd. Eustorgio. S. Gervasius: vd. Gervaso. S. Hieronymus : vd. Gerolamo. S. Iohannes : vd. Giovanni. S. Laurentius: vd. Lorenzo. S. Martinus: vd. Martino. S. Nazariits : vd. Nazario. S. Pacomius: vd. Pacomio. S. Petrus: vd. Pietro. S. Protasius : vd. Protaso. S. Sabinus: vd. Sabino. S. Salvator : vd. Salvatore. S. Satyrus : vd. Satiro. S. Sabinus : vd. Sabino. S. Severinus: vd. Severino. S. Sirus: vd, Siro. S. Stephanus: vd. Stefano. S. Thomas : vd. Tommaso. S. Victor: vd. Vittore. S. Vitus : vd. Vito. S. Zeno: vd. Zeno. Sannio : vd. Samnium. Sapaudia: vd. Savoia. Sapaudus, vescovo di Arles : P. II nn. 434, 593, 720. saponarius: pp. 452, 553 (corpus sa- punariorum) ; P. II nn. 570 (Isa- cius), 613 (idem), 610 (idem). sarcofagi (arcae) : p. 552; P. I nu. 349, 350. Sardegna (Sardinia) : pp. 129, 151, 152, 167, 174, 537, 562. 563 ; P. I nn. 349, 350, 458, 516, P. II nn. 132, 149, 194. 196, 226, 229, 306, 434. Sardi (-orum): P. I nn. 350, 458. Sardinia: vd. Sardegna. sarica (= tunica) : pp. 439 ($. ornata, prezzo), 443 (s. ornata e s. misticia, prezzi), 445 (s. tincticia, prezzo). Sarmatae (Sarmati) : pp. 63 (S. genti¬ les), 539; P. I nn. 148, 155 (S. gen¬ tiles), 156 (idem), 452, P. II n. 42. Sarmatio (Sarmatione) : p. 185. Sarmato : P. I s. 156. Sarò, generale : pp. 539, 540. Sarsina : p. 454. Sarsinates: P. II n. 619 (Sarscnates municipes). Sasso : p. 528. Sassoni : p. 539. sationes (sationalia, terreni seminati¬ vi) : pp. 420, 503 (sacionalia) ; P. II nn. 545. 570, 581, 611. Satiro (Satyrus, S.)» fratello di Am¬ brogio: P. I nn. 224, 269, 31S. Saturno: P. I n. 230.
Indice dei nomi a delle cose notevoli 701 Satyrus: vd. Satiro. Sava: P. I n. 30. Savaria : P. I n. 97. Savilianus fundus : p. 445. Savoia (Sapaudia) : pp. 74, 277, 408, 475. Scaevoi.a (Scevola), giureconsulto : p. 102; P. I n. 266, P. II n. 243. scartinile acopictum : pp. 439 (prezzo), 444 {idem). Scandiano: P. I n. 162. Scevola : vd. Scaevola. schiavo : vd. servus, schola: vd. Armenii, gentiles, schola Greca : P. II η. 581 (medicus ab s. G.). scholarius: vd. comes scholariorum, scholarius palatinus : P. II n. 157 (Ve- nantius, corrector Lucaniae et Brut¬ tiorum). Scitopoli : P. I n. 240. Sclina, possessio: p. 563. scribones: P. II nn. 117, 120, 138; vd. pure temonarius, tiro, aurum tiro- nicum, collatio iuniorum, praebitio tironum. Scribonius: vd. Ianuarius. scrinium (officium) prefettizio : pp. 232, 233, 234, 235, 236; P. II nn. 77, 149, 466. scnnium sacrum (cancelleria imperia¬ le) : P. I n. 316. scrinium suburbicarium et canonum: P. II n. 598. scriptura (termine della tecnica credi¬ tizia) : p. 192; P. I n. 242. scutarii: P. I n. 155, P. II nn. 545 (VvitteHt), 614 {idem). SCYLLACEUM (SQUILLACI) ; p. 317. Scythia: P. I n. 148, P. II n. 431. Sdrigna : P. I n. 30. Sdrin: P. I u. 30. Secundus, ppo. It. nel 364: P. I nn. 364, 368, P. II n. 66. Secundus, v. d., temonarius: P. II n. 545. securitas: vd. apocha; vd. pure char¬ tula securitatis, libellum securitatis. segala : p. 491. Segusium : vd. Susa. Seleucia: P. II n. 404. semina a getto largo : p. 69 ; P. I n. 247. semisiliqua (moneta): P. II n. 440. semisse (moneta) : p. 439. Senarius, comes rerum privatarum : p. 266; P. II n. 167. senato : vd. curia e senatus. Senator : P. II n. 823. Senator: vd. Cassiodoro. Senatus (senato, curia) di Roma : pp. 117, 171, 175, 541, 542; P. I nn. 121, 171, 316 (acta Senatus), 334, 345, 389, 395, 478 (amplissimus ordo), 483, 486 (aula), 489 (idem), P. II n. 162. Senatus Consultum Macedonianum: p. 194. Seneca : pp. 12, 154. Senese, territ. : P. II n. 569. Senigallia : P. I n. 210. Senones: P. I n. 486. sentes: pp. 424, 459; P. II nn. 525, 542, 556. Sentianus f undus : p. 562. Sentiliana massa : p. 563. Seprio (Sibrium) : p. 529; P. II n. 632. Septemzodium (= Septizonium) : P. I n. 108. Septimiti possessio : p. 562. Septizonium: vd. Septemzodium. Serapione: p. 564. Serdica: p. 286 (concilio di); P. II n. 225 {idem, Σαρδική). Seres : P. II n. 419. Serio, fiume: P. II n. 632. serra (trebbiatrice meccanica) : p. 69 ; P. I nn. 170, 247. Servandus, v. st.: p. 292. Servio Sulpicio Rufo: vd. Rufo. servitù della gleba: p. 246. servitutes: p. 428; P. II n. 568. servus (servo, schiavo) : pp. 35 (s. rustici), 63, 95 {idem), 175, 244, 277 (idem), 312 (traffico di s.), 338 (arruolamento al tempo dl Totila),
702 Economìa e società nell'« Italia Annonaria)) 424 (mano d’opera servile rustica), 426, 444 (Protectus), 446, 447-448 (s. vinitor e altri s. rustici : prezzi), 468 (s. rustici, deportazioni in Sa¬ voia), 472, 515 (s. rustici), 524, 535 (idem), 537, 549, 561, 563 (idem), 564, 565; P. I un. 122, 234, 235, 248, 338, 340, 403 (s. fuggitivi), P. II un. 107, 108 (s. agricoli), 111 (servi quasi coloni, s. agricultores), 124, 164 (s. pastores), 194 (traffico in- ternaz. di s.), 286, 356, 509 (s. vi¬ nitor), 522, 527, 541 {idem), 572 (af¬ francazione di s.), 582 (Fortini s, schiavetto), 597 (s. fuggitivi), 603 (s. rustici), 613, 639 (s. rustici: gui¬ drigildo); vd. pure ancilla, eunu¬ chi, famula, famulus, mancipium, medici, minister mensae, notarius. obstetnces, pedagoghi, puer, puel¬ la, vinitor, vocales. Servus-dei, diacono: P. II n. 138. Sesia, fiume: P. I η. 240. Sessoriana porta : p. 562. sestario castrense: P. II η. 436. sestario italico (sextarius) : pp. 257, 258; P. I nn. 102, 105, P. II nn. 16, 147, 408, 463, 465, 466, 500, 501, 505; vd. pure sextariaticum. sestertius (sesterzio) : pp. 423, 424, 563; P. II nn. 477, 495, 502, 504, 509, 541, 550, 553. Sesto : vd. Fornace di Sesto. Sesto al Regiiena (Portogruaro), ant. Sexto in Silvis : P. II n. 807. Sesto Calende: p. 529. seta: pp. 171, 439; P. I nn. 226 (s. purpurea), 232 (idem), 241, P. II nn. 419, 484. Settimio Severo, imperatore : P. I nn. 357, 358, 563, P. II n. 248. Severiaca colonia : P. II n. 525. Severino (S.): pp. 184, 286; P. II n. 329. Severinus Boethius : vd. Boezio. Severo: vd. Alessandro Severo. Severo: vd. Settimio Severo. Severo, vescovo di Napoli : p. 537. Severo (Severus), v. %en.> vescovo di una città dell’It. Occ. : pp. 281, 333; P. II n. 201. Severus, colonus: P. II η. 525. Severus, diaconus eccl. Mediolanensis \ p. 287. Severus, vescovo, corrisp. di papa Sim¬ plicio : P. II n. 358. Severus, vescovo di Camerino: P. T n. 625. Severus, vescovo di Ravenna : p. 286. Severus, v. sp. : P. II nn. 279, 284. sextariaticum (o sextarius : soprat¬ tassa di 1/16 per modio): pp. 213, 217, 240, 257; vd. pure sestario. Sexto in Silvis: vd. Sesto al Re¬ chen a. Sextus Petronius Probus : vd. Probo. sgravii fiscali (indulgentiae debitorum, alleggerimenti, esenzioni, remissio¬ ni fiscali) : pp. 35 (IV s., nell’It. Occid. e Cispadana), 44 (nel 323, nel Vit.. Annon.), 153 (nel 395, in Campania), 277 (vacatio fiscalium tributorum quinquennale concessa da Odoacre a Ticinum), 280 (2/3 del¬ l’imposta in Liguria, nel 496), 281 (nelle Alpes Cottiae, nel 509), 297 (in Sicilia, nel 526-527), 314 (nella Lucania et Bruttii, nel 533-535), 322 (a Como, nel 533-537), 335 (nelle Ve¬ netiae, nel 535-536), 338 (trib. di¬ mezzati, nel 536, nella Liguria e in Aemilia), 340 (nelle Venetiae, nel 536-537), 342, 351, 394 (7/8 dell’imp. in Africa, sotto Valentiniano III), 405, 469 (2/3 dell’lmp., nel 496, in Liguria), 472 (in Sicilia, nel 526), 473 (nella Lucania et Brutta, nel 533-537), 474 (trib. dimezzati nella Liguria ed Aemilia nel 536. e ri¬ messi alle Venetiae nel 536-537), 511 (remissioni di arretrati), 543 (in Italia, nel 458), 544 (vacatio tribu¬ torum quinquennale concessa da Odoacre a Ticinum); P. I nn. 48, 132 (nel 395), 423 (nel 395, in Cam¬ pania), 431 (ind. di. 4/5 dell’impo¬
Indice dei nomi e delle cose notevoli 703 sta per 5 anni, nella Tuscia, Pice¬ num, Samnium, Campania, Apulia et Calabria, Lucania et Bruttii, nel 413; e poi, nel 418, 8/9 per la Cam¬ pania e 6/7 per la Tuscia e Pice¬ num), 436 (idem); P. Il nn. 6 (in Provenza, nel 510), 175 (1/5 e ar¬ retrati ad Antiochia, nel 362-363), 239 (in Sicilia, nel 526-527), 257 (idem), 275 (remiss, di arretrati), 276 (in Apulia et Calabria nel 413), 331 (in Liguria, nel 534, subtractis exactionum incommodis), 376 (nel¬ le Venetiae, nel 535-536), 388 (tri¬ buti dimezzati, nel 536, in Liguria e in Aemilia), 391 (nelle Venetiae, nel 536-537); vd. pure immunità tributarie, imposte, privilegia. Siagrio, vescovo di Verona : P. I n. 234. Siccifrida (o Seccifrida), h.f.: p. 456; P. II un. 569, 613. siccità (siccitas) : pp. 159, 169, 173, 236, 262, 291, 325, 478, 482; P. I nn. 247, 495 (ariditas), 513, P. II nn. 9 (Sipontina s.), 652, 743. Sicilia : pp. 104, 105, 129, 137, 151, 152, 174, 175, 176, 215, 220, 221, 224, 232, 238, 249, 253, 254, 264, 266, 267, 286, 291, 297, 298, 305, 311, 312, 334, 350, 381, 409, 412, 414, 464, 465, 470, 472, 483, 487, 588, 517, 537, 558, 560, 561, 562, 563; P. I nn. 89, 269, 273, 350, 351, 425, 433, 516, P. II nn. 10, 42, 67, 73, 101, 104, 124, 131, 132, 149, 153, 154, 156, 163, 164, 194, 229, 239, 257, 259, 279, 315, 316, 340, 346 (Σικελία), 352, 391, 434, 444, 522, 524, 531, 533, 538, 548, 645, 650. Sicola: p. 501; P. II n. 813. Siculus (sost. e agg.) : p. 298; P. II n. 163 (mare). Sidone: p. 564. Sidonio Apollinare : p. 5, 77-78, 147, 153, 175, 189, 467; P. I nn. 54, 196, 240, 371, 346, P. II nn. 9, 93, 161, 163. Sifidius (Rufius Acilius Sifidius), cos. nel 488: P. II n. 600. Sila : P. II n. 391. silentiarii : P. I n. 403. Silio Italico: p. 59. siliqua (moneta argentea) : pp. 240, 241, 361, 414, 444; P. II nn. 17, 151, 440, 519, 525, 560, 581, 634, 342, 828; vd. pure semisiliqua, siliquaticum, siliqua asprionis (o asprio-siliqua) : pp. 444, 445. siliqua aurea : vd. κεράτιοv. siliquatarius : p. 213; P. II nn. 52, 65, 209, 211. siliquaticum (o siliqua, siliquatico) : pp. 260, 275; P. II nn. 17, 52, 57, 119, 151, 209. Silonis fundus: p. 560. silvae (boschi, foreste, selve) : pp. 22, 30, 31, 177 (s. caedua), 178 (idem), 186, 302, 303, 320, 397, 408 (zone bo¬ scose), 420 (silbae), 423, 429, 433, 491, 493, 496, 497, 498, 499 (silva, silvola), 501, 502, 503, 504; P. I nn. 50, 235, 423, 528 (s. caedua e s. glandaria), 530, 532 (s. caedua) ; P. II nn. 519 (foreste di querce), 521, 545 (silbae), 550, 569, 573, 611, 639, 668, 805, 819; vd. pure astala- rium, cedualia, cer return. Silvano (divinità): P. I n. 230, P. II n. 206. Silverio, papa: P. II nn. 279, 706. Silvester, papa : p. 561. Simeonius, v.c. comes : p. 552. Simmaco : vd. Symmachus. Simmaco, papa: p. 279; P. II n. 196. Simpliciaca colonia : P. II nn. 525, 556. Simpliciano: P. I n. 230. Simplicio, papa : P. II n. 572. Simplitius (Simplicius) : P. II n. 81G. σινγιλίον: P. II n. 585. Sipontinus (agg.) : p. 211 (urbs); P. II n. 9 (siccitas). Sipontum (o Sepontum, Siponto) : pp. 211 (Sipontina urbs), 212, 225, 302; P. II η. 19. Siracusa (Syracusa) : pp. 266, 298, 560; P. I nn. 212, 269, P. II nn. 147, 230, 257 <Syracusana civitas), 259
7<U Economìa c società nel l'a Italia Annonaria » (idem)f 262 (idem); vd. pure cornes (di Siracusa). Siracusano, territ. : p. 258. Siria: vd. Syria. Siricio, papa: p. 185. Sirmio (Sirmione presso il Garda) : pp. 501, 502, 503; P. II un. 809, 819. Sirmium, sulla Sava : pp. 478 (Σίρμιον), 536; P. I nn. 41, 210. Siro (S.), chiesa presso Diano Marina : p. 527. Siscia : P. U n. 828 (zecca). Sisinnius, conductor: p. 558. Si si vera (o Sisevira), liberta: P. II nn. 611, 613. σιτηγία : P. I n. 348. sitonia (o cura sitonici): P. II nn. 44, 45, 355 (peouniae sitonicae). sitonicum : pp. 219 (curator si tonici), 256 (idem); P. II nn. 44, 45, 73; vd. pure horreum. Slavi: p. 487; P. I n. 567. Socrate: p. 6. solidus (solido; moneta): pp. 105, 107. 250, 253, 258, 261, 281, 292, 293 , 299, 300, 301, 302, 314, 315, 316, 324, 326, 327, 329, 333, 335, 338, 342, 343, 358, 361, 362, 363, 364, 365 (tav. I), 366 (tav. II), 367 (tav. Ili), 382, 384, 394, 395, 397, 409, 411, 413, 414, 416, 419, 420, 422, 423, 424, 426, 427, 429, 430, 432, 439, 443, 447, 449, 457, 458, 460, 474, 485, 491, 493, 495, 497, 498, 499, 503, 515, 548, 549, 558, 559, 560, 561, 562, 563; P. I nn. 273, 280, 282, 338, 364, 626 (νόμισμα), p. II nn. 42, 73, 78, 118, 124, 138, 149, 153, 154, 156, 164, 178, 196, 240, 242, 259 (tributarius solidus = tribu¬ tum) y 267, 290, 306, 308, 332, 333, 395 (tributarius s.), 396, 413, 427, 431, 439, 440, 441, 442, 443, 444 , 447, 448, 449, 450, 451, 452 (nomisma, dìnàr), 454, 455, 457, 458, 459, 460, 461, 462, 465, 466, 471, 472, 487, 493, 498, 501 (nomisma), 505, 519, 525, 533, 541, 545, 553, 560, 569, 570, 572, 581, 582, 583, 590 (nomisma), 593, 598, 634, 635 (solidi capitanei), 639, 642, 645, 659, 681, 715, 753, 776, 795, 799, 802, 803, 804, 805, S19, 828; vd. pure obryziacns (agg. riferito al solidus). Solomon (= Salomon), t\ Λ.: P. II nn. 570, 616. Somerset (Inghilterra): P. Un. 828. Sontium: vd. Isonzo. Sorrento: P. II n. 279. sors (termine della tecnica creditizia = capitale) : P. I nn. 600, 601, P. II n. 578. sors longobarda : P. I n. 30. sottoporcario : P. II n. 639 (guidri¬ gildo). Souk el Khmis : p. 251; P. II nn. 128, 528. sovraproduzione : pp. 99 (frumentaria), 178 (vinicola), 179 (idem), 398 (i- dem)y 399 (idem), 404 (idem), 516 (frum.), 521 (vin.), 534 (idem); P. 1 n. 531 (idem). Sozomeno : p. 6. Spagna (Hispania) : pp. 80, 108, 114, 129, 137, 155, 167, 172, 278, 289, 291, 294, 472, 539, 542; P. I nn. 349, 461, 589, P. II nn. 80, 149, 194, 232, 236, 240, 358, 522. species annonariae (o fiscales) : P. II nn. 85, 213, 238; vd. pure annona. species (o derrate) coemptae : pp. 235, 266, 309, 347; P. II nn. 81, 85, 394; vd. pure coemptio. species frumentariae: p. 208; vd. pure frumentum. spectabilis femina: P. II n. 610 (Mu¬ ria) ; vd. pure vir spectabilis. speculazioni: pp. 55, 85, 140, 143, 150, 152, 171, 224, 229, 234, 237, 257, 275, 276, 290, 301, 325, .333, 351, 385, 387, 402, 456, 461, 463, 496, 512, 515, 516, 521, 523, 546; P. I nn. 127, 254, 255, 632, P. II nn. 14, 80, 87, 176, 181, 188, 238, 242, 352, 438, 447, 449, 477, 451, 717. Spes, r. sp. : P. II n. 162.
Indice dei nomi e delle cose notevoli 705 spezie: pp. 171, 514; P. II n. 640; vd. pure pepe. Spoleto: pp. 331, 332; P. II n. 162. Sponsas, possessio: p. 562. sponsor : P. I n. 600. spopolamento (di città e campagne) : vd. oliganthropia. Sporticiana: P. II n. 795. sportulae: p. 402; P II n. 153. Stabia : P. II n. 279. stabularius comitiacus: p. 301; P. II n. 270. stagno (metallo): P. II n. 231. Stati Uniti : P. II n. 652 (osciliazioni climatologiche in età storica). Statiana massa, territ. Sabinense: p. 563. Statianus fundus, territ. Sabinense : p. 562. Statianus fundus, territ. Tributano : p. 562. Statiliana massa, territ. Corano: p. 563. Statiliana massa, territ. Menturnen- se: p. 563. Statiliana possessio : p. 562. \ statio : p. 530. stativa: p. 76. Stavile: P. II n. 815. Stazzano: pp. 562, 563. Stefano, cartulario delle marine : P. II n. 352. Stefano (S.), chiesa di Vimercate (Monza) : F. II n. 793. Stefano II, papa: P. II n. 767. Stefanus, popillus: pp. 434, 443. Stercorius, vescovo di Canosa: p. 286. sterilitas: pp. 276, 325, 326, 469; P. II n. 665, 763; vd. pure carestia. Stili cone (Stilioo) : pp. 139, 167, 170, 511, 538, 540; P. I nn. 158, 489, 500, P. II n. 484. stipator : p. 86; P. I n. 234. stoffe: P. I n. 265; vd. pure byssus, lana, lino, seta, tessuti preziosi, vestes. Strabone: pp. 21, 59, 112, 114, 148, 534; P. I n. 235, P. II nn. 162, 227, 306. Strabella: P. I n. 156. stragula (o stragulum): pp. 439 («. po- limita: prezzo), 443 (idem); P. II n. 589. Strategius: vd. Αγριον. strator: p. 493 (Gisulfus); P. II nn. 800 (idem), 805 (idem), 814 (idem). Stridone: P. I n. 30. suarii (corporati) : pp. 313, 314, 315 ; P. II nn. 227 (stele di un suarius), 303, 306, 457. subaffittuario : p. 242; P. II nn. 103, 107; vd. pure affittuario. SuBARiTANUμ territ.: P. II n. 539. sublimis femina: p. 426 (Ranilio); vd. pure vir sublimis. Suebi : vd. Svevi. sues (suini, maiali) : pp. 314, 396 (scro¬ fe); P. II nn. 117, 519. Suessa: P. II n. 404. Suessanum territ. : pp. 562, 563. Sufuratarum possessio : p. 562. Suida: P. I n. 216, P. II n. 451. Sulpicianus fundus : p. 562. Sulpicio Rufo: vd. Rufo. Sumirago: P. II n. 632. Superianus, clerecus: P. I n. 269. Supernas (agg. = dell’Alto Adriatico): p. 50 (vinum); P. I nn. 110 (idem), 419 (vinum, negotiatores). Superum mare ( = Adriatico) : P. I nn. 100, 110; vd. pure Adriatico. Surorum fundus: p. 562. Susa (Segusium) : P. II n. 199. susceptor (o perceptor) : pp. 47, 258, P. I nn. 97, 102 (s. vini); P. II nn. 36, 333. Syetonio: p. 179. Svevi (Suebi) : pp. 340, 539 ; P. II nn. 42, 376, 389, 390. Symmachi: P. I n. 82. Symmachus (Aurelius Anicius Sym¬ machus), pu. nel 418-420: P. I u. 285. Symmachus (Lucius Aurelius Avia- nius Phosphorius Symmachus), pu. nel 364-365 : pp. 54, 157 ; P. I nn. 79, 82, 79, 108, 404, 490. 45. L. Ruggini
706 1Economia e società nell’« Italia Annonaria » Symmachus (Quintus Aurelius Euse¬ bius Symmachus, o Simmaco), pu. nel 384: pp. 8, 119, 137, 142, 159, 161, 162, 163, 165, 166, 167, 168, 170 ; P. I nn. 82, 108, 126, 132, 265, 282 (Σύμμαχος), 316, 318, 330, 333, 355, 363, 401, 408, 416, 428, 431, 484. synagoga, (sinagoga): P. II η. 419 (pri¬ vilegi concessi da Teoderico alle s. di Genova, Milano, Ravenna, Ro¬ ma). syngrapha (termine della tecnica cre¬ ditizia) : P. I n. 601. συνωνή: vd. coemptio. Syracusa : vd. Siracusa. Syri : P. I n. 225. Syria (Siria): pp. 101, 362, 380, 562; P. I nn. 113, 265, 276, 341, P. II nn. 404, 539, 714. Syrus (agg.) : p. 105 (pluviales Sy¬ riae); P. I n. 273 (idem), P. II n. 611 (Johannis negotiator S.). Syrus (nome proprio), antiquarius: P. I n. 319. tabella dotis: P. II nn. 582, 590. taberna: pp. 127, 225, 534; P. I n. 345, P. II n. 598. taberna (diversoria): P. I nn. 319, 626. tabernarii: pp. 121, 158, 239 (capitu¬ larius tabernariorum), 326 (idem) ; P. I nn. 319 (t. corporati di Roma), 322 (idem). Tablettes Albertini: pp. 437, 558; P. II nn. 582, 590. tabula (tavola: 1/24 di pertica iugia- lis) : P. II nn. 786, 805, 819. Tabula Peutingeriana : P. I n. 143. Tabula Veleiate: pp. 59, 418; P. II n. 611. tabularius: P. I n. 128. Tacito: p. 12; P. II n. 477. Tagliamento: p. 500, P. II n. 807. Taido, gasindio: p. 493; P. II n. 826. Taifali (Tayfali): p. 62; P. I n. 150, 452, P. II n. 42. Taivolo: P. I n. 150. talento (moneta): P. II nn. 448, 477. Taminae (Eubea) : P. II n. 172. τάπης : P. II s. 588. Tarentum (Taranto): p. 302; P. Il n. 8. Taro, fiume : P. II n. 818. Tarracius Bassus : vd. Bassus. Tarvisianus (agg.) : p. 327 (horrea). Tarvisium : vd. Treviso. tasse: vd. aggravii fiscali, annona, au¬ rum glebae, bina, burdatio, capita¬ tio, crisargirio, evasioni fiscali, exactio, fiscalismo, functio tributa¬ ria, immunità tributarie, imposte, iugatio, monopolium, munera, pri¬ vilegia, pulveraticum, sgravi! fisca¬ li, siliquaticum, terna, tertiae, titu¬ lus fiscalis, tributum. Taurana massa: p. 563. Tauri fundus: p. 562. Tauricus (agg:): P. I n. 334 (gens). Taurus, ppo. It. nel 355-361 : P. I nn. 84, 403, P. II n. 223. taxatio : pp. 307, 549, 551 ; P. I nn. 41, 126. Tebaide: P. I n. 280, P. II n. 709. Tebessa (Algeria) : P. II n. 582. TîfeEA : P. II n. 172. Teia: P. II n. 516. Tellina Vallis (Valtellina) : P. II n. 329. Tellinum (nel Bolognese): p. 445; P. II n. 579. temonarius: P. II n. 545 (Secundus); vd. pure tiro, aurum tironicum, scribones, collatio iuniorum, prae¬ bitio tironum. templum Solis (in Roma) : p. 39 ; P. 1 n. 80. tenuior (sost. = pauper): p. 192; P. II n. 68. Teodato (Theodahadus) : pp. 235, 315, 317, 335; P. II nn. 308, 312, 323, 338, 340, 419, 713. Teoderico (Theodericus) : pp. 1, 207, 208, 224, 233, 235, 236, 237, 256, 257, 262, 263, 264, 265, 271, 272, 275, 277, 280, 281, 282, 284, 285, 290, 291, 294, 297, 298, 309, 316, 331, 350, 351, 352,
Indice dei nomi e delle cose notevoli 707 357, 400, 406, 455, 468, 470, 472, 517, 520, 521, 522, 532, 544, 548, 550, 552; P. I nn. 171, 195, P. II nn. 1, 6, 10, 13, 19, 52, 68, 77, 80, 89, 149, 159, 160, 162, 164, 167, 178, 180, 184, 195, 196, 199, 201, 202, 203, 204 , 205, 206, 211, 212, 213, 230, 239, 245, 257. 270, 271, 308, 323, 333, 339, 357, 387, 388, 418, 419, 423, 427, 430, 431, 440, 441, 600, 613, 619, 620. Teoderico visigoto: P. II n. 419. Teodoreto : p. 6. Teodoro: vd. Theodorus. Teodosio I (Theodosius), imperatore: pp. 57, 164, 394, 530, 537, 540, 559; P. I nn. 6, 72, 82, 113, 126, 131, 132, 178, 189, 258, 319, 464. P. II nn. 17, 458, 469. Teodosio II, imperatore dOriente: P. T nn. 6, 319, 586, P. II n. 828. Teodulo, vescovo di Modena: p. 169; P. I n. 494. Terega, possessio: p. 562. Terentius, pistor : P. I η. 108. Terenzio (imitazione di): p. 12. terme: vd. thermae. Termulas, fundus: p. 562. Termulas, possessio : p. 562. terna (nom. pi. neutro: tasse): P. II n. 157. tetra (appezzamento) : pp. 491 (t. ara¬ toria), 492 (idem), 494, 496 (t. ar¬ busta), 497 {terrota), 498 {t. arbu¬ sta e t. araturia), 499 {t. aratur io). 500 (t. massaricia, t. aratoricia), 501 (t. arra, t. aratuHtia), 502 (/- dem, e terrola, t. aperta), 503, 504; P. II nn. 123 {terrola), 124 {idem), 126 {idem), 786, 787 {idem), 788 (t. aratoria), 790 {terrola), 805 {t. mas¬ saricia), 806 {terrola), 810, 819 (i- dem). Terracina: P. II nn. 162, 671. terremoti {terrae motus) : pp. 164, 174, 469, 477, 478, 479, 485 ; P. I nn. 189, 513, 515, P. II nn. 453 (a Edessa), 613, 658, 727, 746 {terrae hiatus), 756. terreni (prezzi) : pp. 420, 421, 422, 424, 447, 494, 497-503, 524, 565. terreni (rendite) : pp. 409, 410, 416, 419, 420, 421, 422-424, 446, 447, 455; P. II nn. 431, 539, 541, 547. terreni (superfici) : pp. 416, 417 , 429, 430, 431, 432, 433, 490. 491, 492, 493, 494, 495 , 497-504. terrula {terrola) : vd. terra. tertiae : pp. 334, 546. . Tertullo, patrizio: P. II n. 538. Tertullus, pü. nel 359-361 : p. 156 ; P. I nn. 314, 444. tesaurizzazione: pp. 356, 389; vd. pure oro (riserve). Tessalonica : P. II n. 828 (zecca). Tessellata, fundus : p. 560. tessuti preziosi : P. II n. 590 (resti an¬ tichi); vd. pure byssus, murex, por¬ pora, seta, stoffe, vesti. Testaccio (Roma) : P. I n. 111. Tetrarchia : p. 36. Teutonicus (agg.) : P. I n. 353 {vo¬ mer). Tevere (Tiber): pp. 170, 468, 480, 560; P. I nn. 171, 354, 436 (Τίβερις), 458 (Tyber), 461, 501 (Θύβρις), P. II nn. 243, 346, 657 (Τίβερις), 735, 739. Tevolariolo (Piacenza) : P. II n. 81S. Theo (-onis), v. s.: p. 552. Theodahadus: vd. Teodato. Theodenand : P. II n. 796. Theodericus: vd. Teoderico. Theodero : P. II n. 796. Theodeald, presbyter : P. II n. 812. Theodorus, comes rerum privatarum : P. I η. 48. Theodorus (Flavius Mallius Theodo¬ rus), ppo. It. Afr. et Illyr. nel 397- 398 : P. I n. 210, P. II n. 299. Theodorus, ppo. It. nel 408-409, figlio del preced. : P. I nn. 134, 151. Theodorus (Teodoro), vescovo di Ra¬ venna: p. 486; P. II nn. 641, 644, 742. Theodorus, v. i.: P. I n. 389. T11 EODOsiu s : vd. Teodosio .
708 Economia e società nell’a Italia Annonaria » Theodosius, conductor : p. 561; P. II n. 138. Theodosius, generale: pp. 62, 158; P. I n. 149. Theodulus, v. s.: p. 552. Theodus: P. II n. 786. Tiieopektus: P. II n. 791. Theotconda: P. II n. 788. Thera: P. I n. 113. thermae (terme): p. 314; P. I n. 173 (Terme di Caracalla a Roma), P. II nn. 295 (a Ticinum), 355 (spese per), 357 (t. Turasi, a Spoleto). Theudbertus (o Theudebertus, Teude- berto), re dei Franchi: p. 475; P. II nn. 387, 713, 718. Theudifara : P. II nn. 611, 613. Theveste : P. In. 488. Thomas, conductor : pp. 301, 302; P. II n. 274. Thracia (Tracia): pp. 214, 221, 361, 380; P. I nn. 148, 452, P. II n. 484. Tiber : vd. Tevere. Tiberii Caesaris possessio : p. 562. Tiberinus (agg.) : P. I nn. 353 (ostia), 410 (idem), 466 (idem). Tiberio, imperatore: P. II n. 547. Tiberio Costantino, imperatore d’0- riente : p. 549. Tibur (Tivoli): P. I nn. 330, 436. Tiburtina Via : p. 562. Tiburtinum territ. : p. 562. Ticinensis (agg.): pp. 326 (ripa), 326 (horrea), 329 (idem); P. II n. 206 (ripa e civitas). Ticino, fiume: pp. 31, 35, 490; Γ. I n. 54, P. II nn. 206, 761. Ticinum (Papia, Pavia) : pp. 16, 276, 277, 282, 469, 474, 487, 528, 529, 536, 540, 541, 543, 544; P. I nn. 108, 212, 216, 235, 327, 626, P. II nn. 80, 194, 205 (Papia, Ticinus, Ticinum), 206 (Ticinensis civitas), 352, 640 (Papia), 800, 805, 814, 816. Timavo: pp. 538, 552. Tindari: P. II n. 124 (vescovo di). Tineosus: vd. Felix Tineosus. Tirinto: P. II n. 172. tiro (-onis, o tyro) : p. 564 ; P. I n. 48, P. II nn. 117, 138; vd. pure aurum tironicum, scribones, temonarius, praebitio tironum, collatio iuniorum. Tiro : vd. Tyrus. Tisamene, madre di Laeta moglie del- rimperatore Graziano : P. I n. 501 (Τισαμενή). Titianus : vd. Celsinus Titianus. titulus annonarius : vd. annona (anno¬ naria functio), titulus fiscalis: p. 543. titulus largitionalis : P. I n. 403, P. II n. 598. titulus publicus: p. 326. titulus superindicticius \ pp. 215, 219; P. II n. 28. titulus vinarius : P. I nn. 82, 108. Tivoli : vd. Tibur. Tolemaide: P. II n. 589. Tommaso (S.) d’Aquino: P. I n. 254. torcularium (torchio oleario e vina¬ rio) : pp. 52, 65, 531; P. I nn. 55, 114, 255, P. II n. 582; vd. pure tra¬ petum. Torino (Augusta Taurinorum) : pp. 16, 28, 30, 83, 99, 277, 324, 528, 536, 539; P. I nn. 50, 155 (Taurinis: compì, di luogo), P. II nn. 194, 199. Torriglas, fundus : P. II n. 810. Tortona: vd. Dertona. Toscana : vd. Tuscia. Totila: pp. 337 (Τουτίλας), 337 (idem), 428, 476; P. I nn. 351 (Totilanes), 436, P. II nn. 257, 346, 411, 443. Tours: pp. 114, 482; P. I nn. 293, 587. Trabeas, massa : p. 563. Tracia : vd. Thracia. traditio (in senso giurid.): P. II nn. 563, 624. Traiano, imperatore: p. 251; P. I n. 265, P. II nn. 482, 528. Tranquillo, conductor: p. 559. Transalpinus (agg.) : P. I n. 353 (mes¬ sis). Transilvania : P. II n. 482. transmarinae deliciae: P. I n. 231; vd. pure generi di lusso, orientales mer¬ ces.
Indirle dei nomi e delle cose notevoli 709 transmarinae negotiationes : P. II η. 642. Transpadana (regio, o provincia) : pp. 35, 179, 381, 534, 535; P. I nn. 1, 829, P. Ιφηη. 219, 516. Transpadani : pp. 124 (Transpadani). 534; P. I nn. 537, 554. transvectio: pp. 266, 385; P. II η. 407; yd. pure trasporti. Trapeiana massa: P. II un. Ili, 619. trapetum : p. 531; vd. pure torcula¬ rium . τραπεζίτης: P. I n. 606. Trasamondo, re dei Vandali : P. II n. 196. trasporti : pp. 215 (liturgie di t.), 216 (spese di t.), 217 (t. di derrate), 266 (transvectio delle species coemptae), 320 (t. fluviali, marittimi e terre¬ stri), 344 (liturgie di t. per mare), 348 (lit. di t.), 351 (regìe di t.), 384 (t. di derrate frumentarie : costo), 516 (t. annonari), 517; P. I nn. 97 (spese di t.), 102 {idem), 128 (t. del¬ l’annona ), 327 (velocità dei t. per terra e per mare), P. II nn. 36 (indennizzi per rischi di t.), 73 (transmissio del frumento dalla Si¬ cilia a Roma), 206 (t. maritt. e terr. sotto Teoderico), 240, 303 (liturgie di t.), 324 , 404 (t. maritt. ê terr.: costi), 406 (t. di derrate coemptae), 407, 408 (indennizzi di t.), 476 (t. terr.: dîificoltà, costo); vd. pure cursus publicus, transvectio, vecta- ctiones, vectores, vehes, veredarii, veredi, paraveredi. Thecate : p. 529. tremisse (moneta) : pp. 414, 443, 491, 497, 498, 503, 562, 563; P. I n. 338, P. II nn. 124, 519, 525, 590, 776. Trentino, territ. (Tridentinum territ.) : pp. 482, 483; P. II n. 743. Trento (Tridentum) : pp. 16, 191, 334, 335, 474, 483; P. I n. 230, P. II nn. 194, 377. Trevano (Como): p. 498; P. II n. 795. Trevigiano, territ.: pp. 490, 492; P. II nn. S21, 823. Treviri : pp. 10, 189; P. I nn. 48, 128, P. II n. 828. Treviso (Tarvisium) : pp. 335, 474, 477, 495, 497, 501, 503; P. II nn. 377, 785, 811, 821, 822, 823. Trezzo: p. 493; P. II u. 793. Tribulanum, territ.: p. 562. tribunus: p. 558 (Pyrrus); P. II nn. 352 (Costanzo), 627 (Tzittanes). tribunus maritimorum : P. II n. 405. tribunus voluptatum : P. I n. 216. tributarii: p. 326; P. 1 n. 149, P. II n. 80. tributi ai barbari: pp. 349, 517; P. II nn. 484, 713. tributum : pp. 36, 67, 277 (vacatio fi¬ scalium tributorum), 319, 340, 544; P. I nn. 37, 117, P. II nn. 80, 84, 112, 124, 333, 429; vd. pure imposte, tasse, titulus fiscalis, functio tribu¬ taria, sgravii fiscali, evasioni fisca¬ li, solidus (tributarius s.). Tridentinus (agg.) : p. 327 (horrea) ; P. II n. 743 (territorium). Tridentum : vd. Trento. Trigezio, amico di Agostino : p. 183. Tripolitania : P. II nn. 125, 417. trireme: p. 550; vd. pure dromones, er- culcatoria, navis, flotta. tri tiens (tritico) : pp. 97, 180, 237 (pro¬ rogator tritici), 266, 267, 291 (triti¬ ceae copiae), 292, 318, 326 (pror. t.), 336, 342, 343, 345, 474, 485, 558; P. I nn. 273, 409, 458 (triticei acervi), P. II nn. 245, 316, 347, 395, 396, 407, 427, 441, 442, 477, 539, 645, 739, 753. Triwila, saio : P. II n. 77. truppe (milizie, esercito) comitatensi : pp. 2, 25, 36, 76, 150, 343 (comita¬ tenses excubiae), 511 (loro ammon¬ tare) ; P. I nn. 155, 193, 243, P. II nn. 458 (t. c. illiriciane), 827 (loro ammontare). truppe palatine: pp. 2, 511; P. I n. 155. P. II n. S27 (loro ammontare). Tei)eh, civitas : p. 562.
710 Economia c società nell’« Italia Annonaria » tuitio ecclesiastica: pp. 334, 426, 521. tuitio privata : vd. patrocinium. tuitio statale: p. 334; P. II n. 419. Tuletianensis fundus: P. II n. 582. Tulgilo (-oras), h. f. ; P. II nn. 545, 613. Tullia, figlia di Cicerone: P. I n. 145. tunica alba : P. II n. 593. Tunisia : P. II n. 450. Turasius : vd. thermae Turasti. Turcius Apronianus Asterius: vd. A- PRONIANUS. Turritani : P. I n. 350 {navicularii). Tusci: P. I n. 436 (ΤούσκοΟ, p. π nn. 161, 387 (Τούσκοι). Tuscia (Etruria, Toscana) : pp. 38, 39 (Tuscia Annonaria). 124, 137, 138, 154, 263, 273, 274 , 275, 276, 285, 286, 468, 471, 474, 475, 538; P. I nn. 1 (T. Annonaria), 194, 371, 431, 436; P. II nn. 123, 161, 183, 194, 215, 225 (Τουσκία), 232 {idem), 346, 539; vd. pure Maremma toscana. Tyriacum vinum: P. I nn. 242, 604. Tyrrenum mare: P. II n. 387. Tyrus (Tiro) : P. I n. 628. Tzintina : P. I n. 319. Tzitane (o Tzittane, o Zitane), V. d. : p. 457. Tzittanes, comes e tribunus : P. Il n. 627. ubertas: vd. abundantia. Udine: P. I n. 268. Udinese, territ. : pp. 490, 500. Ulpius Flavianus: vd. Flavianus. Umbria: p. 263; P. I nn. 194, 329, P. II nn. 215, 477. uncia : P. II nn. 562, 568, 579 (w. e sc- meuncia). Ungheria : p. 30. unguenti orientali: P. I n. 226; vd. pu¬ re aromi, nardo, generi di lusso, orientales merces, transmarinae de¬ liciae. Unni (Hunni, Chuni) : p. 541; P. i nn. 196, 452, P. II u. 484. Unscila (o Versilla) : p. 334. Ubata : p. 475; P. I n. 216, P. II n. 194. Urbana massa : p. 563. urbanesimo: p. 82; P. I n. 216, P. II n. 285. Urbe: vd. Roma. Urbinate tervit. : P. II n. 568. Urbino: pp. 426, 429, 561. urbs: pp. 82, 211, 283, 317, 322, 325. 343, 541, 550; P. I nn. 59, 62, 75, 76, 143, 145, 196, 211, 254, 291, 481, 525, P. II nn. 9, 195, 205, 206, 279, 423, 453, 613, 042, 727, 728, 735, 746, 767. urna (misura di capacità) : P. II nn. 504, 541. Ursacius, vescovo di Brescia: p. 286. Ursicino: p. 157. Urso: P. II n. 821. Ursus: P. II n. 810. Ursus, figlio di Brunuri : P. II n. 824. usura (prestito usuraio, attività usu¬ raia; oppure usura = tasso d’inte¬ resse sul capitale prestato) : pp. 85, 98, 186, 190, 191, 195, 196, 197, 198, 200, 202, 230, 421 (livello legale mas¬ simo degli interessi), 453, 519; P. I nn. 225, 242, 247, 254, 255, 591, 592, 594, 598, 000, 601, 604 {usurae ri¬ scosse in natura), P. II nn. 73, 541, 547 (percentuali di usurae in na¬ tura e in denaro), 604, 613, 617, 635, 642; vd. pure apocha, caput, cente¬ sima, chyrographum, fenus, fideius- sor, fiducia, hemiolion, hypotheca, pecunia traiecticia, pignus, scriptu¬ ra, securitas, sors, sponsor, syngra¬ pha, άρχαια, δάνεισμα, χρήστης, ομολογία. usuraio (sost.) : vd. fenerator. ususfructus: P. I n. 34, P. II nn. 563, 610, 611. vaccae (mucche, giovenche) : pp. 396, 561; P. II nn. 124, 164; vd. pure damalio. Vado (frnz. di Fossa Ita, Portogruaro) : p. 501; P. II nn. 821, 823. Valente (Valens), imperatore: pp.
Indice dei nomi e delle cose notevoli 711 157, 528, 529, 564; P. I nn. 79, 97, 107, 122, 126, 346, 368, 371, 381, 448, P. II 11. 484. Valentiniano I (Valentinianus), im¬ peratore : pp. 53, 54, 55, 81, 157, 401, 530; P. I nn. 41, 79, 97, 121, 122, 126, 128, 346, 368, 371, 381, 448, P. II nn. 125, 451. Valentiniano II (Valentinianus), im¬ peratore: pp. 81, 106, 111, 160, 102; P. I nn. 107, 108, 126, 131, 258, 274, 283, 318, 364. P. II nn. 17, 458, 484. Valentiniano III (Valentinianus), im¬ peratore: pp. 43, 121, 175, 394, 540, 542; P. I nn. 135, 197, 383, 589, P. II nn. 164, 303, 306, 307, 308, 440, 452, 494, 828. Valeria, madre dei SS. Gervaso e Pro- taso : P. I n. 230, P. II n. 206. Valeria, provincia : P. I n. 1. Valeriaca colonia : P. II n. 525. Valeriano, vescovo di Cemenelum (Ci- miez): p. 1C. Valerianus: P. II n. 803. Valerianus fundus : p. 562. Valerianus, patricius : P. II n. 718. Valerianus, v. s. : P. II n. 320. Valerius, colonus : P. II nu. 520, 525. Valerius Calinus : vd. Calinus. Valerius Pinianus: vd. Pinianus. Valerius Venantius: vd. Venantius. Valle Camonica : P. I n. 230. Valle d’Aosta: P. II n. 199. Valle d’Intelvi : P. I n. 240. Valle di Cadore : p. 530. Valle di Savena : pp. 528, 530, 531, 532. Valle Mauri (Castell’Arquato) : p. 499; P. II n. 801. Valle Padana (o del Po, o pianura pa¬ dana) : pp. 4, 24, 75, 99, 102, 113, 158, 170, 172, 180, 181, 182, 186, 455, 474-475, 476, 477, 534, 537, 540, 541; P. I nn. 268, 311, 411. Valle Pusteria.· p. I n. 240. Vallense territ. (Vallese) : p. 475 ; P. I n. 216, P. II n. 734. rallum : P. I n. 230. vallus (mietitrice meccanica): p. 70; P. I nn. 172, 247. Valtellina: vd. Tellina Vallis. Vandali: pp. 175, 394, 517, 539, 542, 543, 548, 550; P. I nn. 350, 431, 559, P. II nn. 9, 42, 164, 196, 226, 230, 280, 306, 421. Varenna: p. 501; P. II n. 816. Varese : p. 529. Varesotto : p. 529. variola: vd. pestilenza. Varrone: pp. 148, 177, 178, 179; P. I nn. 100, 529, P. II nn. 227, 306, 539, 541. Varsi (casale Varissium, presso Pia¬ cenza) : pp. 490, 491, 497, 498, 500, 504; P. II nn. 786, 787, 788, 790, 792, 798, 806, 825. Varus, corrisp. di Simmaco: P. II u. 276. vasellame prezioso (d’oro, d’argento) : pp. 105, 198 (come riserva di me¬ tallo prezioso); P. I nn. 232, 273 (rasa de auricalco et argentea), 598 0argentum fabrefactum), 600, 609 (v. della Chiesa Milanese converti¬ to in moneta per opere caritatevo¬ li), 626; P. II n. 645. vectactiones : p. 323. vectigal : pp. 42, 291; P. I nn. 83, 211, 348, P. II nn. 255 (vectigalia pu¬ blica) . vectores: P. II η. 457; vd. pure tra¬ sporti. Vegent anum ter rit. : p. 562. vehes: P. II n. 457; vd. pure trasporti. Veleia: P. I n. 138. Veleiate : vd. Appennino V. e Tabu¬ la V. Velliternum ter rit. : p. 562. Venafro: P. I n. 173, P. II n. 404. Venantius (Valerius Venantius), v. a*., scholarius palatinus, corrector Lu¬ caniae et Bruttiorum: P. II u. 157. Venanzio Fortunato: P. II n. 194. venationes: p. 89; I*. 1 n. 235. venator (di professione) : p. 91. venditio ad terminum : P. I n. 254.
712 Economia c società nell·'« Italia Annonaria » Venerius: P. II n. 792. Veneti (Veneziani) : pp. 336, 478 (Βε- vcTÌot), 537; P. I n. 297 (Ενετοί), P. II nn. 227, 323, 640; vd. pure Ένετικοί όροι. Venetia et Histria (Venetiae, Veneto) : pp. 1, 35, 84, 112, 114, 141, 170, 224, 232, 283, 284, 285, 288, 290, 321, 325, 326, 336, 340, 342, 352, 355, 361, 383, 407, 409, 412, 429, 433, 445, 456, 463, 471, 473, 474, 477, 480 , 490, 494, 495, 517, 535, 536, 538, 540, 541, 544, 551, 553; P. I nn. 1, 219, 311, 323, 456, P. II nn. 23, 56, 67, 178, 229. 377, 380, 391, 393, 394, 718, 728, 735 (Veniciae). Venetus (agg.) : p. 327 (horrea). Venezia (città): pp. 466, 553; P. II n. 640. Ventimiglia : vd. Albintimilium. Veranus ager : p. 562. Veti anus fundus: p. 562. Veranus, saio : P. II n. 178. Verbano: P. II n. 328. Vercellae (Vercelli) : pp. 50, 58, 59, 75, 184, 185, 187, 188, 190, 331, 334; I\ I nn. Ill, 136, 138 (Ούερκέλλοι), 143, 155, 158, 191, 240, 323, 573, 585, 587. Vercellensis pagus : p. 59, VERDESIACU Μ .* p. 31. Verecundus, amico di Agostino : p. 183; P. I n. 239. veredarii: P. II n. 206; vd. pure tra¬ sporti. veredi: P. I n. 84, P. II nn. 206, 328; vd. pure paraveredi, cursus publi¬ cus, trasporti. Vergiate: p. 528; P. I n. 232. Vernasca (Fiorenzuola d’Arda) : p. 498. Verolanuova : P. II n. 815. Verona: pp. 16, 28, 47, 83, 99, 100, 286, 477, 484, 498, 501, 503, 536, 538, 542; P. I nn. 101, 111, 155, 212, 234, 255, 264, P. II nn. 205, 419, 735 (urbs Veronensis), 794, 808. Veronensis (agg. e sost.) : P. II nn. 391 (possessores), 735 (urbs), 750. Veronese, territ. : pp. 285, 490 ; P. I n. 552, P. II nn. 824, 826. Versilla : vd. Unscila. Verutianus fundus: pp. 435, 445; P. II n. 579. Vespasiano, imperatore: P. I n. 329. Vestali: P. I n. 455 (soppressione dei loro privilegi). vesti (vestes) : pp. 148 (di lana), 198 (negoziante di v.), 201, 427 (prez¬ zi), 439 (idem), 443-444 (idem), 472, 553 (di seta); P. I nn. 226 (idem), 234 (v. preziose), 600 (deauratae ac sericae vestes), 601, 626 (v. prez.), 628, P. II nn. 196, 419 (indumenta pretioso murice fucata), 453, 484 (di seta), 564 (περί έσθήτος), 582, 585- 590 (prezzi), 645, 650 (v. preziose), 742; vd. pure βάνατα, bracae, byr- rus, casula, clamide, colobium, co- lussa, cuculia, linea, maforsenum, pallium coopertormm, pluviales sy- riae, rachanellae, sacrae vestes, sa¬ gum tormentacium, sarica, σινγιλίων, tunica alba. vestiarius : P. I n. 319. Vesuvio (Vesuvius): p. 262; P. II nn. 159, 516. Vété seca, ager: P. II n. 570. Vettius : vd. Probianus. Via Aemilia: vd. Aemilia Via. Via Αργία: vd. Appia Via. Via Aurelia: vd. Aurelia Via. Via Claudia : vd. Claudia Via. Via Flaminia: vd. Flaminia Via. Via Fulvia : vd. Fulvia Via. Via Labicana: vd. Labicana Via. Via Latina: vd. Latina Via. Via Postumia : vd. Postumia Via. Via Praenestina : vd. Praenestina Via. Via Salaria : vd. Salaria Via. Via Tiburtina: vd. Tiburtina Via. Vianino (Piacenza): P. TI nn. 786, 787. 789, 790. Vicariato Annonario (o d’Italia): vd. Italia Annonaria. Vicariato suburbicario (o urbicario, o urbicaria regio, o Italia urbicaria,
Ìndice dei nomi e delle cose notevoli 713 o province suburbicarie) : pp. 47, 28G, 290, 403, 511, 522; P. I nn. 1, 48, 89, 107, 128, 131, 431, P. II nn. 223, 332, 514, 598. vicanus Italiae : pp. 54 (Faventius), 127 (Italicus); P. I nn. 1, 84 (Cata- fronius), 122 (Faventius), 346 (Ita¬ licus), 403 (Faventius), P. II nn. 66 (Italicus) j 223 (Cat a fronius). vicarius Portus : p. Il n. 421. vicarius praefectorum : P. II nn. 6 (Gemellus, in Gallia), 170, 184. vicarius urbis Romae : P. I η. 1, P. II η. 237. Vicentino, terrìt.: pp. 490, 494, 495, 502, 503; P. II n. 819. Vicenza (Vicetia) : pp. 84, 541 ; P. I n. 156. viceprefetto del pretorio: P. II n. 547 (Draciliano). Vicetia: vd. Vicenza. Victimuli (Ίκτούμουλοι ) : p. I nn. 138, 143. Victor, presbyter: Ρ. II n. 525. Victor, v. s.: p. 298; P. II n. 259. Victor Tonnennen sis : pp. 6, 469. Victrices Mediolanenses : P. II η. 616 (numerus). victualia: pp. 227, 273, 274, 275, 296, 321 (res victuales), 323 (victuales copiae), 343, 471, 473 (res viet.); F. II nn. 6, 183, 255 (idem). Victurinus, colonus : P. II n. 525. Vicum Pisonis, possessio : p. 562. vicus (vico): pp. 31, 527, 528, 529, 546; Ρ. II n. 613 (viculus). Vicus Artiacus (Arsago?) : Ρ. II n. 797. Vicus Brisconnus : vd. Brisconno. Vicus Magoni (Vimaqnano?) : Ρ. II n. 805. Vicus Sossonnus: p. 502; Ρ. II n. 817. VIDALE (= Vitalis): Ρ. II n. 796. Vidimerò : p. 543. Vienna: Ρ. II n. 767 (Austroberto, ve¬ scovo di V.). Vigilanzio: p. 186. Vigilio, vescovo di Arles: P. II n. 124. Vigilio, vescovo di Trento : pp. 16, 191. Vigilius, archidiaconus Massiliensis : p. 114. Vigilius, colonus : P. II n. 525. Vigilius (Vigilio), papa: I*. II nn. 346, 715. Viginti, fundus: P. II n. 570. Vigintiquinque, fundus: P. II n. 570. vigneto (vigne, vineae, colture viticole o vinicole): pp. 21, 42, 47, 52, 58, .154, 177, 178, 179, 323, 342, 392, 398, 404, 433, 447, 448, 479, 491, 493, 494- 495, 498, 499, 500, 501, 502, 503, 504, 523, 535, 539, 561 (hastulae vinea¬ rum), 563; Ρ. I nn. 100, 113, 251, 268, 299, 311, 436, 456, 528, 529, 530, 532, 550, Ρ. II nn. 107, 124 (hastulae i'in.), 192, 316, 509 (spese d’impian¬ to), 534, 541, 547, 569, 570, 573, 581, 582, 601, 611, 724, 793, 796, 805. 817: vd. pure vitis. vilicilia: pp. 241, 247 , 253; Ρ. II nn. 116, 118, 119. vilitas: pp. 56, 142, 143, 256, 271, 385, 401, 404, 405 (δαψίλεια), 423, 515, 522, 534; Ρ. I nn. 388 (vilitatis me¬ tus), 401, 465, Ρ. II nn. 173, 176, 440, 472, 477 (δαψίλεια), 495, 505 (δαψίλεια ). Vill’Alrese (Abavilla): ρ. 528. villa : pp. 317 (v. urbana), 410 (v. in- dominicata), 513, 561 (v. indom.); Ρ. I nn. 32 (villula), 34, 232, 235, 239, 240 (ville fortificate), 248, 452 (villula), Ρ. II nn. 103 (v. indom.). 107 {idem), 178 (idem), 194 (v. ru¬ stica), 279, 613 (v. suburbana), 668, 735. Villa Deoo (Becalfu?): Ρ. II n. 805. Villa Magliano: pp. 528, 532. Villa Magna, fundus: P. II n. 569. Villa Magna, nel Senese : P. II n. 569. Villa Pertusa, fundus : ρ. 560. Villa Ronco: pp. 530, 532. Villanova d’Arsa : p. 530. Villarossa : Ρ. II n. 805. villicus (o vilicus) : pp. 85, 407, 408,
7U Economia c società nell’« Italia Annonaria » 411, 412, 416; P. I mi. 224, 330, P. II nn. 68 (patronato da parte di v.), 118, 519, 522 (patronato), 525 (Ma¬ ximus), 527, 556 (Maximus). ViMAGANO, presso Graffignana : P. II n. 805. Vimercate: p. 528; P. II n. 793. vinarius (sost.): pp. 237, 326. Vincentius, ppo. Galliarum nel 400 : P. I n. 37, P. II n. 279. Vincentius, vescovo di Capua : p. 286. vinitor (schiavo); pp. 447, 563; P. II nn. 509, 541. vino (vinum; fiscalia vina, forniture vinicole, approvvigionamento vina¬ rio) : pp. 38 (gratuito), 39 (gratui¬ to e fiscale), 41 (fise.), 44 (idem). 45 (idem), 46 {idem, canone vina¬ rio), 47, 51 (gratuito e fise.), 53 (inopia vini), 54 (fise.), 56 (idem), 95, 100 (idem), 112, (esportazione presso i barbari), 120 (idem), 148, 156 (inopia vini), 157 (fise.), 178 (prezzi), 179 (esportaz. presso i barbari), 180 (cattiva qualità), 202, 237 (prorogator vini), 275, 285, 288, 317, 326 (idem), 336, 342, 343, 345, 352, 357, 364 (tavola prezzi), 367 (tav. Ili : diagramma prezzi), 398 (vinum rusticum), 399, 400 , 401, 403, 404, 405, 415, 474, 515, 522, 523, 524, 525, 531 (pigiatura), 534, 535 (ven¬ demmia, pigiatura, fermentazione), 536 (vinum acinaticium); P. I nn. 28, 79 (fisc.), 80 (idem), 82 (idem), 97 (idem), 99 (idem), 100 (Hadriana vina), 102 (vinum rusticum), 103 (οίνος), 107 (fisc.), 108 (inopia vi¬ ni), 110 (v. Supernas), 111, 114 (care¬ stie artificiali), 126 (fise.), 165, 242 (v. Falernum, Picenum, Tyriacum), 248, 252, 255, 265, 282, 299, 300 (espor¬ taz. presso i barbari), 301 (idem), 311, 388 (οίνος), 401, 419 (v. Supernas e Ariminense), 484, 528, 537, 543 (vi¬ ni liguri, veneti, istriani), 554, 600, 604 (v. Tyriacum e Picenum), 631 ^Ινος), P. II nn. 99 (septuagenum vinum), 183, 192, 208, 223, 281, 391 (vinum acinaticium), 395, 396, .427, 449, 453, 457, 463, 465, 466, 491, 499 (v. pregiato e v. comune: tariffe), 501, 502, 504, 505, 514, 534, 541, 547, 640, 641. vir clarissimus : pp. 11, 45, 67 (Laetus), 133, 135, 144, 146, 301 (Iohannes), 436 (Deusdedit), 452, 457 (Holdiger- nus, Iohannes adorator, Deusdedit), 552 (Simeonius comes), 558 (Maxi¬ mus e Paterius, consules) ; P. I nn. 48 (Laetus), 118, 128 (Anatolius con¬ sularis), 165 (Laetus), 239 (Leon¬ tius), 368, P. II nn. 304 (Vitalianus), 315 (Maximus), 352 (Leontius), 366 (defensor civitatis), 570 (Montanus, notarius sacri vestearii), 610 (Fla¬ vius Castorius), 611 (Adquisitus, optio), 616 (Montanus, Deusdedit, Iohannes expatharius, Holdigcrnus, Iohannes adorator), 625 (Deusde¬ dit); vd. pure clarissima femina. vir devotus : pp. 456 (Vvaduulfus), 457 (Tritane) ; P. II nn. 180 (Ama¬ bilis, comes), 545 (Secundus temo¬ narius, Vvitterit scutarius), 569 (Gi- berit), 613 (Mannane), 614 (Vvitte¬ rit). vir experientissimus : P. II n. 323 (Constantinianus), 395 (Laurentius). vir gloriosus: P. II n. 73 (Leo, excon¬ sul). vir honestus : pp. 436 (Domnirms, agel- larius), 450, 558 (Leo, navicularius), 459 (Deusdedit,Πέτρος e Πακείφικος ) ; F. II nn. 569 (Ardica), 570 (FI. Basilius argentarius, Domnious, I- sacins saponarius, Solomon, Pitia), 011 (Bonus, luvinus orrearius, Johannis negotiator), 612 (Domni- nus, Domninus agellarius, Deusde¬ dit), 616 (Solomon); vd. pure hone¬ sta femina. vir honorarius : P. I η. 371. vir HLustrLs : pp. 551 (Vvilia, comes pa¬ trimonii), 552 (Berganlinus comes patrimonii), 560 (Pierius); P. I n.
Indice dei nomi e delle cose notevoli 715 389, P. II nn. 80 (Ampelius), 149 (Boethius e Ampelius), 162 (De¬ cius), 167 (Senarius), 239 (Ampe¬ lius), 264 (Vvilia), 321 (Ambrosius), 333 (Boethius), 335 (Ambrosius), 428 (Bergantinus comes patrimonii), 547, 617. vir magnificus : pp. 491 (Rottopert), 556 (Pierius); P. II nn. 45 (Euty- chus), 73 (Citonatus, Felix), 77 (Faustus), 642 (Felix), 793 (Rotto¬ pert). vir perfectissimus : P. I n. 118. vir reverendus : p. 443 (Gratianus sub- diaconus); P. II n. 570 (Maurus). vir spectabilis: p. 291 (Marcianus); P. II n. 162 (Spes e Domitius), 237 (Mardawus), 279 (Severus), 284 (i- dem); vd. pure spectabilis femina. vir strenuus : pp. 292 (Catellus e Ser¬ vandus), 335 (Paulus), 452; P. II nn. 545 (Peregrinus), 611 (Lauren- tius ex epodecta), 613 (Peregrinus), 616 (Peregrinus, Lamentius, Da- nihel, Petrus). vir sublimis : pp. 275 (Gemellus), 298 (Victor e Vvitigiscius), 426 (Feli- thanc), 552 (Theo, Ampelius, Despo- tius, Theodulus) ; P. I n. 216 (Bacau- da), P. II nn. 80 (LivviHt), 149 (/- dem), 157 (Venantius), 160 (Johan¬ nes), 170 (Gemellus), 184 (idem), 239 (Livvirit), 259 (Gildila, Victor, Vvitigisclus), 262 (Gildila), 320 (Va¬ lerianus), 430 (Anna, comes), 613 (Gudila). vir venerabilis: p. 336 (Augustinus); P. II nn. 201 (Severus episcopus), 620 (Aurigenus e Antonius epp.). Virgilio: p. 12 (imitazione di); P. I n. 100 (Vergilius). Virginis massa: p. 563. Visigoti : pp. 540, 544. ViTALiANUs, cancellarius Lucaniae et Bruttiorum : p. 312; P. II n. 304. Vitalis, martyr : P. I n. 323. Viterbo : P. II n. 540. Vitige: pp. 328, 338, 341, 474; P. I n. 430, P. II nn. 14, 312, 323, 346 (Wi- tigis), 380, 388, 389, 570, 713. vitis (vite): pp. 38, 95, 177, 178, 179, 180, 423, 446, 492, 497, 498, 499, 500, 501, 502, 534, 535; P. II nn. 124, 164, 581, 751, 780, 805, 806. Vito (S.), chiesa di Sirmione : P. II n. 809. Vitruvio: p. 531. Vittore : vd. Aurelio Vittore. Vittore (Victor), S., chiesa di Ra¬ venna: p. 445. Vittore di Vita : P. I n. 265. Vittore, vescovo di Torino : p. 277. Vittoria : pp. 156 (sulle monete), 160 (altare della V. nella curia di Ro¬ ma); P. I n. 318 (idem). Vittorino, vescovo : P. II n. 351. vocales (schiavi) : P. I n. 234. Voghera : P. I mi. 156, 195. Volcei : P. I n. 30, P. II n. 709. Volcentina ecclesia : vd. Baxentina ec¬ clesia. Volterra : P. I n. 1. Volturno: p. 175. Volusianus, corrisp. di Sidonio Apol¬ linare: P. I n. 54. Vulcacius Rufinus : vd. Rufinus. VVADUULFUS, V. d. : p. 456; P. II nn. 569, 613. VVALDERATA di Campione: P. II n. 797. Vvalderata di Varsi (= Vvalderata di Campione?) : P. II n. 798. Vvalfrit : P. II n. 798. Vvigilis, saio : P. II n. 203. Vvilia, 1 ?. i., comes patrimoni : p. 551, P. II n. 264. Vvilliari : P. II n. 786. Vvitigisclus, v. s.: p. 298, P. II n. 259. Vvitterit, v. d. scutarius: P. I nn. 545, 614. ξενηλασία (= cacciata dei peregrini da Roma) : P. I n. 317 ; vd. pure pe¬ regrinus. xenia: pp. 409, 413, 414, 425, 496; P. II nn. 117, 519, 525, 634.
716 Economia e società nell1« Italia Annonaria » xenodochium (senodoehio) : P. II n. 816. ξένος: vd. peregrinus. xenofobia : P. I n. 395. Ydbontium : vd. Hydrus. YeSü "Stylita : P. II η. 505. Zaccaria, abate: P. II n. 107. Zaccaria, papa: P. II n. 767. zecca: pp. 155 (Ostia), 512 (It. Sett.); P. I nu. 438 (Aquileia), 439 (Ostia, Cartagine), P. II η. 828 (Ravenna, Milano, Roma, Costantinopoli, Tes salonica, Aquileia, Lione, Treviri, bisciay Cizico, Alessandria, Costan- tina). Zeccone: P. II n. 828. Zeno (S.), chiesa di Campione: P. II nn. 797, 817. Zeno, vescovo di Verona : pp. 16, 27, 84, 99, 100, 542; P. I nn. 226, 255. Ziperqa (Flavius Zi perca) : P. I n. 278. Zitane: vd. Tzitane. Ziitane, magister militum: P. II η. 627. ZosiMo: pp. 6, 77, 139, 140, 171, 540; P. I nn. 255, 387, 499. Zosimus, conductor: pp. 558, 559, 560.
Casa Editrice Dott. ANTONINO GIUFFRÈ - Milano 10. M. E. Lucipkedi Peterlongo, La transazione nel diritto romano, 1030, in 8°, pg. 364, con indice delle fonti, L. 1000. 11. P. Voci, Teoria dell’acquisto del legato secondo il diritto romano, 1930, in 8°, pg. 140, con indice delle fonti, L. 1000. 12. G. I. T.uzzatto, La «Lea? Cathartica» di Cirene, 1930, in 8°, pg. 124, con indice delle fonti, L. 1200. 13. U. Robbe, I postumi nella successione testamentaria romana, 1937, in 8°, pg. VIII-320, con indice delle fonti, L. 1200. 14. V. Bandini, Appunti sulle Corporazioni romane, 1937, in 8°, pg. XXVII- 248, con indice delle fonti, L. 1000. 15. G. G. Archi, L’a Epitome Gai » - Studi sul tardo diritto romano in Occi¬ dente, 1937, in 8°, pg. 450, L. 1050. 10. V. De Villa, La liberatio legata nel diritto classico e giustinianeo, 1939, in 8«, pg. V1I-95, L. 1000. 17. Conferenze romanistiche a ricordo di Guglielmo Castelli, 1940, in 8°, pg. 340, L. 1100. 18. F. Bozza, La possessio dell*ager publicus, 1939, in 8°, pg. 185, L. 1000. 19. G. Donatuti, Lo Statulibero, 1940, in 8°, pg. 340, L. 1100. 20. R. Ambrosino, Vocabularium Institutionum lustinianì Augusti, 1942, in 8°, pg. XXIV-316, L. 1500. 21. E. Nardi, Studi sulla ritenzione in diritto romano, I.: Fonti e Casi, 1947, in 8°, pg. XVI-508, L. 2000. 22. M. Amelotti, La ‘ donatio mortis causa ’ in diritto romano, 1953, in 8°, pg. VIII-238, L. 3500. 23. G. Gandolfi, Contributo allo studio del processo interdittale romano, 1955, in 8o, pg. VII 1-168, L. 1000. 24. M. Amelotti, La prescrizione delle azioni in diritto romano, 1958, in 8°, pg. VIII-290, L. 1500. 25. M. Sargenti, L’evizione, nella compravendita romana, pg. IV-140. 26. M. Amelotti, Per l’interpretazione della legislazione privatistica di Dio¬ cleziano, pg. IV-109, L. 1200. 27. A. Dell’Oro, I « libri de officio » nella giurisprudenza romana, I960, in 8°, pg. IV-316, L. 2000. 28. L. Lombabdi, Dalla ‘ fldes ’ alla ‘ bona fides *, 1901, in 8°, pg. XII-204, L. 2000. 29. U. Zilletti, La dottrina dell’errore nella storia del diritto romano, 1901, in 8°, pg. XIX-512, L. 3000. 30. L. Ruggini, Economia e società nell’a Italia Annonaria », 1901, in 8°, pg. VI 11-716. L. 5000. Le pubblicazioni dal N. 1 al 6 sono edite da Ulrico Hoepli, Milano e Quelle dal N. 7 dal Dr. Antonino Giuffrè - Milano.